NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 21 giugno 2011

Il " Quaderno dell'attivista" del Partito Nazionale Monarchico e del suo Movimento Giovanile


Cari amici, 
sta accadendo quello che avevamo sperato che accadesse: che qualcuno si accorgesse di noi, del nostro impegno nella diffusione online dei nostri documenti, della nostra storia, delle nostre idee, di noi stessi.
Ed all'inizio con calma ma poi sempre più corposamente grazie alle corpose "donazioni" dell'Ambasciatore Camillo Zuccoli e dell'Ingegnere Domenico Giglio, presidente del Circolo Rex, siamo in grado di iniziare a pubblicare  libri ed opuscoli che erano pane quotidiano per una generazione che ha avuto il coraggio e l'onore di battersi a viso aperto per il Re quando questi era in vita. Certo non possiamo non dolerci che tante strutture, tante energie, tanta storia sia andata dispersa ma abbiamo anche la coscienza che qualche decina di anni sono poca cosa nella vita di una Nazione e che quello che può sembrare una fantastica utopia adesso può essere la bella realtà di domani o dopodomani.
E' giusto quindi che possano circolare tra i navigatori del Web a noi vicini i documenti, le parole, le idee affinché siano patrimonio diffuso e condiviso e perché si possa passare il testimone a qualcuno che sappia raccogliere l'"eredità" e farla fruttare.
Con questo dichiarato obiettivo quindi incominciamo la pubblicazione di una parte del "Quaderno dell'attivista" le cui finalità sono spiegate nella prefazione.
Buona lettura! Lo staff


QUADERNO DELL'ATTIVISTA
PRIMA PARTE



PRESENTAZIONE

Al giovani del Partito Nazionale Monarchico

Questo « Quaderno dell'attivista », che vede la luce dopo anni di comuni battaglie politiche, è dedicato a tutti voi, carissimi amici che avete dato la vostra entusiastica adesione ad un Partito dichiaratamente monarchico nello spirito e nell'azione, con l'augurio che in esso possiate trovare una serena ed obbiettiva guida per lo svolgimento delle vostre attività.

Vasto è infatti il vostro campo d'azione, delicato ed improrogabile prepararvi alle battaglie politiche, difficile l'opera di proselitismo che dovete svolgere tra gli altri giovani, propagandando e difendendo la nostra ideologia.

Ben volentieri presento questo compendio, frutto, delle comuni esperienze e dell'appassionata opera di Angelo Domenico Lo Faso, certamente una delle migliori personalità che abbia espresso il Movimento Giovanile del P.N.M.

In esso sono stati trattati tutti gli argomenti di maggior interesse storico e politico che è sembrato opportuno segnalare alla vostra attenzione per uno studio più approfondito, nell'intento di promuovere un dibattito, che sia fecondo di conclusioni e stimolo a nuove indagini.

Noi contiamo sulla più larga collaborazione da parte di tutti, dirigenti ed inscritti, per far seguire a questo altro opuscoli che ne siano il logico sviluppo e completamento, vera espressione del pensiero del Movimento Giovanile che nella mutualità delle idee fra Centro e periferia pone le premesse per un maggior sviluppo organizzativo e culturale.

A voi ora. amici, l'impegno perentorio perchè questo seme dia i frutti sperati. Consapevoli di aver contribuito con la vostra assidua e coraggiosa attività al risveglio di una coscienza unitaria e nazionale del Paese. ponetevi al lavoro perchè da un rafforzamento qualitativo e quantitativo della nostra organizzazione scaturiscano le premesse per la realizzazione della nostra maggiore aspirazione: il ritorno della Monarchia in Italia!
Roma, dicembre 1956
IL SEGRETARIO NAZIONALE                   Renato Ambrosi de Magistris

I N T R O D U Z I O N E

Questo «quaderno» è dedicato alle centinaia e migliaia di «attivisti» del Partito Nazionale Monarchico che da quasi dieci anni combattono nelle piazze, nelle case, nelle scuole, nelle officine d'Italia una battaglia oscura, ma non per questo meno importante ed utile di quella che, ad esempio, Senatori e Deputati del Partito combattono nelle Aule dei libero Parlamento ed i giornalisti sulle colonne della stampa monarchica.

