NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

lunedì 22 settembre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - VI

Giolitti aveva chiesto agli aventiniani
di tornare in Parlamento 
L'Aventino repubblicano. Congresso liberale di Livorno e dichiarazioni di Giolitti alla Camera - Come Orlando giustifica la dittatura.

E' giunta l'ora dell'Aventino: ritornare in Parlamento e stringersi intorno al Re. Amendola, che domina gli elementi intransigenti continua a tenere i suoi amici aggrappati al monte delle illusioni e dei fantastici programmi mentre socialisti e democristiani, e specialmente i repubblicani continuano nella campagna contro la Monarchia sotto l'insegna della bandiera rossa sulla quale hanno scritto il motto: «Italia senza Víttorio Emanuele». Invocano l'intervento del Sovrano e nello stesso tempo lo insultano, accecati come sono dalla passione politica e oltrepassano ogni limite. La sconfitta dell'Aventino e le conseguenze che ne deriveranno hanno origine qui. Le gravissime responsabilità dei catoni montagnardi non sfuggiranno al severo giudizio della storia.

Nel discorso all'adunanza del Comitato delle opposizioni a Milano (1 ottobre) Cipriano Facchinetti, dopo aver lanciato a nome del Partito Repubblicano e dell'Italia Libera il nuovo grido di guerra, tenta persino la diffamazione, dell'Esercito: «Sul Piave si fermarono i soldati quando molti generali non c'erano più». Questa distinzione bassamente demagogica suscita lo sdegno fra i combattenti i quali possono testimoniare dell'eroismo degli ufficiali e generali sul Piave (1).

L'assurda situazione dell'Aventino è aggravata dalla circolare dei cardinale Gasparri che ordina ai sacerdoti, proprio in un momento in cui il Partito Popolare è passato all'opposizione, di non ingerirsi di politica. Il divieto è diretto ad allontanarvi il clero per dirigerlo ad appoggiare invece il fascismo. Contemporaneamente il Vaticano ordina ai preti francesi di scendere nella lotta politica. L'Avanti! fa di ciò aperta accusa alla Chiesa che permette o tollera la benedizione dei gagliardetti, ma l'Osservatore Romano risponde: «Guardi piuttosto ai suoi vicini l'Avanti!, ai vari suoi compagni di tenda sull'Aventino: e vi riconoscerà parecchi di coloro che favorirono e salutarono allora il fascismo quale era genuina reazione prorompente dall'esasperazione per la prepotenza bolscevica unica vera, autentica favoreggiatrice delle sue conquiste. L'organo Vaticano allude evidentemente ai vari sostenitori di Mussolini prima e dopo la marcia su Roma ti  Paolo Cappa, Mario Cingolati, Eugenio Chiesa, Colonna di Cesarò, Raffaele De Caro, Alcide De Gasperi, Giovanni Conti, Cipriano Facchinetti, Giovanni Gronchi, Giulio Rodinò, Giuseppe Micheli per non citare che i maggiormente compromessi,  in cerca ora di rifarsi una verginità.
A Livorno, il congresso liberale (5-6 ottobre) non porta una sufficiente chiarificazione. L'ordine del giorno Petrazzi che questi dichiara non essere di opposizione al governo ma soltanto affermazione di autonomia ottiene circa 24 mila voti contro quello di Ricci, di completa adesione, che ne raccoglie poco meno di 11 mila. Mussolini respinge questo atteggiamento che non lo soddisfa poiché non è di completa
sottomissione e il giorno stesso ribadisce i suoi concetti antiliberali in un discorso tenuto a Milano: «Si vorrebbe questa libertà per fare dei cortei con bandiere rosse, dei comizi nelle pubbliche piazze, magari per fracassare delle vetrine, rovesciare le lucerne dei carabinieri gridare «Viva Lenin»; per ricominciare insomma come negli anni scorsi. Ma questa libertà io non la do, non la posso dare. Non la voglio dare perché coloro che me la chiedono, se domani fossero al potere sono quelli che la negherebbero, quelli che durante gli scioperi non ammettevano la libertà del lavoro, non ammettevano questa pratica applicazione del liberalismo individuale applicata all'officina, esercitavano la tirannia».

Sarrocchi e Casati, rappresentanti con Celesia De Nava e di Nava e Di Scalca dei liberali nel ministero, confermano la loro collaborazione incondizionata, dopo aver preso parte ad una riunione di 40 fra deputati e senatori presieduta dall'on. Salandra e nella quale «Considerando, intangibili le istituzioni fondamentali sancite dallo Statuto del Regno, decidono di perseverare nella loro reale adesione al Governo Nazionale ».

L'unica seria e fattiva opposizione di parte liberale si inizia nella seduta del 15 novembre col voto contrario di Giolitti il quale così giustifica il suo atteggiamento:

GIOLITTI: «Se il Governo si fosse limitato a chiedere il volo solo nella politica estera, non avrei avuto difficoltà di darlo; ma perché egli ha dichiarato che il voto doveva comprendere tutta la politica del governo, ciò che era logico trattandosi di un bilancio essenzialmente politico, e per di più del bilancio del Presidente del Consiglio, devo dire le ragioni del mio dissenso che sono principalmente di politica interna. Dopo le elezioni generali le condizioni della politica interna sono molto mutate; fu soppressa per decreto reale di fatto e di diritto la libertà di stampa.

