NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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martedì 3 agosto 2021

E' mancato l'Ingegnere Giglio, presidente del Circolo Rex

 Carissimi amici,

con profondo dolore siamo a comunicarvi la scomparsa di un'altra colonna portante del nostro mondo monarchico oltre che del Blog sul quale ci seguite.

Parlare del Presidente Giglio, che per noi è zio Domenico, è superfluo per quelli che seguono il nostro blog ed il gruppo facebook dedicato a Re Umberto II.

Nel corso degli anni abbiamo imparato a conoscere la sua profonda cultura storica, il suo coerente approccio monarchico ai problemi presenti e passati, la preoccupazione costante di tenere accesa una fiamma monarchica.
Dalla sua passione scaturiva la collaborazione con ogni iniziativa monarchica, dalla presidenza prestigiosa al circolo Rex, agli articoli per mille giornali, alle lettere al Corriere della sera, alla affettuosa e quasi quotidiana vicinanza con il nostro blog, sempre prodigo di notizie, informazioni, correzioni paterne, fatte con affetto a quelli della nostra generazione che non hanno fatto in tempo a crescere in ambienti monarchici organizzati ma non per questo meno appassionati e meno devoti alla causa monarchica ed alla memoria di Re Umberto II e di Re Vittorio Emanuele III.

Oggi il nostro blog abbruna la sua bandiera del Regno ed affida alle preghiere di tutti i monarchici il nostro zio  Domenico.

Alla Famiglia Giglio il nostro abbraccio e la nostra vicinanza affettuosi. 

Non è una frase fatta dire che condividiamo un dolore grande.

Ciao, zio Domenico!




mercoledì 16 giugno 2021

Della Monarchia: dal sentimento alla ragione. Dal passato al futuro. II parte

 

 

dell' On.le Avv. Enzo Trantino

Testo stenografico della conferenza tenuta al Capranica il 21 gennaio 1996

per il Circolo Rex


Bene!!! Se è scelta dal popolo, che la giudichi il popolo: se al popolo viene sottratto il giudizio è violenza incostituzionale!

Ed ecco allora che l'inganno è smascherato e trovo un'ulteriore ragione per convincermi che le repubbliche finiscono nell'edicole, le monarchie nelle biblioteche. È tutto qui il passaggio. Perché le repubbliche alimentano te cronache, le monarchie vertebrano la storia. Perché uomini educati al regno sono più affidabili, per disinteresse, da inquilini settennali; perché passa la stessa diffe­renza tra il padrone di casa e chi è inquilino, senza timori di sfratto per la illegittima protezione dell'art. 139! Immaginate voi l’istituto nasce dal broglio non dal voto. Questa è la Repubblica mai proclamata, senza certificato di nascita, in tutto somigliante ai suo legittimo genitore Romita; una Repubblica che non ha avuto in termini giuridici, non in termini polemici - io sono un uomo di diritto e non voglio dire nessuna arditezza che non sia riscontrala dalla norma - non ha avuto il passaggio dei poteri che la debellasse, per cui neppure un Consiglio Comunale, il più sparuto Consiglio Comunale dell'entroterra romano, può insediarsi se non c'è il passaggio dei poteri, se non c'è la “traditio", se non c'è la continuazione. Questa è una Repubblica mai proclamata, perché quando si aspettava la proclamazione, invece dì uscire in ermellino, la Corte di Cassazione nell'aula "della lupa" usci in toga nera per dichiarare i risultati e non per proclamare la Repubblica perché non riconosceva il fondamento giuridico, essendo in corso pesanti, fondanti contestazioni.

Perché dicevo, uomini traditi non dal voto, ma uomini traditi dall'imbroglio, non scatenano, pur potendolo, guerre civili, ma donano invece, ecco lo stile, collezioni tenute in musei per le gerarchie dei valori, perché come ci insegnava il Sovrano, un grande Re, forse uno dei più grandi Re di Casa Savoia, Umberto Il: "L'Italia innanzitutto".

E allora, vi dicevo, io sarei un pessimo avvocato delta Causa, se non mi prospettassi, ed è questo il momento più intrigante di questa nostra relazione, se non mi prospettassi come si difende la Repubblica, che io non posso portare avanti le mie ragioni senza valutare, perlustrare, fare ricognizione della ragione altrui. La Repubblica deve pure opporre degli argomenti e si difende anzitutto nel modo più violento cioè col bando. E fulmina ogni ragione con l'editto: "Tu devi uscire da questa Terra perché io non voglio parlare con te, perché la tua presenza è stabilità di Confronto, permanenza di confronto". Molto grave! Se è vero che   la Monarchia è colpevole di crimini in questo Paese, non c'era Migliore occasione che tenere in Italia i responsabili per essere un processo pubblico, popolare, storico; la Repubblica avrebbe avuto in altre occasioni permanenti di confronto e di confronto nella storia, nelle cose.

 

E invece si attiva l'istituto del bando. Badate! Vi dico una cosa terribile! Noi siamo in tragica solitudine in   questo. Non c'è Paese al mondo, dico al mondo, neppure fra     le tribù africane, alcune delle quali usano le ordalie barbariche, che si avvalga di questo istituto disumano, perverso, ingiusto e violatore di ogni principio. E che queste affermazioni rispondono a verità, non avete bisogno di sentirlo da un cuore monarchico; persino l'attuale Presidente della Repubblica, in un antico discorso quando era Ministro dell'Interno, il 14 febbraio 1987 - correggo il 4 febbraio del 1987 - ­definisce la disposizione nociva per l'immagine stessa della Repubblica rappresentandone, sentite "un segno non di debolezza ma di inesistenza e di paura".

Quindi se persino quelli che diventeranno dopo Presidenti della Repubblica osano dire queste cose, allora il fondamento è sacro; perché nella storia stramba di questa Repubblica, due soli grandi Presidenti vi sono stati a giudizio unanime: Einaudi e De Nicola, entrambi monarchici. E ci è ancora viva un'immagine pubblicata sul vecchio e glorioso "Candido", dove appare in una nuvoletta il Sovrano, Vittorio Emanuele III verso cui i due si scusano: "Maestà, che colpa ne abbiamo noi se abbiamo votato per la Monarchia e ci hanno eletti Presidenti della Repubblica"...

