NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

giovedì 29 gennaio 2015

Colle, i monarchici: “Invece del presidente eleggiamo il re”





Napoli – In occasione delle dimissioni del Capo dello Stato è iniziato il “totopresidente della Repubblica” dove le principali forze partitiche fanno a gomitate per presentare le personalità gradite ai più, con una notevole esperienza politica alle spalle che possa assumere quel ruolo super partes che viene richiesto a gran voce.
E proprio in occasione di questo cambio di guardia fa sentire la sua voce l’Umi (Unione monarchia italiana) nelle vesti del suo presidente, avvocato Alessandro Sacchi, per proporre la monarchia come una valida alternativa.
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http://www.pupia.tv/2015/01/home/colle-i-monarchici-presidente-eleggiamo-re/277517

Il tristo rito si compie...

Come sempre succede nelle elezioni dell'inquilino del Palazzo Reale si sottrae dall'oscurità un uomo qualunque, un frutto qualsiasi della prima ed unica repubblica, nella sua versione peggiore, quella crollata con Mani Pulite, e si inizia a verniciarne l'immagine con una patina di aggettivazioni che non trovano alcun riscontro presso il buon senso comune della gente.

"Prestigioso". "Di elevato profilo". 
Che ha di prestigioso il candidato di Renzi? L'aver fatto una legge elettorale maggioritaria con quota proporzionale e "scorporo", il "mattarellum", che faceva ammattire gli italiani per quanto era complicata? Conferisce prestigio tutto quel bizantinismo? L'essere stato ministro di Ciriaco De Mita eleva il profilo di chicchessia?


Annoiati da un lato, disperati dall'altro, osserviamo il tristo rito della costruzione dal nulla di un capo di stato che garantirà gli interessi del centrosinistra cattocomunista, alla modica cifra di 261 milioni di euro all'anno, roba da pagarsi cinque Regine Elisabetta e una trentina di Re di Spagna. 

Nessuno, ci pare, che garantirà gli interessi degli italiani.

mercoledì 28 gennaio 2015

E perché no un Re?

Articolo del 1962, tratto da "Critica Monarchica". Lo scenario internazionale è cambiato. Sconfitto dalla storia il comunismo adesso spaventano altri modi di pensare, altri stati o organizzazioni sedicenti tali, guarda caso sviluppatisi in nazioni che hanno perso il loro punto di riferimento naturale, il Re, che hanno riportato indietro le loro lancette della storia tornando ad un assurdo medioevo.
Ma a queste continue, penose, trattative di partiti che cercano il "loro" presidente continuiamo ad opporre l'idea, attualissima, di un arbitro che nulla debba ai partiti, ma solo alla Nazione.

«E perché no un Re?». Questa la scritta che apparve lungo le strade di Francia quando nel 1958 questa nazione credette poter risolvere la sua crisi politica e costituzionale, nonché il problema dell'Algeria, facendo appello ad un uomo - De Gaulle - con il duplice risultato, ormai quasi acquisito di perdere insieme Algeria e libertà. Ebbene questa frase, che con l'efficacia di uno slogan racchiude in sé tutto un profondo ragionamento politico, ci è venuta spontanea alla mente nel mentre seguivamo le contrastate fasi dell'elezione del Presidente della Repubblica, e ci siamo chiesti quanti altri italiani avrebbero tratto insegnamento dalle vicende cui assistevano in quei giorni per riproporre alla loro coscienza il problema dell'assetto istituzionale dello Stato. Non è infatti facile sciogliere il torpore nel quale si sono adagiati gli italiani per tutto quanto riguarda questi fondamentali problemi e portarli a discutere in termini politici e giuridici, in termine di «istituzione» dei vantaggi dell'una e l'altra forma istituzionale, invece che nei soliti termini di sentimento e di  risentimento o di simpatia ed antipatia verso determinate persone, termini questi che sono alla base di tante inutili e marginali discussioni. E' chiaro che una volta incanalata la discussione nei termini sopra detti, forti dell'esperienza di sedici anni, non dovrebbe essere difficile vincere l'incomprensione che il problema istituzionale e la scelta monarchica incontrano in una società ed in un elettorato così diverso e lontano da quello che sul medesimo problema si pronunciò il 2 giugno 1946.

Questa incomprensione per l'istituto e per coloro che politicamente ad esso si rifanno pur tra errori e manchevolezze ben note, si rileva negli scritti che numerosi commentatori politici hanno recentemente pubblicato, nei quali al sostanziale riconoscimento, che apprezziamo, dell'azione positiva svolta in passato dalla Monarchia non segue, e nemmeno viene esaminata e dibattuta, la necessità di essa nel presente, ma segue invece il concetto apodittico dell'inutilità e sterilità di qualsiasi riferimento ad essa. Dire che ciò ci addolora non è esatto, in quanto quella che viene offesa da questi categorici e deflinitivi giudizi, è la nostra intelligenza, non il nostro cuore, in quanto sappiamo bene come la Monarchia in numerosi paesi (i più progrediti, ripetiamolo magari fino alla noia) ancor oggi assolva in modo efficace alla Sua funzione, e come invece, dove è caduta, le siano succeduti regimi tirannici ed assolutisti, per lo più infeudati al comunismo internazionale o che cercano, a prezzo della libertà e del benessere dei cittadini, «vie nazionali per il socialismo», tra clamori retorici e nazionalisti sempre buoni a coprire gli insuccessi economici e la voracità delle nuove caste dirigenti. «Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma» è un concetto valido non solo nel campo della materia, ma anche in quello della vita dei popoli e pertanto è assurdo e ridicolo proclamare la definitiva «inattualità» di una qualsiasi istituzione, perché la storia è sempre pronta a smentire questi affrettati giudizi, dimostrando come, mutato aspetto esteriore e caratteri marginali, fedelmente si ripetano istituzioni, fenomeni economici e forme sociali. Perciò potranno essere inattuali ed inadatte al ventesimo secolo alcune forme assunte dall'Istituto Monarchico nei secoli scorsi (monarchia assoluta, monarchia teocratica, monarchia militare), sebbene esse si siano rivelate sempre migliori delle loro equivalenti repubblicane, ma non la Monarchia in sé e per sé. Di questo è necessario che si sia veramente convinti noi monarchici per dare a tutta la nostra azione quel tono di concretezza, di attualità, di indifferibilità dell'instaurazione di una rinnovata Monarchia che impedisca agli italiani di riaddormentarsi per altri sette anni, con il rischio di svegliarsi veramente troppo tardi per salvare lo Stato democratico e la stessa repubblica dal comunismo, che già oggi ne è padrone in compartecipazione con la Democrazia Cristiana, tramite il bifrontismo del Partito Socialista Italiano.

