NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

sabato 29 agosto 2015

Monarchia! Perché…

 di Waldimaro Fiorentino

   
Le ragioni della Monarchia esposte in un libro di Waldimaro Fiorentino, che giudica questa Istituzione superiore alla repubblica per una serie di ragioni; innanzitutto perché è la più naturale, in quanto rappresentala proiezione della famiglia al vertice dello Stato, ma anche perché solo le Monarchie sono saggiamente rivoluzionarie, costituiscono un potere neutrale che garantiscono l’imparzialità della funzione, realizzano la continuità dello Stato, nascono autoritarie, ma evolvono verso forme sempre più liberali e democratiche, realizzano una naturale successione generazionale, realizzano un implicito concetto della programmazione, mentre la repubblica è costretta a fronteggiare l’emergenza che la sua stessa natura determina; ed anche perché la Monarchia è stata la prima istituzione ad elevare le donne al vertice dello Stato.
    

Tanti gli esempi portati a sostegno della tesi enunciata: la capacità che l’Istituzione dimostra di sapersi difendere dalle successioni non utili, esempi virtuosi nelle Monarchie ed i tanti casi di degrado nelle repubbliche, soprattutto in quella italiana; circostanze che inducono a concludere che «le repubbliche sono il sottobosco politico» e le infinite distorsioni della repubblica che arricchiscono partiti e singoli politici e che  vengono eufemisticamente definite «costo della democrazia».


100 pagine; 20 fotografie; 20 euro



sabato 22 agosto 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - XIII

De Nicola
La verità si fa strada

La severità crudele, nell'accusare il Re senza riserva negandogli qualsiasi attenuante, ci fa rammentare la sua condotta quando era ministro della pubblica istruzione nel ministero Giolitti nel 1921. Siamo nel maggio di quell’anno, in pieno fervore elettorale e la Voce repubblicana si lamenta dell'abbandono nel quale è lasciato il Mezzogiorno: «...non mai l'inganno fu crudele e la frode cinica come questa volta che tanti uomini del mezzogiorno sono al potere anche, ahimé, Benedetto Croce», e conclude: «Tutti i ministri hanno parlato, meno lui». Il giornale poi, nel lamentare lo scatenarsi della violenza e della corruzione di cui fa risalire la paternità al Governo si duole che «il ministro Benedetto Croce che altra volta, da semplice candidato al Consiglio comunale di Napoli discese in piazza e parlò al popolo in un comizio, questa volta ha taciuto. Benedetto Croce non ha avuto nulla da dire agli italiani. Il filosofo dell'idealismo non ha saputo, dal banco del governo, essere buon soldato di alcuna milizia ideale. E termina  chiamandolo complice del governo per le violenze fasciste. In una seduta alla Camera (21 giugno 1921, l'on. Arturo Labriola insorge contro il contegno dei fascisti e si dimette da ministro ma il Presidente Giolitti lo redarguisce seduta stante. Il Labriola apparve allora come colui che gettava il portafoglio contro le violenze fasciste: gli amici dell'on. Giolitti danno alla severità di questi il significato di difesa della neutralità del governo di fronte a due contendenti, ma una parte della stampa accusa il ministero di filofascismo. Perché Croce non      seguì, per solidarietà,  il Labriola?

Ancora: nel 1929 Croce parlò in  Senato contro la
Conciliazione, gesto che ebbe - dice lui - il consenso di tutti gli italiani. Perché dunque non parlò contro la guerra nel 1940, dal momento che’egli afferma che gli italiani non la volevano ed erano con lui?

Ma tanta audacia comportava non pochi  pericoli che il nostro filosofo preferì sempre addossare  all'iniziativa ed alla      responsabilità del  Sovrano. Più tardi a Sorrento biasimerà la partenza del Re da    Pescara che chiama una fuga, ma nello stesso tempo afferma che egli  davanti al pericolo che correva di essere preso dai tedeschi affacciatogli da alcuni amici decise di essersi «determinato ad andare con loro a Capri». (Quando l’Italia ecc. pag. 8). Ed aggiunge che anche l'Omodeo partirà poi a raggiungere la famiglia a Positano». Il linguaggio di Croce diventa quasi un rebus la partenza del Re da Pescara per recarsi in territorio italiano non occupato da nessuno dei contendenti, inglesi o tedeschi, si chiama fuga; quella sua da Sorrento si chiama andare a Capri; quella di Omodeo diventa «partire, a raggiungere la famiglia a Positano». Non si riesce, a comprendere come l'avvicinarsi dei tedeschi dovesse dare a Croce e ad Omodeo (la cui cattura non avrebbe significato proprio nulla) il diritto di partire, e non lo doveva concedere al Re. Eppure il Re con la sua partenza da Pescara (partenza e non fuga) portò con sé la continuità dello Stato, mentre Croce e Omodeo non portavano che la preoccupazione della loro incolumità personale.

Bisogna richiamarsi alla situazione creata in quei giorni dalla insipienza degli Alleati: l'annuncio dell'armistizio divulgato per radio con quattro giorni in anticipo sulla data stabilita! E cioè prima che il Governo italiano avesse la benché minima possibilità materiale di prendere i primi indispensabili provvedimenti e diramare le più pressanti disposizioni. Urgeva quindi che il Re non cadesse in mano dei tedeschi. Del resto Stalin non abbandonò precipitosamente Mosca all'appressarsi delle armate tedesche? E Lebrun non abbandonò Parigi come l'aveva abbandonata Poincarrè nel 1914? E la Regina Guglielmina d'Olanda non fa portata in volo in America? Non si era, la famiglia reale inglese col suo governo completo, preparata a trasferirsi in Canadà nel caso previsto di invasione dell'Inghilterra? Non avevano lasciato la capitale e il territorio nazionale il presidente della Repubblica polacca, il Re di Norvegia, il Re di Jugoslavia e quello di Grecia? Non era fuggito Pio IX allo appressarsi di Garibaldi nel 1848? E quella dello stesso Garibaldi l'anno successivo quando abbandonò Roma sotto la pressione delle truppe francesi? Azione necessaria, memoranda, gloriosa, drammatica, sublime ma fuga. Se Garibaldi portava con sé la sua indomita aspirazione unitaria Vittorio Emanuele III portava con sé l'autentica Unità Nazionale. Anche Bakunin il barricadiero anarchico di professione, fallita nel ridicolo la marcia   su Bologna nel 1874, fuggiva in Svizzera, ma... travestito da prete.

Vittorio Emanuele III così parla di Pescara in un colloquio con Nino Bolla (Il segreto di due Re):
«Non fuga, né rifugio all'estero, ciò che sarebbe stato abbandonare la Patria. Se mi recai col Governo a Brindisi. cioè su una parte libera del suolo della Nazione, fu per creare in piena libertà un governo legittimo, ricostruire un esercito, come subito avvenne evitando che i soldati delle divisioni italiane rimate al sud fossero considerati prigionieri di guerra.
La cobelligeranza, ottenuta dal mio Governo. salvò parecchie cose, compresi gli interessi personali di molti antimonarchici, specie dell'ultima ora, che con il loro carico d'odio non sarebbero rientrati in quel periodo in Italia senza la cobelligeranza». Gli stessi che biasimano il Re per la partenza da Pescara, sono gli stessi che accusano il Re del Belgio di non essere fuggito, di essere rimasto al suo posto facendosi catturare dai tedeschi. E così se Vittorio Emanuele fosse rimasto a Roma i suoi denigratori lo accuserebbero ora di connivenza col tedesco invasore, rimproverandogli di non essere fuggito.
Dolmann nelle sue Memorie riferisce che Kesselring giustificava la condotta del Re in forza della «ragion di Stato» e che a torto od a ragione Vittorio Emauuele si era comportato da Sovrano. Il Dolmann conforta questa tesi con quanto ebbe a riferirgli lo stesso Hitler: «Nessuna delle conseguenze dell'armistizio sarebbero state tanto fatali se io fossi riuscito ad impadronirmi del Re e del Principe. Chi poteva dichiararmi la guerra e chi avrebbe diviso così fortemente l'Italia dando in tal modo un forte appoggio agli Alleati... Tutto si sarebbe potuto rimediare se i reali fossero rimasti a Roma ».

