NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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lunedì 15 aprile 2024

“Umberto I, il Re buono”, il secondo sovrano d’Italia, a cura di Pezzoni Mauri e Salvatore Sfrecola

  



“Umberto I, Il Re buono”, a cura di Edoardo Pezzoni Mauri e Salvatore Sfrecola con prefazione di Maria Pia di Savoia, primogenita del re Umberto II, si sarebbe potuto intitolare “l’Italia al tempo di Umberto I”, il Re ucciso il 29 luglio 1900 dall’anarchico Gaetano Bresci: tre o forse quattro i colpi di pistola che, come scrive Sacchi, “posero la parola fine alla bella favola risorgimentale che era stata il motivo conduttore della vita del Re Umberto I”. QUi una sintesi della presentazione di Gianni Torre per il blog Un sogno italiano.

 

Secondo in ordine di successione, dopo il padre Vittorio Emanuele, Umberto fu effettivamente il primo Re d’Italia, nel senso che la trovò unita e visse stabilmente a Roma, dove la consorte, la Regina Margherita, con la sua spiccata personalità, divenne presto molto popolare, per le sue opere di carità e perché raccolse attorno a sé personalità della cultura provenienti da tutto il Regno, in tal modo costituendo, accanto alla Corte tradizionale, un ristretto salotto intellettuale (quasi un “Circolo della Regina”), di cui scrivono Rossella Pace ed Edoardo Pezzoni Mauri (“Il mito della Regina!), frequentato assiduamente da artisti, letterati, filosofi e politici, da Marco Minghetti a Terenzio Mamiani, al Premio Nobel per la poesia Giosuè Carducci.

 

È l’Italia che, finalmente unita, anche se mancano ancora Trento e Trieste, ha l’ambizione di diventare “un grande Stato”, come aveva auspicato Cavour all’atto della costituzione del Regno, e intraprende la strada delle riforme amministrative, economiche e sociali con le quali il Paese, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, sarà all’avanguardia in Europa. Basta ricordare il Codice Zanardelli del 1889 che abolisce la pena di morte che rimarrà, invece, nella legislazione di molti paesi europei fino al ventesimo secolo, una riforma sulla quale ha scritto pagine di straordinario interesse il Professor Nicola Pisani.

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“Umberto I, Il Re buono” un libro sul secondo sovrano d'Italia (blitzquotidiano.it)

lunedì 13 febbraio 2023

Re Umberto I, il conservatore che abolì la pena di morte

 


Alla scoperta dei monumenti di Torino / Prese parte alla Seconda Guerra d’Indipendenza, distinguendosi nella battaglia di Solferino del 1859.Il 9 gennaio del 1878, alla morte del padre, salì sul trono italiano con il nome di Umberto I e con il nome di Umberto IV su quello sabaudo, dal momento che suo padre aveva stabilito, malgrado l’unità nazionale, il prosieguo della tradizione nominale sul trono sabaudo

Nel piazzale, davanti alla Basilica di Superga, si innalza
 imponente il monumento dedicato al Re Umberto I di Savoia. Su un basamento di marmo si erge un Allobrogo, guerriero capostipite dei piemontesi, con indosso un elmo alato, lunghe trecce, ascia e corno di guerra. Il guerriero tiene un braccio levato mentre con l’altro punta una spada sulla corona ferrea circondata dalle palme del martirio, in segno di fedeltà e con accanto uno scudo sabaudo lambito da due serpenti, simboli rispettivamente della dinastia reale e del tempo. 
Alle spalle del guerriero si trova un’ alta colonna corinzia di granito, il cui capitello in bronzo si prolunga in una figura d’aquila imperiosa ad ali spiegate, trafitta da una freccia; allegoria del re assassinato.

Umberto I nacque il 14 marzo 1844 a Torino, precisamente a Palazzo Moncalieri, da Vittorio Emanuele II (allora duca di Savoia ed erede al trono sabaudo) e da Maria Adelaide d’ Austria. Ebbe, come da tradizione sabauda, un’educazione essenzialmente militare e nel marzo del 1858 intrapreseproprio la carriera militare, cominciando con il rango di capitano; successivamente prese parte alla Seconda Guerra d’Indipendenza, distinguendosi nella battaglia di Solferino del 1859.Il 9 gennaio del 1878, alla morte del padre, salì sul trono italiano con il nome di Umberto I e con il nome di Umberto IV su quello sabaudo, dal momento che suo padre aveva stabilito, malgrado l’unità nazionale, il prosieguo della tradizione nominale sul trono sabaudo.

Assunse, sul fronte della politica interna, una posizione rigida e autoritaria soprattutto in senso anti-parlamentare: le insurrezioni e i moti, come quelli dei Fasci dei Lavoratori in Sicilia e l’insurrezione della Lunigiana (1894), che minacciavano l’ordine interno e l’unità stessa dell’Italia, lo portarono a firmare provvedimenti come ad esempio lo Stato d’Assedio. A seguito di questi e di altri gravi avvenimenti, si procedette, ad opera del governo Crispi, allo scioglimento del Partito Socialista, delle Camere del Lavoro e delle Leghe Operaie. Il suo regno fu contrassegnato da opinioni e sentimenti opposti, infatti se da alcuni venne elogiato per per il suo atteggiamento dimostrato nel fronteggiare sciagure come l’epidemia di colera a Napoli del1884 ( si prodigò personalmente nei soccorsi), o ad esempio per la promulgazione del cosiddetto codice Zanardelli che portò all’abolizione della pena di morte, da altri fu aspramente avversato per il suo duro conservatorismo. Fu aspramente criticato dall’opposizione anarchico-socialista e repubblicana italiana, soprattutto per la decorazione del generale Fiorenzo Bava-Beccaris che fece uso dei cannoni contro la folla a Milano per disperdere, il 7 maggio 1898, i partecipanti alle manifestazioni di protesta scatenate dalla tassa sul macinato. Dopo esser sfuggito a due attentati, Umberto I venne ucciso a Monza il 29 luglio del 1900, per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.

