NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 18 febbraio 2020

Addio al professor Giovanni Vittorio Pallottino, luminare delle onde gravitazionali


Si è spento all’età di 82 anni il professor Giovanni Vittorio Pallottino, fisico italiano tra i massimi esperti di onde gravitazionali. Lo scienziato diede un contributo fondamentale alla progettazione dei primi interferometri per rilevare le increspature dello spaziotempo, come il Nautilus dell’INFN di Frascati.

SPAZIO E TEMPO 23 GENNAIO 2020  
di Andrea Centini

Martedì 21 gennaio si è spento a Roma all'età di 82 anni il professor Giovanni Vittorio Pallottino, tra i più brillanti fisici italiani. Autore di numerosi libri e articoli scientifici, Pallottino è stato uno dei massimi luminari nello studio delle onde gravitazionali. Ha infatti dato un contribuito fondamentale alla realizzazione di sofisticati rilevatori per le increspature dello spaziotempo: l'Explorer del CERN di Ginevra e il Nautilus installato nei laboratori dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) di Frascati. Quest'ultimo è rimasto in funzione tra il 1995 e il 2017, e benché facesse parte della prima generazione di rilevatori di onde gravitazionali, ha gettato le basi per la realizzazione dei più moderni interferometri. Fra essi vi sono il VIRGO (col cui gruppo ha collaborato anche Pallottino) e il LIGO, ai quali si deve il rilevamento delle prime onde gravitazionali della storia nel settembre del 2015.

Pallottino, nato a Roma il 16 dicembre del 1937, si laureò in Ingegneria Elettronica nel 1962 e fece un prestigioso percorso nel campo della ricerca. Prima presso il Cnen (oggi conosciuto come Enea) e poi al Cambridge Electron Accelerator (CEA) dell'Università di Harvard e del Massachusetts Institute of Technology, meglio noto con l'acronimo di MIT. In seguito divenne direttore presso l’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario del Centro Nazionale delle Ricerche (CNR) di Frascati. Dato il suo pionieristico lavoro con i rilevatori di particelle, Pallottino è stato anche coordinatore di progetti nazionali di ricerca (PRIN) dedicati all'analisi dei dati raccolti da questi sofisticati strumenti.

Anche l'insegnamento ha rappresentato una componente fondamentale della sua carriera scientifica. Ordinario di Elettronica al Dipartimento di Fisica della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali presso l'Università Sapienza di Roma, il professor Pallottino ha tenuto corsi di molteplici discipline, dall'Elettronica Applicata alla Cibernetica, passando per il Laboratorio di segnali e sistemi. Tra il 2000 e il 2003 è stato Presidente del Consiglio del corso di laurea in Fisica dell'ateneo romano, riformulando la didattica. Si è inoltre dedicato al Progetto lauree scientifiche del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca (MIUR). Durante il suo percorso accademico e di ricerca ha pubblicato poco meno di 200 lavori, sia su riviste scientifiche che in seno a congressi internazionali. Tra i suoi 13 libri vi sono manuali di Fisica e un trattato di Elettronica.

continua su: https://scienze.fanpage.it/addio-al-professor-giovanni-vittorio-pallottino-luminare-delle-onde-gravitazionali/
https://scienze.fanpage.it/

