NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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sabato 8 novembre 2025

La verità sulla Resistenza e il valore della memoria: la lezione del ministro Nordio

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Grazie all’impegno dei combattenti della Resistenza e all’opera del Vescovo Rémond, Nizza e il suo territorio circostante divennero un rifugio sicuro per molti ebrei francesi, anche con l’assenso delle autorità militari italiane.

In particolare, la valle della Vesubia divenne una zona di transito e di accoglienza, garantendo agli ebrei una forma di protezione concessa dal comando delle forze di occupazione italiane, guidate dal generale Mario Vercellino.

Chi era Mario Vercellino? Nato ad Asti nel 1879, ufficiale di carriera, combatté nella Prima guerra mondiale, distinguendosi per equilibrio, disciplina e senso di umanità. Durante la Seconda guerra mondiale comandò la 6ª Armata nella campagna di Francia del 1940 e la 9ª Armata in Albania tra il 1940 e il 1941. Nel novembre 1942 fu nominato comandante della 4ª Armata d’occupazione in Francia, con giurisdizione sulla zona sud-est e sulla Costa Azzurra, allora sotto controllo italiano.

 Era anche aiutante di campo del re Vittorio Emanuele III, posizione che gli conferiva un ruolo di peso nelle scelte militari e diplomatiche dell’Italia.

Fu in quei mesi, dal novembre 1942 all’8 settembre 1943, che Vercellino si trovò di fronte a una scelta decisiva: eseguire le pressioni tedesche e vichyste per la consegna degli ebrei presenti nella zona italiana o agire secondo la propria coscienza. Scelse la seconda via. Fedele al giuramento a Re, fedele agli ideali del Risorgimento italiano e di Casa Savoia che nel 1848 aveva dato libertà religiosa all’Italia.

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Intero articolo qui

giovedì 30 maggio 2024

Savoia e Re d'Italia: guerre, storie, intrighi e passioni. Ecco le verità

 


da  www.affaritaliani.it

L'autore Antonio Parisi: “Uomini e donne che, ancora oggi, continuano a occupare un posto privilegiato nell'immaginario collettivo del nostro Paese”

Antonio Parisi e Sergio Boschiero con Re Umberto II


La Saga di Casa Savoia, ecco il libro che toglie il velo su uomini, donne guerre, storie e intrighi della famiglia Reale italiana.

E subito un inedito: era il 26 febbraio del 1973, quando il vice segretario del Fronte Monarchico Giovanile, Antonio Tajani, ora ministro degli Esteri della Repubblica Italiana, accompagnato dal Commissario Romano dello stesso Fronte Monarchico Giovanile, Antonio Maulu, ebbero un incontro nell’ambasciata del Vietnam del Sud con l’incaricato d’affari esteri, per rappresentare il loro sostegno alla causa del Sud Vietnam contro il comunista Nord Vietnam, ma soprattutto per proporsi di andare con altri cento giovani monarchici a Saigon (oggi Ho Chi Minh) a opporsi ai comunisti del Nord Vietnam. La domanda fu trasmessa al governo del Sud Vietnam, ma non se ne fece nulla perché il Sud Vietnam non aveva una “legione straniera”.


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Savoia e Re d'Italia: guerre, storie, intrighi e passioni. Ecco le verità | Foto 8 - Affaritaliani.it

giovedì 25 gennaio 2024

Biografia dell'Italia monarchica, la storia dal 1861 al 1946



In un passo del libro si legge: “[…] Tutto ciò portò sia alla fine del regime fascista, in quel convulso 25 luglio 1943, sia, a guerra finita, alla conclusione della parabola della monarchia sabauda, sconfessata, nonostante maldestri tentativi di salvare il salvabile, dal referendum del ’46, anch’esso non privo di polemiche e rumores di tacitiana memoria e che mostrò ancora una volta un’Italia spaccata in due. Si apriva così la lunga pagina della Repubblica, “in un Paese diviso, più nero nel viso, più rosso d’amor”, come cantava Rino Gaetano nella sua Aida: un’Italia, libera e democratica, da ricomporre e ricostruire. Attraverso le pagine di questo libro si avrà dunque modo di conoscere più da vicino questa lunga e multiforme pagina di storia, fatta di speranze, sogni, ambizioni, velleità, delusioni, amarezze, soprusi, sofferenze e infine riscatto: il tutto con un tono chiaro, limpido e diretto, per un’opera di divulgazione, che, se ben condotta come in questo caso, non è affatto sinonimo di nociva approssimazione come alcuni intendono”.

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https://www.basilicata24.it/2024/01/biografia-dellitalia-monarchica-la-storia-dal-1861-al-1946-nel-libro-di-saverio-omar-ciccimarra-133620/





mercoledì 24 maggio 2023

24 Maggio: la dichiarazione di guerra all'Austria Ungheria

 


Vienna, 23 maggio 1915

«Secondo le istruzioni ricevute da S. M. il Re suo augusto Sovrano, il sottoscritto ha l'onore di partecipare a S. E. il Ministro degli Esteri d'Austria-Ungheria la seguente dichiarazione:

«Già il 4 del mese di maggio vennero comunicati al Governo Imperiale e Reale i motivi per i quali l'Italia, fiduciosa del suo buon diritto, ha considerato decaduto il Trattato d'Alleanza con l'Austria-Ungheria, che fu violato dal Governo Imperiale e Reale, lo ha dichiarato per l'avvenire nullo e senza effetto ed ha ripreso la sua libertà d'azione. «Il Governo del Re, fermamente deciso di assicurare la difesa dei diritti e degl'interessi italiani, non trascurerà il suo dovere di prendere contro qualunque minaccia presente e futura quelle misure che vengano imposte dagli avvenimenti per realizzare le aspirazioni nazionali.

«S. M. il Re dichiara che l'Italia si considera in istato di guerra con l'Austria-Ungheria da domani.

«Il sottoscritto ha l'onore di comunicare nello stesso tempo a S. E. il ministro degli Esteri Austro-Ungarico che i passaporti vengono oggi consegnati all'ambasciatore imperiale e reale a Roma. Sarà grato se vorrà provvedere a fargli consegnare i suoi.

