NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 28 giugno 2020

E i figli ed i nipoti?

Il presente articolo è stato pubblicato sul periodico "Il Tricolore". E l'articolo veniva pubblicato anche sul blog a condizione che se ne citasse la provenienza.
Ciò non è avvenuto in prima battuta per mera dimenticanza del webmaster, che se ne scusa con l'Autore e con i Responsabili de "Il Tricolore".
Il caldo fa brutti scherzi.



Chi abbia vissuto le vicende dei movimenti monarchici, se non dall’origine, ma almeno dagli anni ’50 del secolo scorso, noterà che oggi negli stessi movimenti non compaiono mai nominativi degli esponenti di allora, parlamentari o dirigenti. 
Il fenomeno riguarda anche gli altri schieramenti, dove, scomparsi i partiti tradizionali, non vediamo nei nuovi schieramenti nomi che richiamino gli esponenti di spicco della cosiddetta “prima repubblica”. 

Questa assenza è però per noi particolarmente grave e dolorosa perché con la scomparsa dei lontani esponenti monarchici sono andate disperse testimonianze ed eventuali archivi che rendono difficile oggi la ricostruzione delle vicende passate. 

Tranne Covelli, il cui archivio è parte alla Camera dei Deputati, che ha potuto stampare così tutti i suoi discorsi parlamentari e parte al comune di nascita e Lucifero, ministro della Real Casa, i cui archivi sono stati donati fortunatamente ad un nipote, il Marchese Armando Lucifero, ed al comune di Crotone, non risultano altre donazioni. 

Alcuni esponenti non ebbero figli ( ad esempio Cantalupo ), altri figli che premorirono ( ad esempi Achille Lauro), altri con figli,senza ulteriori eredi, per cui il loro ricordo si è perso totalmente. Questa perdita della loro memoria è triste perché nei movimenti monarchici abbiamo avuto ad alto livello sia i politici, oltre ai già citati Covelli e Cantalupo, come Cesare Degli Occhi, Orazio Condorelli, Enzo Selvaggi, tutti nomi citati a titolo indicativo e non esaustivo, storici come Gioacchino Volpe, Emilio Faldella, Piero Operti, Mario Viana, giornalisti come Alberto Bergamini ed Alberto Consiglioe poi ancora ambasciatori, da Raffaele Guariglia ad Armando Koch e Guido Rocco,un giurista insigne come Alfredo De Marsico, rettori d’università. come Papi, Allara, Menotti De Francesco, Origone, Paratore, valorosi soldati e marinai da Carlo Delcroix a Raffaele Paolucci di Valmaggiore ( MOVM), Ettore Viola di Cà Tasson (MOVM), Francesco Aurelio Di Bella (MOVM), Gino Birindelli ( MOVM),Pier Arrigo Barnaba di Buia (MOVM), Edgardo Sogno ( MOVM) ed ancora gli Ammiragli Mariano, Galati, Rogadeo, i generali Antonino Cuttitta,Ercole Ronco, Leonetto Taddei, Prospero Del Din, padre di due Medaglie d’Oro della vera Resistenza patriottica, una alla memoria del figlio Renato e l’altra della figlia Paola, ancor oggi fortunatamente vivente. 

Tutti nomi di persone che erano per noi, allora giovani, un esempio di vita e di valori morali e la vivente testimonianza che sotto la bandiera della Monarchia Sabauda si raccoglieva la parte migliore della società italiana.


Domenico Giglio.



lunedì 22 giugno 2020

Il V Governo Giolitti (1920-1921) ultimo appello per il liberalismo in Italia


di Aldo A. Mola

Giolitti: spegnere l'incendio...
“Quando la casa brucia, ogni sforzo deve tendere a spegnere l'incendio; a rendere la casa più comoda si penserà dopo”. Fu il programma col quale il massimo Statista italiano dall'unità a oggi, Giovanni Giolitti (Mondovì, 1842- Cavour,1928), tornò la quinta volta ad assumere la presidenza del Consiglio dei ministri il 16 giugno 1920. Aveva 78 anni: idee chiare, energia ferrea. Le sue parole vanno meditate dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che si trastulla in chiacchiere e rinvia di mese in mese ogni seria decisione mentre l'Italia sprofonda nella voragine del debito pubblico, destinato a recidere i garretti dei cittadini per un paio di generazioni.
Il centenario del quinto governo Giolitti è passato del tutto sotto silenzio in Piemonte. Silenzio tombale anche da parte della Provincia di Cuneo, di cui lo Statista fu presidente per vent'anni. A volte chi dovrebbe ricordare preferisce non vedere. Ma ormai a troppi vien comodo il “distanziamento”: dalla memoria del passato, sempre più imbarazzante per chi annaspa al “potere”. Ne ha scritto Luigi Rizzo in Il pensiero di Giovanni Giolitti fondatore dello Stato sociale, tra guerra e pace (ed. Arbor Sapientiae).

Un governo di coalizione per risalire la china
Il 16 giugno 1920 Vittorio Emanuele III chiamò Giolitti alla guida dell'Esecutivo su indicazione unanime delle personalità consultate. Lo Statista era pronto da tempo. Aveva varato il suo primo governo il 15 maggio 1892 su incarico di Umberto I. Erano passati 28 anni. Perché proprio lui, malgrado l'età? L'Italia aveva alle spalle il passivo dell'intervento nella Grande Guerra voluto da Antonio Salandra e da Sidney Sonnino d'intesa con il sovrano. La Vittoria del 4 novembre 1918 aveva avuto un costo altissimo in vite umane, indebitamento dello Stato, svalutazione della moneta, disordine economico e sociale. Occorreva una “cura da cavallo”. Con il trattato di Versailles (28 giugno 1919), prima fase del congresso della pace, il governo Orlando-Sonnino aveva sprecato i sacrifici sopportati dal Paese. Malgrado i tanti discorsi e i ben remunerati articoli del nuovo presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, il trattato di pace con l'Austria (Saint-Germain, 10 settembre 1919) negò all'Italia Fiume. Di lì, due giorni dopo, la marcia guidatavi da Gabriele d'Annunzio e la Reggenza del Carnaro, spina nel fianco del governo. Nitti navigò a vista, si dimise e formò un secondo ministero che durò poche settimane (22 maggio-16 giugno).
Sin dall'agosto 1917, in piena guerra, Giolitti aveva indicato la via per riorganizzare i rapporti interni e internazionali: abolizione della diplomazia segreta (altra cosa dal segreto diplomatico) e riforme sociali rispondenti alle enormi difficoltà del Paese. Lo ripeté il 12 ottobre 1919 nel discorso pronunciato a Dronero in vista delle prime elezioni con il riparto dei seggi in proporzione ai voti ottenuti dai partiti. Lo ribadì nel discorso di insediamento alla Camera, il 24 giugno 1920, suo onomastico. L'Italia era annichilita dal debito pubblico, balzato da 13 a 90 miliardi di lire, dal prezzo politico del pane, dalla moltiplicazione di stipendi e salari per lavori inutili: costavano alla pubblica amministrazione (Stato, province, comuni) e si risolvevano in indebitamento ulteriore, non in benefici. Con le dita rosate già allora la burocrazia intesseva in sudario dell'Italia. I regimi seguenti fecero di peggio.
Per voltare pagina Giolitti chiamò al governo esponenti dei partiti costituzionali: Carlo Sforza agli Esteri, il democratico ed ex socialista Ivanoe Bonomi alla Guerra, i cattolici Filippo Meda e Giuseppe Micheli al Tesoro e all’Agricoltura, l'ex sindacalista Arturo Labriola al Lavoro, massone come Luigi Fera, ministro della Giustizia, e Giulio Alessio. All'Istruzione lo Statista volle il sommo pensatore italiano del Novecento, Benedetto Croce, storico e “filosofo di buon senso”, come egli disse quando lo vide all'opera nel ministero oggi nelle mani di una giovine inconcludente. Si circondò di cuneesi: Camillo Peano, ministro dei Lavori pubblici; Marco di Saluzzo, sottosegretario agli Esteri e Giovanni Battista Bertone, popolare, alle Finanze; Marcello Soleri, cui affidò il commissariato per approvvigionamenti e consumi alimentari, cioè l'abolizione del prezzo politico del pane, rovina dell'erario.