lunedì 17 febbraio 2020

Il libro azzurro sul referendum - XVI cap - 4


Pubblichiamo questa schifezza solo per dovere di completezza 
Lo staff

Il radio discorso del Presidente del Consiglio On. De Gasperi

Intendo parlare da uomo a uomo e rivolgermi soprattutto agli avversari in buona fede e ai disorientati. Durante la campagna elettorale, folle di gente amica od avversaria mi hanno consentito di parlare serenamente su tutte le piazze d'Italia. Benché, pur tenendo fede alle direttive del mio Partito, le mie argomentazioni cercassero piuttosto di superare che di acuire la polemica istituzionale e di concentrare invece l'attenzione sul carattere della consultazione popolare, atto di sovranità del popolo italiano, atto definitivo in cui le parti, cittadini e principe, si sottomettevano al metodo democratico della maggioranza, indispensabile per ricomporre e conservare l'unità morale della Nazione andata perduta durante la guerra. La procedura era regolata dalla legge, approvata dalla Consulta Nazionale, deliberata all'unanimità dal Consiglio dei Ministri costituito di repubblicani e monarchici, promulgata dal Luogotenente e l'ufficio di tirare le somme e di controllare le operazioni elettorali veniva affidato alla Magistratura della Corte d'Appello e dei tribunali e in ultima istanza alla Corte di Cassazione. Tutte le precauzioni erano prese perché le elezioni si svolgessero nell'ordine e nella libertà. E così fu. Il popolo italiano ritrovando il senso più nobile della sua storia, diede spettacolo di autodisciplina e di educazione democratica. Per due giorni fece pazientemente la coda per votare e ciascuno poté votare come voleva senza pressione di poteri pubblici, anzi evitando perfino il controllo dei partiti giacché con la scheda di Stato in mano, entro gli stessi partiti, si poté liberamente dare il voto alla repubblica e alla monarchia. In ogni circoscrizione del nord o del sud ci fu una notevole minoranza, presunzione indiscutibile che le elezioni furono oneste e libere. Questa fu al primo momento l'impressione concorde di tutti i Partiti all'interno e l'ammirata conclusione dell'estero. Ora quindi la Cassazione fece secondo prevedeva la legge, la proclamazione dei risultati del referendum» con una notevole maggioranza per la repubblica, potevamo noi Governo mettere in dubbio che in forza della stessa legge entrava automaticamente in vigore il regime provvisorio previsto? Per quanto riguarda la mia coscienza i devo dire che non ho dubitato un solo momento, e fedele al metodo democratico che bisogna assolutamente osservare come l'unico mezzo libero di consolidare l'unità del Paese, dichiarai subito al Re e poi al Consiglio il mio pensiero. Ma si obietta che la Corte di Cassazione si è riservata di dare giudizio definitivo sulle contestazioni e sui ricorsi e sta bene, ciò è conforme alla legge, la quale prevede appunto queste due operazioni: prima la proclamazione dei risultati in base ai verbali e poi il giudizio sui ricorsi; ma l'entrata in vigore del regime provvisorio e della legge prevista sono appunto in dipendenza della proclamazione dei risultati perché c'era nei legislatori e c'è obiettivamente la presunzione che la Corte non li avrebbe proclamati e non li proclamerebbe, se allo stato degli atti potesse prevedere che essi non siano tali da costituire una maggioranza.
Io non sono un giurista, ma mi pare di ragionare secondo il buon senso. Del resto ha forse il Governo diminuito o contrastato le prerogative della Corte di Cassazione? La Corte rimane libera e nessuno di noi intende sovrapporsi ad essa. Ma il Governo aveva il dovere di prendere quella posizione netta che gli sembrava giusta, prevista dalla legge e atta a mantenere nel popolo la fede nel metodo democratico e nella sua sovranità. Facendo ciò abbiamo tuttavia evitato di venire meno all'esercizio del nostro diritto e, per spirito di conciliazione verso il Paese e verso la parte soccombente, abbiamo contato di
come si potesse almeno per pochi giorni ancora, evitare una rottura clamorosa. Perché i consiglieri del Re, all'ultimo momento, sono venuti meno a questo sforzo ed hanno consigliato di lanciare al Paese una parola così aspra? Mi ripugna di rinnovare la polemica, anche perché il Re in molte circostanze del passato l'ho sempre trovato conciliativo e ieri stesso nell'ultimo commiato coi suoi familiari, e in contradizione con il proclama, ebbe parole di disciplina e di concordia. So ben considerare umanamente la tragedia di quest'uomo che, erede di una disfatta e di funeste, fatali compromissioni con la dittatura, si è sforzato negli ultimi mesi di risalire la corrente a furia di pazienza e di buon volere. Ma quest'ultima vicenda di una millenaria dinastia ci appare come una parte della catastrofe nazionale; è una espiazione, ma tutti dobbiamo espiare, anche coloro che non hanno avuto o ereditato le colpe della dinastia.
Vorrei dire ai partiti; non impicchiamo, non accaniamoci, fra vinti e vincitori uno solo è l'artefice del proprio destino: il popolo italiano, che si meriterà la benedizione di Dio, creerà nella Costituente una repubblica di tutti, una repubblica che si difende sì, ma non perseguita; una democrazia equilibrata nei suoi poteri, fondata sul lavoro ma giusta verso tutte le classi sociali; riformatrice, ma non sopraffattrice e soprattutto rispettosa della libertà della persona, dei comuni, delle regioni.
Un immenso lavoro ricostruttivo abbiamo innanzi a noi. La salita è faticosa. Diamoci la mano, uomini di buona volontà; comunque sia stato il vostro o il nostro voto, perché altrimenti senza questo sforzo comune non riusciremo. Ma riusciremo: ho fede che il popolo italiano ha già nel cuore questo fermo proposito e che sente già l'aculeo delle immediate esigenze sociali ed econo¬. Bisogna mantenere l'ordine, bisogna lavorare, bisogna produrre. Coloro stessi che si sentivano legati ad un giuramento, sono stati prosciolti da ogni obbligo verso una persona e oggi l'impegno solenne vale per la Patria, e la Patria è il popolo. Voglio riconoscere che questo proscioglimento è stato un atto ricostruttivo in mezzo ad altri gesti polemici ed irritati dell'ultima ora.
Uniamoci, italiani, nel pensiero della Patria e dimostriamo la saldezza della nostra unità  - lavoratori, forze armate, organi dello Stato, ceti tutti - in con-fronto di chi insidia le nostre più care frontiere, speculando sui nostri disordini interni e confermiamo, in vista delle trattative di pace, che il popolo italiano è risoluto a difendere il proprio sacrosanto diritto al suo avvenire ».