« DUCA D'AVARNA »

mercoledì 5 aprile 2023

Il principe anti Cavour che fu più realista del Re


1 Aprile 2023 - 11:52

Ecco gli aforismi del ministro degli Esteri di Carlo Alberto, Clemente Solaro della Margarita. Fu reazionario legittimista. Ma anche pragmatico e fedele

di Francesco Perfetti

Salvator Gotta autore di opere popolari come Il piccolo alpino e Ottocento talora tradotte in pellicole o in sceneggiati televisivi fu un narratore prolifico specializzato nel romanzo storico. Lo ricordo con affetto e un pizzico di nostalgia perché, sul finire degli anni settanta, lo convinsi, lui ormai ritiratosi a Rapallo, a riprendere la penna in mano e a collaborare a un quotidiano. Era un monarchico «assolutista»: aveva fatto parte di una Colleggiata di scrittori monarchici creata da Giuseppe Brunati attorno al periodico reazionario Il Principe. Molti suoi romanzi, per i quali si documentava con scrupolo maniacale, facevano rivivere l'atmosfera del Risorgimento. Uno di questi, Addio vecchio Piemonte!, aveva per protagonista il principe Clemente Solaro della Margarita che fu ministro degli Esteri di Carlo Alberto ma che non ebbe, dal punto di vista storiografico, una grande fortuna perché liquidato come «reazionario».

 

Il ritratto, fisico e morale, che ne fece Gotta è vivace e suggestivo: «non alto, ma di tratti fini; castani scuri i capelli, pallido, cilestri e pensosi gli occhi, volitivo il naso alquanto arcuato, bella la bocca ed il sorriso tra l'ironico e il bonario; belle e arcuate le mani su cui metteva una nota di fiamma la corniola stemmata che portava al dito; fine, sagace, pronto, elegante, leggere basette gli davano quell'aspetto di sognatore, di sentimentale di moda a quel tempo». Era anche su questo punto le testimonianze anche di chi, come Massimo d'Azeglio, si trovò con lui a dover discutere un uomo gradevole e affabile. Ma le sue idee erano tutt'altro che moderne e nulla concedevano al liberalismo ottocentesco e ai «tempi nuovi».

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Il principe anti Cavour che fu più realista del re - ilGiornale.it

martedì 6 settembre 2022

A Torino l’edizione 2022 del “Rinnovo dei voti” e della “Festa degli Stati di Savoia”

 



Sabato 10 e domenica 11 settembre

TRADIZIONI E IDENTITA’ DEL PIEMONTE CON LA CERIMONIA DEL “RINNOVO DEI VOTI” DI SUPERGA

Nel fine settimana di sabato 10 e domenica 11 settembre a Torino torneranno protagoniste le tradizioni culturali, storiche e religiose del Piemonte con l’edizione 2022 del “Rinnovo dei voti – Arnovassion dij vot” e della “Festa degli Stati di Savoia”, ricorrenza legata alla liberazione di Torino, al tempo capitale degli Stati sabaudi, dall’assedio franco-spagnolo del 1706 e al voto religioso con cui, secondo la tradizione, il duca Vittorio Amedeo II s’impegnò a edificare una grande chiesa in onore della Madonna.

I SAVOIA IN PIEMONTE

L’importante evento, organizzato dalla delegazione “Piemonte e Stati di Savoia” del movimento culturale “Croce Reale – Rinnovamento nella Tradizione” con il sostegno della Presidenza del Consiglio Regionale del Piemonte e la collaborazione della direzione della Basilica di Superga, affidata alla comunità religiosa del SERMIG (Servizio Missionario Giovani) di Torino, avrà inizio sabato 10 settembre, presso la Sala Valfrè della chiesa di San Filippo Neri (ingresso da via Accademia delle Scienze, 11), nel cuore della Torino sabauda, con il convegno sul tema “Fede, cultura e tradizioni in Piemonte e negli antichi Stati di Savoia: Sacra Sindone e devozione mariana nel Piemonte sabaudo”.

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https://www.lagendanews.com/a-torino-ledizione-2022-del-rinnovo-dei-voti-e-della-festa-degli-stati-di-savoia/

mercoledì 24 agosto 2022

Piemontesi a Lepanto. La flotta sabauda nella battaglia del 1571


Tre galee e due giganti della storia subalpina, l’ammiraglio Andrea Provana di Leinì e il duca Emanuele Filiberto di Savoia.
Anche i piemontesi fecero la loro parte, si distinsero e combatterono come leoni nella battaglia di Lepanto. Quel giorno, il 7 ottobre 1571, oltre 400 galee e quasi 200.000 uomini si scontrarono nella più grande battaglia navale dell’Era moderna, 200 galee cristiane contro 200 galee turche, 90.000 cristiani contro 90.000 turchi. Come gran parte dei principi italiani, anche i Savoia inviarono navi e soldati per combattere i turchi e respingere la minaccia ottomana nel Mediterraneo e in Europa. Nella seconda metà del Cinquecento gli Ottomani erano una grande potenza e una grande minaccia per l’Europa cristiana. I ciprioti ne sanno qualcosa: l’isola veneziana, baluardo cristiano nel Mediterraneo orientale, fu conquistata dalla flotta turca e gli abitanti di Famagosta furono massacrati. L’eccidio provocò una tale ondata di sdegno in Europa che spinse i sovrani a rispondere con la forza per frenare l’espansione turca verso occidente. La vittoria cristiana a Lepanto fu forse sopravvalutata perché bloccò solo temporaneamente i piani del sultano ma fu anche la prima e più importante vittoria di un’armata cristiana contro i musulmani. La gloria di Lepanto si protrasse per secoli e la data del 7 ottobre 1571 viene ancora oggi ricordata e commemorata nei Paesi europei. Su Lepanto sono stati scritti numerosi libri ma nessun testo finora ha messo bene in risalto il ruolo dei sabaudi e la partecipazione alla battaglia navale della piccola ma coraggiosa flotta piemontese comandata dall’ammiraglio Andrea Provana di Leynì e inviata nel Golfo di Patrasso da Emanuele Filiberto. Una lacuna che il libro “Lepanto, i piemontesi combattono”, di Massimo Alfano e Giorgio Enrico Cavallo, Pathos Edizioni, ha provveduto a colmare. “Un volume che, scrive nell’introduzione Paolo Thaon di Revel, narra con dovizia di particolari l’inizio della marineria di Casa Savoia svelando episodi e notizie curiose spesso ignorate o sottovalutate”. I Savoia dunque si fecero valere anche sul mare con una propria marina, piccola ma potente ed efficiente, temuta e rispettata dalle altre potenze marinare.

