NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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martedì 3 marzo 2020

Quello scoop del 1944 sui crimini dei titini

Il Nostro Attivissimo Emilio!

in Posta prioritaria da Libero di martedì 18 febbraio 2020

Gentile Carioti, 
nel numero del 30 gennaio 1944 del quotidiano Il regime fascista, fondato da Roberto Farinacci, ho trovato un articolo intitolato: «Le foibe istriane». In esso è riportato l’elenco di condizioni che agli slavi servivano per l’uccisione degli italiani e di altri combattenti. «Da una dichiarazione del partito comunista jugoslavo trovata nelle tasche di un corriere comunista sloveno ucciso e pubblicata dal giornale filtro di Lubiana il 5 gennaio 1944, vi si legge un programma che vale la pena di far conoscere a tutti, e specialmente a taluni nostrani bolscevichi da salotto che hanno l’aria di simpatizzare con le idee e con i metodi di Mosca». Questo elenco comprende sedici punti piuttosto interessanti, in particolare per coloro che hanno sempre ribadito che a venir infoibati erano solo i soldati fascisti. Il punto 16 dice: «Tutte le liquidazioni dovranno venire eseguite da speciali reparti del partito». Nell’articolo si legge che «così sono stati liquidati non i borghesi e i capitalisti, che non esistevano, ma semplicemente e solamente Italiani dell’Istria e della Dalmazia dopo l’armistizio dell’8 settembre. Altra tremenda responsabilità che bolla ancora una volta con il marchio dell’infamia gli artefici della resa a discrezione. Domani, in tutte le città d’Italia, i Martiri Istriani e Dalmati verranno solennemente commemorati». Negli anni successivi è prevalsa la volontà di non ricordare questi martiri e tutti gli istriani, dalmati e fiumani che sono stati costretti ad abbandonare le loro terre.
Emilio Del Bel Belluz



Nel testo dell’articolo che lei mi ha allegato leggo le altre direttive: «Si debbono liquidare tutti i dirigenti appartenenti a correnti borghesi; si debbono liquidare tutti i grandi possidenti, capitalisti, industriali e kulaki (contadini benestanti); (...) si debbono liquidare tutti gli intellettuali, gli studenti e i politici da caffè; si debbono liquidare tutti i sacerdoti che si sono dichiarati contro il proletariato...». Farinacci, avversario interno di Mussolini, fu uno dei volti peggiori del Fascismo, ma lo scoop del suo quotidiano pare credibile, perché proprio così si comportarono i partigiani di Tito. Ha ragione lei, la cosa più impressionante è il silenzio omertoso che calò dopo quegli anni, durato oltre mezzo secolo. Che nazione è quella che si vergogna di ricordare i propri martiri?

Fausto Carioti

domenica 21 ottobre 2018

Foibe, onori solenni ai sette italiani trucidati a Castua dai partigiani jugoslavi


Si è tenuta questa mattina ad Udine, nel Tempio Sacrario di San Nicolò, la cerimonia di resa degli onori solenni e la tumulazione dei martiri di Castua.


“Caduti ignoti” per la Onorcaduti che ha contribuito ad esumarli. Mentre la Società di Studi Fiumani, che per prima li individuò grazie agli studi del presidente emerito Amleto Ballarini, non ha dubbi sull’identità di alcune delle vittime.
Comunque la si veda, italiani, condotti in un bosco non distante da Fiume e massacrati a colpi di baionetta dai partigiani titini. Prima però sono stati costretti a scavare, con le proprie mani, la fossa che li ha inghiottiti per più di settant’anni. Era il 3 maggio del 1945. Solo uno di loro, il maresciallo della guardia di finanza Vito Butti, riuscì a uscire da quella buca due anni dopo l’eccidio, grazie a sua moglie, Vita Ivancich, che ottenne il permesso di disseppellirlo nottetempo e con assoluta discrezione. Gli altri, invece, hanno dovuto attendere che si mettesse in moto una commissione italo-croata. E proprio alle autorità di Zagabria, nel corso della celebrazione odierna, sono andati i ringraziamenti del commissario generale della Onorcaduti, il generale Alessandro Veltri, “per le autorizzazioni concesse e per la disponibilità manifestata in questo sensibile impegno”. Non è mancato neppure il riconoscimento dell’impegno della comunità fiumana.
Fondamentali per l’individuazione della fossa comune, infatti, sono state le numerose testimonianze rese a suo tempo dalla cittadinanza al parroco della chiesa di Sant’Elena a Castua, don Franjo Jurčević, che le ha custodite e trasmesse a Ballarini. È sulla loro base che, oggi, la Società di Studi Fiumani spera di dare un nome, un volto, un’identità ad alcune delle vittime. Anche perché, sinora, né le perizie dell’anatomopatologo polese Valter Stemberga, né le poche cose recuperate nella fossa (due orologi, una protesi con due denti d’oro, due pettini, un gemello da polso ed un bocchino) sono servite a sciogliere l’enigma.

