NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 21 febbraio 2019

Conferenza per il Circolo Rex






“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019


***

“La Costituzione, già riformata in peggio dal centrosinistra corre il rischio di ulteriori peggioramenti, lesivi delle prerogative del Parlamento e dei diritti delle minoranze”
                           
Su questi temi parlerà
Domenica 24 febbraio alle ore 10.30
IL Professore Avvocato SALVATORE SFRECOLA


“RIFORMA COSTITUZIONALE : COME, QUANDO E PERCHÉ'”

***
Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,
via Aldovrandi 16 (ingresso con le scale), 
o 16/B (ingresso con ascensore)
raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” 
ed autobus, “ 910” ,” 223” ,”52” e “ 53”

***

Ingresso libero

TORNA LA “LINEA GOTICA”? NON CE LO CHIEDE L'EUROPA


                                          
di Aldo A. Mola

Centralismo e pluralismo
L'Italia è uno Stato ancora giovane. Dalla sua unificazione (1861-1918) è dilaniata da opposti egoismi, malattia infantile vissuta, ma quasi ovunque superata, da tutti i grandi Paesi non solo d'Europa ma del mondo intero. Non ve n'è uno, dall'Asia alle Americhe, che non abbia alle spalle conflitti tra potere centrale e realtà particolari, emarginate e spinte a incattivirsi sino alla ribellione. Altrettanto avvenne nei tempi andati, segnati dalla contrapposizione spesso violenta tra centralismo tirannico e sudditi. Per dominare i popoli più riottosi i sultani turchi li affidarono a “governatori” usi a spolparli e a immiserirli. Avevano per modello gli onnipotenti satrapi dominanti sulle province dell'impero persiano, multietnico e plurireligioso, felice un'unica volta nella sua lunga storia con Ciro il Grande, elevato dagli Illuministi a campione di tolleranza. Solo i Romani seppero bilanciare la Maestà dell'impero con il pluralismo, concedendo larghe autonomie vegliate da proconsoli e procuratori. Ma anch'essi ebbero il famelico Verre in Sicilia e il discusso Ponzio Pilato a Gerusalemme. Plinio il Giovane, proconsole  in Bitinia ai tempi di Traiano, colto e sensibile anche verso le “minoranze, compresi i cristiani, fu e rimane esempio inarrivabile. 
A conferma di quanto lo Stato italiano sia ancora adolescente, basti dire che solo l'anno venturo verrà festeggiato (o almeno ricordato, speriamo) il 150° dell'annessione di Roma, dieci anni prima proclamata capitale d'Italia per iniziativa di Camillo Cavour (27 marzo 1861).

Le regioni: da Augusto e Napoleone...
Se lo Stato d'Italia è giovane le sue Regioni sono invenzione recente e artificiosa. A parte quelle a statuto speciale, varate nella temperie della sconfitta e nel timore di separatismi armati, dalla Sicilia alla Valle d'Aosta, le ordinarie hanno appena mezzo secolo. Furono introdotte nel 1969-1970 contro la strenua opposizione del Partito liberale e del Movimento sociale che vi intravidero la decomposizione dell'unità e la “finanza allegra” moltiplicata per venti, quante ormai erano le regioni d'Italia. Gli studiosi non prevenuti osservano che queste portano molto male i loro cinquanta-settant'anni anni, anche a causa della polverizzazione della giustizia amministrativa che ha generato la babele dei “poteri” con i Tribunali amministrativi regionali, sovrastati dal minossiano TAR del Lazio, e dei particolarismi, in perenne conflitto. In un Paese perennemente bambino, la litigiosità fu e viene esaltata come “orgoglio identitario” o persino “valoriale”, come dicono quelli che parlano difficile e incartano in parole di stagnola rilucente il vuoto del pensiero. 
Poiché in un Paese più incline alle invenzioni linguistiche che capace di costruire strade, ponti e ferrovie tanto si discorrerà (forse invano) di regioni “ad autonomia potenziata”, uno sguardo al passato aiuta a capire di cosa si stia parlando. Alle radici dell'Italia attuale vi sono i sette Stati preunitari, nessuno dei quali coincideva con le regioni odierne. La sua prima suddivisione amministrativa risale al 2 avanti Cristo. Fu Caio Ottaviano Augusto a ripartire l'Italia, finalmente pacificata dalle Alpi al Faro (Reggio Calabria) in undici regioni, dalla I (Lazio e Campania) all' XI, la Transpadana (dalla sinistra del Po all'attuale Svizzera, comprendente Aosta, Torino, Milano e Bergamo, ma non il Piemonte occidentale odierno). La Liguria, IX Regio, si estendeva dalla destra del Po a Nizza e fino al confine con l'Emilia e l'Etruria. Questa arrivava alle porte di Roma. La X Regio andava da Brescia all'Istria. Lasciava fuori il golfo del Carnaro, Fiume e la Dalmazia, con buona pace dei posteri. Corsica, Sicilia e Sardegna (ove i prigionieri erano condannati “ad metalla”) non erano Italia.  
Dopo vicissitudini inenarrabili, dalla fine dell'Impero romano in Occidente alla pace di Cateau Cambrésis (1559) ed ai rivolgimenti del Settecento, l'Italia divenne un mosaico di potentati (signorie, comuni, staterelli...), parte soggetti agli Asburgo di Vienna, titolari del Sacro Romano Impero, parte ai Borbone di Spagna. I Savoia, duchi e poi re di Sardegna, erano giustamente orgogliosi del titolo di Vicari dell'Imperatore in Italia. L'età franco-napoleonica (1798-1814/15) introdusse in Italia innovazioni importanti (codici, ammodernamento amministrativo, opere pubbliche, potenziamento dell'istruzione...) ma rischiò di annientare a tempo indeterminato ogni sogno di unione o unificazione “nazionale”, perché incorporò Piemonte e Liguria direttamente nell'Impero dei francesi (che già possedeva la Corsica), mentre il Regno d'Italia (da Milano e Venezia alle Marche) ebbe per sovrano Napoleone I e un viceré di sua scelta (Eugenio di Beauharnais, suo figlio adottivo). Prima il fratello, poi il cognato di Napoleone regnarono a Napoli, uno Stato nominalmente indipendente, ma di fatto sorvegliato dall'imperatore dei francesi. Altre terre (come la Toscana e lo Stato pontificio dopo la deportazione di Papa Pio VII) finirono direttamente sotto controllo di Parigi. Per chiudere il cerchio e mostrare alla Storia la soggezione dell'Italia alla Francia, Napoleone conferì a suo figlio, Francesco Carlo Napoleone, il titolo di Re di Roma. Sicilia (in mano al Borbone) e Sardegna (estremo fortilizio dei Savoia) rimasero fuori portata. A Napoleone interessava la Terraferma. Anzi, quella propriamente europea, dall'Atlantico agli Urali. Perciò non esitò a vendere la Louisiana agli Stati Uniti d'America.    
Benché dai confini più ampi rispetto a quelli del Settecento, gli Stati italiani in età franco-napoleonica non furono ripartiti in regioni ma in dipartimenti, secondo il modello francese, e presero nome dalla geografia, prevalentemente dai fiumi: Torino divenne Erìdano, Vercelli Sesia, Milano Olona... Fu un modo più drastico per rimuovere il passato, cancellare la memoria, segnare la discontinuità tra la storia “sacra” (il potere viene da Dio) e quella nuova (viene “dal popolo”, dalla “rivoluzione”, da una “piattaforma Rousseau”). Di fatto, dipartimenti, circondari (arrondissements), mandamenti (cantons) e comuni (mairies) ricalcarono suddivisioni precedenti. Passata la tempesta, con la Restaurazione del 1814-1815 gli Stati italiani mutarono i nomi delle ripartizioni, che però rimasero pressoché identiche. Il regno di Sardegna, per esempio, ebbe intendenti e sotto-intendenti, corrispondenti ai prefetti e sottoprefetti di età napoleonica. Altrettanto avvenne nel regno delle Due Sicilie. La realtà di fondo erano e rimasero le “province”. Al Congresso di Vienna (1815) a nessuno passò in mente di riesumare i micro-stati di cent'anni prima. Altrettanto accadde in Germania, passata comunque da quasi 400 “stati” ai soli 39 membri della Confederazione, comprendente l'Austria. Però alcune marchiane dicotomie sopravvissero. Agli occhi di Vienna, Venezia e Milano continuarono a rimanere mondi diversi. Ancor più distanti furono Trento e Trieste. L'Emilia tornò a contare i ducati di Modena e Reggio (asburgico), Parma e Piacenza (a noleggio: prima a Maria Luisa, moglie subito consolabile di Napoleone relegato a Sant'Elena) e le legazioni pontificie, da Bologna alle Romagne.