Ma chi è senza peccato scagli la prima pietra: non sono fuggiti i nostri valorosi campioni della Repubblica? Anche Nenni è fuggito, anche Pacciardi, Di Vittorio e Longo e Secchia; anche Einaudi che dopo l'8 settembre si rifugia in Svizzera per sottrarsi alla cattura dei tedeschi. Si leggono in certi libercoli apologetici dei nostri parlamentari o fondatori, episodi di fuga, sia per sottrarsi alla severità di qualche manganellata fascista che all'arresto da parte delle S.S. tedesche. Queste, fughe ci sono descritte come veri atti di sublime eroismo. Se eroismo fu per questi fuggiaschi, alcuni dei quali passarono il confine di notte, travestiti con falsi passaporti come tanti contrabbandieri o ladri di polli, non portando con sé altro che la loro paura, perché eroismo non deve essere 1’atto di un Sovrano che porta con sé lo Stato operante? La cattura del Re poteva significare la impossibilità di una rinascita, mentre con la cattura di Nenni o di Togliatti, di Pacciardi o di Einaudi, l'Italia non avrebbe fatto né un passo avanti né un passo indietro.

Lo stesso Aventino è stato una fuga, la più clamorosa delle fughe che la nostra storia politica ricordi.
Quando Giolitti rimproverò l’atteggiamento secessionista agli on. Treves e Modigliani, costoro risposero: «Ma alla Camera c'è da rimetterei la pelle». E Giolitti di rimando: «Quand'è così, se avete paura, non fate i deputati». E che dire di coloro i quali, se pure non sono fuggiti passando il confine o nascondendosi nei conventi, sono fuggiti, durante il ventennio, sottraendosi alla lotta, come fecero Orlando e Croce, De Nicola e De Gasperi? Scrive il Labriola (Confessioni, ecc.): «I grandi capi del liberalismo tradizionale italiano Salandra, Orlando, Giolitti e Fera ci misero un po' di tempo a capire che cosa fosse questo fascismo. Il Croce, poi, loro «filosofo» e storico, continuava a scrivere che l'«idea» fascista, lui non la vedeva, e perciò non poteva nemmeno esaminarla. “Va dall’oculista!”, veniva la voglia di dirgli! Poi capirono un po' tutti, e risolsero il problema, tirandosi sotto le tende ».

La condotta di Re Vittorio Emanuele III è invece paragonabile soltanto con quella del primo Re Vittorio Amedeo II, condotta che è una delle più belle pagine di Casa Savoia. Assediato nel 1706 con le sue truppe a Torino, radunati i maggiorenti della città esponeva loro il progetto di evadere, alla ricerca di soccorsi. Fu così che, congiuntosi con le truppe del cugino principe Eugenio al passaggio del Tanaro presso Asti, recavasi a Superga a celebrare la promessa di un Tempio Votivo   alla Madonna  delle Grazie e muovendo poi alla volta di Torino che liberava dall'assedio dei francesi. Lo Stato piemontese era salvo e ricostruito e Casa Savoia incoronata di Vittoria.
Quali motivi indussero il Croce, lo storico, il filosofo Croce, a rivoltarsi con tanto accanimento contro il Re degli italiani quando già aveva avuto da Badoglio ogni chiarimento? E' risaputo che nel primo incontro a Ravello egli rimase tutto Commosso per l'abbraccio affettuoso e per le cordiali accoglienze del vecchio Sovrano. Ma una settimana dopo diventa improvvisamente, suo acerrimo nemico. Perché? Perchè il Re in un successivo incontro non ha accettato la richiesta di sciogliere, così, d’urgenza, l'Accademia d'Italia, contro la quale egli nutriva rancori personali. Ma l'avversione sembra si sia in seguito aggravata ancora perché il Sovrano gli avrebbe ricordato le crociane accondiscendenze dirette e indirette alla politica mussoliniana durante la formazione della dittatura ed il voto favorevole dopo il delitto Matteotti. Ci siamo dilungati nei rilievi agli atteggiamenti di Benedetto Croce per tre motivi essenziali: 1) Egli è stato il più autorevole sostenitore dei Comitati di Liberazione Nazionale, che portarono il Paese all'umiliazione ed alla servitù allo straniero alla disunione interna, allo sfacelo morale. 2) Egli è stato ed è attualmente l'esponente massimo del Partito Liberale (del partito e non del liberalismo) il quale fu il balio del fascismo con Albertini (Corriere della Sera) padre putativo. 3) Fu il più accanito, ingiusto ed ingeneroso accusatore di Vittorio Emanuele III sul quale gettò colpe e responsabilità che erano invece sue e dei suoi compari e non del Sovrano.

E con gli atteggiamenti del Croce abbiamo posto in evidenza gli atteggiamenti ondulatori ed altrettanto ingenerosi di De Nicola e di Orlando che furono fra i più compiacenti sostenitori di Mussolini, mentre nel momento della catastrofe rinnegando la loro opera seguirono il Croce nel colpire il Sovrano alle spalle. «De Nicola si è dichiarato pienamente d'accordo con noi sui punti che il re e il principe di Piemonte debbono, in un modo o in un altro, ritirarsi ».

Magnifico esemplare di opportunismo politico il De Nicola. Presidente della Camera il 16 novembre 1922 durante il famoso discorso del «bivacco di manipoli» non sente il dovere di intervenire malgrado l'interruzione di Modigliani, Viva il Parlamento! Candidato alle elezioni del 1924 di parte fascista quale rappresentante di Mussolini per il Mezzogiorno si ritira dalla lotta, non è votato dagli elettori ma per la stranezza della legge elettorale è deputato lo stesso. Non giura ma non sente nemmeno il dovere di dimettersi. Incontrato l'on. Mussolini prima delle elezioni e consegnatogli il dattiloscritto del discorso che doveva pronunciare a Napoli, tollera correzioni ed aggiunte. Nominato senatore dal Re su proposta del Duce nel 1929, nelle categorie ex deputati e Presidenti della Camera, giustifica, a chi lo rimprovera, l'accettazione del laticlavio asserendo di considerarsi un funzionario dello Stato. Caduto il fascismo si agita per indurre il Re all'abdicazione e, scoprendosi improvvisamente vittima del fascismo, con Croce, Orlando e Sforza investe Re Vittorio Emanuele come unico responsabile del passato regime ed in concorrenza con essi pone la sua candidatura a presidente della Repubblica che si prevede debba essere comunista.
Che dire della condotta di Orlando? Presidente della Vittoria, va bene, nessuno lo nega, ma anche fiacco e debole difensore dell'Italia a Versailles, pessimo manovratore fra il 25 luglio e l'8 settembre, non si seppe mai bene se monarchico o repubblicano o se tutti e due. Nella Storia segreta di un mese di Regno ( Roma, Sestante, 1947) si legge a pag. 117. « Col Re Orlando fa professione di lealtà insiste sul rispetto della legge, nella lettera, e nello spirito. Ma a Palazzo lo trattano con una certa freddezza; dicono che il nobile vegliardo si è affrettato ad andare a compiacersi con Romita per i risultati del referendum; credono di sapere che il Re abbia detto di lui: « Orlando... viene qui, mi fa delle dichiarazioni di fedeltà, ma esse restano chiuse fra queste quattro pareti». La sera del 1 giugno antecedente il referendum, così si sussurrava a Palazzo Quirinale, l'Orlando (che, sia detto fra parentesi, era il legale degli interessi della Corona) fu a cena dalla Regina Maria Josè: nel congedarsi non Le fece nemmeno gli auguri.