MUSSOLINI, seccamente: «Di fatto no!».

GIOLITTI: «Si dirà che quel decreto è applicato con discrezione; ma il rispetto di una libertà statutaria non può dipendere dalla maggiore o minore tolleranza dei prefetti. Vi sono stati nella storia del nostro Paese, momenti difficili, come Novara, Aspromonte, Villafranca, Custoza e il regicidio, ma nessun governo pensò di sopprimere la libertà di stampa; ciò che ha contribuito a far ritenere il nostro Paese fra i più civili e liberi. Profondo turbamento ha prodotto il proposito del Presidente del Consiglio di modificare, lo Statuto. Se si dovesse dare seguito ai propositi vagamente accennati di restringere i poteri del Parlamento, si dovrebbero addossare alla Corona le responsabilità che ora spettano solo al Parlamento. La illegalità è patente quando si mantiene una quantità di comuni senza amministrazione, specie quando si tratta di comuni prima bene amministrati. Lei, on. Mussolini, ha l'abitudine di attaccare i suoi predecessori. Non me ne dolgo. Il giudizio definitivo lo darà la storia. On. Mussolini, per carità di Patria non tratti il popolo italiano come se fosse un popolo che non merita quella libertà che ha sempre avuta nel passato».

Così Giolitti si dimostra più vivo dell'Aventino. Egli difende i diritti del Parlamento e quindi quelli delle libertà statutarie. Le opposizioni invece si limitano a proclamare che il fascismo è in dissoluzione, ma continuano a praticare la tattica tolstoiana di non resistenza al male. Disertato queste l'arengo parlamentare - e sono oltre 100 deputati - i pochi rimasti nell'aula si sperdono nel nulla poiché la maggior parte, come Orlando ed i combattenti, si limitano ad astenersi, mentre votano a favore i mutilati. E così il voto sulla politica generale del governo sul quale è stata posta la questione di fiducia dà questi risultati:

Presenti: 347; favorevoli al Governo: 315; votanti: 321; contrari: 6; astenuti: 26. (15 novembre 1924).

Hanno votato contro: Giolitti, Fazio, Poggi, Massimo Rocca, Rubilli e Soleri. La votazione ha pertanto rivelato la secessione di una parte dei combattenti Giolitti si distacca apertamente dalla maggioranza parlamentare mentre Orlando, Gasparotto, Giovannini, Boeri e i combattenti che agiscono ancora con prudenza si astengono. I fiancheggiatori accusano un certo malessere, incominciano le dimissioni di personalità e di deputati del partito. Particolarità delle sedute della Camera è pertanto questa: che deputati dell'opposizione possono pronunciare lunghi discorsi di critica alla politica interna del governo ascoltati in grande silenzio, come accade a Soleri che parla indisturbato per alcune ore. Rumoreggiati invece i comunisti - scesi dall'Aventino e rientrati in aula - per le loro violenze ed intemperanze.
Nella seduta del 22 novembre, approvando il bilancio dell'interno la Camera concede ancora la fiducia a Mussolini con 337 voti contro 17 e 18 astenuti, dopo che Orlando parlando per dichiarazione di voto ha fatto una serena critica alla politica interna, giustificando l'appoggio dato in passato al governo: «D'altronde - dice testualmente il Presidente della Vittoria - l'istituto parlamentare consente le dittature; il Parlamento, mirabile costruzione il cui solo difetto è la sua estrema delicatezza, è capace di provvedere a tutte le necessità di un Paese e di uno Stato ».

(1) Dopo il discorso i monarchici uscirono dall'Italia Libera che del resto non ebbe mai grande seguito.

domenica 21 settembre 2014

Commemorazione della Principessa Mafalda, Racconigi 28 Settembre 2014

Il Centro Studi "Principe Oddone" organizza la commemorazione della Principessa MAFALDA di SAVOIA nel 70° anniversario della Sua scomparsa nel campo di sterminio di Buchenwald il 28 Agosto 1944.
Alle ore 10,30 si celebra la S.Messa in ricordo di tutti i Martiri dei campi di sterminio al Santuario Reale Madonna delle Grazie di Racconigi.
Alle ore 11,30 nel Castello Reale si terrà una breve conferenza sulla vita della nostra Principessa e seguirà il conferimento del Premio "Mafalda di Savoia" da parte dell'illustre ospite convenuta, la nipote S.A.R. la Principessa Mafalda d'Assia, Contessa Brachetti Peretti, figlia del defunto Langravio Principe Maurizio d'Assia.
Alle ore 13 colazione in una Tenuta Berroni al ristorante L'Arancera, previsto menù che ricorda il pranzo nuziale degli Sposi Savoia-Assia celebrato a Racconigi il 23 Settembre 1925. Chi vuole può scegliere altro modo per trascorrere tempo libero dalla fine della conferenza alla partenza.
Hanno aderito alla manifestazione l'Unione Monarchica Italiana, l'Istituto per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon e altre sigle di associazioni varie.

