NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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sabato 18 aprile 2026

Vita segreta al Quirinale IV parte




GIUNGONO I REDUCI

In quel periodo Maria José avrebbe voluto riprendere la propria vita attiva visitando cliniche e ospedali, in un ambiente più favorevolmente preparato dalle visi­te frequenti delle duchesse di Genova e di Ancona: ma dovette ri­nunciarvi, data la situazione. Dovette pure rinunciare ai con­certi, che tanto gradiva (la cosa le fu proibita dal generale Infante) limitandosi a vedere sempre le stesse persone intime, come la signora Jaccarino, che spesse volte  era trattenuta a pranzo, e le signo­rine di Cossilla e Miranda. Finalmente, qualche settimana più tardi, dalla Svizzera ritornaro­no i principi: Umberto andò loro incontro all'aeroporto, riabbracciandoli felice. Essi presero allog­gio nell'appartamento alla "Mani­ca lunga" già occupato dalla Regina Elena.

La domenica seguente, dopo la Messa (alla quale avevano parte­cipato gli addetti alle varie Corti residenti al Quirinale) Maria José presentò le principessine Maria Pia e Gabriella, mentre il Luogotenen­te presentava il principe Vittorio Emanuele con queste semplici pa­role: “Mio figlio".

Anche dopo il ritorno dei ragaz­zi, la vita della principessa dl Piemonte non mutò. Austera, senza visite ufficiali La risposta era sempre la stessa quando si chiedeva il perché di questo assenteismo: Durante la Luogotenenza non è contemplata la figura della mo­glie 

Maria José approfondì la pro­pria conoscenza della lingua rus­sa, che aveva cominciato a studia­re durante il soggiorno svizzero. Correvano allora voci di un'azione della principessa negli ambienti di Corte, in favore di una Reggenza: ma nulla avvalora questa Ipotesi alla luce dei fatti. E’ invece esatta una serie di visite misteriose al Quirinale fatte da una signora, attivissima propagandista del par­tito d'Azione; visite che sfuggiva­no al controllo del pur vigilantis­simo Infante, e che provocarono commenti e pettególezzi spiacevoli, non soltanto a Roma, originando appunto le voci di una Reggenza.

La principessa voleva ad ogni costo offrire la propria attività per opere benefiche. Ne parlò al professor Castellani, ricevette la con­tessa Vicino Pallavicino allo scopo di aprire un laboratorio per aiutare le famiglie dei prigionieri e dei reduci: interessò donna Carlotta Orlando Carabelli, interessò pure la stessa signora De Gasperi, ed in­sistette sulla necessità di fondi per aiutare tanti derelitti. Infine, ascoltato il comm. Paci, incaricato della beneficenza privata dei principi di Piemonte e che ormai aveva dato si può dire tutto, la principessa si reco dal Luogotenente ed ottenne la somma che occorreva, consegnandola alla signora De Gasperi. Quando la signora Gillet, del posto di ristoro della P.C.A. della stazione Termini, si recò dalla principessa in visita dl omaggio ed espose i desideri dei reduci. Maria José si rivolse ed ottenne dal ministro Lucifero la somma da mettere a disposizione della P.C.A. Ad ogni reduce, a nome di casa reale, fu­rono date lire 200.

Occorre ricordare che allora ar­rivavano dai ventimila ai trenta­mila reduci al giorno. Arrivavano stanchi, laceri, affamati: e molte volte il piccolo peculio che erano riusciti a raggranellare nei lunghi mesi di prigionia veniva loro ru­bato durante il viaggio. In generale conservavano ancor viva la fede monarchica. E fu un grave errore da parte monarchica, spe­cie dell'ammiraglio Garofalo, il non capire l'importanza che aveva que­sta massa di giovani. Ma la rispo­sta era sempre la stessa: "La mo­narchia non può farsi della récla­me, deve reggersi da sé, non deve ricorrere a forme commercialistiche di propaganda".

Così, dieci ufficiali reduci dal­la prigionia in Germania che si re­carono a Napoli per ossequiare Vittorio Emanuele III urtarono inutilmente contro questo muro di silenzio, cui faceva da scolta il fedele ma troppo formalistico ge­nerale Puntoni. I reduci vennero a Roma, ove non solo furono ricevuti direttamente dal Luogotenente, ma, date le loro condizioni, vennero anche ospitati per vari giorni al Quirinale. E se Umberto avesse avuto una maggiore disponibilità economica, avrebbe aiutato un nu­mero ancor maggiore di persone. Il conte Augusto Premoll potreb­be del resto dire con cognizione di causa quante volte ebbe l'inca­rico dal Luogotenente di vendere quadri e mobili di valore, onde ri­fornire la cassa della beneficenza che era sempre vuota.

La stessa colpevole negligenza da parte della burocrazia di Corte si dovette osservare allorché si trattò dei prigionieri di ritorno dalla Russia.

Il primo convoglio giunse a Ro­ma il 15 novembre del 1945 alle ore 7. Il giorno prima colonnello dei granatieri A., reduce dalla pri­gionia in Egitto, si presentò diret­tamente all'ufficiale di ordinanza del Luogotenente, capitano Avalle, chiese udienza per motivi urgen­tissimi, e venne subito ricevuto.

Umberto lo abbracciò commos­so, conoscendolo fin da quando era con lui al 1° Granatieri. Il visitato­re espose chiaramente il motivo della sua visita: accogliere i redu­ci, assisterli, riceverli al Quirinale.

