NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 30 maggio 2017

Il Potere dei Savoia. Regalità e sovranità in una monarchia composita

Venaria Reale (Torino)
Per secoli i sovrani sabaudi - conti, duchi e, infine, Re - dominarono un insieme di territori molto diversi fra loro per caratteristiche linguistiche, geografiche, culturali, economiche e politiche.
 - Fra Medioevo ed Età Moderna gli Stati sabaudi si configurarono come una «monarchia composita», formalmente parte del Sacro Romano Impero. Fra Sette ed Ottocento essi assunsero un carattere via via più unitario e centralizzato, ma fu solo con il regno di Carlo Alberto che divennero una vera propria monarchia nazionale. Si aprì, allora, quella vicenda risorgimentale, che portò nel 1861 alla nascita del Regno d’Italia.
Venaria Reale (Torino) -Il quinto Convegno internazionale dei Sabaudian Studies intende, quindi, essere una riflessione sulle forme della sovranità e della regalità della dinastia dal XV al XIX secolo, ponendosi in dialogo sia con la mostra Dalle regge d’Italia. Tesori e simboli della regalità sabauda, in corso presso la Reggia di Venaria (che affronta gli anni in cui i Savoia furono re d’Italia), sia con gli studi che nell’ultimo ventennio hanno profondamente rinnovato la storiografia su questi spazi.

L’ingresso al convegno è libero. Durante il convegno sarà attivo un servizio di traduzione simultanea per la lingua inglese. In collaborazione con Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino e Centro Studi Piemontesi.

Il primo soldato d'Italia - II parte

Il salvataggio delle tende.
Il cuciniere fu messo subito in valore, ma c’era ben poco da fare. Bisognava soprattutto trattenere le tende che il vento voleva portare in... territorio austriaco. Tutti gli uomini erano lì, sotto la pioggia, a legare agli alberi ed agli arbusti le funi delle grosse tele. Era una lotta disperata e allegra con la natura. Niente di tragico, ma restar tutti allo scoperto sarebbe stata una bella noia. Il Re mangiò della carne in conserva, bevve del marsala e volle uscir fuori. Un ufficiale gli offrì il suo mantello, il Sovrano vi si avvolse e sotto la pioggia scrosciante e il vento impetuoso accorse fra i soldati.
Li vide intenti alla strana opera di salvataggio. Un alpino s’era abbracciato con comica desolazione ad una tenda già mezzo scossa e ridendo come un matto, gridava : - O te o la morte!
Prima di lasciarti scappare farò qualunque sacrificio! Ohè, ragazzi, acchiappatele per i pioli! - Un altro alpino aveva ficcato le braccia nelle feritoie della sua minuscola tenda ed aveva incrociato le braccia sul resto, cosi che appariva avvolto nell'enorme tonaca improvvisata, come uno stranissimo frate guerriero. Scene di questo genere si svolgevano dovunque, su uno spazio di trecento metri. Il Re vide e scoppiò in una bella risata. Poi volto ai soldati:
- Ragazzi, non ne deve scappareuna! E se una sola ne vola, andremoa riprenderla in Austria!
Si voltarono e videro il Re. Tuttala compagnia si schierò in un inverosimile saluto: una mano al berrettoed una... alle tende! Non si sapevafare a meno di tener l’attenti davantial Re; ma non si potevano lasciar fuggire lo tele. Fu il Re stesso che disse :
- Avanti, lavorate!
La lotta durò ancora per poco, finchéil grosso del temporale passò e rimasesolo una pioggerella fine e noiosa, cheperò impedì al Re di ritornar giù.
L’oscurità era completa o gli ufficialidovettero mostrare al Sovrano il pericolo cui sarebbe andato incontroavventurandosi per la strada rovinatadal temporale. Fu così che VittorioEmanuele III passò una rigida nottein un accampamento alpino, su unlettuccio da campo, avvolto in un mantello da ufficiale, soldato fra soldati.
L’alba lo trovò già sveglio, in piedi.Grida di entusiasmo altissimo si levarono dalla truppa schierata sulla piattaforma della montagna! soldati eranocommossi davanti al loro Re che avevadormito accanto ad essi, per poche ore,nell’attendamento alpino, come un modesto tenente.
Se a questi ragazzi domani un ufficiale davanti al nemico, griderà : Innome del Re, avanti! - essi si precipiteranno nella lotta con ardore invincibile e con fede centuplicata.

La colezione con i bersaglieri.

E giunto stamane improvvisamentea cavallo su un’altura fortificata. Ilfiume scorre, ingrossato dalle tempesterecenti, a cinquecento metri, su unletto petroso e giallo, visibile nel riflesso della luce anche a distanza.
Pare che le acque corrano sopra unletto di ossa bianche, arrotondandolesempre più.
L'accampamento dei bersaglieri ha accolto il Re con l’entusiasmo solito. Il Sovrano è giunto allenove: fra mezz’ora, rancio. Ha saggiatoprima la carne, poi ha dato gli ordiniper la mensa.
Sotto il magnifico sole mattutinonon ancora cocente, su un gran pratomorbido, un intero battaglione di bersaglieri, su per giù un migliaio diuomini, s’è schierato sull’attenti. Poi,quando il Re è arrivato, tutti si sonoseduti in un larghissimo circolo, intorno a Lui. La mensa ed il menu,uguali per tutti, il Sovrano in mezzo,gli altri intorno, ufficiali e soldati. La conversazione s’è fatta subito animata.
Il Re ha incominciato a parlare coni più vicini Per rispondere alle domande un caporalotto s’è alzato inpiedi, sull’attenti. Ed il Re : - Stabuono. Siedi e rispondi. Pensa a provvedere allo stomaco. Occorre esser fortitutti i momenti. Capitano, si puòavere qualcuna di quelle vostre scatoledi biscotti ?
Le scatole sono arrivate in numerodi dodici. Una delizia, un profumo squisito. I denti giovanili hanno maciullato con molta rapidità. La colezioneera per finire, quando un grosso largoboato vicino s’è fatto sentire : il cannone. Un altro, un altro. Un duellod’artiglieria incominciava, serrato enutrito. Un cannoneggiamento fittos’annunziava.
I soldati sono rimasti un momentoincerti, con l’orecchio teso e i biscottiin mano. Il Re ha chiamato un ufficiale e ha parlato con lui pochi minuti. Poi s’è rivolto ai bersaglieri :
- E il cannone che lavora oltre l’Isonzo. Bene! Preparatevi a muovervi.
Il Comando ha bisogno fra un’oradelle vostre baionette.
La colezione è terminata. Con larapidità che solo i nostri hanno, indieci minuti oltre mille bersaglierierano completamente armati, su unalarga distesa di terreno, pronti a marciare. Bisognava mettersi in riga. Unmovimento vivissimo s’è fatto, ufficiali e graduati subalterni correvanodi qua e di là, ordini brevi e rapidivolavano nell’aria. I soldati caricavano sulle spalle gli zaini, imbracciavano i fucili. Un soldato chiede:
- Ohè, dov’è Sua Maestà?
Una voce oramai nota a tutti i combattenti gli risponde, alle' spalle :- Eccomi. - Il ragazzo, rigido sull’attenti, s’è fatto rosso come un bambino colto in fallo. E il Sovrano: Chiedete del Re sempre che sentiteil bisogno di vederlo.

Il Re comanda: Avanti!

