NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 18 maggio 2017

IL 1937: LE MORTI INQUIETANTI DI GRAMSCI E DEI ROSSELLI

80 ANNI FA
                                      
del Prof. Aldo A. Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno - Editoriale Giornale del Piemonte - 14.05.2017

Iniziò bene per l'Italia il 1937. Il 2 gennaio fu siglato il Gentlemen's agreement italo-britannico per la stabilità del Mediterraneo. Ce n'era bisogno. L'anno precedente aveva addensato nubi minacciose sull'Europa. Il 7 marzo 1936 la Germania di Hitler occupò la Renania senza incontrare risposte militari: le uniche efficaci. Allarmato, il Belgio prese le distanze dalla Francia, ove a fine aprile il socialista Léon Blum formò un governo radical-socialista con il sostegno del Partito comunista, il più forte dell'Europa occidentale e per di più succubo del dittatore dell'URSS, Stalin. La risposta non si fece attendere: boicottaggio commerciale e fuga di capitali. La svolta della Francia seguì di pochi mesi l'avvento a Madrid di Manuel Azaña a capo di un governo di radicali, socialisti e liberali (molti massoni, capri espiatori  di una storia secolare di arretratezza culturale, come in Italia dal 1925 a oggi).  Però in Spagna, repubblica dal 1931, la risposta fu più dura: l'alzamiento, il 18 luglio 1936, dei Quattro Generali (Sanjurjo, Mola, Franco e Queipo de Llano), molto diversi uno dall'altro ma accomunati nel programma di “restaurazione nazionale”: Stato forte in vista del ritorno alla monarchia, ma con molti e motivati “forse  e se”. Non sarebbe stata comunque restaurazione  ma instaurazione. 
Il 4 agosto anche la Grecia virò a destra, col governo Metaxàs.
La Francia propugnò il “non intervento” nella guerra civile spagnola. Benché da subito a fianco degli insorti, Italia e Germania ufficialmente aderirono, ma il 18 novembre riconobbero il governo del generale Franco. Londra e Parigi erano assillate da conflitti diretti e indiretti nei loro imperi coloniali e nelle aree di influenza: dalla Palestina all'Egitto (che da quell'anno ebbe per re Faruk ed entrò nella Società delle Nazioni) e al Sud Africa (che imboccò il tunnel dell'apartheid), dall'America meridionale (in specie Argentina e Perù) all'India, dalla quale venne separata la Birmania.
L'accordo italo-britannico del 2 gennaio 1937con Londra fece da preludio al riconoscimento della sovranità di Roma sull'impero di Etiopia, ove permanevano sacche di resistenza armata e il 18 febbraio Rodolfo Graziani fu vittima di un attentato che scatenò tre giorni di “caccia all'uomo”. Fallita l'offensiva dei nazionalisti, da conflitto interno la guerra civile spagnola divenne preludio a quella tra i totalitarismi: il nazionalsocialismo da un lato, il comunismo sovietico dall'altro. Le “tre Spagne” (la social-comunista, aspramente anticattolica; quella “profonda”, clericale e conservatrice; la liberal-democratica, massonica, antitotalitaria) divennero terreno del regolamento di conti tra ideologie, regimi e “popoli” in lotta da secoli: un conflitto incattivito dal 1917-1919, tra la rivoluzione russa e la pace punitiva di Versailles. Con la battaglia di Guadalajara la Spagna fu anche teatro di un capitolo della guerra civile italiana.
Da che parte si schierò Roma? La Città Eterna parlò attraverso due voci molto diverse: Mussolini aspirava a elevare il fascismo a modello universale; la Santa Sede era cattolica da sempre. Il primo ad avvertire la tempesta incombente non fu il “duce del fascismo” (invero sempre irruente quanto poco lungimirante) ma Pio XI. Il 14 marzo 1937 il papa pubblicò l'Enciclica “Mit brennender sorge”, nella quale deplorò la deriva del nazionalsocialismo verso sponde razzistiche. La persecuzione di ebrei, gitani, oppositori politici, “devianti” in genere (chiusi in campi di concentramento che preludevano alla eliminazione fisica sistematica) era inconciliabile con il cristianesimo, checché ne pensassero e dicessero teologi ed ecclesiastici “locali”, per vari motivi distratti dalla missione universale della Cattedra di Pietro. Quattro giorni dopo Pio XI pubblicò la “Divini Redemptoris”, condanna durissima del materialismo ateo, incardinato nella Terza Internazionale di Mosca e nei partiti comunisti satelliti e in regimi che avevano fatto deragliare la separazione tra Stato e Chiesa in anticlericalismo e in persecuzione sanguinosa dei credenti: incendio di chiese, violazione di monasteri e molteplici orrori. Lo mostravano i casi del Messico e della stessa Spagna repubblicana, come ampiamente documentato, tra altri, da Mario Arturo Iannaccone in “Cristiada” e in “Persecuzione” (ed. Lindau).
Nei capitoli centrali di “Il virus del totalitarismo” (ed. Rubbettino) Dario Fertilio, già Premio Acqui Storia, ha documentato che il fanatismo stava per dare i suoi frutti più spettacolari con i processi celebrati in Russia a carico di insigni esponenti del comunismo sovietico: Kamenv, Zinoviev e altri, accusati di simpatie verso il pensiero di Leone Trotzkij, cioè per il comunismo come rivoluzione universale anziché “in un solo Paese”, ovvero a beneficio dell'imperialismo dell'URSS. Condannati a morte, gli imputati vennero fucilati. Fu l'inizio della sistematica epurazione ideologica e non solo (molti erano ebrei), accelerata nel 1937 con l'eliminazione di Karl Radek e del leggendario maresciallo Tucacevskij, eroe della guerra rivoluzionaria. Dopo di lui vennero assassinati decine di migliaia di ufficiali, funzionari pubblici, uomini del partito: la “grande purga”, completa di gulag, aperti ancor prima dei lager hitleriani. Un delirio razionale programmato in vista della guerra non solo e non tanto contro la Germania (quello era un duello tra totalitarismi) ma contro le democrazie occidentali e i socialisti democratici, da anni marchiati come social-fascisti: epiteto con il quale Palmiro Togliatti liquidò Filippo Turati e radiò gli oppositori, quali Angelo Tasca e altri fondatori del Partito comunista d'Italia. Mentre all'estero predicava i fronti popolari, alleanze del tutto strumentali, all'interno Stalin annientò ogni dissenso, liquidato come tradimento.
In quel quadro di guerre ideologiche e di massiccio impiego delle armi (la Francia “democratica” usò l'aviazione per reprimere una rivolta in Marocco), nel volgere di poche settimane si susseguirono due eventi paradigmatici. Il 27 aprile 1937 morì Antonio Gramsci, colpito da emorragia cerebrale proprio quando gli venne comunicato che era finalmente libero: né carcere, né la libertà condizionata trascorsa nella clinica Quisisana. La sua fu una morte così inattesa da suscitare i sospetti ripercorsi da Luigi Nieddu in “L’ombra di Mosca sulla tomba di Gramsci” (Le Lettere), anche perché egli aveva stabilito di tornare nella nativa Sardegna e aveva preso tutte le misure per impedire che i suoi Quaderni finissero nelle mani di Togliatti, come ricorda Giuseppe Vacca in “Vita e pensieri di Antonio Gramsci (1926-1937)” (ed. Einaudi), a sua volta Premio Acqui Storia. Il Migliore (come poi Togliatti venne celebrato) pervenne invece a impadronirsi del Quaderni gramsciani: un'operazione laboriosa, condotta con la pressione sulla moglie e la cognata di Gramsci, Julija e Tatjana (Tania) Schucht, esercitata da Piero Sraffa, economista insigne, docente in Gran Bretagna, figlio dell'altrettanto celebre economista e giurista Angelo, iniziato massone a Pisa, dalla brillante carriera accademica e rettore della Bocconi di Milano, ove formò allievi di elevato rango intellettuale e di prestigiose fortune, come Raffaele Mattioli.
Mentre durava l'emozione per la morte di Gramsci e si faceva più incalzante l'azione di Togliatti per confiscare la sua memoria storico-politica, un atroce delitto scosse l'opinione internazionale: intorno alle 19,30 del 9 giugno 1937 i fratelli Carlo e Sabatino Enrico (Nello) Rosselli furono assassinati a revolverate e pugnalate presso Bagnoles-de-l'Orne (Bassa Normandia) da un pugno di cagoulards, affiliati alla OSNAR (Organisation Secrète d'Action Révolutionnaire Nationale).
Carlo, appena trentasettenne, era il fondatore del movimento Giustizia e Libertà. Suo fratello, di poco più giovane, storico di sicuro avvenire, lo aveva raggiunto in Francia poco prima. Gli assassini agirono senza troppe precauzioni, li pedinarono osservati da albergatori, camerieri e persone che se videro del tutto casualmente (un po’ la replica dell'assassinio di Matteotti di cui ha scritto Enrico Tiozzo) e lasciarono innumerevoli e inconfondibili tracce. Furono quindi subito individuati, intercettati e arrestati e poi condannati. Le loro schede biografiche sono in appendice al saggio di Mimmo Franzinelli, “Il delitto Rosselli” (Mondadori). Ma chi aveva armato la mano a sicari così squallidi? Appena appresa notizia del crimine i militanti di Giustizia e Libertà non esitarono a imputare quale mandante il regime fascista. Colpevole era quindi lo stesso Stato italiano, sia pure tramite i soliti leggendari “servizi segreti”.
I funerali dei fratelli Rosselli, a Parigi, furono una solenne deplorazione del fascismo. Aderirono socialisti, radicali, “democratici” e le due massonerie francesi (Grande Oriente e Gran Loggia), che avevano spesso ospitato conferenze di Carlo Rosselli, in stretto collegamento con Giuseppe Leti, sovrano gran commendatore del Rito scozzese antico e accettato e pilastro del Grande Oriente d'Italia dell'esilio, popolato di infiltrati dell'Ovra e di massoni pentiti, come Alberto Giannini, autore delle esilaranti “Memorie di un fesso: parla Gennarino, fuoruscito con l'amaro in bocca” (1934, rist. Forni, 2010).
Ma chi davvero armò le mani degli assassini dei fratelli Rosselli? L'interrogativo venne riaperto nel 1990 da Franco Bandini, giornalista appassionato di storia, in “Il cono d'ombra” (Sugarco), frutto di otto anni di indagini sugli atti dei processi celebrati in Francia a carico dei cagoulards e in Italia contro il supposto “mandante”, il generale Mario Roatta, in combutta con Galeazzo Ciano, genero di Mussolini e ministro degli Esteri. Secondo il giudizio corrente e tuttora prevalente, Carlo Rosselli, già condannato al confino a Lipari ed evaso il 29 luglio 1930 con Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti, era non solo scomodo ma pericoloso per il regime perché proponeva alla borghesia di affiancare i “rossi”, come avveniva in Spagna. Sennonché, dopo aver lanciato il motto “Oggi in Spagna, domani in Italia”, a cospetto della piega assunta della guerra in Catalogna (ove i comunisti sterminarono gli anarchici) Rosselli era rientrato in Francia e si era impegnato nell'elaborazione di una strategia politica del tutto nuova: più estremista dei comunisti e in linea con il pensiero di Trotzkij. Molto più che a Roma dette fastidio a Mosca. Secondo Bandini l'assassinio di Carlo Rosselli non avrebbe cambiato i rapporti tra il regime e gli esuli. Avrebbe invece modificato profondamente quelli tra i partiti antifascisti, messi alle strette: subordinazione alla Terza Internazionale o opzione “occidentale”, a favore delle democrazie, per quanto deboli e screditate: un dibattito laborioso, puntualmente ricostruito da Marco Bresciani in “Quale antifascismo? Storia di Giustizia e Libertà” (ed. Carocci).
Un anno dopo l'assassinio dei fratelli Rosselli la Gran Bretagna riconobbe il governo di Franco, mentre era in corso la decisiva battaglia dell'Ebro vinta dai nazionalisti col sostegno di 40.000 uomini del Corpo Truppe Volontarie (CTV, che gli spagnoli traducevano: Cuando t'en vas?), mesi prima della trionfale parata di Madrid, narrata anche da Edgardo Sogno. La domanda che si pone dinnanzi a un delitto efferato è sempre la stessa: cui prodest? A chi giova? La risposta sul “caso Rosselli” rimane aperta. Di sicuro nessun gerarca del regime aveva motivo di volere la morte di Nello, pioniere degli studi sul Risorgimento democratico, apprezzato da Gioacchino Volpe, che anni addietro era intervenuto personalmente su Mussolini per consentirgli un viaggio di studi in Inghilterra. Il Risorgimento democratico, le sue debolezze e contraddizioni, era stato anche al centro delle riflessioni di Gramsci, lontano dal dogmatismo della Terza Internazionale di Mosca. Vigilia del catastrofico 1938, il 1937 pose le premesse del “grande equivoco” nel quale, osserva Fertilio, “cadde Winston Churchill allo scoppio della seconda guerra mondiale: ci si allea anche col diavolo se questi combatte il proprio nemico. Ma così si contribuisce a rafforzarlo - come avvenne con Stalin – prima di ritrovarsi inevitabilmente a fare i conti con lui”. Un monito da non dimenticare mentre il pianeta è popolato di dittatori sanguinari, di violazioni sistematiche dei diritti dell'uomo anche di chi aspira a entrare nell'Unione Europea, e l'ONU di fatto è un fantasma, alla cui apparizione nessuno più crede.

