NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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giovedì 14 novembre 2019

Circolo Rex - 72° ciclo di conferenze




“Il più antico Circolo Culturale della Capitale”

72° Ciclo di Conferenze 2019 - 2020

***
“ Il centenario della marcia di d’Annunzio a Fiume , il 12 settembre 1919, ed i problemi che questa ardita operazioni creò sia con il Governo Italiano , sia con le altre potenze vincitrici della Grande Guerra sono oggetto di studi , commemorazioni e celebrazioni che approfondiscono tutti gli aspetto del governo dannunziano terminato purtroppo nel “Natale di sangue” e con la partenza del “Comandante” il 18 gennaio 1921. Il Circolo REX come Circolo di Cultura si soffermerà sui suoi riflessi nel confronti del governo e dello stato italiano affidando l’analisi dell’avventura fiumana al

Professore Giuseppe Parlato 

Presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice

Domenica 17 novembre alle ore 10,30

“ D’ Annunzio a Fiume : la crisi dello Stato Liberale”

Sala Italia presso Associazione “Famija Piemonteisa - Piemontesi a Roma”


Via Aldrovandi 16 ( ingresso su strada) e 16/B (ingresso con ascensore) raggiungibile con linee tramviarie “3” e “19” ed autobus “910”,”223”, e “52”

INGRESSO LIBERO

Nota: in sala saranno disponibili copie del recente volume del prof. Fisichella “Dittatura e Monarchia - L’Italia tra le due guerre” – editore Pagine-


giovedì 19 settembre 2019

Fiume 2019

Nel giorno del centenario dell'inizio della impresa fiumana, una decina di ragazzi, si è recata a Fiume, esponendo il Tricolore del Regno all’ingresso del Palazzo del Governo.
Un’ azione goliardica e coraggiosa in un’Italietta ha volutamente  dimenticato una ricorrenza che ogni nazione avrebbe orgogliosamente ricordato nei secoli. Una azione pacifica e dimostrativa. Tanto per ricordare che Fiume è italiana.
Il gesto è stato un bel gesto, coraggioso e sentito. Pacifico e indolore.
Chi prende le distanza, e chiede scusa ai croati, che si sono permessi, per altro, di mettere becco sulla statua di D'annunzio a Trieste  sbaglia.
Con questo metro non ci sarebbe stata nessuna impresa fiumana per non offendere la Yugoslavia, la Francia e gli Usa, il governo di Cagoia.

A volte è necessario osare.


giovedì 12 settembre 2019

A Fiume la bandiera del Regno d'Italia

Peccato per la copertura subtotale della Bandiera

[...]
La stampa di Zagabria tra l'altro riferisce che nella notte sconosciuti anno innalzato la bandiera italiana sul Palazzo del Governatore, che durante l'occupazione della città contesa dall'Italia e dall'allora Jugoslavia venne usato da D'Annunzio come sua residenza. Sul posto è intervenuta la polizia croata, che ha rimosso la bandiera e ha spiegato che si trattava di quella del Regno d'Italia, non di quella attuale della Repubblica italiana. Due giovani italiani, di 19 e 20 anni, sono stati intanto fermati questa mattina davanti allo stesso Palazzo, con delle bandiere italiane.“


[...]

http://www.today.it/politica/fiume-statua-trieste.html

domenica 21 ottobre 2018

Foibe, onori solenni ai sette italiani trucidati a Castua dai partigiani jugoslavi


Si è tenuta questa mattina ad Udine, nel Tempio Sacrario di San Nicolò, la cerimonia di resa degli onori solenni e la tumulazione dei martiri di Castua.


