NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 16 giugno 2018

Il libro azzurro sul referendum - XI cap - 6


«Infante pone deliberatamente l’accento sugli aspetti drammatici del momento. La Corona si vede ridotta a tanto: l’altera pars, anziché accettare il ruolo di giudicanda, si erige impunemente ad arbitra. Per quanto i dubbi sulla legalità del referendum abbiano assunto aspetto di estrema gravità, il governo non teme di scoprire il suo gioco, che e per una decisione drastica, indifferente al diritto, forte della prepotenza. Mentre il fermento si accentua alla frontiera orientale, un Partito di nome italiano guida l’azione, disposto anche allo spargimento del sangue.
I rappresentanti di una Potenza orientale ne tengono i fili, lo controllano passo passo. Ogni giorno ricevono anonimi «compagni» italiani incaricati di riferire, spie zelanti e insidiose, se i compiti affidati a quel Partito vengono eseguiti con adeguata solerzia. Nelle ultime ore la corsa al precipizio si svolge a ruota libera: il governo si fa scudo col corpo della Suprema Corte, tanto che essa si riunirà il giorno stesso per una comunicazione conclusiva, che proclami l’avvento della Repubblica. Man mano il volto di Stone appariva più contrariato. Non interrompeva. Il suo freddo silenzio aveva qualche cosa di minaccioso, inconsueto nell’uomo espansivo. Quando Infante tacque, Stone concluse asciutto che la cosa non poteva riguardare l’A.C. La giudicava affare interno italiano; in cui la Commissione non intendeva intromettersi.
Infante: «Insomma, lei ritiene regolare che la Cassazione sia costretta a riunirsi oggi? Mentre i ricorsi sono diventati montagna; non tutti i verbali sono giunti, si ignora il numero complessivo degli elettori; non si è d’accordo nemmeno sul significato del termine maggioranza».
Stone: «Fate valere con le vostre mani i vostri diritti, se ritenete di averne»...
Infante: «La Corona ha le mani legate. Superior stabat lupus »... La citazione di Fedro aveva, e da supporsi, carattere di autochiarimento.
Stone: «Io mi devo preoccupare dell’opinione pubblica del mio paese. So che e antipatico togliere le castagne dal fuoco. Ma ciascuno tolga le sue ».
Infante: «Tutte quelle che abbiamo potuto, ce le siamo tolte da soli. Al punto in cui siamo, a meno di ricorrere alla forza, non ci resta che assistere agli atti dell’altrui violenza »...
Il 9 giugno la Corte di Cassazione non si riunì... ».

venerdì 15 giugno 2018

La Leggenda del Piave: le truppe austriache respinte nella Battaglia del Solstizio

Nelle prime ore del 15 giugno del 1918 cominciò la massiccia offensiva austrica, nonché l’ultima, mirata a risolvere definitivamente il conflitto con l’Italia, ma le truppe italiane non si fecero trovare impreparate come successo alla fine di ottobre a Caporetto e diedero vita alla “Battaglia del Solstizio”, così rinominata da Gabriele D’Annunzio, che si concluse con la ritirata oltre il Piave degli austriaci.
Da questa battaglia nacque la “Leggenda del Piave”.
… E ritornò il nemico / per l’orgoglio e per la fame, / voleva sfogare tutte le sue brame… / Vedeva il piano aprico, di lassù, / voleva ancora sfamarsi e tripudiare come allora.
Il protrarsi del conflitto, la crisi interna e la difficoltà di approvvigionamento spinsero l’impero asburgico a dirottare tutte le risorse per sfondare il fronte italiano e affrontare in seguito il fronte franco-tedesco. Gli austro-ungarici pianificarono l’offensiva nei minimi dettagli, prevedendo innanzitutto la distruzione del blocco navale del canale di Otranto e, contemporaneamente, un attacco diretto come accaduto nella Valle dell’Isonzo. Ma l’Impresa di Premuda rallentò gli austriaci che cominciarono l’avanzata con quattro giorni di ritardo. Come a Caporetto un grande bombardamento riecheggiò nella notte permettendo alle truppe nemiche di attraversare il Piave ed arrivare fino alla collina del Montello, occupando Nervesa, e solo sull’altopiano di Asiago i fanti italiani mantennero le posizioni.
“No!” disse il Piave, / “No!” dissero i fanti, / “Mai più il nemico faccia un passo avanti” / Si vide il Piave rigonfiar le sponde / e come i fanti combattevan l’onde…
Nel pomeriggio, però, ci si rese conto che le truppe italiane non erano impreparate; anzi, non solo erano a conoscenza dei piani nemici ma il Regio Esercito disponeva di armi e mezzi superiori. Nel frattempo, a causa delle abbondanti piogge, il Piave esondò facendo crollare più volte le passerelle costruite dagli austriaci per far giungere i rifornimenti e complicandone le operazioni, tanto che molti reparti risultarono isolati.
La controffensiva italiana fu veemente. La notte gli Alpini scalarono il Monte Grappa illuminato a giorno dal fuoco incessante dei cannoni, con la Regia Aeronautica che attaccò imperterrita le linee nemiche per tutta la durata della battaglia, nonostante la perdita del più grande asso tricolore, Francesco Baracca.
Rosso del sangue del nemico altero, / il Piave comandò: “Indietro, va’, straniero!”
Le truppe austriache, impossibilitate ad essere rifornite, sia di viveri che di armi, e provate da una estenuante battaglia che le ha viste negli ultimi giorni impegnate in una tattica difensiva, ben diversa da quella vittoriosa che avevano preparato meticolosamente, furono costrette ad abbandonare le postazioni conquistate. Molti fanti ripiegando in ritirata, nel tentativo di ritornare a Pieve di Soligo-Falzè di Piave, perirono annegati nelle tempestose acque del Piave.
Il bilancio fu drammatico, in una settimana di aspri combattimenti persero la vita centocinquantamila soldati austriaci e novantamila italiani. La Battaglia del Solstizio fu l’ultima grande offensiva dell’impero asburgico e il suo esito spalancò le porte al vittorioso epilogo.