Aldo A. Mola

Barack Obama Hussein a Milano.


Rapido passaggio per ritirare dal nostro bancomat una Consistente somma di dollari (ex talleri) nostri a 850 euro per l' ingresso e non ascoltare nulla di interessante.

Quel che è certo è che considerando ciò che ha sproloquiato nessuno potrà vantarsi di aver speso quella somma per sentirsi raccontare che grazie al riscaldamento antropogenico non ci sarà più abbastanza cibo.

Però il costo dei cereali e simili è in netto calo.

Si capisce dai risultati della sua politica estera il valore dei suoi informatori e ministri !

Il successo del suo viaggio in Italia è quello di aver buggerato  un po' di italiani che... Se lo sono meritato !

mercoledì 17 maggio 2017

Assisi: meeting dell'UMI


Il libro azzurro sul referendum - VI cap. 1-3

Esclusioni del diritto di voto per il referendum

D. L. L. n. 149 in data 26 aprile 1945

Il D.L.L. n. 149 in data 26 aprile 1945 all’art. I stabilì l’esclusione del diritto di elettorato attivo e passivo per dieci anni, al l’interdizione temporanea dei pubblici uffici e alle privazioni dei diritti politici per un periodo non superiore a dieci anni per i fascisti colpevoli di fatti di particolare gravità, anche senza incorrere negli estremi di reato.
L’art. 2 contempla la competenza delle Commissioni provinciali.
L’art. 4 privò dei diritti elettorali i fascisti pericolosi previsti dall’art. 3.