“Caduti ignoti” per la Onorcaduti che ha contribuito ad esumarli. Mentre la Società di Studi Fiumani, che per prima li individuò grazie agli studi del presidente emerito Amleto Ballarini, non ha dubbi sull’identità di alcune delle vittime.
Comunque la si veda, italiani, condotti in un bosco non distante da Fiume e massacrati a colpi di baionetta dai partigiani titini. Prima però sono stati costretti a scavare, con le proprie mani, la fossa che li ha inghiottiti per più di settant’anni. Era il 3 maggio del 1945. Solo uno di loro, il maresciallo della guardia di finanza Vito Butti, riuscì a uscire da quella buca due anni dopo l’eccidio, grazie a sua moglie, Vita Ivancich, che ottenne il permesso di disseppellirlo nottetempo e con assoluta discrezione. Gli altri, invece, hanno dovuto attendere che si mettesse in moto una commissione italo-croata. E proprio alle autorità di Zagabria, nel corso della celebrazione odierna, sono andati i ringraziamenti del commissario generale della Onorcaduti, il generale Alessandro Veltri, “per le autorizzazioni concesse e per la disponibilità manifestata in questo sensibile impegno”. Non è mancato neppure il riconoscimento dell’impegno della comunità fiumana.
Fondamentali per l’individuazione della fossa comune, infatti, sono state le numerose testimonianze rese a suo tempo dalla cittadinanza al parroco della chiesa di Sant’Elena a Castua, don Franjo Jurčević, che le ha custodite e trasmesse a Ballarini. È sulla loro base che, oggi, la Società di Studi Fiumani spera di dare un nome, un volto, un’identità ad alcune delle vittime. Anche perché, sinora, né le perizie dell’anatomopatologo polese Valter Stemberga, né le poche cose recuperate nella fossa (due orologi, una protesi con due denti d’oro, due pettini, un gemello da polso ed un bocchino) sono servite a sciogliere l’enigma.

Eppure, spiega Marino Micich, segretario generale della Società di Studi Fiumani, “siamo in possesso di documenti e testimonianze che ci permettono di dire con ragionevole certezza che in quelle urne ci sono anche il senatore Riccardo Gigante, il giornalista Nicola Marzucco e il vicebrigadiere dei carabinieri Alberto Diana”. Come fare a dimostrarlo scientificamente? Occorre una prova incontrovertibile: il test del dna. È per questo che la Società di Studi Fiumani sta cercando di trovare gli eredi di Gigante, Marzucco e Diana. L’unico rintracciato sinora è il pronipote di Gigante, Dino, che oggi era ad Udine per la messa solenne e che si è detto disponibile a sottoporsi all’esame. In caso di esito positivo, le spoglie del senatore verranno traslate al Vittoriale degli italiani, dove il suo amico Gabriele D’Annuncio, ben prima dell’eccidio, gli riservò un sepolcro. L’iter dovrà passare dall’avallo del ministero della Difesa, necessario per scrivere, almeno in parte, una nuova pagina di questa storia.





giovedì 24 maggio 2018

RICORDARE LA CITTA’ DI FIUME


Conversazione sull'ultimo libro di Giovanni Stelli “Storia di Fiume” ed. Biblioteca dell’Immagine.


Presso HOTEL CAVALIERI – Piazza Missori 1 – Milano

26 maggio 2018 - ore 11

Saluto del Presidente del Comitato ANVGD di Milano Matteo Gherghetta
Saluto del Presidente Associazione Fiumani Italiani nel Mondo-Libero Comune di Fiume in esilio - dr. Guido Brazzoduro

Intervengono: Marino Micich (Direttore Archivio-Museo storico di Fiume) e l’autore Giovanni Stelli (presidente della Società di Studi Fiumani)

giovedì 15 marzo 2018

La città di Fiume dopo la Grande Guerra: conferenza per il Circolo Rex



CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA
REX
“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

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Nel trentacinquesimo anniversario della scomparsa 

di S.M. il Re Umberto II 

ricorderemo la Sua figura ed il suo costante interesse e partecipazione alle tristi vicende delle nostre popolazioni giuliane-fiumane-dalmate. In questo quadro i problemi di Fiume saranno oggetto della conversazione che terrà

Domenica 18 Marzo, ore 10.30

 Il Prof. Giovanni STELLI

Presidente della Società di Studi Fiumani

“La città di FIUME dopo la prima guerra mondiale 
ed il compimento della Unità Nazionale”

Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,
via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale),
o 16/B (ingresso con ascensore)
raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19”
ed autobus, “ 910” ,” 223” e “ 52”
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Ingresso libero

martedì 12 settembre 2017

Istria, Fiume e Dalmazia

La tragedia degli esuli

Definire Waldimaro Fiorentino uno scrittore prolifico e poligrafo è una realtà, perché, oltre ad aver firmato dodicimila articoli sui più vari argomenti, i suoi lavori più impegnativi spaziano dagli scienziati italiani, opera monumentale, patrocinata dalla Società Italiana per il Progresso delle Scienze, al mondo della musica e dell’operetta italiana, ai problemi religiosi della “Rerum Novarum”, a problemi storici e politici da De Gasperi, al rapporto di Casa Savoia con l’Alto Adige, al federalismo e decentramento, alla questione istituzionale vista dal punto di vista monarchico, agli italiani in Egitto, alla genesi della prima guerra  mondiale ed ora agli esuli dell’Istria, Fiume e Dalmazia.
Il volume così intitolato “Istria, Fiume e Dalmazia – La tragedia degli esuli“ (Edizioni Catinaccio – Bolzano – maggio  2017 – Euro 15,00), uscito da pochi mesi e che ha avuto importanti e positive recensioni sui quotidiani trentini ed altoatesini, è una precisa documentazione storica dal 1800 ad oggi della vita e delle azioni che gli italiani di queste terre hanno compiuto per riaffermare la loro italianità sotto il governo asburgico, e poi, dopo il purtroppo breve  periodo del loro ricongiungimento al Regno d’Italia, nel triste e tragico dopoguerra della seconda guerra  mondiale sotto la ben peggiore oppressione comunista titina, terminato con la partenza e l’abbandono della terra natia e dei beni, da  parte  della grande maggioranza della popolazione di lingua, cultura e tradizione italica. Esuli che non sempre furono accolti in Italia, specie all’inizio, con sentimenti fraterni particolarmente da parte dei comunisti, per i quali la solidarietà ideologica con la Jugoslavia, era superiore alla solidarietà nazionale.
Secondo il suo stile e metodo Waldimaro Fiorentino, approfondisce date e nominativi di persone nate in quelle terre, frutto di una non certo facile ricerca storico anagrafica, che rendono il suo testo difficilmente oppugnabile e discutibile. Ed a date e nominativi, di coloro, numerosi, che si distinsero in tutti i campi e che ben operarono per l’italianità, nomi che in molti casi lasceranno sorpresi i lettori, si aggiungono cifre e statistiche altrettanto precise per cui libri come questo sono come pietre miliari della storia di terre dove Venezia aveva impresso il suo stampo d’italianità, che dopo la sua caduta, venne ripreso in quel più vasto movimento nazionale che fu il Risorgimento, con l’unità raggiunta, sia pure parziale, nel 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia. Ed al Regno d’Italia da tale data al 1915, inizio della IV Guerra d’Indipendenza, guardarono, sperarono e dettero anche un contributo di sangue, gli italiani di queste terre. Quindi Irredentismo e senso nazionale che suscitarono la reazione politica, poliziesca, e snazionalizzatrice dell’impero austro-ungarico, a vantaggio di slavi e croati, così ben documentata ed approfondita da Fiorentino, di cui è doveroso ricordare le sue ragionate convinzioni monarchiche sabaude che lo portarono, giovanissimo, ad iscriversi al Movimento Giovanile del Partito Nazionale  Monarchico ed il suo impegno successivo che lo ha visto per decenni rappresentante monarchico nel Consiglio Comunale di Bolzano.
Domenico  Giglio 

mercoledì 6 settembre 2017

I monarchici italiani contro Tito. 1971


"...volantino da noi conservato all'Archivio Museo storico di Fiume delle Federazioni Nazionali Monarchiche stampato a Napoli per protestare in merito all'accoglienza data a Tito il 30 marzo 1971 dalle autorità governative italiane. Un evento che preparò poi la cessione della zona B dell'Istria alla Federativa Jugoslava avvenuta qualche anno dopo col Trattato di Osimo (1975)."

Con queste righe il Direttore Marino Micich dell'Archivio del Museo storico di Fiume ha accompagnato l'inoltro di un volantino del 1971, lanciato dagli spalti del Maschio Angioino ad opera dei monarchici di Napoli.
Il dono ci è particolarmente caro e siamo onorati di aver ricevuto un contributo così importante. 
Importante perché dimostra l'attaccamento dei monarchici italiani ai valori della Nazione. Perché dimostra la loro lungimiranza quando furono capaci di darsi organizzazioni presenti sul territorio, tra la gente. Perché ci parla delle dolci terre delle province orientali nelle quali la nazione intera subì la più dolorosa e sanguinosa delle pulizie etniche.
All'infoibatore, occupante illegale della zona B che andava da Capodistria  a Cittanova per 512 kmq redenti col sangue degli italiani di ogni dove, la repubblica senza vergogna seppe cedere tutto. Onore e dignità prima di ogni altra cosa.
Ringraziamo il Direttore Micich per aver condiviso con noi un pezzo della sua e della nostra storia.




domenica 30 aprile 2017

La scomparsa del Senatore Toth




Il Circolo REX che ebbe tra i suoi conferenzieri il sen. Toth  si unisce al rimpianto per questa nobile figura di patriota.