In queste alternative di generosi tentativi per soccorrere i redu­ci e di intrighi per tener lonta­no da loro Umberto, passò tutto l'autunno e l'inizio dell'inverno '45-'46. Per il Natale il Luogotenen­te servì un pranzo ai bimbi pove­ri, coadiuvato, dietro sua richiesta, dai principi che risiedevano al Qui­rinale. Umberto di Savoia dette l'e­sempio dell'umiltà e della cordia­lità più piena verso i piccoli ospiti. Al pranzo parteciparono trecento bambini, scelti tra i più poveri e giunti dalla periferia in autocarro. Furono fatti salire per il grande scalone in fondo al cortile. Nella vasta sala erano state preparate lunghe tavole dalle finissime tova­glie di Fiandra; gli staffieri, in giacca e guanti, portavano i piatti nella sala ove si trovava il Luo­gotenente stesso, che distribuiva il vitto coadiuvato dai figli Maria Pia e Vittorio Emanuele. Il pasto era composto (l'un piatto di pasta a­sciutta al sugo, cinghiale e daino di Castel Porziano, arrosto con con­torno, un piccolo panettone, frut­ta, un bicchiere di vino. Molti ra­gazzi espressero il desiderio di por­tare una parte del pranzo ' alla mamma e le dame presenti li aiu­tarono a confezionare i pacchetti.

VERSO IL REFERENDUM

Dunque la Monarchia non era del tutto assente, specie il suo nuo­vo capo. Si poteva fare di più? Indubbiamente. Perché non fu fatto? Certo vi furono colpe, ma non vanno sopravvalutate: altre cause intervennero e queste ap­partengono alla fatalità degli even­ti, per cui ad un dato momento della storia è inevitabile che ciò che deve avvenire avvenga.

Ed ecco sorgere il fatale anno 1946. Si profilava all'orizzonte il referendum, fra nubi di tempesta e lampi d'odio. Fascisti non convin­ti della loro sconfitta, anche se or­mai ai margini della vita politica; antifascisti non sicuri della loro vittoria, anche se beneficiari qua­si assoluti d'una situazione non da essi soli conquistata; il comunista Valerio proposto per la medaglia d'oro, mentre mani anticomuniste scrivevano in Trastevere "arivolemo er puzzone", cioè proprio quel Mussolini che Valerio aveva ucci­so; gli uomini si armavano, le don­ne ottenevano il voto. Questo il clima in cui fu impostato e risol­to il problema istituzionale.

Dato ciò, non è da meravigliar­si se il problema stesso sembrava non interessare nessuno. «E che è?», si domandavano non pochi. L'impreparazione, l'agitazione e l'arrivismo, danzavano a braccet­to nell'ombra, mentre i partiti di destra e, più ancora, l'entourage del Quirinale, sonnecchiavano co­me si trattasse di cosa che non li riguardasse affatto.

Il I° gennaio vi fu la presentazio­ne degli auguri da parte dei rap­presentanti della Camera, del Se­nato e delle alte cariche dello Stato. Senza pompa, in forma democratica, come si disse. Quasi che nel passato sino all'avvento del fa­scismo, il nostro Paese e il suo sovrano non fossero stai giudicati i più democratici dell'Europa... Dopo aver ricevuto gli auguri degli uo­mini politici, il Luogotenente pas­sò in una delle sale prospicienti il cortile d'onore dove si trovavano adunati numerosi bimbi poveri ai quali fece gli auguri ed offrì, co­me otto giorni prima, un pranzo.

Ma qualche giorno più tardi avvenne un episodio che non do­veva certo giovare alla causa mo­narchica: a un convegno di re­duci al posto di ristoro della P.A.C. alla stazione Termini, il Luogote­nente, che aveva annunciato già una sua visita, all'ultimo momen­to non andò. I commenti furono infiniti e sfavorevoli e solo in se­guito si seppe che l'entourage di Corte l'aveva sconsigliato con in­sistenza, adducendo motivi che poi in parte si rivelarono falsi.

Mentre le cose, in Quirinale, sta­vano a questo punto, non meglio andavano fuori della Corte: gran parte della nobiltà, per paura od altro, si teneva lontano dal Luogotenente e non fu certo tra di essa che furono trovati i pochi disinte­ressati propagandisti delle tesi mo­narchiche. Non un soldo venne da­to dai grandi latifondisti che an­cora pochi anni prima sollecitava­no l'onore di una presentazione a Corte. Naturalmente vi furono ec­cezioni: furono generosissime, nel­la beneficenza e nella propaganda, la contessa Morozzo della Rocca, la marchesa Editta Dusmet, il prin­cipe Clemente Aldobrandini, la principessa Marianna Giovanelli, la contessa Martin Franklin. A Pa­lermo, il principe di Mirto; a Ca­tania, il principe di Sulmona; a Torino, Gianni Agnelli. Ma i più rimasero inerti.

Soprattutto grave era l'assentei­smo dell'ufficio stampa di casa rea­le; fra l'altro, in mancanza di ma­teriale, diciamo, dl propaganda, si ebbe l'ingenuità di far distribuire, a coloro che in quel tempo richiedevano fotografie del principe Vit­torio Emanuele, immagini di quan­do questi aveva tre anni. Non si era riusciti a trovarne altre più recenti.

Dopo le prime elezioni ammini­strative, al Nord, un senso di sco­ramento aveva invaso tutti. Sem­brava non ci fosse più nulla da fare. In questo periodo la primo­genita del Luogotenente, la prin­cipessa Maria Pia, si era iscritta alle "guide", prendeva parte a tut­te le esercitazioni, con la massima semplicità, affiatandosi con ragazze della sua età e di qualsiasi con­dizione. Anche ciò fu, si può dire, ignorato. La principessina si reca­va ogni giorno alla scuola pubbli­ca, ritornando al Quirinale sempre a piedi, accompagnata dalla governante signorina Paolini.

Vita segreta al Quirinale - III parte

 


LA MORTE DI MAFALDA

Il 1° maggio si sparse fulminea, al Quirinale, la notizia della morte in prigionia, nel tragico campo di concentramento di Buchenwald, della principessa Mafalda. La ra­dio confermò la notizia. I telefoni al palazzo reale squillavano inin­terrottamente: chi sperava, chi si disperava, ed era come un bran­colare nel buio.

