NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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giovedì 7 febbraio 2019

venerdì 5 ottobre 2018

Riemergono dagli abissi della storia le stragi di italiani in Istria e Dalmazia

«Le nostre foibe si trovano nel mare Adriatico» così affermava lo stilista Ottavio Missoni, illustre esule dalmata, facendo riferimento alla pratica dei partigiani jugoslavi di Josip Broz “Tito” di trasportare i propri prigionieri al largo per poi scaraventarli in mare ancora vivi con una pietra legata al collo. Tuttavia una recente macabra scoperta sull’isola di Zuri ci dimostra che anche in queste zone le cavità naturali furono utilizzate dalle milizie comuniste come fossa comune ovvero come luogo in cui scaraventare i “nemici del popolo”. Alle pendici della rocca che caratterizza tale località, infatti, si trova una cavità naturale in fondo alla quale è stato rinvenuto uno strato di 7-8 metri di ossa umane, secondo un sito croato specializzato nella denuncia dei crimini del comunismo (www.komunistickizlocini.net). 
In Croazia è indubbiamente in corso una rivisitazione della storia nazionale in cui il periodo titoista viene esecrato e condannato, ma si tratta soprattutto di iniziative provenienti da ambienti ultranazionalisti che non hanno certamente interesse a raccontare ciò che la comunità italiana autoctona subì da parte del dittatore jugoslavo ed intendono invece celebrare la memoria dello Stato Indipendente Croato (1941-1945) dell’ultranazionalista Ante Paveli, leader dei famigerati ustaša. Divulgando tale notizia, che andrà comunque verificata con indagini più approfondite sul campo, la fonte sostiene che tra i defunti vi siano non solo anticomunisti croati (con particolare riferimento a militari che sarebbero stati eliminati dopo essersi arresi), ma anche italiani provenienti dalla vicina Sebenico e addirittura da Trieste, Fiume e dall’Istria.

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https://www.lavocedelpatriota.it/riemergono-dagli-abissi-della-storia-le-stragi-di-italiani-in-istria-e-dalmazia/

martedì 12 settembre 2017

Istria, Fiume e Dalmazia

La tragedia degli esuli

Definire Waldimaro Fiorentino uno scrittore prolifico e poligrafo è una realtà, perché, oltre ad aver firmato dodicimila articoli sui più vari argomenti, i suoi lavori più impegnativi spaziano dagli scienziati italiani, opera monumentale, patrocinata dalla Società Italiana per il Progresso delle Scienze, al mondo della musica e dell’operetta italiana, ai problemi religiosi della “Rerum Novarum”, a problemi storici e politici da De Gasperi, al rapporto di Casa Savoia con l’Alto Adige, al federalismo e decentramento, alla questione istituzionale vista dal punto di vista monarchico, agli italiani in Egitto, alla genesi della prima guerra  mondiale ed ora agli esuli dell’Istria, Fiume e Dalmazia.
Il volume così intitolato “Istria, Fiume e Dalmazia – La tragedia degli esuli“ (Edizioni Catinaccio – Bolzano – maggio  2017 – Euro 15,00), uscito da pochi mesi e che ha avuto importanti e positive recensioni sui quotidiani trentini ed altoatesini, è una precisa documentazione storica dal 1800 ad oggi della vita e delle azioni che gli italiani di queste terre hanno compiuto per riaffermare la loro italianità sotto il governo asburgico, e poi, dopo il purtroppo breve  periodo del loro ricongiungimento al Regno d’Italia, nel triste e tragico dopoguerra della seconda guerra  mondiale sotto la ben peggiore oppressione comunista titina, terminato con la partenza e l’abbandono della terra natia e dei beni, da  parte  della grande maggioranza della popolazione di lingua, cultura e tradizione italica. Esuli che non sempre furono accolti in Italia, specie all’inizio, con sentimenti fraterni particolarmente da parte dei comunisti, per i quali la solidarietà ideologica con la Jugoslavia, era superiore alla solidarietà nazionale.
Secondo il suo stile e metodo Waldimaro Fiorentino, approfondisce date e nominativi di persone nate in quelle terre, frutto di una non certo facile ricerca storico anagrafica, che rendono il suo testo difficilmente oppugnabile e discutibile. Ed a date e nominativi, di coloro, numerosi, che si distinsero in tutti i campi e che ben operarono per l’italianità, nomi che in molti casi lasceranno sorpresi i lettori, si aggiungono cifre e statistiche altrettanto precise per cui libri come questo sono come pietre miliari della storia di terre dove Venezia aveva impresso il suo stampo d’italianità, che dopo la sua caduta, venne ripreso in quel più vasto movimento nazionale che fu il Risorgimento, con l’unità raggiunta, sia pure parziale, nel 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia. Ed al Regno d’Italia da tale data al 1915, inizio della IV Guerra d’Indipendenza, guardarono, sperarono e dettero anche un contributo di sangue, gli italiani di queste terre. Quindi Irredentismo e senso nazionale che suscitarono la reazione politica, poliziesca, e snazionalizzatrice dell’impero austro-ungarico, a vantaggio di slavi e croati, così ben documentata ed approfondita da Fiorentino, di cui è doveroso ricordare le sue ragionate convinzioni monarchiche sabaude che lo portarono, giovanissimo, ad iscriversi al Movimento Giovanile del Partito Nazionale  Monarchico ed il suo impegno successivo che lo ha visto per decenni rappresentante monarchico nel Consiglio Comunale di Bolzano.
Domenico  Giglio 

