L'opinione, autorevole, di Indro Montanelli, in un ritaglio conservato per i posteri da nostro Ingegnere Giglio, il cui archivio inesaurito, è ancora da pubblicare.
Lo ricordiamo con immenso affetto!
NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
venerdì 3 novembre 2023
Il piacere di fare i moralisti a posteriori
martedì 9 maggio 2023
Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II
Nella ricorrenza della ascesa al trono, salutata da tripudio spontaneo del popolo di Roma, pubblichiamo la seconda parte dell'intervista concessa a Paese sera, noto quotidiano romano di sinistra, nel 1952.
Ricordiamo che anche questa intervista è nelle nostre disponibilità grazie alla generosità del nostro Ingegnere Domenico Giglio che l'ha conservata per 60 anni.
Viva il Re!
sabato 18 marzo 2023
Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II
Oggi, 18 Marzo 2023, è il quarantesimo anno dalla scomparsa in esilio del nostro Re e contemporaneamente il ventesimo della nascita del sito a lui dedicato.
Questo quotidiano è stato conservato gelosamente per circa 70 anni dall’Ingegnere Domenico Giglio, Presidente del Circolo Rex, e da lui trasmessoci.
domenica 8 gennaio 2023
Un anniversario importante
Per il poco che possiamo faremo in modo che questo anniversario, infausto, triste, in cui il dolore si ravviva per la distanza che ancora separa Umberto II dalla sua Capitale cui fatalmente deve ritornare con gli Onori che gli spettano in quanto Re ed in quanto Italiano tra i più grandi, non passi inosservato.
Lo faremo dal nostro blog e cercheremo di farlo tra la gente, sui social media, per strada con i manifesti come si faceva una volta.
A quanti vorranno contribuire spalancheremo porte e stenderemo tappeti rossi.
Perché Re Umberto merita che noi ci battiamo per la sua Augusta e Venerata Memoria e perché abbia, almeno in morte, un po' della giustizia che non ebbe in vita.
Quest'anno ricorre inoltre il ventesimo anniversario del sito dedicato a Re Umberto II, www.reumberto.it iniziato empiricamente, cresciuto in documentazione e consistenza, e che ha fatto centinaia di migliaia di visite nonostante l'indifferenza dei siti e dei movimenti monarchici e che costituisce in rete la maggiore fonte di documentazione sulla vita e sul pensiero del nostro Sovrano.
Da questo sito per la prima volta è stata messa in rete la voce del Sovrano.
Da questo sito sono state pubblicate in maniera sistematica le interviste, di cui moltissime sottratte all'oblio, ed i messaggi agli italiani.
Crediamo che Re Umberto II lo avrebbe apprezzato.
Un regime in disgregazione
di Antonio Mangano
Se ci si dovesse domandare, per un attimo, se Umberto II, ultimo re d'Italia, potesse annoverarsi tra i grandi uomini della storia, il giorno del 13 giugno del 1946 dirimerebbe ogni dubbio. Perché quando ci si sacrifica in prima persona per il bene supremo della vita — quella dei tanti a cui venne risparmiata — rinunciando a tutto, avviene che l'Uomo grande si coniuga con l'uomo buono, per cedere a tribunali che non sono di questo mondo, giudizi che la persona più accorta è obbligata, rispettosamente, a declinare.
Ricordo di aver trovato un giorno, curioso di scrutare ed osservare tra i pochi libri che la mano di un bambino può raggiungere, alti nelle scaffalature dello studio di mio padre, un opuscoletto di vecchia data, che subito sfogliai perché attratto dalla figura del fronte-spazio: una persona a mezzo busto dall'aspetto all'un tempo nobile e paternamente rassicurante in divisa da generale, senza copricapo, e, sotto, la scritta «Umberto». Guardando quell'opuscolo distribuito per la propaganda ai fini del referendum tra Repubblica e Monarchia, capii che una volta l'Italia aveva avuto un Re. Può essere singolare come un bambino possa cogliere, oltre a simpatie istintive, attimi di nostalgia per tempi ed immagini mai vissute. Può esserlo; ma quand'è così, è l'idea che incomincia a formarsi dentro. fnrm2rsi dentro: e. da quel momento in poi, «si capisce».