Allora s’è svolta una scena profondamente commovente. Il battaglione sapeva che si andava «alla baionetta».
Prima di partire per la carica, ognuno ha voluto presentare le armi al Re.
Questi, moltiplicandosi con inesauribile energia giovanile, era accanto atutti, a ciascuno diceva una parola d’incoraggiamento e di lode.
- Avanti, ragazzi! Andiamo a dare un’altra lezione agli austriaci! Mostriamo loro che cosa sono le baionette che combattono nel nome di Savoia! In riga!
Il Re stesso ha dato gli ordini. Un colonnello che ha già dato belle provedi valore aspettava l’ordine di marciare. I soldati presi da un entusiasmo frenetico a stento trattenuto aspettavano la parola. Il Re era salito a cavallo e si era messo di lato, inpiedi sulle staffe, solo, col busto eretto e gli occhi scintillanti. Il battaglione era lì, pronto a scattare, come una formidabile molla trattenuta da una forza invisibile, allineato e scintillante di lame brunite e di piume violacee. Quando non un piede era fuori diriga, non una baionetta fuori posto,quattro bersaglieri hanno dato uno squillo di tromba ch’è parso un grido.
Una voce - quella del Re - ha detto:
- Avanti!
Non è stata una partenza, ma uno scatto. La massa stupenda degli uomini s’è mossa tutta insieme, la marcia è incominciata veloce e regolare.
Di lì ad un chilometro o due, la marcia si sarebbe mutata in corsa, lo slancio sarebbe diventato assalto, la baionetta avrebbe fatto miracoli.
Tutto il battaglione è sfilato davanti al Re. Evviva e grida d’entusiasmo arrivavano a Lui da ogni fila:-Maestà, vinceremo e torneremo tutti! - Viva la Regina! - Arriveremo a Vienna! - Viva Savoia! -Viva il Principe di Piemonte! -Avanti, bersaglieri del Re!
Fino a che l’ultimo bersagliere sorridente non è passato, il Re è rimasto in piedi sulle staffe del suo cavallo,facendo segni affettuosi di saluto colcapo, portando spesso la mano al berretto. Il battaglione si è dileguato nella polvere, rapidamente, tra una musica di armi e di canti di guerra.


Il Re aveva gli occhi fissi sui suoi soldati che si allontanavano. Sul volto gli si leggeva una gioia ansiosa e virile, una fiducia illimitata nelle armi e nel diritto d’Italia, una felicità maschia e non celata, una forza indomabile e tenace, che lotterà per la vittoria, fino a che non sia completamente nostra, primo fra i soldati d’Italia, con lo stesso ardore e con lo stesso slancio che tutti i combattenti hanno nell’anima.

