NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

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martedì 3 marzo 2015

La Monarchia e il Fascismo - decimo capitolo - VI

La dimostrazione per l'entrata in guerra ha superato quella della proclamazione dell'Impero. Piazza Venezia era rigurgitante, come non lo fu mai, di popolo autentico. Prima dell'adunata percorsi i quartieri popolari di Ponte: ovunque entusiasmo e certezza della vittoria, certezza assoluta che Mussolini avrebbe vinto la guerra in poche settimane (1).
La Francia era stata travolta, l'Inghilterra si era ritirata da Dunkerque, l'America era titubante, anzi Roosevelt aveva solennemente proclamato: «non un soldato sarà mandato a combattere fuori del territorio americano», dopo aver rifiutato di soccorrere la Francia in seguito al disperato appello di Reynaud. Le masse videro la vittoria certa: la «volontà popolare», non c'è più dubbio alcuno, si espresse per la guerra. E dopo aver applaudito il Duce condottiero la folla si riversò al vicino Quirinale dove gridò la sua volontà, dove espresse la sua passione per la guerra, ed il Sovrano si affacciò al balcone fra acclamazioni frenetiche e sventolio di cappelli e di bandiere. La volontà popolare volle la guerra, ed il Re democraticamente ascoltò la voce del popolo. Ora noi sappiamo che i partiti, i popoli, sono come i dittatori: «hanno sempre ragione».

Si ciancia sulla condotta dei Re in varie occasioni, durante il fascismo. Il Re doveva fare questo, doveva fare quello, il Re doveva intervenire ed impedire quest'altro, ecc. mentre fu proprio per opera di questi critici che gli furono tolti i più naturali diritti di intervento, e tutto questo in nome di una mal compresa democrazia. Nella tornata del 23 marzo 1921 l'on. Modigliani parlando alla Camera contro la eventualità dello scioglimento di questa, contestando al governo che la situazione del paese richiedesse tale provvedimento, aggiungeva: «Ma si potrebbe dire che ciò dipende dalla Corona. Ma la Corona, nel concreto funzionamento del nostro ordinamento, ha veramente dei diritti d'iniziativa in materia? Tutti sarete concordi nel dire di no. Se per avventura un diritto d'iniziativa spettasse alla Corona, e questa ne usasse contro un partito, il grido di questo partito non potrebbe essere che uno solo: Abbasso la Corona!».

Altra volta il Re aveva rifiutato lo scioglimento della Camera e ne era stato elogiato. I sinistri elogiano il Re quando le sue decisioni coincidono con i loro piani elettorali e lo insultano quando prende decisioni che li toccano nelle loro aspirazioni e ch'Egli ritiene dover prendere nell'interesse del Paese. Ma il Re valuta le ragioni che militano pro e contro e poi decide.

Non altrimenti succede nella democratica Francia: Millerand si dimise nel giugno del 1924 in seguito ad un voto ostile della Camera dopo una tumultuosa seduta. In un messaggio ai deputati ed ai senatori egli aveva chiesto che il potere del Presidente fosse, in virtù della Costituzione stessa, mantenuto al riparo dalle fluttuazioni politiche. Ma la Camera respingeva il messaggio con 329 voti contro 214. Millerand in fondo è caduto per aver difeso la Costituzione. Egli aveva preso un atteggiamento deciso contro il radicalismo estremo e contro la sua politica disgregatrice. Eppure il Presidente francese ha un'azione diretta assai più vasta, un potere più spiccato di quello di un monarca britannico e, del Re d'Italia. In Francia è permesso al Presidente della Repubblica di esporre le proprie opiinioni sia pure moderatamente, ai Sovrani no. Tuttavia la democrazia non perdonò a Mac Mahon ed a Millerand di non essersi accontentati di regnare, ma di aver voluto governare.

Nessun appunto di questo genere può essere fatto al Re d'Italia: Egli ebbe sempre lo scrupolo di un giurista alla De Nicola, spinto fino all'eccesso. Garantiva soprattutto le minoranze ed aveva del Monarcato un concetto rigido: considerava il Capo dello Stato come un arbitro del tutto spassionato senza la minima inclinazione personale, custode della legge e della Costituzione.

I nostri santoni negavano al Sovrano il diritto di sciogliere la Camera (prerogativa contemplata dallo Statuto, art. 9) ma reclamavano da Lui l'allontanamento di Mussolini quando questi era sorretto dalla volontà popolare. E qui si rivela una caratteristica spiccata della nostra democrazia: per volontà popolare, per maggioranza, si intende quella favorevole. Le maggioranze contrarie si flagellano, si sgominano con la sovrapposizione delle minoranze turbolente ed aggressive. Per i nostri democratici la colpa di quello che succede è sempre degli altri.

Quando si dice dagli accusatori del Re che il popolo non ha voluto, la guerra, ebbene, costoro sono in mala fede. Non un solo atto, non un solo gesto è stato registrato a sostegno di questa tesi a carattere demagogico. Essi stessi non si sono mossi perchè sapevano benissimo che nessuno o per lo meno ben pochi li avrebbero seguiti. Le masse si erano lasciate trasportare dal fanatismo eroico così come trent'anni prima si erano lasciate adescare dalla follia tribunizia rivoluzionaria parolaia e facilona di Enrico Ferri e poi nel 1919 e 1921 dal sadismo antipatriottico e disgregatore dei bolscevichi dell'Avanti! e della Voce repubblicana, come più tardi si getteranno inconsciamente - come vedremo - fra le braccia dei sadici predicatori di odio e di vendetta annidati nei Comitati di Liberazione.

«Non vi è altro popolo, scriveva già nel 1893 Vilfrredo Pareto, credulo come l'italiano e che sia soddisfatto udendo le più strane novelle».

Non si può negare che la guerra mussoliniana ha avuto più aderenze che non quella del 1915-18, agitato da una minoranza di piazza: anarchici e sindacalisti, socialisti e repubblicani, trascinati anche loro dalla passione dell'irredentismo che in Italia era stata da anni alimentata dalla patriottica propaganda dell'Associazione Trento e Trieste. Essi ebbero ragione di una Camera di neutralisti che diede il voto a Salandra pur essendo col cuore favorevole a Giolitti. Fu il fervore della «buona causa», la passione che penetrò nel Paese, allora quando durante la sciagura di Caporetto seppe prontamente reagire e, seguendo la via additata dal Sovrano, raggiungere la Vittoria.

Quella del 1915-18 fu una guerra imposta da una minoranza alla quale appartennero molti degli avversari della guerra fascista. I social riformisti ed i repubblicani che ora accusano la Monarchia di avere dichiarato nel 1940 una guerra non voluta dal popolo, sono proprio quelli che ascrivono a loro merito l'avere imposto, come minoranza (cioè contro la volontà popolare) la guerra del 1915-18, merito così vantato dal loro capo spirituale, Ivanoe Bonomi: «una minoranza che per i suoi atteggiamenti sediziosi assunse l'aspetto di maggioranza». Fu una coraggiosa voce la cui tesi venne sanzionata dalla Camera che traeva il suo spirito da una visione di palpitante sentimentalismo, donde esulava la conquista ma aleggiava l'anelito della liberazione di Trento e Trieste, l'intimo desiderio di completare l'unità nazionale. Se nella prima guerra noi volontari accorremmo in numero cospicuo, nella guerra del 1940 gli arruolamenti volontari raggiunsero una cifra assai più alta, poiché la propaganda impostata dal governo e dal partito fascista in favore dell'intervento trovò nel susseguirsi delle vittorie tedesche temi facili di penetrazione e di convinzione soprattutto nell'anima popolare.