sabato 20 settembre 2014

Ha vinto la Regina

Ha vinto la Regina e ha vinto la Sterlina. Hanno perso i ricordi del passato mitico dei clan e le paure del futuro anteriore della globalizzazione. 55,3% a 44,7% il No alla indipendenza della Scozia batte il Si, Edimburgo e le colline del whisky, le isole del tweed, l’industria, il riluttante tennista Murray (alla ultima ora un tweet per il Si) restano uniti a Londra. Perde il pittoresco leader del Partito nazionalista scozzese Alexander Salmond, persuaso che la Scozia senza Londra potesse diventare una Norvegia radicale, via i sommergibili nucleari, via l’esercito. Salmond l’ha fatta troppo facile, l’unione monetaria con Londra, il ritorno nell’Europa e nella Nato dati per scontato, la fuga dei capitali e del lavoro verso il Sud irrise. Ha evocato la memoria dell’economista Smith, ma gli scozzesi hanno applaudito i suoi comizi e poi han fatto esattamente quel che la regina Elisabetta II ha suggerito loro domenica scorsa, uscendo dalla Chiesa in Scozia: “Riflettete”. 

Maria Pia di Savoia: i ricordi in un libro


CASTEL DI LAMA - "L'Italia è talmente bella che non si finisce mai di conoscerla e amarla". 
Con queste parole, la principessa Maria Pia di Savoia si è espressa dopo aver visitato nei giorni scorsi le Marche. 
Durante la permanenza nel Piceno, la primogenita dell'ultimo sovrano d'Italia, Umberto II, ha anche presentato il suo libro, un atto d'amore alla sua famiglia, alla sua storia, alla sua vita. 
"Sono una donna fortunata ed era doveroso scrivere" ha aggiunto la rappresentante sabauda nel corso di un incontro ieri al borgo storico "Seghetti Panichi" a Castel di Lama. 
La principessa, accompagnata da marito e dal figlio, Serge di Jugoslavia, insieme a un gruppo di amici americani, ha presentato il volume dal titolo "La mia vita, i miei ricordi", edito da Mondadori: un excursus storico, affettivo, emotivo attraverso le gesta di una famiglia che è stata di basilare importanza per la nascita dello Stato italiano. 
Con preziose fotografie, il volume coniuga avvenimenti pubblici, eventi mondani e il quotidiano, cavalcando il '900. 
[...]

giovedì 18 settembre 2014

Pansa: "Vi racconto l'Italia in cui tutti, o quasi, gridavano Eia Eia Alalà"

"Eia Eia Alalà. Controstoria del fascismo" , Giampaolo Pansa, Rizzoli, pagg. 378, euro 19,90
 
Nel suo nuovo libro Giampaolo Pansa autore del «Sangue dei vinti» ricostruisce l'ascesa del fascismo e il consenso di massa al regime. Che molti dimenticano...

Matteo Sacchi 
Mercooledì 17 settembre 2014
 
Si chiama Eia Eia Alalà ed è in libreria da oggi. Se non bastasse il titolo (a caratteri cubitali rossi in stile molto littorio), ci pensa il sottotitolo a spiegare che cosa si può trovare in questo volume (Rizzoli, pagg. 378, euro 19,90) a firma Giampaolo PansaControstoria del fascismo. Pansa infatti, usando l'artificio del romanzo - «a me il lettore piace acchiapparlo per la coda, non annoiarlo a colpi di saggio» - mette i puntini sulle «i» della storia italiana della prima metà del '900 per spiegare che cosa sia stato e come sia nato il Ventennio mussoliniano. Il suo espediente narrativo è partire dalla sua terra e raccontare attraverso le vicissitudini del possidente terriero Edoardo Magni (personaggio di fantasia, ma nel libro ce ne sono molti realmente esistiti) come l'Italia sia diventata, convintamente, fascista. E lo sia rimasta a lungo. Non c'è bisogno di dire, viste le scomode verità venute a galla con i suoi precedenti libri (a partire da Il sangue dei vinti ) e il tema, che la polemica è garantita. E che qualche gendarme della memoria, per usare un'espressione dello stesso Pansa, avrà qualcosa da dire.
 
Dunque, Eia Eia Alalà. L'urlo di una generazione?
«Non sai quante volte l'ho sentito gridare quando ero bambino ed ero un Figlio della Lupa. Ho anche una foto in cui, piccolissimo, facevo il saluto romano, davanti al monumento ai Caduti. Non ho fatto in tempo a diventare balilla, però. Il regime è caduto prima. E per quanto in casa dei gerarchi sentissi dire peste e corna. Il sottofondo della vita degli italiani era quello lì».
 
Per questo l'hai scelto come titolo?
«In parte, volevo anche un titolo che cantasse. Che rendesse l'idea di quello che a lungo il regime è stato per gli italiani. L'avventura del fascismo è stata legata all'idea di vincere, di migliorare il Paese. Rende l'idea di quella giovanile goliardia che affascinò molti. Un fascino che iniziò a incrinarsi solo con le orribili leggi razziali e crollò definitivamente solo con gli orrori della guerra».
 
Non molti hanno voglia di ricordare che il fascismo ebbe davvero una presa collettiva. Tu invece questo lo racconti nel dettaglio...
«Ho voluto fare un racconto senza il coltello tra i denti. Che cosa rimprovero io a storici, anche molto più bravi di me che di solito scrivono su Mussolini? Ma di avere una partecipazione troppo calda, schierata. Io, anche grazie all'invenzione di un personaggio come Magni, invece ho cercato di fare un racconto neutrale. Per chi c'era è un'ovvietà che il fascismo ebbe un consenso di massa. Tutti erano fascisti tranne una minoranza infima. Gli antifascisti erano una scheggia microscopica rispetto a milioni di italiani. Gli italiani ieri come oggi volevano solo un po' di ordine... E Mussolini glielo diede. Ai più bastò».
 
