NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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venerdì 5 novembre 2021

E' scomparso il Professor Semerano


Lo Staff di Monarchici in Rete 
e del sito Dedicato a Re Umberto 
si uniscono al cordoglio per la scomparsa del Professor

Giovanni Semerano, 

già Segretario Generale dell'Unione Monarchica Italiana, membro della Consulta dei Senatori del Regno, 
presidente onorario dell'Unione Monarchica Italiana, collaboratore del Re e del suo ministro Falcone Lucifero.


giovedì 24 gennaio 2019

In memoriam di Marco Grandi


Abbiamo ricevuto, e volentieri pubblichiamo, il ricordo dell'Avvocato Marco Grandi, monarchico e professionista di chiara fama improvvisamente e tragicamente mancato, da parte del Presidente Giovanni Semerano.

Marco era persona allo stesso tempo interamente idealista e realisticamente concreta.
L'Avvocato Grandi, in piedi, con Re Umberto, il Conte Edgardo Sogno e l'on. Marchese Luigi Durand De la Penne, di spalle,
Medaglie d'Oro al Valor Militare

Non un sognatore, non un nostalgico ma un uomo del suo tempo che ha fatto politica, sul terreno della vita associativa e di partito, per contribuire al bene dell'Italia.
Tutta la sua esistenza, da ragazzo fino all'ultimo respiro di ieri, ha avuto una "Stella Polare": la Patria e il Re, uniti e indissolubili perché questo era e resta, appunto, il bene dell'Italia.
Era figlio di Mario, Aiutante di Campo dell'allora Principe Ereditario Umberto di Savoia, e nipote del Generale Domenico, che fu anche Ministro della Guerra nel 1914 e al quale, nella natia Corinaldo, ha dedicato importanti convegni storici e concorsi con premi per i giovani studenti delle scuole, cresciuti dalla romitiana repubblica nella ignoranza delle proprie radici civili e nazionali e nella faziosità di una narrazione distorta e disonesta per tentare di colmare quel vuoto, generato dai brogli del 2 giugno 1946 e dal "gesto rivoluzionario del successivo 12 giugno, che è e resterà incolmabile.
Lo disse Indro Montanelli nel febbraio 2001 al Re Simeone II di Bulgaria che lo visitava nella sua casa di Milano, in viale Piave, accompagnato proprio da Marco e dal nostro caro amico Camillo Zuccoli: "Al mio amico Ciampi - affermò Montanelli - dico sempre che se alla catena della nostra Storia togli l'anello di Casa Savoia tutta la catena cade".
Accanto ai tenerissimi affetti familiari, alla sposa Paola e al figlio Domenico oggi increduli e disperati, sempre presente, vivo e irriducibile vi era l'amore per la Patria declinato nella fedeltà e nella devozione - non astratta perché più che meritata - al nostro grande e indimenticabile Re Umberto, che di Marco e di Paola fu testimone di nozze.
Quel giorno felice, accanto al Re e agli sposi vi era anche un uomo al quale Marco, insieme al compianto Gian Nicola Amoretti, era legatissimo: Edgardo Sogno, l'eroe Medaglia d'oro della Guerra di Liberazione che, con il suo coraggio, ardimento, coerenza e fermezza, rappresentava un esempio e un simbolo altissimi di cosa significhi essere patrioti monarchici.
In questi Ideali e Valori, che non mutano e non tramontano, Marco ha percorso il suo cammino, spezzato prematuramente ieri, impegnandosi in tutte le battaglie condotte nella nostra Unione Monarchica, nella Consulta del Senato del Regno e, quando esisteva, nel PLI insieme ad alcuni amici scomparsi che vorrei qui ricordare tra i tanti valorosi parlamentari ed esponenti monarchici liberali: Augusto Premoli, Luigi Durand de la Penne, Roberto Cantalupo, Luigi Barzini jr., Benedetto Cottone, Umberto Bonaldi, Vittore Catella, Giuseppe Alpino, Emilio Pucci, Giuseppe Fassino,  Vittorio Badini Confalonieri, Giorgio Bergamasco, Umberto e Vittorio Emanuele Marzotto, Enzo Fedeli, Sam Quilleri, Alberto Giomo, Armando Frumento.
Poche ore prima della tragedia aveva parlato con il Principe Aimone, al quale lui come noi tutti siamo legati sia per rispetto delle volontà di Re Umberto e delle norme vigenti in Casa Savoia da 44 Capi Famiglia e 29 Generazioni, sia per quel principio di meritata fiducia e fedeltà che in Re Umberto ha avuto il suo paradigma.
Uniti ai suoi cari nel dolore e nel ricordo, lo salutiamo con affetto fraterno, con profonda gratitudine e con infinita tristezza.
Ciao, Marco.
Giovanni Semerano
Presidente onorario dell'Unione Monarchica Italiana
Membro della Consulta del Senato del Regno

lunedì 24 settembre 2018

Articolo del Presidente Semerano sulla Maschera funebre di San Pio


LA STORIA DELLA MASCHERA FUNEBRE DEL FRATE DEL GARGANO

di Giovanni Semerano
“Ho sempre creduto che i Santi non sarebbero mai morti!” Padre Pio, Santo lo fu già da subito, e il giovane Michele Miglionico incredulo, quasi immobile dal dolore, era impietrito davanti alla salma del Frate del Gargano.
Questa storia cominciò così, con la frase infantile di un giovane artista, che sempre, poi, resterà “legato” all'icona del Santo.Tatto cominciò all’alba del 24 settembre 1968, una mattina grigia e pesante, quando alle ore 3, insieme al professore Francesco Paolo Fiorentino, Michele Miglionico fu chiamato da Padre Pellegrino, dal guardiano Padre Carmelo di San Giovanni in Galdo e da Padre Giacomo (fotografo dell'evento delle stimmate scomparse), a recarsi presso il Santuario. L'intento era quello di far eseguire a Miglionico, già noto in paese per il suo talento e i suoi studi presso le accademie parigine, un calco funebre dal volto di Padre Pio. Ma data l'impossibilità dell’operazione, il professore Fiorentino disse che la cosa più semplice era quella di fare un disegno della salma. Essere davanti al corpo senza vita di Padre Pio, però non era come fare un ritratto qualsiasi, e l'emozione aveva preso tutti i protagonisti. Al professore Fiorentino, d'improvviso cadde la matita in terra e disse che non poteva, dalla commozione disegnare e pregò Miglionico di fare lui il disegno.
Dopo tanti anni a Taranto nel 1974, la Galleria l'Incontro organizzò una personale di Michele Miglionico, che per l'occasione, oltre ai lavori olio su tela, espose una ricca cartella di disegni a matita, ritratti, fiori, piazze e strade di Parigi e altro, e infilato tra i vari fogli, la Maschera Funebre di Padre Pio. Era un pomeriggio assolato di luglio, quando una distinta signora entrò in galleria. Molto attentamente pose il suo sguardo sui quadri esposti, ma la sua attenzione fu rivolta ai disegni. Tra questi scelse quello della Maschera Funebre e volgendosi verso Miglionico chiese quanto costasse.
Miglionico fu sorpreso che la signora potesse essere proprio interessata a quel ritratto e non volendosene liberare, chiese una cifra che, per come erano allora quotate e sue opere, era oltre modo inverosimile. Ma la signora, senza battere ciglio firmò un assegno.
Quella signora era la contessa Concetta Lanfranchi, dirigente nazionale del Movimento Femminile dell' U.M.I.. La contessa, acquistava l'opera, per farne omaggio a Sua Maestà Umberto II, in esilio in Portogallo, devoto come tutta Casa Savoia, di Padre Pio.

domenica 23 settembre 2018

La Maschera funebre di Padre Pio, racconto

Antonio Del Vecchio Cultura 22 Settembre 2018



[...] 

