NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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lunedì 24 novembre 2025

La Monarchia Spagnola non è residuo storico ma un pilastro dello stato di diritto

 Il prof. Berzosa ricorda che in un contesto di polarizzazione e crisi di fiducia istituzionale, la monarchia parlamentare offre stabilità, continuità e rappresentanza di tutti gli spagnoli senza adesione partigiana.

 

In un momento in cui vengono festeggiati i 50 anni dalla restaurazione della Monarchia, l’articolo del prof. Daniel Berzosa, professore di Diritto all’Istituto Europeo di Madrid, rafforza l'idea che la Corona abbia un ruolo da svolgere: essere ponte, canale di consenso e custode della libertà.

Il ruolo di un Re in una Monarchia Parlamentare: cosa può e cosa non può fare? In un mondo in cui i cambiamenti politici possono essere repentini, Sua Maestà, estraneo alle fluttuazioni elettorali, funge da punto di riferimento per la comunità. Cinquant'anni dopo la restaurazione della Monarchia in Spagna, è opportuno riflettere sull'utilità della Real Istituzione. La monarchia parlamentare istituita dalla Costituzione, incarnata dal 19 giugno 2014 da Sua Maestà Re Filippo VI e, dal 29 dicembre 1978 fino a tale data, da Re Juan Carlos I (che, tuttavia, era Re di Spagna dal 22 novembre 1975), è una componente chiave del sistema democratico spagnolo. Cos'è una monarchia parlamentare? Una monarchia parlamentare è il sistema politico della Spagna, un regime di libertà in cui il Re è il capo dello Stato. Grazie a questa disposizione costituzionale, la sua posizione primaria nella nazione non è meramente cerimoniale; egli è parte integrante dell'intera nazione, comprendendo ognuno di noi e tutte le strutture che la compongono. Il Re non è il capo del potere esecutivo né il Primo Ministro. Questa posizione è ricoperta dal Parlamento, dove il potere politico viene incanalato in prima istanza. In Spagna, il Parlamento è noto come Cortes Generales e comprende il Congresso dei Deputati e il Senato, sebbene solo il Congresso sia responsabile di questa elezione. Nelle monarchie assolute, il monarca era la fonte di tutto il potere politico. Nelle monarchie costituzionali, il monarca deteneva il potere che il Parlamento non possedeva. In una monarchia parlamentare, il Re è un pilastro di integrazione e stabilità che contribuisce e incarna la democrazia. Le funzioni del Re: cosa può fare? L'articolo 56 della Costituzione delinea le tre funzioni principali del Re. Le altre sono descritte dettagliatamente negli articoli 62 e 63 della Costituzione, sebbene alcune si trovino al di fuori del Titolo II, espressamente dedicato alla Corona. Il Re è simbolo dell'unità e della continuità storica della Spagna, che trascende i cambiamenti politici e sociali. Non essendo legato ad alcuna ideologia, il Re accoglie tutti i cittadini e promuove la coesione di un Paese pluralista.


[...] 

articolo complerto 

"La Monarchia spagnola non è un residuo storico, ma un pilastro dello Stato di diritto". Daniel Berzosa riflette sulla figura del Re, non solo come capo di Stato, ma come simbolo di unità e moderazione - Il Giornale d'Italia

lunedì 14 luglio 2025

GUERRA DI SPAGNA

Cambi di fronte, cambi di regime

di Aldo A. Mola


El Valle de los Caidos: immaginata come emblema della pacificazione. 

Il 18 luglio 1936 in Spagna quattro generali insorsero contro il governo. Iniziò una guerra civile durata quasi tre anni. Il calcolo delle sue vittime, prevalentemente civili, rimane ancora approssimativo. Quella guerra non fu la premessa della guerra “europea” iniziata  nel 1939 e divenuta mondiale dal 1941. Il governo repubblicano di Madrid ebbe il sostegno di brigate internazionali, prevalentemente comuniste, ma non quello diretto di Mosca. I nazionalisti furono fiancheggiati dalla Germania, che inviò la micidiale Divisione Condor, e dall'Italia con il “Corpo Truppe Volontarie”, bene armate. Ma la guerra del settembre 1939 iniziò con l'attacco della Germania e dell'Urss contro la Polonia, alleata di Francia e Gran Bretagna, che però non intervennero a sua tutela. L'Italia di Mussolini rimase spettatrice e poco dopo co-belligerante, pro-Hitler. Tra la guerra civile spagnola e l'europea vi fu dunque sequenza cronologica ma non strettamente logica.  Vincitore in Spagna, Francisco Franco rimase prudentemente neutrale dall'avvento e infine aprì agli anglo-americani, che garantirono la continuità del suo regime, sorretto dalla Chiesa, sino alla sua morte.

                                           

   Il 12 ottobre 1936 gli spagnoli celebrarono la festa della Hispanidad, in coincidenza con la “scoperta dell'America”, che il “descubrimiento” li univa al di sopra di ogni divisione ideologico-partitica. Era divenuto  ancor più sentito dalla perdita delle Filippine e di Cuba nel 1898, a vantaggio degli Stati Uniti d'America, in forte ribasso di popolarità nelle file degli intellettuali iberici in varia misura segnati dal Novantottismo. Ne era stato interprete il diplomatico e saggista granadino Angel Ganivet, suicida a 32 anni, nel 1898. Il suo Ideario spagnolo pose l'interrogativo sui motivi della decadenza e smarrimento dell'identità degli spagnoli. Aprì le sue riflessioni richiamando l'esempio di Seneca, lo stoico che si svenò dolcemente in acqua tiepida, e le chiuse con don Chisciotte e Sancho Panza, rovello della generazione seguente.

  Quel 12 ottobre 1936 all'Università di Salamanca esplose il durissimo scontro tra il rettore Miguel de Unamuno (Bilbao, 1864-Salamanca 1936) e José Millan Astray, fondatore della Legiòn. Secondo la versione più nota, Unamuno, filosofo, scrittore, autore di tormentate opere teatrali e dal 1891 docente di greco e latino nella prestigiosa Università salamantina, espresse un severo giudizio sulla mentalità del “soldato”, dall'orizzonte chiuso tra vita e morte, in spregio ai dubbi degli intellettuali. Millan Astray sbottò: “Viva la muerte!” o “Muoia l'intelligenza”. Lo scrittore José Maria Pemàn tentò la mediazione:“Viva l'intelligenza e muoiano gli intellettuali cattivi”, i cosiddetti “cattivi maestri”. Unamuno rivendicò che l'Università era “il tempio dell'intelligenza”. Da suo sommo sacerdote disse: “Voi state profanando il suo recinto”. Concluse: “Vincerete ma non convincerete”. Dati i precedenti, gli poteva andare molto male. Nel 1931 Unamuno era stato destituito da Rettore  perché antimonarchico. In suo favore  -era lo spagnolo più noto all'estero- scesero in campo scrittori e artisti euro-americani. Invano. Unamuno lasciò le Canarie, ove era “confinato”, poco sicure per la sua incolumità, riparò a Parigi e poi si installò a Endaya, sul confine franco-spagnolo. Rientrato  Salamanca dopo la caduta della monarchia venne rieletto rettore. Ora doveva fare i conti con l'ala dura dei “nazionali” insorti il 18 luglio.

   A sorpresa, in soccorso del pensatore intervenne Carmen Polo, la moglie di Francisco Franco y Bahamonde. Da settembre scelto come capo unico della sollevazione armata dei “nazionali” contro il governo repubblicano di Madrid, Franco aveva insediato il comando a due passi dalla Cattedrale e dall'Università. Donna Carmen offrì il braccio a Unamuno e scortata da Pemàn lo condusse al sicuro, fendendo la folla. Affranto, il filosofo scrisse a un amico: “Vincere non è convincere e conquistare non è convertire. (…) Si lotta, si ammazzano gli uni con gli altri,  bruciano chiese, celebrano cerimonie, sventolano bandiere rosse e stendardi di Cristo”. Ma non era vero che metà degli spagnoli credessero nella religione di Cristo e metà in quella di Lenin. Quello sfacelo avveniva perché gli spagnoli non credevano in niente. “Il popolo spagnolo è uscito pazzo. Il popolo spagnolo e il mondo intero. Sono solo. Solo come  (Benedetto) Croce in Italia!”. Nuovamente destituito da rettore, questa volta dai franchisti, si ritirò a vita privata. Morì il 31 dicembre. Non perse di obiettività. A suo avviso i “ribelli” (cioè i “nazionali”) tendevano a “salvare a civiltà occidentale cristiana e l'indipendenza” della Spagna. Non si schierò per nessuna delle due fazioni, ma per la Spagna.

   Il successo internazionale e l'immensa produzione letteraria non lo mettevano al sicuro. Autore di opere celebri, come “Pace nella guerra” (1897), “Il sentimento tragico della vita”  (1913) sino a “Vita di Don Chisciotte” e “Romancero dell'esilio”, Unamuno sapeva dell'assassinio immotivato, già a luglio, del poeta granadino Federico Garcia Lorca, che non aveva fatto in tempo ad accogliere l'invito a riparare negli Stati Uniti d'America. Nella notte del 28-29 ottobre Ramiro de Maetzu, venne svegliato nella della prigione madrilena di Ventas.  Un carceriere gli disse che era inutile si vestisse: “Per dove vai va bene anche il pigiama”. Ottenuta l'assoluzione da un prete compagno di sventura, uscì. Cadde fucilato. Dopo Unamuno e Ortega y Gasset, de Maetzu era l'intellettuale spagnolo più famoso all'estero. Il suo percorso è esemplare. Nato nel 1874 a Vitoria, nel paese basco, esordì collaborando a “El socialista”. A Londra dal 1905 al 1920  scrisse in “The New Age”,  come Ezra Pound e George Bernard Shaw, una rivista aperta a esoterismo e riformismo. Rientrato in Spagna si schierò con Miguel Primo de Rivera. Dopo il colpo di stato indolore del 13 settembre 1923, con la “dittablanda”, come la sua era detta per distinguerla  da una “dittatura” vera, de Rivera impresse all'economia spagnola una imponente  accelerazione, sorretta da cospicui investimenti esteri, in specie britannici. Ne ha scritto Fernando Gaarcia Sanz. Già autore di un affermato saggio sul Don Qujote di Cervantes, tormento di tutti gli scrittori della sua epoca, e fondatore dell'Unione Monarchica Nazionale, nel 1931 Ortega si schierò contro la repubblica nata dalla equivoca interpretazione dei risultati delle elezioni amministrative. Le sinistre prevalsero a Madrid e nelle maggiori città ma i monarchici ebbero più voti. A contare, però, furono le manifestazioni di piazza a favore del cambio istituzionale. Memore degli eventi di un settantennio prima e del naufragio della prima repubblica, Alfonso XIII di Borbone lasciò la Spagna nella certezza di essere presto richiamato sul trono.

