NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 28 marzo 2020

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II

Con un po' di ritardo rispetto alla consueta cadenza mensile è stato aggiornato il sito del Re con una bella e a tratti profetica intervista al Sovrano del Gennaio 1976.
La perfetta conoscenza della situazione, i costanti richiami al bene della Patria ed alla libertà, l'ostracismo alle sue parole...

Il Sovrano che avrebbe impedito questa deriva demagogica ed antinazionale.

venerdì 27 marzo 2020

Considerazioni dantesche


Aver deciso di dedicare annualmente una giornata, il 25 marzo, a ricordare il nostro sommo poeta Dante è una delle iniziative commemorative e celebrative, con cui concordiamo, non solo per il valore letterario, “mostrò ciò che potea la lingua nostra”, di tutta la sua opera poetica, ma anche per le considerazioni storiche sull’Italia, della cui unità politica e spirituale è stato senza dubbio il maggiore precursore, ma anche della sua vita tumultuosa. Queste giornate speriamo portino al rinnovato piacere della lettura dei suoi versi, a studi ed approfondimenti che facciano risaltare la bellezza dei suoi componimenti e l’attualità di tante intuizioni, ma faranno anche aprire o riaprire le polemiche particolarmente su alcuni punti della “Commedia”, a cui gli immediati posteri aggiunsero giustamente “Divina”, termine con il quale da secoli ed in tutto il mondo è conosciuta.
Cominciamo dalla sua posizione politica : la famiglia Alighieri era “guelfa”, per cui Foscolo chiamando Dante “ghibellin fuggiasco”, confonde la scelta “monarchica imperiale” di Dante, con la sua posizione fiorentina, che ne fece un guelfo “bianco”, contrapposto ai guelfi “neri” secondo una tendenza “scissionistica” di cui abbiamo tanti esempi attuali, che quindi ha origini ben antiche. Seconda considerazione l’uso politico della giustizia per eliminare un avversario. Infatti mentre era a Roma, per una ambasceria ufficiale del comune fiorentino presso Bonifacio VIII, Dante, non potendo tornare a Firenze viene processato in contumacia e condannato con sentenza del 27 gennaio 1302, ad un esilio biennale, con multa di 5000 fiorini piccoli e bando perpetuo da ogni ufficio pubblico, per “fama publica referente” di baratteria, estorsione ed altri delitti. Nel frattempo a Firenze i “civili” avversari guelfi corsero alla sua casa e fu rubata ogni cosa. 
Di questo processo è da notare un’altra caratteristica negativa,, che, purtroppo è stata ripresa anche ai nostri giorni, e cioè la “retroattività” delle leggi, in quanto come scrisse Leonardo Aretino in una “Vita Dantis poetae carissimi”, di poco posteriore a “Della vita, costumi e studi del carissimo poeta Dante”, del Boccaccio, “ fecero legge iniqua e perversa, la quale si guardava indietro, che il Podestà di Firenze, ( Cante de’ Gabrielli di Gubbio !) potesse e dovesse conoscere i falli commessi per l’addietro nell’ufficio del priorato ( Dante era stato Priore dal 15 giugno al 15 agosto 1300), contuttoché assoluzione fosse seguita. A questa “benevola “ sentenza ne seguì nel marzo, sempre contumace, quella di essere “arso vivo”, per non parlare poi delle colpe dei padri che si fanno ricadere sui figli, quando nel 1303 sempre il comune di Firenze stabilì l’esilio per i suoi figli al compimento del quattordicesimo anno ! 

E che dire della ulteriore sentenza del 6 novembre 1315 quando avendo Dante rifiutata l’umiliante proposta fiorentina di modifica della pena, viene confermata la pena di morte, estesa questa volta anche ai figliuoli rei di essere nati da un rivoltoso. Dal che si vede come la passione politica o meglio partitica, perché tali erano stati ghibellini, guelfi e poi palleschi e piagnoni, quando supera un certo livello e non è bloccata dalla libertà che lo stesso Dante, assegnando a Catone l’Uticense, pur suicida, la funzione di Giudice del Purgatorio, ebbe a definire “sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta (Purgatorio, canto primo, versi 71-72), stravolge ogni certezza del diritto ed il concetto stesso della giustizia. E questa anticristiana, e non solo antigiuridica, condanna di figli per colpe (ammesso che lo fossero !) dei padri non era, è triste dirlo, solo a Firenze, ma anche a Pisa il che consente a Dante la famosa invettiva per i figli del conte Ugolino della Gherardesca, ”Ahi Pisa…chè se il conte Ugolino aveva voce di aver tradito…non dovei tu i figliuoi porre a tal croce”( Inferno, canto trentesimo terzo, versi 79-87).

Ancora più triste della divisione delle popolazioni della città in partito è quella legata a persone o famiglie e la condanna di Dante è inesorabile e nella citazione di queste famiglie vediamo quei Montecchi e Cappelletti ( Capuleti ), che secoli dopo ispirarono la grande tragedia scespiriana, come pure è netta la condanna dei tiranni, di qualsiasi origine popolana o nobiliare, per cui l’appello dantesco è rivolto ad un potere superiore, al di sopra e al di fuori di queste divisioni, potere di cui all’epoca accusa la mancanza, e di cui ben tratteggia il suo carattere nei versi finali del canto sesto del Purgatorio, da leggere e meditare. E sempre netta è la sua posizione contraria al potere temporale dei Papi, risalente alla donazione originaria di Costantino, che all’epoca era ritenuta veritiera, mentre la sua falsità fu dimostrata secoli dopo, nel 1440, dall’umanista Lorenzo Valla ( 1405-1457 ), nella “ De falso credita et emanata Constantini donatione”. Di tutti questi mali risalenti alle tre belve incontrate all’inizio del cammino dantesco, e particolarmente alla lupa, la fine verrà con il “ Veltro, che la farà morir di doglia. Questi non ciberà terra né peltro,ma sapienza ed amore e virtute, e sua nazion sarà tra feltro e feltro “( Inferno, canto primo, versi 101-105).Questo è uno dei punti della “Divina Commedia” che più hanno dato motivo di diverse interpretazioni, da chi lo considerava una profezia od un auspicio o addirittura la figura di qualche contemporaneo e la vicenda si è trascinata fino al Risorgimento ed oltre, considerando Dante l’iniziatore di quella dietrologia che ci compiacciamo di vedere in tanti fatti ed eventi anche a noi più vicini. 
Credo che la lettura pacata di queste righe non abbia portato fin dall’inizio alla loro esatta interpretazione, che si celava nelle parole stesse del poema. Il veltro è qui un termine metaforico relativo ad un cane da inseguimento e da presa, che univa velocità e forza, adatto a combattere un altro animale, ma il fatto che non si ciberà di cose materiali, cioè non sarà avido di territori e di ricchezze, già di per sé esclude uomini d’arme per grandissimi che fossero, dovendo avere delle doti tutte spirituali ben difficili a trovarsi in condottieri. Forse potrebbero riferirsi ad un nuovo Salomone o Giustiniano, ma nemmeno loro sarebbero all’altezza. E poi il luogo di nascita, il feltro vorrebbe alludere al Montefeltro ? Le risposte negative ci sembrano ovvie. Eppure inserita tra feltro e feltro nasce qualcosa e chi conosce la fabbricazione della carta comprende l’importanza di questa pressatura. 
Allora il veltro è la “ Commedia” scritta appunto sulla carta ! Il grande poeta latino Orazio, che Dante incontra nel castello degli spiriti magni,nel Limbo, non aveva forse scritto che la sua poesia avrebbe sfidato il tempo, come poi effettivamente è stato, “exegi monumentum aere perennius” ed allora anche Dante è così superbo da ritenere la sua opera capace di tanto ? No, non è superbia, ma con serena coscienza, la convinzione di aver scritto qualcosa che supera i limiti dello spazio e del tempo, cioè: “il Poema Sacro al quale ha posto mano e cielo e terra.”(Paradiso, canto ventesimo quinto, versi 1-9 ).