Quindi questa è la storia d'Italia che continuiamo a visitare gui­dati da due illustri costituzionalisti (perché il mio vuole essere un viaggio il più profondo possibile), vale a dire Crisafulli e Paladin, che hanno considerato proprio l'esilio il volto tipico delle "società arcaiche". Ci sono i costituzionalisti per grazia ricevuta, il Prof. Zagabrescki, per esempio, che essendo stato nominato giurista di fiducia dell'attuale Presidente della Repubblica, ha messo subito le alucce repubblicane e ha puntato dicendo che net ripudio della Monarchia sarebbe un segno della rifondazione dell'ordinamento in senso democratico, cioè la Repubblica è democratica, la

Monarchia non lo è. Prof. Zagabrescki lei è sicuramente un giurista, ma lei è un uomo che si mostra attivo nell'odio Contro l'istituzione e, mi consenta, con poche letture a sostegno.

Io mi permetto non supplire, non oserei tanto, ma mi permetto contribuire

perché lei si ponga degli interrogativi e si chieda: “Se è vero o non è vero che Roma antica nei millenni ha avuto e Repubblica fino a quando ha avuto una aristocrazia… Si chieda per scendere all'Italia, perché lei sta in alto sul colle, se è vero a o non è vero che le Repubbliche che noi conosciamo, e cioè le Repubbliche Marinare di Venezia, Pisa, Amalfi e Genova si ressero con oligarchie burocratiche prima. nobiliari dopo ... Si chieda se è vero o non e vero che la Repubblica del 1948 fu considerata un debole episodio di politica estera periferica ... Si chieda infine se è vero o non è vero che in Italia vi è stata una sola repubblica democratica, quella nata dal "tumulto dei Ciompi", il 1328, in Firenze, quando il cardatore di lana, Michele Di Lando, divenuto Presidente della Repubblica per 14 giorni, li impiegò tutti a procacciare le doti alle cinque figlie di cui disponeva, e dopo sparire dalla scena politica. A missione compiuta ...

Allora Prof. Zagabrescki, la sua teoria sul fondamento demo­cratico della epubblica è una teoria che si schianta da sola, senza spinte ... Ma c'è di più! Il giurista si pone l'interrogativo: che cosa sia la norma transitoria? Perché se è una norma transitoria, non c'è bisogno di essere giuristi, il guardiamacchine di questa piazza dice: se è transitoria significa provvisoria. Difatti c'è la sosta e c'è la fermata, e quindi la transitorietà è come la fermata. legata cioè alla momentaneità. Se si stabilizza il transitorio, vi siete mai chiesti, sicuramente ve lo sarete chiesti, s'instaura l'emergenza. Ma l'emergenza, per sua natura, è eccezionale. Se c'è un evento eccezionale, si provvede con un sistema eccezionale, con un rimedio eccezionale. Ma se norma transitoria ancora resiste dopo oltre mezzo secolo, il guasto tecnico-giuridico lo intuisce chiunque abbia a cuore un minimo di fondamento sulla certezza del diritto.

Ma ho detto diritto. Andiamo per l'ultima parte di questo nostro viaggio ad interrogarci in diritto: Che cosa l'esilio? Questo esilio per i Savoia!

È una pena senza crimine! Così si prende a sassate la responsabilità personale!

E allora chiudiamo gli occhi, chiudiamo gli occhi per un momento ed immaginiamo che l’ultimo Regnante di Casa Savoia abbia commesso dei crimini nefandi. Egli ha un figlio. Il quale, all'epoca in cui egli commetteva questi crimini, aveva qualche anno. C'è una legge che sancisce: “sicco­me tuo padre ha commesso dei crimini io li imputo a tua respon­sabilità". Si, c'è una legge. L'ha stabilito Fedro col lupo e l'agnel­lo: -tu mi intorbidisci l'acqua", dice il lupo, "me l'hai fatto questo anche sei mesi la", continua. "Ma io sei mesi fa non c'ero”. ­risponde l'agnello. Incalza il lupo: "beh, sarà stato tuo padre, Paghi tu per lui". Ma questa è una favola, una favola perversa ma è una favola. In diritto è pensabile che vi sia il principio della responsabilità non personale, ed è pensabile per come abbiamo detto che c'è una norma immodificabile scritta nella costituzione?

C'è una norma dove la paura che diventa panico resiste a tutto e dice 'bene, che nessuno osi toccare, perché se si torca si sfa­scia", cosi statuendo la ... illegittima difesa! Allora congiungo due estremi, entrambi perversi: da un lato la immodificabilità dell'art. 139, dall'altro il mantenimento della transitorietà, e in questa pro­gressione illegittima io realizzo il diritto imperfetto, vale a dire la negazione del diritto. Si va oltre l'ergastolo, si va oltre l'ergastolo signori che mi ascoltate, perché l'ergastolo ha rimedi correttivi, l'ergastolo può alla fine essere convertito in una pena diversa dalla perpetuità, l'ergastolo può avere la grazia, mentre l'art. 139 per legge - attenzione, per legge - non è soggetto a modifiche.

Ma io ho detto immaginiamo per un momento una responsabi­lità: vogliamo chiederci di che cosa sono responsabili finalmente questi Savoia. Eh si, responsabilità immensa! Sono responsabili di aver dato all'Italia, nessuno faccia riferimenti politici. parliamo con la storia e di storia, di aver dato all'Italia l'Impero, le colonie, la terza Marina Militare del mondo, la lira che batteva la lira-oro, un prestigio all'estero di grande potenza, non scritto sulla carta. enfatizzato da storici ruffiani: il mondo è testimone!

E se si vuole esiliare tutto questo, si accomodino pure gli altri da noi. Perché da "costoro" noi siamo diversi' Non è questa una elegia nostalgica. No, no! Stiamo parlando di diritto ...

Per scoprire una malcelata e tremebonda autotutela dell'istituto repubblicano.

Se così è, è conseguenziale affermare che a reggere la Repubblica c'è una costituzione ... incostituzionale. Perché l’art 139 sancisce la dittatura di una forma istituzionale ... Basti osservare - sentite i riferimenti - che con la dodicesima disposizione che ricordava la ricostituzione del partito fascista, i cosiddetti gerarchi del regime passato potevano ritornare nelle loro cariche per fatti di non eccessiva gravità dopo cinque anni. Quindi c'è un limite temporale che per l'art. 139 non è previsto: per i rappresentanti del precedente regime c'è una sanzione temporale per un'ipotetica responsabilità; nel caso degli eredi dei Savoia, per non esserci nessuna responsabilità si stabilisce la perpetuità!