   Autore di  “Difesa dell'Ispanità” (1933), che gli valse l'ingresso nella Real Accademia, ed eletto deputato, Ortega si schierò per la difesa dei valori tradizionali, contro gli “eccessi” dell'anticlericalismo divampante dal 1931: incendio di chiese, devastazione di conventi, rogo di archivi, profanazione di salme di ecclesiastici defunti,  violenze ai danni di preti e di monache. Gli stranieri rimasero indifferenti. I più identificavano il cattolicesimo spagnolo con l'Inquisizione, la caccia alle streghe (nel Cinque-Seicento imperversante nell'Europa centrale, tra evangelici e riformati), l'oscurantismo e, ciò che più pesò, la “limpieza de sangre” e l'espulsione degli ebrei.   

  Altro intellettuale di prestigio europeo era Salvador de Madariaga (La Coruna, 1886-Locarno, 1978), storico, diplomatico, poeta, autore della storia dell'Impero ispanico americano. Lasciata la Spagna non vi fece ritorno. I colti andavano e venivano. In cerca. I contadini, gli operai, gli imprenditori rimasero . Finirono nel vortice di una guerra civile spietata.

  Ma per cambiare la Spagna occorreva viverci; e purtroppo anche morirci. Una sorta di espiazione collettiva.

   

  Come a nota a piè di pagina della sintetica panoramica dei passaggi di fronte di intellettuali prestigiosi determinati dalla guerra di Spagna va aggiunto l'interrogativo sulle sue ripercussioni su “Giustizia e Libertà”, il movimento creato in Francia da Carlo Rosselli, dopo l'evasione con Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti, massone, dal confino di polizia a Lipari, al quale era stato condannato dal regime fascista per aver concorso a trasferire l'anziano Filippo Turati in Corsica, così sottraendolo a eventuali vessazioni. Messe a segno alcune imprese, anche aviatorie, non sempre fortunate e comunque lontane dall'impensierire Mussolini che  stava riscuotendo vasto consenso nel Paese, Rosselli organizzò una “colonna” di qualche decina di volontari a sostegno della repubblica di Madrid con l'insegna “Oggi in Spagna, domani in Italia”. Essa incontrò non poche difficoltà a farsi accogliere, inquadrare e ad essere mandata “in linea”. Non tutti i suoi componenti, a cominciare da Rosselli stesso e Aldo Garosci, che ne scrisse la storia, avevano pratica di armi e, a differenza di Lussu, meno ancora di battaglie. Nello scontro di Monte Pelato cadde Mario Angeloni, massone. Dopo vicissitudini che lasciamo tra parentesi, lamentando una dolorosa flebite  Rosselli rientrò a Parigi. Sul suo “poi” circa trentacinque anni anni addietro lo storico Franco Bandini pubblicò il frutto di lunghe riflessioni sulla domanda: “Chi armò la mano degli assassini dei fratelli Rosselli?” (ed. SugarCo). A Bagnoles-de-l'Orne il 9 giugno 1937 Carlo e suo fratello Nello, studioso del Risorgimento, rimasto in Italia e sempre ai margini della militanza politica, occasionalmente in Francia, furono assassinati da “cagoulards”, organizzazione criminale dichiaratamente di estrema destra ma contraddittorio e sospetto. Perché quel delitto così efferato? Quale posizione politica e quali progetti coltivava Carlo Rosselli? In mancanza di elementi sicuri, Bandini non esprime una sentenza categorica. Però, tassello dopo tassello, documenta che egli non viveva affatto in clandestinità. Si era premurato di rinnovare il passaporto, con estensione a Paesi dell'Europa centro-settentrionale (Germania hitleriana esclusa, s'intende). In Catalogna i volontari italiani avevano assistito sgomenti alla carneficina di anarchici e libertari da parte dei comunisti eterodiretti da Mosca. “Giustizia e Libertà” non si riconosceva nel Fronte Popolare varato da Stalin per egemonizzare l'antifascismo. Pertanto i suoi militanti costituivano un avversario; anzi un nemico. Da eliminare, acche fisicamente, come scoprì il repubblicano Randolfo Pacciardi, comandante del battaglione “Garibaldi” in Spagna. Quando avvertì che la sua vita era minacciata dai comunisti, previa una seconda iniziazione massonica riparò negli Stati Uniti d'America.

   Bandini intitolò il suo libro “Il cono d'ombra”. Non immaginava che, ruvidamente stroncato, il volume sarebbe finito a sua volta in un ...cono d'ombra. Vi rimase malgrado un convegno di studi dedicatogli in Firenze altre rievocazioni, incluso uno“Speciale” del mensile “Storia in Rete”. La vicenda, va però osservato, rimase ed è del tutto circoscritta nei confini italiani. Nessuna tra le maggiori opere di autori spagnoli ed esteri  sulla guerra di Spagna menzionano la “colonna Rosselli”. Se ne cerca invano traccia nella monumentale biografia di Franco scritta dall'inglese Paul Preston (tradotta in Italia da Mondadori), nei volumi di Juan Pablo Fusi e di Fernando Garcia de Cortazar. La ignora anche lo scrupolosissimo Pio Moa che, autore di saggi e biografie, ha passato in rassegna Los mitos de la guerra civil.

 

   Anche in Spagna i vent'anni dalla “ditta-blanda” di Primo de Rivera alla svolta “occidentale” di Francisco Franco segnarono molti passaggi dall'uno all'altro “bando”. Alcune personalità eminenti ebbero la sventura di essere uccise o di rimanere intrappolate nelle  tragiche regole di una guerra civile che fu sull'orlo di divenire mondiale. Si esaurì con la vittoria dei franchisti nella battaglia dell'Ebro, la loro avanzata in Catalogna, l'ingresso in Barcellona il 26 gennaio 1939. A quel punto la Gran Bretagna riconobbe il governo di Franco e lasciò i repubblicani al loro destino. I più previdenti passarono in Francia, ove furono concentrati in “campi”, in pessime condizioni, e circondati da diffidenza. Altri ripararono in Messico. In marzo in Madrid divampò l'ultima guerra civile nella guerra civile tra fazioni dell'estrema sinistra.

   Il 28 marzo i nazionali entrarono in Madrid e il 1° aprile Franco vi celebrò il proprio trionfo, presente Eddy Sogno, che ne scrisse. Questo si sostanzio in tre operazioni concatenate: il prolungamento dello sterminio dell'opposizione con la legge speciale contro il comunismo e la massoneria (ne hanno scritto Juan José Morales Ruiz nel fondamentale Palabras asesinas, José Antonio Ferrer Benimeli e Maria Dolores  Gomez Molleda in La Masonerìa en la crisis espanola del siglo XX); la sussunzione nel “franchismo” di tutti gli avversari del governo repubblicano; il consolidamento del suo potere di generale assurto a “Jefe del Estado”. In quel quadro vennero sfumate le differenze originarie, sostanziali e mai risolte di tanti “nazionali”, che da Franco vennero monumentalizzati e sottratti alla storia. Fu il caso di José Antonio Primo de Rivera. Quando lo fucilarononel carcere di Alicante, i repubblicani non capirono che stavano facendo un regalo a Franco, perché il programma della Falange stava al franchismo come il fascismo delle origini stava al Mussolini degli Anni Trenta. Aveva aperture sociali e culturali molto lontane dalla rigidità di Franco. Anche Emilio Mola y Vidal, artefice della sollevazione, aveva un programma che solo la sua morte per incidente areo il 3 giugno 1937 lasciò in fieri. Non concideva con “franchismo”.

  Per assicurare le fondamenta del regime provvisorio Franco usò mano durissima. Esecuzioni e condanne a pene severissime continuarono nel tempo. D'altronde, pochi mesi dopo la sua vittoria, iniziò la guerra europea, basata sul clamoroso patto di non aggressione Hitler-Stalin, sicché nessuno badò a quel che accadeva in Spagna. Importavano le sue risorse naturali, in specie i minerali rari, da Franco messi a disposizione dei due fronti con calcoli sagaci.

   Scaltro e lungimirante, il “caudillo” si accinse a fare il vero e più decisivo voltafaccia. Con il rifiuto di immischiarsi nella guerra a fianco dell'Asse e di infastidire il dominio britannico su Gibilterra, vitale per gli inglesi, fece buon viso agli Stati Uniti d'America, che in cuor suo detestava: nulla di più lontano dalla “sua” Spagna. Questa, però, aveva dalla propria la “Lettera collettiva dell'episcopato spagnolo” che il 1° luglio 1937 si schierò al suo fianco. Dalle file dei cattolici sorsero l'Opus Dei e la tecnocrazia che mutò il volto della Spagna. Dato a Dio quel che era di Dio, Franco pensò a Cesare: il regime. Per farlo finse di non vedere che il cambiamento sarebbe stato generato proprio dalla sua scelta di campo. Franco condivideva poco , se non nulla, dello statuto delle Nazioni Unite e meno ancor della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Però aveva bisogno di sedere nell'Onu (la Spagna vi fu accolta nel 1955, come l'Italia) e di offrire all'esterno una parvenza di rispettabilità. Chi la visitava constatava che il paese era “in ordine”. Le città si riebbero. Nell'arco di un decennio si affacciò una dirigenza che non arrivava dalla guerra civile. Tra i primi ne fu esponente Fraga Iribarne, onnipresente in convegni culturali all'estero.

  Prevalentemente in divisa, chiuso in ossessioni confinanti con allucinazioni, Franco completò il “grande balzo” ricevendo al Palazzo d'Oriente diplomatici e militari che avevano lasciato in valigia grembiule, sciarpa e guanti di loggia, indossati nelle logge castrensi installate in case private e nelle basi militari americane in Spagna. Con lo pseudonimo di J. Boor egli scriveva articoli contro la massoneria ma non vedeva i “fratelli” che incontrava. Grazie a quella distopia, da taluni considerato doppiezza, gettò le basi della lunga transizione che non iniziò dopo la sua morte ma dagli Ann Sessanta. Tra gli “intellettuali” esuli alcuni rientrarono, con la massima discrezione. Lentamente furono poste le basi per l'attuazione del programma il 18 luglio 1938 invocato da Manuel Azana: “paz, piedad, perdòn”. Madrid aveva fretta di entrare a far parte del Mercato comune europeo e delle istituzioni comunitarie nascenti. Incappò nell'ostilità di quanti prendevano a pretesto la perdurante repressione di movimenti centrifughi per escluderne la sempre più fiorente produzione agroalimentare  manifatturiera. In quegli anni la Spagna non fu l'unico Stato a combattere senza esclusione di colpi indipendentismi armati come l'Ira, speculare all'Eta.