Le sinistre protestano perchè nell'ottobre del 1922 il Re consegnò il governo a Mussolini senza la designazione parlamentare - ma sono proprio queste stesse sinistre che nel maggio del 1915 avevano provocato la ricostituzione del Governo Salandra al di fuori del Parlamento. Le sinistre si accaniscono ancora contro il Re specialmente perchè nel 1940 dichiarò la guerra senza consultare la Camera. Ma se la Camera era addomesticata ed avrebbe dato a Mussolini non una, ma dieci approvazioni! Indipendentemente da questa considerazione, non dice l'art. 5 dello Statuto che «il Re dichiara la guerra»? Senza alcuna consultazione delle Camere ben inteso.

E volendo pur attenersi alla rigida osservanza delle consuetudini costituzionali, rammentiamo a questi critici, troppo interessati per essere sereni, che quando Giolitti abbandonò nel 1921 l'Albania senza interpellare la Camera, essi lo applaudirono. E così quando Sforza regalò, di soppiatto, Porto Barros alla Jugoslavia senza autorizzazione alcuna del Parlamento.

Eppure anche qui lo Statuto, sempre all'art. 5 parla chiaro: «I trattati che importassero variazioni di territorio dello Stato, non avranno effetto se non dopo ottenuto l'assenso delle Camere ». Invece la cessione fu fatta alla chetichella, di nascosto, dal sig. Sforza, e le sinistre applaudirono. Applaudirono alla cessione di Porto Barros, gioirono per l'abbandono dell'Albania, come nel 1896 gridavano Viva Menelik, nel 1921 invocavano Lenin, nel 1936 auguravano la vittoria del Negus e nel 1943 inneggiavano ai bombardieri anglo-americani che massacravano la popolazione inerme. In altri termini le sinistre gridano allo scandalo quando lo Statuto viene scrupolosamente osservato ed applaudono quando un loro compare agisce ai danni della Nazione.

E' l'imposizione alle rinunce che costituisce infrazione alla Costituzione e non la dichiarazione di guerra, tanto più quando questa è preceduta dal consenso popolare.

(1) In alcune aziende tipografiche da me visitate in quel giorno dove le  maestranze erano notoriamente avverse al regime queste abbandonavano il lavoro per recarsi in piazza Venezia con le bandierine sul cappello convinte che con la disfatta dell'Inghilterra l'Italia si sarebbe arricchita a dismisura: «Ci prenderemo le sue colonie e tutto il suo oro, andremo al lavoro in automobile ed avremo tutti i giorni il pollo in pentola». Era il ritornello che risuonava fra le masse e coi quale si era imbottito loro il cranio; masse illuse sì, ma animate da spirito   guerriero imbevute di quella tale morale eroica che, portata all'esasperazione dalla propaganda fascista aveva creato un clima di pericoloso fanatismo. Ma oramai non si poteva più tornare indietro.

