NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 20 dicembre 2017

La verità, vi prego sul Re Vittorio Emanuele III che non fu mai un razzista

Cari amici delle comunità ebraiche italiane,
oggi, tra tante notizie che spesso condivido, avete purtroppo diffuso una #fakenews e lo avete fatto nel modo più dannoso per voi stessi - quello dell'ufficialità come UCEI, in persona del Presidente Noemi Di Segni - unendovi alla calunnia di Vittorio Emanuele III, addirittura dichiarando inquietudine per la sua sepoltura in patria.

A vostra giustificazione sta la circostanza di un antico sentimento generalizzato nei vostri confronti in certi anni del Regno di Vittorio Emanuele, e gli ultimi della Monarchia; ma dicendo una cosa simile proprio per quel Re avete fatto di tutta l'erba un fascio, e di ogni italiano con buoni sentimenti di amore della storia patria - in breve, ed a torto - un "fascista", perché vi siete accaniti proprio sul primo, e forse unico vostro connazionale tra tutti, che, senza nulla togliere anche al ruolo del Vaticano in quegli anni, vi difese con una minima efficacia.

E' possibile infatti raccontare diversamente la storia di quel Re, alla luce di principi di buon senso in cui voi stessi certamente vi riconoscete, e che oggi state però dimenticando.
I sistemi civili, usualmente, non condannano i terzi che nulla potevano immaginare dei crimini di un reo, per il fatto di questo. È la formula del diritto dei moderni per cui: "la responsabilità penale è personale". Così non chiunque abbia a che fare con un criminale, ma solo chi, sapendo cosa questi fa, deliberatamente lo aiuti, è tenuto per responsabile di un reato da sé (e non dall'altro) commesso.
Una conseguenza di ciò è che il Re che nel 1922 fece la scelta di non reprimere la marcia su Roma con le armi ed invece diede l'incarico a Mussolini di formare un governo (col sostegno dei partiti dell'epoca) a quell'epoca favorì un uomo le cui azioni future all'epoca non erano in alcun modo prevedibili con riferimento agli ebrei italiani, e dunque non entrarono mai nella sua responsabilità personale.
Al riguardo infatti esistono elementi storici forti a sostegno del fatto che il Re nel 1922 ed almeno per i dodici anni seguenti non potesse in alcun modo immaginare che Mussolini si sarebbe spinto fino ad emanare leggi razziali contro una parte degli italiani. La politica di Mussolini infatti rimase sostanzialmente antirazzista almeno fino al 1934.
Vi sono diversi fatti a comprovarlo, tra cui discorso alla Fiera del Levante del 6 settembre 1934, in cui riferendosi all'antisemitismo diceva: "Il Mediterraneo è un mare certamente meridionale. È sulle rive del Mediterraneo che sono nate le grandi filosofie, le grandi religioni, la grande poesia e un impero che ha lasciato tracce incancellabili nella storia di tutti i popoli civili. (Applausi vivissimi). Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine di oltr’Alpe, sostenute dalla progenie di gente che ignorava la scrittura, con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto. (Acclamazioni altissime).").
Ma non era, questa di Mussolini, una cosa isolata. Era anzi normale essere fascisti ed ebrei. Ancora nel 1934, Il banchiere piemontese Ettore Ovazza, zio di Alain Elkann, che era ebreo e fascista, dimostrando che era ben possibile farlo, fondò la rivista "La nostra bandiera", in cui esponenti dell'ebraismo italiano pubblicavano riflessioni a sostegno del fascismo. Questa storia è poco conosciuta, ma nondimeno è avvenuta. Sul giornale pubblicarono scritti il rabbino di Torino Dario Disegni, il rabbino di Pisa Hasdà che scriveva ancora nel 1936 al Duce comunicando "inalterabili sentimenti di simpatia, devozione, ammirazione", e così via i rabbini di Trieste, Zolli, e di Mantova, Calò che tradusse in ebraico la "Vita di Arnaldo Mussolini", di Genova, Pacifici, che vedeva nella patria italiana la realizzazione della Torà. Etc. (Di questo ed altro nel saggio di L. Ventura Il gruppo de "La nostra bandiera" di fronte all'antisemitismo fascista (1934-1938), in Studi Storici, Anno 41, No. 3, Ebrei italiani, memoria e antisemitismo (Jul. - Sep., 2000), pp. 711-755, pubblicato anche su Jstor dalla Fondazione Istituto Gramsci, al link http://www.jstor.org/stable/20567032).
Quanto sopra dimostra la totale assenza di razzismo nella scelta del Re di nominare Mussolini nel 1922.
Pensare il contrario sarebbe come attribuire una responsabilità per "razzismo" all'azione di partorire il piccolo Adolf Hitler intrapresa da sua madre, nel 1889.
Tuttavia si dice anche che il Re avrebbe avuto una responsabilità passiva, perché, una volta chiarito quanto stava accadendo, non rifiutò la firma alle leggi razziali il 5 settembre 1938.