domenica 28 maggio 2017

1867: STATO E CHIESA UNITI CONTRO IL BRIGANTAGGIO


di Aldo A. Mola
Centocinquant'anni orsono Regno d'Italia e Stato Pontificio concordarono nella lotta contro il brigantaggio. Il 24 febbraio 1867 Leopoldo Lauri, comandante dei papalini per la zona di Frosinone, e il maggior generale Luigi Fontana dell'Esercito italiano siglarono a Cassino la “convenzione” che autorizzò i propri militari a inseguire i briganti oltre i confini dei rispettivi Stati. Scese la spada di Dàmocle sui delinquenti che da anni sfruttavano il terreno favorevole per le loro imprese. Senza enfasi e in tono sommesso il governo di Pio IX riconobbe il diritto dell'Italia ad annientare il banditismo, dal 1860 spacciato come opposizione legittimista all'annessione del Mezzogiorno alla corona sabauda. L'accordo fu preceduto dai bandi del delegato apostolico, monsignor Luigi Pericoli, per “la più efficace e pronta repressione del flagello brigantaggio che infesta le province di Velletri e Frosinone”.
Esso maturò in un contesto preciso: in forza della Convenzione italo-francese del 15 settembre 1864 (che comportò anche il trasferimento della capitale da Torino a Firenze), Vittorio Emanuele II garantiva l'incolumità dello Stato pontificio, dal quale Napoleone III ritirò le sue truppe, ma Pio IX era tenuto a mantenere l'ordine al proprio interno. Il via-vai di “bande” (fossero briganti, fossero insorgenti politici, magari anche mazziniani, protocialisti e anarchici) sul confine tra i due Stati avrebbe legittimato l'intervento italiano. Il papa non aveva riconosciuto il re d'Italia, ai suoi occhi usurpatore, anzi aveva scomunicato lui, il suo governo e parlamentari e tutti gli “agenti” del sovrano, ma non aveva mai “benedetto” il “grande brigantaggio”, ormai privo di supporti internazionali mentre l'Italia si accingeva a sedere per la prima volta nella Comunità internazionale (Londra, aprile 1867). Neppure Pio IX aveva mai pensato di classificare il banditismo come “guerra civile”.
In effetti, per sua fortuna, l'Italia non ha mai vissuto una vera guerra civile. Meno che meno nel Mezzogiorno, che, con il plebiscito del 21 ottobre1860, dichiarò anzi di volere “l'Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele II re costituzionale e suoi legittimi discendenti”: una scelta senza alternative, una prima grande “festa nazionale”. Il Paese è stato ed è teatro di lotte tra bande (e tante banderuole), ma neppure nell'antichità conobbe guerre civili. Le parole hanno un significato preciso: “guerra civile” è quella combattuta tra cittadini di uno stesso Stato per l'avvento di un regime diverso. Fu Teodoro Mommsen a classificare “guerre civili” quelle dell'antica Roma, tra Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, tra Cesare e Pompeo: una formula generica, posticcia e anacronistica. La successiva contrapposizione tra Caio Ottaviano Augusto e Marco Antonio fu tra due modelli di Impero: fra l'Egitto di Cleopatra e Roma, tra Potere Sacro e potere elettivo, tra Oriente e Occidente. A suo modo “guerra di religione”, semmai.
Crollato l'Impero Romano, dopo secoli durante i quali fu ridotta a preda di vari potentati e di diverse etnie e dopo la greve età franco-napoleonica (1796-1815), l'Italia risorse con due generazioni di patrioti e di guerre per l'indipendenza, l'unità e la libertà. Ora Fabio Andriola, saggista autorevole, afferma che “il tema del Risorgimento e del Regno delle Due Sicilie è dettata (sic) anche da una semplice constatazione: fu una guerra civile perché combattuta da italiani...” (“Storia in rete”, maggio 2017, p. 38). Avvalora questa interpretazione aggiungendo che nelle vene dei Borbone di Napoli “scorreva sangue italiano (…) come sono italiani quanti guardano oggi a quel regno con nostalgia e rimpianto”.
Lasciati dove sono gli alberi genealogici delle varie dinastie europee (solo da Carlo Alberto i Savoia predilessero la propria “italianità” rispetto a precedenti opzioni: tutt'uno con la sostituzione dell'“azzurra coccarda sabauda” col “tricolore italiano” ideato da Luigi Zamboni e Gianbattista De Rolandis), occorrono alcune precisazioni di metodo e di merito per evitare che dilaghino nuove fiabe nella “narrazione” della storia d'Italia.
Richiederebbe molto spazio ma basta un rigo per ricordare la separazione logico-cronologica fra “italici” (abitanti del luogo geografico detto Italia) e“italiani” (cittadini del regno d'Italia dal marzo 1861). Persino i fautori delle leggi razziali proposero di considerare “italiani” quanti documentassero di avere antenati residenti in Italia dall'inizio dell'Ottocento. Per secoli gli abitanti dello “spazio Italia” si scannarono a vicenda, sia per conto dei dominatori di turno sia per appetiti propri. Ma le loro erano lotte di fazioni, non “guerre civili”. Certo, anche Alighieri e Petrarca invocarono l'“'Italia”. Ma Dante se l'aspettava dall'imperatore Arrigo VII; Petrarca la sognava mentre era ad Avignone, alla corte del papa “captivo”. Come detto, seguirono secoli di dominazioni straniere e di umiliazioni. Gli “italiani” servirono i potenti di passo. Succubi.
Tra il 1859 e il 1860, grazie alla sequenza di eventi, parte preparati da tempo parte fortuiti, ed anche con patenti violazioni del diritto internazionale (che del resto era agli albori ed è tuttora un cerotto sulle ferite aperte dal braccio di ferro tra potenze grandi e/o piccole, basta che siano armate e temibili), Vittorio Emanuele II di Savoia, re di Sardegna, acquisì gran parte dell'Italia Centro-settentrionale e le Due Sicilie.
Fu una guerra “tra italiani”? Fu una “guerra civile”? No.
Anche se è ben noto, va ricordato che nel 1859 l'Italia era frantumata in sette diversi Stati. Il  “Lombardo-Veneto” era parte dell'Impero d'Austria. Il ducato di Modena e Reggio e il Granducato di Toscana avevano sovrani due Asburgo. Il ducato di Parma e Piacenza, “a noleggio”, era tornato a un Borbone, la stessa Casa che ancora regnava sulle Due Sicilie: re spergiuri, usi a promulgare e a revocare costituzioni.  Loro unica sponda era rimasta Isabella II di Borbone, regina di una Spagna da decenni insanguinata dalla lotta dei fautori di don Carlos contro cristinisti e isabellini: non guerra civile, ma dinastica. Altrettanto era avvenuto in Portogallo. L'intera Europa era un groviglio di lotte di potere spacciate per “nazionali”, sulle cui pulsioni vennero catapultati, per imbrigliarle, sovrani eterodiretti: Saxe-Coburgo, Hohenzollern... Nel 1870 Amedeo di Savoia, duca d'Aosta, fu eletto re di Spagna dalle Cortes di Madrid, per meditata pressione del generale Prim, vittima di un attentato mortale proprio mentre il nuovo sovrano vi metteva piede (l'evento è stato ricordato ieri a Reano, vicino a Torino, che ha conferito la cittadinanza onoraria al Principe Amedeo, Duca d'Aosta, capo della Real Casa di Savoia, e a suo figlio, Aimone, Duca delle Puglie, presente il presidente della Consulta dei Senatori del Regno).
Il “riassetto” dell'Europa orientale andò avanti per secoli nelle terre già soggette ai turco-ottomani. Meglio un qualunque euro-occidentale che un “governatore” del Sultano. Lì non ci furono “guerre civili” ma d’indipendenza, con il sostegno estero e pattuizioni internazionali, pilotate dalle Grandi Potenze - Francia, Russia, Prussia - e infine accettate obtorto collo dalla Sublime Porta di Istanbul.
L'unione del Mezzogiorno alla corona di Vittorio Emanuele II nel 1860 fu tutt'altra cosa, anche se coeva. Ricordiamo i fatti, fondamento di ogni valutazione. Il 6 settembre Francesco II di Borbone, abbandonato da gran parte dei sudditi (a cominciare da molti ufficiali) lasciò Napoli e si asserragliò tra Capua e Gaeta per organizzare l'offensiva contro Giuseppe Garibaldi, che l'indomani arrivò in treno nella capitale con appena sei persone al seguito e ne prese possesso, come ricorda Aldo G. Ricci in “Obbedisco” (Ed. Palombi). L'autorità del re era evaporata da quando, assunto il controllo della Sicilia, passato in Calabria e spezzata l'ultima resistenza borbonica a Soveria Mannelli, Garibaldi mostrò di rappresentare l'Ordine Nuovo. La sua impresa non era “guerra civile” ma detonatore dell'insorgenza della Sicilia contro il Borbone, come nel 1820 e nel 1848, quando l'Assemblea dell'Isola del Sole conferì la corona a Ferdinando di Savoia, secondogenito di Carlo Alberto. memore che Vittorio Amedeo II ne era stato Re dal 1713.
Il 2 ottobre Garibaldi sconfisse i borbonici al Volturno: una battaglia vera, campale e di manovra. Il Borbone rimase assediato in attesa di aiuti dall'estero: Napoleone III? La Spagna? Un Congresso europeo? In settembre, previa dichiarazione di guerra, l'esercito di Vittorio Emanuele II avanzò nell'Umbria e nelle Marche e travolse l'esercito pontificio a Castelfidardo col viatico di Napoleone III che aveva raccomandato “fate, ma fate in fretta”. Fra Terra del Lavoro, Molise e Abruzzi bande di borbonici e di popolani aggredirono i “liberali”. Il 30 settembre ne massacrarono molti a Isernia. Il 3 ottobre Vittorio Emanuele assunse il comando dell'Esercito ad Ancona e avanzò verso Sulmona-Isernia. Con aspri combattimenti, il 20 ottobre un corpo dell'Armata sarda agli ordini di Enrico Cialdini sbaragliò i borbonici comandati da Luigi Scotti-Douglas e sorretti da “bande” contadine, forzò il passo del Macerone e irruppe verso Gaeta. Il 26 Garibaldi, a Vairano Catena, presso Teano, salutò “il primo re d'Italia” e gli “passò le consegne”. Giunto a cavallo, Vittorio Emanuele II, proseguì verso Napoli per assicurare ordine e stabilità. L'Eroe si ritirò a Caprera. La sua “missione” era conclusa.
Francesco II di Borbone ordinò la resistenza. Quel conflitto può essere classificato in vari modi: un re contro un altro, il Borbone contro i patrioti, anche meridionali, che da decenni chiedevano l'unità nazionale. Nessuno, però, né allora né poi, parlò di “guerra civile”. Arroccato a Gaeta, Francesco II non si arrese. Dopo un lungo assedio e il pesante bombardamento della città fortificata, il 15 febbraio ne partì con la consorte, Maria Sofia di Wittelsbach, sorella dell'imperatrice d'Austria, Elisabetta (“Sisi”, erroneamente detta Sissi), sul vascello inviato da Napoleone III: alla volta di Terracina, donde proseguì per Roma, accolto dal papa come sovrano. Non abdicò mai. In suo nome ufficiali e volontari accorsi da vari paesi europei (Spagna, Francia, Austria, Svizzera...) organizzarono l'opposizione armata contro il regime avallato dal plebiscito, proclamato dal Parlamento nazionale il 14 marzo 1861 e via via riconosciuto da potenze estere.
Dunque l'insorgenza armata, presto degenerata nel “grande brigantaggio, non fu “guerra civile”: semmai fu la coda del conflitto iniziato con lo sbarco di Garibaldi a Marsala l'11 maggio e proseguito con l'irruzione di Cialdini. Il rifiuto di Francesco II di accettare la debellatio ebbe due conseguenze: anzitutto i militari borbonici catturati e refrattari alla nuova legittimità rimasero prigionieri di guerra, nelle condizioni dell'epoca; in secondo luogo, l'opposizione fu alimentata da tre componenti: nuclei di militari sguinzagliati e finanziati dal sovrano sconfitto in vista di possibile riscossa; antico malessere socio-economico di vaste plaghe oggettivamente arretrate (non certo per colpa dei Savoia), aggravato dal collasso del regime borbonico; clero terrorizzato dalla statizzazione dei beni ecclesiastici e forte di vasto seguito popolano, oscurantista e illiberale,  in terre ove persino la Costituzione del 1848 aveva “vietato” qualunque culto diverso dal cattolico, ai danni di ortodossi, evangelici, riformati e israeliti. Nel Mezzogiorno accorsero inoltre volontari, parte idealisti parte venturieri, taluni fanatici, con le spalle volte alla modernità, per alzare insieme la bandiera del Borbone e quella del papa.
Messo alle strette, il regno d'Italia dovette cauterizzare la piaga del brigantaggio mentre la maggior parte degli Stati stava a guardare, dubbioso che reggesse alla prova. A tutti faceva comodo che l'Italia rimanesse lacerata e sanguinante. Sarebbe stata condannata per sempre al rango di ultima potenza, perpetuamente debole. Tanto valeva sconfessare Risorgimento e unità nazionale. Alcuni, delusi, lo scrissero. Il governo seguì invece la linea dettata dal generale Manfredo Fanti sin dal bando di Isernia del 23 ottobre 1860: applicazione del codice penale militare contro quanti si opponessero alle autorità legalmente costituite. Il 15 agosto 1863 il Parlamento approvò la legge proposta del deputato abruzzese Giuseppe Pica: più attento accertamento della colpevolezza di ribelli e malavitosi, assegnazione dei sospetti a domicilio coatto e mano tesa a quanti volessero rientrare nei ranghi. Pur riconosciuto da importanti Stati (ma non ancora dalla borbonica Spagna), il regno rimaneva in ansia. Non aveva ancora né codici unitari, né una sola banca di emissione della moneta (questa per decenni rimase un sogno). Però dal 1866, dopo l'annessione di Venezia e la fallita insurrezione repubblicana di Palermo, fu chiaro che lo Stato avrebbe retto. Perciò anche Pio IX concluse che i monasteri non dovessero più fare da base o rifugio di criminali e che bisognava trovare un modus vivendi con lo “scomunicato” Monsù Savoia.
Nel 1869 il brigantaggio meridionale risultò praticamente estinto: proprio mentre iniziavano rivolte nell'Italia settentrionale contro la tassa sulla macinazione delle farine e, per una delle tante svolte della Storia (che procede a zig-zag, anziché secondo linee rette), grazie alla sconfitta di Napoleone III a Sedan il governo italiano decise di irrompere nel Lazio e annettere Roma (previo plebiscito) prima che qualcuno vi proclamasse una terza repubblica. Era il Venti Settembre 1870: una data da festeggiare. Neppure Porta Pia fu un capitolo di “guerra civile”: quel giorno venne realizzato il sogno di Camillo Cavour e di due generazioni di patrioti. Vide il coronamento del “miracolo” del Risorgimento, ricostruito da Domenico Fisichella, politologo e storico designato Premio alla Carriera nel 50° del Premio Acqui Storia.
Molto più che di presunte “guerre civili” tempo è venuto di scrivere la storia della cosiddetta“zona grigia”, cioè di quella stragrande maggioranza di Italiani che rimasero spettatori delle tenzoni ideologiche e partitiche e che allo Stato chiesero sicurezza e servizi in cambio dell'esosa fiscalità che li opprime. E' quanto chiedono anche oggi al di là del baccano di tanti “movimentisti” e  “marciatori” senza meta. Occorre fare: in direzione dell'Italia. Anche la chiesa è chiamata a fare la sua parte, come al tempo del resipiscente Pio IX.  