Ancora! C'è un fatto particolare, devastante, di cui i costituzionalisti non si sono preoccupati - ecco perché io sto provocando riflessioni per una scrittura a più mani, uomini di cultura, colleghi parlamentari - un documento a più mani per chiederci, attenzione al quesito: ma se è vero che devono essere banditi gli istituti voluti dalla Monarchia, si sono mai posti carico i signori repubblicani dl chiedersi come questa Repubblica si sia attuata. Lasciamo stare l brogli, chiudiamo gli occhi - la risposta è perentoria: "con referendum!". E chi l'ha firmati i referendum? Umberto Il di Savoia. Strano! Questa è una Repubblica dove si devono bandire gli istituti, ma si dimentica che se dobbiamo noi globalizzare questo ragionamento per portarlo alle estreme conseguenze, cominciamo col dire che il vizio inficia le origini, perché una Repubblica che nasce da un provvedimento legislativo di un Re indegno di restare, neppure rappresentato da future o lontane generazioni, è malformata per contagio … genetico.

E allora ci sono rimedi? Due! E ci avviamo alla conclusione.

Un rimedio cogente è l’abrogazione della tredicesima disposizione, come atto di civiltà giuridica, oltre che riparazione nei confronti della storia. Ma c’è un altro rimedio tecnico giuridico: caro Gustavo Selva, a ben guardare potrebbero superare l’autorità della tua presidenza alcuni cittadini che ci ponessero e in carico questo problema… Non c’è bisogno di modifiche, basterebbe una presa d'atto della cessazione degli effetti per decorso del tempo e degli eventi ed il Consiglio di Stato potrebbe considerare decaduta la norma transitoria, senza che sia sottoposta al vaglio delle Camere. E se le Camere dovessero mantenere una sordità al problema, escludendo il momento storico dove a Camere ferme evidentemente nessuna legge può essere portata avanti, comin­cio a parlare delle nuove Camere sperando finalmente che gli italiani abbiano il Governo che si meritano - se le nuove Camere non avvenissero l'urgenza di una riflessione su questo punto, sappiano di potere essere messe in mora, perché possono esse­re -scavalcate" da un rimedio giuridico, che potrebbe essere atti­vato dai monarchici in Italia, istanti avanti il giudice amministrativo superiore!

A riparazione e testimonianza di un crimine costituzionale, giu­ridico e morale, io voglio ricordare - qualcuno di voi sarà stato pure presente - quella notte quando si è discussa l'abrogazione della tredicesima disposizione.

Oggi c'è una corsa da parte di tutti a dire "... non se n'è mai parlato, ma noi siamo pronti..". La prima Commissione ha avuto il consenso di tutti i gruppi politici, persino Rifondazione Comunista ha detto "... Ma, a pensarci bene, via, non è che ci siano grandi problemi e grandi veti..". E tutti vogliono far credere, rivolgendosi con rimorso alla grande platea dei monarchici, che queste speri­mentazioni non siano state mai concluse perché mai tentate.

lo quella notte c'ero, ed ho parlato quella notte, e quella indi­menticabile notte molti di voi c'erano ad affollare le tribune del pubblico, una cosa mai vista in Parlamento. Erano stracolme le tribune del pubblico, era quasi vuota l'aula. Parlava un uomo non intendo occuparmi, perché già da vivo portava appresso di suo cadavere, il quale intervenendo, era un socialista oltranzista disse che era questa una immagine desolante - quelle delle tribune affollate - e usò questa espressione: "Le tribune sono popolate di fantasmi di vecchie contesse e colonnelli in pensione".

Io mi permetto di dire a quest'uomo, sperando che il tribunale di Dio Io abbia assolto anche da questo crimine, che un fantasma c'era, ma era nell'aula, un fantasma pesante che aleggiava, ed era il fantasma dell'onore. In quel momento c'erano 63 Parlamentari, perché tutti questi, e solo questi.. votarono la proposta.., quelli del vecchio Movimento Sociale, più alcuni generosi, ricordo Costamagna ed altri, e poi c'era il deserto, perché l'onore non poteva in quell'occasione essere presente nell'aula, in quell'aula tappezzata di odio.

Ecco perché, italiani di Roma, Monarchici d'Italia io voglio concludere - chiamando a raccolta nel dibattito tutti gli Italiani, e non solo i Monarchici - (ancora il Profeta della Patria, Umberto II: "Non intendo essere il re dei Monarchici, ma il Re degli Italiani"). Riflettano quelli che si accontentano di un voto in più per avere un Presidente perché quando la maggioranza non è più "qualificata", basta un voto per spaccare il Paese ed esprimere un Presidente della Repubblica.. Un solo voto! Chi si chiede perché siano fragili i rami, osservi l'albero.. Si interroghi chi giustamente esige stabilità istituzionale.

Noi, ad altro educati, ricordiamo: c'è chi colloquia con i secoli, c'è chi litiga con i giorni. A pensarci bene è solo problema di stile! Grazie!

mercoledì 9 giugno 2021

Della Monarchia: dal sentimento alla ragione. Dal passato al futuro. I parte

 


dell' On.le Avv. Enzo Trantino

Testo stenografico della conferenza tenuta al Capranica il 21 gennaio 1996

per il Circolo Rex

 

Ministro Fisichella, Presidente Selva, Direttore Malgieri, Avvocato Francesco Caroleo Grimaldi, presidente di uno dei più prestigiosi circoli che la Capitale oggi possa vantare, signore e signori, Guardie d'Onore, monarchici tutti, io vengo per continua­re un discorso, forse per dire qualcosa di nuovo, ma un nuovo che nasce da antiche emozioni, da collaudati sentimenti.

Mi permetto di dire che oggi io trovo l'occasione per poter rivol­germi a voi come ci si può rivolgere a un comitato di creditori, cre­ditori di storia, creditori di verità, perché questo voi e noi siamo. lo vi provoco culturalmente con una prima domanda: perché nella vecchia Europa ancora oggi punto di riferimento culturale e faro nel mondo, nonostante le Americhe ed il Sol Levante, ben sette stati, Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Svezia, Norvegia, più altri tre di modesta consistenza territoriale ma non per questo meno importanti, anzi economicamente prota­gonisti (Monaco, Lussemburgo e Liechtenstein) conservano l'or­dinamento monarchico?