Il Luogotenente quel giorno par­ve invecchiato di dieci anni, poiché era molto affezionato alla sorella. Per ventiquattr'ore si continuò in quell'angosciosa attesa dl smentite e di conferme, che, specie da Na­poli, venivano richieste con insi­stenza. La morte era entrata or­mai nella quieta dimora dei vecchi sovrani.

Sembra che la regina Elena ab­bia appreso la perdita della figlia a mezzo radio, svenendo. Il terzo giorno, tramite il Vaticano, la no­tizia fu definitivamente conferma­ta. Tutta la famiglia reale s'era sempre illusa che la principessa fosse ancora viva, per quanto privi di sue notizie dal 1943 ed allarmati dal modo con il quale era stata "prelevata" dai tedeschi.

Non appena Il Luogotenente eb­be conferma della morte della so­rella, si recò a Napoli con i propri ufficiali d'ordinanza. La scena che avvenne, quando Umberto s'incon­trò coni genitori, fu quanto di più drammatico si possa immaginare. La regina, scorgendo il figlio, si accasciò, e un pianto disperato la tenne smarrita per vario tempo. Si temette per la sua ragione, un occhio le s'indebolì fin quasi a spe­gnersi. Vittorio Emanuele III, spet­trale nella sua rigidità silenziosa, non riusciva a pronunciare una sola parola. In quella grande villa ove i vecchi sovrani erano allog­giati, e che guardava sul golfo partenopeo avvolto quel giorno dal sole e all'azzurro, la regina con­tinuava a piangere, in una spasmo­dica tensione.

Il funerale di Mafalda ebbe luogo nella Cappella Paolina, presenti tutti gli ambasciatori accreditati presso la Corte, ed alcuni membri del governo e personalità politi­che, compreso, V. E. Orlando.

La cerimonia ebbe luogo la mat­tina del 9 maggio alle ore 10. Tutte le principesse reali residenti a Ro­ma erano invitate. Il Luogotenente entrò nella cappella dando il brac­cio alla duchessa di Genova. Do­veva intervenire alla cerimonia la principessa Adelaide Massimo Savoia-Genova, ma dopo mezz'ora di attesa il Luogotenente decise di far iniziare la funzione. Dopo al­cuni giorni si seppe che il mastro delle cerimonie di servizio aveva dimenticato d'invitarla.

La funzione non fu molto lunga, ma molto triste. Aleggiava su tutti lo spirito della infelice principessa. I giornali di allora, occupatissimi nelle polemiche dei partiti l'un, contro l'altro armati, non ebbero una parola di rimpianto per lei, morta fra atroci sofferenze; anzi. Non mancò qualche foglio che irrise al dolore della disperata madre.

Solamente più tardi, dietro inte­ressamento di donna Carlotta Or­lando e del marchese Carlo Grazianl, che era stato devotissimo alla scomparsa, fu fatta conoscere all'opinione pubblica la verità sul­la fine di Mafalda nell'inferno di Buchenwald. I registri, che erano stati messi nella portineria del Quirinale, si riempirono allora ra­pidamente di firme.

All'improvviso, intanto, ai primi di maggio, voci confuse e contrad­dittorie si sparsero a mezzo della radio, e raccolte dai giornali con versioni legate ai differenti colori politici: la principessa di Piemon­te era tornata in Italia dalla Sviz­zera, attraversando la frontiera a piedi, sola.




Sarebbe stato invero difficile ri­conoscere in quella giovane donna, senza cappello, con gli occhiali neri, il sacco sulle spalle, le grosse scarpe chiodate, la consorte di Um­berto di Savoia. Raggiunto Il ca­stello di Sarre, in Val d'Aosta, vi si chiuse nel più ermetico silenzio, e fece bene perché non lontano fi­schiavano ancora le pallottole del­le ultime pattuglie tedesche in riti­rata: e guai se fosse stata ricono­sciuta. Certo, se gli addetti alla Corte della principessa in Svizze­ra avessero avuto più spirito orga­nizzativo, avrebbero potuto pren­dere accordi con numerosi italiani residenti in territorio elvetico che si erano offerti di scortare Maria José in Italia, al momento della liberazione. Ma ciò non fu fatto.

MARIA JOSÉ A TORINO

Primi a presentarsi al castello di Sarre furono gli americani, a mezzo del maggiore F. P., del servizio segreto, il quale passando da Tori­no aveva fatto salire sulla propria jeep un'amica della principessa, la contessa A., correndo il rischio, du­rante il viaggio, di finire entrambi nelle mani delle retroguardie tedesche.

Scesero nel cortile del castello, e la contessa, pratica del luogo, cercò subito di avviarsi verso l'appartamento della principessa. Ma venne fermata dal prof. N., che aveva accompagnato Maria José dalla Svizzera, e che sia nella tema di pericoli, sia per eccessiva pru­denza, negava la presenza al ca­stello dell'augusta ospite. Interven­ne il maggiore americano, il quale si fece riconoscere, e dichiarò: «Esigo che la. contessa venga po­sta immediatamente a contatto con la principessa.

Maria José, nel proprio apparta­mento, seduta al pianoforte stava suonando uno dei suoi brani favoriti. S'alzò stupita ed andò incon­tro commossa alla prima persona amica che vedeva dopo il suo ritorno in Italia. Ella era completamente all'oscuro del movimento monarchico partigiano, e di quanto accadeva in quei giorni a Torino. Ignorava gli ostacoli che ave­vano Impedito al principe di Piemonte un immediato viaggio al Nord per incontrarla, come sareb­be stato suo vivo desiderio; ed ignorava pure tutte le formalità, poste dagli alleati, e a chiunque, per viaggi in aereo ed in automo­bile. Ella aveva vissuto nel castello in una francescana semplicità, cibandosi di erbaggi e di qualche uo­va del pollaio del guardiano, sal­vato per miracolo dalla razzia dei tedeschi. Il burro veniva portato clandestinamente, di notte, da una balla, ma la mensa era così sprov­vista che non fu possibile tratte­nere a colazione né la contessa né il maggiore americano.

