NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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martedì 6 dicembre 2016

Lettera (non pubblicata) a Sergio Romano

Caro Ambasciatore,
alla dilagante e sconfortante non conoscenza della grammatica italiana dimostrata ogni giorno da un numero crescente di esponenti politici nazionali si accompagna - evidentemente conseguenza delle stesse cause "scolastiche" - la non conoscenza della storia politica nazionale e internazionale.

Giorni or sono l'On. Meloni, a "Porta a Porta", discutendo dell'attuale proposta di riforma del Senato, non sapeva modalità di composizione e funzioni del Senato del Regno che, dal 1861 al 1946, vide tra i suoi membri, non eletti ma nominati dal Re nell'ambito di 21 categorie, le personalità italiane più illustri della cultura, delle scienze, delle arti, della diplomazia, della magistratura, delle Forze armate, oltre che, ovviamente, della vita politica (ne cito soltanto due: Benedetto Croce e Luigi Einaudi). 

Rileggere la lista dei Senatori del Regno di quegli 85 anni di storia italiana è, allo stesso tempo, impressionante e deprimente per il paragone con l'attualità.

Oggi sul "Corriere della Sera", a pag. 6, l'On. Miccichè, esponente di lungo corso della politica, già membro del Governo, fa una affermazione del tutto inventata: secondo lui esisterebbe "un patto scritto" tra i due partiti cristiani tedeschi alleati dal 1949, CDU e CSU, "per cui il cancellierato non andrebbe mai alla CSU".
Tale "patto" non è mai esistito.

Nel 1980 il candidato unitario CDU/CSU alla Cancelleria fu il Primo Ministro bavarese e leader della CSU Franz Josef Strauss che conquistò 226 seggi contro i 218 della SPD del Cancelliere Helmuth Schmidt il quale continuò a governare (fino al 1982) alleato dei Liberali che avevano ottenuto 53 seggi.

Nel 2002, di nuovo, il candidato unitario CDU/CSU alla Cancelleria fu il Primo Ministro bavarese e leader della CSU Edmund Stoiber che ottenne 248 seggi contro i 251 della SPD del Cancelliere Gerhard Schröder il quale continuò a governare con i Verdi che avevano ottenuto 55 seggi.

Ma anche il "Corriere"   in quanto a errori non perde colpi: sempre oggi, a pag. 23, nell'articolo sulla cittadina di Solferino, Napoleone III (erronamente scritto III°) viene definito "Re di Francia", roba da matita blu della Maestra di V elementare.

Cordialmente,
Ettore Laugeni   

martedì 1 novembre 2016

Lettere al Corriere : I plebisciti veneti del 1866. Perché è giusto ricordarli.

Giustamente è stato constatato che né il Pd, né Forza Italia e Fratelli d’Italia e neppure il governo ha preso iniziative per ricordare l’unione del Veneto al Regno d’Italia nel 150° anniversario. Vuoi per sudditanza nei confronti della Lega, vuoi per non dovere celebrare una data che, come tutte quelle del Risorgimento, richiama il ruolo della monarchia sabauda, vuoi per insensibilità per i valori patriottici, vuoi per ignoranza della storia nazionale, fatto sta che il messaggio che ne deriva è che l’Unità d’Italia, almeno in Veneto, è qualcosa di cui dobbiamo vergognarci e che è bene ignorare. Senza cadere nella retorica patriottarda, perdere il senso dell’identità e del comune destino in un periodo di grave crisi come l’attuale è oltremodo pericoloso. A coloro che espongono la bandiera col Leone di San Marco mi permetto di ricordare che fu definitivamente ammainata, senza combattere, dalla Repubblica di Venezia davanti a Napoleone quasi 70 anni prima dell’unione del Veneto al Regno d’Italia, con la breve parentesi della repubblica veneta di Daniele Manin, sconfitta e perseguitata dagli austriaci.