domenica 16 febbraio 2020

Doveri di un Capo dello Stato



Doveri di un Capo dello Stato
Il Capo dello Stato, sia un Imperatore, un Re o una Regina, un Presidente di Repubblica, un Fuhrer, un Duce e via discorrendo, a prescindere anche dai loro poteri che possono essere più o meno ampi, ha un dovere di rappresentanza e di simbolo della Nazione, della sua Unità, nonché del vertice dello Stato e la sua mancanza, impedimento, scomparsa, defezione e simili interrompe proprio il funzionamento della “macchina dello Stato”. Ecco perché se Monarchia, il Sovrano e l’ Erede, in caso di spostamenti, anche in periodi tranquilli, è bene siano separati, lo stesso vale per un Presidente ed un suo Vice, oppure in altri casi nelle Monarchie sia previsto l’ istituto della Luogotenenza o della Reggenza, o in Repubbliche sia costituzionalmente prevista una scala di sostituti automatici. Se “morto il Re, viva il Re!”, così si può dire “morto il Presidente, viva il Vice Presidente” o “viva il Presidente del Senato” per affermare la continuità dello Stato. In caso di guerre la questione diviene ancor più delicata perché in molti casi il Capo dello Stato è anche il Capo delle Forze Armate, anche se oggi è sempre più rara una effettiva presenza ed un diretto comando. Pensare ad un Capo dello Stato in mano al nemico apre una prospettiva gravissima di crisi dello Stato. Lasciamo stare quindi Francesco I di Francia, prigioniero di Carlo V, dopo la sfortunata battaglia di Pavia del 1525, e guardiamo i casi nell’epoca moderna che sono perciò rari e l’esempio più clamoroso è quello di Napoleone III, preso prigioniero dai prussiani a Sedan, il che portò alla immediata dissoluzione dell’Impero ed anche la tragica vicenda di un Massimiliano d’Asburgo fucilato a Queretaro dai ribelli messicani di Benito Juarez ( in cui onore –sic - poi vennero tanti Benito anche in Europa, nome prima inesistente ) che assunsero il potere, cancellando anche in questo caso, l’impero. Preservare perciò la propria libertà, nell’interesse generale e non della salvezza della propria persona è quindi un dovere ineludibile. Ecco perché nel 1814 il Presidente degli USA, Madison, lascia precipitosamente la Casa Bianca, con la colazione già in tavola,per non essere preso prigioniero, dagli inglesi che ivi banchettarono, incendiando poi il palazzo presidenziale ! Qualcuno ha mai parlato del fuggiasco Madison ? E poi perché lo Zar Alessandro lascia ed incendia Mosca all’avvicinarsi di Napoleone, e Stalin fa lo stesso all’avvicinarsi delle armate tedesche, nel 1941 ? Ed il Presidente francese che, nel 1940, abbandona Parigi per andare a Bordeaux, e Churchill, il quale afferma in caso di sbarco tedesco che, con il Re, sarebbe andato, non fuggito, in Canada a continuare la guerra fino alla vittoria. Lasciamo poi stare la Regina d’Olanda, i Re di Norvegia, di Grecia e di Jugoslavia, il Presidente della repubblica polacca e cecoslovacca che abbandonano non solo la loro capitale, ma il territorio nazionale, mentre l’unico che rimane in patria, il Re del Belgio, poi divenuto prigioniero di Hitler in Germania, viene successivamente accusato proprio di questo e impedito a rientrare nel territorio nazionale dopo la fine della guerra, da una assurda legge nel 1945 aspettando il 1950 quando un referendum popolare dà la netta maggioranza del 57,68% per il suo rientro e riassunzione dei poteri regi!
Tutto ciò premesso, veniamo al caso italiano e cerchiamo di seguirne la storia passo per passo. E’ notoria l’avversione di Hitler nei confronti dei Savoia e la sua rabbia per l’esautorazione dell’amico Mussolini, la decisione di poterlo liberare ed averlo nuovamente al suo fianco, e contemporaneamente punire il Re d’Italia per il cosiddetto tradimento. Perciò è fuori da ogni realtà pensare che, specie dopo l’armistizio, Hitler non avrebbe tentato di impadronirsi di Vittorio Emanuele III, costasse quel che costasse ( l’anno dopo l’operazione tedesca, perfettamente riuscita, fu quella condotta contro il Reggente ungherese Horthy che aveva il 15 ottobre 1944 annunciato l’armistizio, e preso prigioniero dai tedeschi aveva dovuto smentirlo nello stesso giorno!). Di questa necessità che il Re non fosse preso prigioniero, erano convinti anche gli angloamericani, che avevano stipulato l’armistizio con il Governo del Re, tanto che era stata ventilata l’idea di un suo trasferimento in quel di Palermo, già da tempo nelle loro mani, ma che avrebbe tolto al Re ogni libertà e dignità. Quindi lasciare Roma capitale era una necessità storica, istituzionale e costituzionale, non potendo trasformare questa duplice capitale, pensiamo al Pontefice, in un campo di battaglia come Leningrado, e simili, per cui la sua difesa avrebbe potuto procurarle danni ancor maggiori di quelli procurati dai due sciagurati bombardamenti del 19 luglio e 13 agosto. Con ciò non possiamo non dare atto del nobile comportamento e del sacrificio dei nostri soldati che si batterono valorosamente contro i tedeschi a Porta San Paolo e dell’azione svolta a Roma da un tale generale Calvi di Bergolo, guarda caso genero del Re ! Sempre relativamente al trasferimento vi era stata una ipotesi descritta in un libro poco noto di Arturo Catalano Gonzaga “ Per l’onore dei Savoia”, edito da Mursia nel 1996, di un trasferimento del Re, Famiglia Reale