Attivista, a rigor di termini, è chiunque - dal Segretario Generale al più oscuro gregario della più piccola e sperduta Sezione - consideri la propria appartenenza ad una formazione politica non soltanto in funzione di una semplice, burocratica iscrizione annuale ma alla a luce di un preciso impegno a dare un contributo - nella misura e nodo che a ciascuno compete e nel campo in cui ciascuno è più versato - alla comune impossessiamo ideale, alla comune battaglia politica al comune sforzo organizzativo, alla comune propaganda.

Il termine «attivista» ha pertanto, in questo, suo significato, ben poco in comune con quell'«attivismo» che CROCE denuncia come responsabile della crisi politica conseguente al primo, dopoguerra e tuttora non superata; l'« attivista » è divenuto, peraltro, insostituibile strumento di propaganda e di azione politica nell'attuale fase partitica della democrazia.

Il partito politico che ha maggiori probabilità di influire nell'indirizzo del proprio Paese e di incidere nell'orientamento futuro della propria Nazione non è quello più ricco di mezzi e più potentemente organizzato in modo burocratico, bensì quello che riesce meglio a fondere in una salda comunità ideale, politica, morale le diverse esperienze (diverse e pur sempre interessanti e costruttive anche quando siano semplici e modeste) dei suoi aderenti di ogni classe, di ogni età, di ogni ambiente, per indirizzarle ad una comune visione della funzione della propria corrente politica nel quadro unitario della storia nazionale che deve servire come termine di riferimento, se si vuole costruire un edificio duraturo.

Questo partito - superando così le pur necessarie transazioni della politica spicciola quotidiana proietterà la propria azione nel futuro consapevoli del passato e rintraccerà la nobiltà della tradizione che è storia - all'attualità dei presente, alle speranze ed alle certezze dell'avvenire: di un avvenire che si vuol contribuire a preparare.

Il Partito Nazionale Monarchico, che trae le sue origini dalla grande tradizione del Regno - che è tradizione di libertà, di unità, di coraggioso progresso politico e sociale, di « continua ascesa nella democrazia » - non può sottrarsi a questa limpida impostazione. E nell'anno in cui celebra il decennale della sua operosa presenza nella vita politica italiana appare opportuna la preoccupazione di affinare la sua ancor giovane organizzazione propagandistica ed attivistica dando ai propri attivisti un quadro dei motivi che determinano la sua funzione nella società politica italiana che caratterizzano la sua impostazione che condizionano la sua azione quotidiana.

Da questa esigenza nasce il presente tentativo di dare di tali argomenti una trattazione necessariamente succinta; tuttavia anche questa rapida scorribanda resta fedele ad una coerente impostazione ideale: a quell'impostazione che non dimentica il contributo che il movimento monarchico ha dato e deve dare alla democrazia italiana.

Passare in rassegna - come ci siamo proposti di fare - i motivi della nostra battaglia equivale a chiederci perché siamo monarchici. Ed è necessario rispondere prima -ancora di affrontare la più approfondita analisi, che siamo monarchici perchè vediamo nella Monarchia del Risorgimento il presidio delle civili libertà e delle libere istituzioni che consentirono all'Italia di edificare, sulle rovine degli stati regionali lo Stato unitario. Siamo monarchici perché nel Re vediamo il simbolo di quell'unità politica e morale che è la Patria comune, che è la Patria tradizionale: concetto al quale si dovrà ritornare
perchè insostituibile in una società bene ordinata.

Una iniziativa come la nostra non può non raccomandarsi alla costante ed intelligente revisione critica da parte del pubblico cui è dedicata. Solo attraverso gli interrogativi che verranno posti e le opinioni che via via verranno manifestate sui singoli temi sarà possibile raggiungere - attraverso un'adeguata elaborazione - la necessaria aderenza alla realtà della lotta politica più elementare : quella che si svolge appunto, a livello del singolo elettore e che richiede uno sforzo inteso a semplificare argomenti e ragionamenti cogliendone, d'altro canto il carattere essenziale.
Questo esercizio chiarezza ideale che è esigenza fondamentale di ogni azione politica e che noi desideriamo sia caratteristica dell'azione della nostra parte politica.                                                             

 A.D.L. (Angelo Domenico Lofaso di Serradifalco)

 
Sguardo alla storia unitaria d'Italia

Il 13 giugno 1946 un aereo levatosi in volo da Ciampino portava in terra d'esilio il Re d'Italia

Si chiudeva quel giorno la storia dello Stato unitario che una generazione aveva con titanico sforzo, costruito tra il 1848 ed il 1870 e che altre generazioni di italiani avevano contribuito a rafforzare ed avevano servito per oltre un cinquantennio.

