NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

martedì 26 maggio 2015

Covelli, il precursore della destra di governo

di Romeo Castiglione

Se Alfredo Covelli fosse ancora vivo avrebbe ricompattato la destra. D’altro canto fu un pensatore raffinato, un intellettuale intrigante; nel lontano 1948 sognò la nascita del “movimento della libertà” e nel 1967 promosse la Costituente democratica nazionale. Fu uno schietto uomo delle istituzioni. Scaturì da Stella e Corona il nucleo edificante del partito unitario dei moderati; il Partito Nazionale Monarchico   fu un grande laboratorio culturale. «Il progetto politico concreto, parlamentare di Covelli, - dice il giornalista Fabio Torriero nel suo libro Alfredo Covelli La mia destra -  è stato, infondo, lo strumento con cui voleva realizzare tale sogno: la creazione di un partito unico della destra (partito degli italiani), in grado di unire monarchici, non monarchici, repubblicani, italiani, tutti patrioti; e in grado di sintetizzare le varie culture di destra (liberali, cattolici, conservatori); culture divise da egoismi e le rivalità dei rispettivi ceti partitici; un soggetto aperto pure ai centristi ei delusi della sinistra». Ed è vero. Covelli avrebbe voluto creare un grande raggruppamento di centrodestra; avrebbe voluto costruire un bipolarismo sano. «Oggi, - prosegue Torriero – nel momento in cui il bipolarismo del 1993-94, auspicato da Covelli, tra centro-destra e centro-sinistra, vive attacchi violenti da parte dei nostalgici del centrismo, ci si chiede se le culture della destra siano mai state veramente unite e se la Destra nazionale, Democrazia Nazionale, la Costituente di Destra per la Libertà, Alleanza Nazionale e il Pdl siano stati e siano gli eredi o i figli naturali del leader di Stella e Corona». Credo che il leader di Bonito abbia gettato le basi per il partito unico; il suo pensiero è ancora oggi studiato dagli storici. Da una parte la libertà; dall’altra la sinistra: è questa, in linea di massima, la sua intuizione più grande. Egli avrebbe voluto creare il “partito della libertà” da contrapporre alla sinistra; insomma, avrebbe voluto creare una forza di destra democratica per riequilibrare la situazione politica e per impedire l’avvento del centrosinistra. E nel 1962 ipotizzò l’Unione delle destre. Allora Forza Italia e il Pdl sono i figli naturali del leader del PNM? Probabilmente sì.
Covelli fortificò la fede monarchica nell’ottobre del 1943. Partecipò alla Costituente con il Blocco Nazionale per la Libertà e in seguito alla sconfitta referendaria del 2 giugno 1946 fondò il Partito Nazionale Monarchico; fu eletto alla Camera dei Deputati nel 1948. Fu un arcigno sostenitore della dinastia Sabauda. «La forma repubblicana – disse a Milano – è sbagliata […]. Il ruolo della Monarchia è all’ordine del giorno […]. Siamo a due passi dalla Russia, chi ci difende? Si sappia che la Monarchia più garantire la pace e la stabilità dei poteri assai più dell’opinabile Repubblica di oggi». Per Covelli la Monarchia fu un modello ideale: pertanto coniò i termini “altrismo” e “oltrismo”. Il PNM rappresentò una forza “altra” in virtù dei suoi valori non negoziabili; per di più raffigurò una forza alternativa. Insomma, il partito di Stella e Corona rappresentò la cosiddetta Opposizione Nazionale. Il Nostro fu un pioniere e inventò alcuni slogan importanti: egli mise in rilevanza le dicotomie patria – sistema, nazione – regime ciellenistico e paese reale – paese legale. In sostanza, lottò per la cosiddetta “alternativa al sistema”. Ebbene l’alternativa al sistema fu anche il motto di Giorgio Almirante. Quindi la repubblica è un “regime duopolistico e partitocratico”. È un regime perché allontana dal gioco politico la destra, il polo escluso per Piero Ignazi.

[...]