D. L. L. n 74 in data 10 marzo 1946


Il D.L.L. n. 74 in data IO marzo 1946 (Gazzetta uff. 12 marzo 1946 n. 60) «norme per l’elezione dell’assemblea costituente » stabilì che non fossero elettori, oltre gli interdetti e inabilitati per infermità di mente, i falliti, i sottoposti a misure di sicurezza e a libertà vigilata, gli interdetti perpetui e temporanei dai pubblici ufficiali, gli ubriachi abituali, gli esercenti locali contemplati dall’art. VII T.U. Pubblica Sicurezza approvato da R.D. 18 giugno 1931 n. 773, le donne di cui all’art. 354 del Reg. esecutivo T.U. Pubblica Sicurezza (R.D. 6 maggio 1940) :
a) i condannati previsti dall’art. 2 del D.M. 24 ottobre 1944 (Gazz. uff. 20 gennaio 1945 n. 9);
b) i condannati previsti nel titolo 1 del D.L.L. 27 luglio 1944 n. 159 nelle
sanzioni contro il fascismo;
c) i contemplati dalle pronuncie delle Commissioni provinciali di cui all’art. 2 del D.L.L. 26 aprile 1945 n. 145 e all’art. 8 del D.L.L. 27 luglio 1944 n. 159.
Gli esclusi del diritto di voto furono :
a) segretari o vicesegretari del P.N.F.;
b) i membri del Gran consiglio;
c) componenti del direttorio nazionale o del Consiglio nazionale del P.N.F.;
d) ispettori o ispettrici nazionali delle organizzazioni femminili del P.N.F.;
e) segretari o vicesegretari federali, fiduciarie o vicefiduciarie delle federazioni femminili del P.N.F.;
f) ispettori o ispettrici federali eccettuati coloro che esercitano funzioni esclusivamente amministrative;
g) segretari politici o segretarie del fascio femminile di comuni con popolazione superiore ai diecimila abitanti (censimento 1936);
h) coloro che ricoprirono qualsiasi carica nel P.N.F. Rep.;
i) consiglieri nazionali;
l) deputati che dopo il 3 gennaio 1925 violarono leggi fondamentali intese a mantenere in vigore il regime fascista; senatori dichiarati decaduti;
m) ministri e sottosegretari di Stato nei governi fascisti in carica o nominati dal 6 gennaio 1925;
n) membri del tribunale speciale per la difesa dello Stato o dei Tribunali speciali della repubblica sociale italiana;
o) prefetti o questori nominati per titoli fascisti;
p) moschettieri del Duce, ufficiali della M.V.S.N. in S.P.E. (eccettuati gli addetti ai servizi religiosi, sanitari, assistenziali o appartenenti alle legioni libiche, alle milizie forestale, stradale e portuaria);
q) ufficiali della R.S.I., ufficiali della guardia repubblicana, componenti delle brigate nere, delle legioni autonome, dei reparti speciali di polizia politica della R.S.l. (eccettuati i dichiarati non passibili dell’art. 7 del D.L.L. n. 159 in data 27 luglio 1944 e che prima del 10 aprile 1940 assunsero deciso atteggiamento antifascista).

Privazione del diritto di voto di coloro che hanno ricoperto cariche fasciste (1)

D.L.L. 10 marzo 1946 n.- 74 (Supp. Gazzetta Uff. 12 marzo 1946 n. 60).
« In merito alla privazione del diritto di voto di coloro che hanno ricoperto cariche fasciste contemplate dagli art. 5 e 6 del D.L.L. IO marzo 1946 n. 74 (Norme per l’elezione dei Deputati all’Assemblea Costituente) è da rilevarsi che tali disposizioni escludono dal diritto di voto migliaia di persone, delle quali la grande maggioranza (successivamente ampiamente discriminate) erano nominate o «comandate» a coprire tali cariche per fama di rettitudine goduta o sovente esercitarono il loro mandato per influire nel senso della moderazione ».


(1) Da Italia Nuova, 8 giugno 1946.

martedì 16 maggio 2017

Autonomia siciliana, i monarchici: “Si prenda esempio da Umberto II di Savoia”

“Nel settantunesimo anniversario dello Statuto della Regione Siciliana è utile ricordare l’esempio di grande lungimiranza politica di S.M. Re Umberto II che concesse lo Statuto dopo aver ascoltato il territorio riunito in un consiglio generale composto da partiti e sindacati”.
Lo sostiene Michele Pivetti Gagliardi, presidente regionale dell’Unione monarchica italiana.
“Il primo dei federalisti – afferma – che partiva dai territori per dare soluzioni. Oggi la politica sembra lontana anni luce così impegnata com’è a dibattere su leggi elettorali e alleanze. Manca la visione d’insieme che invece Re Umberto II ebbe prima di tutti. Egli aveva a cuore la ricostruzione d’Italia. La politica di oggi non sembra. Si prenda dunque esempio dal Re di maggio che pose sopra ogni cosa il bene del suo popolo. Oggi la regione Siciliana è ad un bivio: o ripartire o affondare ed il tutto è nelle mani di pochi uomini ai quali il buon senso non dovrebbe fare difetto”.
“Politici siciliani – conclude l’esponente monarchico – il 5 novembre si avvicina, sedetevi e parlate fino allo sfinimento ma uscite compatti e coesi perché la Sicilia Re Umberto la volle forte ed indipendente, voi la state riducendo debole e ancor più isolata. Noi monarchici non lasceremo che il sogno umbertino muoia, siamo pronti a prendere in mano il destino della Sicilia ed a rovesciarne le sorti che sembrano cupe e senza speranza”.


lunedì 15 maggio 2017

Nostalgia di Re Umberto II in una sera d’inverno

di Emilio Del Bel Belluz  

La storia dell’ultimo Re d’Italia  di cui  il 18 marzo 1983 si ricorda l’anniversario della sua morte, racchiude tante piccole storie che molti non conoscono e aiutano a comprendere la statura di questo sovrano. 
Quella che più mi ha commosso l’ho trovata pubblicata su un giornale che ricordava il Re alla sua morte. Questa storia racconta la grande nostalgia del sovrano esule in Portogallo per la sua amata patria. 
La nostalgia è una delle emozioni più difficili da comprendere se non la si prova sulla propria pelle. La nostalgia ci fa pensare alle cose che in qualche modo ci hanno dato dei momenti  di serenità che sono passati. 

