NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 14 dicembre 2018

Monarchia oggi, quale il senso?


In Europa sono presenti varie monarchie, ma potrebbero essere di più. Qual è lo stato dei movimenti monarchici oggi?

di Gianmarco Cenci 

L’8 dicembre ha avuto luogo in Serbia una grande protesta contro il Presidente della Repubblica di Serbia Aleksandar Vučić e il suo movimento, il Partito Progressista Serbo (Srpska Napredna Stranka, SNS). Le opposizioni sono scese in piazza per protestare contro una presunta deriva autoritaria della Presidenza, che, negli ultimi anni, avrebbe ridotto la libertà di stampa, in un contesto di aumentata corruzione e violenza: il pestaggio ai danni di Borko Stefanović, leader del piccolo partito Sinistra Serba (Levica Srbije, LS). La protesta ha coinvolto varie anime dell’opposizione a Vučić e a SNS, che in Parlamento può contare sulla maggioranza dei seggi – ben 160 su 250 – e sul sostegno al proprio leader che, anche se in continuo calo di popolarità da quando ha assunto la carica di Presidente nel 2016, rimane una delle figure politiche più popolari dello Stato ex-jugoslavo. Fra i vari partecipanti alla manifestazione, spicca per particolarità la presenza di nostalgici della monarchia che dal 1945 non ha più un ruolo nel quadro istituzionale serbo.
Il Principe ereditario Aleksandar II Karađorđević è l’attuale pretendente al trono di Serbia. È figlio dell’ultimo re di Serbia e Jugoslavia, Peter II, prima che quest’ultimo fosse allontanato nel 1945 dal trono a seguito della presa di potere da parte di Tito. Come ogni buon membro di una casa regnante europea, è imparentato con buona parte della nobiltà del continente. Ha vissuto per lungo tempo in Gran Bretagna, con la cui Corona ha ottimi rapporti: la Regina Elisabetta II è la sua madrina. Avendo trascorso lì gran parte della sua gioventù, parla inglese meglio del serbo, ma, nonostante ciò, gode di una buona popolarità in Serbia. Il sentimento monarchico serbo è piuttosto forte e si è fatto via via più concreto man mano che le ultime vestigia della Federazione Jugoslava sono venute meno – è del 2006 la fine della Confederazione di Serbia e Montenegro, ultimo relitto del progetto panslavista.
A sostegno del ritorno della monarchia in Serbia c’è la ‘Associazione Regno di Serbia,che si propone il compito di sensibilizzare l’opinione pubblica su come la figura del monarca possa meglio rispettare le esigenze del popolo serbo e soddisfare i suoi bisogni e interessi. In passato ha promosso una raccolta firme, patrocinata da Aleksandar II in persona, da sottoporre al Parlamento serbo. La richiesta, sottoscritta da oltre 120mila persone, richiedeva il ritorno dell’istituzione monarchica al posto dell’esistente repubblica. Il Re – che, come tiene a sottolineare, non ha mai abdicato – tornerebbe quindi sul suo trono a Belgrado, sebbene con poteri ridotti rispetto a quelli del 1945. Dall’associazione sono molto chiari su questo punto: il sovrano non avrà poteri assoluti, ma agirà nel rispetto della Costituzione. La sua figura sarà molto simile a quella di un Presidente della Repubblica unita a quella di un difensore civico: non interferirà nel potere legislativo, esecutivo e giudiziario, ma si limiterà a indirizzare, con le sue lodi e le sue critiche, la vita del Paese.
La nostalgia per le istituzioni monarchiche è molto sentita in quelle aree d’Europa che sono state parte del Patto di Varsavia.

[...]

Il libro azzurro sul referendum - XIII cap - 3


S. M. il Re a colloquio coll’On. De Gasperi subito dopo l'adunanza alla Corte di Cassazione del 10 giugno (1)


De Gasperi: «Maestà, le porto il verbale della riunione della Suprema Corte, testé conclusa ». Gli consegnò la busta gialla.
Re Umberto: «La ringrazio. Già lo conosco per averlo ascoltato alla radio»... prese il testo, lo lesse adagio, senza dimostrare speciale emozione.
De Gasperi: «Si tratta del documento previsto dalla procedura conte stabilita alla legge».
Re Umberto alzando lentamente gli occhi su di lui, con tono significativo: «Le pare? Ho motivi di perplessità di fronte a questo documento. E’ una comunicazione provvisoria».
De Gasperi: «La suprema Corte si è attenuta alla forma ed ai limiti stabiliti dalla legge all’art. 17».
Re Umberto: «Non si tratta di questo. La comunicazione della Corte non è quella elle la legge prevede per il passaggio dei poteri. La maggioranza repubblicana non è stata proclamata. La Corte ha fatto esplicito riferimento ad una seconda adunanza, in cui darà il risultato definitivo. Ci troviamo in una fase di passaggio. Del resto sarà cosa di una settimana al più».
De Gasperi cedendo terreno, di fronte all'atteggiamento fermo del Re: «Ma dunque, quale decisione, Maestà, ritiene di prendere?».
Re Umberto: «Mi riservo di pensarci e di decidere. Devo continuare le mie consultazioni. Comunque desidero dire che non intendo aggravare la tensione, che tutti avvertiamo con una intransigenza che potrebbe essere travisata. Animato da spirito di conciliazione, sono disposto a cedere l’esercizio dei miei poteri. In tal modo, restando formalmente immutata la mia posizione di Capo dello Stato, sostanzialmente si apre la porta ad un accordo delle parti, si elimina l’ ostacolo alla collaborazione per l’ultimo periodo. Potrei fare a Lei stessa questa cessione. Sono disposto a lasciare Roma, ritirandomi in altre località, penso a Castel Porziano, si che risulti evidente il mio proposito di non intralciare, nemmeno con la presenza tisica, il normale sviluppo degli eventi. Per il resto, sia la Corona che il Governo si rimettono alla Suprema Corte ».
De Gasperi lo ascoltò pensoso; restò in silenzio, poi rispose con aria sottomessa : « Maestà, Lei mi conosce troppo bene per non rendersi conto che io personalmente accetterei senz’altro questa sua proposta. Ma devo tener conto del Governo. Esso mentre noi parliamo è riunito al Viminale. I suoi principali esponenti mi hanno già espresso la loro intransigenza. Come potrò fare accettare la proposta che Ella mi comunica a un Governo che conta di proclamare la repubblica in serata? Ella sa quali sono i limiti entro cui posso manovrare l’eterogenea formazione governativa, lo mi sforzerò di raggiungere questo compromesso, di esercitare, sia pure con le mie modeste forze, una provvidenziale azione di freno, ma non posso astenermi dall’esprimere profonda preoccupazione per quanto Ella mi dice, anche valutando il turbamento che ne subirà il Paese ».
Come si seppe poi, De Gasperi fu stupito (egli, che aveva bene  interpretato l’atto della Cassazione come una legittima e tardiva ribellione ai soprusi del Governo) della tenacia con cui il Re tendesse ad evitare una rottura, anche a costo di spogliarsi da sé della propria autorità. A uno dei suoi più fedeli collaboratori confidenzialmente disse: «Certo è un galantuomo; d’altri tempi purtroppo... ».