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mercoledì 3 agosto 2022

Il rinnovo dei voti di Superga e la festa degli Stati Savoia. Il programma

 


di Giulia De Sanctis


Torino -Il 10 e l'11 settembre 2022 a Torino tornano protagoniste le tradizioni e l'identità del Piemonte con la cerimonia del Rinnovo dei voti di Superga e la festa degli stati Savoia.

Nel fine settimana di sabato 10 e domenica 11 settembre a Torino torneranno protagoniste le tradizioni culturali, storiche e religiose del Piemonte con l’edizione 2022 del Rinnovo dei voti – Arnovassion dij vot e della Festa degli Stati di Savoia, ricorrenza legata alla liberazione di Torino, al tempo capitale degli Stati sabaudi, dall’assedio franco-spagnolo del 1706 e al voto religioso con cui, secondo la tradizione, il duca Vittorio Amedeo II s’impegnò a edificare una grande chiesa in onore della Madonna.

L’ evento, organizzato dalla delegazione Piemonte e Stati di Savoia del movimento culturale Croce Reale – Rinnovamento nella Tradizione con il sostegno della Presidenza del Consiglio Regionale del Piemonte e la collaborazione della direzione della Basilica di Superga, affidata alla comunità religiosa del SERMIG (Servizio Missionario Giovani) di Torino, avrà inizio sabato 10 settembre, presso la Sala Valfrè della chiesa di San Filippo Neri (ingresso da via Accademia delle Scienze, 11), nel cuore della Torino sabauda, con il convegno sul tema Fede, cultura e tradizioni in Piemonte e negli antichi Stati di Savoia: Sacra Sindone e devozione mariana nel Piemonte sabaudo.

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https://www.mentelocale.it













sabato 18 settembre 2021

Incontro di studio e di ricerca

 

INCONTRO DI STUDIO E DI RICERCA
PASSEGGIATA ALL’ARIA APERTA



CONOSCERE LA STORIA ATTRAVERSO IL MONUMENTALE

SIETE INVITATI A UN INCONTRO DI STUDIO E DI RICERCA, PER CONOSCERE E RIVIVERE INSIEME L’EVENTO STORICO DELLA BRECCIA DI PORTA PIA DEL 20 SETTEMBRE 1870, EVENTO CHE SOLLEVO’ ROMA A CAPITALE D’ITALIA.

OSSERVANDO DAL VIVO IL MONUMENTO AL BERSAGLIERE, LEGGEREMO SU QUESTO LIBRO DI PIETRA E DI BRONZO LA STORIA DEL PROCESSO DI UNIFICAZIONE NAZIONALE, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO A PORTA PIA.

         

ILLUSTREREMO LE CARATTERISTICHE ARCHITETTONICHE DELLE DUE FACCIATE DELLA MONUMENTALE PORTA PIA, SINTESI DELLA STORIA D’ITALIA.

       

CI SOFFERMEREMO AL MONUMENTO ALLA BRECCIA PER RICORDARE IL MOMENTO DELL’ENTRATA DEGLI ITALIANI A ROMA, E LEGGEREMO LE SIGNIFICATIVE PAROLE SULLE TARGHE, A PERENNE RICORDO PER LE GENERAZIONI FUTURE.


DUE SORPRESE

1.    LA SIGNIFICATIVA TARGA INAUGURATA IL 20 SETTEMBRE 2020 IN OCCASIONE DEL 150° ANNIVERSARIO DI PORTA PIA DA PARTE DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE ARTIGLIERI D’ITALIA, A MEMORIA DEL LUOGO, UN BOSCO ANCORA OGGI VISIBILE, DA DOVE PARTI’ IL PRIMO COLPO DI CANNONE CHE APRI’ LA BRECCIA.

2.    VEDREMO INOLTRE UNA PALLA DI CANNONE ANCORA INCASTONATA NELLE MURA AURELIANE RISALENTE AL 20 SETTEMBRE 1870 


IL PERCORSO SI SVOLGERA’ ALL’APERTO

APPUNTAMENTO LIBRERIA HORAFELIX VIA REGGIO EMILIA 89 ROMA (VICINO A PORTA PIA)

DOMENICA POMERIGGIO 19 SETTEMBRE 2021 ALLE ORE 16,30

L’INCONTRO SI RIPETERA’ PER CHI LO DESIDERA

LUNEDI’ POMERIGGIO 20 SETTEMBRE 2021 ALLE ORE 16,30

DURATA CIRCA UN’ORA

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EMAIL: terzanavigazionefutura@gmail.com

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D.SSA CLARISSA EMILIA BAFARO

 

 

martedì 7 settembre 2021

La Prima Guerra d’Indipendenza: un primo passo verso il Risorgimento

Con il 1848, il Regno di Sardegna portò l‘Italia sempre più vicina all’unificazione


“Fare un 48”, “far scoppiare un 48“, parliamo di espressioni che usiamo tutti giorni e che convenzionalmente indicano una situazioni di confusione e di subbuglio.

Un anno, il 1848, che ha completamente stravolto la storia dell’ Europa come la conosciamo oggi e del mondo stesso.

Un anno “terribile” sotto tutti i punti di vista che ha visto il Piemonte e tutta la penisola italiana come protagonisti nella Prima guerra d’Indipendenza.

In Italia infatti, tutti i governanti, percepito lo spirito di rivolta popolare in aumento, promulgarono progressivamente la Costituzione. A partire da Ferdinando II delle Due Sicilie, poi Leopoldo II, Papa Pio X.