... al Regno d'Italia
Quell'assetto resse sino al 1859-1860 quando in pochi mesi avvenne il miracolo: l'avvento del regno d'Italia con Vittorio Emanuele II di Savoia re costituzionale. A differenza della Carta repubblicana vigente, lo Statuto promulgato da Carlo Alberto di Sardegna nel 1848 e divenuto costituzione del nuovo Stato non conferì alcun potere antagonistico alle amministrazioni locali. L'art. 74 lapidariamente recita: “Le istituzioni comunali e provinciali e la circoscrizione dei comuni e delle province sono regolati dalla legge”. L’organizzazione statuale sarebbe stata disciplinata dal Parlamento. Senza mettere in discussione la “legge fondamentale, perpetua e irrevocabile” dello Stato, a lungo venne proposto un ordinamento per “compartimenti”, più o meno rispondenti alle “regioni” oggi esistenti. A propugnarlo furono Marco Minghetti e altri liberali unitari erroneamente classificati come “federalisti”, mentre erano solo bene intenzionati fautori di un assetto amministrativo attento ad appianare gli squilibri esistenti, non a favorire l'arroccamento su privilegi e a rialzare steccati nello Stato unitario. È singolare che essi affollassero soprattutto la linea gotica, la saldatura/cesura indicata da Giuseppe Galasso in  l'“Italia come problema storiografico”, volume introduttivo alla “Storia d'Italia” edita dalla Utet, contrapposta a quella diretta da Ruggero Romano e Corrado Vivanti per la Einaudi e alla “Storia sociale d'Italia” edita dalla Teti di Milano: grandi opere nate proprio in risposta all'avvento delle regioni.

Perché l'Italia non ebbe un assetto regionale
Il regionalismo incappò in tre ostacoli assolutamente insormontabili. In primo luogo il regno d'Italia faticò a rendersi credibile dalle grandi potenze. Era preda di spinte sovversive. come la spedizione garibaldina “Roma o Morte” del 1862, e tardò a essere riconosciuto dalla Comunità internazionale. Solo nel 1867 sedette “alla pari” in una conferenza diplomatica. Per anni, e non solo all'estero, in molti avevano diffidato della sua tenuta. Era nato troppo in fretta. In secondo luogo, per sette anni il regno dovette fare i conti con il “grande brigantaggio”, recentemente esaltato da giornalisti spacciantisi per storici quale guerra civile, come “resistenza” del Mezzogiorno contro il genocidio del Sud. Libretti intitolati “Terroni” o “Carnefici” hanno montano grilli per la testa non solo nel Mezzogiorno. In ogni regione una quota di laudatores temporis acti ha “scoperto” i torti subiti dal Potere centrale e si è tuffata nell'elogio del passato remoto (in realtà intriso di arretratezza, sottosviluppo, miseria, malattie, analfabetismo...).
Anni e anni di menzogne hanno alimentato il rivendicazionismo che nel marzo 2018 si è versato nelle urne, sette anni dopo la “celebrazione” del 150° della nascita del Regno, “sentita” a Torino e a Genova, imbandierate di tricolore, molto più che a Venezia e a sud della linea gotica, in un'Italia culturalmente disarticolata. La terza palla al piede del regno unitario fu la lacerazione tra i cattolici papisti e i cattolici italiani. L'elogio di Pio IX (per ora solo beato) quale campione della fede verace è certo legittimo dal punto della sua religione. Lo è molto meno sotto il profilo storico, perché quel papa approfondì il solco tra la Chiesa universale e i cattolici che si riconobbero nello Stato italiano, nelle sue amministrazioni locali, nel progresso civile di un Paese ancora in tanta parte arcaico, come documentano gli atti dei congressi degli scienziati e le inchieste sui diversi ambiti della società e dell'economia.
Quella Nuova Italia aveva bisogno assoluto di potere centrale per gettare i pilastri portanti dell'unità di un Paese per secoli frantumato in staterelli ripiegati su sé medesimi in politica estera e organizzazione militare. Essa puntò quindi sulla valorizzazione dell'unico istituto rispondente alla storia: le province. Ogni Stato preunitario le aveva e se ne era valso, perché esse rifrangevano la realtà. Erano organiche soprattutto negli Stati meno attrezzati di infrastrutture e di istituti di formazione. Era il caso del regno dei Borbone, che “al di qua del Faro” contava su una sola Università, quella di Napoli.
Perciò il regno ridisegnò e intese le “regioni” solo come “compartimenti”, per meri fini statistici, senza alcun riconoscimento di potere politico-amministrativo. La loro definizione geografica, tuttavia, non fu affatto irrilevante. Lo si vide quando, uscita di minorità, l'Italia poté intraprendere con lena l'unificazione effettiva. Fu la stagione delle “leggi speciali” varate dai governi di primo Novecento, da Giuseppe Zanardelli a Giovanni Giolitti, a beneficio di Basilicata (per molti era ancora Lucania), Calabria, Puglia, Sardegna... All'epoca la miseria, la sottoalimentazione e le pandemie per denutrizione o suoi riflessi (la pellagra o “mal della rosa”, la malaria, il “cretinismo”... ) affliggevano anche vaste plaghe dell'Italia settentrionale, dalle valli alpine al Polesine. La modernizzazione incontrava i maggiori ostacoli nel notabilato locale, arroccato nella difesa di privilegi e di rendite di posizione, indifferente nei confronti del “nuovo”, come deplorarono tanti meridionali (Giustino Fortunato, Antonio Cefaly, Tommaso Senise, Pietro Rosano, Giuseppe Saredo,...) che non avevano bisogno di proclamarsi meridionalisti. Si sentivano ed erano italiani, come il fiore della cultura illuministica del Settecento decapitato e afforcato  nel 1799 dall'ammiraglio inglese Horatio Nelson in combutta con Ferdinando IV di Borbone, ripetutamente spergiuro e sua moglie, Maria Carolina d'Asburgo.