Tu attribuisci molte responsabilità ai socialisti che favorirono involontariamente il successo del fascismo, regalandogli il potere... A qualcuno verrà un colpo!
«La guerra perpetua tra rossi e neri creava sgomento. Gli scioperi nelle città, ma soprattutto nelle campagne crearono il caos... Si minacciò la rivoluzione senza essere capaci di farla davvero. Si diede l'avvio alle violenze senza calcolare quali sarebbero state le reazioni. E per di più, esattamente come la sinistra attuale, i socialisti erano perpetuamente divisi. Pochi capirono quanto fosse grave la situazione. Tra questi Pietro Nenni, il quale a proposito della scissione comunista del 1921 scrisse: A Livorno è cominciata la tragedia del proletariato italiano».
 
Però qualche responsabilità la ebbe anche la borghesia italiana, o no?
«Noi non avevamo la tradizione liberale di altri Paesi. Ed eravamo in una situazione economica terribile che a tratti mi ricorda quella di oggi. C'erano dei partiti-casta in cui la gente non si riconosceva e lo scontro tra ceti (o classi) era alle porte... Il nero è nato dal rosso, la paura ha fatto allineare gli italiani come vagoni ferroviari dietro a Mussolini. Non per obbligo, nonostante le violenze degli squadristi. Sono stati conquistati dalla grande calma dopo la marcia su Roma. L'italiano dei piccoli centri, delle professioni borghesi, voleva soltanto vivere tranquillo. Avuta la garanzia di una vita normale e dello stipendio a fine mese, di chi fosse a palazzo Chigi o a palazzo Venezia gli importava poco».
 
Qualunquismo?
«L'Italia continuava a essere soprattutto un Paese agricolo. Lo sciopero agrario del 1920 rischiò di paralizzare la campagna. Le leghe rosse impedendo la mungitura, nel libro lo racconto, minacciarono di far morire le mucche... Da lì nacque un fascismo virulento e tutto particolare che poi si prese la rivincita. Il fascismo è stato il ritratto di gruppo degli italiani. C'era dentro di tutto. C'erano molte forze vitali e diverse. Poi il criterio dell'obbedienza cieca, pronta e assoluta che tanto propagandava Starace fece sì che nel cerchio di persone più vicine al Duce si andasse verso una triste selezione al ribasso».
 
In Eia Eia Alalà descrivi la parabola triste di molti fascisti «diversi».
«La scollatura tra italiani e regime iniziò con le leggi razziali, non prima. Lì inizio il male assoluto, la vergogna. Una delle figure più tragiche del libro è Aldo Finzi. Di origine ebraica, aviatore, fascista della prima ora, poi messo ai margini e fucilato alle Fosse Ardeatine. Poi è arrivata la guerra e la rimozione di massa».
 
Ma davvero vedi così tante assonanze tra l'oggi e l'avvento del fascismo?
«È possibile non vederle? L'unica variante è il terrorismo internazionale. Ed è una variante peggiorativa».

lunedì 15 settembre 2014

I primi 30 anni di Harry, principe fuori dagli schemi


Possiamo dire che ci piace questo Principe, così esuberante, allegro e pur contemporaneamente così all'altezza del ruolo che la Storia e la sua nazione gli richiedono?

Su La Stampa un bellissimo fotoservizio per i suoi trenta anni.


I nostri auguri!

domenica 14 settembre 2014

Umberto II tra storia e mito




L'amor di Patria e la ragion di Stato

www.reumberto.it


...Umberto II, detronizzato ed esule, è riuscito, più e meglio di qualsiasi Sovrano in trono, ad impersonare in quest'epoca di universale smitizzazione, l'idea stessa della Regalità...

Nel 110° anniversario della nascita di Re Umberto una commemorazione di 20 anni fa, ricevuta dall'ingenere Domenico  Giglio, presidente del Circolo Rex.

sabato 13 settembre 2014

Referendum indipendenza Scozia, la regina Elisabetta non si schiera

Buckingham Palace: "La questione riguarda il popolo scozzese. L'imparzialità è principio irrinunciabile della nostra democrazia"


La regina Elisabetta è assolutamente imparziale nel referendum sull'indipendenza della Scozia. Lo rende noto Buckingham Palace, sottolineando che "la sovrana è sopra le parti. Ogni indicazione che Elisabetta possa voler influenzare la campagna referendaria è categoricamente sbagliata. Sua Maestà è ferma nell'avviso che la questione riguardi il popolo della Scozia".
"L'imparzialità costituzionale di Elisabetta - dice ancora un portavoce di Buckingham Palace - è un saldo principio della nostra democrazia come la regina ha dimostrato nel corso del suo regno". "Elisabetta - riprende - è sopra la politica e coloro che ricoprono ruoli politici hanno il dovere di garantirlo".

giovedì 11 settembre 2014

Scrisse Galeazzo Ciano a Re Vittorio Emanuele III...