  Ognuno di essi poté farlo a mani basse perché la divisione dell'Europa in blocchi  favoriva la sopravvivenza dei regimi. Sotto la scorza del franchismo la Spagna fu l'unico Paese a mutare in profondità. Il ripristino della monarchia fece il resto.

Anche il comunista Santiago Carrillo, rientratovi dal lungo esilio, osservò che per gli spagnoli essa era come la “sopa de ajo”, un piatto popolare.

 

  Un'ultima considerazione si impone. Dopo gli anni indimenticabili di Felipe Gonzalez, i Spagna socialisti imboccarono la via della “ley de la memoria” per cancellare i ricordi dell'età franchista, erroneamente dipinta esclusivamente buia, fonata sul terrore. Con Zapatero e, ancor più con Sanchez, imperversò la “memoria democratica”, che si risolse nella memoria a senso unico, nella cancellazione della complessità della storia. Una deformazione della verità. Cambiare nomi a vie e piazza è un conto, spostare salme (come accadde a quelle di Franco e di José Antonio Primo de Rivera, estumulati dal Valle de los Caidos, è un conto; negare che gli enormi progressi economici e civili della Spagna odierna ha radici negli ultimi quindici anni dell'età di Franco, è un altro. Il giudizio storico richiede conoscenza ed equilibrio. Senza le esagerazioni dell'estremismo di sinistra “Vox” sarebbe rimasto un partito con scarso seguito. Mentre si preparano a tornare al governo, i “moderati” fanno sapere non intendono averli alleati, per non attizzare un dualismo che appartiene al passato remoto e non ha nulla a che vedere con la Spagna odierna, quella di Felipe VI di Borbone, perno e garante dello Stato.

 

Aldo A. Mola    


Sulla Spagna dal franchismo a fine Novecento v. Aldo A. Mola, L'integrazione europea e la penisola iberica in Storia dell'integrazione europea, a cura di Romain H. Rainero, Milano, Marzorati, 1997, vol,. I, pp.595-636. 

lunedì 2 dicembre 2024

Alluvione Valencia, Re Felipe e quel fango responsabile che il Paese non può più capire

 del Nostro Amico Francesco Di Bartolomei

02 Dicembre 2024




Auguri a tutti quelli che scavano nel fango per ritrovare un casa e se stessi, auguri anche a lei Maestà che riesce a fare il suo lavoro anche in queste condizioni, dimostrando a chi ne ha bisogno che la via della responsabilità anche quando è scomoda è sempre necessaria


Re Felipe, fonte: 

Dopo li disastro naturale di Valencia, sulla stampa italiana è stato dato il massimo risalto alle contestazioni che ha ricevuto il Re Felipe VI di Spagna nella sua visita alla città, occorsa poco dopo il tragico evento. In Italia da sempre si ironizza sul ruolo delle case reali europee, specie in questi ultimi decenni. Si fa un po' fatica a capirne il motivo visto che questo paese è una repubblica dal 1946 e non ha avuto mai a riguardo una cultura barricadiera come quella francese, ad esempio.

Da noi chi si diletta storicamente a parlarne finisce in genere a giustificare la nascita delle istituzioni repubblicane, sulla base degli errori o delle responsabilità dei Savoia (vere o presunte) nel periodo del fascismo e della seconda guerra mondiale. Benchè poi, tali responsabilità non siano mai state acclarate in un processo che, avrebbe finito probabilmente col trascinare un'intera nazione in quelle responsabilità, compresi alcuni nobili padri costituenti della neonata repubblica.

Qualcosa che nasce solo per essere contro qualcos'altro difficilmente avrà vita semplice e lo si è visto. In genere chi parte con una contrapposizione di questo tipo finisce col esacerbare nella lotta tra le fazioni qualsiasi cosa, non focalizzando mai esempi inclusivi o responsabili ed arrivando ad un certo punto neanche più a concepirli o capirli. L'inclusione istituzionale o la condivisione non è retorica ma senso di responsabilità, anche quando le cose non vanno per come dovrebbero andare. Le responsabilità principali del disastro valenciano dopo l'aspetto naturale preponderante, per cui poco o nulla centra lo stato spagnolo (a prescindere se si creda o meno alla crisi climatica), sono di Carlos Mazòn, presidente della comunità autonoma valenciana, politico di un centro-destra-quello iberico-che stenta a costruire un alternativa credibile al pur bollito Pedro Sanchez (scappato come il Mazòn alle prime contestazioni degli alluvionati).

Questo esponente locale ha tenuto il tipico atteggiamento degli amministratori di determinate regioni produttive europee, per i quali la macchina economica del loro territorio non può fermarsi per nessun motivo anche a costo di rischi oggettivi, che nel caso vanno minimizzati, tanto poi se va male si darà la colpa allo stato centrale.

D'altronde nella costa catalana come in un certo nord-est d'Italia o nelle Fiandre, la cultura politica da bar, fatta di luoghi comuni, velate ipocrisie, incongruenze e razzismo a bassa o alta intensità (a seconda di chi gli si contrappone), sono ormai quasi patrimonio culturale o per meglio dire sub-culturale. In mezzo a tutto ciò il vertice dello stato di Spagna, il Re si è posto per come si doveva porre, partendo e sapendo a ciò che andava incontro, non arretrando. All'arrivo ha trovato fango su di se e la Consorte e questo ha focalizzato l'attenzione dei media. Peccato che almeno a casa nostra, poco o nulla si è visto del dopo. Il Sovrano si è avvicinato ai contestatori e si è messo a dialogare con loro e come tra persone con cui si condivide qualcosa, si è passati dal fango agli abbracci; quando chi spinto a contestare dai vati del nulla cosmico, si è specchiato in qualcuno di cui ha percepito i veri sentimenti. Quella maggioranza silenziosa che vive lavorando ha capito, ma ai media che in quei giorni già tremavano per la sconfitta di Kamala Harris, poco interessava. Quel Re in piedi nel fango mi ricordava le illustrazioni della "Domenica del Corriere" su Umberto I a Napoli nel 1882 per il colera o su Vittorio Emanuele III e la Regina Elena a Messina per il terremoto del 1908.

Da uomo della strada preoccupato e a volte sommerso dai problemi della vita quotidiana se un genio della lampada mi dicesse: vuoi essere un potente del mondo? Non so cosa gli risponderei ma di certo so cosa non gli risponderei: il Re di Spagna. Parlo di una nazione che ho nel cuore da sempre ,sia per la fraternità che in ogni momento della storia ha dimostrato verso il nostro popolo, sia per ciò che ha rappresentato a partire dal 1492(e a dispetto dell'attuale cancel culture imperante ancora per poco). Per 3 secoli questo paese fu una Nuova Roma, sorta già qualche secolo prima a difesa della civiltà latino-cristiana. Tuttavia da più di cent'anni è uno dei pochi paesi decisamente più ingovernabile del nostro, dove le fazioni politiche soffrono fino all'inverosimile pur di non ammettere una enorme ovvietà e cioè che senza la monarchia la Spagna non esisterebbe. Probabilmente sarebbero 5 o 6 stati in lotta tra loro e schiavi di mafie d'oltreoceano.

Ogni volta che pongo anche in modo gentile questa domanda, a qualche rappresentante o analista spagnolo legato a certe visioni, mi guarda non sapendo rispondere e in genere palesa subito dopo un atteggiamento, frustrato, violento e a tratti schizofrenico. Ciò nonostante costoro, riescono a far rimanere questa nazione in un perenne clima da guerra civile(non ce la fanno ancora a digerire la sconfitta e per tanto si sfogano sulla qualsiasi arrivando all'accanimento anche sulle tombe) strisciante, anche in un momento drammatico per la Spagna come quello odierno.

Superato questo aspetto sposto la lente su casa nostra e su quello che ha generato questa notizia. In me aldilà del già detto, ciò che colpisce è quell'indice puntato sul Re, che qualche giornalista ha voluto porre, come a dire: "Cosa volete queste istituzioni retrograde hanno ciò che meritano". Bej a chi dimostra questo tipo di sentimenti, posso dire che il troppo tempo vissuto all'ombra della de-responsabilizzazione generale ha avuto il suo effetto. In Italia dopo che l'allora Presidente Scalfaro venne spintonato ai funerali palermitani del Giudice Paolo Borsellino e della sua scorta, non c'è più stato nulla di tutto questo, per il semplice fatto che nei luoghi di imminente tensione un capo dello stato non è più andato, accampando a volte il motivo di facilitare la macchina dei soccorsi. Prima no, o almeno il Presidente Pertini nel 1980 non ebbe paura dei terremotati dell'Irpinia.

In troppi tragici eventi degli ultimi decenni in questo paese qualcosa è sempre mancato (almeno nell'immediato). In particolare sotto una presidenza della Repubblica precedente all'attuale, la personalità si muoveva solo in presenza di una "claque" ben organizzata e aveva una mania fobica di far apparire la sua immagine al di sopra di ogni contestazione. Per carità umana non cito il nome del Presidente giacché parliamo di un defunto. Forse per questo in Italia non ci fa più caso nessuno e in nome di ciò ci si butta a pesce da parte dei media a fare sciacallaggio su un capo di stato straniero, tanto e pure meno rischioso.

Lo confesso, da cittadino italiano di origine umbra, che otto anni fa ha perduto una casa per cui nessuno ancora mi ha fatto sapere nulla, a certe cose ci sto attento. Mi domando però cosa sia peggio... Se avere come nel caso della Spagna un pezzo di paese che vuole necessariamente autodistruggersi senza un motivo o essere come una parte della società italiana, per la quale ha senso solamente il più bieco cinismo. Auguri a tutti quelli che scavano nel fango per ritrovare un casa e se stessi, auguri anche a lei Maestà che riesce a fare il suo lavoro anche in queste condizioni, dimostrando a chi ne ha bisogno che la via della responsabilità anche quando è scomoda è sempre necessaria.

Di Francesco Di Bartolomei.

 

mercoledì 11 maggio 2022

Spagna: il Re pubblica il proprio patrimonio, è di 2,5 mln


MADRID, 25 APR - Il patrimonio del Re di Spagna Felipe VI è di 2.573.392,80 euro: è quanto reso noto in un comunicato ufficiale dalla Casa Reale, secondo il quale l'obiettivo del monarca è di "adempiere all'impegno" di migliorare la trasparenza dell'istituzione, assunto nel 2014 quando ascese al trono, per rendere la monarchia "meritoria del rispetto e della fiducia dei cittadini.

Secondo quanto spiegato dalla Casa Reale, il patrimonio del re è costituito da circa 2,2 milioni di euro depositati in conti bancari o investiti e di circa 300,000 euro in "opere d'arte e d'antiquariato e gioielli". (ANSA).

martedì 20 ottobre 2020

Europa al diavolo?