Più senso dello Stato e più Europa
L'Italia aveva e ha bisogno non di “più Stato” ma di una dirigenza e di cittadini con un più alto “senso dello Stato”: sentimento razionale che conduce a porre l'interesse generale al di sopra del particolare, nella consapevolezza che questo è meglio tutelato nell'ambito dell'altro. Si vince e si perde tutti insieme. Non per caso i Paesi europei il cui assetto economico-sociale risulta oggi più solido e trainante sono quelli che da tempo hanno intrapreso la via della semplificazione amministrativa. Valgono d'esempio Francia e Spagna. Parigi  ha ridotto a 7 le macroregioni (Alsazia, Aquitania, Alvernia, Borgogna, Linguadoca, Nord e Normandia) puntando sui Dipartimenti e su ciò che avvicina anziché su contrapposizioni arcaiche. Altrettanto ha fatto la Spagna, ove le regioni davvero rilevanti sono una manciata (Andalusia, Aragona, Castiglia e Leòn, Castiglia e la Mancha. Estremadura), altre sono retaggio del passato ma territorialmente quasi irrilevanti (Asturie, Cantabria, Murcia, Navarra, Rioja, la stessa Comunidad valenciana ,..). In quel quadro balza evidente l'anomalia dell'indipendentismo repubblicano della Catalogna: non federalismo, ma sovversione dello Stato, inconciliabile con l'Europa del Terzo millennio.
Ed è appunto con il quadro europeo che va misurato ogni ragionamento sulle regioni d'Italia, sia quelle, ormai antistoriche, a statuto speciale, sia quelle aspiranti alla “autonomia potenziata”. Tutto è possibile, ma tenendo sotto gli occhi la classifica del prodotto lordo delle province fornita da Eurostat. Lì si vede che anche le migliori fra le italiane si piazzano dal 200° posto in poi, mentre molte ne affollano il fondo. Qualunque accentuazione del divario tra le diverse aree avrebbe ripercussioni di portata molto prevedibile: la deflagrazione del Paese. Orbene, non è l'Europa a chiederci di rifare la linea gotica, di compromettere l'unità nazionale faticosamente raggiunta dopo quindici secoli di dominio straniero e di forsennate divisioni dell'“itala gente da le molte vite”. Semmai proprio l'“Europa”, che ancora acquista immobili nell'Italia centro-meridionale e imprese in quella settentrionale, ha interesse a relegarla in un passato remoto di cui non si sente alcuna nostalgia. Va comunque esclusa qualsivoglia tentazione di conferire alle regioni una sorta di “politica estera”, camuffata da “relazioni internazionali dirette”. La sovranità è una sola: quella dello Stato d'Italia. Chi la pensa diversamente vada a Redipuglia ad ascoltare la voce che si leva dai centomila caduti lì sepolti, come negli altri Sacrari dei caduti nella Grande guerra: “Presente!”. È l'invocazione che arriva dalla pagina più dolorosa e più alta della storia d'Italia, il sacrificio di giovani di tutte le classi sociali giunti “alla fronte” (come scriveva Luigi Cadorna) da ogni provincia del Paese per coronare l'unità nazionale. A quel mònito anche oggi l'Italia deve rispondere “Presente!”. Non per vuota retorica, ma per rispetto di sé e della “pax in iure gentium”, interna e internazionale, che da lì doveva e deve nascere nella Nuova Europa, simboleggiata anche dal sepolcro di Federico II Staufen a Palermo, dalla statua di Carlo d'Angiò, scolpita da Arnolfo da Cambio, dalla corona ferrea conservata nel Duomo di Monza, dall'Emanuele Filiberto, Testa di ferro” che da Torino veglia non solo su Piazza San Carlo, ma sull'Italia intera e, rivolto alle Alpi, insegna che da lì non si passa più quali nemici. Si transita da fratelli, come Bernardo di Chiaravalle,autore della Regola dei sempre attuali Cavalieri Templari.


venerdì 15 febbraio 2019

Sannio, i monarchici si riorganizzano: “L’Italia in crisi tra astensionismo e populismo”

http://www.ntr24.tv/2019/02/13/sannio-i-monarchici-si-riorganizzano-litalia-in-crisi-tra-astensionismo-e-populismo/