Debito pubblico...
All'insediamento del governo Giolitti sintetizzò il programma per risanare il Paese: sovranità del Parlamento anziché litania di decreti-legge come accadeva dal 1914 (malvezzo imperante nell'Italia giallorossa di Conte, democratici e pentastellati, lotta alle “delittuose speculazioni”, freno all’emissione di moneta cartacea (fomite dell'inflazione), promozione della produzione cerealicola (la mussoliniana “battaglia del grano” non inventò nulla rispetto all'età di Giolitti e di Vittorio Emanuele III, che seguiva di persona la sperimentazione agricola, sull'esempio dei poderi modello allestiti a Pollenzo già da Carlo Alberto), riduzione delle spese militari superflue, avocazione dei profitti di guerra, progressività delle imposte e in specie delle tasse sulle successioni, nominatività dei “titoli al portatore di qualsiasi specie, azioni, obbligazioni, rendite di Stato, cartelle fondiarie e simili, eccettuati solamente i buoni del Tesoro”: una montagna di 70 miliardi di lire che sfuggivano alle imposte. A quel modo avrebbe anche stanato la “finanza vaticana”.
Quasi non toccò la politica estera. Non per trascuratezza. Poiché era aggrovigliata, l'avrebbe affrontata quando lo Stato sarebbe tornato sicuro di sé.
A chi gli chiedeva di confiscare i beni della Corona rispose che, dopo le generose donazioni fatte da Vittorio Emanuele III allo Stato, erano ormai pochi centesimi.  A chi, da sinistra, voleva l'abolizione della guardia regia replicò che costoro l’avrebbero soppiantata con la guardia rossa. Pensava a quanto avveniva in Russia. Le sue linee maestre erano “pace all'estero e pace all'interno”, superamento della lotta muro contro muro tra operai e datori di lavoro attraverso la cooperazione. Ribadì: “Ognuno, secondo le sue convinzioni, può e deve aiutare l'opera dello Stato; non dico l'opera del governo, dico l'opera dello Stato”.  Al Senato spiegò perché il governo comprendeva esponenti di partiti diversi: liberali, democratici e popolari, tutti costituzionali. La proporzionale aveva frantumato la Camera in undici gruppi parlamentari. Mentre i socialisti contavano oltre 150 seggi e i popolari un centinaio, i “liberali” erano spappolati in varie denominazioni e privi di un'organizzazione unitaria. Il primo “partito liberale” nazionale, presieduto dal genovese Emilio Borzino, che non è il più famoso tra i politici italiani, nacque solo nell'ottobre 1922 quando il liberalismo volgeva al crepuscolo. Per governare, l'esecutivo doveva contare su un'ampia e stabile maggioranza parlamentare: non su compromessi ideologici, su gruppi litigiosi e inconcludenti (come anche oggi accade), bensì sul “senso del dovere dei politici verso la Patria”. Quasi quarant'anni prima, nella Lettera indirizzata agli elettori del I collegio di Cuneo il 15 ottobre 1882 aveva scritto: “Allorché gli uomini di Stato più eminenti e gli operai sono concordi in un programma, vi ha la certezza che questo risponde ai veri bisogni del Paese”.

...avocazione al Parlamento del potere di dichiarare guerra...
Due erano gli obiettivi fondamentali del quinto governo Giolitti. In primo luogo la modifica dell'articolo 5 dello Statuto: “senza la preventiva approvazione del Parlamento non vi può essere dichiarazione di guerra”. Questa andava trasferita dalla Corona ai rappresentanti dei cittadini, sui quali ricade il peso delle decisioni supreme: vite umane e impoverimento, come era avvenuto nella Grande guerra. Sino a quel momento nessun uomo politico aveva mai messo in discussione la prerogativa principale del sovrano: la dichiarazione di guerra. Giolitti lo fece, proprio perché monarchico, liberale, conservatore: per le istituzioni, i cui titolari non sempre sono consci dei loro doveri. Lo propose alla luce della catastrofe delle teste coronate spazzate via dalla sconfitta: lo zar di Russia, eliminato dai bolscevichi con l'intera famiglia; gli imperatori di Austria-Ungheria e del Reich germanico e il sultano di Istanbul, tutti costretti all'esilio da rivoluzioni dei loro popoli ancor più che dalle vittorie del nemico.
Già nel citato Discorso di Dronero del 1919 Giolitti aveva pronunciato parole da rileggere mentre il governo oggi in carica anziché aprire un vero confronto sulla politica estera (alleanze, posizione dell'Italia in Libia...) pretende di limitarsi a “informative”, senza dibattito né votazioni (e così scopre il fianco del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, costretto a ripetere che le alleanze non sono porte girevoli). Fra altro osservò: “Nei nostri ordinamenti politici interni esiste la più strana delle contraddizioni. Mentre il potere esecutivo non può spendere una lira, non può modificare in alcun modo gli ordinamenti amministrativi, non può né creare né abolire una pretura, un impiego d'ordine senza la preventiva approvazione del Parlamento, può invece per mezzo di trattative internazionali assumere, a nome del Paese, i più terribili degli impegni che portano inevitabilmente alla guerra; e non solo senza l'approvazione del Parlamento, ma senza che né Parlamento né Paese ne siano, o ne possano essere in alcun modo informati. Questo stato di cose va radicalmente mutato”. Occorreva dunque abolire i trattati segreti, come l'accordo di Londra del 26 aprile 1915, germe di conseguenze disastrose per la miopia di chi l'aveva stipulato all'insaputa delle Camere. Aggiunse: “sarebbe una grande garanzia di pace se in tutti i paesi fossero le rappresentanze popolari a dirigere la politica estera; poiché così sarebbe esclusa la possibilità che minoranze audaci, o governi senza intelligenza e senza coscienza, riescano a portare in guerra un popolo contro la sua volontà”.
Contrariamente a quanto ritennero alcuni cortigiani e reazionari particolarmente ottusi, la proposta giolittiana non era affatto anti-monarchica. Essa, anzi, mirava a tenere separata la responsabilità del Re da quella di presidenti del Consiglio e di ministri corrivi a confiscare la sovranità e a decidere all'insaputa delle Camere, così esponendo la Corona ai rischi di una disfatta militare che fatalmente ne avrebbe comportato il crollo, come poi accadde.
Nel corso dei secoli lo stato sabaudo aveva subito invasioni e perso battaglie, ma neppure nei momenti più drammatici era stato debellato perché i suoi sovrani avevano sempre contato sul leale sostegno della popolazione che si riconosceva nei duchi e re di Savoia. Lo si era veduto ai tempi di Carlo Emanuele I, di Vittorio Amedeo II, di Carlo Emanuele III. Quanto era valso nei secoli della monarchia consultiva e amministrativa valeva ancor più con l'avvento di quella costituzionale, come ha bene spiegato Domenico Fisichella nella sua imponente trilogia dal Risorgimento al 1940 (ed. Pagine). Dopo la sconfitta di Novara (23 marzo 1849) il regno aveva fatto quadrato attorno a Vittorio Emanuele II che aveva rifiutato di abolire lo Statuto. Quel “patto”, però, andava aggiornato alla luce dell'esperienza maturata durante la Grande guerra e di trattati di pace niente affatto lungimiranti.
Con argomenti attualissimi Giolitti rivendicò la centralità della rappresentanza elettiva, tenuta a mostrare con i fatti di volere e sapere esercitare i poteri statutari.
...e risanamento dell'istruzione pubblica
L'altro caposaldo, parimenti attualissimo, del programma del V governo giolittiano fu la “completa trasformazione dell'istruzione pubblica, che è fra tutte le nostre istituzioni quella che procede con maggior disordine e con minor efficacia”. Fermo nel ritenere che “un popolo tanto vale quanto sa”, spiegò che il mondo scolastico, “vecchio, chiuso, arretrato”, autoreferenziale, andava “aperto largamente al sole della libertà, la più efficace delle spinte al progresso”. Parlava sulla scorta delle esperienze dei figli e dei numerosi nipoti. Il rinnovamento dell'istruzione pubblica andava promosso di concerto con l'“alta industria”, “in modo da attrarre all'insegnamento le migliori intelligenze del paese e da costringere gli insegnanti a tenersi perfettamente al corrente delle scienze”. A tale scopo le cattedre, soprattutto delle discipline “esatte”, anziché popolate di precari, andavano rimesse a concorso ogni dieci anni. Chi non si aggiornava andava sostituito dai più preparati.
Il suo criterio di governo fu:“dire sempre al Paese la rude verità, abbandonando la vuota retorica, la quale, ponendo sotto falsa luce fatti e apprezzamenti, costituisce una delle forme più insidiose di menzogne”. Come accennato, nei discorsi di insediamento del governo alla Camera e al Senato Giolitti spiegò perché non intendeva esporre il programma nella politica estera. Gli occorreva anzitutto conoscerne lo stato vero alla luce della documentazione: premessa per affrontare le molte e complesse articolazioni, in specie con riferimento alla “questione adriatica”, di cui quella di Fiume era un gradiente aspro da superare in una visione più larga di quella sino a quel momento dominante.
Il 15 luglio non esitò a dichiarare ai senatori di aver accettato un mandato forse superiore alle sue forze per “sentimento del dovere” verso “una Alta volontà”: quella del Re.
Un suo autorevole biografo, Nino Valeri, iniziato massone con Gabriellino d'Annunzio in un'officina della Gran Loggia d'Italia quando da “agente cinematografico” collaborava con il figlio del Vate, dedicò al V e ultimo governo Giolitti pagine fondate sul preconcetto che l'anziano Statista non fosse più “in linea” con i tempi nuovi, con gli umori che alimentavano il rivoluzionarismo dilagante dall'estrema destra alla sinistra. In realtà Giolitti ebbe chiarissima la percezione che i princìpi ispiratori della dirigenza politica durata dall'unificazione nazionale alla Grande Guerra rimanevano patrimonio di una minoranza di patrioti veri, dediti agli interessi generali permanenti dell'Italia anziché ai propri personali o a quelli di fazioni partitiche. Egli stesso aveva concorso a promuoverne il radicamento con le grandi riforme d'inizio secolo e con il conferimento del diritto di voto ai maschi maggiorenni, anche se analfabeti. Comprendeva la genesi dello sperimentalismo e del disordine del dopoguerra, ma ritenne che il governo non potesse né dovesse subirlo e assecondarlo, vivendo di esperimenti, di appelli alle piazze, di incitamento alla rissa tra vacue ideologie, come oggi accade. All'opposto sentiva il dovere di “rialzare l'autorità del Parlamento” per “rialzare l'autorità dello Stato”, accompagnandolo con il monito che “non bisogna confondere lo Stato col Governo. Il Governo è il servitore dello Stato, e nient'altro”.
La Camera alla quale si rivolse nel giugno-luglio del 1920 comprendeva una esigua pattuglia di nazionalisti ma ancora nessun “fascista”. Alle elezioni del 16 novembre 1919 Mussolini aveva raccattato circa 2500 preferenze sui 5.000 voti andati alla sua lista: un risultato mortificante. Nondimeno alla Camera sedevano molti esagitati, massimalisti, estremisti, integralisti, fautori del tanto peggio tanto meglio. Per venirne a capo occorreva una lunga stagione di armonia tra gli Stati, il trascorrere del tempo, che è sempre la medicina migliore. Non fu Giolitti a decidere l'autoesclusione degli USA dalla Lega delle Nazioni, l'ingorda spartizione delle colonie tedesche tra Gran Bretagna e Francia, l'esasperazione dei vinti attraverso politiche punitive. Cercò di mettere ordine almeno in Italia, “in casa”.
Era guidato da un concetto di bruciante attualità: “Seguire una politica che possa condurre ad altre guerre significherebbe condannare sin d'ora a morte due milioni di nostri figli o dei nostri nipoti, e condannare l'Italia ad un altro mezzo secolo di esaurimento economico per arricchire un'altra generazione di speculatori; e ciò nell'ipotesi che in una nuova guerra si abbia di nuovo una completa vittoria, poiché in caso di sconfitta le condizioni dell'Italia diverrebbero molto peggiori di quelle dei popoli che in questa guerra furono vinti”: parole profetiche ma non abbastanza comprese. Perciò l'esempio dello Statista che quasi ottantenne si fece carico del governo d'Italia merita di essere rievocato e meglio conosciuto: non fu un segmento qualunque nella sequenza dei sei governi susseguitisi nel dopoguerra prima dell'avvento di Mussolini. Le dimissioni di Giolitti un anno dopo l'insediamento segnarono l'eclissi del liberalismo italiano in un'Europa che si avviava alla seconda catastrofica fase della Guerra dei Trent'anni (1914-1945).
Cinque volte presidente del Consiglio non ha monumenti. Quindi la sua “esteriorità” non rischia. A farne ricordare l'opera fu il presidente  Carlo Azeglio Ciampi nella visita a Cuneo, nel 2003.Quando si recò a Cuneo, Napolitano lo ignorò. Mattarella, che rese omaggio a Einaudi in Dogliani, è in tempo riproporlo ai “governanti” di oggi e di domani.