(1) Da Storia segreta..., pug. 158, 159.

giovedì 13 dicembre 2018

Conferenza a Livorno del Movimento Monarchici





Grandissimo successo di pubblico, tanto numeroso quanto qualificato, alla Conferenza organizzata dal Presidente Nazionale della Associazione Culturale Movimento Monarchici, Mauro Mazzoni, presso Palazzo Orlando, con il Coordinatore Editoriale di Banca Finanza, Avv. Alberto Rizzo, e l'intervento del Prof. Alessandro Giovannini, Ordinario presso la Facoltà di Scienze Bancarie a Siena, per la presentazione di Banchieri alla Città di Livorno, scritto da Beppe Ghisolfi, Vice Presidente del Gruppo Europeo delle Casse di Risparmio e Consigliere dell'Istituto Mondiale delle Casse di Risparmio.

mercoledì 12 dicembre 2018

Io difendo la Monarchia - Cap VI - 3


Ma l'esarchia che ci governa non può tanto, per fortuna: essa deve procedere d’accordo nelle sue parti e non può uscire dalla legalità dello Stato che pure concordemente le sei parti finiscono col distruggere. Ed ecco i più spinti cercare di forzare la mano ai più cauti per raggiungere non la salvezza d'Italia, né assicurare
le sue frontiere, né garantire la vita e il lavoro del popolo italiano nei prossimi anni o mesi, né salvare un patrimonio coloniale acquistato prima del fascismo e costato molto lavoro e molto sangue, ma la vittoria della loro fazione. E per giungere a tanto essi pestano nel mortaio della loro morta dottrina, l’amaro seme della sconfitta e della vergogna. Procedono su questa strada, a sfruttare i loro vecchi rancori e a coltivare l'odio civile e l’odio di classe.

Si compie negli anni tra il 1926 e il 1932 (si potrebbe dire 1939 ove si consideri l’inaugurazione della Camera dei fasci e delle Corporazioni) quella che pomposamente i fascisti chiamavano la rivoluzione corporativa. Ora è divenuto chiaro per tutti che non si trattava di una rivoluzione, ma di un mezzo di propaganda e di un espediente temporaneo della dittatura per prolungare la sua durata. Non si può però dire che non fosse una esperienza a cui molti in Italia e fuori presero vivo interesse, e che parve sostituire con vantaggio il precedente sistema politico ed economico. Come rivoluzione essa fu presentata in Italia e fuori d’Italia, fu imitata in Austria, in Portogallo, in Spagna, in Jugoslavia, in Ungheria e in Germania. Ebbe larghi riconoscimenti ed elogi da parte dell'Ufficio Internazionale del Lavoro presso la Società delle Nazioni ove i suoi rappresentanti operai, i Rossoni e i Razza, andarono per più anni di seguito e furono bene accolti a rappresentare il lavoro italiano.
Rimaneva pur sempre il fatto che sindacati e corporazioni non traevano la loro vita che dalla forza politica dello stato fascista. Come osservava il Salvatorelli le corporazioni «funzionavano come oggetto, non come soggetto ». E questo toglieva vitalità a tutto il sistema e ne impediva un autonomo e vigoroso sviluppo. Insomma il corporativismo doveva servire la dittatura, non sostituirsi ad essa. Fu una dura battaglia, nell’intimo delle coscienze di molti giovani studiosi e di molti organizzatori i quali ritennero, con il corporativismo, di avere riacquistato l’indipendenza di pensiero e di parola se non di azione; sperarono di avere spezzato o di poter spezzare le maglie della dittatura e invece si accorsero, a un dato momento, che nelle intenzioni di Mussolini c’era ben altro. Egli aveva concesso quel pascolo attentamente controllato alle forze vive e alle intelligenze più acute della nazione perché vi si abbandonasse alquanto in vivaci polemiche e in innocui progetti, ma nulla doveva toccare la ferrea struttura politica del partito e  della polizia su cui il dittatore poggiava le basi della sua tirannide. Il romagnolo era un uomo del quattrocento e il corporativismo aveva preso il posto degli innocenti tornei poetici del tempo.
Sarebbe vano però negare la vastità e l'interesse degli studi corporativi e le illusioni che si produssero. Abbiamo dinanzi i tre grossi volumi degli Atti del secondo Convegno di studi sindacali e corporativi tenuto in Ferrara nella prima decade di maggio del 1932. Il numero degli studiosi che intervennero in quel convegno e imponente: le adesioni dall’estero notevoli. Notiamo il professore Andreades dell’Università di Atene; il prof. Maurice Ansiaux dell’Università di Bruxelles; il prof. Ohlin dell’Università di Stoccolma; E. Berthelemy della Sorbona, Cedi Pigou dell’Università di Cambridge, Virgilu Magdearu di Bucarest; Carlo Balas di Budapest; Beckamann Birger di Stoccolma; Beckerath von Erwin della Università di Colonia; Stefano Ereki della Università di Szeged (Ungheria), Jotopoulus Panajos dell'Università di Atene; W. Ouaìid dell'Università di Parigi; Francesco Ruska delFAccademia d'Ungheria; Werner Sombart dell’Università di Berlino (1).

Come si vede era grande l’interesse degli studiosi e degli uomini politici d’Europa verso il movimento corporativo. E a parte quella che era la prassi politica del fascismo, il Congresso di Ferrara dimostra, per le molte e pregevoli sue relazioni e il fervore delle discussioni, quale sia stato lo sviluppo del pensiero sindacale e corporativo in quegli anni (2). L’esperienza corporativa attirava i giovani desiderosi di veder realizzato un ordine nuovo che giustificasse l’avvenuta frattura tra il mondo politico di ieri e quello odierno. Se più tardi Mussolini tradì l'aspettativa, se il corporativismo non si rivelò null’altro che un aspetto della totale supremazia dello Stato
su tutte le energie vitali della nazione; null'altro che paternalismo e controllo poliziesco sui sindacati, i primi a soffrire furono i giovani che avevano creduto alle promesse della vigilia e ai risultati delle prime esperienze.