Orlando commemorò tre anni fa all'Argentina il «4 novembre» ed esaltò i soldati di Vittorio Veneto dimenticando di glorificare con loro i condottieri che li avevano portati alla Vittoria. Egli non ricordò nemmeno Peschiera che di Vittorio Veneto è stata la premessa, per non nominare il Re che a quel convegno ebbe visioni di vera grandezza. Imposizione? Certo.
Ma a questa non doveva prestarsi Orlando il quale, Capo del governo del tempo, ancora oggi beneficia del successo. Se Orlando, con obblighi così alti verso la Monarchia ora che essa è caduta si è adattato a mutilare la storia, come la prospetteranno i repubblicani e la insegneranno ai giovani?




venerdì 14 agosto 2015

Ad Albenga in scena le "Donne nella I Guerra Mondiale"



Venerdì 14 agosto ore 21,15 al Chiostro "Ester Siccardi"di Albenga, in viale Martiri della Libertà 1, il Vicepresidente del Consiglio Regionale del Piemonte dottor Nino Boeti e lo storico professor  Pier Franco Quaglieni presenteranno il libro di Bruna Bertolo "Donne nella I Guerra Mondiale", ed Susalibri.Sarà presente l'autrice.
Introdurrà il prof. Gianni Ballabio.

"Il libro - afferma l'autrice Bruna Bertolo - racconta la storia delle donne che vissero una guerra terribile. Le donne sostituirono gli uomini in fabbrica e in campagna, le crocerossine curarono i feriti e li consolarono. Altre donne con le gerle cariche di munizioni  e di viveri salirono i pendii delle montagne. Si parla anche  del lavoro delle giornaliste, delle femmes de plaisir, delle eroine e della partecipazione delle donne di Casa Savoia, a partire dalla Regina Elena che trasformò il Quirinale in ospedale".
Verrà la presentato al pubblico un volantino originale del volo su Vienna di Gabriele d'Annunzio proprietà  dell'Archivio storico del Centro "Pannunzio".
Aggiunge Pier Franco Quaglieni :" E' un libro storico leggibile da tutti. Particolare importanza  hanno le immagini fotografiche .E' un libro completo,esauriente,obiettivo".

giovedì 13 agosto 2015

La misura della democrazia in Italia....

Alle idiozie siamo tristemente abituati tuttavia c'è sempre qualcuno che riesce ad emergere rispetto a livelli standard già elevatissimi.

Eccone un preclaro esempio!



Scaramelli (Partito Democratico): «Un errore il sì alla manifestazione degli animalisti nel giorno del Palio. E' come autorizzare la manifestazione di monarchici nel giorno della Festa della Repubblica»


Scaramelli: «Un errore il sì alla manifestazione degli animalisti nel giorno del Palio. E' come autorizzare la manifestazione di monarchici nel giorno della Festa della Repubblica»
13-08-2015 PALIO SIENA | «Autorizzare la manifestazione contro il Palio di Siena il 16 agosto è come autorizzare la manifestazione di monarchici nel giorno della Festa della Repubblica, è un errore». A dirlo Stefano Scaramelli, Consigliere regionale di Siena, che definisce «un errore il sì alla manifestazione degli animalisti nel giorno del Palio». 

«Il Palio è - continua Scaramelli - cultura, identità, storia, coesione sociale, simbolo di Siena, della Toscana e dell'Italia, inesplicabile filo che lega il presente al passato tenendo sempre lo sguardo fisso sul futuro. Valori che anche la Regione Toscana riconosce e che, da ultimo, ha sancito votando all'unanimità la candidatura a diventare Patrimonio Mondiale dell'Unesco. Un atto che dimostra, una volta in più, l'importanza dei valori del Palio. In questi valori giace, forse unico esempio nel mondo, un'unione capace di nascere dal conflitto. A Siena il Palio non è solo carriera, è contrade, è festa, è passione, è calore, è gioia e dolore, è anima. La manifestazione andava vietata perché autorizzarla nel giorno del Palio significa rinnegare questi valori e dare corpo ai radicalismi». 

«Il diritto a manifestare è inviolabile, ma attenzione agli approcci strumentali che fanno fuori la coesione sociale. Sì alle manifestazioni e ai manifestanti, ma chi vuole manifestare lo faccia nei 363 giorni dell'anno, esclusi il 2 luglio e il 16 agosto - conclude Scaramelli -. Non solo è ingiusto e non corretto, è illegittimo, forse, anche contrario ai principi costituzionali. Siena è il Palio e il Palio è tutto per Siena. Serve il coraggio di revocare l'autorizzazione».


La Grande Guerra. Conferenza di Ugo D'Andrea. Seconda parte

Ugo D'Andrea, senatore del PLI
Nel 1914, in presenza della  prima guerra mondiale, prese corpo in Italia un nazionalismo che non obbediva, rispetto all’irredentismo, ai motivi di Matteo Renato Imbriani o di Cavallotti. Era un nuovo irredentismo assai più realistico e più aderente ai fatti.

Ho notato che non si cita mai, nel ricordo della prima guerra mondiale, il nome di Rugero Fauro, che nei suoi «Scritti politici», pubblicati sull'«Idea Nazionale», si richiamava sempre alla necessità di riconquistare le province Irredente, non solo perché esse ci venivano per diritto naturale, ma perché andavano strappate all'usurpatore con la prova armata contro una nazione straniera che ci opprimeva da secoli e teneva ancora alcune regioni della Penisola in suo dominio.

Il 1911 fu l'annuncio della nuova epopea. Videro la luce in quell'anno libri significativi come «L'ora di Tripoli» di Enrico Corradini, «Tunisí e Tripoli» di Piero Castellini, «La terra promessa» di Giuseppe Piazza, mentre Giuseppe Bevione sulla Stampa di Torino pubblicava alcune corrispondenze, in favore della conquista, per ragioni di equilibrio nel Mediterraneo e nell'Adriatico. Questo fu il carattere più proprio del Nazionalismo: l'ansia di assicurare all'Italia le terre di oltremare, sulla sponda adriatica e su quella d'Africa.

Nascevano in tutta la Penisola, tra il 1908 e il 1910, movimenti e giornali di tendenza nazionalista e irredentista: il «Tricolore» a Torino, ove si era costituito un gruppo di giovani attorno a Mario Viana, gruppo monarchico assai rigido nell'affermazione del Principato e non indulgente verso una Monarchia socialista e pacifista. Videro anche la luce «L'Italia all'estero» a Roma, «L'Italia nostra» a Torino, «La Rassegna contemporanea», la «Preparazione» del colonnello Barone (professore di economia politica); il «Carroccio» con più sensibile impronta nazionalista, sempre a Roma; «La grande Italia» a Milano; «La Nave » a Napoli, in concomitanza con il dramma del grande poeta pescarese e col motto «Arma la prora e salpa verso il mondo».
Si pubblicava a Genova «L'Italia viva»; a Venezia «Il mare nostro»; a Firenze « La prora ».
Contemporaneamente usciva «La lupa» di Paolo Orano, che voleva conciliare nazionalismo e sindacalismo, ed esplodeva il futurismo con la rivista «Poesia» di F. T. Marinetti e il suo storico manifesto. Nato come movimento italo-francese per il rinnovamento della poesia e dell'arte, il futurismo confluì nel nazionalismo e proclamò la guerra «sola igiene del mondo». Un poema del milanese Paolo Buzzi dal titolo «Aeroplani» era dedicato «a Trieste che riconquisteremo». Il passo dal futurismo verso il patriottismo e l'irredentismo era stato breve e assai rapido.

Tutti i movimenti che confluivano nel nuovo pensiero della Nazione, come protagonista della storia imminente, si riunirono a congresso nel dicembre 1910 a Firenze per tentate di definire una dottrina e costituire un movimento politico.

Vi erano uomini delle più diverse provenienze: venuti dal giornalismo, dalla letteratura, dall'insegnamento, dal sindacalismo: così Giovanni Bertacchi, Francesco Pastonchi e Arturo Colautti poeti; Giuseppe Piazza, Guelfo Civinini, Maurizio Maraviglia, Diego Angeli, Goffredo Bellonci, Ezio Maria Gray, Luigi Valli, Filippo Carli, Roberto Forges-Davanzati, Gualtiero Castellini, Paolo Arcari, Alessandro Dudan, Alberto Caroncini scrittori. Senza dire dell'adesione dei grandi come Pascoli, D'Annunzio, Alfredo Oriani, e dell'attiva partecipazione dei maggiori, come Corradini, Federzoni e tutta la pleiade degli scrittori dell'« Idea Nazionale » e, più tardi, di « Politica » diretta da Alfredo Rocco e Francesco Coppola, i quali furono tra gli uomini di maggiore ingegno e più compiuta disciplina ideale del tempo loro.