e Governo, in Sardegna, con partenza il 12 settembre, da Civitavecchia, su un cacciatorpediniere, o il “Vivaldi” o il “Da Noli”, ed arrivo a La Maddalena, quando, appunto si pensava fosse quella la data dell’annuncio dell’armistizio. Perché, in questo balletto di date, tra l’effettivo 8 e l’ipotetico 12 settembre, sta la spiegazione degli eventi realmente accaduti. Quella del 12 settembre, anche se più logica, era stata una semplice supposizione del generale Castellano in quanto in sede di firma dell’armistizio, il 3 settembre, nulla di preciso al riguardo avevano detto gli americani. Dico più logica perché avrebbe giovato ad entrambe le parti, anche se in maggior misura per noi, specie per ulteriori istruzioni all’Esercito, a maggior chiarimento della famosa circolare segreta OP 44, inviata da giorni. La comunicazione della data dell’8, se, in ogni caso, fosse stata data con maggiore anticipo avrebbe consentito migliori disposizioni all’esercito ed una partenza da Roma meno turbinosa. Appresa invece la stessa mattina dell’8 con obbligo di comunicare l’avvenuto armistizio da parte del nostro Governo, nella stessa giornata, il che avvenne alle 19,45 con il messaggio radio del Maresciallo Badoglio, la scelta del trasferimento dovette essere presa in tempi brevissimi. Infatti la famosa colonna di automobili si mosse da Roma, Ministero della Guerra, in Via Venti Settembre, alle 5,10 del mattino del 9 settembre. Il fattore rapidità era essenziale perché tutti conoscevano le intenzioni hitleriane di bloccare il Re ed il tempo giuocava a nostro favore solo nel caso di una immediata decisione, presa dal capo del Governo ed accettata, se non subita, dal Re ed ancor di più dal Principe Umberto. Non dimentichiamo, mentre moltissimi o lo hanno dimenticato o forse lo ignorano, che nella stessa giornata dell’8 settembre l’aviazione americana aveva effettuato un massiccio bombardamento della cittadina di Frascati, a venti chilometri da Roma, in quanto sede del Comando germanico, che distrusse la città, ma non uccise Kesserling, comandante delle truppe tedesche. Kesserling non si trovava quel giorno a Frascati dovendosi occupare della difesa contro il contestuale sbarco americano a Salerno. Questa assenza di Kesserling è la migliore smentita della tesi sostenuta dallo Zangrandi di un accordo tra i due Marescialli, Badoglio e Kesserling, per facilitare partenza e viaggio del Re da Roma, verso Pescara sulla statale Tiburtina-Valeria. Quando e come sarebbe avvenuto l’accordo in quelle pochissime ore? chi i plenipotenziari che si sarebbero dovuti incontrare? Come e dove? Fu solo il fattore sorpresa che questa volta giocò a nostro favore a consentire il lungo viaggio senza blocchi su di una strada che specie fino ad Avezzano non permetteva alte velocità. Trasferimento perciò e non fuga, con lunga sosta dei Reali a Crecchio nel Castello dei Duchi di Bovino, la puntata di alcuni componenti il convoglio a Pescara per valutare una possibile partenza aerea, il loro ritorno a Crecchio e la decisione definitiva dell’imbarco su una nave della Regia Marina, la corvetta Baionetta, fatta venire ad Ortona dal Ministro della Marina, ammiraglio De Courten, e dell’incrociatore Scipione Africano, come scorta, con meta Brindisi, porto e città saldamente nelle mani del nostro esercito e della nostra marina, dove non erano né tedeschi né angloamericani, e sul palazzo del Comando, tenuto dall’ammiraglio Rubartelli, sventolava la nostra grande bandiera. Con quel trasferimento, come hanno poi riconosciuto storici seri, non monarchici, ed anche un presidente della repubblica, Ciampi, si era conservata la continuità dello stato e salvato Roma da altre distruzioni. La sciagurata frase della “fuga di Pescara”, (e non Ortona, errore che dimostrava la scarsa conoscenza dei fatti) venne tempo dopo e faceva parte della campagna denigratoria sul Re e Casa Savoia che la repubblica di Salò scatenò per diciotto mesi su giornali e sulla radio, campagna che contribuì notevolmente al voto repubblicano dell’Italia del Nord, nel referendum del 1946, sostituendo alla repubblica fascista, la repubblica antifascista (!) e coloro che inventarono la fuga, accusa ripresa successivamente dalla propaganda repubblicana e divenuta un luogo comune, non pensavano certo ad un altro ben triste viaggio lungo le rive del Lario. Concludendo, i doveri per lo più sono amari, ma vanno assolti e questo, con la partenza da Roma, dove, ipocritamente non gli fu consentito di far ritorno, dopo il 5 giugno 1944, fece, non per sé, ma per l’Italia, Vittorio Emanuele, come, dai microfoni di Radio Bari, purtroppo poco potente e poco conosciuta ed ascoltata, disse la sera dell’11 settembre: “ Per il supremo bene della Patria che è stato sempre il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita, e nell’intento di evitarle più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta di armistizio. Italiani, per la salvezza della Capitale e per poter pienamente assolvere i miei doveri di Re, col Governo e con le Autorità Militari, mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale. Italiani, faccio sicuro affidamento su di voi per ogni evento, come voi potete contare fino all’estremo sacrificio sul vostro Re. Che Dio assista l’Italia in quest’ora grave della sua storia.”.
Domenico Giglio