Eppure delle istituzioni liberali di quell'epoca può dirsi che esse, usualmente, e ancora oggi, prevedono che per ogni sovrano costituzionale, in Monarchia o in Repubblica, la firma di un atto approvato a larga maggioranza sia considerata dovuta, in omaggio al potere del Popolo, per cui responsabile non è chi per ultimo firma, ma la maggioranza che approva - la volontà della quale non può essere ostacolata senza un senso e una prospettiva storica che, ad un tale affronto, conferiscano utilità ed efficacia. Se, infatti, la firma fosse negata là dove non vi fosse alcun consenso per farlo, questo condurrebbe solo alla scomparsa del controllo dato dalla firma, che è prima di tutto un controllo di legalità formale (che in Italia c'era) e, senza per questo fermare una volontà inarrestabile, si limiterebbe a togliere un freno a qualsiasi altro abuso, facendo venire meno un'intera attività di controllo.
Applicando il principio, può trovarsi quella che è una banale ovvietà: nel 1938 il paese vibrava nella sua adorazione del Duce, che aveva raggiunto in quel momento un consenso totalitario in uno stato via via rimodellato, e se il Re gli si fosse opposto, senza ottimi argomenti validi per l'epoca, questi sarebbe stato allora puramente e semplicemente esautorato.
Si noti che quando si parla di "argomenti validi per l'epoca" si intendono non le ovvie invettive di oggi, ma argomenti adeguati per quel tempo diverso. Argomenti per quella che fu, checché se ne dica oggi, un'epoca della storia umana complessivamente assai ostile alle minoranze di ogni tipo, razzista nell'intero mondo e specificamente antisemita in Europa.
Sembra necessario a questo punto ricordare che certe vergogne sono state estese e condivise ben oltre l'Asse Berlino Roma, sia dalla Russia dei pogrom che dagli Stati Uniti del Ku Klux Klan o dall'Inghilterra dei nazisti di Mosley, e non si possono negare strumentalmente riferendo al Re o a Mussolini l'invenzione o un impulso così determinante per l'antisemitismo che era ben precedente ad entrambi, ed originariamente estraneo di certo al Re (ed anche probabilmente a Mussolini, come sostengono diversi storici).
In proposito è bene affermare che è vero ed è orribile, che la Monarchia inglese firmò e mantenne le leggi contro i gay che diedero luogo al caso di Alan Turing ancora nel dopoguerra, e che la presidenza americana firmò e mantenne le leggi razziali vigenti fino agli anni '60, e che questo non rende migliore l'atto di Vittorio Emanuele III di firmare le leggi razziali.
Ma almeno ciò dimostra benissimo che la firma in ognuno di questi tre casi fu solo l'ultimo atto di un processo che non era stato deciso da quei capi di Stato, ma dalle popolazioni votanti, stolide a qualunque riforma, anche di fronte e contro alla grande lezione antirazzista della seconda guerra mondiale, per il quale colpevolizzare Vittorio Emanuele III di Savoia appare semplicemente ridicolo.
Si rifletta che, in Italia, una camera di fascisti inizialmente eletta, votò all'unanimità le leggi, ed una camera invece di senatori liberali, risalenti al periodo politico precedente e nominati a vita, pure votò tranquillamente quasi all'unanimità (9 contrari) le stesse leggi! Né il consiglio di Stato e la Cassazione, a cui pure il Re chiese parere, si distinsero. Nessuno avrebbe appoggiato il Re se, rivolgendosi da un balcone avesse detto agli Italiani: "Non firmerò queste leggi per difendere cinquantamila vostri connazionali". Sarebbe stato bellissimo? Senz'altro. Sarebbe servito a qualcosa? Assolutamente no, se non a correre un rischio di far cadere la Monarchia e a provocare l'anticipo del tentativo di sterminio degli ebrei italiani all'anno 1939 anziché all'anno 1943.
Non c'è così davvero alcun modo ragionevole con cui gli ebrei italiani possano oggi ritenere responsabile il Re Vittorio Emanuele III per l'atto di una firma di quel che non era realmente in alcun modo una sua decisione, ma un processo troppo più ampio, la colpa del quale era versata in tutti gli italiani salvo pochissimi giusti, e non può e non deve essere ridotta in un solo capro espiatorio.
Ma ciò non vuol dire che il Re ignorasse il problema. In proposito è bene ricordare cosa scrisse nei propri diari il fascista Ciano, all'epoca altissimo esponente del regime, dell'atteggiamento del Re rispetto alla firma delle leggi razziali: "Trovo il Duce indignato col Re. Per tre volte, durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al Duce che prova un'infinita pietà per gli ebrei [...] Il Duce ha detto che in Italia vi sono 20000 persone con la schiena debole che si commuovono sulla sorte degli ebrei. Il Re ha detto che è tra quelli. Poi il Re ha parlato anche contro la Germania per la creazione della 4 divisione alpina. Il Duce era molto violento nelle espressioni contro la Monarchia. Medita sempre più il cambiamento di sistema. Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni" (G. Ciano, Diario 1937-1943, giorno 28 novembre 1938).