mercoledì 6 settembre 2017

I monarchici italiani contro Tito. 1971


"...volantino da noi conservato all'Archivio Museo storico di Fiume delle Federazioni Nazionali Monarchiche stampato a Napoli per protestare in merito all'accoglienza data a Tito il 30 marzo 1971 dalle autorità governative italiane. Un evento che preparò poi la cessione della zona B dell'Istria alla Federativa Jugoslava avvenuta qualche anno dopo col Trattato di Osimo (1975)."

Con queste righe il Direttore Marino Micich dell'Archivio del Museo storico di Fiume ha accompagnato l'inoltro di un volantino del 1971, lanciato dagli spalti del Maschio Angioino ad opera dei monarchici di Napoli.
Il dono ci è particolarmente caro e siamo onorati di aver ricevuto un contributo così importante. 
Importante perché dimostra l'attaccamento dei monarchici italiani ai valori della Nazione. Perché dimostra la loro lungimiranza quando furono capaci di darsi organizzazioni presenti sul territorio, tra la gente. Perché ci parla delle dolci terre delle province orientali nelle quali la nazione intera subì la più dolorosa e sanguinosa delle pulizie etniche.
All'infoibatore, occupante illegale della zona B che andava da Capodistria  a Cittanova per 512 kmq redenti col sangue degli italiani di ogni dove, la repubblica senza vergogna seppe cedere tutto. Onore e dignità prima di ogni altra cosa.
Ringraziamo il Direttore Micich per aver condiviso con noi un pezzo della sua e della nostra storia.




giovedì 8 giugno 2017

Le date fondanti della Repubblica italiana non riguardano il confine orientale

Dopo le passioni irredentiste ed interventiste, Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia si sono gradatamente scollegate dalle sorti della penisola

Il Referendum del 2 giugno 1946, in cui vennero designati anche i membri dell’Assemblea Costituente, che avrebbe svolto pure funzioni parlamentari, non coinvolse tutti gli italiani. Il decreto luogotenenziale che delineò i collegi elettorali riguardava anche Trieste, Gorizia, Pola, Fiume, Zara (sotto amministrazione militare angloamericana oppure jugoslava, ma formalmente ancora nella sovranità italiana in attesa delle decisioni della Conferenza di Pace) e Bolzano, ma un successivo decreto legislativo stabilì che qui “la convocazione dei comizi elettorali sarà disposta con successivi provvedimenti” per motivi di ordine pubblico. Tale sospensione del voto non fu mai sanata sicché, eccezion fatta per alcuni costituenti eletti con i resti nel collegio nazionale, non parteciparono alla redazione della legge fondamentale della Repubblica rappresentanti delle martoriate province del confine orientale e inoltre al voto sul Trattato di Pace avvenuto nell’estate 1947 nessun esponente direttamente eletto nelle terre che venivano cedute ebbe modo di far sentire la sua voce.
Questa situazione si poneva in diretta continuità con due precedenti discrasie.
In seguito allo sbandamento dell’8 settembre 1943 si scatenò in Istria e Dalmazia la prima ondata di infoibamenti compiuti dai partigiani di Tito a danno degli esponenti di spicco della comunità italiana, ma nel resto d’Italia pochi ne vennero a conoscenza. Se puramente simbolica fu la dichiarazione da parte degli insorti dell’annessione della Venezia Giulia alle future Slovenia e Croazia nell’ambito della nuova Jugoslavia titoista, ben più drammatico fu il consolidarsi della Zona di Operazioni Litorale Adriatico da parte delle truppe tedesche, che di fatto annichilirono i poteri della Repubblica Sociale Italiana (molti gli ostacoli che i comandi germanici posero allo schieramento dei reparti della Divisione Decima, il cui comandante Borghese voleva proprio difendere il confine da nuove incursioni titine), laddove il cosiddetto Regno del Sud non riuscì a convincere gli angloamericani riguardo la necessità di non lasciare queste terre in mano jugoslava a guerra finita.
Ne conseguì la ancor più profonda spaccatura fra le terre redente con la Prima guerra mondiale ed il resto d’Italia consumatasi il 25 aprile 1945. L’insurrezione generale dei Comitati di Liberazione Nazionale Alta Italia contro le truppe tedesche in ritirata segnò la fine del conflitto, ma all’estremo nord-est le colonne angloamericane furono precedute nella “Corsa per Trieste” dal IX Korpus titino, il quale prese possesso di Trieste, Gorizia, Fiume e Istria dando luogo ad una seconda mattanza ancor più cruenta nei confronti di quanti, fascisti o antifascisti, si opponevano al progetto espansionista che voleva portare i confini della rinascente Jugoslavia fino al fiume Isonzo se non addirittura al Tagliamento.
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domenica 30 aprile 2017