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Re Umberto I, il conservatore che abolì la pena di morte - Il Torinese

sabato 30 luglio 2022

120° Anniversario del Regicidio di Umberto I




Scritto da Massimo Fulvio Finucci e Clarissa Emilia Bafaro 

UN PASSAGGIO SECOLARE
NELLA STORIA DEL REGNO D’ITALIA

Il Novecento inizia con due eventi, solo apparentemente distanti, il Regicidio del Re d’Italia Umberto I e la creazione di un’opera d’arte, estremamente inquietante, il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Infatti, il 29 Luglio 1900,  fu proprio la mano di un operaio anarchico, che con tre colpi di pistola, in ultimo, pose fine alla vita del Sovrano. Quest’anno ricorre il 120° Anniversario dell’infausto evento.

Il Contesto Europeo
Il periodo che va dalla fine dell’Ottocento all’inizio del Novecento viene detto Belle Epoque, Epoca della Bellezza. Un progresso scientifico e industriale ormai imperante e irrefrenabile, come un fiume in piena travolse l’Europa. Il futuro si imponeva con tutta la sua forza. Tutto era scritto, tutto era già nelle cose. Nelle esposizioni universali delle maggiori città europee si mostrava il progresso della civiltà e le conquiste dell’umanità.
Confronto-scontro tra tradizione e modernità. Due sistemi di pensiero, due visioni del mondo. L’idea di leggi immutabili e inesorabili veniva sostituita dal richiamo continuo a punti di vista e a proiezioni intellettuali inusitate, cambiando così il modo di concepire l’oggetto fisico e le categorie di spazio-tempo.

Il tempo dell’orologio sostituiva il tempo della campana.
Cambiamento antropologico in atto. Le masse mutavano i loro desideri e le loro aspirazioni, i loro gesti e le loro abitudini; orientate non più dal suono della campana, ma dal rumore delle sirene.

Ai tempi lenti del pensiero e della riflessione si opponevano i tempi veloci della macchina. La velocità era la caratteristica dei Tempi Moderni, prendeva il sopravvento su tutto, sia nella vita civile e pacifica, che in quella che venne giudicata, da certi ambienti, come una nuova forma di guerra.

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https://www.consulpress.eu/120-anniversario-del-regicidio-di-umberto-i/

venerdì 27 agosto 2021

Il vetturino del Re Umberto I

di Emilio Del Bel Belluz

Ho tra le mani una copia del Corriere Lombardo, giornale pubblicato negli anni cinquanta a Milano, in cui ho trovato scritto la storia di Giovanni Rosa, uno degli ultimi vetturini di quella città. Passò tutta la vita con la sua carrozzella e con i suoi fedeli cavalli, ha girato in lungo e in largo la città di Milano e zone vicine. Giovanni, classe 1876, riuscì a percorrere la bellezza di 250 mila chilometri, seduto in cassetta, a trasportare le persone. 

Nel dopoguerra la gente non aveva molti mezzi e non c’erano molte alternative, andare in carrozzella alla fine, risultava un lusso. L’autore dell’articolo, Ignazio Scruto racconta di quest’uomo :” Il vetturino si chiama Giovanni Rosa ed ha 74 anni. E’ un ometto asciutto, tranquillo che in 56 anni di cassetta ha percorso quasi 250 chilometri, sempre per le stesse strade e con lo stesso trotto. Ha cambiato 500 cavalli, ha partecipato a 3000 funerali (fino all’epoca in cui l’automobile non ebbe il deciso sopravvento) e a 1500 matrimoni. Non ricorda il numero dei battesimi.

 La carrozza di Giovanni Rosa è una delle ultime quattro che si vedono ancora in circolazione a Milano. Le altre hanno pressappoco lo stesso stato di servizio. Il signor Giovanni è nato nel periodo in cui la città era graziosamente dominata dalle diligenze…e dalle carrozze stemmate.” Il suo lavoro consisteva nell’aspettare la gente fuori dai teatri, dai cinema, e accompagnarla a casa. Il vecchio Giovanni doveva essere un tipo preciso, ma soprattutto innamorato del suo lavoro e delle sue storie che raccoglieva quotidianamente dalla gente. 

Al mattino presto andava nella stalla, dava da mangiare al suo cavallo, e lo puliva con diligenza. Il cavallo faceva parte della sua vita, ne conosceva tutti i pregi e il suo cuore si era legato a quasi cinquecento ronzini. Il signor Giovanni aveva visitato tanti luoghi della città, affezionandosi ai suoi clienti abituali, tali da considerarli degli amici. 

Quanti anni a lavorare con la nebbia di Milano che non lasciava scorgere quasi nulla, ma faceva sentire la sua presenza quando la si respirava. Quando la città dormiva, talvolta, Giovanni con il suo il cavallo la percorreva per portare delle persone alla stazione. Ha potuto godersi veramente la sua città, prima che la sua quiete fosse stata cancellata dai mezzi di trasporto a motore. Quanto sarebbe stato bello poterlo conoscere, farsi portare nei luoghi incantevoli della città ed ascoltare le tante storie di vita che conosceva. 

La sua carrozza portava anche gli innamorati in giro per la città che potevano ammirare il cielo stellato e la felicità di quelli che si amavano era anche la sua. Nelle migliaia di persone che ha incontrato ci sono stati degli uomini che hanno fatto grande la città e l’Italia. “ Giovanni Rosa non è mai salito su una automobile. Non le può soffrire non perché gli hanno tolto la sicurezza del guadagno, ma perché hanno distrutto, egli dice, la vera poesia di Milano. 

