NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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lunedì 24 agosto 2026

CINQUANTENARIO DEL REGNO D'ITALIA CON CHI E COME CELEBRARLO?

 

di Aldo A. Mola

Quando e dove nacque la Terza Italia? Torino o Roma?

 

Nel 1911 l'Italia celebrò solennemente il cinquantenario del regno. Dal 31 marzo 1910 il governo era presieduto da Luigi Luzzatti (Venezia, 1° marzo 1841-Roma, 29 marzo 1927), iniziato massone in una loggia milanese quasi mezzo secolo prima. Per festeggiare l'evento Luzzatti scelse il 27 marzo anziché il 14 marzo, giorno dell'approvazione della legge che nel 1861 proclamò Vittorio Emanuele II re d'Italia, o il 17, quando la legge fu pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale”. Il 27 marzo era il cinquantenario del giorno in cui alla Camera del regno di Sardegna Camillo Benso conte di Cavour, presidente del consiglio dei ministri, aveva esortato Pio IX a rinunciare al potere temporale e ad accettare pacificamente che Roma divenisse capitale d'Italia. La scelta di Luzzatti, dunque, non fu casuale. Andò al punto: senza Roma la Terza Italia non sarebbe mai stata “consacrata”.

Nel 1911 le due sponde del Tevere rimanevano molto lontane. Su una vi era il regno nato dalla spoliazione dello Stato Pontificio e dall'irruzione nella Città Eterna, il Venti Settembre 1870, del corpo d’esercito guidato da Raffaele Cadorna; sull'altra il pontefice, che non riconosceva l'“usurpazione”. Papa Pio X, in carica dal 1903, era l'erede di Pio IX (sul Sacro Soglio dal 1846 al 1878), che aveva scomunicato Vittorio Emanuele II, il governo e tutta la dirigenza politica, complice del sacrilego misfatto. Il suo predecessore immediato, Leone XIII, papa dal 1878 al 1903, aveva ribadito la condanna e aveva più volte additato all'esecrazione il vero artefice del Risorgimento e dell'unificazione italiana: la massoneria, da lui bollata nell'enciclica “Humanum genus” (1884). Tra fine Ottocento e inizio Novecento dilagò il mito del complotto giudaico-massonico, propagato dai libelli di Léo Taxil e dal Congresso antimassonico internazionale celebrato a Trento nel 1896. Lì, in territorio ancora asburgico, per la prima volta si levarono dubbi sull'attendibilità del giornalista francese, probabilmente al soldo dei “servizi” d'Oltralpe, passato disinvoltamente dalla Lega anticlericale a roventi polemiche antimassoniche. Tra sfarzo regale e solennità ecclesiastiche, i congressisti tridentini ribadirono l'antica condanna della massoneria quale fomite del complotto occulto. La corruzione morale dei governi e dei popoli era tutta opera luciferina, ordita nelle logge, “sinagoghe di Satana”. Qualcuno ancora lo crede, come ricorda Luigi Pruneti in “Chiesa e Figli della Vedova” (BastogiLibri, 2026).

Le ripercussioni della disastrosa campagna italiana in Etiopia (nella battaglia di Abba Garima il 1° marzo 1896 il corpo italiano di spedizione venne sconfitto dalle orde di Menelik, negus d'Etiopia, che catturò migliaia di ascari e di militari italiani) e la sequenza di attentati alla vita di capi di stato e di governo, inclusa l'innocua Elisabetta, imperatrice d'Austria-Ungheria, scossero l'opinione pubblica moderata sino alla promozione del convegno romano dal quale nacque il primo coordinamento delle informazioni sulle trame di anarchici e internazionalisti rivoluzionari. L'Europa della “Belle Epoque” esigeva stabilità e un chiarimento di fondo nell'Estrema sinistra socialista e repubblicana intransigente, sempre ferma sulla soglia delle Istituzioni.

Dopo l'assassinio di Umberto I a Monza (29 luglio 1900) in Italia il mutamento si impose con maggior forza perché nell'ultimo decennio dell'Ottocento il Paese aveva vissuto la rovinosa sequenza di scandalo della Banca Romana, fallimento del presunto protettorato sull'Etiopia, insorgenza del movimentismo radical-socialista a Milano, Pavia, in Toscana e in altre plaghe dove il cresciuto benessere della borghesia riformistica cozzava con sacche di povertà, di endemie e pandemie (pellagra, malaria, colera...) e di ribellismo, represso con stati d'assedio, proprio nel cinquantenario dello Statuto. Nel 1898, mentre a Milano e in altre zone dilagavano insorgenze e sommosse, a Torino era stata inaugurata l'Esposizione Nazionale. Pensata per  mostrare il progresso compiuto dalla Nuova Italia nel mezzo secolo dallo Statuto Albertino, essa fu arricchita per la prima volta da una sezione di arte sacra: una mano tesa verso i cattolici conciliatoristi.

Il profondo “malessere di fine secolo” si era sostanziato nella litania di dieci governi in dieci anni (Crispi, Rudinì I, Giolitti, Crispi, Rudinì II, III, IV, V e Pelloux I e II), con l’inevitabile girandola di ministri e di sottosegretari, a tutto danno dell'immagine e dell'efficienza della “macchina” statuale. La sua solidità e il suo progresso, sia pure lento, era documentata dai censimenti (1891 e 1901) ma non dalla  “politica”. Decenni dopo ne scrisse Benedetto Croce nella “Storia d'Italia dal 1871 al 1915”. Ma subito lo intuirono e documentarono studiosi come il giovane Luigi Einaudi in “Il principe mercante” e Thomas Okey e Bolton King in “Italy to-day”.

 

Sul trono dall'assassinio del padre, Vittorio Emanuele III, più agnostico che libero pensatore, ebbe molti motivi per evitare che le feste del cinquantenario del regno avessero per concelebranti apicali due ebrei, per di più massoni: Ernesto Nathan (Londra, 5 ottobre 1845-Roma, 9 aprile 1921), sindaco di Roma, e Luigi Luzzatti, presidente del Consiglio. Bisognava decidere quale dei due sostituire, con il garbo necessario per mostrare che il cambio non era voluto dalla Corona ma dalle consuete vicende parlamentari, espressione indiretta del “popolo sovrano”.

Nel settembre 1910 il re ricevette Giolitti a colloquio riservatissimo nel Castello di  Racconigi, in Piemonte. Già tre volte presidente del Consiglio (1892-1893, 1903-1905, 1906-1909), in quel momento lo statista era un semplice deputato, ma dal vastissimo seguito parlamentare anche perché, come ministro per l'Interno, nel 1904 e nel 1909 aveva orchestrato il rinnovo della Camera dei deputati con i metodi deplorati da Gaetano Salvemini che lo bollò “ministro della mala vita”. Ovviamente il colloquio non lasciò traccia, ma gli eventi successivi ne fanno intendere il succo. Bisognava salvare il sindaco di Roma sino alla scadenza del mandato, perché aveva grande visibilità oltre i confini, specialmente nella sua nativa Gran Bretagna, e sacrificare il presidente del governo

 

Fratelli in fitta schiera?

La tensione dell'ultimo decennio dell'Ottocento e d'inizio Novecento si riverberò anche all'interno della Massoneria, con la pressione esercitata dalla frangia “democratica” sul gran maestro del Grande Oriente d'Italia (GOI), Adriano Lemmi, messo in discussione per la sua sospetta omonimia con il “ladro di Marsiglia”, cioè un altro Lemmi, condannato per un piccolo furto a un anno di carcere nel 1844 in Francia, e, soprattutto, per il fiancheggiamento da lui accordato a Crispi, d'intesa con Giosue Carducci, “maestro e vate della Nuova Italia”. Tale tensione fu portata all'estremo da Ernesto Nathan, che rifiutò di prendere parte alla giunta esecutiva del GOI sino a quando Lemmi non avesse sottoposto Crispi a processo massonico. La richiesta si concluse con le dimissioni di Lemmi da gran maestro e con l'elezione di Nathan. La sua condotta però non appagò le logge dissidenti, di lì a poco organizzate nel Grande Oriente Italiano, subito riconosciuto da quello di Francia come Comunità massonica sovrana in Italia. Per protesta il GOI ruppe i rapporti con il Grande Oriente d'Oltralpe dopo decenni di collaborazione fraterna. Ne ha scritto Luca Fucini in “I guardiani della Nuova Italia” (Sanremo, Leucotea, 2026).

Non è questa la sede per ripercorrere quel doloroso scisma della comunità massonica italiana. Esso nondimeno non va ignorato per le sue ripercussioni sul GOI sino alla Grande Guerra. Le forzate dimissioni di Nathan da gran maestro per l'implicazione nel processo a carico di Tullio Murri, imputato in una torbida vicenda, spianarono l'ascesa di Ettore Ferrari alla gran maestranza. Essa fu apprezzata dagli antichi avversari di Crispi e dai dissidenti, capeggiati da Malachia di Cristoforis, patriota milanese di tradizione democratica, che stipularono il ritorno in seno al GOI, e venne plaudita anche dal Grande Oriente di Francia, nel quadro delle nuove relazioni transalpine, suggellate dagli accordi commerciali caldeggiati da Luigi Luzzatti e, ancor più, dal viaggio di Stato di Vittorio Emanuele III a Parigi (1902) ricambiato da quello del presidente francese Emile Loubet, in carica dal 1899 al 1906. Per la prima volta un capo dello “Stato cristianissimo” visitò la Città Eterna e salì al Quirinale senza rendere omaggio al Papa. L'organizzazione del Congresso mondiale del Libero pensiero in Roma fu il segnale definitivo che la città capitolina era ormai laboratorio della scristianizzazione prospettata sin dall'Anticoncilio celebrato a Napoli il 9 dicembre 1869 in contrapposizione frontale al Concilio ecumenico vaticano aperto da Pio IX l'8 dicembre di quell'anno.

 

L'ascesa di Ernesto Nathan a sindaco di Roma, benché non fosse stato il più votato del blocco popolare che nel 1907 vinse le elezioni, evidenziò il disegno politico-culturale che lo vedeva operare con il pieno sostegno dei governi (presieduti da Sidney Sonnino, ebreo anglicano, e da Giolitti) e della Corona. La Terza Roma evidenziava la continuità tra patriottismo risorgimentale (il “figlio di Sarina”, come Nathan con maliziosa allusione era detto per i rapporti tra sua madre, Sara Levi, e Giuseppe Mazzini, ne era un modello) e la convergenza di liberali progressisti, radicali, socialriformisti e repubblicani transigenti, uniti nel sostegno delle istituzioni e, in specie, di quella suprema: la “Monarchia costituzionale” di lì a poco raffigurata da Davide Calandra nell'altorilievo in bronzo della presidenza della Camera dei deputati, che tutti vedono ogni giorno in televisione senza domandarsi che cosa rappresenti.