Quanto è accaduto in Italia dal 1946 ai nostri giorni appartiene alla cronaca; il decennio che sta per chiudersi è tuttavia caratterizzato dal progressivo scardinamento dello Stato unitario dal rinnegamento della sua tradizione, dal tentativo fallito di sostituirvi un nuovo e originale ordinamento statale repubblicano.

Un rapido sguardo alla storia del Regno d'Italia è quindi necessaria introduzione ad una trattazione come la presente, perché è evidente che i monarchici debbono fondare la loro rivendicazione istituzionale e politica sulla rivalutazione di tale periodo di storia (storia politica, economica e sociale) e del complesso di valori e di idee che esso contiene.

1) L'Unità

L'Unità d'Italia fu il coronamento dell'azione concorde (anche se apparentemente spesso divergente e talvolta opposta) di diverse forze: in prima linea lo stato sabaudo. con i propri liberi ordinamenti, la propria classe dirigente e politica, la propria diplomazia, il proprio esercito: quindi i patrioti che operavano in ogni parte d'Italia.

Dopo la I guerra di Indipendenza (1848-49) che suscitò tante speranze e che vide la Dinastia di Savoia legare indissolubilmente le proprie fortune alla causa italiana, nel corso del così detto «decennio di preparazione» (1849-59) maturarono gli eventi che dovevano attuare la grande opera dell'unità nazionale

Non è nostro compito passare in rassegna tali eventi; ci limitiamo, però a sottolineare un fatto di enorme, decisiva portata verificatosi in quegli anni nelle file dei patrioti italiani: l'affermarsi, cioè, dell'orientamento monarchico -unitario (di quanti volevano l'Italia una, libera e indipendente sotto lo scettro della Monarchia dei Savoia) al quale aderirono uomini come Giuseppe Garibaldi, Daniele Manin, Giuseppe La Farina Giorgio Pallavacino, dando vita alla Società Nazionale Italiana che in Piemonte e nel resto d'Italia coadiuvò efficacemente la opera del Governo del Re, guidato da Camillo di Cavour.

Relativamente isolato restò l'apostolo del pensiero unitario, Giuseppe Mazzini irriducibilmente repubblicano.

La seconda guerra di Indipendenza, la spedizione garibaldina dei mille le annessioni dei Ducati davano vita, infine, al Regno d'Italia solennemente proclamato dal primo Parlamento italiano, riunito in Torino il 14 marzo 1861.

La liberazione del Veneto (1866) e la presa di Roma (1870) coronavano la grande epopea risorgimentale.


2) L'edificazione dello Stato unitario

«Se fu gloria l'avere con tanti sacrifici condotta a compimento la Indipendenza ed impresso alla Nazione il moto e il vigore della vita sarà gloria non minore l'ordinarla in sé stessa e farla sicura di sé, rispettata, prospera e forte». Così Re Vittoro Emanuele II chiudeva uno dei discorsi della Corona all'alba del nuovo Regno.

Morto il 6 giugno 1861 Camillo Cavour - lasciando un vuoto pressoché incolmabile - i suoi successori (Ricasoli, Rattazzi, Minghetti, La Marmora. ecc.) posero mano alla soluzione del grosso problema cui fanno cenno le citate parole del Re.

E riordinamento amministrativo, l'unificazione del debito pubblico, la repressione del banditismo, la soluzione della questione veneta, 3° guerra d'Indipendenza) e della questione romana (occupazione di Roma : pareggio del bilancio, imponenti lavori pubblici, le varie e successive riforme elettorali, la prima legislazione sociale (leggi sull'assicurazione obbligatoria sugli infortuni sul lavoro, pensioni operaie, riposo festivo, protezione della maternità e infanzia, ecc.), la nuova legge comunale e provinciale e poi la statalizzazione delle ferrovie, il monopolio dell'assicurazione sulla vita sono alcune delle tappe della tenace e laboriosa opera di costruzione dello Stato unitario, prima sotto la saggia amministrazione della Destra storica, poi sotto la dinamica azione del governo della Sinistra costituzionale.