E continuai a capire qualche anno dopo, guardando le immagini toccanti di Umberto II salutare, con gli occhi lucidi, dal portello di un quadrimotore, la scaletta non ancora tolta, in procinto di partire per un viaggio donde non tornare più. Addio, Italia! Addio, terra degli avi, ricordi belli, addio!
Quell'uomo in monopetto «a spada», col cappello a cencio, quel pomeriggio di Sant'Antonio del '46, doveva imprimere il proprio nome tra i personaggi che lasciano un segno nella storia. Non occorrono le epiche gesta e le battaglie vinte: può varcarsi il Rubicone con un sacrificio struggente d'omissione che vale quanto e più delle armate condotte a Roma col nemico in fuga. Lì il nemico era nell'Urbe, forse poteva annidarsi tra gli stessi adulatori pronti a cambiar capo per il padrone migliore, era comunque sicuramente affrontabile e fattibile, perché l'arroganza non prevalesse sul diritto. Epperò ciò significava Io scontro: legittimo sì, ma coi morti inevitabili per le strade; e con la nazione per qualche tempo lacerata, come se non fosse bastata una guerra civile appena conclusa con la guerra perduta, fomentata da chi, per il trionfo del comunismo totale, rinnegava la Patria. Ecco allora che Umberto obbedisce, quasi con mistico, obbligato senso del dovere, alla filosofia evangelica, francescanamente, scegliendo l'esilio di Cascais.
Dieci anni sono ora passati dacché l’ultimo re smise di anelare all'Italia; e la Repubblica, lungi dal rafforzarsi, o, quanto meno, dal confermarsi in efficienza, vive la sua distruzione. Ma già al 1983, anno della morte di Umberto, la Carta Costituzionale coniata a bella posta per favorire la partitocrazia e la disgregazione dello Stato (il compromesso catto-comunista, coi liberali presenti e presi in giro) dimostrava il proprio fallimento. C'era una volta lo Stato.
Poi vennero i partiti ed il governo dei partiti, i potentati locali volutamente incontrollati, il governare andreottianamente secondo la logica di don Abbondio, le convergenze parallele oltraggio dei bambini di terza elementare, le tangenti non più nomenclatura matematica, lo sfascio, il dissesto delle regole. E la protervia di chi governa.
Il guaio è questo: che ognun dice che si deve cambiare, ed il loro cambiamento è la loro mummificazione per perpetuarsi sfrontatamente. Così l'allarme scattato con le elezioni del 5 aprile, all'insegna dell'ingovernabilità (la paura di chi perde il potere e si sente cancellato e non voluto), nella ricerca del rimedio per sopravvivere: la riforma elettorale, cioè la truffa alla gente che li ha disconosciuti per poter ottenere, prevaricando, che, «pur perdendo, si (mal) governi». Questa, la loro democrazia. Come quella che ha portato all'istituzione della Bicamerale, fantasma che non ha creato nulla, sottraendo al popolo sovrano il potere di eleggere un'assemblea rappresentativa, istituita per redigere una nuova Costituzione per un nuovo Stato.
Orbene, se la novità sta nelle riforme elettorali, perché il sistema maggioritario o i premietti di maggioranza rafforzino il potere di chi è destinato a perdere e nell'aggrapparsi alla poltrona lancia vili ricatti di ingovernabilità; se la novità sta in questa perpetuazione dell'assillo partitocratico che ha generato inefficienza, corruzione e concussione; se il nuovo, o quel che vogliono propinarci per nuovo, è il «colpo di spugna» perché chi ha sbagliato non paghi; se il nuovo è la concessione, fatta ai cittadini per evitare che assaltino il Palazzo, dell'elezione diretta del sindaco e del presidente della provincia, ma con opportuni «accomodamenti» per cui «il banco vince sempre» (vedi il gioco dei capilista sindaco o presidente, proclamati tali di diritto, se la lista arriva prima); se il nuovo è «trasparenza» e «trasversalità» invece che «efficienza» e «verticalità»; se tutto questo è il nuovo, noi ai marchingegni abbindolatori rispondiamo, come Statuto ci insegnava, che la governabilità non la si persegue mediante aggiustamenti elettorali (che si risolvono nel gioco dei potenti), sibbene con la fine del regime parlamentare, col taglio netto del rapporto di fiducia che lega il governo al Parlamento. Si occupi l'Assemblea di fare le leggi che al governo (ed ai giudici) spetta poi sempre osservare (Stato di diritto), ed il governo sia direttamente investito e revocato dal Capo dello Stato.