Eppure, spiega Marino Micich, segretario generale della Società di Studi Fiumani, “siamo in possesso di documenti e testimonianze che ci permettono di dire con ragionevole certezza che in quelle urne ci sono anche il senatore Riccardo Gigante, il giornalista Nicola Marzucco e il vicebrigadiere dei carabinieri Alberto Diana”. Come fare a dimostrarlo scientificamente? Occorre una prova incontrovertibile: il test del dna. È per questo che la Società di Studi Fiumani sta cercando di trovare gli eredi di Gigante, Marzucco e Diana. L’unico rintracciato sinora è il pronipote di Gigante, Dino, che oggi era ad Udine per la messa solenne e che si è detto disponibile a sottoporsi all’esame. In caso di esito positivo, le spoglie del senatore verranno traslate al Vittoriale degli italiani, dove il suo amico Gabriele D’Annuncio, ben prima dell’eccidio, gli riservò un sepolcro. L’iter dovrà passare dall’avallo del ministero della Difesa, necessario per scrivere, almeno in parte, una nuova pagina di questa storia.





venerdì 5 ottobre 2018

Riemergono dagli abissi della storia le stragi di italiani in Istria e Dalmazia

«Le nostre foibe si trovano nel mare Adriatico» così affermava lo stilista Ottavio Missoni, illustre esule dalmata, facendo riferimento alla pratica dei partigiani jugoslavi di Josip Broz “Tito” di trasportare i propri prigionieri al largo per poi scaraventarli in mare ancora vivi con una pietra legata al collo. Tuttavia una recente macabra scoperta sull’isola di Zuri ci dimostra che anche in queste zone le cavità naturali furono utilizzate dalle milizie comuniste come fossa comune ovvero come luogo in cui scaraventare i “nemici del popolo”. Alle pendici della rocca che caratterizza tale località, infatti, si trova una cavità naturale in fondo alla quale è stato rinvenuto uno strato di 7-8 metri di ossa umane, secondo un sito croato specializzato nella denuncia dei crimini del comunismo (www.komunistickizlocini.net). 
In Croazia è indubbiamente in corso una rivisitazione della storia nazionale in cui il periodo titoista viene esecrato e condannato, ma si tratta soprattutto di iniziative provenienti da ambienti ultranazionalisti che non hanno certamente interesse a raccontare ciò che la comunità italiana autoctona subì da parte del dittatore jugoslavo ed intendono invece celebrare la memoria dello Stato Indipendente Croato (1941-1945) dell’ultranazionalista Ante Paveli, leader dei famigerati ustaša. Divulgando tale notizia, che andrà comunque verificata con indagini più approfondite sul campo, la fonte sostiene che tra i defunti vi siano non solo anticomunisti croati (con particolare riferimento a militari che sarebbero stati eliminati dopo essersi arresi), ma anche italiani provenienti dalla vicina Sebenico e addirittura da Trieste, Fiume e dall’Istria.

[...]
https://www.lavocedelpatriota.it/riemergono-dagli-abissi-della-storia-le-stragi-di-italiani-in-istria-e-dalmazia/

mercoledì 6 settembre 2017

I monarchici italiani contro Tito. 1971


"...volantino da noi conservato all'Archivio Museo storico di Fiume delle Federazioni Nazionali Monarchiche stampato a Napoli per protestare in merito all'accoglienza data a Tito il 30 marzo 1971 dalle autorità governative italiane. Un evento che preparò poi la cessione della zona B dell'Istria alla Federativa Jugoslava avvenuta qualche anno dopo col Trattato di Osimo (1975)."