Domenico Giglio

Il libro azzurro sul referendum - XVIII cap - 1


Interferenze estere coll'intervento di Molotoff

Parigi 15 giugno 1946

Intervento di Molotoff al Palazzo del Lussemburgo (1)
Molotoff dichiara: «I reazionari monarchici italiani non vogliono accettare il verdetto del popolo a favore della repubblica. La situazione si è tesa in seguito alle dimostrazioni monarchiche e filofasciste inscenate dopo che il popolo si era già pronunciato... Gli alleati non possono restare indifferenti di fronte al pericolo della guerra civile in Italia. Le nazioni firmatarie della dichiarazione di Mosca I° novembre 1943 e delle rivedute clausole armistiziali con l'Italia sono tenute a incoraggiare il governo democratico italiano... ». La richiesta di Molotoff fu inclusa nel programma dei lavori tre giorni prima della data imposta alla Corte di Cassazione per il verdetto.

(1) Da Storia segreta..., pag. 255-56

giovedì 26 marzo 2020

Una biblioteca e una stalla sono la mia salvezza


 di Emilio Del Bel Belluz 
Uno scrittore che non è molto ricordato, ma che ha abbellito il mondo della letteratura italiana, Francesco Grisi scrisse: “La parola “diario“ suscita l’immagine di un uomo che nel silenzio della sua casa scrive in un quaderno il quotidiano. Con la penna stilografica trascrive su pagine bianche rigate storie personali, pensieri, segreti, riflessioni e frammenti della vita. L’uomo nel diario si specchia. Con emozione rievoca anche con l’intenzione di intendere meglio la sua stagione. Ci sono amori, delusioni, proposte, intuizioni, amicizie e le “cose”. Quando l’uomo del diario è uno scrittore la questione si complica”. Ci sono tempi difficili che vanno vissuti con speranza e con fermezza. 
In questi giorni l’Italia, un Paese meraviglioso, deve fermarsi per combattere un nemico invisibile. Le nostre abitudini devono cambiare, cosa tutt’altro che facile. Il poeta Sandro Penna, in una sua poesia diceva: “Guardo dalla finestra io che la vita ho sempre amato”.
Ora molti italiani devono guardare dalla finestra la vita, devono stare in casa. Per questo il mio stile di vita si è modificato, da sempre la mattina mi recavo al bar per bere un caffè insieme a qualche amico e mi soffermavo con loro per scambiare quattro chiacchiere. Poi mi fermavo all’edicola a comprare i giornali, solitamente sono tra i primi. Aspettavo fuori dalla rivendita che arrivi il furgone con i giornali, un rito al quale non mancavo mai. Era un appuntamento che mi permetteva d’incontrare alcune persone e parlare con loro. Ora all’edicola ci vado mascherato come se dovessi fare una rapina ai tempi del Far West, compro i giornali e mi allontano velocemente con il bottino. 
Dopo il virus, incontro raramente qualcuno, diventando ancora di più straniero nella mia terra. Successivamente devo andare in un paese vicino, Rivarotta di Pasiano, dove posseggo una casa e un pezzo di terra che mi lasciò in eredità mio padre. Vicino alla casa ho una stalla con quattro asinelli, e la mattina vado a sfamarli e a pulirli. La stalla è come quelle di cent’ anni fa, non ho cambiato nulla. Gli animali in questo periodo hanno un ospite, è arrivata una gattina e ha preso alloggio nella stalla. La mattina ora mi attende, perché avendo aggiunto un posto a tavola, devo sfamarla. Non è la prima volta che ospito una gattina, una mattina trovai la sorpresa di alcuni piccoli che erano nati nella mangiatoia, e gli asini li avevano adottati. La natura in questo periodo è davvero bella, vicino alla stalla ho un piccolo bosco, dove gli alberi da frutto sono in fiore e mi fanno apprezzare la primavera che sta arrivando. 
Dopo il saluto alla natura e a quel piccolo mondo me ne torno a casa. Alle nove inizio la giornata di reclusione, Dalla finestra osservo il mio mondo come nel romanzo di Dino Buzzati - Il deserto dei Tartari -. Ora il nemico che bisogna espugnare è il virus che miete molte vite. Dalla finestra della mia casa di Motta di Livenza, in provincia di Treviso, come il tenente Giovanni Drogo, personaggio principale del romanzo di Buzzati, osservo e scruto. 
Vedo il mio capitello che ho fatto costruire dedicandolo alla Sacra Famiglia, con degli affreschi del pittore Antonio Lippi, che raffigurano la Madonna con bambino, e ai lati i due Santi, Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII. La giornata viene scandita da un ritmo di caserma. La solitudine di chi non può uscire viene addolcita dalla presenza di mia moglie e dei miei nipoti. 
Questi giovani sono costretti a starsene in casa, allora li accolgo nella mia biblioteca, e mi sono accordato con loro che ogni giorno li parlerò di uno scrittore. L’idea di questo spazio letterario è stata di mia nipote Mariagrazia, accolta anche dai fratelli Aurora e Umberto. Il primo scrittore di cui abbiamo parlato è Orio Vergani, una grande penna della letteratura italiana, tra poche settimane si ricorderanno i sessant’anni dalla sua morte. E’ stato uno scrittore prolifico, che pubblicò numerosi libri. Vergani scrisse alcune pagine su Carnera, il gigante buono, l’uomo più forte e più buono del mondo. Il giorno successivo ho raccontato loro la vita dello scrittore Federigo Tozzi, mostrando loro il libro a me caro che è il primo volume dell’opera completa di Tozzi, edito dalla Vallecchi. 
Questo libro “ Tre Croci“ ha nel suo interno l’autografo del figlio Glauco Tozzi del Marzo 1943” Questo libro lo acquistai da un antiquario. Il 21 marzo saranno trascorsi cent’ anni dalla nascita dello scrittore. Ieri ho parlato dello scrittore Tommaso Tommaseo Ponzetta, medico illustre, professore universitario e autore di numerosi libri, tra i quali, l’ultimo, Omaira, che racconta del grande amore di Goffredo Parise. Libro che ha riscosso un grande successo e permette di conoscere Parise ancora più da vicino. Ai miei nipoti ho presentato poi il volume “La carrozza del nonno”, sempre dello stesso autore, in cui si parla del tempo passato con uno scrivere che assomiglia a quello di Parise, l’ incantatore. Domani parlerò loro del Re Umberto II che morì in esilio, nonostante desiderasse immensamente chiudere i suoi occhi in Italia. Nel giorno dell’anniversario della sua morte, pianterò un albero come faccio in questa ricorrenza.
Aggiungerò profumo e bellezza nella terra dei miei padri, dove almeno gli alberi non temono di prendersi qualcosa.Quando i miei nipoti se ne vanno, rimango da solo nella mia biblioteca, il posto, dove il mio animo trova tranquillità e pace. Uno scrittore disse: “ La felicità più grande è quella di stare con i libri, e non sentire il desiderio di uscire. Davanti a me gli scaffali pieni di libri che mi sono stati vicini nei momenti della tempesta, quei momenti in cui ti pare che tutto debba finire. Libri come guardiani del tempo. 
Da quasi quarant’ anni scrivo un diario composto da un quaderno nero per ogni mese. Racconto quello che la vita mi offre, dei libri che ho letto, e delle persone che mi hanno donato emozioni. In questo tempo, ho raddoppiato le pagine che scrivo quotidianamente, e di quaderni ne riempirò almeno due. Lo scrittore Orhan Pamuk diceva: “ Perché non c’è nulla di sorprendente come la vita. Tranne lo scrivere. 
Lo scrivere. Sì, certo, tranne lo scrivere, l’unica consolazione che abbiamo”. Osservo uno dei miei scaffali, i quaderni neri che ho scritto sono allineati davanti a me, sono all’incirca trecento, sono la storia di una vita che tramonta, ma fino all’ultimo respiro, la mia stilografica continuerà a calcare quei fogli. “ Il destino di molti è dipeso dall’esserci o non esserci stata una biblioteca nella casa paterna” .
(Edmondo De Amicis ).