Comunque, i risultati dell'incon­tro furono che la principessa sa­rebbe rimasta a Sarre fino a quan­do le vie non fossero state sgom­brate dalle retroguardie tedesche, poi una vettura americana sarebbe andata a prenderla per condurla a Racconigi, nel castello reale, in at­tesa di trasferirsi a Roma.

La principessa il 28 maggio rag­giunse Racconigi, recandosi poi ogni giorno a Torino ove ricevette, oltre i comandanti alleati, le auto­rità italiane che meglio si erano comportate sotto la dominazione tedesca.

Ma come apparve Torino ai suoi occhi! La città era mutilata. i ne­gozi spogli, senza vetrine; al po­sto. dei vetri tavole di legno, buio nell'interno, e fuori un'atmosfera di disordine, d'incubo, di prepo­tenza. Ciò che più impressionava.

In contrasto stridente con l'anarchia regnante nella città, era che tutti i servizi pubblici funziona­vano perfettamente. Non si vedeva né un carabiniere, né una guardia di città: solamente la polizia parti­giana, con mitra e fazzoletto rosso. Il palazzo reale era sede del co­mando Inglese: Il palazzo Chiablese, diviso dal palazzo reale da un sottopassaggio, era stato completa­mente distrutto. Ci volle perciò molto coraggio da parte della mar­chesa A. nel convincere la princi­pessa dl Piemonte a fermarsi a Torino. Presi contatti con le auto­rità alleate, Maria José visitò l'ospedale di Malta ov'erano ricove­rati I patrioti feriti. distribuì pac­chi dono ai degenti, si recò al Santuario della Consolata, e, ap­preso che fra i partigiani esistevano anche bande monarchiche, comandante "Gabriele", capo della divisione: “Monferrato, "Fracassi" che era andato spesso a Roma attraversando le linee tedesche, Silvio Geuna e tanti altri che si erano comportati valorosamente. La principessa aveva portato con sé pochissima roba, indossava quasi sempre un tailleur leggero di blu, una camicetta di foulard nero, sandali di pelle marrone scamosciata e dal tacco bassissimo e cappello. Era Sempre la donna che tanti italiani avevano applaudito, anche se nel suo viso vi era molta tristezza tanto che la sua dama ebbe lo slancio di andarle incontro per mostrale la propria devozione. soprattutto per esserle vicina e sorreggerla in     quel particolare. Solo due giorni prima che lasciasse Torino, venne da Roma, con l'apparecchio del Luogotenente, la signorina Sofia Jaccarino, devota amica, e la gioia di ri­vederla in Maria José fu grande. Il 16 giugno 1945 giunse dalla capitale il conte Cesare Spalletti Trivelli, gentiluomo della princi­pessa: ripartirono su un aereo mi­litare messo a disposizione dagli alleati, un D.C.3.

L'apparecchio atterrò all'aeropor­to già del Littorio. Sul campo era ad attendere Maria José il Luogotenente.

L’incontro fu commovente, i presenti poterono notare con quale e quanta effusione i due coniugi si abbracciarono.

i giornali non parlarono affatto, neppure quelli di destra, dell'arri­vo della principessa nella capitale. Maria José si stabili al Quirinale nel proprio appartamento pri­vato, composto di camere molto piccole, che aprivano le finestre sul cortile interno. Un salotto mo­dernissimo, con comode poltrone di grossa tela di canapa. color naturale, un tavolino a due piani di spesso vetro, con sopra l'immanca­bile libretto degli appunti; varie collane di pietra dura colorata; la scatola delle sigarette: in un an­golo il pianoforte. Una porta del salotto dava sulla piccola antica­mera ove arrivava l’ascensore. In collegamento con l'appartamento per le udienze, al piano superiore. Modernamente attrezzata era la camera da letto, con un sommier basso e largo, dalla coperta di da­masco. Alle pareti, scaffali di libri. La camera da letto- comunicava con il guardaroba, dai capaci ar­madi, regno della signorina Hélène, cameriera privata belga al ser­vizio di Maria José fin dai primissimi anni.

In quel piccolo appartamento la principessa ricevette le persone più intime. Per una scaletta angu­sta, dai logori scalini in travertino, l'appartamento comunicava con quello del Luogotenente.

GIUNGONO I REDUCI

In quel periodo Maria José avrebbe voluto riprendere la propria vita attiva visitando cliniche e ospedali, in un ambiente più favorevolmente preparato dalle visi­te frequenti delle duchesse di Genova e di Ancona: ma dovette ri­nunciarvi, data la situazione. Dovette pure rinunciare ai con­certi, che tanto gradiva (la cosa le fu proibita dal generale Infante) limitandosi a vedere sempre le stesse persone intime, come la signora Jaccarino, che spesse volte era trattenuta a pranzo, e le signo­rine di Cossilla e Miranda. Finalmente, qualche settimana più tardi, dalla Svizzera ritornaro­no i principi: Umberto andò loro incontro all'aeroporto, riabbracciandoli felice. Essi presero allog­gio nell'appartamento alla "Mani­ca lunga" già occupato dalla Regina Elena.

La domenica seguente, dopo la Messa (alla quale avevano parte­cipato gli addetti alle varie Corti residenti al Quirinale) Maria José presentò le principessine Maria Pia e Gabriella, mentre il Luogotenen­te presentava il principe Vittorio Emanuele con queste semplici pa­role: “Mio figlio.