La domanda esige una risposta tanto razionale quanto imme­diata: perché in questi Stati le istituzioni sono stabili! A pensar bene, la chiave di lettura di questo intreccio che sembra inestrica­bile e che sta cadendo nel grottesco della crisi di oggi, è la man­canza di stabilità.

lo non dimenticherò mai, e Gennaro Malgieri è testimone, la lezione che ci ha dato il Ministro degli Esteri Cinese. Quando gli abbiamo chiesto perché mai il presidente Khol che aveva preceduto la visita dell'on. Fini aveva al seguito 144 imprenditori con i quali si erano stabiliti contratti e negozi di affari per gli anni venturi? Così ha risposto: 'Sebbene l'Italia abbia con noi rapporti che si possono definire ultrasecolari, alcuni millenari, voi avete una cre­dibilità istituzionale tarlata, per dirla in breve. Infatti io so di parla- re oggi con Khol, tra un anno con Khol, fra quattro anni con Khol, fra cinque anni con Khol. Con voi so che c'è oggi un Presidente del Consiglio di un Governo in crisi, non so chi ci sarà domani, non so chi ci sarà dopodomani. La stabilità è costruzione dell'im­magine di un paese".

Noi siamo tutti volti a fare il confronto tra Monarchia e Repubblica non sulle ali del sentimento, perché fare l'intervento emozionale strappalacrime è facile ma inutile. Oggi i giovani. soprattutto i giovani, vogliono risposte ai duri "perché" che ci pun­tano contro. Ecco allora che un primo dato storico consiste nella considerazione che le Monarchie quando cadono privilegiano le grandi cause. Pensate un po' alle Monarchie dell'Est europeo. cadute per la inconciliabilità col marxismo: Russia, Romania, Bulgaria, Ungheria, Jugoslavia: mentre tre grandi monarchie pagarono la sfortuna delle armi: Austria, Germania Asburgica, Italia; la Francia annegò la Monarchia nel sangue di una rivoluzio­ne, ma riuscì, come sanno fare i francesi col loro senso dello Stato, a costruire un Presidente della Repubblica ... monarchico. Sicché restano Grecia e Portogallo, caduti solo per colpo di Stato. Ma una prima proposizione importante si affaccia agli esegeti di storia vera quando vogliamo considerare che marxismo e nazi­smo irrompono sulla scena dalle macerie di due imperi, perché cade l'impero russo, cade l'impero asburgico, entrano in scena due filosofie perverse, marxismo e nazismo, a riprova modesta delle cose che abbiamo detto.

Quindi, partiamo sicuramente con una contiguità alla stona senza voler essere storici per non averne le qualità, se osiamo dire, come stiamo dicendo, che nel caso di specie, la Monarchia è prova assoluta di libertà come valore concreto.

 

Voi pensate che nel Giappone la Monarchia è sopravvissuta persino all'atomica e il Giappone ha saputo dare con la sua gran­de e raffinata cultura, con la delicatezza dei suoi sentimenti' un quadro che suscita in me tutte te volte in cui mi sovviene alla memoria, una grande ondata emozionate, quando, persa la guer­ra, il popolo giapponese si riunì nella notte davanti alla Reggia in ginocchio per chiedere scusa al proprio Imperatore d'aver perdu­to la guerra! ...

Qui noi, dimenticando un passato, abbiamo considerato la Monarchia unico capro espiatorio di una guerra non vinta più che persa. Ecco perché le Monarchie hanno questo radicamento nel sangue della gente: e allora, se la Spagna riesce con Juan Carlos a traghettare una dittatura nella democrazia, allora il postulato che ci siamo permessi di affrontare prioritariamente noi, trova una prima spiegazione, cioè la prova del riscontro, che la Monarchia è libertà nella tradizione. Ecco il quesito: se risponde a concretezza la preminenza del sistema monarchico, cosa ci interessa da vici­no per il ritorno alla Monarchia?

Sorge una attualità nel momento del dibattito generale sulla forma istituzionale. lo mi permetto immediatamente, non per privi­legiarli sugli altri, ma perché protagonisti nel dibattito, Fisichella per quel prezioso libro sulla Monarchia, Selva perché Presidente di quella Commissione che ha all'esame proprio l'abrogazione della tredicesima disposizione, il Direttore Malgieri perché raffina­to uomo di cultura, mi permetto offrire oggi, a loro e a voi il picco­lo dono di un'intuizione, con la debolezza intima di un brivido (perché gli intellettuali abbiamo questo limite o questa forza, fate voi: davanti alla ricerca felice, riuscita, si prova l'eccitazione intel­lettuale del punto fermo).

C'è un modo per uscire dall'attuale crisi istituzionale? Stranamente questa modesta indicazione, antica e nuova, viene da una sala di cinema romano, ed è lo Statuto Albertino!

Se voi rileggete lo Statuto Albertino, e confesso che per averlo considerato patrimonio acquisito ho trovato novità anch'io nel leggerlo dopo tanti anni, nei passi salienti resterete coinvolti, nell'ar­dore dell'esposizione, dal rinvenire le chiavi della crisi, cioè della soluzione della crisi: “Il Capo dello Stato nomina e revoca i ministri i quali soggiacciono a loro volta la Legge votata dai rappresentanti del popolo e da benemeriti nominati dal Re; Camere composte dunque con criteri diversi per nomina, per estrazione, per durata, sì da evitare l'inutile e dispendioso bicameralismo per­fetto; alla nomina diretta può eventualmente sostituirsi o combi­narsi la rappresentanza delle categorie produttive".