Non si può quindi rimproverare a Vittorio Emanuele III di Savoia di non aver esposto a Mussolini la propria contrarietà a firmare le leggi, per tre volte, ma neppure si può pretendere che egli avrebbe mai potuto arrestare il capo del Regime già nel 1938, perché a quell'epoca Mussolini era sostanzialmente incontrastabile per il consenso goduto.

A questo punto una domanda: secondo voi fu forse una fatina buona, anziché il Re, a impedire che in questo periodo le leggi rimanessero solo quelle del 1938 e non venissero irrigidite al livello tedesco?
Al contrario, sembra doversi dire che, se nel 1938 il Re non poté fermare Mussolini dall'adottare le leggi rifiutando di firmarle, il che sarebbe stato una dichiarazione di guerra al regime, nondimeno dichiarando la sua contrarietà lo fermò per gli anni seguenti, nei quali, con il consenso limitato dal conflitto, e la militarizzazione del paese che ridiede potere ai generali fedeli al Re, il fascismo si trovò impossibilitato a procedere di pari passo con la Germania nella soluzione finale.
Secondo gli storici “Si deve obiettivamente riconoscere che fino all’8 settembre 1943 la persecuzione razziale in Italia fu contenuta in limiti moderati e di portata soprattutto economica(…)” (Centro di Documentazione ebraica contemporanea, volume a cura di Guido Valabrega, dal titolo : “Gli ebrei in Italia durante il Fascismo”, marzo 1962).
Ma questo non è un sapere nascosto. Basta leggere Wikipedia per verificare che "Per tutto il primo periodo bellico il regime fascista e l'esercito italiano si attennero alle politiche discriminatorie messe in atto con le leggi razziali, le quali non contemplavano lo sterminio fisico degli ebrei sotto giurisdizione italiana o la loro consegna all'alleato tedesco, favorendo piuttosto soluzioni alternative quali l'emigrazione in paesi neutrali.[36] Così nel 1942 il comandante militare italiano in Croazia si rifiutò di consegnare gli ebrei della sua zona ai nazisti. Nel gennaio del 1943 gli italiani rifiutarono di collaborare con i nazisti nel rastrellare gli ebrei che vivevano nella zona occupata della Francia sotto il loro controllo, e nel marzo impedirono ai nazisti di deportare gli ebrei dalla loro zona. Il Ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop presentò un esposto a Benito Mussolini protestando che "i circoli militari italiani ... mancano di una corretta comprensione della questione ebraica"." (Il fascismo cade il 25 luglio 1943, l'Italia lascia l'Asse l'8 settembre 1943, la Monarchia perde il controllo del nord Italia a nazisti ed RSI il 12 settembre 1943, dunque tutto ciò avvenne ancora con Mussolini al potere, ed ancora con il Re ad equilibrarlo).

Se Vittorio Emanuele III di Savoia non ci fosse stato dal 1938 cosa sarebbe successo? Avrebbe evitato qualcosa o peggiorato le cose? Nel 1943, senza il Re, ci saremmo smarcati da Hitler lo stesso, o avremmo fatto la fine della Germania, arata a bombe fino all'ultima casa di Berlino?

Voi che avete letto fin qui, se siete ancora davvero convinti che dal 1938 al 1943 sarebbe stato tutto uguale senza Vittorio Emanuele III in carica, e che già nel 1922 fosse ovvio chi era Benito Mussolini (con decine di rabbini a sostenerlo per altri dodici anni) potrete continuare a pensare che nulla sia sbagliato nella critica della Di Segni.

Se altrimenti vi fosse venuto un minimo dubbio, vi prego, chiedetevi se non state negando oggi la memoria a chi, per quanto poteva, in un tempo tragico e circondato da criminali, aiutò gli ebrei italiani.

Ringraziamo il Dottor Giovanni Basini, autore dello scritto, per averci autorizzato alla pubblicazione.