Anche dopo il ritorno dei ragaz­zi, la vita della Principessa dl Piemonte non mutò. Austera, senza  visite ufficiali La risposta era sempre la stessa quando si chiedeva il perché di questo assenteismo: Durante la Luogotenenza non ò contemplata la figura della moglie ..

Maria José approfondì la pro­pria conoscenza della lingua rus­sa, che aveva cominciato a studia­re durante il soggiorno svizzero. Correvano allora voci di un'azione della principessa negli ambienti di Corte, in favore di una Reggenza: ma nulla avvalora questa Ipotesi alla luce dei fatti. È invece esatta una serie di visite misteriose al Quirinale fatte da una signora, attivissima propagandista del par­tito d'Azione; visite che sfuggiva­no al controllo del pur vigilantis­simo Infante, e che provocarono commenti e pettegolezzi spiacevoli, non soltanto a Roma, originando appunto le voci di una Reggenza.

La principessa voleva ad ogni costo offrire la propria attività per opere benefiche. Ne parlò al professor Castellani, ricevette la con­tessa Vicino Pallavicino allo scopo di aprire un laboratorio per aiutare le famiglie dei prigionieri e dei reduci: interessò donna Carlotta Orlando Carabelli, interessò pure la stessa signora De Gasperi, ed in­sistette sulla necessità di fondi per aiutare tanti derelitti. Infine, ascoltato il comm. Paci, incaricato della beneficenza privata dei principi di Piemonte e che ormai aveva dato si può dire tutto, la principessa si reco dal Luogotenente ed ottenne la somma che occorreva, consegnandola alla signora De Gasperi. Quando la signora Gillet, del posto di ristoro della P.C.A. della stazione Termini, si recò dalla principessa in visita dl omaggio ed espose i desideri dei reduci. Maria José si rivolse ed ottenne dal ministro Lucifero la somma da mettere a disposizione della P.C.A. Ad ogni reduce, a nome di casa reale, fu­rono date lire 200.

Occorre ricordare che allora ar­rivavano dai ventimila ai trenta­mila reduci al giorno. Arrivavano stanchi, laceri, affamati: e molte volte il piccolo peculio che erano riusciti a raggranellare nei lunghi mesi di prigionia veniva loro ru­bato durante il viaggio. In generale conservavano ancor viva la fede monarchica. E fu un grave errore da parte monarchica, spe­cie dell'ammiraglio Garofalo, il non capire l'importanza che aveva que­sta massa di giovani. Ma la rispo­sta era sempre la stessa: «La mo­narchia non può farsi della récla­me, deve reggersi da sé, non deve ricorrere a forme commercialisti-che di propaganda

Così, dieci ufficiali reduci dal­la prigionia in Germania che si re­carono a Napoli per ossequiare Vittorio Emanuele III urtarono inutilmente contro questo muro di silenzio, cui faceva da scolta il fedele ma troppo formalistico ge­nerale Puntoni. I reduci vennero a Roma, ove non solo furono ricevuti direttamente dal Luogotenente, ma, date le loro condizioni, vennero anche ospitati per vari giorni al Quirinale. E se Umberto avesse avuto una maggiore disponibilità economica, avrebbe aiutato un nu­mero ancor maggiore di persone. Il conte Augusto Premoll potreb­be del resto dire con cognizione di causa quante volte ebbe l'inca­rico dal Luogotenente di vendere quadri e mobili di valore, onde ri­fornire la cassa della beneficenza che era sempre vuota.

La stessa colpevole negligenza da parte della burocrazia di Corte si dovette osservare allorché si trattò dei prigionieri di ritorno dalla Russia.

Il primo convoglio giunse a Ro­ma il 15 novembre del 1945 alle ore 7. Il giorno prima colonnello dei granatieri A., reduce dalla pri­gionia in Egitto, si presentò diret­tamente all'ufficiale di ordinanza del Luogotenente, capitano Avalle, chiese udienza per motivi urgen­tissimi, e venne subito ricevuto.

Umberto lo abbracciò commos­so, conoscendolo fin da quando era con lui al 1° Granatieri. Il visitato­re espose chiaramente il motivo della sua visita: accogliere i redu­ci, assisterli, riceverli al Quirinale.

mercoledì 4 giugno 2025

Il diario inedito di Maria José. "Aveva vinto la Monarchia"

 

Il mistero, o meglio l'intrigo, si concretizza il 5 giugno 1946. La sera del 4 giugno, come conferma un brano inedito del diario di Maria José, i Savoia sono convinti di aver vinto il referendum. «Il 4 giugno - scrive la regina - mi recai a cena a casa Orsi in compagnia del Presidente della Croce Rossa, era presente anche il ministro Corbino. Verso la mezzanotte e mezza del 5 giugno egli ricevette una telefonata dal ministero: la monarchia si attestava al 57 per cento e mancavano solo i voti delle isole».

 

Pareva fatta, insomma, o almeno questo era il clima alla corte di Re Umberto. Poi la mattina del 5 giugno, ecco il cambio di paradigma: è la Repubblica ad essere in vantaggio, anche se lo spoglio delle schede procede con una lentezza esasperante. Anche Sofia Jaccarino, dama di corte, conferma nei suoi ricordi, mai letti finora, quella virata inspiegabile e si dà una risposta perentoria: «Vidi Re Umberto al Quirinale il 5 giugno al mattino, erano le 10.30. Da poco Romita ( Giuseppe Romita, ministro dell'Interno, ndr) aveva comunicato il cambio di vantaggio a favore della Repubblica. Il Re mi disse: Ma sai, i Russi sono alla frontiera. Lo trattarono da prigioniero nel suo stesso palazzo. Aveva deciso di restare. Fu spinto all'esilio».