I suoi compagni, gli altri fiaccherai, sono quasi tutti morti: non hanno sofferto a lungo dello sfacelo della categoria. Prima di morire si mettevano ancora in fila con malinconica tenacia, davanti alla Scala. Era un garbato tentativo. Alcuni da mezzo secolo facevano così e volevano richiamare l’attenzione degli spettatori sulla gentile consuetudine di fare una scarrozzata prima di andare a letto. Fatica inutile. Orami i tassì facevano la coda e nessuno più pensava d’incarrozzarsi. Si era smarrito il gusto delle passeggiate discrete di fine giornata. Tutti avevano fretta”. Nella vita tutto ha una sua fine e il mestiere del signor Giovanni è scomparso quasi dappertutto. 

Non restano che i ricordi. Nell’articolo mi ha colpito il fatto che Giovanni avesse portato nella sua carrozza il re Umberto I. Il sovrano viveva a Monza dove aveva la sua villa. Giovanni racconta che il re d’Italia giungeva alla chetichella, di sera, e si divertiva a farsi scarrozzare per le vie di Milano. Al sovrano piaceva non farsi riconoscere dalla gente e desiderava osservare indisturbato i suoi sudditi. Al buon Giovanni questa fortuna toccò molte volte e si sentiva felice d’essere stato il cocchiere del re d’Italia e non sapeva fare a meno di raccontare alla moglie ed ai suoi amici d’aver portato a spasso per la città il Re. 


Ironia della sorte, il vecchio sovrano Umberto I moriva in un attentato mentre era trasportato in carrozza, e di sicuro al vecchio Giovanni sarà scesa una lacrima

domenica 28 febbraio 2021

Da Bava Beccaris a Bresci. Anatomia di un regicidio

Giorgio Ferrari ricostruisce il lungo percorso che ha portato all'attentato a Umberto I


 

di Matteo Sacchi

Monza, 29 luglio dell'anno mille e novecento, due destini si incrociano: quello di Umberto I di Savoia, re d'Italia dal 1878, e quello di Gaetano Bresci, anarchico e figlio di contadini.

Tre colpi di pistola - in rapida sequenza, e a breve distanza - contro il Re in carrozza, che saluta la folla venuta ad assistere ad un saggio ginnico, troncano la vita del monarca. È un attimo. La carrozza tenta la fuga, il Re dice «Non credo sia niente» e poi si accascia, la gente inferocita cerca di linciare Bresci che balbetta «non sono stato io». Lo salverà, arrestandolo, un maresciallo dei carabinieri, Andrea Braggio. Bresci non oppone resistenza e solo a posteriori, salvato dai bastoni, dirà la celebre frase: «Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio».

Quella scena accaduta nell'afosa serata estiva di Monza che cambierà la storia d'Italia è solo l'ultima di un dramma iniziato ben prima. Per rendersene conto a 120 anni dalla morte di Gaetano Bresci, forse (e il forse è d'obbligo) suicida nel carcere di Santo Stefano a Ventotene, c'è un libro che ricostruisce non tanto il regicidio, quanto l'intricato percorso sociale e politico che ha portato a esso: Uccidete il Re Buono. Da Bava Beccaris a Gaetano Bresci (Neri Pozza, pagg. 272, euro 18) di Giorgio Ferrari. Ferrari, inviato speciale ed editorialista, cesella con precisione certosina il contesto europeo e internazionale in cui è maturato l'attentato. L'impressione che se ne ricava è che molte delle tensioni politiche e ideologiche del Novecento, nonché il militarismo e la violenza che ha portato alle Guerre mondiali, abbiano solide radici nel secolo precedente. I tre proiettili (ma c'è stato anche chi ha parlato di un quarto colpo) che uccisero un Re schiacciato dall'ombra di suo padre, il vitale e battagliero Vittorio Emanuele II, sono stati fusi tanto nello stampo dell'anarchia che in quello del militarismo bismarckiano.

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https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/bava-beccaris-bresci-anatomia-regicidio-1927016.html

