NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 8 aprile 2026

Vita segreta al Quirinale - II parte

 



Di Nino Bolla

Tra le tante visite che l'allora principe di Piemonte fece nei primi mesi del 1945, va ricor­data quella a Taranto, quando sbar­cò la divisione garibaldina di ri­torno dalla Jugoslavia: era quanto rimaneva della gloriosa "Julia". Gli alpini erano comandati dal colon­nello Ravnich, giovane e ardimen­toso, decisissimo, e che per molti e lunghi mesi aveva diviso con i suoi "veci" e rischi e fatiche.

Quasi tutti veneti, tagliati fuori all'improvviso dalla patria, senza notizie delle famiglie, in una terra impervia ed ostile avevano tenuto alto il nome dell'Italia. Portavano, è vero, la cravatta rossa; ma in omaggio a Garibaldi, non ad altri. Il Luogotenente assistette al loro sbarco, accompagnato dall'aiutante di campo e da due ufficiali d'ordi­nanza: venne salutato al grido di "Savoia", mentre i reduci levava­no i fucili con sopra il cappello al­pino, scolorito e slabbrato. Erano laceri, semi-scalzi, ma avevano ancora le stellette e le fiamme verdi.

I FATTI DI TARANTO

Il governo., informato del viaggio di Umberto; aveva inviato sul po­sto il ministro della guerra, antimonarchico. Il colonnello Ravnich presentò al principe la divisione schierata in ordine perfetto sulla banchina. Il ministro della guerra si avvicinò al colonnello e gli dis­se: “Per il vostro eroico comportamento siete nominato generale di brigata per merito di guerra”. Imperturbabile l'alpino rispose: “Signor ministro, io non accetto promozioni per merito di guerra che da Sua Maestà; altrimenti preferisco rimanere colonnello per tutta la vita”.

La sera, quando gli alpini ebbero la libera uscita, andarono nelle osterie vicino al porto, e, data la loro cravatta rossa, furono scam­biati per comunisti; numerosi "compagni" si fecero loro incontro con donne che recavano mazzi di garofani fiammanti, inneggiando a Stalin. Volarono pugni e ceffoni. Ed i reduci gridarono: “Se doves­simo, tornando al paese, trovare le nostre donne trasformate in comu­niste, preferiremmo non vederle più!”

L'impressione a Taranto fu no­tevole. I giornali di sinistra sorvo­larono sull'episodio; mentre quelli di destra, come al solito, si lascia­rono sfuggire l'occasione per par­larne. La divisione, composta di circa 2.000 uomini, doveva rimane­re dieci giorni a Taranto; ma la sua partenza venne affrettata, con meta Viterbo e proibizione di sosta a Roma. In alto loco si era infatti venuti a sapere, per quanto la co­sa fosse stata tenuta segreta, che il Luogotenente, dopo la propria visita, aveva disposto che la du­chessa di Genova si recasse nelle Pugile per portare doni ai reduci.

Il viaggio degli alpini in tradotta durò undici giorni. Il colonnello Ravnich si recò a Roma per chie­dere l'onore di far sfilare i propri uomini per le vie della capitale: ma all'ultimo momento gli fu notificato il veto del ministro della guerra. Dopo due mesi di sosta a Viterbo, la divisione venne sciolta. prima che il Nord fosse liberato. Col ritorno della primavera vennero ripresi i combattimenti, inter­rotti all'inizio del duro inverno; e Bologna, la città che tanto aveva sofferto, fu liberata. Tra i primi ad entrarvi fu il Luogotenente, ac­colto trionfalmente. Lo stesso sin­daco comunista Dozza prese parte alla manifestazione; ed uno dei più accesi partigiani rossi, postosi al fianco di Umberto, disse all'ufficiale d'ordinanza: «Bisogna vigi­lare, non si sa mai, ci potrebbe essere qualche pazzo ad attentare alla vita del Re! Talvolta le ma­ni si alzavano con il pugno chiu­so, tal'altra nel saluto romano, ma nel complesso il Luogotenente ricevette da ogni parte omaggi che parevano sinceri.