Ad un certo momento entrò in sala, una signora dall’abbigliamento e comportamento assai distinto, che dopo aver sostato presso ogni singolo quadro, come se ne volesse saggiare con il suo sguardo da esperta non solo l’insieme, ma anche il più trascurabile particolare. Al termine del suo veloce girovagare, anche lei fu attirata  dalla cartella dei disegni. Li scartabellò e fu attratta subito dalla “Maschera”, quadro che l’artista amava far vedere, ma mai vendere, perché in  esso   era racchiusa tutta la sua anima e sentimento di quegli attimi vissuti a stretto contatto con l’essenza terrena del Santo, quello che lo aveva attratto a sé come un inimitabile, difficile da gestire e da riprodurre. 
La donna gli chiese quando costasse il disegno e Michele, stupito per la richiesta che non si aspettava, quasi per liberarsene, le rispose, sparando una cifra esorbitante rispetto a quella del “Bolaffi”, il catalogo che ‘misurava’ le opere e gli artisti italiani e stranieri di grido del momento. La misteriosa interlocutrice, prese subito il libretto degli assegni e firmò subito quanto richiesto. A che l’autore fu costretto a cedere, per non fare una brutta figura. Seppe dopo che quella signora non era nientìaltro che la contessa Concetta Lanfranchi, la presidentessa del settore femminile dell’Unione Monarchica Italiana, braccio visibile nello Stivale, della Casa Reale dei Savoia e del cosiddetto ‘Re di maggio’,  Umberto II. Tanto per il breve regno sopportato, prima di essere esiliato a Cascais in Portogallo. Al disegno, quest’ultimo, come per il resto l’intera famiglia, ci teneva assai, in quanto era legata a doppio filo con la devozione verso la religione cattolica e in particolare verso i suoi personaggi più prestigiosi, quale era appunto, Padre Pio. E questo possedendo tra i suoi avi  dei personaggi canonizzati di un certo rilievo. Prima di morire, Umberto II  affiderà  la custodia del disegno al deputato. Filippo Benedettini, Presidente dell’UMI, che lo metterà in mostra presso l’ufficio della presidenza dell’associazione a Roma. Saranno, poi, i suoi successori a restituire l’opera d’arte a Casa Sollievo. E questo dopo una intensa corrispondenza epistolare tenuta dall’arcivescovo Domenico D’Ambrosio con il segretario generale dell’Umi, Giovanni Semerano, prima, e dal suo successore Michele Castoro (vedi foto con l’artista Miglionico), di recente scomparso. Ora il disegno, ben sistemato in un quadro è esposto alla venerazione dei visitatori nell’apposito Museo, allestito presso la Cappella grande della predetta struttura ospedaliera. “Tanto per rendere onore e lustro – ci dice visibilmente commosso Miglionico - ad uno dei più grandi interpreti ed intercessori dei nostri tempi, qual è appunto Padre Pio da Pietrelcina, di cui il mio  maggiore cruccio di non essere riuscito, nonostante i miei innumerevoli tentativi, di tradurlo in calco. Pace e bene!”.    

L'intero articolo:


martedì 1 maggio 2018

Giovannino Guareschi, 110 anni dalla nascita


di Emilio Del Bel Belluz

Il 1 maggio 2018 si ricordano i centodieci anni dalla nascita dello scrittore Giovannino Guareschi, uno dei più grandi scrittori che l’Italia abbia mai avuto. Più passano gli anni e più ci si accorge che ci manca. Tante volte nell’asprezza della vita mi sono avvicinato a lui e leggendo le sue pagine, mi sono sinceramente convinto che la vita per quanto difficile valga la pena di viverla, magari apprezzando le cose più semplici.
Quando penso a lui, lo vedo come l’amorevole padre dei suoi amati figli, che non hanno mai dimenticato la figura di questo genitore. Purtroppo, la figlia Carlotta ha raggiunto suo padre. Non posso non pensare a loro due, che nel cielo parlano tra loro e con il nostro Padre Celeste.
 Allo stesso tempo, credo che Dio gli abbia riservato un posto speciale che, di solito, viene dato a quelli che hanno saputo creare bellezza e gioia.
Non si può dimenticare Guareschi, perché fa parte di quegli uomini buoni come il pane. Proprio per questo, a Motta di Livenza, ho commissionato a un panificio di fare un pane gigantesco, di dieci chili, per ricordare i centodieci anni del buon Guareschi. Questo pane verrà offerto a coloro che vorranno onorare la memoria dello scrittore. Mi sembrava il modo migliore per rappresentarlo.
Nella mia vita non ho avuto la fortuna di conoscerlo, perché nel 1968, alla sua morte, avevo solo nove anni. Scoprii la sua opera all’oratorio dove proiettavano i film, tratti dai suoi romanzi che parlavano delle vicende di Don Camillo e del suo avversario politico e di fede ,Peppone. L’ho sempre amato leggendo i suoi libri, raccogliendo le sue edizioni, e leggendo tutto quello che trovavo scritto su di lui. Il mio paese è attraversato dal fiume Livenza, e molte volte ho immaginato d’essere assieme a Guareschi che mi parlava del suo amato Po, della vita dei pescatori, della bellezza che offrono i fiumi.
Tante volte osservando il fiume mi venivano alla mente le pagine che ha scritto, il paese, Brescello, che ha ispirato le pagine più belle. Credo che il sogno di ogni persona sia quello di avere un caro amico come lui, capace di risolvere i problemi della vita, affidandosi con fiducia all’amore che Dio riserva per i propri figli.
Anche mio padre lo amava, perché come lui provò cosa fosse la prigionia, ma non ebbe la fortuna di esser nel suo stesso campo di concentramento. Anche nella sofferenza della guerra gli avrebbe insegnato ad avere fiducia nella Provvidenza. Nella mia vita ho avuto la fortuna di conoscere alcuni ufficiali che erano stati nel suo stesso campo di concentramento e che mi parlavano di Giovannino come di un caro amico, consolatore. Eppure la sua vita non è stata facile, gli avversari gli hanno dato del filo da torcere, ma in tutte le avversità primeggiava quel nobile signore che era.
Tante volte ho pensato a Re Umberto II, che aveva amato questo scrittore e lo aveva consolato nei duri momenti del suo esilio in Portogallo durato più di trentasette anni. Le pagine di Guareschi erano amate dal sovrano e Guareschi amava il suo Re. In Portogallo, la gente del posto lo amava e lo rispettava sapendo la sofferenza di un uomo lontano da quel Paese che aveva nel cuore, e Guareschi conosceva la sofferenza di chi deve pagare una colpa senza averla commessa.
Il Sovrano nelle pagine guareschiane ha trovato il sorriso, la pace. Guareschi è presente nei suoi libri, nelle persone che lo leggono con affetto, è presente al piccolo paese dove è nato, è presente nel Don Camillo che parlava con il crocefisso crocifisso, quel Cristo che lo amava. A Motta di Livenza, sono in tanti che lo ricordano. Alcuni anni fa venne allestita una mostra dedicata a lui che richiamò molte persone. Il suo mito continua, e per questo il pane di dieci chili verrà fatto per ricordare la bontà di Guareschi, in questi tempi difficili, dove sembra prevalere l’indifferenza e la cattiveria verso gli altri.