La scomparsa del Senatore Toth




Il Circolo REX che ebbe tra i suoi conferenzieri il sen. Toth  si unisce al rimpianto per questa nobile figura di patriota.

Rimpianto condiviso anche da tutto lo staff di Monarchici in Rete.
Le nostre condoglianze alla famiglia dell'illustre Senatore ed a tutta la comunità giuliano dalmata in esilio.

Lucio Toth, la coscienza e il coraggio di un italiano

Ottenne la legge istitutiva del Giorno del Ricordo

di ilTorinese pubblicato venerdì 28 aprile 2017

di Pier Franco Quaglieni

La numerosa comunità giuliano, dalmata, istriana e fiumana di Torino e del Piemonte è in lutto, ma in lutto sono tutti gli Italiani che ritengono che le terre dell’Adriatico orientale fossero italiane e che l’infoibamento di 15 mila italiani e la cacciata di altri 350 mila dopo il trattato di pace del 1947,fossero iniquità feroci da denunciare e condannare come infamie: è morto a Roma il senatore della Repubblica Lucio Toth, magistrato di Cassazione a riposo ,presidente dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia dal 1992 al 2012.Seppe guidare la riscossa degli esuli della diaspora adriatica, ottenendo la legge istitutiva del Giorno del Ricordo che ancora dopo molti anni non sempre viene rispettata ogni 10 febbraio, come si dovrebbe fare. A Torino viene sempre ricordata, ma non nelle scuole che ignorano la ricorrenza, anche nel 70° della cessione alla Jugoslavia delle  regioni orientali. Ho condiviso con lui passione civile e patriottica, ho partecipato a suoi convegni e lui ha partecipato ad eventi in cui ha portato la sua straordinaria esperienza di giurista e di storico. E’ stata la poetessa zaratina Liana de Luca ad avvicinarmi al dramma delle foibe e dell’esodo:la scuola non mi aveva detto mai nulla e fu Liana ad offrirmi l’opportunità di capire una pagina di storia ignorata per decenni che solo Gianni Oliva ha svelato con i suoi libri coraggiosi. Lucio era un gentiluomo di antico stampo, uno dei rarissimi esempi dove l’essere stato magistrato indipendente non configgeva con l’essere stato parlamentare.

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sabato 1 aprile 2017

“A 70 anni dal trattato di pace di Parigi: il destino delle terre istriane e dalmate, tra storia e futuro”

Un percorso tra passato e futuro 

a cura del dr. Marino Micich ( Direttore dell’Archivio Museo storico di Fiume)

Esposta per l’occasione  la bandiera fiumana con firma autografa di Re Umberto II conservata all’Archivio Museo storico di Fiume. 