Le polemiche che ad ogni 8 settembre si riaccendono in questa enorme piazza virtuale che è il web ci inducono alla ripubblicazione di una lettera di fondamentale importanza che scrisse il conte Galeazzo Ciano, già Ministro degli esteri, già Ambasciatore presso la Santa Sede, genero di Benito Mussolini per averne sposato la prima figlia, la prediletta, Edda.

I pochissimi che hanno letto il suo diario si rendono perfettamente conto di quanto il Re, impiegando tutto il suo prestigio ed i residui poteri che non gli erano stati esautorati, abbia cercato nel corso degli anni di contenere le iniziative del suo primo ministro sempre più megalomane e convinto che la fortuna non lo avrebbe mai abbandonato. Cosa che non avvenne, secondo le lucidissime previsioni del Re. 

Galeazzo Ciano fu fucilato insieme agli altri gerarchi del Gran Consiglio che avevano votato contro Mussolini nella notte del 25 Luglio e che erano stati catturati dai tedeschi o dai repubblichini, De Bono, Gottardi, Marinelli e Pareschi.

Ciano, ormai consapevole della fine che lo attende, nel momento della suprema verità, indirizza al Re Vittorio Emanuele III la lettera che segue perché la Storia sappia come sono andate le cose circa la tragedia che coinvolse la Nazione tra il 1940 - 45.
E' bene, a nostro modestissimo giudizio, che questa lettera si conosca e vi si dia il massimo della pubblicità tutte le volte che si parla del nostro Re nei termini che purtroppo sappiamo.



Maestà,
mi voglia permettere, giunto all'ora estrema della mia vita di rivolgere un pensiero devoto alla Maestà Vostra. Adesso, da tre mesi, sono nel carcere di Verona, sempre affidato alla martoriante custodia delle SS., e attendo un giudizio che non è altro che un premeditato assassinio. 
Né sulla monarchia, né sul popolo, né sullo stesso governo può cadere la minima colpa del dolore che attanaglia oggi la Patria.
Un uomo, un uomo solo, per torbide ambizioni personali, per sete di gloria militare, usando le sue autentiche parole, ha premeditatamente condotto il Paese nel baratro.
Ho disposto che non appena possibile, dopo la mia morte, vengano resi pubblici un mio diario e una documentazione che getteranno molta luce di verità su tanti fatti sconosciuti.
Credo così di rendere un estremo servigio.

Galeazzo Ciano



La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - V

Accorato appello del Re alla concordia e suo intervento presso Mussolini.

Il primo di luglio 1924 la Commissione delle Camere si reca a portare al Sovrano l'indirizzo di risposta al discorso della Corona. Il Re, riferendosi all'appello alla concordia rivolto al Paese nel suo discorso alle due Camere il 24 maggio, così parla ai deputati e senatori presenti:

«...Questa parola di concordia da me pronunciata esprime l'aspirazione unanime della coscienza popolare. Oggi che un efferato delitto ha suscitato la esecrazione mia e del mio Governo, dei due rami del Parlamento e del Paese, è più che mai necessario che le Camere diano alla Nazione esempio di saggezza e di conciliazione ».

Ma l'invocazione del Monarca non è stata ascoltata. L'Avanti! accoglie questo appello con parole di diffidenza, quasi di scherno. L'on. Di Rodinò del Partito Popolare, unico rappresentante delle opposizioni nell'ufficio di Presidenza della Camera, si dimette dalla carica per non recarsi al Quirinale. Popolari, demosociali, socialisti, insomma gli aventiniani di estrema sinistra, attendono dal Sovrano la soluzione dei guai di cui sono i responsabili, ma non fanno che insultarlo e vilipenderlo. Il Corriere della Sera saggiamente commenta: « Evidentemente l'invito del Re non era soltanto rivolto alle opposizioni. Egli parlava ai rappresentanti della maggioranza governativa delle due Camere e il meno che si possa con la maggior discrezione supporre è che il suo discorso fosse anche per le orecchie dei presenti ».

Su questa direttiva pare voglia mettersi lo stesso Mussolini se poche settimane più tardi parlando al Gran Consiglio affermava esplicitamente: « Se normalizzazione significa repressione dell'illegalismo, le cronache giudiziarie di questi ultimi tempi grondano, se non di sangue, di anni di galera distribuiti ai fascisti con una prodigalità che io mi guardo bene dal discutere e che accetto anzi senza discutere. L'illegalismo fascista, dunque, o è impedito o è represso, mentre riprende l'illegalismo politico e morale dei partiti antinazionali. Normalizzazione significa forse il processo al regime? Allora noi rispondiamo che il regime non si fa processare se non dalla storia» (1). Vi sono del resto esempi di rigoroso intervento del governo contro i facinorosi. A Napoli vengono arrestati in massa tutti i componenti la milizia portuaria. Mussolini fa dei dichiarati tentativi di riavvicinamento ai liberali contro i quali finora non ha avuto che parole quasi di disprezzo. Con questo tentativo si delinea una nuova fase politica.