Nel trentennio 1870-1900  che vide anche le prime imprese coloniali con le loro alterne vicende, e la partecipazione dell'Italia, attraverso la Triplice Allenza, alle intese internazionali rivolte alla salvaguardia della pace fu impostata anche la questione meridionale per opera di uomini come Giustino Fortunato, Antonio De Viti De Marco, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini e attraverso l'inchiesta parlamentare condotta da Sidney Sonnino.

3) La questione sociale

Due fenomeni caratterizzano la vita politica italiana alla fine del secolo scorso: una crisi della classe dirigente e, in particolare, della Sinistra costituzionale allora al potere (crisi di cui il « trasformismo » fu una delle manifestazioni più appariscenti) e il sorgere della questione sociale che gli eventi risorgimentali e i problemi conseguenti all'unità avevano ritardato accentuandone, al tempo stesso, i termini.
La costituzione del partito socialista (1891), i moti popolari dei «fasci siciliani» (1894), i moti di Milano (1898) esprimevano un diffuso stato di disagio ed un dissidio profondo.

4) Il regicidio

La nuova situazione suscitò una vasta reazione di cui si resero interpreti l'on Sonnino (con la sua proposta di tornare ad una forma di governo sottratto al controllo del Parlamento) e il gen. Pelloux, presidente del Consiglio. Ma le elezioni del giugno 1900 sconfissero nettamente questo indirizzo ed aprirono la strada ad una soluzione liberale della crisi politica.

Ma questa pacifica evoluzione fu sul punto di venire bruscamente arrestata quando, il 29 luglio 1900, la mano di un anarchico si levò sulla persona del Re. La tragica morte di Umberto I, che suscitò una ondata di commozione in tutta Italia, offerse l'occasione ai partiti reazionari per chiedere a gran voce leggi eccezionali e provvedimenti di emergenza.

Ma il nuovo Re, Vittorio III, respinse tali sollecitazioni e confermò la propria fiducia nella libertà.
Qualche mese dopo il governo Zanardelli - Giolitti ribadiva il nuovo indirizzo politico, conforme alla volontà del Paese che nella Monarchia - potere mediatore, moderatore, unitario - ancora una volta aveva trovato il proprio interprete.

5) Il periodo giolittiano

Il periodo che seguì, fino alla prima guerra mondiale, fu dominato dalla figura di Giovanni Giolitti. Sotto la guida dello statista piemontese si rafforzano le strutture dello Stato unitario, che scopre la propria vocazione sociale, si realizzano nuove fondamentali riforme sociali, si attua il suffragio universale, si inizia, con la riorganizzazione della Scuola elementare, la lotta contro l'analfabetismo, si rinsaldano le finanze statali, si inizia il processo di inserimento delle masse nello stato liberale.

Nel 1911 il popolo italiano celebrava solennemente il Cinquantenario della sua Unità con manifestazioni che culminarono nell'esposizione di Torino (che mostrò al mondo il progresso economico del Paese) e con l'inaugurazione del Monumento a Vittorio Emanuele II sul colle capitolino in Roma.

L'impresa libica (1911-1912) dimostrava la saldezza, anche militare, di quella che venne poi definita «Italietta» e che in cinquanta anni di vita unitaria aveva saputo acquistare un posto ragguardevole nel consesso internazionale.

6) La guerra mondiale

Lo scoppio della guerra mondiale (luglio 1914) portava in prima linea, anche in Italia, il problema dell'intervento, problema che ben presto dominò su ogni altra questione. Gli interventisti erano animati da diverse, e talora opposte, ragioni: prevaleva tra esse l'intento di liberare le terre irredente (Trentino e Venezia Giulia) e di compiere l'unità della Patria: così pure tra i neutralisti non mancavano quanti, come Giolitti, erano mossi dalla preoccupazione che l'ancor giovane Stato non fosse in grado di sopportare senza gravi rischi una prova tanto impegnativa.