sabato 7 ottobre 2017

Gli universitari monarchici per l'unità politica nel 1954

Nella corposa rivista "Monarchia" del 1954, diretta da Giovanni Semerano, abbiamo trovato la mozione di sinistra al Congresso Nazionale del PNM con riflessioni e proposte, che abbiamo riportato come documento storico e come spunto di approfondimento su un Partito che ci rappresentava e sapeva esprimere tanto.
In coda alla rivista abbiamo trovato brani di un'intervista al Sovrano in Esilio, di Mario Viana, "Casa Savoia e la classe operaia", che già sono stati pubblicati sul sito fratello e principe www.reumberto.it .

Ancora abbiamo trovato questa riflessione su una delle scissioni che hanno interessato la comunità monarchica, sicuramente la più grave, fino ad annichilirla, scissione di cui si è abbondantemente parlato nel libro "Il Partito Nazionale Monarchico", anch'esso già pubblicato, questa volta sul nostro blog.

C'è questo trafiletto sull'unità operativa che seppero trovare gli studenti monarchici nelle elezioni per la rappresentanza studentesca nelle università con una "Associazione goliardica Nazionale "Stella d'Italia" che seppe riunire i monarchici nazionali e popolari in un'unica lista.
Buon esempio che venne recepito tardivamente e di cui c'è ancora bisogno ove si constati che siti monarchici non sono capaci di scambiarsi link per permettere di incrementare le visite e quindi la diffusione della conoscenza delle idee e della storia dei monarchici italiani, attenti non solo alla vituperata questione dinastica ma anche a quanto siano più realisti e più ammantati di gloriosi mantelli e luccicanti decorazioni.
Di questa incapacità abbiamo preso dolorosamente atto in 15 anni di presenza sul web.

Non abbiamo nessun riferimento grafico della "l’Associazione Goliardica nazionale «Stella d’Italia»" e per questo proponiamo ai lettori l'immagine della decorazione dell'Ordine Coloniale Stella d'Italia, Ordine Cavalleresco del Regno d'Italia per i benemeriti delle Colonie italiane, che era molto bella, pensando che forse vi somigliava.
Se tra i nostri lettori vi fosse qualcuno in possesso di fonti relative a questa associazione speriamo voglia condividerle. 






Tra Lauro e Covelli i giovani hanno scelto l’unione


di Roberto Gaetani

Un fatto nuovo in questi giorni è accaduto nell’ambiente monarchico, ed anche se non ha sollevato scalpore, pertuttavia è degno di essere notato.
Dal 9 al 13 dicembre si terranno all’Università di Roma le elezioni per l’assemblea CMT Organismo Rappresentativo Universitario Romano, e di fronte ai cattolici di «Intesa», ai missini di « Caravella », ai comunisti di «Rinascita» ed all’U.G.R., maschera indipendente dei residuati comunisteggianti dei partitini cosiddetti «democrazia laica», spesso con i comunisti in aperta collusione, si presenterà come negli anni passati l’Associazione Goliardica nazionale «Stella d’Italia».
Autonoma nella sua struttura e nella sua azione, codesta associazione è composta in maggioranza da elementi iscritti al Partito Nazionale Monarchico, i quali ne compongono anche il direttivo. Dopo l’ormai troppo tristemente famosa scissione del 2 giugno 1954, alcuni giovani monarchici romani passarono al partito che da essa prese vita, e lutto lasciava supporre che anche all’ Università essi avrebbero presentato liste proprie; ma dopo una serie di incontri fra elementi del P.N.M. e del P.M.P., l’accordo è stato raggiunto per cui, prescindendo nella maniera più assoluta dalle polemiche di
parte, i giovani monarchici di tutte le tendenze, si presenteranno con la « Stella d’Italia », nell’interesse dell’ideale che ovunque deve animare l’azione di monarchici veri.
Meditino i dirigenti dei partiti su questo avvenimento che dimostra in modo inequivocabile come, ove vi sia buona volontà si deve raggiungere. Credano pure costoro da ambedue le parti, l’accordo si può e che quando, come in campo giovanile, non vi sono in giuoco interessi o personalismi, non è difficile trovare il denominatore che tutti accomuna coloro che si battono per raggiungimento di un fine unico.
La « Stella d’Italia », diretta da nazionalmonarchici ha potuto accogliere nelle


sue file i monarchici popolari, senza per questo che gli imi si siano sentiti offesi o gli altri diminuiti nella loro dignità; possa questa essere la prima pietra di un nuovo edificio che tutti coloro i quali, oltre all’idea monarchica, molti altri fattori hanno tenuti uniti per 10 anni, debbono insieme ricostruire più alto e più saldo di prima.

mercoledì 6 settembre 2017

Monarchia sociale e Comunità nazionale

POLITICA DEL COMMERCIO CON L’ESTERO
4) Sulla dilatazione del mercato di consumo della produzione nazionale, ed in particolare sulla indispensabile revisione dell’attuale politica del commercio con l’Estero. Il complesso di provvedimenti e di riforme indicati da questa mozione tendono — oltre che a fini proprii di giustizia sociale, di soldarietà nazionale e di equilibrio politico — a dilatare sempre più, quali a rapido effetto e quali a lunga portata, il potere di acquisto del mercato interno onde trovare maggiore possibilità di sbocco alla produzione nazionale. Anche a questo fine — che interessa precipuamente l’equilibrio economico nazionale, giacché una economia che sia ridotta a produrre per il magazzino oltre le normali aliquote è una economia alla vigilia del fallimento quale che sia l’aumento dei suoi indici di produzione — sono urgenti e rispondenti ad improcrastinabili necessità dell’equilibrio economico nazionale così i provvedimenti su una nuova strutturazione del sistema fiscale, e specialmente la abolizione delle Imposte di Consumo che più incidono sui consumi delle classi medie e popolari e la riduzione delle altre fra esse, quelli per una riforma del regime del credito suggeriti nella prima parte di questa mozione, come oggi atto o provvedimento che tenda ad accrescere i redditi delle classi medie e popolari. Giacché questi, per le necessità della vita, più rapidamente che non i redditi delle classi ad alta ricchezza ritornano sul circolo delle scambio monetario e stimolano le vendite ed i consumi con immediato sollievo delle categorie produttrici e commerciali. 
Ma qualsiasi esaltazione dei consumi sul mercato interno sarà insufficiente ad assicurare un confacente sviluppo ad una attività produttiva la quale non solo è in aumento, ma deve essere per ogni altra possibile via stimolata a sempre più accrescersi per incrementare il mercato del lavoro. A questo fine occorre assicurare alla produzione italiana assai più vasti sbocchi che non gli attuali sui mercati esteri, scopo che non sembra raggiungibile senza una revisione radicale dei criteri della politica del commercio estero.