Savoia, Windsor e i vuoti delle nostre cognizioni storiche



Pubblichiamo la lettera che il dr. Ing. Domenico Giglio ci ha inviato a proposito del nostro editoriale di domenica 24 Maggio 

Per  riempire  alcuni  vuoti  delle  vs  cognizioni  storiche  vi  ricordo  che  Carlo  Alberto  ed  i  suoi  due  figli  Vittorio  Emanuele  e  Ferdinando  parteciparono  in  prima  linea  alla  prima  guerra d'indipendenza  e  Ferdinando  ebbe  anche una ferita. Vittorio  Emanuele  II  fu  in  prima  linea  nella  seconda  guerra  d'indipendenza, vedi  San  Martino  e gli  zuavi  francesi  che  lo  proclamano  loro  caporale  d'onore . I  suoi  due  figli  Umberto  ed  Amedeo, troppo  giovani  per  partecipare  nel  1859, partecipano  entrambi  nel  1866  alla  terza  guerra  d'indipendenza. Quanto  alla  guerra  1915-1918, oltre  al  Re,Vittorio  Emanuele III,  che  si  trasferì  al  fronte  per tutta  la durata  del  conflitto, TUTTI  i  principi  di  Casa  Savoia  parteciparono  alla  stessa  cominciando  da  Emanuele  Filiberto, duca  d'Aosta, Vittorio  Emanuele, conte  di  Torino, Luigi , duca  degli  Abruzzi  ed  i  giovani  Amedeo  ed Ajmone  figli  del  duca d'Aosta, ed  i  figli  del  duca  di  Genova. Il  principe  Umberto, erede  al  trono, essendo  nato  nel  1904  non  poté  logicamente  prendere  parte. Per  meglio  chiarire  vi  mando  anche  un  mio  articolo.
dr. ing. Domenico  Giglio

Egregio Ingegnere,
avremmo pubblicato volentieri il suo articolo, ma 49.204 caratteri (vale a dire poco meno di trenta cartelle) sono il capitolo di un libro e, francamente, nessun giornale e, men che meno un giornale online, può ospitare un testo così lungo. Che i re e i principi di casa Savoia abbiano vestito l'uniforme non vi sono dubbi; qualche perplessità sulle loro doti di condottieri e di leader preoccupati del bene del proprio popolo è stata sollevata, non da noi, semplici cronisti (che però qualche libro di storia abbiamo letto), ma da diversi storici di professione.
Per stare agli avvenimenti più recenti, che dire della fuga da Roma il 9 Settembre 1943 di Vittorio Emanuele III insieme alla famiglia reale e al generale Badoglio? L'intero popolo italiano e il suo esercito furono abbandonati a sé stessi con tutto ciò che ne sarebbe derivato in seguito.
Di grande dignità fu invece il comportamento di suo figlio, Umberto II di Savoia, che accettò il risultato del referendum Repubblica-Monarchia, esiliandosi a Oporto in Portogallo senza recriminazioni.
Di tutt'altra natura si mostrò invece la famiglia reale inglese, i Windsor, a cominciare dalla regina Elisabetta e da sua sorella, le quali, durante tutto il Secondo conflitto mondiale con i loro genitori, parenti e affini, rimasero a Londra sotto le bombe per animare lo spirito di resistenza del popolo inglese.
Non a caso re Faruq I d'Egitto presagì che nel XXI secolo sarebbero rimasti solo quattro re: quello di cuori, di fiori, di picche, di quadri e una regina, quella d'Inghilterra.
Aldilà dei diversi punti di vista su casa Savoia la ringraziamo di averci scritto augurandoci che continui a seguirci con la stessa attenzione.

La Luogotenenza del Re durante la Grande Guerra: il comunicato ufficiale


       




ROMA 26 MAGGIO 1915
SUA MAESTÀ IL RE, AVENDO ASSUNTO IL COMANDO SUPREMO DELLE FORZE DI TERRA E DI MARE, È PARTITO QUESTA NOTTE IN FORMA PRIVATISSIMA, ACCOMPAGNATO DALLA SUA CASA MILITARE PER IL GRANDE QUARTIERE GENERALE. E’ STATO OSSEQUIATO ALLA STAZIONE SOLTANTO DAI MEMBRI DEL GOVERNO CHE ERANO STATI CONFIDENZIALMENTE PREVENUTI DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO.
LA GAZZETTA UFFICIALE PUBBLICA IL SEGUENTE DECRETO IN DATA DI IERI:


VITTORIO EMANUELE III
SULLA RELAZIONE DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI E SENTITO IL CONSIGLIO STESSO, ABBIAMO DECRETATO ED ORDINIAMO QUANTO SEGUE:

“IL NOSTRO AMATISSIMO ZIO, TOMASO DI SAVOIA, DUCA DI GENOVA, È NOMINATO LUOGOTENENTE GENERALE DURANTE LA NOSTRA ASSENZA DALLA CAPITALE.