Con queste righe il Direttore Marino Micich dell'Archivio del Museo storico di Fiume ha accompagnato l'inoltro di un volantino del 1971, lanciato dagli spalti del Maschio Angioino ad opera dei monarchici di Napoli.
Il dono ci è particolarmente caro e siamo onorati di aver ricevuto un contributo così importante. 
Importante perché dimostra l'attaccamento dei monarchici italiani ai valori della Nazione. Perché dimostra la loro lungimiranza quando furono capaci di darsi organizzazioni presenti sul territorio, tra la gente. Perché ci parla delle dolci terre delle province orientali nelle quali la nazione intera subì la più dolorosa e sanguinosa delle pulizie etniche.
All'infoibatore, occupante illegale della zona B che andava da Capodistria  a Cittanova per 512 kmq redenti col sangue degli italiani di ogni dove, la repubblica senza vergogna seppe cedere tutto. Onore e dignità prima di ogni altra cosa.
Ringraziamo il Direttore Micich per aver condiviso con noi un pezzo della sua e della nostra storia.




domenica 30 aprile 2017

Lucio Toth, la coscienza e il coraggio di un italiano

Ottenne la legge istitutiva del Giorno del Ricordo

di ilTorinese pubblicato venerdì 28 aprile 2017

di Pier Franco Quaglieni

La numerosa comunità giuliano, dalmata, istriana e fiumana di Torino e del Piemonte è in lutto, ma in lutto sono tutti gli Italiani che ritengono che le terre dell’Adriatico orientale fossero italiane e che l’infoibamento di 15 mila italiani e la cacciata di altri 350 mila dopo il trattato di pace del 1947,fossero iniquità feroci da denunciare e condannare come infamie: è morto a Roma il senatore della Repubblica Lucio Toth, magistrato di Cassazione a riposo ,presidente dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia dal 1992 al 2012.Seppe guidare la riscossa degli esuli della diaspora adriatica, ottenendo la legge istitutiva del Giorno del Ricordo che ancora dopo molti anni non sempre viene rispettata ogni 10 febbraio, come si dovrebbe fare. A Torino viene sempre ricordata, ma non nelle scuole che ignorano la ricorrenza, anche nel 70° della cessione alla Jugoslavia delle  regioni orientali. Ho condiviso con lui passione civile e patriottica, ho partecipato a suoi convegni e lui ha partecipato ad eventi in cui ha portato la sua straordinaria esperienza di giurista e di storico. E’ stata la poetessa zaratina Liana de Luca ad avvicinarmi al dramma delle foibe e dell’esodo:la scuola non mi aveva detto mai nulla e fu Liana ad offrirmi l’opportunità di capire una pagina di storia ignorata per decenni che solo Gianni Oliva ha svelato con i suoi libri coraggiosi. Lucio era un gentiluomo di antico stampo, uno dei rarissimi esempi dove l’essere stato magistrato indipendente non configgeva con l’essere stato parlamentare.

[...]

domenica 23 novembre 2014

Novara, Convegno delle Guardie d'Onore al Pantheon per il 60° anniversario del ritorno di Trieste all'Italia


Delegazione Provinciale di Novara
INVITO  NOVARA SABATO 29 NOVEMBRE 2014


60° ANNIVERSARIO DEL RITORNO DI TRIESTE ALL’ITALIA
E in ricordo dei Martiri Caduti nelle Foibe

PROGRAMMA

Ore 15,00 Ritrovo presso il Monumento ai Caduti Viale IV Novembre
Ore 15,15 Deposizione Corone d’Alloro
Accompagnerà il corteo: CORPO BANDISTICO VERDE AZZURRA  di GALLIATE
Monumento Equestre di S.M. Vittorio Emanuele II Padre della Patria
Deposizione Corona d’Alloro - Piazza Martiri

Ore 15,45 – 15,50 Chiesa San Giovanni Battista Decollato – Piazza Puccini, 9
Santa Messa in occasione del 60 Anniversario del Ritorno all’Italia di Trieste
e di tutti gli Italiani Caduti nelle Foibe
Per tutti quelli che furono considerati Fascisti arrivando in Italia, dopo il doloroso ESODO dall’Istria e Dalmazia

Celebrante  l’Assistente Spirituale della Delegazione Cav. Uff. Mons. Gian Luca Gonzino

Interventi Storici

Presidente ASSOARMA Novara, Gen. di Br. Cav. Dr. Dario Cerniglia

“TRIESTE TORNA ALL’ITALIA”