martedì 24 marzo 2020

Io difendo la Monarchia Cap IX - 2


Ben pochi speravano che i tedeschi si acconciassero - al nostro armistizio e filassero via per il nord lasciandoci tranquilli nella recuperata pace. Ma in sostanza quando si giunse al fatale otto settembre nulla o assai poco era stato predisposto dall'alto comando per fronteggiare il nuovo nemico. La guerra non era stata mai ben condotta perché non era sentita nel paese e non era sentita nell'esercito. Ma dopo il 25 luglio si verificò nel meccanismo delle Forze Armate qualche cosa di più di un arresto. Vi fu vera e propria frattura tra il passato e il presente. Tutti avvertirono che si andava avanti per forza d'inerzia. Nella svagata e convalescente atmosfera di quell'estate (tutti credevano di essere usciti da un incubo e di procedere verso tempi migliori mentre in realtà tutti precipitavamo verso un più profondo abisso) i soldati pensavano che la guerra era ormai finita e che era giunto il momento della distensione dopo tanti anni di esasperata tensione. Invece le prove più dure dovevano cominciare.

Cominciarono intanto gli anglo-americani a inasprire la guerra. Dopo pochi giorni di attesa e di riserbo, la voce di Londra cominciò a pronunciare aspri attacchi alla Monarchia accusandola di continuare la politica di Mussolini. Sin dall’agosto (appena due settimane dopo la caduta di Mussolini) nostri emissari entra­vano in contatto con diplomatici e ufficiali alleati ep­pure ciò non bastava.

Forse per mascherare le trattative, le polemiche radiofoniche anglo-americane divenivano più aspre. Si è affermato che gli italiani della radio lon­dinese o i vari Sprigge, esperti di cose italiane, insinuas­sero dei dubbi sulla linea di condotta del nostro Gover­no. Un giovane consultore della democrazia cristiana ha anche stampato che da esponenti del partito d'azione si richiese il bombardamento delle città per costringere il Governo a cedere e a seguire la volontà del paese. Verrà tempo in cui tutto ciò sarà chiarito e se questo delitto contro la Patria è stato compiuto esso non gioverà certo alla causa di quegli arrabbiati.

Per tutto il mese di ago­sto e ancora nella prima settimana di settembre sulle nostre più illustri città si abbatté la furia dei bombar­damenti nemici. Napoli, Torino, Cagliari, Genova, Ro­ma, Viterbo, Grosseto, Benevento, Foggia, Taranto Ter­ni, Bologna, Civitavecchia, Bolzano, Rimini, Capua, Ca­tanzaro, Frascati, Padova, Vicenza e Milano: tutte le nostre città furono colpite con bombardamenti indiscri­minati che uccisero diecine di migliaia di italiani senza nessuna necessità bellica. Erano, quei morti, dei cuori che speravano da alcune settimane che il loro martirio stesse per finire e fervidamente credevano nelle promesse di radio Londra pur mentre piovevano le bombe stermina­trici. La guerra ha visto molte cose tristi e inutili, ma nessuna più triste e più inutile dei bombardamenti delle città italiane nell'agosto del 1943. Il nostro Governo era più che deliberato, ansioso di uscire dalla guerra. 

Col­pendo in quel modo le nostre città e le nostre popolazioni gli anglo-americani non giovavano alla propria azione, ma all'azione tedesca perché essi indebolivano quell'Ita­lia che doveva combattere contro i tedeschi e non contro di loro. L’Italia non aveva mai subito tanto scempio nei secoli più oscuri e più dolorosi della sua storia. Eppure nella sua quasi generalità la popolazione italiana conservò l'odio per i tedeschi e la speranza e la fiducia ne­gli anglo-americani. L'Italia aveva la colpa di tenere ad­dosso «un larvato Governo fascista» secondo la radio di Londra che esaltava a metà d'agosto il buon lavoro compiuto due giorni innanzi sul centro di Milano con 2000 tonnellate di bombe che avevano mandato in ro­vina la Scala, Palazzo Marino e Palazzo Reale. 
E nes­suno rifletteva, né italiano, né inglese che quel Governo era già spiato e guardato a vista da nugoli di spie tede­sche e le divisioni corazzate germaniche scendevano ra­pidamente dal Brennero e tra poco, sorpresi e traditi in tutti gli angoli del territorio balcanico, e di Francia e d'Italia, centinaia di migliaia di soldati italiani avreb­bero" preso la via dei campi di concentramento e di ster­minio del Reich. Nessuno prevedeva che di li a poco nella sola isola di Cefalonia novemila soldati italiani sa­rebbero morti in 12 giorni di combattimento contro il tedesco, senza ricevere dai dominatori dell'aria e del mare, né un aeroplano, né una nave in loro soccorso. Ah, come doveva essere amara la prima lotta per la li­bertà. Erano i giorni in cui Fiorello La Guardia sermo­neggiava di repubblica e di monarchia in Italia e invitava a cacciare il coltello nella pancia dei soldati tede­schi. 
Non neghiamo gli errori del Governo Badoglio tra il 25 luglio e l'8 settembre, ma bisogna riconoscere che da tutti, all'interno e all'esterno, gli fu resa la vita ama­ra. I tedeschi lo consideravano il Governo del tradimento e preparavano il suo castigo; gli inglesi e gli americani un «larvato governo fascista »; i partiti italiani un Go­verno debole e indeciso che non poteva condurre la guer­ra, ma non poteva neppure fare la pace. Ma fare la pace o almeno l'armistizio il Governo voleva con tutta  la sua forza. E ad affrettare le sue decisioni, ad accogliere le richieste nemiche che ripetevano sempre più ru­demente l'intimazione di Casablanca (resa senza condi­zioni) lo sollecitavano tutti i partiti del Comitato di li­berazione.
È stato spesso notato che i Governi pagano i loro atti virtuosi a prezzo molto più caro dei loro misfatti. Così il trattamento riguardoso usato a Mussolini (in Ger­mania o in Russia si sarebbero sbarazzati di lui in modo molto sbrigativo) costò al Governo e alla Monarchia assai più di tutti gli errori veri o presunti.
Cominciò dunque Badoglio le trattative, né facili, né rapide per l'armistizio e non vi fu nessuno che disap­provasse il suo atto. Tutti anzi lo incoraggiavano ad af­frettare. Ma questo non dipendeva da lui. Perfino Mus­solini nell'esilio di Ponza diceva ai carabinieri: «occorre sganciarsi dai tedeschi al più presto possibile. Questa é la sola salvezza d'Italia» (1). Una volta iniziate le trat­tative il Governo del Re non era più padrone della scelta del tempo. Gli anglosassoni si riservavano di annunciare l'armistizio alla data per essi più opportuna. L'armisti­zio fu firmato il tre settembre in Sicilia. La data prescelta dal Comando alleato per annunciarlo fu quella dell'otto settembre.
Tra l'otto e il dieci settembre l'Italia poteva cacciare i tedeschi almeno fino alla linea gotica e guadagnare sul campo, prontamente il suo brevetto di eroina della libertà, il suo «biglietto di ritorno». Subì, invece, la più nera disfatta di tutta la guerra e fu calpestata e spo­gliata per circa due anni dall'invasore tedesco.
Poiché questo è avvenuto, è naturale che l'opinione pubblica cerchi un responsabile nel Governo in carica e al disopra del Governo nello stesso capo dello Stato. Se questo fosse il giudizio dell'uomo comune il quale vede la sua città e la sua casa invasa, il suo campo di­strutto, i suoi alberi tagliati, la stessa terra sua e dei suoi avi combusta (quella terra che — scriveva Alvaro in quei giorni — porta il pane e i frutti e l'olio e il vino, gli alimenti di questo popolo sobrio) se questo è il giu­dizio dell'uomo comune si potrebbe anche accettare. La responsabilità è come un fatum sospeso sul capo di chi sta più in alto di tutti e come tale ha tutti i poteri, tutti i diritti ma anche tutti i doveri. Ma così non è. Il giu­dizio negativo, amaro, gonfio d'ira e di rimprovero è di quella esigua minoranza che professava da anni l'odio all'istituto monarchico: gli insulti alla dinastia vengono da quei fuorusciti che già attesero dalla guerra etiopica l'imbottigliamento delle navi italiane nel mar Rosso; mi­gliaia di nostri marinai in fondo al mare, l'isolamento e la sconfitta della Patria. Essi vivevano all'estero alimen­tati dai fondi dell'antifascismo internazionale e sogna­vano la rovina del paese. Appena cessata, con loro scor­no quella folle speranza, essi: si lanciarono nella guerra di Spagna per sfogare contro i loro fratelli l'acre odio della guerra civile. Essi non erano per la Repubblica di Mazzini, ma per la Repubblica rossa di Azaña.