giovedì 13 febbraio 2020

Elena di Savoia: l’Umanità della “Regina del Popolo”


di Giovanna Francesconi

Jelena Petrovic-Njegos era nata a Cettigne l’8 gennaio 1873, sesta dei dodici figli del futuro Re Nicola e di Milena Vukotic. La corte del Montenegro non era certo sfarzosa, ma i figli furono tutti ben educati e studiarono all’estero, le ragazze studiarono al collegio Smolnyi a S. Pietroburgo frequentando la corte russa, e parlavano diverse lingue straniere, preparate sin da piccole a matrimoni importanti. Due sorelle di Elena, Milica e Anastasia, sposarono granduchi russi ed ebbero la loro parte, nefasta, nell’avvicinare Rasputin alla zarina Alexandra.
[...]
https://www.vanillamagazine.it/elena-di-savoia-l-umanita-della-regina-del-popolo-1/

mercoledì 12 febbraio 2020

Conferenza del Circolo Rex

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA
REX



“il più antico Circolo Culturale della Capitale”
 72° Ciclo di Conferenze 2019- 2020 – Seconda Parte
***
“ Sovranismo, populismo, sono tematiche attuali ed anche di successo, ma la ipotesi per l’ Europa, di diventare il vaso di coccio tra i vasi di ferro degli USA, della Russia e della Cina può diventare realtà se non si approfondiranno i più veri, antichi e consistenti valori della nostra civiltà millenaria. Il Circolo REX come Circolo di Cultura vuole portare un contributo al necessario approfondimento affidando l’analisi di questi valori al

Professore Fabio TORRIERO

Domenica 16 febbraio alle ore 10,30

 “ Identità e libertà dei popoli:
 l’Italia, l’ Europa e le sue Monarchie”

 



Sala Italia presso Associazione “Famija Piemonteisa - Piemontesi a Roma”