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https://mole24.it/2021/08/30/prima-guerra-d-indipendenza-verso-il-risorgimento/

domenica 29 agosto 2021

Viva la memoria. A Fossano il monumento al fondatore dei Granatieri di Sardegna.

Statua di Re Carlo Emanuele II a Novara


di Aldo A. Mola

 

Un monumento a Carlo Emanuele II

Miracolo dell'Italia civile. Mentre molti abbattono monumenti, cancellano nomi di piazze e di vie (come a Napoli quella intitolata a Vittorio Emanuele III) e oscurano il passato con polemiche strumentali, a Fossano viene scoperto il monumento a un Duca di Savoia di metà Seicento. Non è il più famoso della sua Casata, quasi offuscato tra il nonno, Carlo Emanuele I, e il nipote, Vittorio Amedeo II. Il primo dei due, al potere dal 1580 al 1630, nel 1587 annesse il marchesato di Saluzzo e col trattato di Lione se lo fece riconoscere da Enrico IV di Francia. A quel modo chiuse una delle porte alpine solitamente usate dai Francesi, ai quali rimase aperta la Castellata, in alta Valle Varaita, raggiungibile in forze solo poche settimane d'estate. Vittorio Amedeo II visse a sua volta con l'arma al piede per difendere lo Stato dal minace vicino d'Oltralpe. Luigi XIV ripetutamente lanciò al di qua delle Alpi le sue armate, vittoriose a Staffarda nel 1690. I marescialli del Re Sole, come Catinat, fecero “terra bruciata”. Tornarono in Piemonte nel corso della guerra per la successione sul trono di Spagna, quando Torino stessa fu a lungo assediata e infine liberata dalle forze congiunte del duca e di suo cugino, Eugenio di Savoia: una vittoria che gli fruttò la corona di Sicilia (lo ricorda una lapide murata all'interno dell'Abbazia di Staffarda), successivamente commutata con quella di Sardegna.

 

Vicissitudini di un Duca di Savoia  

Carlo Emanuele II (20 giugno 1634-12 giugno 1775), come si è detto, non fu il più fortunato dei duchi sabaudi. Orfano del padre, Vittorio Amedeo I, a soli quattro anni, crebbe sotto l'occhiuta reggenza della madre, Cristina di Borbone, sorella del re di Francia Luigi XIII, entrata nella storia come Madama Reale, pronta sempre a interferire nella vita del figlio, in tempi nei quali per un principe non esisteva separazione tra vita pubblica e privata e i matrimoni erano questione di relazioni tra le due Case perennemente in lotta per l'egemonia sull'Europa di terraferma: gli Asburgo (d'Austria e di Spagna) e i Borbone di Francia.

Carlo Emanuele II non ebbe molte opzioni. Sposata a otto anni Francesca d'Orléans, con la pace dei Pirenei (1659) recuperò Vercelli ma “obtorto collo” dovette lasciare ai francesi Pinerolo, a un'ora di cavallo dalla capitale. Suoi obiettivi furono l'accentramento del potere nelle proprie mani con un graduale rinnovamento dei principali consiglieri, la rivendicazione di titoli “di pretensione” ormai quasi solo nominali (anzitutto le corone di Cipro e Gerusalemme), l'ingrandimento dello Stato in Liguria. Mete invano agognate furono Savona e Genova, ove tentò la sorte con il sostegno del patrizio genovese Raffaele Della Torre, ma fallì l'obiettivo e temporaneamente perse anche l'enclave di Oneglia.

Alla scelta mercantilistica e alla speciale benevolenza nei confronti degli ebrei di Nizza, raggiunti da correligionari dalle Fiandre e dal Portogallo, il duca unì accorti passi negli accordi commerciali con Lisbona (per accedere al Brasile) e con Londra (trattato di Firenze, 1669).

Vedovo dal 1665 e sposata la cugina Maria Giovanna Battista di Nemours, sin da giovane amatissima, ne venne assecondato in tutte le principali azioni, compreso l'abbellimento di Torino (furono gli anni di Guarini e di Castellamonte, geniale artefice di fortificazioni militari), e incoraggiato a valersi di “borghesi” di grandi capacità amministrative (fu il caso di Giambattista Truchi), “una sorta di Colbert piemontese”, annota lo storico Valerio Castronovo, che però ne conclude il profilo biografico con molte riserve sul mancato ingrandimento dello Stato e il perdurante “vassallaggio” verso la Francia.

Nondimeno, va evidenziato, nei dodici anni di esercizio effettivo del potere ducale (dal 1663 alla morte, quando aveva appena 41 anni) Carlo Emanuele II gettò le basi dell'esercito permanente di pace, come riconosciuto da storici quali Claretta, Carutti e dalla Storia della monarchia piemontese di Ercole Ricotti, punto di riferimento del più autorevole storico dell'Esercito italiano, il generale di CdA Oreste Bovio.

 

L'istituzione dei Granatieri: un corpo di élite...

Tra le istituzioni militari ideate da Carlo Emanuele II e destinate a durare nei secoli spicca il Reggimento di Guardia (o delle Guardie), costituito il 18 aprile 1659, il primo e più antico della fanteria di ordinanza, incaricato di montare la guardia al palazzo del principe in un'età ancora segnata da attentati alla vita dei sovrani, da “fronde” di varia germinazione e gestazione (anche su pulsioni religiose: il duca brillò per la devozione nei confronti della confessione cattolica, sublimata con l'edificazione della Cappella della Santa Sindone) e mentre in Inghilterra ancora era in corso l' “esperimento” di Cromwell, “lord protettore”.

La sicurezza del sovrano doveva fondare su basi rupestri. Furono quelle assicurate appunto dalla Guardia che nel 1685 con Vittorio Amedeo II vide crescere al proprio interno la specialità dei lanciatori di granate, i Granatieri. Era un corpo di élite, formato da uomini dotati di speciali qualità atletiche: statura elevata, forza muscolare, agilità sul campo.