Da Los Caidos a Montmartre

di Aldo A. Mola

Oggi Franco, domani la Colonna Traiana

“Oggi in Spagna, domani in Italia” fu il motto di Carlo Rosselli, che dalla guerra civile spagnola iniziata del luglio 1936 tornò in Francia, malato e profondamente deluso. Aveva capito che chiunque avesse vinto, la Spagna non sarebbe divenuta democratica. Da una parte i Quattro Generali e la “quinta colonna”, dall'altra i socialcomunisti controllati dall'Urss tramite gli emissari della Terza Internazionale, come Palmiro Togliatti (Ercoli) e Luigi Longo (Gallo). Chi non si allineò, come gli anarchici, finì stritolato dai rossi più rossi. Molti spagnoli europeisti, come Miguel de Unamuno, e i massoni furono accusati di complotto ai danni della Spagna Eterna e vennero demonizzati da Francisco Franco, assurto a “caudillo” nei “nazionali”. Finirono male, in una guerra che durò tre anni e vide l'impiego di eserciti stranieri (i tedeschi di Hitler e il Corpo Truppe Volontarie italiane agli ordini del generale Gambara da un canto, migliaia di volontari nelle Brigate internazionali a sostegno della repubblica di Madrid dall'altra). Liberaldemocratici e socialisti moderati furono emarginati, spesso assassinati perché la guerra (in)civile esclude il dubbio e impone di parteggiare, come poi accadde ovunque in Europa. Il grosso della popolazione, che già se la passava male, precipitò nella fame. Dal luglio 1936 all'aprile 1939 la Spagna fu il laboratorio del successivo conflitto europeo.  Prima che finisse Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti conclusero che, morti tragicamente Sanjurjo e il generale Emilio Mola, ideatore della rivolta dei “nazionali” contro la repubblica in preda al caos, l'alternativa a Franco sarebbe stata una Spagna sotto controllo di Stalin, con tutte le conseguenze strategiche a livello planetario. Ne riconobbero la vittoria molto prima che entrasse a Madrid. Randolfo Pacciardi, repubblicano e due volte massone, comandante del reggimento “Garibaldi”, antifranchista sino al midollo come Aldo Garosci, Franco Venturi e Francesco Fausto Nitti (massone), intuite con chiarezza le prospettive andò negli USA, per preparare la riscossa contro i totalitarismi veri: la Germania nazionalsocialista di Hitler e l'Unione sovietica di Stalin, di lì a poco unite nel patto di non aggressione e di spartizione dell'Europa orientale e baltica.

 

Giunto potere, Franco ebbe mano libera nell'epurazione di comunisti e massoni (ma questi in gran parte sotto il grembiulino avevano poco fraterni turgori partitici e ateistici). Dall'“Occidente” fu considerato il male minore. Emarginata (come era accaduto a liberaldemocratici e demosocialisti in Italia dopo il 1925), la “terza Spagna”, cioè i cittadini che aspiravano alla quiete e al progresso civile ed economico, fu costretta al silenzio. Sopravvisse anche perché Franco rifiutò di entrare in guerra a fianco dell'Asse Roma-Berlino e aprì il territorio nazionale agli USA. Nell'agosto 1943 per avviare i preliminari dell'armistizio tra Italia e anglo-americani il generale Giuseppe Castellano non per caso passò dall'ambasciata inglese a Madrid. Dal canto suo Pio XII (papa dal 1939 al 1958) camminò nel solco di Pio XI che nell'enciclica Divini Redemptoris del 19 marzo 1937 aveva esplicitamente condannato le folli violenze dei “rossi” contro chiese, ecclesiastici e cattolici (arrivarono a disseppellire e oltraggiare macabramente salme di suore). Insignito dell'Ordine del Cristo dallo stesso Papa che, caso unico a metà Novecento, scomunicò il presidente dell'Argentina Juan Perón, anno dopo anno Francisco Franco, Jefe del Estado, guadagnò consensi, simpatie e sostegni. La “sua” Spagna entrò nelle Nazioni Unite nella stessa infornata della “Repubblica italiana nata dalla resistenza”. I suoi rappresentanti, come il galiziano Manuel Fraga Iribarne, erano apprezzati negli incontri internazionali per cultura, equilibrio e lungimiranza. I tecnocrati dell'Opus Dei fecero il resto. Senza bisogno di decreti dall'alto, la Spagna a diverse velocità (come era l'Italia degli Anni Sessanta) divenne europea. Il massonofobo Franco finse di non sapere che nelle basi statunitensi fiorivano le logge. In più, anche su consiglio di Umberto II, restaurò la monarchia “a futura memoria” e avviò lentamente il passaggio verso il futuro. All'interno parlava una lingua, verso l'estero un'altra. Non si fece mai abbindolare, neppure dagli USA che gli chiesero di dar man forte nella guerra del Vietnam.

Memoria e oblio

Franco, dunque, è quarant'anni di storia di un Paese che ha cinque secoli unità. Con Filippo II e Filippo IV d'Asburgo e con Filippo V e Alfonso XIII di Borbone è il capo di Stato spagnolo più durevole dal Cinquecento a oggi. Al potere prima della seconda guerra mondiale morì quasi vent'anni dopo il Patto di Roma che avviò il cammino verso l'Unione Europea, ai cui margini la Spagna venne tenuta anche dopo la sua svolta democratica, non per nobili principi ma nel timore della sua competizione economica con i suoi soci fondatori, soprattutto nell'agricoltura (vino e agrumi).

La transizione, guidata da Adolfo Suárez, al quale rimane giustamente intitolato l'aeroporto di Madrid, avvenne in forma pacifica perché Re Juan Carlos di Borbone era la garanzia della continuità dello Stato unitario. I partiti, inclusi comunisti, socialisti e catto-liberali, concordarono che il passato andava messo tra parentesi: “sunt lacrimae rerum”. Le ferite c'erano, ma, insegna padre Giovanni Curci S.J. nell'ampio e meditato saggio “Memoria e oblio. Un binomio indispensabile” (“La Civiltà Cattolica”, 17 ottobre 2020 quaderno 4088), “dimenticare e ricordare sono entrambi indispensabili per la conoscenza e anche per la salute mentale”. Occorre liberarsi dalla “dittatura della memoria”. Rinfacciarsi il passato avvelena il presente. La storia è zeppa di guerre vendicative, tanto distruttive quanto inutili. Già tra Otto e Novecento irredentismi, separatismi e particolarismi erano superati dalle internazionali (“unione di nazioni”, non loro negazione: lo ripete papa Francesco in “Fratelli tutti”) e dalle organizzazioni soprannazionali, come gli Stati Uniti d’Europa predicati sin dall'inizio del secolo scorso.

Los Caidos: meditazione sulla Storia

Dagli Anni Sessanta, per chi la visitava, la Spagna era il suo immenso patrimonio di “monumenti” romani, medievali, dell'età moderna, nati dall'intreccio di civiltà. Lo stile mudéjar è Spirito Assoluto. Il visitatore che trascorreva giorni a El Escorial si raccoglieva in meditazione nel Valle de los Caídos non per omaggio alla salma di Francisco Franco e di José María Primo de Rivera, fondatore della Falange, assassinato a freddo dai “rossi”, ma per comprendere la complessità della storia della Spagna, “una, grande, libre”. Anche se nient’affatto “praticante” trovava suggestiva la croce di 150 metri sovrastante il mausoleo.

Al netto delle intenzioni di chi lo aveva voluto e dei diversi animi di chi lo aveva edificato, esso non era un incantesimo, ma un “sacrario”, luogo al di sopra e al di fuori dei “laici”, sinonimo di profani ignari. È metastoria. Quell'incantesimo venne infranto nel 2007 dal presidente del Consiglio Zapatero, socialista, che volle la “legge sulla memoria” quale condanna del “franchismo”, identificato con la guerra civile e con la repressione degli anni immediatamente successivi, ma ormai superata nel suo ultimo quarto di secolo. Da decenni la storiografia aveva scavato ogni dettaglio del lungo calvario della Spagna nei quarant'anni dalla “settimana tragica” e dalla fucilazione di Francisco Ferrer y Guardia al 1939. Era una lotta fratricida che affondava radici nel 1808, il “dos de Mayo” immortalato da Francisco Goya, nella guerriglia contro Giuseppe Bonaparte (“don José Primero”) e gli afrancesados. Era terreno di studio, non motivo di divisione tra gli spagnoli del Terzo Millennio.

Il 24 ottobre 2019, pochi giorni prima delle elezioni del 10 novembre, il socialista Sánchez, alla guida di un governo di minoranza, coronò la sua lunga battaglia ideologica e giuridica con la estumulazione della salma di Franco dal Valle, inumata al Pardo. Fu una avvilente sceneggiata presentata come soluzione di tutti i problemi di un Paese per colpa sua in affanno economicamente e politicamente, con l'aggravante dell'indipendentismo repubblicano della Catalogna e per la deflagrazione di autonomismi antichi (dai Paesi Baschi alla Galizia) e di recente invenzione, quale arma di ricatto verso il governo centrale.

Nell'intervista a un quotidiano italiano l'8 luglio 2020 Sánchez dichiarò di essere stato aiutato dal papa contro i benedettini del Valle che lo avevano ostacolato “nella vicenda del corpo di Franco (sic)”. Trascorsi alcuni giorni senza rettifica né dal giornale né da Madrid, la Santa Sede precisò di non essersi mai pronunciata “sulla esumazione né sul luogo della sepoltura” del Caudillo.

 

Chi pensava che la quaestio fosse finita ha motivo di ricredersi. Carmen Calvo, trinariciuta vicepresidente del Consiglio, e altri esponenti di primo piano del governo rossopaonazzo Sánchez-Iglesias stanno gonfiando le vele della “Legge della memoria democratica”, solennemente annunciata il 15 settembre 2020 ma passata sotto silenzio dai media internazionali, corrivi a deplorare estremismi e bizzarrie di regimi vari, da Ungheria e Polonia alla Russia di Putin, ecc. ecc. La legge non riapre la guerra civile: la chiude demonizzando una volta per tutte Franco, il cosiddetto franchismo (che fu un regime, non una ideologia) e la libertà di ricerca e di parola orale e scritta. È liberticida. Essa prevede la ricerca sistematica di fosse comuni della guerra civile, il repertorio di tutte le vittime della violenza dei Quattro Generali, congrui risarcimenti (tutto giusto e perfetto), ma anche la condanna della “apologia del franchismo”. Lì, come in ogni altro Paese del mondo, sarà il magistrato a stabilire se una frase, un articolo, un saggio lo siano o no. Che cosa fare, allora, della Legione Spagnola, che ad Almeria ha celebrato da poco il suo primo secolo di storia e che ebbe parte non secondaria nel 1936-1939 nella vittoria dei nazionali? Le verrà vietato di cantare “El novio de la muerte”? Che cosa fare dell’intitolazione di Reggimenti a Don Juan, a Alejandro Farnesio, al Gran Capitán e ad altri insigni condottieri dell'impero di Carlo V e di Filippo II (1556-1598)?

