NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

mercoledì 4 maggio 2016

Outsiders, maledetti hippes monarchici

Che non si dica che siamo capaci di riportare solo notizie serie o vecchie. Siamo dotati anche noi di grande ilarità e ci piacciono le novità :-)



di Amleto De Silva
Ogni tanto ti capita una serie veramente strana, che non riesci a inquadrare. Sono propenso a credere che non sia affatto un male: una fesseria è senza alcun dubbio una fesseria, e questo significa che, tutto sommato, Outsiders non è una fesseria, Non una fesseria completa, comunque. Ho sentito uno dei protagonisti descriverla come una cosa “a metà tra Mad Max e La casa nella prateria”, e forse è la definizione migliore, anche se io ci aggiungerei un pizzico (solo per gradire) di Wrong turn, non so se avete presente, e una guarnizione di Un tranquillo weekend di paura. La storia è abbastanza semplice: c’è questa montagna, sugli Appalachi, che nasconde un enorme giacimento di carbone, che ovviamente fa gola a una grossa e malvagia compagnia mineraria. Metteteci il fatto che nella cittadina ai piedi della montagna sono tutti disoccupati causa crisi, e capirete che i posti di lavoro promessi dalla multinazionale del carbone fanno gola a molti, praticamente a tutti. Nessun problema, direte voi. E invece il problema si manifesta nelle vesti di una piccola comunità, i Farrell, che ormai da secoli vivono allo stato quasi brado sulla suddetta montagna; non pensate però ai classici hillbillies con la salopette di jeans e il banjo, anche se ci sono vicini, così come sono vicini ai mostri di Wrong turn. Diciamo piuttosto che sono un miscuglio tra le due cose, per di più con una struttura sociale abbastanza organizzata. C’è infatti un Re (o una Regina, a seconda, in questo i Farrell sono abbastanza aperti, se mi passate l’espressione) che con mano ferma impera sulle tribù della montagna. Ora, voi mi insegnate che dove c’è un monarca c’è, in agguato (o incluso nella confezione, a vostro piacere) un regicida che aspira a prenderne il posto: è questo il caso dei Farrell, dove il vecchio ma ancora forte Big Foster aspira a succedere -il più presto possibile- alla madre, la Regina, una vecchia incartapecorita che pare sia sempre sul punto di andarsene ma non muore mai. Tipo Carlo ed Elisabetta, per capirci.

[...]

Addio alla maestra Maria Citta, aveva 96 anni

Apprendiamo dalla rete della scomparsa della Signoria Maria, che non avevamo la fortuna di conoscere ma che evidentemente condivideva con noi cose importanti.
E' stato immediato ripensare ai funerali della "Signora Cristina", la vecchia maestra del film di Don Camillo dopo il riferimento alla maestra di altri anni, fuori dal tempo. 

E con le immagini del film di Guareschi vogliamo salutare la Signora Maria.
Le nostre condoglianze alla famiglia.

Aveva sulla parete una foto con dedica personale: era quella di Umberto II, ultimo Re d’Italia.
QUARTO D’ALTINO. Aveva sulla parete una foto con dedica personale: era quella di Umberto II, ultimo re d’Italia, il “Re di maggio”. Maria Citta, la “Signora Mary” come la chiamavano tutti (nella foto), si è spenta a 96 anni a Quarto, dove aveva insegnato per oltre trent’anni, alle elementari e ai lavoratori dei corsi serali. Una maestra d’altri anni, quelle figure stupende che sembravano fuori dal tempo, che nei decenni gli allievi hanno imparato ad amare e che hanno amato per tutta la vita. Donna molto colta, professionale, con un’umanità dolcissima, Mary era molto legata al marito Marcello, scomparso anni fa. «Una figura storica del paese», la ricorda la consigliera comunale Cristina Baldoni, «mezzo secolo fa era già innovativa. Lascerà un vuoto in tutti noi». Maria Citta lascia la figlia Carmen e il nipote Filippo. 




martedì 3 maggio 2016

Costruttori dello Stato – Sovrani di Casa Savoia


La  Biblioteca  di  Storia  e  Politica, diretta  da  Domenico  Fisichella, ed  edita da  “Pagine”, è  giunta  già  al  suo  terzo  volume  dedicato  ai  profili  che   tre  grandi  storici, Pietro  Silvia, Ettore  Rota, e  Francesco  Cognasso  hanno  dedicato  a  fondamentali  sovrani  di  Casa  Savoia, Emanuele  Filiberto, Carlo  Alberto  e  Vittorio  Emanuele II.

