NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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martedì 17 ottobre 2017

Una politica per i giovani


Premessa.
Nel  novembre  1954  a  Napoli, nel teatro  San Ferdinando  si  tenne  il  congresso nazionale  del  Movimento Giovanile del  PNM  che  vide  la  vittoria  della  segreteria  uscente, mentre  l'opposizione  che  aveva  nel  gruppo  romano il suo fulcro, di  cui  era  leader  Carlo  Alberto D'Elia, fu  sconfitta. 
Poco  dopo  due  anni  la  segreteria  gettò  la  spugna ed  indicò  il  successore  proprio  in  un  esponente  della  opposizione  e  la  storia  del Movimento Giovanile, almeno  per  alcuni anni  cambiò.






(Precisazione storica dell'Ingegnere Domenico Giglio, letteralmente ed affettuosamente obbligato a scriverla dallo Staff ).



Un problema tuttora insoluto dal PNM

Per una politica interclassista, bisogna rendersi conto che il moto risorgimentale passa dalla rivoluzione borghese alla rivoluzione proletaria – Ci occorre non più la nostalgia del Re sul cavallo bianco, ma la fiduciosa speranza del Re pensoso e operante fra i concreti problemi del Suo popolo.


Enunciare e perseguire una politica giovanile, una politica per i giovani, è postulato comune a tutti i movimenti che si pongano, sia pure democraticamente, su posizioni rivoluzionarie rispetto allo Stato.
Il Partito Nazionale Monarchico è certo un movimento rivoluzionario, in quanto propugna un mutamento istituzionale ed una revisione costituzionale unitamente al rinnovamento dei valori, oggi obliterali, tradizionali della Nazione.
Il P.N.M., però, è forse l’unico partito che non svolga una politica giovanile, né questo deve  sorprendere, se si tengano presenti alcune sue manchevolezze, di cui dovremo emendarlo.
Il giovani vivono di grandi ideali, e la Monarchia è un ideale altissimo, in verità; ma gli ideali che muovono le grandi masse ed, alla loro testa, la gioventù sia lavoratrice che intellettuale non appartengono mai alla specie delle nostalgie, perché i popoli camminano sempre avanti, col progresso e con la Storia.
E, dunque, in senso decisamente avveniristico va impostata ogni politica del
genere, tenendo a tal fine presente la necessità di guardare le azioni contingenti da un più elevato piano speculativo e teorico.
Si tratta di comprendere che, in nome dello stesso ideale liberale, la rivoluzione borghese di ieri diventa la rivoluzione proletaria, e che l’amore per la libertà non subisce arresti, ed oggi scopre nuovi orizzonti per dare tuia dignità ed un volto alle masse popolari, solo teoricamente libere ed in parità di diritti.
Bisogna credere in una Monarchia che - seguendo ed, anzi, favorendo, questa evoluzione del Risorgimento - assuma compiti nuovi (ma analoghi a quelli del
passato) nella vita del popolo italiano, e garantisca non solo le libertà spirituali, ma anche quella fondamentale dal bisogno, inserendosi moderatrice ed arbitra nel processo di chiarificazione politico-sociale, così come sempre assolse tale compito fra gli italiani, repubblicani e monarchici, in una Italia giovane ed in formazione.
Proiettiamo nel futuro la funzione della Monarchia, richiamando dai nostalgici sospiri, la figura del Re, non più sui cavalli bianchi ma fra i concreti problemi del suo popolo; avremo affermato la vitalità dei nostri principi, e non per l’anno 1954, ma per la Storia.
Questa è l’impostazione di cui difettiamo. ..
A questo punto ci si potrà rispondere: E cosa ha fatto il Movimento Giovanile del P.N.M., che di queste ansie e di questi interessi dovrebbe essere l’interprete più entusiasta e fedele, per sensibilizzare gli esponenti del Partito in questo campo, o per farsi propugnatore esso stesso di una efficace azione politica nel senso desiderato?
Il Movimento Giovanile o, meglio, i suoi eterni dirigenti non ha fatto mai nulla è vero, ed hanno dimostrato, al Congresso Nazionale Giovanile, un tale disinteresse in materia da non autorizzare previsioni rosee per il futuro.
Ma il discorso, iniziato in clima non idoneo a Napoli, lo proseguiremo fintantoché le nostre idee e le nostre concezioni non avranno avuto ragione dei personalismi e del loro intollerabile nullismo politico.
Questa situazione, però, non può e non deve arrestare l’opera di chiarificazione ideologica e sociale del nostro Partito, al quale quindi, s’impone una svolta anche per quanto concerne i problemi della gioventù.
In particolare riteniamo che si debba affermare l’estensione dei fini educatori dello Stato, il quale deve provvedere anche all’istruzione dei giovani operai ed artigiani, giacché gli oneri derivanti ai privati dalle vigenti norme sull’apprendistato sono eccessivamente gravi, ed a tutto danno dei lavoratori che non vengono assunti per il peso antieconomico di cui finiscono per gravare l’azienda.
La mano d’opera italiana è in preoccupante invecchiamento, mentre l’artigianato è in piena crisi per mancanza assoluta di giovani apprendisti. Questi sono problemi non solo delle classi popolari, non solo dei giovani: sono problemi dell’industria e dell’artigianato italiani, sono problemi nazionali.
Ed il nostro Partito — così come per la sua qualifica nazionale non può più esimersi dal prendere posizione — è per le medesime ragioni il più qualificato a coalizzare datori e lavoratori, categorie opposte e singoli, nell’interesse del Paese.
Ma questa particolare funzione va assunta non solo nel campo del lavoro, ma anche in quello dello studio.
La scuola italiana, infatti, indirizza ogni anno falangi di giovani alle Università, inasprendo vieppiù la paurosa situazione di disagio che nel Paese determina un numero elevatissimo di laureati disoccupati e senza speranza d’assorbimento, cui vanno sommati gli innumerevoli laureati soggetti per fame a forme di sottoccupazione.
La rivalutazione dei titoli di istruzione tecnica s’impone come spontaneo calmiere al sovraffollamento degli Atenei, e così la limitazione dei concorsi cui partecipare col titolo di laurea. E’ necessario educare gli italiani a considerare cosa non disonorevole la mancanza della laurea e, insieme, cosa molto onorevole un titolo tecnico che qualifichi per un brillante avvenire. Le Università, dal canto loro, non si dovrebbero limitare a sfornare dottori, ma dovrebbero offrire anche un minimo di pratica professionale, della quale spesso i giovani nella vita si mostrano così sprovvisti.
Ed è in questo campo, ancora ima volta, che la nostra azione politica e propagandistica può aprire gli occhi alla cecità dei nostri alti capitalisti, per far loro comprendere l’utilità per tutti e l’interesse proprio per poter contare su una classe dirigente più preparata e selezionata, conscia dei propri doveri verso una società che ha saputo educarli. Questo all’estero non è una favola, è la realtà di grandi fondazioni scientifiche comprendenti intere Università.
Anche per la gioventù delle campagne, infine, sarebbe doveroso che lo Stato propagandasse e diffondesse l’istruzione agraria, sia per il conseguimento di licenze inferiori che per corsi d’istruzione più, diciamo così, elementari: oggi l’agricoltura è impostata scientificamente, ed i contadini devono sapere ciò che occorre alla terra e conoscere le loro macchine.
Troppo dovremmo dire, e lo spazio ci manca.
Ma a Milano siamo certi di smuovere le acque fattesi stagnanti, siamo certi di segnare un nuovo indirizzo. E per questo ci batteremo senza esitazioni, certi come siamo di essere gli interpreti delle aspirazioni, consce od inconsce, degli italiani e, soprattutto, dei giovani italiani.