Nella vita tutto passa ma il ricordo dei tempi felici rimane dentro a noi come un eco. Nella memoria umana si depositano delle storie, dei ricordi a cui si può accedere in un secondo momento e riviverle come se fossero successe in questo istante. Il Re era una persona allegra e romantica legata al bello come ci è stato raccontato da alcuni scrittori e poeti. 
Nel quotidiano – il Tempo di Roma – del 20 marzo 1983 a pochi giorni dalla sua morte, ho trovato un racconto di un momento toccante della sua vita. Il ricordo scritto da  Mario La Rosa merita d’essere riportato nella sua interezza per la sua bellezza e per l’emozione che ci lascia. 
“ Nostalgia dell’esule una sera d’inverno” “ Un ricordo per la morte di Umberto: il ricordo di una sera d’inverno del 1950. Eravamo in un ristorante di Roma, nei paraggi di Via Veneto. Giunti a ora inoltrata, con la persona che ci accompagnava, trovammo posto a un tavolo di fortuna collocato ai margini del salone da pranzo a ridosso della parete – tra mezzo dietro cui erano i telefoni  l’atmosfera, gaia e composta insieme, dell’affollato ritrovo, quella sera era ancora di più allietata dalla presenza di un chitarrista famoso, il maestro Delpelo. 
Il vocio sommesso si spegnava allorché il cantante accennava con un pizzico sulle corde della chitarra, uno dei noti e gradevoli motivi del suo repertorio. Venne il turno della romanza più celebre, “ Casetta de Trastevere”. Il silenzio divenne a quel punto assoluto, e anche i camerieri si fermarono. Il cantante dimostrava quella volta uno speciale impegno, era rosso e visibilmente emozionato. Le parole della bella canzone dicevano di una casetta antica del centro di Roma condannata alla demolizione, attorno agli anni Trenta, per fare posto a una grande strada (che si sarebbe chiamata via dell’Impero) ; casetta che, per prudenza, l’autore collocò in altra zona a Trastevere, appunto. 
Ma qualche zelante gerarca avvertì ugualmente l’allusione polemica contro gli eccessi degli sventramenti dei rioni cittadini per la creazione delle nuove opere del regime, e così la canzone scomparve. Tornò in auge, esplose, dopo la caduta del Fascismo. 
La cantavano nei teatri, nei locali pubblici, nei ristornati, e i ragazzi la fischiettavano in istrada. Il motivo è orecchiabile e i versi deliziosi. Ma perché, quella sera, al ristorante romano, il cantante metteva tanto particolare impegno nel suo appassionato canto, e perché si era avvicinato al nostro tavolo dove erano i telefoni? Il mistero fu subito svelato, fu sussurrato da persona a persona, da tavolo a tavolo. 
Qualcuno tra i presenti aveva infatti chiamato un certo numero del lontano Portogallo, Cascais, per far giungere colà, sul filo del telefono, un ricordo con le note e le parole della patetica canzone romana. 
Un applauso di comprensione e di simpatia si levò allora fitto, caldo, unanime, interminabile, pur esso di saluto al non dimenticato esule perché lo udisse”.  Questo semplice grande racconto rispecchia quanto fosse grande l’amore del Re Umberto per la sua patria lontana. La malinconia di quella sera forse si è trasformata in un sorriso. 
Le persone presenti avrebbero potuto esclamare il suo nome per non farlo sentire così solo. Se fossi stato presente in quella sala, in quella sera in cui la nostalgia dell’esule era così grande, avrei urlato il nome del Re perché i presenti lo amavano.  
Coloro, che lontani dalla loro terra erano vinti dalla nostalgia, telefonavano a casa proprio nel momento in cui sapevano che le campane del loro paese avrebbero suonato a festa. Si dice che la gente con il passare del tempo dimentichi  gli ideali che nutriva in passato.  Sono pochi ai quali  è data la forza di professare la fede monarchica per sempre. 
Il mio amato professore di storia del diritto italiano, il grande professore Fulvio Crosara, se lo chiedeva spesso. Si domandava perché si fossero dimenticati del loro sovrano, come spesso accade tra la gente comune dimenticare l’aiuto avuto di qualche animo buono.   
Anche la vita dei Re assomigliava a quella delle persone comuni. Re Umberto II, nel suo esilio di Cascais, sapeva che questo poteva accadere. Ogni uomo ha il dovere di saper scrivere la sua storia. Re Umberto per passare il tempo e per dimenticare le tristezze sapeva che non c’era di meglio che dare la sua massima attenzione ai libri. Un libro non tradisce mai quelli che vogliono imparare e allargare le proprie conoscenze. 
Nel suo studio foderato di libri passava il suo tempo più bello. 
Con il cuore vicino a quei tanti italiani che lo amavano e che si erano accorti che l’Italia senza il suo Re era sicuramente più povera e più sola. Illumina il tuo giorno.

domenica 14 maggio 2017

Quei "castelli sovrani" della provincia Granda raccontati all'Unitre

I castelli che furono in possesso di casa Savoia, in Provincia di Cuneo, saranno il tema trattato da Elena Garello per il ciclo lezioni Unitre lunedì 15 maggio, alle 15,30, al Cinema Monviso.

Sono oltre duecento i castelli della Provincia di Cuneo, alcuni ridotti a rovina, altri restaurati ed adibiti ad abitazione od a musei di se stessi. Circa sessanta sono quelli legati ai Savoia: l’elenco alfabetico inizia con Acceglio e termina con Villanova Solaro.

In occasione della conferenza, verranno presi in esame il Castello di Racconigi, quello di Govone e, per finire, quello di Valcasotto, particolarmente amato dalla relatrice. Il primo nasce come castrum romano, poi trasformato in una fortezza a difesa del Marchesato di Saluzzo ed ampliato dagli Acaja e dagli eredi Savoia-Carignano. Gli architetti Guarini, Borra e Melano donano progressivamente alla costruzione l’aspetto odierno.

Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II, Vittorio Emanuele III ed Umberto II amano risiedere a Racconigi per la villeggiatura. La loro presenza è testimoniata dal succedersi delle mode e dei gusti decorativi degli ambienti interni. Anche il parco subisce un rinnovamento evolvendosi da giardino barocco a luogo ameno “all’inglese”.

Analoga sorte tocca al Castello di Govone: le trasformazioni da castello medievale a residenza barocca e poi ottocentesca furono operate dai Conti Solaro (famoso è il soggiorno, avvenuto nel 1730, di Jean-Jacques Rousseau postosi al servizio del conte Ottavio) e poi dal Re Carlo Felice. Il parco all’inglese è arricchito da un roseto.

Dopo il 1834, Carlo Alberto acquisisce la proprietà dell’antica Certosa di Valcasotto. Vittorio Emanuele II le assegnerà una destinazione venatoria facendovi risiedere i suoi cinque figli. Tra queste mura, la primogenita quindicenne Maria Clotilde scrisse a Cavour la famosa lettera che affidava alla sorte il suo matrimonio con il principe Bonaparte.


L’epoca partigiana ha visto qui alcune tra le presenze più significative. Queste “maisons de plasir” sono oggi comprese nella lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Cani, cicogne e… asinelli allietano i visitatori con la loro presenza discreta.

mercoledì 10 maggio 2017

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale

POLITICA DELL'AGRICOLTURA

C) Occorre rivedere e migliorare la attuale legislazione relativa alla riforma agraria, e tutta la politica agraria. Circa i problemi economici e sociali nel settore dell'agricoltura, deve anzitutto premettersi che esso non è inficiato, come quelli industriale e finanziario, del fenomeno capitalistico, se non forse in poche e individuali singole eccezioni, e che esso è stato vittima di una manovra politico-capitalistica, intesa a scaricare sull'agricoltura la pressione demagogica nella  speranza di rallentarla negli altri settori, manovra nella quale governo e maggioranza quadripartita     sono corresponsabili. Nella agricoltura italiana i principI della proprietà  e dell’iniziativa privata privata sono – a differenza di quanto accade in altri settori - ancora sostanzialmente sani, sebbene anche in questo settore siano aperti, e talvolta urgenti, i problemi di gararantire l'adempimento della funzione sociale della proprietà, di ripartirla secondo le esigenze sociali e produttivistiche ove essa non abbia risposto e non risponda a quell'adempimento, di elevare il tenore di vita - spesso bassissimo - delle classi lavoratrici, di assicurar loro maggiori possibilità di lavoro e più dirette misure previdenziali insieme con il problema della difesa del reddito agricolo dal doppio giuoco dei monopoli industriali e delle indiscriminate e inopportune importazioni. I più urgenti problemi sociali ed economici dell'agricoltura italiana possono così indicarsi:

PROBLEMI AGRICOLI URGENTI

a) Necessità di uno legge generale di riforma agraria basata sul criterio della produttività ed in armonia col principio fondamentale della subordinazione del bene privato del singolo proprietario all’interesse superiore e collettivo dell’agricoltura Nazionale.
Da ciò l'inaccettabilità da parte nostra dei principi informatori della legge stralcio, in base ai quali gli enti di riforma hanno proceduto agli espropri , entro i rispettivi territori, non secondo criteri tecnico produttivistici bensì secondo un rigido limite di imponibile fiscale sopra il quale noti si può ben possedere e sotto il quale si può invece anche mal possedere.
Si ritiene che gli enti di riforma, così come oggi tecnicamente e giuridicamente congegnati, costituiscano un complesso di organismi eccessivamente costosi, in proporzione alle superfici da esse servite, e troppo vistosamente soggetti ad illecite interferenze politiche.