La  prefazione  di  Fisichella , iniziando  con  il  ricordo  e  le  motivazioni  che  Luigi  Einaudi, scrisse  alla  vigilia  del  referendum  del  1946 , per  spiegare  il  “Perché  voterò  per  la   Monarchia”, si  sofferma  sulla  figura  dei  tre  personaggi  sabaudi  per  spiegare  il  senso  di  costruttori  dello  stato, che  li  differenzia  da  altri  pur  illustri  e meritevoli  sovrani  della  millenaria  dinastia, che  Croce  definì  nella  sua  “Storia  d’Europa”, uscita  nel  1932, come “la  più  antica  stirpe  sovrana  che  rimanesse  in  Europa”. E  per  questo  compito  di  illustrarne, sia  pure  in  sintesi, la  vita  e  le  realizzazioni  la  scelta  di  tre  illustri  storici  e  cattedratici  che, scrive   Fisichella ,”..si  caratterizzano  per  spirito  di  libertà  intellettuale, per  chiarezza  di  informazione  e  per  serenità  di  giudizio”, punto  questo  finale  che  distingue  l’autentico  storico, dai  tanti  dilettanti  della  storia  ed  ancor  peggio  dai  tanti  che  ne  scrivono  con  la  mente  offuscata  dalla  ideologia  o  dalla  passione  politica.

Pietro  Silva, infatti  non  tace  alcuni  caratteri negativi    del  principe, ma  ne  sottolinea  le  doti  di  comandante  e  di uomo  di  azione, malgrado  le  tristi  condizioni  iniziali  in  cui  si  era  trovato  a  vivere  da  ragazzo, sottolineando  ad  esempio  il  severissimo  proclama  alle  truppe , all’inizio  del  suo  comando,”…diretto  a  proibire, con  minacce  di  pene  tremende, le  violenze  e  le  rapine  e  l’indisciplina  dei  soldati”, sicuramente  ispiratogli  dal  quadro  delle  devastazioni  soldatesche  avvenute  nel  suo  ducato, che  appunto  dovette  ricostruire  dalle  fondamenta, quando  lasciò  il  comando  supremo  dell’esercito  imperiale. In  questa  ricostruzione, per  cui  fu  anche  definito  “il  secondo  fondatore  di  Casa  Savoia”, spicca  la  decisione, rivelatasi  determinante  per  il  futuro  della  dinastia, di  trasferire  la  capitale  da  Chambery  a  Torino  ed il  rafforzamento  delle  strutture  difensive  e  dello  spirito  militare  della  popolazione, di  cui  Silva  ricorda  successivi  episodi, oggi  sicuramente  sconosciuti, che  testimoniano  lo  stretto legame  tra  i  principi  ed il  popolo, consolidatosi  proprio  con  Emanuele  Filiberto, principe  “italiano”, come  lo  definì  un  ambasciatore  veneto, il  Lippomano, in  una  relazione  al  suo  governo.

La non  facile  figura  del  secondo  personaggio, Carlo  Alberto, è  trattata  con  obiettività  ed  ampiezza  di  riferimenti,  da  Ettore  Rota, senza  sottacere  le  vicende  del  marzo  1821, quando  con  la  concessione  della  Costituzione, effettuata  come  Reggente, salvo  l’approvazione  del  Re  Carlo  Felice, che  si  trovava  a  Modena, il  quale  non  riconobbe  tale  concessione, nacque  la  leggenda  nera  di  questo  Principe, che  faticò  tutto  il  resto  della  sua  vita  per  cancellare   le  accuse  di  tradimento, o  le  definizioni  un  po’  più  benevole  di  “italo  Amleto”, o  “Re  tentenna”, o  come  disse  il  Santarosa , pure  monarchico  e  “suddito  affezionato  al  Re  e  leale  piemontese” ,”voleva  e  disvoleva”, per  cui  Carducci, in  una  mirabile  sintesi  parlò  “…del  Re  per  tant’anni  bestemmiato  e  pianto…”. In  questa  analisi  del  Rota  largo  spazio  è  poi  dedicato  alle  riforme  amministrative  e  militari, e  da  qui  il  “costruttore”, che  favorirono  e  poi  portarono alla  sia  pure  sofferta  concessione  dello  Statuto, la  carta  costituzionale  che  dal  Piemonte  divenne  la  Carta  del  Regno  d’Italia, fino  al  1946.

E  da  questa  fedeltà  allo  Statuto, ed  al  mantenimento  della  bandiera  tricolore , anche  dopo  la  sconfitta  di  Novara  nel  1849, il  nuovo  Re, Vittorio  Emanuele  II, come  tratteggiato  nel  suo  saggio  da  Francesco  Cognasso, trasse  la  forza  politica  e  morale, grazie  prima  al  D’Azeglio  e  poi  ancor  meglio  al  Cavour, di  diventare  il  punto  di  riferimento  di  quanti  si  battevano  per  la  indipendenza  dell’ Italia, non  più  soggetta  a  principi  stranieri, e retta  da  un  regime  costituzionale  e  liberale, opera  che  fu  appunto  realizzata  con  questo  Sovrano, che  va  valutato  nel  suo  significato  storico  di  garante  all’interno  ed  all’estero  del  nuovo  Stato  unitario   e  di  mediatore  tra  forze  ed  uomini  non  sempre concordi, e  non  per  i  suoi  fatti  personali  e  privati.