Aldo A. Mola

domenica 21 giugno 2020

Guelfo Civinini, scrittore dimenticato


di Emilio del Bel Belluz
Una citazione che trovai in un vecchio volume di letteratura diceva: “Genitoribus atque magistris, numquam satis”. “Ai genitori e ai maestri non si  rende mai abbastanza”. Queste sono  le parole più belle che lo scrittore Guelfo Civinini merita di trovare nella sua strada. L’Italia letteraria non ha ancora avuto il tempo di ricordare una delle penne più illustri che abbia avuto. Lo scrittore Guelfo Civinini nacque a Livorno l’ 1 agosto del 1973, e morì a Roma il 10 aprile 1954. Fu un autore prolifico di volumi di versi, di racconti, e di libri di viaggio. La sua professione di giornalista gli permise d’andare  in molte parti del mondo dove la guerra imperava,  e di rendere importanti i suoi scritti che sono testimonianze di molti momenti storici. Per questo scrisse della guerra di Libia e della Grande Guerra, che gli fecero guadagnare alcune medaglie al valore, non solo come scrittore, ma anche come soldato. Lo scrittore Panzini diceva che non aveva ancora capito, cosa lo avesse portato ad amare il mondo dei libri e la scintilla che gli aveva acceso la passione. Nel caso di Guelfo Civinini le cose andarono diversamente, a scuola veniva premiato per la sua grande dote: quella di scrivere. I suo temi erano amati anche dal suo preside che era un critico letterario, Giuseppe Chiarini, e un giorno richiamandolo,  in modo forte e tenace  per una bugia che aveva detto gli disse: “ Sai come finirai tu? Giornalista ! Ecco giornalista”. Il critico aveva letto bene nel cuore del giovane, gli aveva previsto la strada che avrebbe fatto. La grandezza di uno scrittore  passa attraverso le letture che ha fatto. Un tempo non c’erano molti libri, i libri erano un tesoro prezioso. In molte famiglie italiane l’unico libro che possedevano era la Bibbia,  testo sacro che non poteva mancare. Nei paesi solo il parroco aveva una biblioteca. Guelfo a scuola era uno studente molto attento e bravo e una volta venne premiato con dei libri. ” Questo  premio gradito gli cambiò la vita, passò quindi un’ estate immerso nei volumi che gli avevano donato, si trattava  di opere come:  I miserabili di Victor Hugo, l’Orlando Furioso, l’Assedio di Firenze e l’Odissea. Più si legge, più si impara a scrivere.  Qualcuno scrisse:” Più libri leggi e meno pugni prendi dalla vita”. Guelfo Civinini, grazie  allo scrittore Ugo Oietti, fu presentato al direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini, era il 1907. Rimarrà in questa redazione fino al 1920, e vi uscirà poi per alcune questioni legate ad una collaborazione che aveva avuto anche con un altro giornale. Tutto si snodò nel periodo in cui Gabriele D’Annunzio visse la sua stagione Fiumana.  L’avventura lo aveva coinvolto talmente tanto che non aveva onorato con precisione gli impegni che aveva assunto con il Corriere della Sera, e il suo direttore si era infuriato. Guelfo divenne amico di D’Annunzio e partecipò all’impresa di Cattaro, come visse  i preparativi per Il volo su Vienna. La vita dello scrittore fu avventurosa, come l’aver conosciuto Gabriele  d’Annunzio, e aver visto tanti avvenimenti storici in prima persona. Una volta i giornalisti  mettevano a repentaglio la propria vita, anche adesso capita che qualcuno muoia. Penso ad Almerigo Grilz, giornalista di Trieste, che morì in Mozambico, ed  è sepolto sotto un grande albero. La scrittrice Gianna Preda scrisse  sul dramma di Guelfo: “ Tanti anni fa, quando Guelfo Civinini “era re”, cioè quando percorreva in carovana l’altopiano etiopico e piantava la tenda all’ombra dei sicomori, egli fu colpito, durante una delle  sue soste in Italia, da una sventura atroce. La sua figliola unica, Giuliana, sedicenne, ch’era stata compagna sua nei lunghi viaggi africani, presa da uno di quegli scoramenti irresistibili che talvolta colgono gli adolescenti, si uccise con un colpo di moschetto, nella torre che allora Civinini  possedeva in Maremma. Il dolore del padre fu quello che può essere immaginato da chi conosce l’uomo, che ha capacità di sentimenti profondi e impetuosi. Poi, la piena della disperazione si calmò, e gli restò l’acerbo rimpianto di quella sua bambina perduta.  Non sapendo che fare di meglio per onorare almeno il nome, egli decise di fondare un premio letterario; ché proprio allora cominciava la stagione dei premi. E raggranellate centomila di allora, fece gli atti necessari per una vera e propria Fondazione Giuliana Civinini … il premio era dedicato a un’ opera letteraria o storica attinente all’Africa, e alla Colonizzazione e al lavoro degli italiani laggiù”.  Guelfo Civinini era uno scrittore amato anche da Indro Montanelli che lo considerava un suo maestro e non lo dimenticò mai. Nel 1939 fu nominato Accademico  D’Italia. La sua fama divenne importante già nel 1933 per aver vinto il Premio Mussolini per la letteratura conferitogli dall’Accademia D’Italia. Basterebbe il conferimento del Premio Viareggio nel 1937 con il libro La trattoria di paese per consacrarlo tra i grandi scrittori e farlo riemergere dall’ingiusto oblio. Questo libro non si trova con facilità nelle librerie, come invece dovrebbe essere. Fu vicino alle posizioni fasciste firmando il Manifesto degli intellettuali fascisti, nel 1925. Le sue posizioni nazionaliste erano chiare e traspaiono  nei suoi scritti. Amico di Balbo ebbe un grande aiuto nel momento  in cui cercò di organizzare una spedizione in Africa alla ricerca  dei resti dell’esploratore Vittorio Bottego, che era morto nel 1897. Ebbe come compagno il principe Marescotti Ruspoli. Tale esplorazione non portò a un esito positivo. Gli indicarono un grosso albero secolare dove si pensava fosse sepolto Bottego, ma dopo gli scavi non fu recuperato nulla. Allora incisero su una roccia il nome dello sfortunato esploratore e una croce, il simbolo della fede, perché solo Dio conosceva il posto dove era sepolto.
  Come giornalista riniziò  nel 1930 la collaborazione con il Corriere della Sera e scrisse pure  sul mensile del giornale, La lettura.  Salvator Gotta, scrittore, lo conobbe molto bene e scrisse un profilo sul suo Almanacco. Il caro Guelfo! Come giornalista... soldato, come poeta, come narratore… scapigliato . Lo conobbi a Parella, anche  lui,  nei primi anni del secolo, quando Luigi Albertini  aveva  appena inaugurato la sua villa. Civinini, come Barzini, godeva le simpatie del direttore... Lo rividi in guerra; era dei pochi giornalisti che seguisse le azioni di guerra da vicino, per cui si guadagnò parecchie medaglie al valore. Dopo la prima guerra mondiale, irrequieto, andò in Africa Settentrionale, e vi rimase parecchi anni. Tornato, lo ritrovai a Roma, a Firenze, sempre in divisa militare, abbronzato come se la pelle gli si fosse ridotta  cuoio. Eppure, così pressato sempre da inquietudini di giramondo, aveva un animo mite, una vena chiara, squisita di poeta e di raccontatore. Ed era un sì prezioso amico!”   Dopo un primo matrimonio, rimasto vedovo si risposò  nel 1942 e nel 1944 nacque la figlia Annalena. Su questa figlia non sono riuscito a trovare  delle notizie, non so se sia ancora viva. La vita di Guelfo conobbe anche delle difficoltà, si era allontanato dalle precedenti posizioni politiche e per questo gli impedirono di vendere i suoi libri. Questa è una cosa molto triste per uno scrittore, non vedere la sue opere esposte nelle librerie. Guelfo era un uomo onesto, e amava la vita. Quello che forse lo ferì di più fu l’accusa che gli fecero di profitti illeciti. Per questo rispose alle accuse con degli esposti. Il 10 febbraio 1947 scrisse a chi lo accusava. “ Data la mia condizione di vero e proprio nullatenente, l’addebito di una somma (le famose 400.000 lire) che è per me favolosa potrebbe anche lasciarmi indifferente e forse anche procurarmi, in mezzo alle difficoltà in cui mi dibatto, un momento di malinconico buonumore, se in tale addebito  non fosse implicata una imputazione di carattere morale, quel è quella di aver tratto dalla mia attività di scrittore e di cittadino un illecito lucro che profondamente mi ferisce e mi offende”. (Esposto del 10 febbraio 1947 inviato da Civinini). Questa sua confessione fa capire l’animo dello scrittore, e la sua onestà. Mi sono venute in mente le parole di Walter Scott: “ Se perdiamo tutto il nostro avere, preserviamo almeno immacolato l’onore”.  La vicenda si concluse in modo positivo per lo scrittore. Tra le sue tante pagine scritte e divulgate dalla stampa, a dimostrazione che la sua penna era davvero straordinaria, riporto quanto scrisse, in un suo articolo comparso sul Corriere della Sera l’otto giugno 1934. “ Il castagno è l’albero della serenità e del sorriso. E’ anche quello della Provvidenza. E’ “l’albero del pane ” nostrano. Quanta gente nostra montanina si nutre principalmente  di castagne! Le statistiche dell’immediato dopo guerra davano una produzione annua intorno ai seimilioni di quintali. Oggi con le cure date dalla Forestale alla restaurazione dei nostri boschi, immagino che sia cresciuta. Ma può crescere ancora. Duce, dopo quella del grano c’è un’altra bella battaglia da combattere: questa”. Nel 1953, un anno prima della sua morte, vinse il Premio Speciale Marzotto per la narrativa con Lungo la mia strada.