Il parlamentarismo era già divenuto ancién regime con l'inizio del secolo, prima che degenerasse, dopo l'ultima guerra, in partitocrazia. Vittorio Emanuele III, l'aveva capito, in periodi in cui i governi d'élite dovevano cedere il passo a spasmodiche esigenze di partecipazione attiva delle masse, affidando il potere a Benito Mussolini. Sono passati settant'anni e non si riesce a prender posizione contro lo stesso sistema non solo vetusto ma incancrenito perché degenerato (quando mai i governi si sono formati liberamente in fronte al Parlamento, piuttosto che nelle segreterie dei partiti e — anni '70 — previo placet dei sindacati?)
Morale: l'Italia di adesso non è sicuramente quella che avrebbe voluto Umberto e coloro che all'epoca votarono per Umberto. E non è neanche quella che vollero quanti in buona fede votarono Repubblica.
È certamente il frutto, colpevolmente od incolpevolmente ottenuto, a seconda dei casi, di quanti cominciarono con lo scrivere che questa è «una Repubblica democratica fondata sul lavoro».
Ogni retorica è obbrobriosa, ma quella degli ipocriti di più. Certamente, quel progetto fu fallimentare.
giovedì 4 agosto 2022
Un anno senza il Presidente Giglio
Un anno fa ci ha lasciato Zio Domenico.
Ne abbiamo sentito la sua mancanza ogni giorno, inutile dirlo.
Segnaliamo il bell'articolo del professor Sfrecola comparso sul sito "Un sogno Italiano.
Riportiamo inoltre l'elenco completo di tutti gli articoli di cui il Presidente Giglio è stato autore o nei quali è stato taggato.
Nella sua memoria continuiamo la nostra battaglia per la diffusione degli ideali comuni.
http://monarchicinrete.blogspot.com/search/label/Domenico%20Giglio
Lo staff
giovedì 2 giugno 2022
IL LIBRO AZZURRO SUL REFERENDUM
Nella data posticcia del 2 giugno pubblichiamo in un unico post il sommario di ogni capitolo ed ogni paragrafo del "Libro Azzurro".
L'occasione è cara perché quando iniziammo c'erano sia l'Ambasciatore Camillo Zuccoli sia l'Ingegnere Giglio che rispettivamente, ebbero l'idea e fornirono il libro che poi abbiamo fedelmente riportato sul blog.
Ai nostri amici carissimi, a Camillo e zio Domenico, facciamo ancora riferimento nella nostra attività.
Nel loro ricordo e con il loro esempio continuiamo.
Buona lettura!
IL LIBRO AZZURRO SUL
REFERENDUM
Capitolo 1
Nomina di Umberto a Luogotenente generale del Re
Capitolo 2
Tregua istituzionale
Capitolo 3
Condizioni di legalità per il referendum istituzionale
Capitolo 4
L'abdicazione di S.M. il Re Vittorio Emanuele III e la successione di
Umberto II
Capitolo 5
La legge del referendum
Capitolo 6
Esclusioni del diritto del voto per il referendum
Capitolo 7
La campagna per il referendum
Capitolo 8
La vigilia del referendum
Capitolo 9
La votazione
Capitolo 10
I brogli
Capitolo 11
Ricorso dell'on. Selvaggi (consiglio dei ministri dell'8 giugno)
Capitolo 12
La suprema Corte di Cassazione
Capitolo 13
Il verbale della Corte di Cassazione del 10 giugno
Capitolo 14
Gli alleati
Capitolo 15
Colpo di Stato
Capitolo 16
Il proclama del Re del 13 giugno
Capitolo 17
La parola alla legge
Capitolo 18
Interferenze estere coll'intervento di Molotoff
Capitolo 19
Dopo la partenza del Re
Capitolo 20
Osservazioni di giuristi sul criterio adottato per stabilire la
maggioranza e sul numero dei votanti in rapporto alla popolazione
Capitolo 21
Studio sui risultati ufficiali del referendum istituzionale del 2 giugno
1946 del prof Agostino Padoan
8
Capitolo 22
La questione istituzionale esiste ed è aperta
sabato 7 agosto 2021
Ciao, zio Domenico.