Rimpianto condiviso anche da tutto lo staff di Monarchici in Rete.
Le nostre condoglianze alla famiglia dell'illustre Senatore ed a tutta la comunità giuliano dalmata in esilio.

mercoledì 9 febbraio 2011

MESSAGGIO A ZARA

Allo scoppio della Grande Guerra Gabriele D'annunzio chiese ed ottenne di essere richiamato in servizio e fu assegnato ai Lancieri di Novara con il grado di capitano.
Fin da subito portò il suo estro al servizio di azioni di propaganda  con voli, quanto mai rischiosi, sulle terre irredente di Trieste, di Trento.
Nel Dicembre 1915, Gabriele D'Annunzio aveva progettato un volo su Zara, la città italiana sulla costa Dalmata, insieme all'eroico Giuseppe Miraglia, Tenente di Vascello della Regia Marina che però morì in un incidente aereo a Venezia poco prima che l'impresa prendesse corpo. Questo convinse i comandi militari a sospendere l'azione.
Per il volo D'Annunzio aveva scritto un messaggio destinato alla città.
Ne riportiamo il testo in omaggio al Vate, al suo sfortunato compagno Giuseppe Miraglia e soprattutto nella memoria del 10 Febbraio, giorno di  lutto e ricordo dei fratelli italiani infoibati e scacciati dalle terre di Istria, Fiume e Dalmazia.

Noi non dimentichiamo.
MESSAGGIO A ZARA
23 dicembre 1915


Zara, Zara la santa, Zara l'invitta, questo è un messaggio d'Italia avvolto nel tricolore.
Eccoti la buona novella che aspetti, eccoti la parola invocata dalla tua passione.
La prima volta che su te volano ali italiane, ali armate in guerra, ali della nostra guerra, partite dall'altra sponda, venute a te di sopra l'Adriatico, di sopra le tue isole e i tuoi canali, per portarti il conforto della Patria, per dirti che oggi non sei più sola, che più non sei abbandonata, che come Trento e Trieste sei tutta viva nel cuore nuovo d'Italia. Siamo apparsi nel tuo cielo per annunziarti che il giorno primo di dicembre, in Roma, nella solenne assemblea nazionale fu dichiarato il proposito fermo di riscattare tutte le genti di nostra razza che da lunghi anni sostengono una lotta disuguale contro la subdola e pervicace opera  di oppressione e di soppressione proseguita dal governo austriaco.

