NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 11 dicembre 2019

Una favola del XXI secolo.


Raccontata da un teleutente a Domenico Giglio


Le favole e chi le racconta esistono ancora ed iniziano sempre con un “C’era una volta un RE”. 
In questo caso il Re è Vittorio Emanuele III e la favola raccontata alla televisione da un famoso giornalista, in un programma dedicato alla storia dice che questo Re (è lui il “cattivo” della favola, ma il “buono” chi è ?), prima dell’8 settembre 1943, invece di preoccuparsi di dare istruzioni al suo esercito,( ma spettava a Lui o ad i Ministri competenti?), si preoccupò di riempire 40 (ripeto quaranta) vagoni merci, con le più svariate mercanzie, mobilio, opere d’arte, per spedirli e nasconderli nel paese dei balocchi.
Il favolista ha mai valutato la lunghezza di un treno di 40 vagoni? 
Ne ha visto passare uno analogo? Ha mai pensato al tempo necessario per caricarli ? ed in quale stazione è avvenuto il carico? A Roma dove il 19 luglio e poi il 13 agosto 1943 erano state bombardate proprio le stazioni ? E da dove proveniva il materiale? 
E tutto questo in silenzio, senza che nessuno si accorgesse di nulla? E dove potevano essere diretti e scaricati, mentre era in corso una guerra e le ferrovie erano giornalmente bombardate? 
A questo punto un ascoltatore della favola chiede al favolista dove poter leggere per intero questa fiaba, ma non ha risposta, insiste per sapere da dove è stato preso lo spunto, ma non ha risposta. 
Possiamo ancora credere alle favole? Qualche altro ascoltatore è stato più fortunato e sa dirmi dove il favolista ha trovato gli elementi di questo racconto e come sia finito, con il ritorno (come e quando?), di questi vagoni dopo di che tutti vissero felici e contenti (?) che è la classica chiusura di tutte la fiabe.

La morale della favola qual è: finito lo scherzo e l’ironia, quanto sopra esposto è di una estrema gravità in quanto milioni di telespettatori, data l’autorevolezza del favolista, riterranno l’evento effettivamente accaduto e trarranno motivi per un giudizio negativo sul personaggio citato, che essendo mancato settantadue anni or sono non può rispondere, né possono rispondere chi era al suo fianco ed avrebbe predisposto questo trasloco verso il nulla, perché che senso avrebbe avuto trasferire il tutto non certo verso il Meridione dove era in corso la guerra, ma verso il Piemonte, regione originaria della famiglia del protagonista, ma dove? 
E quanto tempo sarebbe stato necessario a scaricare i quaranta vagoni, senza che nessuno se ne accorgesse? O forse tenerli per mesi e mesi su un binario morto, protetti e salvaguardati da chi ? Ancor meglio in Svizzera? 
Nelle favole antiche c’era sempre una buona fata che provvedeva a salvare il protagonista, magari nascondendolo in una nuvola che copriva il tutto,ma in una favola moderna non vedo chi potesse essere questa fata. 

Vorrei una risposta dal favolista.
Un teleutente

mercoledì 4 dicembre 2019

Dalla Brigata Savoia alla maglia granata del Toro!