martedì 21 aprile 2020

Quel maledetto 29 luglio 1900, quando Re Umberto I fu assassinato


17 Aprile 2020

Non doveva aver dormito la notte del 28 luglio 1900 il signor Gaetano nella sua stanza affittata a due passi dalla stazione di Monza. Si era momentaneamente trasferito in Brianza dagli Stati Uniti dove viveva, perché in città stava accadendo qualcosa.
Siamo in un’Italia unificata da pochi decenni e la massima autorità dello stato è rappresentata dal re: il monarca Umberto I di Savoia.
Monza ha la fortuna di annoverare tra le proprie bellezze anche l’alloggio scelto dalla RealCasa per trascorrervi il periodo estivo; eredità asburgica da tenere in considerazione per la sua vicinanza con Milano pur essendo immersa nel verde. La Villa Reale rappresentava per Re Umberto una seconda dimora, ed è appunto qui che si trova nella giornata del 29 luglio 1900.
Anzi, quel giorno non è proprio in Villa, ma qualche centinaio di metri più avanti. Si svolge infatti, lungo l’attuale Viale Cesare Battisti, un evento sportivo organizzato dalla società ‘’Forti e Liberi’’, e l’ospite d’onore è proprio sua maestà il re. Lo sa bene il signor Gaetano che vorrebbe incontrarlo, ma non per semplice adorazione istituzionale.
Il signor Gaetano ha un pensiero fisso nella testa e una pistola nella tasca. Soprattutto ha un cognome celebre tra le fila degli anarchici: si chiama Bresci. I suoi ideali erano contro ogni forma di governo, e il fatto che in Italia ci fosse la monarchia, rendeva più semplice individuare un obiettivo, un solo capro espiatorio verso cui rivolgersi. Per giunta Umberto si era da poco reso protagonista di un gesto che aveva fatto ribollire ulteriormente gli animi già infuocati degli anarchici: aveva decorato con medaglie e titoli onorifici il generale Fiorenzo Bava Beccaris per aver represso con il fuoco una rivolta popolare a Milano.
Così Gaetano Bresci si era ‘’immolato’’ alla causa antimonarchica, e la sera di quel 29 Luglio intendeva colpire.
La giornata era trascorsa liscia con le prove ginniche dei ragazzi che avevano saputo sorprendere il Re, il quale si rivolse agli atleti dichiarandosi ”lieto di essere tra italiani” nonostante fossero presenti anche i rappresentanti di Trento e Trieste, territori austroungarici. Sarebbe stata questa la notizia del giorno. Ma quel giorno era destinato ad essere consegnato ai posteri per un’altra ragione; perché appena salito sulla carrozza per tornarsene alla vicina Villa Reale, Re Umberto fu avvicinato da Gaetano Bresci che gli sparò addosso tre colpi di pistola (qualcuno dice quattro).
Lo sfortunato Savoia ebbe appena il tempo di rendersi conto dell’agguato subito. Umberto I morì poco dopo a causa delle ferite riportate al cuore e a un polmone. Erano le 22,30 del 29 Luglio 1900.
A perenne ricordo di quel fatto, sul luogo esatto del regicidio, svetta ancora oggi un grande monumento a forma di croce chiamato Cappella Espiatoria.

Pare che alla sua inaugurazione nel 1910 un ragazzo si mise a incidere sulla cancellata la frase ‘’monumento a Bresci’’. Quel ragazzo aveva un animo turbolento che si sarebbe manifestato nella sua interezza qualche anno dopo. Si chiamava Benito Mussolini.




lunedì 2 marzo 2020

Nacque per l'incubo del colera la prima legge sanitaria d'Italia (1888)


di Aldo A. Mola

L'Italia: Stato giovane, particolarismi arcaici. 
Mentre ferve la sterile disputa di amministrazioni locali nei confronti della strategia messa a punto dal governo per arginare il contagio del Covid-19 giova ricordare gli albori della medicina sociale in uno Stato recente qual è l'Italia. Il Paese ha raggiunto l'unità politico-amministrativa solo nel 1861, o meglio nel 1870, quando anche Roma fu annessa e si riconobbe nel Regno, o ancora più esattamente nel 1918-1924, con Trento, Trieste e Fiume (senza plebiscito confermativo). L'unificazione fu voluta da una ristretta minoranza di illuminati duramente osteggiata da potenze estere e da opachi potentati interni, sorretti da interessi particolari, pronti a valersi di pregiudizi arcaici e di superstizioni spacciate per spiritualità. La Costituzione del 1948, nelle sue parti migliori ricalcante lo Statuto Albertino del 1848, nel Titolo V (regioni, province, comuni) è stata disfatta per calcoli politico-elettorali le cui conseguenze si pagano e si pagheranno. Mentre sono ormai del tutto immotivate le dispendiosissime “Regioni a statuto speciale”, da abolire prima possibile, va ricordato che quelle a statuto ordinario furono istituite mezzo secolo fa e, come previsto, divennero e sono fomite di sperpero di pubblico danaro con danno gravissimo per lo Stato, cioè per i cittadini perché, come insegnavano i liberali di una volta (pochi ma buoni), è sulle loro spalle che si scarica il debito pubblico in tutte le sue varianti e per molte generazioni. Poiché sono ormai migliaia i Comuni prossimi al fallimento e i debiti delle Regioni (sia a statuto speciale, sia ordinarie) sono stratosferici, vanno rimpiante le Province, enti tradizionalmente parsimoniosi oggi ridotti a uccelli impagliati da una delle tante sconsiderate “riforme a mezz'asta” varate senza memoria storica né visione di lungo periodo. I “capricci” si scontano, come avverrà con la riduzione dei parlamentari, colpo di grazia sull'ormai evanescente rapporto di fiducia tra cittadini e loro rappresentanti sino al 1913 votati per libera scelta. Quanto ora avviene in presenza della febbre virale che attanaglia l'Amministrazione pubblica, la vita quotidiana, l'economia e le suggestioni di massa, merita rievocare quando, come e perché lo Stato si dette la prima legge sanitaria: necessaria proprio per colmare le immense lacune degli Stati pre-unitari e fare dell'Italia un Paese moderno.
 