Non bastasse, Carmen Calvo ha annunciato che bisogna “resignificar” il Valle de los Caídos, da convertire in monumento democratico gestito dal Patrimonio Nazionale anziché dalla Fondazione della Santa Croce diretta dai benedettini, a sua detta destinata all'estinzione: conclusione  non scontata, perché essa dipende dall'Abbazia benedettina francese di Solesmes. Non solo. Mentre l'arcivescovo di Madrid Carlos Osoro ha auspicato che il Valle continui a essere  “luogo dove recuperare la fraternità, la riconciliazione e la pace”, il presidente della conferenza episcopale spagnola ha dichiarato che i cittadini sono preoccupati dalla pandemia e di conservare il lavoro e che al Valle i benedettini “per quanto possano aver sbagliato (nell'ostacolare invano l'estumulazione) sono per pregare e fare del bene”. La questione, dunque, è complessa, poiché manifestamente oggetto di manipolazione da parte del governo rosso-paonazzo e dei suoi esponenti ultragiacobini, giunti ad affermare che la croce sovrastante il mausoleo è “espressione del nazional-cattolicesimo”. E allora? Bisognerà fare come al Cerro de los Ángeles, che il 28 luglio 1936 prima fu bersaglio di fucilate e poi abbattuto con la dinamite?

E l'Europa sta a guardare silente?

La Memoria ha due volti: quella intima e quella pubblica. Chi ne abusa utilizzando il Potere per la damnatio di alcuni e l’esaltazione di altri viola quella intima e suscita fantasmi sopiti che sarebbe meglio lasciare dormienti per evitare che balzino fuori come lo spirito dalla lampada di Aladino.

La legge della memoria democratica (5 titoli, 66 articoli) che Sánchez vuol far approvare entro la metà del 2021 mira a abolire titoli nobiliari e decorazioni del passato regime; e passi. Ma ciò che più allarma e che essa vuol irrompere nell'insegnamento tramite la “pulizia” dei testi scolastici. In sintesi essa punta a commissariare ideologicamente i cittadini: a imporre una storia a senso unico e a punire severamente chi dissenta dalla Verità di Stato. Questo è lavaggio del cervello. È totalitarismo. Democratico, come nella Germania e nell'Unione sovietica dei tempi andati.

Montmartre e i fantasmi di due arcivescovi ammazzati a Parigi

Appena a nordest della Spagna il 13 ottobre il prefetto della regione dell'Ile-de-France e la ministra della Cultura francese hanno annunciato l'intenzione di classificare come monumento storico la celebre basilica parigina del Sacre-Coeur, “santuario della adorazione eucaristica e della misericordia divina” secondo la Diocesi di Parigi. Come noto, dopo Nôtre-Dame è la chiesa più visitata di Francia. Nell'opinione generale essa venne edificata a Montmartre per ricordare gli ostaggi assassinati dai Comunardi nel maggio 1871 e in riparazione dei peccati perpetrati dai francesi: quindi per motivi spirituali più che politici.

In realtà i suoi ideatori, Hubert de Fleury e Alexandre Legentil, si ispirarono al progetto avviato a Lione per la costruzione di Nôtre-Dame de la Fourvière volta a espiare la sconfitta di Sedan (1-2 settembre 1870) e la conquista dello Stato pontificio da parte del regno d'Italia (20 settembre).

Solo in secondo tempo de Fleury aggiunse che la collina di Montmartre era non solo il luogo del martirio di Saint-Denis ma anche dei generali Clément-Thomas e Lecomte da parte dei comunardi.

La classificazione del Sacre-Coeur a monumento nazionale è di primaria importanza per la sua tutela e del completamento della sua cripta, mai ultimata. Alcuni però ci vedono una strizzatina d'occhio di Macron ai cattolici mentre si avvicinano le elezioni presidenziali.

Sennonché siamo anche alla vigilia del 150° della Commune (18 marzo-15 maggio 1871), primo governo “rivoluzionario” della storia, che ha sempre diviso e divide la memoria dei francesi per le atrocità compiute dai comunardi e per la feroce repressione di cui furono oggetto (vinti, in gran parte fucilati e deportati in Nuova Caledonia dopo inenarrabili sofferenze). A placare gli animi e a spegnere sul nascere una nuova disputa basterà l'intitolazione di una stazione della Metropolitana  alla Commune de Paris e l'omaggio pubblico a Louise Michel, sua celebre eroina?

Se la “Rive gauche” ha in serbo molte frecce, altri non ne mancano affatto. Senza essere o proclamarsi clericali, i cattolici e anche i non credenti ma studiosi di storia e del tutto liberi pensatori sanno che nella loro faretra l'altra “riva” ha il ricordo di due arcivescovi di Parigi assassinati: il primo, Denis-Auguste Affre, il 27 giugno 1848;Geroges Darboy,  proprio per mano dei comunardi il 24 maggio 1871.

Sono tutte vicende che è bene lasciare dove stanno: nella coscienza di chi sa che la storia è anche costellata di errori e di orrori, che devono essere studiati, contestualizzati e spiegati, ma non giustificati. Essi insegnano, infatti, che anche oggi si può sbagliare: anzitutto attizzando polemiche inattuali e inventando leggi sulla “memoria democratica” (imposte da governi dalla flebile maggioranza), mentre ognuno ha diritto di avere la propria.

Gli spagnoli hanno una lunga storia. Non sentono il bisogno di farsela “regnisificar” da un governo qualunque, tanto meno se di inetti, come l'attuale. Gli italiani ne vantano una ancora più lunga; gli ispanici lo vedono a Tarragona, Segovia e altrove. Come loro, gli italiani non hanno alcun bisogno di “leggi della memoria”. Sono liberi di studiarsi  e di valutarsi da sé.


domenica 12 gennaio 2020

Ribolle il grande magma


Il socialista  Sanchez al governo della Spagna
Europa più debole, Mediterraneo più insicuro

di Aldo A. Mola

Vitriol a Mayotte       
11 novembre 2019. Dopo un paio d'anni di borboglii, da trentacinque chilometri sotto terra un immenso magma esplode, genera un vulcano sottomarino dalla pericolosità ancora da sondare, sposta di alcuni centimetri l'isola di Mayotte nell'Arcipelago delle Comore, tra il Madagascar e l'Africa, e l'abbassa di circa 20 centimetri. Non c'entrano né le variazioni climatiche, né l'inquinamento atmosferico né il peso dei turisti. È la Terra che dice la sua: un globo azzurro e verde in superficie, di fuoco all'interno. Di quando in quando erutta. Con esiti sgradevoli.
Accade altrettanto nella “politica”.
Lo stesso 11 novembre 2019 gli spagnoli per la quarta volta in due anni si sono recati alle urne, croce e delizia della “democrazia parlamentare”. Le elezioni, lo sappiamo, sono il sistema meno infelice per legittimare dirigenza e governo. Però sappiamo anche che esse non sempre dicono la “verità”, e non solo nei regimi di partito unico, ove si risolvono in farsa, ma anche altrove, dove sono ingabbiate in leggi e procedure che lasciano mano libera agli eletti per giochi di potere dominati da ambizioni personali mentre occorrerebbero progetti di lungo periodo. È appunto il caso della Spagna. Il Partito socialista operaio spagnolo (PSOE) ha una cupola di “baroni” in tensione crescente con il sistema costituzionale e lo Stato stesso.
Da Mayotte la Terra ha mandato un segnale. Un preoccupante “ronzio” da lì si è diffuso in ogni angolo del pianeta. Il messaggio è chiaro: meno chiasso in superficie, più auscultazione delle profondità. È l'ora del “Vitriol”: “visita interiora terrae, rectificando invenies occultum lapidem”, insegna degli Alchimisti, dei sapienti che non fanno da zerbino ai Potenti di turno ma sono votati al Progresso delle Scienze. Maghi? Stregoni? Massoni? O semplicemente cittadini che non fanno baccano per futili motivi perché sanno che il Tempo passa “e quasi orma non lascia”? A Mayotte la Terra ha emesso un respiro profondo, come suol fare, senza consultare chi ne popola la superficie: talora animato da molta “pietas” e rispetto verso la Gran Madre, talaltra con spocchiosa arroganza. Alcuni ne temono le scosse e percepiscono che prima o poi potrebbe arrivare la catastrofe. Altri invece pensano che a placare e a imbrigliare i sommovimenti della Saturnia Tellus bastino canti e suoni di putipù.

Il rischio del blocco continentale
A volte, però, non è la Natura Maligna a generare borboglii e a provocare sconquassi abissali. Sono gli uomini, abbacinati da “miti” artificiosi, passioni stagionali, eruzioni cutanee. Trent'anni in Italia addietro fu il caso dell'estemporanea invenzione dei “celti”. Forse non tutti i suoi turibolanti ricordavano che “celtico” era stato sinonimo di “morbo gallico”, ovvero della sifilide il cui contagio gli italici imputarono ai francesi anziché alle proprie incaute intemperanze.
Ma altri sono oggi i contagi e ben più drammatiche le conseguenze a breve e a lunga distanza delle faglie che si stanno aprendo tra Terraferma e Gran Bretagna. Due secoli dopo il “blocco continentale” ordinato da Napoleone I per mettere in ginocchio gli inglesi adesso sono questi a decretare il blocco contro il Vecchio Continente. Approdo di popoli migranti che si accavallarono, combatterono e dominarono l'un l'altro in guerre feroci, proprio mentre in molte plaghe e suburbi è ormai più simile al Brasile che alla Sassonia oggi la Gran Bretagna si chiude in se stessa: autosegregazione. Dal canto suo l'Unione Europea si riduce a sommatoria di quattro Stati (Germania, Francia, Italia e Spagna) e di una pleiade di Paesi minori, soggiogati da satrapi eterodiretti (Polonia, Romania, Bulgaria...) e di statucoli dalle dimensioni inversamente proporzionali ai capitali che vi trovano rifugio (il riferimento a Belgio e Lussemburgo, ben inteso, non è affatto casuale, per tacere dei principati di Andorra, Monaco e Liechtenstein).