Cosacchi arruolati nel Regio Esercito


 di Paolo Casotto

Le Armate italiane nella campagna di Russia hanno incontrato combattenti di tutte le regioni dell’immenso territorio sovietico. L’Esercito russo in base alle caratteristiche del suo popolo, inseriva i suoi soldati in Unità interamente costituite da uomini e Ufficiali provenienti dalla stessa regione. Questo per una maggiore coesione e fiducia reciproca.
La popolazione cosacca, carica di sentimenti avventurieri, custode della sua cultura, tradizioni e della sua autonomia, ha dimostrato sempre nella storia la sua fedeltà e rigore verso la parte per cui combatteva.
Nella campagna napoleonica in Russia, il Corpo dei Cosacchi fu essenziale per indebolire le fila dell’Armata francese, ed era costituito da fedeli soldati dello Zar. Nella guerra civile russa 1918-22, i cosacchi erano allineati con le armate bianche, donarono il loro sangue  contro i bolscevichi. Nel corso della seconda guerra mondiale, invece, i cosacchi fornirono il loro braccio su entrambi i fronti: alla Russia, ma anche poi alle truppe dell’Asse.
La loro forza risaltava dalla loro determinazione, unicità e grande autonomia. Il Comando dell’8^ Armata in Russia, arruolò nelle sue fila, una formazione irregolare Cosacca a cavallo, la formazione era a livello “Sotnja” (squadrone). L’Unità era chiamata “Banda Campello” dal nome del suo Comandante, il Maggiore di cavalleria Raineri di Campello, costituita nel luglio 1942.  La maggior parte degli appartenenti a questa Unità erano prigionieri a cui era stata offerta l’opportunità di combattere a fianco dell’Asse.
All’inizio, questa formazione autonoma di cavalleria straniera per motivi di sicurezza e fiducia era impegnata solo come Unità esplorante e da ricognizione. Dopo un periodo di prova l’Unità di cavalleria si scontrò più volte contro i corazzati russi e riuscì a dimostrare il prestigio e l’onore del combattimento. A causa del ferimento del suo Comandante e del suo rimpatrio, l’Unità assunse la denominazione di “Gruppo Cosacco Savoia” al comando del Capitano di cavalleria, Giorgio Stavro Santarosa.

L’Unità rientrò in Italia nel giugno 1943, al seguito del  II° Corpo d’Armata per il suo riordino, completamento per le perdite subite e per tutte le funzioni logistico amministrative necessarie. L’intenzione era di riempire i vuoti delle perdite con ausiliari russi arrivati in Italia al seguito dei Reparti italiani e con le colonie cosacche presenti in Albania. L’Unità cambiò denominazione in: “Banda Irregolare Cosacca”. Lo Stato Maggiore del Regio Esercito, Ufficio Ordinamento emanava a luglio 1943, le disposizioni per il riordinamento e completamento della “Banda Irregolare Cosacca”, affinché, fosse al più presto completata e riordinata, per il successivo invio in Albania a disposizione del Comando della 9^ Armata. Nel mese di agosto 1943 giunse una nuova serie di aggiunte e varianti alla formazione e agli organici della “Banda Irregolare Cosacca”. Queste varianti prevedevano un comando italiano, un comando cosacco e tre sotnje (squadroni) con personale cosacco. Tutto il personale era armato con armamento italiano anche se venivano mantenute le armi bianche tradizionali del Corpo. Il personale cosacco della sotnja del Don era armato con sciabola cosacca, il personale della sotnja del Kuban era armato con pugnale cosacco. L’organico di una sotnja era di tre Ufficiali, sette Sottufficiali e settantuno cavalieri. Con l’arrivo dell’otto di settembre, e l’occupazione delle truppe germaniche ,il Comandante dell’Unità Cosacca dispose lo scioglimento del Gruppo. I cosacchi con la perdita di riferimenti e comandanti, finirono nei reparti germanici e nelle file partigiane. Nella campagna d’Italia 43-45 le loro fila si assottiglieranno. Al termine della guerra, i pochi sopravissuti saranno i cosacchi che aiutati da italiani troveranno una nuova casa e una nuova famiglia.