Il sentimento popolare, divenuto irrefrenabile, impose la guerra e il Re stesso vi consentì; la maggioranza parlamentare giolittiana si inchinò a tale volontà.

Per quattro anni il popolo italiano combatté eroicamente, senza distinzioni politiche: molti neutralisti furono in prima linea, in trincea, a dimostrare come di fronte alla guerra che impegna tutta la Nazione debbano tacere le pur legittime opinioni contrarie. Il Re e il Governo, dal canto proprio, con il mantenere aperto il Parlamento dimostrarono quanto contribuisca l'esercizio della libertà a realizzare una salda unità morale. Dopo il disastro di Caporetto l'Italia trovò in se stessa la forza di resistere, galvanizzata dall'augusto esempio del Re (che aveva diviso con i soldati i disagi della lunga guerra) che nel convegno di Peschiera seppe comunicare agli Alleati la ferma e serena fiducia nel popolo italiano. Venne così la resistenza sul Piave, vennero la battaglia del Piave (giugno 1918) e la battaglia di Vittorio Veneto che doveva concludere vittoriosamente il conflitto.

7) La crisi del Parlamento nel 1919 - 1922

Ma una serie di motivi - legati sopra tutto alle nuove passioni scatenatesi in concomitanza con il periodo di guerra, nella delicata fase di trapasso al suffragio universale e di riacutizzazione della questione sociale per gli inevitabili disagi della guerra e del dopoguerra portarono ad una crisi profonda delle istituzioni parlamentari e della classe politica italiana. Tale crisi (che non fu limitata, peraltro, alla sola Italia) determinò a poco a poco la paralisi dei pubblici poteri, la carenza dell'autorità centrale, il prevalere dell'arbitrio e dell'illegalità, la esasperazione della lotta politica. Nacque così il fascismo, come stato d'animo prima, come movimento di reazione a quello stato di cose poi; con un programma assai vago e confuso esso si propose sopra tutto la conquista del potere e per raggiungere tale obbiettivo non esitò a convertirsi - o a mostrare di convertirsi - da repubblicano in monarchico, da movimento a tinta socialisteggiante in «forza d'ordine». Poté così far causa comune con il nazionalismo al quale non mancava un certo livello intellettuale ed un certo senso politico.

Avvenne così la «marcia su Roma», mentre i partiti apparivano incapaci di esprimere un Governo democratico efficiente: un tentativo  in extremis di costituire un Ministero presieduto da Giolitti fallì per l'opposizione del partito popolare (cattolico) che da pochi anni si era affacciato sulla scena politica e che era forte di oltre 100 deputati.

Così la crisi si avviava verso il suo logico sviluppo - in termini di gioco politico parlamentare - e Benito Mussolini, capo del partito fascista formava un Governo composto da fascisti, popolari, liberali, indipendenti.

8) Il fascismo

I partiti costituzionali e la stessa Monarchia speravano di poter ricondurre, come si disse, il movimento fascista «nell'alveo legalitario e costituzionale»; ma, questa speranza si dimostrò illusoria e, via via, si instaurò un regime totalitario che vide la progressiva abolizione delle pubbliche libertà, la soppressione dei partiti politici non fascisti, la «fascistizzazione » della cultura, della Magistratura, dell'Esercito e via discorrendo.

Dopo le elezioni del 1924 - che diedero la maggioranza al partito fascista - la soppressione del segretario del partito socialista, Giacomo Matteotti (delitto la cui responsabilità l'opinione pubblica attribuì ai fascisti) avrebbe potuto fornire l'occasione per arrestare l'involuzione totalitaria. Ma la grande maggioranza dei partiti di opposizione (popolari, socialisti, costituzionali, ecc.) con un errore di calcolo gravissimo deliberò  di astenersi dai lavori parlamentari. Nacque così il cosiddetto  "Aventino" che, pur essendo sorto da una nobilissima protesta morale tolse di fatto al Re ogni potere di intervento nei limiti dei suoi poteri costituzionali. In Aula, fedeli fino all'ultimo al mandato ricevuto dagli elettori, rimasero a lottare coraggiosamente per la libertà pochi esponenti della grande tradizione liberale e parlamentare che aveva onorato per sessant'anni l'Italia: tra essi ricordiamo Giovanni Giolitti, Vittorio Emanuele Orlando, Marcello Soleri, Luigi Gasparotto.