La Spagna, dunque: Mayotte dell'Europa ventura?
La Spagna ci riguarda da vicino. Torino e Genova sono più vicine a Barcellona che a Santa Maria di Leuca. La loro distanza da Madrid è pressoché uguale a quella da Palermo. La percorrenza e i cambi in areo si equivalgono. Vale per le persone come per le merci: anzi, la Spagna ha “corsie privilegiate” verso i porti italiani, documentate nei secoli e consegnate ai corsi e ricorsi della storia. Una volta erano i Romani a espugnare Numanzia; poi furono gli spagnoli a dominare l'Italia.
Nell'età presente, se la Spagna va male, va male l'Europa. Se la Spagna è più debole, l'Europa conta di meno nel mondo, che parla spagnolo dalla Patagonia a metà degli Stati Uniti d'America. Se la Spagna declina, l'Italia ha tutto da perdere, perché il Mediterraneo diviene più stretto e le sue coste settentrionali tornano vulnerabili. Le prime ripercussioni negative ricadrebbero sull'Italia nord-occidentale, oggi periclitante per il collasso delle comunicazioni ferro-stradali con l'Oltralpe. Perciò il futuro della penisola iberica dovrebbe essere in cima all'agenda di qualsiasi persona sensata, sia per l'ormai incombente Brexit sia per gli argomenti ventilati da Erdogan a sostegno della riconquista della Libia da parte dei turchi: vendicare la sconfitta subìta da Istanbul nella guerra del 1911-1912, quando l'Italia di Vittorio Emanuele III e Giolitti mosse contro l'impero turco-ottomano per liberare gli arabi dal dominio turco al quale erano sottoposti da quattro secoli.

Il governo di minoranza di “Sanchez il Ricattabile”
In attesa che quel che resta dell'Europa faccia un serio esame di coscienza sul suo stato attuale e sulle prospettive, il “caso Spagna” richiama l'attenzione.
Con l'“investitura” del socialista Pedro Sánchez a capo del governo formato da Psoe e da Uniti Possiamo (o “Podemos” come comunemente detto il partito capitanato da Pablo Iglesias e dalla sua compagna, Irene Montero), il 7 gennaio la Spagna ha fatto un balzo all'indietro di ottant'anni. La maggior parte dei commentatori nostrani ha salutato l'avvento di un “governo di coalizione” anche a Madrid, come in altri Paesi europei, quasi fosse un passo avanti verso la “normalizzazione” dopo un quarantennio di governi, ora socialisti democratici, ora del Partito popolare. Hanno ignorato (o finto di ignorare?) che i governi di coalizione in Germania e Italia nacquero dall'alleanza virtuosa tra grandi forze (prevalentemente socialisti democratici e cristiani non clericali), forti di ampia maggioranza. Le coalizioni costano un po' di sacrificio (“sforbiciare le ali” diceva Franco Venturi, insuperato storico dell'Illuminismo) ma assicurano lunghi periodi di stabilità. Mettono tra parentesi i motivi di contrapposizione e fanno leva su valori e obiettivi comuni: la ricostruzione, l'ampliamento della partecipazione democratica, la convergenza tra cittadini e istituzioni, tra la dimensione originaria dello Stato e la Comunità internazionale. Governi di coalizione durarono in Italia col centrismo degasperiano e con il centro sinistra sino al governo presieduto da Bettino Craxi. Furono gli anni del miracolo economico, del palpabile avvicinamento tra Nord e Sud col potenziamento della rete ferro-stradale, demandata a completare l'unità nazionale frenata dal dirottamento di risorse dagli investimenti civili alla guerra nel 1914-1918 e dal rovinoso quinquennio 1940-1945.
La coalizione il 7 gennaio varata a Madrid è di tutt'altra natura. Sánchez ha ottenuto l'investitura a presidente del governo solo alla seconda votazione, con appena 167 voti a favore (PSOE e Podemos) contro 165 e 18 astensioni. È un governo di coalizione, sì, ma tra tinte di un solo colore: è rosso-paonazzo e al tempo stesso di “stretta minoranza”. Si è salvato per un pelo grazie e una deputata delle Canarie che ha rotto la “disciplina di partito” e solo in virtù all'astensione della Sinistra repubblicana catalana che vuole la Catalogna repubblica indipendente. Una sua esponente ha dichiarato alle Cortes (la Camera spagnola) che non le importa un “fico” (traduciamo così) della governabilità della Spagna, che per lei è ancor oggi una dittatura, un regime fascista. Per lei peggio va Madrid, meglio è per i visionari che in Catalogna hanno rimosso i ritratti del Re, Felipe VI di Borbone, impongono l'uso del catalano (una “linguina” rispetto allo spagnolo, secondo idioma del pianeta) e marciano in convergenza niente affatto segreta non con il “ragionevole” Partito nazionale basco ma con “Bildu”, erede ideologico della sanguinaria ETA. Dinnanzi ai ceffoni loro inflitti alle Cortes da repubblicani e nemici dell'unità della Spagna tanto Sánchez quanto i suoi alleati non hanno battuto ciglio. Hanno taciuto. A loro premeva incassare l'“investitura” e formare finalmente l'agognato governo: venti ministri e quattro vicepresidenti. Mai come in questo caso ha vinto la fame di poltrone, del resto occupate da anni senza un consenso maggioritario ma solo grazie a una legge elettorale che premia il partito prevalente in collegi disegnati per un Paese del tutto diverso dall'attuale.
Ciliegina sulla torta della coalizione è stato il voto favorevole dell'unico deputato del movimento “Teruel existe”, eletto a metà strada fra Sagunto e Calatayud, lembo della “Spagna profonda” dipinta come “vacía”: desolata, in abbandono, sede di un vescovado comprendente l'incantevole Albarracin. Il riscatto dei Turolensi, però, non passa attraverso la contrapposizione masochistica tra Periferia e Centro, ma tramite gli investimenti stranieri e la saggia amministrazione dei fondi europei, che hanno fatto la fortuna di regioni quali la Andalusia. Il nuovo governo madrileno assomma microcefalismo localistico (catalano, neo-etarra, turolense, un po' canario...) e autocefalismo socialistoide di Pedro Sánchez, che per anni ha brandito come clava la rimozione della salma di Franco dal Valle de los Caídos in combutta con Carmen Calvo, antagonista dell'andalusa Susana Díaz: un dualismo che riproduce in miniatura la distanza abissale tra “Pedro, el Guapo” (rapidamente avvizzito) e Felipe González, un gigante del socialismo democratico europeo.
Il nuovo governo ha per base un programma di decine di titoli e centinaia di capitoletti (tipo il fallimentare “contratto di governo” pattuito da Lega e M5S nel maggio 2018), elusivo dei veri problemi della Spagna odierna: scongiurare la deflagrazione dello Stato in frammenti alimentati dall'odio verso sé stessi.
Per fortuna sua e dell'Europa dalla morte di Francisco Franco (statista in attesa di valutazioni equilibrate sul suo quarantennio di “jefatura del Estado”) la Spagna è una monarchia costituzionale, voluta e apprezzata dalla stragrande maggioranza dei suoi abitanti. Come convennero anche comunisti alla Santiago Carrillo, re Juan Carlos de Borbón y Borbón era consustanziale alla Spagna “como la sopa de ajo”. Cresciuta dalla Transizione (che ebbe per timonieri costituzionalisti “di sinistra” quale Gregorio Peces-Barba, anima dell'Università “Carlos III” di Madrid) la Spagna odierna ha alto prestigio internazionale, un'economia invidiabile e un assetto giuridico di prim'ordine, attestato dal Tribunale Supremo nella spinosa vertenza di Oriol Junqueras, il catalano separatista eletto eurodeputato ma condannato a 13 anni di carcere e quindi ineleggibile perché temporaneamente privo di diritti politici.

Sarà vera gloria?
Proprio per la sua solidità e per l'ordinamento istituzionale la Spagna è bersaglio di chi mina l'Unione Europea attraverso l'esasperazione di localismi e di movimenti indipendentisti e secessionisti largamente finanziati dall'estero, talora sorretti da un clero locale dimentico dell'universalità della Chiesa che ebbe nella Spagna uno tra i suoi più importanti “attori”.
Comunque il cammino del governo Sánchez-Iglesias non si annuncia affatto facile. A presentargli il conto saranno anzitutto gli estremisti che lo hanno “investito” e i separatisti che il 7 gennaio gli hanno spianato la strada con l'astensione, attendendolo però al varco con pretese avulse dalla storia, quali l'avvento di una Repubblica indipendente di Catalogna, che spaccherebbe l'unità della Spagna, getterebbe metà della popolazione catalana contro l'altra metà, del tutto contraria a convulsioni arcaiche e costringerebbe chi va nella penisola iberica a valicare una frontiera di troppo: l'opposto di quanto occorre.
Come noto, un passo di quel genere troverebbe inoltre innumerevoli imitatori in Spagna (dalla Galizia ai Paesi Baschi) ma anche in altri Stati, inclusa l'Italia dove fioriscono spinte centrifughe per la gracilità della tenuta culturale unitaria e il declino della coscienza storica che si espresse nelle opere di Benedetto Croce, Federico Chabod, Ruggiero Romano, Giuseppe Galasso..., per i quali Italia ed Europa sono tutt'uno e il pensiero liberale comprende tante possibili varianti (dai radicali ai socialisti) all'insegna dei valori della democrazia parlamentare e della moralità della politica, posta al centro della riflessione dal robusto saggio di Tito Lucrezio Rizzo, L'etica, soffio del Divino attraverso le Istituzioni più amate dagli italiani (pref. di Tullio del Sette, ed. Aracne).
Fatalmente Sánchez si troverà presto a misurarsi con partiti e movimenti centrifughi. Ad ambiguità, riserve mentali e giochi al rimpiattino seguiranno tensioni e fratture.
È da prevedere che la lezione dell'11 novembre non verrà ignorata dalla Spagna maggioritaria nel Paese, centrista, moderata, europeista, e che al prossimo non remoto turno elettorale le divisioni tra Partito popolare, Ciudadanos (una cometa presto spenta) e Vox cederanno il passo ad accordi e a convergenze elettorali collegio per collegio (uniti si vince). Anche a legge elettorale immutata, basta poco perché il centro-destra prevalga e ponga le basi per un governo effettivamente duraturo e capace di esprimere l'unità tra Istituzioni e cittadini.
Un'ultima constatazione s’impone. In frangia culturale nostrana, numericamente esigua ma politicamente influente, ha nutrito a lungo pregiudizi nei confronti della Spagna, identificata con “nemici storici”, quali gli Asburgo e i Borbone: dinastie che, con imperatori e re, esercitarono in Italia il ruolo che gli italiani non seppero svolgervi sino all'avvento di Casa Savoia, perno dell'unificazione nazionale. Quella è comunque storia passata. L'attuale e la ventura hanno un altro nome, la latinità e le radici “umanistiche” evocate a fondamento del Trattato dell'Unione; un'Europa nella quale Paesi come l'Italia e la Spagna hanno motivo di sentirsi più che mai affratellati, superando all'interno e all'esterno i particolarismi ideologici, etnocentrici (che poi a volte sono poco più che tribali) e confessionali, tutti residui del “secolo lungo”: il Novecento, scandito dalla guerra dei trent'anni (1914-1945) e dalla lacerante divisione in blocchi militari contrapposti, durante la guerra fredda e la sua tragica appendice nei Balcani sino alle soglie del Terzo Millennio.