domenica 1 marzo 2015

Luigi Cadorna, un militare dimenticato

di Gianluigi Chiaserotti

Luigi Cadorna nacque a Pallanza (già Novara, ed attualmente località della provincia del Verbano-Cusio-Ossola) il 4 settembre 1850, figlio del Generale Raffaele (1815-1897) (veterano della battaglia di San Martino e in seguito comandante della spedizione che nel 1870 portò all'annessione di Roma al Regno d'Italia).
Il Nostro personaggio è membro di una illustre discendenza di militari, di politici ed uomini delle istituzioni.
Ricordiamo, senza dubbio, Carlo Cadorna (1809-1891), fratello del padre del Nostro, uomo politico, che fu deputato (dal 1848) al Parlamento Subalpino, Ministro della Pubblica Istruzione (dic. 1848-marzo 1849 e ott. 1858-luglio 1859), Presidente (1856-1858) della Camera del Deputati, Senatore del Regno (dal 1858) e Ministro dell’Interno nel II governo di Luigi Federico Menabrea (1809-1896); il di già citato Raffaele Cadorna, padre del Nostro, generale ed uomo politico, più volte deputato, e, dal 1871, Senatore del Regno, nonché cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata in data 20 settembre 1895 quale creazione numero 643 dall’istituzione dell’Ordine; infine Raffaele Cadorna (1889-1973), figlio del Nostro, anch’esso generale ed uomo politico, comandante, tra l’altro, del Corpo Volontari della libertà, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e Senatore della Repubblica nelle prime tre legislature  [I, 1948-1953; II, 1953-1958, e III, 1958-1963 (ma per lui dal 1959)] per il collegio di Cusio-Ossola per la Democrazia Cristiana, al quale è dedicato un giardino sul piazzale Ostiense in Roma.
Alla famiglia Cadorna (già Nobile di Firenze),  nella persona del detto generale Raffaele Cadorna, fu concesso il titolo di Conte in data 16 dicembre 1875 e l’assenso a Nobile romano in data 7 giugno 1894.
Ma torniamo al Nostro.
Nel 1860, all'età di dieci anni, Luigi fu avviato dal padre agli studi militari.
Dapprima studiò alla Scuola militare "Teuliè" di Milano, e, cinque anni dopo, entrò all'Accademia Militare di Torino, venendo nominato Sottotenente nell'Arma di Artiglieria nel 1868.
Nel 1870, in forza al 2º Reggimento di Artiglieria, partecipò alle brevi operazioni militari contro Roma nel corpo di spedizione comandato dal padre Raffaele.
Capitano nel 1880, nel 1883 venne promosso al grado di Maggiore ed assegnato allo Stato Maggiore del Corpo d'armata del generale Giuseppe Salvatore Pianell (1818-1892).
In seguito il Nostro assunse la carica di Capo di Stato Maggiore del comando divisionale di Verona.
Nel 1889 sposò Maria Giovanni Balbi dei marchesi Balbi di Genova.
Nel 1892, promosso Colonnello, Luigi Cadorna ottenne il primo incarico operativo in qualità di comandante del 10º Reggimento Bersaglieri, mettendosi precocemente in luce per la sua rigida interpretazione della disciplina militare.
Durante le manovre del maggio 1895, sempre al comando del 10º Reggimento, ebbe modo di puntualizzare per la prima volta quei princìpi tattici che costituiranno la base della sua incrollabile fede nell'offensiva ad oltranza.
Nel 1896, abbandonati gli incarichi operativi, assunse la carica di Capo di Stato Maggiore del Corpo di Armata di Firenze.
Nel 1898, con la promozione a Tenente Generale, entrò a buon titolo a far parte della ristretta cerchia degli alti ufficiali dell'esercito.
La sua ascesa si dimostrò molto costante.
Nello stesso anno egli dovette affrontare la sua prima delusione, allorquando, resosi disponibile l'incarico di Ispettore generale degli Alpini, gli venne preferito il generale Nicola Heusch (1837-1902).
Nel 1900 ebbe un secondo insuccesso: abbandonato il generale Alberto Cerruti (1840-1912) il comando della Scuola di Guerra, il Cadorna si vide scavalcato dal generale Luigi Zuccari (1847-1925).
A Cadorna fu invece assegnato il comando della Brigata Pistoia, allora di stanza a L'Aquila, che tenne per i successivi quattro anni. E’ di questo periodo la compilazione di un manuale dedicato ai metodi d'attacco delle fanterie, in cui ebbe modo di ribadire la sua fiducia nelle tattiche offensiviste che d'altronde erano allora in voga nell'esercito.
Nel 1905, Luigi Cadorna assunse il comando della Divisione Militare di Ancona, e, nel 1907, fu a capo della Divisione Militare di Napoli con il grado di Tenente Generale, giungendo infine ai massimi vertici delle forze armate.
Nello stesso anno venne fatto, per la prima volta, il suo nome quale possibile successore del generale Tancredi Saletta (1840-1909), che godeva allora di pessima salute, alla suprema carica di Capo di Stato Maggiore dell'esercito. Ma l'anno successivo, abbandonato infine il Saletta l'incarico, Cadorna si vide preferire il generale Alberto Pollio (1852-1914).
A questo capovolgimento di fronte non furono sicuramente estranei né i proclamati sentimenti di ostilità del generale nei confronti dell'allora capo del governo Giovanni Giolitti (1842-1928), e dei politici in genere, né tantomeno una lettera che il 9 marzo egli aveva inviato ad Ugo Brusati (1847-1936), Primo Aiutante del Re e fratello germano di quel Roberto Brusati (1850-1935), futuro comandante della 1ª Armata, che,  nel 1916, sarebbe stato sostituito proprio da Cadorna a seguito della c.d. “battaglia degli Altipiani”.
In risposta ad evidenti sondaggi del Brusati sulle future intenzioni del Cadorna, qualora fosse stato destinato all'incarico, ed in particolar modo in riferimento al mantenimento delle prerogative del Re (formalmente comandante in capo dell'esercito), sul cui rispetto si voleva evidentemente ottenere dal generale formale assicurazione, con scarsissimo spirito diplomatico, egli replicò sostenendo il principio dell'unicità ed indivisibilità del comando: in tale circostanza, benché i poteri del sovrano fossero sanciti dallo Statuto, Cadorna si dimostrò sin troppo deciso a chiarire come, a suo parere, la responsabilità del comando dell'esercito spettasse “de facto” al Capo di Stato Maggiore.
Benché con le sue dichiarazioni egli fosse allora consapevole di essersi estromesso definitivamente dalla partita con le sue proprie mani, la nomina di Pollio inaugurò una stagione di rapporti difficili fra le due alte personalità destinata a concludersi soltanto nel 1914, con l’improvvisa morte di quest'ultimo.
All'amarezza di Cadorna per essersi visto preferire il collega (a cui si rinfacciavano peraltro le umili origini, essendo questi figlio di un ex capitano dell'esercito borbonico) si aggiungevano inoltre stridenti contrasti di natura dottrinale, laddove alla rigida impostazione offensivistica del pensiero tattico cadorniano, il nuovo Capo di Stato Maggiore contrapponeva concezioni operative improntate ad una maggiore flessibilità e fondate sulla consapevolezza dell'impatto delle moderne armi da fuoco e dell'artiglieria sul campo di battaglia.
La carriera di Cadorna, nonostante tutto, proseguì, e nel 1911, assunse il comando del Corpo di Armata di Genova.
L'anno successivo scoppiava il conflitto con l'Impero Ottomano e, benché egli rappresentasse il candidato “in pectore” per il comando di un Corpo d'Armata destinato al servizio oltremare, nella conduzione delle operazioni militari in Libia gli venne preferito, ancora una volta un altro Ufficiale, il generale Carlo Caneva (1845-1922).