Con  Vittorio  Emanuele  II, la costruzione  statale   iniziata  con  lungimiranza  da  Emanuele  Filiberto, giungeva  a  compimento , dando  il  giusto  posto  al  padre, il  Re  che voleva  fare  l’Italia, ma che   se  fallì   allo  scopo  per  eventi  superiori  alle  forze  a  sua  disposizione, ne  gettò  le  basi  per  il  figlio, che  ne  seppe  essere  degno   e  di  questa  dignità  e  continuità  dinastica, nel  1859, all’inizio  della  seconda  Guerra  d’ Indipendenza, partendo  con  l’esercito, nel  timore  che  gli  austriaci, tardando  l’arrivo  delle  alleate  truppe  francesi, potessero  giungere  a  Torino, così  scriveva  al  Ministro  della  Real  Casa, Giovanni  Nigra:  “Io  proverò  a  sbarrare  la  via  di  Torino; se non  ci  riesco  e  che  il  nemico  avanzi, ponete  al  sicuro  la  mia  famiglia  ed  ascoltate  bene  questo:  vi  sono  al  Museo  delle Armi   quattro  bandiere  austriache  prese  dalle  nostre  truppe  nella  campagna  del  1848  e  la  deposte  da  mio  Padre. Questi  sono  i  trofei  della  sua  gloria. Abbandonate tutto, al  bisogno, valori, gioie, archivi, collezioni, tutto  ciò  che  contiene  questo  palazzo, ma  mettete  in  salvo  quelle  bandiere. Che  io  le  ritrovi  intatte  e  salve, come  i  miei  figli. Ecco  tutto  quello  che  vi  chiedo, il  resto  non  è  niente”.


Domenico  Giglio

lunedì 2 maggio 2016

IL SOLDATO SALVATORE GIRONE TORNA IN ITALIA!

Riprendiamo da facebook il comunicato del ministro Terzi, l'unico che in tempi utili e certi aveva perseguito la strada dell'arbitrato internazionale per la vicenda dei due nostri Marò.

L'unico che aveva avuto il coraggio di dimettersi in parlamento perché sconfessato dall'operato di asini che alla dignità nazionale avevano preferito qualche commessa industriale subito rimangiata dagli indiani idioti.
Al ministro Terzi di Sant'Agata, che pure inizialmente criticammo per non aver capito (mea culpa!), il nostro grazie ed il nostro saluto affettuoso!
Siamo idealmente all'aeroporto ad aspettare Salvatore Girone con un'enorme bandiera nazionale!



Con *infinita* soddisfazione vi comunico che *finalmente*, nonostante l'assurda e inspiegabile inerzia dei vari Governi italiani succedutisi negli ultimi 3 anni - il marò Salvatore Girone rientrerà in Italia per l'intera durata dell'Arbitrato internazionale, Italia che *non avrebbe mai dovuto lasciare*. 

L'ordinanza del Tribunale internazionale che ha in carico il dossier verrà resa pubblica domani, ma ci tenevo ad anticiparvela. 
"E' passo avanti davvero significativo al quale abbiamo lavorato con grande dedizione e determinazione", ha detto qualcuno ai mass-media: Voi tutti su questa community sapete bene *quanto* vi abbiamo lavorato noi, con grande determinazione, fin da quello sciagurato mese di marzo in cui qualcuno ha tradito l'interesse nazionale rimandando i nostri due soldati a New Delhi. 

E ORA SUBITO UNA COMMISSIONE D'INCHIESTA SU QUESTA VICENDA! Ma in queste ore…godiamoci tutti questo straordinario risultato, eccezionale per i nostri due uomini in divisa... ma anche per l'intero Paese!

domenica 1 maggio 2016

A maggio un Re, a giugno la repubblica

Lunedì 2 maggio alle ore 15  ai Caffè letterari dell’Unione Industriale di Torino, via Vela  17 Gianni Oliva presenterà in anteprima nazionale il suo nuovo libro, uscito per il 70° del referendum istituzionale del 2 giugno 1946



Giugno 1946: la Monarchia muore nell'ombra, tra l'amarezza di un esilio senza appello e le proteste per una sconfitta contestata; ma la Repubblica nasce oscura e in silenzio. Oliva ricostruisce l'Italia del referendum - 

di Pier Franco Quaglieni


Gianni Oliva ricostruisce nel suo libro - Gli ultimi giorni della Monarchia  (Mondadori) - con assoluto rigore storico i mesi tra maggio e giugno 1946, quando si tenne la campagna elettorale e si concluse il referendum tra Monarchia e Repubblica che divise il Paese in due blocchi: 12.700.000 italiani favorevoli alla Repubblica contro poco meno di 11.000.000 che si pronunciarono per la Monarchia,come annunciò il Ministro degli Interni di allora, Giuseppe Romita. L’autore, che ha al suo attivo una pregevole biografia di Umberto II, mette in risalto il ruolo decisivo avuto da quello che con dileggio venne chiamato il “re di maggio”, anche se come luogotenente generale del Regno, dalla liberazione di Roma nel giugno 1944, Umberto aveva esercitato le funzioni di re per circa un anno.