I monarchici sanniti si riorganizzano. Lo fanno stringendosi intorno ad “Italia Reale – Stella e Corona”, il movimento politico guidato al livello nazionale dall’avvocato Massimo Mallucci de Mulucci ieri in città per un incontro con gli attivisti locali. Secondo quanto riferito dal referente sannita, Vincenzo De Luca, sarebbero circa 200 i simpatizzanti nel Sannio e nei comuni irpini limitrofi.
Fondato nel 1972 come Alleanza Monarchica, oggi il partito si colloca sulle posizioni della destra tradizionale ed è sceso in campo anche nelle ultime elezioni politiche del 2018 nello schieramento “Blocco Nazionale per le Libertà”, presentando delle liste soltanto in Basilicata, Molise, Lazio1, Friuli e Lombardia2 raccogliendo alcune migliaia di voti. I riferimenti valoriali sono quelli della monarchia costituzionale parlamentare, espressione di Casa Savoia.
“L’obiettivo primario – ha spiegato il presidente nazionale – è quello di riorganizzare il movimento su tutto il territorio e ci stiamo muovendo in questa direzione”.
“L’Italia è un Paese distrutto dalla situazione politica e dalla crisi economica – ha commentato Mallucci -. Questa situazione non è più tollerabile e bisogna intervenire”. Il lavoro e il contrasto alla povertà è il primo punto del programma dei monarchici che rilanciano l’idea di una “destra popolare che sappia rivendicare le sovranità locali”. La forza dei territori d’Italia, secondo Italia Reale, passa attraverso l’istituzione familiare, comunale e provinciale in un crescendo naturale verso un ordinamento statale che si attento e rispettoso delle comunità valorizzando i singoli territori.
La situazione attuale, fatta di astensionismo e populismo secondo il movimento, rappresenta l’opposto del pensiero monarchico. Per questo la proposta è quella dell’elezione di un’Assemblea Costituente. Una richiesta che dovrebbe prevedere la revisione dell’articolo 139 della Costituzione che sancisce l’immutabilità della forma repubblicana.
“La volontà – ha concluso il presidente nazionale – è quella di mantenere viva, nei dibattito culturale e politico del Paese, una questione monarchica. Il Re non ha partito. Per sue natura è ai di sopra delle parti e per questo è il modello al quale guardare per rilanciare il Paese e riavvicinare i giovani alla politica”.

Invito al Circolo di Cultura e di Educazione Politica "REX" domenica 17 Febbraio



CIRCOLO  DI  CULTURA  E  DI  EDUCAZIONE  POLITICA
REX
“il più antico Circolo Culturale della Capitale”
71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019
***

"Mestieri  che scompaiono, nuove  professionalità, conquiste  scientifiche, progressi  o  regressi  per  l’uomo"
                             
Su  questi  temi  parlerà
Domenica  17  febbraio  alle ore 10.30
IL   Professore  Avvocato  EMMANUELE  F.M. EMANUELE
"L’ INTELLIGENZA  ARTIFICIALE  E  LA  ROBOTICA :IL  NUOVO  MONDO  CHE  CI ASPETTA"

***
Sala Italia presso “Associazione Piemontesi a Roma”,
via Aldovrandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)
raggiungibile  con  le  linee  tramviarie 
“3”  e  “19”  ed  autobus, “910”, 223”,”52” e “53”

***

Ingresso libero

mercoledì 13 febbraio 2019

FIUME ITALIANA PARADIGMA PER LA MEMORIA di Aldo A. Mola




Geografia e storia della sofferenza umana

“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”. È l'epitaffio di Immanuel Kant, il filosofo della Ragione (1724-1804). Al tempo suo la superficie terrestre non era ancora conosciuta nella sua interezza. Assetati di sapere e avidi di possedere, gli europei si stavano reciprocamente annientando in conflitti belluini, le guerre del 1792-1815 che esportarono la Rivoluzione francese, con prodotti e sottoprodotti: non meno di cinque milioni di morti per cause belliche. Ne pronunciò la condanna definitiva Lev Tolstoj in Guerra e Pace.
Al Grande Architetto dell'Universo dobbiamo la geografia. Gli ominidi, in gran parte tuttora primordiali, ne fanno scempio. È difficile dire se la sorte peggiore tocchi ai popoli dai confini appariscenti (come i Pirenei e le Alpi, il canale della Manica...) o a quelli senza un “limes” fissato nettamente dalla “natura”. Gli uni e gli altri sono stati travolti da scorrerie, invasioni e dominazioni. Chiusi nell'autocontemplazione del presente gli europei deplorano tragedie recenti. Fanno bene, se però comprendono che queste sono l'epifenomeno di millenni.
È bene ricordare. Ma va ricordato tutto, non solo quanto di volta in volta vien comodo.
Forse la sorte peggiore è toccata nel tempo alle genti comunque “di confine”. Con un'avvertenza, però: a segnare i confini non sono solo terre, mari, monti e fiumi. Sono soprattutto gli uomini: gli imperi, gli stati, i potentati, grandi o piccoli, con le loro articolazioni. Sono le religioni ingessate in chiese (con i loro tribunali, le scomuniche, le persecuzioni di eretici e non credenti), i fanatismi, le ideologie, l'anarchia del potere finanziario, il terrorismo dalle “centrali” insondabili e dai tentacoli occulti. Nulla è nuovo sotto il sole. Il sacro romano imperatore affidò al banchiere Fuegger la vendita delle indulgenze che spostò il consenso popolare dal Papato a Martin Lutero.

Fiume, emblema dell'Adriatico Amaro
Tristissima è la sorte di lande dai confini apparentemente sin troppo precisi ma al tempo stesso incerti per la conflittualità degli interessi che vi convergono. È il caso dell'Adriatico Amaro. Per esempio di Fiume, oggi rigogliosa città della Croazia. La sua vicenda è emblematica. Va ricordata con quella delle città dalmatiche, dell'Istria e del Goriziano sottratte allo Stato d'Italia dal 1945: una sanguinosa spoliazione, suggellata dal Trattato di pace del 10 febbraio 1947 e resa definitiva dall'intempestivo Trattato di Osimo del 1975, quando ormai l'Unione Sovietica e l'usurpatrice Jugoslavia erano tarlate e condannate dalla storia.
Sappiamo da decenni quali e quante atrocità furono perpetrate ai danni degli italiani, sopraffatti da odio alimentato da “razza”, lingua, classe, ideologia politica e dalla barbarie che impregnò un conflitto enfiato da belluinità codificate con direttive politiche e militari. ordini del giorno, circolari e misure sbrigative. La seconda guerra mondiale registrò nella penisola balcanica alcune tra le sue pagine più allucinanti, con rappresaglie spinte all'esecuzione di cinquanta “nemici” (popolazione civile) per ogni militare abbattuto, spesso martirizzato con efferatezza spietata. Dal maggio 1945 Fiume fu teatro di feroce pulizia etnica ai danni degli italiani. Vennero trucidati fascisti, antifascisti, autonomisti, socialisti e comunisti non graditi a Tito. Furono ammazzati o infoibati talora semivivi anche persone senza alcuna opinione politica, solo perché italiani, solo per il piacere sadico di umiliare e annientare. Previo stupro, nel caso di donne, di qualsiasi età, vittime sacrificali come Norma Cossetto, il cui dramma è finalmente approdato alla televisione pubblica con la proiezione di “Red Land. Rossi Istria” del regista Maxilimiano Hernando Bruno. Era costume ancestrale. Quanto avvenne nel 1943-1948 è orrendo, ma ancora peggiore fu la carneficina scatenata in molte plaghe dell'ex Jugoslavia dopo il suo collasso, con la spettrale “assistenza” dell'Europa occidentale, della Nato, dell'Onu. Le macerie sono ancora lì. Non sempre nei muri, sempre nei cuori.