Cadorna, quindi, alla soglia dei sessantuno anni, doveva pertanto vedersi ancora assegnato il primo comando operativo in guerra: tale ritardo si sarebbe tuttavia rivelato altrettanto vantaggioso, poiché il generale poté presentarsi alla suprema prova, costituita dal Primo Conflitto Mondiale, con le proprie potenzialità di comandante inespresse ma altresì prive di macchia e di smentita, giacché la sua carriera non era stata in alcun modo offuscata dai frequenti insuccessi che avevano costellato la storia delle armi dell'Italia unita, dalla campagna d'Abissinia culminata con la disfatta di Adua, sino alle sanguinose e dispendiosissime operazioni militari contro la guerriglia libica (che verrà definitivamente piegata soltanto nel 1934).
Il giorno 1 luglio 1914 moriva improvvisamente  il generale Alberto Pollio, ufficialmente stroncato da un infarto, ma  si dice anche in circostanze misteriose.
Il precedente 28 giugno il serbo Gavrilo Princip (1894-1918) aveva assassinato in quel di Sarajevo l'arciduca ereditario Francesco Ferdinando di Absburgo Lorena (1863-1914) e la consorte.
Il successivo 27 luglio, Luigi Cadorna, non sicuramente su indicazione e designazione del re Vittorio Emanuele III (1869-1947), veniva nominato Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano.
Il 23 luglio l'Austria-Ungheria aveva infatti consegnato il proprio ultimatum alla Serbia, innescando una reazione a catena che, dopo il dipanarsi di una lunga serie di crisi diplomatiche e contromosse politico-militari, avrebbe portato allo scoppio della Prima Guerra Mondiale in base alle clausole dei trattati della Triplice Alleanza e della Triplice Intesa.
L'esercito che il generale ereditava dal proprio predecessore affrontava allora un periodo di transizione irto di difficoltà; al processo di ammodernamento, rallentato significativamente dalle insufficienti risorse industriali del Paese, si aggiungeva il dispendio di materiali richiesto dalla campagna libica ed il relativo stravolgimento organizzativo e logistico provocato dall'approntamento del consistente corpo di spedizione: nel 1914, ovvero a due anni dall'ufficiale conclusione delle ostilità, i 35.000 uomini inizialmente inviati erano saliti a 55.000, insufficienti comunque per venire a capo dello stato di guerriglia che travagliava il nuovo possedimento coloniale italiano.
La preparazione di una guerra contro l'ex alleato austro-ungarico non trovava difficoltà nelle convinzioni politiche del generale Cadorna, a cui non si riconoscevano particolari simpatie e che poteva anzi proprio essere sospettato di sentimenti anti-austriaci, quantomeno in conseguenza della carriera militare dell'illustre genitore [(battutosi in tutte e tre le guerre d'Indipendenza (I, 23 marzo 1848/6agosto 1848; II, 26 aprile 1859/10 novembre 1859, e III, 8 aprile 1866/3 ottobre 1866)] ed in virtù di quei sentimenti risorgimentali che, per logica conseguenza, impregnavano la sua dedizione al mestiere delle armi ed al servizio del Re e quindi dello Stato. Nella stesura dei necessari piani di guerra il nuovo Capo di Stato Maggiore fu semmai intralciato dalle riserve e dai tentennamenti del secondo gabinetto di Antonio Salandra (1853-1931), deciso a trattare contemporaneamente con le potenze dell'Intesa e con gli Imperi Centrali nel tentativo di strappare eventualmente a Vienna, sul tavolo delle trattative, quei compensi territoriali a cui il Regno d'Italia ambiva.
Il progressivo irrigidimento su posizioni irrevocabilmente interventiste spinse il 26 febbraio 1915 Antonio Salandra ed il Ministro degli Esteri Giorgio Sidney Sonnino (1847-1922) ad intavolare le trattative che avrebbero portato alla stipula del c. d.”Patto di Londra”.
Avviati quindi il 4 marzo i negoziati, essi si sarebbero protratti sino al 26 aprile, mentre l'incertezza, che regnava allora nei circoli politico-diplomatici in conseguenza di una condotta improntata a simili criteri opportunistici, determinò un significativo ritardo nell'emanazione dei primi ordini di mobilitazione.
Quest'ultima fu infatti avviata, ed in forma parziale, soltanto il giorno 1 marzo, mentre la vaghezza delle direttive politiche e l'assenza di un significativo spirito di collaborazione fra il governo ed i vertici militari spinse lo Stato Maggiore, nella persona del generale Cadorna, ad accelerare, ma di propria iniziativa, i preparativi di guerra.
Come accaduto quasi un anno prima in occasione dello scoppio della guerra sugli altri fronti, i provvedimenti militari finirono per forzare,  a loro volta, la mano alla politica, spingendo infine il gabinetto Salandra a contrarre accordi vincolanti con le potenze dell'Intesa che prevedevano la dichiarazione di guerra da parte dell'Italia all'Austria-Ungheria entro un mese dalla ratifica degli accordi medesimi.
Dopo le prime disposizioni per una mobilitazione parziale e puramente cautelativa, soltanto il 5 maggio, tuttavia, Cadorna venne esplicitamente informato da Salandra circa la necessità di ricorrere alla mobilitazione generale nella prospettiva di scendere in guerra contro l'Austria-Ungheria entro il giorno 26 dello stesso mese.
L'avvio delle operazioni militari si ebbe il 23 maggio, traducendosi in una lenta avanzata verso il corso dell'Isonzo della II e III Armata, senza che gli italiani incontrassero una significativa resistenza da parte del nemico. I combattimenti si accesero solamente ai primi di giugno e la spinta offensiva voluta dal Nostro raggiunse il suo apice fra il 25 ed il 30 giugno 1915.
Dopo alcuni scacchi iniziali, costati pesanti perdite, il Monte Nero venne conquistato il 16 giugno da un fulmineo assalto di sei battaglioni di alpini, mentre le restanti vette rimasero in mano austriaca.
Quello stesso giorno il generale Pietro Frugoni (1851-1940) ordinò la sospensione delle operazioni offensive della II Armata contro Plava, posizione che sarebbe stata nuovamente teatro di ferocissimi combattimenti durante la seconda e la terza battaglia dell'Isonzo.
Con questo ordine di Frugoni si esauriva così la prima fase dell'offensiva.
Sin dall'inizio della guerra la I Armata italiana, schierata lungo il fronte trentino al comando del generale Roberto Brusati, aveva assunto un atteggiamento offensivo improntato ad una lenta ma costante avanzata in territorio austriaco; tale condotta era stata informalmente avallata dallo stesso Cadorna, a patto tuttavia che gli sforzi di Brusati non sottraessero uomini e mezzi al principale scacchiere isontino. Quando, a partire dal febbraio del 1916, il comando della I Armata segnalò una crescente concentrazione di truppe nemiche nel settore, Cadorna liquidò simili notizie sostenendo di non credere alla remota possibilità che l'esercito imperial-regio orchestrasse un attacco di prima grandezza.
Al contrario, quella che sarebbe passata alla storia come “Strafexpedition” aveva l'ambizioso obiettivo di sfruttare il saliente trentino che, profondamente incuneato nel territorio italiano, minacciava alle spalle lo schieramento isontino ove era attestata la massima parte dell'esercito italiano.
Partendo quindi dagli altopiani di Folgaria e Lavarone le forze austro-ungariche si lanciarono all'assalto il 15 maggio 1916, dopo una lunga serie di rinvii determinati dalle avverse condizioni meteorologiche. I risultati immediati furono incoraggianti: durante i primi giorni l'offensiva portò alla conquista di Arsiero ed Asiago, due importanti punti d'accesso alle pianure meridionali, ed alla cattura di 40.000 prigionieri e 300 cannoni.