[...]





Gianni Oliva , Gli ultimi giorni della monarchia Giugno 1946: quando l'Italia si scoprì repubblicana 

Mondadori, Milano 2016
pp. 216, 19,50 €

La Sinistra Sociale Monarchica - VI parte

Pericolo comunista e pericolo capitalista

Gli è che oggi, al tavolo da gioco della lotta politica in Italia, e non in Italia soltanto, siedono non due giocatori, ma tre: le forze sinceramente nazionali, le forze dell'internazionale marxista, e le forze dell'internazionale capitalistica; e se queste ultime hanno indossato l'abito da società della «Civiltà cristiana» (loro, che cristiane non sono, se cristiane significa seguace dei precetti del Cristo) per convincere con questa maschera le prime a sedere dallo stesso lato del tavolo da giuoco dal quale esse seggono, ciò non significa che l’avversario sia solo il Comunismo. Gli avversarii sono due, e questo Capitalismo, che si maschera e seduce, è ben più pericoloso dell'altro, e di esso ha fondamentalmente la stessa natura internazionalistica, imperialistica, materialistica. Di ciò occorre prendere coscienza prima di abbandonarsi al suo giuoco di un anticomunismo indiscriminato ma discriminatore, che spacca a mezzo la solidarietà nazionale e ne compromette ogni forma di sviluppo unitario e ogni possibilità di resistenza a qualsiasi insidia che le venga dall'esterno (e non solo da Est).

Non bisogna dimenticare - anche se, grazie a Dio, essa è fallita - l'esperienza della C.E.D.. I recenti accordi di Londra e di Parigi dimostrano che, quanto alle sue proclamate e reclamizzate finalità difensive di carattere militare, la C.E.D. era una superstruttura inutile; ed anzi destinata a complicare le cose piuttosto che a facilitarle. Perché, allora, così dura e perseverante pressione americana, e delle forze interne collegate coll'internazionale capitalistica, in Italia ed in Francia, perchè la C.E.D. venisse ratificata? Non per i suoi aspetti militari, che erano i meno importanti anche se, dai cedisti, i più divulgati o gli unici divulgati; ma per quella quasi assoluta manomissione economica di queste Nazioni nelle mani dell'internazionalismo capitalista, la quale era l'aspetto fondamentale anche se tenuto, ad arte, nascosto, - dalla C.E.D.. Ciò, anche se la C.E.D. è fallita, deve aprire gli occhi sulla realtà vera di una situazione che mira a nascondersi ed a confondere.

E vi è un altro aspetto della politica, internazionale statunitense, ed in genere capitalistica, che discopre come anche il dichiarato e conclamato «anticomunismo» in nome del quale si vogliono irregimentare Nazioni e borghesie di Europa agli ordini del Capitalismo, non sia altro, in realtà, che una maschera di questo: è Trieste. Se codesta politica fosse veramente anticomunista, con la rigorosa intransigenza che dai suoi fautori si pretende, non si potrebbe spiegare la sua perseverante azione di mallevatrice della Jugoslavia comunista, che la ha con-dotta a sacrificare alle voglie di questa tutto il Territorio di Trieste meno, e formalmente la sola Città martire. Gli è che codesto anticomunismo si limita a quelli che sono gli elementi deteriori dell'anticomunismo: gli interessi capitalistici, e la loro reazionaria difesa di contro alle esigenze sociali delle classi lavoratrici e dei ceti depressi, su un piano di lotta di classe, interna ed internazionale, non meno materialistica di quella cui il Comunismo vorrebbe condurre il proletariato.


La realtà è questa, quali che siano i veli con i quali la si vuole ricoprire o nascondere. Perciò a questo tavolo da gioco a tre giocatori, nel quale ciascuno ha dunque due avversarii, ciascuno deve fare il proprio gioco, carta per carta, ora sul giuoco dell'uno ed ora sul gioco dell'altro, così come di volta in volta conviene al proprio gioco e non all'altrui.

venerdì 29 aprile 2016

Si torna a parlare di Libia...


... E magicamente compare nelle nostre mani il numero 2 di Candido del 1952.
Il nostro omaggio a Guareschi.