Insomma, a mettere insieme sospetti e retropensieri, ma anche qualche indizio, la Repubblica fu battezzata nel peccato originale di un voto non proprio limpidissimo.

Sono passati settantanove anni e certo nessuno vuole tornare indietro, ma gli studi su quel che accadde in quei giorni concitati e drammatici accendono nuove perplessità. La frontiera cui accennava Umberto era ovviamente quella di Trieste e già questo dato lascia intendere la complessità del contesto internazionale e dunque le possibili spinte e controspinte di quelle interminabili settimane. Per i Savoia, a mano a mano che emergono le testimonianze dei protagonisti, era chiaro che la vittoria era arrivata ma venne portata via, forse per non compromettere delicati equilibri interni e internazionali.

Anche Vittorio Emanuele accredita la versione della moglie di Umberto: «Fu mia madre Maria José a dirmi come andarono le cose. La vittoria della Monarchia era certa, mi disse che brindò al risultato assieme governatore della Banca d'Italia, al ministro Corbino e al Presidente della Croce Rossa nel mattino del 5 giugno a casa Orsi. Non immaginavano che accadesse quel che poi è accaduto».

I risultati furono capovolti e per i Savoia fu la fine. Che cosa successe? Un milione e mezzo di schede furono oggetto di contestazione, ma le verifiche furono rapide e superficiali. Ci furono anche segnalazioni di brogli in molte sezioni del Sud e questo alimenta una contronarrazione, opposta alla versione ufficiale. «La leggenda - spiega Filippo Bruno di Tornaforte, presidente del Centro Studi per la Real Casa che sta lavorando a un libro sul tema - dice che furono i voti del Nord a cambiare la situazione.

In realtà le schede che mancavano erano quelle del Sud, tradizionalmente monarchico, e dunque questo rende ancora più sospetto il risultato finale che a quel punto nessuno si attendeva».

Il 13 giugno Umberto partiva per il Portogallo e l'esilio da cui non sarebbe mai più tornato.

Fonte:

Il diario inedito di Maria José. "Aveva vinto la monarchia" - il Giornale

domenica 23 luglio 2023

Novalesa: mostra “La giovinezza di un Regno”, la storia di Umberto II e Maria Josè.


MOSTRA SU CASA SAVOIA A NOVALESA

Novalesa presso la casa parrocchiale è allestita a mostra “La gentilezza di un Regno“. Si tratta di immagini e documenti che raccontano le vicende istituzionali e personali di Re Umberto II e Maria Josè. L’esposizione è visitabile le domeniche di luglio e agosto dalle 15 alle 18. Chi era Umberto di Savoia e quando ancora è celato dalle sua vita e del suo brevissimo regno? Quali sono le sfaccettature del carattere e della vita della regina Maria Josè di Belgio? In questa mostra curata da don Luigi Crepaldi, con il suo stile ed eleganza, vengono proposte di figure importanti nel panorama storico dello scorso secolo. Due personaggi, non marginali, nel nuovo assetto istituzionale che il referendum Monarchia-Repubblica. Una coppia reale affatto semplice e scontata. Due mondi, quello Savoia d’Italia e quello dei Sassonia di Belgio, differenti per stile, ma uniti dalla stessa passione per i cittadini, il rispetto per le prerogative di governo e il garbo istituzionale. Ecco la mostra “giovinezza di un Regno”.

UMBERTO E MARIA JOSÈ

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https://www.lagendanews.com/novalesa-mostra-di-un-regno-la-storia-di-umberto-ii-e-maria-jose/

martedì 18 ottobre 2022

La Regina indomita e socialista che gli italiani amavano, ma che fu solo “ Regina di Maggio”

 Il 29 ottobre, a Cortona, presentazione del libro “ Maria José, regina indomita” di Luciano Regolo

La regina indomita e socialista che gli italiani amavano, ma che fu solo “ regina di Maggio”

Appuntamento culturale importante il 29 ottobre prossimo a Palazzo Casali in Cortona. Infatti alle sedici e trenta di questo sabato di fine ottobre 2022, nella Sala Medicea, verrà presentato il bel libro di Luciano Regolo “ Maria José, regina indomita”, pubblicato recentemente dalle Edizioni Ares di Milano.

Luciano Regolo, classe 1966, giornalista e saggista , ha lavorato per Repubblica, Oggi e Chi. Ha diretto Novella 2000, Eva Tremila e Vip, il quotidiano L’Ora della Calabria, ricevendo a Ischia nel 2014 il Premio speciale per la difesa della libertà di stampa. Dal 2018 è condirettore per la Periodici San Paolo di Famiglia Cristiana e di Maria con te ed è  considerato il più profondo conoscitore di Casa Savoia.

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La regina indomita e socialista che gli italiani amavano, ma che fu solo “ regina di Maggio” (letruria.it)

mercoledì 13 luglio 2022

Le tante vite di Maria José, “regina di maggio”

 


La “Regina di maggio” che emerge dalle pagine della biografia di Luciano Regolo, Maria José. Regina indomita (Ares, 2022) è una donna troppo, troppo  moderna, per i suoi tempi. L’ampio volume, corredato da un invito alla lettura di Maria Beatrice di Savoia, dalla prefazione di Francesco Perfetti e dalla postfazione di Donatella Bolech Cecchi, offre il ritratto di una donna che, nella sua lunga esistenza (nata nel 1906 a Ostenda, in Belgio, morì in Svizzera nel 2001), ha attraversato tante vite diverse.