PAOLO MONELLI : Roma 1943, pag. 229.

Sonnambuli. Guardare oltre il “contagio”

Immagine, bellissima,  dell'Associazione Nazionale Carabinieri Chiaravalle


di Aldo A. Mola

Parole e fatti...
L'Italia non è “in guerra”. È alla prese con la diffusione di un virus, classificato “covid-19”, in costante mutazione, di ampia diffusione e a modo suo di normale letalità. Parlare di “stato di guerra” è un errore grave, evitato (al momento) dal Governo in carica ma usato a sproposito da altre “istituzioni”, che diffondono allarmi in un Paese di per sé emotivo, superstizioso, incline a informarsi sui “siti” anziché da fonti ufficiali, possibilmente attendibili. Le parole pesano. Parlare di “guerra” per un’emergenza sanitaria è mancanza di rispetto nei confronti della Guerra vera, quella che anche oggi viene combattuta in tanti Paesi dai confini artificiosi e labili. Gli italiani ricordano i bombardamenti su Sarajevo? Le centinaia di bombardieri in volo dal suo territorio per annientare vite a pochi chilometri dai suoi confini? Le stragi per motivi etnici e religiosi a due passi dall'ultima “apparizione della Madonna”?
Che cosa ha a che fare la “crisi” del covid-19 con la tragedia dell'Afghanistan, dell'Iraq, della Siria, del Vicino Oriente, della Libia? Guerra non significa essere costretti a stare in casa, in condizioni spesso insostenibili come oggi accade per milioni di italiani. Guerra vuol dire non sapere dove scappare dai bombardamenti, vedere le città sventrate, i villaggi più sperduti spazzati via in pochi minuti da missili e i loro abitanti annientati col napalm, mitragliati dall'alto mentre cercano scampo, feriti senza soccorsi, cadaveri insepolti. La fame. La disperazione. La Guerra è Guerra.
Evocarla a sproposito è errore grave, non solo linguistico ma di Filosofia della Storia e di Politica. Se un giorno mai vi fosse davvero bisogno di parlare di Guerra quale termine bisognerebbe usare?
La prima regola, dunque, è misurare le parole. Ogni parola rappresenta un fatto. Lo insegnò Tommaso d'Aquino ottocento anni orsono. Diversamente è vaniloquio, deformazione della realtà, inganno, sia voluto, sia per retorica vanesia.
Alzare al massimo il volume delle parole ottunde la sensibilità, fa perdere il contatto con la realtà. Inchioda al presente e fa scordare quanto è avvenuto il giorno prima. L'informazione non è succuba del chiasso, non canta dai balconi, non sventola bandiere, non sguinzaglia gabellieri e delatori a caccia di chi senza nuocere a nessuno prende il sole in perfetta solitudine, lontano dal frastuono di “grida” tardive emesse a singhiozzo. L'informazione non cerca consensi. Recupera le tessere disperse del mosaico quotidiano e ricompone la storia, giorno dopo giorno.
Usare termini sbagliati conduce a decisioni inspiegabili. Fra queste una rimane senza risposta: perché impedire ad abitanti non contagiati, non in quarantena e debitamente attrezzati di trasferirsi nelle seconde case (ovunque le abbiano) così allentando il sovraffollamento delle aree urbane?
A quanti parlano a vanvera di guerra vanno ricordati gli “sfollati” ai tempi della Guerra vera, che picchiava soprattutto sulle aree molto antropizzate e industriali.

Sonnambuli di ieri...
Quanto è avvenuto in questi mesi evoca, ma molto molto da lontano (si parva licet componere magnis, dicevano i Romani), l'inizio della Guerra dei Trent'anni cominciata tra fine luglio e i primi d’agosto del 1914. Imperatori, re, presidenti di repubbliche, capi di stato maggiore di terra e di mare, governi, scrittori, sociologi, giornalisti tuttologi, cronisti e poetucoli a noleggio (un tanto la quartina, come un famelico Vate, foraggiato dal proprietario-direttore di un famoso quotidiano milanese...) sapevano che le grandi potenze erano armate sino ai denti e ogni anno accrescevano la loro capacità distruttiva. Nulla di nuovo. “Sudate, o fochi, a preparar metalli” aveva scritto nel 1629 il giurista, diplomatico e poeta bolognese Claudio Achillini (1574-1640) per incoraggiare Luigi XIII di Francia a invadere la pianura padana. Era l'anno della Peste descritta da Manzoni nei Promessi sposi.
Malgrado il fervore guerrafondaio e la gara a chi varava corazzate più invulnerabili, produceva cannoni più rapidi e dalla gittata più lunga, mitragliatrici più micidiali, fucili più precisi e persino i primi velivoli, a inizio Novecento l'Europa era adagiata tra le piume della Belle Epoque: lusso, divertimenti, viaggi, alfabetizzazione accelerata delle masse, progresso in ogni aspetto della vita quotidiana, riscaldamento e illuminazione elettrica delle abitazioni, acqua corrente, igiene personale. Povero professore, celebre ma senza proventi d'autore, quando si trovò a ricevere in casa l'ambasciatore di Svezia, Carl Bildt, che gli annunciava il Premio Nobel, per non sfigurare Giosue Carducci affittò un paio di lampadari. Ne andava del decoro dell'Italia, che procedeva a piccoli passi. Più dell'attuale, svagata e smemorata, ignara di sé ma misteriosamente corriva a svacanzare nelle isole più remote.
In “1913. L'anno prima della tempesta” (ed. Marsilio) Florian Illies ha narrato giorno per giorno quell'“Europa in pace”, colta, gaudente e tuttavia inquieta. Nel dicembre Oswald Spengler avvertì che essa si stava spogliando “di tutto: civiltà, bellezza, colori”. Lo stesso mese David Herbert Lawrence, il cui “Figli e amanti” riscuoteva straripante successo, scrisse “La mia grande religione è la fede nel sangue, nella carne, in quanto più saggi dell'intelletto. Ciò che il nostro sangue sente, crede e dice è sempre vero”. Il sano razionale positivismo ottocentesco cedeva il passo allo “slancio vitale”, al volontarismo. La scienza a rigurgiti di misticismo. Matisse e Picasso cavalcavano insieme. I rimatori si ergevano a profeti, mentre veniva dimenticato l'ungherese Ignace Semmelweiss (1818-1865) passato per pazzo perché diceva ai chirurghi di lavare ben bene le mani prima durante e dopo gli interventi per scongiurare la setticemia. Anche in Italia spopolavano parolai come Mario Morasso e Filippo Tommaso Marinetti, inneggiante alla guerra, “sola igiene del mondo”.
La storia sembrava correre su binari sicuri. Ogni tanto una galleria, una guerra coloniale, completa di stragi efferate e di orrori, ma là, lontano, ai confini del mondo. L'“Illustrazione italiana”, rivista di bellezza editoriale inarrivabile, alternava immagini festose ad altre orripilanti. Così si pensava di esorcizzare il Male, di allontanare il “guerrone”, incubo di papa Pio X, come ha scritto il suo biografo Gianpaolo Romanato.
Ma quei costosi binari (accade anche oggi) a volte avevano scambi difettosi. Nel 1914, come negli esperimenti in uso nelle aule scolastiche di fisica e chimica, il “precipitato” si cristallizzò. Un mese dopo l'assassinio di Francesco Ferdinando d'Asburgo a Sarajevo il 28 giugno (né il primo né l'ultimo di una testa coronata o di un suo erede), gli Stati si arroccarono, i governi si minacciarono e in pochi giorni scattarono uno contro l'altro, anzi uno prima dell'altro, nel timore di perdere il vantaggio per vincere la “guerra lampo”. Gettarono nella conflagrazione tutta la propria capacità offensiva e difensiva. Malgrado decenni di retorica pacifista il sentimento dominante risultò l'odio. I “popoli” scoprirono di doversi odiare a vicenda, per motivi in massima parte ignoti alla maggioranza. Per combattersi a quel modo bisognava odiarsi. Una guerra infame, come scrisse Luigi Cadorna, massimo stratega europeo. Tra le migliaia di episodi spicca la leggendaria “battaglia dei morti viventi”: il centinaio di russi che il 6 agosto 1915, sopravvissuti alle bombe al cloro dei tedeschi, con ferite aperte appena bendate e sputando sangue e pezzi di polmone, travolsero 7000 nemici assedianti la fortezza di Osowiec.
Pochi uomini politici (fu il caso dell'italiano Giolitti) capirono che la guerra sarebbe durata anni e avrebbe risucchiato le risorse del Paese per almeno una generazione. Ma non furono compresi. Il socialista francese Jean Jaurès, contrario alla guerra contro la Germania non perché filotedesco o traditore della patria ma convinto che l'Europa potesse risolvere le tensioni antiche in una visione continentale dei problemi locali, fu assassinato. I dissenzienti vennero isolati come appestati. Romain Rolland si giocò la vasta e meritata popolarità perché non bruciò incensi a Marte e a Bellona.
Cent'anni dopo la storiografia ha fatto passi avanti nello studio della “catena di comando”, ma nessuno nella comprensione del conflitto che sconvolse irrimediabilmente l'Europa. L'opera più meditata rimane “I sonnambuli. Come l'Europa arrivò alla Grande Guerra” di Christopher Clark (ed. Laterza): una “non spiegazione”. La storia procede a zig-zag, sfugge di mano. Clio danza avvolta nei veli delle molteplici interpretazioni che disputano sulle “ragioni” delle sue venture.