La Corona fu posta - dalla crisi della classe politica e del Parlamento - in condizioni di non potere intervenire nelle vicende che portarono all'avvento ed al rafforzamento del regime fascista. Perchè la azione mediatrice e moderatrice dell'Istituto monarchico possa esercitarsi è difatti necessario che vi siano sulla scena politica le diverse forze tra cui «mediare ». Nel 1922 la scelta non era tra fascismo e democrazia; fu la stessa classe politica democratica a designare Mussolini quale Capo del Governo; fu la Camera a maggioranza democratica (nella quale Camera i fascisti erano 33 su oltre 500 deputati) a votare la fiducia al nuovo Ministero ed a concedergli i pieni poteri per un anno; fu la medesima Camera a votare la legge elettorale politica che avrebbe assicurato la maggioranza ai fascisti.

Ma è certissimo:

a) che se in Italia nel 1922 vi fosse stata una Repubblica al posto della Monarchia costituzionale non diversa sarebbe stata la soluzione della crisi; il fascismo, anzi, avrebbe occupato tutto lo Stato;

b) che nelle condizioni su riferite la Monarchia poteva esercitare ancora una ed una sola funzione: restare quale elemento moderatore (anche se non più, temporaneamente, mediatore) del nuovo regime, esercitare (in assenza di un libero Parlamento) una azione di freno e di controllo; continuare a simboleggiare l'unità della Patria, non immemore dell'inevitabile transitorietà dei regimi eccezionali che prendano il posto di un regime di libertà.

Questa funzione la Monarchia seppe assolvere coraggiosamente: il Re Soldato non temette di «compromettersi» con il fascismo subendo diminuzioni di prestigio e di prerogative che certamente non potevano non ripugnarGli, ma impedendo con la Sua stessa presenza la conquista totale dello Stato da parte del fascismo.

Il fallimento del tentativo mussoliniano di imporre i fasci, accanto allo Scudo sabaudo, sulla Bandiera nazionale parve esprimere simbolicamente tale costante opera moderatrice (della quale, del resto lo stesso Mussolini nella sua « Storia di un anno » dà atto); sul piano politico, tale funzione fu evidente il 25 luglio 1943.

Il periodo fascista non può certamente essere frettolosamente e puerilmente cancellato dalla storia politica italiana, qualunque sia, anche se estremamente severo,  il giudizio politico sul regime.

L'Italia progredì dal punto, di vista economico (come del resto avvenne in tutta l'Europa); furono compiuti notevoli lavori pubblici e notevoli imprese coloniali, Ma sopra tutto le energie creative (culturali, scientifiche, industriali) del popolo italiano si manifestarono anche sotto il nuovo regime, il che era ovvio. Ecco perchè, anche in tale periodo, l'Italia contribuì potentemente al progresso del mondo civile.

9) Il 25 luglio

Taluni gravi errori di politica internazionale finirono con i1 compromettere definitivamente il regime fascista; ma portarono, purtroppo, anche al disastro politico, economico e militare dell'Italia.

Così la partecipazione alla seconda guerra mondiale, avvenuta contro il desiderio del Re e della enorme maggioranza dei capi militari, consapevoli dello stato di impreparazione delle Forze Armate di fronte ad un conflitto di cui non si poteva prevedere la durata e la portata.

Il popolo italiano, anche se non «sentiva» la guerra ed i motivi che avevano determinato la nostra partecipazione, accanto alla Germania, combatté eroicamente su tutti i fronti: è doveroso ricordare che i soldati, i marinai, gli avieri d'Italia scrissero pagine di sfortunato eroismo; ma tutto fu inutile. Eventi che purtroppo sfuggivano alla nostra volontà portarono alla sconfitta militare.

Nelle stesse file fasciste si determinò un movimento di revisione che sfociò nell'ordine del giorno presentato da Dino Grandi nella riunione del Gran Consiglio del Fascismo (massimo organo costituzionale del regime) ed approvato dalla grande maggioranza dei presenti. In esso si chiedeva che il Re assumesse il comando delle Forze Armate - che lo Statuto Gli riservava - e riacquistasse la suprema libertà di valutazione.