Un calvario di secoli
Fra le tante tragedie vissute nei secoli, forse la peggiore per Fiume fu quella del 1509, quando venne saccheggiata per ordine di Angelo Trevisan, doge di Venezia. La Serenissima non ne tollerava la concorrenza. Più perdeva dominio nel Mediterraneo (Marcantonio Bragadin venne vinto e suppliziato a Famagosta dai turchi sessant'anni dopo) più la Repubblica del Maggior Consiglio si arroccava nell'Adriatico. Non era “Italia”. Era Venezia. Non prestiamo al passato remoto “idee” e “sentimenti” dei secoli successivi.
Dal 1779 “autonoma” con Maria Teresa d'Asburgo, Fiume conobbe una prima prosperità come porto franco nell'ambito del Sacro Romano Impero, che nel corso di un secolo, tra il 1728 e il 1803 la collegò al retroterra con la strada “carolina” e con la via “ludoviciana”, a conferma di quanto le infrastrutture, ieri come oggi, facciano bene all'umanità.
Dopo vicissitudini troppo aggrovigliate da poter essere ripercorse in poche righe (l'occupazione napoleonica, la restituzione all'Ungheria, sempre nel contesto dell'impero d'Austria, l'irruzione dei croati nel 1848...), Fiume divenne approdo normale del traffico dall'Europa centrale all'Adriatico. Ne scrisse a lungo Leo Valiani, che vi nacque  e bene ne conosceva la complessità.

Porto fiorente dell'Europa centrale
Dopo il 1866-1870 (guerra italo-prussiana contro l'impero d'Austria e annessione di Roma) l'Italia ebbe motivo di imboccare una politica estera di raccoglimento. Persa l'ingombrante amicizia di Napoleone III, essa aveva poco da attendersi dalla Francia, sia conservatrice (e filoclericale) sia incline a esportare la repubblica per indebolire gli Imperi centrali e i suoi sodali, inclusa l'Italia inclusa dal 20 maggio 1882 alleata con Berlino e Vienna. Nel volgere di un quarantennio, tra apertura del Canale di Suez (il cui 150° è passato inosservato nella miope Italia) e colonizzazione accelerata degli spazi afro-asiatici il commercio ebbe la meglio sulle ideologie politiche. Il benessere normalizzava e univa. I contatti diretti tra ceti dirigenti culturali e imprenditoriali relegò rapidamente ai margini le pulsioni nazionali e gli irredentismi. Dalle relazioni pacifiche e dallo sviluppo all'interno dei singoli Stati si poteva ottenere più che dalle tensioni ideologiche e dai miti tardo romantici. L'incremento demografico ed economico della città di Fiume ne fu esempio lampante. Dopo la costruzione di Porto Baross (dal nome del ministro ungherese che lo volle) in pochi decenni la città liburnica divenne il 10° porto d'Europa per volume e valore di merci che vi transitavano.

La politica estera italiana: di Stato, non di governo
Nel 1910 Francesco Guicciardini, ministro degli Esteri dell'ultimo effimero governo presieduto da Sidney Sonnino, dichiarò alla Camera che ormai la politica estera dell'Italia non era solo “di governo” ma “di Stato”: la fedeltà alle alleanze pattuite apriva spazio a iniziative italo-centriche, accolte con benevola comprensione se non mettevano in discussione i grandi equilibri e la pace europea. Fu il caso della guerra del 1911-1912 per la sovranità dell'Italia su Tripolitania e Cirenaica. Purtroppo (a conferma dell'opacità degli studi storici nostrani) la serie dei Documenti diplomatici italiani continua a mancare di volumi sugli anni “nevralgici”: dalla crisi bosniaca all'incontro di Racconigi tra Vittorio Emanuele III e lo zar Nicola II (24 ottobre 1909), osteggiata dai repubblicani. In quegli anni anche nelle file dei nazionalisti italiani l'imperialismo prevalse sull'irredentismo. Esso mirava a un governo più “forte”, all'incremento delle armi, alla repressione dei nemici interni quale premessa indispensabile per audaci ingrandimenti territoriali oltremare se non ai confini. Venne messa la sordina alle rivendicazioni vent'anni prima campeggiate da Lemmi, Crispi e Carducci: Trento, Trieste, Nizza, la Corsica e la perla italiana nel Mediterraneo, Malta. Quel programma che avrebbe comportato tensioni e conflitti non solo contro l'Austria di Francesco Giuseppe, l'“imperatore degli impiccati”, ma anche contro Parigi e Londra. Una follia. Perciò la frangia ideologicamente più attrezzata dei nazionalisti mirò semmai a duplicare in Italia il modello tedesco: somma della casta aristocratico-militare prussiana (o borussica, studiata a fondo da Sergio Pistone) e socialismo nazionale bismarckiano, positivamente volgente dalla rivoluzione alla socialdemocrazia.
  