La guerra di Libia veniva decisa da Giolitti nella nuova temperie politica che i piccoli giornali, di cui abbiamo dato notizia e pullulanti in tutta la Penisola, documentavano. Tra essi non abbiamo ancora ricordato la «Terza Italia» di Roma, la «Giovane Italia» di Ancona, il «Cacciatore delle Alpi» di Varese. E ancora la «Ragione» e la «Fede nuova» che rispecchiavano gli ideali e i Principì della «Trento e Trieste » e invitavano i giovani ad andare, oltre, le coste dell'Adriatico, quelle dell'Albania e della Dalmazia.

Alcune centinaia di giovani obbedivano infine al richiamo di Garibaldi e si riunivano in camicia rossa a Grottammare: che doveva essere la nuova Quarto.

Uno di essi, Emilio Ricci di Torremaggiore, dedicava dei versi a Ricciotti Garibaldi:

« Sognammo, amici! In rigidi
volumi d'oblio sparsi,
di bellicose immagini
l'alma poté saziarsi,
innanzi ai nuovi palpiti
ogni altro amor languia! ».


Con questo animo il giovane Ricci si immolava nella grande prova della guerra mondiale, ormai prossima.

In data 28 luglio, Di San Giuliano, ministro assai stimato dal Re Vittorio Emanuele III, presentava un memoriale compilato nel riposo di Fiuggi, dove sosteneva la necessità di prepararsi all'azione bellica, sia che si volesse attuare la conquista, sia per convincere la Turchia a cedere.

Le difficoltà però venivano crescendo in campo internazionale. Si era raggiunto un accordo, dopo l'apparizione del cacciatorpediniere tedesco Panther ad Agadir, tra Francesi e Tedeschi per il Marocco. Con esso si diede soddisfazione alla Francia che, dal 1902 ci diceva che potevamo andare in Libia. Il governo di Parigi si aspettava da noi in cambio l'appoggio, che gli fu dato alla Conferenza di Algeciras, nella soluzione della questione del Marocco. Ma, una volta ottenuto il Marocco dalla Germania, la Francia non si attendeva più nulla da noi e cominciava a credere che anche la Libia potesse essere francese in presenza di un'Italia che non si decideva da due lustri a riempire quel vuoto. Il governo di Londra e quello di Pietroburgo si mostravano infedeli agli accordi con Roma.

Il 15 settembre 1911 Di San Giuliano, rivolgendosi ai suoi collaboratori della Consulta, disse: - «Notate il giorno e l'ora: in questo momento decidiamo, in seguito all'accordo fra Francesi e Tedeschi per il Marocco, la guerra di Libia! » - E, lo disse a dei collaboratori, a dei funzionari che si chiamavano Di Scalea, Della Torretta, Bordonaro e condividevano con entusiasmo le direttive politiche del Ministro.
Contemporaneamente il 20 settembre, a Roma, si svolgeva il Congresso della « Trento e Trieste », e si scioglieva, fra l'entusiasmo spontaneo dei convenuti, al grido di «A Tripoli, a Tripoli ».

Il 24 settembre 1911, il governo decideva la guerra, il 26 inviava l'ultimatum. Proprio quel giorno il maresciallo Conrad Capo di Stato Maggiore austriaco - consigliava al suo Governo, di opporsi all'azione italiana. E, se Vienna non poteva opporsi immediatamente, Conrad proponeva di fare i conti subito dopo, appena l'esercito italiano fosse impegnato in Africa.

Il 29 settembre l'Italia si trovava di fronte alla grande realtà della guerra: prima prova della nostra generazione, che doveva affrontarne ben altre.
Si viveva in tutta Italia nell'atmosfera gioiosa del cinquantenario dell'Unità. A Palermo, fin dal 1910, si era inaugurato monumento alla Libertà per ricordare l'unione della Sicilia all'Italia. Nel 1911 tre esposizioni si tennero in Italia: una a Torino delle industrie, una a Firenze per il ritratto, una a Roma per le Belle Arti; nel 1910, a Torino, si celebrarono i cento anni della nascita di Cavour. A Roma il 28 marzo si inaugurava, con l’esposizione, il monumento al Padre della Patria a Vittorio Emanuele II.

Fra parentesi: questo monumento pare oggi pesare sullo stomaco di molta gente. Si dice che è troppo bianco e che bisogna liberare l'Aracoeli, restituendo alla piazza le sue antiche dimensioni. A noi il monumento piace, e lo difenderemo come retaggio della generazione che ha conquistato Roma all'Italia.

Prevediamo che fra qualche anno si scopra (cosa possibile perché non si vede l'ombra di una manutenzione, né ordinaria né straordinaria del monumento) che esso «minaccia di crollare e costituisce un pericolo per la pubblica incolumità». Qualcuno potrebbe decidere allora di demolirlo per ricostruirlo altrove.

Penso che quando le generazioni dei combattenti del '15-'18 saranno prossime a spegnersi o spente addirittura (fisicamente, intendo, ma speriamo di sopravvivere nei giovani!)  penso che qualcosa di simile potrebbe avvenire in Roma ad opera di Governi cattolici memori del 1870 o di ministri socialisti che hanno sempre avversato la Monarchia. Ma questo appartiene all'avvenire. Per ora ricordiamo che il 28 marzo 1911 era presente a Piazza Venezia il Re. Egli disse, in quei giorni, ai sindaci di tutta Italia: «In questo Convegno nazionale, irresistibile e fervido esce dai nostri petti il giuramento di render l'Italia più libera, più felice, più rispettata nel mondo ».

Era un accenno molto esplicito agli avvenimenti che si sarebbero verificati. Intanto D'Annunziò, il grande cantore delle Laudi, abbandonava le antiche ispirazioni sensuali e visive (che avevano arricchito la letteratura italiana del Canto novo, del Piacere, della Nave e di innumeri altre opere): il poeta che avrebbe voluto sostituire le Canzoni d'Oltremare con dieci navi forgiate in acciaio, brandiva con le sue mani la fiaccola della poesia civile commessagli dal Carducci. Le Canzoni furono pubblicate sul « Corriere della Sera » dall'8 ottobre al 7 dicembre 1911.

Di San Giuliano temendo che la guerra alla Turchia avesse gravi conseguenze nei Balcani e portasse alla rottura di tutto l'equilibrio europeo, scriveva allora: - «Vivo l'incubo di una conflagrazione europea come la Terra non ne ha mai vedute di uguali ».

Quindi la guerra già si avvertiva alla guisa dei movimenti tellurici, dei cicloni, dei grandi cataclismi terrestri. Soltanto uomini eccelsi hanno il potere presagire il futuro. L'Italia, con le sue forze più giovani, si lanciava incontro all'avvenire per rivivere una età di grandezza quali aveva avute solo in tempi assai lontani.

Nel I volume dell'opera di Churchill, dedicata alla «Crisi mondiale» (opera che ha maggior valore dell'altra, più vasta sulla seconda guerra) ho letto che il 24 luglio 1914 il Gabinetto inglese era riunito a discutere l'eterno problema irlandese, il quale si trascinava da oltre un secolo.
Si discuteva ormai soltanto della estensione di due Parrocchie, la parrocchia di Felmenet e quella di Tyrou: dal loro tracciato sembrava ormai dipendere la pace fra Inglesi e Irlandesi, e quindi la responsabilità di una ripresa della guerra civile. La riunione stava per essere chiusa, in quel tardo pomeriggio, per la stanchezza di tutti i convenuti, quando arrivò un dispaccio che fu consegnato a Sir Edward Grev, Ministro degli Esteri. Questi, con flemma britannica, ma con voce grave, lo lesse al Consiglio dei Ministri. Era il documento dell’ultimatum dell'Austria alla Serbia: era l'annuncio della guerra mondiale.