Per tutti questi motivi il Cinquantenario doveva avere tra le voci eminenti quella del sindaco di Roma. Nathan aveva dato prova di superiore intelligenza politica quando nell'ottobre 1909 si recò a Racconigi ove il re e Giolitti ricevettero lo zar di Russia Nicola II e il suo ministro degli Affari Esteri e concordarono la consultazione dei due Stati su tutte le questioni balcaniche, andando oltre gli steccati fra Triplice Alleanza Berlino-Vienna-Roma e Triplice Intesa anglo-franco-russa. La geografia dettava nuovi scenari politici nei Balcani e nel Mediterraneo centro-orientale. In quella rilevante occasione Ettore Ferrari arroccò invece il GOI nella denuncia dei “pogrom” antiebraici ancora in corso nei confini dell'impero russo e rifiutò qualsiasi omaggio allo zar, mostrando una rigidità estranea alla duttilità diplomatica ormai necessaria per chi, come il GOI, si ergeva a precursore, artefice e custode dell'unità nazionale. Eletto deputato per tre legislature nel collegio di Perugia II, Ferrari, in realtà, non era un “politico”. Rimaneva un artista. Era lo scultore del monumento di Giordano Bruno eretto in Campo dei Fiori a Roma (1889) qual perenne e solenne rampogna contro l'Inquisizione.

 

Chi guardava lontano e doveva assumere decisioni tattiche funzionali all'obiettivo strategico – mostrare il cammino compiuto dalla Terza Italia nel mezzo secolo dalla nascita – non poteva nutrire dubbi sull’opportunità che l'Italia esibisse quali dioscuri del Cinquantenario il sindaco di Roma e lo statista piemontese Giovanni Giolitti, anche perché ai festeggiamenti progettati nella Capitale si aggiungeva l'Esposizione nazionale di Torino, orchestrata dal sindaco Teofilo Rossi, creato dal Re conte di Montelera, in stretta collaborazione con Tommaso Villa, massone di lungo corso, già deputato, ministro, senatore, genero dell'antico cospiratore Angelo Brofferio. In più Villa poteva vantare a proprio merito la recente espulsione dal Grande Oriente d'Italia per l'appoggio da lui dato con altri “fratelli” politicamente rilevanti a sostegno di un blocco moderato contro l'avanzata dell'estrema sinistra nella città subalpina che registrava il tumultuoso sviluppo dell'industria meccanica e metallurgica e gli spudorati intrecci con giochi in borsa a vantaggio degli industriali.

A Torino l'Esposizione del 1911 assunse i requisiti di ricomposizione unitaria delle forze liberali, inclusi i cattolici moderati, in sintonia con le congregazioni ecclesiastiche impegnate a sostegno dell'espansione coloniale italiana e operose negli enti provinciali e comunali, con speciale attenzione per l'insegnamento elementare e per le “classi numerose”, attratte in città dall'incremento delle opportunità di lavoro ma ricorrentemente penalizzate da crisi finanziarie e bancarie (come quella del 1907) e dalle pesanti ripercussioni su edilizia popolare e igiene urbana.

 

Il garbato “ben servito” di Giolitti a Luzzatti

 

Istruito dal Re sulla linea da tenere, in “confidenze epistolari” destinate a circolazione ristretta per poi ispirare interventi alla Camera, dal novembre 1910 Giolitti confutò Luzzatti sui due disegni di legge con i quali il presidente del Consiglio pensava di passare alla storia: l'introduzione della parziale elettività del Senato e il varo di un modesto aumento del diritto di voto maschile. Lo statista piemontese scrisse a Urbano Rattazzi jr che, così com’era dal 1848 e dalla proclamazione del regno, la Camera Alta aveva attuato e avrebbe »reso grandi servizi al Paese e alla Monarchia«. Andava quindi cassata la »proposta di riforma lanciata con cinica leggerezza da Luzzatti»: una “confidenza” da diffondere quale norma. Successivamente Giolitti disse alla Camera che il tempo era maturo per riconoscere il diritto di voto ai maschi maggiorenni, anziché fermarsi al progetto del presidente del Consiglio, che prevedeva un ampliamento da circa tre milioni di elettori a quattro milioni e mezzo. Occorreva la riforma poi da lui varata nel 1912: diritto di voto per tutti i maschi maggiorenni alfabeti, per chi avesse prestato servizio militare e per i trentenni anche se analfabeti. Erano stati a scuola dalla vita. Gli elettori balzarono a otto milioni.

 

Luzzatti galleggiò sino alla solenne celebrazione di Roma, pronunciata nell’aula massima di Palazzo Senatorio al Campidoglio. Lì Nathan si rivolse a Vittorio Emanuele III, S»ovrano nella vita di uomo, nella vita di cittadini Primo Cittadino d’Italia, a virtù ed a dovere coll’esempio incitante». Evitò cenni polemici contro il Vaticano. Altro, del resto, aveva detto il 10 marzo nella commemorazione di Giuseppe Mazzini, parimenti in Campidoglio, e ancora aggiunse il 4 giugno, festa dello Statuto, quando commemorò Vittorio Emanuele II ripercorrendo diverse fasi della questione romana. Riecheggiando Carducci (ma senza nominarlo), ricordò che il Padre della Patria tramite persone a lui devote aveva intessuto «relazioni con associazioni segrete a scopi patriottici intente» e non aveva avuto «timore di contaminarsi associandosi ai movimenti popolari»: un accenno cifrato alle collusioni tra monarchia e società segrete a metà Ottocento, ma destinato a cadere nel vuoto in tempi di monarchia costituzionale, quando la politica estera era deliberata dal triangolo Corona-presidenza del Consiglio-ministro degli Affari Esteri, lontano dal Parlamento e, talora, persino dal governo, ma sempre nei margini fissati dallo Statuto. All’ormai dimissionario Luzzatti il 30 marzo 1911 seguì il IV ministero Giolitti, che, come si vedrà in altro articolo, celebrò i riti maggiori del Cinquantenario del Regno, all’Altare della Patria e a Torino, prima capitale d’Italia.

 



venerdì 14 ottobre 2022

La Russa ricorda la data di nascita del Regno d’Italia: il ringraziamento dei monarchici italiani



Le parole pronunciate da Ignazio La Russa nel suo discorso di insediamento al Senato sono state apprezzate dall’Unione Monarchia Italiana (U.M.I). Non è passato, infatti, inosservato il suo riferimento alla nascita del Regno d’Italia.

La Russa e la data di nascita del Regno d’Italia

«La senatrice Segre – ha detto il presidente del Senato – ha ricordato tre date e io non voglio fuggire, perché è troppo facile scappare di fronte alle richieste di chiarezza: è stato ricordato il 25 aprile, il primo maggio, il 2 giugno, cui potrei aggiungere la data di nascita del Regno d’Italia, che prima o poi dovremo far assurgere tra quelle celebrate con festa nazionale. Queste date, tutte insieme, hanno bisogno di essere celebrate da tutti, perché solo un’Italia più coesa, pacificata e unita è certamente la migliore e la più importante precondizione per poter affrontare efficacemente ogni emergenza e ogni criticità».

[...]
https://www.secoloditalia.it/2022/10/la-russa-ricorda-la-data-di-nascita-del-regno-ditalia-il-ringraziamento-dei-monarchici-italiani/

mercoledì 17 marzo 2021

17 MARZO 1861

Articolo del 1961

La Segreteria Generale dell'Unione Monarchica Italiana è lieta di portare a conoscenza degli amici dell'U.M.I. l'articolo di Giovanni Spadolini, pubblicato dal «Il Resto del Carlino» in data 17 marzo. Pur facendo ampie riserve su alcune affermazioni dell'Autore, la Segreteria Generale è d'opinione che la profonda dottrina e la forma impeccabile dell'articolo meritino un'attenta lettura da parte di tutti i monarchici.




«Vittorio Emanuele II Re di Sardegna Cipro e di Gerusalemme». Così è intestato per l'ultima volta un decreto della Gazzetta Ufficiale di Torino, l'ultimo della serie degli Stati sardi. gra 17 marzo 1661: e quello stesso decreto - uno dei più brevi nella storia del diritto pubblico italiano - consta di un solo articolo, di un articolo incisivo ed eloquente: «Il Re Vittorio Emanuele assume per sé e suoi successori il titolo di Re d'Italia».

Un solo articolo; ma quante discussioni in entrambi i rami del Parlamento che da un mese non è più subalpino ma già italiano! Lo ha presentalo, all'approvazione dei colleghi, il conte di Cavour; lo hanno illustralo i decani di palazzo Carignano e di palazzo Madama in mezzo agli applausi delle assemblee. Ma la Commissione del Senato - la roccaforte del vecchio ordine dinastico e savoiardo  avrebbe voluto che a titolo di Re d'Italia fosse aggiunta una precisazione, «per provvidenza divina e voto della nazione», una precisazione in cui la pregiudiziale del vecchio diritto patrimoniale e feudale del «Re di Sardegna di Cipro e di Gerusalemme» prevalesse, attraverso quel solenne richiamo all'origine divina della Monarchia, sulla vicenda pur gloriosa del suffragio popolare e nazionale. Il compromesso che ne seguì - dopo dibattiti accaniti ma avvolti nell'ombra - è noto: il Re d'Italia, il Re galantuomo, sarà Sovrano «Per grazia di Dio e per volontà della Nazione», per un innesto quasi miracoloso fra il principio della legittimità trascendente, fondamento della dinastia piemontese, e quello della sovranità popolare, unica e insostituibile base della Monarchia italiana.

Per soddisfare i vecchi conservatori piemontesi, per placare gli ambienti di corte, Vittorio Emanuele sarà secondo e non primo, come avrebbero voluto i democratici avanzati ansiosi di una «nuova storia». Non solo: ma con un voto solenne connesso alla proclamazione del Regno il principe ereditario sarà sempre e comunque il «principe di Piemonte», quasi a consacrare in quell'omaggio la primazia della terra che alla causa dell'unità italiana ha dato più di ogni altra, che al trionfo della rivoluzione nazionale ha offerto la struttura di uno Stato e la lealtà di una Dinastia.Re « per grazia di Dio e per volontà della Nazione »; rispettoso della gerarchia dei propri avi; legato alla tradizione sacra del vecchio Piemonte. Sì: ma Vittorio Emanuele II, il « Re eletto » (come si vede ancora in certe rare monete del '59 toscano o emiliano), sarà soprattutto il Re degli italiani, il Re della nuova Nazione italiana nata dallo sforzo congiunto dell'iniziativa diplomatica e dell'iniziativa rivoluzionaria.