Questa deve ispirarsi, oltre a tutti gli altri che ne conseguono, a due criteri fondamentali: a) equilibrare con i provvedimenti analoghi degli Stati stranieri i provvedimenti di «liberalizzazione» cosicché questa teoricamente auspicabile — non avvenga se non a condizioni di garantita reciprocità e con piena garanzia degli interessi della produzione nazionale nei confronti della concorrenza straniera; b) condurre una politica del commercio estero capace soprattutto di dirigere le nostre esportazioni non su mercati scelti in base a criterii politici, ed economicamente concorrenti o inaccoglienti, ma su quei mercati che, oltre ad essere tradizionali all’attività mercantile italiana e ad offrire larghe possibilità di intercambio, sono naturalmente ed economicamente complementari al mercato italiano. Sono questi i mercati dell’Est, sia esso europeo, mediterraneo o asiatico. 
A potenziare il nostro intercambio con questi mercati e ad assicurare in essi all’attività commerciale italiana quelle solide posizioni che già essa vi conobbe, deve esser rivolta la nostra maggior cura, superando quei pregiudizii, quelle eventuali inibizioni e quegli ostacoli che potessero venire, per alcuni di essi, da motivi strategici ed ideologici. 
Tale politica del commercio estero deve essere sostenuta da una adeguata politica estera la quale, senza infrangere la solidarietà occidentale, deve preoccuparsi in ogni questione e di fronte a qualsiasi alleato della sovranità ed indipendenza del giudizio italiano, degli interessi nazionali in ogni caso preminenti su quelli comuni, e riconquistare quella autonomia di politica estera che possa consentire anche all’Italia, come da qualche mese consente alla Francia, di lavorare, nell’interesse comune, alla distensione europea e alla pace mondiale. La decisa ripresa delle nostre relazioni commerciali ad Est, suffragata dai necessari atti politici (come il riconoscimento della Repubblica Cinese e lo stabilimento tra Roma e Pekino di reciproche normali relazioni diplomatiche) appare essenziale a questi fini generali, oltrecchè urgente ai fini preminenti dell’interesse economico e politico italiano.


PASQUALE PENNISI (Roma), Delegato di base.
ALDO SALERNO (Roma), Vice Segretario Generale del PNM.
STEFANO CAVALIERE (Foggia), Deputato al Parlamento.
ALBERICO LENZA (Salemo), Deputato al Parlamento.
IPPOLITO CARINI (Rovigo), Consigliere Nazionale del PNM. - Ispettore Regionale per il Veneto.
FRANCO MAGGI (Pescara), Consigliere Nazionale del PNM.
CONCETTA LANFRANCHI (Taranto), Ispettrice Nazionale del M.F. del PNM.
ENRICO AIELLO (Potenza), Ispettore Regionale per la Lucania.

GIOVANNI SEMERANO, Direttore della rivista « La Monarchia ».

sabato 19 novembre 2016

Dai giardini del Quirinale a Lungotevere Arnaldo da Brescia

di Giovanni Semerano, terza parte

Nel corso degli anni successivi restai sempre vicino al Ministro e, in particolare, durante alcuni eventi che si susseguirono nella vita del movimento monarchico. Alla scissione che, nel giugno 1954, portò il Comandante Lauro a uscire dal PNM per costituire il Partito Monarchico Popolare - Corona e Leoni – (che, alle elezioni comunali di Napoli del 1956, trionfò ottenendo da solo la maggioranza assoluta dei voti e dei seggi) si cercò invano di evitare il danno, ma non fu possibile.

Il Ministro mi chiese di fare anch’io un tentativo per ricomporre il dissidio tra Lauro e Covelli e decidemmo di provare attraverso un “Comitato di Riunificazione Monarchica” con l’intervento dell’On. Enzo Selvaggi, il grande animatore della campagna per la Monarchia nel 1946 e Direttore del quotidiano “Italia Nuova” (tragicamente scomparso in un incidente stradale nel 1957 – quando era Deputato in carica – al rientro da una manifestazione monarchica a Latina). Anche questa iniziativa, purtroppo, non ebbe successo.
Il Ministro Lucifero, pur rappresentando il Re con assoluta imparzialità, non nascose mai i suoi personali convincimenti di socialista riformista, direi laburista, maturati all’Università di Torino fin dal 1919/’20.

Lo dimostrò quando propose al Re - con un preciso riferimento storico agli enormi sforzi compiuti dal Re Vittorio Emanuele III negli anni ’10 e inizio anni ’20 per allargare la base di governo ai socialisti - di mostrare comprensione per il centro-sinistra che si andava formando, e di includere delle espressioni augurali per il nuovo Governo nel messaggio agli italiani del Capodanno 1964. Il fatto mandò in bestia Alfredo Covelli che scrisse a Re Umberto un’aspra lettera di contrarietà verso il suo Ministro.

Anni prima un altro momento che avevo seguito da vicino fu quando una delegazione di parlamentari, guidata da Covelli, si era recata dal Re durante la campagna per le elezioni regionali sarde del 1949, che ho già rievocato, per chiederne l’appoggio. Successe il finimondo e il Ministro non perdonò per molti anni a Covelli di aver preso quella iniziativa senza prima consultarlo.

Quando la corrente antifascista nel PNM, della quale facevo parte con il settimanale “Azione Monarchica”, che dirigevo assieme ad Aldo Salerno, espresse il suo dissenso all’“apparentamento” del Partito con i missini nelle elezioni amministrative del 1952, il Ministro mi espresse la sua approvazione. Uguale approvazione ebbi quando accettai, negli anni ’60, l’invito dell’On. Giovanni Malagodi di aderire al Partito Liberale.

Un particolare e commosso pensiero devo dedicare ai giorni drammatici in cui l’Italia fu colpita da terremoti, alluvioni e altre tremende calamità - dal Polesine al Vajont, da Firenze alla Sicilia, da Ancona a Tuscania al Friuli fino all’Irpinia, devastata nel 1980. In quelle tragiche situazioni il telefono squillava da Cascais e immediatamente Falcone Lucifero, prima con me e Nicola Torcia e poi con Camillo Zuccoli, partiva per le zone disastrate a portare il conforto e la solidarietà del Re, costretto all’esilio, distribuendo ai più bisognosi aiuti in medicinali, viveri, attrezzature di pronto soccorso, un poco di denaro (si consideri che al Re la repubblica aveva sequestrato tutto, ogni bene privato. Ciononostante, prima di morire il Re volle lasciare allo Stato due casse di monete antiche stimate dagli esperti, al momento della consegna nel 1983, del valore di 20 miliardi di lire: si legga la testimonianza resa pubblica dal Marchese Fausto Solaro del Borgo, scomparso nel 2015, esecutore della consegna in accordo con l’allora Presidente del Consiglio Amintore Fanfani). E anche tante caramelle e dolciumi che il Ministro, circondato dai bambini, distribuiva a piene mani!