Associazione Nazionale Venezia Gulia e Dalmazia,
Comitato Provinciale di Novara, Sig. Antonio Sardi

“TESTIMONIANZE DELL'ESODO E DELLE FOIBE”

Dirigente  della Lega Nazionale di Trieste e del Comitato 10 Febbraio, Dr. Lorenzo Salimbeni

"1914-1954 LA CONCLUSIONE DEL RISORGIMENTO AL CONFINE ORIENTALE - TRIESTE "

Corpo Infermiere Volontarie, Sorella Lucia Portioli

“ESODO E SOCCORSO PER GLI  ISTRIANI E DALMATI”

Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, Cav. Marco Lovison

 "MESSAGGI SCRITTI DA RE UMBERTO II AGLI ITALIANI DI TRIESTE, ISTRIA, DALMAZIA DURANTE L'ESILIO"  

Ritrovo presso l’Enoteca Vivian – Rotonda Massimo d’Azeglio, 22 per rinfresco - NOVARA
Si invita gentilmente le Autorità Civili, Militari e Religiose a partecipare
I Presidenti delle Associazioni Combattentistiche e loro soci sono pregati di presenziare con Labaro/Bandiera, naturalmente l’evento è aperto a famigliari, amici e simpatizzanti

Il Delegato Provinciale 
Marco Lovison

 
PARTECIPARE CON TRICOLORE

lunedì 25 febbraio 2013

LE FOIBE E LE AMNESIE DI SANDRO PERTINI



In occasione della «Giornata del ricordo» che commemora i massacri delle foibe e l’esodo dei giuliani-dalmati mi sarebbe piaciuto rivedere le fotografie del nostro (?) presidente Sandro Pertini che, ai funerali di Tito, con aria affranta, toccava la bara del suo compagno. Firmato: sig. Caimati.
Baciava, caro Caimati: Pertini non si limitò a posare la mano sul feretro in segno di cordoglio. Lo baciò e così facendo baciò anche la bandiera jugoslava nella quale era avvolto. A dire la verità Pertini era solito sbaciucchiare bandiere e casse da morto e quindi quello che schioccò a Belgrado, in occasione dei funerali di Tito, potrebbe considerarsi normale routine. Siccome però non era la prima volta che con parole, gesti e fatti concreti l’allora presidente della Repubblica mostrava benevolenza nei confronti di chi, per ordine o per mano, aveva contribuito alla mattanza in Friuli e Venezia Giulia, viene da pensare il contrario. Non va infatti dimenticato che appena eletto presidente, si era nel 1978, Pertini concesse la grazia a quel Mario Toffanin, nome di battaglia «Giacca», che nel 1954 la Corte di Assise di Lucca condannò all’ergastolo (in contumacia, perché Botteghe Oscure riuscì a farlo riparare in Jugoslavia). Quel Toffanin che da capo partigiano della Brigata Osoppo si era aggregato, dandogli manforte, al IX Corpus titino responsabile delle foibe e che fu protagonista della strage di Porzûs. E che oltre all’ergastolo per i fatti di Porzûs avrebbe dovuto scontare anche trent’anni per sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e concorso in omicidio aggravato e continuato. Un criminale fatto e finito, dunque, al quale lo Stato, grazie alla famigerata «legge Mosca», elargiva persino la pensione.
Sandro Pertini gode di generale stima e talvolta, per fortuna solo talvolta, viene anche portato ad esempio. Con tutto il rispetto per i suoi ammiratori, resto però del parere che fu un mediocre presidente, assai poco indicato a rappresentare l’Italia e gl’italiani. Sul suo antifascismo ci si leva il cappello, ci mancherebbe altro; però me lo tengo ben calcato in testa alle sue gesta di antifascista a fascismo morto e sepolto. Quale fosse la caratura del suo reducismo antifascista è indicato chiaramente dal bacio al catafalco di Tito e dalla grazia a Toffanin, gesti che non possono non essere interpretati se non come espressione di consenso a quella particolare guerra partigiana, condotta con i metodi da macellaio, della Brigata Osoppo e del IX Corpus. Oltre tutto, che il condono della pena concesso a Toffanin non costituisse un misericordioso e circoscritto gesto di clemenza è confermato dal fatto che il beneficiato non ne approfittò per tornare in Italia dopo un quarto di secolo di latitanza. Restò in Jugoslavia (seguitando a percepire la pensione) fino alla morte, avvenuta nel gennaio del 1999.
(tratto da: Il Giornale, 16.2.2008)
***
Con massacri delle foibe si intendono gli eccidi perpetrati per motivi etnici e/o politici ai danni della popolazione italiana di Istria, Venezia Giulia e Dalmazia, durante ed immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, per lo più compiuti dall’ Esercito popolare di liberazione iugoslavo. Negli eccidi furono coinvolti prevalentemente cittadini di etnia italiana e, in misura minore e con diverse motivazioni, anche cittadini italiani di etnia slovena e croata. Il nome deriva dagli inghiottitoi di natura carsica dove furono gettati e, successivamente, rinvenuti i cadaveri di centinaia di vittime, localmente chiamati appunto “foibe”. Per estensione i termini “foibe” ed il neologismo “infoibare” sono in seguito diventati sinonimi degli eccidi, che in realtà furono, in massima parte, perpetrati in modo diverso. Nonostante la ricerca accademica abbia, fin dagli anni ’90, sufficientemente chiarito gli avvenimenti, nell’opinione pubblica italiana la conoscenza del tema delle foibe continua a essere influenzata da tesi di parte, che pongono l’enfasi sulle responsabilità che fascismo (prof. Mancini Roberto, istituto Nazareno) e comunismo hanno avuto nella vicenda.