Il Presidente del Circolo REX l’ing. Domenico Giglio ha introdotto la conferenza del dr. Marino Micich ricordando il sacrificio di migliaia di italiani uccisi nelle foibe, durante e dopo la Seconda guerra mondiale dai partigiani jugoslavi di Tito. Le foibe strumento del terrore che furono tra le cause principali che spinsero nel giro di alcuni anni oltre 300.000 italiani ad abbandonare le proprie terre. 
Una storia taciuta, se non proibita, che solo da alcuni anni, a partire dalla Legge del Giorno del Ricordo del 2004 approvata dal Parlamento, ha reso possibile una divulgazione più strutturata nelle scuole e nei media. Ma molto rimane da fare secondo l’ing. Giglio perché tale storia sia veramente condivisa, esistendo purtroppo in Italia ancora dei circoli politici o pseudo storici che mettono in dubbio tale scomoda verità. 
L’Ing. Giglio ringrazia sentitamente il dr. Micich, figlio di esuli dalmati, per aver voluto portare in esposizione in  occasione della conferenza un cimelio  conservato presso il Museo fiumano di Roma, vale a dire la bandiera di Fiume firmata di suo pugno dal Re Umberto II.  Dopo aver ricordato le attività promosse quest’anno dal Circolo Rex l’ing. Giglio passa la parola al dr. Marino Micich che ringrazia e informa il pubblico convenuto che tale bandiera fiumana, firmata da Re Umebrto, è conservata presso l’Archivio Museo di Fiume nel fondo Paolo Venanzi. Paolo Venanzi, esule da Fiume dopo il 1945, ricorda Micich, era di fede monarchica, tanto da costituire a Milano negli anni “60 l’Unione dei Monarchici Irredenti. Venanzi assieme ad altri monarchici fiumani si recò più volte a visitare il re Umberto II in esilio, sia in Portogallo sia in Francia. 
La bandiera esposta fu firmata nel 1970 a Cap Ferrat dove il Re si trovava per una breve vacanza estiva. Micich ricorda che altri cimeli riguardanti Casa Savoia sono conservati presso l’archivio-museo fiumano. Il tema della conferenza è stato quello di ricordare la lunga storia di italianità degli esuli istriani, fiumani e dalmati che spesso è stata confusa con il periodo fascista per tornaconto politico e ideologico di parte. 
Il Re fifma la bandiera di Fiume Cap Ferrat 1970
Le città istriane come anche Fiume erano da sempre caratterizzate da una forte identità culturale italiana che superava l’identità slava tradizionalmente più consistente nei territori interni dell’Istria o in altre vaste zone della Dalmazia. Dante Alighieri nel IX Canto dell’Inferno citava Pola come luogo di italianità “..sì come a Pola presso del Quarnaro che Italia chide e i suoi termini bagna..”. Dante è solo un esempio, ha affermato Micich, di come sin dai secoli più remoti la civiltà italiana avesse caratterizzato quelle terre. 
Successivamente avvenne l’espansione di Venezia che nel corso di alcuni secoli caratterizzò permanentemente gli usi, i costumi e i dialetti parlati dagli istriani e dai dalmati. Molte figure di letterati e uomini di cultura provengono da quelle terre, tra cui lo scienziato Ruggero Boscovich, l’autore della prima grammatica italiana Giandomenico Fortunio, l’illuminista Gian Rinaldo Carlo, il letterato Nicolò Tommaseo e lo stesso Ugo Foscolo, ricorda Micich, amava ricordare che fu educato tra dalmati, poiché frequentò gli studi ginnasiali a Spalato. Innumerevoli gli scrittori della frontiera giuliana che hanno lasciato il segno nelle antologie letterarie Giani Stuparich, Scipio Slataper, Enrico Morovich, Fulvio Tomizza e tanti altri. Molti gli istriani e i dalmati, ancora sotto la Casa d’Austria, parteciparono nell’800 alle guerre d’indipendenza per la costituzione del Regno d’Italia.