Se si pensa che un simile sistema rileva, nella sua essenza, efficienza ordinata a cui deve protendere ogni Stato, a differenza di un disegno, l'attuale, dove i poteri si annullano a vicenda, per­ché questo fu lo scopo recondito dei costituenti del dopoguerra; se si pensa ad un modello dove un capo duraturo coordina i tre poteri, garantendo la sanzione della Legge, la scelta del Governo, la supremazia sulla Magistratura, indipendente ma non dalle regole: non si vede come tale modello non possa rientrare a buon diritto, come occasione imitativa e affinabile, tra le possibili forme istituzionali di un nuovo Stato. Non solo, ma a ciò si aggiunge un particolare di estrema importanza che le tendenze federalistiche attuali, oggi pane di ogni condimento (non si può parlare di nulla, neppure dei problemi domestici, se non entra subito il federali­smo, perché oggi è diventato un vizio ed una moda, come ieri era l'antifascismo; oggi l’istituto che ha sostituito l'antifascismo è il federalismo, annullando con gli eccessi fanatici e strumentali, i contenuti opportuni e positivi). Persino un problema di infedeltà coniugale “l'ubriaco di Mantova" vuole risolverlo con il "suo" fede­ralismo, che, essendo un istituto importante, si sporca nel momento in cui viene propugnato da un uomo le cui idee non nascono né dal cuore né dalla testa, ma dal sistema biliare ... e vengono quindi vomitate dalla bocca. Mi rivolgo alle scritture: 'Gesù, fate luce"...

Nell'ordinamento composto da tre Stati previsto dallo Statuto Albertino, che dovrebbe sostituire Io Stato Regionale, l’istituzione monarchica non contrasta affatto, ma anzi è garanzia di un nome al vertice e di coordinamento anti disgregativo per un eventuale Stato federale e ci conforta l'esempio del passalo: la Monarchia Asburgica o l'impero tedesco, o l’esempio del presente: la Monarchia belga, la Monarchia belga che esalta le federazioni e quindi il federalismo, assicurando l'unità della Patria.

Ecco perché Ammiraglio Cocco, ecco perché Sergio Boschiero. noi siamo attuali e futuribili, perché lo Statuto Albertino a distanza ormai di oltre un secolo, può trovare risposte a quelli che oggi cercano i nuovi Diogene: un nuovo assetto istituzionale che ha soltanto l'esigenza del lucidare l'antica argenteria per essere sempre presentabile nel momento in cui noi abbiamo bisogno, e ne abbiamo tanto bisogno, di fare bella figura.

Ma si torni all'analisi dello Statuto: il potere legislativo esercita­to collettivamente dal Re, dalla Camera dei Deputati eletta dal popolo e dal Senato di nomina Regia: il Re ha insieme a ciascun cittadino il potere di proporre le leggi, oltre ovviamente ad ogni rappresentante parlamentare: ha inoltre il potere di sanzione sulla legge approvata dall'assemblea, (è in sostanza il diritto di veto che negli Stati Uniti può esprimere il Presidente, anche se in quel Paese può essere vanificato, come contrappeso istituzionale, dal voto del Congresso a maggioranza qualificata di 2/3). Previsti e diversificati (non inutile doppione) i due "rami" del Parlamento: senatori ultraquarantenni, come adesso, ma di nomina regia, nominali a vita, donde il non previsto potere di scioglimento del­l'assemblea da parte del Re, come viceversa avviene per la Camera dei Deputati, è una garanzia di stabilità e permanenza contrapposta all'altra Camera, con la scelta tra predeterminate e tassative categorie che garantiscono l'esperienza del settore pub­blico e le competenze "alte": i Deputati dopo tre legislature o sei anni di esercizio, i Ministri di Stato, i Ministri Segretari di Stato, gli Ambasciatori, i primi Presidenti e i Presidenti della Suprema Corte di Cassazione, i primi Presidenti delta Corte d'Appello. l'Avvocato Generale presso la Suprema Corte, Il Procuratore

 

Generale dopo cinque anni di funzioni, i Presidenti delle Magistrature d'Appello dopo tre anni di funzione, i Consiglieri di Cassazione e della Corte dei Conti dopo cinque anni di funzione, gli Ufficiali Generali delle Forze Armate, i Consiglieri di Stato dopo cinque anni di funzione, i membri dell'Accademia della Scienza dopo sette anni di nomina, i membri del Consiglio Superiore dell'Istruzione Pubblica dopo sette anni di esercizio, coloro che con servizio e meriti eminenti hanno illustrato la Patria.

Una prima, immediata riflessione: tra le categorie di persone che vengono scelte per il Senato non rinverrete una sola devian­za di natura, usiamo una espressione moderna, "clientelare"; non un 'prelievo" da parte di famiglie importanti, che possono contrab­bandare sempre una nomina regia dicendo "lo consente lo Statuto". A ben vedere qui c'è la corporazione delle arti, delle scienze, delle lettere, gli uomini che onorano e illustrano un Paese, c'è una selezione meritocratica che noi abbiamo dovuto rispolverare con un secolo di ritardo, nel momento in cui è ritorna­to, almeno come progetto, il valore della meritocrazia, quando lo Statuto Albertino fissava dei paletti perché il Sovrano non era libero di nominare chi volesse, ma doveva dar conto della nomina regia che prelevava personale istituzionale da categorie che rap­presentavano l'illustrazione della Patria, il più alto vertice, l'aristo­crazia dei valori, o per usare la dottrina di Umberto II: "la gerar­chia dei valori"! Il Re cerca valori e non salotti, lobbies o famiglie, cerca morale e fosforo e non araldica o censo, e questi uomini, per la loro funzione e non per il loro nome, essendo fondamento del Regno, onorano la Patria ed hanno il diritto ad essere prescelti sugli altri. C'è l'antica saggezza, c'è il sale della terra, c'è la scienza dei valori, c'è tutto nello Statuto Albertino: aggiornandolo ed attualizzandolo come avviene per ogni cosa scritta dagli uomini: si può trovare ancora una risposta. Passando al potere esecutivo: questo appartiene al Re e ai ministri, nel senso che il Re nomina e revoca i suoi ministri, articolo65, donde derivò consuetudini contrarie al senso letterale della norma che fece sì che

 

 

 

il Capo del Governo nominato si presentasse coi ministri alle Camere per ottenerne la fiducia. Il costrutto è peculiare soprattutto perché comprime gli eccessi del presidenzialismo all'americana, una netta e distinta separazione che il Presidente è Capo del Governo senza che abbia ingerenze di proposta per legiferare, ed al contempo i Ministri che rispondono solo ed esclusivamente nei suoi confronti sono quindi sostanzialmente irresponsabili.