In quel torno di tempo il fascismo aveva assunto nella politica internazionale un atteggiamento tranquillo e pacifico, incline alla collaborazione. Si volevano bonificare le terre, compiere grandi opere pubbliche, edificare le città, mutare come si diceva, il volto della Patria, trasformare l'ordine sociale, essere un centro di universale attrazione. Le dittature trovano facile la via del successo e della fortuna nei primi anni perché cercano di rendersi popolari facendo tutto quanto non fu possibile per molti motivi fare precedentemente. Esse non hanno controlli, non soffrono di diversità di concezioni e di pareri, non tutelano le pubbliche finanze, non temono l’inflazione, non rendono conto alla pubblica opinione. Perciò agiscono e in ciò fare creano interessi nuovi che difenderanno strenuamente il nuovo ordine. Consumano le energie e le riserve esistenti, scelgono come vogliono tra l'antica classe dirigente; vivono insomma sul patrimonio morale, intellettuale, economico accumulato dalle generazioni. Poi, come esse sono sterili, e hanno sempre bisogno di maggiori opere, di più mirifiche imprese, necessariamente si guastano e corrompono e rapidamente decadono e fatalmente rompono in qualche assurda e disperata impresa che segna la loro fine. L’Italia tra il 1926 e il 1933 era nella fase favorevole delle dittature,
non in quella della decadenza e tanto meno della rovina. Pensare in quegli anni di rimuovere Mussolini dal potere sarebbe stato assurdo. Egli incontrava allora il favore internazionale. Conferma lo stesso Matthews a pag. 240 del suo volume I frutti del fascismo (Laterza, 1945) ; «Riguardando a quegli anni, i più tra noi debbono ammettere che parvero anni buoni . E a pag. 252, dopo avere riassunto i termini della «questione romana » portata a conclusione l’n febbraio 1929, con la firma dei Patti lateranensi : « Egli - Mussolini - volava in alto in quei giorni poiché il fascismo stava toccando il suo apice di adulazione e imitazione mondiale.
Il colmo della sua grandezza in Italia si ebbe nel 1932 con la celebrazione del decennale del regime fascista...
Fu difatti uno dei punti più alti della sua carriera. Egli stava per aprire a Roma la via dell’Impero così giustificando il suo orgoglioso vanto che « Roma apparirà una meraviglia ai popoli del mondo ». In un giro per le città d’Italia fu acclamato con schietto entusiasmo. Inaugurò l’acquedotto del Monferrato e la nuova autostrada Milano-Torino». E a pag. 254: «L’anno dopo, Hitler giunse al potere: in Ispagna si inizio il  biennio nero e in tutto "l’oscuro e tormentato mondo le anime malate e scoraggiate realmente pensa vano che la salvezza si trovasse nella strada che conduceva al fascismo » (1).
Matthews dice inoltre che il decennio successivo 1932- 1942 fu assai peggiore del primo (1922-1932). Nessuno ne è più convinto di noi che non abbiamo mai condiviso 1 entusiasmo dei paesi lontani per un Mussolini che essi non conoscevano, e di cui non potevano vedere l’istrionismo. È però bene, in un momento in cui si è perduta ogni serenità di giudizio e ogni memoria del passato, annotare ciò che questo americano antifascista, vissuto tra noi per molti anni prima della guerra e tornato nella Penisola nel 1943, con il corpo di occupazione degli alleati, scrive a conclusione del suo esame sul primo decennio fascista: «Il "duce” ebbe in quegli anni realmente un enorme consenso popolare; tributo che veniva pagato più a lui personalmente che non al regime, sebbene per quel che si ha modo di giudicare, la maggior parte della gente fosse anche indubbiamente favorevole al fascismo. Gli italiani sono un popolo pratico e realistico che doveva sostenere o avversare il fascismo in proporzione al suo successo o fallimento materiale... ». (2).
I due plebisciti del 1929 e del 1934 danno a Mussolini e al regime circa 10 milioni di voti contro poche decine di migliaia di schede negative. Il dittatore orgogliosamente osserva che «un plebiscito può confermare una rivoluzione al potere, non rovesciarla » ma intanto egli si serve di quei risultati favorevoli per rafforzare il suo
credito all'estero. Sono quelli gli anni del consenso popolare che accompagnava la forza e dell'ammirazione dei paesi esteri che rafforzava il prestigio formale del capo. Il settimanale Domenica pubblicò nell'autunno 1944 il riassunto di un libro britannico in cui si finge di fare il processo a Mussolini per portare alla sbarra il partito
conservatore per il lungo appoggio dato al fascismo. Si immagina lo svolgimento di un regolare processo a Mussolini in un giorno dell’anno 1944 1945 dinnanzi a un tribunale britannico. Dopo batto di accusa rivolto all’imputato vengono chiamati i testimoni a discarico. Il primo è l'ex ministro degli esteri d'Inghilterra sir Austin
Chamberlain. Questi venne a Roma a dare autorità al pericolante governo fascista proprio nel momento più acuto della crisi del fascismo, durante la citata discussione al Senato tra il sei e il dodici dicembre del 1924. In un’intervista sul giornale La Tribuna sir Austin Chamberlain disse : « Il sig. Mussolini è un uomo meraviglioso e un lavoratore formidabile. Non posso addentrarmi nella politica interna di paesi stranieri, ma devo dire che il sig. Mussolini lavora per la grandezza della sua Patria e regge sulle spalle un peso enorme ».
Quando sir Austin pronunciava queste parole, la crisi politica provocata dal delitto Matteotti non era ancora conclusa. L’assassinio del deputato socialista, che fu un orribile delitto di Stato, fu fatto apparire come un atto di violenza di una banda di delinquenti estremisti. Dopo sir Austin Chamberlain, neirimmaginario processo, compare al banco dei testimoni Lord Rothermere editore del  Daily Mail. Anch'egli visitò Mussolini dopo il delitto Matteotti e scrisse: « La calma forzata e la fiducia in sè di cui Mussolini dette prova allora, la sua incrollabile decisione di estirpare la mala pianta manifestatasi nell’organizzazione fascista che egli aveva creato, furono espressione inconfondibile della sua grande forza di carattere » (!?)• E non basta, non basta. Otto  mesi dopo il giudizio di Lord Rothermere è anche più apologetico. Leggete e stupite : « Egli, Mussolini, è la più grande figura della nostra epoca. Mussolini dominerà probabilmente la storia del secolo ventesimo come Napoleone dominò quella del primo Ottocento ». Nientemeno. Pare di sognare. Un simile abbaglio del Lord inglese, una simile apologia che dall’estero, da un grande paese come l’Inghilterra rimbalzava qui, dovevano avere ed ebbero fra noi una grande ripercussione: in alto non meno che in basso. E concorsero a creare il clima che spiega molti atteggiamenti: anche quello del Re.