Come tale lo sentì la fantasia popolare; come tale lo intuì la coscienza nazionale in quella storica giornata del 17 marzo 1861 che fu accompagnata dal

rimbombo — in tutte le città della penisola — di centouno colpi di cannone. Nessuno più adatto di Vittorio Emanuele II ad impersonare, davanti alla Patria nascente, la nuova sovranità monarchica nata dai plebisciti e consacrata dai Parlamento. 'Re popolare; Re del popolo tutto. Un concetto della regalità così diverso da quello, angoloso e romantico, del padre Carlo Alberto. Un sentimento di italianità che non era eco di meditazioni libresche, che non era frutto di influenze giobertiane, ma parte viva ai un temperamento generoso e passionale, incapace di adattarsi al ruolo di « Monsù Savoia ». Un'apertura al «colloquio» umano che era mancata agli avi Savoia tutti chiusi nel loro geloso scrigno di sovranità alpigiana: un'apertura che conquistava i tiepidi, che impressionava gli avversari, che piegava i nemici.

Re democratico anche in certi tratti psicologici, negli eccessi di carattere, negli eccessi d'amore. Re che era partito per la spedizione delle Marche e del Mezzogiorno con la «bella Rosina»: contravvenendo agli ordini di Cavour ma portando nell'impresa italiana una nota di galanteria e di calore che si incontrava benissimo con la mistica popolana delle «Camicie rosse». Re costituzionale: ma non senza una nota di potere personale che piaceva ai garibaldini, seguaci tutti della «dittatura popolare», cara al loro Eroe. Garanzia anche per gli avversari politici: Vittorio Emanuele II era il Sovrano che aveva sempre protetto Garibaldi, che aveva trattato con le forze volontarie anche dopo Villafranca. che aveva mantenuto inalterati i rapporti col Generale anche quando il contrasto con Cavour aveva toccato le punte più aspre.

Galantuomo sempre. Galantuomo quando salvò lo Statuto nonostante la sua educazione rigida e conservatrice che lo portava in tutt'altro senso, che lo esponeva a tutt'altre influenze. Galantuomo quando conservò le leggi laicizzatrici nonostante i suoi profondi sentimenti di cattolico e i suoi trepidi rapporti di amicizia con Pio IX. Galantuomo quando si inchinò alla grandezza di Cavour e consentì allo statista — di cui avvertiva, con una punta di insofferenza, tutta la superiorità ideale — di portare a termine il geniale piano per l'unità d'Italia.

Trionfo di Vittorio Emanuele II e di Cavour: quello storico 17 marzo 1861. Il Re in primo piano; il grande Ministro un po' sullo sfondo, pronto a dimettersi — qualche giorno dopo — per far posto agli elementi meridionali nella compagine del governo (e primo incarico non andrà a lui, andrà a Ricasoli). Ma soprattutto trionfo — oltre le persone, oltre i protagonisti — di un principio storico che nella rivoluzione italiana celebrava per la prima volta le sue vittorie: il principio dello Stato nazionale costruito attraverso la libertà, non frutto di conquista, non opera di violenza, ma espressione di un grande moto popolare disciplinato dalla legalità e, diciamolo pure, dalla legalità democratica.

Attraverso il «Regno d'Italia» — questa formula che fu subito tanto cara ai liberali inglesi e ai democratici francesi — qualcosa di veramente nuovo si aggiungeva alla carta politica d'Europa prima ancora che a quella geografica. Qualcosa che non era la Monarchia prussiana strumento ferreo di unità ma al servizio dell'autoritarismo e non era neppure, l'eco della Corona francese consacrata dal suffragio popolare ma attraverso i crismi del cesarismo. Qualcosa che era lontano dal diritto divino dei Re ma anche dalle improvvisazioni democratiche del Quarantotto. Non Monarchia conservatrice, - perché fondata — attraverso i plebisciti — sul diritto popolare, ma neppure Monarchia rivoluzionaria, perché sottratta all'ipoteca mazziniana di Dio e popolo ». Non radicalismo; ma neppure reazione.

Nato con quel sigillo, con quel sigillo di moderazione e di equilibrio, il Regno d'Italia occupò subito un posto altrettan­to inconfondibile nella vita europea. «Figlio della libertà» (così come amava chiamarsi Cavour), non poteva che pro­sperare e vigoreggiare nella libertà. Mo­narchia plebiscitaria che aveva abbattu­to sette troni e lacerato il potere temporale del Papa, la Corona sabauda non poteva sperare di sopravvivere scendendo a patti con le forze del legittimismo. Monarchia laica per definizione e per necessità, avrebbe dovuto fronteggiare per sessant'anni l'ipoteca del Vaticano su Roma, incarnare i diritti dello Stato contro l'antica rivendicazione teocratica. Monarchia liberale per lo spirito stesso che la animava, non poteva piegare a propositi di reazione; e tutte le volte che lo fece (si veda il Novantotto) mise a repentaglio la sorte fisica- dei Sovrani e quella morale del trono.

Dal 1861 al 1914, la grandezza del Re­gno d'Italia fu tutta lì: in quel miste­rioso equilibrio fra il principio di ordine e il principio rivoluzionario che risolveva a suo modo l'esigenza, per un paese nuo­vo, di una nuova legittimità. Correggendo errori, riparando a impazienze e a de­bolezze, la Monarchia italiana finì per aderire a una profonda esigenza dell'ani­ma nazionale: e il periodo giolittiano coincise con un suo rinnovato splendore. con uno splendore calmo e non luccicante, di stile quasi cavouriano. Ma venne poi il '14, il maggio radioso, la violenza dell'interventismo, la grande e gloriosa ma anche prematura esperienza della guerra: quei valori «sacri», quei valori - «religiosi». che nella data del 17 marzo 1861 si simboleggiavano persero graduai. mente il loro fascino, la loro forza di ri­chiamo. La dittatura cambiò tutti i ter­mini del quadro; rese perfino irricono­scibili il linguaggio e lo stile. Della vec­chia Monarchia liberale rimase in piedi solo la struttura, la facciata; ma dietro quella facciata esteriore — ancorata solo alle rigidità del protocollo — tutto fu trasformato, tutto fu sovvertito.

Cent'anni di storia; e quale storia! Ventuno milioni di italiani, il Regno d'Italia appena nato; cinquanta, lo Stato repubblicano di oggi. Suffragio ristretto allora; suffragio universale oggi. Demo­crazia appena in fasce, in quei giorni: democrazia articolata e in espansione. oggi. Ma il significato di questa ricorren­za è uno solo: invitarci a non scordare il senso profondo della nostra storia, a conservare «in scrinio pectoris n la poe­sia di tradizioni che sono forza di noi stessi, alimento alla vita di un popolo, aiuto nelle scelte supreme.

Il Regno d'Italia, il Regno di Cavour e di Ricasoli, non è più; e non è più da un pezzo. Ma la lezione di quegli uomini e di quei tempi vive in noi con la forza di un esempio incomparabile. Quella è la nostra patria, è la nostra patria lon­tana. Non dimentichiamola; perché po­tremmo rischiare di smarrire noi stessi.

giovedì 19 settembre 2019

Fiume 2019

Nel giorno del centenario dell'inizio della impresa fiumana, una decina di ragazzi, si è recata a Fiume, esponendo il Tricolore del Regno all’ingresso del Palazzo del Governo.
Un’ azione goliardica e coraggiosa in un’Italietta ha volutamente  dimenticato una ricorrenza che ogni nazione avrebbe orgogliosamente ricordato nei secoli. Una azione pacifica e dimostrativa. Tanto per ricordare che Fiume è italiana.
Il gesto è stato un bel gesto, coraggioso e sentito. Pacifico e indolore.
Chi prende le distanza, e chiede scusa ai croati, che si sono permessi, per altro, di mettere becco sulla statua di D'annunzio a Trieste  sbaglia.
Con questo metro non ci sarebbe stata nessuna impresa fiumana per non offendere la Yugoslavia, la Francia e gli Usa, il governo di Cagoia.

A volte è necessario osare.


martedì 27 agosto 2019

mercoledì 27 marzo 2019

Il Regno del Sud.

Storie, personaggi, curiosità degli ultimi anni della Monarchia, con Riccardo Rossotto

Mercoledì 3 aprile 2019, Ore 18:00



Torino - L’avvocato Riccardo Rossotto torna al Circolo dei lettori mercoledì 3 aprile, ore 18, col suo libro Il regno del Sud. Storie, personaggi, curiosità degli ultimi anni della monarchia (Mattioli 1885), una approfondita e inedita ricostruzione della svolta di Salerno con l’irruzione sul palcoscenico della politica nazionale della figura di Palmiro Togliatti.
È quindi un libro che offre l’opportunità di una rilettura di un periodo fondamentale per comprendere come mai siamo diventati così, con tutti i pregi e soprattutto i difetti che conosciamo bene.

https://www.mentelocale.it/torino/eventi/120068-il-regno-del-sud-storie-personaggi-curiosita-degli-ultimi-anni-della-monarchia-con-riccardo-rossotto.htm

lunedì 31 dicembre 2018

I nostri auguri per il nuovo anno 2019


Con questa bella immagine della seduta inaugurale della XXIX legislatura del Regno con il Re e tutti i Principi Reali vogliamo augurare a tutti i nostri amici un felicissimo 2019!

domenica 24 giugno 2018

La prima guerra civile italiana


Nel nuovo speciale di Storia in Rete (allegato al numero di giugno della rivista a euro 9,90) intitolato Savoia vs Borbone si mettono a confronto le posizioni di alcuni storici su un tema molto caldo: il Risorgimento
Nel nuovo speciale di Storia in Rete (allegato al numero di giugno della rivista a euro 9,90) intitolato Savoia vs Borbone si mettono a confronto le posizioni di alcuni storici su un tema molto caldo: il Risorgimento. Il volume contrappone le ragione dell’Unità d’Italia con quelle di chi sostiene che il Regno delle Due Sicilie ebbe solo a perdere dall’annessione alla Monarchia Sabauda.