Dalla fondazione esso fu tutt'uno con secoli di storia del regno di Sardegna e di quello d'Italia. I Granatieri legarono la loro fama alla guerra difensiva contro la Francia, tra il 1792 e il 1797. Quando Carlo Emanuele IV, lasciati gli Stati di Terraferma, si rifugiò in Sardegna, ove la Casa svolse una politica indipendente, l'unico reparto sfuggito allo scioglimento imposto dai francesi fu il Reggimento cacciatori Guardie, che poi prese nome da quello costituito nel 1744 da Bernardino Antonio Genovese, duca di San Pietro (“Reggimento di Sardegna”). Divenuto Reggimento Guardie, esso fu comandato personalmente da Vittorio Emanuele I, il Restauratore.

 

...nella Grande Guerra, a Fiume e oltre.

I Granatieri di Sardegna, come per semplicità qui li denominiamo e ricordiamo, si batterono nelle guerre per l'indipendenza, dal 1848-49 alla Grande Guerra: in quest’ultima, con una brigata di due reggimenti, essi lamentarono ben 12.202 vittime tra morti e dispersi e 14.110 feriti.

Successivamente, sette Granatieri del primo Reggimento, costretto a lasciare Fiume alla vigilia del trattato di pace italo-austriaco del 10 settembre 1920, giurarono “sulla memoria di tutti i morti per l'unità d'Italia: Fiume o morte! E manterremo, perché i granatieri hanno una fede sola e una parola sola. L'Italia non è compiuta. In un ultimo sforzo la compiremo”. Il loro appello a Gabriele d'Annunzio, sorretto anche da trame di cui furono protagonisti i fiumani Antonio Vio e Attilio Prodam, assecondati dal torinese Giacomo Treves, con il sostegno di Domizio Torrigiani e di Raoul Palermi, fu accolto. Il Vate di sicuro non agì all'insaputa del sovrano. Questo è però un aspetto della complessa vicenda fiumana  tuttora poco esplorato, ma illuminato dal conferimento a d'Annunzio del titolo di Principe di Monte Nevoso: fatto eccezionale, trattandosi dell’unico rango principesco concesso in 46 anni di regno da Vittorio Emanuele, che creò invece Paolo Thaon di Revel e Armando Diaz rispettivamente duchi del Mare e della Vittoria.

I Granatieri si coprirono di gloria nei conflitti successivi, dall'Etiopia alla seconda guerra mondiale e nella eroica difesa di Roma contro i tedeschi nel settembre 1943, da porta San Paolo al Campidoglio, preludio della lotta di liberazione che ebbe protagonista Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo.

Ricostituito a Roma il 1° aprile 1948 come Divisione di fanteria Granatieri di Sardegna, il corpo ha poi avuto l'evoluzione in Brigata meccanizzata e ha partecipato a missioni di pace (Somalia, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Libano...) e all'operazione  “strade sicure”, con interpretazione ampliata del ruolo originario di Guardia: chi garantisce il Capo dello Stato fa altrettanto per quanti rappresentano gli Stati esteri presso di lui.

L'omaggio di Fossano al fondatore dei Granatieri

Vi è quindi motivo perché i Granatieri di Sardegna siano sentiti quale parte integrante della storia secolare che unisce il ducato di Savoia all'Italia odierna e perché i Granatieri stessi ricordino il loro fondatore. Lo fanno domenica 29 agosto 2021 con iniziativa congiunta: lo scoprimento del monumento del loro fondatore, Carlo Emanuele II, a Fossano (Cuneo), presso il Castello prodigiosamente edificato in soli otto anni su ordine del principe Filippo d'Acaja.

Comune dal 1236, città dal 1566 per decreto di Emanuele Filiberto, diocesi dal 1592 (la quarta della Granda, dopo Alba, Mondovì e Saluzzo e secoli prima di quella di Cuneo, con la quale è in corso la “fusione”), Fossano ha una lunga e gloriosa storia politico-militare, civile ed ecclesiastica. Da metà Ottocento ne furono protagonisti Giovanni Battista Michelini, da un canto, e il vescovo integralista Emiliano Manacorda, Alessandro Michelini, il barone Giacomo Tholosan, Salvatore Sacerdote, i deputati Felice Merlo (primo presidente della Camera Subalpina), il generale Ignazio Pettinengo Genova, il geniale Giovanni Battista Borelli, il conte Falletti di Vllafalletto...

Principale snodo ferroviario tra Piemonte e Liguria verso Savona, Fossano fu una “piazza grande”, contesa e ambìta. Ora accanto al Castello il monumento di Carlo Emanuele II insegna che l'Italia ce l'ha fatta e ce la può fare, all'insegna del senso civico, dell'onore e di valori appresi dai suoi cittadini che si batterono per l'indipendenza, l'unità e la libertà della Patria. I Granatieri aprivano la strada...: esercitarono un Magistero che l'Italia odierna, proprio perché europea, sente l'attualità.

 


Ulteriori articoli pubblicati su 

Targato CN

Quotidiano piemontese


mercoledì 25 agosto 2021

I Savoia e la numismatica, non solo Vittorio Emanuele III

 Di Cronaca Numismatica -23 Agosto 2021163



Inizia già nel XVI secolo la “passione dinastica” dei Savoia per monete e medaglie che culminerà nella Collezione reale e nel Corpus Nummorum Italicorum

Emanuele Filiberto, duca di Savoia e primo nella dinastia a mostrare "simpatia" per la numismatica e la medaglistica come forme di collezionismo

Emanuele Filiberto, duca di Savoia e primo nella dinastia a mostrare “simpatia” per la numismatica e la medaglistica come forme di collezionismo

di Antonio Castellani

Non tutti sanno che il duca Emanuele Filiberto di Savoia (1528-1580), in occasione della costruzione della cittadella di Vercelli, il 25 dicembre 1560, stabilì che sarebbero state di sua proprietà “tutte le trove che si faranno di medaglie d’oro e d’argento o d’altro metallo, come vasi di terra e marmi et ogni altra antiquaglia”.

Una pratica comune, fra principi e regnanti del tempo, ma non si creda che il duca – passato alla storia con l’appellativo di “Testa di ferro” – decise di far ciò solo per accaparrarsi tesori e antichità. Contemporaneamente, infatti, il duca ordinò che si iniziasse una sistematica raccolta di monete e di medaglie antiche.