giovedì 11 giugno 2020

Il libro azzurro sul referendum - XIX cap - 3b


6. Né maggior pregio può riconoscersi ad un'altra argomentazione che si vorrebbe trarre dall'art. 17, e cioè che nel primo comma di detta disposizione sarebbe indicato compiutamente il modo per giungere alla proclamazione dei risultati del referendum e che quindi esso sarebbe limitato al computo delle due somme dei voti attribuiti rispettivamente alla Repubblica o alla Monarchia, prescindendo quindi tanto dal numero dei votanti quanto dal numero dei voti nulli.
In questa argomentazione in vero si annidano almeno un difetto di interpretazione letterale, nonché un difetto di interpretazione logica. Vi è un difetto in interpretazione letterale, perché alla disposizione vuole darsi il senso che il risultato dei referendum è costituito dalla somma dei voti attribuiti rispettivamente alle due forme istituzionali. La legge però non dice questo, e vedremo fra un momento che non avrebbe potuto neanche dirlo. La legge infatti, stando esclusivamente alla sua lettera, nel I° comma dell'art. 17 descrive non una ma due distinte operazioni: l'una quando dice che la Corte « procede alla somma dei voti attribuiti alla Repubblica e di quelli attribuiti alla Monarchia in tutti i collegi»: l'altra, successiva distinta e diversa ove dice che la Corte «fa la proclamazione dei risultati del referendum». La prima operazione è il presupposto della seconda, presupposto evidentemente necessario, ma non unico, per la stessa diversità della seconda operazione non più di natura matematica, ma di natura giuridica. E ciò è chiaro proprio da un raffronto con la locuzione corrispondente usata nel precedente art. 16, dove è detto che l'Ufficio circoscrizionale centrale «effettua» la somma dei voti validi e ne dà atto, nell'art. 17 invece, premesso che la Corte « procede alla somma dei voti attribuiti » successivamente si dice che essa « fa la proclamazione dei risultati del referendum». Risultati quindi, non delle somme, ma del referendum nel suo complesso.
7. Ad ogni modo, se le esposte considerazioni relative alla lettera della legge già ostano alla contraria tesi, questa è maggiormente contrastata da considerazioni di natura razionale.
Invero, sostenendosi che l'art. 17, menzionando solo le due somme dei voti rispettivamente attribuiti alle due forme istituzionali avrebbe così anche compiutamente indicati gli elementi necessari per il calcolo di maggioranza, si cade nell'errore di ritenere che il calcolo di maggioranza sia un rapporto matematico corrente tra due soli numeri. Ciò è inesatto, perché detto calcolo si basa come minimo su tre numeri. Maggioranza, in vero, indica la parte maggiore (pars maior) di un numero, e quindi essa presuppone non solo una minoranza (pars minor) cioè la parte minore di un numero, ma anche e necessariamente presuppone il numero intero del quale il primo e il secondo numero sono le parti. Questi tre numeri sono i necessari ed irriducibili elementi che devono concorrere sempre per un calcolo di maggioranza. Non è possibile concepire maggioranza senza l'esistenza di una minoranza e, dà che più importa, non è possibile concepire né l'una né l'altra, che sono entità frazionarie, senza l'esistenza di un numero totale del quale esse sono rispettivamente parte maggiore e parte minore.
Ciò chiarito, risulta evidente che l'art. 17, limitandosi a richiamare il numero dei voti attribuiti alla Repubblica e il numero dei voti attribuiti alla Monarchia, non indica tutti gli elementi necessari per il calcolo di maggioranza, perché non fa alcun cenno proprio del numero più importante, cioè di quello al quale i due numeri frazionari devono essere rapportati.
Secondo la contraria tesi, questo numero in definitiva sarebbe costituito dal totale di voti validi. Interessa subito chiarire che ciò non è detto nell'art. 17, assolutamente muto circa la determinazione del numero sul quale il calcolo di maggioranza deve essere effettuato. Secondo i più semplici principi di ermeneutica, nel silenzio dell'art. 17, l'interprete deve ricercare se la legge stessa indichi questo numero totale in un'altra sua norma. In tal caso, per l'unità sistematica della legge, la questione sarebbe testualmente risolta.
Tale norma esiste ed è costituita dall'art. 2 del decreto n. 98, per cui il numero totale è indicato in quello degli elettori «votanti».
8. Che l'art. 2 citato sia applicabile, non sembra seriamente dubitabile. Esso disciplina la stessa materia, con riguardo esplicito proprio al risultato del referendum.
In contrario però si è osservato che detto art. 2 non avrebbe invece valore decisivo, perché suo diretto oggetto sarebbe la nomina del Capo provvisorio dello Stato ed il riferimento della maggioranza dei votanti sarebbe solo di natura descrittiva ed incidentale, come si evincerebbe dall'avverbio «qualora».
L'argomento, in verità, non può aversi per buono? La svalutazione della norma, che con esso si tenta, sarebbe logica solo se in altra disposizione la legge determinasse in modo più diretto il numero totale al quale la maggioranza deve essere rapportata. Ma escluso, come abbiamo visto, che in proposito alcun criterio sia espresso all'art. 17 del decreto n. 219, risulta chiaro il valore decisivo che deve riconoscersi al citato art. 2, che, sia pure incidentalmente, tuttavia sempre chiaramente indica la volontà del legislatore di seguire il criterio della maggioranza degli «elettori votanti».