(1)          Sombart prendeva la parola e diceva tra l'altro, a nome di tutti gli stranieri: «Quando ci domandiamo a qual punto siamo arrivati (mi permettano di spiegarmi come scienziato, non come politico ma come scienziato che ha il solo dovere di osservare i fatti e di constatare quello che c'è) possiamo dire che, se non sbaglio ci troviamo adesso In un'epoca di rivoluzione, in un'epoca che si chiama In tedesco Zeitwendeit, in un tempo ove tutte le grandi Idee sono in movimento, sono in cambiamento. E il senso di questo cambiamento, secondo me, è questo: slamo arrivati alla fine di un'epoca che si può chiamare l'epoca economica. Il secolo scorso è stato un secolo puramente economico... Io credo che slamo arrivati ad un punto in cui gli uomini non vogliono più sopportare la dominazione dell’economia... Questo è il movimento di tutti i paesi del mondo civilizzato. Anche in Russia, secondo me. si manifesta la stessa tendenza. Da noi, in Germania, abbiamo il nazionalsocialismo che ha la stessa tendenza, ma l’Italia è stato il primo paese che ha fatto il primo passo nella nuova strada: questo é il merito dell’Italia. Per questo l’Italia è adesso il paese dove gli sguardi di tutte le nazioni sono diretti. Una volta, sei o sette secoli fa, i popoli nordici venivano a Bologna per imparare il diritto romano: allora dicevasi: Bononia docet. Adesso gli stessi popoli vengono in Italia per imparare il diritto corporativo ».

(2)          Vedi anche Perticone: op. cit., pag. 301.

(3)       Non riportiamo per amore di brevità tutti gli altri riconoscimenti del Matthews. Uno solo vogliamo sottolinearne.  A pag. 255 egli scrive : « Le linee di navigazione italiane sono in realtà, le migliori del mondo ». Appunto per questo molto probabilmente non ci sarà più restituita la nostra marina mercantile.
(4)          Lo stesso Matthews ricorda i risultati delle elezioni o plebiscito del 25 marzo 1934: «10 milioni e 60 mila elettori votarono per il fascismo con una percentuale del 99,84 per cento sugli iscritti. Presso a poco gli stessi risultati si erano avuti nel 1929».

lunedì 10 dicembre 2018

Il ricordo dei Sovrani sepolti nel Santuario di Vicoforte

A un anno dal trasferimento delle salme. Cerimonie in memoria di Elena e Vittorio Emanuele III




Santuario di Vicoforte, 15 dicembre 2017. Nella massima riservatezza, alle 19 giunge il feretro di Elena di Savoia, accolto dal conte Federico Radicati di Primeglio, delegato della Casa sabauda. L’ultima Regina d’Italia, che riposava dal 1952 a Montpellier, viene deposta in una tomba con la lapide «Elena di Savoia, regina d’Italia, 1873-1952», alla sinistra dell’altare della cappella di San Bernardo. Monumento funebre ornato di marmi bardiglio, nero Belgio, verde Levanto e giallo Provenza. Alle 17,45 la principessa Maria Gabriella, nipote di Elena, annuncia l’avvenuta traslazione, con una nota ripresa dall’Ansa di Parigi. Lì accanto, la mattina del 17 dicembre, viene tumulata (in arrivo da Alessandria d’Egitto dove si trovava da fine dicembre 1947) anche la salma di Vittorio Emanuele III.
Un anno fa, per completare un iter iniziato il 19 marzo 2011. Lo ricorderanno la Consulta dei senatori del Regno, guidata da Aldo Alessandro Mola, e l’Associazione di studi storici «Giolitti», presieduta da Alessandro Mella. Avverrà sabato, alle 11, nel Santuario. Alla sobria cerimonia potrebbe essere presente anche la principessa Maria Gabriella, che già visitò le tombe e ieri mattina ha confermato dalla Svizzera: «Sto valutando se sarà possibile partecipare, compatibilmente con le esigenze familiari e organizzative».
Le sepolture dei sovrani sono videosorvegliate e meta di curiosi e nostalgici. «Per essere lieti della traslazione di un anno fa - sottolinea il professor Mola - non occorre affatto essere monarchici: basta essere italiani».
[...]





A Vicoforte l'anniversario della traslazione delle Salme dei Reali

Alle 11 di sabato 15 dicembre nel Santuario-Basilica di Vicoforte monsignor Meo Bessone e il professor Aldo Mola rievocano l'inumazione delle Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena
Alle 11 di sabato 15 dicembre  nel Santuario-Basilica di Vicoforte mons. Meo Bessone e il prof. Aldo A. Mola rievocano l'inumazione delle Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Il 15 dicembre 2017 giunse il feretro della Regina, sepolta a Montpellier dalla morte, il 28 novembre 1952. Il 17 seguente giunsero le spoglie di Vittorio Emanuele III, dal 31 dicembre 1947 deposte nell'altare maggiore della Chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d'Egitto, ove il sovrano si spense il 28 precedente, cittadino italiano all'estero nella pienezza dei suoi diritti di Capo dello Stato abdicatario. 
La Principessa Maria Gabriella di Savoia ringraziò il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per aver fattivamente propiziato il loro congiungimento in patria, nel cuore del loro amato Vecchio Piemonte. 
Da un anno le Salme dei Sovrani riposano nella Cappella di San Bernardo, accanto a quella del duca Carlo Emanuele I, duca di Savoia dal 1580 al 1630, fondatore dell'imponente Mausoleo di Casa Savoia avviato sin dal 1596, proseguito su disegno di Ascanio Vitozzi e completato a metà Settecento dal geniale Francesco Gallo con la cupola ellittica più grande del mondo, stupendamente affrescata da Mattia Bortoloni e Felice Biella.
Le Tombe sono meta quotidiana di un flusso crescente di persone attratte dall'austera semplicità del luogo. Solenne e di rara bellezza, degna sepoltura di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena, come dichiarò la Principessa Maria Gabriella di Savoia in visita a Vicoforte con la figlia Elisabetta, il Santuario propizia la riflessione sulla storia d'Italia e sui suoi punti di forza: la libertà dei cittadini e l'unità della patria, come si legge nel frontone del Vittoriano a Roma. 
Secondo il prof. Mola “per allietarsi della traslazione di un anno fa, non occorre affatto essere monarchici; basta sentirsi italiani”.
La rievocazione è promossa dalla Consulta dei senatori del Regno, di concerto con la Associazione di studi storici Giovanni Giolitti, presieduta da Alessandro Mella, e con la adesione del Gruppo Croce Bianca di Torino, presieduta da Alessandro Cremonte Pastorello.