Settanta copertine sulla Guerra

di Paolo Romano
Una mostra. sulla Grande Guerra attraverso le illustrazioni della “Domenica del Corriere” è allestita in questi giorni presso il Liceo Alfonso Gatto di Agropoli, dove sarà visitabile fino a sabato 30 aprile. Sono le copertine disegnate dal celebre Achille Beltrame, giornalista ed illustratore del Corriere della Sera. Una vera e propria storia per immagini che documenta, attraverso 70 copertine dell’epoca, la genesi e gli sviluppi della Grande Guerra.
Ad aprire il percorso è la raffigurazione dell’attentato di Sarajevo all'arciduca Francesco Ferdinando erede al trono d'Austria e alla moglie, pubblicata dal settimanale nell'edizione del 5-12 luglio 1914.
[...]

lunedì 25 aprile 2016

DIMENTICANZE E NON CONOSCENZA


Alla  vigilia  del  25  aprile  appaiono  i  consueti  articoli  sulla  repubblica  nata  dalla  resistenza, per  cui  anche  il  “Corriere  della  Sera”  del  23 aprile, si  è  unito  al  coro  con  un  articolo  di  Marzio  Breda  dal  titolo  “Nella  resistenza  i  primi  passi  della  repubblica”.

Non  ripeteremo  che  questo  slogan  suona  offesa  ai  militari  che  fedeli  al  giuramento  al  Re, per  primi  scelsero  la  difficile  strada  della  resistenza  nei  confronti  dei  tedeschi, ma  ci  soffermeremo  su  uno  dei  punti in  cui  l’articolista  cita  le  cosiddette  “repubbliche partigiane”, per   definire  alcune  zone  del  Piemonte  dove  per  brevi  periodi   le  stesse  furono  liberate  dalla  presenza  germanica, e  si  ressero  autonomamente, dando  a  queste  zone, che  meglio   sarebbe  definire  “comuni  liberati”, il  significato di  anticipazione  della  successiva  scelta  repubblicana, in  quanto  la  loro  esperienza  “…non  poteva  più  coincidere  con  la  forma  monarchica….”. 

Ora  migliore  smentita  alla  tesi  dell’articolista  è  data  dai  risultati  del  referendum   del  2  giugno  1946, dove  Varallo  Sesia, in  provincia  di  Vercelli, città  medaglia  d’oro   della  resistenza,citata  nell’articolo  come  esempio  di  “repubblica”, vide  la  maggioranza  degli  elettori  scegliere  il  mantenimento  della  Monarchia  con 2.983  voti  contro  i  2.287  repubblicani  e  la  famosa  “libera” Alba, in  provincia di  Cuneo, così  ben  descritta  dall’indimenticabile  Beppe  Fenogllio , nel  suo  “I  23  giorni  della  città  di  Alba”,  vide  ben  6.709  voti  per  la  Monarchia  contro   3.334  repubblicani,  dati  di  un  estremo  interesse  e  particolarmente  significativi  in  provincie  dell’Italia  del  Nord, dove  fu  quasi impossibile  svolgere  una  qualsiasi  propaganda  monarchica  e  dove, non  dimentichiamolo, i  due  maggiori  quotidiani  “La Stampa”  ed  il  “Corriere  della  Sera” , che  uscivano  con  i  nomi diversi dati  loro  in  quell’epoca, erano  decisamente  schierati  per  la  scelta  repubblicana, che  avrebbe  prodotto  l’esilio  e  la  confisca  dei  beni  per  i  Sovrani  di  Casa  Savoia, ma  mantenuto  invece  la  proprietà  dei  suddetti  giornali  e  di  altri  beni  ai  loro  storici  precedenti  possessori.

Sempre  sul  “Corriere  della  Sera”  del  24  aprile   vi  è  invece  un  lungo  articolo  del  piemontese  Aldo  Cazzullo , che  costituisce  la  nuova  introduzione  al  suo  libro  “Possa  il mio  sangue  servire”, dove  viene  ripetutamente  dato  atto  della  presenza  monarchica  nella  resistenza, anche  se, quando  ricorda  i capi  della  resistenza  piemontese,  fucilati  a  Martinetto, e  cita  i  militari  dal  giovane  tenente  Silvio  Geuna, unico  scampato , e  che  ritroveremo  schierarsi  per  la  monarchia   nel  referendum, al  capitano  Franco  Balbis , agli  ufficiali  di  complemento  Errico  Giachino  e  Massimo  Montano  ed  al  generale  Giuseppe  Perotti, non  spiega  che  questa  numerosa e  qualificata  presenza  di  ufficiali  era  dovuta  a  quella  fedeltà  al  giuramento  al  Re  che  abbiamo  già  ricordato , ma  questa  è  o  sarà  “solo”  una  “dimenticanza” !