Nello Statuto Albertino è invece previsto espressamente che i Ministri siano responsabili non solo e non tanto dinanzi al Re, nei cui confronti hanno prestato il giuramento, ma dinanzi lo Stato, il popolo in generale. Possono infatti venir messi in stato d'accusa dalla Camera dei Deputali davanti al Senato, costituita apposita­mente in Alta Corte di Giustizia, competente in generale per i cri­mini di alto tradimento ed attentato alla sicurezza nazionale da chiunque commessi. Ecco allora che, tirate le somme, non vi è chi non veda un sistema agile e moderno che supera in garanzie il sistema americano e non ha nulla da invidiare al francese, definito sorta di Monarchia ... repubblicana per la particolare posizio­ne del Presidente. Non vi è la separazione assoluta dei poteri si come nel sistema presidenziale puro, mentre non manca una sicura distribuzione degli stessi nella soprintendenza generale del Capo dello Stato, appunto il Re.

V'è una interegenza di poteri che non si annullano ma si com­pendiano e non vi sono confini ambigui tra un potere ed un altro. Il Parlamento, ad esempio, pur nella non sussistenza del regime parlamentare del rapporto fiduciario, fa politica perché fa le leggi e con le leggi si tracciano gli indirizzi dello Stato, si danno i poteri dell'amministrazione, non solo vincolandola con la legge finanzia­ria, si stabilisce ciò che può essere e non essere fatta Non avvie­ne ciò in America, che trattandosi di Stato Federale, le leggi di immediata efficacia nei confronti dei consociati sono quelli dei singoli Stati, né può il congresso imprimere una linea politica ad un Governo totalmente autonomo e distaccato da essi.

Si è senno che il sistema intanto è attuale, e ciò non può essere controverso, in quanto ben si attaglia ad un modello repubblicano con elezione diretta del popolo. Ma la modernità di un modello rappresentativo monarchico non cessa di esistere se si tiene conto:

a)  che resta sopra le parti ed essenzialmente persona superpartes, laddove il Presidente altro non è se non l'espressione di una fazione in un dato periodo storico, ancor meno: in un dato periodo cronologico;

b)  ha, in quanto carica vitalizia, il carattere della stabilità ed e per Questo garanzia di normalità nella conduzione della Nazione e, soprattutto, è svincolato dall'esecutivo e perciò libero da ogni ricatto di parte.

Valutate nel laboratorio delle vostre riflessioni le proposizioni che ho avuto l'onore di sottoporvi e che rappresentano non scien­ze archiviata, ma, tranne dettagli e lucidature, attualizzazione di un sistema di normazione istituzionale. Ma io mi chiedo: se la Monarchia fosse stata oppressiva, come si spiega la nostalgia dei popoli die l'hanno persa? E siccome io non devo affidarmi, ho fatto questo impegno solenne, a nessuna prosa sentimentale, mi Permetto affidarmi al diario di queste consistenze, tratto proprio dai costituzionalisti, i più seri, i più impegnati.

Dutavier: (francese), ed e un tema questo che è stato riproposto proprio da Fisichella nel momento in cui ha tracciato la panoramica generale, globale, sull'importanza della Monarchia e sulle risposte che la Monarchia dà alle attese di un popolo.

Seguite: i popoli dell’Est europeo si ribellano invocando i loro Sovrani in esilio e chiedendo a gran voce il ripristino della libertà religiosa, i due baluardi a difesa della dignità dell’uomo. Così la principessa Maria Luisa di Bulgaria, figlia di Re Boris, morto in circostanze drammatiche, e della regina Giovanna di Savoia, appena giunta per una visita privata in terra bulgara, trova ad attenderla mezzo milione di persone che l’acclamano in un tripudio di gioia con un tappeto di fiori lungo ben sette chilometri. Un trionfo da Regina, dopo quarantotto anni di esilio mentre Simeone di Bulgaria è libero di vedere la sua patria. Re Michele di Romania dopo la caduta della feroce di Ceausescu improvvisamente e diventato un punto fermo di riferimento per i rumeni e per la Romania, sulla via di una lenta democratizzazione. L'Ungheria onora gli Asburgo e riscopre l’apporto dato alla civiltà slava, se è vero, come è vero che i simboli del glorioso impero austroungarico sono stati rimessi nella bandiera nazionale. La Cecoslovacchia e la Polonia, riscoprono gli antichi valori spirituali, morali e civili che hanno reso felice nel passato una realtà nazionale a reggimento monarchico.

Il Montenegro, tanto caro agli italiani perché ha dato i natali alla Regina Elena, Regina della carità e della dignità, riscopre i propri Sovrani in una vampata di orgoglio e di dignità di popolo e acco­glie le spoglie mortali con onori storici. I croati e gli sloveni e tutti i popoli della variegata Repubblica di Jugoslavia, si ribellano invo­cando il Re Alessandro di Jugoslavia in esilio a Londra, elevata a punto di riferimento per gli sviluppi politici e futuri. I sostenitori della Monarchia Asburgica si stanno molto attivando, perché capaci di grandi slanci di fronte a ripensamenti (non e dato sottovalutare il ritorno trionfale della salma dell'ultima Imperatrice Zita, consorte vedova dell'ultimo Imperatore Carlo).

In molli laend della Germania, e in forte ripresa l’idea della restaurazione monarchica e nella repubblicana Francia gli ultimi sondaggi danno grossi punti a favore della possibile restaurazio­ne monarchica, il che non ha bisogno di commenti; infine, la Russia, la ex-Unione Sovietica, che si esalta in una crescente ansia dl ritorno ai tradizionali valori ovili e spirituali di quel grande

popolo, l'altare e il trono.

Avevate ragione, cari Valore e Previtera, quando vi impegnava­te in queste ricerche. Avevate ragione perché sono ricerche oggi confortate dal controllo della storia, tanto che possiamo noi dire che la monarchia è anzitutto, e cominciamo ad approdare alle realtà propositive, sintesi di valori di stabilità istituzionale.

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La presenza del Commonwealth è la conferma di quanto noi sostenuto. La Monarchia opera il miracolo di unire popoli, razze, idiomi, tradizioni diverse e spesso posti in nome di una sola realtà viva. Il Sovrano, simbolo comune di affiatamento nazionale, di comuni tentativi per superare i particolarismi locali.