Favria, 3.12.2019 Giorgio Cortese

Il Reggimento “Savoia Cavalleria” è uno dei più antichi e gloriosi della cavalleria dell’Esercito Italiano ed attualmente è inquadrato nella Brigata paracadutisti “Folgore”. 
Le sue origini risalgono alla fine del Seicento, quando avviene la trasformazione delle Gens d’Armes, formazioni di cavalleria pesante legate da rapporti feduali, milizie private dal feudatario. 
Nel 1692 viene discolta la Brigata di Gens d’Armes del Piemonte vennero costituiti due diversi Reggimenti, uno dei quali venne in un primo momento denominato Mombrison e poi None, dal nome dei comandanti. 
Nel medesimo anno assunse la denominazione di “Savoia Cavalleria”, dalla regione dove venivano reclutati i cavalieri. Durante l’assedio di Torino da parte degli ispano-francesi, durato ben cinque mesi, maggio – settembre 1706. Durante la battaglia la battaglia per liberare Torino un portaordini di Savoia Cavalleria, incaricato di recare informazioni sull’esito vittorioso dello scontro, pur gravemente ferito alla gola da un drappello avversario, riuscì a raggiungere Vittorio Amedeo dandogli la notizia prima di spirare. 
L’esclamazione del duca “Savoye, bonnes nouvelles” divenne da allora il nuovo motto del reggimento, così come si vuole che il filetto rosso che borda il bavero nero dello stesso reggimento, o per talune epoche, come l’attuale cravatta rossa, non sia altro che il simbolo del sangue che ha arrossato il colletto dell’ignoto portaordine. 
Perché questa storia con la maglia del Toro?

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domenica 1 dicembre 2019

Premio Internazionale Vittorio Emanuele III, ecco i vincitori


Il 30 novembre sera, dopo la S. Messa in suffragio dei Reali di Casa Savoia, nella Basilica di S. Chiara, Il delegato provinciale, avvocato Gerardo Mariano Rocco di Torrepadula dell’ Istituto Nazionale per la guardia d’ Onore alle Reali Tombe del Pantheon, ha consegnato il diploma commemorativo alla Provincia Napoletana del SS. Cuore di Gesù dell’Ordine dei Frati Minori. 



Nel 150° anniversario dalla nascita di S.M. il Re Vittorio Emanuele III, (Napoli 11 novembre 1869) primo Principe di Napoli, l’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon ha istituito un premio con una tiratura di 150 copie, intitolato al Sovrano che ha regnato dal 1900 al 1946. L’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe, è un’associazione combattentistica posta sotto la vigilanza del ministero della Difesa. 

Esso venne fondato a Roma morte del Re Vittorio Emanuele II avvenuta il 9 gennaio 1878, per mantenere viva la devozione e la riconoscenza all’Augusta Casa di Savoia, per l’appena conquistata Unità d’Italia. 
Per tale motivo, i veterani delle Guerre d’Indipendenza, decisero, sul proprio onore, di associarsi per prestare un servizio di guardia alle venerate spoglie mortali del “Padre della Patria”, presso il suo luogo di sepoltura nel Pantheon di Roma.

Fonte : Il denaro

venerdì 29 novembre 2019

La Monarchia necessaria


di Julius Evola

Tratto da “Il Borghese”, n. 43, Roma, 24 ottobre 1968.

Nell’intento di individuare i contributi che, dottrinalmente, i principali partiti oggi considerati in Italia come di Destra potrebbero eventualmente dare alla definizione e alla costruzione di un vero Stato di Destra, dopo aver esaminato, nel precedente articolo, il liberalismo, analizzeremo ora il partito monarchico. In un terzo ed ultimo scritto ci occuperemo del MSI.

Circa il partito monarchico, vi è da rilevare una incongruenza fra il suo peso numerico, contando esso oggi, rispetto agli altri qui considerati, il minor numero di membri, e il peso che potrebbe invece avere la corrispondente idea. È abbastanza enigmatico il declino numerico dei fautori della monarchia in Italia. Infatti si sa che nel referendum istituzionale la repubblica ebbe il sopravvento di stretta misura, sembra perfino con manipolazione dei risultati e non aspettando, a ragion veduta, il ritorno di un gran numero di prigionieri di guerra che avrebbero votato quasi tutti per la monarchia. Dove è dunque andata a finire quella minoranza considerevole, di molti milioni, che anche in regime repubblicano avrebbe potuto fornire una fortissima base ad un partito monarchico unitario?