E la «rinnovata Monarchia» che può, che deve interessare gli Italiani, è la Monarchia tratteggiata in tutti i messaggi dell'attuale Sovrano, cioè la Monarchia Democratica.

Domenico Giglio

lunedì 26 gennaio 2015

Un viaggio oltre cortina

In occasione del 14° anniversario della sua scomparsa pubblichiamo un articolo tratto da "Critica Monarchica", Gennaio 1962, del Presidente del Circolo Rex , Ingegner Giglio, che ben descrive la figura della Regina Maria José, persona di elevata cultura, non convenzionale, che sarebbe stata perfetta, insieme a Re Umberto II nel periodo della ricostruzione materiale e morale dell'Ialia.

Noi non siamo monarchici per sentimentalismo, non siamo nemmeno dei legittimisti, perchè in Italia, come giustamente scrisse anni or sono Gioacchino
Volpe non può esistere un legittimismo sabaudo « ... negato nel momento stesso che il Regno si costituiva e per il modo come si costituiva... », non innalziamo a « mito » il Re e la Sua famiglia, ma con tutto ciò per una questione di correttezza, Ai
buon gusto e nel caso particolare, anche di cavalleria, non ci permetteremmo mai di scrivere quello che alcuni monarchici hanno invece Scritto recentemente ad una repubblicana redattrice di un diffuso settimanale di destra nei confronti della Regina, a causa di un viaggio della Sovrana, che, fra l'altro accompagnava la madre, Regina Elisabetta del Belgio, in alcuni
paesi oltrecortina. « Dolore indignazione, ex-regina » sono i termini più blandi di queste lettere alle quali ha risposto sullo stesso giornale con argomenti seri e validi, dando a tutti gli altri monarchici noi compresi, una lezione di stile un monarchico, definitosi «comunista ».
Così la polemica epistolare potrebbe dirsi chiusa, se non si prestasse invece a delle considerazioni più generali sulla frettolosità, sulla ingenerosità, sull'incomprensione che certi giudizi e commenti denotano verso una Donna, la Regina, dalle altissime qualità morali ed intellettuali, cui il destino, non certo
benevolo ha impedito di svolgere qui in Italia il Suo ruolo di Sovrana, per il quale aveva tutte le doti, dal senso della Regalità, a quello della Democrazia, e che Le avrebbe permesso di, farsi meglio conoscere e di conseguenza apprezzare e stimare. L'esilio non ha giovato a questa conoscenza della personalità di Maria Josè e forse poi nessuno degli improvvisatisi giudici conosce e ha letto ad esempio il primo volume della storia de «I tre Amedeo di Savoia VI, VII, VIII», scritto dalla Regina, affettuoso e nobile tributo alla Casa nella quale Ella era entrata a far parte con il matrimonio, e dedicato, con squisita sensibilità e senso di italianità, «alla memoria del valoroso e cavalleresco Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta » spentosi a Nairobi il 3 marzo 1942; libro, questo di alto valore storico e scientifico, al quale, pochi mesi prima di morire, Benedetto Croce dettò una commossa prefazione, in cui, in polemica con tanti sedicenti storici detrattori di Casa Savoia esaltava, con precise argomentazioni e documenti, «...la singolare unione di sovrani e di popolo propria della storia di Casa di Savoia» e rendeva omaggio alla Regina per la Sua fatica letteraria. Pochi poi sanno dei riconoscimenti che numerose accademie e società culturali estere hanno tributate alla nostra Sovrana e da questa ignoranza, non certo attenuata dalle corrispondenze incomplete, inesatte, a volte tendenziose, spesso non documentate che sono apparse più volte sulla stampa periodica, discendono le manifestazioni di protesta come quelle surriferite.