Chi più di te fu coraggiosa e costante, fidente e disperata, nella lotta d'ogni giorno? Noi lo sappiamo. Noi ce ne ricordiamo. Il popolo di Zara, solo contro tutti, negletto dalla Madre e senza lamento contro la Madre, ha salvato il comune italiano, ha preservato la figura della nostra più antica dignità. Nella Dalmazia latina da schiatte barbariche iniquamente invasa e usurpata col favore imperiale, il popolo di Zara ha salvato e confermato il glorioso comune italiano, ha mantenuto nel suo pugno il fermento della nostra più antica libertà.
Non v'è per te lode assai alta, non v'è corona assai chiara per te, per il premio dei tuoi fatti. Queste parole che ti gettiamo dovrebbero essere un canto perché solo il canto è degno di avvicinarsi alla tua virtù e al tuo martirio.
Nel giorno dei morti, in quella grande Aquileia piena di Roma e di Cristo, donde venne a te translatato il corpo di Crisogono tuo patrono antichissimo, taluno dichiarò ai soldati in ginocchio i versetti d'un nuovo salmo.
Diceva nel salmo la voce dell'Italia potente :
« Mie tutte le città del mio linguaggio, tutte le rive delle mie vestigia. Mando segni e portenti in mezzo ad esse.
Ma in Zara è la forza del mio cuore; su la Porta Marina sta la mia fede, e in Santa Anastasia arde il mio voto. Grida, o Porta! Ruggi, o Città, coi tuoi Leoni!
A te darò la stella mattutina. A te verrò, e di sotto alla tavola del tuo altare trarrò i tuoi stendardi. Li spiegherò nel vento di levante. O mare, non mi rendere i miei morti, né le mie navi. Rendimi la gloria.
E allora udita fu dall'alto una voce senza carne, che diceva : - Beati i morti. - Fu intesa una voce annunziare : - Beati quelli che per te morranno.
I soldati piangevano inginocchiati tra le fresche tombe più venerande delle arche romane. E Trieste era prossima, così che ci pareva di sentire il suo soffio doloroso passare sul Golfo e alitare nel nostro sepolcreto di zolle. Ma in quel punto tu, sorella leonina, tu eri anche più presso, tu che non udivi il tuono dei nostri mortai, tu che non vedevi nella notte le nostre lunghe barre di fuoco spinte sempre più avanti, né forse indovinavi di sotto alle menzogne croate l'impeto della nostra conquista.
Ora sai che per te si combatte e per te si vince. L'Isonzo è ridivenuto un bel fiume d'Italia. Gorizia è già perduta pel nemico. Il Carso è pel nemico un inferno senza scampo.
Il tuo popolo vecchio « santa intrada » chiamò l'ingresso dei magistrati veneziani. Ora attendi con certezza una entrata più santa quella del nostro Re, vero tra i re soldato, e tra i soldati primissimo. Le tue donne possono cucire in segreto il tricolore, come fecero alla vigilia della giornata di Lissa. Altra forza, altra volontà, altro destino. Quel tricolore ondeggerà al vento della primavera ventura, insieme con gli stendardi di San Marco dissepolti.
Noi veniamo da Venezia. Siamo partiti su l'alba da quella Venezia a cui ti assomigli. Mentre a volo respiriamo la tua anima stessa che inarcata fa sopra le tue mura il tuo cielo veneziano, mentre scendiamo verso di te per meglio guardarti, per meglio riconoscere nel tuo viso il viso materno, i nostri compagni portano ghirlande votive alla tua imagine di pietra scolpita nella base di Santa Maria del Giglio, dove dorme quel Duodo che comandò le sei galeazze vittoriose accanto alle tue quattordici nelle acque di Lepanto. E altri nostri compagni nell'ora medesima sospendono una corona di bronzo al sepolcro di un tuo figlio morto d'ambascia per i tuoi dolori, alla tomba romana di Arturo Colautti «vate e martire della gente dalmatica imperterrito incorrotto», promettendoti «la traslazione prossima dell'esule corpo alla spiaggia natale, restituita nella grazia di Roma ».
Se quel corpo che tanto soffri ti fosse conservato per virtù di miracolo, tu gli riconosceresti le cicatrici lasciategli dalle sciabole austriache che lo tagliarono all'improvviso in un agguato notturno, sette contro uno, per punirlo d'aver imposto il marchio potente del suo dispregio sul ceffo dei vigliacchi.
O Zara, che sei tuttora quale fosti per Antonio Barbaro scolpita nel bassorilievo di Santa Maria del Giglio, simile a un'ala di guerra come la nostra, ben costruita, a un'ala d'Italia sul mare, o Zara di Nicolò Trigari, Zara di Luigi Ziliotto, rocca di fede, per gli stendardi sepolti nel tuo Duomo consacrato sotto il vocabolo della Resurrezione, per 1'arco Romano che afforza la tua Porta Marina, per le tre absidi del tuo San Crisogono che sembra da angeli toscani alla tua Riva Vecchia trasportato di Lucchesia, per le vere dei tuoi cinque pozzi dove l'ombra di Alvise Grimani ancor beve, per l'arca regale del tuo San Simeone battuta in argento dal maestro lombardo, per tutta la tua grazia veneta, per tutta la tua bellezza italiana, credi nella promessa, credi nella gioia della seconda primavera, quando fiorirà l'acanto corintio della tua colonna latina e i tuoi Leoni di sopra le tue porte fremeranno alla «santa entrata».
Vivere vorrebbe fino a quel giorno ed essere degno di cantare la tua coronazione chi oggi dall'alto ha sentito battere più forte del rombo il tuo gran cuore d'eroina.
Nel cielo della Patria, 23 dicembre 1915.

GABRIELE D'ANNUNZIO