Alcuni vorrebbero che la dispersione sia dovuta ad un supino assuefarsi al clima sfaldato e materialistico generale, venuto subito a prevalere nell’Italia «libera». Altri vedono la causa nell’incapacità e nella divisione dei partiti monarchici, il che, peraltro, farebbe ricadere buona parte della responsabilità sul sovrano in esilio, il quale avrebbe avuto il dovere di rimettere risolutamente le cose a posto e di affidare la sua causa a uomini qualificati e coraggiosi. In fatto di mancanza di coraggio, è caratteristico che si era perfino giunti a sopprimere la denominazione di «monarchico» al partito, mentre, in un servile omaggio al nuovo idolo, il «democratico» è stato sottolineato.

Ma quel che forse è ancor peggio, non vi è stato nessuno, in Italia, che si sia presa la pena di formulare una dottrina precisa della monarchia e dello Stato monarchico. Come eccezione, abbiamo ascoltato alcuni discorsi di propaganda di dirigenti monarchici nelle ultime elezioni politiche. Ebbene, se sono state avanzate critiche contro il regime di centrosinistra al governo (analoghe più o meno a quelle dei liberali e del MSI), della monarchia non si è affatto parlato, non è stato detto, cioè, in che termini l’esistenza di un regime monarchico porterebbe ad una modificazione essenziale dello Stato attuale, in che modo la monarchia dovrebbe essere concepita, quali dovrebbero essere la sua forma e la sua funzione, il resto essendo, in fondo, secondario, consequenziale e contingente.

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giovedì 28 novembre 2019

La dittatura del politicamente corretto: conferenza del Circolo Rex

“Il più antico Circolo Culturale della Capitale”

 72° Ciclo di Conferenze 2019- 2020
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“Cristoforo Colombo era un razzista, Giorgio Washington era uno schiavista, Robert Lee, altro razzista, Enrico Cialdini genocida e così per tanti altri personaggi esaltati dalla storia, mentre avrebbero dovuto essere condannati ed espulsi con ignominia dai libri scolastici. Queste sentenze inappellabili e senza processo portate avanti da gruppi minoritari, ma con violenza verbale e materiale, come l’abbattimento di monumenti, non sono revisionismo, ma intolleranza e sistematica deformazione della storia che fa però colpo sulle giovani generazioni. A questa campagna, che tende a limitare la libertà di parola e di pensiero, quando non fomenti l’odio, invece di favorire la necessaria reciproca comprensione risponderà

L’Ambasciatore ROBERTO FALASCHI

Domenica 1 dicembre alle ore 10,30

 “ LA DITTATURA DEL POLITICAMENTE CORRETTO”


Sala Italia presso Associazione “Famija Piemonteisa - Piemontesi a Roma”

Via Aldrovandi 16 ( ingresso su strada) e 16/B (ingresso con ascensore) raggiungibile con linee tramviarie “3” e “19” ed autobus “910”,”223”, e “52”


INGRESSO LIBERO


Nota: in sala saranno disponibili copie del recente volume del prof. Fisichella “Dittatura e Monarchia- L’Italia tra le due guerre”, editore Pagine.           

28 Novembre


Il nostro omaggio alla Regina.

A Piazza Savoia è tornata la bandiera del Re



La piazza di Campobasso è stata recentemente re-intitolata ai magistrati Falcone e Borsellino, di venerata memoria. I nomi che sempre si spendono quando si vogliono togliere nomi scomodi ai cialtroni della repubblica italiana.
Ma evidentemente qualcuno non è d'accordo. Con il nostro plauso.