In Italia il Governo di Antonio Salandra succeduto il 28 marzo del '14 al Governo Giolitti era cominciato male, con un episodio di guerra civile, spettacolo spesso ricorrente in Italia: la settimana rossa, capeggiata da uomini che poi si schierarono per l'intervento italiano a fianco della democrazia. Si erano costituite delle repubblichette comunali, si erano piantati con secoli di ritardo, gli alberi della libertà…
Sento dire spesso da molti amici: « In Italia non ci sono pericoli, non succede mai niente». E’ sono  in grave errore. L’Italia è il paese europeo più dedito alla guerra civile come è il più restio ad accettare i grandi conflitti esterni per le fortune ed il prestigio della Nazione. Queste sono verità e non mi accusate di abbandonarmi al pessimismo. Nella storia delle “Rivoluzioni d’Italia” di Giuseppe Ferrari ( che fu recensita più di un secolo fa da Ernesto Renan troviamo una dolorosa statistica: In circa un millennio ci son state nella nostra penisola 7200 rivoluzioni con settecento massacri per effetto della guerra civile”.
E’ questo forse il motivo per cui noi sentiamo più le contese intestine che i conflitti fra Potenze. Il 1Maggio del 1914 vi furono gravi lotte tra Italiani e Sloveni a Trieste e  apparve chiaro che la  polizia austriaca difendeva gli Sloveni contro gli Italiani in quella città interamente italiana.

La nostra situazione era paradossale.   Avevamo due alleati, Austria e Germania ma un unico nemico contro il quale eravamo destinati a combattere: l’alleato Austriaco.
Giuseppe Garibaldi scrisse fin dal 1877 a un suo fedele:  «Prepariamo l'Italia,   alla guerra inevitabile che essa dovrà sostenere contro l'Austria, nella quale si tratterà di essere o non essere per molti secoli». Questo era il pensiero di Garibaldi; con tutto ciò la Triplice ha potuto durare dal 1882 al 1914 come un sistema di difesa dalla grossa pressione dei Francesi e Inglesi nel Mediterraneo.

L'alleanza di Roma con gli Imperi Centrali non era che una controassicurazione.

Ma nello stesso tempo l'Italia sempre fertile di espedienti diplomatici, nel 1887 fece un patto con Francesi, Inglesi e Spagnoli per la sicurezza nel Mediterraneo, così come nel 1909 il Re Vittorio Emanuele III firmò una convenzione, in cinque punti, con lo zar Nicola II. La famosa Triplice restò per noi soltanto uno schermo difensivo, mentre pensavamo a garantirci contro le aspirazioni delle potenze marittime scese in Tunisia e in Egitto. La costante marittima è fondamentale per noi. L'Italia ha una sola possibilità di alleanza: quella con le potenze marittime, perché abbiamo 8.000 km. di coste da difendere.

Noi nel 1855 vincemmo, insieme con i Francesi e gli Inglesi, la guerra di Crimea perché eravamo alleati con le potenze marittime; nel 1915-18 abbiamo vinto, modificando il sistema delle alleanze, perché ci schierammo con le potenze marittime. Abbiamo perduto la guerra 1940-45 perché abbiamo creduto di poter rovesciare con un colpo di forza il predominio delle potenze marittime.
Il 24 luglio del 1914 si trovavano a Fiuggi, nel salotto del marchese Di San Giuliano, Salandra e l'Ambasciatore tedesco Von Flotow. Dalla Consulta un funzionario avvertì che era arrivato il testo dell'ultimatum di Vienna alla Serbia. Quel funzionario dettava l'ultimatum al telefono; mentre un Segretario, nel salotto di Di San Giuliano trascriveva e rileggeva, frase per frase, ai presenti. Tale lettura - scrive Salandra nel suo libro sulla «Neutralità» - scolorocci in viso. L'Ambasciatore tedesco esclamò: «Vraíment c'est un peu fort!».

La guerra apparve a tutti inevitabile.

Salandra ha lasciato due volumi (purtroppo non ha fatto altrettanto Sonnino) sulla neutralità e sull'intervento. Egli descrive con molta esattezza gli obblighi che noi avevamo e quelli che non avevano soprattutto in base all'articolo 7 del Trattato della Triplice.
Ma immediatamente, già nel momento in cui si prospettava il conflitto, la sua opinione era ferma su quello che si sarebbe potuto e dovuto fare.
Egli enuncia le molteplici ragioni della neutralità e poi dell'intervento a fianco dell'Intesa.

Il sentimento pubblico italiano sarebbe stato, in ogni caso, più che mai avverso ad una solidarietà con l'Austria che ci spingesse a partecipare con il sangue dei nostri soldati ad una guerra indetta da Vienna nel proprio esclusivo interesse, come stava avvenendo. Salandra ricorda i motivi che imponevano all'Italia di seguire una certa via: e non erano soltanto motivi sentimentali o storici quali l'irredentismo e la tradizione del Risorgimento.

Il sentimento pubblico tendeva ad una calma valutazione dei nostri vitali interessi. La sopraffazione della Serbia, con o senza diminuzione territoriale, il ridurla - come si voleva al vassallaggio. significava la definitiva egemonia dell'Austria e per essa la trionfale invasione del germanesimo nella penisola balcanica. Perduta per noi ogni possibilità di espansione, perduto commercialmente e militarmente l'Adriatico. In Germania, è vero, prevaleva nelle alte sfere della politica e della cultura il presentimento del tramonto e dell'inevitablie sfacelo della duplice Monarchia, condannata ormai come un organismo statale ibrido e decadente; ma i Tedeschi intendevano assicurarsene direttamente o indirettamente il retaggio, attraverso costellazioni di minori Stati asserviti all'Impero dominante e zone territoriali destinate alla più o meno totale assimilazione da parte della razza superiore.

domenica 9 agosto 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - XII

Croce si difende calunniando il Re

Croce. Una caricatura
Ma dove egli rivela tutta la preoccupazione di salvare se stesso ed il Partito Liberale dalla complicità nel potenziamento del fascismo lo troviamo nel volume Quando l'Italia era divisa in due (Laterza, Bari) che qualcuno ha definito un libello. Vorrebbe dare ad intendere, con qualche timida affermazione, ch'egli agisca nell'interesse della Patria, ma le 156 pagine del diario sono dominate soprattutto dal rancore verso il Re e da una specie di noncuranza e disistima verso il Principe Umberto. Questo suo stato di animo aleggia in ogni periodo e si capisce come egli l'abbia trasfuso nei suoi interlocutori. Ma affrontando il problema dell'Italia divisa in due la parte al di qua, della linea gotica la divide ancora in due parti: i suoi seguaci o quanto meno quelli che avversano la Monarchia, ed i difensori di questa; anche qui rivelando animosità a dir vero assai piccine per un uomo della sua elevatura, quella ad esempio di scrivere Repubblica con la “R” maiuscola e monarchia con la “m” minuscola. 
Nella sua ossessione poi di farsi apparire come un campione dell'opposizione fascista, afferma di avere rotte le relazioni con Gentile per il solo fatto di essere questi passato al fascismo (31 maggio  1923) come se quell'adesione sia da datarsi dal giorno della tessera. Rompeva le relazioni col suo fraterno amico dopo averlo difeso per la legge fascistissima dello esame di Stato- ma non negava la fiducia a Mussolini. Vent'anni più tardi, a Brindisi, a Bari, a Salerno, solidarizzerà con fuorusciti patentati per atti continuati di anti italianità e con fascisti convertiti all'eroismo anti fascista dopo l'8 settembre. Dal Casati, già presidente della Corte di Cassazione, noto per la devozione illimitata al fascismo, ad Alba di Cespedes, fedelissima del Minculpop e della quale ne fa addirittura una eroina per il fatto che ha dormito 37 giorni in una stalla onde passare le linee tedesche... E così gli scrittori venuti ad adularlo dopo aver scritto per anni e anni libri sulla Germania di Hitler e articoli apologetici per il Regime, son diventati tutti quanti eroi.