...e di oggi
L'incertezza dinnanzi a quel passato, alle sue possibili cause e concause (Sidney Sonnino, che certo non era un'aquila, una volta mestamente abbozzò che forse tutto era dovuto al passaggio di una cometa: annunzio di pestilenze anziché di vera Luce o, si diceva, di Epifania) ha poco da spartire con la condotta dei governi odierni a cospetto della diffusione del Covid-19.
Travolti e sempre più infastiditi dalle misure restrittive delle loro libertà elementari imposte dai governi, i cittadini sono storditi. Motivo in più per fare sintesi degli eventi nella loro arida sequenza: la cronologia è l'attaccapanni della storia, che non è profezia del passato ma ricostruzione dei fatti nella loro successione. Il meno che si può dire a ricapitolazione della tempesta in corso è la constatazione della manifesta inettitudine mostrata dai governi dei principali Paesi europei dinnanzi alla prevedibilissima diffusione del contagio. Se le parole hanno un senso, alcuni di essi si sono condotti da “untori di Stato”. La storia dirà se e quanto lo abbiano fatto di proposito, per miope calcolo o per  colpevole inettitudine. O semplicemente nel timore dell'opposizione, che è sempre più vociante e temibile della “maggioranza borbottante” disposta ad assecondare provvedimenti razionali.
I fatti, comunque, sono sotto gli occhi. Ridotti all'osso, valgano quattro “casi di scuola”.
In Francia il presidente tuttofare Emmanuel Macron ha introdotto le prime modeste misure anti-contagio solo dopo aver fatto “celebrare” le elezioni amministrative nelle quali i suoi candidati di fiducia sono rimasti travolti. A epidemia conclamata ha rinviato il ballottaggio a data incerta. In un paese per mesi squassato dai “gilets gialli” Asterix tace. In Francia si ammalano e muoiono come in Italia, sino a poco prima irrisa dai “cugini d'Oltralpe” in modi arroganti e indecenti. Lì il governo tecnocratico ha mostrato tutte le sue rughe.
In Spagna il vanesio Sánchez ha caldeggiato la superflua festa dell'8 marzo quando ormai il contagio dilagava. Un esempio clamoroso di imprevidenza e cecità. Il vicepresidente, in quarantena, ha partecipato al consiglio dei ministri. L'imprevidenza del governo di Madrid è colpevole. 
In Gran Bretagna (che ormai non fa più parte dell'Unione Europea) Boris Johnson pensava di pascere a piacer suo le pecorelle inglesi, ma il gregge, poco rassegnato al buon pastore, dalla Scozia al Galles gli ha imposto misure non troppo lontane da quelle italo-franco-iberiche. L'“Inghilterra” è molto più fragile, anzi friabile, ora che deve fare da sé. Che cosa le rimane aldilà della Regina e del Consorte Filippo di Edimburgo non proprio adolescenti?
La Germania rimane un caso a sé: uncinata non solo dai neonazisti ma dalla frammentazione dei suoi poteri e dal manifesto declino di Angela Merkel a due mesi dall'inizio del contagio non sta prendendo misure adeguate.
A sua volta, con delusione dei suoi ammiratori nostrani, il presidente degli USA Donald Trump sul coronavirus in pochi giorni ha detto tutto e il contrario di tutto, quasi ventriloquo di uno dei tanti siti che lo imputano a un complotto di Spectre (manca solo Licio Gelli) per allontanare da sé l'addebito più ovvio: è un sonnambulo, come Macron, Sánchez e i tanti altri che, a contagio ormai conclamato, o non hanno preso precauzioni personali o non ne hanno imposte ai propri “vicini”. È il caso di Alberto II di Monaco, “positivo” giorni dopo che il morbo aveva contagiato il suo primo ministro, il vescovo e altri molti in uno “stato” che sembra fatto apposta per la propagazione vertiginosa di un qualunque raffreddore.