Dopo la Prima guerra mondiale (1915-18) con la vittoria dell’Italia sull’Austria-Ungheria fu acquisita la Venezia Giulia, ma per avere Fiume all’Italia ci volle l’Impresa dannunziana e poi un lungo contenzioso diplomatico tra Italia e allora Jugoslavia che terminò solo il 27 gennaio 1924 con la firma del Trattato di Roma, attraverso il quale la città quarnerina passò definitivamente al Regno d’Italia. Il 16 marzo di quello stesso anno il Re Vittorio Emanuele III fece visita a Fiume accolto da una folla esultante.
Ci furono poi gli anni caratterizzati dal regime fascista che suscitarono nelle terre giuliane nuove tensioni, già sorte nell’Ottocento, tra italiani e minoranza slava ma non produssero un esodo epocale di popolazione slava come invece avvenne dopo la Seconda guerra mondiale in seguito all’occupazione jugoslava. Micich ricorda poi gli antefatti del secondo conflitto mondiale e le nefaste conclusioni  per le armi italiane. 
L’8 settembre 1943, data memorabile, vede l’Istria abbandonata a se stessa e quindi sottoposta all’attacco dei partigiani comunisti jugoslavi, coadiuvati da quelli italiani, che danno avvio alla triste pratica degli infoibamenti. L’arrivo dei tedeschi verso la metà di settembre portò all’ instaurazione della zona militare del Litorale Adriatico e la loro azione armata spinse i partigiani jugoslavi a ritirarsi dall’Istria. Gli anni 1943 e 1944 non saranno favorevoli agli italiani come ai tedeschi e nei primi giorni di maggio 1945 vengono occupate Trieste, Fiume, Gorizia, Pola e altre cittadine giuliane. 
Zara in Dalmazia era invece caduta in mano jugoslava già il 31 ottobre 1944, dopo 54 bombardamenti a tappeto che uccisero oltre il 20% della popolazione. Nel secondo dopoguerra ripresero su larga scala gli infoibamenti da parte comunista jugoslava e prese grande consistenza, per via di altri conseguenza ad altri soprusi, l’Esodo degli italiani. Si trattò di una vera e propria pulizia etnica ed ideologica che non lasciò scampo alla componente storica italiana della Venezia Giulia della Dalmazia. Il 10 febbraio 1947 a Parigi fu firmato il vessatorio Trattato di Pace con il quale l’Italia dovete cedere supinamente alla Jugoslavia comunista di Tito tutta la Venezia Giulia, Fiume e Zara. 
L’Italia fu trattata in tutto e per tutto come Paese sconfitto e il prezzo più alto dovettero pagarlo i giuliano-dalmati con l’esodo e la perdita dei propri beni, con i quali l’Italia pagò i debiti di guerra alla Jugoslavia. Non ci fu nessun riconoscimento da parte Alleata ai meriti della cobelligeranza, ma solo amputazioni territoriali gravissime. 
Gli esuli istriani non sempre furono accolti bene nel resto della Penisola, dovettero affrontare lunghi anni nei campi profughi prima di ricostruirsi una vita dignitosa. 
Ebbene tutta questa storia è stata per lungi decenni taciuta e osteggiata dalla propaganda cultura di sinistra ma dopo il crollo del Comunismo internazionale nel 1989 le scomode verità sono riapparse. Marino Micich continua il suo intervento sottolineando che nonostante una storia tragica e costellata da ingiustizie subite i giuliano-dalmati hanno mantenuto sempre vivo il loro associazionismo e dopo il disfacimento violento dell’ex Jugoslavia avvenuto tra il 1991 e il 1996 c’è stato un movimento teso a dialogare con le nuove repubbliche di Slovenia e di Croazia. Il Governo italiano, in virtù di una piccola ma consistente minoranza italiana superstite esistente soprattutto in Istria e a Fiume (circa 21.000 connazionali) ha inteso favorire la riunione di un popolo disperso dietro accordi con la Croazia e la Slovenia. 
La bandiera di Fiume sventolata all'incontro di Beaulieu sur Mer
Oggi alcune cose sono cambiate e la Società di Studi Fiumani la prima a promuovere un dialogo articolato con la città di Fiume (oggi Rijeka –Croazia) ha ottenuto dalla autorità cittadine croate il permesso di promuovere cultura e prendere contatti con le scuole della minoranza italiana. Ogni anno quindi ci sono iniziative congiunte che sono improntate a ricordare l’identità culturale italiana di Fiume con spirito europeo moderno di apertura e collaborazione. Micich ha concluso ricordando che nel giugno 2016 la Città di Fiume-Rijeka ha voluto premiare il Presidente della Società di Studi Fiumani l’esule fiumano Amleto Ballarini per il dialogo culturale instaurato sin dal 1990. Sono atti importanti che danno la possibilità di operare in futuro per far conoscere e divulgare la cultura italiana nelle proprie terre di origine. 
A questo riguardo i governi italiani sin dal 2001 con una legge finanzia progetti culturali delle associazioni degli esuli indirizzati sia in Italia che nelle terre d’Oltreconfine. Non si tratta più di un confine chiuso come tanti anni fa ma di un confine permeabile visto che la Croazia nel 2013 è diventato Stato membro dell’Unione Europea. Anche il mondo della scuola si è aperto a queste vicende dimenticate e ogni anno dal 2006 il

Ministero dell’istruzione, in accordo con la Federazione degli Esuli promuove un seminario di studi per docenti sulle vicende storiche del Confine orientale italiano. 