La natura e le funzioni degli attuali ispettorati agrari provinciali, ridotti oggi a semplici uffici di statistica economica o di pura sperimentazione o di arida promozione di concorsi qualitativi, fanno ritenere però che gli enti di riforma, una volta riportati nell’alveo giuridico della normale amministrazione statale, ed utilizzati secondo i nuovi principi di una riforma generale, possa-no trovare la propria giustificazione ed il proprio utile impiego sotto forma di Centri Tecnici Provinciali o meglio intercomunali, ponendo al servizio di un intero territorio l'opera del proprio personale specializzato o la ingente disponibilità del proprio macchinario agricolo.
Lo Stato avrà il diritto ed il dovere di procedere all'esproprio, previo equo risarcimento, senza alcun riguardo all'estensione della superficie posseduta, quando il proprietario, al quale siano state preventivamente offerte tutte le opportune provvidenze di miglioramento fondiario e di credito agrario, abbia dato dimostrazione di non volerne usufruire.
E' altresì di urgente soluzione il problema della «polverizzazione» della proprietà agricola, altrettanto perniciosa agli interessi della produzione Nazionale di quanto lo sia la grande proprietà tecnicamente arretrata e priva di capitale liquido di riserva; appare pertanto indispensabile una apposita legislazione che stabilisca il limite minimo tecnicamente razionale della proprietà agricola, sotto al quale nessuna entità economica rurale possa determinarsi tanto per frazionamento ereditario quanto per atto di compra-vendita.

    b) Necessità di porre fine all'incertezza del diritto nel campo dei contratti agrari mercé una legge la quale - secondo indiscutibili principi generali di diritto - faccia salva la volontà delle parti circa i termini e il contenuto del contratto, rivaluti l'istituto della mezzadria classica, tipica e felice elaborazione della agricoltura italiana, e quanto agli altri contratti ne definisca i tipí    economico giuridici salvando la necessaria libera circolabilità delle famiglie contadine sulla terra, così per fondamentali ragioni morali e giuridiche come per profondi motivi sociali ed economici.


c) Necessità di innovare completamente la legislazione previdenziale abolendo gli attuali contributi unificati, che si sono rivelati un esoso espediente fiscale più che non un efficiente strumento previdenziale. sostituendoli con un sistema di previdenza personale e diretta per le effettive prestazioni di lavoro compiute, come quello che vige per i lavoratori degli altri settori economici; e salvo sempre il dovere dello Stato di provvedere direttamente e congruamente alle previdenze per vecchiaia e disoccupazione che, nel settore agricolo più che in altri, sono -da considerarsi una conseguenza dell'attuale ordine sociale il cui carico ricade. direttamente sullo Stato. Al problema della disoccupazione agricola -  là dove essa si rivela fenomeno endemico - lo Stato può e deve provvedere, in concomitanza con la auspicata legge di riforma agraria generale nuova. per criteri ispiratori e per strumenti esecutivi, con operazioni di migrazione interna le quali attraggano i lavoratori e le loro famiglie, senza violarne la libertà di residenza, per fondati motivi economici e sociali.

Ricordi, di Gianluigi Chiaserotti


mercoledì 3 maggio 2017

Requiem per un imperatore defunto

Di Domenico Giglio

(Pubblicato, in forma ridotta,  da  "storia  in rete" , nel numero di  gennaio)