Ma nello stesso tempo il Duce respinge l'ordine del giorno dei combattenti dissidenti riuniti ad Assisi, che pure esprime appoggio al governo condizionato soltanto dalla condanna dell'illegalismo. E così parlando ai minatori di Monte Amiata egli esprime severe minacce agli oppositori: «Il giorno in cui uscissero dalla vociferazione molesta per andare alle cose concrete, quel giorno noi di costoro faremo lo strame per gli accampamenti delle camicie nere». I giornali dicono che le sue parole sono accolte da una lunga ovazione. Egli pronuncia queste frasi nella stessa ora in cui i combattenti portano al Re l'ordine del giorno di Assisi ch'Egli non soltanto accetta ma loda, e fa suoi i concetti in esso espressi. Un ordine del giorno in cui si chiede che cessino le distinzioni faziose che negano lo spirito della guerra e l'essenza stessa della Vittoria e impone che si dia luogo a una normalizzazione e a una pacificazione che solo può esservi con la restaurazione della legge scritta e morale, col ripristino dei diritti dei cittadini, con il ritorno al rispetto delle idee e delle attività pubbliche e private.

Ad una settimana di distanza, perdurando l'aspra contesa delle fazioni e sotto l'incubo della «seconda ondata , della quale si parla con insistenza in campo fascista, Mussolini viene ricevuto dal Re. Ne dà notizia un comunicato dell'Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio scritto, a giudicare dallo stile, dallo stesso Mussolini e tendente a rassicurare l'opinione pubblica allarmata dal linguaggio dei fogli fascisti che preannunciano la ripresa di azioni violente. Si attende da ogni parte che dopo il colloquio il governo debba cambiare rotta e si dà grande importanza all'intervento del Sovrano e a questo atto politico di Mussolini il quale mai si era così impegnato.

(1) Un discepolo di B. Croce e lo stesso filosofo, non farebbero affermazioni diverse dalla conclusione mussoliniana.

mercoledì 10 settembre 2014

Il Regno Unito in festa


A Londra è in arrivo un altro royal baby. La notizia potrebbe salvare l'unità del Regno?

LONDRA - Il Regno Unito è in festa. A Londra è in arrivo un altro royal baby. Non si hanno ancora date certe ma oggi è giunta la conferma che William e Kate aspettano il loro secondo bebè, con un annuncio che è in parte un 'déjà vu' visto che il Palazzo reale ha dovuto bruciare le tappe e comunicare la buona notizia per giustificare l'assenza della duchessa di Cambridge ad un impegno ufficiale cui avrebbe dovuto presenziare oggi a Oxford: è rimasta invece bloccata a Kensington Palace alle prese con una forma acuta di nausee dovute alla gravidanza.

Scozia indipendente. Resterà una monarchia?

Scozia indipendente? Le 8 risposte per capire cosa cambierà se vincono i sì

A pochi giorni dal referendum per l'indipendenza della Scozia i sì sono in vantaggio secondo alcuni sondaggi. Ecco cosa potrebbe cambiare, dalla valuta alla gestione delle risorse energetiche, dall'appartenenza alla Ue fino al debito pubblico.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-09-08/scozia-indipendente-restera-monarchia-201933.shtml?uuid=ABOCgkrB&nmll=2707#navigation

sabato 6 settembre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - IV

Il Vaticano teme la caduta di Mussolini. Camera e Senato gli confermano la fiducia. Croce vota a favore per atto «di dovere».

Nel discorso al Consiglio di maggioranza Mussolini ammette il disagio morale nel quale si è venuto a trovare tanto il governo che il partito in seguito al delitto, ma protesta contro le fantasticherie dei giornali di opposizione, e chiama in proposito in suo soccorso un articolo dell'organo della Santa Sede, l'Osservatore Romano che fra l'altro scrive:

«L'aspirazione della campagna di una parte della stampa è tale che logicamente ci porta ad una sola conclusione: alla sparizione degli uomini nei quali attualmente si impernia il potere politico; alla retrocessione del fascismo dalla sua posizione di partito dominante alle elezioni generali per la designazione dei nuovi uomini e dei nuovi partiti arbitri del domani.

«Si crede sempre nei limiti evidenti e incontrovertibili della realtà politica odierna, possibile tutto ciò? Lo si crede attuabile senza pericolo alcuno per la Nazione? Che seppure i più potessero rassegnarsi ad essere senz'altro travolti si può pensare che vi si rassegni un partito fortemente organizzato e pronto a reagire? E seppure esso consegnasse le armi e si arrendesse, quale il responso delle urne? Non si aprirebbe forse il solito fatale salto nel buio? Queste inquietanti domande sono nella mente e sul labbro dei più».

Indi Mussolini continua:
«Come avete visto c'è un programma del primo tempo, e cioè modificazione della compagine nel Governo, c'è un programma del secondo tempo, purificazione e selezione del partito. C'è un programma del terzo tempo: far funzionare gli organi legislativi». Avverte che nello scioglimento del partito e della milizia, sarà intransigente. «Il regime non si annulla e la milizia entrerà presto a far parte dell'esercito e giurerà fede al Re», ed affaccia l'eventualità di poter superare la crisi se le opposizioni «rendendosi conto delle loro responsabilità verso le sorti della Patria, ritorneranno alla Camera a darvi la loro opera di critica, di controllo, di opposizione, anche astiosa, anche settaria, anche pregiudiziale, che noi dovremmo sopportare, tollerare, talvolta anche incoraggiare perchè l'opposizione in quanto ci segnala certi fatti, certe cose, può essere di utilità grandissima».