Con questi segnali di speranza si è concluso l’intervento del dr. Micich  che ha letto in finale alcune passi del messaggio del Sen. Lucio Toth, esule zaratino, che non è potuto intervenire per motivi di salute.                    
“Desidero che giunga il mio saluto a questa importante iniziativa degli amici del Circolo “Rex”, che sono stati vicini a noi, esuli istriani, fiumani e dalmati, nelle battaglie culturali per riportare nella memoria della nazione la tormentata vicenda del nostro confine orientale nelle due guerre mondiali e della perdita il 10 febbraio di settanta anni fa delle province della Venezia Giulia e della Dalmazia “redente” nell’ottobre 1918.  L’egemonia culturale di una sola parte politica ha distorto la narrazione delle vicende italiane del Novecento…  Fra le vittime di questa egemonia ci fu anche la nostra vicenda di italiani dell’Adriatico orientale, gli eccidi delle Foibe e l’Esodo di massa dalle terre natali, italiane da secoli. Fiume, Pola. Zara, Capodistria, Parenzo, Rovigno e altre belle città affacciate sul mare andarono perdute e deserte di gran parte della loro popolazione autoctona italiana.. Sen  Lucio Toth”.
                 

domenica 9 febbraio 2014

IL DONO DEI FUORUSCITI ISTRIANI LA CONSEGNA DEL VELIVOLO «NAZARIO SAURO» ALLA SQUADRIGLIA SERENISSIMA

Tra i velivoli che compirono il "Volo su Vienna" ve ne era uno offerto dai "fuorusciti" istriani intitolato alla memoria del Comandante della Regia Marina impiccato dagli austriaci.
Con questo discorso il Comandante D'Annunzio accettò il dono. 
Nel ricordo del 10 Febbraio.


La proposta dei fuorusciti è bella ed animosa   e viene in un'ora opportuna.
Dal 15 marzo io comando la prima squadriglia navale «S.A.» da me costituita, che si propone il più severo dei compiti. Questa squadriglia tutta fatta di ardire e di ardore, ha il suo campo sul Lido adriaco. Ogni sua azione potrà certo essere considerata come una vendicazione del capitano Sauro. Perciò io e i miei ufficiali saremmo fieri se l'apparecchio fosse offerto dai fuorusciti alla squadriglia «S. A. » che ha un motto composto sulle sue iniziali tecniche: «sufficit animus». Parto ora per andare a ricevere due velivoli attrezzati per la mia guerra. E giuro che l’ala dei fuorusciti io la condurrò ove si va per non ritornare.
(Intervista a un giornale)

Le vostre parole, la voce dei capi, la voce dell'amico fedele, la voce del fuoruscito onorando mi bruciano il cuore, mi arroventano l'anima.
Col ferro, con la fiamma, col maglio il fabbro potente foggia subito un'arma o un arnese a gran colpi. Qui l'incudine non c'è, ci siamo noi: un pugno di volontarii a terra smarriti, palpitanti. Le vostre parole non domandano altre parole: domandano l'atto di vendicazione piena, il «volo trionfale», come assegna il fuoruscito, la meta raggiunta o percorsa, il limite della gloria superato, il sacrificio convertito in baleno immenso.

Ma partiamo dunque! Carichiamo le nostre carlinghe! Approntiamo le nostre mitragliatrici! Mettiamo in moto le nostre eliche! Grida la nostra ansia, grida l'ansia di questi nostri giovani combattenti, che hanno tutti il petto attraversato dall'azzurro della prodezza.

Ho i loro cuori nella mia mano; battono e soffrono, ardono e balzano. Ecco la loro passione, ecco la nostra passione, donatori. Eguaglia la vostra. Per questo siamo forse degni del dono. Ma è un dono tremendo.
Chi, chi mi voleva dare una corona? Chi mi voleva dare una spada? Una corona di metallo? Una spada senza taglio? Ci sono premi che pesano, ci sono premi inermi come fardelli. Ci sono ricompense che cadono sopra un uomo come la pietra sepolcrale. Dio me ne guardi, Dio ve ne guardi, fratelli!
Ma voi mi date un premio terribilmente vivo, o uomini dell'altra sponda. Voi ci fate un'offerta di morte: di quella morte che oggi è forza più viva della vita. Voi non ci date una macchina alata, una struttura esatta di legno, di tela e di acciaio, con tre cuori pulsanti: questa che vediamo, questa che conosciamo, questa che ha la sua robustezza e la sua fragilità, questa che avrà il suo rombo e la sua rotta, voi ci donate un dono divino, di quelli che l'uomo spera e paventa, di quelli che fanno esultare e tremare l'uomo.
A noi mortali voi date un compagno immortale.
Chi potrà più dormire? Mi sembra che non potremo più dormire se la stanchezza non ci schiacci. Egli ci sveglierà nella notte. Egli sarà il nostro demone marino che soffierà nella nostra anima e nella nostra ala. Egli sarà la nostra fortuna. lo non l'ho mai veduto, io non l'ho mai conosciuto. Più d'una volta lo cercai e non lo trovai. So che anch'egli mi cercò e non mi trovò. lo l'amavo e lo credo che Egli mi amasse. Conoscevo la figura del suo eroismo e non quella della sua umanità.