Credono per loro Patria e per il Re, sì; ma anche per il loro avvenire e per un domani di giustizia e di libertà.

sabato 7 ottobre 2017

Gli universitari monarchici per l'unità politica nel 1954

Nella corposa rivista "Monarchia" del 1954, diretta da Giovanni Semerano, abbiamo trovato la mozione di sinistra al Congresso Nazionale del PNM con riflessioni e proposte, che abbiamo riportato come documento storico e come spunto di approfondimento su un Partito che ci rappresentava e sapeva esprimere tanto.
In coda alla rivista abbiamo trovato brani di un'intervista al Sovrano in Esilio, di Mario Viana, "Casa Savoia e la classe operaia", che già sono stati pubblicati sul sito fratello e principe www.reumberto.it .

Ancora abbiamo trovato questa riflessione su una delle scissioni che hanno interessato la comunità monarchica, sicuramente la più grave, fino ad annichilirla, scissione di cui si è abbondantemente parlato nel libro "Il Partito Nazionale Monarchico", anch'esso già pubblicato, questa volta sul nostro blog.

C'è questo trafiletto sull'unità operativa che seppero trovare gli studenti monarchici nelle elezioni per la rappresentanza studentesca nelle università con una "Associazione goliardica Nazionale "Stella d'Italia" che seppe riunire i monarchici nazionali e popolari in un'unica lista.
Buon esempio che venne recepito tardivamente e di cui c'è ancora bisogno ove si constati che siti monarchici non sono capaci di scambiarsi link per permettere di incrementare le visite e quindi la diffusione della conoscenza delle idee e della storia dei monarchici italiani, attenti non solo alla vituperata questione dinastica ma anche a quanto siano più realisti e più ammantati di gloriosi mantelli e luccicanti decorazioni.
Di questa incapacità abbiamo preso dolorosamente atto in 15 anni di presenza sul web.

Non abbiamo nessun riferimento grafico della "l’Associazione Goliardica nazionale «Stella d’Italia»" e per questo proponiamo ai lettori l'immagine della decorazione dell'Ordine Coloniale Stella d'Italia, Ordine Cavalleresco del Regno d'Italia per i benemeriti delle Colonie italiane, che era molto bella, pensando che forse vi somigliava.
Se tra i nostri lettori vi fosse qualcuno in possesso di fonti relative a questa associazione speriamo voglia condividerle. 






Tra Lauro e Covelli i giovani hanno scelto l’unione


di Roberto Gaetani

Un fatto nuovo in questi giorni è accaduto nell’ambiente monarchico, ed anche se non ha sollevato scalpore, pertuttavia è degno di essere notato.
Dal 9 al 13 dicembre si terranno all’Università di Roma le elezioni per l’assemblea CMT Organismo Rappresentativo Universitario Romano, e di fronte ai cattolici di «Intesa», ai missini di « Caravella », ai comunisti di «Rinascita» ed all’U.G.R., maschera indipendente dei residuati comunisteggianti dei partitini cosiddetti «democrazia laica», spesso con i comunisti in aperta collusione, si presenterà come negli anni passati l’Associazione Goliardica nazionale «Stella d’Italia».
Autonoma nella sua struttura e nella sua azione, codesta associazione è composta in maggioranza da elementi iscritti al Partito Nazionale Monarchico, i quali ne compongono anche il direttivo. Dopo l’ormai troppo tristemente famosa scissione del 2 giugno 1954, alcuni giovani monarchici romani passarono al partito che da essa prese vita, e lutto lasciava supporre che anche all’ Università essi avrebbero presentato liste proprie; ma dopo una serie di incontri fra elementi del P.N.M. e del P.M.P., l’accordo è stato raggiunto per cui, prescindendo nella maniera più assoluta dalle polemiche di
parte, i giovani monarchici di tutte le tendenze, si presenteranno con la « Stella d’Italia », nell’interesse dell’ideale che ovunque deve animare l’azione di monarchici veri.
Meditino i dirigenti dei partiti su questo avvenimento che dimostra in modo inequivocabile come, ove vi sia buona volontà si deve raggiungere. Credano pure costoro da ambedue le parti, l’accordo si può e che quando, come in campo giovanile, non vi sono in giuoco interessi o personalismi, non è difficile trovare il denominatore che tutti accomuna coloro che si battono per raggiungimento di un fine unico.
La « Stella d’Italia », diretta da nazionalmonarchici ha potuto accogliere nelle


sue file i monarchici popolari, senza per questo che gli imi si siano sentiti offesi o gli altri diminuiti nella loro dignità; possa questa essere la prima pietra di un nuovo edificio che tutti coloro i quali, oltre all’idea monarchica, molti altri fattori hanno tenuti uniti per 10 anni, debbono insieme ricostruire più alto e più saldo di prima.

domenica 17 settembre 2017

La Voce del Messaggio Sovrano

di Ernesto Frattini

Spesso si parla ovunque della necessità che un Partito monarchico abbia un suo programma anche di carattere politico, economico e sociale per proporsi altri obiettivi oltre quello principale della Restaurazione monarchica e su questo siamo tutti perfettamente d’accordo. E’ infatti necessario per l’attualità stessa del problema istituzionale che alla soluzione ne siano connesse delle altre riguardanti dei punti di vita pratica che senza avere una grande importanza intrinseca, stiano però molto a cuore all’uomo della strada o possano talvolta avere dei riflessi di grande portata. Il punto sul quale nessuno è d’accordo è quello riguardante il modo di risolvere questi problemi e il metodo da adottare per il loro esame e la loro valutazione.
Molti sono ancora attaccati alle vecchie idee liberali in politica e liberiste in economia, altri desiderano formule socialmente più progredite che diano allo Stato una vita più moderna e snella, altri ancora si ispirano a concetti di esasperato nazionalismo o concepiscono una restaurazione solo nel quadro di una grande unione europea.
Fra tutti questi pareri opposti e completamente divergenti fra loro è talvolta difficile trovare la via giusta ed occorre allora tornare alle origini, a quelle che è la voce maestra di Colui che è il simbolo della unità della Patria, del Re.
Questa funzione ha appunto il monito sovrano che di tanto in tanto giunge ai monarchici italiani, per chiarire, per insegnare, per incitare, per indicare la via giusta, e fra questi moniti, particolare importanza ci sembra il Messaggio inviato da Umberto II ai monarchici italiani in occasione della VI Assemblea nazionale dell'Unione Monarchica Italiana( Cascais 1 maggio 1954, nota delolo staff ).  
La voce del Re è giunta in un momento di particolare tristezza e di grande sbandamento a portare una chiarificazione necessaria e un’indicazione indispensabile che è nostro dovere seguire e le sue parole anche oggi a sei mesi di distanza hanno la identica attualità e il medesimo valore, cosa questa che prova come esse siano valide non solo per un momento contingente della politica ma per tutta la durata della lotta che i monarchici italiani stanno conducendo.
Tutti i nostri problemi sono esaminati nel messaggio e per tutte le categorie di cittadini c’è un consiglio, un ammonimento, ima parola di speranza e di fede nell’avvenire come per ogni dubbio c’è una risposta e una soluzione, e fa questi interrogativi trova posto quello che oggi è il più imperioso e il più drammatico di tutti: il problema della vita. « Certezza che la Nazione non perderà le sue libere istituzioni e non sarà travolta da conati di dittature sempre condannabili: è questa certezza soltanto che potrà far riprendere alle forze della produzione quel continuo cammino che porta il capitale a creare nuovo lavoro; lavoro ben rimunerato, garantito dalle leggi e inserito nell'organizzazione giuridica dello Stato, attraverso il riconoscimento dei sindacati, che dà con l’accresciuto tenore di vita e l’aumento dei consumi, incremento alla produzione e nuovo lavoro. Riconoscimento dei sindacati e inserzione nell'organismo giuridico dello Stato, che non vietino però alle classi lavoratrici un’ordinata azione intesa ad ottenere giusti patti di lavoro, nel quadro delle comuni fortune della produzione». Queste le parole del Sovrano che esplicitamente inquadra i termini della questione annosa fra capitale e lavoro, questione che non può essere risolta che attraverso un accordo fra queste forze opposte eppure ugualmente indispensabili alla produzione e alla vita dello stato; tutte quelle divergenze che necessariamente sorgono, debbono essere composte per il comune interesse nel quadro dell’interesse nazionale e della concordia che deve sempre regnare fra i figli della stessa Patria.
Per chi accusa i monarchici di essere socialmente reazionari queste parole sono la dimostrazione che nel programma di un’Italia monarchica trovano primo posto quei postulati popolari che solo da una nazione unita sotto il simbolo regale potranno avere anche una soluzione reale ed efficiente, di fronte al disinteressamento liberista e agli estremismi delle sinistre la giusta soluzione può essere trovata appunto in questa collaborazione dal Sovrano auspicata.
E nel Messaggio altresì possiamo trovare le nobili parole rivolte a noi che abbiamo l’onore e il privilegio di essere i più fedeli alla causa dell’ Italia monarchica anche in quest’ora tanto triste e pur così rosea di speranze:« E voi monarchici, dovete essere d’esempio nella concordia e nel costume politico, nell’elevamento dalle basse diatribe quotidiane alla visione dei grandi problemi nazionali, nell’operare con assoluto continuo disinteresse».
E qui dobbiamo noi ispirarci per la nostra azione politica, per la condotta da tenere nelle contingenze della vita pubblica perché il nostro stile sia sempre superiore e inconfondibile, perché il nostro modo di agire sia veramente di degni servitori di un grande Sovrano e di una grande Dinastia; è necessario astrarsi dalle brutture quotidiane, dai maneggi della piccola politica, per sentire quell’afflato di amor di Patria che ci permetta di dire a fronte alta che la nostra battaglia è veramente condotta «per il bene inseparabile del Re e della Patria», per quei fini che il Re stesso addita nella chiusura dell’Augusto Messaggio: «Per la ricostruzione morale e materiale di un’Italia politicamente pacificata, socialmente progredita, unita nei suoi confini consacrati dal sacrificio, rispettata in un’Europa federata e in un mondo senza conflitti, di quell’Italia che è il desiderio ardente e il fermo proposito della nostra vita».
Queste sono le parole con cui il Re ha voluto terminare il suo scritto, quasi a suggellare questa solenne espressione della Sua volontà ed ora è a noi sapere interpretare e attuare questi desideri che per noi sono ordini e insegnamenti preziosi; in ogni contingenza dobbiamo attingere a questa fonte per andare avanti sulla nostra strada e raggiungere la nostra meta; la parola del Re ci sia luce, e di incitamento il grido di tutte le battaglie: Avanti Savoia!