Dopo la Regina Margherita, che con la Sua vivace attenzione ai problemi artistici e culturali e il Suo fascino Regale seppe conquistare alla Monarchia simpatie e devozione di uomini cultura di idee democratiche non certo cortigiane, assurgendo nella memoria dei posteri all'aspetto, di mito, quello de «l'eterno femminino regale », dopo la Regina Elena, che dei valori familiari, della carità e della pace fece la missione della Sua vita sì da meritare il ricordo riconoscente di tutto il popolo e ciò nonostante subì anch'essa le critiche di alcuni ambienti monarchici, Maria Josè, la Regina Maria, aveva ed ha anch'Essa un ruolo da assolvere, quello che l'epoca e le necessità storiche impongono e cioè riconquistare all'ideale della Monarchia democratica, apportatrice di vero progresso sociale, gli esponenti più progressisti e moderni della nostra cultura, essendo intellettuale fra gli intellettuali, letterata fra i letterati, artista fra gli artisti. Ed allora per poter svolgere compiti, per accrescere la conoscenza dei problemi di questo tormentato mondo contemporaneo e poter portare un contributo, anche modesto, alla loro soluzione, non si deve avere paura di viaggi «in partibus infidelium», quando si tratti appunto di viaggi di studio e non politici, perchè questi ultimi o quelli di uomini d'affari, desiderosi solo di concludere contratti apparentemente vantaggiosi, sono effettivamente, pericolosi!

AI punto in cui siamo oggi nel mondo, tra il disfrenarsi di nazionalismi xenofobi in quasi tutti i paesi extra-europei e l’espandersi, pur con le inevitabili crisi interne, dell'imperialismo comunista, non sazio del miliardo di uomini sui quali esercita già il proprio dispotico dominio, la mentalità di chi pretende ignorare questa situazione e questi paesi è semplicemente suicida ed antistorica, ed è proprio la causa dell'espandersi del comunismo, che viceversa non ignora niente e non trascura nulla di quanto avviene nei paesi liberi per trovare, cercare e se del caso creare le occasioni ed i motivi di una sua sempre maggiore penetrazione negli stessi. Perciò noi non ci siamo scandalizzati per quel viaggio, perciò riteniamo utile che una persona colta come S.M. la Regina abbia potuto vedere di persona qualcosa del «pianeta Cina», giacchè siamo certi oltre tutto che non sì sarà fatta impressionare dalle adunate ultraoceaniche, dalle poderose opere del regime (anche gli Imperatori cinesi costruirono la Grande Muraglia!) e dai violenti discorsi propagandistici che concludono tutte queste manifestazioni, ma avrà tratto da tutto ciò dei preziosi elementi per meglio capire la psicologia di questi popoli e le ragioni per le quali si è in essi affermato il comunismo. Conoscere a fondo l'avversario è infatti essenziale in qualsiasi competizione e più che mai in questo duello mortale tra mondo libero e mondo comunista, in cui siamo convinti che la vittoria finale sarà della libertà, se la libertà avrà la forza di essere coerente con se stessa, di fare a meno di certi difensori, che consciamente o meno, con la loro ottusa negazione del mondo moderno, forniscono agli avversari le armi e gli argomenti migliori per colpirla, di mobilitare invece le energie e le intelligenze migliori e di rivalutare valori spirituali ed istituti tradizionali, convenientemente adattandoli ai nuovi compiti ed alla nuova mentalità.




sabato 24 gennaio 2015

La Monarchia e il Fascismo - decimo capitolo - I

LA DITTATURA AL DI SOPRA DELLA CORONA

(1927 - 1940)

La Conciliazione con la Chiesa. - La spedizione in Etiopia. - Mussolini Primo Maresciallo. - Il Re contro la guerra.

Il Papa proclama Mussolini l'uomo della Provvidenza ed il cardinale Schuster lo paragona all'imperatore Ottaviano.

Il 16 marzo 1928 viene varato alla Camera un Disegno di Legge per le elezioni politiche. I canditati-presentati dalle Confederazioni ed Associazioni varie sono imposti dal Gran Consiglio e nessuna iniziativa né possibilità di scelta sono concesse agli elettori. Questo mette in rilievo l'on. Giolitti alla Camera nella sua dichiarazione di voto, l'ultimo suo intervento poiché egli muore quattro mesi dopo:

« Però il metodo proposto per la formazione della nuova Camera non può costituire tale rappresentanza Affinché una assemblea possa essere la rappresentanza della Nazione occorre che i suoi componenti siano scelti, con piena libertà, dagli elettori, nei colleggi elettorali come del resto prescrive l'art. 39 dello Statuto.
« Ogni facoltà di scelta invece qui è esclusa dal fatto che per legge una sola lista potrà essere proposta agli elettori. Questa legge la quale, affidando la scelta dei deputati al Gran Consiglio fascista esclude dalla Camera qualsiasi opposizione di carattere politico, segna il decisivo distacco del regime fascista dal regime retto dallo Statuto.
«Per queste ragioni a me e ad alcuni colleghi non è possibile dare voto favorevole al disegno di legge ».
Nessun altro chiede di parlare e la nuova legge elettorale che istituisce lo Stato corporativo è approvata con 216 voti favorevoli e 15 contrari.

In virtù di questa legge il governo otterrà, nelle elezioni del 24 marzo dell'anno successivo (le elezioni così dette «plebiscitarie») 8.506.576 Si contro 136.198 No, avendo votato l'89,63 %. Sarà questa la prima Camera Corporativa.

Per oltre tre lustri la Monarchia è passata in seconda linea. Gli italiani di tute le classi, di tutti i ceti, dall'intellettuale al bracciante, guardano a Mussolini, al «genio della stirpe», all'uomo che «ha sempre ragione». Nessuna opposizione ostacola il suo illimitato potere.

L'aderenza delle masse, della borghesia, dei ceti medi e dell'aristocrazia al fascismo viene poi definitivamente, universalmente, consacrata con la stipula dei Patti Lateranensi, strumenti di quella Conciliazione fra Chiesa e Stato che manda in visibilio gli italiani. Chi aveva qualche dubbio si ricrede.