Aldo A. Mola

venerdì 26 maggio 2017

Pivetti, Presidente monarchici siciliani, redarguisce Giorgia Meloni

L’On. Giorgia Meloni è riuscita in un sol colpo ad offendere ed ad inimicarsi i milioni di monarchici presenti in Italia, asserisce in una nota Michele Pivetti Gagliardi, Presidente Regionale Unione Monarchica Italiana.  “Parla di “arretratezza culturale della Monarchia”: non spenderò più di un minuto per ricordarle che è stata capace, da vero fenomeno, di offendere anche i milioni di monarchici inglesi, spagnoli, svedesi, norvegesi, danesi, lussemburghesi, monegaschi, olandesi, belgi nonché i cittadini vaticani, di Andorra o per uscire fuori Europa, ad esempio giapponesi o marocchini (ma l’elenco è lungo).
“Le sue insulse parole, prosegue Pivetti, effettivamente potrebbero ben essere accoppiati alla sua persona, quando parla di arretratezza culturale, ecco, studiare un pò, male non le farebbe di certo. Di cultura non è mai morto nessuno, forse di ignoranza si. La fortuna è che la deputata rappresenta poche persone in Italia, a ben vedere una sparuta minoranza a rischio estinzione. Invito tutti i monarchici siciliani ad abbandonare ogni tipo di supporto al movimento Fratelli d’Italia fin quando sarà capeggiato dalla signorina Meloni. Invito altresì la signorina Meloni a scusarsi per le parole offensive utilizzate. Si può non condividere una idea, qualsiasi essa sia, conclude Pivetti, giammai si potranno condividere parole di scherno ed offesa per quelle altrui.”

mercoledì 24 maggio 2017

Il primo soldato d'Italia - I parte

Dal Corriere d'Italia
Corrispondenza di ROBERTO CANTALUPO

IL PRIMO SOLDATO D’ITALIA
Il  primo soldato d’Italia : quello che non ha lasciato inesplorato un solo settore della vasta frontiera che avanza, che dovunque è passato coraggioso e sereno, che non ha un’ora per il suo riposo, non una tregua per la sua ansia, non una casa per le sue notti; che passa dal campo di battaglia all’ospedale, stringe le mani con gratitudine ai cappellani e, fiero e commosso, bacia sulla fronte i soldati che hanno il corpo sanguinante per essersi valorosamente battuti; quello che è avanti a tutti i generali, che assiste al guado di tutti i fiumi, alle scalate di tutti i monti, all’avanzata su tutte le pianure; che ha per i combattenti le parole più ferme e più paterne, che ama ugualmente tutti i soldati fin l’ultimo fantaccino, che non permette che essi abbiano un disagio o una sofferenza non necessaria; quello che conosce ogni cannone e ch’è il primo a porre piede in una posizione occupata, su un forte smantellato, e che è a cinquanta metri dal campo dove si combatte, e che mai si ferma e non d’altro vive che per i soldati o con i soldati; quello che per le truppe è il padre, per gli ufficiali il fratello, per tutti quelli che nel nome benedetto d’Italia sono armati è l’esempio mirabile e stupendo del coraggio, del sacrificio, dell’eroismo; che ha già la sua tenda in ogni accampamento, il suo cavallo dove un reggimento passa, la sua mensa modesta dove un bersagliere vuota la sua gamella; quello è il primo soldato d’Italia: il Re.

Dovunque.

Egli è veramente dovunque.
Questa lettera non ha data. Viene da ogni settore del fronte, da tutti gli attendamenti, da tutte le cime. Dovunque l’ho visto durante questo primo mese di guerra vittoriosa. La sua figura agile mi apparve una prima volta oltre Cormòns, nella stupenda pianura che conduce all’ Isonzo più basso. Fermo su un poggiuolo, rigido e immobile in posizione d’attenti. Il profilo netto della sua persona si disegnava preciso contro il cielo. Un reggimento d’artiglieria da campagna passava. Il Re assisteva alla corsa dei suoi uomini e dei suoi cannoni. Per mezz’ora la sua mano rimase ferma e immobile al berretto. Ufficiali e soldati lo riconoscevano solo quando erano a pochi passi; poiché il polverone era denso. Grida improvvise di sorpresa e di entusiasmo si levavano dal convoglio fragoroso. V’era chi vedeva per la prima volta il Sovrano. Viva il Re! Savoia! La guerra friulana echeggiò a lungo dei magnifici evviva. Il reggimento andò alla vittoria con l’augurale saluto del Re.
Lo rividi ai primi di giugno, su un altro campo della stessa guerra: tra i monti acuminati od armati del Trentino. La piccola automobile grigia s’era fermata alla fine di una villetta ai piedi di un erto monte. Non poteva proseguire. L’ascesa era ripida. Dopo due minuti di osservazione del terreno, il Re discese. Un bersagliere ciclista si precipitò sulla sua macchina per la valle, e ritornò poco dopo su un bel cavallo. Un generale che accompagnava il Sovrano riuscì a procurarsi in pochi minuti un altro cavallo da un carabiniere che perlustrava la zona. E per l’erta cresta del monte il Re spronò il suo cavallo, seguito dal generale. Rimasi giù, finché le due figure scomparvero fra gli alberi. Era indicibile la commozione dei soldati ch’erano accanto a me, vedendo il Re d’Italia che correva, correva verso l’altissimo accampamento alpino per andare a trovare i suoi soldati.