Era destinato che io lo conoscessi di spirito e che in spirito Egli vivesse meco, Egli vivesse con noi come oggi vive. Ieri uno dei suoi familiari mi rappresentava la persona gagliarda, e traversa, la larga faccia abbronzata, le gambe ercoline. E per un momento lo vidi in carne quale era, su questa via di cemento, di dove spicchiamo il volo, barcollare come sopra il ponte di una torpediniera in travaglio. Consigliava taluno di porre sulle carlinghe la sua effigie. Non voglio, non vogliamo. E' un nome, e uno spirito, è un segno, è un comandamento, è una fiamma, è un capitano; là nella fossa triste la sua figura carnale è cancellata, ma qui Egli ha il viso misterioso della giovinezza eterna, ma per noi ha uno tra i più bei volti dell'aria, del mare e dell'amore: è marino, è aereo, è fervente come la sua Istria, come l'Istria nostra quando ci appare dall'alto tra ala e ala. E' la santità dell'Istria, è la purità, la bontà, la fedeltà della sua terra dolorosa.

mercoledì 9 febbraio 2011

MESSAGGIO A ZARA

Allo scoppio della Grande Guerra Gabriele D'annunzio chiese ed ottenne di essere richiamato in servizio e fu assegnato ai Lancieri di Novara con il grado di capitano.
Fin da subito portò il suo estro al servizio di azioni di propaganda  con voli, quanto mai rischiosi, sulle terre irredente di Trieste, di Trento.
Nel Dicembre 1915, Gabriele D'Annunzio aveva progettato un volo su Zara, la città italiana sulla costa Dalmata, insieme all'eroico Giuseppe Miraglia, Tenente di Vascello della Regia Marina che però morì in un incidente aereo a Venezia poco prima che l'impresa prendesse corpo. Questo convinse i comandi militari a sospendere l'azione.
Per il volo D'Annunzio aveva scritto un messaggio destinato alla città.
Ne riportiamo il testo in omaggio al Vate, al suo sfortunato compagno Giuseppe Miraglia e soprattutto nella memoria del 10 Febbraio, giorno di  lutto e ricordo dei fratelli italiani infoibati e scacciati dalle terre di Istria, Fiume e Dalmazia.

Noi non dimentichiamo.
MESSAGGIO A ZARA
23 dicembre 1915


Zara, Zara la santa, Zara l'invitta, questo è un messaggio d'Italia avvolto nel tricolore.
Eccoti la buona novella che aspetti, eccoti la parola invocata dalla tua passione.
La prima volta che su te volano ali italiane, ali armate in guerra, ali della nostra guerra, partite dall'altra sponda, venute a te di sopra l'Adriatico, di sopra le tue isole e i tuoi canali, per portarti il conforto della Patria, per dirti che oggi non sei più sola, che più non sei abbandonata, che come Trento e Trieste sei tutta viva nel cuore nuovo d'Italia. Siamo apparsi nel tuo cielo per annunziarti che il giorno primo di dicembre, in Roma, nella solenne assemblea nazionale fu dichiarato il proposito fermo di riscattare tutte le genti di nostra razza che da lunghi anni sostengono una lotta disuguale contro la subdola e pervicace opera  di oppressione e di soppressione proseguita dal governo austriaco.