«E' l'ora di Dio», questa è la parola d'ordine che entra nelle famiglie. Il Papa, ricevendo una larga rappresentanza del Corpo Accademico degli alunni dell'Università Cattolica di Milano nella gran sala del Concistoro (15 febbraio 1929), dopo avere scherzosamente affermato che «per risolvere l'ardua questione romana ci voleva proprio un Papa alpinista, un Papa che fosse abituato ad affrontare le ascensioni più ardue», dice testualmente:

«Dobbiamo dire che siamo stati anche dall'altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi, diceva, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi (vivissima ilarità). E con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l'incontro di molti e nobili assecondamenti, siamo riusciti per medium profundum a concludere un Concordato che, se non è il migliore di quanti ce ne possono essere, è certo fra i migliori. E' dunque con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato a Dio l’Italia e l'Italia a Dio» (A questo punto l'uditorio applaude entusiasticamente) (1).

L'Uomo della Provvidenza! Questa falsa profezia è oramai sulla bocca di tutti, essa incarna un nuovo verbo.
Le colonne dell'Osservatore Romano sono occupate per alcuni mesi a riportare adesioni e commenti da tutti gli Stati del mondo, ed il Momento, quotidiano cattolico di Torino, dice che «Le altre nazioni ci guardano; gli altri popoli ci ammirano e ci invidiano». Tutta l'Italia è fascista, non si trova più un critico, non si trova più un dissidente, salvo rarissimi casi. Noi pochi solitari miscredenti del nuovo verbo, siamo costretti ad appartarci, guardati come degli illusi e degli appestati, perseguiti da quella terribile formula che fu uno dei germi roditori del regime: «chi non ha la tessera è messo al bando». Esclusi così da ogni attività professionale, anche la più modesta, abbiamo atteso, dolorando, l'esperimento fatale dell'Uomo della Provvidenza, sempre augurandoci che le nostre previsioni fossero errate. Ma purtroppo non sarà così.

La Conciliazione porta al fascismo l'adesione degli ultimi residui degli incerti e dei timidi. Chi non crede in Mussolini è un antinazionale, è un nemico della Patria. Proibito ragionare con la propria testa, proibito discutere, tutto quello che Mussolini dice e fa è grande e di importanza storica, anche se si tratta di cose insignificanti. E così ha inizio una specie di fanatismo religioso per il Duce, e le sue svariate fotografie nelle più svariate pose guerriere sono apparse accanto alle immagini votive dei santi, tanto nei tuguri che nelle case borghesi; dal pergamo i parroci inneggiano al nuovo regime di redenzione mentre i cardinali, arcivescovi e vescovi non mancano di presenziare alle solenni cerimonie consacrate alla esaltazione di Mussolini.

Anche l'organo Vaticano l'Osservatore Romano non lesina mai gli elogi al nuovo regime ed in occasione del decennale scrive: «Si tratta di una mole cospicua di iniziative condotte a compimento, di trasformazioni vaste, profonde, ingenti, adottate in ogni campo della pubblica amministrazione di lavori infine così numerosi ed importanti che giustamente la pubblica opinione ne è rimasta colpita. Non intendiamo rifare sulle nostre colonne una rassegna, sia pure rapida e sommaria di quanto è stato compiuto in Italia in questi ultimi dieci anni, vogliamo però ricordare brevemente quelle benemerenze le quali, forse perché meno appariscenti sono state troppo scarsamente rievocate, se non anche neglette; vogliamo alludere alle leggi e provvidenze nel campo religioso e morale, cui i cattolici danno plauso cordiale e sincero». E conclude così: «I cattolici non possono che salutare con schietto plauso tutto quello che lo Stato in Italia è venuto compiendo verso così alte mete. I cattolici possono ben rallegrarsi che sia stato compiuto tanto bene, e non solo nei campi rammentati, ma in altri ancora e che apparisce anche più grande se si riflette quale immenso cumulo di pregiudizi, di ignoranza, di perverse abitudini, di tristi passioni, di biechi interessi si opponevano a tali iniziative».


Il 3 ottobre 1931 Lauro De Bosis, fuoruscito, vola su Roma e lancia manifestini firmati Alleanza Nazionale con un appello al Re perché liberi la Patria dalla tirannia fascista. Dice l'appello che «scicentomila cittadini han dato a un Vostro cenno la vita per togliere il giogo da due città: è col Vostro consenso che un giogo infinitamente peggiore grava da anni sull'Italia intera?» Il manifestino termina così: « Dal fondo della loro disperazione quaranta milioni d'italiani Vi guardano». Malgrado il monito di civismo e di coraggio a tutti gli italiani, nessuno si è mosso. Perchè doveva muoversi il Re? Noi che abbiamo vissuto le angosciose solitudini di quel periodo, possiamo garantire al cento per cento che se il Re avesse impostato una politica avversa a Mussolini, il popolo si sarebbe ribellato. Il popolo acclamava il Re in quanto lo credeva solidale con Mussolini, ma posti a scegliere fra questi e il Re, gli italiani si sarebbero schierati col loro Duce. 
E' dunque assurdo voler pretendere che il Re dovesse agire contro la volontà, popolare per gli appelli di uno solo o, nella migliore delle ipotesi, di un esiguo numero di oppositori che non potevano nemmeno esercitare la più piccola propaganda perchè malvisti ed osteggiati da tutte le classi di cittadini.

venerdì 23 gennaio 2015

“Un militare dimenticato: Luigi Cadorna”

Domenica 15 febbraio 2014, ore 10,30,
per g. c. dell’Istituto Salesiano “Sacro Cuore”
“Sala Uno” - via Marsala, 42 Roma

il dott. Gianluigi Chiaserotti
terrà una “conversazione” sul tema:

Un militare dimenticato: Luigi Cadorna
(1850-1928)


La S. V. è invitata

giovedì 22 gennaio 2015

La nebbia sull’irto colle


di Ernesto Galli della Loggia

Segnaliamo l'articolo per l'ottima analisi politica, carente tuttavia della necessaria conclusione...