Alla fine del discorso viene votato per acclamazione un ordine del giorno: «La maggioranza parlamentare, udite le dichiarazioni del Capo del Governo, gli riconferma la sua piena fiducia e devozione». Commenta il Corriere della Sera: «Quelli che da venti mesi vanno sostenendo questa verità, per averla sostenuta sono stati ingiuriati, vilipesi, minacciati, dichiarati nemici della Patria, parte putrida di una putrida palude che si chiama l'Antinazione».

A dodici giorni dalla scomparsa di Matteotti si radunano a Bologna 1200 sindaci, 300 rappresentanti dei fasci, 50 deputati ed acclamano un messaggio di fedeltà al Duce: «Verrà la diana della riscossa; chi si avanza verso il fascismo e verso Mussolini troverà sulla strada i nostri inesorabili manipoli». Incoraggiato dalla solidarietà che si va delineando in suo favore e persistendo la violenza dell'opposizione, Mussolini si decide ad applicare il decreto sulla stampa che teneva in serbo da oltre un anno.
Il decreto sulla stampa era stato approvato all'unanimità nel Consiglio dei Ministri dell'anno precedente, e cioè il 12 luglio del 1923. Si tratta di un Regolamento che non limita ma sopprime addirittura la libertà di stampa. Esso sfugge al controllo del Parlamento e del Re con la sua apparenza di semplice regolamento dell'editto del 1848, in realtà violando lo spirito e sostituendo ad esso un arbitrio. Un giornale il cui gerente è stato diffidato due volte in un anno può vedersi privato del gerente. Ma il giornale non può uscire senza la firma di questo. Si è quindi alla mercè delle Prefetture. Non è più il gerente che dipende dal periodico, ma il periodico che dipende dal gerente. Così Mussolini elude lo Statuto con un semplice regolamento il quale non ha bisogno del voto del Parlamento. Del resto questo iniquo decreto è approvato dai liberali che dovrebbero essere fra i più tenaci oppositori. Alcuni giornali ammettono l'eccezionalitá della situazione e lo considerano un male necessario Le discussioni vertono specialmente stilla validità o meno del Decreto firmato dal Re nel luglio del 1923. Secondo le norme costituzionali esso era oramai scaduto, poiché condizione assoluta per la sua validità è quella relativa al dovere di presentarlo all'approvazione del Parlamento nella tornata immediatamente successiva. Il Re lo aveva concesso per servirsene in caso di indispensabile, eccezionale necessità. Anche i giornali dell'opposizione e fra questi il Mondo esprimono il dubbio che non si sia richiesto l'assenso del Sovrano per l'esumazione di un decreto scaduto. Così Egli non ha potuto esercitare quella valutazione politica di necessità ed urgenza in relazione ad un determinato momento che spetta al suo potere moderatore.

Intanto Mussolini incita i fascisti a «vivere pericolosamente » ma al contrario chi vive in queste condizioni sono proprio le opposizioni!
Al Senato - dove sembra che si voglia tenere un atteggiamento di benevolo riserbo nella discussione sul discorso della Corona - continuano le affermazioni di lealismo ma anche di critica aperta. Maffeo Pantaleoni dice che «il Governo è stato nella sventura più grande che nel trionfo» e lamenta che per il delitto Matteotti «si sia fatto un chiasso maggiore che per la crocifissione di Cristo». Tanari ottiene un vero successo quando accenna a delitti di ferocia superiore compiuti dall'estremismo rosso: e perché non si equivochi su questo punto ricorda come il delitto di Bologna di palazzo d'Accursio, ben diversamente dall'altro recentissimo, fu coperto dall'omertà di tutto un partito; e si irrideva a chi insorse quando si compirono nefandi delitti, quando si gettarono nei forni due giovani...

Caratteristico, sintomatico, eloquente è il discorso del senatore Abbiate il quale dopo una severa critica all'operato del ministero dichiara testualmente: «Io non vorrei vedere oggi al banco del governo le opposizioni; non è la loro ora, non potrebbero immediatamente avere quella serenità di spirito che è assolutamente necessaria per un'opera di concordia». Laconclusione dell'oppositore senatore Abbiate è accolta da una ovazione durata qualche minuto.
Il senatore Albertini pronuncia un discorso che si potrebbe chiamare «al di sopra della mischia» e nel quale ammette: «Nella classe borghese dirigente così la condanna del passato come l'esaltazione del presente, hanno trovato finora echi di consenso imponenti che rendevano stonata la voce di chi non si associava al coro, quasi unanime delle approvazioni. Sì, il regime fascista ha assicurato all'Italia un ordine esteriore al quale ardentemente aspiravamo: ha fatto cessare gli scioperi generali, le interruzioni continue, intollerabili dei servizi pubblici; ha ristabilito la disciplina nelle aziende pubbliche e private; ha continuato con successo l'opera di restaurazione finanziaria dei governi anteriori raggiungendo il pareggio; ha seguito, specialmente dopo l'incidente di Corfù una direttiva di politica estera sana e coraggiosa e molto altro di buono e vantaggioso ha fatto per la nazione».
Nega però che il fascismo sia riuscito a risolvere altri problemi, fra questi quello più importante di ordine eminentemente politico-morale: « far uscire il paese, le masse i partiti, i sindacatati, gli individui, dalla illegalità per imporre a tutti il rispetto della legge ». Ed
avviandosi alla fine egli si domanda: « E' dalla Monarchia, è dai Parlamento è, dal Governo che il Par
lamento che noi ripetiamo la nostra      la  norma di vita politica, o dai manipoli r dai loro comandanti    danti? ». Il discorso, sereno nella critica ed elevato nel tono polemico benché di decisa opposizione al governo è salutato alla fine da vivissimi applausi e congratulazioni. Achille Loria fa un discorso tecnico, sulle assistenze sociali e nemmeno accenna né alle violenze, né al delitto Matteotti. Anche il senatore Lusi(11101i parla contro, ascoltato dall'assemblea, ma poi finisce per votare in favore.