Quando il cholera morbus nel 1884 dette la sveglia 
Centotrentasei anni orsono fu l'ennesima devastante epidemia di cholera morbus ad aprire gli occhi a chi ancora non voleva vedere per non capire e non rimediare. Era l'Italia unita da un quarto di secolo.
Milleottocentoottantaquattro. L'anno si aprì con il “pellegrinaggio nazionale” alle spoglie di Vittorio Emanuele II  morto il 9 gennaio 1978, traslate all'interno del Pantheon nella tomba in cui ancor oggi riposa il Padre della Patria. Vent'anni dopo il trasferimento della capitale da Torino a Firenze (1864-1865) e poi a Roma (1870-1871) nel capoluogo piemontese fervevano i preparativi dell'Esposizione Nazionale inaugurata il 2 aprile dal Re, presenti la Corte, il presidente del Consiglio Agostino Depretis e gli alti dignitari dello Stato. Su un paese complessivamente tranquillo e operoso calò improvvisa la falce della Grande Visitatrice. Tra fine giugno e inizio luglio a Saluzzo, nel Cuneese, due operai risultarono affetti dal “vibrio cholerae”. Vi erano appena arrivati da Tolone, in Francia, ove la temibile epidemia approdata dall'Africa aveva iniziato a diffondersi e a fare strage. L'Italia conviveva con malattie endemiche favorite da denutrizione e malnutrizione (pellagra, malaria...), con le ricorrenti febbri influenzali e peggio: polmoniti, pleuriti, tubercolosi. Le statistiche dicevano che ogni anno nasceva circa un milione di bambini (più del doppio di quanti oggi vi vengano al mondo) ma appena la metà arrivava al 15° anno di vita. La vita media si fermava a 35 anni.
Nel 1884 per la quinta volta dall'inizio dell'Ottocento il colera tornò a imperversare nel bacino mediterraneo e a colpire dapprima i paesi rivieraschi, poi quelli interni. Presente in Italia dal 1832, la stessa epidemia era divampata con conseguenze particolarmente gravi nel 1835-37, 1854-55 e nel 1856-67, quando causò almeno 160.000 morti, bloccando per un anno il normale incremento demografico. Proprio nel 1883 il batteriologo e microbiologo tedesco Robert Koch (1843-1910) isolò in Egitto il vibrione del colera: ma i rimedi rimasero di là da venire.  
Nel 1884 le misure profilattiche si rivelarono inadeguate. In poche settimane dal Piemonte il vibrione  svalicò in Liguria, raggiunse Livorno e in breve arrivò in Sicilia. Napoli risultò la città più colpita. Accompagnato da Depretis, dal siciliano Francesco Crispi e dal calabrese Giovanni Nicotera il 29 settembre Umberto I, il “Re Buono”, visitò i colerosi ammassati nel Lazzaretto della città partenopea, che lamentò quasi 8.000 morti contro i 1500 di Genova e i 1650 del Cuneese. Era arrivato il momento di mettere a frutto il magistero di Max von Pettenkofer: le epidemie non sono una punizione celeste. Dilagano negli ambienti malsani. Lo si sapeva da quando il cholera morbus aveva fatto la sua prima irruzione in Europa partendo dalle rive del Gange e dalla fetida Calcutta.
La dura lezione dei fatti era stata bene appresa da Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino (Parigi, 1803-1857, figlio di Luciano, fratello e suggeritore politico di Napoleone il Grande), ideatore e stratega dei Congressi degli scienziati italiani che dal 1839, cioè all'indomani dell'epidemia, misero a punto progetti per arginarne nuove possibili ondate con metodi innovativi. Barriere confinarie, quarantene e suffumigi erano insufficienti in un Paese che all'epoca contava otto diversi Stati e una miriade di cinte tra centri urbani, frazioni e campagne. Meno ancora servivano l'esposizione delle reliquie e delle statue dei santi patroni, i pellegrinaggi, le prediche che spesso deragliavano nella insinuazione di colpevoli del tutto fantasiosi: eretici, ebrei, massoni...
I Congressi (a Pisa, Torino, Firenze, Padova, Lucca, Milano, Napoli, Genova e Venezia: significativamente tre volte in Toscana, due nel regno di Sardegna e nel Lombardo-Veneto, una sola nelle Due Sicilie, mai nello Stato pontificio) gettarono le basi morali dell'unificazione italiana, come subito intuì il piemontese Clemente Solaro della Margarita, reazionario avveduto: gli scienziati si “affratellarono” e “si prepararono a travagliar concordi per essere tutti uniti dalle Alpi al Faro per il gran giorno del sospirato risorgimento”. In effetti, in corrispondenza con le menti più illuminate d'Europa, essi cospiravano alla luce del sole. Come Kohelet nell'“Ecclesiaste” si interrogavano su rapporti e distanze tra sapienza e scienza, tra scienza e insipienza, tra sapienza e politica quale arte di governo, missione suprema secondo la tradizione greco-romana da Platone e Aristotele a Cicerone. Il Potere non è il Male. “Ogni cosa ha il suo momento. Tempo di nascere e tempo di morire...”. Lo si aveva chiaro dalla stagione degli Illuministi. Anzi, se bene ispirato, il Potere è l'acceleratore dell'incivilimento, della moralità fondata sulla ragione anziché sulla superstizione, su catechismi imparaticci. Etica non vuol dire sopruso.
La debolezza del Trasformismo
Dimissionario proprio alla vigilia dell'Esposizione di Torino, il 30 marzo 1884 Depretis varò il nono governo da quando il 25 marzo 1876 la Sinistra democratica aveva sostituito la Destra storica. La sua rimase una compagine debole. La Giovane Sinistra di Francesco De Sanctis e di antichi mazzinian-garibaldini come Giosue Carducci  (eletto deputato a Lugo di Romagna nel 1876 e nuovamente candidato perdente a Pisa nel 1886) rifiutava l'appello lanciato da Depretis a “collaborare” per “trasformare” il Paese. “Trasformismo” divenne sinonimo di compromesso al ribasso, anticamera della corruzione. “Trasformista” fu (e rimane) un insulto in un Paese che non aveva “partiti” e che da quando ne ha ha registrato il continuo via-vai da una all'altra parte. Avvolti nei panni di nobili ideali, tanti “progressisti” si sottrassero all'invito di Depretis, pertanto tentato da taciti accordi con la Santa Sede per ampliare le basi del consenso dopo l'incremento degli elettori da 600.000 a quasi tre milioni.
Fra le vittime della perdurante incertezza di indirizzo politico vi fu il varo di una legge sanitaria, cocciutamente ostacolata da interessi locali e particolari (avrebbe comportato nuova disciplina delle farmacie, feudi più immarcescibili del Sacro romano impero). Dopo il codice sanitario varato dal governo presieduto da Giovanni Lanza  (dicembre 1870) e logoranti discussioni nei due rami del Parlamento, la svolta arrivò con l'ascesa di Crispi a presidente del Consiglio in successione a Depretis (7 agosto 1887). Già ministro degli Esteri e dell'Interno, egli impresse l'acceleratore. La via era indicata dalla gigantesca “Inchiesta sulle classi agrarie” presieduta dal moderato Stefano Jacini ma pilotata dal medico garibaldino Agostino Bertani, radicale. Ne era emerso il quadro agghiacciante di un Paese dalle condizioni igienico-sanitarie spaventose, già descritte dalla Società italiana di igiene fondata nel 1879 e animata da Jacob Moleschott, Corrado Tommasi Crudeli, Guido Baccelli, Nicola Badaloni, Antonio Cardarelli e altri, anche massoni come Mario Panizza secondo il quale i “fratelli” sono i “templari della democrazia”.