Sotto il temporale.
Ancora una volta l'ho visto al confine carnico-cadorino. Veniva da Belluno in automobile, col desiderio di proseguire per l’alta montagna. Una breve sosta fu fatta in un piccolissimo villaggio delizioso, al principio del costone del monte. Ma i contadini consigliarono al « Signor Generale » di fermarsi in paese, se non voleva restare a mezza via: un grosso temporale estivo si precipitava velocemente sul monte. Avanzava dall’opposta pianura, aveva già dato al cielo il tono cupo della minaccia che non manca al suo scopo, ed era lì lì per rovesciarsi. Il Re si spinse a piedi fin dove poteva vedere più ampia la distesa del cielo: un temporale, null’altro. Erano le cinque. Si poteva proseguire. A 1500 metri c’erano gli alpini, un grosso reparto isolato col suo dovere faticoso fra le cime ancora nevose.
Il desiderio di correre a confortare quei ragazzi era troppo forte.
A cavallo, accompagnato dal suo generale, il Re si slanciò a galoppo, per la magnifica strada alpina, incontro alla tempesta imminente ed ai suoi soldati che non conoscono la stanchezza. Il Sovrano era nella sua semplice tenuta grigio-verde e senza mantello. Il freddo montanino si faceva sentire penetrante e molesto. Ma i due cavalli, spronati, continuavano ansimanti la galoppata sulla pendice.
Per fortuna la via, per quanto stretta, era assai ben battuta e, per i suoi larghi giri, più lunga ma meno ripida.
Riuscì possibile così mantenere un passo veloce e costante. Aizzati ed eccitati dalla temperatura notturna della montagna, con l’istinto che li guidava al riposo, i cavalli non si fermarono un momento. Alle otto della sera, mentre la cima del monte era ancora chiara per gli ultimi riflessi, il Re si fermò in mezzo agli alpini ed il temporale scoppiò con tutta la violenza con cui s’era annunziato. La pioggia scrosciò turbinosa, il vento ululava con rabbia, la grandine cadde a picchiare con furia ostinata sulle tende o sullo casse da campo. Una musica fantastica o irregolare segnava il tempo all’uragano in montagna.


Il capitano comandante della compagnia cercò per il Re un rifugio al sicuro dalla tempesta. Ma non c’era altroché una tenda, una semplice tenda come le altre. Il Re vi entrò subito e chiese di cenare.

Cinque luoghi comuni sulla Grande Guerra e sul Regio Esercito


























ANDREA CIONCI

Ufficiali ottusi e incompetenti che mandavano inutilmente a morire i loro uomini; diserzioni di massa e fucilazioni spietate; Caporetto archetipo universale della disfatta … Sono diversi i luoghi comuni sulla Grande Guerra oggi sedimentati nella coscienza collettiva. Tuttavia, ad un’analisi attenta dei dati e dei documenti, emerge una realtà più complessa, in certi casi del tutto opposta e, di sicuro, meno pessimisticamente oleografica. In pochi sanno, ad esempio, che l’Esercito italiano, fu l’unico, tra quelli dell’Intesa, a rimanere costantemente all’offensiva fin dall’inizio della guerra. Ancor meno noto, il fatto che produsse le maggiori conquiste territoriali, così come si ignora che i Caduti italiani furono meno di quelli francesi, russi, inglesi, tedeschi, austro-ungheresi e ottomani. 
Le origini di una vulgata storica  
«Il cinema è l’arma più forte» recitava un motto del Ventennio, scolpito a lettere cubitali sulla facciata degli studi di Cinecittà. Paradossale è notare che proprio il cinema, negli anni ’70, avrebbe fatto a brandelli la visione eroica di una delle pagine di storia italiana cavalcata con più entusiasmo dalla propaganda fascista: la Prima Guerra mondiale, la guerra vinta.  
[...]


http://www.lastampa.it/2017/05/22/cultura/cinque-luoghi-comuni-sulla-grande-guerra-e-sul-regio-esercito-lWRrlhAKht7aAiDfDr9djM/pagina.html

giovedì 18 maggio 2017

IL 1937: LE MORTI INQUIETANTI DI GRAMSCI E DEI ROSSELLI

80 ANNI FA
                                      
del Prof. Aldo A. Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno - Editoriale Giornale del Piemonte - 14.05.2017