Battaglia di Mola di Gaeta (Formia), 1860

Qui abbiamo sintetizzato, per quanto possibile, gli argomenti presentati dai due «schieramenti». La rivista presenta interventi e interviste tra gli altri di: Pino Aprile, Alessandro Barbero, Sergio Boschiero, Gennaro De Crescenzo, Gigi Di Fiore, Dario Marino, Emanuele Mastrangelo, Aldo A. Mola, Pierluigi Romeo di Colloredo. Il dibattito resta aperto.
Altro che briganti, fu una resistenza contro un'invasione
Quali sono gli argomenti più forti di coloro che sostengono che il Regno delle Due Sicilie con l'ingresso nel regno di Italia ebbe - economicamente, socialmente - solo da perderci? Lo speciale di Storia in rete intitolato Savoia vs Borbone ne fa una belle cernita, attingendo alle opere di molti degli autori più noti nell'aver cercato percorsi diversi da quelli della storiografia più battuta sul Risorgimento: da Gennaro De Crescenzo a Pino Aprile passando per Gigi di Fiore.
Partiamo dall'economia. Per quanto la pubblicistica inglese, sin dalle lettere di William Ewart Gladstone del 1851, descriva il regno borbonico come un luogo arretratissimo, gli storici che rivalutano i Borbone pongono l'accento su quelli che secondo loro sono chiari segni di sviluppo del Regno. Il più noto è il primato ferroviario della Napoli-Portici, la prima strada ferrata della Penisola (lunga 7,5 chilometri) del 1839. Ma sono molte le industrie specializzate del Sud, spesso nate direttamente con patrocinio Reale, che sono state riscoperte negli ultimi anni: le Reali Officine di Mongiana (armi), una cantieristica sviluppata, il perfezionamento a livello altissimo delle tecniche di produzione delle ceramiche... Si pone anche molta attenzione ai dati statistici che - pur con l'affidabilità limitata dell'epoca - lasciano in più casi intendere come i livelli occupazionali del Sud erano più alti di quelli di alcune regioni del Nord; e anche l'apporto alimentare medio era maggiore.
Tutti dati che, invece, precipiterebbero verso il basso dopo «l'occupazione» piemontese. Una occupazione che, secondo la maggior parte di questi autori, si sarebbe volta rapidamente in predazione di ricchezze. Secondo alcuni, come Pino Aprile (lo ha sostenuto nel suo saggio Carnefici, 2016), addirittura in un vero e proprio genocidio. I metodi utilizzati contro i «briganti» (etichetta che funzionava benissimo per delegittimare i sostenitori del passato regime) furono quanto mai brutali.
Ed è questo uno di quei temi in cui la storiografia che potremmo definire «borbonica» è riuscita a mettere in piena luce episodi che, indubbiamente, furono molto violenti. Un esempio può essere il caso della distruzione dei paesi di Pontelandolfo e Casalduni. Nei pressi dei due abitati un contingente di 40 bersaglieri e 4 carabinieri, nel giugno del 1861, venne aggredito da bande di legittimisti sostenute dagli abitanti locali. I soldati del Regno d'Italia vennero prima costretti alla resa e poi massacrati (si salvarono soltanto in due). La risposta del generale Cialdini a questo atto, inumano anche per i criteri del tempo, fu ancora più inumana. Ordinò di fare terra bruciata, distruggendo completamente le due località. Gli ordini prevedevano non venissero passati per le armi donne e bambini. Ma andò diversamente...
Il livello di violenza dello scontro tra «briganti» e truppe regie fu altissimo. Come è chiaro che la tassazione elevata e la mancata eliminazione del latifondo colpirono duramente la popolazione meridionale. Secondo molti storici i quali rivalutano l'amministrazione borbonica, gli effetti furono così gravi da spiegare il calo demografico che, secondo la documentazione disponibile, sembrerebbe caratterizzare buona parte del territorio meridionale. Il genocidio di cui appunto parla Pino Aprile. A questo andrebbero sommate politiche chiaramente volte a favorire le industrie del Nord del Paese e a far gravare tutti i costi del conflitto sugli «sconfitti».
Abbastanza, secondo alcuni, per attribuire il divario nord-sud non a una situazione preesistente ma proprio dalle scelte portate avanti da Casa Savoia e dai suoi ministri intenti a trattare il Sud alla stregua di una colonia, più che di un «pezzo» di una nazione unitaria.
La povertà meridionale era già lì, Savoia l'unico futuro
Alcuni dei dati presentati dalla storiografia che potremmo definire, semplificando un po', «pro borbonica» vengono accettati anche dagli storici che continuano ad attribuire un valore essenzialmente positivo al Risorgimento. A cambiare è semmai il modo in cui vengono valutati. Come si capisce bene leggendo gli interventi sullo speciale di Storia in rete di Aldo A. Mola o Pier Luigi Romeo di Colloredo. Partiamo proprio dalla Napoli-Portici su cui ritorna Romeo di Colloredo. Il primato è indubbio. Peccato che poi le ferrovie del Regno delle Due Sicilie abbiano continuato a crescere a ritmo lentissimo e prima dell'Unità sia stata realizzata solo un'altra novantina di chilometri di binari. Al Nord nel frattempo la crescita era diventata frenetica con centinaia di chilometri realizzati ogni anno. E il Regno d'Italia in seguito portò il ritmo della produzione ferroviaria a quasi 400 km l'anno nel primo decennio post unitario. Le industrie del Sud avrebbero poi prosperato soprattutto in regime protezionistico e quindi sarebbero state ontologicamente fragili. Questa fragilità di base, figlia di iniziative tutte fatte dall'alto, sarebbe stata la causa del loro deperimento, non la rapacità piemontese. Quanto alla felicità dei sudditi borbonici: spiegherebbe poco i 220 calabresi morti combattendo a fianco di Garibaldi e i moltissimi siciliani che scelsero subito di schierarsi con la spedizione dei Mille. Quanto al brigantaggio, si insiste sul fatto che esistesse ben prima dell'arrivo dei Savoia e che fosse il risultato dell'arretratezza economica di quei territori che erano tutt'altro che felici anche sotto i Borbone. Un esempio? Nel 1828 il Cilento si rivoltò. Il motivo? La tassazione troppo alta. Il risultato finale? Il villaggio di Bosco da cui era partita l'insurrezione venne distrutto e dato alle fiamme dalle truppe borboniche. Insomma una situazione pre-esistente che dopo l'unità ha preso semplicemente un'altra direzione. Aldo A. Mola insiste invece molto sul fatto che il Regno delle Due Sicilie non è stato travolto dai Savoia ma semplicemente era inevitabilmente destinato all'estinzione. L'Europa intera stava andando verso lo sviluppo di Stati nazionali. E i Borbone erano politicamente isolati e fragili. Sarebbe bastato Garibaldi da solo con i suoi 40mila volontari e la vittoria del Volturno (2 ottobre 1860) a determinare la fine del Regno delle Due Sicilie. Le cui classi dominanti aderirono molto rapidamente al nuovo Regno d'Italia, ottenendo un'ampia rappresentanza politica d parlamentare.
E qui si entra nella parte più calda del dibattito, quella sul genocidio. Per la maggior parte degli storici accademici il crollo demografico del Sud è solo apparente e dipende in buona sostanza dal fatto che i rilevamenti demografici borbonici erano realizzati in modo sostanzialmente approssimativo. Non è possibile rintracciare, almeno secondo Emanuele Mastrangelo, che ribatte direttamente alle tesi di Pino Aprile, una qualunque volontà specifica del Governo italiano sabaudo di colpire la popolazione del Sud. Esiste la questione del brigantaggio certo, causò migliaia di vittime, ma niente di paragonabile ad altri casi europei coevi di insorgenza, come le guerre carliste in Spagna (1833-1840 e 1872-1876)).
Ampio spazio è anche dato alla vicenda del forte di Fenestrelle dove vennero imprigionati (tra il 1860 e il 1870) i militari fedeli ai Borbone e che negli ultimi anni è stato spesso definito come un «lager». A partire da Alessandro Barbero, sono molti gli storici che hanno ridimensionato i termini della durezza carceraria a cui vennero sottoposti i prigionieri. La loro non fu certo una vacanza ma non risultano affatto le migliaia di morti (per alcuni 40mila), citate da alcune fonti, si ridurrebbero a circa 40 in cinque anni. Si sarebbe passati dall'oblio al mito senza tappe intermedie.
fonte.
http://www.ilgiornale.it/news/cultura/guerra-civile-italiana-1544140.html

La povertà meridionale era già lì, i Savoia erano l'unico futuro

da www.ilgiornale.it
La Monarchia borbonica non aveva alcuna speranza. La modernità spingeva altrove

Alcuni dei dati presentati dalla storiografia che potremmo definire, semplificando un po', «pro borbonica» vengono accettati anche dagli storici che continuano ad attribuire un valore essenzialmente positivo al Risorgimento. A cambiare è semmai il modo in cui vengono valutati. Come si capisce bene leggendo gli interventi sullo speciale di Storia in rete di Aldo A. Mola o Pier Luigi Romeo di Colloredo. Partiamo proprio dalla Napoli-Portici su cui ritorna Romeo di Colloredo. Il primato è indubbio. Peccato che poi le ferrovie del Regno delle Due Sicilie abbiano continuato a crescere a ritmo lentissimo e prima dell'Unità sia stata realizzata solo un'altra novantina di chilometri di binari. Al Nord nel frattempo la crescita era diventata frenetica con centinaia di chilometri realizzati ogni anno. E il Regno d'Italia in seguito portò il ritmo della produzione ferroviaria a quasi 400 km l'anno nel primo decennio post unitario. Le industrie del Sud avrebbero poi prosperato soprattutto in regime protezionistico e quindi sarebbero state ontologicamente fragili. Questa fragilità di base, figlia di iniziative tutte fatte dall'alto, sarebbe stata la causa del loro deperimento, non la rapacità piemontese. Quanto alla felicità dei sudditi borbonici: spiegherebbe poco i 220 calabresi morti combattendo a fianco di Garibaldi e i moltissimi siciliani che scelsero subito di schierarsi con la spedizione dei Mille. Quanto al brigantaggio, si insiste sul fatto che esistesse ben prima dell'arrivo dei Savoia e che fosse il risultato dell'arretratezza economica di quei territori che erano tutt'altro che felici anche sotto i Borbone. Un esempio? Nel 1828 il Cilento si rivoltò. Il motivo? La tassazione troppo alta. Il risultato finale? Il villaggio di Bosco da cui era partita l'insurrezione venne distrutto e dato alle fiamme dalle truppe borboniche. Insomma una situazione pre-esistente che dopo l'unità ha preso semplicemente un'altra direzione. Aldo A. Mola insiste invece molto sul fatto che il Regno delle Due Sicilie non è stato travolto dai Savoia ma semplicemente era inevitabilmente destinato all'estinzione. L'Europa intera stava andando verso lo sviluppo di Stati nazionali. E i Borbone erano politicamente isolati e fragili. Sarebbe bastato Garibaldi da solo con i suoi 40mila volontari e la vittoria del Volturno (2 ottobre 1860) a determinare la fine del Regno delle Due Sicilie. Le cui classi dominanti aderirono molto rapidamente al nuovo Regno d'Italia, ottenendo un'ampia rappresentanza politica d parlamentare.
E qui si entra nella parte più calda del dibattito, quella sul genocidio. Per la maggior parte degli storici accademici il crollo demografico del Sud è solo apparente e dipende in buona sostanza dal fatto che i rilevamenti demografici borbonici erano realizzati in modo sostanzialmente approssimativo. Non è possibile rintracciare, almeno secondo Emanuele Mastrangelo, che ribatte direttamente alle tesi di Pino Aprile, una qualunque volontà specifica del Governo italiano sabaudo di colpire la popolazione del Sud. Esiste la questione del brigantaggio certo, causò migliaia di vittime, ma niente di paragonabile ad altri casi europei coevi di insorgenza, come le guerre carliste in Spagna (1833-1840 e 1872-1876)).
Ampio spazio è anche dato alla vicenda del forte di Fenestrelle dove vennero imprigionati (tra il 1860 e il 1870) i militari fedeli ai Borbone e che negli ultimi anni è stato spesso definito come un «lager». A partire da Alessandro Barbero, sono molti gli storici che hanno ridimensionato i termini della durezza carceraria a cui vennero sottoposti i prigionieri. La loro non fu certo una vacanza ma non risultano affatto le migliaia di morti (per alcuni 40mila), citate da alcune fonti, si ridurrebbero a circa 40 in cinque anni. Si sarebbe passati dall'oblio al mito senza tappe intermedie.
fonte:

mercoledì 9 maggio 2018

martedì 8 maggio 2018

I motivi per cui 157 anni or sono si giunse all’Unità d’Italia


Testo della conferenza tenuta il 5 Maggio per il Movimento Monarchici dal Nostro Gianluigi Chiaserotti


Gentili Signore, gentili Signori,
ringrazio Mauro Mazzoni, presidente del Movimento “Monarchici” di avermi invitato quest’oggi qui a Lucca, antica Città di tradizioni anche monarchiche, città che non conoscevo, città napoleonica, assegnata, il 23 giugno 1805, ad Elisa Bonaparte (1777-1820) ed al consorte Felice Baciocchi (1762-1841), mantenendo però una certa autonomia rispetto alle altre città italiane, ma sempre sotto il  diretto dominio di Napoleone, di cui, tra l’altro, quest’oggi è l’anniversario della sua morte immortalata nell’Ode “Cinque Maggio” di Alessandro Manzoni (1785-1873).
Con il Congresso di Vienna venne deciso di creare il Ducato di Lucca ed il 10 maggio 1815 subentrò, come reggente, Maria Luisa di Borbone-Spagna (1782-1824), alla quale succedette il figlio Carlo Ludovico di Borbone (1799-1883) e, nel 1847, la città venne ceduta al Granducato di Toscana.
Ma anche l’Alighieri  incluse molte riferimenti alle famiglie feudali che ebbero una grande giurisdizione con poteri amministrativi ed giudiziali.
Ed il Sommo Poeta stesso spese molti dei suoi anni in esilio a Lucca.
Ma oggi non sono qui per parlare della Storia di Lucca, ma bensì dei motivi che 157 anni or sono portarono all’Unificazione dell’Italia sotto la Monarchia Sabauda.
Il 17 marzo 1861, nella suggestiva aula del Parlamento Subalpino di Torino sita in Palazzo Carignano, fu proclamato il Regno d’Italia e la nostra Penisola divenne appunto una ed indipendente.
Ma, senza alcuna ombra di dubbio, la suddetta data è la conclusione di un ciclo di  fatti, di movimenti politici, di movimenti culturali, di imprese belliche ed eroiche, che cercarono di portare all’Unità, ma anche l’inizio di un ulteriore ciclo che condurrà al 20 settembre 1870 con la proclamazione di Roma, Capitale d’Italia.
In questa mia alquanto imprecisa e superficiale “conversazione” (data, essenzialmente, la vastità dell’argomento) cercherò di darVi, da modesto appassionato, un opportuno quadro generale sulle premesse, oserei dire, di quello che sarà l’Unità d’Italia. Quindi un ricordo di colui, che a mio modo di vedere, fu il vero, e più originale, artefice dell’Unità, Camillo Benso Conte di Cavour (1810-1861), operante nell’antico Regno di Sardegna.
Concluderò con  delle brevi riflessioni di insigni storici sul periodo.

§ 1. Note introduttive –
A) La Rivoluzione Francese, Napoleone
La nostra penisola era, da secoli, divisa e per nulla tenuta in considerazione. Quindi  le grandi  e potenti nazioni d’Europa avevano trovato un campo aperto alle loro ambizioni.
L’Italia era considerata una semplice espressione geografica.
Tutti  si erano lanciati verso l’Italia, come, oserei dire, su una facile preda: Francia, Spagna, Austria erano venute a conquistarvi intere provincie: le due più  grandi città d’Italia, Milano e Napoli, erano cadute in mano straniera. Ed i superstiti piccoli Stati Italiani, anche se di nome avevano conservato la loro indipendenza, di fatto finivano con il gravitare, come satelliti, intorno ai pianeti europei.
Gli Italiani non erano più nessuno in casa propria.
Ed è veramente triste affermarlo!
Per lunghi, lunghissimi anni (più di trecento), nelle più fiorenti regioni italiane, francesi, tedeschi o spagnoli vi comandavano.
In questa situazione, anche attraverso i secoli, si erano levate voci che incitavano gli italiani a riconquistare la libertà perduta. Voci di poeti, di storici, di politici, di musicisti che testimoniavano la rivolta morale della parte più nobile del paese.
Ma perché l’Italia si risollevasse dalla decadenza, non bastava il richiamo di pochi spiriti eletti.
Era necessario che il risveglio penetrasse profondamente nell’animo della nazione.
Era necessario che gli italiani si trasformassero, si facessero, per così dire, un’anima nuova. Per acquistare la libertà, necessitava che negli animi sorgesse il desiderio, il bisogno della libertà.
Per raggiungere l’unità, era opportuno superare le divisioni, acquistare la coscienza di formare un’unica famiglia, affratellata in un’unica sorte. Per ottenere l’indipendenza, gli italiani dovevano apprendere  quello che, nei secoli, avevano dimenticato: a lottare, a combattere, a morire per la loro causa.       
Eccoci quindi alla storia del nostro Risorgimento che non è soltanto quella di un seguito di insurrezioni e di battaglie: è ben di più, è la storia di un popolo che si trasforma, che si rinnova, è la storia della nuova Italia che nasce.
Ma quando questa c. d. “Nuova Italia” nasce?
Nasce molti anni prima, cioè alla fine del secolo XVIII, con quel grande movimento politico che scoppiò in Francia: la Rivoluzione Francese e tutte le conseguenze che portò.
L’ascesa di un astro come Napoleone Bonaparte, la sua discesa in Italia del 1796-97, e l’elevazione, il 7 gennaio 1797, in Reggio dell’Emilia, del primo tricolore italiano.
Quindi anche l’Italia  partecipa a questo fervore di rinnovamento, che percorre l’Europa: vi partecipa con i suoi uomini migliori. L’inerzia degli italiani si scuote. Un’avanguardia di pensatori e di uomini di azione si mette in testa del movimento, e ciò nelle grandi città che formano i centri più attivi della vita italiana.
Ecco, a Milano, Cesare Beccaria (1738-1794), filosofo, giurista, letterato, che ispira con il suo libro più famoso “Dei delitti e delle pene”, la riforma del diritto penale; e Pietro Verri (1728-1797), economista e storico, che lascia una profonda impronta, con i suoi studi e con la sua opera  sul terreno filosofico e finanziario.
Ma non di meno è quanto accadde a Napoli, centro di questo risveglio: con Gaetano Filangeri (1753-1788), giurista e filosofo, il quale espose un pensiero frutto della grande cultura napoletana antecedente l’Unità d’Italia, rappresentata da Giovan Battista Vico (1668-1744) e da Pietro Giannone (1676-1748), i quali interpolarono la dottrina di Charles-Louis de Secondat, barone de la Brède et de Montesquieu (1689-1755); Antonio Genovesi (1713-1769), il quale, anch’egli, seguì le lezioni del Vico e, ordinato sacerdote, insegnò metafisica ed etica all’Università di Napoli, ma dopo l’incontro con l’economista Ferdinando Galiani (1728-1787), si dedicò all’economia, di cui tenne nel 1754 la prima cattedra in Europa.
Nelle “Lezioni di commercio o sia d’economia civile” (1765-1767) il Genovesi trattò del valore (connesso, utilitariamente, alla soddisfazione dei bisogni) ed anche di politica economica, combinando tra loro posizioni mercantiliste, liberiste e fisiocratiche, al fine di conciliare l’etica con il lusso generato dallo sviluppo economico; e tanti altri, che sarebbe lungo ricordare, filosofi, giuristi, economisti, tutti, si puo’ dire, operai della costruzione della nuova fabbrica, se mi sia permesso di denominare così la nostra Penisola.
Sono tutti personaggi che hanno posto in evidenza quel “lumen rationis” delle idee illuministe di fine secolo XVIII e che ispirarono la Rivoluzione Francese.
Gli eserciti della repubblica francese discendono dalle Alpi come un torrente devastatore; ed è, man mano che spazzano via, con le loro vittorie, gli eserciti degli antichi dominatori, spazzano via anche unitamente i vecchi Stati, i vecchi ordinamenti, le vecchie classi dirigenti.
E’ veramente un mondo nuovo che nasce, in quei giorni…..
L’Italia si copre di repubbliche [la Cispadana (1796), la quale si fonderà (27 giugno 1797) con la Transpadana, dando vita alla repubblica Cisalpina, con capitale Milano]  ad immagine e somiglianza della grande repubblica francese. Sono delle creazioni improvvisate, disordinate, confuse, che si reggono sulla forza delle armi francesi più che sulla propria forza. Ma sono delle creazioni nuove. Non più sovrani, non più privilegi: tutti son chiamati a collaborare, la strada è aperta per tutti.
Le nuove parole del secolo, libertà, eguaglianza, popolo, nazione, che prima esistevano come idee vaghe ed alquanto astratte, divengono ora per gli italiani, qualcosa di vivo, di presente, ma soprattutto di concreto.
Gli anni trascorrono.
Il generale rivoluzionario Bonaparte si trasforma nell’imperatore Napoleone; le repubbliche si trasformano in regni.
L’Italia aveva trovato (purtroppo) in Napoleone un nuovo padrone, che prese il posto degli antichi. Ne prese il posto, ma non fu uguale a loro.
I vecchi padroni rappresentano il passato.
Il nuovo padrone rappresenta, non ostante tutto, l’avvenire. Anche se porta sul capo una corona  anche se si comporta, qualche volta, come un tiranno, resta per l’Italia come per la Francia, il figlio della rivoluzione.
La corona  è detta “del ferro” o “ferrea”, ed è conservata attualmente nel Duomo di Monza. Essa molto simboleggiò la storia italica e,  in senso lato, quella europea. Detta corona è il simbolo per antonomasia dell’Unità e del Regno d’Italia.
Negli stati napoleonici gli italiani vengono chiamati a governare, partecipano alle cariche pubbliche; imparano così quello che non avevano appreso prima, a reggersi da soli, ad occuparsi delle loro attività politiche. Ed apprendono anche quello che da secoli avevano dimenticato, a combattere. Sorgono eserciti italiani, combattono sotto bandiere italiane. Gli italiani riprendono le armi in mano, cominciano ad adoperarle: la lezione di Napoleone è anche per gli italiani, una lezione di forza.
Quando, dopo vent’anni, il grande Còrso viene sconfitto ed abbattuto, codesta è l’eredità che egli lascia all’Italia: la coscienza di se stessa, la coscienza di formare un popolo, ed una nazione.
L’Italia che Napoleone lascia non è più quella che egli ha trovato, calando dalle Alpi in quella bella lontana primavera del 1796: è un’altra Italia. Anzi, possiamo dire, è in quegli anni che la nostra Penisola iniziò ad esistere, e si prepara a combattere per la sua esistenza.
Ma il 18 giugno 1815, sul campo di battaglia di Waterloo, la grande ed indimenticata avventura napoleonica trovava la sua conclusione. L’imperatore dei francesi era battuto ed esiliato nell’isola di Sant’Elena, dove, come dicevo all’inizio, il 5 maggio 1821, proprio centonovantasette anni fa, morì.