Chi più di te fu coraggiosa e costante, fidente e disperata, nella lotta d'ogni giorno? Noi lo sappiamo. Noi ce ne ricordiamo. Il popolo di Zara, solo contro tutti, negletto dalla Madre e senza lamento contro la Madre, ha salvato il comune italiano, ha preservato la figura della nostra più antica dignità. Nella Dalmazia latina da schiatte barbariche iniquamente invasa e usurpata col favore imperiale, il popolo di Zara ha salvato e confermato il glorioso comune italiano, ha mantenuto nel suo pugno il fermento della nostra più antica libertà.
Non v'è per te lode assai alta, non v'è corona assai chiara per te, per il premio dei tuoi fatti. Queste parole che ti gettiamo dovrebbero essere un canto perché solo il canto è degno di avvicinarsi alla tua virtù e al tuo martirio.
Nel giorno dei morti, in quella grande Aquileia piena di Roma e di Cristo, donde venne a te translatato il corpo di Crisogono tuo patrono antichissimo, taluno dichiarò ai soldati in ginocchio i versetti d'un nuovo salmo.
Diceva nel salmo la voce dell'Italia potente :
« Mie tutte le città del mio linguaggio, tutte le rive delle mie vestigia. Mando segni e portenti in mezzo ad esse.
Ma in Zara è la forza del mio cuore; su la Porta Marina sta la mia fede, e in Santa Anastasia arde il mio voto. Grida, o Porta! Ruggi, o Città, coi tuoi Leoni!
A te darò la stella mattutina. A te verrò, e di sotto alla tavola del tuo altare trarrò i tuoi stendardi. Li spiegherò nel vento di levante. O mare, non mi rendere i miei morti, né le mie navi. Rendimi la gloria.
E allora udita fu dall'alto una voce senza carne, che diceva : - Beati i morti. - Fu intesa una voce annunziare : - Beati quelli che per te morranno.
I soldati piangevano inginocchiati tra le fresche tombe più venerande delle arche romane. E Trieste era prossima, così che ci pareva di sentire il suo soffio doloroso passare sul Golfo e alitare nel nostro sepolcreto di zolle. Ma in quel punto tu, sorella leonina, tu eri anche più presso, tu che non udivi il tuono dei nostri mortai, tu che non vedevi nella notte le nostre lunghe barre di fuoco spinte sempre più avanti, né forse indovinavi di sotto alle menzogne croate l'impeto della nostra conquista.
Ora sai che per te si combatte e per te si vince. L'Isonzo è ridivenuto un bel fiume d'Italia. Gorizia è già perduta pel nemico. Il Carso è pel nemico un inferno senza scampo.
Il tuo popolo vecchio « santa intrada » chiamò l'ingresso dei magistrati veneziani. Ora attendi con certezza una entrata più santa quella del nostro Re, vero tra i re soldato, e tra i soldati primissimo. Le tue donne possono cucire in segreto il tricolore, come fecero alla vigilia della giornata di Lissa. Altra forza, altra volontà, altro destino. Quel tricolore ondeggerà al vento della primavera ventura, insieme con gli stendardi di San Marco dissepolti.
Noi veniamo da Venezia. Siamo partiti su l'alba da quella Venezia a cui ti assomigli. Mentre a volo respiriamo la tua anima stessa che inarcata fa sopra le tue mura il tuo cielo veneziano, mentre scendiamo verso di te per meglio guardarti, per meglio riconoscere nel tuo viso il viso materno, i nostri compagni portano ghirlande votive alla tua imagine di pietra scolpita nella base di Santa Maria del Giglio, dove dorme quel Duodo che comandò le sei galeazze vittoriose accanto alle tue quattordici nelle acque di Lepanto. E altri nostri compagni nell'ora medesima sospendono una corona di bronzo al sepolcro di un tuo figlio morto d'ambascia per i tuoi dolori, alla tomba romana di Arturo Colautti «vate e martire della gente dalmatica imperterrito incorrotto», promettendoti «la traslazione prossima dell'esule corpo alla spiaggia natale, restituita nella grazia di Roma ».
Se quel corpo che tanto soffri ti fosse conservato per virtù di miracolo, tu gli riconosceresti le cicatrici lasciategli dalle sciabole austriache che lo tagliarono all'improvviso in un agguato notturno, sette contro uno, per punirlo d'aver imposto il marchio potente del suo dispregio sul ceffo dei vigliacchi.
O Zara, che sei tuttora quale fosti per Antonio Barbaro scolpita nel bassorilievo di Santa Maria del Giglio, simile a un'ala di guerra come la nostra, ben costruita, a un'ala d'Italia sul mare, o Zara di Nicolò Trigari, Zara di Luigi Ziliotto, rocca di fede, per gli stendardi sepolti nel tuo Duomo consacrato sotto il vocabolo della Resurrezione, per 1'arco Romano che afforza la tua Porta Marina, per le tre absidi del tuo San Crisogono che sembra da angeli toscani alla tua Riva Vecchia trasportato di Lucchesia, per le vere dei tuoi cinque pozzi dove l'ombra di Alvise Grimani ancor beve, per l'arca regale del tuo San Simeone battuta in argento dal maestro lombardo, per tutta la tua grazia veneta, per tutta la tua bellezza italiana, credi nella promessa, credi nella gioia della seconda primavera, quando fiorirà l'acanto corintio della tua colonna latina e i tuoi Leoni di sopra le tue porte fremeranno alla «santa entrata».
Vivere vorrebbe fino a quel giorno ed essere degno di cantare la tua coronazione chi oggi dall'alto ha sentito battere più forte del rombo il tuo gran cuore d'eroina.
Nel cielo della Patria, 23 dicembre 1915.

GABRIELE D'ANNUNZIO