Ma, anche ammessa l'applicabilità dell'art. 2, si è ritenuto di poter ulterior­mente obiettare che « votante » può considerarsi solo colui che esprime un voto. e che quindi, se la scheda è bianca, o il voto è nullo, in realtà mancherebbe il voto inteso in senso giuridico e conseguentemente chi lo ha espresso, solo appa­rentemente può sembrare un votante, ma egli non lo è sostanzialmente.
L'obiezione, in verità, si lascia agevolmente confutare.
Innanzi tutto può osservasi non essere esatto che dalla qualificazione giuridica del voto dipende la qualificazione giuridica del votante; all'inverso ben può sostenersi, che invece il concorso dei requisiti per votare ed il rispetto delle formalità di esercizio del voto (art. 39 e 42 del decreto n. 74) e quindi in defi­nitiva la valida assunzione della qualifica di votante, costituisce il necessario antecedente della giuridica validità del voto, e non la conseguenza di' questa.
Ma, a parte ciò, ed anche avendo per buona la cennata obiezione, ad essa al massimo potrebbe conseguirsi solo che il termine «votante» può essere in­teso in due diversi significati, e cioè in quello di «votante in senso formale», ed anche in quello «di votante in senso sostanziale». Con ciò rimangono im­pregiudicate le argomentazioni già svolte e quelle che saranno più avanti men­zionate, con le quali si dimostra proprio questo: che cioè il legislatore, nelle leggi in esame, ha usato il termine «votante» nel suo significato esclusivamente formale.
Né assolutamente alcun valore in proposito può riconoscersi alla obiezione che, poiché l'art. 2 parla di maggioranza di elettori votanti che « si pronunci in favore della Repubblica », conseguentemente ha riferimento solo a coloro che, per essersi pronunciati, hanno necessariamente espresso un voto giuridicamente valido. Questa obiezione in verità riposa su di un grave equivoco.
Invero, che la maggioranza debba essersi pronunziata con voto valido, non è certamente discutibile. Ma non è qui la questione. Essa è nella determinazio­ne del numero sul quale questa maggioranza, la quale si è pronunziata valida­mente, deve essa stessa essere calcolata. Ed allora è chiaro che, quando la legge dice: «la maggioranza degli elettori votanti», con ciò indica chiaramente che la maggioranza pronunciatasi validamente per la Repubblica, deve essere cal­colata sul totale degli elettori votanti. Ma la legge non dice che tutti gli elettori votanti devono essersi pronunziati validamente.
Nessun valore decisivo può riconoscersi ad un'altra obiezione. Invero, con-. tro la tesi che qui si sostiene è stato ancora osservato che, se fosse vero che la maggioranza va rapportata al totale degli elettori votanti, intesi in senso formale, potrebbe conseguirne in ipotesi che in esito al referendum nessuna mag­gioranza si raggiungesse né per la Repubblica né per la Monarchia; ipotesi que­sta che allora la legge avrebbe dovuto disciplinare; cosa che invece non ha fatto. È una obiezione fondata sull'acIducere inconvenientem, che non ha pregio. È facile rispondere che, se questa fosse una lacuna, non sarebbe certo la sola che si riscontra nelle leggi in genere ed in quella che ci occupa in particolare.
E' facile rispondere ancora che, anche con il sistema della maggioranza dei voti validi, la ipotesi è ugualmente possibile qualora i voti per l'uno o per l'altra forma istituzionale siano stati pari. Né varrebbe dire che, in tal caso, l'ipotesi è improbabile, perché questa sarebbe una considerazione di valore pratico e non di valore giuridico, considerazione quindi di pertinenza non dell'interprete della legge, ma del legislatore nell'atto in cui pone la norma. Bisogna quindi infe­rirne solo che, se il legislatore non ha disciplinato l'ipotesi di uno scarto tal­mente lieve di voti da non essere sufficiente a determinare la maggioranza, ciò significa che egli ha ritenuto praticamente improbabile questa eventualità.
È chiaro che in tal caso trovano applicazione le normali regole d'interpre­tazione per colmare le lacune legislative. La bibliografia, proprio in relazione al tema delle maggioranze nelle votazioni, è copiosa, e non vuole certo essere qui ricordata.
9. Ma le leggi vanno interpretate le une per mezzo delle altre, allorché co­stituiscono un unico corpus sulla stessa materia.
Bisogna in conseguenza accertare se il termine «votante» abbia lo stesso significato sopra attribuitogli anche nel decreto legislativo luog. 10 marzo 1946 n. 74, che contiene le norme per le elezioni per i deputati all'Assemblea costi­tuente. Tanto più necessaria è, nella specie, questa indagine, in quanto il de­creto n. 219 non solo fa proprie numerose disposizioni del decreto n. 4, ma con l'art. 21 rinvia alle disposizioni del secondo, per tutto quanto non è in esso espressamente previsto.
Qui è veramente rilevante e decisivo il numero degli elementi che contra­stano la tesi per cui «votanti» sarebbero solo quelli che hanno espresso un voto successivamente dichiarato valido, e confortata invece la tesi secondo cui per «votante» deve intendersi chiunque si è presentato alle urne, ed ha formal­mente compiuto le operazioni di voto.
Innanzi tutto l'art. 42 del decreto n. 74 chiama «votante» l'elettore che per impedimento fisico è ammesso dal presidente dell'ufficio a fare esprimere il voto da un elettore di sua fiducia. L'art. 44 dello stesso decreto prescrive quelle che la legge stessa chiama operazioni di «voto», e che si esauriscono con la introduzione della scheda nell'urna. Il compimento di esse riceve consacrazione con la firma di uno dei membri dell'ufficio «nell'apposita colonna della li­sta», firma con la quale «si accerta che l'elettore ha votato». L'art. 44 san­cisce quindi esplicitamente il valore formale nel quale sono intese dalla legge elettorale le operazioni di voto, e secondo il quale va interpretato il termine di elettore che ha votato, cioè di «votante». L'art. 50 (corrispondente all'art. II del decreto n. 2I9), al primo comma n. 2 chiarisce che il numero dei votanti è quello che risulta, sia dalla lista elettorale autenticata dalla commissione eletto­rale e dalla speciale lista di cui all'art. 4I (per i militari ed i militarizzati), liste nelle quali è consacrato quali elettori abbiano votato, sia dai tagliandi dei certifi­cati elettorali.
Sicché votanti sono anche coloro che hanno consegnato una scheda, che più tardi in corso di scrutinio, potrà essere riconosciuta bianca o nulla. Lo stesso comma dell'art. 50 al n. 3 conferma la qualità di votante in colui che ha resti­tuito la scheda al presidente; giacché, per controllare il numero di coloro che si sono presentati alle urne col numero degli elettori votanti, calcola espressa­mente come votanti perfino coloro che non hanno restituite la scheda o ne hanno restituita una contraffatta o irregolare.
Ma che questo sia il linguaggio del legislatore, si evince in maniera an­cora più chiara dall'art. 58 dello stesso decreto n. 74, che, al primo comma n. 3, contrappone il numero dei «votanti» a quello dei voti nulli. Si rende così evi­dente come non sia possibile commistione o confusione fra i due diversi con­cetti. Ciò è ancora una volta ribadito nel numero 4 dello stesso comma.
Ulteriore conferma della esattezza della interpretazione, che qui si sostiene, è data dagli art. I e 84 del decreto n. 74. La prima disposizione infatti, sancisce la istruzione nei certificati di buona condotta della menzione «che non ha votato» a carico solamente di coloro che si sono astenuti dal partecipare alla votazione. A questi solo dall'altra parte, l'art. 84 impone l'obbligo di dare giustificazione del mancato esercizio del diritto di voto. Non «votante» per legge, è quindi solo colui che si è astenuto dal partecipare alle formali operazioni di voto, non presentandosi all'Ufficio elettorale.
IO. E che tale e non altro debba essere il significato dal legislatore attribuito al termine «votante», è confermato ancora dalle istruzioni ministeriali 8 maggio 1946 dirette dal ministero per l'interno a tutti gli uffici elettorali. La parte quarta di esse concerne lo scrutinio e la proclamazione ed è divisa in due titoli, uno per le elezioni dei deputati, l'altro per il referendum]. Il paragrafo I del titolo primo parla a lungo, di piena conformità della legge, dell'accertamento e riscontro del numero dei votanti (pagg. 56-59 e 75), e sempre chiama «votanti» coloro che abbiano in qualunque modo votato. Lo stesso ha luogo nel titolo se­condo. Il paragrafo primo (pagg. 101-103) è intitolato: «Accertamento del nu­mero dei votanti». Ivi si dice che la prima operazione per il referendum istitu­zionale, successiva alla chiusura della votazione, è quella riguardante l'accerta­mento del numero dei votanti e si specifica che il numero dei votanti deve concordare col numero dei tagliandi staccati dai certificati elettorali, quindi col numero di tutti coloro che si son presentati alle urne ed hanno compiuto co­munque le operazioni di votazione.
Ancora più eloquente se fosse possibile, in tal senso, è quanto le stesse istru­zioni ministeriali dicono al paragrafo 2 del titolo secondo intitolato: «Riscontro delle schede spogliate e del numero dei votanti » (pag. 109), ove, successiva­mente all'esaurimento delle operazioni di scrutinio, cioè quando sono anche noti i voli validi e quelli utili, il termine votante rimane sempre ad indicare tutti gli elettori che hanno compiuto comunque le operazioni di votazione. Ivi, infatti, si chiarisce che il numero dei votanti è uguale al numero non delle schede valide, ma «a quello delle schede complessivamente spogliate », e si precisa che «il nu­mero dei votanti» è uguale non solo al totale dei voti attribuiti alle due forme istituzionali, ma al totale di essi «più i voti nulli, i voti contestati e non attri­buiti, più le schede nulle, più le schede bianche».
Maggiore e più solenne concordanza delle disposizioni legislative tra di loro, e delle istruzioni ministeriali con quelle, non si potrebbe desiderare.
II. E va ancora rilevato, che, il criterio di riferire la maggioranza non soltanto ai voti validi, ma a tutti i votanti, si evince dalla economia della legge che, proprio all'art. 2 del decreto n. 98, al secondo comma, nel disciplinare la elezione del Capo provvisorio dello Stato (a parte la maggioranza relativa che non influisce sulla nostra questione) richiede espressamente che la maggioranza sia commisurata non ai voti validi, ma al numero dei «membri dell'Assem­blea », e nella seconda parte di detto comma, abbandonando il criterio della maggioranza relativa ed adottando quello della maggioranza assoluta, ugual­mente non adotta il sistema della maggioranza dei voti, validi, ma mantiene quello della maggioranza dei membri.
E questo sistema della legge, che mai ha riguardo ad una maggioranza dei voti validi, è confermato ancora dall'ultimo comma dell'art. 3 che, disciplinando la votazione delle mozioni di sfiducia al governo, ugualmente richiede la «mag­gioranza assoluta, non dei voti, ma dei membri dell'Assemblea». Ora non può l'interprete coscienzioso della legge assolutamente prescindere da questi ele­menti che univocamente indicano il senso del legislatore attribuito alle sue pa­role, mentre non rivelano in nessun caso la adozione di un sistema di maggio­ranza calcolata sui soli voti dichiarati validi.
12. In mancanza quindi di ogni base nella lettera della legge, ed anzi in
contrasto con questo, i sostenitori dell'opposta tesi hanno ritenuto di invocare in loro favore «lo spirito della legge». Ora, «lo spirito della legge», o meglio l'intenzione del legislatore, solo allora può essere preso in considerazione a nor­ma dell'art. 12 delle preleggi, quando non sia sufficiente la interpretazione lo­gica e letterale.
Ad ogni modo, è noto che l'intenzione del legislatore va ricavata dal contesto della stessa legge inquadrata nei principi fondamentali. Ora, se si svolge una indagine in tal senso, la interpretazione, che qui si sostiene, risulta ancora una volta confermata.
Per quanto attiene ai principi generali, infatti, va osservato che il referen­dum come atto di esercizio diretto di sovranità da parte della collettività popo­lare, come responso cioè di una collettività organizzata, costituisce, cosi come una deliberazione di assemblea, un atto collettivo o meglio un atto di volontà collettiva. Comuni quindi al referendum. come alle deliberazioni delle assem­blee, sono la teoria e i principi relativi alla formazione della volontà collettiva, relativi alla formazione di una volontà giuridicamente valida, come volontà di tutti gli associati in una comunità. Questi principi hanno trovato pieno accogli­mento nel diritto positivo italiano e precisamente nell'art. 21 del codice civile che, nel secondo comma, disciplinando l'ipotesi che ci riguarda, di variazioni dell'atto costitutivo o dello statuto, stabilisce che occorrono la presenza di almeno tre quarti degli associati ed il voto favorevole della maggioranza dei presenti. A parte quindi la ulteriore garanzia del minimo di numero legale, è evidente la statuizione del principio fondamentale che la maggioranza va cal­colata non in relazione ai voti validi, ma in relazione al numero dei presenti, cioè, alla deliberazione, il che, in relazione alla votazione per il referendum, si traduce precisamente nella formula della « Maggioranza dei votanti », intesi questi come « presenti alle urne », coloro cioè che hanno partecipato alle « operazioni di votazione ».. La corrispondenza del principio generale, sancito nell'art. 21, secondo comma codice civile, alla disciplina adottata nell'art. 2 primo comma del decreto n. 98, illumina il valore ed il significato della locuzione «elettori votanti», confermando la interpretazione che qui si sostiene, la quale quindi risulta particolarmente conforme proprio-ai principi giuridici fondamentali.
13. Non solo quindi la lettera della legge impone di interpretare il termine «elettori votanti», nel senso di elettori che hanno comunque compiuto le operazioni di votazione, ma anche e soprattutto lo spirito della legge, se la legge elettorale mira, come è, a costituire precisamente un sistema di garanzie per la formazione della volontà collettiva.
Votazione
Il Presidente di Sezione Colagrosso sostenne il principio dei soli voti validi (maggioranza numerica) in contrasto alla tesi Pilotti del complesso degli elettori votanti (maggioranza qualificata).
IL PRIMO PRESIDENTE PAGANO SI ASSOCIO' ALLA RELAZIONE PILOTTI E VOTO' CONTRO LA DELIBERAZIONE DELLA CORTE: « IO VOTO IN CONFORMITA' DELL'AVVISO ESPRESSO DAL PROCURATORE GENE­RALE ».
RISULTATO DEFINITIVO: 12 VOTI CONTRARI AL RICORSO SELVAGGI, 7 FAVOREVOLI PIU' IL PARERE DEL PROCURATORE GENERALE.