Che Vienna, nel 2016, centenario della morte  di  Francesco Giuseppe, abbia dedicato  numerose mostre ed  esposizioni allo stesso ed  alla sua  epoca, cominciando da  Schonbrunn, il  palazzo dove  era nato il 18  agosto 1830  ed era  mancato la  sera del 21  novembre 1916, è   logico ed  opportuno, trattandosi  dell’Imperatore che vi  aveva  regnato per  68 anni, dal  lontano 2  dicembre 1848 e che vi  fu sepolto  nella Cripta  dei Cappuccini, sepolcreto  degli  Asburgo  dal  1633, il successivo  30  novembre, cripta  che  dette  il  titolo  ad  un  celebre  romanzo  storico di  Joseph Roth  ed il rituale  per accedervi  fu a sua volta  ricordato da  Franz Werfel  nel suo “Nel  crepuscolo di  un mondo”.
Questo ricordo, doveroso per  gli austriaci, per cui le  poste dell’attuale  repubblica austriaca hanno dedicato un  francobollo commemorativo del  centenario della morte  dell’Imperatore, non  vorremmo fosse occasione, in  Italia, specie  nei territori  che appartennero all’impero asburgico, per  analoghe celebrazioni, per cui nel  rispetto della  memoria storica e con  spirito sereno, permeato di  pietà cristiana, riteniamo necessario ripercorrere la  lunga vicenda terrena di  questo principe, particolarmente con  riferimento alle vicende  del nostro  processo unitario ed  anche per  smitizzare una  versione e  visione edulcorata data in alcuni film, continuamente ripetuti   nelle varie  reti  televisive, della sua   giovinezza e  del matrimonio, molto  meno  felice  di  quanto  non appaia  nella  versione hollywoodiana.
L’ascesa al trono di Francesco Giuseppe, nel  dicembre  1848, dopo  l’abdicazione praticamente imposta  all’Imperatore Ferdinando, che  visse  poi in serenità a Praga  fino al 1873, e  l’altrettanto forzata  rinuncia  del  padre, l’Arciduca  Francesco  Carlo, coronava gli  sforzi  che la madre, la  bavarese arciduchessa  Sofia, aveva   fatto, perché questo suo  figlio  primogenito, fosse  imperatore, cominciando dalla sua  educazione fin da  bambino.
Purtroppo  il  momento  della  assunzione  all’impero  non  era  dei  più felici, perché  da  mesi Vienna  e  l’Ungheria   tutta, erano  in rivolta contro  l’assolutismo  asburgico, impersonato dal  Metternich,  anche  con  eccessi come la  barbara  uccisione  del Ministro  della  Guerra, il  vecchio   conte Latour, raggiunto  nei suoi uffici, massacrato e  poi  appeso ad un  lampione! Rivolte, quasi  rivoluzioni represse   a  Vienna dalle truppe  comandate dal maresciallo Von  Windish-Graetz, ed in  Ungheria, con  l’intervento ancora  peggiore, dell’esercito  mandato dallo Zar  Nicola I, in virtù dei  principii della “Santa  Alleanza”, truppe  che  avevano  avuto  ragione dei  ribelli, così che  questo giovane di  diciotto anni, saliva su  di un trono  macchiato  di  sangue, cancellando  quella  Costituzione  che  Ferdinando, aveva, forse  a  malincuore  concessa. Ed in Ungheria, dopo  il  vittorioso intervento  russo, aprendo un  solco  parzialmente riempito  solo dopo un  ventennio, un  generale  austriaco,  Haynau, già  tristemente noto in  Italia, nel  1848, per  la  sua  repressione, che  gli  aveva  meritato  il  titolo  di “jena  di  Brescia”, fucilava   ed  impiccava  ad Arad, ben 13  generali ungheresi e  114 altri militari, le  cui  domande di grazia  erano  state  respinte, come  avverrà  pure  nel  1852 per  la  domanda  di grazia per  il  patriota  e sacerdote, Enrico  Tazzoli, reo  di un  delitto di opinione, impiccato poi a  Mantova  nel  dicembre.
Questo, mentre un  altro giovane di 28  anni, Vittorio  Emanuele  II, salito al trono il  23  marzo  1849, dopo  una  sconfitta  militare, in  quel  di Novara, aveva  mantenuto la  bandiera  tricolore e soprattutto  aveva conservato  quello Statuto, concesso  dal  padre  Carlo  Alberto, con  i relativi  ordinamenti parlamentari che  l’ Austria avrebbe  conosciuto solo nel  1867. Interessante  questo parallelo tra  un  governo, quello del  Regno  di  Sardegna, con  l’intensa attività  parlamentare e  governativa nel  decennio dal 1849 al  1859, mentre   nell’Impero d’Austria, vigeva un regime  assolutistico, da stato     di polizia, così che da  una parte si affermava  il liberalismo di Cavour  e dall’altra, mancato  nel  1852, il  principe  di  Schwarzenberg, campione del  dispotismo, non  emergeva nessuna  personalità di valore  che indirizzasse  l’Imperatore, di per sé  digiuno di esperienza  politica e poco amante  di letture, verso le  necessarie  riforme.
Così, quando  nel  1854, scoppiò quella che fu  chiamata “Guerra di  Crimea” con Francia, Regno Unito, Impero  Ottomano, unite  contro  l’Impero Russo, l‘Austria  rimase neutrale, con  grande amarezza e  delusione dello Zar  Nicola  I, che  riteneva  fosse un dovere di  Francesco Giuseppe, appoggiare militarmente la  Russia, in  ricordo e ricambio  dell’aiuto ricevuto per  debellare la rivolta  ungherese, mentre  proprio in questa  vicenda si inserì  abilmente Cavour, fortemente  appoggiato  dal  Re, mandando  un  corpo di spedizione  in  Crimea, che gli dette  così l’opportunità di  partecipare, unico  rappresentante di uno  stato italiano, al  Congresso  di  Parigi  nel  1856 e denunciare la  situazione dell’Italia, ponendo le basi di  quell’accordo con  Napoleone III, definito  due anni dopo a  Plombieres. E peggio  ancora si comportò  l’Austria, cioè l’Imperatore, che nel  1859, addirittura  lasciando all’oscuro il  proprio Ministro  degli  Esteri, il conte Buol,  inviò il 23 aprile il  famoso  “ultimatum” al  Regno di Sardegna, seguito il 27 dalla  dichiarazione di  guerra, che fece scattare la  clausola dell’alleanza  “difensiva” con l’Impero  di  Napoleone III, che  così  in  tal  modo poté  intervenire militarmente  in  aiuto al Piemonte,   portando alla vittoria, insieme con Vittorio  Emanuele II, le truppe  franco-piemontesi.
Questa inesperienza  di  Francesco Giuseppe, anche di conoscenze  dirette dell’impero, avendo fatto un solo  viaggio nel 1845 a  Venezia ed in Dalmazia (dove  in  un  disegno  si  vede  una   insegna, con  la  scritta  in  italiano,  “Osteria”), fu  pagata  cara, perché  non  bastava  da  una  parte  il  coraggio  personale, di cui aveva dato  prova  nel 1848, ancora  arciduca, nel  combattimento di  Santa  Lucia  ed  il  senso  del dovere e  dell’ordine, l’amore e  l’inclinazione al lavoro, che rispettò fino  all’ultimo  giorno  e  che  ne fecero il primo  impiegato dell’ impero, quando  invece  sarebbe  stato necessario lo  spirito d’iniziativa e  decisioni rapide e  nette, confermando un  vecchio giudizio di  Napoleone che “l’Austria arrivava  sempre troppo tardi sia  con l’esercito che con le  idee”. E sempre nel  1859 l’infelice scelta, quale comandante  dell’esercito austriaco  che doveva invadere il  Piemonte, del  maresciallo Gyulay, anziché dell’Hess, costrinse Francesco  Giuseppe, dopo i primi  insuccessi, ad assumere  personalmente il  comando delle truppe, venendo sconfitto a  Solferino e San  Martino, perdendo la  Lombardia, assegnata al  Regno  di  Sardegna.
Le incertezze  riguardavano anche  la  politica interna  oscillante tra  centralismo e  federalismo e  dominavano la politica  estera austriaca  relativamente al  problema dell’unità  germanica e del ruolo  di comando nella  Confederazione Germanica, per cui, anche in questo caso  Francesco Giuseppe  fu  abilmente giuocato da  Bismarck, il potente  cancelliere del Regno  di  Prussia, che nel 1866 lo  spinse a mobilitare per  primo, senza che  l’esercito fosse pronto  e  forzando il riluttante, ma fedele, generale  Benedeck, ad  assumenerne il  comando, con il  risultato di essere   travolto dai  prussiani di  Moltke a Sadowa, perdendo definitivamente il  primato tra gli stati  tedeschi, che così  passava dai cattolici  Asburgo ai luterani  Hoenzollern, ed il  Veneto, assegnato al  Regno d’Italia, alleata  della Prussia, in  quella  che per noi è  considerata la Terza  Guerra  d’ Indipendenza, però con un  confine  quanto mai  infelice, tra  Italia  ed  Austria,  con  il  Trentino  incuneato  tra  Lombardia  e Veneto  e  ben lontano da  Trieste. Inoltre l’Austria e  quindi l’Imperatore, a  cui era demandato  anche il  più piccolo  problema, dettero   prova dopo la  guerra, di  ingratitudine nei  confronti dell’ammiraglio  Tegetthof, il vincitore  di  Lissa e del Benedeck, sulle cui uniche  spalle  fecero ricadere la  sconfitta di Sadowa.
In questi anni si  inserisce l’amara  vicenda del fratello  Massimiliano, quel  fratello che nominato  Viceré del Regno  Lombardo - Veneto, nel  1857, aveva cercato  di  riconciliare con l’Impero   gli abitanti del  Regno, sollecitando inutilmente  Vienna a  liberalizzazioni e riforme, per cui  inascoltato era partito  sulla carducciana “fatal  Novara”, lasciando il  Castello di Miramare, con le sue “…bianche  torri, attediate per lo  ciel piovorno…”, per  salire al  trono  di  Imperatore  del  Messico, dopo essere  stato obbligato dal  fratello, prima di  partire, a firmare l’atto  di rinuncia al trono  austriaco, per  finire  poi  fucilato il  19  giugno  1867 a Queretaro, mentre pochi  giorni  prima, l’8 giugno, Francesco Giuseppe  con la moglie, la  bavarese Elisabetta, il cui fascino aveva  colpito gli ungheresi, erano incoronati  a  Budapest, Re  d’Ungheria, dando  così  origine  e  consacrazione  a quella  che  da  allora fu definita “duplice  monarchia” e l’Impero “Austro- Ungarico”. Ed  il successivo  18  agosto, a Salisburgo, si  celebravano solennemente i 37  anni  dell’Imperatore, presente  anche  Napoleone  III, con  la  moglie  Eugenia, a  cui  non rimordeva la  coscienza di aver  spinto  Massimiliano all’avventura messicana, praticamente lasciandolo solo ed  indifeso quando aveva  ritirato e reimbarcato  per la Francia, il  corpo  d’armata francese  comandato da  Bazaine.
E questo 1867 fu  anche  importante perché  finalmente l’Impero si  dotava di una  Costituzione, con il suo  parlamento, il  Reichsrat, costituzione  che avrebbe regolato  teoricamente la vita  politica austriaca fino  al  1918, ma come  commentarono diversi  storici in realtà lo Stato  era in balia dell’arbitrio  burocratico sotto  la  maschera del  costituzionalismo, anche  quando fu  concesso  il  suffragio universale  maschile ed il  parlamento raggiunse  i  507 deputati, con  233  seggi previsti per  i  tedeschi  e  255  per  gli  altri gruppi slavi, mentre solo 19 erano assegnati alle minoranze italiane, tra i quali ricorderemo  il socialista, ma  irredentista, Cesare  Battisti ed il cattolico  Alcide De Gasperi. Questa ridotta  presenza  italiana era il frutto  della politica, messa  in  atto dopo  le  nostre  guerre d’indipendenza, che avevano dato  all’Italia la Lombardia  ed il Veneto, malgrado  la “Triplice“ stipulata  nel  1882, di  favorire  croati e slavi, fomentando la loro  avversione nei  confronti  degli  italiani, modificando ad  esempio i collegi  elettorali in modo  da  ridurre o far  scomparire  la rappresentanza  italiana che  nel  1848  era maggioritaria in  Dalmazia e totale in  Istria.