Tipologia delle vittime

Tra i caduti figurano non solo personalità legate al Partito nazionale fascista, ma anche ufficiali e funzionari pubblici, parte dell’alta dirigenza italiana contraria sia al comunismo, sia al fascismo, tra cui compaiono esponenti di organizzazioni partigiane o anti-fasciste, sloveni e croati anti-comunisti, collaboratori e nazionalisti radicali e semplici cittadini.

Modalità delle esecuzioni

Nelle foibe sono stati gettati cadaveri sia di militari che di civili. In alcuni casi, com’è stato possibile documentare, furono infoibate persone non colpite o solo ferite. Sebbene quest’ultima modalità di esecuzione fosse, come già detto, solo uno dei modi con cui vennero uccise le vittime dei partigiani di Tito, nella cultura popolare divenne il metodo di esecuzione per eccellenza ed un simbolo del massacro. In realtà la maggior parte delle vittime, date per infoibate, sono stati inviate nei campi di concentramento jugoslavi dove molte furono uccise o morirono di stenti o malattia.

Quantificazione delle vittime

Nel dopoguerra e nei decenni immediatamente successivi non furono mai effettuate stime scientifiche del numero delle vittime, che venivano usualmente indicate in 15.000 (e talvolta aumentate fino a 30.000). Studi rigorosi sono stati effettuati solo a partire dagli anni novanta. Una quantificazione precisa è impossibile a causa di una generale mancanza di documenti. Il governo jugoslavo (e successivamente quello croato) non ha inoltre mai accettato di partecipare a inchieste per determinare il numero di decessi. Alcuni commentatori ritengono inoltre che una parte della documentazione sia tuttora secretata negli archivi, in particolare dell’ex Partito comunista italiano[. Gli studi effettuati recentemente valutano il numero totale delle vittime (comprensive quindi di quelle morte durante la prigionia o la deportazione) come compreso tra poco meno di 5.000 e 11.000

Testimonianze

Furono poche le persone che riuscirono a salvarsi risalendo dalle foibe comunque tra questi Graziano Udovisi, Giovanni Radeticchio e Vittorio Corsi hanno raccontato la loro tragica esperienza a storici e/o emittenti televisive.
« Dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell’alba, sentii uno dei nostri aguzzini dire agli altri “facciamo presto, perché si parte subito”. Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre a quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze. Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso alle mani legate un masso di almeno 20 k. Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera. Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, c’impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella foiba, il masso era rotolato lontano da me. La cavità aveva una larghezza di circa 10 m. e una profondità di 15 sino la superficie dell’acqua che stagnava sul fondo. Cadendo non toccai fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole “un’altra volta li butteremo di qua, è più comodo”, pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott’acqua schiacciandomi con la pressione dell’aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutive, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese, per tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo. »
Questa testimonianza, della primavera del 1945, fu pubblicata la prima volta il 26 gennaio 1946 sul periodico della Democrazia Cristiana triestina La Prora e poi fu riportata integralmente nell’opuscolo Foibe, la tragedia dell’Istria, edito dal CLN dell’Istria; è stata dopo spesso citata dalla pubblicistica del dopoguerra. Anche questa testimonianza non è passata indenne di fronte alle polemiche politico-storiografiche: recentemente Pol Vice, un saggista che si richiama espressamente all’ideologia rivoluzionaria di Marx, ha pubblicato un saggio critico all’interno del quale sottopone il testo di Udovisi ad una serrata critica, giungendo ad affermare che siamo in presenza di un falso testimone.