Storie belle ed importanti raccontateci nella sua bella casa di Roma, a tavola, con eleganza e semplicità.
Tratti fondamentali della vita del Presidente (del Circolo Rex) Giglio.
Ma a noi piaceva chiamarlo Presidente perché oggettivamente era il nostro punto di riferimento. La risposta ad ogni dubbio. Il consiglio giusto che arrivava puntuale. Richiesto e non.
Domenico Giglio, nato a Roma
l’8 novembre 1932, terminato gli studi classici compiuti all’Istituto Massimo e
conseguita la maturità nel 1950 , si è laureato in Ingegneria Civile all’Università
di Pisa. Dopo alcuni anni di libera professione è entrato nella Riunione Adriatica
di Sicurtà , terminando la sua carriera come V. Direttore della società.
Iscrittosi il 4 gennaio 1952
al Fronte Monarchico Giovanile dell’Unione Monarchica e successivamente al
Movimento Giovanile del Partito Nazionale Monarchico ricoprì diverse cariche a
livello locale. Delegato al Congresso nazionale giovanile del novembre 1954 a
Napoli fu eletto Consigliere Nazionale . Partecipò anche come delegato al
Congresso Nazionale del PNM , tenuto a Milano il successivo dicembre.
Nominato nel 1956, Ispettore
Regionale del Movimento Giovanile del PNM in Toscana, e Vice Commissario
Provinciale della Federazione di Pisa, organizzando le liste per le elezioni
amministrative del 1956 e tenendo numerosi comizi, nel successivo febbraio del
1957 , a seguito delle dimissioni del Segretario Nazionale dr. Renato Ambrosi
de Magistris, fu, dallo stesso indicato come successore. Tenne perciò la
segreteria nazionale giovanile fino al gennaio 1959. In questo periodo, come
dirigente giovanile fece parte dei massimi organi direttivi del partito
portandovi la voce e le proposte dei giovani monarchici che nelle successive
elezioni politiche del 1958 furono in prima linea nell’attività propagandistica
del partito. Quale componente la Direzione del PNM tenne numerosi comizi in varie
città italiane da Trieste a Roma.
Terminato il suo incarico,
insieme con altri giovani che si erano distinti nelle elezioni del 1958 fondò
la corrente di “Rinnovamento Monarchico”, per il ripristino della denominazione
monarchica del partito riunificatosi che prese parte attiva nel successivo
Congresso Nazionale del P.D.I., che divenne PDIUM (partito democratico italiano
di unità monarchica). Eletto Consigliere Nazionale continuò in tale sede la
battaglia per il rinnovamento del partito in polemica con la segreteria
nazionale.
Nel 1972, al successivo congresso
nazionale respinse, insieme con numerosi altri dirigenti, l’assorbimento del
PDIUM da parte del MSI, costituendo il gruppo di “Alleanza Monarchica” di cui
fu Segretario Nazionale fino al 1977, divenendone Presidente . Dal 1969 fece
parte del Comitato Direttivo del Circolo di Cultura”REX”, divenendone dal 1983
V. Presidente e Presidente dal 2014. Nel periodo dal 1960 al 1975 fece anche
parte della Giunta Esecutiva dell’Unione Monarchica e dal 1961 al 1965 diresse
il periodico “Critica Monarchica”. E dal 1994 fa parte della Consulta dei Senatori
del Regno.
Tenne numerose conferenze sui
più variati temo storico politici anche esteri oltre a scrivere altrettanto
numerosi articoli su riviste ed altri periodici.
martedì 3 agosto 2021
E' mancato l'Ingegnere Giglio, presidente del Circolo Rex
con profondo dolore siamo a comunicarvi la scomparsa di un'altra colonna portante del nostro mondo monarchico oltre che del Blog sul quale ci seguite.
Parlare del Presidente Giglio, che per noi è zio Domenico, è superfluo per quelli che seguono il nostro blog ed il gruppo facebook dedicato a Re Umberto II.