Il disegno della legge sanitaria (soli 62 articoli) fu incardinato in Senato il 22 novembre 1887. La sua discussione iniziò il 15 marzo 1888. Illustrato dal celebre Stanislao Cannizzaro fu approvato il 1 maggio con 53 “si” contro 21 “no”. Nel corso del dibattito Gacinto Pacchiotti raccomandò l'insegnamento dell'igiene. Gerolamo Boccardo deplorò la costruzione di ospedali monumentali anziché funzionali e raccomandò che venissero edificati in sedi agevolmente accessibili per il personale sanitario e per i malati, che all'epoca si muovevano a piedi o su carri. Il 15 maggio il testo passò alla Camera. Dopo un dibattito di tenore elevatissimo fu approvato con 145 “si” e 59 “no”. Divenne la legge 22 dicembre 1888,n. 5849. Nel corso della discussione, Cardarelli si schierò nettamente a favore del primato dello Stato sulle amministrazioni locali, spesso prive di persone competenti nei ruoli di responsabilità suprema, sindaci e presidenti di provincia inclusi.
… e il suo “profeta”: Luigi Pagliani
Il demiurgo della legge sanitaria fu Luigi Pagliani. Oggi pressoché dimenticato, merita qualche parola di ricordo. Nacque a Genola (Cuneo) il 25 ottobre 1847. Suo padre, medico condotto, fu sindaco del piccolo comune allo snodo stradale e ferroviario della linea Savigliano-Cuneo/ Fossano/Mondovì. Studente in medicina e chirurgia a Torino, condivise una modesta soffitta con il futuro fisiologo e archeologo Angelo Mosso, promotore della formazione degli insegnanti di educazione fisica, in specie femminile. Libero docente di igiene a 30 anni e ordinario a 40, nel 1878 Pagliani creò il primo laboratorio di igiene in Italia. Incaricato di studiare genesi e conseguenze dell'epidemia colerica del 1884, richiamò l'attenzione sull'urgenza del risanamento urbano. Bisognava abbattere antiche cinte murarie: aria, luce, pulizia e soprattutto acqua potabile, rete fognaria, controllo dell'ambiente da parte di personale scientificamente preparato in tutti i comuni, grandi o piccoli fossero, perché malattie endemiche e, peggio, le epidemiche non si fermano all'alt dei vigili urbani o di militari mandati a vigilare sulle zone “infette”.
Il 1° gennaio 1889 Crispi istituì la Direzione generale della sanità pubblica nell'ambito del Ministero dell'Interno e gliela affidò. Pagliani si misurò con un ampio ventaglio di problematiche e di responsabilità connesse. Operò nel clima tipico dei medici umanisti dell'epoca, che condividevano l'entusiasmo di “Fare l'Italia”: patrioti cresciuti nel solco di Michele Lessona.
I capisaldi della legge sanitaria furono l'istituzione del Consiglio superiore della sanità, dei consigli provinciali medici e veterinari, coordinati dai medici e dai veterinari provinciali, la elevazione dei medici condotti a ufficiali sanitari decorosamente remunerati e liberi da condizionamenti dei sindaci, l'obbligo della denuncia di malattie contagiose, la vaccinazione obbligatoria, la certificazione dell'abitabilità delle costruzioni, nuove norme sulla sepoltura. Tutte norme sagge e tuttora vigenti.
Come Angelo Mosso, anche Pagliani promosse la cremazione dei cadaveri che all'epoca la chiesa cattolica considerava aberrante e deprecava. Erano passati pochi anni da quando Giuseppe Garibaldi, “primo massone d'Italia”, era stato sepolto a Caprera sotto pesante masso in violazione della sua richiesta di essere arso con la “pira omerica” poi evocata da Carducci. Pagliani aveva orizzonti e vastissimi. La lotta per il risanamento dell'igiene pubblica passava anche quella contro la prostituzione femminile, il controllo sanitario delle “case di tolleranza”, il miglioramento dei reparti di maternità e infanzia (meglio se con cliniche apposite), le cause ambientali e lavorative che spesso causavano malattie, in specie la tubercolosi. Si occupò inoltre di urbanistica sociale, promozione delle case popolari e di bagni pubblici comunali, di primaria importanza quando, in carenza di pozzi bianchi e neri, essi erano risorsa indispensabile per quanti dai borghi rurali affluivano nei centri maggiori per i mercati settimanali e ne profittavano “una tantum” per una bella lavata. Quella era l'Italia ben nota a chi, nato a Genola e cresciuto fra Torino e Roma, ne conosceva ogni lembo di persona o attraverso i questionari inviati obbligatoriamente dai sindaci al ministero dell'Interno. Già autore di opere apprezzate anche all'estero, Pagliani sapeva bene che la maggior parte degli amministratori locali non era all'altezza del suo compito. In migliaia di comuni non vi era alcun servizio di nettezza urbana. L'immondizia veniva raccolta e bruciata in cortili. In quasi 1300 non vi era neppure una latrina. Ben 6404 comuni non avevano rete fognaria. Perciò le statistiche lamentavano la diffusione di pustole, scabbia, morva, tigna,...sino al terribile carbonchio. A garanzia dei cittadini, la legge Crispi-Pagliani istituì ispezioni sanitarie alle quali i sindaci non si potevano opporre. Certo essa non fece miracoli da un anno all'altro: fu “un programma”, come la legge voluta dal deputato di Alba, Michele Coppino, che il 17 luglio 1877 decretò obbligatoria e gratuita l'istruzione elementare in un Paese che contava il 70% e più di analfabeti in molte regioni, sopratutto della “Borbonia Felix” da taluno ancor oggi stolidamente rimpianta.
Post fata resurgo...
Da alcuni “storici” Crispi è stato ritratto come “dittatore”. Nella sua più corposa biografia, Christopher Duggan manco cita Pagliani. Le grandi riforme varate dai suoi governi erano “di destra” o “di sinistra” o semplicemente indispensabili per traghettare l'Italia verso la modernità? Da tanta parte del clero, che alla legge sanitaria nazionale opponeva medici “cattolici”, quasi vibrioni e batteri abbiano una confessione religiosa, Crispi fu dipinto quale un satanasso, anche perché era massone notorio, come Carducci e Adriano Lemmi. E ancora non si sapeva che l'11 gennaio 1889, poco dopo l'insediamento alla Direzione generale della sanità, anche Pagliani fu iniziato massone nella loggia “Rienzi” di Roma (Grande Oriente d'Italia, matricola 8.193).
Dopo la caduta di Crispi (marzo 1896), il suo conterraneo Antonio Starrabba di Rudinì ne cancellò le riforme: eliminò la Scuola di igiene, trasferì il servizio di veterinaria al ministero dell'Agricoltura, azzerò la Direzione generale della sanità e ne cacciò il direttore. Pagliani tornò a Torino. Sino al 1913 fu preside della Facoltà di medicina (bastione di scienza all'avanguardia in Europa), fondò riviste, pubblicò il fondamentale “Trattato di igiene e sanità pubblica”, promosse innumerevoli iniziative culturali e filantropiche nel solco del “fratello” Tommaso Villa e, consigliere comunale dal 1906 al 1919, ebbe la stima del sindaco Teofilo Rossi di Montelera, di Antonio Carle e di Giolitti. Pagliani era l'emblema dell'Italia civile: niente retorica, molti fatti, visione alta dello Stato, dell'impegno patriottico ed educativo. Morì a Torino il 4 giugno 1932. L'urna con le sue ceneri veglia la Sala del Commiato nel Tempio crematorio che funzionò anche negli anni del regime incardinato sulla Conciliazione dell'11 febbraio 1929. Il suo magistero non andò affatto perduto. Lo evocarono ripetutamente Achille Mario Dogliotti e Giorgio Cavallo, che ne continuarono la Grande Opera. La loro lezione rimane attualissima nell'Italia europea.