mercoledì 6 settembre 2017

Monarchia sociale e Comunità nazionale

POLITICA DEL COMMERCIO CON L’ESTERO
4) Sulla dilatazione del mercato di consumo della produzione nazionale, ed in particolare sulla indispensabile revisione dell’attuale politica del commercio con l’Estero. Il complesso di provvedimenti e di riforme indicati da questa mozione tendono — oltre che a fini proprii di giustizia sociale, di soldarietà nazionale e di equilibrio politico — a dilatare sempre più, quali a rapido effetto e quali a lunga portata, il potere di acquisto del mercato interno onde trovare maggiore possibilità di sbocco alla produzione nazionale. Anche a questo fine — che interessa precipuamente l’equilibrio economico nazionale, giacché una economia che sia ridotta a produrre per il magazzino oltre le normali aliquote è una economia alla vigilia del fallimento quale che sia l’aumento dei suoi indici di produzione — sono urgenti e rispondenti ad improcrastinabili necessità dell’equilibrio economico nazionale così i provvedimenti su una nuova strutturazione del sistema fiscale, e specialmente la abolizione delle Imposte di Consumo che più incidono sui consumi delle classi medie e popolari e la riduzione delle altre fra esse, quelli per una riforma del regime del credito suggeriti nella prima parte di questa mozione, come oggi atto o provvedimento che tenda ad accrescere i redditi delle classi medie e popolari. Giacché questi, per le necessità della vita, più rapidamente che non i redditi delle classi ad alta ricchezza ritornano sul circolo delle scambio monetario e stimolano le vendite ed i consumi con immediato sollievo delle categorie produttrici e commerciali. 
Ma qualsiasi esaltazione dei consumi sul mercato interno sarà insufficiente ad assicurare un confacente sviluppo ad una attività produttiva la quale non solo è in aumento, ma deve essere per ogni altra possibile via stimolata a sempre più accrescersi per incrementare il mercato del lavoro. A questo fine occorre assicurare alla produzione italiana assai più vasti sbocchi che non gli attuali sui mercati esteri, scopo che non sembra raggiungibile senza una revisione radicale dei criteri della politica del commercio estero.

Questa deve ispirarsi, oltre a tutti gli altri che ne conseguono, a due criteri fondamentali: a) equilibrare con i provvedimenti analoghi degli Stati stranieri i provvedimenti di «liberalizzazione» cosicché questa teoricamente auspicabile — non avvenga se non a condizioni di garantita reciprocità e con piena garanzia degli interessi della produzione nazionale nei confronti della concorrenza straniera; b) condurre una politica del commercio estero capace soprattutto di dirigere le nostre esportazioni non su mercati scelti in base a criterii politici, ed economicamente concorrenti o inaccoglienti, ma su quei mercati che, oltre ad essere tradizionali all’attività mercantile italiana e ad offrire larghe possibilità di intercambio, sono naturalmente ed economicamente complementari al mercato italiano. Sono questi i mercati dell’Est, sia esso europeo, mediterraneo o asiatico. 
A potenziare il nostro intercambio con questi mercati e ad assicurare in essi all’attività commerciale italiana quelle solide posizioni che già essa vi conobbe, deve esser rivolta la nostra maggior cura, superando quei pregiudizii, quelle eventuali inibizioni e quegli ostacoli che potessero venire, per alcuni di essi, da motivi strategici ed ideologici. 
Tale politica del commercio estero deve essere sostenuta da una adeguata politica estera la quale, senza infrangere la solidarietà occidentale, deve preoccuparsi in ogni questione e di fronte a qualsiasi alleato della sovranità ed indipendenza del giudizio italiano, degli interessi nazionali in ogni caso preminenti su quelli comuni, e riconquistare quella autonomia di politica estera che possa consentire anche all’Italia, come da qualche mese consente alla Francia, di lavorare, nell’interesse comune, alla distensione europea e alla pace mondiale. La decisa ripresa delle nostre relazioni commerciali ad Est, suffragata dai necessari atti politici (come il riconoscimento della Repubblica Cinese e lo stabilimento tra Roma e Pekino di reciproche normali relazioni diplomatiche) appare essenziale a questi fini generali, oltrecchè urgente ai fini preminenti dell’interesse economico e politico italiano.


PASQUALE PENNISI (Roma), Delegato di base.
ALDO SALERNO (Roma), Vice Segretario Generale del PNM.
STEFANO CAVALIERE (Foggia), Deputato al Parlamento.
ALBERICO LENZA (Salemo), Deputato al Parlamento.
IPPOLITO CARINI (Rovigo), Consigliere Nazionale del PNM. - Ispettore Regionale per il Veneto.
FRANCO MAGGI (Pescara), Consigliere Nazionale del PNM.
CONCETTA LANFRANCHI (Taranto), Ispettrice Nazionale del M.F. del PNM.
ENRICO AIELLO (Potenza), Ispettore Regionale per la Lucania.