B) Restaurazione, Romanticismo e le nuove idee
Non fu soltanto una semplice disfatta di un uomo, che vedeva crollare le sue sconfinate ambizioni di dominio: con lui, era la rivoluzione che veniva vinta ed abbattuta. Il vecchio mondo prendeva la sua rivincita. I sovrani d’Europa, radunati a Vienna in congresso, si proposero di restaurare l’antico edificio, che la Rivoluzione e Napoleone avevano sconvolto.
“Restaurazione”, appunto, è il nome che danno alla loro opera: restaurazione del vecchio ordine politico e sociale che aveva preceduto la rivoluzione.
Restaurazione anche in Italia. Gli antichi stati vengono richiamati in vita; gli antichi sovrani risalgono sui loro troni. Ritorna, come prima, l’Austria. Più forte di prima: ai suoi antichi dominii della Lombardia ha aggiunto una nuova conquista, Venezia. La vecchia, gloriosa repubblica di San Marco era stata travolta dagli sconvolgimenti del periodo rivoluzionario: ora, divenne una preda dei vincitori.
Così, l’Italia Settentrionale, dal Ticino all’Adriatico, diviene una provincia austriaca: e con essa, Vienna tenne nelle sue mani le chiavi della Penisola.
Ma la “Restaurazione” fu l’inizio di una nuova stagione per la nostra Penisola, che, culminerà, come più volte abbiamo detto, nell’Unità d’Italia.
Agli ideali illuministici, razionali, che portarono alla Rivoluzione Francese, si comincia a contrapporre quel nuovo movimento culturale che è il Romanticismo.
Fra tutti gli avversari  della Restaurazione, gli ex-ufficiali napoleonici, formati alla scuola ardimentosa dell’esercito imperale ed impazienti dell’inerzia cui son ridotti, costituiranno, non di rado l’elemento più combattivo e pronto a passare all’azione rivoluzionaria contro i governi restaurati. Ed accanto a loro  un grosso contingente di oppositori è dato dalla borghesia dei commerci e delle industrie, danneggiata, nei propri interessi, ed esasperata dal risorto predominio dell’aristocrazia, oppure  da nobili di idee progressiste, ma soprattutto dagli intellettuali, influenzati, come si diceva poc’anzi, dall’ormai irresistibile diffusione del Romanticismo dalla Germania verso il resto dell’Europa.
Da principio puo’ apparire che il Romanticismo, predicando il ritorno alla tradizione od esaltando il sentimento, in netta antitesi al razionalismo illuministico, sia alleato alla Restaurazione. Ma si vede che la rievocazione della storia, l’esaltazione delle tradizioni nazionali, il richiamo alla coscienza popolare significano solo l’alimento del patriottismo. Fare appello, come i romantici, al sentimento individuale, alla libera espressione del cuore e della fantasia, in antitesi alle regole del classicismo, significa alimentare la battaglia per la libertà contro lo spirito autoritario della Restaurazione.
Romantico diviene sinonimo ovunque di liberale e patriota.
Non dimentichiamoci che il Romanticismo nasce in Germania da quel movimento (pre-romantico) denominato “Sturm und Drang”, “impeto ed assalto”.
La cultura del Romanticismo, infatti, non vive isolata in una sua “turris eburnea”, (la torre d’avorio), ma partecipa caldamente alla battaglia politica che attorno a lei si svolge.
In ogni paese, le università con i loro studenti e docenti costituiscono altrettanti focolai di agitazione liberale e di cospirazioni. Il poeta, il dotto, il musicista si sentono investiti di una specie di missione morale e, come tali, non ascoltati dai loro contemporanei.
La pubblicazione di un’opera di poesia romantica, di una grande opera storica o la rappresentazione di uno dei melodrammi romantici, come quelli dei musicisti Vincenzo Bellini (1801-1835), eppoi di Giuseppe Verdi (1813-1901), di Gioacchino Rossini (1792-1868), di cui quest’anno cadono il CL anni dalla morte, tutti in Italia, destano ondate di commozione e fremiti di entusiasmo, che li trasformano in altrettante battaglie di libertà.
Animatrice del patriottismo nazionale, la cultura romantica mantiene del resto vivissimo l’anelito umanitario ad una fraternità estesa al di sopra delle barriere nazionali.
Come l’idea liberale e l’idea nazionale, ai primi del secolo XIX, coincidono al punto da rendere sinonimi i termini “liberale” e “patriota”, così le vittorie e le sconfitte dell’idea liberale o del principio di nazionalità, in un qualsivoglia paese europeo, vengono sentite, dai liberali e dai patrioti di ogni altro paese, come vittorie o sconfitte di una causa comune.
La lotta contro l’assolutismo in nome del liberalismo costituzionale si identifica, nella coscienza generale, con la lotta per l’unità e l’indipendenza dei varii popoli smembrati e/o asserviti dalle idee guida del Congresso di Vienna.
E’ anche il periodo in cui sorgono le c. d. “società segrete”, e la più importante fu la Carboneria, che svolse un importante ruolo nella prima fase del Risorgimento italiano.
Le sue origini si ricollegano ai sodalizi politici francesi sorti alla fine del Secolo XVIII nella Franca Contea, dove le società dei “charbonnies” dissimulavano i propri programmi politici entro associazioni di carattere mutualistico professionale (“compagnonnage”). La Carboneria fu introdotta nel Meridione d’Italia da ufficiali francesi. In Italia si caratterizzò per gli ideali di indipendenza e la rivendicazione di forme di governo monarchico-costituzionali. La Carboneria si affermò così nella borghesia liberale e nel patriziato più aperto. Al fine di fare leva sul sentimento religioso delle masse, la Carboneria adottò un rituale ed un simbolismo derivanti dal culto di San Teobaldo [era un eremita vissuto tra il 1017 (ca.) ed il 1066] e dalla passione di Gesù Cristo. Essa era divisa in sezioni dette “vendite” con gli aderenti chiamati “buoni cugini”. La società segreta era regolata da una rigidissima gerarchia (apprendista, maestro, gran maestro), in base alla quale si graduavano non solo gli incarichi ma anche la conoscenza stessa del programma segreto.
Dopo il 1814 la Carboneria si diffuse in tutte le regioni d’Italia, incontrandosi con altre formazioni (Filadelfi, Adelfi e Federati), ed assunse, in molti casi, la direzione delle attività insurrezionali.
La sua azione culminò con i moti costituzionali del 1820-1821, il cui fallimento segnò anche l’inizio della decadenza della società segreta, soppiantata, in breve, da altre associazione tipo la “Giovine Italia” di Giuseppe Mazzini (1805-1872).
Fallì anche il tentativo compiuto a Parigi di ridare vita ai resti della Carboneria ma in senso democratico e repubblicano (1832-1833).
Siamo quindi giunti al periodo di nuovi rivolgimenti europei (dal 1831 al 1848) con le svariate ed articolate rivoluzioni  che vanno dal Portogallo alla Spagna, dalla Francia all’Italia e tutte le loro conseguenze. 