Iniziò bene per l'Italia il 1937. Il 2 gennaio fu siglato il Gentlemen's agreement italo-britannico per la stabilità del Mediterraneo. Ce n'era bisogno. L'anno precedente aveva addensato nubi minacciose sull'Europa. Il 7 marzo 1936 la Germania di Hitler occupò la Renania senza incontrare risposte militari: le uniche efficaci. Allarmato, il Belgio prese le distanze dalla Francia, ove a fine aprile il socialista Léon Blum formò un governo radical-socialista con il sostegno del Partito comunista, il più forte dell'Europa occidentale e per di più succubo del dittatore dell'URSS, Stalin. La risposta non si fece attendere: boicottaggio commerciale e fuga di capitali. La svolta della Francia seguì di pochi mesi l'avvento a Madrid di Manuel Azaña a capo di un governo di radicali, socialisti e liberali (molti massoni, capri espiatori  di una storia secolare di arretratezza culturale, come in Italia dal 1925 a oggi).  Però in Spagna, repubblica dal 1931, la risposta fu più dura: l'alzamiento, il 18 luglio 1936, dei Quattro Generali (Sanjurjo, Mola, Franco e Queipo de Llano), molto diversi uno dall'altro ma accomunati nel programma di “restaurazione nazionale”: Stato forte in vista del ritorno alla monarchia, ma con molti e motivati “forse  e se”. Non sarebbe stata comunque restaurazione  ma instaurazione. 
Il 4 agosto anche la Grecia virò a destra, col governo Metaxàs.
La Francia propugnò il “non intervento” nella guerra civile spagnola. Benché da subito a fianco degli insorti, Italia e Germania ufficialmente aderirono, ma il 18 novembre riconobbero il governo del generale Franco. Londra e Parigi erano assillate da conflitti diretti e indiretti nei loro imperi coloniali e nelle aree di influenza: dalla Palestina all'Egitto (che da quell'anno ebbe per re Faruk ed entrò nella Società delle Nazioni) e al Sud Africa (che imboccò il tunnel dell'apartheid), dall'America meridionale (in specie Argentina e Perù) all'India, dalla quale venne separata la Birmania.
L'accordo italo-britannico del 2 gennaio 1937con Londra fece da preludio al riconoscimento della sovranità di Roma sull'impero di Etiopia, ove permanevano sacche di resistenza armata e il 18 febbraio Rodolfo Graziani fu vittima di un attentato che scatenò tre giorni di “caccia all'uomo”. Fallita l'offensiva dei nazionalisti, da conflitto interno la guerra civile spagnola divenne preludio a quella tra i totalitarismi: il nazionalsocialismo da un lato, il comunismo sovietico dall'altro. Le “tre Spagne” (la social-comunista, aspramente anticattolica; quella “profonda”, clericale e conservatrice; la liberal-democratica, massonica, antitotalitaria) divennero terreno del regolamento di conti tra ideologie, regimi e “popoli” in lotta da secoli: un conflitto incattivito dal 1917-1919, tra la rivoluzione russa e la pace punitiva di Versailles. Con la battaglia di Guadalajara la Spagna fu anche teatro di un capitolo della guerra civile italiana.
Da che parte si schierò Roma? La Città Eterna parlò attraverso due voci molto diverse: Mussolini aspirava a elevare il fascismo a modello universale; la Santa Sede era cattolica da sempre. Il primo ad avvertire la tempesta incombente non fu il “duce del fascismo” (invero sempre irruente quanto poco lungimirante) ma Pio XI. Il 14 marzo 1937 il papa pubblicò l'Enciclica “Mit brennender sorge”, nella quale deplorò la deriva del nazionalsocialismo verso sponde razzistiche. La persecuzione di ebrei, gitani, oppositori politici, “devianti” in genere (chiusi in campi di concentramento che preludevano alla eliminazione fisica sistematica) era inconciliabile con il cristianesimo, checché ne pensassero e dicessero teologi ed ecclesiastici “locali”, per vari motivi distratti dalla missione universale della Cattedra di Pietro. Quattro giorni dopo Pio XI pubblicò la “Divini Redemptoris”, condanna durissima del materialismo ateo, incardinato nella Terza Internazionale di Mosca e nei partiti comunisti satelliti e in regimi che avevano fatto deragliare la separazione tra Stato e Chiesa in anticlericalismo e in persecuzione sanguinosa dei credenti: incendio di chiese, violazione di monasteri e molteplici orrori. Lo mostravano i casi del Messico e della stessa Spagna repubblicana, come ampiamente documentato, tra altri, da Mario Arturo Iannaccone in “Cristiada” e in “Persecuzione” (ed. Lindau).
Nei capitoli centrali di “Il virus del totalitarismo” (ed. Rubbettino) Dario Fertilio, già Premio Acqui Storia, ha documentato che il fanatismo stava per dare i suoi frutti più spettacolari con i processi celebrati in Russia a carico di insigni esponenti del comunismo sovietico: Kamenv, Zinoviev e altri, accusati di simpatie verso il pensiero di Leone Trotzkij, cioè per il comunismo come rivoluzione universale anziché “in un solo Paese”, ovvero a beneficio dell'imperialismo dell'URSS. Condannati a morte, gli imputati vennero fucilati. Fu l'inizio della sistematica epurazione ideologica e non solo (molti erano ebrei), accelerata nel 1937 con l'eliminazione di Karl Radek e del leggendario maresciallo Tucacevskij, eroe della guerra rivoluzionaria. Dopo di lui vennero assassinati decine di migliaia di ufficiali, funzionari pubblici, uomini del partito: la “grande purga”, completa di gulag, aperti ancor prima dei lager hitleriani. Un delirio razionale programmato in vista della guerra non solo e non tanto contro la Germania (quello era un duello tra totalitarismi) ma contro le democrazie occidentali e i socialisti democratici, da anni marchiati come social-fascisti: epiteto con il quale Palmiro Togliatti liquidò Filippo Turati e radiò gli oppositori, quali Angelo Tasca e altri fondatori del Partito comunista d'Italia. Mentre all'estero predicava i fronti popolari, alleanze del tutto strumentali, all'interno Stalin annientò ogni dissenso, liquidato come tradimento.
In quel quadro di guerre ideologiche e di massiccio impiego delle armi (la Francia “democratica” usò l'aviazione per reprimere una rivolta in Marocco), nel volgere di poche settimane si susseguirono due eventi paradigmatici. Il 27 aprile 1937 morì Antonio Gramsci, colpito da emorragia cerebrale proprio quando gli venne comunicato che era finalmente libero: né carcere, né la libertà condizionata trascorsa nella clinica Quisisana. La sua fu una morte così inattesa da suscitare i sospetti ripercorsi da Luigi Nieddu in “L’ombra di Mosca sulla tomba di Gramsci” (Le Lettere), anche perché egli aveva stabilito di tornare nella nativa Sardegna e aveva preso tutte le misure per impedire che i suoi Quaderni finissero nelle mani di Togliatti, come ricorda Giuseppe Vacca in “Vita e pensieri di Antonio Gramsci (1926-1937)” (ed. Einaudi), a sua volta Premio Acqui Storia. Il Migliore (come poi Togliatti venne celebrato) pervenne invece a impadronirsi del Quaderni gramsciani: un'operazione laboriosa, condotta con la pressione sulla moglie e la cognata di Gramsci, Julija e Tatjana (Tania) Schucht, esercitata da Piero Sraffa, economista insigne, docente in Gran Bretagna, figlio dell'altrettanto celebre economista e giurista Angelo, iniziato massone a Pisa, dalla brillante carriera accademica e rettore della Bocconi di Milano, ove formò allievi di elevato rango intellettuale e di prestigiose fortune, come Raffaele Mattioli.
Mentre durava l'emozione per la morte di Gramsci e si faceva più incalzante l'azione di Togliatti per confiscare la sua memoria storico-politica, un atroce delitto scosse l'opinione internazionale: intorno alle 19,30 del 9 giugno 1937 i fratelli Carlo e Sabatino Enrico (Nello) Rosselli furono assassinati a revolverate e pugnalate presso Bagnoles-de-l'Orne (Bassa Normandia) da un pugno di cagoulards, affiliati alla OSNAR (Organisation Secrète d'Action Révolutionnaire Nationale).
Carlo, appena trentasettenne, era il fondatore del movimento Giustizia e Libertà. Suo fratello, di poco più giovane, storico di sicuro avvenire, lo aveva raggiunto in Francia poco prima. Gli assassini agirono senza troppe precauzioni, li pedinarono osservati da albergatori, camerieri e persone che se videro del tutto casualmente (un po’ la replica dell'assassinio di Matteotti di cui ha scritto Enrico Tiozzo) e lasciarono innumerevoli e inconfondibili tracce. Furono quindi subito individuati, intercettati e arrestati e poi condannati. Le loro schede biografiche sono in appendice al saggio di Mimmo Franzinelli, “Il delitto Rosselli” (Mondadori). Ma chi aveva armato la mano a sicari così squallidi? Appena appresa notizia del crimine i militanti di Giustizia e Libertà non esitarono a imputare quale mandante il regime fascista. Colpevole era quindi lo stesso Stato italiano, sia pure tramite i soliti leggendari “servizi segreti”.
I funerali dei fratelli Rosselli, a Parigi, furono una solenne deplorazione del fascismo. Aderirono socialisti, radicali, “democratici” e le due massonerie francesi (Grande Oriente e Gran Loggia), che avevano spesso ospitato conferenze di Carlo Rosselli, in stretto collegamento con Giuseppe Leti, sovrano gran commendatore del Rito scozzese antico e accettato e pilastro del Grande Oriente d'Italia dell'esilio, popolato di infiltrati dell'Ovra e di massoni pentiti, come Alberto Giannini, autore delle esilaranti “Memorie di un fesso: parla Gennarino, fuoruscito con l'amaro in bocca” (1934, rist. Forni, 2010).
Ma chi davvero armò le mani degli assassini dei fratelli Rosselli? L'interrogativo venne riaperto nel 1990 da Franco Bandini, giornalista appassionato di storia, in “Il cono d'ombra” (Sugarco), frutto di otto anni di indagini sugli atti dei processi celebrati in Francia a carico dei cagoulards e in Italia contro il supposto “mandante”, il generale Mario Roatta, in combutta con Galeazzo Ciano, genero di Mussolini e ministro degli Esteri. Secondo il giudizio corrente e tuttora prevalente, Carlo Rosselli, già condannato al confino a Lipari ed evaso il 29 luglio 1930 con Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti, era non solo scomodo ma pericoloso per il regime perché proponeva alla borghesia di affiancare i “rossi”, come avveniva in Spagna. Sennonché, dopo aver lanciato il motto “Oggi in Spagna, domani in Italia”, a cospetto della piega assunta della guerra in Catalogna (ove i comunisti sterminarono gli anarchici) Rosselli era rientrato in Francia e si era impegnato nell'elaborazione di una strategia politica del tutto nuova: più estremista dei comunisti e in linea con il pensiero di Trotzkij. Molto più che a Roma dette fastidio a Mosca. Secondo Bandini l'assassinio di Carlo Rosselli non avrebbe cambiato i rapporti tra il regime e gli esuli. Avrebbe invece modificato profondamente quelli tra i partiti antifascisti, messi alle strette: subordinazione alla Terza Internazionale o opzione “occidentale”, a favore delle democrazie, per quanto deboli e screditate: un dibattito laborioso, puntualmente ricostruito da Marco Bresciani in “Quale antifascismo? Storia di Giustizia e Libertà” (ed. Carocci).
Un anno dopo l'assassinio dei fratelli Rosselli la Gran Bretagna riconobbe il governo di Franco, mentre era in corso la decisiva battaglia dell'Ebro vinta dai nazionalisti col sostegno di 40.000 uomini del Corpo Truppe Volontarie (CTV, che gli spagnoli traducevano: Cuando t'en vas?), mesi prima della trionfale parata di Madrid, narrata anche da Edgardo Sogno. La domanda che si pone dinnanzi a un delitto efferato è sempre la stessa: cui prodest? A chi giova? La risposta sul “caso Rosselli” rimane aperta. Di sicuro nessun gerarca del regime aveva motivo di volere la morte di Nello, pioniere degli studi sul Risorgimento democratico, apprezzato da Gioacchino Volpe, che anni addietro era intervenuto personalmente su Mussolini per consentirgli un viaggio di studi in Inghilterra. Il Risorgimento democratico, le sue debolezze e contraddizioni, era stato anche al centro delle riflessioni di Gramsci, lontano dal dogmatismo della Terza Internazionale di Mosca. Vigilia del catastrofico 1938, il 1937 pose le premesse del “grande equivoco” nel quale, osserva Fertilio, “cadde Winston Churchill allo scoppio della seconda guerra mondiale: ci si allea anche col diavolo se questi combatte il proprio nemico. Ma così si contribuisce a rafforzarlo - come avvenne con Stalin – prima di ritrovarsi inevitabilmente a fare i conti con lui”. Un monito da non dimenticare mentre il pianeta è popolato di dittatori sanguinari, di violazioni sistematiche dei diritti dell'uomo anche di chi aspira a entrare nell'Unione Europea, e l'ONU di fatto è un fantasma, alla cui apparizione nessuno più crede.