venerdì 22 novembre 2019

L'odio della gente



di Emilio Del Bel Belluz

In questi giorni ho avuto modo di pensare ancora una volta all’odio che serpeggia tra gli italiani di sinistra che si fregiano di essere buoni e accoglienti nei confronti dei migranti, ma poi si comportano in modo poco onorevole verso coloro che la pensano diversamente. L’altro giorno il principe Emanuele Filiberto di Savoia, ha fatto un breve comunicato televisivo, dal quale si poteva anche capire la sua intenzione a scendere in politica, cosa che molti si sarebbero augurati.
 Anche nei suoi confronti si sono riversate parole d’odio.  Alcuni mesi fa il principe Emanuele Filiberto partecipò alla trasmissione televisiva condotta dalla D’Urso e vi fu la giornalista Alda D’Eusanio che sprezzantemente dichiarò che l’onore dei Savoia era morto con il suo bisnonno, Vittorio Emanuele III.
Allora mi chiedo perché questo poco rispetto per Casa Savoia che ha una storia millenaria e ha fatto l’Unità d’Italia? Dobbiamo inoltre ricordare che il Principe Emanuele Filiberto è dovuto rimanere in esilio dopo la sua nascita per decenni, e non è giusto attribuirgli le colpe, se si possono definirle tali, dei suoi antenati.
 Il Re Umberto II amava nei momenti di malinconia ricordare la citazione consolatoria di James Baldwin: “ Credo che uno dei motivi per cui le persone si aggrappano all’odio così ostinamente sia perché sentono che quando l’odio sarà finito, saranno costrette ad affrontare il dolore”.

Bordighera celebra Margherita di Savoia, prima Regina d’Italia



Bordighera. La Città delle Palme celebrerà la Regina Margherita di Savoia a 168 anni dalla sua nascita (avvenuta il 20 novembre del 1851). Sabato 23 novembre, la prima Regina d’Italia verrà ricordata e commemorata in una messa, alle 18, nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Bordighera Alta, con la partecipazione degli insigniti degli Ordini Cavallereschi di Casa Savoia.

Le celebrazioni dedicate alla regina, continueranno poi nella Sala Rossa del Palazzo del Parco a partire dalle 19,30: dopo il saluto del sindaco, avrà luogo la premiazione dei bimbi dell’asilo Regina Margherita vincitori del concorso ‘Adotta un monumento’. Seguirà poi una breve conferenza del conte Gustavo di Nomaglio sulla vita della Regina Margherita ed un intervento della storica Gisella Merello, incentrato sulla figura della Regina.

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giovedì 21 novembre 2019

XIII Congresso Nazionale dell'Unione Monarchica Italiana



Il risveglio dei monarchici: l’UMI a congresso


Il Secolo d'Italia si è ricordato dei monarchici



La crisi politica è sempre più crisi di sistema. E rischia seriamente di trasformarsi in crisi istituzionale. 
Di tanto sono convinti i monarchici dell’Umi che da venerdì a domenica prossimi celebreranno all’hotel Massimo D’Azeglio di Roma il loro XIII Congresso nazionale. 
A guidarli, Alessandro Sacchi,  55 anni, da sette alla guida anni dell’Unione. Napoletano e avvocato, Sacchi coltiva da sempre un unico, ambizioso, obiettivo: scrostare la patina di vecchiume dall’Umi. E fare dell’ideale monarchico un’opzione politica a tutto tondo, ben diversa dalla versione caricaturale tutta titoli nobiliari e stemmi araldici che se ne dà.

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domenica 17 novembre 2019

Vicoforte: piccola rassegna stampa




I Savoia a Vicoforte: «La tomba del Re? Il suo posto dovrebbe essere a Roma»

"Lavoriamo al ritorno in Italia delle salme di Umberto II e Maria José"

La copia della “Rosa della cristianità” non potrà essere posata sulle arche di Casa Savoia

A Vicoforte la messa dei monarchici per Vittorio Emanuele III

sabato 16 novembre 2019

Un secolo di storia d'Italia nella vita della Regina Margherita


Famiglia Cristiana concede il bis, per i 150 anni di Re Vittorio.