In nessun capitolo come in quello riguardante il capo dello Stato, la Costituzione materiale della Repubblica, cioè quella che vige di fatto, lungi dal forzarla o tradirla ha viceversa portato alle estreme conseguenze la Costituzione scritta. 

Come si sa, la versione ufficiale è invece opposta. Si dice abitualmente, infatti, che proprio per ciò che riguarda il presidente della Repubblica vi è stato, sì, tra la lettera e la realtà uno scostamento significativo, per cui quello che avrebbe dovuto essere un disincarnato custode-garante della Legge si è trasformato sempre più spesso in padrone virtuale dell’intero meccanismo politico.

[...]


sabato 17 gennaio 2015

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA “REX” LXVII CICLO DI CONFERENZE 2014-2015, II PARTE

SALA UNO
nel cortile della Casa Salesiana San Giovanni Bosco
con ingresso in Via Marsala 42
(vicino Stazione Termini)

INGRESSO: 10,15

ORA INIZIO CONFERENZE: 10,30

PROGRAMMA DELLE RIUNIONI 2015



25 gennaio 2015
Dott. Ing. Domenico GIGLIO
Dalla neutralità all’intervento – 28 luglio 1914/24 maggio 1915”

8 febbraio 2015
Prof. Avv. Riccardo SCARPA
Premesse e conseguenze politiche della Grande Guerra

15 febbraio 2015
Dott. Gianluigi CHIASEROTTI
 “Un militare dimenticato: Luigi Cadorna (1850-1928)”

1 marzo 2015
Prof. Dott. Domenico FISICHELLA
“Il ruolo dell’Italia nella genesi delle due Guerre Mondiali”

15 marzo 2015
Prof. Avv. Francesco CAROLEO GRIMALDI
Giustizia oggi: proposte governative e necessità effettive”

29 marzo 2015
Dott. Arch. Paolo CAMPANELLI
“Genesi del Regno di Savoia



N. B. Ingresso ore 10,15, inizio conferenza ore 10,30. 

venerdì 9 gennaio 2015

MORMORAVA IL PIAVE ?

L’Italia  che  non  termina  mai  una  guerra  a  fianco  di  coloro  con  cui  l’aveva cominciata. L‘Italia  traditrice  di  patti  e  delle  alleanze. L‘Italia  voltagabbana: a  queste  ed  altre  frasi  di  nessun  valore  storico  o  veri  e  propri  falsi  storici  o  luoghi  comuni  ripetuti   senza  base  alcuna, risponderà, per  iniziativa  del 

Circolo  di  Cultura  ed  Educazione Politica “Rex”, 

il dr. ing. Domenico Giglio

domenica 25  gennaio  prossimo, alle  ore  10,30, Sala  Uno, del  Cortile  Casa  Salesiana  in  Via  Marsala  42,(Roma), che  parlerà  sul  tema:        
                            "Dalla neutralità all'intervento dell’Italia  in 

guerra 28 luglio 1914 – 24  maggio 1915"

martedì 6 gennaio 2015

Libro consigliato: Voglio la mamma


di Mario Adinolfi


Difendere la famiglia ormai è reato

Martedì 9 dicembre 2014 

“Appiccheremo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro. Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Non ci resterà quindi che difendere non solo le incredibili virtù e saggezze della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile: questo immenso, impossibile universo che ci guarda dritto negli occhi”.