Aldo A. Mola

Barack Obama Hussein a Milano.


Rapido passaggio per ritirare dal nostro bancomat una Consistente somma di dollari (ex talleri) nostri a 850 euro per l' ingresso e non ascoltare nulla di interessante.

Quel che è certo è che considerando ciò che ha sproloquiato nessuno potrà vantarsi di aver speso quella somma per sentirsi raccontare che grazie al riscaldamento antropogenico non ci sarà più abbastanza cibo.

Però il costo dei cereali e simili è in netto calo.

Si capisce dai risultati della sua politica estera il valore dei suoi informatori e ministri !

Il successo del suo viaggio in Italia è quello di aver buggerato  un po' di italiani che... Se lo sono meritato !

mercoledì 17 maggio 2017

Assisi: meeting dell'UMI


Il libro azzurro sul referendum - VI cap. 1-3

Esclusioni del diritto di voto per il referendum

D. L. L. n. 149 in data 26 aprile 1945

Il D.L.L. n. 149 in data 26 aprile 1945 all’art. I stabilì l’esclusione del diritto di elettorato attivo e passivo per dieci anni, al l’interdizione temporanea dei pubblici uffici e alle privazioni dei diritti politici per un periodo non superiore a dieci anni per i fascisti colpevoli di fatti di particolare gravità, anche senza incorrere negli estremi di reato.
L’art. 2 contempla la competenza delle Commissioni provinciali.
L’art. 4 privò dei diritti elettorali i fascisti pericolosi previsti dall’art. 3.


D. L. L. n 74 in data 10 marzo 1946


Il D.L.L. n. 74 in data IO marzo 1946 (Gazzetta uff. 12 marzo 1946 n. 60) «norme per l’elezione dell’assemblea costituente » stabilì che non fossero elettori, oltre gli interdetti e inabilitati per infermità di mente, i falliti, i sottoposti a misure di sicurezza e a libertà vigilata, gli interdetti perpetui e temporanei dai pubblici ufficiali, gli ubriachi abituali, gli esercenti locali contemplati dall’art. VII T.U. Pubblica Sicurezza approvato da R.D. 18 giugno 1931 n. 773, le donne di cui all’art. 354 del Reg. esecutivo T.U. Pubblica Sicurezza (R.D. 6 maggio 1940) :
a) i condannati previsti dall’art. 2 del D.M. 24 ottobre 1944 (Gazz. uff. 20 gennaio 1945 n. 9);
b) i condannati previsti nel titolo 1 del D.L.L. 27 luglio 1944 n. 159 nelle
sanzioni contro il fascismo;
c) i contemplati dalle pronuncie delle Commissioni provinciali di cui all’art. 2 del D.L.L. 26 aprile 1945 n. 145 e all’art. 8 del D.L.L. 27 luglio 1944 n. 159.
Gli esclusi del diritto di voto furono :
a) segretari o vicesegretari del P.N.F.;
b) i membri del Gran consiglio;
c) componenti del direttorio nazionale o del Consiglio nazionale del P.N.F.;
d) ispettori o ispettrici nazionali delle organizzazioni femminili del P.N.F.;
e) segretari o vicesegretari federali, fiduciarie o vicefiduciarie delle federazioni femminili del P.N.F.;
f) ispettori o ispettrici federali eccettuati coloro che esercitano funzioni esclusivamente amministrative;
g) segretari politici o segretarie del fascio femminile di comuni con popolazione superiore ai diecimila abitanti (censimento 1936);
h) coloro che ricoprirono qualsiasi carica nel P.N.F. Rep.;
i) consiglieri nazionali;
l) deputati che dopo il 3 gennaio 1925 violarono leggi fondamentali intese a mantenere in vigore il regime fascista; senatori dichiarati decaduti;
m) ministri e sottosegretari di Stato nei governi fascisti in carica o nominati dal 6 gennaio 1925;
n) membri del tribunale speciale per la difesa dello Stato o dei Tribunali speciali della repubblica sociale italiana;
o) prefetti o questori nominati per titoli fascisti;
p) moschettieri del Duce, ufficiali della M.V.S.N. in S.P.E. (eccettuati gli addetti ai servizi religiosi, sanitari, assistenziali o appartenenti alle legioni libiche, alle milizie forestale, stradale e portuaria);
q) ufficiali della R.S.I., ufficiali della guardia repubblicana, componenti delle brigate nere, delle legioni autonome, dei reparti speciali di polizia politica della R.S.l. (eccettuati i dichiarati non passibili dell’art. 7 del D.L.L. n. 159 in data 27 luglio 1944 e che prima del 10 aprile 1940 assunsero deciso atteggiamento antifascista).