L'Italia s’è desta?
L'Italia, per ora, è un caso a sé. Allertata per prima nell'Europa centro-occidentale dall'evidenza di malati, ha fatto e fa i conti con la sproporzione tra la sua volontà di circoscrivere la diffusione del contagio e la modestia dei mezzi disponibili anche in regioni che vantavano primati indiscutibili. Il mancato tempestivo approvvigionamento di “mascherine” lascia sconcertati. Virologi a parte, non era difficile intuirne l'urgenza e la quantità necessaria.
Senza nulla togliere ai meriti del governo, due constatazioni s’impongono. Il potere politico si è affidato “toto corde” alla scienza, ma questa non si è mostrata affatto unanime, né nell'analisi né nella terapia. Gli sforzi si sono concentrati sulla prima linea, ma con mezzi inadeguati, confidando che la tempesta presto sarebbe mutata in acquazzone e poi in pioggerellina di marzo. Di lì la propensione, ancora perdurante, a provvedimenti circoscritti nello spazio e nel tempo, “salvo intese”, cioè con la riserva di proroghe, senza indicazione attendibile del futuro superamento dell'“emergenza”. Assillato dall'opposizione e dai “sondaggi” il governo si è occupato più della trincea avanzata (vulnerabile, come sempre accade a chi sta in prima linea) che delle seconde e terze linee e della grande riserva: la pazienza degli italiani. Anche questo è un motivo ulteriore per evitare di parlare di “guerra”. Quando proprio si è spossati, per uscire da un conflitto al nemico si chiede un armistizio. Ma non lo si può chiedere al covid-19, che non fa indice conferenze stampa. Com’è venuto, se ne andrà. Come e quando non si sa.
La frontiera è la guarigione. Potere politico e scienza sono impegnati a raggiungerla. Vi sono però “terreni” che vanno governati con polso e con chiarezza: il rapporto fiduciario tra cittadini e amministrazione delle città e il sistema scolastico-educativo. L'osservanza dei Decreti del presidente del Consiglio dei ministri non può essere abbandonata all'arbitrio di “poteri” locali e dei loro “agenti” se non rischiando di infrangere il già vacillante rapporto di fiducia dei cittadini verso certe “autorità” e di scatenare i peggiori istinti di rivolta contro irruzioni pretestuose nella loro innocua quotidianità. Occorrono precisazioni ulteriori, ferme, precise e valide erga omnes (“agenti” inclusi) da parte dell'Esecutivo, nell'incalzare della “bella stagione” e nella notoria inadeguatezza della capacità abitativa nazionale ai bisogni elementari dei suoi utenti.
Quanto al sistema scolastico, tutto si può fare tranne che dare l'anno per concluso e valido con una “promozione” generalizzata senza alcuna verifica dell’effettiva trasmissione del sapere. Tanto vale dichiarare l'inutilità dell'istruzione pubblica e dei suoi diplomi. Aveva dunque ragione Luigi Einaudi a chiedere l'abolizione del valore legale dei titoli di studio. In settantacinque anni la Repubblica non gli ha dato retta. Ci voleva ora il covid-19 per dimostrare che egli era nel giusto?
Altrove il combinato disposto potere-scienza ha dato segni manifesti di sonnambulismo. Nel Paese Italia, che al momento si è mosso molto meglio degli altri, è il momento di abbassare i toni e di assumere misure accettabili e di lungo periodo: di ritrovare quel “senso dello Stato” che da troppo tempo si è perso a beneficio dei “sondaggi”, della ricerca di consensi. Il Governo di un grande Paese non cerca applausi. Non imita “il medico pietoso” che “fa la piaga cancrenosa” . La cura. E così avrà la gratitudine dei posteri.
Aldo A. Mola



lunedì 23 marzo 2020

23 Marzo, una visita a Palazzo Bellini, Novara


La Storia d'Italia, quella con la “S” maiuscola è passata a Novara. 

Il 23 Marzo del 1849 dopo la sconfitta delle truppe Sardo – Piemontesi alla battaglia della Bicocca il Re Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele per assumere solo su di sé il peso della sconfitta e fare in modo che al nuovo giovane Re fossero applicate condizioni meno dure.

Il trapasso dei poteri avvenne in Novara, a Palazzo Bellini, ove il Re pronunziò le famose parole: “Casa Savoia conosce la via dell’esilio non quella del disonore”.

E dove pronunciò le parole che fecero del figlio un Re. Il Re che compì l’Unità d’Italia.

Qualche tempo fa abbiamo compiuto un’interessante visita a Palazzo Bellini, attualmente sede centrale della Banca popolare di Novara. Uno svarione del cicerone, contestato con garbo, non ha menomato l’importanza della visita.

Ne riportiamo un piccolo resoconto fotografico sicuri di mostrare un luogo che non ha facilissimo accesso e di illuminare un po’ della nostra Storia, colpevolmente dimenticata.


Lato Nord, con lapide commemorativa.



Il testo della lapide


Lato est, la tradizione vuole che il Re Carlo Alberto abbia pronunciato le parole dell'abdicazione appoggiato al camino con su lo specchio.


Lato ovest, con ritratto di Re Vittorio Emanuele II 

Lato sud, com ritratto di Re Catlo Alberto

Particolare della lapide

Particolare della lapide

domenica 22 marzo 2020

Padre Savino Tamanza




In questo momento di dura prova per il popolo italiano il Signore ha voluto chiamare a Sé l’anima bella di Don Savino Tamanza, sacerdote, parroco, che aveva contratto il morbo per non aver rinunciato a portare i conforti religiosi alla sua gente di Bergamo, come il Fra’ Crisotoforo di Manzoni.


Padre Savino era stato nel Fronte Monarchico Giovanile prima di abbracciare la Tonaca ed era membro attivo del nostro gruppo su Facebook.

Il Santo Curato d’Ars diceva che i sacerdoti quando muoiono portano con loro tante anime, ovunque vadano.
Non abbiamo dubbi che don Savino si sia presentato al tribunale del Signore con una ricca messe di anime da lui salvate.

Potremo vantarci, grazie a Don Savino, di avere avuto un santo tra noi.

Dal Paradiso, caro don Savino, intercedi per noi e per l’Italia.