Aldo A. Mola 
 

      
  

lunedì 29 luglio 2019

martedì 15 maggio 2018

Umberto I ed il colera del 1884: "Finalmente nu rre che vvene a muri cu nnui!"


di Angelo D'Ambra

E' ai più noto che Umberto I preferì essere a Napoli per portare il suo soccorso ai colerosi anzicchè presenziare ad una festa a Pordenone. Declinò l'invito all'evento friulano comunicando: "A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore: io vado a Napoli".
Nei giorni successivi all'attentato di Gaetano Bresci, il conte Guglielmo Capitelli, avvocato e sindaco di Napoli dal 17 aprile 1868 al 25 settembre 1870, condivise con Sabatino Lopez, redattore del "Secolo XIX" e penna del "Telegrafo", un emozionato ricordo di Umberto I e del soccorso che prestò in prima persona in occasione dell'epidemia di colera a Napoli nel 1884.
Si legge nell’articolo riportato da Aldo Santini in "Centodieci anni della nostra storia": "Nel '68, quand'era Principe Ereditario, Principe di Napoli, Umberto tornò sposo nella reggia partenopea. Allora il Capitelli, ventisettenne, era sindaco. Salutò gli sposi alla stazione con poche parole. Umberto che aborriva i discorsi gli disse: 'Bravo,  soprattutto perché breve. Dia il braccio alla principessa'. Nella carrozza dei principi salirono anche il giovane sindaco e il giovane prefetto di Napoli che era Antonio Rudini, ventinovenne. I principi furono adorati a Napoli per la loro bontà. Davano pranzi, partecipavano agite, visitavano tutti gli istituti: la principessa andò persino alle scuole di Basso Porto, il principe sopportava gli odiati discorsi, la lettura di poesie. Ogni mercoledì, alla Reggia c'erano feste di ballo. E poco a poco, si amicarono alcuni appartenenti alla società borbonica."

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dal sito http://www.historiaregni.it/


http://www.historiaregni.it/umberto-i-ed-il-colera-del-1884-finalmente-nu-rre-che-vvene-a-muri-cu-nnui/

mercoledì 7 giugno 2017

L'anarchico Bresci con tre pallottole uccise Umberto I ma rese più forte la Monarchia Sabauda


Il tessitore rafforzò i suoi ideali rivoluzionari negli Stati Uniti e da lì tornò con un piano preciso. Il suo gesto simbolico non scatenò né la rivolta né la svolta autoritaria che molti auspicavano. Vinsero Giolitti e lo Stato liberale

Monza, 29 luglio 1900: l'anarchico Gaetano Bresci uccide, con tre colpi di rivoltella, il re Umberto I. Il regicidio pone fine non solo all'ultimo convulso quadriennio degli anni Novanta (la cosiddetta «crisi di fine secolo»), ma anche, in un certo senso, a tutta l'epoca seguita all'unificazione perché esalta simbolicamente la frattura fra popolo e Stato quale espressione suprema della fragile legittimità del potere monarchico scaturito dal Risorgimento.