Il Re con la Regina Madre
"Un addio tra fiori e fasci littori"

di Luciano Regolo
Nella primavera 1909 Margherita scomparve improvvisamente da ogni ricevimento, cerimonia, persino dalle sue abituali passeggiate al Pincio. E non si videro più ospiti avvicinarsi alla cancellata del suo palazzo romano, dove di solito la gente si accalcava per vederla entrare o uscire, tributandole affetto e ammirazione, senza troppe formalità. Presto si diffusero voci sinistre sulla sua salute. Il disturbo della regina madre però non era mortale, semplicemente si era acuito col tempo il problema delle forti nevralgie che per lei era iniziato un ventennio prima, in seguito al fallito attentato di Passannante. Un malessere, dunque, di probabile origine psicologica, legato allo stress emotivo. L’ articolo pubblicato il 25 aprile 1909 dal New York Times fugò le paure: «I romani stanno diventando ansiosi sulla salute della cara regina madre. È stato detto a lungo che aveva l’ influenza e la nevralgia. Ma il tempo è passato e non è guarita, mai è stata vista e si è cominciato a dire che è ammalata. A palazzo ammettono che è bloccata al letto. (...) La natura della malattia non è specificata. Ma si suppone che sia una debolezza lasciata dall’influenza e che lei abbia una brutta nevralgia facciale. Ne aveva sofferto per la prima volta (...) nel 1878 e l’ unica cosa che la calmava era la musica (...). ora, dopo la morte di Umberto, lo shock è tornato. Il solo rimedio rapido per lei è fare automobilismo». Al suo malessere accenna la stessa Margherita in un’ altra missiva indirizzata a Bonomelli il 29 luglio 1909, nono anniversario dell’ assassinio di Umberto, insolitamente ancora a Roma: «La ringrazio d’ interessarsi alla mia salute; ho sofferto veramente molto: quelle nevralgie sono proprio maligne; e poi quattro mesi di malattia e quella lunga inazione e l’ assoluta impossibilità di occuparsi per tanto tempo sono proprio spiacevoli; ma ora grazie a Dio, sto di nuovo bene, e riprendo forza ogni giorno. Il 1° agosto a sera, ripartirò per Stupinigi (...). Spero che il soggiorno in quel bel luogo di Domodossola tra quei buoni e intelligenti padri Rosminiani Le darà riposo per l’ anima e per la salute; la pace è tanto bella cosa e la migliore di tutte le cure».
Non sopporta l’immobilismo Margherita, chiederle di stare ferma o chiusa sarebbe condannarla alla depressione. E infatti la sua vecchiaia è un inno alla gioia di vivere, al continuo gusto della scoperta. E anche se i suoi capelli si sono ingrigiti e lei decide di non tingerli più di biondo, ma piuttosto di virare la canizie sull’ argento, visto che ha compiuto 58 anni e non le dispiace l’ aria di signora distinta che le danno o il contrasto con lo scuro dei suoi abiti e dei pizzi, si mantiene estremamente giovanile nello spirito e nel fisico. Riacquista anzi gradatamente la linea perduta, proprio dopo quel periodo di malattia. Nel 1910 Fanny Salazar Zampini, nella sua biografia della regina madre destinata al pubblico britannico, ne tracciò un lusinghiero ritratto: «Benché (...) compirà 60 anni il 20 novembre 1911, è ancora una delle più eleganti donne in Italia. Nessun’ altra conosce meglio l’ arte di come valorizzarsi al massimo e di come mantenere la propria bellezza. La sua carnagione e la sua figura sono ancora l’ invidia della società italiana. Sua Maestà si occupa poco della vita di corte e, dalla morte del marito, ha dedicato gran parte del suo tempo al lavoro filantropico per tutta l’ Italia. Infatti è guardata dal popolo di quella Nazione, nella stessa luce in cui si guarda la regina Alessandra (consorte di Edoardo VII, re d’ Inghilterra, scomparso il 6 maggio 1910, ndr) in questo Paese. La simpatia per il suo stato di vedova è unita all’ammirazione per la forza con cui ha affrontato la tragedia della sua vita».