Tra tanti è possibile parlare della Nazione americana, quando apprendiamo che la divisione alla fine porta persino alla separatezza tra varie legislazioni. Il Re è il Re di tutti, dei presenti perché come persona fisica nella contingenza del presente vissuto, come parte integrante della dinastia e come Sovrano, cioè come istituzione senza tempo, seppure incarnata nel tempo. II Re della generazione passata perché legato alle generazioni trascorse a mezzo della successione dinastica; dinastia, Re Patria e popolo sono cosi un tutt'uno, pur nel fluire del tempo e degli eventi; è realizzazione che continua il cammino della storia delle radici di una Comunità nazionale.

Un filosofo del diritto, il mio maestro, un costituzionalista che sicuramente resterà non solo nella memoria, ma nel futuro delle generazioni italiane, parlo del grande Orazio Condorelli, quando ci insegnava ad amare la Patria, ammoniva: "La Patria ed il Re sono un tutt'uno; ma la Patria si serve anche quando si perde il Re, perché il Re questo vuole, perché la Patria è casa di storia e di memorie"!

 

E allora la Monarchia diventa anzitutto stile: immaginatevi un Re che esterni nelle occasioni che gli sono o non gli sono consentite, che soprattutto cerchi visite all'estero, incredibile ma così, per parlare delle miserie interne e dare un'impressione penosissima, soprattutto ai nostri connazionali all'estero, non chiamateli emigranti, sono sessantacinque milioni e rappresentano l'altra Italia - immaginate un Re che in visita istituzionale parli delle miserie interne, delle beghe, delle diatribe della Patria, quando sappiamo che arrivano in Italia Presidenti di Repubblica ... monarchici, e voi sapete a chi mi riferisco, che hanno la forza di passare su quello che è stata la rivoluzione tentata dalle sinistre nel proprio Stato, parlo della Francia, dove le sinistre hanno voluto dimostrare che il voto non serve a nulla fino a quando c’è la volontà delle sinistre di immobilizzare eversivamente la democrazia e ci vuole la grande forza di un Capo di Stato per resistere persino alle barricate ed arrivare in un'Italia che si era permessa in esternazione di parlar male di questo Stato, e dire: lo vengo a rendere onore al Santo Padre, non cer­tamente vengo in visita al governo degli insulti"...

E perché questi statisti? Perché il senso dello Stato non si compra alla Standa, non si improvvisa, non lo insegnano i Partiti. O si ha o non si ha. È come la nobiltà dell'animo: o c’è o non c'è. È come l'onestà: può essere affinato ed è affinato con l'educazio­ne, con l'esperienza, col Governo dei problemi. Non può succedere mai che improvvisandosi statisti tali si resta, perché al primo impatto si sfascia l'immagine precaria. Organizziamo una rifles­sione: l'ingegneria costituzionale non deve inventare solo progetti possibili, e torno di nuovo a Fisichella. Deve anche autorizzare istituti fondamentali e perenni. Ma voi pensate, nell'epoca dei diritti diffusi, Avv. Caroleo, quando persino le organizzazioni, le più variegate, possono costituirsi parte civili in processi particolari di ambiente o di violenza e così via, nell'epoca dei diritti diffusi noi ci siamo ingegnati (!) a sopprimere il diritto fondamentale, vale a dire quello dell'esercizio della democrazia, con l'art. 139 della Costituzione, che non rende soggetta a revisione costituzionale una forma che si dice scelta dal popolo!

mercoledì 11 novembre 2020

Re Vittorio Emanuele III

Nell'anniversario della nascita del Re proponiamo il testo di questo opuscolo, recentemente ritrovato, fedele cronista della commemorazione ufficiale del 1969, anno del centenario, edito dal Circolo Rex.
Siamo sicuri di fare cosa gradita a moltissimi.
Viva il Re!

Il Consiglio Direttivo del "Circolo di cultura e di educazione politica" aveva da tempo in animo di riprendere la pubblica­zione delle conferenze che settimanalmente si tengono nella Sala del Cinema Capranichetta. Ne è stato finora impedito dalla scar­sezza di fondi.

Ora, fidando sul concorso degli amici, ripristina coraggiosa­mente la serie dei suoi "Quaderni" con la commemorazione del Centenario della nascita di S.M. il Re Vittorio Emanuele III, tenuta dall'on. prof. Alfredo Covelli, con prolusione di S.E. il Cavaliere Falcone Lucifero.

Poiché la pubblicazione ha scopo esclusivamente divulgativo, il Consiglio confida che gli amici vorranno appoggiarla, diffonden­dola fra i conoscenti.

Il Consiglio si augura di poter così meglio adempiere ai fini istitutivi del Circolo e di assecondare i suggerimenti più volte espressi dai Soci.

IL CONSIGLIO DIRETTIVO

 

 

PRESENTAZIONE

dell'avv. Carlo d'Amelio

Presidente del Circolo Rex

Mi considero particolarmente onorato di inaugurare - a nome del Consiglio Direttivo - in modo così solenne, il XXII Ciclo di Conferenze di questo Circolo.

Ringrazio tutti di essere qui presenti e di avere aderito al nostro invito di partecipare a questa significativa manifesta­zione.

Mi auguro che ogni domenica, con il succedersi di oratori particolarmente preparati per la trattazione dei temi loro affi­dati, si possano ripetere analoghe qualificate riunioni.

Invero nei due ultimi cicli abbiamo segnato un notevole in­cremento della nostra attività. Si è potuto accertare che nel 1967-1968 hanno ascoltato le conferenze circa 4.900 persone, e nel 1968-1969 sono aumentati a n. 5.200 i frequentatori che hanno partecipato alle varie manifestazioni che si sono svolte in questa accogliente sala.

Le cifre non sono molto rilevanti ma chi è pratico di simili iniziative non può non constatare il largo consenso che riscuote l'attività del Circolo.

Quest'anno il programma si preannuncia sempre più inte­ressante e la schiera dei conferenzieri dei quali ci siamo assi­curati la parteceipazione è particolarmente ricca di uomini di studio, di cultura, dediti alla vita pubblica, militanti in diverse formazioni politiche.

Nelle riunioni degli scorsi anni abbiamo trattato problemi di viva attualità, di politica, di storia e di costume, allo scopo di diffondere la conoscenza dei vari aspetti della vita della Na­zione. Continueremo sulla via tracciata, confortati anche dai risultati raggiunti attraverso una indagine di opinioni che abbia­mo raccolte con un questionario rivolto ad amici e frequentatori, e non mancheremo di discorrere su gli infiniti aspetti della vita del nostro Paese, che tumultuosamente si affacciano, di giorno in giorno, alla ribalta nazionale ed internazionale.