Indietreggiò il nemico / Fino a Trieste, fino a Trento, / e la Vittoria sciolse le ali del vento!...


http://m.ilgiornale.it/news/2018/06/14/la-leggenda-del-piave-le-truppe-austriache-respinte-nella-battaglia-de/1540470/

mercoledì 13 giugno 2018

13 Giugno 1946, ore 16,10, il Re parte per l'esilio


Umberto II partì dall’aeroporto di Ciampino alle ore 16.10 dei 13 giugno 1946. Fu salutato da un piccolo gruppo di persone avvertite all'ultimo momento. Qualcuno giunse quando già il Sovrano era sull’aereo: Umberto fece riaprire lo sportello e strinse la mano agli ultimi arrivati. Era tranquillo ma commosso. Attorno a Lui si strinsero per l’ultima volta il ministro della Real Casa marchese Falcone Lucifero, il primo aiutante di campo generale Adolfo Infante, il senatore Alberto Bergamini, l’ex-sottosegretario Carlo Scialoja, l’avvocato Enzo Selvaggi, l’on. Manlio Lupinacci, e pochi altri.


Qualche minuto prima che Umberto salisse a bordo dell’aereo giunsero il ministro della Marina De Conrten e quello dell’Aeronautica Cevolotto. Rimasero però staccati dal gruppo. 
Umberto non li volle salutare. Non poteva, infatti, dimenticare che entrambi avevano votato la notte precedente contro di lui nel consiglio dei Ministri che aveva finito col proclamare De Gasperi Capo provvisorio dello Stato.
«Fu quello», ci ha detto il senatore Bergamini, «l’unico gesto duro che io vidi compiere dal Sovrano».

Un altro curioso incidente accadde poco dopo.

Sull’aereo che avrebbe portato in esilio l’ultimo Re d’Italia era salito anche l’ambasciatore Gallarati Scotti che si recava a Madrid per assumere quella nostra ambasciata. Ma Gallarati-Scotti ritenne che un diplomatico che era il primo a rappresentare la repubblica italiana non potesse viaggiare con il Re.
Scese perciò e domandò anche che venissero scaricate tutte le sue valigie. I bagagli però, come sempre avviene sugli aerei, erano stati confusi con gli altri. Fu necessario controllare valigie e bauli per accontentare il primo ambasciatore della repubblica italiana.
Quel giorno con il Re partirono il prefetto di palazzo, generale Carlo Graziani di San Pietro, l’aiutante di campo Cassiani, il duca Dousmet, la duchessa Sorrentino, dama di corte della Regina, e tre persone del seguito.
Dopo la sosta di una notte a Barcellona, l’aereo (un apparecchio bianco che portava il numero di matricola 240-1) arrivò all’aeroporto di Lisbona alle ore 12,20 del 14 giugno. Poiché l’arrivo era atteso per il pomeriggio, Umberto toccando suolo portoghese trovò ad attenderlo tre sole persone: il ministro d’Italia a Lisbona, Rossi Longhi, l’addetto aeronautico e il capo del cerimoniale del ministero degli esteri portoghese, Henrique Yiana. Con un’auto messa a disposizione dal governo portoghese, il Sovrano partì subito per Cintra dove, alloggiati in incognito all’Hotel Estoril, si trovavano già da alcuni giorni Maria José e i quattro principini. La famiglia reale cenò in stretta intimità, e quindi tutti si ritirarono per tempo nelle loro camere.

Da "I Savoia nella Bufera" di Giorgio Pillon , il Candido 1958

lunedì 11 giugno 2018

Costantino Nigra



(1828-1907)

di Gianluigi Chiaserotti

Costantino Nigra  è stato un filologo, poeta, diplomatico e politico italiano.

Nacque il giorno 11 giugno del 1828 presso Villa Castelnuovo, in provincia di Torino, da Ludovico Nigra e Anna Caterina Revello.
Il padre lavorò come cerusico locale e partecipò dapprima come soldato dell’armata di Napoleone Bonaparte e quindi ai moti insurrezionali monarchico-liberali del 1821.
La madre Anna Caterina era imparentata a Gian Bernardo De Rossi, un orientalista molto apprezzato a livello internazionale.
Costantino fu molto legato ai suoi genitori e ai suoi fratelli, in particolar modo al fratello minore Michelangelo che a causa di uno spericolato gioco di Costantino perse un occhio in tenera età.
Compì i primi studi a Bairo ed in seguito ad Ivrea, dove concluse il secondo ciclo scolastico. Nel 1845, grazie ad una borsa di studio, poté iscriversi alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Torino, nonostante il grande interesse per la poesia e la letteratura.
Nel corso degli studi universitari non nascose (1848) il sostegno al conflitto bellico del Piemonte con la potenza imperiale austriaca, tanto che decise di arruolarsi nel corpo dei bersaglieri studenti, come volontario. Partecipò alle battaglie di Peschiera del Garda, Santa Lucia e Rivoli, dove fu ferito ad un braccio.
Già l’anno seguente rientrò a combattere, assistendo alla sconfitta di Novara.

Ripresi gli studi dopo la parentesi bellica, il Nostro riuscì a laurearsi in giurisprudenza nell’università torinese.
Nigra portò all’attenzione degli italiani una nuova forma di poesia, l’epico narrativa.
Prestò servizio dal 1851 al Ministero degli Esteri venendo nominato segretario del primo ministro Massimo D’Azeglio ed in seguito di Camillo Cavour, che accompagnò al Congresso di Parigi del 1856 come Capo di Gabinetto.
Due anni dopo, nel 1858, il Nigra fu inviato in missione segreta a Parigi per concretizzare l’ipotesi di alleanza decisa a Plombières  tra Napoleone III e Cavour e progettare la guerra tra il Regno di Sardegna e l’Impero austriaco.
Ministro, poi ambasciatore a Parigi dal 1860 al 1876, e nel 1864-1866 non esitò ad insistere sul generale Alfonso Ferrero La Marmora per indurlo alla guerra all’Austria, facendo propria l’idea di un’azione anfibia garibaldina oltre Adriatico, in appoggio ad un’insurrezione che avrebbe dovuto divampare dalla Dalmazia sino all’Ungheria.
Profondamente inserito il Nigra nella società francese del Secondo Impero, le di lui simpatie per Napoleone III e per la Francia non fecero mai velo ad una precisa visione degli interessi italiani, inducendolo ad appoggiare interamente la politica del Ministro degli Esteri Emilio Visconti-Venosta  contro un’alleanza con la Francia.
Svolse così un ruolo determinante nella politica estera italiana per il completamento del processo di unificazione dell’Italia dopo la morte di Cavour avvenuta nel 1861.
Divenne in seguito, come di già detto, ambasciatore italiano a Parigi (1860), San Pietroburgo (1876), Londra (1882) ed infine a Vienna (1885), dove tenne una linea di leale osservanza della Triplice Alleanza.
Durante il suo mandato a Parigi, Costantino Nigra contribuì ai negoziati che portarono, grazie al consenso di Napoleone III, alla conclusione dell’Alleanza italo-prussiana del 1866.
Nel 1870, quale ambasciatore a Parigi, dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan, nella quale l’imperatore stesso venne fatto prigioniero, il Nostro rimase quindi l’unico amico dell’imperatrice Eugenia de Montijo, nominata reggente e poiché il popolo era insorto proclamando la Repubblica, Nigra l’aiutò a fuggire ed a mettersi in salvo.
Nel 1887 rifiutò la carica di Ministro degli Esteri, offertagli dal re Umberto I di Savoia.
Costantino Nigra fu creato conte di Villa Castelnuovo con R. D. 21 dicembre 1882 e con RR. LL. PP. del 4 marzo 1896, e quindi il 4 dicembre 1892 Senatore del Regno [ai sensi dell’art. 33, Categoria 6 (gli Ambasciatori), dello Statuto Albertino], nonchè Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata il 5 giugno 1892 quale creazione numero 632 dall’istituzione dell’Ordine.
Nel 1896 socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, Nigra collaborò con accademie italiane e francesi, oltre che con riviste filologiche italiane, francesi e tedesche.
Fu esponente della Massoneria, regolarizzato presso la loggia Ausonia di Torino nel febbraio 1860. Venne eletto gran maestro del Grande Oriente d’Italia il 3 ottobre 1861 pochi mesi dopo la morte di Cavour, ma, nel novembre dell’anno successivo, rinunciò all’incarico.
Fra le ragioni che possono aver spinto a lasciare la gran maestranza, vi è il fatto che Nigra rimaneva ambasciatore d’Italia in Francia in un momento in cui la massoneria italiana, repubblicana e garibaldina, aumentava la propria distanza dal Secondo Impero.
Nella propria lettera di rinuncia, Nigra faceva comunque diplomaticamente cenno alla propria disponibilità a rappresentare il G. O. I. presso il Grande Oriente di Francia (G. O. D. F.).
Tra le altre ragioni, vi era forse anche l’imbarazzo per un sincero monarchico di guidare un’istituzione che negli anni Sessanta era divenuta vieppiù repubblicana.
Nel 1894 Nigra fu protagonista di un caso piuttosto discusso, ovvero della distruzione di un pacco di lettere, scritte di pugno da Cavour all’amante Bianca Ronzani, che il senatore aveva rinvenuto presso un collezionista viennese, disposto a cederle per la somma di mille lire e la nomina a Cavaliere della Corona d’Italia.
Avuto il preventivo assenso alla concessione dell’onorificenza da parte di Umberto I, Nigra concluse la transazione e, alla presenza di testimoni, bruciò le 24 lettere che componevano questo epistolario cavouriano.
Il contenuto delle missive, ritenuto piccante e disdicevole, fu la motivazione ufficiale per quell’atto distruttivo del patrimonio storico, che avrebbe potuto chiarire alcuni aspetti degli ultimi mesi di vita del grande statista italiano.
Il conte Costantino Nigra morì a Rapallo il giorno 1 luglio 1907 e fu sepolto nel suo paese natale, attualmente denominato Villa Castelnuovo Nigra.
Tra le sue opere ricordiamo: “La rassegna di Novara del 1861” (1875); “La gondola Veneziana (barcarola)” (1863); “Le reliquie Celtiche” (1872); “Canti popolari del Piemonte” (1888); “La chioma di Berenice” (elegia di Callimaco con testo in lingua latina di Catullo, 1891); “Inni di Callimaco su Diana e sui lavacri di Pallade” (traduzione, recensione e commento da Callimaco, 1892), e “Idillii” (1903).
Postumo (1926-29) fu pubblicato il carteggio Cavour-Nigra.

domenica 10 giugno 2018

La mattanza di via Medina, il bloody day che Napoli ha dimenticato

L'articolo è scritto da un repubblicano, che scrive re, monarchia e Repubblica. L'esatto contrario di quello che facciamo noi. Ma almeno dice la verità.


Nessun irlandese dimenticherà mai quel maledetto bloody sunday, quella domenica di sangue del 30 gennaio 1972 quando i militari britannici spararono contro la folla che manifestava per i diritti civili. 
Fu una strage: 13 morti. L’hanno cantata anche gli U2, raccontando al mondo quello che è successo. Anche Napoli ha il suo bloody day, un giorno di sangue in cui 18 ragazzi, alcuni tra i 12 e 14 anni, furono massacrati dal fuoco della polizia, altre 150 persone rimasero ferite, ma è un giorno cancellato dalla memoria, un giorno che non raccontano neanche i libri di storia. In Italia la politica dei vincitori adotta da sempre il metodo dello sterminio dei vinti e delle loro ragioni da ogni discorso, da ogni ricordo, dai libri di scuola. 
Era un martedì l’11 giugno del 1946. Nove giorni prima il referendum aveva sancito un passaggio storico per la Nazione, la fine della monarchia e la nascita della Repubblica. Nessun travaglio è senza dolore e quella vittoria di misura fece infuriare chi sosteneva il re: i monarchici scesero nelle piazze.  Soprattutto al Sud, dove il voto della popolazione bocciò ampiamente la nuova forma dello Stato. Il corteo stava attraversando via Medina, quando una frangia si diresse verso la sede del Pci dove erano esposte la bandiera rossa e quella italiana senza lo stemma sabaudo. I manifestanti cercarono di raggiungere quel balcone con una scala che fu prontamente fatta cadere, il marinaio che era arrivato in cima morì il giorno dopo in ospedale.

[...]



sabato 9 giugno 2018

Io difendo la Monarchia cap IV - 6


Bisogna ora affrontare la descrizione del ventennio fascista. Ed è chiaro che questo non si possa e non si debba fare con lo stile apologetico degli storiografi della lunga dittatura, ma neppure con il rancore che non ragiona, con la totale negazione della realtà. Cerchiamo di avvicinarci all'opinione media la quale, pur non partecipando direttamente alla vita politica fu necessariamente interessata al regime: molte volte aderì ad esso con fervore, molte altre volte se ne staccò con visibile fastidio e disgusto. Trascuriamo tutta la vasta letteratura glorificatrice e seguiamo il corso degli avvenimenti negli scritti degli antifascisti che non potendo esprimere intero il loro animo, si limitarono come il Salvatorelli ad allineare i fatti.
Subito dopo la marcia su Roma, Mussolini diede al paese la illusione di un ritorno alla normalità costituzionale. Egli costituì un Gabinetto di coalizione nel quale erano ministri nazionalisti, liberali, popolari, radicali.
Con questo non si vuol dire che nel primo Gabinetto Mussolini fosse possibile discutere i provvedimenti in esame allo stesso modo che durante i precedenti governi. La personalità di Mussolini era dominante, la pressione dell’opinione pubblica era assai forte, l’ansia del nuovo, la volontà di ricostruire e di operare era molto diffusa l'agitazione parlamentare assai ridotta. Il paese non aveva avuto un vero Governo negli ultimi anni di vita parlamentare, ora aveva un Governo che nessuno poteva pensare, almeno nell’anno dei pieni poteri, di rovesciare. L’attività legislativa del fascismo parve dapprima contenuta nel solco costituzionale e da più parti, si cominciò a negare che vi fosse mai stata una rivoluzione. Ricordiamo un articolo di Maffeo Pantaleoni (1) sulla rivista Politica diretta da F. Coppola e da A. Rocco.

«Ai fascisti - scriveva Pantaleoni nella primavera del 1923 - piace talvolta di far credere che siavi stata una rivoluzione fascista. Ma, più assai piace agli avversari del fascismo di far ciò credere. Il termine "rivoluzione" è così ambiguo che facilmente viene accolto, da ognuno, nel senso che più gli fa comodo. Storicamente la tesi è del tutto insussistente... la Camera dei deputati non venne sciolta; la Camera e il Senato, cioè il Parlamento italiano votarono i pieni poteri, limitati ad un anno nel tempo ». Ricordava inoltre il Pantaleoni che «due Collari dell’Annunziata facevano parte del Gabinetto; che mai consenso più generale di quello che accolse il fascismo in Italia si ricorda; che in nessun luogo, una qualsiasi massa di popolo erasi sollevata o aveva in qualche modo manifestato il proprio scontento per le squadre fasciste plaudenti a Mussolini. Non vi fu un solo sciopero. L'ordine giudiziario restò autonomo» (2).
  
Il Pantaleoni come ogni altro scrittore e studioso l’esaminare il fenomeno fascista volgeva lo sguardo alla crisi generale del parlamentarismo. Egli scriveva «come da noi ovunque altrove è in crisi il parlamentarismo cioè, è degenerato come strumento di governo delle società moderne, dacché il suffragio universale ha trasformato in demagoghi gli uomini politici».
Era evidentemente il pensiero di un conservatore o come oggi più propriamente si direbbe di un reazionario  ma ecco, dopo ventidue anni, a ciclo totalmente e disgraziatamente compiuto e in un momento in cui si tenta di dar vita a un ordinamento democratico, un insigne docente di diritto nella Università di Roma, A. C. Jemolo (3), riassumere le cause della crisi del Parlamento italiano, dopo la guerra, nella scarsa educazione politica del popolo italiano e nell'allargamento del suffragio. L’allargamento del suffragio ha modificato la base della classe di Governo in Italia, ha portato alla ribalta quelle masse eccitabili che raccolte in piazza agiscono in modo diverso da una folla anglosassone, smarriscono il senso delle proporzioni, alterano le più elementari regole della grammatica politica. Sorgono allora dei dirigenti e dei capi che nessun paese guidato dalla ragione eleggerebbe per la guida politica della nazione; l’istinto e l'irrazionale assumono un posto preponderante in luogo della retta ragione e dell’illuminato giudizio. Ma chi oggi potrebbe discutere in Italia di restringere il diritto al suffragio quando si delibera di concedere il voto alle donne e mentre si porta in discussione di dare il voto ai diciottenni dimenticando che il codice civile richiede i 21 anni per la maggior età e cioè per dare facoltà di amministrare il proprio patrimonio?
Una lunga e dettagliata inchiesta sulla situazione italiana in regime fascista veniva condotta per la Revue des deux Mondes di M. Pernot. Le sue conclusioni, apparse tra il maggio e il giugno 1923, in lunghi saggi nella grande rivista francese, confortavano il comune giudizio europeo sugli avvenimenti italiani, sulla reazione alla grave crisi di smarrimento e di depressione provocata dalle difficoltà del dopoguerra e dalla minaccia del socialcomunismo.
Dopo questa ed altre citazioni non esamineremo le centinaia di libri stranieri sul fascismo e sul corporativismo e tutti gli sperticati elogi sul movimento e sul suo capo. Le linee generali della storia europea tra le due guerre sono note e in essa il fascismo, sorto a combattere la degenerazione del sistema parlamentare, ebbe il suo momento di favore nazionale e mondiale, fece scuola, si diffuse in molti paesi e altrove fu portato ad esempio; trovò non solo da noi ma anche nella terra classica del parlamento e del liberalismo fervidi fautori: poi venne declinando. Il nazismo, che può porsi tra i suoi derivati, lo superò e scavalcò in brutalità e violenza; con le teorie del razzismo e dello spazio vitale (Lebensraum) appoggiate alla forza militare, lo eclissò e lo rese mancipio. Fino al 1936 il fascismo primeggiò sul nazismo. Dopo la rioccupazione militare della Renania (marzo 1936) e fino a Monaco i due movimenti parvero stare in equilibrio. Ancora agli occhi di F. Poncet, uno dei migliori ambasciatori francesi, Mussolini appariva in quell'occasione un maestro, Hitler un discepolo. Da questa errata constatazione F. Poncet fu stimolato, nella speranza di poter influire su Berlino da Roma, ad accettare la sua sfortunata missione nella capitale italiana (4).
Dopo Monaco, invece, l’Italia e Mussolini passavano in posizione del tutto subordinata di fronte a Hitler e alla Germania. Con l'intervento italiano in guerra l’Italia divenne schiava dei tedeschi ; essa fu a mano a mano irretita dagli uffici e dalle missioni di Berlino e poi fu, con la scusa dei soccorsi di armati, militarmente occupata. Qui è l’origine del dramma dell'otto settembre.
Mussolini aveva appreso che, dopo l’occupazione di Vienna (marzo 1938) per effetto dell’Anschluss Hitler era venuto a conoscenza di tutto il suo carteggio segreto con Dolfuss, Schuschnigg e Starhenberg sulla questione austriaca. Quel carteggio (ricordarsi della mobilitazione al Brennero del 1934) era intonato a sentimenti assai aspri e violenti contro il nazismo e contro Hitler Dominato dalla paura rispetto al suo complice tanto più potente, sicuro di essere processato come criminali;  via da quella di continuare la guerra ciecamente fidando nell’imprevisto di qualche terribile arma segreta. Si è poi visto che questa speranza non era priva di fonda-
mento. Si sa che gli atti politici non hanno giustificazioni ma solo delle spiegazioni e quindi a nessuno verrà in mente di giustificare Mussolini il quale passerà alla storia con il marchio d’infamia di Lodovico il Moro. Il popolo sul quale egli aveva fatto leva per salire al potere lo ha già punito del suo infame tradimento contro la Patria.


(1) Maffeo Pantaleoni : Finanza fascista. Rivista « Politica » (anno v, n. 44-45).
(2) Questo si scriveva un po’ da per tutto nell’anno 1923, sul fascismo, e si chiamò normalizzazione. Assai più diffìcile sarebbe scrivere lo stesso dell’attuale periodo. Siamo ora assai più vicini al commento di Taine sulla presa della Bastiglia: «Non seulement le pouvoir avait glissé des mains du roi. mais il
n’était point tombé dans celles de l’Assemblée; il était par terre aux mains du peuple lâché, de la foule violente et surexcitée, nés attroupements qui la ramasse
come une arme abandonnée
ans la rue. En fait il n’y avait plus de gouvernement: l’édifice
artiflcielle de la société humaine s’effondrait tout entier: on rentrait dans l’état de nature. Ce n’était pas une révolution, mais une dissolution ».
Ma non è necessario ricordare Taine. Con molta efficacia Nitti ha parlato al teatro San Carlo, il 3 ottobre 1945, sul Governo del sei partiti e dei Comitati di liberazione nazionale.  A un dato punto egli ha detto: «Il disarmo devo essere imposto senza indulgenza e senza esitanze e gli alleati, prima di lasciare il nostro paese hanno moralmente e politicamente il preciso dovere di compierlo.
« Ma non basta togliere le armi, bisogna disarmare gli spiriti. Vi sono denominazioni di movimenti o di partiti che non si comprendono più come i partigiani, che compirono opera utile, ma il cui compito è finito. In tutta l’Italia settentrionale e in parte dell’Italia centrale, partiti i tedeschi e finita la piccola repubblica di Mussolini, fu necessario trovare organismi provvisori che sostituissero gli organi di un governo che non esisteva più. Cosi sorsero i comitati di liberazione di vari partiti che poi divennero sei e che sono ora alla base del governo. I comitati di liberazione han perduto e perdono ogni giorno la loro ragione di essere. Ve ne sono che funzionano senza troppi inconvenienti ma sono formo transitorie, destinate a scomparire con la causa che le ha prodotte.
« Ho raccolto un materiale enorme sul loro funzionamento e sulle conseguenze della loro attività, in rapporto all’ordine pubblico e alla vita del paese o posso dare giudizio sicuro si tratta di quella elio chiamerò una ’'oclocrazia"! Se non sapete che cosa significa, cercatelo sul vocabolario ».
(3) Vedi una lettera di A. C. Jomolo sul giornale L'Opinione del 27 febbraio 1945.

(4) Vedi un articolo di P. Poncet sul Conte Ciano nella Giovane Italia (agosto 1945).


giovedì 7 giugno 2018

VARIE ED EVENTUALI



Le vicende politiche susseguite alle elezioni generali del 4 marzo scorso meritano alcune riflessioni che fino ad oggi non abbiamo avuto occasione di leggere sulla grande stampa e tanto meno ascoltarle in televisione, incominciando dal

GOVERNO PELLA:

Il Presidente Mattarella recatosi a Dogliani a ricordare e celebrare Luigi Einaudi, ha ricordato che lo stesso interpretò il suo ruolo di Capo dello Stato non in senso strettamente notarile, come nel caso, dopo le elezioni politiche del 7 giugno 1953, quando decise di affidare l’incarico di formare il governo all’on. Giuseppe Pella, democristiano e già ministro ed esperto di problemi economici, che però non era stato indicato dalla Democrazia Cristiana, dopo la mancata fiducia all’ottavo governo De Gasperi. Non ha però aggiunto che il governo formato da Pella, un monocolore democristiano, superò lo scoglio della fiducia non perché fosse stato indicato dal Presidente, ma perché ai 263 voti della Democrazia Cristiana si aggiunsero i 40 del Partito Nazionale Monarchico,portando ad un totale di 303 voti sul totale di 590 seggi, e questo senza che il P.N.M. chiedesse contropartite di posti ed altro.Appoggio perciò disinteressato che consentì la vita del governo che fu affossato dopo sei mesi dalla stessa Democrazia Cristiana, che non sopportava lo sfregio di avere un Presidente del Consiglio sia pure del proprio partito, ma non espresso dalla volontà del partito stesso. Sempre per la storia seguì il primo tentativo di governo Fanfani, al quale non ebbe la fiducia perché gli mancò il voto del Partito Nazionale Monarchico, e fu questo forse un errore fatale che portò a giugno 1954 alla scissione del predetto partito ed alla sua lenta, inesorabile decadenza elettorale.

Proseguiamo sulla

VOLONTA’ POPOLARE:

Le trattative per definire il programma di governo tra il Movimento 5 Stelle e la Lega, arrivate alla conclusione sono state sottoposte alle rispettive “basi” di questi movimenti e nelcaso dei “grillini” hanno ricevuto il 94% di voti favorevoli, risultato esaltato dai vertici dei Cinque Stelle. Se possiamo però vedere il risultato in termini di cifre assolute, come dovrebbe essere specificato in ogni dato numerico, notiamo che i votanti sono stati poco più di 44.000 ed è su questo numero, veramente esiguo, che si è calcolata quella altisonante percentuale. Infatti, se vogliamo così definirli, gli “iscritti” al movimento grillino sono poche decine di migliaia, ma è dalle loro decisioni che dipendono le scelte di uomini e proposte che poi vengono sottoposte e votate da milioni di elettori che nulla possono più modificare. Così è nata la candidatura Di Maio, così le liste elettorali e così si spiegano gli scarsissimi voti di preferenza avuti dagli eletti per lo più sconosciuti ai loro stessi elettori. Un ridottissimo numero di elettori ha deciso quindi per milioni, creando una casta di persone superiori la cui volontà deve essere accettate “a scatola chiusa” e questo, specie per quanto riguarda le liste mi ricorda eventi lontani novanta anni. A questo punto, chi è convinto delle tesi e delle proposte grilline si “iscriva” al movimento, ne aumenti il numero di soci, come, un tempo centinaia di migliaia di persone, se non milioni, si iscrivevano ai vecchi partiti, ne frequentavano le sezioni ed altre sedi, esercitavano, dove era possibile e consentito, i loro diritti ed esprimevano le loro preferenze.

Ed infine soffermiamoci su:

IL CAPO DELLO STATO

Vi è stata anche una divergenza su alcuni casi di possibili ministri, e sull’esatta interpretazione di articoli della Costituzione perché, per la prima volta nella storia della repubblica c’è una differenza sostanziale ed una frattura profonda
 tra l’attuale maggioranza parlamentare e quella che ha eletto a suo tempo l’attuale presidente. Questa diversità di origine ideologica e di maggioranze politiche elettorali è avvenuta più volte nella repubblica francese tra presidente e governo ed anche se non è mai sfociata in contrasti violenti, senza dubbio non ha giovato all’azione di governo con danno per la comunità nazionale ed egualmente abbiamo avuto analoghi casi negli Stati Uniti in epoca recente. Da questo viene una debolezza della istituzione repubblicana sia dove l’elezione avviene in via indiretta, sia dove avvenga con voto diretto, ma con alte percentuali di astensione come recentemente in Francia,ed il confronto con la Monarchia dove il Sovrano, è al di sopra delle parti e rappresenta l’unità nazionale, vede uscire rafforzata la stessa da questi eventi, come nel recentissimo e rapidissimo caso del cambio di governo in Spagna, ed è, o dovrebbe essere, motivo di riflessione di una classe politica che mirasse all’interesse della Nazione.

DOMENICO GIGLIO

lunedì 4 giugno 2018

I Regni di Napoli e Sicilia: un Mezzogiorno senza sole.


di Domenico Giglio

Oltre alla attuale continua polemica neoborbonica antirisorgimentale ed antisabauda,vi è anche una contestazione di fondo del processo unitario, parlandone come di una “conquista” di Regni che avevano avuto settecento anni di storia e di autonomia. Bene togliamo al 1860 settecento anni ed arriviamo al 1160. Effettivamente con i Normanni, si era stabilito da circa un secolo un regno in Sicilia, riconquistata agli arabi, e nell’Italia Meridionale. Vi era dunque un Re, ma la dinastia, gli Altavilla, era, all’origine, una dinastia di conquistatori, venuta dall’Europa del nord, anche se presto accclimatatasi e con alcuni Sovrani saggi amministratori. Su questo ceppo si innestò, per via matrimoniale, un’altra dinastia straniera, gli svevi Staufen, ed in Italia, nelle Marche, a Jesi ( 1196), nacque il futuro Federico II, figlio “…della gran Costanza -, che del secondo vento di Soave -, generò il terzo ed ultima possanza” ( Dante: Paradiso- canto III ). Effettivamente chiamato “puer Apuliae”, il giovane svevo, cresciuto ed educato sotto la guida di un grande Pontefice, Innocenzo III, dei Conti di Segni, Papa dal 1198 al 1216, anno della sua morte, può essere ritenuto più italiano dei suoi predecessori e non a caso sotto di Lui si svilupperà la “Scuola poetica siciliana”, in lingua “volgare”, e lui stesso forse poetò “…di mio amor vo’ che si ammanti,-e portine ghirlanda”, oltre a scrivere in latino il famoso trattato sulla “falconeria”. Ed è con questo Imperatore, “stupor mundi”, “loico e clerico grande”, come lo definì Dante nel Convivio, con la sua legislazione,le “Costituzioni Melfitane”, la fondazione dell’Università a Napoli, che ancor oggi porta il suo nome, il nuovo vigore dato alla Scuola Medica Salernitana, la costituzione di una “Magna Curia”, che riuniva il fior fiore delle intelligenze del Regno, precorrendo quasi le corti del Rinascimento, con la rinascita di una scultura classicheggiante, per non parlare dell’architettura e dei suoi grandi castelli, che l’Italia Meridionale ebbe i suoi indiscutibili primati e funzionari meridionali imperiali, specie pugliesi, furono mandati a governare città del settentrione. “Ahi troppo breve stagione! “ quella di Federico. Incoronato nel 1220, mancato nel 1250, a Castelfiorentino, in quella Puglia che amava, e con la morte, a cui molti non credettero, così che nacque la leggenda del suo ritorno, cadeva anche la sua determinazione di fare un’Italia unita, per la quale aveva cozzato per decenni contro l’implacabile azione contraria svolta dal Papato, per motivi politici e non religiosi. Così un Papa Francese, Clemente IV,chiamò in Italia un principe anche lui francese, Carlo d’ Angiò, e lo scagliò contro il suo successore, Manfredi, il figlio naturale avuto da Federico, con Bianca Lancia, e quindi ancor più italiano del padre, che fu sconfitto ed ucciso nella famosa battaglia di Benevento nel febbraio del 1266, a cui Francesco Domenico Guerrazzi dedicò uno dei più famosi romanzi storici scritti nel XIX secolo ed a cui Dante, rese giustizia nel Canto Terzo del Purgatorio. Con la caduta degli Svevi si interrompeva per seicento anni il sogno unitario e l’ago della bussola della cultura e delle arti si orientava verso il Nord. Nel grande regno federiciano, per diritto di conquista e con vassallaggio alla Chiesa, si insediarono gli angioini, che a causa dei “Vespri siciliani”, persero fin dal 1282 la Sicilia passata agli aragonesi, che successivamente acquisirono anche il trono di Napoli, con Alfonso il Magnanimo ( 1396-1453 ), quinto per l’Aragona e primo per Napoli. Come lui, anche altri Sovrani erano stati o furono saggi e prestigiosi, ma erano pur sempre principi stranieri. Poi per oltre cento anni si ebbero i Vicerè spagnoli, senza che mai sorgesse una famiglia nobile meridionale che si proponesse come alternativa. Le congiure baronali furono numerose, ma mai che avessero uno scopo liberatorio dal potere straniero ed un fine unitario, ed anche quando, nel 1647, fu il popolo ad insorgere con Masaniello, l’esperimento durò lo spazio d’un mattino e finì con l’uccisione dello stesso capopopolo. E se vi fu un risveglio, tra la fine del 1600 ed i primi del 1700 di studi storici, economici ed amministrativi lo stesso, massimi esponenti Giambattista Vico ( 1668-1744 ), e Pietro Giannone,( 1676- 1748 ),e da lui venne una schiera di “innumerevoli giannonisti, difensori costanti e intrepidi dei diritti dell’uomo”, fu una fioritura spontanea, non collegata né promossa dai governanti succedutisi in quel periodo, e Napoli, per virtù propria, rappresentò la sede in Italia, come già nel lontano passato, del pensiero e della filosofia, come rileva e scrive Benedetto Croce.
Poi succedette qualche decennio di vicereame asburgico ed infine, nel 1734, la conquista da parte di una nuova dinastia straniera, i Borbone con Carlo III, l’unico a cui si devono importanti realizzazioni in ogni campo, i cui discendenti regnarono fino al 1861, per 127 anni. Tornati Napoli e Sicilia a Regno, questo reame era veramente indipendente ? Legato dinasticamente alla Spagna fino alla fine del diciottesimo secolo quale politica autonoma poteva avere ? E dopo ? Alla Spagna subentra l’Inghilterra che salva il trono dei Borbone dalle invasioni francesi, trasferendo Ferdinando IV, in Sicilia, a Palermo, dove non era mai stato, e dirigendone la politica. E ancora dopo il rientro a Napoli nel 1815, come Ferdinando I delle Due Sicilie, l’Austria manda e mantiene per anni le sue truppe onde evitare la costituzionalizzazione del Regno, concessa e poi tradita. Ed anche quando sale al trono nel 1830 un giovane, Ferdinando II, non trova una classe dirigente altrettanto giovane di età ed idee perché i suoi predecessori avevano scavato un fossato all’epoca, dal 1799 al 1821, con la classe intellettuale, per cui troviamo nel governo e nell’esercito anziani aristocratici e generali, senza particolari slanci, spirito di iniziativa, volontà realizzatrice. E lui stesso approfondisce il fossato con l’intellettualità liberale nel 1848. Dicono ci fossero le migliori leggi, ma quale era la loro applicazione ? Dicono ci fossero progetti di strade, porti, ferrovie, dopo la prima modesta realizzazione della Napoli-Portici, 8 chilometri, nel 1838, ma quando furono realizzati ? E a fronte di una minoranza culturalmente valida, una percentuale di analfabeti con punte del 90%.Che conta poi che Napoli fosse la città più popolosa d’Italia quando vi regnava miseria di molti e nobiltà di pochi.
Settecento anni di storia, ricca di personaggi, di guerre, di rivolte ed altri eventi, ma quale autonomia politica e statale dopo il 1266 ? Certamente il processo unitario risorgimentale non fu facile, anche se lo stesso aveva avuto proprio nel Mezzogiorno precursori e protagonisti non certo secondari ; certamente nel fenomeno del brigantaggio che era endemico da secoli, si inserì, anche largamente finanziata, la componente legittimista borbonica costringendo il giovane Stato Italiano ad intervenire con durezza per diversi anni, circa un quinquennio dopo il 1860, ma nel frattempo e via via sempre più negli anni successivi si costruirono strade e ferrovie, diminuì l’analfabetismo, si combatterono malattie storiche, ma soprattutto si consentì in tutti i campi quella libertà di pensiero e mobilità di ingegni, che era mancata, se non combattuta nel periodo borbonico, specie per i pensatori politici. Così fin dalla nascita del Regno d’Italia e specialmente dopo il 1870, con Roma capitale, uscendo dal provincialismo e dall’isolamento scrittori come Verga, De Roberto, Capuana e poi d’Annunzio e ancora Pirandello, furono conosciuti, apprezzati, editi in tutta l’Italia, così musicisti come Leoncavallo e Cilea, pittori come De Nittis, Palizzi, Morelli, Gigante, Michetti, scultori come Gemito ed infine nel campo degli studi storici Volpe e Rodolico, in quelli filosofici Spaventa, Gentile,Croce, pure storico insigne, ed infine, ma non certo ultimi per importanza, politici come Crispi, Amari, De Santis, Settembrini,Nicotera, Mancini, Fortunato e poi Di Rudinì ( in misura minore), Nitti, Di San Giuliano, Salandra, Orlando, militari come Cosenz, Pollio e Diaz, assunsero, per limitarci al primo cinquantennio dell’Unità, a ruoli ed incarichi della massima importanza e responsabilità nella vita nazionale, elevando il livello intellettuale, culturale e sociale dell’Italia e facendo finalmente risplendere il sole del, e sul, nostro Mezzogiorno.

Domenico Giglio
BIBLIOGRAFIA :
1)   Benedetto Croce : “ Storia del Regno di Napoli “ – editore Laterza -1958
2)   Benedetto Croce : “ uomini e cose della Vecchia italia” – editore Laterza -1956
3)   Elena Croce : “ La Patria Napoletana” – editore Adelphi - 1999
4)   Niccolò Rodolico : “ Storia degli Italiani “ – editore Sansoni - 1954
5)   Gabriele Pepe : “Lo stato ghibellino di Federico II” – editore Laterza – 1951
6)   Eucardio Momigliano : “ Federico II di Svevia “ – editore Mondadori.- 1948
7)   Ernst Kantarovicz : “ Federico II Imperatore “ – editore Garzanti - 2000
8)   Luigi Salvatorelli : “Storia d’Italia Illustrata- L’Italia Comunale” - vol. IV – ed. Mondadori – 1940
9)   Nino Valeri : “Storia d’Italia Illustrata-Signorie e Principati “ – vol, V – ed. Mondadori -1949
10)              Alessandro Visconti : “ Storia d’Italia Illustrata- L’ Italia nell’epoca della Controriforma – ed. Mondadori – 1958
11)              Franco Valsecchi : “Storia d’Italia Illustrata –L’Italia del Settecento “- ed. Mondadori- 1959
12)              Indro Montanelli : “ Storia d’Italia “ – vol. 1-anno 476-1250- vol. 2 –anno 1250-1600- vol.3 –anno 1600-1789- ed. “Corriere della Sera” – 2003
13)              Indro Montanelli : “ L’italia Giacobina e Carbonara – 1789- 1831 “ – ed. Rizzoli – 1978
14)               Indro Montanelli : “ L’Italia del Risorgimento – 1831-1861 – ed. Rizzoli - 1978
15)              Francesco Flora : “ Storia della Letteratura Italiana “ – 5 volumi - editore Mondadori – 1947
16)              G.Edoardo Mottini : “Storia dell’Arte Italiana “ – 2 volumi –editore Mondadori - 1949

Il 2 giugno 1946 Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara furono estromesse dalle urne

Pubblicato su Il Giornale d’Italia 

Costituzione

Si sono celebrati in questi giorni i 70 anni dall’entrata in vigore della Costituzione italiana  (primo gennaio 1948), nella quale dovrebbero riconoscersi tutti gli italiani.
L’Assemblea Costituente che la redasse venne eletta contestualmente al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, sui cui esiti aleggiano da tempi vari dubbi, poiché parecchi sostengono che il risultato sia stato falsato a favore dell’opzione repubblicana. 
Solamente in tempi recenti si è messo in risalto che a quell’importantissimo appuntamento elettorale, che vedeva il ritorno degli italiani alle urne dopo i plebisciti dell’epoca mussoliniana e gli orrori della Seconda guerra mondiale, fu impedito di partecipare a decine di migliaia di nostri connazionali.



«Dei 573 seggi dell’Assemblea Costituente da assegnare – ha spiegato in più occasioni il professor Davide Rossi dell’Università degli Studi di Trieste – e previsti dal Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, in realtà ne furono attribuiti soltanto 556, mancando all’appello i 13 previsti per la Circoscrizione XII (Trieste e Venezia Giulia – Zara), oltre ai 5 della provincia di Bolzano. Con un ulteriore Decreto Luogotenenziale, di soli sei giorni successivo, fu, per l’appunto, sostanzialmente ritenuto impossibile lo svolgimento delle elezioni in quelle terre di confine, a causa della situazione internazionale»
Il momento fondativo dello Stato italiano uscito dalle macerie del conflitto si svolse pertanto senza coinvolgere i cittadini residenti in terre che, fino alle deliberazioni della Conferenza di Pace ancora in corso, risultavano formalmente sotto la sovranità italiana, in virtù dei trattati di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919), Rapallo (12 novembre 1920) e Roma (27 gennaio 1924). In quelle sedi il Regno d’Italia aveva ottenuto in maniera internazionalmente riconosciuta gran parte delle terre che rivendicava dall’Austria-Ungheria, definendo successivamente in maniera bilaterale con il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni il confine sulle Alpi Giulie e in Dalmazia nonché la spartizione dello Stato Libero di Fiume.
Il Comitato di Liberazione Nazionale di Pola, che secondo la Linea Morgan del 9 giugno 1945 ricadeva nella Zona A sotto amministrazione militare angloamericana, organizzò, tuttavia, il 2 giugno nella propria sede un seggio, facendo quindi pervenire a Roma i risultati, che ovviamente nessuno tenne in considerazione. Si trattò comunque di una manifestazione di italianità che faceva seguito all’imponente fiaccolata notturna del 21 marzo, con cui si volle manifestare la propria identità nazionale alla Commissione alleata che stava rilevando la composizione etnica dell’Istria dopo che nel corso di quel pomeriggio torpedoni di croati provenienti dall’entroterra avevano confuso le acque e dato luogo a scontri e disordini.
Invano giuliani, fiumani e dalmati avevano chiesto di indire in queste terre contese un plebiscito attraverso cui esprimere la propria appartenenza statuale in base al principio di autodeterminazione dei popoli che pur figurava nella Carta atlantica. Alcide De Gasperi non portò avanti tale istanza poiché temeva di dover fare altrettanto con riferimento alle sorti dell’Alto Adige: a Bolzano e dintorni la consultazione si sarebbe svolta regolarmente ed in maniera democratica, premiando sicuramente l’opzione austriaca. Al confine orientale, invece, l’amministrazione militare jugoslava nella Zona B lasciava pochi dubbi in merito alla repressione di qualsiasi forma di contrarietà rispetto all’annessione alla Jugoslavia titoista, come già si era potuto riscontrare in occasione delle elezioni amministrative istriane del 25 novembre 1945, durante le quali anche il boicottaggio delle urne in segno di dissenso fu reso impossibile poiché la gente veniva condotta a votare le liste compattamente filojugoslave con l’uso della forza. D’altro canto l’Italia pagò a caro prezzo la scelta maturata nel 1920 di non ratificare l’annessione delle nuove province attraverso un plebisicito (come era sempre avvenuto in epoca risorgimentale), poiché le autorità civili e militari temevano cospicui residui lealisti nei confronti degli Asburgo da parte della popolazione giuliana.
Grazie all’inserimento nel listone nazionale che eleggeva una quota di rappresentanti in base ai resti provenienti dai vari collegi, poterono figurare tra i padri costituenti almeno il fiumano Leo Valiani (Partito d’Azione) ed il triestino Fausto Pecorari (Democrazia Cristiana).
A parziale compensazione di questi torti, il presidente provvisorio dell’Assemblea Costituente Vittorio Emanuele Orlando aprì i lavori ««nel ricordo del dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, le quali però, se non hanno votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia».

Lorenzo Salimbeni