Il Re colse l'occasione che il voto del Gran Consiglio (che sulla Corona, appunto, faceva leva) offriva e, dichiarando Mussolini dimissionario lo sostituiva con un Governo presieduto dal Maresciallo Badoglio e costituito da tecnici tra i quali erano l'Ambasciatore Guariglia, Ministro degli Esteri, il prof. Severi alla Pubblica Istruzione ed alcuni Generali ed Ammiragli ai dicasteri militari.

Si chiudeva cosi la parentesi fascista e la Monarchia ancora una volta dimostrava la sua funzione insostituibile e non contingente.

Il popolo italiano che si riversava nelle strade acclamando il Sovrano, mostrava di averlo intuito.

10) Il Regno del Sud

La necessità di porre fine ai lutti di una guerra disastrosa e ormai senza speranza, impose al Re e al Suo Governo uno dei piu difficili compiti che possano toccare ai governanti di una Nazione. Il Re, il Maresciallo Badoglio ed i Ministri - in primo luogo il Guarigilia -lo affrontarono coraggiosamente e se l'opera del Governo non fu immune di errori bisogna ricordare che essa si svolse tra immani difficoltà. Il 3 settembre 1943 l'armistizio con gli Anglo -americani venne concluso e l'8 settembre venne reso pubblico.

Purtroppo gli eventi incalzarono e i tedeschi - che già da prima del 25 luglio controllavano militarmente gran parte d'Italia - occuparono rapidamente le grandi Città del Nord e puntarono verso Roma. Avendo i capi militari clichiarato l'indifendibilità della Capitale, si rese necessario sottrarre il Re, la Famiglia Reale ed il Governo ad una cattura che avrebbe privato l'Italia di ogni Governo legittimo. In assenza di una Parlamento, infatti, il Re era in quel particolare momento l'unica fonte di potere legittimo in Italia.

Brindisi - estremo lembo del libero territorio nazionale - rappresentava, perciò, giuridicamente lo Stato italiano e di lì iniziò la coraggiosa opera di ricostruzione che « un Re, un vecchio Soldato ed un pugno di funzionari , condusse faticosamente, ma prodigiosamente, nonostante l'egoismo dei partiti politici riuniti in un «comitato di liberazione nazionale» e l'incomprensione degli alleati, divenuti «cobelligeranti» da quando, il 13 ottobre, il Governo del Re aveva dichiarato guerra alla Germania.

Soldati italiani parteciparono, a fianco degli Alleati, alle operazioni contro i tedeschi, combattendo valorosamente a Monte Lungo, a Cassino e in altre località, mentre la R. Marina fedele riprendeva il mare e i pochi aerei superstiti della R. Aeronautica prendevano parte a varie azioni. In prima linea, instancabile, il Principe Ereditario, Umberto di Savoia si prodigò, strappando l'ammirazione degli Alleati.

Nel frattempo nel Nord d'Italia la resistenza contro il tedesco invasore e contro il governo repubblicano fascista costituito da Mussolini sotto la protezione delle baionette tedesche, assumeva il carattere di una guerra totale, alla quale parteciparono reparti e militari isolati del R. Esercito e dei Reali Carabinieri e volontari di ogni parte politica. Il carattere militare della guerra partigiana venne accentuato quando un generale dell'Esercito - Raffaele Cadorna - fu paracadutato nell'Italia del Nord per assumere il comando del Corpo Volontari della Libertà.

11) La Luogotenenza:

Nel Sud  in quello che venne chiamato il « Regno del Sud» veniva formato un Governo rappresentativo dei sei partiti politici che costituivano il CLN (democrazia cristiana; partito comunista; partito socialista; partito liberale; partito d'azione; partito democratico del lavoro). Restavano fuori del Governo - depositario allora, e fino al 1948, anche del potere legislativo - vaste correnti di opinione pubblica., non rappresentate dai C.L.N., che non esprimevano ovviamente (poiché erano delegazioni di partiti e non organi eletti dal popolo) la volontà nazionale, nella sua interezza.

Sotto la pressione dei partiti e, nell'intento di giovare alla pacificazione degli animi, il Re cedeva, all'indomani della liberazione di Roma (6 giugno 1944) i poteri sovrani al Principe Ereditario, nominandolo Luogotenente Generale.