§ 2. Il Conte di Cavour –
Ma torniamo all’Italia. Più precisamente al Piemonte dove un nuovo astro illuminato sorge. E’ il Conte di Cavour.
Camillo Benso Conte di Cavour nacque il 10 agosto 1810 a Torino, allora capoluogo di un dipartimento dell’impero napoleonico.
Il principe Camillo Borghese (1775-1832), duca di Guastalla e coniuge di Paolina (Maria Paola) Bonaparte (1780-1825) (sorella di Napoleone I), governatore dei dipartimenti francesi in Italia, tenne (per procura) a battesimo il Nostro e gli diede il nome. Infatti il marchese Michele Benso (1781-1850), padre del Cavour, era ciambellano del principe medesimo.
La famiglia Benso era originaria di Chieri ed avevano ottenuto il titolo marchionale ai tempi del Re di Sardegna Carlo Emanuele III (1701-1773) con Michele Antonio, signore di Santena.
Camillo di Cavour aveva come madre, la ginevrina Adele di Sellon (1780-1846), la quale, nell’ottobre 1811, abiurò al calvinismo per farsi cattolica. La famiglia, però, era imparentata con l’aristocrazia protestante e liberale di Ginevra, ove ebbe cari specialmente i De la Rive, mentre l’ava paterna, Filippina di Sales, della famiglia di San Francesco di Sales (1567-1622), si allacciava all’alta società della Savoia. Inoltre due zie materne erano rispettivamente sposate una con Jean-Louis Douhet Conte d’Auzers (+ nel 1831) e l’altra con il duca Clermont-Tonnerre ed avvicinavano il Nostro al patriziato legittimista francese.
Codesti variegati influssi concorsero a temprare l’animo e la mente del Cavour. Ma egli fu prima di tutto figlio del Piemonte, e da questa terra di nobili sabaudi e di soldati trasse il necessario impulso alle sue idealità politiche nazionali.
Suo primo maestro fu l’abate Frézet, degno e colto sacerdote, di cui conservò sempre un particolare e gradito ricordo.
Quindi dal 1820 al 1826, Camillo frequentò l’Accademia Militare, e, nel 1824, fu paggio del principe Carlo Alberto di Savoia-Carignano (1798-1849), futuro Re di Sardegna.
Il Nostro studiò le scienze esatte e la matematica, che era insegnata dal matematico ed astronomo Giovanni Antonio Amedeo Plana  (1781-1864),  ma poco profitto nelle discipline letterarie, le quali nell’Accademia erano ritenute di secondaria importanza e meno si confacevano, del resto, all’indole del di lui ingegno. Ma la vita militare non era per il Conte di Cavour, e quindi (12 novembre 1831), ottenuto il permesso della famiglia, chiese ed ottenne le dimissioni dall’Accademia.
Deposta l’uniforme, il Benso iniziò ad occuparsi di agricoltura e delle scienze economiche e sociali. Fu in questo periodo della sua vita che, allontanate le rivoluzionarie idee di gioventù, il Nostro si avvicinò a quel liberalismo pratico che professò poi con maggiore risolutezza e con più profonda consapevolezza, ma che era, in sostanza, sin d’allora, nello spirito di tutta (o quasi), l’aristocrazia piemontese.
Il Conte di Cavour si fece conoscere (nel 1834) con la pubblicazione di un “Extrait” relativo all’inchiesta inglese sulla tassa dei poveri e come combattere la miseria, difendendo il principio della “carità legale” che deve integrare e non sopprimere quella privata.
Il Cavour, quindi, viaggiò molto in Europa con il recondito fine di apprezzare idee e conoscere persone.
Nel 1835, rientrò a Torino ove il padre era stato nominato Prefetto di Polizia, e Camillo si assunse l’onere di amministrare i beni di famiglia in quel di Leri, nel vercellese. Vi rimase sino al 1848.
Il Piemonte era allora un paese ad economia tendenzialmente agricola, ma proprietari e fittavoli, chiusi nei vecchissimi sistemi patriarcali, ripugnavano a quelle applicazioni scientifiche che erano state introdotte, e con profitto, nel Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, nella Francia, nella Confederazione Elvetica, ed anche, in parte, nel Granducato di Toscana. Certamente l’attività imprenditoriale del Cavour gli permise di conoscere l’intima struttura economico e finanziaria del paese, di cui apprese quindi anche ad inquadrare i problemi politici in una limpida e chiara visione della realtà.
Fu in questa realtà che il conte di Cavour, continuando sempre ad osservare e studiare il liberalismo inglese [a lui è dovuta la fondazione in Torino della “Société du Whist” (1841), circolo aristocratico di giuoco e di conversazione sul modello dei “clubs” di Londra e di Parigi], per consiglio di Achille Léonce Victor Charles  Duca di Broglie (1785-1870) (politico e diplomatico francesce) ed a proposito del libro del conte Ilarione Petitti di Roreto (1790-1850) (economista, scrittore, consigliere di Stato e Senatore del Regno) sulle strade ferrate, pubblicò nella “Revue nouvelle”  di Parigi una “Étude des chemins de fer en Italie” (maggio 1846), in cui il problema delle ferrovie era trattato non solo sotto l’aspetto degli interessi materiali, ma anche e soprattutto sotto quello delle idealità politiche e nazionali.
Codesti studi potevano far apprezzare il Nostro in certe sfere, ma non conquistargli l’anima del popolo. Suo padre, come vicario, aveva nemici che lo accusavano persino di affarismo. Il 17 giugno 1847 il marchese Michele si dimise. Il 29 ottobre il Re Carlo Alberto, gettandosi sulla strada aperta dal Pontefice, il Beato Pio IX [Giovanni Battista Mastai Ferretti (nato nel 1792) 1846-1878], concesse alcune riforme, tra cui una moderata libertà di stampa. Così, il 15 dicembre, apparve il “Risorgimento”, giornale quotidiano, di cui il Cavour fu direttore, redattore-capo e gerente. La vocazione alla vita pubblica, che di già a vent’anni gli faceva sognare di svegliarsi un giorno primo ministro del Regno d’Italia, s’era venuta in lui consolidando con il tempo e con gli studi. Gentiluomo di campagna, sicuro di sé, aperto alle voci della sua terra subalpina, ma poco o nulla sensibile ai ricordi classici ch’erano e sono tanta parte della coscienza della nazione, non si lasciava abbagliare dalle fulgide visioni di Vincenzo Gioberti (1801-1852) e non ammetteva affatto con lui “che nulla potesse farsi senza il Papa”. Piuttosto il Cavour acconsentiva con le idee dello storico e politico Cesare Balbo (1789-1853), il quale, attraverso le memorie del 1821, meglio rispondevano alle tradizioni secolari piemontesi. Ma mentre quest’ultimo dichiarava di mirare solo all’indipendenza, Camillo di Cavour poneva come condizione di questa libertà, anzi di tutte le libertà, economiche, religiose e politiche, che fossero compatibili  con l’ordine pubblico.
Il 7 gennaio 1848 in un convegno di giornalisti, provocato dalle agitazioni di Genova, il Nostro propose che si chiedesse la costituzione al Re, e fu appoggiato da altri influenti dell’epoca, ma non dai democratici sospettosi che egli mirasse a prendere loro la mano.
Proclamato lo Statuto (4 marzo 1848), il Cavour ne rivendicò la perfettibilità per consenso di principe e di popolo e propose egli stesso il senato elettivo e l’aperta dichiarazione dei culti. Nelle discussioni per la legge elettorale si adoperò affinché il diritto di voto fosse concesso a tutti gli individui capaci di esprimere un consapevole proposito politico.
Nelle elezioni suppletive del 26 giugno 1848, il Conte di Cavour fu eletto in ben quattro collegi elettorali, ma optò per quello di Torino. Il 4 luglio, prese, per la prima volta, la parola alla Camera del Parlamento Subalpino.
Da quel momento la vita di Camillo Benso Conte di Cavour nuovamente cambiò. Finalmente era immerso nella vita pubblica del suo Piemonte.
Da questa mutazione pubblica, si poteva benissimo comprendere che presto sarebbe divenuto il padrone. Libero scambista, convinto che il Piemonte dovesse sempre più e meglio confondere la propria vita economica con quella delle potenze occidentali, il Nostro, da Ministro dell’Agricoltura, sottoscrisse un trattato di commercio e di navigazione con la Francia (5 novembre 1850), poi uno con il Belgio (24 gennaio 1851), ed un terzo con il Regno Unito (27 febbraio 1851).
Tutto il decennio successivo (1849-1859) è storia più che nota. Fu, da parte del Cavour, un tessere, giorno per giorno, momento per momento, occasione per occasione, le maglie diplomatiche per l’unificazione dell’Italia sotto la fulgida guida del Re di Sardegna, Vittorio Emanuele II di Savoia (1820-1878).
Le occasioni ed i momenti fondamentali furono, senza dubbio: la guerra di Crimea  (ottobre 1853-gennaio 1856) e quindi l’appoggio piemontese alla Francia ed al Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord contro la Russia; il conseguente congresso (25 febbraio/16 aprile 1856) e trattato (30 marzo 1856) di Parigi, che sanzionò la sconfitta russa nella detta guerra, ed ove il Conte di Cavour pose abilmente all’attenzione delle potenze europee la questione italiana, ed, infine, gli accordi di Plombières (les-Bains), conclusi il 20 luglio 1858 con l’imperatore dei francesi Napoleone III (1808-1873), i quali prevedevano l’aiuto della Francia al Piemonte per muovere guerra all’Austria, con la cessione, però, di Nizza e della Savoia alla Francia medesima.
Ed eccoci a quel 17 marzo 1861, come si diceva all’inizio, nella nobile e suggestiva cornice dell’aula del Parlamento Subalpino di Palazzo Carignano di Torino, in cui fu proclamato il Regno d’Italia.­
La rivoluzione aveva dato forza alla diplomazia, ma, senza quest’ultima, la rivoluzione non avrebbe nulla concluso. Però codesto spirito rivoluzionario, imbaldanzito dalla fortuna, era divenuto l’anima di una partito detto “di azione” che, insofferente di indugi, pretendeva di imporsi allo Stato e di trascinarlo alle più arrischiate avventure.
L’Italia era unificata, ma senza la capitale a Roma l’opera non poteva, non doveva essere completa. Infatti il 25 marzo 1861, il deputato di Bologna Rodolfo Audinot (1814-1874) tenne alla Camera un vibrante discorso sulla questione romana, che dette lo spunto al Cavour per le sue celebri dichiarazioni e per l’emanazione dell’ordine del giorno con il quale Roma era proclamata capitale d’Italia (“non ci sarebbe stata l’Italia unita se Roma non fosse stata la Capitale”).
Purtroppo l’improvvisa morte (6 giugno 1861) interruppe la singolare opera del Conte di Cavour.
Sin dalla prima giovinezza, come abbiamo visto, il Cavour aveva avuto l’ambizione di essere un grande ministro di un paese costituzionale all’inglese. La fede nella libertà, patrimonio delle aristocrazie, e la persuasione ch’essa potesse poggiare soltanto sugli ordini rappresentativi, sono le sue caratteristiche e costituiscono l’unità mirabile della sua vita.
Nel 1861, il Cavour avrebbe potuto ripetere ciò che nel 1852 aveva detto alla Camera:
“Dovessi rinunziare a tutti i miei amici d’infanzia, dovessi vedere i miei conoscenti più intimi trasformarsi in nemici accaniti, non fallirei al dover mio, non abbandonerei mai i principi di libertà ai quali ho votato me medesimo, del cui sviluppo ho fatto il mio compito ed a cui per tutta la vita sono stato fedele”.
Piemontese anzitutto, mirò a realizzare, memore dell’esperienza del 1848, quel regno sabaudo dell’Alta Italia che era stato l’ambizione ed il tormento del Re Carlo Alberto. Ma quando Cavour si accorse che si poteva ottenere di più, non esitò a farsi italiano ed a mettersi risolutamente alla testa del movimento unitario e monarchico.
Il Cavour ebbe quella visone esatta della realtà, anzi di tutte le realtà, sino agli estremi limiti del possibile; e tutto il possibile volle conseguire sfruttando le circostanze con sommo ingegno, con ferrea tenacia, con calda passione di artista della politica.
Qui sta la sua grandezza e la sua originalità.
Soprattutto fu un grande diplomatico, ma le risorse della vecchia diplomazia in lui si unirono con l’impeto del rivoluzionario e l’audacia del giocatore d’azzardo.
Nessuno puo’ dire che cosa avrebbe fatto per compiere l’unità politica della Nazione, al fine di risolvere i problemi ideali che il Risorgimento implicava, per dare il soffio di una vita sua originale al rinnovato popolo d’Italia. Il Conte di Cavour, come l’ammiraglio Horatio Nelson (1758-1805), morì nella gloria di un trionfo che pochi anni prima era pura follia sperare.