Dopo la morte di Re Umberto, nel 1983, i miei rapporti con il Ministro tornarono nuovamente quotidiani ed egli mi chiese di assisterlo nel riordino di tutte le carte del suo archivio politico. Un lavoro che si protrasse per mesi, coadiuvato dal fraterno amico Camillo Zuccoli che, da quindici anni, godeva dell’affetto e della stima del Ministro. Fummo insieme, giorno e notte, nel suo ufficio, in Lungotevere Arnaldo da Brescia n.14 (dove oggi, sulla facciata, vi è una bella lapide fatta apporre dal Marchese Alfredo Lucifero, devoto nipote del Ministro), ad aiutarlo a sistemare corrispondenza, documenti, articoli e tanto altro materiale e, su ogni carta, il Ministro ci dava notizie, spiegazioni, aneddoti, retroscena… una esperienza meravigliosa e indimenticabile!

Durante i momenti di pausa andavamo in cucina e il Ministro - coadiuvato da Camillo che, per la sua abilità coi fornelli, suscitava l’ammirazione del nostro “Capo” - cucinava le uova al tegamino e ci offriva i prodotti della sua amata Calabria, a volte fino a notte inoltrata!
Fu così, tra l’altro, che “riemerse” dall’oblio la prima angosciata lettera del Re dall’esilio, scritta il 17 giugno 1946 da Cintra: la leggemmo con grande emozione e, per il Ministro, fu l’occasione di ripercorrere con noi quelle ore e quei giorni dolorosi e drammatici.
Si giunse, infine, nel 1984 alla convocazione del X Congresso Nazionale dell’UMI che doveva sancire, sulla base delle Regie Patenti e delle due note lettere del Re scritte nel 1962, il riconoscimento del Principe Amedeo di Savoia Aosta alla successione ereditaria del Re. Il Ministro prese in mano la situazione, che si presentava assai difficile per le diversità di opinioni tra i monarchici e insieme, dal suo ufficio, organizzammo il Congresso dopo il ritiro del Segretario Sergio Boschiero e le dimissioni del Presidente Rinaldo Taddei.

Il Congresso ebbe un grande successo tra i media: tutti i giornali e le televisioni seguirono i lavori dell’assemblea che, d’accordo con le indicazioni del Ministro, elesse Presidente Nazionale l’On. Giuseppe Costamagna (già Deputato della D.C. per tre Legislature e da sempre iscritto all’U.M.I.) e Segretario Generale il sottoscritto. Il X Congresso si concluse al Pantheon dove la delegazione dei nuovi eletti Consiglieri nazionali, guidata dal Ministro Falcone Lucifero, rese omaggio alle tombe dei Re d’Italia Vittorio Emanuele II e Umberto I e della Regina Margherita, auspicando di avere qui sepolti anche i Re Vittorio Emanuele III e Umberto II e la Regina Elena (la Regina Maria José è scomparsa nel 2001).

Della delegazione con il Ministro ricordo che, assieme a me e a Camillo Zuccoli, facevano parte il Presidente Giuseppe Costamagna, l’On. Giuseppe Barberi, l’On. Stefano Cavaliere, il Sen. Umberto Bonaldi, l’On. Renzo de Vidovich, il Sen. Michele Pazienza, il Sen. Augusto Premoli, i Cavalieri della SS. Annunziata Amb. Renato Bova Scoppa, Amb. Pellegrino Ghigi, Prof. Giuseppe Ugo Papi e Prof. Ettore Paratore, il Cav. del Lav. Giovanni di Giura, il Gen. di Sq.A. M.d’O. al V.M. Giulio Cesare Graziani, il Gen. Piero Santoro d’Amico, il Gen. Enrico Basignani, il Col. Francesco Scoppola, la giornalista Flora Antonioni, il giornalista Federico Orlando, il Prof. Marino Bon Valsassina, il Prof. Vinigi Grottanelli de’ Santis, il Prof. Mario Attilio Levi, il Comandante Antonio Cordero di Montezemolo, il Conte Carlo Pianzola, il Conte Nello Nigra, l’Ammiraglio Antonio Cocco, il giornalista Franz Ferretti di Castelferretto, i Presidenti dell’U.M.I. della Lombardia, Tino Bruschi, della Toscana, Ildebrando Coccia Urbani, e del Friuli Venezia Giulia, Giuseppe Cabassi, i napoletani Duchi Ruggero e Giovanna Messanelli dé Normanni, il Prof. Marco Grandi e gli Avvocati Manlio Lo Cascio e Gian Nicola Amoretti in rappresentanza del Principe Amedeo.

La mia Segreteria durò venti anni, con la preziosa collaborazione di Camillo Zuccoli, di tanti altri amici e del Fronte Monarchico Giovanile di cui era divenuto Segretario Ettore Laugeni; senza dimenticare il Movimento Femminile diretto con passione dalla Baronessa Wanda Campanino e dalla Duchessa Giovanna Messanelli dé Normanni.
Mentre ero Segretario dell’Unione Monarchica Italiana la mia “storia personale”, vicino al Ministro Falcone Lucifero, si concluse con la sua scomparsa, il 2 maggio 1997. Il 3 gennaio 1998 avrebbe compiuto 100 anni.

Giovanni Semerano

martedì 25 ottobre 2016

Dai giardini del Quirinale a Lungotevere Arnaldo da Brescia

Giovanni Semerano il 15 Settembre 1984 al Pantheon
dopo l'elezione a segretario generale dell'UMI
di Giovanni Semerano, seconda parte

Tutte le domeniche di maggio del 1946 Umberto II, da poco Re d’Italia, riceveva nei giardini del Quirinale una moltitudine di famiglie, reduci di guerra, mutilati, orfani, persone di ogni idea e convinzione, e io mi trovavo nel servizio d’ordine di cui facevano parte giovani scelti dal Fronte Monarchico Giovanile di cui era Segretario Generale Mario Lucio Savarese.
In una di quelle domeniche la Contessa Vittorina Paoletti, dirigente nazionale dell’Unione Monarchica Italiana (fondata nel 1944), che collaborava nella segreteria del Ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, e sovrintendeva all’evento, mi disse che il Ministro voleva conoscermi.

Ci recammo nell’ufficio del Ministro che ci venne incontro col suo accogliente sorriso, baciò la mano della Contessa, strinse la mia e ci sedemmo davanti alla scrivania dove, sul lato destro, era posta una macchina da scrivere Olivetti (in seguito mi resi conto che il Ministro era solito scrivere personalmente lettere, articoli e dichiarazioni, e lo constatai, nei decenni successivi, quando quella stessa macchina da scrivere era al medesimo posto negli uffici di via Crescenzio e poi di Lungotevere Arnaldo da Brescia.
Il Ministro si ostinava a battere instancabilmente i tasti della sua macchina ma, qualche volta, mi diceva: “Semerano, continua tu.”).