Ogni volta che in una università provano a impedire berciando che io presenti il mio “Voglio la mamma”, ogni volta che organizzano una contestazione fuori dal teatro dove vado con il mio libro, ogni volta che qualche coglionaccio che si crede di sinistra perché vuole fare un figlio affittando un utero chiede che non mi venga concessa una sala istituzionale per incontrare la gente di un territorio interessata alla mie opinioni, ogni volta insomma che vogliono togliermi la parola, io rileggo come in un mantra quelle righe di Gilbert Keith Chesterton. Poi appicco fuochi, sguaino la spada e vado a dire, pensate un po': “Ognuno di noi è figlio di un uomo e di una donna”. Oppure: “Ogni bambino vuole la mamma”. Oppure: “Uccidere non è un diritto, esiste solo il diritto a vivere”. Robe così.
Cosa c’è di trascendentale? Non lo so. Fatto sta che da quando un paio di mesi fa è uscito il mio “Voglio la mamma – da sinistra contro i falsi miti di progresso”, nella mia vita si è scatenato il pandemonio. Da una parte, per un affetto che non so per quale via misteriosa si è alimentato, non passo giorno senza dover andare in una qualche città a presentare questo libro che parla di temi spinosi: famiglia, matrimonio gay, utero in affitto, diritti dei minori, transessualità, turismo sessuale, aborto, procreazione assistita, eugenetica, eutanasia (leggi l’intervista di Patrizia Pellegrino su adozioni e famiglia tradizionale). Non proprio un cinepanettone, insomma. Dall’altra non passa minuto senza che mi becchi un insulto su un social network, un invito per qualche litigata in qualche trasmissione, una contestazione alla porta del luogo dove vado a presentare il libro. Le accuse? All’università di Roma hanno scritto su uno striscione che non potevo parlare in un ateneo perché “omofobo e antiabortista”. Almeno c’era una mezza verità, perché antiabortista lo sono veramente, come Pier Paolo Pasolini, come Norberto Bobbio, come i “marxisti ratzingeriani” di Vacca e Tronti. Tutta gente di sinistra che la sinistra potente e prepotente ha tenuto ai margini. E allora provano a tenere ai margini anche me e il mio libro. Che li ha irritati moltissimo e sono pronti ad approvare la legge Scalfarotto per sbattermi in galera per omofobia e togliersi una soddisfazione maoista: colpirne uno per educarne cento.
Insomma nel mio Pd qualcuno non tollera che uno come me che quel partito lo ha fondato, è stato candidato alla segreteria nazionale, membro della direzione fino a un anno fa parlamentare del gruppo alla Camera, sostenitore di Matteo Renzi anche quando si perdeva e non oggi che sono tutti renziani, abbia deciso di indicare nella famiglia tradizionale che non arriva alla fine del mese, nel bambino magari malato che viene abortito, in quello sano che è oggetto di compravendita con gli uteri in affitto, nelle donne spesso di contesti nazionali disagiati che gli uteri se li affittano e i figli se li vendono, nell’anziano malatissimo che invece che curato e amato nella malattia deve essere soppresso per via eutanasica, i soggetti deboli da tutelare. Perché che cazzo sei a fare di sinistra se non studi per individuare il soggetto debole e agisci per tutelarne, estenderne, accrescerne i diritti? No, nel Pd non vogliono studiare. E allora qualcuno manda la gente a contestarmi. E Facebook mi censura il capitolo sul matrimonio gay. Salvo poi essere costretti a ripubblicarlo, dopo che li ha tampinati per un giorno Avvenire, godendosi il loro imbarazzo.
Alla fine gli schiavetti di Zuckerberg si sono scusati e hanno scritto che il mio capitolo del libro l’avevano censurato “per errore”. Figuriamoci, ci sono commessi delle librerie che nascondono “per errore” il mio “Voglio la mamma” per farlo sparire dagli scaffali e quelli che dicono che ci vuole un mese per ordinarlo. Io ho lettori tignosi, alla fine abbiamo attivato l’email adinolfivogliolamamma@gmail.com e il libro se lo ordinano lì, pagano via bonifico e il giorno dopo hanno il volume a casa. Alla faccia di tutti i boicottatori, alla faccia di tutti questi cialtroni che pensano che i diritti da tutelare sono quelli dei tizi che vanno a fare caciara al gay pride (leggi l’intervista a Vladimir Luxuria sul gay pride in Italia).
Quelli del locale trans Muccassassina hanno prodotto un video con tanto di magliette e insulto: Adinolfi fascista. Ne consiglio a tutti la visione, così capirete che gente vuole piazzare la propria confusione tra desiderio e diritto al posto della tutela di un bambino che vuole sempre una mamma, della necessità di aiutare una famiglia composta da genitori e figli a pagare meno tasse con il quoziente familiare facendone pagare di più a single e coppie senza figli, perché sfamare cinque o sei bocche è diverso che sfamarne una. Io continuo a subire la quotidiana contestazione, guardo questi buffoncelli e ne sorrido. Chiedono di essere difesi dalla discriminazione e mi scrivono insulti a centinaia basati sul fatto che sono grasso. Io li leggo e poi mi rileggo Chesterton: “Gli uomini coraggiosi sono tutti dei vertebrati. Sono morbidi nella superficie e duri in mezzo”. 
E così sia. Il mio blog è www.marioadinolfi.ilcannocchiale.it

lunedì 5 gennaio 2015

Nuova pagina sul sito dedicato a Re Umberto II

Cari Amici, sul sito dedicato a Re Umberto la V parte della lunga intervista di Nino Bolla.
Impegni di famiglia ci hanno impedito di pubblicarla nel mese di Dicembre, come avremmo voluto.

Buon anno a tutti!

http://www.reumberto.it/bolla5.htm

giovedì 1 gennaio 2015

L'eredità dei Savoia

Il primo giorno dell'anno coincide con l'anniversario dell'entrata in vigore della costituzione repubblicana, pochi giorni dopo la morte del Re di Vittorio Veneto.
L'articolo che segue è comparso su "Il Candido" di Giovannino Guareschi del 18 Maggio 1958, a firma di Giorgio Pillon, lo stesso giornalista che scrisse "I Savoia nella bufera", sempre sul Candido.
Purtroppo gli eventi non sono stati all'altezza delle previsioni.



Roma, maggio
«Avrebbe dovuto vivere almeno altri quattro giorni», così Romita commentò con De Gasperi la notizia della morte di Vittorio Emanuele III diramata dalla Reuter verso le 16 del 28 dicembre 1947. A De Gasperi che lo guardava sorpreso, Romita spiegò: - Il primo gennaio andrà in vigore la Costituzione: se "il vecchio" (così Romita chiamava con evidente mal gusto l'ex Re d'Italia) avesse aspettato a tirare le cuoia dopo l'entrata in vigore della Costituzione, il suo patrimonio sarebbe automaticamente passato alla repubblica. Invece ci toccherà litigare con tutti i Savoia. E ci sarà - questo è il colmo! - qualche giudice che darà loro ragione».