Ebbe inizio, così, l'ultimo breve periodo di storia unitaria, che, vide l'alto esempio di Unberto di Savoia - Luogotenente e poi Re d'Italia dopo l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, avvenuta il 9 maggio 1946 - sereno e magnanimo in ogni circostanza, imporsi all'ammirazione dei più faziosi avversari per l'imparzialità ed il profondo senso politico dimostrati nell'esercitare i poteri di Capo dello Stato.

E' un esempio che i monarchici italiani debbono raccogliere e meditare,

12) Il referendum

Il 2 giugno 1946 il popolo italiano fu chiamato alle urne per decidere - mediante referendum - sulla forma istituzionale dello Stato.
La consultazione del 2 giugno ha lasciato innumerevoli perplessità ed ha suscitato infinite proteste di illegittimità.

Si può dire che nessuna consultazione elettorale sia stata oggetto come quella di cui si discorre, di sospetti di irregolarità e sinanco di frode e di contestazioni di ogni genere.

Ma accanto ai motivi - più o meno fondati - che riguardano una alterazione dei risultati comunicati dal Ministero dell'Interno (MONARCHIA: 10.719.284; REPUBBLICA: 12.717.923; voti nulli: 1.498.136) imponenti ragioni d'ordine giuridico, politico e morale stanno alla base del giudizio negativo sul «referendum» e sulle vicende che lo accompagnarono e che seguirono.

Ecco in rapida sintesi le principali:

Non ancora definito il territorio nazionale, e non ancora definitivamente liberato; non definito il corpo elettorale (numero degli iscritti alle liste elettorali) che si accingeva a compiere un atto di tale portata: esclusi del voto - per misure epurative, per prigionia, per mancata iscrizione nelle liste - diverse centinaia di migliaia forse milioni, di cittadini; esclusi dal voto - contrariamente a quanto disposto esplicitamente dalla legge per il referendum istituzionale che prevedeva la successiva convocazione dei comizi elettorali in tali collegi - i cittadini della provincia di Bolzano e della Venezia Giulia; oltre il 6% dei certificati elettorali non consegnati (dati ufficiali comunicati dal Ministero dell'Interno); controversa interpretazione (malgrado il giudicato della Corte di Cassazione, sottoposta a documentate pressioni da parte del Potere esecutivo e dei partiti) giudicato contrario al parere del Procuratore Generale e del Primo Presidente) sulla determinazione della maggioranza (*).

E ancora: propaganda monarchica impedita fino a poche settimane dal referendum ( e in alcune regioni impedita fino all'ultimo); clima intimidatorio, nonostante la così detta « tregua istituzionale » affatto rispettata dai partiti. repubblicani che detenevano il potere; campagna antimonarchica violentissima e diffamatoria, ricalcante nel Nord i più deteriori e volgari temi della, propaganda della repubblica fascista di Salò; arbitraria assunzione dei poteri di capo dè11o Stato da parte del Presidente del Consiglio decisa dal Governo prima della proclamazione della Corte Suprema.

Il 13 giugno il Re lasciava l'Italia. Si concludevano, con la caduta della Monarchia, 85 anni di storia unitaria. Riportiamo, a conclusione, di questo capitolo di storia politica le parole che il Sovrano indirizzava al popolo italiano prima di partire per la terra d'esilio:

In  spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della Magistratura il Governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con atto unilaterale ed arbitrario poteri che non gli spettano e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice dell'illegalità che il governo ha commesso, io lascio il suolo del mio Paese nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Il proclama del Re conclude: « Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. Viva l'Italia!

*) Il 17 giugno la Corte di Cassazione - dopo che il Re era stato costretto, come si è detto, a lasciare l'Italia - respinse con 12 voti contro 7 il ricorso Selvaggi secondo il quale nel calcolo per la determinazione della maggioranza si dovevano considerare votanti tutti i cittadini che avevano preso parte alla votazione e non soltanto i voti validi. Il Procuratore Generale della Corte, Pilotti, sostenne il ricorso e votò in conformità; così pure il Primo Presidente, Pagano.

La II parte al seguente indirizo :
http://monarchicinrete.blogspot.it/2011/07/il-quaderno-dellattivista-del-partito.html