L’accenno alla  incoronazione a  Budapest di Elisabetta  Regina, ci fa  soffermare  sulla figura di questa  consorte di  Francesco  Giuseppe, principessa  bavarese, sposata  a  16  anni, per  libera  scelta  del giovane  Imperatore, contravvenendo alla  volontà della madre  che  aveva invece scelto  per  lui, la sorella  maggiore  di Elisabetta, la  principessa Elena. Matrimonio effettivamente  d’amore  da  parte  imperiale, che  le  fu  fedele  per  tutta  la vita, che la  assecondò  in tutti i suoi desideri, che le scrisse sempre  lettere affettuose, non  considerando la relazione, in età più  tarda, con  l’attrice  Caterina Schratt, relazione nota  ed  anche favorita dalla  stessa Elisabetta. Diverso invece  l’atteggiamento della  giovane Elisabetta, oppressa fin dall’inizio  del matrimonio dal  rigidissimo cerimoniale  asburgico, di origine  spagnola, soffocante  per una giovane  abituata ad  una  vita libera a  contatto  con  la natura, in una  famiglia senza dubbio  di origine regale, essendo   un  ramo  cadetto  della  dinastia dei  Wittelsbach, ma non  schiava delle forme. Non  potevano  essere  due caratteri più  differenti e  lontani  fra  loro, con esigenze  diverse ed anche con  passioni diverse dai  viaggi che videro  Elisabetta andare da  Madera a Corfù, per  finire  tragicamente a  Ginevra, all’amore della  poesia , particolarmente  Heine, mentre è noto  lo  scarso interesse  culturale di Francesco  Giuseppe, tra l’altro  poco disponibile ad  accettare i progressi  tecnici dal  telefono, alle  automobili e alle  attrezzature ginnastiche  e  balneari  che  amava  invece la  consorte. Questo distacco  di  Elisabetta dai suoi  doveri di Imperatrice  va   ad esempio  confrontato, non  certo  a  suo  vantaggio, con  il  ruolo  che  quasi  negli  stessi anni veniva  svolto in  Italia,  a  favore  dell’unità nazionale  dalla Regina  Margherita, oggi  quasi  sconosciuta e  dimenticata, nei viaggi  nella penisola ed in  tutte le manifestazioni  ufficiali, sempre a  fianco  del  marito, il  Re  Umberto  I, di  cui  pure  conosceva  e  perdonava  certe  debolezze! 
Amante   della  poesia Elisabetta  era  ella  stessa  poetessa  ed  ora  dopo   oltre  un  secolo  dalla  morte  le  sue  poesie   riscoperte  recentemente  sono  state  pubblicate  in  un  libro  curato  dalla  storica  viennese  Brigitte  Hermann  e  tradotte  anche  in  italiano, che  aprono, come  sottolineato  dallo  storico  Waldimaro  Fiorentino, che  ha  recensito  questo  libro, uno  scenario  incredibile  sui  veri  sentimenti  della imperatrice, smitizzandone  il  personaggio , perché  le  sue  poesie  “sulla  famiglia  Asburgo  e  sulla  politica  imperiale  degli  anni  Ottanta  sono  a  volte  spietate, addirittura  provocatorie”  e  di  questa  spietatezza  è  prova, ad  esempio,   una  poesia  dove  dice: “voi  amati  popoli  di  questo  vasto  impero, in  gran segreto  io  vi  ammiro  tanto, perché  col  sudore  e  col  vostro  sangue, nutrite  generosi  questa  schiatta  depravata”, cioè  gli  Asburgo. E  da  queste  poesie  si  comprende    chi  avesse  ereditato  il carattere  ribelle, libertario, repubblicaneggiante di  Elisabetta  e  cioè proprio  il  figlio, l’Arciduca  Ereditario, Rodolfo, che, appena  trentenne, non  compreso  anche  lui dal  padre, gli  inferse  la  ferita  più  dolorosa  con  il  suicidio  in  quella  alba  tragica  del  29  gennaio  1889  a  Mayerling. Così , più  tardi Francesco  Giuseppe, dopo  la   morte  di  Elisabetta avvenuta  il  10  settembre  1898, pare  abbia  detto  che  nulla  nella  vita  gli  era  stato  risparmiato, mai  pensando  a  quanto  sarebbe  avvenuto  a  Serajevo  sedici  anni  dopo!
Tra  tanti  eventi  non  certo  positivi, si  arrivava, grazie  finalmente  ad  un  uomo  politico  audace  e  spregiudicato, l’ungherese  Andrassy,  nel  1878 , dopo  il  Congresso  di  Berlino, che  poneva  un  punto  fermo  alla  storica  inimicizia  tra  gli  Imperi  Russo  ed  Ottomano, il  congresso  da  cui  l’ Italia  seppe  solo  uscire  con  le  “mani  nette”, alla  assegnazione  all’Impero  Austro-Ungarico, della  Bosnia-Erzegovina  in  amministrazione  fiduciaria, che  nel  1908  sarebbe  divenuta  annessione, rafforzandolo    nei  Balcani  e  dando  inizio  a  quel  lungo  periodo  di  pace. Periodo  di  cui  si  giovò  l’intera  Europa, ma  particolarmente  l’Impero  asburgico, per  la  parte  economica  e  per  lo  sviluppo  industriale, anche  se  nel  suo  interno  crescevano  le  rivalità  delle  nazionalità  componenti  questo  grande  insieme  multietnico, di  oltre  cinquanta  milioni  di  abitanti, ed  apparivano   degli  spunti  antisemita. In  questo  scenario  la  figura  di  Francesco  Giuseppe, fotografato  in  centinaia  di  occasioni diveniva  simbolica  e  quasi  carismatica, assurgendo  ad  elemento  unificatore, anche  se  negli  ambienti  più  qualificati  culturalmente  e  politicamente  si  capiva   che  il  mantenimento  dello  “status  quo”  non  solo  non  risolveva  i  problemi, ma  lentamente  li  aggravava  e  quindi  non  bastava  a  fermare   il declino  la  ripetuta  immagine  dell’ Imperatore, ancora  alto, snello  e  sempre  elegante  nelle  sue  divise, sia  nei  balli  di  Corte  che  nelle  riviste  militari  od  anche  a  caccia che  era  forse  la  sua  unica  passione  oltre  il  lavoro  di  ufficio. Ed in  tutte  queste  manifestazioni  e  nelle  sue  vacanze  nei  territori  dell’Impero, sembrava  essere  vicino  al  popolo, anche  se  riservava  la  stretta  della  sua  mano  solo  all’alta  nobiltà!  E  di  questa sterile  nostalgia  c’è  chi si  nutre  ancor  oggi  in  varie  parti  dell’ex  impero, meno  in  Austria,  tranne  forse  il  Tirolo.
In  questo  periodo  di  pace, che  permetteva  anche  al  giovane  Regno  d’Italia, di  consolidarsi  all’interno  e  di  trovare  il  suo  ruolo  nel  concerto  europeo  delle  grandi  potenze , quando  Europa  voleva  dire  il  Mondo, sia  Vittorio  Emanuele  II, nel  1873  ed  Umberto  I, nel  1881 , si  recavano  in  visita  a  Vienna, visite  ricambiate  da  Francesco  Giuseppe  a  Venezia, non  volendo  venire  a  Roma, dove  il  Pontefice  non  riconosceva  l’annessione  all’ Italia, considerando  i  cattolici  Savoia, come  usurpatori. Nasceva  così  in  Italia, il  problema  dell’irredentismo, con  la  relativa  reazione  anti italiana, da  parte  austriaca, con  punte  di  frizione  come  quando  il  triestino  Guglielmo  Oberdan(k), per  un  presunto  possibile  attentato  all’Imperatore  veniva  impiccato  nel  1882, malgrado  la  domanda  di  grazia  presentata  dalla  madre  e gli  appelli  di  numerose personalità  tra  le  quali  Victor  Hugo. In  questa  ed  in  altre  occasioni  il  governo  italiano, considerando  l’alleanza  difensiva  conclusa  con  gli  Imperi  Germanico  ed  Austro-Ungarico, si  comportò  sempre  con  estrema  correttezza  nei  confronti  degli  alleati, come  quando  Giolitti, Presidente  del  Consiglio, nel  1911, fu  costretto  a  censurare  l’ode  di  Gabriele  d’Annunzio, ”La  Canzone  dei   Dardanelli”,  in  quanto  “ingiuriosa  verso  una  potenza  alleata  e  verso  il  suo  sovrano”, censura  da  cui  derivò  il  vero  e  proprio  odio del  poeta  per   Giolitti, culminato  nel  1915, in  quanto  nella  canzone  Francesco  Giuseppe  era  indicato  come  “…angelicato  impiccatore, l’angelo  dalla  forca  sempiterna..” e  l’Austria   come  “…la  schifiltà  dell’aquila  a  due  teste, che  rivomisce  come  l’avvoltoio, le  carni  dei  cadaveri  indigeste…”.
Nessuno  in  tutto  questo  periodo  voleva  una  guerra  e  realisticamente  il  Regno  d’Italia  pensava  a  soluzioni  diplomatiche  per  la  soluzione  degli  italiani  irredenti, se  non  fosse  intervenuto  il  28  giugno  del  1914, a  Serajevo,  capitale  della  Bosnia –Erzegovina, l’attentato  e  la  morte  dell’ Arciduca  Ereditario, Francesco  Ferdinando, e  della  moglie  morganatica  Sofia  Chotek, ricordati, anche  loro , nel  centenario  del  triste  evento, incredibile  a  dirsi, dalle  poste  della  repubblica  austriaca, con  l’emissione  di  un  “foglietto”, contenente  due  francobolli  con  i  loro ritratti!  Francesco  Ferdinando, nipote  di  Francesco  Giuseppe, in  quanto  figlio del fratello minore  dell’ Imperatore,  succeduto  nella  linea  ereditaria, dopo  la  morte  dell’unico  figlio  maschio, l’arciduca  Rodolfo, era  uomo  dal  carattere  deciso  come  aveva  dimostrato  anche  nel caso  del  suo  matrimonio  con  una  nobile  di  modesto  rango, che  non  sarebbe  mai  potuto  diventare  imperatrice, né  i  suoi  figli  ereditare  il  trono, ed  era  di  temperamento  autoritario,  diverso  da  quello  dello  zio, ed  aveva  progetti  di  ristrutturazione  dell’impero  per  dare  spazio a  boemi e  slavi, cambiandone  completamente  il  volto  e  frenandone  la  dissoluzione.  Questo  assassinio  all’inizio, oltre  allo  sdegno, non  aveva  generato  particolari  reazioni, ma  fu  successivamente  preso  a  motivo, da  parte  della  classe  dirigente  militare  e  politica, più austriaca   che  ungherese, per  dare  al  Regno  di  Serbia, considerato  mandante  dell’attentato  e da  alcuni  definito  “il  Piemonte  dei  Balcani”, una  solenne  lezione, dimentichi  che  sugli  slavi  ortodossi  esisteva  l’alta  protezione  del’ Impero  Russo. Così  si  ripeteva  l’errore  dell’ultimatum  del  1859  e  si  metteva  il  vecchio, ottantaquattrenne, Imperatore, quasi  di  fronte  al  fatto  compiuto.
In  effetti  Francesco  Giuseppe  non  era  più  per  le  guerre, ricordando  Solferino, con  le  migliaia  di  morti  e  feriti, lui  che  lì  era  stato  presente, ma  “ingravescente  aetate”, non  aveva  più  sufficiente  energia  per  opporsi  ai  suoi  sconsiderati  ministri, che  arrivavano  anche  ad  affermare  fatti  inesistenti, per  cui, con  la stanca  mano  appose  la  firma  alla  dichiarazione  di  guerra  alla  Serbia, mai  pensando  che  con  quella  sottoscrizione  avrebbe  dato  inizio  a  quella  che  fu  poi  definita  “Prima  Guerra  Mondiale”  e  posto  fine  non  solo  al  suo  impero, ma  a  tutto  il  principio  monarchico  predominante  in  una  Europa  che  al  momento  vedeva  solo  tre  repubbliche, Portogallo, Svizzera  e  Francia, e  dopo  avrebbe  visto  proprio  l’Austria  proclamare  la  repubblica  e  la  decadenza  della  sua  Casa  e  cadere  altri  tre  imperi, germanico, russo  ed  ottomano, tutti, anche  loro, sostituiti  da  repubbliche, cambiando   così  l’aspetto  geopolitico  ed  istituzionale dell’Europa.