Domenico  Giglio


domenica 24 aprile 2016

I bidelli della costituzione di Noto, provincia di Siracusa, capitale del barocco


Vi è da qualche tempo, nella nostra sfortunata nazione, una triste consuetudine: il comunicato stampa dell'ANPI e di  SEL.
Nonostante per ovvi motivi di anagrafe l'associazione dei partigiani (comunisti) italiani, detta ANPI, dovrebbe essere pressoché estinta, la suddetta gode invece di una nuova, improvvisa vitalità, non dovuta al gerovital ma alla furbata di iscrivere ragazzotti di estrema sinistra che la mantengono in vita e ne usano i fondi che naturalmente il governo della repubblica nata dalla resistenza di un sacco di gente non solo comunista mette a disposizione.

Ogni volta che si verifica qualche avvenimento non in linea con la più stretta osservanza antifascista - antimonarchica possiamo leggere patetici comunicati stampa che sono per lo più firmati dall'ANPI, Sinistra Ecologia e Libertà, qualche volta Rifondazione Comunista, qualche altra sigla di contorno, fatta da nessuno, che comunque rimarchi che il dogma della trinità repubblicana, "resistenza, repubblica, costituzione" è intangibile e anche se siamo cronologicamente in un altro mondo in Italia le cose vanno così. Punto e basta.

E' di questi giorni la notizia che la visita del principe Emanuele Filiberto, parteciperà  a Noto ad un evento di una certa importanza ..

"Un coro di no si è sollevato da Sinistra Ecologia e Libertà Circolo di Noto, da Noto Libera Democrazia e Partecipazione, da Noto Ambiente, dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Comitato Provinciale Siracusa, dal Comitato diritti dei Cittadini Noto e dall’A.N.P.I. Noto".

(Perché come tutti sanno a Noto, città subito occupata dalle forze armate anglo americane, vi fu un florido movimento resistenziale che diede un contributo fondamentale alla liberazione della Patria)


Un sentimento di vergogna assale noi (per fortuna, almeno quella....)cittadini di Noto nell’apprendere che – scrivono le associazioni e i partiti – in occasione dell’intitolazione di uno degli altari della Cattedrale Basilica di San Nicolò alla Beata Maria Cristina di Savoia verrà ospitato, accolto dal sindaco, Emanuele Filiberto erede della dinastia dei Savoia tristemente famosa. Di essa infatti bisogna ricordare i vari massacri del risorgimento Italiano ( dal 1860 in poi ): il massacro del sud, con i morti le cui teste mozzate venivano mostrate ai sudditi come macabro monito; il bombardamento dell’artiglieria , durante lo stato d’assedio dichiarato dai Savoia nelle quattro giornate di Milano del maggio 1898 , al comando del generale Bava Beccaris  (ringraziato dall’allora primo ministro Antonio di Rudinì) con più di cento morti e 400 feriti tra i dimostranti che richiedevano la diminuzione delle esose tasse sul grano e sul pane; la prima grande guerra mondiale del 15-18 dai Savoia voluta e costata una enorme carneficina , soprattutto di figli del sud, per la conquista di Trento e Trieste; i morti ammazzati dal fascismo alla cui conquista del potere contribuì, in modo determinante , la mancata proclamazione dello stato d’assedio per la marcia su Roma dei fascisti e il conseguente incarico di capo del governo a Mussolini; la proclamazione delle leggi razziali e dei tribunali speciali con le migliaia di persone (uomini , donne e bambini) deportati nei campi di sterminio; la dichiarazione di guerra contro gli alleati e al fianco della Germania nazista nella seconda guerra mondiale e, dopo quattro anni di indicibili sofferenze di tutti gli Italiani e migliaia di morti , la fuga di tutta la corte dei Savoia, in siti più sicuri, lasciando il proprio regno in balia dell’invasore. Anche per questo i Nostri Padri Costituenti decretarono nella Costituzione l’esilio dei Savoia col divieto d’ingresso in Italia e il sequestro di tutti i loro beni come forma di risarcimento per tutta la Nazione , divieto rimosso solo nel 2002 quando con legge costituzionale è stata abolita la XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione a cui , i Savoia, hanno risposto chiedendo un risarcimento di 170 mln di € come risarcimento per l’esilio oltre alla restituzione dei beni privati confiscati dallo Stato nel 1948! Ecco, ci chiediamo come può il Sindaco, Istituzione di Stato, accogliere l’erede di una dinastia che ha chiamato in giudizio lo Stato stesso! E tutto questo proprio nell'anno del 70° anniversario della Repubblica Italiana! Noi continuiamo a stare dalla parte della Repubblica! Chiediamo al Sindaco quali siano i costi, a carico di tutti i cittadini, di tutta questa operazione che, sembra, sia stata anticipata per usi elettoralistici e, non avendo assolutamente nulla in contrario alla celebrazione religiosa, invitiamo tutti i cittadini a firmare la petizione al Sindaco per fermare tutto ciò!