http://www.targatocn.it/2018/12/09/leggi-notizia/argomenti/attualita/articolo/a-vicoforte-lanniversario-della-traslazione-delle-salme-dei-reali.html

domenica 9 dicembre 2018

Quel Natale da Re



Emilio Del Bel Belluz
da Libero di giovedì 06 dicembre 2018


La vita di ogni persona è fatta da un susseguirsi di attimi che poi scompaiano. 
Ci sono però dei momenti che vorremmo non finissero mai, perché ci hanno fatto provare delle intense emozioni. 
Quasi quarant’anni fa mio padre mi donò un libro di Giovannino Guareschi. 
Una domenica di novembre, dopo la Santa Messa, mi misi a leggerlo. Era affascinato dalle storie che vi trovavo e mi commossi alla lettura del racconto in cui si parlava della vecchia maestra elementare di  Brescello che, vicina alla morte, espresse con umiltà al parroco Don Camillo e al sindaco Peppone il suo ultimo desiderio. La maestra aveva trascorso tutta la vita a insegnare in paese e conosceva tutti, a ognuno aveva insegnato a leggere e a scrivere. Si poteva considerarla una vera e propria istituzione, la donna poi viveva in modo umile, in una casa che le aveva messo a disposizione il Comune. Raccontò al parroco e al sindaco, che voleva essere sepolta con la bandiera del Re. 
La sua richiesta era legittima, perché la donna aveva sempre amato la famiglia Savoia.In quegli anni non conoscevo molto bene la storia, mi commosse però la frase che la maestra disse rivolta al sindaco: «I Re non si mandano mai via». Poi nel libro si racconta il suo funerale con la bandiera sabauda. «E così il giorno dopo la signora Cristina andò al cimitero nella bara portata a spalla da Peppone, dal Brusco, dal Bigio e dal Fulmine. E i quattro avevano al collo i loro fazzoletti rossi come il fuoco, ma sulla bara c’era la bandiera della signora maestra. Cose che succedono là, in quel paese strampalato, dove il sole picchia martellate in testa alla gente e la gente ragiona più con la stanga che con il cervello, ma dove, almeno, si rispettano i morti».
Dopo la lettura del libro, sentii il desiderio di conoscere bene la storia dei Savoia. Mi rivolsi a mio padre che aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale ed era stato fatto prigioniero dai tedeschi.
Mi parlò con tanta tristezza del Re Umberto II che fu costretto a vivere in esilio in Portogallo, ma mio padre disse che il suo cuore era rimasto in Italia e il nostro Paese dopo la sua partenza era diventato più povero. Il Re aveva lasciato l’Italia per evitare spargimento di sangue, ma mai avrebbe pensato di non farci più ritorno. Quella sera andai a letto, intristito, avvilito, pensavo al sovrano in esilio, a quanta malinconia dovesse avere nel suo cuore. Un mese. Mancava un mese al Santo Natale e addormentandomi, lo immaginavo mentre passeggiava a Cascais e osservava il mare, sognando l’Italia. Non dormii bene la notte, avevo dentro di me le parole di Guareschi, della maestra Cristina e quelle di mio padre. L’indomani andai in biblioteca per fare una ricerca su casa Savoia. Recuperai l’indirizzo del Re e gli scrissi. Le parole mi uscivano spontanee, mi sentivo vicino a lui e chiesi se potevo ricevere una sua foto con dedica. Nella lettera gli dissi che provavo molto affetto nei suoi confronti e che mi sarebbe piaciuto che tornasse in Italia con la sua famiglia. Con molta passione scrissi questa lettera, non la rilessi, l’avevo scritta con il cuore. Da quel momento incominciai a leggere tutto quello che trovavo sui Savoia.Sempre più vicino. Il Natale si avvicinava velocemente, ogni giorno che passava, la mia gioia cresceva, perché il Santo Natale era per me la festa delle feste. In casa avevamo preparato il presepe. Era stato collocato come ogni anno in cucina, che era la stanza più bella. La sera mi fermavo a osservare le belle statuine e la Santa Famiglia di Nazareth. Prima di addormentarmi pensavo a quella lettera che era partita per Cascais e con la fantasia correvo a cosa avrebbe provato il Re in quei giorni. Avevo ripreso a leggere la storia dei Savoia e in un quaderno raccoglievo tutte le notizie.
Le settimane passarono, il parroco cui avevo confidato d’aver scritto una lettera al Re, era fiducioso che mi avrebbe risposto. Vivevo in un paese di qualche centinaio di abitanti, composto di una chiesa, la canonica, l’abitazione del sacrestano, un grappolo di case, oltre all'osteria di mio padre. Il fiume scorreva vicino al paese e d’inverno mi piaceva sentire il suo profumo, osservare le sue acque, che correvano verso il mare. Il Comune aveva illuminato il borgo con delle luci scintillanti che creavano un’aria di festa. La mia non era una famiglia ricca, ma il duro lavoro di mio padre non ci aveva mai fatto mancare l’essenziale.

Intero paese. 

La notte di Natale andai alla messa di mezzanotte, cui partecipava l’intero paese. Erano passate alcune settimane, da quando avevo spedito la lettera al Re, ma non avevo ricevuto risposta. Pensai che il Re fosse molto indaffarato a rispondere alla tanta corrispondenza che riceveva. La notte di Natale, sotto l’albero trovai alcuni doni. A Natale, i miei genitori mi regalavano di solito dei libri e quell’anno avevo chiesto di ricevere altri libri di Guareschi. 
Tra i doni m’incuriosiva un pacchetto che non era stato confezionato come gli altri; lo scartai e rimasi sorpreso. Al suo interno trovai un libro, una foto con dedica del Re d’Italia e una lettera. La mia felicità non aveva confini, presi tra le mani la foto del Re, che aveva scritto: “A Emilio Del Bel Belluz, Umberto”. Il libro era: La storia del Re dall’esilio. Mio padre aveva ricevuto nei giorni precedenti il plico da Cascais, malo nascose, perché voleva che fosse una sorpresa per la notte di Natale. Mi misi subito a leggere il libro e mi addormentai solo all’alba. Felice come non mai, mi venivano in mente le parole della maestra Cristina: “I Re non si mandano mai via”. L’indomani andai dal sacerdote e gli mostrai quei doni. Sono passati oltre quarant’anni da quel Natale, ma non ne ho vissuti mai di così emozionanti. 

Da allora non ho mai dimenticato il Re e la sua famiglia.