In tali critiche circostanze, il generale Luigi Cadorna attribuì ogni responsabilità al Brusati.
Costui aveva perso la testa sino a paventare un collasso dell'intero fronte trentino.
Ma, sotto questo aspetto, la salda assunzione del controllo delle operazioni da parte del Capo di Stato Maggiore in persona dovrebbe essere pertanto considerata provvidenziale.
Al contrario di quanto dimostrato da molti ufficiali, al Cadorna non difettarono mai tenacia e sangue freddo, ed egli guidò con mano salda il ripiegamento dell'armata sconfitta su nuove posizioni; nel frattempo provvide a costituire con notevole celerità e spirito d'improvvisazione una nuova formazione, la V Armata, concentrando 179.000 uomini fra Vicenza e Padova, ed assegnandone il comando al generale Pietro Frugoni.
Nei piani di Cadorna tale forza era destinata a fronteggiare gli austriaci qualora questi fossero spuntati in pianura, ma una simile minaccia non si materializzò, dal momento che anche nel settore di massima penetrazione, quello dell'Altopiano di Asiago, l'offensiva austriaca venne arginata già entro i primi quindici giorni di giugno.
Le forze austro-ungariche continuarono a riscuotere una serie di successi tattici minori, ma l'irrigidimento della difesa italiana, e nel contempo l'allungamento delle linee di comunicazione ed il previsto sovraccarico della limitata rete logistica di cui il generale Franz Conrad Von Hötzendorf (1852-1925)  poteva disporre in Trentino fecero sfumare l'agognata prospettiva di uno sfondamento strategico.
L'offensiva del generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov (1853-1926) scatenata infine in Galizia, determinò la definitiva cessazione di qualsiasi movimento offensivo ed il rapido ridispiegamento ad est delle principali grandi unità impegnate nella “Strafexpedition.”
Sul fronte dell'Isonzo, Cadorna aveva disposto, a sud (riva destra), la III Armata comandata dal Principe Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d'Aosta (1869-1931); a nord (riva sinistra), la II Armata, comandata dal generale Luigi Capello (1859-1941) e costituita da otto corpi d'armata.
Ma l'offensiva austro-tedesca iniziò alle ore 2.00 del 24 ottobre 1917 con tiri di preparazione dell'artiglieria, prima a gas, poi a granate fino alle 5.30 circa. Verso le 6.00 cominciò un violentissimo tiro di distruzione a preparazione dell'attacco delle fanterie. I rapporti del comando d'artiglieria del XXVII Corpo d'armata  indicano che il tiro tra le 2.00 e le 6.00 produsse perdite molto lievi.
Solo nella conca di Plezzo i gas ebbero effetti apprezzabili.
L'attacco delle fanterie cominciò alle ore 8.00 con uno sfondamento immediato sull'ala sinistra, nella conca di Plezzo sul fianco sinistro della II Armata. Tale parte di fronte era presidiata a sud, tra Tolmino e Gabrije (paese a metà strada tra Tolmino e Caporetto), dal XXVII Corpo d'armata del generale Pietro Badoglio (1871-1956).
A complicare le cose sopraggiunse la situazione – solo leggermente meno drammatica - del fronte del IV Corpo d'armata, confinante a sud con il Corpo d'armata comandato dal Badoglio.
Ma un vero ed autentico disastro, infatti, cominciò quando il nemico, arrivò a Caporetto, da entrambi i lati dell'Isonzo.
La mancata risposta delle artiglierie Italiane sul fronte del XXVII Corpo d'armata è una delle ragioni accertate, ma anche provate dello sfondamento; il generale Badoglio, per effetto del fuoco del nemico, che aveva individuato la sua posizione perché trasmetteva in chiaro, perse il collegamento con l’Ufficiale, che, come da ordini ricevuti, restò inerte. Incuneato tra i due corpi d'armata ed in posizione più arretrata era stato disposto molto frettolosamente anche il VII Corpo d'armata comandato dal generale Luigi Bongiovanni (1866-1941).
La sua efficacia fu nulla. La mancanza di riserve dietro il IV Corpo d'armata, fu senz'altro uno dei motivi principali che contribuirono alla disfatta.
Badoglio, pur essendo a pochi chilometri dal fronte, seppe dell'attacco delle fanterie nemiche solo verso mezzogiorno, e riuscì a comunicarlo al comando della II Armata (generale Capello) soltanto qualche ora dopo.
Cadorna seppe della gravità dello sfondamento e del fatto che il nemico aveva conquistato alcune forti posizioni solo alle ore 22.00.
Al di là delle responsabilità di singole piccole e medie unità, le colpe maggiori di ordine strategico non possono che essere attribuite al comando supremo (Luigi Cadorna) per non aver controllato l'esecuzione dei suoi ordini (ed è anche provato che volutamente furono eseguiti in ritardo), e al comando d'armata interessato (gen. Capello) per non aver eseguito l'ordine di assumere uno schieramento difensivo, mentre quelle di ordine tattico ai tre comandanti dei corpi d'armata coinvolti [Pietro Badoglio, quindi, Alberto Cavaciocchi (1862-1925) e Luigi Bongiovanni]. Tutti vennero giudicati colpevoli dalla commissione d'inchiesta (del 1918-19) di prima istanza, di cui parlerò tra poco, con l'unica eccezione di Badoglio.
Tuttavia l'errore tattico più sconcertante ed oggettivamente misterioso fu senza dubbio operato dal Badoglio sul suo fianco sinistro (riva destra dell'Isonzo tra la testa di ponte austriaca davanti a Tolmino e Caporetto).
 Questa linea, lunga pochi chilometri, costituiva il confine tra la zona di competenza del Corpo d'armata di Badoglio (riva destra) e la zona assegnata al IV Corpo d'armata di Cavaciocchi (riva sinistra). Nonostante tutte le informazioni indicassero proprio in questa linea la direttrice dell'attacco nemico, la riva destra fu lasciata praticamente sguarnita con il solo presidio di piccoli reparti, mentre il grosso della 19ª divisione e della brigata Napoli era arroccato sui monti sovrastanti. In presenza di nebbia fitta e pioggia, le truppe italiane in quota non si accorsero minimamente del passaggio dei tedeschi in fondovalle, e, in sole quattro ore, le unità tedesche risalirono la riva destra arrivando integre a Caporetto, sorprendendo da dietro le unità del IV Corpo d'armata.
Il 25 ottobre 1917 il parlamento italiano negò la fiducia al governo presieduto da Paolo Boselli (1838-1932) che fu costretto a dimettersi.
Il 30 ottobre il governo si ricostituì sotto la guida dell’illustre giurista Vittorio Emanuele Orlando (1860-1952), il quale, già nei colloqui dei giorni precedenti, aveva richiesto al Re la rimozione di Cadorna. Nel frattempo arrivarono a Treviso il comandante supremo dell'esercito francese generale Ferdinand Foch (1851-1929) e il generale William Robert Robertson (1860-1933), capo di stato maggiore dell'esercito britannico.
Nella notte dal 30 al 31 ottobre Cadorna ordinò alla IV armata - schierata in Cadore al comando del generale Mario Nicolis di Robilant (1855-1943) - di accelerare il movimento di ripiegamento sulla destra del Piave, che avrebbe dovuto presidiare il settore tra la Val Brenta e Vidor occupando il Monte Grappa.
 Il Duca d'Aosta, comandante della III armata, era già riuscito a porre in salvo le sue truppe a ovest del Tagliamento.