L’incontro durò a lungo: il Ministro volle sapere tutto di me. Si congratulò per la mia posizione di studente in giurisprudenza ma la sua sorpresa più grande fu quando scoprì che mio nonno Giovanni Semerano, Prefetto di Bari, era stato, nel 1944, il suo successore in quella Regia Prefettura. Allora la conversazione divenne quasi familiare e il Ministro si lasciò andare ai ricordi di quando conobbe mio nonno.

Da quel colloquio dovevano passare diversi mesi prima di rivedere il Ministro. L’esito, infausto per l’Italia, del Referendum istituzionale - alterato dai brogli, nelle schede e nei verbali, e stravolto dal “gesto rivoluzionario” compiuto dal Governo l’11 giugno notte “…in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della Magistratura…” (dal messaggio del Re Umberto II agli italiani all’atto della partenza, il 13 giugno) – indusse il Re a lasciare l’Italia e cambiò il destino della nostra Patria. Devo ricordare che nessuno aveva mai parlato di esilio e nessuno poteva immaginare che esso sarebbe stato inserito nella Costituzione come pena perpetua approvata, nel dicembre 1947, con il voto favorevole del solo 38% dei membri dell’Assemblea Costituente! Una infamia indelebile nella storia d’Italia.

Ed ecco che un giorno mi telefonò la Contessa Paoletti per dirmi che il Ministro, ricordandomi al Quirinale, voleva vedermi. Mi recai un pomeriggio nella casa di Via Crescenzio n.25 dove abitava e aveva trasferito la sua segreteria di Ministro del Re. Gli chiesi se potevo essergli utile e mi disse subito se volevo riordinare il suo ufficio stampa. Sapeva che collaboravo al quotidiano romano “Il Tempo”, fondato e diretto da Renato Angiolillo (poi, per tanti anni, dal caro amico Gianni Letta), e della mia passione per tutto ciò che riguardasse la stampa.

Cominciò quel giorno la mia collaborazione con Falcone Lucifero che doveva durare per tutti gli anni dell’esilio di Umberto II, e anche dopo la morte del Re, quando egli volle che diventassi il Segretario Generale dell’Unione Monarchica Italiana.
A Via Crescenzio l’ufficio si presentava così: dall’ingresso si accedeva, attraverso un corridoio, a due stanze; la prima a destra era la segreteria; in fondo, da un salottino, si entrava nello studio del Ministro. Nella segreteria c’erano quattro scrivanie, la prima a sinistra era quella del Colonnello Mario Stampacchia, la seconda a destra quella della Contessa Paoletti, a fianco quella della signora Cristiana De Angelis e, infine, quella destinata a me. Il giovane Mario era l’usciere, fattorino e autista, anche se il Ministro la sua Millecento grigia, poi la 124 blu, la guidava lui stesso.

Il problema principale, rimasto insoluto negli anni, che si manifestò dopo la partenza del Re, era inerente alla unificazione dei vari movimenti monarchici in un solo organismo politico. Il Ministro fu sempre contrario all’idea del “partito” del Re e riteneva invece necessaria una formazione politica che raccogliesse tutti i monarchici, indipendentemente dalla loro appartenenza a partiti diversi. Si scelse dunque di potenziare, riorganizzandola, l’Unione Monarchica Italiana che già rispondeva a questa valida idea.

Ma l’UMI si presentava divisa: c’era quella di Via Sistina e c’era quella di Via dell’Umiltà. Il Ministro ritenne di dover sostenere quella più rappresentativa e diffusa sul territorio nazionale, che includeva tutti i movimenti monarchici che vi aderirono prima della campagna elettorale del Referendum istituzionale. Senza indugiare Lucifero incaricò Benedetto Siciliani, che era stato con lui, al Quirinale, addetto all’ufficio stampa e relazioni, di occuparsi della situazione organizzativa e rappresentativa dell’UMI. Il primo atto fu quello di trasferire l’UMI nella nuova sede in Via della Mercede e di indire il II Congresso Nazionale. A Via Sistina si trasferì la parte dell’UMI guidata dall’On. Luigi Filippo Benedettini. Cosi iniziò la vita del più importante movimento monarchico post- Referendum mentre, parallelamente, si preparava la formazione del Partito Nazionale Monarchico – Stella e Corona - dell’On. Alfredo Covelli e del Comandante Achille Lauro che lo definirono il Partito “per il Re”.
Cominciai dunque a riordinare il materiale relativo alla rassegna stampa del periodo dello sciagurato Referendum. Una mole imponente di articoli da sistemare in raccoglitori (che avevo acquistato a mie spese) e divisi in ordine alfabetico, ai quali si aggiungevano quelli della rassegna stampa quotidiana che, ogni settimana, veniva mandata al Re in Portogallo.

Iniziò allora la consuetudine dei messaggi dall’esilio del Re agli italiani, la cui bozza di testo veniva preparata dal Ministro e inviata a Cascais per la valutazione e l’approvazione del Re che la siglava in calce con la Sua U.. A volte era sufficiente una telefonata del Re al Ministro per dire che andava bene e ricordo, come fosse adesso, l’emozione di quando mi capitò di assistere a quelle conversazioni! I messaggi - tutti da rileggere e da meditare per la loro lucidità e chiaroveggenza – Falcone Lucifero li ha raccolti in due suoi libri “Il pensiero e l’azione del Re dall’Esilio” (Rizzoli, 1966) e “Il Re dall’Esilio” (S. Mursia, 1978).
Il primo di quei messaggi fu indirizzato ai giovani dell’Unione Monarchica Italiana tra i quali eravamo io e tanti cari amici i cui nomi porto tutti nel cuore.

Come ho detto, mentre procedeva la riorganizzazione dell’U.M.I., Alfredo Covelli fondò il Partito Nazionale Monarchico (PNM) e il Ministro manifestò subito la sua contrarietà all’iniziativa. Negli anni a venire i loro rapporti furono tesi, per riconciliarsi soltanto dopo la morte del Re, nel 1984, durante il X Congresso Nazionale dell’UMI al quale l’On. Covelli partecipò nella sua qualità di Presidente della Consulta dei Senatori del Regno. Il Ministro, infatti, fu sempre sostenitore dell’idea che non doveva esserci un “partito” monarchico, mentre bisognava dare forza ad un’associazione, l’UMI, per rappresentare i monarchici dei vari partiti. Ricordo che le situazioni più acute tra il Ministro Lucifero e l’On. Covelli si ebbero in occasione delle elezioni regionali sarde, nel 1949, e della nascita del centro-sinistra, nel 1963.

Devo anche dire che, morto il Re, il Ministro Lucifero, nei nostri quotidiani colloqui, più volte ripensò criticamente a quei contrasti e si rammaricò di non aver sostenuto il PNM dopo il successo ottenuto alle elezioni del 1953 che portarono in Parlamento 40 Deputati e 16 Senatori di Stella e Corona. In riferimento a quella vittoria, non va dimenticato che la brillante affermazione monarchica indusse il Presidente del Consiglio De Gasperi, il 28 luglio 1953, in Aula alla Camera dei Deputati, nel suo ultimo discorso da Capo del Governo, a chiedere esplicitamente l’appoggio del PNM al suo 8° Governo.