giovedì 6 dicembre 2018

Discorso del Re di Spagna nel 40° anniversario della Costituzione spagnola


Permettetemi di iniziare esprimendo a voi il grande onore che spetta a me rivolgermi alle vostre signorie ed a tutti voi in questo atto commemorativo del 40° anniversario della nostra Costituzione. Una Costituzione la cui celebrazione merita il più grande riconoscimento di tutte le istituzioni dello Stato; Grazie a lei e alla sua protezione, la Spagna vive oggi in democrazia e libertà.
Molte grazie, signora Presidente, per il suo gentile invito e per le sue parole; e a tutti, per la loro presenza in questa giornata emozionante e così piena di significato in cui evochiamo un periodo unico della nostra storia. Lo facciamo anche alla presenza di alcuni dei suoi principali e più importanti protagonisti che saluto con affetto e riconoscimento.
Signore e signori,
In queste prime parole, e in occasione di questo anniversario, voglio esprimere, ancora una volta, il mio rispetto e impegno per la nostra Costituzione. Un impegno che ho assunto formalmente al raggiungimento della maggiore età e rinnovato il 19 giugno 2014 davanti alle Cortes Generales. Ricordo bene le parole che il presidente del Congresso, Don Gregorio Peces-Barba, mi rivolse che il 30 gennaio 1986.
Così disse: "Il giuramento che state per prestare sta a simboleggiare la vostra sottomissione alla legge, l'accettazione del sistema parlamentare rappresentativo che la nostra Costituzione stabilisce, il vostro impegno a servizio delle istituzioni dei cittadini e la vostra fedeltà al Re."
Un impegno istituzionale, ma anche, indubbiamente, personale e morale. Un impegno che non è solo un requisito della mia responsabilità, ora come capo di stato, ma è anche l'espressione della mia stima e dovere di lealtà verso il popolo spagnolo, che con la ratifica della nostra Costituzione, la libertà e l'esercizio della sua sovranità, ha concesso legalità e piena legittimità democratica a tutte i poteri e le istituzioni dello Stato.
Signore e signori, 
Questo anniversario è una grande opportunità per ricordare e riconoscere la dimensione storica della decisione presa dagli spagnoli il 6 dicembre 1978; ed è anche, senza dubbio, per valorizzare ai nostri giorni la portata e la prospettiva che merita.
Pertanto, celebriamo questa giornata con solennità e, anche, come un profondo tributo di gratitudine. Ci sono così tante persone - presenti e assenti - a cui lo dobbiamo, che sarebbe impossibile menzionarle tutte. Per questo motivo, voglio simboleggiare quella gratitudine in coloro che, con ogni merito, abbiamo chiamato i Padri della Costituzione. E voglio farlo attraverso l'autorità della loro testimonianza, perché ci offrono l'interpretazione più fedele dell'opera che commemoriamo oggi.
Consentitemi, quindi, di iniziare con le parole di don Gabriel Cisneros, che ha descritto i suoi colleghi nella relazione costituzionale:
"La veemente erudizione di Fraga; il conservatorismo illustrato e pungente di Miguel Herrero; il temperato distacco di Cadice e liberale Pérez-Llorca; il Maritainismo - a volte un po’ schietto, a volte un po’ adirato - di Fish-Beard; la catalanità sottile, negoziale e implacabile di Roca; l'incredibile tenacia marxista di Solé Tura; il mio populismo", ha detto Cisneros di se stesso, anti-oligarchico, riformista, puritano e tradizionale allo stesso tempo. Tutto ciò ha fatto la Costituzione spagnola del 1978. Tutto ciò, ha concluso, oltre alla passione spagnola dei sette.
Con tutti loro - e con così tanti uomini e donne che insieme a loro, che hanno dibattuto e conocrdato, da ideologie così diverse e tradizioni così diverse - la Spagna ha contratto il suo più alto debito. I loro nomi fanno parte della nostra migliore storia, perché con la loro visione politica e generosità hanno reso possibile la libertà e il progresso di milioni e milioni di spagnoli.
Signore e signori,
La Costituzione è il grande patto nazionale di convivenza tra spagnoli per la concordia e la riconciliazione, per la democrazia e per la libertà. Nelle parole di Don Miguel Herrero: "Una costituzione consensuale (...) un patto, ma inteso non come una mera transazione, ma come unione di volontà".
Non è un'altra Costituzione della nostra storia, da quel lampo illustrato e fugace che Cadiz immaginava nel 1812: è veramente il primo risultato di accordo e comprensione e non di imposizione; è il primo che materializza la volontà di integrarsi senza escludere; è il primo che non divide gli spagnoli, ma li unisce, che li chiama insieme per un progetto comune e condiviso; per il progetto di una Spagna diversa, di una nuova Spagna: di una nuova idea di Spagna.
"La Costituzione era un patto di coraggio e non di debolezza: perché il patto è il privilegio del coraggio"; non sono mie parole. Sono di Don Miquel Roca, che, riferendosi al popolo perseguitato dalla dittatura, ha detto: "Non possono essere accusati, dalla dignità e dall'obiettività, come probabilmente sono stati condizionati da alcuni poteri concreti che avevano sconfitto con il loro ritorno alla libertà. "
E ha aggiunto: "Nessuno potrebbe sentirsi condizionato quando un sistema democratico è stato costruito nel mezzo di un conflitto terroristico che ha causato morti e vittime costanti. E nessuno dovrebbe ignorare che i patti di Moncloa, (...) sono stati firmati e approvati da tutto lo spettro sociale e politico. E che il nostalgico si sentì così sconfitto da tentare un colpo di stato il 23 febbraio 1981, che fallì e consolidò la democrazia in Spagna ".
Né il popolo spagnolo ha dubbi o debolezze: aveva preoccupazione e preoccupazione, sì, ma anche una grande speranza; viveva con una grande illusione, aveva persino fiducia che stavolta avrebbe avuto la meglio; e così egli lo dimostrò chiaramente ed enfaticamente con la sua decisione libera, civile e matura nel referendum del 6 dicembre 1978.
Signore e signori,
Riferendosi alla transizione politica, Don Manuel Fraga ha dichiarato: "Sono anni di decisione. Dobbiamo occupare il nostro posto esatto nel mondo attuale. Se lasciamo, per indecisione o per incapacità, il treno della storia, i nostri problemi economici, sociali e politici non saranno risolti ".
E la Spagna non ha mancato, in questa occasione, il treno della Storia; questo è stato riconosciuto dalla comunità internazionale. La nostra Costituzione è il culmine di un processo che è il più grande successo politico della Spagna contemporanea. Un processo di cui tutti possiamo sentirci autenticamente orgogliosi, perché nello spirito, i valori e gli ideali che hanno ispirato questo periodo della nostra storia è la migliore Spagna.
 E quello spirito, quei valori e quegli ideali, non possiamo dimenticare né distorcere, ma rivendicarli oggi legittimamente, perché sono la base del consenso politico e sociale che soddisfa le differenze storiche tra gli spagnoli e supera una Spagna secolarmente conflittuale e divisa.
Come ha sottolineato Don Miguel Herrero: "I relatori che hanno scritto la bozza finale hanno avuto la fortuna di essere e sentire organi, più o meno consapevoli ma certi, dello spirito della nostra gente. Non abbiamo dovuto cercarlo; lo respiriamo nella pubblica piazza. "