sabato 21 marzo 2020

Federigo Tozzi scrittore, a cent’anni dalla sua morte


di Emilio Del Bel Belluz 

Nei miei tanti vagabondaggi nel mondo dei libri, un giorno trovai in una bancarella a Pordenone un volume di Federigo Tozzi . Era nato nel 1883 e morì nel 1920. 
Di questo scrittore ho letto tutti i suoi libri, e con rammarico constato che è caduto nell’oblio. Sono rari gli scrittori che lo ricordano nelle pagine dei giornali. 
Eppure Tozzi è molto attuale in questo periodo economico difficile. Rileggendo le prime pagine del libro - Tre croci - si scopre come si viveva agli inizi del novecento. 
Nel 1943 il Paese era attraversato dal tormento della guerra, e le sorti del conflitto erano ancora incerte Questo libro è il primo volume dell’opera omnia dello scrittore, stampato dall’editore Vallecchi di Firenze. Grande fu la mia sorpresa nel leggere sulla pagina interna del libro la dedica del figlio di Federigo Tozzi:“ Omaggio di Glauco Tozzi Siena, Marzo 1943 V. Cappuccini 150 “. 
Provai una grande gioia nello scoprire che questo testo fosse appartenuto al figlio Glauco e che lo avesse donato a un critico affinché lo recensisse. All’interno del libro trovai una recensione su Federigo Tozzi, apparsa sulle colonne del Corriere  della Sera a firma di Corrado Alvaro. L’articolo era stato ritagliato e piegato con precisione, forse dallo stesso figlio, e datato 13 Marzo 1943.  In questa recensione ho sottolineato alcune parole: “ 
Di quella stanza di via in  Arcione ho un’ immagine da una novella di Tozzi. Vi si racconta di un uomo che aspetta una donna, e la donna non arriva e non arriverà. Tozzi era un poeta di questi ambienti, delle quattro mura in cui si svolge gran parte, e la più drammatica, della scena umana. Era uno scrittore cittadino, come la maggior parte degli scrittori toscani, che hanno città perfette, e antiche mura, e una campagna ugualmente civile. 
Qualcuno vuole chiamare Tozzi un barbaro, perché figlio di un oste e autodidatta. Questo della barbarie, e della primitività, è un vezzo dei critici ingenui e degli scrittori decadenti: uno scrittore barbaro, da noi, con tanto passato, è una imitazione e una falsificazione, del resto non infrequente. Le quattro mura di Tozzi, dicevo, hanno una memoria, sono piene di dramma; spirano una violenza, un bollore di passioni, di aspirazioni, di odi, dietro al denaro e al piacere, dietro all’amore, alla purezza, alla bontà”. Il primo volume dell’opera omnia di Federigo Tozzi  conteneva il romanzo – Tre croci- e Giovani “. 
Leggendo questa recensione mi è venuta in mente la novella di Tozzi : “ La casa venduta” Mi è rimasta incollata al cuore come i suoi battiti. Il racconto analizza il comportamento del genere umano. Narra di un uomo costretto a vendere la sua casa per problemi economici, la proprietà inoltre é anche gravata da un’ipoteca. Il valore dell’immobile è superiore all’offerta dei tre acquirenti. Al povero proprietario non gli rimane altro da fare che vendere per ripianare l’ipoteca. Questo triste racconto mi fa pensare alla società attuale, in cui le persone che sono in difficoltà devono svendere a veri e propri approfittatori. Nel racconto di Tozzi si conferma l’animo umano che non ha pietà del prossimo in difficoltà.  In quella casa il protagonista abbandonava tutti i suoi ricordi e con il cuore in mano chiedeva solo di poter avere qualche soldo per sé. Nessuno dei tre acquirenti si dimostrò compassionevole, si erano accordati tra di loro per chiudere quest’affare a loro vantaggio. 
Cedendo la casa, il proprietario lasciava anche le foto che erano appese ai muri, erano quelle della sua famiglia, quella famiglia che ora non c’era più. La pietà moriva con i nuovi proprietari che con il bastone hanno buttato giù le foto rovinandole. “ Allora si fece dare il bastone dal signor Achille e ne buttò giù quasi una fila: quelle che erano senza cornice. Io avrei voluto raccattarle, ma pensai di aspettare che se ne fossero andati. Volevo, non di meno, far loro sapere che erano proprio quelle di mia madre e della mia sorella morte. Forse avrebbero capito il mio sentimento. Ma non mi arrischiavo, giacché il signor Leandro, ormai padrone, le aveva buttate giù a quel modo. Non volevo fare una cosa che non era sicuro se facesse piacere. Allora, siccome era restata, un poco più alto, una fotografia di mio padre dissi: butti giù anche quella!” 
Nel racconto di Tozzi il vecchio proprietario sprofondava in una grande malinconia data dal dover stare in compagnia con questi mercanti di disperazione, che non avevano che un cuore di pietra. Penso a un soldato vinto, che deve stare a tutti i costi alla mercé del vincitore,  ricco solo d’odio e non di compassione. Quella sera il vecchio rimase senza casa, dopo essere stato dal notaio, non sapeva dove andare per la notte. La casa ormai non era più sua e neanche un ricordo aveva potuto salvare. “ Scesi le scale del notaio, come se mi fossi tolto un peso d’addosso. 
Poi non ricordo più quel che feci e dove passai il resto della giornata. Per la sera non avevo né da mangiare né da dormire; e mi sentivo affranto. Ma facevo di tutto per resistere. Quando fu buio, cominciò a piovere dirottamente. Io, allora, andai a ripararmi sotto le grondaie della mia casa venduta.
Ero tanto triste; ma avrei voluto essere contento, almeno come la mattina, perché a quell’ora sapevo che i miei pigionali cenavano, e quelli del quartiere di mezzo avevano l’abitudine di suonare il pianoforte: sempre qualche polka nuova”.


mercoledì 18 marzo 2020

Il Re a trentasette anni dalla morte







di Emilio Del Bel Belluz  


Il mese di marzo annuncia la primavera che arriva, la natura si risveglia, i colori degli alberi in fiore non passano inosservati. La terra che calpesto, prima di me è stata dei miei avi, loro con il duro lavoro l’hanno benedetta.  Ho davanti a me il mio bosco, e sono felice d’aver piantato anche quest’anno un albero in ricordo dell’ultimo Re d’Italia, Umberto II. L’albero che ho messo a dimora è un pesco, mi piacciono i suoi tenui colori e i frutti che produrrà più avanti. L’albero di pesco ha avuto la sua terra, dimorerà vicino ad altri alberi da frutto.
Penso alla figura del Re, ho recitato una preghiera, non manco mai di ricordarlo la sera prima di dormire. Nella mia vita gli ho voluto bene, avrei desiderato essergli vicino, accompagnarlo negli anni dell’esilio, parlare con lui, farmi raccontare i suoi dolori, i tormenti e quella malinconia che non ha mai trovato un porto su cui sbarcare.
Tanti di quelli che lo avevano conosciuto, si sono dimenticati di lui, ma la vita non è un inno alla fedeltà, le idee cambiano in base alle opportunità. Nella mia famiglia la fede nella Monarchia non è mai mancata, ha rappresentato quei valori per cui i miei avi hanno combattuto. L’uomo non può dimenticare quello che ha ricevuto.
Nella mia casa avrei voluto ospitare il mio Re, come diceva Aldo Fabrizi, che si dispiaceva perché non poteva invitare a pranzo il Re d’Italia. Altri l’hanno amato, penso a Totò e ricordo che nel suo salotto c’era una foto con l’immagine del re e la dedica al grande attore.  Giovannino Guareschi alla morte del sovrano avrebbe scritto delle parole che avrebbero meritato d’essere imparate a memoria.  Aveva sempre nel suo cuore il Re e la bandiera sabauda. Quelli che sono rimasti fedeli all’idea monarchica sanno che il giuramento vale per sempre, non si giura due volte.
Giovannino Guareschi aveva giurato una volta sola davanti al Re. Lo scrittore morì nel 1968 e in quella data il Re comprese la perdita di una voce vera, onesta. Alla morte del Re, il 18 marzo 1983, pensai subito al sovrano che avrebbe ritrovato i suoi genitori, la sorella Mafalda di Savoia e il buon Guareschi, che lo avrebbe abbracciato, a dimostrazione della fedeltà che aveva sempre nutrito nei confronti del suo Re. Giovannino Guareschi con i suoi scritti si legò per sempre alla monarchia, volle sulla bara la bandiera con lo stemma sabaudo, che aveva sempre amato.
Penso ai Savoia che hanno scritto mille anni della storia italiana, ma non sono ricordati.
I mezzi di comunicazione dedicano molto spazio alla Casa Reale inglese, dimenticando totalmente quella sabauda. Uno stato che non studia la propria storia, perde le sue radici. Il 14 marzo 2020, sono passati duecento anni dalla nascita del primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele II, ma non credo che a questa notizia verrà dato risalto.
Mi tornano alla mente le parole dello scrittore Vilfredo Pareto: “ Non esiste nella storia alcun popolo grande forte prospero presso il quale non si trovino sentimenti profondi e attivi che si manifestano con un ideale, una religione, un mito, una fede.
Ogni popolo ove questi sentimenti si indeboliscono è in via di decadenza. Molti piccoli popoli sono diventati grandi perché avevano fede in se stessi: un popolo che perde questa fede è prossimo alla rovina. In un certo senso si potrebbe enunciare questo paradosso: nella vita dei popoli niente è tanto reale e pratico quanto l’ideale”. Lascio la terra dei miei avi, il bosco è più ricco, so di aver fatto qualcosa di buono, l’albero di pesco germoglierà , rendendomi più in sintonia con la natura. Trascrivo l’omelia rivolta dal Cardinale Ugo Poletti, Vicario Genarale di Sua Santità, il 18 Novembre 1983, pubblicata dalla rivista “ Opinioni “.
“ Arcibasilica di S. Giovanni in Laterano
Omelia nella celebrazione funebre per S. M. Umberto II nella consegna della “ Rosa d’Oro” al Capitolo.
Signori e Signore nello stile di austera semplicità o, meglio umiltà in cui è vissuto per molti anni, guidato dalla Fede il Re Umberto II, si compie ora una delle Sue ultime significative volontà. È un momento di preghiera e di fede che ci unisce a Lui. Sono trascorsi sette mesi dalla Sua Morte, ma Lo sentiamo vivo e presente. Noi vi prestiamo solo voce e gesti; ma solo la Sua Fede e il Suo cuore che oggi parlano a noi mentre offriamo a Dio il pio suffragio per la Sua anima e per la Sua venerata Madre, la Regina Elena. Il Capitolo dell’Arcibasilica del SS.mo Salvatore in San Giovanni Laterano che io, in qualità di Cardinale Arciprete, rappresento, e onorato di ricevere per il suo Tesoro come prezioso dono da custodire, la “Rosa d’oro” che Sua Santità  il Papa Pio XI mandò alla Regina Elena in circostanze storiche memorabili, ed è commosso che Sua Maestà nei lunghi anni di solitudine, di dolore e di preghiera, abbia pensato a questo Patriarcale Arcibasilica per farne oggetto di un squisito atto di amore e di venerazione.