Non c'è dubbio che nella storia italiana l'uccisione di Umberto I costituisca uno spartiacque decisivo tra un'età liberale priva di una reale partecipazione popolare e un'età liberale tesa a cercare tale partecipazione per rendere meno precario l'assetto politico e istituzionale vigente.


Bresci era nato a Coiano, vicino a Prato, nel 1869, da una famiglia di contadini non agiati, ma neppure poveri. Ultimo di quattro fratelli, si era impiegato all'età di dodici anni come apprendista in una fabbrica tessile e pochi anni dopo era già un operaio che guadagnava uno stipendio decoroso. Aderì ben presto alle idee anarchiche, tanto che dopo le leggi crispine del 1894 fu relegato al domicilio coatto nell'isola di Lampedusa, dove rimase fino al maggio del 1896. Ritornato in libertà, riprese il suo mestiere di tessitore a Ponte all'Ania (Lucca). In questo periodo ebbe varie avventure amorose con operaie del suo stabilimento e una di queste gli diede un figlio nell'estate del 1897. Di bell'aspetto, aveva successo con le donne, alle quali dava molta importanza, come dava molta importanza a tutto ciò che poteva rendere gioiosa la vita. Insomma, Bresci non aveva nulla della personalità tormentata e tenebrosa del rivoluzionario di fine Ottocento, così come appare negli stereotipi di molta letteratura dell'epoca. Era invece un individuo aperto al mondo e alle novità, non rinchiuso in se stesso.

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giovedì 2 febbraio 2012

Il re e il nichilista, un mistero coi baffi

NietzscheoUmberto
A quanto pare il dubbio circolava già da tempo in alcuni meandri della Rete, ma alla fine è stato il filosofo Maurizio Ferraris, un’autorità sull’argomento, a confermare ufficialmente l’esistenza curiosa di un presunto scambio fotografico fre il re e il nichilista. Scrive dunque Ferraris alle pagine 16 e 17 del volumetto divulgativo Nietzsche e la volontà di potenza, pubblicato di recente come allegato a La Repubblica:

“Qualche anno fa ho scritto con alcuni colleghi un’opera introduttiva a Nietzsche; in copertina, è stata messa una foto del filosofo [...] Avevo chiesto che non venisse messa la solita foto con i baffoni, di profilo [...]. Il libro era appena uscito quando mi telefona un amico fotografo: ‘Ci sei cascato anche tu, hai fatto mettere in copertina non Nietzsche, ma Umberto I di Savoia’. Com’era possibile? In una mostra sull’iconografia nietzschiana tenutasi proprio qui a Torino, circa quarant’anni fa , non si sa come, finì in mezzo alle varie  immagini di Nietzsche anche una foto di Umberto I di Savoia.”

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http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2012/02/01/il-re-e-il-nichilista-un-mistero-coi-baffi/

giovedì 14 luglio 2011

111° ANNIVERSARIO DEL REGICIDIO DI S.M. IL RE UMBERTO I

CERIMONIA DI MONZA - SABATO 23 LUGLIO 2011
     
A Monza il 29 Luglio 1900, si spezzò in modo violento una vita, quella di S.M. il Re Umberto I, il Re Buono. Il cordoglio fu unanime: tutta la Nazione si fermò per salutare il secondo Re d’Italia, Medaglia d’Oro al Valor Militare per i gloriosi fatti d’arme del Quadrato di Villafranca, che passava alla Storia.
Un secolo dopo quei dolorosi fatti, ricorderemo la figura ed il sacrificio del Re con una solenne cerimonia che si svolgerà a Monza Sabato 23 Luglio 2011:



PROGRAMMA DELLA CERIMONIA MONZA
 SABATO 23 LUGLIO 2011

Ore 09.45 - Ritrovo in Piazza del Duomo.

Ore 10.00 - Formazione del corteo che da Piazza del Duomo si porterà alla Cappella Espiatoria (Via Matteo da Campione). Accompagnerà il corteo la Banda Comunale di Valbrona. 

Ore 10.30 - Deposizione delle corone nel Sacello Monumentale della Cappella Espiatoria alla presenza delle Autorità Civili e Militari. Esecuzione della Marcia Reale, dell’Inno Sardo e del Silenzio. 
Trasferimento alla Villa Reale.

Ore 11.30 - Santa Messa in suffragio di S.M. il Re Umberto I presso la Cappella della Villa Reale. 
Celebrerà la Sacra Funzione Don Simone Rolandi, Cappellano della Delegazione e Priore per la Lombardia degli Ordini Dinastici di Casa Savoia.                                   
Per informazioni sulla cerimonia, Cerimoniere (Isp. Naz. Di Maria) 392.95.98.193. 

Ore13.00 Colazione presso il Salone Reale dell’Hotel de la Ville (di fronte alla Villa Reale). Quota: € 70,00.

Per prenotazioni: gdomilano@hotmail.it; opp. telefonare ai nn. 345.32.17.614 (Isp. Reg. Mastroianni); 02.84.62.013 (Isp. Naz. Pierato); 392.86.97.486 (Isp.Naz. Pizzi). 

La cerimonia è aperta alla partecipazione di tutte le Associazioni monarchiche e
patriottiche.
Partecipiamo dunque numerosi!