GIOVANNI SEMERANO, Direttore della rivista « La Monarchia ».

domenica 27 agosto 2017

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale

PROPOSTA DI LEGGE ANGELINI-CAPPUGI

3) Per la difesa dei lavoratori, ed anche della sana iniziativa privata, da alcune manovre del grande capitalismo. La concreta esperienza di questi ultimi anni mostra come la vita dell’operaio nella azienda, e quindi la sua tranquillità di lavoro (e non soltanto la tranquillità privata di uno o di alcuni operai, che pure porrebbe in ogni modo un problema di Giustizia; ma lo status economico di una cittadinanza, il che pone un concreto problema di pubblico interesse) sono insidiati da una tipica manovra capitalistica: il ridimensionamento, o addirittura la chiusura, di alcune aziende per trasferire altrove i capitali in esse investiti, concentrandoli su altre aziende o trasferendoli in altri Paesi le cui condizioni assicurino un superprofitto. Da questa manovra — tipica del grande capitale — bisogna efficacemente difendere e il diritto dei lavoratori, e il pubblico interesse del mercato sul quale la manovra si attua, e lo stesso bene comune nazionale allorché essa implica — come spesso implica — trasferimento di capitali del mercato italiano e mercati esteri.
A tutti questi fini risponde benissimo la proposta

di legge n. 427 sulla dichiarazione di pubblica utilità degli stabilimenti industriali inattivi degli On. Angelini e Cappugi, presentata il 27 novembre 1953, e non ancora presa in esame dalla speciale Commissione Parlamentare nominata poco dopo per riferirne. L’insabbiamento della proposta di legge in oggetto è tipica di quella collusione di interessi che, pur senza una esplicita volontà delle due parti, si verifica tra la difesa del capitalismo da parte delle correnti reazionarie della destra economica e sociale e l'estremismo socialcomunista. Quelle correnti, infatti, non vogliono consentire la trasformazione in legge della proposta degli On.li Angelini e Cappugi che taglierebbe la strada ad una delle più sordide manovre di speculazione capitalistica, mentre l’estremismo socialcomunista non ha alcun interesse a tagliare la strada a tali manovre, che gli offrono una delle più facili occasioni di speculazione propagandistica. E' uno dei tanti esempli, questo, che dimostrano come non si possa sostenere la lotta contro l’estremismo socialcomunista se prima, o almeno contemporaneamente, non si affronti con coraggiosa energia e con radicale decisione la lotta contro la reazione capitalistica. Il Congresso affida al Gruppo Parlamentare della Camera il mandato specifico di usare tutti gli strumenti della procedura parlamentare clic possono essergli disponibili allo scopo di trarre la proposta di legge degli On. Angelini e Cappugi dall'insabbiamento cui sembra evidente che la si voglia condannare, e di sostenerla validamente così in Commissione come in Assemblea onde procurarne al più presto l’approvazione da parte della Camera dei Deputati. Ciò ottenuto, lo stesso mandato viene affidato al Gruppo Parlamentare del Senato perché curi il perfezionamento della emanazione di questa legge senza ulteriori manovre ritardatrici.

mercoledì 9 agosto 2017

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale

IMMISSIONE DEI GIOVANI AL LAVORO
2) Sul problema dell’apprendistato, l’immissione dei giovani al lavoro, e le scuole professionali, e da osservare che la disciplina legislativa sull’apprendistato, pui considerando il progetto di legge in esame al Parlamento, è superata. L’apprendistato non può essere risolto come un «fatto» circoscritto alle esigenze economiche, produttive, sociali dell’azienda. Esso è un « fatto » che interessa tutta la Comunità nazionale, ed ha inizio nella Famiglia e primo conseguimento nella Scuola; e deve trovare armonica disciplina nei problemi di carattere morale, pedagogico e psicologico da cui è possibile una realistica preparazione del fanciullo che lo metta in condizione di affrontare il primo contatto con la vita sociale.

Pertanto prima di provvedere a disciplinare l’apprendistato nei campi, nelle officine, nei commerci, negli uffici, bisogna provvedere ad una riforma completa della Scuola, primaria e secondaria, sviluppando nell’una e nell’altra un programma di istruzione e sperimentazione di avviamento al lavoro, oggi troppo superficialmente svolto da Scuole non idoneamente attrezzate (AVVIAMENTO) o limitate a singole discipline, spesse volte non rispondenti alle necessità del luogo ove sono dislocate per la limitatezza dei programmi. La Scuola primaria e secondaria deve essere la « palestra prioria » in cui i giovanetti, unitamente alle teorie debbono apprendere realistiche e pratiche cognizioni di « quel lavoro » verso cui la naturale inclinazione e predisposizione del fanciullo è più orientata.

Così riallacciato il problema dell’apprendistato a quello della Scuola, e provveduto alla riforma dell’Assistenza e della Previdenza nel senso in cui i nuovi indirizzi sociali vanno orientandosi, il problema contrattuale, salariale, previdenziale dell’apprendistato può essere risolto senza alterare eccessivamente l’economia delle aziende, dell’ occupazione, della produzione ; e quindi assegnando a ciascun apprendista categoria e retribuzione che saranno stabilite dai contratti di lavoro, e non da ima legge coercitiva che ignorerà sempre le vere condizioni culturali, le capacità, la preparazione tecnica dell’aspirante apprendista.

Di conseguenza la legge sull’apprendistato dovrebbe predisporre l’assunzione obbligatoria, in qualità di apprendisti, dei diplomati usciti dalle scuole di avviamento al lavoro. Nel qual caso la ripartizione numerica fra le varie categorie di aziende dovrebbe essere concordata ed eventualmente graduata nel tempo fra le associazioni professionali e le autorità scolastiche. E quindi si dovrebbe, secondo le richieste di mercato, predisporre possibilmente già nelle scuole la ripartizione per specializzazione dell’alunno. Tutto ciò anche per impedire lo sfruttamento dei giovani, prelevati dalla strada, da piccole aziende o da artigiani, i quali, con la scusa dell’apprendistato, ne approfittano per fini non sempre giustificabili.

venerdì 30 giugno 2017

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale



PROBLEMI IN SEDE PARLAMENTARE

AFFIDATO COSI' AGLI ORGANI ED AI GRUPPI PARLAMENTARI DEL PARTITO IL MANDATO DI REALIZZARE LA SUDDETTA LINEA SOCIALE ED ECONOMICA CHE ESSO REPUTA CONFACENTE AGLI INTERESSI SUPREMI DELLA NAZIONE ED A QUELLI DELLA CAUSA, E DI ASSUMERE LE CONSEGUENTI POSIZIONI POLITICHE E PARLAMENTARI, IN ORDINE A QUESTE IL CONGRESSO NAZIONALE INDICA PARTICOLARMENTE Al GRUPPI PARLAMENTARI LE SEGUENTI SPECIFICAZIONI DELLA LINEA SU STABILITA:

POLITICA EDILIZIA

l) Sul disegno di legge sul blocco dei fitti urbani, e sulla politica edilizia in generale, è da respingersi il disegno di legge governativo attualmente all'esame del Parlamento così come ogni altro che muova dal principio dell'aumento non discriminato dei fitti bloccati per le case di abitazione, giacché a tale aumento, sia pure graduale, si potrà giungere soltanto quando sarà stata iniziata e sarà divenuta operante una politica edilizia capace di assicurare veramente la casa decorosa, a costo di larga sopportabilità per gli attuali bilanci familiari, ai ceti popolari e medii del popolo Italiano. Quello della casa è un diritto; ed è in questo campo che la proprietà privata deve esercitare massimamente la propria funzione sociale.