Romita, almeno quella volta, vide giusto. Vittorio Emanuele morì proprio in tempo per salvare il suo patrimonio alle figlie Jolanda, Giovanna e Maria nonché ai nipoti (i figli di Mafalda) Maurizio, Enrico, Ottone e Elisabetta d'Assia. La legge per l'avocazione dei beni siti nel territorio nazionale degli ex Re e delle loro Consorti (disposizione XII delle norme transitorie e finali della Costituzione repubblicana) entrò in vigore alle ore 0,1 del l° gennaio 1948. Chiudendo gli occhi a "Villa Jela", al Cairo, il 28 dicembre il Re impedì automaticamente che i cosiddetti "beni privati" passassero allo Stato.

Vittorio Emanuele III morì senza testamento. E ciò stupì non poco monarchici e repubblicani. Giacché tutti concordemente riconoscevano al Sovrano una qualità: la precisione.

Come mai - si domandarono tutti in Italia - il Re non aveva pensato dì fare testamento? Possibile che egli, tanto metodico e previdente sotto molti aspetti, avesse trascurato questo ultimo gesto?

Il Re era sempre stato un accorto amministratore del suo ingente patrimonio. E lo aveva fatto osservando scrupolosamente le leggi. Quando nel 1936 il Ministro delle Finanze Tahon de Revel aveva ordinato la denuncia dei titoli e dei valori all'estero, il Re era stato tra i primi a presentare la sua documentazione. Il fascicolo era finito sul tavolo di Mussolini. Il Capo del Governo lo aveva letto e così postillato: «Credo che i titoli esteri di S. M. (tra l'altro Casa Savoia possedeva un forte pacchetto d'azioni della società che gestiva il Canale di Suez) siano da lasciare indisturbati. E’ giusto che un sovrano abbia un gruzzolo (e Mussolini sottolineò la parola) al sicuro. Il destino delle monarchie è spesso incerto e sarebbe poco degno se un popolo costringesse il proprio Sovrano in esilio a chiedere l'elemosina allo straniero ».

Ma Vittorio Emanuele III aveva effettivamente avuto tanta previdenza? Oggi, a distanza di oltre dieci anni dalla sua morte, possiamo rivelare un episodio estremamente significativo. Il Re aveva in animo dì fare testamento molto tempo prima che avvenimenti eccezionali e non previsti lo avessero spinto, suo malgrado, a cercare rifugio in terra egiziana. Nel 1944 aveva voluto consultare un illustre giurista particolarmente esperto in diritto civile, Aveva così appreso notizie estremamente interessanti. Come Sovrano - gli disse il giurista - egli era protetto dall'articolo 20 dello Statuto Albertino. Questo articolo dichiara inequivocabilmente che il Re non è tenuto alla osservanza delle leggi contenute nel Codice Civile. Per questo motivo Vittorio Emanuele aveva potuto sempre disporre del suo patrimonio privato, in modo diverso dal normale. Egli «aveva potuto (per citare un fatto, oggi tornato di attualità) regalare al principe ereditario, in data 7 dicembre 1929 (notaio Paolo Castellini, con studio a Roma in via due Macelli numero 79), il reale possesso di Racconigi costituito dal Castello e da fabbricati e terreni siti nei comuni di Racconigi, Cavallermaggiore, Casalgrasso, Cavallerleone, Carmagnola, Pancalieri»: un insieme di immobili valutati oggi oltre tre miliardi. Ed aveva fatto ciò senza danneggiare gli altri eredi.

Ebbene - e qui è tutto il gioco sottile giuridico messo in luce dall'illustre legale a suo tempo consultato - morendo non più re, senza alcuna prerogativa sovrana, Vittorio Emanuele avrebbe lasciato che la sua successione fosse regolata dalle leggi civili. In tal caso tutti i suoi figli avrebbero concorso alla divisione dell'asse ereditario, senza disparità di trattamento.

Questo che avrebbe voluto dire? Il giurista precisò meglio: Nel caso che anche l'allora Luogotenente del Regno fosse costretto a lasciare l'Italia dopo un referendum nettamente favorevole alla proclamazione della repubblica, che sarebbe successo, oltre al cambiamento della forma istituzionale? Tutti i beni di proprietà di Vittorio Emanuele III e di Umberto di Savoia sarebbero stati avocati dallo Stato. Racconigi regalata all'allora principe di Piemonte, sarebbe passata di proprietà del Demanio.

Se invece Vittorio Emanuele III fosse morto senza testamento, automaticamente avrebbe potuto dagli eredi essere invocato l'articolo 737 del Codice Civile. Questo articolo precisa che «ogni figlio o discendente che concorre alla successione insieme con i fratelli o con le sorelle o con i loro discendenti, ha l'obbligo di conferire ai coeredi tutto ciò che ha ricevuto dal defunto per donazione, salvo che il donante o il testatore abbia altrimenti disposto ».

E con ciò?, chiederà il lettore sprovveduto di cultura giuridica. La risposta non è difficile, purché si tengano presenti due punti: 1) La donazione di Racconigi fatta da Vittorio Emanuele al figlio il 7 dicembre 1929, nella imminenza delle nozze con Maria José del Belgio. 2) L'avocazione allo Stato di tutti i beni appartenenti a Umberto di Savoia, sancito dalla Costituzione repubblicana.