 

E il volume queste età le rievoca tutte nel dettaglio, a partire dall’infanzia, definita Gli anni felici del “leoncino” di Laeken (leoncino per la criniera di capelli ricci), sino al tempo della formazione al collegio fiorentino di Poggio Imperiale, per arrivare al matrimonio con il futuro Umberto II – anche se Regolo analizza con molta acribia i retroscena di quell’unione (Capitolo IV. Maintenant, c’est fait. Un sogno d’amore e le sue verità nascoste) –, e poi agli anni della guerra e quelli dell’esilio, della vecchiaia in Messico e, infine, del ritorno in Svizzera, quando Maria José coltivò la passione per la storia e la scrittura.

 

Umberto parlò sempre con grande stima e affetto di Maria José, ma, dall’unione con quel compagno di vita che le era stato destinato fin da quando era undicenne, la “Regina di maggio” ricevette, se volessimo fare un bilancio, più amarezze che gioie, vuoi per il contesto politico dell’Italia fascista, vuoi per la natura introversa e tormentata del marito, vuoi per le consuetudini della famiglia Savoia, dove, si diceva, “si regna uno per volta”. Suo malgrado, il Principe non poté renderla felice, e, giorno dopo giorno, si infranse l’aspettativa di quell’attrazione, coltivata fin da quando la regina era bambina.

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https://www.ilsussidiario.net/news/storia-le-tante-vite-di-maria-jose-regina-di-maggio/2372590/

venerdì 19 novembre 2021

“Maria Josè, l’ultima Regina d’Italia”

Come sempre affidiamo al senso critico dei nostri amici la lettura degli articoli che segnaliamo raccomandando la massima attenzione a distinguere i pettegolezzi dai fatti di storia.




All’OFF/OFF Theatre con Elena Croce. Moglie infelice e ferita, del marito si era innamorata al primo incontro


Nell’ultimo fine settimana di novembre, da giovedì 25 a domenica 28 novembre, l’OFF/OFF Theatre accoglie la storia di una donna controversa, l’ultima Regina d’Italia, la cui vita è essa stessa parte della storia di tutti noi. È Maria José, la sposa dell’ultimo sovrano italiano, Umberto II di Savoia, a capo di una nazione che dopo aver visto i due coniugi come regnanti, vivrà un’epoca totalmente nuova. La donna, il suo ruolo, la sua vita, tutto questo va in scena grazie all’interpretazione di un’intensa Elena Croce, protagonista nei panni di Maria José, nel testo scritto e diretto da Silvano Spada, nell’anno in cui ricorrono i vent’anni dalla sua scomparsa.

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https://www.farodiroma.it/

sabato 9 maggio 2020

Il 9 Maggio1978, il Re, i monarchici e l'assalto allo Stato delle brigate rosse


Il 9 Maggio è l'anniversario di tante cose. Dalla proclamazione del nostro effimero Impero, all’ascesa al Trono di Re Umberto II, all’assassinio di Aldo Moro.

Nel 1978 il Re era, seppur esiliato, ben presente nella vita politica italiana e i monarchici, pur senza rappresentanza parlamentare partitica, potevano contare su un’organizzazione agguerrita come l’UMI ed il suo FMG e su una discreta lobby in Parlamento.

Vogliamo riportare oggi l’articolo che scrisse Sergio Boschiero, storico Segretario generale dell’UMI, dopo l’assassinio dell’on. Moro ed il telegramma che i Sovrani inviarono dall'esilio alla vedova Moro.




Il barbaro assassinio di Aldo Moro è stato consumato. Terroristi ignoti solo alle forze dell'ordine hanno potuto tenere prigioniero il presidente della DC e procedere poi alla esecuzione. Ma questo avvenimento non può essere considerato come un fatto indipendente da tutta una trama eversiva che sta travolgendo la Nazione. E fanno semplicemente ridere le affermazioni del tipo «lo Stato si difende», «il popolo è compatto», «difendiamo la repubblica ». Lo Stato non è in grado di difendersi dal attacco       dei guerriglieri, il popolo non è affatto compatto e in quanto a difendere la repubblica e le sue istituzioni si tratta di frasi ad effetto perché la realtà è ben diversa.
E allora cosa occorre fare? Come provvedimento immediato non vi è altra soluzione che adottare provvedimenti eccezionali non escludendo la mobilitazione delle Forze Armate.
A questo riguardo sia detto una volta per tutte che appare risibile tenere in piedi un apparato militare in vista di una futuribile guerra mondiale mentre è in atto una guerra in casa. Mentre le attuali forze armate non potrebbero fare nulla contro un'aggressione esterna potrebbero e devono essere
L'incontro in terra straniera con il Re Umberto II fa sentire tutto l'orgoglio di sentirci monarchici non tanto e solo per quello che di grande la Monarchia sabauda ha voluto significare nella Storia italiana, quanto per le risorte certezze e speranze in ordine al ruolo che la rinnovata Monarchia potrebbe tornare a svolgere nell'interesse dell'Italia e del suo popolo.
La realtà dell'Italia repubblicana è nel disfacimento dello Stato, nello smarrimento dei cittadini, nella decadenza di ogni impiegate per stroncare la guerriglia interna. Così hanno fatto e fanno altre nazioni che sono state prese nel vortice della guerra civile.
Ma quel che è più grave è che non solo non si ricorre a queste misure di emergenza ma si finisce di abbattere quello che rimane dei servizi di sicurezza con l'allontanamento di ufficiali e sottufficiali che erano ancora in servizio tra le rovine del SID.
Ma al di là degli interventi tattici contro i terroristi resta il problema di fondo, resta il politico. Il regime sta agonizzando e giustamente Saragat ha detto che con Moro è morta la prima repubblica.
Ecco dunque che si pone il problema della successione della forma istituzionale. E nessuno che abbia un minimo di raziocinio può lontanamente pensare che un'altra repubblica sia in grado di far fronte al caos attuale.
Occorre ridare fiducia agli italiani che devono credere negli ordinamenti statali, occorre elevare il tono ideale della Nazione e in particolare di coloro che si battono contro i nemici interni manovrati dallo esterno. Tutto ciò non può avvenire con un sistema moribondo che consente ad un Curcio di elogiare la condanna a morte dì Moro senza che qualcuno abbia il coraggio di prendere adeguati provvedimenti.
L'opinione pubblica sempre più frastornata chiede con urgenza che sia ristabilito il principio dell'autorità della Legge ma, lo sappiamo tutti, non ha nessuna fiducia in coloro che detengono il potere.
È quindi necessario cambiare subito musica, cambiare sistema, cambiare regime. Questo gli italiani lo comprendono perfettamente ma devono essere le forze portanti della vita sociale a realizzare il mutamento di rotta. L'attuale suicidio di Stato è una forma di lenta agonia che non può certo giovare se non a quanti intendono destabilizzare la vita pubblica.
Per uscire dalla crisi occorre volontà e anche fantasia: come ad esempio l'unione di molte forze politiche che potrebbero dare un fattivo contributo per eliminare la mala pianta del terrore.
La Spagna dopo il ritorno della Monarchia ha potuto voltare pagina e ha conseguito anche il risultato di avere un partito comunista sconfessato da Mosca.
In Italia senza uno Stato serio siamo ancora alle prese con un partito socialista che è sempre e solamente capace di proporre soluzioni di resa.
È tempo dunque di un discorso realistico che deve impegnare tutte le forze politiche prima che l'Italia diventi terra di nessuno. Così come vogliono coloro che manovrano i vari brigatisti e nappisti.