Rimprovera al Principe Umberto la sua docilità verso Mussolini, ma quando, dopo l'incidente dell’intervista col Times l'Acquarone lo assicura di una promessa maggiore docilità, Croce ne è tutto compiaciuto.
Eppure nulla vi è stato di anti costituzionale nell’atto di Umberto, ma soltanto la manifestazione di un diritto, di un suo sacrosanto dovere: nell'intervista Egli difende il Padre dalle responsabilità dello scatenamento della guerra, e cioè che era   ingiusto addossare queste responsabilità alla Monarchia, la quale fu la prima ad essere ingannata poiché si sarebbe trovata, in caso di sconfitta, a pagare più di tutti un errore non suo. Sforza attaccò in Consiglio dei ministri Umberto attribuendogli una frase che invece non era contenuta nell'intervista. Il giornale infatti smentì le affermazioni dello Sforza, definendo sleale la condotta del Governo verso Umberto ed in un bollettino degli Alleati questi denunciavano la malafede dei ministri italiani. Ma il Governo impedì che la smentita venisse pubblicata dai giornali. Il diritto alla difesa della Monarchia qualunque delitto le fosse impunemente attribuito era assolutamente vietato dai farisei dei Comitati di Liberazione.

Rimprovera certi atteggiamenti risoluti di Re Vittorio Emanuele, mentre poi stigmatizza «la debolezza del re presente». Elogia il concetto di libertà e di liberalismo di Omodeo del quale ha molta stima per « l'ingegno e la serietà morale» e questo dopo la famosa ingiuria che costui pronunciò al Congresso di Brindisi: «A re Vittorio Emanuele non rimane altro da fare che tirarsi un colpo di rivoltella nella testa ».

E chi era Omodeo? Lo dicono gli studenti di Napoli i quali in una lettera aperta denunciano il loro professore rinfacciandogli il suo passato di cortigiano anti-liberale sfruttatore del regime: l'Omodeo era stato, il 14 luglio del 1922, imperante la sua democrazia, bocciato in un concorso per una cattedra di storia della Chiesa, da una commissione formata dai professori Buonaíuti, Pestalozza, Levi della Vida, Chiappelli, e Columba. In data 6 giugno 1923 il bocciato dott. Omodeo veniva nominato dal ministro Giovanni Gentile, professore di storia della Chiesa, senza alcun concorso, ma per chiara fama. Bocciato solennemente da un regime libero e da una libera commissione di persone dotte al di sopra di ogni sospetto conquista la cattedra che gli permette di insegnare nelle Università mediante un sopruso, un favoritismo fascista col quale il regime aveva annullato il liberale, il democratico sistema delle commissioni e, con decreto firmato da Vittorio Emanuele III, viene nominato professore del tanto odiato regime totalitario nell'Università di Napoli dove si fa eleggere Magnifico Rettore col consenso, con l'appoggio, col plauso
di Benito Mussolini dal quale riceve la tessera del partito nel 1941 (retrodatata al 1925) epoca in cui le iscrizioni portavano il riconoscimento implicito della guerra a fianco dell'Asse.

E' stata una delle più scandalose nomine del fascismo, nomina ch'egli conserva giurando fedeltà al Duce. mentre assurge a magna pars dell'I.S.P.I., noto istituto di studi fascisti dove non disdegna ritirare congrui emolumenti. La lettera degli studenti napoletani suscita un putiferio nelle schiere dei patrioti e Benedetto Croce interviene a prendere le sue difese al fine di sottrarlo dal provvedimento di una giusta epurazione. Il Croce difende l'Omodeo, ma non una parola in difesa di quei disgraziati professori avendo aderito al fascismo unicamente per necessità familiari, erano stati dall'Omodeo crudelmente epurati! Ma vi ha di più. Nel fare la revisione delle cattedre «per chiara fama» Croce ne calcola 37; erano invece 38, mancava quella di Omodeo, escluso dalla epurazione perché assunto - proprio lui - a giustiziere e perché arruolatosi contro i tedeschi, era occupato a Roma a tenere conferenze... Nominato a reggere il dicastero della Pubblica istruzione a Salerno nel governo del Re, l'Omodeo prende certi provvedimenti scatenando l'indignazione degli studenti con astensione- dalle lezioni e dimissioni di  Rettori delle scuole. Un vero pandemonio. Mai ministro dimostrò inettitudine.

Rammenta con giubilo il Croce un ordine, del giorno antifascista per il solo fatto « che comprende tra i fascisti il re». E più oltre si domanda: «Perché mai questo sventurato non ha, almeno, abdicato, cedendo la corona al figlio che non è così direttamente responsabile e gravemente compromesso come lui?» E poi ancora : «Credo che questo giuoco, che dovrebbe, far passare sopra alla condotta deplorevole tenuta dal re nel corso del fascismo, non riuscirà e a ogni modo staremo vigili a sventarlo». Deciso a colpire il Re per discolpare se tesso, mette le mani avanti affermando che «non è nostra colpa se la monarchia dei Savoia ha perduto ogni prestigio». E parlando con Sprigge, giornalista straniero, si lamenta perché «l’nghilterra vuole che a capo dell'Italia resti il responsabile dell'avvento del fascismo [testuale] e che ora è il più pericoloso, il re ».

Non cessa di agitarsi per l'abdicazione e quando viene interpellato sulla eventuale collaborazione al ministero «messo su dal re», egli risponde «inculcando il rifiuto e la più rigorosa intransigenza». Questa avversione di Croce, Sforza, De Nicola, Omodeo ed altri, ed il rifiuto di collaborare al governo di Badoglio, ritardò la formazione del ministero, ritardo che derivava pure da altra difficoltà, creata da un curioso fenomeno, l'attendismo. Quegli ex fascisti o filofascisti erano diventati si, tutti antifascisti e repubblicani ma non al punto da assumere alte responsabilità. In quei giorni non si era ancora delineata la sconfitta tedesca in tutta la sua grandiosità ed i candidati, incerti dell'avvenire, attendevano la vittoria alleata per muovere con tutta sicurezza all'arrembaggio delle cariche. Intanto arrivava Togliatti (2 aprile 1944) che capovolgeva la situazione con la sua tesi collaborazionista la quale permise ai comunisti di andare al governo. Le conseguenze sono note. Di questo sono responsabili i sunnominati uomini politici in particolare e tutto quel gruppo di fuorusciti calati a Bari, Brindisi e Salerno sulle carrette delle salmerie dell’esercito straniero, quegli sciacalli antifascisti che in quel periodo rappresentarono l'anti-Italia.

Il Croce rilevò bensì l'inconveniente, del caso Togliatti ma tuttavia seguì l'inviato dal Cremlino nella distruzione dello Stato e nella decapitazione della nostra più gloriosa tradizione nazionale. L'ira è cieca, dice il proverbio: e nella sua cecità il nostro filosofo pur di abbattere il Sovrano si associa all'inviato dallo straniero, al campione incaricato da Stalin di instaurare il comunismo in Italia. E continua ad essere in stretti contatti - com'egli stesso confessa – con l’inglese Sprigge, quello di radio Londra, l'ispiratore delle diffamazioni contro di noi, in rapporto con quegli italiani appartenenti al Partito d'Azione i quali incitavano gli Alleati a bombardare le nostre navi e le nostre città, e questo tutto in odio al fascismo. 