Racconigi, dunque, essendo sin dal 1929 di proprietà di Umberto di Savoia avrebbe dovuto automaticamente essere incamerata dallo Stato Italiano (e lo fu, infatti, però illegalmente). Morendo Vittorio Emanuele III senza lasciare alcun testamento, invece, tutti i suoi eredi avrebbero potuto invocare non lo Statuto Albertino ma il Codice Civile Italiano.

Così Vittorio Emanuele decise di morire senza lasciare alcun testamento, sicuro di giovare alle figlie e ai nipoti. Numerose cause sostenute più tardi dai Savoia contro lo Stato Italiano confermarono la lungimiranza del Re. L'Amministrazione delle Finanze perse una dopo l'altra due cause, quella che avrebbe voluto contrastare in Inghilterra la restituzione ai Savoia di una polizza di assicurazione stipulata a suo tempo da Umberto I (un deposito di molte migliaia di sterline conservato dalla banca Hambro di Londra) e quella che avrebbe voluto avocare allo Stato l'intero patrimonio dei Savoia. Il 6 marzo 1953 la Corte d'Appello di Roma dava torto al Ministro delle Finanze, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato e precisava che solo un quinto dei beni doveva essere avocato, quale quota dell'ex-re Umberto di Savoia.

Fu così che Jolanda di Savoia in Calvi di Bergolo, Giovanna di Savoia, vedova di Boris III Sassonia Coburgo Gotha, Maria di Savoia in Borbone Parma e i figli di Mafalda di Savoia in d'Assia (morta a Buchenwald) Maurizio, Enrico, Ottone e Elisabetta d'Assia si videro assegnare in parti eguali quattro quinti di una eredità valutata diversi miliardi

Da allora però una nuova battaglia venne ingaggiata dagli avvocati Giovanni Andrea Serrao e Carlo d'Amelío, intelligenti difensori dei Savoia: bisognava ottenere che il possesso eli Racconigi venisse dichiarato (proprio in virtù dell'articolo 737 del Codice Civile) non di proprietà unica di Umberto di Savoia ma parte della massa ereditaria comune a tutti.

Questa è la causa che sì discute attualmente alla prima sezione civile della Corte d'Appello di Roma (consigliere istruttore dottor Alfredo Albanese). Già una precedente sentenza ha dato ragione ai Savoia. Se la Corte d'Appello di Roma riterrà valide le ragioni sostenute dagli avvocati d'Amelio e Serrao, Racconigi, con il suo castello e le sue terre (un complesso valutato, secondo i valori di stima determinati dall'Amministrazione delle Finanze, tre miliardi, 78 milioni e 680 mila lire), verrà diviso in quattro parti eguali e destinato alle tre figlie di Vittorio Emanuele III Jolanda, Giovanna e Maria e ai quattro d'Assia.

In pratica però ciò non avverrà. Una persona molto vicina ai Savoia ci ha detto: «Noi non vogliamo anticipare le conclusioni della Magistratura. Ma se tutto andrà come si spera, Racconigí sarà uno di quei "beni" che non verrà mai diviso. Il Castello diverrà, sicuramente, il Museo dei Savoia, il sacrario della Casa Reale. Aperto al pubblico richiamerà con la sua armeria, i suoi quadri i suoi preziosi cimeli, folle di visitatori Forse nel laghetto vicino torneranno i cigni, anche ha per ricordare i 35 eleganti pennuti che a colpi di mitra vennero uccisi nel 143 mentre ignoti vandali devastavano il castello, provocando in poche ore di saccheggio danni per oltre un miliardo e perdite di importanza storica non facilmente valutabili.


GIORGIO PILLON

mercoledì 24 dicembre 2014

Buon Natale!


La splendida rinascita della Galleria Sabauda

Luciana Baldrighi 
Martedì 23 dicembre 2014
 
Era cominciato tutto da «Testa di ferro», al secolo Emanuele Filiberto. Nel 1563 aveva voluto Torino come nuova Capitale al posto di Chambéry, incardinando così il suo Ducato e poi il Regno dei Savoia alle sorti della Penisola.
Sognava una capitale dell'arte e aveva sguinzagliato per l'Europa un manipolo fidato di consiglieri-specialisti grazie al quale comprare dipinti e oggetti che la abbellissero.
Poi era stata la volta del Principe Eugenio, il più grande condottiero militare a cavallo fra XVII e XVIII secolo, il «terrore dei Turchi» e il più grande mecenate del suo tempo.
Infine Carlo Alberto, il Re liberale e risorgimentale che nel 1832 aveva riunito a palazzo Madama, e aperto al pubblico, ciò che i suoi predecessori avevano collezionato.
Dopo l'Unità, la raccolta era stata spostata all'Accademia delle Scienze e lì, fra spazi angusti e penalizzanti, aveva finito per languire.
Adesso, il restauro, la ricostruzione e l'apertura della Nuova Galleria Sabauda nell'inedita sede della Manica Nuova di Palazzo Reale, offre al visitatore il formidabile colpo d'occhio d'insieme di un migliaio fra quadri, sculture, arredi e mobili di ciò che i Savoia acquistarono nei secoli su un'area calpestabile di 9mila mq su quattro piani nobiliari.
Inaugurata nei giorni scorsi la Nuova Galleria Sabauda ha visto per la costruzione della Manica Nuova dieci anni di lavoro. L'Architetto Marco Albini, che ha curato l'allestimento, ha puntato su vere e proprie tavole che scendono dal soffitto conferendo un senso di respiro alle tante opere esposte.
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