Aldo A. Mola

lunedì 6 gennaio 2020

Se tua figlia ti chiede cosa è un Re


di Salvador Sostres
Se tua figlia ti chiede cos'è un Re, a cosa serve o se la Monarchia è un antichità, mostrale le immagini di Felipe VI questa mattina enfatizzando l'impegno delle Forze armate con la Spagna e la sua Costituzione, elogiando espressamente la Guardia Civile e anche la NATO e il nostro ruolo in essa. 
Nella nostra storia più recente, quando la Spagna ha vacillato di più, ha notato la presenza del suo Re come padre, come guida, come il suolo di una Nazione disposta a mantenersi al di là dei suoi tradimenti, delle sue contraddizioni e delle sue disavventure.
Quando tua figlia ti chiede se i Re non sono figure costose, inutili e obsolete, metti su iPad il discorso del 3 ottobre 2017, difendendo la democrazia e la libertà come ha fatto suo padre al 23 febbraio; e quindi dalle l'intervento di ieri al Congresso del rappresentante di Bildu e in risposta al discorso di questa mattina e spiegare quanto è costato agli spagnoli ottenere la libertà e garantire la pace, e che questa è l'era in cui per più tempo abbiamo vissuto liberi e senza ucciderci ed è stato al riparo di due Re straordinari: Juan Carlos I e suo figlio Felipe VI. Non ci hanno mai deluso e sono sempre stati esattamente dove ne avevamo bisogno. Non si sono mai creduti più importanti della nostra libertà e l'hanno difesa come il tesoro più prezioso della loro vita.
La Spagna deve la democrazia e la libertà ai suoi ultimi due Re. La Transizione è un risultato che tutti riconoscono come un esempio di civiltà, tutti tranne i comunisti, che non l'hanno mai fatto, e rimangono ancorati al loro totalitarismo pieno di risentimento e assetato di sangue. A Felipe VI non è richiesto di realizzare un'altra Transizione ma di transitare negli anni più pericolosi e truculenti e ha saputo, con aplomb e tenerezza, gettare la sua città verso la luce. È importante che tua figlia lo sappia e che tu glielo dica.
Il Re è una delle poche belle storie che gli spagnoli possono raccontarci in questo triste momento del nostro destino. Non nascondiamolo. Non rinunciamo a difenderlo. Non diciamo che non abbiamo più speranza, proiettiamoci su di essa.


Nostra traduzione dallo Spagnolo con l'aiuto di google.
Fonte ABC.ES

sabato 9 novembre 2019

Un graditissimo invito dalla Unione Monarchica di Spagna


Davvero dolenti di non poter partecipare per gravosi impegni professionali e famigliari, ringraziamo di cuore l'Unione Monarchica di Spagna per il graditissimo invito.
Speriamo in una prossima occasione. 

¡VIVA ESPAÑA! ¡VIVA EL REY!


E SEMPRE VIVA L'ITALIA! 



lunedì 4 novembre 2019

Parce sepulto

Rimozione di Franco: dal sepolcro alla Storia?




Un Due Novembre sconcertante.


di Aldo A. Mola

L'unico “successo” del socialista Sánchez: la rimozione di Franco
Francisco Franco y Bahamonde conterà meno dopo la deportazione della sua salma dal Valle de los Caídos, dopo quasi mezzo secolo di eterno riposo, e l'inumazione nella cappella del cimitero del Pardo a Mingorrubio, accanto alla moglie Carmen Polo? Varrebbe di più se fosse stato traslato nella cattedrale de la Almudena, nel cuore di Madrid, come chiesero i suoi famigliari? Ovunque siano le sue spoglie mortali, “Generalísimo de los Ejércitos” nazionalisti insorti il 18 luglio 1936 contro il governo repubblicano, “Caudillo de España” e “Jefe del Estado”, comunque Franco è entrato nella storia e rimane memorabile, come tutti i personaggi che hanno segnato un'epoca. Piaccia o meno, egli è stato tra i protagonisti della storia della Spagna dalla lunga guerra civile (1931-1939), nella seconda guerra mondiale (1939-1945: si conta non solo quando si fa la guerra, ma anche quando se ne sa star fuori) e dell'Europa nei decenni successivi, sino alle soglie dell'ingresso nell'“Europa dei diciotto”. Lo storico non giudica: documenta i fatti e lascia a ciascuno di valutare. Mentre imperversa la pretesa di pronunciare condanne “morali” del passato, lo storico cerca di capire perché e come siano accaduti i “fatti”. Tutti. Non parteggia. Contempla. Sunt lacrimae rerum... Altre seguiranno.
L'attuale presidente del Consiglio spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, molto appagato dell'esteriorità, ha orchestrato l'esumazione delle spoglie di Franco per alimentare uno psicodramma nazionale alla vigilia delle imminenti elezioni del 10 novembre. A conti fatti, l'evento ha suscitato più curiosità che appassionamento. Confidando in manifestazioni che giustificassero chissà quali misure eccezionali, qualcuno si attendeva dimostrazioni di nostalgici e di antifranchisti, rigurgiti di arcaici conflitti. Invece, i cronisti, sempre pronti a planare come corvi sui “grandi scontri di piazza”, risultarono più numerosi dei presenti e in specie dei 22 nipoti e pronipoti dell'estinto, avvolto nella “sua” bandiera e confortato dalla messa funebre celebrata da padre Ramon Tejero, figlio del colonnello Antonio, autore del fantasioso “golpe” che ormai si perde nella notte dei secoli e rincalzò il trono di Juan Carlos I. La Spagna di Felipe VI è così democratica che da anni ha un governo tanto minoritario quanto inconcludente.
L'espunzione di Franco dal Valle era una antica pretesa dei socialisti (Rubalcaba, poi Zapatero) e fatta propria da Sánchez perché il Caudillo non è un “caído”, non morì nella tragica guerra civile tra i due “bandos”, i repubblicani e i nazionalisti, i rossi e gli azzurri. Morì di morte naturale, persino “ritardata” per dare tempo all'assestamento della macchina statuale in un paese ormai “normale”. Non solo, secondo alcuni antifranchisti il suo nome suscita ancora nostalgia del regime dittatoriale, tanto da rendere sospetto l'afflusso dei visitatori al monumentale complesso funebre al cui centro sino al 24 ottobre 2019 la sua lapide tombale recava scritto semplicemente “Francisco Franco”, come si conviene a chi ha fatto la storia e lascia ai posteri l'ardua sentenza sulla sua opera.
Sánchez potrà ora dire di avercela fatta. Capo di un governo di minoranza, costretto a tornare a terze elezioni senza aver risolto nessuno dei problemi che assillano il Paese, dalla Catalogna alla “Spagna profonda” dal cui humus escono i consensi per “Vox”, il partito neo-nazionalista con profonde radici nel franchismo o più correttamente nella storia millenaria del Paese iberico, con residuo senso dell'opportunità Sánchez prova qualche imbarazzo a sventolare la traslazione del feretro del Caudillo come successo storico. È un “successo” solo nel significato spagnolo del termine: un accadimento, non un trionfo. Sarà giustizia? Sarà saggezza? Di sicuro, esso è divisivo. È un tardivo “regolamento dei conti” all'interno di un Paese che da decenni ha metabolizzato la guerra civile, ha faticosamente messo alle spalle persino i delitti perpetrati dagli “etarras” e oggi deve fare i conti con l'altra artificiosa piaga: il fanatismo indipendentistico di una metà degli abitanti della Catalogna in libera uscita dalla storia: un separatismo che non ha motivi etnici, religiosi, civili ma solo linguistici in un Paese, come la Spagna, che riconosce le più ampie garanzie al bilinguismo (catalano e gallego, a tacere ovviamente del basco) e alle “nuances” del catalano, come il valenciano (del quale nessuno sente vera necessità).      
    
Il ruolo attuale della Spagna per l'Europa nel mondo 
In pochi giorni dalla macabra sceneggiata, la deportazione della salma di Franco è uscita dalle prime pagine dei quotidiani. Los Reyes partono da Madrid alla volta di Cuba, un viaggio di Stato voluto dal governo, non senza imbarazzo per chi osservi che il regime castrista sta tornando rapidamente all'indietro, verso la repressione delle opposizioni e delle poche ventilate aperture all'Occidente, mentre l'intera America latina è sconvolta da insorgenze e conflitti, tensioni crescenti fra i discendenti dei nativi sopravvissuti alla tabula rasa perpetrata dai conquistatori, creoli e discendenti delle ondate migratorie dell'Otto-Novecento. Il “caso” del Messico è il più emblematico: civilissimo in circoscritte plaghe, del tutto succubo della produzione e spaccio di droghe in vaste zone, e sempre più indotto a forzare il limes con gli USA, i cui Stati meridionali sono più ispanofoni che anglofoni. In quella vastissima area la Spagna odierna, quella di Felipe VI e della dirigenza “di Stato”  che ha alle spalle la Spagna “una, grande y libre” della Transizione, svolge un ruolo di prim'ordine, di gran lunga superiore ai timidi passi del governo italiano che per ministro degli Esteri ha Luigi Di Maio. La Spagna è lì, oltre Atlantico, come anche nel mondo arabo, dal Marocco all'Arabia Saudita, e non da oggi. In una famosa conferenza pan-americana Juan Carlos di Borbone azzittì ruvidamente il petulante presidente venezuelano Chávez, predecessore del nefasto Maduro: “Cállate”, “Taci!”. Per queste ragioni gli italiani consapevoli della debolezza dal proprio governo e attenti al ruolo planetario ancora possibile per il protagonismo dell'Europa franco-germanica e anglo-iberica hanno motivo di guardare al di là delle cronache del monocolore socialista ancora per qualche giorno imperante a Madrid e di sentirsi rappresentati anche dagli eredi di Carlo V e di Filippo II di Asburgo, come poi di Filippo V di Borbone e dei suoi successori sino, appunto, a Filippo VI e alla Principessa delle Asturie, Leonor.     