Imperialismo di coccio tra imperialismi di acciaio
Quel realismo nel 1915 ispirò i compensi elencati nel memorandum avanzato dal governo Salandra-Sonnino come contropartita per l'adesione di Roma alla Triplice Intesa anglo-franco-russa. Roma chiese il confine dal Brennero a Monte Nevoso, passando per Trieste e l'Istria, approdi strategici e isole della costa dalmatica, ma non Fiume, assegnata dall'articolo 5 dell'"engagement" di Londra alla Croazia, ai danni dell'Ungheria, ma pur sempre nell'ambito dell'impero austro-ungarico che in quel momento nessuno (men che meno Roma) metteva in discussione. La dissoluzione della monarchia austro-ungarica non fu prospettata né dal Congresso massonico parigino del 28-30 giugno 1917 (che propose l'indipendenza della Polonia e della Boemia e la demarcazione sulla base di plebisciti dei confini nelle zone mistilingue) né dai quattordici punti enunciati dal presidente degli USA Wilson nel gennaio 1918, incardinati sull'“autodeterminazione” dei popoli. Solo nella primavera di quell'anno si aprì la gara fra gli imperialismi ai danni degli ormai probabili vinti. La “liberazione dei popoli oppressi” evocata da Francesco Leoncini in “Alternativa Mazziniana” (Ed. Castelvecchi) fu il paravento ideologico e sentimentale dietro il quale si scatenarono gli appetiti di Parigi sull'Europa orientale e balcanica e della Gran Bretagna nel Mediterraneo orientale profittando del collasso della Russia e dell'impero turco. Da mezzo secolo l'obiettivo vero erano il controllo degli Stretti, il libero accesso al Mar Nero e quella Crimea che nel 1853-56 era stata teatro della guerra anglo-franco-turca con l'aggiunta del regno di Sardegna contro la Russia zarista.
Nella fase terminale della Grande Guerra mutò anche la prospettiva postbellica dell'Italia, a sua volta abbacinata dalla talassocrazia. Per sostituire l'impero asburgico nel dominio sull'Adriatico (come sin dal 1914-1915 ventilato da propositi riservatamente enunciati da Paolo Thaon di Revel, futuro Duca del Mare) l'Italia doveva però entrare in rotta di collisione con il nascente Stato serbo-croato-sloveno, che non si affacciò affatto improvvisamente nel 1918 ma era in nuce dal patto di Corfù, immediatamente seguente il citato congresso massonico di Parigi: un disegno completato con l'invenzione della Cecoslovacchia, che non nacque per partenogenesi ma fu preparata a tavolino dalla somma tra Grande Oriente di Francia, Gran Loggia di Francia e Quai d'Orsay, con il benestare di Londra.
Indebitata sino al collo per il costo della guerra, squassata dal crollo del potere d'acquisto della moneta e dal dilagare di movimenti repubblicani (quali furono, all'inizio, i mussoliniani Fasci di combattimento) e dei socialrivoluzionari, infiltrati dai bolscevichi, l'Italia non aveva i mezzi per sorreggere né macro né microimperialismo. Aveva assoluto bisogno di stabilità ai confini e all'interno per passare dalla produzione di guerra a quella di pace e riprendersi dal peso del conflitto. La pretesa di ottenere comunque Fiume, agitata al congresso della pace di Parigi nella primavera del 1919, alla vigilia e anche oltre la firma del Trattato di Pace (28 giugno) fece figurare l'Italia quale capofila del revisionismo mentre erano ancora aperte le trattative poi approdate alle paci di Saint-Germain (con l'Austria), Trianon (Ungheria), Neuilly (Bulgaria) e Sèvres (Turchia).

Dall'impresa sediziosa di d'Annunzio all'annessione all'Italia
La Marcia di Ronchi e l'irruzione di Gabriele d'Annunzio in Fiume il 12 settembre 1919 palesò quella sedizione nell'Esercito che era sempre stata scongiurata dal 1861 e nelle fasi più drammatiche della Grande Guerra, quando il governo di Roma si spinse a organizzare una sorta di guerra parallela in Albania, ruvidamente deprecata dal Comandante Supremo, Luigi Cadorna, generale del Risorgimento, secondo il quale solo vincendo sul Carso l'Italia avrebbe riconquistato la Libia e affermato ogni altra sua legittima aspirazione. 
La lunga impresa di d'Annunzio a Fiume, inizialmente caldeggiata dal Grande Oriente d''Italia anche tramite Giacomo Treves, fondatore della loggia “Oberdan” di Trieste e fiduciario di Domizio Torrigiani, fu ora osteggiata e ora corteggiata dal presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. Venne chiusa dal suo successore, Giovanni Giolitti, con i colloqui italo-jugoslavi di Pallanza e di Spa e con il trattato di Rapallo del 12 novembre 1920, che costituì Fiume in Corpus Separatum, territorialmente collegato con il regno d'Italia. L'8 settembre 1920 “Ariel” d'Annunzio aveva intanto proclamato la Reggenza di Fiume, forte della Carta del Carnaro, frutto dei molti “fraterni” suggerimenti di Alceste De Ambris: una forzatura destinata a risolversi tragicamente, con la proclamazione dello stato di guerra (21 dicembre), il governo provvisorio dell'altalenante Antonio Grossich, il cannoneggiamento del Palazzo della Reggenza, la partenza del Vate e la vittoria dell'“autonomista” Riccardo Zanetta alle elezioni comunali del 21 aprile 1921.
Le turbolente elezioni politiche del maggio 1921, quasi immediatamente seguite dalle dimissioni di Giolitti a cospetto di una Camera politicamente caotica, riaprirono la partita sulla sorte di Fiume sino al colpo di mano di fascisti, legionari e repubblicani (3 marzo 1922), la rinuncia di Giovanni Giuriati a presiedere un comitato di difesa nazionale, la convenzione di Santa Margherita (23 ottobre 1922: canto del cigno del governo Facta, come documentato da GianPaolo Ferraioli) e, in un quadro completamente diverso, il Patto di Roma che il 27 gennaio 1924 assegnò Fiume all'Italia e Porto Baross alla Jugoslavia.

La tragedia del 1945
Quel caos prolungato giovò poco a Fiume, che nel 1931 contava appena 3.000 abitanti in più rispetto al 1910. Alla sua effettiva ripresa concorse la riapertura ai traffici con l'Europa centrale, dettata dalla ritrovata armonia tra la geografia, la politica e la cultura.
Tra i suoi maggiori interpreti fu Riccardo Gigante, podestà, senatore, prefetto della provincia di Fiume dal 21 settembre al 29 ottobre 1943, proditoriamente sequestrato dall'Ozna (terroristi comunisti) e assassinato il 4 maggio 1945: una delle tante, troppe nefandezze perpetrate dal IX corpus di Tito, avanzante con il beneplacito degli inglesi e tardivamente fermato dagli Stati Uniti d'America.