Nel corso degli anni abbiamo imparato a conoscere la sua profonda cultura storica, il suo coerente approccio monarchico ai problemi presenti e passati, la preoccupazione costante di tenere accesa una fiamma monarchica.
Dalla sua passione scaturiva la collaborazione con ogni iniziativa monarchica, dalla presidenza prestigiosa al circolo Rex, agli articoli per mille giornali, alle lettere al Corriere della sera, alla affettuosa e quasi quotidiana vicinanza con il nostro blog, sempre prodigo di notizie, informazioni, correzioni paterne, fatte con affetto a quelli della nostra generazione che non hanno fatto in tempo a crescere in ambienti monarchici organizzati ma non per questo meno appassionati e meno devoti alla causa monarchica ed alla memoria di Re Umberto II e di Re Vittorio Emanuele III.
Oggi il nostro blog abbruna la sua bandiera del Regno ed affida alle preghiere di tutti i monarchici il nostro zio Domenico.
Alla Famiglia Giglio il nostro abbraccio e la nostra vicinanza affettuosi.
Non è una frase fatta dire che condividiamo un dolore grande.
Ciao, zio Domenico!
lunedì 26 luglio 2021
Luglio 1914 : il suicidio dell’ Europa
Il 28 giugno ricorre l’assassinio dell’ Arciduca d’Austria Francesco Ferdinando, unitamente alla consorte morganatica Sofia, avvenuto nella tarda mattinata di quel stramaledetto giorno, a Sarajevo, ad opera di Gavrilo Princip: “due colpi di pistola : dieci milioni di morti”, come è stato sintetizzato. Ma l’Europa non ha questi grandi motivi di rammentare un evento che ha significato la fine, o l’inizio della fine, concretatasi nel 1945, della sua supremazia mondiale, se non per una atto di pentimento per gli errori commessi e per la riaffermazione - che è poi il maggiore e migliore motivo della attuale Unione - del mai più guerre tra gli stati europei, il che ha significato, ad oggi 2021, 76 anni anni di pace, fatta eccezione per le guerre locali e tribali dovute alla dissoluzione della Jugoslavia, che fin dalla sua origine, nel 1918 era un “coacervo” di popolazioni e religioni, sulla cui dubbia nascita nulla ebbe da dire l’ipocrita Presidente Wilson, implacabile invece nel negare Fiume all’Italia.
In questi ricordi e rievocazioni del “Luglio
’14 “, vi è una tendenza quasi a sottovalutare, se non
dimenticare, l’assassinio dell’ erede al trono dell’ Austria-Ungheria,
quale causa scatenante il conflitto, in quanto, dicono illustri
storici, la guerra sarebbe scoppiata egualmente perché la politica mondiale dell’
Impero Germanico, lo sviluppo della sua flotta da battaglia non sarebbe stata
tollerata a lungo dalla Gran Bretagna, potenza mondiale, particolarmente
egemone sui mari.
Le guerre però non sorgono per
“autocombustione”, ma necessitano di un “casus belli” per cui non è facile individuare
il “quando” sarebbe scoppiata la guerra europea, se non ci fosse stato
Sarajevo, e l’arroganza della diplomazia austroungarica, arroganza già mostrata
nel 1859 nei confronti del Piemonte, ed in epoche successive, per cui la
Serbia, che sapeva di godere della protezione “ortodossa” dell’Impero Russo,
non potè accettare, come Stato Sovrano, l’incredibile
ultimatum inviatogli da Vienna “Verum ipsum factum”, dice Giambattista Vico, ed il
fatto e la verità coincidono.
Senza Serajevo il 1914 sarebbe trascorso tranquillamente,
e l’estate avrebbe ancora una volta visto il gran mondo incontrarsi nei saloni dei
grandi alberghi e nelle stazioni termali. Ed il 1915 ?
Se vogliamo continuare le ipotesi quale fatto poteva
accadere per accendere la “miccia” della guerra? Se la storia non si fa
“con i se e con i ma” vorrei capire se in un anno la Germania avrebbe compiuto
un ulteriore balzo in avanti, tale da costringere la Gran Bretagna ad agire.