LA GUARDIA D’ONORE IN TESTA CON IL VESSILLO SABAUDO AL CORTEO PER CONDANNARE L’ATTO VANDALICO DI GENOVA CONTRO IL MONUMENTO INTITOLATO AI MARTIRI DELLE FOIBE.




Il 10 febbraio, per la Legge n° 92 del 2004, è il «Giorno del ricordo» che ogni anno commemora le vittime dei massacri delle foibe e dell'esodo giuliano - dalmata. Nello stesso giorno ignoti, con un vile atto vandalico, danneggiavano la lapide in ricordo delle Vittime delle Foibe  posta nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova.
Il Presidente dell’Amministrazione Provinciale di Savona Angelo Vaccarezza                                                               ha deplorato e condannato il gesto e ha lanciato un’iniziativa nella sua città, Loano,                                             “per non dimenticare”.
 “Non ci sono parole per descrivere lo sdegno, non si può rimanere inermi di fronte a questo vilipendio – ha affermato Vaccarezza - A questo proposito, lo affermo con orgoglio,                                       la nostra provincia è detentrice di un primato: oltre quindici anni fa, periodo in cui ricoprivo                          la carica di vice Sindaco, fui tra i promotori dell’intitolazione a Loano proprio                                              di una strada dedicata ai Martiri delle Foibe. Loano fu quindi la prima città italiana a compiere questo doveroso gesto verso tutti coloro che sono stati perseguitati e uccisi”.

E proprio la Città di Loano, il 15 febbraio, ha ospitato nel centro storico una manifestazione                     per ricordare le vittime delle Foibe, popolata da molte bandiere tricolore e con in testa  il vessillo sabaudo portato dall’ “alfiere” Fabrizio Marabello Ispettore Nazionale per la Comunicazione dell’Istituto accompagnato dalle GG. d’ O. Marco Melgrati (Consigliere Regionale della Liguria), Franco Scrigna (Assessore Comunale di Villanova d’Albenga), Umberta Bolognesi Galati e da una rappresentanza della Guardia d’Onore della Delegazione Provinciale di Alessandria.

Un centinaio i partecipanti al corteo che, una volta partito da Piazza Rocca,                                            è giunto in Via Martiri delle Foibe, preceduto dal cerimoniale della bandiera ammainata.
Presenti una quindicina di Sindaci del savonese, folta la rappresentanza degli Alpini.                                              Come ribadito dallo spirito dell’iniziativa non è apparsa alcuna bandiera politica.                                                  Un momento dedicato alla memoria della storia italiana e un “Onore ai Caduti!”                                                        che si è sentito per le vie della cittadina rivierasca.
“Nessun altro simbolo come la nostra bandiera può onorare la memoria dei Martiri                                       dell’Istria e della Dalmazia che pagarono con la vita e con l’esilio il loro essere italiani”,                                                           aveva osservato il Presidente della Provincia di Savona.
“Spezziamo questo silenzio – aggiunge Marabello - Non possiamo ignorare la violenza di chi vuole eliminare ciò che è stato. Ricordare è un dovere per non restare prigionieri del passato.
Altresì bene ha fatto Maurizio Marrone, Consigliere Comunale torinese di “Fratelli d’Italia”,                                           a scagliarsi contro l’Anpi per aver organizzato il «Presidio antifascista per la pace e la democrazia contro i neofascismi», invitando alla mostra «Fascismo, foibe, esodo» e diramando un comunicato nel quale si ritiene «che il "Giorno del Ricordo" non possa trasformarsi in celebrazioni dell'orgoglio fascista, con volgari strumentalizzazioni, ignorando la tragedia vissuta dalle popolazioni slave con le precedenti violenze fasciste, alle quali hanno fatto seguito il tragico massacro delle foibe di migliaia di italiani e la successiva sofferenza dell'esodo.                           
Infatti, il Consigliere Marrone – prosegue Marabello - li accusa di celebrare il 10 febbraio                            «dalla parte del boia Tito. Sulla bacheca Facebook dell'evento, l'Anpi ha postato il link                                        a un sito revisionista e negazionista che condanna il riconoscimento dello Stato italiano                                agli infoibati, definendo le vittime "criminali di guerra. E nel presidio è stata allestita una mostra che dipinge lo sterminio delle foibe e l'esodo giuliano - dalmata come una reazione giustificata  al regime fascista.
Una vergogna – conclude Marabello - che offende e uccide le vittime per una seconda volta”. 