Chi contempli dall'alto la tersa avvincente costa liburnica vede un tratto di quella che Dante Alighieri definì l'“aiola che ci fa tanto feroci” e bene comprende che per l'Italia odierna, economicamente fragile, priva di coerente governo politico, sull'orlo di un conflitto istituzionale senza precedenti e dagli sbocchi imprevedibili, l'unica garanzia di progresso è la Pax Europea, contro fatui nazionalismi, salti all'indietro, il ritorno alla “guerra per bande” e al conflitto tra Stati, tutti comunque superatissimi e impotenti dinnanzi alle vere sfide del Terzo Millennio.
Solo in quel contesto potranno essere definitivamente ricucite le “lingue tagliate” e risorgeranno liberamente gli “italiani dimenticati”, meritoriamente studiati e riproposti in opere pionieristiche da Giulio Vignoli, Giuseppe Parlato e da Luciano Monzali, finalista del Premio Acqui Storia che, su iniziativa del suo presidente, Alessandra Terzolo, propone ad Acqui il Giorno del Ricordo (10 febbraio, dalle 10 alle 17) su “d'Annunzio, uomo dai mille volti” e su “Fiume attraverso secoli di occupazioni” con interventi di Marco Cimmino e di Ruggero Bradicich.

Per non dimenticare e per far memoria, ma a tutto tondo.

Aldo A. Mola

    
  

domenica 10 febbraio 2019

La terra d'Istria sulla tomba del Re Umberto II

di Emilio Del Bel Belluz   
In questi giorni si parla di foibe, del giorno della memoria, dei crimini commessi dai partigiani di Tito. Non posso che essere vicino a tutte quelle persone che dovettero patire un duplice dolore: il primo quello d’aver lasciato la loro terra scacciati come fossero dei delinquenti, il secondo, più drammatico, quello delle esecuzioni da parte dei partigiani di Tito che infoibarono migliaia di innocenti, compresi donne e bambini. 
L’altro dramma che questa gente dignitosa subì, fu quello delle manifestazioni d’odio nei loro confronti. 
Il disprezzo dei comunisti italiani si riversò nei vari punti, dove i treni arrivavano, negando quella mano che si deve tendere a chi sta nel bisogno e non ha colpe. 
Una delle tante accuse per cui questa gente era stata mandata via dal comunista Tito era perché veniva considerata fascista. Gli istriani e i dalmati subirono molto, ma la cosa peggiore fu che il loro dramma cadde nell’oblio. Anche oggi, nonostante sia stato istituito il giorno del ricordo, non se ne parla a sufficienza, anzi la parola dell’ampi e della sinistra italiana è quella di negare e di minimizzare.

Le ferite delle foibe pesano ancora, perché l’odio verso gli esuli non si è sopito. Ho visto in questi anni dei monumenti dedicati agli infoibati, imbrattati dalla falce e martello e deturpati. Nella vita è amaro riconoscere gli errori, ma le foibe furono solo degli orrori terribili. 
Nel 1983, partecipai ai funerali di Re Umberto II e vidi una donna che portò dall’Italia un mucchietto di terra istriana, che conteneva i suoi drammi. Sarebbe stato commovente che quel pezzetto di terra, fosse stato sepolto assieme a quella terra italiana che Re Umberto II portò in esilio, stringendola tra le sue mani durante il viaggio e dono alla sua partenza di un’ umile contadina. 
Ai molti istriani infoibati non fu concessa neppure una tomba, su cui i loro parenti potessero onorarli. Il cielo degli italiani d’Istria è sempre lo stesso, perché sotto quel cielo sono nati e hanno vissuto, come il ricordo dei loro cari non morirà mai nei loro cuori. 
Nella mia vita ho conosciuto una coppia di coniugi istriana fuggita dalla guerra. Erano persone diverse, i loro occhi trasmettevano la tristezza per la lontananza dalla loro terra. L’uomo, un distinto signore era un pittore, lo vedevo con il camice bianco e il cappello che dipingeva la sua terra, la casa dove aveva vissuto, il cielo che aveva visto. Era un modo per allentare la nostalgia che lo opprimeva. 
Un giorno mi donò un suo quadro che rappresentava la sua casa circondata dagli alberi che aveva piantato. Volle che lo tenessi in suo ricordo, e quel giorno i suoi occhi si riempirono di malinconia. Gli promisi che l’avrei sempre conservato. Ogni volta che lo ammiro, penso che fino all’ultimo giorno non avesse dimenticato la sua amata Istria.

10 Febbraio


sabato 9 febbraio 2019

Napoli, omaggio alla Regina Maria Josè


Nell'anniversario del suo richiamo a Dio, l'Associazione Internazionale Regina Elena Onlus e Tricolore, associazione culturale, hanno ricordato la terza Regina dell'Italia unita con una S. Messa organizzata a Napoli, presso la Basilica Reale Pontificia di S. Francesco di Paola, in piazza del Plebiscito. 
Il Sacro Rito è stato presieduto dal Rettore della Basilica, Padre Mario Savarese, che ha lungamente ricordato la vita e l'opera della Regina durante l'omelia. Persona forte e volitiva, Maria Josè del Belgio ha vissuto sempre in prima linea, affrontando le difficoltà della vita con dignità ed autentica regalità.
[...]



http://www.larampa.it/2019/02/06/foto-napoli-omaggio-alla-regina-maria-jose/

venerdì 8 febbraio 2019

La scomparsa Camillo Zuccoli, il commiato dei Cavalieri del Sovrano Militare Ordine di Malta



Commiato del Segretario Generale per gli Affari Esteri Ambasciatore Stefano Ronca

Roma, 4 febbraio 2019

Una sensazione di vuoto, di incredulità e di dolore è quella che Mia ed io abbiamo provato, e che tutt’ora continua, alla notizia ricevuta ieri mattina dall’Ambasciatore Bertero della scomparsa di Camillo.
Non ho dubbi che ognuno di voi abbia provato la stessa sensazione.
La ragione è che Camillo riempiva il mondo intorno a sé con la sua irresistibile emanazione di affetto, di generosità, di opere.
Il nostro primo pensiero è andato a Ursula, Costanza e Giulio. Se così profonda è la sensazione di vuoto che tutti noi oggi proviamo, immagino quale sia quella provata da Ursula, compagna imprescindibile nella vita di Camillo, e dai ragazzi. La famiglia e l’Ordine di Malta erano la sua vita.
Camillo è stato per l’Ordine uno straordinario Ambasciatore a Sofia. Ma è stato molto, molto più di questo. Il suo raggio di azione andava ben oltre la Bulgaria e si estendeva a livello globale.
Non passava giorno senza che ricevessimo un suo rapporto su argomenti vari e interessanti. Per il Corpo Diplomatico, di cui era il Decano, e per le autorità bulgare era un riferimento fondamentale.
Leggo, a titolo di esempio, il messaggio che ho ricevuto ieri mattina dall’Ambasciatore d’Italia a Sofia, Stefano Baldi: “sono incredulo e con tanta tristezza nel cuore. Con lui ho potuto vivere di persona la sua generosità e la sua bontà. Siamo fortunati quando nella nostra vita incrociamo persone speciali come lui. Anche qui a Sofia Camillo lascerà un grande vuoto”.
Camillo è l’esempio che al Magistero viene sempre citato quando ci troviamo di fronte ad una situazione difficile da risolvere. Che l’impresa da compiere sia nell’emisfero nord o in quello sud del mondo ci diciamo: “qui ci vorrebbe Camillo Zuccoli”. E consultato, Camillo interveniva con una mediazione, con un’idea, con un’azione, con un buon ufficio che risolveva il problema.
Era affettuoso, propositivo, intelligente, travolgente. Era colto. E la sua memoria storica ci lasciava ammirati, intorno al tavolo da pranzo che Ursula, così spesso, imbandiva con amore per tutti noi.
Arrivederci caro Camillo