Appoggio che gli fu negato e che portò alla formazione del Governo presieduto da Giuseppe Pella, sostenuto dai monarchici. La richiesta di De Gasperi aveva, in effetti, una grande importanza politica e rappresentava una forte novità perché essa fu l’unica da lui fatta, in sei anni, al di fuori della formula del quadripartito centrista che il leader DC presiedeva dal 1947. E, se fosse stata accolta, forse avrebbe cambiato il corso degli eventi politici italiani.
Ritorno all’U.M.I. che, in via della Mercede, si riorganizzò alacremente. La Segreteria Siciliani rappresentò uno dei momenti politicamente più intensi dell’Unione Monarchica Italiana che era presente in Parlamento con numerosi eletti nelle diverse liste dei partiti democratici e alla quale aveva aderito il Fronte Monarchico Giovanile (FMG). Ma, nello stesso tempo, i rapporti tra il Ministro e il Segretario si incrinarono per via del fatto che Siciliani aveva stabilito un contatto diretto con il Re e si arrivò così alle sue dimissioni seguite da quelle del Presidente, il diplomatico Giuliano Capranica del Grillo.

Si chiuse così la sede di Via della Mercede trasferendola in quella nuova di Via Piemonte, dove si terrà il IV Congresso Nazionale per eleggere i rinnovati organi direttivi con, alla Presidenza, l’On. Raffaele Paolucci di Valmaggiore, Medaglia d’Oro della I Guerra Mondiale e celebre chirurgo. Poi, nella definitiva sede di Palazzo Tittoni, al V Congresso sarà eletto – succedendo al Sen. Raffaele Guariglia, Ambasciatore e già Ministro degli Esteri durante la Guerra di Liberazione - l’Ammiraglio Adalberto Mariano, valoroso esploratore del Polo Nord sopravvissuto alla tragedia del dirigibile “Italia”.


Intanto anche il Fronte Monarchico Giovanile si irrobustiva e a Mario Lucio Savarese era subentrato Nicola Torcia che portò il FMG ad entrare nell’UMI e a divenirne il suo movimento giovanile. Quando Torcia lasciò il FMG per aderire al PNM toccò a me assumere la carica di Segretario Generale, eletto al Congresso che si tenne in via della Mercede, assieme a Carmelo Lo Voi e a Marino Bon Valsassina miei Vice Segretari. Questo incarico mi costrinse ad allentare la mia collaborazione diretta nella segreteria del Ministro Lucifero al quale presentai il giovane e validissimo amico Ernesto Frattini per sostituirmi nel lavoro dedicato all’ufficio stampa. 

martedì 27 settembre 2016

Dai giardini del Quirinale a Lungotevere Arnaldo da Brescia

di Giovanni Semerano, prima parte

Roma. 18 marzo 1983

"Oggi, a Ginevra alle ore 15.35 il Re Umberto si è Spento. La sua ultima parola percepita è stata: 'Italia'. Pìù grande del dolore per la morte di Umberto II  deve essere il rimorso di quanti hanno privato l'Italia di questo Re".

Falcone Lucifero.

Ho voluto scrivere questo libretto per ricordare i miei lunghi anni di collaborazione con il Ministro Falcone Lucifero. E con lui il Re della nostra vita. Umberto II.
Il Re che, come scrisse Luigi Einaudi, fin dal primo giorno della luogotenenza è stato un esempio di  coscienza del dovere, di spirito democratico, di correttezza costituzionale.
Il Re che, dichiarò Ferruccio Parri, “ In coscienza devo riconoscere sarebbe il migliore dei Re.”

Il Re al quale, come scrisse Indro Montanelli, “Anche i più arrabbiati  repubblicani riconobbero l’equilibrio, la correttezza, la lealtà,. Rimase Re dalla testa ai piedi, e lo è stato fino all’ultimo, anche di fronte alla morte.Secondo me vecchio mai pentito monarchico avrebbe potuto essere il migliore Sovrano di Casa Savoia."

Il Re che, come scrisse Luigi Barzini, “ Non chiedeva mai cosa fosse vantaggioso per la causa monarchica, per la Corona, per lui, ma solo quale fosse il suo dovere di fronte alla legge, che cosa fosse più utile all’Italia.”.

Il Re che, come scrisse SiIvio Bertoldi, mostrava fermezza e dignità, sosteneva abilmente il suo ruolo. Riusciva a coagulare intorno alla Corona, oltre alle naturali convergenze dei monarchici, i sentimenti di tanti italiani. Aveva affrontato con calma ed equilibrio la crisi seguita alle dimissioni di Parri, senza lasciarsi intimorire dalla faziosità delle sinistre e dalle loro manifestazioni di piazza”.

Geno Pampaloni così lo ricordò il giorno della Sua scomparsa: “E’ stato un uomo , silenzioso, riservato, non toccato dal morbo ormai intollerabile della intervistomania, dell'esibizionismo e della chiacchiera. Conduceva una vita modesta, era fedele al suo ruolo, con stile, coerenza e senza iattanza. E’ morto da Re; sempre lacerato dalla nostalgia per la sua terra, non ha mai sottoscritto, neppure nei giorni stremati dalla malattia che lo indeboliva, una qualsiasi parola di abdicazione o di resa. In sostanza era una persona per bene che ha dimostrato, nel giugno del '46 e e nei trentasette anni trascorsi d’allora, di anteporre il bene della Nazione a quello della Dinastia. Non era uomo di potere , e anzi, la sua signorile mitezza appariva improntata al contrario della sete di potere. La memoria che lascia è una memoria di pulizia, resa più umana e familiare dalla lunga malinconia dell’esilio”.


Questo è il Re che abbiamo amato e servito, consapevoli, in Lui, di amare e servire l’Italia. Come ha fatto Falcone Lucifero.

venerdì 20 maggio 2016

Il primo giorno di Regno dell'ultimo Sovrano d'Italia


di Giovanni Semerano


articolo pubblicato su "Il Tempo" , 10 Maggio 1976


Giovanni Semerano è stato collaboratore del Ministro della Real Casa Falcone Lucifero fin dai giorni del referendum istituzionale del 1946 e, successivamente, per molti anni il suo Capo Ufficio Stampa.  Dirigente del FMG e poi dell'UMI, esponente del PNM e del PMP, Direttore della rivista "Monarchia Nuova", Semerano venne eletto Segretario Generale del'UMI al X Congresso, nel 1984, e lo rimase fino al 2004 quando fu nominato Presidente Onorario.
Giornalista de "Il Tempo" durante le direzioni di Angiolillo e di Letta, è autore di numerose pubblicazioni tra le quali, insieme a Camillo Zuccoli, "Dalla parte del Re, la verità sul referendum istituzionale" del 1996, e "Il Re che abbiamo nel cuore" del 1998.


In occasione del 70mo del referendum che, con la truffa romitiana, privò l'Italia del Re, Semerano pubblicherà i ricordi della sua lunga collaborazione col Ministro Lucifero.