Via Aldrovandi 16 ( ingresso su strada) e 16/B (ingresso con ascensore) raggiungibile con linee tramviarie “3” e “19” ed autobus “910”,”223”, e “52”   

Nota : in sala saranno disponibili copie del recente volume “La solitudine del RE”,- edizioni Helicon- presentato al REX, domenica 2 febbraio, contenente una selezione delle lettere scambiate tra Umberto II ed il Ministro della Real Csa,Falcone Lucifero, nei lunghi anni dell’esilio, e di “Dittatura e Monarchia- L’Italia tra le due guerre” - editore Pagine - fondamentale opera storica del professore Domenico Fisichella.                                                                                                                                                                                                                          




                                     

domenica 9 febbraio 2020

La bandiera del Regno d’Italia e il ritratto del Re salvati nella fuga dall’Istria


di Emilio Del Bel Belluz

Tanti  anni fa, per la precisione nel 1980, mentre frequentavo  l’università di Trieste, una sera in un’ osteria conobbi un vecchio, che beveva del vino.  Il suo volto era solcato da rughe come quello di un lupo di mare.
Aveva un cappello da marinaio, così logoro che non ne avevo mai visti. Mi sedetti a un tavolo, vicino al suo, ordinai qualcosa da mangiare, e nel frattempo mi misi a leggere i giornali.
L’uomo mi osservava, forse mi conosceva o mi aveva visto da qualche parte, non di rado passeggiavo per Trieste dopo aver assistito alle lezioni alla facoltà di Legge.  La solitudine di quel vecchio, lo spinse a rivolgermi la parola.
Dopo il primo approccio, incominciò a raccontarmi qualcosa della sua vita, in particolare mi narrò com’era fuggito dall’Istria. Il racconto si fece molto interessante per come visse quei momenti. Dalla casa dove abitava, dovette fuggire, recuperando solo qualche oggetto prezioso che possedeva, si trattava di monili d’oro dei suoi genitori.
Portò con sé anche la bandiera italiana, le foto del Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Questo patrimonio spirituale non poteva lasciarlo in quella casa, che non avrebbe più rivisto. La bandiera la nascose avvolgendola attorno ai fianchi e v’indossò sopra un maglione, le foto dei sovrani dopo averle tolte dalla cornice le mise in una busta per salvarle. Con i preziosi in mano si recò da un suo amico slavo che conosceva da tanto tempo e gli chiese di aiutarlo per arrivare in Italia, via mare. 
Questo suo amico, con il quale aveva lavorato in un piccolo peschereccio, gli voleva bene. La situazione era molto difficile, la fuga di molti italiani era stata intercettata dagli slavi e molti erano spariti da casa. Il sistema era di prelevarli dalle proprie abitazioni e poi farli sparire nelle foibe.
Il suo amico all’inizio non volle accettare di aiutarlo, la cosa era troppo rischiosa, e temeva che lo ammazzassero. Il compenso per tale lavoro però era allettante, quell’oro lo avrebbe aiutato a vivere per qualche tempo senza problemi.  Una notte partirono con la barca e dopo, con la fortuna che sorride a chi la sposa, finalmente riuscirono ad arrivare in Italia.
Il vecchio che mi narrò questa storia, aveva gli occhi lucidi e mi commosse. Essendo uno studente non possedevo molto denaro, e quella sera non ebbi neppure la possibilità di offrirgli un quartino di vino, o qualcosa da mangiare. Dopo essere sbarcato in Italia, con molta difficoltà, raggiunse dei parenti che abitavano a Roma.
Mi piacque che la sua gioia fosse stata quella di essere riuscito a portare in salvo la bandiera del Regno d’Italia, quella del Re e dell’amata Regina Elena che definì una santa. Quando giunse in Italia, dovette arrangiarsi a vivere una vita difficile, gli esuli non erano molto amati dai comunisti che li consideravano dei fascisti, ma a lui questo non era mai importato. Il suo cuore d’italiano era fiero d’aver salvato quella bandiera a cui teneva moltissimo, e quelle foto.
Erano il suo patrimonio, che racchiudeva i suoi sentimenti monarchici. Quella sera, dopo essere usciti dall’osteria, c’incamminammo e lui era felice d’avermi raccontato quella sua avventura. In quelle terre che aveva lasciato, non era più voluto tornare. La malinconia nell’affrontare quel viaggio sarebbe stata tanta, seppe da un suo amico che la sua casa esisteva ancora ed era abitata da una famiglia slava.
Lo consolò che vicino alla sua casa ci fosse ancora un albero che aveva piantato suo padre e in questo modo gli pareva che qualcosa di suo fosse rimasto.
Non ebbe più notizie dell’amico che lo accompagnò in Italia.
Quella sera ci salutammo vicino al molo Audace, e non lo rividi più. 