Di Robilant eseguì in ritardo e con riluttanza l'ordine di Cadorna, tanto che il 3 novembre, vedendo in pericolo il progetto di saldatura tra le due armate sulla nuova linea difensiva, il comandante supremo dovette ribadire l'ordine di ripiegamento.
La sera del 3 novembre il generale Cadorna fece partire per Roma un suo fedelissimo, il colonnello Angelo Gatti (1875-1948), con una lettera al presidente del consiglio Orlando in cui affermava che la situazione era «critica» e sarebbe potuta «da un momento all'altro diventare criticissima ed assumere carattere di eccezionale gravità, ove l'offensiva nemica che, attraverso molteplici indizi, pare imminente sul fronte trentino, si sferrasse con tale violenza che le nostre forze fossero impari a fronteggiarla».
La sera del 5 novembre, in Rapallo, si incontrarono per un vertice interalleato il nuovo Capo del Governo, i Primi ministri di Francia e Gran Bretagna ed i generali Foch e Robertson. In una riunione propedeutica i rappresentanti stranieri si espressero subito per l'allontanamento di Luigi Cadorna dal comando, e la sua sostituzione con il Duca d'Aosta, Comandante dell’Invitta III Armata.
Nel vertice del giorno successivo la sostituzione di Cadorna fu imposta come condizione per l'invio dei rinforzi alleati e fu proposta l'istituzione di un Consiglio supremo di guerra alleato di cui avrebbero dovuto fare parte i generali Foch per la Francia, Wilson per la Gran Bretagna e Cadorna per l'Italia.
I partecipanti al vertice di Rapallo si trasferirono quindi a Peschiera del Garda il giorno 8 novembre per riferire i risultati al Re, il quale si oppose alla nomina del Duca d'Aosta a Capo di Stato Maggiore , ma confermò la rimozione del Cadorna.
Il generale Armando Diaz (1861-1928), fino a quel momento comandante del XXIII Corpo d'armata, fu nominato Comandante Supremo dell'Esercito Italiano con Decreto del 9 novembre, in sostituzione di Luigi Cadorna, il quale, dopo un iniziale rifiuto, accettò l'incarico di rappresentante presso il consiglio di guerra interalleato.
Tuttavia l'intuizione di Cadorna, espressa con lettera del 3 novembre, di un imminente attacco sul fronte trentino si dimostrò giusta: il 9 novembre la coda della IV Armata e tre divisioni del XII Corpo d'armata in ripiegamento dalla Carnia furono sopraffatte con gravi perdite dalla XIV Armata austro-tedesca che, dopo avere forzato il ponte di Cornino sul Tagliamento il 2 novembre, aveva iniziato una manovra eccentrica rispetto all'asse principale di avanzata. La III Armata si attestò sulla sinistra del Piave dal Ponte della Priula al mare il 9 novembre, mentre la IV non aveva ancora completato il suo schieramento.
Tale indugio consentì alla IV Armata di mettere in salvo le artiglierie di medio e grosso calibro, che tanto contribuirono a salvare il Monte Grappa.
Le idee di Cadorna, in merito alle tattiche d'attacco, non differivano poi molto da quelle dei generali suoi contemporanei: dalla dottrina francese incentrata essenzialmente sull'”elan”, sino alla massima austriaca del «Vorwärts bis in den Feind» ("Sempre e in ogni caso avanti fino al nemico").
Tranne che quello tedesco, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale nessun esercito aveva correttamente valutato l'impatto dell'appoggio di una forte artiglieria all'avanzata delle fanterie sul campo di battaglia.
A Luigi Cadorna, a sua discolpa, si può comodamente affermare che nel 1915 egli commise i medesimi errori che Joseph Jacques Césaire Joffre (1852-1931), Douglas Haig (1861-1928) e Robert Georges Nivelle (1857-1924) continuarono a ripetere nel 1916 e nel 1917. Come ricordato dallo storico John Schindler le principali manchevolezze evidenziate dalla condotta di Cadorna, soprattutto durante i primi mesi di guerra, furono di natura più strategica che strettamente tattica: il cruciale ritardo di un mese nell'orchestrare la prima offensiva dell'Isonzo permise infatti agli austriaci di concentrare quelle poche truppe raccogliticce sufficienti ad arrestare l'avanzata italiana. I generali di Cadorna esitarono di fronte alla prospettiva di un'azione rapida, ed in questo modo andò sprecata l'occasione di una facile avanzata sino a Trieste, possibile per l'assenza di rilevanti forze nemiche lungo il fronte isontino (il comandante generale della cavalleria fu rimosso per questa esitazione).
Le undici "spallate" isontine sottolineano, ed al meglio, le convinzioni tattiche e belliche di Cadorna. Infatti non appena il nemico gliene diede l'opportunità, mostrò quello di cui era capace (la brillante manovra per linee interne nel '16 che portò alla conquista di Gorizia).
La sua determinazione nel picchiare contro linee che si andavano progressivamente irrigidendo può essere ricondotta alla ben nota ostinazione che lo contraddistingueva ma anche alla sua convinzione, confermata da tutta la storia militare, che le guerre si vincono concentrando la massa dei propri uomini sul fronte debole del nemico.
Sull'Isonzo le fanterie italiane continuarono ad attaccare in colonne compatte sotto il fuoco nemico; ma Cadorna seppe trovare la soluzione all'esigenza di rompere il fronte nemico con l'istituzione del Corpo degli Arditi che dimostrarono sul campo di riuscire laddove i soldati non specificamente addestrati avevano fallito.
Un simile approccio, tuttavia, non testimonia solamente della scarsa considerazione nutrita da Cadorna nei confronti della vita dei propri uomini e della sua considerazione per il fattore umano in termini meramente quantitativi: l'adozione delle formazioni chiuse era infatti prediletta dagli stessi ufficiali e sottufficiali poiché aumentava il controllo su coscritti scarsamente addestrati. A Cadorna andrebbe quantomeno ascritto il merito di aver compreso, sin dalla conclusione delle prime due battaglie dell'Isonzo, che l'artiglieria avrebbe svolto un ruolo cruciale nelle operazioni successive, in base alla constatazione che le perdite subite dagli austriaci in questi primi scontri erano state inflitte proprio dal fuoco dei cannoni italiani.
Sempre Schindler ricorda come per la terza battaglia dell'Isonzo furono radunate ben 1372 bocche da fuoco di cui 305 di grosso calibro: dati che inducono l'autore ad identificare proprio in Cadorna il primo grande interprete della cosiddetta “Materialschlacht” (la c. d. “battaglia di materiale”). Anche in questo caso il ragionamento sotteso alle decisioni di Cadorna seguiva una semplice logica quantitativa, basata sul teorema che prevedeva maggiore potenza di fuoco per scalzare trinceramenti sempre più estesi e profondi.
In conclusione andrebbe tuttavia evidenziato che il confronto impostato da Cadorna secondo i termini della “Materialschlacht” avrebbe inevitabilmente condotto l'Austria-Ungheria alla disfatta in virtù della semplice disparità delle forze in gioco: già all'epoca della conquista di Gorizia, Cadorna aveva appena iniziato ad intaccare le proprie riserve umane, mentre gli austro-ungarici dovettero in quel momento fronteggiare la prima seria crisi dall'inizio delle operazioni.
Spesso si dimentica che all'indomani dell'undicesima battaglia dell'Isonzo la situazione austriaca si era fatta disperata, con il solo monte Ermada rimasto ormai a sbarrare il passo all'avanzata italiana attraverso il Carso in direzione di Trieste: la resistenza era giunta ad un punto di rottura, e proprio tale evidenza indusse l'Alto Comando tedesco a concedere infine gli agognati rinforzi che portarono alla costituzione della XIV Armata in vista di quella programmata offensiva di alleggerimento che portò in ultima analisi per l'Italia alla disfatta di Caporetto.