A questo segue la risposta del Sindaco Bonfanti

Replica del sindaco Corrado Bonfanti ai partiti e alle associazioni che hanno lanciato una petizione contro la visita del principe Emanuele Filiberto di Savoia il prossimo 14 maggio 2016. Il sindaco di Noto Corrado Bonfanti, ha precisato: "Non c’è stato alcun invito ufficiale e il Comune di Noto con il Sindaco in testa sono estranei alla visita; non c’è alcuna bandiera sabauda che sventoli tra le bandiere istituzionali. A me sembra che il dott. Faust Scifo abbia preso una grossa cantonata senza avere la semplice accortezza di essere informato sui fatti; ma l’ha detto proprio lui: siamo in campagna elettorale. Assicuro che il Comune non tirerà fuori alcun centesimo, mentre per quanto riguarda la cerimonia, a volere la presenza in città di Emanuele Filiberto sono state le associazioni degli Ordini dinastici di casa Savoia con il delegato regionale Francesco Atanasio di Siracusa, e il delegato di zona di Noto Francesco Maiore".

Conferma, che poi arriva dallo stesso ordine: "Il Principe Emanuele Filiberto di Savoia è stato invitato dalla Delegazione per la Sicilia degli Ordini dinastici di Casa Savoia, che promuove nel solco delle tradizioni assistenziali dei detti Ordini solo iniziative ed attività di natura benefica, caritativa, religiosa e culturale; la Delegazione per la Sicilia degli Ordini dinastici di Casa Savoia, che sostiene per evidenti ragioni di cortese ospitalità, tutti gli oneri legati alla visita del Principe, nel 2014 ha provveduto a far restaurare a proprie spese lo stemma del Regno d’Italia che si trova affrescato nel Palazzo Municipale e che versava in un grave stato di degrado alla pari dello stemma del Comune di Noto; nessun onere, costo o spesa di qualsivoglia natura grava o graverà sulle finanze comunali; il Principe Emanuele Filiberto di Savoia sarà presente a Noto per partecipare alla Santa Messa nel corso della quale sarà consacrata l’immagine votiva della Beata Maria Cristina di Savoia, elevata alla gloria degli altari da Sua Santità il Papa Francesco nel 2014 e per venerare le Reliquie di San Corrado".


Come si vede la madre dei mentecatti non smette di figliare. Senza neanche voler entrare nel merito delle sciocchezze storiche, riportate secondo il consueto copione, ci limitiamo a considerare che il principe è anche lui cittadino di questa repubblica, va dove meglio crede ,partecipa agli eventi che preferisce e che questi cialtroni non hanno il potere legale di impedire nulla a nessuno.
Notiamo in questa accozzaglia di miserabili che vorrebbe riconoscere diritti a tutti e toglierli a quelli che li hanno, lo stesso fondamentalismo dell'ISIS. Soprattutto la stessa intelligenza. 
Vorrebbero fare i guardiani e fanno i bidelli rompiscatole.
Vorrebbero fare i guardiani di una costituzione che, pure nata male, enuncia qualche buon principio come quello della libertà di pensiero, di associazione, di stampa etc ma miracolosamente saltano 52 articoli scritti quasi decentemente e corrono a leggere le disposizioni transitorie e finali.
Le uniche che sono all'altezza dell'intelligenza loro.

P.S.Tra l'altro, cercando in rete, abbiamo trovato lo stemma del comune di Noto: questo che segue. I miserabili ci dormiranno la notte?


http://www.gazzettadelmediterraneo.it/9442/noto-replica-bonfanti-la-visita-del-principe-emanuele-filiberto-comune-non-sosterra-spese/

sabato 23 aprile 2016

Il Re è morto, viva il Re

Settant'anni dopo il referendum del 2 giugno, il mito monarchico sopravvive in Italia. E' un movimento di nicchia che attrae anche giovani adepti convinti che la politica attuale sia ormai screditata.


Non c'era la tivù, figurarsi la Rete, Facebook e tutto il resto. Le donne avevano appena conquistato il diritto a votare. E non era tanto la disoccupazione a preoccupare gli elettori, c'era tutto un Paese da ricostruire, nel morale e nelle strade. Ma anche settant'anni fa, in Italia, c'era aria di referendum, uno di quelli che avrebbero deciso (per davvero) la storia nazionale.