Purtroppo, nel mondo che ci circonda pullulano mestieranti e falsi pacifisti, mossi da bassi interessi e non da quegli alti ideali che ci animano e che ci consentono di difendere, come una barriera insormontabile, quel retaggio di virtù morali, civi­che e militari delle generazioni che ci hanno preceduto.

La storia d'Italia e le gloriose tradizioni risorgimentali (che si identificano con la storia e l'azione della millenaria Casa Sa­bauda), possono ancora oggi ispirare validamente i temi della più attuale evoluzione del nostro Paese.

Ma quel che più conta, è l'esempio e l'azione: assieme alla calda parola di tutti coloro i quali intendono responsabilmente affrontare le più immediate carenze.

Ed è perciò che ci rivolgiamo a quanti vorranno, nei nostri incontri, affiancare la nostra opera, modesta ma convinta, inter­venendo alle nostre riunioni e partecipando alla trattazione dei temi e dei problemi che travagliano la vita italiana.

Occorrerà parlare con estrema chiarezza e lealtà non ricor­dando soltanto un passato glorioso, ma sottolineando - soprat­tutto per i giovani - le esigenze dei nuovi tempi e la necessità di affrontarle, senza abbandonare il grande patrimonio morale ed i sacrifici delle passate generazioni.

Così cadranno nel nulla rivendicazioni e promesse basate su situazioni contingenti e falsi ideali, mentre trionferanno prin­cipi duraturi in cui progresso sociale, rettitudine e amor di patria, siano prassi di una nuova Italia.

Il nostro Circolo vuole essere - come per il passato - una palestra di dialettica democratica che attraverso dibattiti indichi la via migliore e la più accetta per la maggioranza degli ita­liani.

Ci proponiamo, quindi, una approfondita trattazione sui problemi fondamentali del momento nella vita nazionale ed inter­nazionale, con il fermo proposito di contribuire alla pacificazione degli animi ed alla fattiva attuazione di utili riforme.

E ispiriamoci in questa nostra alta e fattiva azione al Re Soldato, che se fu determinante nell'entrata in guerra nel maggio 1915, lo fu del pari - e con maggiore grandezza - nelle ferme determinazioni del Convegno di Peschiera.

Ecco qui la cara immagine nella storica giornata, che fu - in quella ora tenebrosa e di dolore - l'evento decisivo della gloria e dello splendore della difesa sul Piave e di Vittorio Veneto.

Se il 7 novembre 1917 - or sono cinquantadue anni pre­cisi - Vittorio Emanuele III assunse quel deciso atteggiamento, ciò mostra quale fede e quale stima il Re aveva delle virtù del soldato italiano di cui aveva condiviso - fante tra i fanti - la vita dura della trincea.

Fra tre giorni si compiono cent'anni della nascita di questo grande Sovrano. Era doveroso per il nostro Circolo rievocare degnamente la vita, l'opera, la figura, la sua azione. E' perciò che abbiamo indetto questo incontro.

E la rievocazione non sarebbe degna di Lui se non la chiu­dessimo con il fermo proposito di servire la Patria, libera ed unita, con fede ed amore, con ogni nostra risorsa, con ogni nostra possibilità, affrontando tutti gli eventi!

* * *

Prima di invitare l'Onorevole Alfredo Covelli di pronunciare il Suo discorso commemorativo sul Centenario che oggi cele­briamo, prego il Cavaliere Falcone Lucifero, di dirci anche Egli una parola sulla figura del Glorioso Sovrano che oggi onoriamo e del quale egli fu Ministro in uno dei Suoi Governi.

Consentitemi ancora di rinnovare al Cavaliere Lucifero, qui, pubblicamente le più vive felicitazioni per l'alto riconoscimento ricevuto di recente da S.M. il Re Umberto II che Gli ha con­ferito il Collare della Santissima Annunziata, per i venticinque anni di disinteressata dedizione alla causa del Re e della Patria.

Approfitto di questa particolare occasione per rivolgere al Ministro Lucifero un fervido saluto ed il plauso di tutti quegli amici e monarchici che avrebbero voluto degnamente festeg­giarLo, ma che si sono dovuti rassegnare di fronte al Suo netto, reiterato rifiuto, di accettare qualunque onoranza, specie in questo momento particolarmente difficile per la vita italiana.

venerdì 6 marzo 2020

Rinviata la conferenza del Professor Sfrecola per il Circolo Rex


A seguito dei noti problemi e del decreto legge circa illcontenimento del contagio relativo al virus SARS-CoV-2 la conferenza del Professor Sfrecola è rimandata a data da destinarsi.
Il presidente Domenico Giglio

mercoledì 4 marzo 2020

Conferenza del Professor Sfrecola per il Circolo Rex

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”



 72° Ciclo di Conferenze 2019- 2020 – Seconda Parte



“Nell’Inghilterra in mille anni è stato un susseguirsi di dinastie, egualmente in Francia ed in Spagna, solo la Dinastia Sabauda, prima Conti, poi Duchi ed infine Re ho regnato ininterrottamente per mille anni, acquisendo un prestigio superiore alle dimensioni territoriali dei loro Stati. Questo prestigio è stato determinante nella soluzione unitaria monarchica del Risorgimento e nella proclamazione del Regno d’Italia. Di questo tratterà il


Professore Avvocato Salvatore SFRECOLA

Domenica 8 marzo alle ore 10,30


 “Vittorio Emanuele II, alla Corte di Londra, 

affascina la Regina Vittoria”



Sala Italia presso Associazione “Famija Piemonteisa - Piemontesi a Roma”

Via Aldrovandi 16 ( ingresso su strada) e 16/B (ingresso con ascensore) 
raggiungibile con linee tramviarie “3” e “19” ed autobus “910”,”223”, e “52”

INGRESSO LIBERO

Nota : in sala saranno disponibili copie del recente volume “La solitudine del RE”,- edizioni Helicon- presentato al REX , domenica 2 febbraio, contenente una selezione delle lettere scambiate tra Umberto II ed il Ministro della Real Csa,Falcone Lucifero, nei lunghi anni dell’esilio, e di “Dittatura e Monarchia -L’Italia tra le due guerre” – editore Pagine -, fondamentale opera storica del professore Domenico Fisichella.