 Terminato quindi l’incarico bellico, in un primo momento, il Nostro rifiutò di rappresentare l’Italia nel Consiglio Superiore di Versailles (Giolitti gli si scagliò contro), ma poi accettò. Da vero ed autentico militare, non sopportava a lungo l’inattività e sembra anche che fu implorato dal Ministro della Guerra, generale Vittorio Luigi Alfieri (1863-1918), in quanto unica personalità autorevole da inviare al Consiglio medesimo in un momento tanto buio per i destini della Nazione.
Certamente la presenza di Cadorna alla Conferenza fu un fattore positivo, anche se lui la considerò «[…] un parlamentino di 75 persone […] più inconcludente che mai. Mentre noi qui si discute, gli Austro-tedeschi picchiano sodo».
Mentre Cadorna era a Versailles, in Italia, alla Camera dei Deputati, fu soggetto di feroci attacchi. Il deputato Alfredo Sandulli ne chiese il deferimento all’Alta Corte di Giustizia, il socialista Michele Gortani (1883-1966) l’arresto, mentre Napoleone Colajanni (1847-1921) addirittura la fucilazione, e proprio il Ministro della Guerra Alfieri gli attribuì ogni sorta di colpa per Caporetto  e per la condotta generale della guerra.
Ma tali attacchi proseguirono anche al Senato del Regno, ove, come gli comunicò Vittorio Emanuele Orlando in una lettera del 2 gennaio 1918, venne istituita una Commissione d’inchiesta sui fatti dei mesi di ottobre/novembre 1917.
Degli attacchi alla Camera, il Nostro si disinteressò rispondendo, come disse lui, «con il silenzio», ma come Senatore del Regno (lo era dal 16 ottobre 1913) si sentì aggredito e così si sfogò: «Razza di vigliacchi!..... Ma io non andrò più in Senato. Non posso dare le dimissioni, ma non ci andrò più. Non voglio andare fra quella gente  falsa che vive sotto la ferula dei neutralisti e dei disfattisti».
Tale Commissione fu presieduta dal generale Carlo Caneva, vecchio generale austriaco, rivale di Cadorna per il comando delle truppe in Libia, come già poc’anzi detto, ed era composta da viceammiraglio Felice Napoleone Canevaro (1838-1926), dal generale Ottavio Ragni (1852-1919), silurato da Cadorna nel 1915, dall’avvocato Donato Tommasi del Tribunale Speciale di Guerra, dai senatori del Regno Paolo Emilio Bensa (1858-1928), Alessandro Stoppato (1858-1931), e dal deputato Orazio Raimondo (1875-1920), socialista interventista nonché massone, che poi era l’avvocato difensore del colonnello Giulio Douhet (1869-1930), definito dal colonnello Gatti «[…] indiscutibilmente un uomo geniale ma grafomane»,  il quale fu arrestato e condannato  per aver scritto un memoriale diffamatorio nei confronti di Luigi Cadorna.
Quindi il 17 gennaio 1918, Cadorna,  ferito come comandante e come Senatore del Regno soprattutto per la mancata difesa del Re Vittorio Emanuele III, concluse la sua missione al Consiglio di Versailles  ed, amareggiato, citò i versi del Tasso: “Viddi e conobbi ancor le inique corti”. 
Tutt’altro la notizia non entusiasmò assolutamente gli Alleati, che, in seno della Conferenza di Versailles, avevano avuto modo di farsi un ottimo concetto del generale Cadorna, ben diverso dalle giornate di Rapallo.
Prima di lasciare Versailles, il Generale, grandissimo ammiratore di Napoleone Bonaparte (1769-1821), volle visitare il castello di Fontainebleau, ove, nel marzo 1814, il mitico Córso abdicò baciando l’Aquila del 1ere Regiment des Grenadiers à Pied , portataGli dal tenente Forti, piemontese come il Nostro.
Tornato in Italia, il Cadorna subì ogni sorta di umiliazione e di meschino attacco.
Egli divenne il capro espiatorio su cui caricare tutte le colpe della guerra, tutte le durezze e tutti gli orrori.
Nel frattempo la “Reale Commissione d’inchiesta sul ripiegamento al Piave”, come era denominata,  svolgeva il suo lavoro giornaliero e dopo diciotto mesi di lavoro e duecentoquarantuno sedute presentò la propria relazione al presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti (1868-1953) il 24 luglio 1919.
Pur avendo apparentemente valore di documento alquanto ufficiale, come documento storico ne ha invece scarsissimo se non nullo.
Il generale Emilio Faldella (1897-1975) nel suo “La Grande Guerra II. Da Caporetto al Piave” (Milano 1965)” ha sottolineato come la detta relazione «mostrasse mancanza di obiettività, trascurato approfondimento di questioni di importanza fondamentale, voluta parzialità nei giudizi» tanto che a sua volta il generale Raffaele Cadorna, figlio del Nostro, potè tranquillamente scrivere, ed a ragione, di «leggende propagate ad arte» dalla Commissione d’Inchiesta.
Si tratta di un documento di voluta parzialità, teso a scaricare sul Comando Supremo tutte le colpe, iniziando dal malgoverno della truppa come causa unica del basso morale, argomento chiaramente e volutamente gonfiato dal deputato Raimondo, socialista, e dallo stesso Orlando, e ciò al fine di nascondere le gravissime colpe del difattismo socialista – finanziato in buona parte dagli Imperi Centrali – e le omissioni del ministero degli Interni al fine di reprimerle.
Né si puo’ tacere come questo tentativo di nascondere le responsabilità materiali e morali dei socialisti coincidesse perfettamente con il governo di Nitti, che fu poi quello dell’amnistia per i disertori.
Per la Commissione a provocare la disfatta di Caporetto non furono cause  tecnico-militari, i tedeschi od il disfattismo, ma solo e soltanto i generali Luigi Cadorna, Luigi Capello e  Carlo Porro (1854-1939)  ed il malgoverno della truppa.
Celeberrima è la questione dello stralcio delle tredici pagine della Relazione dedicate al Comando del XXVII Corpo d’Armata. Ciò ha fatto si che nella Relazione, per quanto riguarda lo sfondamento del settore tra il IV ed il XXVII Corpo d’Armata, tutte le colpe siano ricadute sul generale Alberto Cavaciocchi, comandate del IV, e nessuna su Badoglio, comandante del XXVII.
La leggenda dice che Badoglio fu salvato dalla Massoneria.
Invece la testimonianza del deputato Giuseppe Paratore (1876-1967)  dimostra che codesto stralcio fu voluto dal presidente Vittorio Emanuele Orlando (e quindi dal generale Armando Diaz) per proteggere Pietro Badoglio, Sottocapo di Stato Maggiore, cui si dovevano la ristrutturazione dell’Esercito nel 1918 ed in buona parte le vittorie del Piave e di Vittorio Veneto.
Oltretutto, al momento della pubblicazione della Relazione, il Badoglio era Capo di Stato Maggiore dell’Esercito.
Tra l’altro il Badoglio accusò Cadorna di essere fuggito ad Udine, ed il Nostro così commentò: «Egli doveva a me tutta la sua carriera […] ed ora mi si rivolta contro. Nulla avrei da replicare a cose giuste e vere, ma le sue critiche sono pure e semplici sciocchezze, fondate sulla più completa ignoranza».
Pubblicati e terminati i lavori della Commissione, la vita pubblica del generale Luigi Cadorna cadde in un doveroso silenzio.
Fu Benito Mussolini (1883-1945), uno sempre lungimirante e già bersagliere di Cadorna sul Carso, ma anche il Fascismo della prima ora, cioè quello dei reduci  dei sansepolcrini, a far tornare in auge la sua figura.
Infatti il Duce fece nominare il Nostro, nel sesto anniversario della Vittoria, il 4 novembre 1924, Maresciallo d’Italia.