Il 2 e 3 giugno del 1946, il regime fascista alle spalle, gli italiani dovevanoscegliere fra la Monarchia, accusata di non aver arginato la deriva mussolinana,e la Repubblica. E scelsero per quest'ultima, nonostante fossero sostanzialmente spaccati fra le due opzioni e malgrado le accuse di brogli argomentate con vigore dai sostenitori di Casa Savoia. Settant'anni dopo, di monarchici, ce ne sono ancora, anche se ormai confusi fra le minoranze. Non solo discendenti di nobili casate o nostalgici, ci sono anche giovani innamorati del mito monarchico, che immaginano il ritorno di un re (costituzionale) al Quirinale come l'occasione di riscatto di un Paese in perenne crisi di credibilità. Avessero una rappresentanza partitica - ma ufficialmente si tratta di qualche migliaio di iscritti a un mosaico di associazioni raramente collegate fra loro - potremmo ritrovare anche molti di loro nelle fila dell'anti-politica imperante, certo in una versione più elitaria e tradizionalista.

«Dopo settant'anni può esserci una monarchia 2.0 che difenda l'unità nazionale e la sua storia. Che sia davvero super partes, perché un re non è frutto di una mediazione in Parlamento»
«Non si tratta di tornare al passato, dopo settant'anni può esserci una monarchia 2.0 che difenda l'unità nazionale e la sua storia. Che sia davvero super partes, perché un re non è frutto di una mediazione in Parlamento. Che garantisca la stabilità politica. E che torni a dare un'autorevolezza internazionale all'Italia». Simone Balestrini è il monarchico che non ti aspetti, nel 2016. Haventitré anni, è nato a Saronno, dopo Tangentopoli e poco prima che iniziasse la stagione politica berlusconiana, già Seconda Repubblica. Balestrini è il segretario del Fronte Monarchico Giovanile, sezione che raccoglie circa 300 iscritti dell'Unione monarchica italiana fra i 16 i 27 anni.

Studia Giurisprudenza alla Cattolica di Milano, fa il pendolare, veste come i suoi coetanei, non mette certo in discussione il regime democratico, anzi. Sta sorseggiando un caffè in un bar vicino a piazza San Babila, mentre spiega a Linkiesta di essere rimasto folgorato leggendo da piccolo le storie delle monarchie contemporanee del nord Europa. «Vedo arrivare fra noi tante persone comuni, sempre più giovani che non si fidano dei politici di oggi», assicura Balestrini, convinto della necessità di una rigenerazione morale: chi può contribuire a farlo meglio, è il senso del suo discorso, di una dinastia senza ansie da prestazione elettorale?


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Elisabetta II, una regina "low cost": solo la Corona di Spagna spende meno

Segnalare articoli di "la repubblica" normalmente ci ripugna, e non perché si chiama così ma per la mancanza di verità del giornale. Stavolta lo facciamo ma non manchiamo di sottolineare come nell'articolo manchi il confronto, stridente,  con i costi delle repubbliche europee, in particolare con quelli della sciagurata repubblica di casa nostra.


La più cara è la monarchia norvegese: costa 3,38 sterline l'anno per ogni suddito, oltre 4 euro. Sul podio anche Olanda (1,85) e Danimarca, molto staccato il Regno Uniti con 0,62 sterline e la Spagna (0,13). La minoranza repubblicana resta critica: "Nel conto mancano le spese per la sicurezza"


LONDRA - Un'obiezione della minoranza repubblicana britannica al tripudio nazionale per i 90 anni della regina Elisabetta, festeggiati ieri (oggi anche il presidente Obama va a farle gli auguri al castello di Windsor), è: avete idea di quanto costa la monarchia al contribuente? Be', costa, questo è vero, ma uno studio pubblicato stamane dall'Independent prova a calcolare esattamente quanto in confronto alle altre case reali d'Europa.
 
In assoluto, quella di Elisabetta II è effettivamente la più costosa di tutte: il budget annuale è di 40 milioni di sterline (50,8 milioni di euro), rispetto ai 31 della monarchia olandese, ai 17 di quella norvegese, agli 11 della svedese, ai 10 del Belgio, ai 9 della Danimarca e ai 6 della corona spagnola. Ma se si fa il confronto in rapporto alla popolazione, ovvero al numero di abitanti, quella britannica è la più economica o meno costosa d'Europa, fatta eccezione della spagnola. La più cara è la monarchia norvegese, con l'equivalente di 3,38 sterline a persona, seguita da quella olandese con 1 sterlina e 85, quella danese con 1,62, quella svedese con 1,21, quella belga con 0,96 e appunto quella del Regno Unito con 0,62, battuta nella gara al risparmio soltanto dalla monarchia spagnola con 0,13.
 
Questo calcolo è tuttavia parziale, precisa l'Independent, poiché non tutti gli abitanti pagano le tasse. Se si guarda al numero di contribuenti (in Gran Bretagna sono poco meno di 30 milioni di persone su una popolazione totale di oltre 60 milioni), il costo della monarchia britannica è di 1 sterlina e 26 per contribuente.

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