E a quello spirito, a quello spirito del popolo, che è quello della Costituzione, è quello a cui mi riferirò ora:
Primo, alla riconciliazione. Non possiamo né dobbiamo dimenticare quegli spagnoli provenienti da luoghi diversi, idee e sentimenti, dall’interno o dall’esilio, motivati ​​dagli stessi ideali, spinti dalla forza e dall'entusiasmo della gente, con complicità e immensa generosità si riconobbero e accettarono in una riunione piena di emozioni, perdono e rassegnazione.
Ma quell'abbraccio era anche pieno di speranza e futuro. Perché quegli spagnoli volevano lasciare in eredità alle generazioni future, soprattutto, la Spagna riconciliata con se stessa in cui mai devono tornare a vivere la sofferenza, la paura o l'amarezza di quanto subito. Quindi quel disprezzo non avrebbe diviso di nuovo gli spagnoli, né l'odio avrebbe superato la ragione.
Quegli spagnoli ci hanno dato il miglior esempio di umanità e fraternità; ci hanno dato una lezione di dignità; questo è il motivo per cui, ancora una volta, desidero ribadire la nostra più grande gratitudine, tutta la nostra ammirazione e il nostro più profondo rispetto.
In secondo luogo, la comprensione. Una volontà di tutti gli spagnoli di volersi capire l'un l'altro; rispettare le idee degli altri, comprendere e accettare le differenze, ponendo fine alla persecuzione politica e all'intolleranza; la volontà di risolvere conflitti e disaccordi attraverso il dialogo, nel rispetto delle leggi e dei diritti degli altri, senza imposizioni o esclusioni.
Don Jordi Solé Tura lo ha spiegato in questo modo: "Tra i sette oratori c'erano molte differenze politiche (...) Abbiamo rappresentato diverse opzioni, e in passato abbiamo avuto scontri radicali. E soprattutto con le nostre differenze abbiamo imparato a trovare un punto fondamentale che era di redigere una costituzione (...) che non dividesse i cittadini spagnoli in due blocchi equivalenti e opposti radicalmente, ma ha dovuto stabilire regole di un gioco giocabile da tutti noi che eravamo sostenitori della democrazia. Era necessario stabilire, ovviamente, una linea divisoria - stava dicendo Solé Tura - quella che separava i partigiani della democrazia - indipendentemente dalle loro opzioni e interessi sociali - dai suoi nemici ".
Infine, lo spirito di integrazione della società spagnola. Una vocazione integratrice che non suppone uniformità, né mezzi per dimenticare o sopprimere la diversità territoriale, né per negare la pluralità, ma per assumere e riconoscere tutti in una realtà nazionale comune in cui si adattano modi diversi di pensare, di comprendere e di sentire. Una Spagna, insomma, che appartiene a tutti, costruita da tutti, e sentita e condivisa da tutti.
In questo senso, Don Miguel Herrero ha dichiarato: "La nostra Costituzione ha riconosciuto il diverso e il plurale, proprio per integrarlo".
La Costituzione è la grande alleanza nazionale di convivenza tra spagnoli per la concordia e la riconciliazione, per la democrazia e per la libertà ... è la prima che materializza la volontà di integrarsi senza escludere; è la prima che non divide gli spagnoli, ma li unisce, che li chiama insieme per un progetto comune e condiviso; per il progetto di una Spagna diversa, di una nuova Spagna: di una nuova idea di Spagna.
E nel frattempo, Don José Pedro Pérez-Llorca disse così: "La consapevolezza che i precedenti tentativi storici erano falliti e che il fallimento aveva portato calamità senza fine al paese era (...) qualcosa che pesava molto nel saldo finale della Costituzione soprattutto, nell'atteggiamento e nello spirito con cui è stata negoziata parola per parola. Atteggiamento o stato d'animo, ha detto, che era privo nella volontà di prevalere, anche se tutti conoscevano le proprie ragioni e argomenti, ed era presente, invece, la necessità di raggiungere accordi, convertendo le ragioni di ciascuno nella ragioni di tutti.
E aggiunse: "Si trattò di essere inculsivi, e di fuggire anatemi e condanne (...) Così la Costituzione, se non di tutti, perché questo non è possibile, è nata con la vocazione ad essere condivisa da tutti".
Signore e signori,
Con questo spirito di riconciliazione, di comprensione e di integrazione, la Costituzione ha raccolto nel suo testo le basi fondamentali diuna Spagna che si è costituita come uno Stato Sociale e Democratico di Diritto.
In tal modo, la Costituzione affermava:
- La sovranità nazionale, che è stato recuperata da e per il popolo spagnolo, tornando agli spagnoli come cittadini e sopprimendo la loro condizione di sudditi.
- L'unità della Spagna, riconoscendo l'autonomia delle sue nazionalità e regioni ed il loro autogoverno.
- La monarchia parlamentare, in cui il Re è un simbolo dell'unità e della permanenza dello stato. Una monarchia parlamentare all'interno di una democrazia che ha motivato mio padre Re Juan Carlos I, in modo decisivo e determinante, durante quel periodo importante della nostra storia; e sempre con lui, il supporto permanente e impegnato di mia madre, la Regina Sofia.
- La separazione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario, indipendente nell'esercizio delle loro funzioni, e la Corte costituzionale come l'interprete supremo della nostra Costituzione.
- Infine, e come fondamento dell'ordine politico e della pace sociale, il riconoscimento dei diritti e delle libertà basati sulla dignità della persona, nel rispetto della legge e dei diritti degli altri.
Da queste basi è nata una nuova Spagna, un nuovo stato, diverso dai precedenti e che ha rotto con il passato. La Spagna si è costituita in una democrazia simile alle altre nazioni occidentali e condivideva con le Repubbliche parlamentari e le Monarchie dei paesi vicini i valori costituzionali che proclamava: libertà, giustizia, uguaglianza e pluralismo.
Ha detto, in questo senso, Don Gregorio Peces-Barba: "Penso che si possa dire che la democrazia parlamentare è l'unico canale per l'accordo di base tra tutti gli spagnoli per l’esclusione della violenza. È il modello di progresso, razionalità e integrazione dei conflitti. Non c'è alternativa al Parlamento per evitare la tragica dialettica dell'odio e dell'amico-nemico. È il modello della libertà e dei diritti fondamentali, è il modello della tolleranza ".
La Spagna iniziava così, su quelle basi, un modo per intraprendere le profonde trasformazioni richieste dalla nostra vita in comune.
Ora che sono trascorsi 40 anni, possiamo dire che, in effetti, sotto la vigente Costituzione, la Spagna ha senza dubbio vissuto il più profondo e radicale cambiamento politico, territoriale, internazionale, economico e sociale della sua storia.
Nella sfera politica, oggi - soprattutto e felicemente - possiamo affermare che la democrazia è fermamente e pienamente consolidata. Le giovani generazioni sono nate, educate e sviluppate in una società democratica e i valori costituzionali permeano la vita quotidiana e personale dei nostri cittadini e anche la nostra vita collettiva.