Sua Maestà Umberto II, mi fu detto, oltre le volontà espresse del Suo Testamento, lasciò tre legati: tutti e tre di alto significato religioso e spirituale, in quanto sembrano esprimere i valori più sacri che hanno riempito di luce e di consolazione la Sua vita, che conobbe tanto soffrire.
Lasciò alla Santa Sede in proprietà il tesoro della sindone. La reliquia più insigne della passione di Gesù Cristo, segnata dal Suo Sangue Divino, doveva logicamente essere affidata alla chiesta, mistero di vita e di salvezza, nella quale ogni cristiano legge la sua storia eterna, di cui il breve periodo dell’esistenza terrena non è che l’inizio.
Re Umberto II nella fede cristiana possedeva forte il senso della Chiesa e lo volle esprimere con il dono della Sindone, che, da solo, qualifica la Sua Dinastia, congiungendola idealmente alla comunità dei credenti in Cristo che attendono la resurrezione per la vita eterna. Lasciò all’Abbazia di Montecassino il prezioso Crocefisso che consolò la Sua lunga passione terrena. Montecassino, la culla della civiltà europea, col suo martirio di distruzione e di risurrezione, ben può simboleggiare l’Italia, da Lui sempre amata. Nel momento di lasciare la vita terrena, a chi poteva mai affidare la sua Italia, se non al Crocifisso che ne domina tutta la storia, collocato nel cuore della Patria, precisamente Montecassino? Il Re aveva custodito con amore il dono gentile della “Rosa d’oro”, inviata dal Papa Pio XI alla Sua augusta Genitrice.
I rapporti intimi del Re Umberto con la Regina Madre e con la Famiglia Reale furono sempre coperti da doveroso riserbo; ma un animo nobile come il suo dovette certo coltivare un’amorosa venerazione per la Madre, dalla quale, anche se la sua Fede e religiosità ricevette conforto.
La Madre poi è sempre l’espressione più vera della stessa unità e armonia famigliare. Pertanto è particolarmente significativo che il re Umberto II volendo in qualche modo affidare la sua Famiglia intera a Dio, abbia pensato di consegnare l’oggetto prezioso, donato dalla chiesa a sua madre, a questa Patriarcale Arcibasilica che, per la sua storia (prima chiesa dedicata in Roma al SS. mo Salvatore) e per il suo prestigio di Cattedrale del Vescovo di Roma, il Papa, ben ha diritto e riconosciuta “la Madre e il Capo di tutte le Chiese” dell’Urbe e dell’Orbe.
Interpretati così rispettivamente i valori, espressi i nei Legali religiosi del Re Umberto II – pensando e pregando per Lui – possiamo ora fermarci brevemente sulla Parola di Dio ascoltata nella S. Messa, celebrata nella memoria dell’Evangelista San Luca.
Nel brano della lettera di Paolo al suo prediletto discepolo Timoteo, l’apostolo si lamenta della solitudine nella quale persone anche molto care lo hanno lasciato oppure gli hanno fatto torto; sul suo dolore tuttavia predomina la pazienza ed il perdono.
Vorremmo che fosse anche per noi così, che la Fede ci abituasse a queste disposizioni d’animo perciò è inevitabile per ciascuna persona di fare l’esperienza amara dell’ingratitudine, dell’incomprensione, dell’abbandono.
Beato chi possiede la Fede!

Umberto II ebbe a provare, in misura singolare, la solitudine e l’incomprensione. Ma nei lunghi anni di Cascais il suo spirito si è affinato fino a far proprie, per se stesso le coraggiose parole di San Paolo Apostolo, sempre perseguitato per la giustizia: le ha trascritte di suo pugno su un foglietto ritrovato sul suo scrittoio, in segno evidente di farne testimonianza per la sua vita: “Poco importa a me di essere giudicato da voi o da un Tribunale umano … ne mi giudico da me stesso, perché non ho coscienza di aver commesso alcunché; ma non per questo sono giustificato; mio giudice è il Signore” (PCor. IV 4 ).

A prova della sua buona coscienza, affinata dal dolore ha sottolineato due volte le parole: “Mio Giudice è il signore”.

Sembra di sentir pesare sul suo animo il fardello di tante e tante critiche e severi giudizi. Il tempo tuttavia metterà in luce la grandezza del Sovrano, che imparò dalla prova a diventar cristiano, profondo nello spirito e ricco di umanità. 

Allontanato dalla Patria per libera scelta del suo popolo, stremato da una guerra crudele ebbe la saggezza e la forza di spirito di non turbare mai quella scelta, ma ogni umiliazione ha accettato per Sé e per la Sua Famiglia, pur di rispettarla, con segnando così consapevolmente la Patria ad un nuovo avvenire.

Nel brano del Vangelo, tratto da San Luca (Lc. X, 1-12) i discepoli del Signore sono inviati nel mondo per essere portatori di pace.

Umberto II non fu mai promotore di guerra; piuttosto ne fu vittima; che accettò la sua sorte quasi in espiazione di errori altrui durante tutto il lungo esilio poi, visse in dignitoso riserbo la sua amara prova, facendosi silenzioso costruttore di pace.
A quale costo del Suo intimo?
Nessuno lo potrà mai sapere! Forse uno spiraglio della sua sublime maturazione in una umanità e spiritualità possiamo intravderlo ancora nella testimonianza di un suo biglietto autografo lasciato sullo scrittoio a Cascais quando ne partì per sempre.
Egli trascrisse e fece sua, quasi preghiera, una frase del testamento di Pietro I Bladika del Montenegro: “Io mi avanzo pieno di speranza alle soglie del Tuo Divino Santuario, la cui fulgida luce ravvisai sul sentiero misurato dai miei passi mortali. Alla sua chiamata vengo tranquillo …”
Basterebbe questo per meditare e per pregare con fiducia la Misericordia di Dio non solo per il defunto Re Umberto, ma per noi stessi, forse ancora tanto piccoli in una dimensione di presunzione umana.

Perciò, ora, anche noi preghiamo! “

martedì 17 marzo 2020

Il blog al tempo del Corona virus




Carissimi,

oggi è il 17 Marzo e noi non siamo riusciti a produrre neanche un post.

Chi vi scrive è rientrato in casa dopo 5 giorni di ricovero in ospedale essendo risultato positivo al virus.

Ringrazio Dio di aver personalmente pagato un prezzo tanto basso in mezzo alle migliaia di morti che affliggono il paese.

Dal letto d’ospedale ho fatto il poco che ho potuto, aiutato da lontano da qualche altro componente dello Staff.

Non abbiamo dimenticato la data di oggi né quella di domani, che coincide tra l’altro con quella della nascita del sito fratello dedicato a Re Umberto II.

Conto di essere di nuovo in forma per riprendere al più presto il mio lavoro di medico, per godermi la mia famiglia, per continuare la buona battaglia che abbiamo incominciato qualche anno fa.

Quanto ho visto dal letto d’ospedale ha mostrato ancora una volta che per l’Italia ci vogliono Sovrano e sovranità.

E noi lotteremo perché si consegua nuovamente quell’Indipendenza che fu Coronata il 17 Marzo del 1861 e completata il 4 Novembre 1918 lottando contro tanti di questi falsi amici attuali.

Agli amici che hanno mandato i loro scritti la mia richiesta di comprensione, che sono sicuro non mancherà.

A tutti gli altri l’impegno a continuare senza sosta l’impegno culturale che ci siamo presi.

Vi abbraccio
Roberto