mercoledì 9 febbraio 2011

MESSAGGIO A ZARA

Allo scoppio della Grande Guerra Gabriele D'annunzio chiese ed ottenne di essere richiamato in servizio e fu assegnato ai Lancieri di Novara con il grado di capitano.
Fin da subito portò il suo estro al servizio di azioni di propaganda  con voli, quanto mai rischiosi, sulle terre irredente di Trieste, di Trento.
Nel Dicembre 1915, Gabriele D'Annunzio aveva progettato un volo su Zara, la città italiana sulla costa Dalmata, insieme all'eroico Giuseppe Miraglia, Tenente di Vascello della Regia Marina che però morì in un incidente aereo a Venezia poco prima che l'impresa prendesse corpo. Questo convinse i comandi militari a sospendere l'azione.
Per il volo D'Annunzio aveva scritto un messaggio destinato alla città.
Ne riportiamo il testo in omaggio al Vate, al suo sfortunato compagno Giuseppe Miraglia e soprattutto nella memoria del 10 Febbraio, giorno di  lutto e ricordo dei fratelli italiani infoibati e scacciati dalle terre di Istria, Fiume e Dalmazia.

Noi non dimentichiamo.
MESSAGGIO A ZARA
23 dicembre 1915


Zara, Zara la santa, Zara l'invitta, questo è un messaggio d'Italia avvolto nel tricolore.
Eccoti la buona novella che aspetti, eccoti la parola invocata dalla tua passione.
La prima volta che su te volano ali italiane, ali armate in guerra, ali della nostra guerra, partite dall'altra sponda, venute a te di sopra l'Adriatico, di sopra le tue isole e i tuoi canali, per portarti il conforto della Patria, per dirti che oggi non sei più sola, che più non sei abbandonata, che come Trento e Trieste sei tutta viva nel cuore nuovo d'Italia. Siamo apparsi nel tuo cielo per annunziarti che il giorno primo di dicembre, in Roma, nella solenne assemblea nazionale fu dichiarato il proposito fermo di riscattare tutte le genti di nostra razza che da lunghi anni sostengono una lotta disuguale contro la subdola e pervicace opera  di oppressione e di soppressione proseguita dal governo austriaco.