Mentre gli Alleati sono Contrari all'abdicazione Croce si intesta per convincerli della necessità che il Re se ne vada. Egli tiene una conferenza a Napoli, conferenza nella quale non accontentò nessuno, né monarchici né repubblicani. Intanto è costretto ad ammettere, che i tentativi di formare gruppi di combattimento andarono falliti. Mancava la bella e pura fiamma incitatrice, mancava la bandiera dello scudo crociato che trascinò i fanti del Carso e del Trentino al grido inebbriante dì guerra: Savoia! Grave la confessione del Croce quando accenna ai soldati che «non si sentono di combattere per il re, dopo quanto io e lo Sforza avevamo dimostrato delle colpe e del carattere di lui»; egli confessa insomma di avere fatto opera di disfattismo contribuendo così con la propaganda ad annullare la volontà combattiva dei soldati. Da questo stato d'animo alla rivolta od alla diserzione non c'è che un brevissimo passo. Come, durante l’Aventino l'antifascismo combatteva Mussolini insultando il Re, ed indebolendo 1’autorità della Monarchia, così ora pretende combattere il nemico tedesco esaltando la vigliaccheria presso i nostri soldati.

Del resto questa confessione fa il paio con l'altra più grave ancora: quella di desiderare la sconfitta dell'Italia in odio al fascismo da lui scritta e ripetuta alla Costituente e fra gli applausi calorosi dei congressisti liberali (aprile del 1946) oramai convinti repubblicani in omaggio al filofascismo del partito spiegato negli anni dal 1920 al 1925.

Croce pone il Re di fronte al fascismo, lo investe delle responsabilità di averlo cresciuto, allevato, tollerato, ne fa un complice di Mussolini, lo accusa di non essersene liberato, ma non dice quando e come poteva liberarsene.
Croce, pone un problema storico e non solo non è capace di risolverlo, ma non accenna lontanamente ad una eventuale, approssimativa soluzione. Qui sta tutta la leggerezza di Croce. Egli non solo fa da pubblico accusatore senza alcuna  prova, ma lo fa con inusitato accanimento pur sapendo che l'accusato non aveva altra via da seguire. E se colpa vi  fu egli stesso, il Croce ne fu complice necessario, volontario e consapevole.
Per valutare l'opera di Benedetto Croce attraverso la sua azione politica e nell'ingiusto accanirsi contro Re Vittorio Emanuele - valga la famosa difesa che egli fece durante la prima grande guerra, di Guglielmo II. Tedescofilo fino all'inverosimile nel 1915-1818; anglofilo fino a desiderare la nostra sconfitta nel 1940-1945. Spirito di contraddizione, o cecità politica? Un poco di tutto. Nel numero II (anno 1919) di Rivista Politica diretta da Alfredo Rocco e F. Coppola, Benedetto Croce affidava un articolo in difesa di Guglielmo II e della Germania, nel quale prende di petto i «fossili della democrazia» che riproducono «due personaggi o tipi, che hanno potuto e possono ammirare nella odierna pubblicistica politica: il cercatore di responsabilità e il moralista politico». E questo a proposito delle accuse al Kaiser che scatenò la guerra accusa trasferita poi «dal singolo individuo alla classe sociale». Il Croce definisce questa «ricerca del responsabile degli avvenimenti storici» come un «vecchio errore ben noto, segnato nel catalogo dei metodi falsi e da evitare» metodo che se culminò nel settecento è oramai «rigettato e scansato con vigile cura dalla storiografia dell'Ottocento». Perciò, egli soggiunge, «ogni buon cittadino deve opporsi con ogni possa ai ricercatori di responsabilità storiche e ai moralisti della politica, inconsapevoli traditori dei popoli ai quali appartengono ». E questi inconsapevoli traditori nella cui categoria il Croce si è voluto consapevolmente inserire con le accuse al Re, li chiama ancora « codesta genia » verso la quale egli dice di provare « qualcosa di più e di diverso del semplice sentimento di riprovazione, di diffidenza e, di vigilanza », ma addirittura di essere « preso da "un sentimento di ripugnanza e di ribrezzo, come, innanzi a persona che sia affetta da morbo schifoso »; e questo sentimento di ripugnanza egli lo giustifica dal fatto che «questi ricercatori di responsabilità non sono altro che esseri sordi alla schietta morale» in quanto che col proseguire la ricerca dì una responsabilità immaginaria essi «si risparmiano di ricercare la propria e personale, che l'uomo probo prima di ogni altra ricerca». Fra i responsabili della guerra accusatori di Guglielmo II accenna soprattutto a coloro i quali - in Italia - votarono contro le spese militari, rendendosi così complici delle responsabilità dell'imperatore tedesco.

Croce dunque è eccezionalmente violento e severo nel deplorare coloro i quali hanno osato ricercare e condannare le responsabilità di Guglielmo II che scatenò il tremendo conflitto europeo, ed all'udire le « gesticolate declamazioni di codesti accusatori di responsabilità e moralistici politici», « sento – egli afferma - allontanarsi il freno del Galateo e rimormoro le parole che Francesco d'Assisi consigliò a frate
Leone di gettare sul viso al diavolo, che gli si presentava in forma di crocefisso: Apri la bocca, ecc; e rimastico i versi del nostro Carducci: O idealismo umano, affogati... » Nella cecità polemica il nostro filosofo inciampa persino in un errore di persona: non è a frate Leone che Francesco d'Assisi suggerisce le parole con le quali affrontare il diavolo ma bensì a frate Ruffino: «Apri la bocca, che ora ti voglio… e questo ti sia  il segnale, ch'egli è il Demonio e non Cristo: e dato che tu gli araí tale risposta, immantanente fuggirà » (S. Francesco, I Fioretti , XXIX).

I versi del Carducci sono quelli dell'Intermezzo , anche questi poco... eleganti: « E l'asino, che vien de l'ortolano - Lo fiuta con dimesso - L'orecchio, e pensa: - O idealismo umano, - Affogati in un cesso».

E così Benedetto Croce dimentica il Galateo per difendere Guglielmo II sovrano straniero, come lo dimentica per accanirsi contro il Sovrano del suo Paese in guerra: e contrariamente ai suoi insegnamenti di ,storico, dà maggior rilievo ai fatti negativi invece elle agli elementi attivi. Sconfessa se stesso per dar sfogo ai suoi rancori personali. Resta pertanto stabilito per sua esplicita confessione che i ricercatori delle responsabilità di Guglielmo II hanno suscitato nel nostro storico « un sentimento di ripugnanza e di disprezzo. come innanzi a persona che sia affetta da morbo schifoso ». Gli italiani solidali col loro Sovrano ingiustamente accusato di responsabilità non Sue. come devono comportarsi nei confronti del Croce? Edmondo Cione polemizzando col suo Maestro, al quale fu per anni legato da comunità di pensiero filosofico e di lavoro, afferma di essersi allontanato da lui a causa del suo persistere in un atteggiamento anti-italiano. Quali sentimenti crede egli dunque di avere suscitato negli italiani? Ci consenta queste severe domande il Filosofo dello « storicismo ». Domande delle quali possiamo anche prevedere la risposta, dato lo spirito di intolleranza che lo anima ed il suo tono di superiorità che domina la sua polemica. Egli sostiene che quanto è stato da lui scritto contro il Re è «di grande elevatezza e non resiste ad obbiezioni (!!!), mentre quanto e stato scritto in favore è soltanto costituito da «foglietti ed articoli sciocchi e spesso sgrammaticati». E poi ancora: «...gli scrittorelli monarchici, se per una volta avranno la penna intelligente... ». E via di questo passo: così il filosofo dello storicismo scrive e commenta la storia (1).