Il nove, Vittorio Emanuele III nella Villa Rosebery di Napoli, aveva abdicato in favore del Principe di Piemonte - Il giorno dopo, il nuovo Re e la Regina Maria Josè si mostrarono alla folla dal balcone del Quirinale.
Martin Moore sul Daily Telegraplh scriveva: l'abdicazione e l'avvento del nuovo Re, con una Regina popolare e una famiglia di attraenti bambini, hanno dato impulso all'entusiasmo monarchico. E' il dieci maggio 1946. Il giorno prima Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno, diventava Re d'Italia. Chi era il nuovo Re? Rievochiamo l'immagine attraverso i giudizi e i documenti dell'epoca.

L'Italia usciva sconfitta da una guerra e già i politici rivendicavano la lotta al fascismo attraverso i giorni della Resistenza dimenticando il contributo decisivo alla lotta democratica dato dalla Monarchia e dalle nuove forze armate italiane che, dal Regno del Sud, combatterono a fianco degli alleati contro fascisti e tedeschi.

Umberto di Savoia riuscì nell'intento di ottenere dai comandi anglo-americani che le nostre truppe entrassero in azione. Egli visse quella pagina di storia italiana continuamente tra i soldati la cui opera fu sempre generosa, spesso feconda di risultati e il più delle volte rimasta oscura.

L'apporto dell'Esercito regolare alla liberazione fu sempre ostacolato non soltanto dai partiti di sinistra ma anche dagli alleati che preferirono fare concentrare l'attenzione della stampa e della propaganda sulle formazioni partigiane che - dobbiamo ricordarlo - ebbero origine nei reparti militari disciolti e furono largamente condotte da ufficiali monarchici del Regio Esercito.  

Testimonianza dell'ostilità dei socialisti e delle sinistre è la lettera aperta a Togliatti indirizzata dal Generale Messe nel corso di una polemica provocata dal leader comunista.

“Basterà ricordare che il Primo Raggruppamento del Regio Esercito - scriveva il Generale Messe - entrò in linea nel dicembre 1943, il Corpo italiano di liberazione fu costituito nel marzo 1944 e i cinque Gruppi di combattimento furono autorizzati nell'agosto successivo. Tutte tappe della nostra cobelligeranza faticosamente raggiunte attraverso una assillante opera di persuasione presso gli Alleati diffidenti e contrari, mentre io occupavo il posto di Capo di Stato Maggiore Generale che tenni fine alla fine della guerra”.

“E lo tenni, si badi bene, alle dipendenze del Maresciallo Badoglio Capo del Governo, fino alla liberazione di Roma, e alle dipendenze dell'Onorevole Bonomi, dopo il giugno 1944, quando l'Onorevole Palmiro Togliatti era membro eminente del Governo dei sei partiti”.

“In quell'epoca - prosegue il Generale Messe - l'azione iconoclasta contro l'Esercito era al suo massimo sviluppo presso i partiti di sinistra e rendeva estremamente difficile l'opera di ricostruzione, tanto che fui costretto a richiamare l'attenzione del Governo”.

Umberto prese parte personalmente alle principali azioni belliche in cui furono impegnate le nostre truppe. Nel dicembre 1943 era a Monte Lungo; trascorse il Natale a San Vittore con le salmerie italiane che portavano viveri sulle posizioni dell'Appennino; nell'Aprile 1944 era con gli artiglieri a Monte Marrone.

Sul fronte di Cassino, alla vigilia di un attacco alle linee tedesche al quale doveva partecipare una nostra unità poiché il Comando alleato cercava un ufficiale italiano per compiere una ricognizione aerea nella zona che avrebbe dovuto essere teatro di battaglia, si offrì di effettuarla egli stesso. A bordo di un piccolo velivolo volò a bassissima quota fatto segno alla reazione antiaerea, riportando cruciali notizie sull'ammassamento dei carri armati tedeschi e sulle condizioni della viabilità.

In considerazione della parte avuta da Umberto nella Guerra di liberazione il Comando della V Armata propose al Comando Generale di Caserta il conferimento di un'alta decorazione al Principe di Piemonte. Il Governo De Gasperi fece presente che la concessione di una decorazione al valore ad Umberto poteva essere interpretata come un atto di simpatia politica degli americani per la causa monarchica; e così non se ne fece niente.

Un ritratto del nuovo Re lo troviamo tra le impressioni ricevute, in occasione di una intervista, dal giornalista americano Albert Matthews: “Umberto pensa che il Re dovrebbe esercitare i suoi poteri in modo da garantire un governo del popolo, espressione della volontà del popolo e che lavori per il bene del popolo secondo la classica concezione di Lincoln”.

«Da quanto ho inteso parlando con lui - prosegue Matthews - Umberto ha come meta una monarchia liberale democratica. Ha studiato seriamente i problemi italiani. Non ha illusioni sul doloroso avvenire né sulle difficoltà che Casa Savoia dovrà affrontare per mantenersi al di sopra delle onde, nei mesi tempestosi».

«Senza dubbio si ha la chiara impressione di un uomo che ha un programma e sa per cosa combatte. A mio giudizio - conclude Matthews - i repubblicani hanno un avversano più forte di quel che immaginano».

La stampa inglese si espresse invece con giudizi negativi o severi. Il Daily Telegraph scrisse: «Nulla, nella sua carriera, suggerisce che egli stia per diventare un Sovrano migliore del Padre». Il Daily Mail: «E' stato descritto come un uomo ambizioso ma di forte mente». Il Daily Herald: «Pieno di tatto, modesto, imparziale, come Luogotenente si conciliò persino alcune simpatie delle sinistre, ma dal momento dell'abdicazione egli è sulla linea del fuoco e le sinistre lo attaccano con violenza».

Enzo Selvaggi da Radio Roma, l'11 maggio 1946, diceva che «il giovane Re raccoglie in sé l'esperienza e il dolore di quest'ultimo tragico periodo della nostra storia. Il dolore è una grande scuola. Per tutti».

Il 9 maggio 1946 Vittorio Emanuele III, dopo 46 anni di Regno, aveva steso la rinuncia al trono. «Abdico alla Corona d'Italia In favore di mio figlio Umberto di Savoia Principe di Piemonte. Vittorio Emanuele. Napoli 9 maggio 1946». Nella Villa Rosebery ribattezzata Maria Pia, il notaio di fiducia, Angrisani, raccolse l'atto più importante della sua vita. Il Re scrisse di suo pugno la formula che era la stessa di quella adottata nell'abdicazione di Carlo Alberto. Vittorio Emanuele IIl sbagliò la data che poi corresse egli stesso segnando con un grosso nove.

Umberto era giunto a Napoli con l'aereo personale dell'ammiraglio Stone essendo il suo in riparazione. E fu lo stesso Stone la prima persona che si rivolse ad Umberto chiamandolo «Vostra Maestà» subito dopo l'atto di abdicazione del padre.

Umberto Re d'Italia tornò a Roma la stessa sera del 9 maggio. Il 10 maggio una grande manifestazione popolare salutò il nuovo Sovrano al balcone del Palazzo del Quirinale.

Il Re e la Regina apparvero più volte al balcone sul quale era stata distesa per la prima volta, in luogo del tradizionale tappeto rosso, una grande Bandiera con le stemma sabaudo.

Iniziava così il primo giorno di Regno dell'ultimo  Re di Casa Savoia.