Chi più di te fu coraggiosa e costante, fidente e disperata, nella lotta d'ogni giorno? Noi lo sappiamo. Noi ce ne ricordiamo. Il popolo di Zara, solo contro tutti, negletto dalla Madre e senza lamento contro la Madre, ha salvato il comune italiano, ha preservato la figura della nostra più antica dignità. Nella Dalmazia latina da schiatte barbariche iniquamente invasa e usurpata col favore imperiale, il popolo di Zara ha salvato e confermato il glorioso comune italiano, ha mantenuto nel suo pugno il fermento della nostra più antica libertà.
Non v'è per te lode assai alta, non v'è corona assai chiara per te, per il premio dei tuoi fatti. Queste parole che ti gettiamo dovrebbero essere un canto perché solo il canto è degno di avvicinarsi alla tua virtù e al tuo martirio.
Nel giorno dei morti, in quella grande Aquileia piena di Roma e di Cristo, donde venne a te translatato il corpo di Crisogono tuo patrono antichissimo, taluno dichiarò ai soldati in ginocchio i versetti d'un nuovo salmo.
Diceva nel salmo la voce dell'Italia potente :
« Mie tutte le città del mio linguaggio, tutte le rive delle mie vestigia. Mando segni e portenti in mezzo ad esse.
Ma in Zara è la forza del mio cuore; su la Porta Marina sta la mia fede, e in Santa Anastasia arde il mio voto. Grida, o Porta! Ruggi, o Città, coi tuoi Leoni!
A te darò la stella mattutina. A te verrò, e di sotto alla tavola del tuo altare trarrò i tuoi stendardi. Li spiegherò nel vento di levante. O mare, non mi rendere i miei morti, né le mie navi. Rendimi la gloria.
E allora udita fu dall'alto una voce senza carne, che diceva : - Beati i morti. - Fu intesa una voce annunziare : - Beati quelli che per te morranno.
I soldati piangevano inginocchiati tra le fresche tombe più venerande delle arche romane. E Trieste era prossima, così che ci pareva di sentire il suo soffio doloroso passare sul Golfo e alitare nel nostro sepolcreto di zolle. Ma in quel punto tu, sorella leonina, tu eri anche più presso, tu che non udivi il tuono dei nostri mortai, tu che non vedevi nella notte le nostre lunghe barre di fuoco spinte sempre più avanti, né forse indovinavi di sotto alle menzogne croate l'impeto della nostra conquista.
Ora sai che per te si combatte e per te si vince. L'Isonzo è ridivenuto un bel fiume d'Italia. Gorizia è già perduta pel nemico. Il Carso è pel nemico un inferno senza scampo.
Il tuo popolo vecchio « santa intrada » chiamò l'ingresso dei magistrati veneziani. Ora attendi con certezza una entrata più santa quella del nostro Re, vero tra i re soldato, e tra i soldati primissimo. Le tue donne possono cucire in segreto il tricolore, come fecero alla vigilia della giornata di Lissa. Altra forza, altra volontà, altro destino. Quel tricolore ondeggerà al vento della primavera ventura, insieme con gli stendardi di San Marco dissepolti.
Noi veniamo da Venezia. Siamo partiti su l'alba da quella Venezia a cui ti assomigli. Mentre a volo respiriamo la tua anima stessa che inarcata fa sopra le tue mura il tuo cielo veneziano, mentre scendiamo verso di te per meglio guardarti, per meglio riconoscere nel tuo viso il viso materno, i nostri compagni portano ghirlande votive alla tua imagine di pietra scolpita nella base di Santa Maria del Giglio, dove dorme quel Duodo che comandò le sei galeazze vittoriose accanto alle tue quattordici nelle acque di Lepanto. E altri nostri compagni nell'ora medesima sospendono una corona di bronzo al sepolcro di un tuo figlio morto d'ambascia per i tuoi dolori, alla tomba romana di Arturo Colautti «vate e martire della gente dalmatica imperterrito incorrotto», promettendoti «la traslazione prossima dell'esule corpo alla spiaggia natale, restituita nella grazia di Roma ».
Se quel corpo che tanto soffri ti fosse conservato per virtù di miracolo, tu gli riconosceresti le cicatrici lasciategli dalle sciabole austriache che lo tagliarono all'improvviso in un agguato notturno, sette contro uno, per punirlo d'aver imposto il marchio potente del suo dispregio sul ceffo dei vigliacchi.
O Zara, che sei tuttora quale fosti per Antonio Barbaro scolpita nel bassorilievo di Santa Maria del Giglio, simile a un'ala di guerra come la nostra, ben costruita, a un'ala d'Italia sul mare, o Zara di Nicolò Trigari, Zara di Luigi Ziliotto, rocca di fede, per gli stendardi sepolti nel tuo Duomo consacrato sotto il vocabolo della Resurrezione, per 1'arco Romano che afforza la tua Porta Marina, per le tre absidi del tuo San Crisogono che sembra da angeli toscani alla tua Riva Vecchia trasportato di Lucchesia, per le vere dei tuoi cinque pozzi dove l'ombra di Alvise Grimani ancor beve, per l'arca regale del tuo San Simeone battuta in argento dal maestro lombardo, per tutta la tua grazia veneta, per tutta la tua bellezza italiana, credi nella promessa, credi nella gioia della seconda primavera, quando fiorirà l'acanto corintio della tua colonna latina e i tuoi Leoni di sopra le tue porte fremeranno alla «santa entrata».
Vivere vorrebbe fino a quel giorno ed essere degno di cantare la tua coronazione chi oggi dall'alto ha sentito battere più forte del rombo il tuo gran cuore d'eroina.
Nel cielo della Patria, 23 dicembre 1915.

GABRIELE D'ANNUNZIO