Per attuare tale politica non è possibile contare esclusivamente sull'iniziativa diretta dello Stato e su quella degli, Istituti a ciò istituzionalmente deputati, anche per evitare, la creazione di un pericoloso monopolio dell'edilizia ad equo costo. Al contrario, pur con la collaborazione di codesta iniziativa diretta o indiretta dello Stato, bisogna puntare stilla iniziativa privata la quale potrà assolvere tale compito solo che lo Stato sappia indirizzarla e proteggerla. A tale fine è necessaria una politica fiscale che - coerentemente alla nuova strutturazione auspicata per tutto il sistema fiscale - scoraggi la costruzione di case di lusso e incoraggi al massimo la costruzione di case per i ceti più numerosi e bisognosi.

Ma soprattutto è necessaria una legislazione energica, rapida, efficiente per stroncare la speculazione sulle aree fabbricabili nei centri urbani grandi e medii, giacché il poter fornire alla iniziativa privata di costruzione aree fabbricabili a prezzo equo e controllato - quando si pensi che oggi il costo dell'area incide sul costo di costruzione della casa per aliquote che vanno dal 45 al 60 per cento - significa dimezzare i prezzi del mercato edilizio. Quella delle aree è una tipica speculazione di usura capitalistica che va stroncata in nome di supremi principii morali e giuridici prima ancora che per pressanti ragioni economiche e sociali.

A questo fine è auspicabile che tutti i Comuni imitino l'esempio del Comune di Torino che - primo fra i maggiori centri urbani - ha con deliberazione del 5 novembre u.s. stabilita una imposta sul plusvalore delle aree fabbricabili, sia pure con aliquote che in altri centri sono notevolmente maggiorabili. Ma soprattutto è necessario un provvedimento di legge che autorizzi i Consigli Comunali - ed, in. mancanza di loro iniziativa, i Prefetti - a stabilire dei demanii comunali di aree, fabbricabili in base alle norme vigenti per le espropriazioni di pubblica utilità e facendo base per il prezzo di esproprio come valore commerciale delle aree il loro valore commerciale al 1948, anno in cui l'usura capitalistica in questo campo si è pronunciata. La differenza tra il prezzo di esproprio ed il valore commerciale 1948, al quale le aree dovrebbero oggi esser cedute dagli auspicati demanii comunali all'iniziativa privata di costruzione, dovrebbe essere dai Comuni iscritta in un bilancio speciale ed adoperata per la costruzione ad iniziativa comunale di case popolarissime da cedersi gratuitamente in proprietà, attraverso gli ECA e con il controllo dell’Autorità Tutoria, ai ceti più miserevoli e più bisognosi di abitazione, come profughi, sinistrati totali di guerra, disoccupati permanenti per invalidità ecc. Particolari provvidenze si auspicano per le cooperative di profughi della Venezia Giulia e dell'Africa.
Nel frattempo una equa soluzione del problema posto dal permanere del blocco dei fitti, la quale contemperi le prevalenti ragioni sociali con quelle economiche e giuridiche, non può essere ricercata che attraverso una discriminazione che contempli:

a) lo sblocco degli appartamenti appartenenti a proprietari di una o due abitazioni locate i quali possano dimostrare di avere in esse investite, prima del 1939, almeno la metà dei loro risparmi;
b) un moderatissimo aumento dei fitti bloccati, graduato per almeno un decennio e tale da raddoppiare, al massimo, alla fine del decennio i fitti attuali per tutti gli appartamenti non compresi nella prima e nella terza categoria;

c) un provvedimento di riscatto ventennale, sulla base della capitalizzazione del fitto attuale, per tutti gli appartamenti appartenenti a Enti o Istituti parastatali per i quali l'attività edilizia non rientri nei diretti fini istituzionali od a Società -private il cui fine costitutivo, o generalmente accertabile, sia la speculazione edilizia e che detengano appartamenti sottoposti al blocco dei fitti.

mercoledì 10 maggio 2017

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale

POLITICA DELL'AGRICOLTURA

C) Occorre rivedere e migliorare la attuale legislazione relativa alla riforma agraria, e tutta la politica agraria. Circa i problemi economici e sociali nel settore dell'agricoltura, deve anzitutto premettersi che esso non è inficiato, come quelli industriale e finanziario, del fenomeno capitalistico, se non forse in poche e individuali singole eccezioni, e che esso è stato vittima di una manovra politico-capitalistica, intesa a scaricare sull'agricoltura la pressione demagogica nella  speranza di rallentarla negli altri settori, manovra nella quale governo e maggioranza quadripartita     sono corresponsabili. Nella agricoltura italiana i principI della proprietà  e dell’iniziativa privata privata sono – a differenza di quanto accade in altri settori - ancora sostanzialmente sani, sebbene anche in questo settore siano aperti, e talvolta urgenti, i problemi di gararantire l'adempimento della funzione sociale della proprietà, di ripartirla secondo le esigenze sociali e produttivistiche ove essa non abbia risposto e non risponda a quell'adempimento, di elevare il tenore di vita - spesso bassissimo - delle classi lavoratrici, di assicurar loro maggiori possibilità di lavoro e più dirette misure previdenziali insieme con il problema della difesa del reddito agricolo dal doppio giuoco dei monopoli industriali e delle indiscriminate e inopportune importazioni. I più urgenti problemi sociali ed economici dell'agricoltura italiana possono così indicarsi:

PROBLEMI AGRICOLI URGENTI

a) Necessità di uno legge generale di riforma agraria basata sul criterio della produttività ed in armonia col principio fondamentale della subordinazione del bene privato del singolo proprietario all’interesse superiore e collettivo dell’agricoltura Nazionale.
Da ciò l'inaccettabilità da parte nostra dei principi informatori della legge stralcio, in base ai quali gli enti di riforma hanno proceduto agli espropri , entro i rispettivi territori, non secondo criteri tecnico produttivistici bensì secondo un rigido limite di imponibile fiscale sopra il quale noti si può ben possedere e sotto il quale si può invece anche mal possedere.
Si ritiene che gli enti di riforma, così come oggi tecnicamente e giuridicamente congegnati, costituiscano un complesso di organismi eccessivamente costosi, in proporzione alle superfici da esse servite, e troppo vistosamente soggetti ad illecite interferenze politiche.

La natura e le funzioni degli attuali ispettorati agrari provinciali, ridotti oggi a semplici uffici di statistica economica o di pura sperimentazione o di arida promozione di concorsi qualitativi, fanno ritenere però che gli enti di riforma, una volta riportati nell’alveo giuridico della normale amministrazione statale, ed utilizzati secondo i nuovi principi di una riforma generale, possa-no trovare la propria giustificazione ed il proprio utile impiego sotto forma di Centri Tecnici Provinciali o meglio intercomunali, ponendo al servizio di un intero territorio l'opera del proprio personale specializzato o la ingente disponibilità del proprio macchinario agricolo.
Lo Stato avrà il diritto ed il dovere di procedere all'esproprio, previo equo risarcimento, senza alcun riguardo all'estensione della superficie posseduta, quando il proprietario, al quale siano state preventivamente offerte tutte le opportune provvidenze di miglioramento fondiario e di credito agrario, abbia dato dimostrazione di non volerne usufruire.
E' altresì di urgente soluzione il problema della «polverizzazione» della proprietà agricola, altrettanto perniciosa agli interessi della produzione Nazionale di quanto lo sia la grande proprietà tecnicamente arretrata e priva di capitale liquido di riserva; appare pertanto indispensabile una apposita legislazione che stabilisca il limite minimo tecnicamente razionale della proprietà agricola, sotto al quale nessuna entità economica rurale possa determinarsi tanto per frazionamento ereditario quanto per atto di compra-vendita.

    b) Necessità di porre fine all'incertezza del diritto nel campo dei contratti agrari mercé una legge la quale - secondo indiscutibili principi generali di diritto - faccia salva la volontà delle parti circa i termini e il contenuto del contratto, rivaluti l'istituto della mezzadria classica, tipica e felice elaborazione della agricoltura italiana, e quanto agli altri contratti ne definisca i tipí    economico giuridici salvando la necessaria libera circolabilità delle famiglie contadine sulla terra, così per fondamentali ragioni morali e giuridiche come per profondi motivi sociali ed economici.