lunedì 8 giugno 2020

L'agonia della scuola: abolire il valore legale del titolo di studio


di Aldo A. Mola


Questo governo “uccide l'uomo morto”. Ha inflitto un colpo fatale alla Scuola, già agonizzante, sia la pubblica sia la paritaria. Non muore la Scuola di questo o quel partito. Con la Scuola muore l'Italia. Segniamo “nigro lapillo” i nomi dei due “esecutori”: Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei ministri; Lucia Azzolina, ministro della Pubblica istruzione.

Ma che Stato è mai questo?
I fatti. Nei quattro mesi dalla deliberazione con la quale il 31 gennaio 2020 avocò poteri speciali per fronteggiare la diffusione del contagio da covid-19 il Governo, cioè lo Stato, ha fatto una cosa sola per la Scuola di ogni ordine e grado, dagli asili nido alle università: ha chiuso tutto dall'oggi al domani con un Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, poi “assorbito” nel decreto-legge 8 aprile 2020, n. 22: misure urgenti sulla “regolare conclusione” dell'anno scolastico in corso, l'“ordinato avvio” di quello futuro e sullo svolgimento degli esami di Stato.
Due mesi dopo abbiamo alcune certezze.
In primo luogo, a differenza di tutti gli altri Paesi dell'Unione Europea, solo la Repubblica italiana non ha riaperto e non riapre le scuole neppure per un giorno. In quattro mesi nulla è stato fatto per ospitare scolari e studenti almeno per qualche ora. I giovani sono finalmente liberi di andare ovunque, “sanza meta”, tranne che a scuola. In cambio della forzata latitanza, tutti gli iscritti, inclusi quelli dell'anno conclusivo della scuola dell'obbligo (la cosiddetta terza media), sono automaticamente promossi all'anno successivo senza valutazione alcuna. Quelli dell'ultimo anno del quinquennio superiore affronteranno un esame la cui modalità a dieci giorni dal suo inizio rimangono labili per quanto attiene l'accertamento della loro effettiva preparazione scolastica. Al momento non si sa quante commissioni di esame risulteranno regolarmente insediate (presidente esterno e sei commissari interni) e se, pertanto, esse avranno i requisiti di legge.
Il punto è lì. Le Commissioni rilasciano diplomi che hanno valore legale per iscrizione alle Facoltà universitarie (con o senza numero chiuso e relative selezioni, mai come quest'anno discutibili) e per ogni altro utilizzo pubblico e privato. Sono titoli “di Stato”. Ma di quale Stato? L'interrogativo non si ferma sulla soglia del Palazzo di Viale Trastevere, né negli ambulacri di Palazzo Chigi. Arriva al Quirinale, perché i titoli di Stato (come onorificenze et similia) sono convalidati dall'emblema della Repubblica, impegnano il suo Capo, che anche sotto questo profilo è lontano successore di Vittorio Emanuele II di Savoia, primo Re d'Italia.

Tra metri quadri, classi e allievi non tornano Conte né Azzolina
In tutt'altre faccende affaccendato (anzitutto a sopravvivere alla crisi di credibilità, ormai prossima a deflagrare il presidente del Consiglio si è occupato del “decreto scuola” solo quando, molto tardivamente, ha capito che l'immagine sua (alla quale tiene più che a sé stesso) è compromessa agli occhi dei dieci e più milioni di famiglie coinvolte dal sistema scolastico, lasciato in abbandono per mesi. In famelica caccia di “consensi” Conte ha percepito che la Scuola non è “quantité négligéable à merci”. A sua volta Azzolina, forse vagamente consapevole che, senza alcuna prova scritta, in un'ora di vezzeggiante colloquio non si accerta affatto la preparazione disciplinare, ha suggerito ai commissari di domandare ai maturandi come abbiano vissuto l'emergenza e la chiusura delle lezioni: una stucchevole litania priva di valore scientifico.
Dal confronto di Conte e del ministro con “le parti” (sindacati della scuola, di cui Azzolina risulterebbe esperta essendone stata militante) sono emerse alcune altre certezze degne di attenzione. In primo luogo (come in questa sede ampiamente segnalato) a ormai meno di tre mesi dal 1° settembre, data d’inizio formale dell'anno scolastico venturo (compresi i “contratti” con i “precari”: da segnalare a Bellanova, ministra dell'Italia sedicente Viva), Governo e Ministero della Pubblica istruzione non hanno alcun progetto chiaro sul suo “ordinato avvio”.
Azzolina ha archiviato drasticamente il piano abborracciato dal “suo” comitato tecnico presieduto da un altrimenti ignoto prof. Bianchi (non sappiamo se per un residuo scatto di dignità questi si sia immediatamente dimesso da ogni incarico o se si tratti solo di un gioco ai quattro cantoni). Ha promesso un po' di quattrini ai sindaci, da elevare a “commissari” per gli interventi urgenti in vista della “ripresa”: un ventaglio vastissimo. Scartata l'ipotesi di doppi turni generalizzati, di ingressi scaglionati per classi (che richiederebbero un'intera mattina per edifici sciaguratamente edificati con strutture “verticali”, su quattro-cinque piani e con ascensori da sempre inadeguati per numero e capienza) e di “spacchettare” le classi (metà in aula, metà collegata via internet: un pasticciaccio impraticabile), la ministra ha affacciato alcune spassose proposte.
Poiché l'Esecutivo lamenta di essere bersaglio di polemiche aprioristiche, per quanto superfluo esse vanno sommariamente menzionate. In merito al rapporto aule/classi ha tacitamente preso atto che si tratta di una realtà non variabile a capriccio. I metri quadrati sono quelli e quelli saranno. Le classi non sono verdure per insalata russa, da prendere e redistribuire “secondo quanto basta” ma gruppi di “persone” o, se si preferisce, “cittadini”: una somma di esperienze umane, di “sentimenti”, da rispettare, a meno di ricorrere ai metodi cinesi così cari a tanta parte del governo Conte e dei parlamentari che ne costituiscono la palafitta (Leu, Democratici e Cinque stelle), miscuglio di fanatici di estrema sinistra e di analfabeti totali.
Mentre per motivi “storici” una buona metà degli edifici scolastici non è “a norma” e spesso versa in condizioni deplorevoli, anziché pensare a lezioni in sedi esterne (musei, teatri, parchi..., come in primo tempo ventilato), la ministra prospetta di moltiplicare tensostrutture e interventi “leggeri” (cartongesso? cortine di bambù? tettoie in lamiera o recuperate da discariche di amianto?) nelle adiacenze degli edifici esistenti, ma sempre all'interno degli spazi di loro competenza. Forse ignora che la maggior parte degli “istituti” manca di palestre, giardini, parcheggi almeno per il personale tenuto a rimanervi 36 ore alla settimana (dirigenti e amministrativi), per non parlare dei docenti. Essa trascura altresì che, a differenza della sua nativa Siracusa, il clima della maggior parte dei comuni d'Italia da ottobre ad aprile (cioè per otto mesi sui nove dell'anno scolastico vero) non è affatto propizio all'utilizzo di “locali” privi di adeguato riscaldamento e di servizi igienici collegati alla rete idrica e fognaria.
Di concerto con l'astuto presidente Conte, la ministra mira a scaricare nelle mani dei sindaci la patata bollente della predisposizione di spazi scolastici improvvisati ma al tempo stesso “a norma”. Un tiro mancino beffardo, giacché comporta l'azzeramento delle procedure di legge e quindi espone a verifiche, ricorsi e infine a denunce per le prevedibili ricadute negative sulla salute degli utenti, a cominciare dai bambini. Non solo. In questa Repubblica che fa trascorrere mesi e a volte anni prima di rilasciare una banalissima licenza edilizia per nuova costruzione o ristrutturazione, che mette mille “paletti” di traverso alla loro realizzazione, sottoposta al vaglio di una serqua di commissioni comunali, provinciali, regionali e che costringe all'abuso edilizio per risolvere le urgenze indifferibili, vedremo se i sindaci saranno disposti a fare gli “eroi” o gli “angeli” per conto del governo scaricabarile (quanta melensa retorica viene impiegata per nascondere le magagne del cattivo funzionamento delle istituzioni pubbliche, a cominciare dalla sanità) o chiederanno “poteri speciali”, a cominciare, quindi, dal conferimento di lavori senza gare d'appalto e, ciò che più conta, senza l’acquisizione a bilancio delle somme necessarie.
L'effettivo trasferimento di fondi dall'amministrazione centrale a quelle periferiche e lo stallo dell'esecuzione della montagna di opere pubbliche già deliberate e “coperte” da appositi stanziamenti non inducono affatto all'ottimismo. Il presidente Conte non è minimamente credibile quando assicura che verrà snellita la burocrazia: un ritornello scandito da tutti i governi precedenti e salmodiato da quello in carica, che si è prodotto in decine di decreti-legge e di DPCM, con la moltiplicazione di decreti, ordinanze, circolari attuative, cui si sono aggiunti analoghi provvedimenti di regioni e comuni sulle materie più disparate. Il caos, altro che semplificazione.