Carlo Saffioti , farfallafanfulla@gmail.com



Caro Saffioti, Mentre il governo taceva, qualcuno a Venezia, come all’Università di Padova, non ha dimenticato il centocinquantesimo anniversario della unione tra il Veneto e lo Stato italiano. Nella ricorrenza del giorno in cui ebbero luogo le votazioni, l’Istituto Veneto di Lettere, Scienze e Arti (nato in epoca napoleonica ma nuovamente fondato dall’Imperatore austriaco nel 1838) ha organizzato un incontro per ricordare quell’avvenimento. Ne aveva i titoli. Cento anni fa, nel 1916 (l’Italia era in guerra dal maggio dell’anno precedente), l’Istituto aveva celebrato il cinquantesimo anniversario con una conferenza di Luigi Luzzatti, uno dei maggiori esponenti della classe politica italiana in epoca giolittiana. È stato ricordato che i voti favorevoli all’unione furono 641.756, i no 69 e gli astenuti 366: un risultato migliore di quello registrato sei anni prima per il referendum del Regno delle Due Sicilie e per quello di due regioni dello Stato della Chiesa (Marche e Umbria). I «venetisti» (come vengono chiamati i nostalgici della Serenissima) sostengono che vi furono brogli, ma la manipolazione delle urne (ne avremo una nuova prova se Donald Trump uscirà sconfitto dalle prossime elezioni presidenziali americane) sono quasi sempre l’alibi dei perdenti. Qualcuno, invece, preferisce invocare il ricordo dell’Austria tollerante e bonaria, governata da un sovrano paterno. Nella realtà fu anche retriva e poliziesca con frequenti ricorsi al boia e alla corda. Ma il vero problema è un altro. L’Impero austro-ungarico era uno Stato d’Ancien Régime, fondato sulla lealtà dei sudditi per la dinastia regnante. Sopravvisse grazie a una amministrazione sperimentata e non priva di vecchia saggezza, ma la sua sorte, in un mondo dove il concetto di cittadinanza stava prevalendo su quello di lealtà dinastica, era segnata. I Savoia ebbero il merito di capirlo, e questo li rese credibili agli occhi della parte più viva e dinamica della società nazionale. Non è necessario essere monarchici oggi, caro Saffioti, per riconoscere che senza i Savoia non sarebbe nata, fra il 1848 e il 1870, una Italia unitaria.

http://www.corriere.it/lettere-al-corriere/16_ottobre_30/-I-PLEBISCITI-VENETI-DEL-1866-PERCHE-E-GIUSTO-RICORDARLI_3b8f1b8a-9e81-11e6-a6dc-5f117ed55cf3.shtml

mercoledì 5 novembre 2014

Il Senato dell'era Fascista e le scelte di Luigi Einaudi - Lettere a Sergio Romano sul Corriere

Se non ricordo male, Luigi Einaudi venne nominato senatore (a vita?) nel 1919 da re Vittorio Emanuele III. Quando ci furono le prime elezioni dopo la fine della guerra, dovette di nuovo candidarsi oppure riuscì a conservare quella carica?

Dino Crocetti, Lodi
Caro Crocetti, Nel Senato del Regno tutti i senatori erano «a vita» e venivano nominati dal re su proposta del presidente del Consiglio che era, nel caso di Einaudi, Francesco Saverio Nitti. Nell’interregno costituzionale del secondo dopoguerra, quando l’Italia votò per l’Assemblea Costituente, Einaudi si candidò nella lista dell’Unione democratica nazionale, una coalizione composta dal Partito liberale e dal Partito democratico del lavoro, noto anche come «demolaburista». Ma non partecipò alle prime elezioni politiche dopo l’approvazione della Costituzione, perché la seconda Disposizione transitoria della Carta prevedeva che nel nuovo Senato repubblicano entrassero anche coloro che avevano fatto parte del «disciolto Senato». Con un breve intervallo, dal 25 luglio 1943 al 1° gennaio 1948, Luigi Einaudi fu quindi senatore, prima del Regno poi della Repubblica. E tornò a Palazzo Madama, dopo la fine del suo mandato presidenziale, perché la Costituzione assegna agli ex presidenti della Repubblica un seggio senatoriale.


Approfitto della sua lettera, caro Crocetti, per rispondere ad altri lettori che mi hanno chiesto quale fosse il ruolo del Senato durante il regime fascista. Nella sostanza fu piuttosto modesto. Ma vi furono alcune sedute importanti come quella del 21 maggio 1927 nel corso della quale uno dei maggiori industriali italiani, Ettore Conti, alla presenza di un Mussolini imbronciato, criticò la politica deflazionista praticata dal governo per la rivalutazione della lira, e riscosse, secondo gli atti parlamentari, «applausi vivi e prolungati». In quella occasione il Senato non dovette votare. Vi fu un voto, invece, quando Mussolini pronunciò un discorso sul Concordato e i Patti lateranensi che aveva firmato con il segretario di Stato della Santa Sede l’11 febbraio del 1929. Quando i senatori furono chiamati ad approvare un ordine del giorno con cui «si plaudiva alla felice soluzione della questione romana», vi furono sei voti contrari: quelli di Luigi Albertini, Alberto Bergamini, Benedetto Croce, Emanuele Paternò, Francesco Ruffini e Tino Sinibaldi.


Per tutta la durata dal regime il Senato è stato una sorta di isola monarchica presieduta da personalità che erano state scelte dal re o gli erano gradite. Il generale tedesco che combatté a Montecassino, Frido von Senger, scrisse nelle sue memorie che questa era la maggiore differenza costituzionale fra il regime di Mussolini e quello di Hitler. In Germania non vi erano contropoteri e Hitler finì per trascinare il suo Paese nel precipizio. In Italia la monarchia assecondò il fascismo, ma conservò prerogative che le avrebbero consentito di riconquistare il potere nel luglio del 1943. Anche se questo non la assolve da tutte le sue colpe, è giusto ricordare che il re garantì la continuità dello Stato. Non è sorprendente quindi che il primo capo provvisorio dello Stato repubblicano, Enrico De Nicola, sia stato un monarchico napoletano e che il primo presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, avesse votato per la monarchia il 2 giugno 1946.