Sergio Boschiero



venerdì 13 dicembre 2019

Maria José del Belgio: la “Regina di Maggio” che fu l’ultima Sovrana d’Italia



di Giovanna Francesconi

Maria Josè nacque nel 1906, figlia di Alberto (divenuto re Alberto I nel 1909) e di Elisabetta di Baviera, figlia di Carlo Teodoro, fratello di Sissi. Destinata fin da piccola a sposare Umberto di Savoia, dopo le prime scuole in Belgio fu mandata a studiare a Firenze. Sposò Umberto nel 1930 e si stabilirono a Torino.

Nonostante il loro fosse definito un matrimonio d’amore non lo fu affatto

Umberto aveva ricevuto un’educazione molto severa, era religioso, ligio all’etichetta, alla vita di corte, obbediva ciecamente al padre anche quando era in disaccordo, Maria José, cresciuta in una corte libera e illuminata, non amava i cerimoniali di corte, le occasioni mondane, preferiva la vita semplice in compagnia di amici e persone che la interessavano veramente, era indifferente alla religione e scandalosamente ”moderna”, fumatrice e bevitrice. Non erano davvero una coppia ben assortita.
A Torino Maria Josè fece ‘salotto’ per conto suo, ricevendo artisti, filosofi e personalità di vario tipo in completa indipendenza dal marito, occupato con la vita militare e disinteressato alle frequentazioni della moglie. Nel 1933 si trasferirono a Napoli, dove restarono fino all’inizio della seconda guerra mondiale. Qui nacquero Maria Pia nel 1934, Vittorio Emanuele nel 1937 e Maria Gabriella nel 1940. L’ultima figlia, Maria Beatrice, nacque a Roma nel 1943, dopo il trasferimento al Quirinale.

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sabato 9 febbraio 2019

Napoli, omaggio alla Regina Maria Josè


Nell'anniversario del suo richiamo a Dio, l'Associazione Internazionale Regina Elena Onlus e Tricolore, associazione culturale, hanno ricordato la terza Regina dell'Italia unita con una S. Messa organizzata a Napoli, presso la Basilica Reale Pontificia di S. Francesco di Paola, in piazza del Plebiscito. 
Il Sacro Rito è stato presieduto dal Rettore della Basilica, Padre Mario Savarese, che ha lungamente ricordato la vita e l'opera della Regina durante l'omelia. Persona forte e volitiva, Maria Josè del Belgio ha vissuto sempre in prima linea, affrontando le difficoltà della vita con dignità ed autentica regalità.
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http://www.larampa.it/2019/02/06/foto-napoli-omaggio-alla-regina-maria-jose/

mercoledì 6 febbraio 2019

lunedì 14 gennaio 2019

Intervista alla Regina

La Regina con Giacomo Maugeri
Sul sito dedicato a Re Umberto II la penultima puntata dell'intervista rilasciata dalla Regina Maria José nel 1958.


mercoledì 26 dicembre 2018

Intervista alla Regina Maria Josè



L'arrivo a Lisbona  della R.N. Duca degli Abruzzi con a bordo la Regina ed i Principi Reali, accolti dall'ambasciatore Rossi longhi che pochi giorni dopo accoglierà all'aeroporto il Re Umberto II.

L'inizio dell'esilio nelle parole della Regina Maria José.

www.reumberto.it

domenica 18 novembre 2018

Intervista alla Regina Maria José

Il soggiorno in Svizzera, le visite ai Militari Italiani, il rientro in Italia attraverso la Val d'Aosta e la partenza per l'esilio nella parole della Regina.




La Regina a bordo del "Duca degli Abruzzi" arrivato nel porto di Lisbona riceve il saluto
dell'Ambasciatore d'Italia Rossi Longhi.

lunedì 15 ottobre 2018

Intervista alla Regina Maria José


I tentativi della Principessa di Piemonte attraverso Italo Balbo ed il Duca d'Aosta per scongiurare l'entrata in guerra dell’Italia.
Il trasferimento in Svizzera dopo l’8 settembre.

mercoledì 5 settembre 2018

Intervista alla Regina Maria José


La XII parte dell'intervista della Regina del 1958 sul sito dedicato a Re Umberto II. La guerra alle porte. I tentativi della Principessa di Piemonte per evitarla.


La Regina ad Annecy, Savoia