Commiato del Procuratore del Gran Priorato di Roma del S.M.O.M. 
Amedeo de Franchis


Altezza Eminentissima, cari Confratelli e Consorelle, gentili Amici,

la scomparsa di Sua Eccellenza Camillo Zuccoli, Ambasciatore dell’Ordine in Bulgaria, ci addolora profondamente.
Io lo consideravo non solo un Confratello ma anche un amico. Ci siamo conosciuti ben prima della nostra appartenenza all’Ordine, quando egli fungeva da Vice Segretario Generale del Partito Popolare Europeo ed io mi occupavo di affari politici al Ministero italiano di Affari Esteri.
Già allora ero rimasto colpito dall'intelligenza di Camillo, dal suo senso politico, dalla sua cortese umanità, dalla sua cultura, dalla generosità con la quale metteva tutto se stesso al servizio delle cause in cui credeva.
Aveva chiare le priorità da seguire, mantenendo sempre, come stella polare del suo agire, i fondamenti della fede cristiana.
Ci contattavamo regolarmente in un periodo internazionale delicato, quando i problemi del riarmo e del disarmo est-ovest erano di massima attualità e l'obiettivo dell’Europa unita galvanizzava gli animi in Italia e nel resto del Vecchio Continente.
Ma il turbinio di attività professionali che coinvolgeva Camillo ed i contatti che egli manteneva con gli ambienti politici più elevati, non gli impedirono di venire conquistato dal fascino di una gentile Signora nella quale individuò la sua ideale compagna di vita, Donna Ursula, alla quale porgiamo le più sentite, affettuose condoglianze.
Il loro matrimonio fu un evento memorabile ed io stesso ebbi il privilegio di essere presente al ricevimento nella bella villa di famiglia sulla riva del lago di Iseo.
Anni dopo, conclusasi la mia carriera diplomatica che mi aveva mantenuto per lunghi periodi all'estero limitando i miei contatti con Camillo alla dimensione epistolare, abbiamo ricominciato a frequentarci in quanto entrambi divenuti nel frattempo membri del Sovrano Militare Ordine di Malta. 
Ho così potuto nuovamente apprezzare le doti umane e professionali di Camillo, Ambasciatore di grande caratura che ha promosso il ruolo e la dignità del nostro Ordine con straordinaria capacità. La sua energia, la sua simpatia, la sua intelligenza sono state tutte poste al servizio della causa dell’Ordine e del nostro binomio carismatico che vede l’afflato assistenziale sempre strettamente connesso alla dimensione spirituale cristiana.
Quanto da lui operato in Bulgaria ha avuto un impatto cd una risonanza ben oltre l’ambito della sua Ambasciata, imponendosi all’attenzione generale nell'Ordine. È stato l’autore di iniziative esemplari non solo sul piano della sostanza ma anche su quello della comunicazione.
Ambasciatore al tempo stesso tradizionale e modernamente efficace, egli ha goduto di altissimo credito in Bulgaria, venendo circondato dalla simpatia e dalla stima di sua Maestà, del Presidente della Repubblica, del Primo Ministro e dei membri del Governo che egli frequentava con continuità.
Verrà rimpianto unanimemente a Sofia così come lo rimpiangiamo profondamente noi.
Alla cara Donna Ursula, sua impareggiabile compagna di vita, ed ai loro figli Costanza e Giulio le nostre condoglianze più sincere ed affettuose. Siamo certi che essi vorranno considerarsi sempre vicini a quella famiglia dell’Ordine di Malta che ha tanto apprezzato il loro marito e padre.





mercoledì 6 febbraio 2019

Italia Reale organizza un convegno monarchico a Benevento



Si riunirà martedì 12 febbraio alle ore 16.30 presso il Circolo Culturale Ponticelli di Benevento, l’Assemblea di Italia Reale, nuova forza politica che si sta facendo strada anche nel Sannio.
Dopo il saluto iniziale di Gian Piero Covelli seguirà la presentazione di Elio Santabarbara, segretario regionale di Italia Reale - Stella e Corona. Interverranno inoltre Vincenzo De Luca, segretario provinciale Italia Reale, Paolo Chiuchiolo, segretario della sezione di Ariano Irpino. Durante l’assemblea ci sarà la relazione politica del presidente nazionale Italia Reale, Massimo Mallucci dè Mulucci e i saluti del segretario provinciale del Lazio, Giorgio Laugeni.
Durante l’incontro sarà esaminata la situazione politica italiana attuale e verranno sottoposte all’attenzione dei convenuti le nuove proposte e idee politiche di Italia Reale Stella e Corona perché, come si legge nel manifesto “la crisi del sistema è irreversibile. I padroni della politica hanno offeso il lavoro, i risparmi, i sacrifici degli italiani, venduti agli affaristi internazionali e agli interessi delle Banche centrali. I Monarchici tornano a fare politica per restituire l’Italia agli Italiani”.

L'ultima puntata dell'intervista alla Regina

Sul sito dedicato a Re Umberto l'ultima parte dell'intervista rilasciata dalla Regina Maria José nel 1958.

domenica 3 febbraio 2019

I funerali di Camillo Zuccoli


Il nostro Camillo in una foto che ci inviiò dal palazzo del Cavalieri da Rodi, nel febbraio2014

I funerali di S.E. l'Ambasciatore
Camillo Zuccoli si terranno:
  
Lunedì 4 febbraio alle ore 15
presso la Cappella dei Cavalieri di Malta,
Piazza del Grillo 1, Roma

Mercoledì 6 Febbraio alle ore 10
 Pieve di Sant’Andrea 
Via della Cerca 11, Iseo, Bs