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https://www.cronacanumismatica.com/i-savoia-e-la-numismatica-non-solo-vittorio-emanuele-iii/

Contea di Savoia: Amedeo VII, il Conte Rosso che puntò al mare

 Occupò e annesse Nizza, Ventimiglia e Barcelonnette



AVIGLIANA – Amedeo VII di Savoia detto il Conte Rosso visse tra il 1360 e il 1391. Fu conte di Savoia, d’Aosta, Moriana e Nizza dal 1383 al 1391. Fu detto conte Rosso a causa del colore dei suoi capelli, mentre secondo altri, si prese a soprannominarlo Conte Rosso poiché nel 1383, impegnato nelle Fiandre in una campagna militare in difesa del duca di Borgogna.

Alla notizia della nascita del proprio primogenito, abbandonò il lutto per la morte del padre, a favore di abiti rossi per festeggiare. Quando salì al potere, lasciò nei primi tempi il potere alla madre.

Amedeo salì al trono di uno Stato afflitto da gravi problemi economici. Le continue guerre del padre avevano prosciugato le finanze dello Stato, già di loro natura mai floride.

Per ottenere i fondi necessari alle imprese che meditava dovette faticare non poco. Già dalla sua ascesa al trono dovette affrontare i riottosi conti del Canavese e il Monferrato.

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https://www.lagendanews.com/

sabato 17 luglio 2021

Congiure, spie, attentati. La lunga strada che portò alla caduta del fascismo

Un saggio di Paolo Cacace ricostruisce tutti i piani segreti prima del 25 luglio 1943

di Matteo Sacchi




Alle 2 e 30, nella notte del 25 luglio 1943, la lunga parabola politica di Benito Mussolini si schianta contro il muro della sfiducia, votata dal Gran consiglio del Fascismo. La vittoria della mozione presentata da Dino Grandi - 19 voti a favore, 7 contrari, 1 astenuto - e il successivo arresto, la mattina seguente, di Mussolini a Villa Savoia sono un turning point della Seconda guerra mondiale e quello che è accaduto nei convulsi giorni a seguire, sino all'armistizio dell'8 settembre, è stato studiato dagli storici con precisione certosina. Più difficile indagare il percorso che ha portato all'arresto dell'uomo che, per un ventennio, aveva controllato l'Italia. Come è stata costruita la tela di relazioni di Grandi, Presidente della camera dei fasci e delle corporazioni, per giungere al voto? Come hanno agito Vittorio Emanuele III e la corte ormai certi dell'impossibilità di continuare la guerra? Che ruolo hanno avuto i militari? Che ruolo hanno avuto i tedeschi visto che ormai si fidavano pochissimo della tenuta del fronte italiano? E soprattutto come è caduto Mussolini nella trappola della sfiducia di un organo che era solamente consultivo e che lui considerava ancora fondamentalmente malleabile?


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martedì 15 giugno 2021

Conferenza dei Professori Finucci e Bafaro

 Siete gentilmente invitati 

a una NOSTRA CONFERENZA IN PRESENZA
che si svolgerà LUNEDI' 21 GIUGNO 2021 alle ore 18,30
presso la LIBRERIA HORAFELIX ROMA
Evento dedicato al Solstizio di Roma Capitale.


In calce il LINK e due ALLEGATI con le modalità di partecipazione.
Che sia per tutti Noi l'AURORA DI UN GIORNO NUOVO.
Cordialmente.


  Prof. Massimo Fulvio Finucci e D.ssa Clarissa Emilia Bafaro

LINK CONFERENZA ROMA CAPITALE

giovedì 10 giugno 2021

Prima di affrontare il chirurgo scandì lentamente : "Viva il Re!"

Tutti riportano e danno per certa la notizia che Luigi Rizzo fosse repubblicano. Il che non cambierebbe di una virgola la venerazione che abbiamo per la sua memorie.
Ma ci è tornato in mente un articolo letto, nel quale ci siamo imbattuti nella nostra caccia costante a qualsiasi cosa ricordi la nostra Monarchia.
Questo articolo è preso dal settimanale OGGI 12 Luglio 1951. 
Magari, vista la repubblica, l'Ammiraglio Rizzo, aveva cambiato idea. 
Lo staff

 

Luigi Rizzo, il popolare eroe della prima guerra mondiale, morto a Roma il 27 giugno scorso. L'ammiraglio Rizzo era nato a Milazzo nel 1887 ed era figlio di un vecchio lupo di mare. Quattro medaglie d'argento e due medaglie d'oro premiarono una serie di sue audacissime imprese culminate negli affondamenti delle corazzate austriache "Wien" e "Santo Stefano" e nella celebre "Beffa di Buccari". Dopo la guerra era stato fatto conte di Grado. Qui Rizzo è ad Ancona, nel 1918, al tempo del siluramento della "Santo Stefano".

Soltanto due mesi fa l'ammiraglio Luigi Rizzo si presentò al prof. Paolucci (un tempo suo compagno d'arme al comando di un "Mas"), per via di "una piccola banale lesione" al polmone, a chiedere "un piccolo intervento". La lesione non era né piccola, né banale, ma nonostante la sua età avanzata era necessario operare. L'attenzione particolare dei figli e dei parenti insospettì il vecchio ammiraglio che comprese il suo vero stato, ma non indietreggiò. Prima di scendere in sala operatoria volle inviare un saluto telegrafico ai suoi pochissimi amici intimi e al nipotino Francesco di due anni, figlio della figlia che vive a Milazzo, al quale era particolarmente affezionato. Prima di prendere l'anestesia chiese del prof. Paolucci e, come vecchio marinaio nel momento supremo di andare all'attacco, gli disse piano, scandendo le sillabe: “ Viva il Re! “.

L'organo colpito fu asportato; seguirono giorni tempestosi, ma poi lentamente Luigi Rizzo cominciò a migliorare, verso una nuova vita.  È come rientrare da una delle mie azioni, confessò. L'ammiraglio Vittorio Türr entrò una mattina nella sua stanzetta di Villa Margherita per recargli un abbraccio e un messaggio giunto espressamente per lui da Cascais. Rizzo non poté irrigidirsi sull'attenti, ma ascoltò con gli occhi umidi di commozione e un nodo in gola l'augusta comunicazione.