venerdì 7 febbraio 2020

Maleducazione istituzionale



Che ovunque assistiamo alla decadenza, se non addirittura all’assenza di buone maniere, anche ai livelli più alti delle istituzioni nazionali ed internazionali è cosa nota, ma c’è sempre chi batte i precedenti record come nel caso di Nancy Pelosi, Presidente della Camera dei Rappresentanti degli USA, che ha volutamente e volgarmente stracciato il testo del discorso annuale sullo “Stato dell’Unione” che il Presidente Trump aveva appena pronunciato, in modo che tutti potessero vedere il suo gesto.
Spiace dover notare questa scortesia, che non ha precedenti, da parte di una persona, che dal cognome, denota le sue origini italiane, in quanto ha offeso il Capo dello Stato e con lui le decine di milioni di elettori statunitensi, che lo hanno portato democraticamente alla presidenza.
Forse le pesava lo smacco avuto nella respingimento da parte del Senato, della messa in stato d’accusa (impeachment) del presidente, da lei fortemente voluta, nel mentre il suo partito, il democratico, faceva una ridicola figura nei caucus dello Jowa.
Così facendo si semina, o meglio si coltiva, perché la semina era già avvenuta nel 2016, in occasione delle ultime elezioni presidenziali, l’odio politico nei confronti dell’avversario, che si dovrebbe combattere con le armi dei programmi di governo e di soluzione dei problemi, mentre si preferisce la diffamazione ed il dileggio, il che porta dall’altra parte a rendere “pan per focaccia”, abbassando il dibattito politico a livello di rissa da angiporto.
Domenico Giglio.

giovedì 6 febbraio 2020

Riposi nel Pantheon


di Raffaele Bonanni

Un noto giornalista, ieri, ha avuto modo di sottolineare che nella lista nera della storia italiana, il posto di Vittorio Emanuele III, è peggiore di quello di Benito Mussolini, pur dovendo rispondere di azioni che ha commesso il Duce. 
E' dunque molto utile affrontare questo paradosso; penso che gli italiani abbiano bisogno di fare i conti non superficialmente con la propria storia patria: nessun popolo progredisce senza fare conti e verità con il proprio passato. Vittorio Emanuele lII fu chiamato il Re della vittoria, avendo seguito con perizia, intelligenza e responsabilità ogni vicenda e decisione utile alla vittoria del primo conflitto mondiale. Fu tra i Re più colti e innovatori dell’epoca pre-fascista, sostenendo la industrializzazione e istruzione nel paese, oltre ad appoggiare i governanti più responsabili moderni e fattivi come Giolitti. Insomma, era molto diverso dal padre Umberto I, reazionario e molto chiuso, e del nonno Vittorio Emanuele II, che né era colto né era interessato ai fatti di Stato: ci pensava Camillo Benso conte di Cavour.

Fatto è però, che nel Pantheon a Roma, troviamo sepolti sia il nonno che il padre, ma non lui che dopo resistenze durante settant’anni alla sepoltura in Italia, solo qualche anno fa ha potuto essere sepolto in patria, ma in una località sconosciuta in provincia di Cuneo. Certamente deve rispondere di aver firmato l’infame decreto razziale ed il controverso (inevitabile) affidamento a Mussolini del varo del governo dopo le dimissioni di Facta. 
Ma ebbe anche il merito di "dimettere" il Duce e di decidere "l’armistizio belligerante" unendosi agli alleati: unico caso tra tutti gli alleati di Hitler. Allora perché tanto accanimento ci si chiederebbe? 
Penso che la motivazione vada ricercata non soltanto nell’errore grave del decreto razziale, ma soprattutto al fatto che il Referendum per la soppressione della monarchia richiedeva per i repubblicani una vis polemica esorbitante, per convincere gli italiani a votare per la Repubblica, che poi vinse, seppur tra misteri e sospetti. 
Ecco perché sono convinto che gli italiani facciano bene a storicizzare quegli eventi (anche i sospetti di brogli elettorali per la Repubblica), nel consentire a Vittorio Emanuele III di riposare insieme agli altri Re d’Italia nel Pantheon.


domenica 2 febbraio 2020

Il predestinato

L'ultima fatica letteraria del nostro amico e collaboratore Gianluigi Chiaserotti


Nel 1920 a L'Aquila, città di antiche tradizioni papa­line, viene alla luce un principe, Amedeo del Dra­go di Civita d'Antino, che ha la dote innata del paciere, del placatore di animi ed è sempre e soltanto super partes.