Diversamente accadde poco do­po, durante la visita a Milano. Quanto alla mancata visita a Torino non appena liberata, il mo­tivo deve imputarsi al fatto che il campo di Venaria Reale, ove l'aereo del principe avrebbe dovuto atterrare, era in mano ai francesi; i quali avevano allora larvate idee annessionistiche. Umberto non vol­le perciò creare complicazioni od urti con il comando alleato. Gli altri due campi, poi, quello di Mirafiori e dell'aeronautica d'Italia, erano ancora minati.

Se non gli fu permesso di volare su Torino, il Luogotenente sorvolò tuttavia Milano a bassissi­ma quota, mentre le ultime colon­ne tedesche si ritiravano e nel cie­lo s'incrociavano fittissimi i colpi della contraerea.     

PARTIGIANI AL QUIRINALE

La liberazione del Nord, che da tutti gli italiani era stata attesa come una salvezza perché si spe­rava avrebbe portato un equilibrio nella vita nazionale, non dissipò l'incubo ma scatenò, sotto lo spe­cioso motivo della politica, gli odi più tremendi: e in Alta Italia fu­rono nuovi lutti e nuovi dolori.

Ivanoe Bonomi avvertì la venta­ta di odio e di vendetta che calava dal settentrione, non dovuta alle pur provatissime popolazioni ma attizzata in base a un piano accuratamente stabilito dai capi dei partiti estremisti; e nonostante la sua buona volontà, alla fine fu ob­bligato a dare le dimissioni inizian­do quella lunghissima crisi che durò circa due mesi: dalla montagna degli equivoci fu partorito il topo della conciliazione a rovescio: Ferruccio Parri.

In questa rovente e difficilissima atmosfera Umberto continuò le visite nelle terre liberate, e invero non fu mai male accolto. Certo, le popolazioni avrebbero voluto poterlo avvicinare di più, per esporgli i singoli bisogni e le singole pene, giacché lo si sapeva proclive al bene e portato verso gli umili.

Invece, una eccessiva prudenza una voluta atmosfera di assenteismo ufficiale, fecero sì che il Luogotenente contrariamente all’aspettativa, si muovesse sempre meno.

Intanto, lungo le strade malsicure continuavano le aggressioni, i depredamenti gli eccidi; ed era molto difficile ottenere il permesso degli alleati per recarsi al Nord. Con il pretesto della poca sicurezza lungo le vie di comunicazione, il permesso fu negato alla duches­sa di Genova che desiderava recarsi a Torino per salutare la propria famiglia; mentre Invece venne facilmente concesso ad altri, per motivi assai meno chiari.

Proprio In questo periodo, agli Inizi dell'estate 1945, tre Partigiani si presentarono una mattina al palazzo reale, vestiti si può dire da "bravi", col berretto calato sugli occhi, Il fazzoletto al collo ed un'a­ria spavalda non eccessivamente rassicurante. Quello che agiva come capo si chiamava Lippo. Erano quel giorno di servizio presso il Luogotenente, II maggiore Gallone, ed il capitano Avalle, i quali, preoccupati se introdurre o non introdurre presso il capo dello Stato, individui dall'aspetto così poco rassicurante, decisero di non lasciar solo li Principe durante il colloquio. I tre entrarono con fac­ce truci e l'espressione decisa, Umberto andò loro incontro, tese la mano, affabilmente, ed i tre non seppero cosa dire o cosa fare; apparivano impacciatissimi e desiderosi soltanto di andarsene al più presto. Il Luogotenente li interrogò, interessandosi alla loro attività di partigiani: mentre il maggiore Gallone fingendo di ricercare alcune carte sul tavolo, non tralasciava di sorvegliare gli "Ospiti„ con una mano sul calcio della rivoltella. L'udienza fini ed i tre uscirono. Il capitano Avalle udì quello più anziano dire:” Perché fargli del male? Mi pare sia un brav’uomo anche se ci hanno detto il contrario…”.

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