c) Necessità di innovare completamente la legislazione previdenziale abolendo gli attuali contributi unificati, che si sono rivelati un esoso espediente fiscale più che non un efficiente strumento previdenziale. sostituendoli con un sistema di previdenza personale e diretta per le effettive prestazioni di lavoro compiute, come quello che vige per i lavoratori degli altri settori economici; e salvo sempre il dovere dello Stato di provvedere direttamente e congruamente alle previdenze per vecchiaia e disoccupazione che, nel settore agricolo più che in altri, sono -da considerarsi una conseguenza dell'attuale ordine sociale il cui carico ricade. direttamente sullo Stato. Al problema della disoccupazione agricola -  là dove essa si rivela fenomeno endemico - lo Stato può e deve provvedere, in concomitanza con la auspicata legge di riforma agraria generale nuova. per criteri ispiratori e per strumenti esecutivi, con operazioni di migrazione interna le quali attraggano i lavoratori e le loro famiglie, senza violarne la libertà di residenza, per fondati motivi economici e sociali.

giovedì 27 aprile 2017

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale

LEGISLAZIONE SINDACALE

Pertanto:

A) Occorre che il popolo italiano riceva al più presto il proprio statuto sociale attraverso. una organica legislazione sindacale che riconosca in pieno le funzioni, le responsabilità ed i diritti che sono proprii, nella Comunità nazionale, di chiunque partecipi, in qualsiasi funzione, al comune dovere della produzione e del lavoro. Tale legislazione deve assicurare alle Organizzazioni Sindacali - così a quelle dei datori di lavoro come a quelle dei tecnici ed a quelle dei lavoratori - la personalità giuridico-pubblica, la democrazia interna, la libertà del lavoratore nell'aderirvi e quindi la possibile pluralità delle Organizzazioni anche per la stessa categoria. Ma essa legislazione deve, in pari tempo, prevedere e regolare la costituzione di organi comuni, eletti con il sistema della rappresentanza proporzionale, tra le Organizzazioni di una stessa categoria per tutti quelli che sono compiti comuni alla categoria e capaci di impegnare erga omnes tutti i partecipanti alla stessa, siano o no iscritti individualmente alle organizzazioni sindacali. Tra tali compiti sono preminenti la stipulazione dei contratti collettivi, la nomina degli arbitri per le vertenze sindacali da deferirsi ad arbitrato, la nomina dei rappresentanti sindacali da immettere come assistenti del Giudice togato in ogni istanza della Magistratura del Lavoro, la elezione degli organi cui deferire la gestione dei contributi sindacali derivanti dalla legge da rendere obbligatori quale garanzia di diritto dell'indipendenza delle singole organizzazioni. Sino a che tale sistema legislativo non sarà operante è impossibile, tra l'altro, qualsiasi regolamento legislativo dell'esercizio del diritto di sciopero, che, nelle attuali condizioni, si risolverebbe comunque in una prepotenza reazionaria contro le Organizzazioni dei lavoratori. In un secondo tempo lo statuto sociale del popolo italiano dovrà essere costituzionalmente completato mercé la immissione dei rappresentanti sindacali, - così dei datori di lavoro come dei tecnici e dei lavoratori - nei Consigli Comunali, Provinciali e Regionali accanto ai membri eletti a suffragio universale, e mercé la trasformazione del Senato in Assemblea di rappresentanti delle Organizzazioni Sindacali come delle altre organizzazioni rappresentanti interessi reali della Nazione. Soltanto per questa via, tra l'altro, potrà essere spezzata la assurda e dannosa sudditanza delle Organizzazioni Sindacali verso i partiti politici, resa oggi necessaria dalla mancanza di qualsiasi statuto sociale.

RIFORME DI STRUTTURA NELL'INDUSTRIA


B) Occorre riformare al più presto il sistema salariale e la struttura stessa dell’azienda industriale muovendo dal principio che il Lavoro è, con la Tecnica e non meno del Capitale, componente, compartecipe e corresponsabile della vita e della attività della azienda, e quindi corresponsabile anche dei suoi destini e comproprietario dei frutti della sua produzione. A tale fine è indispensabile una completa riforma della struttura interna dell'azienda - da promuoversi ed attuarsi gradualmente a partire dalle grandi aziende, nei modi e nelle forme che le diverse dimensioni aziendali ed i diversi tipi di produzione consiglieranno - la quale si incentri: a) sulla trasformazione degli organi direttivi ed amministratori responsabili dell'azienda, attraverso una congrua immissione in questi organi, con pari poteri dei rappresentanti del Capitale, di rappresentanti della Tecnica e del Lavoro nell'azienda (Consiglio di gestione, o partecipazione proporzionale dei rappresentanti degli Operai e degli Impiegati ai Consigli di Amministrazione); b) sulla effettiva controllabile pubblicità del bilancio aziendale e sulla modificazione della sua struttura, onde il profitto annuale netto venga in equa proporzione ripartito fra il Lavoro, la Tecnica ed il Capitale; c) sul superamento del concetto economico, giuridico e morale di salario, giacché nella nuova strutturazione aziendale stipendio e salario altro non devono essere che una quota irripetibile a carico del comune bilancio aziendale data all'impiegato ed all' operaio quale anticipo mensile o settimanale del profitto dovutogli, per provvedere, a seconda del suo grado e delle sue funzioni dell'azienda, ad un minimo rispettabile dei bisogni vitali propri e della propria famiglia. Tale riforma della struttura aziendale - inconfondibile con superati espedienti paternalistici poiché fondata non sulla concessione o sul calcolo egoistico del Capitale, ma sull'imprescrittibile diritto del Lavoro così manuale come intellettuale - dovrà essere completata dalla nazionalizzazione delle imprese il cui tipo di produzione non può svolgersi se non in regime di monopolio e corrisponde ad esigenze che, nell'attuale grado del progresso civile e sociale, sono da considerarsi servizi pubblici il cui esercizio è indispensabile alla Comunità. Tipiche tra codeste industrie - per le quali, essendo necessario il regime di monopolio, l'esercizio statale è sempre preferibile all'esercizio privato - sono le industrie produttrici e distributrici di energia elettrica.

giovedì 6 aprile 2017

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale

Mozione della corrente di Sinistra Sociale al II Congresso Nazionale del  Partito Nazionale Monarchico

POLITICA DEL CREDITO


B) Nel settore creditizio occorre che le Stato, attraverso i suoi molteplici controlli, al fine di determinare sui mercati monetari una richiesta di lire costantemente superiore alla offerta, cessi di trarre vantaggio per convogliare capitali alle sue casse così da sopperire a esigenze di tesoreria, preoccupandosi invece di combattere con maggior impegno, energia e tempestività la speculazione monetaria che vulnera il potere di acquisto e abbassa ognora il livello del salario reale. 
Occorre annullare le restrizioni del credito imposte dall'Istituto di Emissione a tutto il sistema bancario poiché esse - ormai è dimostrato - non hanno tanto per obbiettivo l'effettiva sanità delle imprese private, quanto invece l'assorbimento di ingenti aliquote di risparmio dì nuova formazione per le esigenze più pressanti della finanza pubblica. 
Occorre che cessino i trasferimenti considerevoli dalle Banche all'Istituto di Emissione, che finisca il congelamento di cospicui capitali privati immobilizzati dai residui passivi e dal ritardo che lo Stato e gli enti pubblici frappongono alla liquidazione dei loro impegni. 
Se quanto precede non si verificherà, il Paese arriverà alla progressiva disgregazione o liquidazione della piccola e media industria, ne seguirà la decadenza dello spirito concorrenziale col che saluteremo lo avvento dei cartelli dei prezzi e della concentrazione produttiva che demagogicamente si afferma di voler combattere. 
D'altra parte occorre che il Comitato del Credito agisca con sincero rispetto della privata iniziativa e che eviti di continuare sotto banco nello smantellamento progressivo degli istituti a medio e lungo termine che non siano nazionali o dichiarati di pubblico interesse; e gli istituti bancari, nel loro insieme, senza alcuna eccezione, debbono modernizzare i criteri che presiedono agli investimenti ed alla garanzia dei crediti concessi sicché si verifica l'assurdo che le banche prestano sulla base della consistenza patrimoniale con l'inevitabile conseguenza che beneficiano del credito soltanto le grosse formazioni patrimoniali, il che approfondisce sempre più l'abisso esistente tra la ricchezza e la miseria.