Andiamo al 1916 e qui è un fatto certo e
cioè la scomparsa dopo 68 anni di regno di Francesco Giuseppe e qui l’ascesa al
trono di Francesco Ferdinando, se non fosse stato assassinato due anni
prima, come fu in realtà.
Presi in questo giuoco si poteva
pensare che il nuovo Imperatore, che aveva idee interessanti di una
ristrutturazione dell’ impero che riteneva urgente, date le spinte centrifughe
esistenti, si sarebbe imbarcato in imprese belliche, almeno per qualche anno e
si poteva pensare la Germania, senza avere la certezza di una collaborazione austroungarica,
si sarebbe, a sua volta spinta oltre nella sua politica espansionistica?
Questo per rimanere su dati e date certe
perché altrimenti si potrebbero ipotizzare gli eventi più svariati, da morti improvvise
di capi di stato con problemi successori od a rivolgimenti interni dagli esiti
imprevedibili.
Per questo il gesto criminale di Gavrilo Princip
rimane l’unica e sola causa certa ed indiscussa della cosiddetta prima Guerra
Mondiale, che portò in Europa una potenza fino ad allora estranea, gli Stati
Uniti d’America, e portò anche negli eserciti franco-inglesi soldati dei loro
imperi coloniali che videro e lo rividero nella seconda guerra mondiale, ricordiamo
i marocchini di Juin, qui in Italia, i “padroni” bianchi combattere tra loro,
con tutti i mezzi, anche i meno leciti, come i gas asfissianti e capirono che
erano maturi per una propria indipendenza nazionale, magari e questa è storia
recente, rivelatasi di molto inferiore alle loro aspettative.
Unica eccezione l’India, mentre i nuovi
stati “ex coloniali”, non hanno risolto nessun problema fondamentale dei loro
popoli, con governanti, non uso il termine “classe dirigente”, molto spesso travolti
da corruzione o da rivolte popolari, che, a loro volta, non hanno apportato
nessun beneficio, e pure pontificano all’ONU, fustigando sui i più vari
argomenti, l’Europa e l’Occidente.
Domenico Giglio
sabato 3 luglio 2021
Napoleone onorava il Valore
di Domenico Giglio.
Nel bicentenario della morte
di Napoleone, tra celebrazione, ricordi ed aneddoti, credo opportuno ricordare
un fatto d’arme, durante la prima campagna d’Italia, condotta dal Bonaparte avvenuto
in Piemonte, tra le truppe francesi e quelle piemontesi. Il 12 e 13 aprile 1796,
a Cosseria, un castello mezzo diroccato, sulle colline che costeggiano il
Tanaro, quando 6000 soldati francesi comandati del generale Augereau furono bloccati,
prima di cedere, da soli 1000 soldati sabaudi, la cui difesa diretta dal colonnello
Del Carretto, che poi cadde eroicamente sul campo, suscitò l’ammirazione degli
avversari, che concessero l’onore delle armi
Gioacchino Volpe scrive:
“Siete circondati, arrendetevi” dicevano i francesi, ”sappiate che voi avete a
che fare con i granatieri piemontesi che non si arrendono”, rispondevano i
granatieri, che dopo la resa onorevole e la sepoltura del loro colonnello
“uscirono dal vecchio castello a tamburo battente e bandiere spiegate”.
Successivamente Napoleone assegnò
una pensione alla vedova Del Carretto e curò l’educazione del figlio. E dobbiamo
al Carducci, poeta della “terza Italia”, che si continua, a sproposito, definire
“repubblicano” un ricordo poetico, dopo essere salito a vedere i ruderi di
Cosseria, dove esalta il valore dei granatieri e del loro comandante. L’ode è la
“Bicocca di San Giacomo:” , scritta nel settembre del 1897 dove scrive :”..stiè
Del Carretto- Sulle ruine del castello avito – giovine,bello , pallido,
senz’ira, - ei maneggiava sopra i salienti - la baionetta”,e rivolgendosi in
chiusura al Re: “E a te, dimani, Umberto Re, in conspetto - l’Alpi d’Italia
schierano gli armati – figli a la guerra. Il popolo fidente – te guarda… avanti,
avanti, o Italia - nuova ed antica.”