Fatti non foste a viver come elmuti
Dagli edifici passando agli studenti, la ministra (non sappiamo quanto in perfetta intesa con Sua Emergenza Conte) con uno dei molti “potremmo” e “vorremmo” con i quali condisce la sua impotenza (“cento vorrei non fanno un voglio”) pare orientata a scartare l'imposizione a scolari e studenti di mascherine dall'utilità e validità più che dubbia (andrebbero sostituite, e quindi “cestinate”, a metà mattina...) con “visiere”. Per essere efficaci, queste dovrebbero coprire dalla nuca al mento. In concreto ogni studente di ambo i sessi dalle elementari ai 18/19 anni dovrebbe prendere posto in file di banchi separate da paratie di plexiglass e calcare sul capo una visiera in plastica o chissà cosa: la caricatura dell'Elmo di Scipio...
Questo fantasma era già stato affacciato per isolare gli spazi di un ombrellone e due lettini negli stabilimenti balneari: ipotesi folle, bocciata perché avrebbe ridotto a caldarroste gli aspiranti bagnanti. La domanda doverosa è: su quali basi sanitarie e sulla scorta di quali sperimentazioni viene ora prospettato il combinato disposto paratie di plexiglas/caschi di chissà che? (attendiamo aggiornamenti dal cantilenante Arcuri Domenico). A parte lo spirito di Aladino e il proprio specchio, il ministro Azzolina ha mai consultato al riguardo un genitore, un pediatra, uno psicologo? Ha provato a far indossare visiere a una classe “in carne ed ossa”? Il Ministero si è interrogato sulle ripercussioni della sua “invenzione” sul rapporto allievo/allievo, allievo/docente e sulla sua ricaduta sull'apprendimento?
Con ogni evidenza questo Governo vaga nel bosco incantato dell'improvvisazione perpetua. A tutto danno della credibilità non solo sua, del presidente Conte (di cui poco ci cale), del di costui portavoce/suggeritore e dei ministri ma, va detto una volta per tutte, dello Stato, e quindi, fatalmente, del suo Capo.

Quando lo Stato c'era...
La Pubblica Istruzione in Italia non è una variabile dipendente dall'Esecutivo. È un dovere dello Stato: un dovere, diciamolo, scritto sia pure in maniera assai confusa nella “Carta più bella del mondo”. Lo Statuto albertino non parlava di Scuola, ma il regno di Sardegna e quello d'Italia ebbero all'Istruzione ministri di prim'ordine, da Carlo Boncompagni e Carlo Cadorna a Gabrio Casati (che dette il nome alla celebre legge del 1859), da Francesco De Sanctis e Michele Coppino sino a Benedetto Croce, titolare dell'Istruzione esattamente cento anni fa nel V Governo Giolitti, e poi Giovanni Gentile, che davvero non meritava di essere vilmente assassinato nei modi oscuri indagati da Luciano Mecacci nel poderoso volume “La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile” (Adelphi), che meritò il Premio Acqui Storia, suscitando dispute meschine.
La Scuola venne intesa quale corpo della Nazione. Come è avvenuto sino a ieri, tra i suoi banchi sono nate amicizie e “affetti durevoli” destinati a perpetuarsi per la vita intera. Lì nascevano emulazioni del tutto positive. Durò sino alla nefasta crisi del 1967 e al devastante “sessantottismo” dei vari Mario Capanna e di quanto ne seguì. L'associazionismo universitario, che aveva alle spalle la gloriosa Corda Fratres, fu palestra della dirigenza politica, come attestano gli studi di Giovanni Orsina e di Marco Albera. Tra altri, lì si formarono Paolino Ungari e Marco Pannella.

La trincea avanzata dei tablet: battaglia mai ingaggiata
In sintesi, l'anno scolastico 2019-2020 finisce nel peggiore dei modi.
Mentre Azzolina, clone perfetto di Sua Emergenza Conte, mira a rendere gli allievi atomi incomunicanti, nessuno sa prevedere quando e come otto milioni di scolari e di studenti torneranno effettivamente in aula, né, meno ancora, per farci cosa, con centomila cattedre vuote e l'imminenza del consueto degrado degli edifici scolastici a seggi per elezioni regionali, comunali e referendum.
Tra marzo e settembre questo inutile governo ha avuto ed ha a disposizione tempo, modi e, se richiesti, mezzi per affrontare la partita vera, anticipando i fondi da mettere in conto MES: acquistare tutti i tablet necessari ad assicurare parità tra gli allievi di tutti i Comuni d'Italia, fornire gli istituti dei fondi per predisporre server decenti in assenza della “banda larga” (che si guarda e si guarderà bene da raggiungere aree poco profittevoli) e organizzare corsi per genitori e studenti non ancora alfabetizzati all'uso dell'informatica. Questa era la grande partita, la sfida da vincere.
A settembre saremo nuovamente all'anno zero.

I docenti peggio pagati d'Europa
Ma se la Scuola oggi precipita nel baratro non è solo colpa del ministro in carica, né di un governo che si regge su una maggioranza parlamentare asimmetrica rispetto all'opinione nazionale. Cinque Stelle, democratici, Leu e Italia Viva hanno come unico cerotto il terrore di doversi ripresentare alle urne. Ma non è questo il tema. In Italia la Scuola è agonizzante da quando è stata messa tra i titoli finali dei governi ispirati dall’ideologia catto-comunista imperversante dall'eclissi della cultura liberalsocialista che ebbe tra i suoi propugnatori il cattolico liberale Francesco Cossiga. Una mazzata le venne inflitta da Luigi Berlinguer. Superfluo qui ricordarne le “imprese”. Basti, fra altro, lo sconvolgimento dei programmi di storia e l'appalto dell'aggiornamento dei docenti agli istituti di storia della resistenza, fondati per “ragione sociale” sull’apologia di un segmento della storia nazionale.
In secondo luogo vi fu l'avvilimento della docenza, umiliata da retribuzioni mortificanti. Sommato lo stipendio base, il contributo fisso e il variabile, in Italia la retribuzione degli insegnanti è “piatta”: dai 30.000 dollari a inizio carriera ai 44 finali. In Francia si passa invece da 30 a 57.000 dollari, in Belgio da 37 a 65.000; in Germania da 42 e 72.000; in Spagna da 40 a 57.000; in Svizzera da 54 a 82.000 dollari... E nell'ammiratissima Corea del Sud? Da 32 mila dollari iniziali a 90 alla vigilia della pensione. All'estero viene premiato il merito. In Italia l'indolenza. I docenti percepiscono un salario pari a quello di un “operaio”, con la differenza che i primi debbono avere una laurea. Gli altri si specializzano, si aggiornano e guadagneranno di più. I “professori” stagnano in una palude mefitica. Governi fa venne loro concessa una mancia di 500 euro l'anno per acquisti di prima necessità… didattica. Con tutto il rispetto, perciò in Italia  l'insegnamento venne e viene considerato un mestiere sottopagato per un lavoro apparente, tagliato per chi proprio non ha meglio da fare.

Abolire il valore legale del titolo di studio
Conte e Azzolina uccidono l'uomo morto.
Sic stantibus rebus non resta che tornare al mònito di Luigi Einaudi: abolire il valore legale dei titoli di studio. Poiché non prende sul serio la Scuola, lo Stato non può pretendere che abbiano valore i diplomi dispensati lippis et tonsoribus solo per esistenza in vita, come accade nell’anno sciagurato 2020. Ma anche a questo riguardo il peggio ha da venire...

Aldo A. Mola