Grazie ai suoi talenti ascende a tutte le possibili cari­che repubblicane, lui solo e soltanto monarchico e fedele difensore dei diritti lesi della Real Casa di Savoia, senza mai scendere a patti con alcuno, ma soltanto con se stesso.

Il predestinato è un'opera di pura immaginazione, o, se vogliamo, speranza di forgiare uomini del genere nella nostra vita politica, in modo da risolvere tante problema­tiche. Non un sovrano, bensì un uomo saper partes come un re.

Sin dai tempi più antichi, anzi dagli inizi della Storia del mondo, la figura del re rappresenta, più che mai, un sostanziale e solido punto di riferimento.
Il re [celeberrimo è l’assioma del poeta Quinto Ennio (239 a.C.-169 a.C.) “Rem, regat Rex”] era, oseremo dire, una sorta di naturale bilancia tra i varii poteri dello Stato.
Era un arbitro per eccellenza.
Era “super partes” e lo è tuttora in quei paesi (quaranta se si considerano anche quelli che riconoscono loro capo e sovrano il Re del Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord nell’ambito del Commonwealth) che hanno conservato la Monarchia quale loro forma di governo.
Codesta funzione è naturale, è insita in lui; egli non può e non deve scendere a patti con nessuno, ma semplicemente guidare ed indirizzare la vita politica e pubblica.
Quali osservatori dell’attuale vita politica, rileviamo che un Presidente della Repubblica, qualunque esso sia (ma sempre espressione di una parte politica) non può, non deve essere “super partes” come il re. Ed oltre settant’anni di repubblica hanno confermato codesto e molto ampiamente.
Abbiamo concepito, anzi ci siamo permessi di concepire che ciò si potrebbe evitare, e molto bene. E come? Con una personalità pubblica che riesca a tenere in sé le doti sovrane.
Ecco, quindi, che vede la luce questa nostra novella scritta di getto e che ci è venuta dall’esperienza e dall’osservare la crisi di questa anomala repubblica sempre e soltanto in balia della partitocrazia e delle alchimie politiche.
Abbiamo immaginato che nel 1920 a L’Aquila, città di antiche tradizioni papaline, fosse venuto alla luce un principe (perché la sua era un’antica famiglia principesca), Amedeo del Drago di Civita d’Antino, il quale avesse per sua innata dote quella del paciere, del placatore di animi e fosse, sempre e soltanto, “super partes”.
Un uomo dotato di un’intelligenza fuori dal comune, il quale fece sempre le tante cose che ha fatto con passione, abnegazione e spirito naturale di concordia e senza mai a che pretendere nulla per sé stesso o tantomeno per la di lui famiglia.
Con queste doti ascese a tutte le possibili cariche repubblicane, lui solo e soltanto monarchico e fedele difensore dei diritti lesi della Real Casa di Savoia, senza mai scendere a patti con alcuno, ma soltanto con se stesso e con la prova appunto che dava a se stesso di arrivare e guidare al meglio la repubblica.
Fu ministro, Presidente del Consiglio dei Ministri, Presidente della Camera dei Deputati, Presidente del Senato, Sindaco de L’Aquila, città che ha sempre rappresentato a Roma e di cui si sentiva il naturale figlio e difensore dei suoi interessi, Presidente del Parlamento Europeo, Presidente della Repubblica. Eppoi avvocato, storiografo, docente universitario (forse quello che più amava), giornalista………….
Tutto questo è pura immaginazione, ma se, nella repubblica, si potessero forgiare uomini del genere molti problemi sarebbero risolti e le alchimie sconfitte.

sabato 1 febbraio 2020

La Memoria Ritrovata: dopo 111 anni i busti di Vittorio Emanuele II e di Umberto I tornano al Teatro di Messina


La cerimonia di inaugurazione al Vittorio Emanuele di Messina: restituite al Teatro le due sculture facenti parte dell’arredo pre terremoto del Foyer, realizzate nel 1878 e 1879 dagli scultori Michele Auteri e Lio Gangeri

Stamattina, presente l’Assessore alla Cultura Enzo Caruso, si è svolta al Teatro Vittorio Emanuele la cerimonia di inaugurazione “La Memoria Ritrovata (1908-2020)” con le opere degli scultori Michele Auteri (Busto di Vittorio Emanuele II nel 1878) e Lio Gangeri (Busto di Umberto I nel 1879), che saranno riposizionate al Teatro su iniziativa dell’Amministrazione comunale grazie ad un’azione sinergica tra il presidente del Teatro Orazio Miloro e il componente del CdA Nino Principato.
[...]

fonte: Strettoweb 


Altri articoli su: