NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

domenica 23 novembre 2014

Novara, Convegno delle Guardie d'Onore al Pantheon per il 60° anniversario del ritorno di Trieste all'Italia


Delegazione Provinciale di Novara
INVITO  NOVARA SABATO 29 NOVEMBRE 2014


60° ANNIVERSARIO DEL RITORNO DI TRIESTE ALL’ITALIA
E in ricordo dei Martiri Caduti nelle Foibe

PROGRAMMA

Ore 15,00 Ritrovo presso il Monumento ai Caduti Viale IV Novembre
Ore 15,15 Deposizione Corone d’Alloro
Accompagnerà il corteo: CORPO BANDISTICO VERDE AZZURRA  di GALLIATE
Monumento Equestre di S.M. Vittorio Emanuele II Padre della Patria
Deposizione Corona d’Alloro - Piazza Martiri

Ore 15,45 – 15,50 Chiesa San Giovanni Battista Decollato – Piazza Puccini, 9
Santa Messa in occasione del 60 Anniversario del Ritorno all’Italia di Trieste
e di tutti gli Italiani Caduti nelle Foibe
Per tutti quelli che furono considerati Fascisti arrivando in Italia, dopo il doloroso ESODO dall’Istria e Dalmazia

Celebrante  l’Assistente Spirituale della Delegazione Cav. Uff. Mons. Gian Luca Gonzino

Interventi Storici

Presidente ASSOARMA Novara, Gen. di Br. Cav. Dr. Dario Cerniglia

“TRIESTE TORNA ALL’ITALIA”

Associazione Nazionale Venezia Gulia e Dalmazia,
Comitato Provinciale di Novara, Sig. Antonio Sardi

“TESTIMONIANZE DELL'ESODO E DELLE FOIBE”

Dirigente  della Lega Nazionale di Trieste e del Comitato 10 Febbraio, Dr. Lorenzo Salimbeni

"1914-1954 LA CONCLUSIONE DEL RISORGIMENTO AL CONFINE ORIENTALE - TRIESTE "

Corpo Infermiere Volontarie, Sorella Lucia Portioli

“ESODO E SOCCORSO PER GLI  ISTRIANI E DALMATI”

Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, Cav. Marco Lovison

 "MESSAGGI SCRITTI DA RE UMBERTO II AGLI ITALIANI DI TRIESTE, ISTRIA, DALMAZIA DURANTE L'ESILIO"  

Ritrovo presso l’Enoteca Vivian – Rotonda Massimo d’Azeglio, 22 per rinfresco - NOVARA
Si invita gentilmente le Autorità Civili, Militari e Religiose a partecipare
I Presidenti delle Associazioni Combattentistiche e loro soci sono pregati di presenziare con Labaro/Bandiera, naturalmente l’evento è aperto a famigliari, amici e simpatizzanti

Il Delegato Provinciale 
Marco Lovison

 
PARTECIPARE CON TRICOLORE

sabato 22 novembre 2014

Alessandria: Santa Messa solenne in suffragio di Re Umberto, della Principessa Mafalda e di tutti i Caduti per la Patria

Domenica 23 Novembre 2014

Santuario della Madonna di Loreto di Santa Rita - Via Plana, 42
Alessandria

ore 17.30 
Santo Rosario pro defunti

ore 18
Santa Messa solenne in suffragio di

Umberto II Re d’Italia
Principessa Mafalda di Savoia Langravia d’Assia
 e di tutti i Caduti per la Patria


Club Reale Vittorio Amedeo II di Alessandria


Celebrante : Padre Angelo O.P.Domenicani
Coro : “Don Angelo Campora” di Lobbi
Si invitano tutte le Associazioni Combattistiche e d’Arma, Culturali
e di Volontariato ad intervenire con labari e bandiere di rappresentanza

venerdì 21 novembre 2014

Messaggio di S.M. il Re Michele I di Romania nel XXV della caduta del regime comunista


BUCAREST, PALAZZO DEL PARLAMENTO, 20 NOVEMBRE 2014.



“IN ROMANIA, IL COMUNISMO HA AVUTO INIZIO NELL’ANNO STESSO DELLA MIA NASCITA, NEL 1921. OGGI, DOPO QUASI UN SECOLO, HO LA FELICE OCCASIONE DI RIVOLGERMI A VOI, FESTEGGIANDO LA SUA CADUTA.”
“NEL 1927, ALLA MORTE DEL RE FERDINANDO I, MIO NONNO, FUI PROCLAMATO RE DI ROMANIA. NEI SUCCESSIVI 87 ANNI CHE SONO TRASCORSI, FUI TESTIMONE DIRETTO DELLA NASCITA E DELLA FINE DEL FASCISMO E DEL COMUNISMO. DUE SISTEMI CRIMINALI, CHE (IN ROMANIA, N.D.T.) HANNO PROVOCATO CENTO MILIONI DI VITTIME E DIVERSI MILIONI DI MUTILATI, EMOTIVAMENTE E FISICAMENTE.
regele mihai

La mia vita è stata una lunga e leale attesa. Attesa che l’Europa si riprendesse, attesa che la Romania ritornasse a se stessa. La pazienza può essere a volte un’arma contro il destino storico. L’attesa e la Fede. L’amore e il senso del dovere.
Ma nella mia lunga vita ho conosciuto anche  momenti di grazia. Dio ha voluto che fossi  in prima linea nel ritorno del mio paese in seno alla degna famiglia delle nazioni libere, con  l’ingresso della Romania quale membro a pieno titolo nell’Unione Europea e nell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord.
La mia famiglia ed io abbiamo lavorato duramente negli ultimi venticinque anni dopo la Caduta del comunismo per una Romania democratica, prospera, libera e dignitosa. E continueremo a farlo fino alla fine dei nostri giorni, convinti come siamo che l’istituzione della Monarchia è parte della nostra identità statuale e nazionale.
“Il comunismo è arrivato in Romania lo stesso anno della mia nascita, nel 1921. Oggi, dopo quasi un secolo, ho la felice occasione di rivolgermi a voi, festeggiando la sua rovinosa  caduta.
Così Dio ci aiuti !
Mihai R”
Michele_di_Romania_autografo
La traduzione in italiano è a cura di: Contessa Dott. Simona Cecilia Crociani Baglioni Farcaş

giovedì 20 novembre 2014

I patrioti fedeli al Governo legittimo nella Liberazione di Roma



I  Militari  a   Roma  nella  resistenza  dall’8  settembre  1943  al   4  giugno  1944, la  loro  attività, i  risultati  raggiunti, il   loro  sacrificio  di  sangue, i loro Capi, dal Colonnello  Montezemolo, trucidato  alle  Fosse  Ardeatine al  Generale   Bencivenga, saranno  oggetto  di  una   conferenza   dal  titolo:

I  patrioti  fedeli  al   Governo  legittimo  nella   
Liberazione  di  Roma

indetta  dal   Circolo  di  Cultura  ed  Educazione  Politica  “REX”, che  si  terrà  domenica  23  novembre  alle  ore   10,30, in  Roma, Via  Marsala  42, Sala  Uno,  relatore  il


 Dr. ANTONIO GALANO

lunedì 17 novembre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Nono capitolo - III

Interessamento del Sovrano per gli oppositori.
Un giornale satirico pubblicò nell'agosto '24 
questa vignetta. Mussolini dice: 
«Ora si tratta di trovare quindici grandi 
uomini, che mettano mano alla Costituzione; 
e Cavour risponde: « Oh, bastano 
quindici ometti del mio stampo».


Già un mese prima il Bonomi aveva fatto appello ai compagni aventiniani di esaminare l'opportunità di tornare alla Camera, ma la sua proposta urtava contro l'intransigenza dei repubblicani, dei socialisti e quella personale di Amendola. Essi non comprendono l'interessamento col quale li segue il Sovrano che già aveva ricevuto, quando si era scatenata la campagna contro il governo per il delitto Matteotti, l'on. Zaniboni schieratosi apertamente fra i più accaniti oppositori. Ora riceve i rappresentanti dell'Aventino: l'on. Amendola, trattenendolo a colloquio per tre quarti d'ora; l'on. Di Cesarò, e poi De Gasperi. Questi colloqui sono messi in rapporto col messaggio che 59 deputati dell'opposizione - democratici, demosociali, unionisti e popolari - gli hanno fatto pervenire in occasione del 25' anniversario del suo Regno. Il Re li invita a parlare chiaramente ed essi uscendo esprimono la loro soddisfazione. Qualche giornale ha cercato di insinuare che il Sovrano ha respinto il messaggio delle opposizioni, ma il Mondo smentisce: «Per il rispetto dovuto alla verità ed alla persona del Sovrano, dobbiamo smentire recisamente l'affermazione: nessun rifiuto è stato mai opposto al messaggio dei costituzionali secessionisti, né alla commissione che lo recava. Ciò, del resto, è largamente comprovato dal fatto che S.M. ha ricevuto ieri l'altro gli esponenti di quei medesimi gruppi parlamentari che gli avevano inviato il messaggio».

Racconta infatti l'on. Misuri che, trovandosi alla redazione romana del Corriere della Sera, era presente quando tornò dal Quirinale l'on. Amendola che era stato ricevuto dal Re. Riferiva l'Amendola, soddisfatto, l'atteggiamento del Sovrano: Questi attendeva il fatto costituzionale per intervenire. Tale fatto, che poteva essere sia un voto contrario della Camera od un serio movimento di piazza, non si verificò mai. Il primo non poteva avvenire che col tempo e col rientro dell'opposizione alla Camera, poiché la riforma elettorale aveva dato al fascismo la imponente maggioranza che abbiano visto. Il secondo movimento di piazza - non era assolutamente possibile perché l'opposizione aveva scarso seguito nel paese e nessun capo era all'altezza, per coraggio e per autorevolezza, di trascinare le masse. Molti degli esponenti dell'Aventino erano stati fra i fautori dichiarati del fascismo; altri erano i responsabili dei disordini e delle intemperanze che lo avevano provocato. E le masse seguivano ancora ciecamente Mussolini, incantate dal suo fascismo oratorio e dalla sua messinscena.     1

Esempi: poco tempo dopo il delitto Matteotti, piena la piazza Colonna di dimostranti, transitavano gli on. Turati e Treves, acclamati dalla folla. I due deputati aventiniani affrettano il passo e corrono a rifugiarsi d'urgenza a Montecitorio. Pochi giorni dopo, di pomeriggio, passa al Largo Chigi l'on. Amendola: riconosciuto, viene dai passanti attorniato ed applaudito. Egli sale sopra una botticella e si fa portare sempre seguito ed acclamato, agli uffici del Mondo,dove scompare dietro il portone che viene immediatamente sprangato. Mancò a tutti gli oppositori il coraggio fisico che concretasse la violenza verbosa.

Nemmeno la visita al Sovrano che continua a dare esempi ed ammonimenti di rigida osservanza della Costituzione, induce l'Aventino al ritorno alla lotta legalitaria parlamentare, malgrado le innumerevoli occasioni che si sono presentale: le leggi sulla burocrazia, il progetto sui decreti legge, le leggi fasciste, le conclusioni dei 15 per la riforma dello Statuto, (1) la improvvisa seduta notturna nella quale la Camera approva i provvedimenti capestro contro la stampa e soprattutto la riforma elettorale.
L'Aventino pretende l'assurdo, pretende seppellire lo Statuto, creare un potere esecutivo che sia in pari tempo indipendente dal Parlamento ed emani dalla sovranità popolare. Ma non è questa forse già espressa dal Parlamento? Gli aventiniani in conclusione protestano perché il fascismo si è impossessato del potere con un atto rivoluzionario e non si accorgono che la secessione e la loro quotidiana condotta non sono altro che atti altrettanto rivoluzionari.

Intanto il Re, visitando l'Emilia è acclamato da quelle popolazioni; va a Molinella, Budrio, Minerbio, Castelfranco, Persiceto, già centri chiusi delle leghe rosse, e a Buda partecipa ad un banchetto rurale in mezzo a 2500 operai, contadini e braccianti.


(1) La proposta dei 15, i cosiddetti Soloni, per la modifica dei rapporti fra i poteri dello Stato si possono concretare così: Preminenza del potere esecutivo; l'azione della Camera limitata a funzioni di sindacato.

Fossano, partecipato convegno dedicato al Patrimonio araldico di Casa Savoia

Partecipato convegno dedicato al Patrimonio araldico di Casa Savoia che conferma nella Città di Fossano la sede privilegiata per lo svolgimento di iniziative di rilevanza nazionale per la tutela degli Ordini cavallereschi, sodalizi non ascrivibili solamente a esigenze di custodia della memoria storica e patriottica della Nazione, ma attivi nelle dinamiche economico sociali contemporanee e per questo meritevoli di una legislazione aggiornata rispetto a quella vigente a oggi da oramai oltre 50 anni.
Il convegno è servito a riaffermare, ove ve ne fosse stata ancora la necessità, la venuta meno di una serie di luoghi comuni che tacciavano di anacronismo ed elitarismo queste Associazioni invece libere e liberali e impegnate soprattutto nello svolgimento di attività mutualistiche e si solidarietà sociale che, ove ben conosciute, riacquisiscono una fortissima attualità in tempi di perenne crisi di risorse pubbliche.
[...]

domenica 16 novembre 2014

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II



Sul sito dedicato a Re Umberto II l'incontro, il giorno prima dell'armistizio tra il Principe di Piemonte ed il generale Graziani, Maresciallo d'Italia, nell'intervista al Sovrano di Nino Bolla.


sabato 15 novembre 2014

Sulle orme di casa Savoia: il Castello Reale di Racconigi

Il Castello Reale di Racconigi è stato per secoli dimora di numerosi nobili e reali, soprattutto legati alla casata dei Savoia. Oggi, invece, il castello è un polo museale di grande interesse, situato a Racconigi, in provincia di Cuneo, poco distante da Torino.La storia del castello di Racconigi è davvero affascinante. 
Prima di diventare proprietà dei nobili Savoia, la funzione del castello era quella strettamente difensiva di casaforte della Marca di Torino. Quando il castello entrò a far parte delle proprietà sabaude, nel XIV secolo, le sue fattezze erano quelle tipiche di una fortificazione medievale. Infatti, la fortezza era di pianta quadrata e vi si poteva accedere attraverso un ponte levatoio poiché era circondata da un fossato. 
Su ogni angolo del perimetro del castello, costruito in mattoni nudi, sorgeva una torre angolata.La struttura originale del castello rimase praticamente invariata fino al XVII secolo, mentre, a donare al castello quello che è il suo aspetto più recente fu Carlo Alberto di Savoia, che nel 1832 diede inizio a un’ulteriore ristrutturazione del palazzo, con l’intento di abbellirlo e renderlo adatto alla casata reale sabauda.
Gli arredi degli interni vennero sostituiti, pur preservando il gusto neoclassico delle decorazioni, anch’esse ampiamente arricchite durante i lavori di restauro.

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http://www.guidatorino.com/sulle-orme-di-casa-savoia-il-castello-reale-di-racconigi/

venerdì 14 novembre 2014

UN AUTOGOL DEI “GRILLINI“


Il  recente  esposto   alla  Magistratura  di  un  deputato   “grillino”  sugli  accordi  tra  Renzi  e  Berlusconi  è, a  mio  avviso, un  clamoroso  errore  e  costituisce  un  precedente  pericoloso  perché  rimette   ad  un  potere  diverso  da  quello  esecutivo  e  legislativo, e  cioè  al  potere  giudiziario, la  questione  di  accordi  più  o  meno  riservati, tra  diverse  forze  politiche,  su  problemi  costituzionali   ed  istituzionali , per  i  quali  si  sarebbe  poi  pronunciato  il  Parlamento, che  sia  pure  con  tutti  i  suoi   limiti  ed  inadeguatezze, rappresenta  la  sovranità  popolare, quella  messa  a  base  della   Costituzione  all’art. 1, con  il  solo  limite, peraltro  da  tempo  contestato e  che  dovrebbe  essere  eliminato, dell’ art. 139  che  sottrae  a  questa  sovranità  la  eventuale  modifica  della  attuale  forma  istituzionale  dello  Stato.
Ora  che  la  Magistratura, la  cui  natura  non  è  elettiva, stia  prendendosi, in  questi  ultimi  anni , un  potere  superiore   agli  altri  due, sopra  elencati, decidendo  sulla  politica  economica, su  quella  industriale, vedi  il  caso  dell’ILVA  ed  altri  analoghi, o  chiamando  a  deporre  in  un  processo  penale  addirittura  il  Capo  dello  Stato, che  con  una  disponibilità  forse  eccessiva, ha  accettato  di  testimoniare, creando  un  pericoloso  precedente, è   evidente  agli  occhi  di  tutti, per  cui  se  ora  le  viene  richiesto  di  indagare  su  accordi  e  rapporti  esclusivamente  politici, che  sono  sempre  avvenuti  in  tutte  le  epoche  ed  in  tutti  i  paesi  dove  esistono  istituzioni  rappresentative, è  un fatto  di  estrema  gravità  e nella  sua  essenza  profondamente   anti democratico  ed  antiliberale.
Già  poteri  economici   e  finanziari  cercano  di   sovrapporsi   al  potere  politico  ed  ora  anche  il potere  giudiziario, per  cui  viene  legittimo  chiedersi   perché   votiamo? Alla  Magistratura  ordinaria, lasciando  fuori  nel  suo  autonomo  e  fondamentale  ruolo  la  Magistratura  contabile, spettano  altri  compiti  e  doveri  che  nessuno  discute  o  nega, quando  si  tratti  di veri  reati  di  diverso  genere, ma, ripeto, si lascino  fuori  gli  accordi  e  le  trattative  tra  partiti, gruppi  politici   e  parlamentari, di  carattere  elettivo, accordi  che  acquistano  il  loro  valore  ed  hanno  la  propria   consacrazione  e  legittimazione  solo  nel  e  con  il  voto  delle  Camere, dopo  aver  avuto il  mandato  dal  voto  popolare, anche  se  tramite leggi  elettorali  discusse  ed  oggi  oggetto  di riforma.


Domenico  Giglio  

martedì 11 novembre 2014

Per il Re

Salva   il  Re  che  dismesso
L’emellino
E  la  porpora, come  il
Fantaccino
Renduto  in  panni  bigi,
sfanga  nel  fosso  o  va  calzato
d’uosa
cercando  nella  cruda  alpe
nevosa,
Dio  vero, i  tuoi  prodigi.
Salva  il  Re  che  partisce  il
Pane  scuro 
Col  combattente  e  non
Isdegna  il  duro
Macigno  alla  sua  sosta
Né  pe’  suoi  brevi  sonni  strame
O  paglia….
Sospesi  ai  rossi   orli  della
battaglia
che  sotterra  è  nascosta.
Proteggi   il  Re  del   sollecito
Amore
Che  in  casta  forza  il  tremante
Dolore
Cangia  con  l’occhio  fermo,
il  Re  che  in  fronte  ha  la  ruvida
ruga

e  pur  si  dolce  esser  può
quando  asciuga
la  tempia  dell’ infermo.
Proteggi  il   Re  della  semplica
Vita
Chinato  verso  ogni   bella  ferita
Che  è  rosa  del  suo  regno,
chinato  verso  il  sorriso  dei
morti,
verso  il  sorriso  immortale  dei
morti,
che  è  l’alba   del  suo  regno.

Gabriele  d’ Annunzio -  dalla  terza  delle  cinque  “preghiere  dell’ avvento”  composta  il  19  novembre  1915    


Vittorio Emanuele III fu il Re della virtù e dell'ordine borghese

di Giovanni Artieri

Vittorio Emanuele III fu il Re della virtù e dell'ordine borghese.

Con lui la « prosa » entrò finalmente nella storia civile di un popolo dominato lungo i secoli dai poeti, dai musicisti, dai proverbi e dalle canzonette - Egli stesso si fece «impiegato dello Stato», con una coscienza quasi calvinista del dovere - Viveva con poco, talvolta un piatto d'insalata e un bicchier d'acqua gli erano sufficienti.


Il Regno di Vittorio Emanuele III durò quarantaquattro anni: quattro volte undici. Questa cifra - diceva il vecchio Re - coloriva di cabala il suo destino. Ricorreva nella sua vita e sempre a certi quadrivi lieti o drammatici. Da coscritto aveva estratto il numero 1111; era nato l'11 novembre 1869; nell'anno 1911 cadde il cinquantesimo anniversario dell'Unità e il momento, forse, più chiaro e prospero dell'Italia: con la parità aurea della Lira e l'impresa di Libia.

In quel 10 di aprile del 1944, quando i rappresentanti dei Governi inglese e americano si recarono alla Villa Cimbrone, a Ravello, per imporgli di firmare il decreto per la nomina del Principe Umberto a Luogotenente, il suo Regno finiva e la cabala si avverava: 1900-1944, quattro volte undici. L'indomani firmò. Era l'11 del mese.

Non che fosse superstizioso. Nessuno più di lui fu vicino alle cose, alla realtà misurabile. Appunto questa mentalità aritmetica, numerale, gli permise di scorgere quel «ritorno». nella propria biografia. Era, in lui, così forte e continuo il riferimento ai numeri che - si disse - visitando una mostra personale del pittore Tosi, gli chiese quanti abitanti «facesse» il villaggio dipinto in uno dei più bei quadri esposti. Ed anche la vera stima ch'egli avvertì per certe qualità eminenti di Mussolini risaliva al suo amore per la irrefutabile e secca eloquenza dei numeri. Apprezzava sovrattutto nel suo Primo Ministro la facoltà di riassumere tutto all'osso, di estrarre il sugo delle cose, di serrarle – spesso - in poche cifre.

Educazione ferrea

Questo carattere ci offre anche  la chiave della sua passione numismatica.
Monete e medaglie, alla fine, fermano la storia, con un nome e qualche cifra, nell'avaro cerchio di metallo. Tutto, in poco. Ecco una parola che gli piaceva. «Poco». Per elogiare Mussolini diceva: «Vive di poco». Lui stesso era così: viveva con niente: talvolta un piatto di insalata e un bicchiere di acqua.

La frugalità della sua vita fu avvertita anche dai soldati al fronte, durante la prima Guerra mondiale. Qualcuno di essi, talvolta, fu chiamato a dividere il pezzo di pane e frittata o la cotoletta fredda del pasto di Re Vittorio durante le quotidiane ispezioni alle linee. E una volta che egli ritornò per molti e molti giorni sullo stesso settore (il fronte degli Altipiani), gli costruirono un sedile di pietra e legno, per evitargli di sedere per terra, sull'erba, a mangiare con i generali e gli autisti.
Questa inclinazione spartana veniva di lontano: dall’educazione ferrea, impartita al suo fisico non felice; ferrea, letteralmente, per le costrizioni ortopediche a cui fu assoggettato; e figurativamente, per il rigore degli studi, esercizi, lavori, esami cui il colonnello Egidio Osio, suo governatore, lo sottomise. Quello stile quasi disumano, di monacale semplicità, veniva dal dissenso della sua natura umbratile, meditativa, conseguenziaria, rispetto al fasto, ai luccicori, alla parata di magnificenza del regno di Umberto I e della Regina Margherita. La sua « socialità » nasceva dall'aver visto il 17 novembre 1878, a Napoli, il pugnale dell'anarchico Passannante calare sul petto di suo padre e colpire - nella stessa carrozza, accanto a lui - il Presidente del Consiglio, Benedetto Cairoli. Infatti, non senza tacito dissenso, egli si estranea dai drammi del Regno umbertino (Adua, i moti rivoluzionari del 1898 nelle città, le «jacquerie » dei fasci siciliani, la corruzione - sin da allora - del sistema parlamentare, chiudendosi   nella sua vita di militare, nell'amore per la giovane Principessa Elena; trascorrendo sul mare, principalmente, la maggiore e miglior parte del suo tempo.

Come un orologio

Con lui, e con Giolitti,  secondo una felice definizione di Prezzolini, la «prosa » entra. finalmente, nella storia civile italiana. Vittorio Emanuele diventa il Re «borghese»; modella attorno a sé (o cerca di farlo) una società italiana più grigia, più compatta, più seria. Lui stesso si fa «impiegato dello Stato»; si reca ogni mattina «in ufficio», al Quirinale. I guardportoni dei palazzi reali aggiustano l'orologio sull'ingresso della sua automobile nel cortile. Non vorrà, tra l'altro, mai permettere al suo Aiutante di campo di portargli la borsa delle carte. Non ammetterà deroghe al calendario delle udienze e agli argomenti fissati. Due sole volte vi è costretto: per il colloquio con Mussolini a Villa Savoia, il 25 luglio 1943, e per lo scontro con i commissari alleati Mac Farlane, Noel Charles e Murphy, che gli impongono, il 10 aprile 1944, di passare subito e non a Roma, come egli voleva, i poteri a Umberto.

Chi voglia penetrare nel carattere del vecchio Re deve insistere su questa sua natura lineare, raccolta, espressiva quanto può esserlo una figura della geometria. Contrastava, certamente, con la media complessiva dei caratteri, umori, disposizioni degli italiani: di un popolo, cioè, dominato lungo i secoli dai poeti, dai musicisti, dai proverbi e dalle canzonette. Per la poesia, si fermava a Dante (conosceva a memoria quasi tutta la Divina Commedia), mentre per la musica non andava oltre le marce militari dei capobanda reggimentali.

In questo Paese, sempre uguale a se stesso nei difetti e nelle virtù, Vittorio Emanuele cercò di rappresentare il parametro dei modesti e preziosi pregi borghesi: la semplicità, la dignità, una coscienza quasi calvinistica del dovere, il rispetto della legge, la rinuncia al «proprio particulare» in vista del bene comune. Fu un rivoluzionario in nome della Corte dei Conti e della Ragioneria generale dello Stato. Il suo esempio, quasi sublimatosi a leggenda durante la prima Guerra mondiale, aveva già raggiunto la collettività nazionale. Milioni di famiglie italiane del ceto medio in formazione, si modellavano sullo stile del Re borghese; imponevano ai figli i nomi di quelli del Re; salutavano con reverenza la sua carrozza o lui stesso, a cavallo, nelle solari mattinate di giugno per la festa dello Statuto. Il suo prestigio morale obliterava la esiguità della figura fisica ed anche la satira sovversiva dei socialisti; che da lui, oggi, ripetono l'eredità del centrosinistra e, non fosse per altro, dovrebbero accoglierne la Salma nel Pantheon.

La sua filosofia

Non deve meravigliare, dunque, se per la sua inclinazione all’ordine, sostenuto da una vera e propria filosofia di vago sapore panglossiano, per cui - alla fine - ogni traversia o travaglio  s'aggiusta per il meglio, accolse nello Stato il movimento fascista nel 1922. Sperava - con gli uomini di maggior rilievo di quel tempo - di ridurlo al denominatore democratico. I critici repubblicani di Re Vittorio, a questo punto, omettono la considerazione del moto «totalitario» di cui l'Europa era investita: un moto iniziato - si badi bene - non dai «fascismi» europei, ma dalla Rivoluzione russa dell'ottobre 1917. I «fascismi» europei nascono come figliuoli prodighi, come reazioni o precessioni ai movimenti rivoluzionari dei comunismi occidentali in alcuni paesi; primo fra tutti, l'Italia. Mussolini aggiusta la sua dottrina sui presupposti della statolatria e della fobia delle libertà democratiche, proprie al pensiero non di Marx ma di Lenin. Non è senza un curioso e fatale significato che a Dongo muoia - di piombo comunista, accanto ai fascisti - Nicola Bombacci, amico di Lenin e amico di Mussolini.

Il Regno di Vittorio Emanuele, con la fine della prima Guerra mondiale, entra di colpo nel tifone rivoluzionario. E' un fenomeno repentino, inatteso. L'Italia ha vinto la Guerra, ma vi accadono i rivolgimenti tipici di un paese sconfitto. Il grigio e mediocre paradiso giolittiano, ordinato, «ventisettista», fondato sulla lira-oro e sul bilancio in pareggio si dissolve al suono delle revolverate domenicali tra fascisti e comunisti.

Revolverate (ed anche cannonate) se n'erano tirate per le piazze italiane, dal tempo di Umberto I in poi, ma queste di adesso ripetono la tecnica delle trincee e la violenza degli assalti sui fronti di Guerra. Già per lo sciopero militare di Caporetto Re Vittorio aveva capito di dover dedicare a ciò che chiamava «la piccola gente» tutta la sua attenzione. Adesso, con Mussolini, quella «piccola gente» si accalca attorno allo Stato. Lui non può scacciarla.
Fu un errore non aver dissolto le squadre fasciste accampate, il 28 ottobre 1922, attorno a Roma? L'operazione, secondo alcuni, era possibile. E noi pure lo crediamo. Ma ancora una volta i maggiori uomini di quel momento sconsigliarono la forza. E a sconsigliare valevano per il Re Vittorio anche i ricordi del Regno di suo padre. Così come a sbarazzarsi del fascismo e di Mussolini, durante la crisi del 1924 per l'assassinio del deputato Matteotti, fu sconsigliato principalmente dall'assenza di uno strumento costituzionale che Camera e Senato avrebbero dovuto offrirgli.

Beninteso non si vogliono occultare o negare gli errori del vecchio Re; ma si vuole anche affermare la sua stupenda onestà e chiarezza, il suo disinteresse, la sua costante volontà e decisione di agire esclusivamente per il bene concreto del Paese. Fu uomo della sua generazione, una generazione di coraggiosi che non tremarono di fronte al possibile e spesso all'impossibile. Era dell'età in cui il Duca degli Abruzzi e Cagni vanno al Polo Nord senza aver mai visto un pezzo di mare ghiacciato.

Praticava le virtù cristiane di nascosto, possedeva il pudore della carità e dava generosamente. Forse fu scettico. Ma conobbe, come pochi specialisti i due Testamenti e, strano a dirsi, il Corano di cui citava a memoria le «sure» più significative.
Nel 1933 durante un viaggio in Egitto con la Regina Elena e la principessa Maria, volle rivedere il Convento di Santa Caterina d'Alessandria. L'aveva visitato già nel 1887, e indugiò, come tanti anni prima, a guardare di sotto in su i quattro enormi fichi indiani del cortile. Volle pure visitare la Chiesa e si trattenne dinnanzi ad un quadro vasto ed eloquente, del pittore viennese Ender, dipinto nel 1847, con la raffigurazione di Santa Caterina Vergine mentre disputa con i filosofi del Museo alessandrino.
Tra quella tela e il retro dell'altare, Vittorio Emanuele III si aggirò notando che, appunto, la fabbrica andava riparata e restaurata. Lasciò una grossa somma ai padri francescani e andò via. Il 31 dicembre del 1947 proprio lì, nel piano verticale dell'altare, venne murata la sua breve bara. Il vano fu chiuso da un marmo col nome e le due date estreme. Nel 1953, durante un nostro viaggio, sostammo dinnanzi a quella tomba. Tra la fredda tela del pittore viennese e l'intonaco grezzo essa ci parve buia, triste, tralasciata. Dalle colonne di questo giornale chiedemmo una lampada per il Re. I lettori dettero generosamente. Adesso quella lampada arde dinnanzi al marmo. E chiunque, inchinandovisi, ripercorra mentalmente la lunga, dolorosa vita di Vittorio Emanuele III, deve cedere al pensiero di trovarsi dinnanzi a una grande, complessa figura della storia nostra.



lunedì 10 novembre 2014

Documento originale della resa dell'Amba Alagi sequestrato a un privato a Padova


Ottantenne custodiva la lettera originale del vicerè che dichiarava la resa dopo l'Amba Alagi, nella guerra d'Etiopia. Ha provato a venderla, la Procura ha aperto un’inchiesta.

PADOVA. Ha chiamato lo Stato Maggiore dell’Esercito per chiedere che valore aveva il documento originale nel quale Amedeo di Savoia firmava la resa di Amba Alagi, di fronte agli inglesi, del 17 maggio del 1941. Chi ha risposto all’ottantenne padovano ha fatto un salto sulla sedia visto che l’interlocutore diceva di avere il documento, dal grande valore storico, in mano. Lo Stato Maggiore ha interessato la procura della Repubblica di Padova che ha aperto un’inchiesta senza ipotesi di reato, con lo scopo di recuperare in tempi brevi la preziosa lettera.
I carabinieri della procura, su mandato del pubblico ministero Federica Baccaglini, gli hanno spiegato che quel documento non poteva venderlo visto il suo valore e vista la circolare 43 del 1950 che obbliga chiunque venga in possesso di documenti di rilevanza storica a consegnarli allo Stato. Il pensionato aveva quel telegramma del Governo centrale dell’Africa Orientale Italiana, perchè suo padre era il capo di Stato Maggiore dell’epoca e da quel 1950 quel documento militare su carta velina, originale, era rimasto sull’armadio di casa.
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La manifestazione dell'UMI a Roma. Breve rassegna stampa










Invitiamo i nostri amici a segnalarci altri eventuali articoli!

sabato 8 novembre 2014

A Roma l'UMI porta in piazza i tricolori del Regno




Il Nostro amico Ingegnere DomenicoGiglio, 
Presidente del Circolo Rex, 
alla manifestazione di Piazza Santi Apostoli festeggia tra i Tricolori della Patria il suo 82° compleanno. 
I nostri più affettuosi auguri! 
Viva il RE!









venerdì 7 novembre 2014

UN SENATO DA IMITARE


Le  elezioni  di  “metà  mandato”, tenutesi  negli  Stati  Uniti  d’ America , martedì  5  novembre, per  rinnovare  un  terzo del  Senato  e  l’intera  Camera, hanno  visto  i  riflettori  della  stampa  e  delle  televisioni  puntati  su  questo  evento  e  sul  significato  di  questo  voto  popolare.
Ora, a  prescindere  dal  risultato, che  ha  visto  ribaltata  la  maggioranza  dai  democratici  ai  repubblicani,si  è  molto  parlato  e  scritto  sull’importanza   che  il  Senato  degli  USA, composto  di  soli  cento  senatori, due  per  ogni  stato, quale  che sia  il suo  numero  di   abitanti, su  una  popolazione  complessiva  di  oltre  trecento  milioni, ha  nella vita  politica  e  nell’attività  del  Governo  Federale, ed  i  limiti  che  questa  istituzione  può  porre  allo  stesso  Presidente, specialmente  quando  non  appartenga  al  partito  che  detiene  la  maggioranza  nel  Congresso.
L’esame  approfondito, e  non  formale, e  l’ approvazione  di  nomine  delicatissime, proposte  dal  Presidente, quale  ad  esempio  quelle   dei  candidati  alla   carica  vitalizia  di  Giudice  della  Corte  Suprema   degli  USA, sono  la  conferma  del  ruolo  fondamentale  che  il  Senato  svolge, ben  diverso  da  quello  modesto  della  seconda  Camera  come è  in  Francia  ed  in  Germania, e da  quello, che   sull’esempio   franco-tedesco, si  vuole  ora  dare  anche  all’Italia.
Se, tornando  ai  nostri  casi, si  volevano  evitare  i  lacci  ed  i lacciuoli  del  “bicameralismo  perfetto”, si  poteva  guardare  oltre  l’ Oceano  Atlantico, per  verificare  quanto  di  questa  esperienza  più  che  bicentenaria   fosse  da  recepire, lasciando  ad  esempio  proprio  al  nostro  Senato, anche  per  l’età  maggiore  per  eletti  ed  elettori, il  ruolo  fondamentale  di  salvaguardia  delle  Istituzioni  e  di  garanzia di  buon  funzionamento, con  il  voto  di  fiducia  al  Governo  e  l’approvazione  della  legge  finanziaria  o  di  leggi  costituzionali  e  trattati  internazionali,  e   togliendogli  l’onere  della  discussione  ed  approvazione  delle  ormai  centinaia  di decreti e decretini  che  vengono  sfornati  quotidianamente  dal  governo, costituendo  così  una  riserva  di  saggezza, se  ancora  ha  valore  questo  termine, e  di  equilibrio, come  in  fondo  era  stato  delineato  nella  costituzione  entrata  in  vigore nel  1948, che  prevedeva  una  diversa  durata del  Senato  rispetto  alla  Camera  dei  Deputati, per  limitare  effetti  sconvolgenti  di  un  risultato  elettorale  per  la  Camera  molto  diverso  da  quello  precedente, norma  che  proprio  perché  saggia  fu  modificata  dopo  breve  tempo.
Ritornando  ora  agli  Stati  Uniti  si  è  definito  “anatra  zoppa”  il  Presidente democratico,  che  negli  ultimi  due  anni  del  suo mandato, dovrà  combattere  su  ogni  provvedimento  della  sua  amministrazione, con  una  maggioranza  parlamentare  del  partito  repubblicano, ma questo  era  già  avvenuto   in Francia  più   volte, dimostrando  che  i  presidenti  delle  repubbliche  sono, malgrado  le  formali  dichiarazioni  contrarie, come  quelle  ora  di  Obama , sempre  uomini  di  parte, per  lo  più  eletti  con  maggioranze  minime  di  voti  popolari, ultimissimo  esempio  in  Brasile, con  un  51,4%  rispetto  ad  un  48,6%, spaccando  quasi  a  metà  il  paese, il  che, in  Stati  di  collaudata  liberaldemocrazia  come  negli  USA  non  compromette  lo spirito  nazionale  ed  i  relativi  valori  condivisi  da  tutto  il  popolo, divisioni  che  sono  quanto mai  pericolose  in  paesi  con  valori  e  tradizioni  nazionali non  egualmente  assimilate, o che  si  è  cercato  scientemente  di  distruggere.


Domenico  Giglio