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venerdì 15 novembre 2019

Quel giorno in cui Vittorio Emanuele III si mise una rivoltella in tasca prima di incontrare il Duce


Articolo di Famiglia Cristiana Per i 150 anni della nascita di Re Vittorio

In occasione dei 150 anni dalla nascita del sovrano pubblichiamo uno stralcio tratto dal libro di Luciano Regolo "Così combattevamo il duce: l'impegno antifascista di Maria José di Savoia nell'archivio inedito dell'amica Sofia Jaccarino" (Kogoi edizioni) che rievocano i drammatici momenti del Gran Consiglio del Fascismo e l'incontro tra il re d'Italia e Mussolini a Villa Savoia, con i retroscena del piano dei reali che avrebbe portato all'arresto il capo del fascismo.

In occasione dei 150 anni dalla nascita di Vittorio Emanuele III pubblichiamo uno stralcio tratto dal libro del condirettore di Famiglia Cristiana Luciano Regolo "Così combattevamo il duce. L'impegno antifascista di Maria José di Savoia nell'archivio inedito dell'amica Sofia Jaccarino" (Kogoi edizioni) in cui vengono rievocati i drammatici momenti del Gran Consiglio del fascismo del 24 luglio che spodestò Mussolini e il successivo incontro tra il re e il duce prima del suo arresto.


Alle 17 del 24 luglio nella sala del Pappagallo di Palazzo Venezia si riunì lo storico Gran Consiglio, protrattosi fino alle prime ore del 25, che, a larga maggioranza, approvò la mozione presentata da Grandi per le dimissioni del duce e l'uscita immediata dal conflitto. Ma, incoraggiato da alcuni messaggi di pentiti, tra coloro che lo avevano sfiduciato, ricevuti nella stessa mattinata, Mussolini chiese al re di poter anticipare l'udienza: pensava di poter godere del suo appoggio per rimettere a posto le cose. Perciò, il piano, fu immediatamente cambiato: Vittorio Emanuele III avrebbe visto Mussolini alle 17 a Villa Savoia, poiché era domenica e il sovrano si trovava nella sua residenza privata e, uscendo da lì, il duce sarebbe stato portato via dalla famosa autoambulanza. Del piano per la cattura del duce, Maria Josè sapeva fin dal 19, quando Arena ne era stato informato da Castellano. Così come sapeva che la mozione Grandi avrebbe provocato la caduta del regime. Tuttavia, apprese solo dalla radio che l'arresto era stato anticipato di un giorno.

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Famiglia Cristiana



giovedì 14 novembre 2019

Circolo Rex - 72° ciclo di conferenze




“Il più antico Circolo Culturale della Capitale”

72° Ciclo di Conferenze 2019 - 2020

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“ Il centenario della marcia di d’Annunzio a Fiume , il 12 settembre 1919, ed i problemi che questa ardita operazioni creò sia con il Governo Italiano , sia con le altre potenze vincitrici della Grande Guerra sono oggetto di studi , commemorazioni e celebrazioni che approfondiscono tutti gli aspetto del governo dannunziano terminato purtroppo nel “Natale di sangue” e con la partenza del “Comandante” il 18 gennaio 1921. Il Circolo REX come Circolo di Cultura si soffermerà sui suoi riflessi nel confronti del governo e dello stato italiano affidando l’analisi dell’avventura fiumana al

Professore Giuseppe Parlato 

Presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice

Domenica 17 novembre alle ore 10,30

“ D’ Annunzio a Fiume : la crisi dello Stato Liberale”

Sala Italia presso Associazione “Famija Piemonteisa - Piemontesi a Roma”


Via Aldrovandi 16 ( ingresso su strada) e 16/B (ingresso con ascensore) raggiungibile con linee tramviarie “3” e “19” ed autobus “910”,”223”, e “52”