Carriera e fortuna di un generale prudente
Ma chi fu Francisco Franco, le cui spoglie sono state al centro di una disputa ventennale? Non irruppe nel suo paese come un meteorite da chissà quale cielo. Duramente sconfitta nel 1898 con la rivolta di Cuba e delle Filippine, alimentata dagli Stati Uniti d'America che gliele sottrassero accampando di volerle liberare dal giogo coloniale al quale sostituirono il proprio, la Spagna precipitò in crisi d'identità. Ancora ottant'anni prima dominava un impero che andava dal Messico alla Terra del fuoco. Malgrado statisti di valore, come Sagasta e Cánovas del Castillo, era l'ombra di se stessa. Lo sintetizzò Ángel Ganivet, suicida nelle acque della Dwina, in “Ideario spagnolo”. Mentre Francia, Gran Bretagna e Germania espandevano i loro imperi coloniali e persino il neonato regno d'Italia annetteva Eritrea (1890), Somalia (1907) e Libia (1912), la Spagna era umiliata, “invertebrata”. Rimasta saggiamente estranea alla Grande Guerra, superò meglio di altri paesi l'estremismo anarchico di primo Novecento - culminato nella “settimana tragica” e nella fucilazione pedagogica del pedagogista Francisco Ferrer y Guardia, come ha documentato Fernando García Sanz in opere magistrali - e le procelle postbelliche.
Nato a El Ferrol (Galizia) il 4 dicembre 1922, secondo dei cinque figli di Nicolás Franco, ufficiale di marina, e della piissima María del Pilar Bahamonde, dal padre (che più tardi, si trasferì solingo a Madrid e, senza divorziare, si unì ad Agustina Aldana) Francisco si sentì sempre posposto al primogenito Nicolás e al minore, Ramón, massone, repubblicano, rivoluzionario, aviatore provetto, caduto in circostanze tuttora arcane, mentre suo cugino primo, Ricardo de la Puente Bahamonde, nel 1936 venne fucilato tra gli ufficiali che rifiutarono di accodarsi a Francisco, “generale ribelle”.
Formato nella Scuola militare di Toledo, Franco si mise in luce nella guerra di conquista del Marocco e a soli 33 anni venne nominato generale: il più giovane in Europa. Pietro Badoglio lo divenne a 46 anni. Ugo Cavallero, a sua volta, raggiunse quel grado quando ne aveva 39. Ma il grado non basta a comandare gli eventi. Occorre la fortuna. Che spesso (contrariamente a quanto recita il motto famoso) non aiuta gli audaci bensì i prudenti.
Nel 1934 Franco impiegò sbrigative maniere per reprimere l'insorgenza operaia nelle Asturie. Tre anni prima Alfonso XIII aveva lasciato la Spagna, che subito registrò un'onda di anticlericalismo violento, con incendi di chiese e altri eccessi documentati da Mario Arturo Iannaccone in “Persecuzione. La repressione della Chiesa in Spagna fra seconda repubblica e guerra civile, 1931-1939” (ed. Lindau). Nominato dal governo di Madrid capo della Legione spagnola in Africa e comandante di tutte le forze armate (gennaio-maggio 1935), Franco fu inizialmente riluttante ad aderire al golpe progettato dal generale Emilio Mola y Vidal, laicista, niente affatto massone, capo dei “requetés”, noto per doti di stratega e meticolosità. “Jefe” dello Stato dell'alzamiento contro il governo di Madrid fu Jorge Sanjurjo, morto per la caduta dell'areo che lo riportava dal Portogallo, ove era esule dopo un fallito golpe. Dopo l'insurrezione, anche Mola morì in un incidente aereo. Gli altri due generali, Queipo de Llano e Miguel Cabanellas Ferrer, erano chiassosi ma politicamente irrilevanti. 
Capo della Giunta di difesa nazionale, Franco ebbe il sostegno delle Giunte dei “falangisti” capitanati da José Antonio Primo de Rivera (un movimento nazionalista con venature progressiste), dei “requetés” e di altre forze nettamente contrarie ai sovversivi, nonché (importanti ma non decisivi) di Mussolini e di Hitler. Egli inoltre contò soprattutto sull'appoggio fervido e pressoché unanime del clero cattolico, interno e internazionale. Fallito (forse intenzionalmente ) l'assalto a Madrid (preferì la più spettacolare e propagandistica “liberazione” di Toledo), Franco non ebbe fretta di vincere. Gli storici sono ancora perplessi: incapacità strategica militare o strategia politica?
Col passare dei mesi e degli anni in Spagna all'interno dei due fronti in lotta presero corpo due opposti piani. A sinistra i comunisti, eterodiretti dall'URSS di Stalin, eliminarono via via i “dissidenti”: borghesi, democratici, semplici repubblicani, anarchici e massoni. A destra Franco fece altrettanto. Mentre (come tardivamente ha ammesso lo storico britannico Paul Preston) nel 1936 vi erano tre Spagne (rossi, reazionari e democratici), dal 1938 ne rimasero due sole: i rossi e i nazionalisti. Franco operò una metodica eliminazione fisica degli oppositori della Spagna che aveva in mente: cattolica, concentrata nel culto della propria identità. Scomparve quella europeista vaticinata da Miguel de Unamuno, da massoni, liberali, socialisti democratici. Sin dal 1938, molto prima che entrasse in Madrid (1 aprile 1939) e vi celebrasse la vittoria, Franco fu riconosciuto da Parigi e da Londra. 
Al potere annientò quanto rimaneva delle opposizioni con misure durissime. Con lo  pseudonimo “J. Boor” scrisse articoli fanaticamente antimassonici e nel 1940 pubblicò la legge per la repressione del comunismo e della massoneria, studiata da Juan José Morales Ruiz, autore del saggio esemplare “Palabras asesinas” (ed. Masonica.Es). Però rifiutò di entrare in guerra a fianco di Hitler (che invano lo “tentò” in un lungo inutile colloquio a Endaye) e di Mussolini (che incontrò a Bordighera) e, passo dopo passo, si spostò tacitamente a fianco della Gran Bretagna. 
Dieci anni dopo Franco aprì la svolta: dal falangismo ai tecnocrati dell'Opus Dei. La Spagna  lentamente si riprese. Sotto la cappa dell'ipocrisia normativa i costumi  dei suoi abitanti erano quelli di sempre, come scoprivano i turisti: “los toros” e “el baile toda la noche”. D'altra parte dal 1953 essa ebbe il placet del presidente degli USA, Eisenhower, e nel 1955 entrò nelle Nazioni Unite. Seguì un ventennio di progresso. Franco finse di non sapere che le basi militari americane avevano anche logge massoniche e che molti uomini del regime, come il suo conterraneo Fraga Iribarne, frequentavano all'estero ambienti “illuminati”.

Il “dopo Franco” fu opera sua
Alla morte, il 20 novembre 1975, la Spagna non aveva più nulla a che vedere con quella della guerra civile. Erano anche cacciate nel passato remoto le pretese dei “carlisti” e di altre frange. Sin dal 1969, dopo aver ipotizzato l'instaurazione di Ottone d'Asburgo-Lorena per superare il conflitto tra le fazioni borboniche, Franco proclamò re Juan Carlos di Borbone, anteponendolo al padre, Juan, conte di Barcellona. Il 19 giugno 1974, gravemente malato, da Reggente l'antico Caudillo gli conferì l'esercizio del potere, salvo riprenderlo appena ristabilito. Il “tirocinio” dette prova positiva. La Spagna era pronta al cambio, malgrado l'assassinio del presidente del governo, Luis Carrero Blanco, l'ETA e l'ostilità di chi ne avversava l'ingresso in “Europa”, spacciando per difesa della democrazia l'esclusione dei prodotti spagnoli ormai competitivi (e non solo agrumi, olio, formaggi, salumi...).
Per questi motivi la valutazione storica di Franco non si può ridurre alla sua azione di Caudillo durante e subito dopo la guerra civile e prescinde comunque dall'ubicazione delle sue spoglie. Vale altrettanto per Vittorio Emanuele III, re d'Italia per mezzo secolo. Anziché disputare sulla tomba che 70 anni dopo la morte gli è stata assicurata in uno degli 8.000 Comuni di cui fu sovrano, è meglio studiarne l'opera e capirne la grandezza, la buona e la cattiva sorte, tutt'una con quella d'Italia. Ma lo spirito di fazione e le conventicole spesso ancora prevalgono, perché, ricorda Giovanni Evangelista, “gli uomini preferiscono le tenebre alla luce”.

Parce sepultis: Franco e José Antonio Primo de Rivera
E ora? “Parce sepulto...”? Il brocardo non significa affatto “perdona chi è morto”. Questa versione, benché usuale, è errata e deviante rispetto a quanto volle dire Publio Virgilio Marone. È una traduzione, più partenopea che italiana, riecheggiante il cinico motto: “Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Scordiamoci il passato, non pensiamoci più”. Certo, quando la scrisse nell'Eneide il sommo poeta latino aveva alle spalle mezzo secolo di guerre civili, da Mario e Silla, a Cesare e Pompeo, a Ottaviano e Antonio, e quindi esortava alla pace interna affinché Roma potesse assolvere la sua missione: “rispettare” (parcere) gli assoggettati e annientare (debellare) gli irriducibili. Però con la formula “parce sepulto” non invitò affatto a “perdonare i morti” (non ne hanno più bisogno) né a… dimenticarli (vanno invece ricordati, anche se le loro ceneri sono disperse e magari gettate in mare).
“Parce sepulto” significa “rispetta chi è sepolto”. Esprime appieno il pensiero del Virgilio da Dante elevato a precursore del Cristianesimo, di una pietas che affonda radici nell'omaggio ai defunti. Tutti. Anche gli avversari caduti in battaglia in nome dell'onore alle armi. Rispettare il sepolto è quanto, a prescindere da ogni giudizio di merito, non ha fatto Pedro Sánchez. E questo rimarrà a ricordo della sua per ora modesta prova politica. Ma v'è di peggio. Ora vorrebbe spostare anche la salma di José Antonio Primo de Rivera, capo della Falange, perché, egli argomenta cavillosamente, non è un “caduto” nella guerra civile ma una “vittima” della guerra civile. Non morì in combattimento. E' vero. In effetti fu ammazzato brutalmente dai “rossi” il 20 novembre 1936 nella piccola cella ove era detenuto ad Alicante. In quel carcere non venne dunque consumato uno dei tanti delitti della guerra civile? E José Antonio non è dunque un caduto di quel tragico conflitto? Adesso che gli han tolto il “vicin suo grande” il pavimento de los Caidos è disarmonico? E così la sua salma va spostata per la quinta o sesta volta? 
La storia non è una schermaglia linguistica. Gronda sangue. Non va neppure sottoposta a commissioni parlamentari. Lasciamola agli studiosi e alla coscienza degli uomini liberi da pregiudizi. Una valutazione sintetica di Franco fu anticipata da papa Pio XII quando gli conferì l'Ordine supremo di Cristo (1953): un onore impegnativo sia per chi lo decretò, sia per chi ne beneficiò. Un “successo” dal quale non può prescindere il giudizio complessivo sul Caudillo e sulla sua epoca: in Spagna camminò nel solco del “rey prudente”, Filippo II, quello della “limpieza de sangre”. Se durò quarant'anni al potere vuol dire che non fece tutto da solo. Ovunque giaccia la sua salma, va studiato. Al di là delle “emozioni”, è Storia. 
    
Aldo A. Mola