(1) Ecco qui un esempio della imparzialità liberale, della serenità del Croce nei suoi studi. Nella vasta produzione storica, letteraria e filosofica gli è toccato di esaminare l'opera di persone mediocri. Ma rimarrebbe disilluso chi volesse trovare uno studio, un profilo di Roberto Ardigò: due sole sono le citazioni, ed incidentali. Ministro della P.I. nel 1920 dovendo commemorarlo alla Camera e non potendo farne a meno, si limita ad ammettere che « egli è uno di quegli uomini che, per avere rappresentato in modo eminente il pensiero di una età, per avere assolto il compito suo, rimangono nella storia». Eppure l'Ardigò fu italiano dì fama mondiale, filosofo insigne per coltura e per dottrina. La sua filosofia derivava da Augusto Comte, da Carlo Darwin, da Erberto Spencer, il suo pensiero fu l'espressione di quello realistico e sperimentale del Rinascimento italico che va da Pietro Pomponazzi a Galileo. «Positivismo» fu il suo sistema che ebbe fra tanti seguaci Enrico Ferri, Cesare Lombroso, Gaetano Negri, il Marchesini, Cesare Ranzoli, Alessandro Groppali, Achille Loria, Giuseppe Tarozzi, Arrigo Tomassia ed altri eminenti esponenti della cultura dominante dopo il 1870. Fu in gioventù sacerdote officiante, ed un giorno, nell'orto della canonica «guardando una rosa rossa» ebbe la rivelazione del concetto di «formazione naturale» che egli illustrava «nel fatto del sistema solare» e per il quale spiegava come il ragionamento logico non potesse ammettere la esistenza di Dio, poiché il concetto di naturalità assoluta implica l'assoluta eliminazione del Soprannaturale. Discutibile tesi certamente, ma pur tuttavia continuazione luminosa del pensiero realistico del Rinascimento, onde l'utopia riceve il battesimo della scienza col magistero del positivismo sperimentalista.

Cresciuto alla scuola neo-idealista dì Benedetto Croce, agli antipodi quindi di quella positivista dell'Ardigò, non posso però non biasimare la silenziosa ostilità con la quale egli vorrebbe seppellire questo sacerdote della scienza che tanto lustro ha dato al nostro Paese, e ciò soltanto  perché ideatore di un sistema filosofico contrario al suo. Ricordo in una visita a Mantova - la imponente socratica figura dell’Ardigò, intento a raccontare l’illibatezza della sua vita giunta sino all’eroismo della castità. Commovente la narrazione dell’incontro con Monsignor Martini quando sì reco a comunicargli la perduta fede in Dio. Il santo confessore dei Martiri  di Belfiore aveva compresa l'intima tragedia del suo discepolo. Croce invece non gli perdonò mai di non pensarla come lui.


sabato 8 agosto 2015

«L’ITALIA DEI SAVOIA SALVÒ L’AUSTRIA»

In libreria il volumetto di Waldimaro Fiorentino sulla Grande Guerra

BOLZANO. Nella sterminata libellistica comparsa in occasione del centenario della Grande Guerra, c’è anche un libricino, dall’apparenza esile ma dagli obiettivi ben chiari. L’autore è Waldimaro Fiorentino, e il titolo del libro è, con la massima semplicità, “La Prima Guerra mondiale”, edizioni Catinaccio. 
Fiorentino è uno che ha bisogno di poche presentazioni. Fare lo storico non è mai stato il suo mestiere, ma la passione per la storia l’ha accompagnato per tutta la vita, al punto che nel suo curriculum compaiono oltre 600 conferenze in tutta Italia su temi di storia contemporanea o di storia delle minoranze linguistiche. Il volumetto di Fiorentino, una sessantina di pagine in tutto, tiene a mettere a fuoco due particolari aspetti di un conflitto enormemente complesso e ricco di implicazioni economiche, politiche, strategiche, umane. 
Vediamoli. Il primo: respingere al mittente l'accusa di fellonia all'Italia per il supposto voltafaccia nei confronti della “Triplice”. L’autore ricorda che il carattere dell’alleanza era dichiaratamente difensivo e prevedeva il soccorso degli alleati solo in caso di aggressione dall’esterno. 
Inoltre il trattato prevedeva all'articolo 7 che gli alleati dovessero interpellare l’Italia prima di ogni azione militare e riconoscere al nostro Paese compensi equivalenti per ogni loro ingrandimento territoriale anche temporaneo. Inoltre una specifica clausola esonerava l’Italia da azioni di guerra dirette contro l'Inghilterra. Bene: nessuna di queste condizioni venne rispettata. 
L’Italia non fu neppure interpellata prima dell’inizio delle ostilità e di compensi l’imperatore d'Austria non volle mai sentir parlare. Dunque l’iniziale neutralità italiana aveva solide motivazioni. Di fatto lo spirito della Triplice fu tradito proprio dagli imperi centrali, non certo dal nostro Paese. 
L’altro aspetto che sta a cuore a Waldimaro Fiorentino riguarda ciò che accadde alla fine del conflitto, con l’Italia impegnata ad evitare la disgregazione dell’Austria, cosa che non viene mai ricordata. 
«L'Austria - scrive l'autore bolzanino - si incamminò volontariamente verso la sua disgregazione e furono proprio le potenze vincitrici, prima fra tutte l'Italia, a mantenerla in vita: il Vorarlberg si offrì alla Svizzera, che declinò l’offerta; l'Austria tedesca votò l'annessione alla Germania, ma l’Intesa impedì l'unione; il Tirolo offrì la Corona della regione fino a Kufstein a Vittorio Emanuele III, il quale nel rispetto degli accordi tra le potenze dell’Intesa si fermò al Brennero». 
Non solo, «L'Italia fece molto di più delle altre potenze per scongiurare la cancellazione dell’Austria dalla carta geografica; offrendosi persino di rinunciare ad alcune rivendicazioni». 
Insomma, secondo Fiorentino, se l’Austria esiste ancora lo deve al Belpaese anche se oggi, soprattutto alle nostre latitudini, nessuno ha voglia di ricordarlo. (k.c.)

venerdì 7 agosto 2015

AGLIE' - Il castello di Elisa di Rivombrosa torna a crescere: 10 mila turisti in più nel 2014

Dopo due anni con il segno "meno", sono tornati a crescere i visitatori che hanno scelto la residenza sabauda "made in Canavese" patrimonio dell'umanità



I fasti di Elisa di Rivombrosa, sia chiaro, sono distanti più di un decennio. Eppure qualcosa si muove, turisticamente parlando, al castello di Agliè. Dopo due anni con il segno "meno", nel 2014 sono tornati a crescere i turisti che hanno visitato la residenza sabauda "made in Canavese". Nel 2014 (dati ufficiali del Ministero dei beni culturali) il castello è stato visitato da 69929 turisti, contro i 59704 del 2013. 
 
Nel dettaglio sono stati 37632 i visitatori paganti e 32297 quelli non paganti (complice la prima domenica del mese gratuita). Questo ha permesso alle casse del castello di incassare circa 102 mila euro. Anche questo è un dato in crescita: l'anno scorso il castello di Elisa di Rivombrosa aveva registrato un incasso lordo di 80 mila euro. Numeri in ripresa anche se confrontati con il 2011, anno record, con 85340 visitatori. Ovvio che i dati vanno ponderati con la popolarità del castello. Negli anni d’oro, quelli della fiction «Elisa di Rivombrosa», quasi 100 mila turisti passarono per il piccolo centro del Canavese. Era, però, il 2004. 
 
Non mancano, anche oggi, le criticità. Domenica scorsa, ad esempio, con la giornata gratuita, moltissimi turisti sono rimasti in coda per un'ora per poi scoprire di non poter entrare perchè il castello ha chiuso in anticipo a causa del grande afflusso di visitatori. Effetti collaterali di un rinnovato interesse per Agliè e il suo borgo. Interesse che, però, dovrà essere gestito diversamente in futuro, altrimenti si rischia il più classico dei boomerang. E sarebbe davvero un peccato adesso che mezzo Canavese si è reso conto che il rilancio del territorio passa inevitabilmente dalla promozione turistica dei propri beni.
 
Anche in questo senso, per fortuna, qualcosa si muove. Dopo anni di progetti si sta finalmente definendo il "biglietto unico" delle regge sabaude, un unico ticket che permetterà ai turisti di tutto il mondo (in gran parte attratti dalla Reggia di Venaria) di visitare anche le altre dimore di casa Savoia, compreso il castello di Agliè, patrimonio dell'umanità Unesco. Sarà forse il 2016 l'anno buono? 

I Savoia e la Valle d'Aosta

Una serata fotografica dedicata ai Re d'Italia 
ed al loro legame con la Valle d'Aosta













Courmayeur, Martedì 11 agosto alle 21.15/ Jardin de l'Ange