INGRESSO LIBERO

Nota: in sala saranno disponibili copie del recente volume del prof. Fisichella “Dittatura e Monarchia - L’Italia tra le due guerre” – editore Pagine-


lunedì 11 novembre 2019

Anniversario della nascita del Re Vittorio Emanuele III



di Emilio del Bel Belluz

Sono trascorsi 150 anni

In questi giorni, in cui si ricordano quelli che ci hanno lasciato, ho visitato i cimiteri dove riposano i miei morti. Posso dire che ho un grande rispetto per quelli che mi hanno preceduto, specialmente per quelli che sono periti combattendo. Da anni m’interesso affinché le tombe dei caduti della Grande Guerra poste nei cimiteri vicini a dove abito ( Pasiano, Cecchini, Rivarotta, Visinale, in provincia di Pordenione ) abbiano almeno un fiore e una poesia.
Questo mi sembra il modo giusto per ricordare quelli che sono morti donando la loro giovane vita alla Patria. Purtroppo devo dire che molti corpi di questi eroi sono stati esumati e gettati negli ossari. Questo  la considero una spregevole azione nei confronti di quei soldati che si offrirono alla Patria, scrivendo pagine di grande eroismo. Questi soldati non hanno nome, solo il buon Dio lo conosce. 
“Onorare i soldati del Regio Esercito Italiano che donarono la loro vita alla patria è un dovere per quelli che sono rimasti. Da allora sono passati  oltre cent’anni, ma il sangue versato dagli eroi, non potrà mai essere cancellato. Tanti sono caduti, il nostro compito è di non dimenticarli. La loro storia è un tesoro di eroismo da lasciare a quelli che verranno” In questi giorni pensavo a un avvenimento che sarebbe dovuto accadere ad Arcade, in provincia di Treviso. 
Si trattava di ricordare con una targa o un monumento il Re Soldato, Vittorio Emanuele III. Sarebbe stato a ricordo del sovrano Vittorio Emanuele III, che venne ad Arcade per conferire la medaglia d’oro alla signora Maria Baldo che aveva 13 figli, di cui sette partirono volontari per la guerra, e quattro non fecero ritorno a casa. In cuor mio non avrei visto nulla di negativo se si fosse ricordato con un monumento Vittorio Emanuele III. 
Ma nulla di tutto questo accadrà. Forse si sarà pensato di mettere in pericolo la democrazia. 
Io credo che in pericolo sia l’onore di questo Paese incapace di conoscere la storia e di accettarla. Un fratello di mio nonno, Gaetano, mi raccontava di come questo Sovrano avesse visitato il posto di combattimento dove si trovava. Rimase colpito dalla sua gentilezza e dall’affetto, con cui parlava ai soldati come se fossero suoi fratelli. 
Questo lo ricordò per tutta la vita, e non dimenticò mai di onorare il suo Re, almeno con la preghiera, dispiaciuto di non poterlo andare a onorare di persona. Quel viaggio in Egitto non poteva permetterselo, nel suo portafoglio alla sua morte trovai le foto del Re Vittorio Emanuele e dell’ amata Regina Elena Queste piccole foto le conservo nel mio portafoglio, perché i ricordi non muoiano con la morte di chi abbiamo amato.  In Italia si temono ancora i Savoia, nonostante si debba a loro l’unificazione d’Italia. “ Attorno al nome dei Savoia durano ancora le polemiche e le passioni. 
Ma di tutte le passioni, la più assurda è quella che pretende di cancellare la realtà dei fatti accaduti e delle persone che ne sono state protagoniste, tanto più quando le persone sono dei Re e riassumono perciò in se stesse la storia di un popolo con i suoi atti belli e i suoi atti brutti, le sue fortune e le sue disgrazie. 
Nemmeno il polemista più rancoroso può negare che la casa di Savoia è il simbolo dell’Italia almeno per l’ultimo secolo, e nessun uomo di parte può dimenticare che Vittorio Emanuele  III, il Sovrano attorno al quale si muove il periodo più lungo e più fitto di vicende della storia dell’Italia monarchica, è stato il Re di una guerra persa, ma anche il Re di una guerra vinta; e che in ogni caso non se ne se ne può ignorare la figura, se si vuole ripercorrere la storia italiana di questo mezzo secolo” (Oggi del 14 giugno 1951).