li più aggressivo è stato quello del senatore Sforza, di cui diamo i passi più salienti che sì riferiscono al fallo Matteotti: « ... qui vi è un delitto organizzato al seguito di altri delitti rimasti impuniti - da uomini installati al centro stesso del governo, e da gerarchi supremi di un partito che la teoria nazionalfascista dichiara essere una sola e identica cosa con la sacra entità della Patria. Delitto commesso da gerarchi che ingannavano il loro «duce » con le proprie criminose attività?». L'on. Sforza fa un elenco di crimini rimasti impuniti e soggiunge: «Andate a sfogliare adesso l'organo personale del Presidente del Consiglio e per ognuno di questi delitti non troverete che scusanti per gli aggressori ed irrisioni e ingiurie e nuove precise minacce per le vittime». Tira in ballo il bastone austriaco, gli Este, i Lorena, i Borboni, suscitando le proteste dell'assemblea. «Gli è che il fascismo è uno stato d'animo, per alcuni lati spiegabilissimo ma senza una teoria positiva di pensiero e quindi colla possibilità di sussistere solo in un'atmosfera di prestigio o di terrore indiscussi (commenti). Il fascismo poteva combattere molte lotte, ma una battaglia di critica intellettuale non poteva combatterla. Ed è questo o signori, che è stato il segnale della morte di Matteotti. Egli era il più ardente, il più appassionato, il più documentato degli oppositori. Fu soppresso, la discussione era vietata.
« Gli assassini e i loro mandanti si sbagliarono solo perché constatata la tacita passività del paese di fronte a tanti precedenti delitti, contarono anche questa volta di farla franca. Invece l'Italia si svegliò inorridita. E Matteotti, o signori, vince morendo! (proteste, rumori). Lasciando il delitto alla magistratura le accuse di affarismo non possono essere chiarite che da un'inchiesta parlamentare. Finché non vi si giunga, la coscienza pubblica rimarrà profondamente turbata anche dai dubbi - che son poi certezze - sulla corruttela che dilaga ». Così conclude: «La Patria che salvammo al Piave, o signori, era la Patria di tutti!». Il discorso di Sforza, frequentemente interrotto, è alla fine coperto da rumori altissimi.
Procedutosi alla votazione di un ordine del giorno del senatore Melodia, il Senato accorda a Mussolini la fiducia (1).

Votanti: 252; favorevoli: 225; contrari: 21; astenuti: 6. (26 giugno 1924).

Vota a favore del governo anche Benedetto Croce.

Appena proclamato il risultato suddetto, il Presidente mette ai voti l'indirizzo di risposta al discorso della Corona. E' approvato per alzata.
Il Croce, interrogato, a proposito del suo voto di fiducia a Mussolini, dal Giornale d'Italia, dopo aver detto che il delitto Matteotti è «la conseguenza di un errato indirizzo del fascismo», così continua: «Non si poteva aspettare e neppure desiderare, che il fascismo cadesse di un tratto. Esso non è stato un infatuamento o un giochetto. Ha risposto a seri bisogni e ha fatto molto di buono, come ogni animo equo riconosce.. Si avanzò col consenso e fra gli applausi della Nazione. Sicchè, per una parte, c'è, ora, nello spirito pubblico il desiderio di non lasciare disperdere i benefici del fascismo, e di non ritornare alla fiacchezza e all'inconcludenza che lo avevano preceduto; e dall'altro c'è il sentimento che gli interessi creati dal fascismo, anche quelli non lodevoli e non benefici, sono per una realtà di fatto, e non si può dissiparla soffiandovi sopra».
«Bisogna dunque dare tempo allo svolgimento del processo di trasformazione del fascismo. E' questo il significato del prudente e patriottico voto del Senato». Croce così difende il suo voto di fiducia: «Vi sono voti che si danno come di slancio ed altri che si danno dopo avere lungamente ponderato il pro ed il contro: voti di entusiasmo e voti di dovere. Per me quel voto di fiducia è stato un voto di dovere».
Dunque Croce votava in favore di Mussolini e lo difendeva proprio quando l'Aventino lo accusava di essere il mandante dell'assassinio di Matteotti.

(1) Hanno votato No, cioè contro il governo Abbiate, Albertini, Auteri Berretta, Berenini, Bergamini, Bollati, Credaro, Della Torre, Farra, Faelli, Giacomo Ferri, Fradeletto, Loria, Pais, Ruffini, Sanarelli, Sforza, Taddei, Valenzani, Venzi, Volterra.

Si sono astenuti Grassi, Martinez, Martino, Molmenti, Mortara, Pozzo.