RIFORMA PREVIDENZIALE

C) Nel settore previdenziale è necessario che la riforma della Previdenza e della Assistenza si effettui al più presto non soltanto per coordinare ed uniformare gli organismi ma per meglio disciplinare le norme ed i regolamenti, onde: eliminare doppioni di istituzioni e conflitti di competenza o di giurisdizione; snellire l'impalcatura burocratica; rendere accessibile e tempestiva e sollecita la tutela e l'assistenza con una più organica distribuzione capillare degli uffici periferici sì da raggiungere nel piccolo Comune la unificazione di tutti gli istituti in unico ma efficiente servizio.

Sopratutto la riforma deve:

1° - Provvedere alla redazione ed approvazione di testi unici, aggiornati e perfezionati, delle leggi, leggine, decreti, regolamenti e norme interpretative della materia oggi così caoticamente predisposta.

2° - Estendere le provvidenze così migliorate al maggior numero di categorie, provocando in questa opera un coordinamento mutualistico che tenda sempre alla unificazione dell'assistenza pur nel rispetto delle esigenze delle categorie stesse.

3° - Eliminare ogni concetto di prescrizione, o quanto meno portarlo al massimo consentito dalla legge in fatto di adempimenti assistenziali o di versamenti di contributi.

4° - Cercare una maggiore e responsabile coscienza mutualistica e solidaristica si da raggiungere le mete cui si deve giungere per una reale politica di « sicurezza sociale ».

5° - Rivedere i compiti dei grandi Istituti previdenziali e soprattutto ridimensionarne entità e funzioni, onde evitare il costituirsi ed il permanere di una speciale ed abnorme manomorta previdenziale. 
A questo fine si potrebbe partire dalle proposte, meditatamente studiate e sviluppate nei dettagli, formulate di recente dal Vice Segretario Generale del P.N.M. Dott. Antonio Cremisini, nell'opuscolo «Oltre la sicurezza sociale».

6° - Realizzare un sistema di «sicurezza sociale» che attui sistematicamente, anche se gradualmente, i precetti dell'art. 38 della carta costituzionale, coordinando le istituzioni e le organizzazioni della sicurezza sociale con quelle della pubblica assistenza in base al principio che, se è differente il titolo che dà al cittadino, nelle determinate condizioni previste dalla norma costituzionale, il diritto di ripetere direttamente dalla Comunità nazionale il proprio congruo minimo vitale, unica è la fonte delle erogazioni: lo Stato. In tale campo ha particolare urgenza economico-sociale non meno che di Giustizia lo stabilimento di un sistema di sicurezza sociale il quale - trasformando la pensione di vecchiaia così da trasferirla, come deve, dal campo della previdenza individuale e diretta a quello della sicurezza sociale per pubblica iniziativa, cui essa compete - assicuri il congruo minimo vitale ad ogni cittadino che abbia compiuto il 65' anno di età. E' appena necessario osservare, tra l’altro, quale diretta immediata influenza favorevole ciò avrebbe sui problemi della disoccupazione, e sulle possibilità di risolverli.

Alla rapida effettuazione di quelle riforme di struttura - così costituzionali conte economiche - dello assetto sociale della Comunità nazionale italiana le quali urgono non meno per debito di Giustizia che per assicurare quella collaborazione di tutte le classi nell'interesse unitario della Nazione la cui origine può soltanto riposare nella comune coscienza dell'attuato, diritto di ciascuno nel rispetto del diritto altrui e delle funzioni e dei doveri propri a ciascuno, sotto l'egida della libertà assicurata per tutti e per ciascuno dalla legge.

mercoledì 21 dicembre 2016

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale

 Mozione della corrente di Sinistra Sociale al II Congresso Nazionale del 
Partito Nazionale Monarchico

IL II CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO NAZIONALE MONARCHICO

AFFERMA

1) che il punto focale della situazione nazionale è attualmente costituito non da problemi politici che possano risolversi sulla base di blocchi, pregiudiziali, discriminazioni di carattere ideologico, ma dal problema economico-sociale, la cui gravità si accresce progressivamente per l'accrescersi della distanza tra le poche grandi ricchezze e la miseria estesa ad una vastissima aliquota della Comunità nazionale, per lo scarso potere di acquisto delle classi medie e popolari, per il prepotere - dietro lo schermo di vantate necessità ideologiche, e di non confessate nè confessabili solidarietà e compromissioni politiche - del grande capitalismo, spesso legato ad interessi finanziari e politici stranieri, per la disordinata contraddittorietà e la sostanziale nullità della politica economica e sociale sin qui menata dai Governi che si sono succeduti in regime repubblicano, per la perdurante mancanza di qualsiasi statuto sociale del popolo italiano, quale gli deriverebbe da una organica legislazione sindacale;

2) che in tale gravissima situazione economico-sociale, come nelle speculazioni propagandistiche e demagogiche cui essa offre facilissime e numerosissime occasioni, è da ricercarsi la prima e principalissima causa del progressivo dilatarsi dell'elettorato social-comunista, onde il problema dei progressi del Comunismo in Italia è problema che non può risolversi se non dopo, o almeno contemporaneamente, a quello posto dal prepotere capitalistico e dalla necessità di infrenarlo, ed a risolvere il problema del Comunismo non tanto possono valere restrizioni delle libertà democratiche e misure di polizia - che anzi lo esasperano - quanto può e deve valere una direzione della Cosa Pubblica che sia sollecita a risolvere i problemi economici e sociali pendenti, ed a risolverli in spirito di solidarietà nazionale e di giustizia sociale, pronta ad attuare le necessarie riforme di struttura così in alcuni settori dell'amministrazione statale come nell'apparato produttivo della Nazione e nelle leggi che lo regolano, ed aperta ad un leale operante colloquio con tutte le categorie produttrici e lavoratrici, senza pregiudiziali classiste e possibilmente al di fuori di qualsiasi interposizione di partiti politici e dei loro particolaristici interessi;

3) che il PNM - fedele interprete delle tradizioni nazionali e sociali della Monarchia risorgimentale di Casa Savoia, e geloso custode degli interessi perenni e degli auspici futuri dell'Istituto Monarchico, i quali non possono essere legati né a transeunti situazioni istituzionali né agli interessi di classi e di forze economico sociali che già una volta lo tradirono, e che non rispondono al comune interesse della Nazione - deve rivendicare a se stesso, coraggiosamente ed energicamente, l'iniziativa politica e legislativa di quella riconversione della vita economico-sociale della Comunità nazionale italiana che risponde insieme alla obiettiva situazione di fatto - e ad una urgenza di giustizia sociale e di solidarietà nazionale, e che può tuttora venire effettuata, nella collaborazione di tutte le forze sanamente operanti, su fondamenta nazionali, cristiane e popolari.