Privazione del diritto di voto di coloro che hanno ricoperto cariche fasciste (1)

D.L.L. 10 marzo 1946 n.- 74 (Supp. Gazzetta Uff. 12 marzo 1946 n. 60).
« In merito alla privazione del diritto di voto di coloro che hanno ricoperto cariche fasciste contemplate dagli art. 5 e 6 del D.L.L. IO marzo 1946 n. 74 (Norme per l’elezione dei Deputati all’Assemblea Costituente) è da rilevarsi che tali disposizioni escludono dal diritto di voto migliaia di persone, delle quali la grande maggioranza (successivamente ampiamente discriminate) erano nominate o «comandate» a coprire tali cariche per fama di rettitudine goduta o sovente esercitarono il loro mandato per influire nel senso della moderazione ».


(1) Da Italia Nuova, 8 giugno 1946.

martedì 16 maggio 2017

Autonomia siciliana, i monarchici: “Si prenda esempio da Umberto II di Savoia”

“Nel settantunesimo anniversario dello Statuto della Regione Siciliana è utile ricordare l’esempio di grande lungimiranza politica di S.M. Re Umberto II che concesse lo Statuto dopo aver ascoltato il territorio riunito in un consiglio generale composto da partiti e sindacati”.
Lo sostiene Michele Pivetti Gagliardi, presidente regionale dell’Unione monarchica italiana.
“Il primo dei federalisti – afferma – che partiva dai territori per dare soluzioni. Oggi la politica sembra lontana anni luce così impegnata com’è a dibattere su leggi elettorali e alleanze. Manca la visione d’insieme che invece Re Umberto II ebbe prima di tutti. Egli aveva a cuore la ricostruzione d’Italia. La politica di oggi non sembra. Si prenda dunque esempio dal Re di maggio che pose sopra ogni cosa il bene del suo popolo. Oggi la regione Siciliana è ad un bivio: o ripartire o affondare ed il tutto è nelle mani di pochi uomini ai quali il buon senso non dovrebbe fare difetto”.
“Politici siciliani – conclude l’esponente monarchico – il 5 novembre si avvicina, sedetevi e parlate fino allo sfinimento ma uscite compatti e coesi perché la Sicilia Re Umberto la volle forte ed indipendente, voi la state riducendo debole e ancor più isolata. Noi monarchici non lasceremo che il sogno umbertino muoia, siamo pronti a prendere in mano il destino della Sicilia ed a rovesciarne le sorti che sembrano cupe e senza speranza”.


lunedì 15 maggio 2017

Nostalgia di Re Umberto II in una sera d’inverno

di Emilio Del Bel Belluz  

La storia dell’ultimo Re d’Italia  di cui  il 18 marzo 1983 si ricorda l’anniversario della sua morte, racchiude tante piccole storie che molti non conoscono e aiutano a comprendere la statura di questo sovrano. 
Quella che più mi ha commosso l’ho trovata pubblicata su un giornale che ricordava il Re alla sua morte. Questa storia racconta la grande nostalgia del sovrano esule in Portogallo per la sua amata patria. 
La nostalgia è una delle emozioni più difficili da comprendere se non la si prova sulla propria pelle. La nostalgia ci fa pensare alle cose che in qualche modo ci hanno dato dei momenti  di serenità che sono passati. 

Nella vita tutto passa ma il ricordo dei tempi felici rimane dentro a noi come un eco. Nella memoria umana si depositano delle storie, dei ricordi a cui si può accedere in un secondo momento e riviverle come se fossero successe in questo istante. Il Re era una persona allegra e romantica legata al bello come ci è stato raccontato da alcuni scrittori e poeti. 
Nel quotidiano – il Tempo di Roma – del 20 marzo 1983 a pochi giorni dalla sua morte, ho trovato un racconto di un momento toccante della sua vita. Il ricordo scritto da  Mario La Rosa merita d’essere riportato nella sua interezza per la sua bellezza e per l’emozione che ci lascia. 
“ Nostalgia dell’esule una sera d’inverno” “ Un ricordo per la morte di Umberto: il ricordo di una sera d’inverno del 1950. Eravamo in un ristorante di Roma, nei paraggi di Via Veneto. Giunti a ora inoltrata, con la persona che ci accompagnava, trovammo posto a un tavolo di fortuna collocato ai margini del salone da pranzo a ridosso della parete – tra mezzo dietro cui erano i telefoni  l’atmosfera, gaia e composta insieme, dell’affollato ritrovo, quella sera era ancora di più allietata dalla presenza di un chitarrista famoso, il maestro Delpelo. 
Il vocio sommesso si spegnava allorché il cantante accennava con un pizzico sulle corde della chitarra, uno dei noti e gradevoli motivi del suo repertorio. Venne il turno della romanza più celebre, “ Casetta de Trastevere”. Il silenzio divenne a quel punto assoluto, e anche i camerieri si fermarono. Il cantante dimostrava quella volta uno speciale impegno, era rosso e visibilmente emozionato. Le parole della bella canzone dicevano di una casetta antica del centro di Roma condannata alla demolizione, attorno agli anni Trenta, per fare posto a una grande strada (che si sarebbe chiamata via dell’Impero) ; casetta che, per prudenza, l’autore collocò in altra zona a Trastevere, appunto. 
Ma qualche zelante gerarca avvertì ugualmente l’allusione polemica contro gli eccessi degli sventramenti dei rioni cittadini per la creazione delle nuove opere del regime, e così la canzone scomparve. Tornò in auge, esplose, dopo la caduta del Fascismo. 
La cantavano nei teatri, nei locali pubblici, nei ristornati, e i ragazzi la fischiettavano in istrada. Il motivo è orecchiabile e i versi deliziosi. Ma perché, quella sera, al ristorante romano, il cantante metteva tanto particolare impegno nel suo appassionato canto, e perché si era avvicinato al nostro tavolo dove erano i telefoni? Il mistero fu subito svelato, fu sussurrato da persona a persona, da tavolo a tavolo. 
Qualcuno tra i presenti aveva infatti chiamato un certo numero del lontano Portogallo, Cascais, per far giungere colà, sul filo del telefono, un ricordo con le note e le parole della patetica canzone romana. 
Un applauso di comprensione e di simpatia si levò allora fitto, caldo, unanime, interminabile, pur esso di saluto al non dimenticato esule perché lo udisse”.  Questo semplice grande racconto rispecchia quanto fosse grande l’amore del Re Umberto per la sua patria lontana. La malinconia di quella sera forse si è trasformata in un sorriso. 
Le persone presenti avrebbero potuto esclamare il suo nome per non farlo sentire così solo. Se fossi stato presente in quella sala, in quella sera in cui la nostalgia dell’esule era così grande, avrei urlato il nome del Re perché i presenti lo amavano.  
Coloro, che lontani dalla loro terra erano vinti dalla nostalgia, telefonavano a casa proprio nel momento in cui sapevano che le campane del loro paese avrebbero suonato a festa. Si dice che la gente con il passare del tempo dimentichi  gli ideali che nutriva in passato.  Sono pochi ai quali  è data la forza di professare la fede monarchica per sempre. 
Il mio amato professore di storia del diritto italiano, il grande professore Fulvio Crosara, se lo chiedeva spesso. Si domandava perché si fossero dimenticati del loro sovrano, come spesso accade tra la gente comune dimenticare l’aiuto avuto di qualche animo buono.   
Anche la vita dei Re assomigliava a quella delle persone comuni. Re Umberto II, nel suo esilio di Cascais, sapeva che questo poteva accadere. Ogni uomo ha il dovere di saper scrivere la sua storia. Re Umberto per passare il tempo e per dimenticare le tristezze sapeva che non c’era di meglio che dare la sua massima attenzione ai libri. Un libro non tradisce mai quelli che vogliono imparare e allargare le proprie conoscenze. 
Nel suo studio foderato di libri passava il suo tempo più bello. 
Con il cuore vicino a quei tanti italiani che lo amavano e che si erano accorti che l’Italia senza il suo Re era sicuramente più povera e più sola. Illumina il tuo giorno.