Domenico  Giglio

Bibliografia;
Elsabetta  d’Austria –“Diario  poetico” – a  cura  e  prefazione  di  Brigitte  Harman – ed.MCS – Trieste
Eugenio  Bagger – “Francesco  Giuseppe” – ed. Mondadori – 1929
Francois  Feito – “Requiem   per  un  Impero  defunto” – ed. “Il  giornale” – 1990
Franz   Werfel – “ Nel  crepuscolo  di  un  mondo” – ed. Mondadori – 1950
Gabriele  d’Annunzio – “Merope” -  ed.Il  Vittoriale  degli  italiani - 1943.
Joseph  Roth – “ La  marcia  di  Radetzki” –ed. Adelphi- 1987
Joseph  Roth  - “La  cripta  dei  Caoouccini” – ed.  Adelphi
Nora  Fugger  - “Gli  splendori  di  un  impero “ . ed. Mondadori
Stefan  Zweig – “Il  mondo  di  ieri “  -ed. Mondadori  - 1946
Waldimaro  Fiorentino – “Nessuna  nostalgia  ….” – da  “Il  sole -24  ore” del  12  agosto  1995  ed  altri  articoli
Waldimaro  Fiorentino – “La  prima  guerra  mondiale “ – ed. Catinaccio - 2015