Risolvere equivoci attraverso il dialogo, il rispetto delle leggi e dei diritti degli altri, l'esercizio di tali diritti e l'adire in tribunale per difenderli e rispettare le loro decisioni, sono principi saldamente radicati nel comportamento dei cittadini. Il sentimento costituzionale, consapevole o talvolta inconsapevole, è profondamente radicato nei nostri atteggiamenti perché la Costituzione è l'anima vivente della nostra democrazia. Una democrazia che non fa passi indietro nei sentimenti e nelle coscienze degli spagnoli.
Profonda è stata anche la trasformazione sperimentata nella nostra struttura territoriale. Mai prima d'ora nella nostra storia era stata progettata e costruita un'architettura territoriale con una così profonda decentralizzazione del potere politico, e il riconoscimento e la protezione delle nostre lingue, tradizioni, culture e istituzioni.
Nell'arena internazionale, la Spagna ha realizzato il suo grande sogno di tornare all'Europa democratica; ha svelato tutto il potenziale politico, economico e culturale che ci unisce alle nostre nazioni sorelle dell'Ibero-America. In breve, ha recuperato la sua presenza e il suo ruolo nelle istituzioni internazionali e negli impegni multilaterali per la pace, la sicurezza e lo sviluppo; facilitando anche l'apertura e la presenza economica e commerciale nel mercato mondiale, con la grande ondata della globalizzazione alle porte.
Infine, mi preme sottolineare, anche, l'enorme livello di progresso in tutti gli ordini che la Spagna ha raggiunti in questi 40 anni di democrazia, governati dalla nostra Costituzione. I progressi nel campo dei diritti civili e la protezione e l'uguaglianza delle donne sono indiscutibili successi in una società avanzata e matura come la nostra. E nessun ambito sociale, economico o culturale è stato escluso da un profondo rinnovamento e miglioramento delle sue strutture, della sua organizzazione e del suo sviluppo.
Ogni anno, soprattutto grazie al sacrificio e al duro delle generazioni successive di lavoro spagnoli, si è costruito uno stato sociale che dobbiamo preservare e migliorare e che è essenziale nella nostra società. L'istruzione pubblica ha raggiunto tutti i cittadini e la sanità pubblica, gratuita e universale, è altamente riconosciuta e valorizzata all'interno e al di fuori del nostro paese.
I progressi nel settore del turismo, i trasporti, le infrastrutture, l'energia, le telecomunicazioni, l'ambiente ..., anche nel campo della sicurezza, per citarne alcuni, sono evidenti e davvero straordinaria; e la Spagna, in quel grande balzo in avanti, ha anche raggiunto posizioni di leadership - impensabili 40 anni fa in molte di queste aree della nostra realtà.
La Spagna, in breve, anche con i bisogni e le difficoltà che conosciamo bene e nonostante l'impatto delle crisi economiche - specialmente la più recente - ha raggiunto livelli di prosperità e benessere come mai prima nella nostra storia. In breve, la Spagna è stata modernizzata.
Il passare del tempo ha permesso, quindi, di verificare il successo storico delle nostre Cortes Costituenti. La strada percorsa dalla nostra Costituzione è stata un grande successo collettivo, ma non è stato facile. Molti spagnoli hanno perso la vita, o quella di un parente, vittime del fanatismo e del terrorismo irragionevole; saranno sempre, con la massima dignità, nella nostra memoria. La Spagna ha dovuto affrontare negli ultimi 40 anni eventi molto gravi e molto gravi che hanno condizionato la nostra libertà e anche la nostra convivenza. Eppure, nonostante tutto, la Costituzione e il nostro stato di diritto sociale e democratico hanno prevalso.
Signore e signori, 
Una nuova generazione di spagnoli ha iniziato ad occupare responsabilità nella società e nelle istituzioni. E abbiamo, senza dubbio, l'enorme compito di andare avanti, di non conformarci, di fare tutto il possibile per onorare e migliorare l'enorme eredità che abbiamo ricevuto dalle generazioni che ci hanno preceduto.
La celebrazione del 40 ° anniversario della nostra Costituzione serve a dimostrare che la Spagna oggi è molto diversa da quella del 6 dicembre 1978. Così come le circostanze del mondo in cui viviamo sono molto diverse e persino più esigenti di quelle dell'ultimo terzo del secolo scorso.
E, naturalmente, questo anniversario non può farci dimenticare che tutti questi anni ci sono stati errori, errori e insufficienze nel nostro paese. Né dovremmo tacere che, naturalmente, abbiamo problemi politici, economici e sociali molto rilevanti; che abbiamo anche la grande sfida, che ci chiama quotidianamente, a preparare la Spagna di fronte alle nuove esigenze dei progressi scientifici e della rivoluzione tecnologica che già definiscono così chiaramente, ai nostri giorni, il XXI secolo; e soprattutto per garantire che il benessere e la prosperità che la Costituzione ha contribuito a risolvere, raggiungano effettivamente tutti i nostri cittadini, in modo che possano contemplare il loro futuro con lo spirito e la pace della mente a cui hanno diritto.
Pertanto, abbiamo il dovere di pensare al futuro; continuare a costruire, dalle nostre rispettive responsabilità, una Spagna all'avanguardia, moderna e rinnovata; una Spagna aperta ai cambiamenti che la nostra società e, soprattutto, le giovani generazioni meritano.
E sappiamo che per andare avanti, per progredire con sicurezza e fiducia, dobbiamo sommare questo immenso patrimonio di libertà, didiritti e di benessere che abbiamo ottenuto alla volontà di adattare e plasmare il nostro modo di fare e vivere la realtà di ogni momento; con uno spirito critico ma sempre costruttivo. Solo così, possiamo aprirci al futuro con garanzie e solidità, con illusione e speranza.
Celebrazioni come quella di oggi ci permettono non solo ricordare e riconoscere gli ideali e i valori che uniscono gli spagnoli in un periodo indimenticabile della nostra storia, ma anche rivendicare il loro pieno vigore oggi come pilastri essenziali e ispiratori della nostra convivenza: lo spirito di riconciliazione, perché la Costituzione è un mandato permanente di concordia tra gli spagnoli; la volontà di capire, attraverso la parola, la ragione e il diritto; la vocazione all'integrazione, rispettando le nostre differenze e la nostra diversità; e lo spirito, solidale e generoso, che edifica e unisce la fibra morale della nostra società.
Signore e signori,
A questo compito di costruire la Spagna, a cui tutti siamo chiamati, dedico la mia vita e tutti i miei sforzi; da quel lontano 30 gennaio 1986, che conservo con grande emozione nella mia memoria; e in un modo più speciale dalla mia proclamazione come Re il 19 giugno 2014, all'inizio di un nuovo e rinnovato epoca per la Corona di Spagna. Una vita al servizio di tutti gli spagnoli, dell'indipendenza e della neutralità, e impegnata nella Costituzione che ci ha portato democrazia e libertà.
Perché la Corona è già indissolubilmente unita - nella vita della Spagna - alla democrazia e alla libertà.
Muchas gracias, moltes gràcies, eskerrik asko, moitas grazas.

Come sempre La traduzione è avvenuta grazie a Google e ad un paio di Cammini di Santiago fatti tempo fa.
Come sempre si accettano suggerimenti, migliorie, correzioni, integrazioni e quanto altro.