LE PRIME IMPRESE

Nei giorni che seguirono migliorò e poté anche alzarsi e passeggiare. Il male sembrava completamente debellato quando una improvvisa sonnolenza fece capire che lo stesso male stava facendosi strada anche nel cervello. Ogni intervento questa volta fu impossibile e in pochissimi giorni il vecchio ammiraglio se n'è andato, dormendo, quasi senza accorgersene.

Figlio di un vecchio lupo di mare, con un nonno che si era arruolato nel '48 tra I militi della Patria risorgente e con uno zio che a soli 17 anni aveva seguito Garibaldi e I Mille dopo lo sbarco di Messina, Luigi Rizzo era nato a Milazzo sessantaquattro anni or sono. Aveva la passione del mare che il padre incoraggiò in lui fin dalla tenera età, tanto che a soli otto anni a bordo era come di casa, e a diciotto conseguiva la licenza d'onore all'Istituto Nautico di Messina. Navigò con il padre e il fratello maggiore, dividendo con gli altri marinai le fatiche e la disciplina di bordo, i pasti e i turni di guardia. Diventò presto un esperto ufficiale della marina mercantile, poi passò a Sulina, in Romania, alle dipendenze della Commissione del Danubio dove, nella sua qualità di capitano e pilota, svolse un'attività encomiabile, tenendo alto il nome e il prestigio del Paese. In quest'epoca compì anche il primo atto di valore, riuscendo a salvare un piroscafo in balia della tempesta, nonostante quel tentativo fosse stato definito vano e pazzesco da altri ufficiali. Il governo romeno ne onorò l'audacia e la generosità decretandogli una medaglia al valore che doveva essere la prima di una lunga serie di decorazioni.

Allo scoppio della prima guerra mondiale Luigi Rizzo tornò in Italia per offrire i suoi servizi alla R. Marina e, dopo una destinazione di alcuni mesi in un centro di addestramento reclute, venne trasferito, nel secondo semestre del 1915, in zona d'operazioni, alla difesa marittima di Grado, tenente di vascello di complemento con incarico di aiutante maggiore in prima del Comando. Lii girata agli inizi della guerra, Grado era stata sistemata come difesa marittima sull'estrema ala destra della III armata e dominava interamente il golfo di Trieste dal quale per ventinove mesi, fino a Caporetto, la nostra marina tenne lontano il nemico. Nel febbraio del 1916 il comando della piazza venne assunto dal capitano di fregata Alfredo Dentice di Frasso che amava l'azione, viveva la vita di guerra dei suoi ufficiali ed ebbe in Luigi Rizzo il suo più fedele ed abile aiutante.

Quando nel corso di una violenta mareggiata invernale una grossa torpedine austriaca si arenò sulla spiaggia, il comandante stesso volle tentare l'impresa del disinnesco aiutato dal fido Rizzo che, dopo tale prova di sangue freddo, ricevette una medaglia d'argento e venne nominato comandante della sezione "Mas" di Grado. Antiburocratico per eccellenza, inadatto per il lavoro d'ufficio, nato per l'audacia e per l'azione, Rizzo si identificò con il significativo motto "Memento Audere Semper", che dava il nome alle più piccole navi della nostra marina. A quarantotto ore dalla nomina aveva già compiuto una prima impresa, da lui definita "di assaggio", alle dighe del Vallone di Muggia. Da allora le incursioni notturne nel golfo di Trieste del "corsaro" di Milazzo, furono innumerevoli e fruttuose.

"WIEN" E "SANTO STEFANO"

Ritto a prora, sempre irrequieto e con lo sguardo mobile che scrutava intorno, bruno, irsuto, con una giubba di cuoio di colore indefinito, con un caschetto in testa da cui solo barba e baffi apparivano, con una perenne malizia negli occhi nerissimi e un mite sorriso sulle labbra, inflessibile con i suoi marinai, di poche parole ma di molta iniziativa, Luigi Rizzo andava a caccia di navi avversarie e ci si buttava contro a testa bassa come un toro.

Da un'azione contro una squadriglia di quattro torpediniere austro-ungariche tornò particolarmente di buon umore, per avere in­flitto notevoli danni all'avversario, senza alcuna perdita propria e per aver catturato un magnifico den­tice, ucciso da una bomba caduta a fianco del suo "Mas" e mandato a bordo con la colonna d'acqua. Il pesce venne infiocchettato con un nastro tricolore e offerto al duca d'Aosta.

Nel maggio del 1917 Rizzo ot­tenne una seconda medaglia d'ar­gento per essersi trattenuto sotto il fuoco di batterie e aerei nemici mentre stava effettuando la cattura di alcuni aviatori austriaci. Nel­l'autunno dello stesso anno andò più volte in ricognizione con i suoi "gusci di noce" sulle dighe del por­to di Trieste per preparare l'au­dace impresa da lui poi compiuta nella notte tra il 9 e il 10 dicembre, coronata dal siluramento e affon­damento della corazzata Wien. L'ammiraglio Thaon di Revel, ca­po di stato maggiore della marina, ideatore dei "Mas-; gli aveva spon­taneamente promesso la promozione a capitano di corvetta in caso di successo; Rizzo ottenne con essa anche la sua prima medaglia d'oro e un permesso per andare a godere la luna di miele con la giovane mo­glie, sposata cinque settimane pri­ma, ma abbandonata poche ore dopo per adempiere il suo dovere di soldato.

Dopo l'abbandono di Grado in seguito alla ritirata di Caporetto, Rizzo continuò la sua attività sui "Mas" e condusse la sua squadri­glia attraverso i canali navigabili della laguna veneta, per arrestare le pattuglie dell'esercito nemico di­lagante verso il Tagliamento e il Piave, meritandosi per tali azioni una terza medaglia d'argento.