E PERTANTO AFFIDA AGLI ORGANI CHE IL CONGRESSO ELEGGERA' ALLA RESPONSABILITA' DI GUIDARE IL PARTITO ED Al SUOI GRUPPI PARLAMENTARI IL PRECISO MANDATO DI ATTUARE IL COMPITO COSI’RIVENDICATO Al. PNM IN NOME DELLA NAZIONE E DELLA CAUSA, ASSUMENDO, CON LE CONSEGUENTI POSIZIONI POLITICHE E PARLAMENTARI, UNA LINEA SOCIALE ED ECONOMICA LA QUALE CONDUCA:

Alla attuazione di una politica sociale decisa e realistica che senza tergiversazioni né infingimenti, predisponga i mezzi ed i sistemi necessari per effettuare una più equa ripartizione proporzionale del reddito (patrimoniale, di lavoro, professionale) secondo funzioni, capacità e rendimento, attribuendo così a ciascun partecipante alla Comunità nazionale la quota attribuibile a seconda della sua funzione o posizione sociale di proprietario, di tecnico, di professionista, di lavoratore, di indigente, di invalido, di vecchio, e così che tale quota ,sia per ciascuno - e per ciascun nucleo familiare, non mai inferiore al minimo vitale necessario.

RIFORMA FISCALE

Pertanto:

A) Nella strutturazione del sistema fiscale occorre invertire l'attuale situazione di preminenza tra imposte indirette e le dirette, riservando il maggior gettito fiscale alla imposizione diretta, che colpisca i redditi in scala progressiva, senza pero intaccare né il capitale da cui il reddito deriva, né quelle quote di reddito delle quali si possa dimostrare l’utilizzazione diretta in nuovi investimenti produttivi ed in una espansione

delle occasioni di lavoro. Nel nuovo ordinamento della imposizione diretta occorre altresì riformare, oltre ai metodi di accertamento che devono essere sempre ispirati alla lealtà tra contribuente e Fisco, ed alle aliquote che devono essere realisticamente non confiscatrici, la attuale proporzione, iniquamente squilibrata, tra l'imposizione che colpisce i redditi dell'agricoltura - esosamente chiamati a sopportare un - carico confiscatore - e quella che dovrebbe colpire i redditi degli affari finanziari ed i redditi industriali, conservando, anche a questo scopo, la nominatività dei titoli azionari. Nella riduzione della imposizione indiretta, occorre (provvedendo a concedere un'altra area fiscale ai Comuni ed a concederne una alle Provincie per l'assolvimento dei loro compiti) avere soprattutto di mira la riduzione delle imposte di consumo, e l'abolizione di quelle tra esse che gravano sui consumi popolari più diffusi insieme che su prodotti fondamentali della nostra economia agricola o artigiana. Gli stessi problemi si pongono per l’IGE.

venerdì 21 ottobre 2016

La Sinistra Sociale Monarchica - X parte

Un Governo per la Nazione ed il nostro compito per prepararlo

A conclusione di questo esame di coscienza, di questa sintesi della situazione italiana, che dipende da una analisi approfondita della crisi della Nazione, la conclusione è una: perché si possa avere quel Governo che alla Nazione occorre è necessario che vi concorrano due circostanze. La prima è che la Democrazia Cristiana abbia il coraggio di rompere tutti quei legami che, così attraverso certi suoi uomini e circoli come attraverso i « partitini », la tengano, avvinta al giogo capitalistico, specie internazionale, e quindi abbia il coraggio di presentarsi al Parlamento con un Governo monocolore-tecnico che non abbia pregiudiziali politiche (questa era la felice formula del Gabinetto Pella), che per il programma, e soprattutto per la volontà ed il mordente nell'attuarlo, sia un Governo di vera e propria riconversione economico-sociale della politica della Comunità nazionale italiana dal piano capitalistico al piano popolare. La seconda circostanza è che tale Governo, così per avere una sufficiente base parlamentare, come per non perdere la propria qualificazione di equilibrio politico, possa chiedere e possa ottenere l'appoggio esterno - o positivo con il voto, o negativo con l'astensione, ma eguale dalle due parti - così dei socialisti come dei monarchici. Questo è il punto, e, sebbene la realizzazione di questa formula possa sembrare ancora lontana a chi guardi dal punto di vista della cristallizzata realtà odierna, ciascuno che vi sia impegnato ha il dovere di prepararvi se stesso, perché il momento di rottura della odierna cristallizzazione può presentarsi improvvisamente, e guai se per la seconda volta - come avvenne subito dopo le elezioni della primavera 1953 - tutti o qualcuno dei nuovi protagonisti fossero non preparati e pronti a realizzare la nuova formula.

Anche per questo bisogna superare - questo va detto a tutti i partiti, ma a noi compete dirlo oggi al nostro Partito e realizzarlo nella sua azione politica - le barriere ideologiche e le pregiudiziali che attengono alla filosofia, e quindi trascendono la Politica, o che dipendano da interessi materiali particolaristici, e quindi sono estranei al giudizio politico, e per loro natura devono essergli subordinati e non subordinarlo a se stessi. Bisogna tornare a quel costume democratico e civile che era comune alle generazioni che precedettero il fenomeno fascista, che attiene al realismo politico ed è intrinseco nella missione nazionale e nella tradizione italiana della Monarchia, costume per il quale gli avversari politici, tutti gli avversari politici, sono giustappunto avversarii e non nemici. Cioè: uomini e partiti dai quali si dissente per alcuni presupposti morali ed ideologici e per alcune visioni teleologiche, ma con i quali - tutti - si deve e si può collaborare allorché gli interessi della 'Nazione, o dei suoi singoli organi ed istituti, lo richiedono, e l'accordo può raggiungersi circa la soluzione da dare ai problemi concreti, pratici e contingenti tutti per loro natura, che appartengono nel momento all'arte della gestione politica.

Giacché si parla di democrazia e ci si proclama - a giusto titolo democratici, non bisogna dimenticare che è stata una caratteristica del fenomeno fascista non solo, ma una sua caratteristica direttamente dipendente dalla sua natura dittatoriale (cioè dalla identificazione del Partito con lo Stato con lo Stato e dello Stato con la Nazione), quella di iniziare l’aberrazione di distinguere i partecipanti alla Comunità nazionale in «antinazionali» ed in «nazionali» a seconda che fossero o non fossero suoi avversari politici. Ma questo ò stato uno dei punti fondamentali nei quali il periodo fascista si mantenne estraneo alla Tradizione monarchica nazionale, che noi dobbiamo oggi riprendere, reinterpretare e continuare. Si può esser sicuri che, immediatamente prima ed immediatamente dopo di quel periodo, la Maestà di Vittorio Emanuele Ill e di Umberto II, allorché ricevettero al Quirinale l’Uno l’on. Turati e l'Altro l'on. Nenni non stimarono di far cosa né scandalosa né essenzialmente diversa di quello che facevano ricevendovi l'Uno l’on. Giolitti e l'on. Salandra e l'on. Mussolini, e l'Altro l'on. Ruini, l'on. De Gasperi e l'on. Selvaggi.

E' a questo costume che noi dobbiamo, per primi e senza complessi né di inferiorità né di scandalo, ritornare, se vogliamo essere e nazionali e monarchici e democratici, se non vogliamo gravemente amputare e sterilizzare la nostra azione politica, se vogliamo tener pronto il PNM ai compiti cui l'interesse supremo della Nazione può, forse più presto che non si creda, chiamarlo.

Avversari con tutti, e nei punti programmatici che ci distinguono da ciascuno; nemici con nessuno. Esser sempre e rigorosamente noi stessi, approfondire e qualificare da noi la nostra azione, pronti a collaborare con chiunque quando sia necessario o conveniente, decisi a non confonderci con nessuno: è questa la formula, spregiudicata ma leale, che noi chiediamo al Congresso Nazionale di dare all'azione crescente e maturante del Partito Nazionale Monarchico.