E fu Mussolini che lo ricordò: «Nel novembre 1924, ristabilii il grado di Maresciallo d’esercito esistente nell’esercito sardo prima delle guerre napoleoniche; non fu facile far accettare a Diaz – artefice della Vittoria – una parità di annuario con Cadorna […] Bisognava sanare la piaga della polemica di Caporetto. Imposi i mio punto di vista». 
Purtroppo ulteriori pressioni del Capo del Governo sul Re non riuscirono a far concedere il Cavalierato della Santissima Annunziata al Nostro.
Vittorio Emanuele III non ha mai considerato il generale, anche se egli, da militare e da piemontese, era più che fedele al Re ed a Casa Savoia.
La nomina del Cadorna a Maresciallo d’Italia gli fece anche riprendere l’attività in Senato.
Purtroppo, però, la sua salute, colpito da arteriosclerosi, iniziò a declinare.
Agli inizi di novembre 1928, Luigi Cadorna, accompagnato dalla moglie e dalla figlia, si trasferì nella cittadina ligure di Bordighera, rinomata per il suo clima mite.
Il 17 dicembre, le condizioni del Generale peggiorarono.
Morì, munito dei conforti religiosi, alle 4 e 10 del pomeriggio del 21 dicembre 1928.
Il 24 maggio 1932  venne inaugurato il mausoleo cadorniano di Pallanza.
Scrissero del generale Cadorna il “General der Infanterie” Alfed Krauss (1862-1938) ed il Maresciallo d’Italia Enrico Caviglia (1862-1945).
Scrive il Krauss nel suo “Die Ursachen unserer Niedelage. Erinnerungen und Urteile aus dem Weltkrieg”: «[…] Soltanto una potente, energica volontà poteva trascinare gli Italiani, il cui temperamento non è tanto tenace, a sempre nuovi, continui attacchi, a così lunghi sforzi, malgrado i loro insuccessi. Nel fatto stava a capo dell’esercito italiano questo forte uomo così poco corrispondente al carattere italiano, Cadorna […] sottoposto a inchiesta e dovette giustificarsi davanti a delle nullità […]».
Tuttavia il ritratto tracciato di Cadorna ne sottolinea la grandezza morale; è un brano degno del grande storico greco Plutarco (46/48 d. C.-125/127 d. C.) (in lingua greca “Πλούταρχος”), e forse Cadorna sarebbe stato l’unico generale italiano di cui il detto storico avrebbe potuto scrivere una degna e precisa biografia.
Sono parole, codeste del generale Krauss, avversario dell’Italia, che andrebbero lette e meditate dai troppi autori, siano giornalisti prestati alla Storia o storiografi, che scrivono troppo superficialmente su questi argomenti tranciando giudizi totalmente infondati.
Scrive il Caviglia, non certamente cadorniano, nel suo “La Dodicesima battaglia (Caporetto)”: «Cadorna lasciò il comando dell’esercito a testa alta, senza debolezza. Era un uomo non comune, di forte carattere e di grande altezza d’animo. Possedeva un’elevata coscienza del suo dovere, e se assumeva le responsabilità con serena e forte volontà, senza preoccupazioni né per la sua posizione personale né per il giudizio della storia. Disdegnava le transazioni, i mezzi termini, le posizioni incerte. […] Fu perciò il solo generale dell’Intesa che si mostrò degno di esercitare il comando supremo degli eserciti alleati. Però questa sua concezione larga dell’azione militare oltrepassava le ragioni politiche e gli scopi della nostra guerra. Egli aveva dato più di ciò che doveva dare.».
Ulteriore limpido giudizio fu del grande storico Gioacchino Volpe (1876-1971) nel suo “Il popolo italiano nella Grande Guerra”, ma anche, passim, nel suo “Caporetto”, che considerava il Nostro un condottiero: «Vecchio soldato piemontese e intransigente quanto a disciplina, era anche persuaso che la disciplina dovesse poggiare essenzialmente su le forze morali del soldato, da educare e mantenere vive ed operose. Le sue circolari erano sempre un documento di fede: la fede che, nella battaglia, il volere di vincere è tutto; la fede, anche, nelle qualità del nostro soldato, intelligenza sveglia, prestanza fisica, generosità e slancio, naturale audacia, con le quali si doveva bene avere ragione del pesante metodismo del nemico.».
Più complessa risulta la valutazione di Cadorna come condottiero d'uomini in quanto la sua condotta fu condizionata dal secondo articolo del Patto di Londra che obbligava l'Italia ad attaccare con tutte le sue risorse per evitare travasi di forze nemiche sul fronte occidentale. Cadorna ebbe più sensibilità per le sofferenze dei soldati al fronte,  di quanta ne ebbero gran parte degli alti ufficiali della Grande Guerra dal detto generale Haig, a Erich Von Falkenhayn (1861-1922) sino a Franz Conrad Von Hötzendorf (1852-1925) e Svetozar Boroević Von Bojna (1856-1920).
Si dice che in seno all'esercito poté godere di libertà del tutto sconosciute agli altri comandanti alleati, e la sua influenza si estese sino a condizionare l'operato e gli orientamenti del Ministero della Guerra e dello stesso governo; dalla caduta del II governo Salandra, in conseguenza della “Strafexpedition” lanciata dagli austriaci, sino a Caporetto, il generale concentrò nelle proprie mani poteri e prerogative comparabili soltanto a quelli della "dittatura militare".
A causa di tale stato di cose Cadorna poté esercitare il proprio potere in modo quantomeno arbitrario, facendo e disfacendo i quadri superiori delle forze armate.
Il sollevamento dal comando per le più disparate ragioni (sino a giungere al paradosso dei siluramenti "preventivi") divenne pratica talmente diffusa da inibire completamente lo spirito d'iniziativa dei comandanti ad ogni livello, ciascuno paventando di essere rimosso dal proprio superiore diretto anche in conseguenza di scacchi e fallimenti marginali.
Ma è necessario, e quindi doveroso, aggiungere che, spesso e volentieri, gli ordini del Cadorna o non venivano eseguiti o, se eseguiti, con ritardo anche di giorni.
Un esempio fu Caporetto.
Anche la leggenda del dispotismo del Nostro va’ sfatata. Lo scrive lui stesso in una lettera del 6 giugno 1917 al Presidente del Consiglio Paolo Boselli: «[…]Ho già avuto altre precedenti occasioni di accennare esplicitamente a ciò nelle mie precedenti comunicazioni al Governo; vi ritorno oggi perché quanto avviene in questi giorni in alcuni reparti delle nostre truppe è di così minacciosa gravità che io mancherei al primo dei miei doveri se non manifestassi con rude franchezza e con la convinzione di servire onoratamente e onestamente gli interessi del Paese e della Monarchia […]».
Il Generale allude a fenomeni di indisciplina ed a sobillatori (socialisti) inviati ad arte tra le truppe.
La storia militare dell’Italia vanta un numero limitato di buoni comandanti.
Di veramente grandi ne ha avuto uno solo: Luigi Cadorna.

E lo ha dimenticato.

venerdì 27 febbraio 2015

Conferenza del Senatore Fisichella per il Circolo Rex

Carissimi amici,

Vi segnaliamo la prossima conferenza del Circolo Rex tenuta dal Professore Senatore Domenico Fisichella, autore di libri come '"Elogio della Monarchia", "Il Miracolo del Risorgimento", "Dal Risorgimento al Fascismo",  "Dittatura e Monarchia". Già Ministro dei beni culturali e Vicepresidente del Senato.
Il Professore terrà per il Circolo Rex la conferenza:



Il ruolo dell’Italia nella genesi delle due 

Guerre Mondiali



1 marzo 2015

SALA UNO

nel cortile della Casa Salesiana San Giovanni Bosco

con ingresso in Via Marsala 42

(vicino Stazione Termini)


INGRESSO: 10,15

ORA INIZIO CONFERENZE: 10,30