La successiva impresa alla quale partecipò con Costanzo Ciano fu la "Beffa di Buccari", ideata da Ga­briele D'Annunzio. La notte del 17 febbraio del 1918 tre "gusci di no­ce", con un manipolo di coraggiosi, dopo quattro ore di navigazione riu­scirono a penetrare nello stretto di Buccari. “ Che brava gente questi austriaci“, sussurrò Rizzo al poeta, vedendo che nessuna sentinella si era accorta di loro. Poi lanciarono i siluri contro il piroscafo più gros­so e, posate delle bottiglie nell'ac­qua con grandi coccarde spiegate alla 'brezza del primo mattino, fila­rono via verso i porti amici. L'impresa rimase una delle più audaci e Rizzo guadagnò la quarta meda­glia d'argento.

 

PRIGIONIERO DEI TEDESCHI.

Passato quindi ad Ancona. ebbe l'incarico di organizzare una squa­driglia di "Mas" destinata ad opera­re nelle isole dalmate. Era il giu­gno del 1918 e il nemico preparava la grande offensiva sul Piave. Il mattino del 10 giugno Rizzo eb­be la sua grande occasione: pres­so Premuda marciavano due grosse navi di linea nemiche, circon­date da sette torpediniere di scorta. Rizzo puntò senza esitazione sul­la sagoma più grossa. I "Mas" par­tirono all'attacco, tranquilli, senza aumentare di velocità perché se l'azione poteva essere risolta più presto, la schiuma a prua poteva rivelare la loro presenza. Era l'alba, il nemico era stanco e Rizzo, da buon marinaio, lo sapeva: dopo la tensione continua della notte, la luce mattutina porta ad ogni navi­gante un senso di sicurezza e un bisogno di riposo. Per questa favo­revole circostanza gli spericolati battelli poterono giungere a distan­za ravvicinatissima dalla nave più grossa, lanciando simultaneamente i loro siluri. Due alte colonne di fumo e acqua si alzarono dal cen­tro della nave colpita, poi seguì l'in­ferno, dal quale però i due "Mas" uscirono incolumi, mentre la Santo Stefano, una corazzata di ventimila tonnellate, armata di quaranta boc­che da fuoco e di quattro tubi lanciasiluri, vanto della tecnica navale austro-ungarica, lentamente si inclinava, si capovolgeva e scompa­riva in un gorgo pauroso. Una se­conda medaglia d'oro venne a pre­miare l'audace affondatore.

Finite le ostilità, Luigi Rizzo ac­corse a Fiume al richiamo di Ga­briele D'Annunzio e affiancò animo­samente l'opera dei legionari. La pace lo trovò in piena operosità marinara, dapprima a Trieste, dove organizzò l'ufficio difesa marittima, poi a Genova. Promosso capitano di fregata per merito di guerra chiese nel 1920 di essere dispensato dal servizio attivo: nel 1925 divenne capitano di vascello. Nel giugno del 1926 Trieste gli decretò gli onori del trionfo intitolando al suo nome la grande diga del Vallone di Mug­gia. L'anno seguente, nel decimo anniversario dell'affondamento del­la Wien, alle 2,32 di notte venne deposta sulla diga una corona di quercia con nastri azzurri. Nel 1932, con sovrano motu proprio fu nomi­nato contrammiraglio, gli venne conferito il titolo trasmissibile di conte di Grado e in una simbolica caratteristica cerimonia gli furono consegnate le chiavi della città che da secoli non erano state offerte a nessuno.

Allo scoppio della guerra abissi­na Rizzo si offre come volontario e, nel 1936, è nominato ammiraglio di divisione per meriti eccezionali; nello stesso anno è chiamato alla presidenza del Lloyd Triestino. Conduce una vita serena, accanto alla sua dolce compagna e ai figli Giacomo, Guglielmina e Giorgio. Almeno due mesi ogni estate tor­nava alla sua Milazzo, ai suoi con­tadini che lo accompagnavano vo­lentieri a pesca, sua grande pas­sione dopo i "Mas".

Il 10 giugno 1940 l'eroe di Buccari rientra in servizio e prende il comando della caccia antisommer­gibile, ma cominciano le sue disillusioni finché riesce a farsi esonerare da quell'incarico per la consta tata mancanza di mezzi. L'8 settembre 1943 lo trova alla presidenza dei Cantieri Riuniti dell'Adriatico e poiché egli è un soldato fedele al suo sovrano, affonderà le navi mercantili •Duilio e Giulio Ce­sare piuttosto che consegnarle ai tedeschi. Alla sua scuola aveva cre­sciuto i figli e in particolare Gior­gio, già comandante di una squa­driglia "Mas" a Rocca di Magra. Anche lui rimase fedele al giura­mento fatto, distrusse il suo battel­lo e raggiunse Portoferraio por­tando con sé i documenti della sua amministrazione e la bandiera, ma una bomba di Stuka lo inchiodò alla banchina. Era appena venti­duenne.

Luigi Rizzo fu imprigionato dai tedeschi e condotto, a Klagenfurt dove rimase quattro mesi in un carcere, poi fu inviato in un campo di concentramento (dove lo seguì spontaneamente anche la figlia), a Hirschegg, vicino al lago di Costan­za. Qui ebbe come compagni di re­clusione Nitti, Carmine Senise, l'at­tuale alto commissario francese in Germania e le duchesse d'Aosta, Irene di Grecia e Anna di Francia. Liberato dalle truppe francesi del generale De Tassigny, nell'agosto del 1945 poté tornare in Italia e abbracciare i suoi, ma rimase scos­so dal marasma postbellico e dalla fredda accoglienza riservatagli e dovette subire, anche un processo di epurazione, pur uscendone com­pletamente discriminato. Dopo la gloria, le decorazioni, gli onori e le esaltazioni, l'ultimo decennio di vi­ta italiana aveva gettato su di lui un velo di oblio e di misconoscenza, provocandogli disillusioni e la perdita di quasi tutti i suoi amici.

Oggi Luigi Rizzo è tornato defi­nitivamente alla sua terra, alla sua gente, alla sua Milazzo con gli ono­ri dovuti ad un grande soldato, portato a braccia, e vegliato dai suoi soldati e dai suoi compaesani, seguito nell'ultimo viaggio se non da tutto un popolo, come sarebbe stato in altri tempi, almeno dalle lacrime e dai pensieri della gene­razione più vecchia.

Giorgio Salvioni