§ 3. Conclusioni –
Ho cercato, e spero, cari Amici, di averVi dato un sintetico quadro degli svariati aspetti che portarono la nostra Penisola a divenire unita sotto un Regno.
Dopo l’Illuminismo, dopo la Rivoluzione Francese, dopo l’impresa napoleonica, dopo gli ideali del Romanticismo, dopo le rivoluzioni europee del 1848, per conseguire la necessaria unità ci dovette riflettere, come abbiamo visto, il conte di Cavour. Presidente del Consiglio di quel piccolo stato dislocato tra le Alpi, che era il Regno di Sardegna.
Un Regno appunto! Quindi la grandezza e l’immortalità della Monarchia che ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà anche in codesto Terzo Millennio dell’Era Cristiana.
Ma questi ideali di unità erano, senza dubbio, insiti nel piccolo stato.
Infatti, attraverso i secoli, due principi cercarono essenzialmente di infonderli: uno fu il duca Emanuele Filiberto di Savoia (1528-1580), il quale per la sua ostinazione, fu chiamato dagli spagnoli “Cabeza de hierro” “Testa di ferro”, secondo fondatore dello Stato Sabaudo, il quale spinto dal motto “spoliatis arma supersunt”, riconquistò tutto quanto era stato perduto della sua terra e riformò l’ordinamento dello Stato su basi molto moderne, a cui potremmo quest’anno, CDXC della sua nascita,  dedicare un incontro; un l’altro è il re Vittorio Amedeo II di  Savoia (1666-1732), il quale fu il primo Re di Sardegna, dopo l’esserlo stato di Sicilia, e che dedicò gli ultimi dieci anni (1720-1730) del di lui regno ad un sostanziale, strutturale, radicale miglioramento dello stato, e ciò con una visione organica e coerente dei maggiori problemi.
Ma fu, nella cultura che, pur adottando misure restrittive della libertà di stampa e di pensiero, Vittorio Amedeo II non esitò a combattere il monopolio ecclesiastico nell’insegnamento, promovendo l’apertura di scuole laiche e restringendo i privilegi di quelle religiose.
E’ certamente un accenno di cultura liberale che ebbe il suo sviluppo nel ben noto “Secolo dei Lumi” e nell’Enciclopedia (1751).
Sotto il regno vittorino, si riorganizzò, ma su nuove basi, con l’aiuto di due giuristi siciliani [Niccolò Pensabene (1660-1730), nominato conservatore, e Francesco d’Aguirre (1682-1773 ca.), nominato avvocato fiscale dell’Università] l’Università stessa di Torino inviandovi maestri insigni dall’Italia e dall’estero, riservando alle quattro facoltà l’esclusivo diritto di conferire lauree, e fondando un collegio delle province per gli studenti poco abbienti.
E ciò fu dovuto anche a Vittorio Amedeo il quale, dalla lontana Torino, si affacciò sulle tradizioni e sulla cultura siciliana.
Le sue idee, la sua “forma mentis”, comune ai personaggi sabaudi, risvegliarono animi e spiriti sopiti nella profonda tradizione della cultura meridionale.
A Vittorio Amedeo succedette Carlo Emanuele III. A lui Vittorio Amedeo III (1725-1796), eppoi Carlo Emanuele IV (1751-1819), Vittorio Emanuele I (1759-1824), Carlo Felice (1765-1831) e Carlo Alberto. Sovrani tutti non inclini, anzi contrari, a quella visione liberale del Regno, la quale, per ritrovarla, dovranno trascorrere oltre cento anni dalla morte di Vittorio Amedeo II, e che si personificò, come abbiamo visto, nell’ultimo Re di Sardegna e primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele II.
Al riguardo scrisse il grande storico Gioacchino Volpe (1876-1971):
 “[…] La Monarchia, quella Monarchia rappresentata da quel Casato di antica origine, che nel ‘700 rimase l’unico Casato in certo senso “nazionale” della Penisola, cominciò ad operare, anche senza proporselo, per l’unità, sin da quando, nel ‘600 e ‘700, essa, per difendere il suo Stato o per guadagnare qualche provincia o città della Lombardia, ebbe a fronteggiare stranieri e soltanto stranieri, Spagna o Austria o Francia, richiamando su di sé l’attenzione, la simpatia e qualche speranza di Italiani di ogni paese, stanchi di tanta sarabanda di conquistatori e predoni, e diventando il punto di convergenza loro. […]”.
Scrive ancora il Volpe:
 “[…] E il dualismo (Italia monarchica e sabauda e l’Italia di popolo) era poi destinato a scomparire, quasi risolvendosi in forza, nel crescente riconoscimento che la Monarchia era l’unità, era la continuità, era la forza necessaria in un paese che aveva, e per di più poco benevolo, il Papato. […]”.
Quindi la monarchia sabauda fu accettata pur di veder realizzata l’Unità d’Italia. E fu anche accettata  in quella Sicilia borbonica, attaccata alle sue tradizioni millenarie. Al riguardo è interessante leggere quel capolavoro di romanzo che è “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957).  Scrive l’Autore:
“[…] Don Fabrizio, lirico e critico nello stesso tempo, con occhio disincantato, fuori dagli avvenimenti, li vede mutare, li vede sfuggire dal di lui controllo e, suo malgrado, è del tutto incapace di adeguarvisi. “(…) è meglio il male certo che il bene non sperimentato (…)” scrive l’Autore, facendo suo, un proverbio millenario nel momento in cui il protagonista vota affermativamente per il plebiscito di annessione al Regno d’Italia, e ciò con stupore generale della gente di Donnafugata, restia a ratificare, sia per ragioni personali, sia che per fede religiosa, sia anche per aver ricevuto immensi favori dal passato regime. Ma anche perché questa gente effettuò un viaggio “ad limina Gattopardorum” in quanto stimava impossibile che un Principe di Salina, Pari del Regno delle Due Sicilie, potesse votare in favore di quella che la gente denominava Rivoluzione. […] ”.
Da ultimo ritengo esporVi un concetto letterario/politico, che ritengo fondamentale, per quanto ho cercato dirVi fin qui. E’ di Francesco de Sanctis (1817-1883), storico della letteratura italiana e ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo dell’Italia Unita presieduto da Camillo Benso Conte di Cavour (23 marzo 1861/12 giugno 1861) . Nella sua opera  “Storia della Letteratura Italiana”, che è, pertanto, anche storia dell’intera civiltà italiana dal Medio Evo agli inizi del secolo XIX, vi si trova esposta la sua interpretazione del Risorgimento come risultato della lotta delle due scuole, liberale e democratica. Esse combattendosi aspramente, furono gli elementi necessari di una dialettica feconda dalla quale scaturì l’azione concreta per l’Unità d’Italia.
Nel messaggio del 17 marzo 1961 (alla Consulta dei Senatori del Regno), il Re Umberto II (1904-1983) limpidamente scrisse:
“[…] L’epica impresa poté grado a grado raggiungere l’altissimo fine, perché il re Vittorio Emanuele II, con a fianco Camillo di Cavour, aveva assunto con mano ferma la direzione e la responsabilità del moto nazionale, coraggiosamente superando difficoltà di ogni genere.
Attorno ad essi sorsero da ogni parte d’Italia – magnifico prodigio – falangi di patrioti, sempre tutti presenti nei nostri grati cuori.
L’apostolato di Mazzini e l’eroismo di Garibaldi integrarono l’opera meravigliosa, risultato di forze confluenti e contrastanti, fuse dalla sintesi costruttiva della Monarchia nazionale. Discordie e rancori di partiti furono arsi dal sentimento religioso della Patria: così sorse il Regno d’Italia. […]”.
Ed ora, richiamando i versi del poeta Publio Virgilio Marone (70 a. C.- 19 a. C.) (Georg. III, 284) nella loro perenne e duratura validità: “fugit interea, fugit inreparabile tempus […]”, taccio e chiudo questa mia sommaria e forzatamente molto incompleta esposizione, ma mi sia permesso di chiudere con l’intenzione di rendere omaggio ad una simpatica, saggia ed autorevole Signora, oggi alquanto trascurata ed abbandonata; mi riferisco alla Storia, rappresentata, sin dai tempi antichi, dalla musa Clio. Poiché se è vero, come è vero, che la Storia è maestra della vita [esattamente “Historia est testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis”, come scrive Marco Tullio Cicerone (106 a. C.-43 a. C.) nel suo “de Oratore”], appare evidente che la stessa, come tanti saggi maestri, è oggi tenuta in scarsa considerazione e, comunque, ben poco, per non dire affatto, vengono apprezzati e messi in pratica i suoi insegnamenti.
 E questa mia esposizione è stata, senza dubbio, anche un doveroso omaggio alla memoria delle nostre Tradizioni, che ci ha dato illuminati esempi di vita, di civiltà, di libertà, di prosperità, una Patria unita, un’Europa libera.
Ed in questo spirito risorgimentale ritengo giusto ricordare a tutti Voi i versi con i quali il poeta “repubblicano” Giosuè Carducci (1835-1907), conclude la sua “Alla Croce di Savoia” [“Juvenilia, lib. VI”(1850-1860)]:
“[...] E tu, Croce di Savoia,
tu fra l’armi e su le mura
spargerai fuga e paura
in tra i barbari signor.
Noi, progenie non indegna
di magnanimi Maggiori,
noi con l’armi e con i cuori
ci aduniamo intorno a te.
Dio ti salvi, o cara insegna,
nostro amore e nostra gioia!
Bianca Croce di Savoia,
Dio ti salvi e salvi il Re!”
Gianluigi CHIASEROTTI