SULLA RELAZIONE DEI MINISTRI RESPONSABILI, EGLI PROVVEDERÀ IN NOME NOSTRO AGLI AFFARI DELL’AMMINISTRAZIONE ORDINARIA E AD OGNI ALTRO ATTO CHE ABBIA CARATTERE D’URGENZA, FIRMANDO I REALI DECRETI, I QUALI SARANNO CONTRASSEGNATI E VIDIMATI NELLE SOLITE FORME, EGLI DISPORRÒ PERCHÉ CI SIANO RASSEGNATI GLI AFFARI DI GRAVE IMPORTANZA”.
ORDINIAMO , ECC ECC
DATO A ROMA ADDÌ 25 MAGGIO 1915


FIRMATO VITTORIO EMANUELE                                         
CONTROFIRMATO SALANDRA



lunedì 25 maggio 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - IX

Randolfo Pacciardi
Nessuno si salva ma i primi responsabili sono i repubblicani «storici». Proprio loro finanziarono la marcia su Roma.

Nemmeno i repubblicani «storici» si salvano dalla imputazione e dalle responsabilità di avere concorso a creare ed a potenziare il fascismo. Abbiamo già dimostrato come essi siano stati la prima solida base al movimento mussoliniano. Il fascismo è stato un fenomeno repubblicano non tanto per la dichiarata sua tendenzialità repubblicana ma perché lo «storico» partito di Comandini, di Eugenio Chiesa, di Innocenzo Cappa, di Napoleone Colajanni di Macaggi, di De Cinque, di Giovanni Conti di Facchinetti e di Pacciardi, ecc. fu proprio quello che prestò i primi nuclei organizzativi e le prime feconde intese al «covo» di Via Paolo da Cannobio. Nel 1920-21 i repubblicani costituirono la più fedele e sincera alleanza del fascismo; ma se ne staccarono - ed il movimento era già potente ed invincibile - quando intravidero che questo tendeva alla soluzione del problema nazionale ponendosi di fronte alla invadenza ed al pericolo bolscevico reputando essi preminente la questione istituzionale che intravedevano di poter risolvere appoggiandosi all'estremismo leninista. Doppia responsabilità dunque:

1) per avere alimentato la costituzione del Partito Fascista ponendogli a disposizione le sue più operanti organizzazioni economico-sindacali, l'Unione Italiana del Lavoro ed il Sindacato Nazionale delle Cooperative che servirono di base allo sviluppo del nuovo movimento nonché per l'adesione dei suoi uomini migliori e delle sezioni valpadane.

2) per avere in seguito alimentato la propaganda anarchica e bolscevica che fu la vera determinante del sorgere della reazione fascista, e questo all'unico fine di «impedire al Re l'esercizio della sovranità» (vedi rivolta di Ancona) usando sull'organo del partito un linguaggio da trivio contro la Monarchia allora acclamata e circondata dall'aureola della Vittoria.

A chi avesse ancora dei dubbi sulle responsabilità del Partito Repubblicano così detto «storico» nei riguardi del fascismo e non ritenesse sufficienti le dimostrazioni diffuse nei primi capitoli su questa nostra accusa, possiamo offrire questa confessione che la stessa Voce repubblicana faceva l'1l luglio del 1923 in un articolo di fondo intitolato proprio « Il nostro stato di servizio »: « Contribuimmo a fondare i primi fasci di combattimento e, fedeli alle nostre idee lavorammo perché quel movimento nazionale fosse permeato di saldi principi e sottratto al monopolismo delle persone. Il fascismo patriottico, rivoluzionario, influenzato dallo spirito eroico di Filippo Corrìdoni, di Cesare Battisti e di Nazario Sauro, fu lealmente e tenacemente, fiancheggiato dal Partito Repubblicano. Fummo col fascismo sempre, finché il fascismo fu col programma dell'interventismo rivoluzionario: trasformazione degli istituti politici sulla base della sovranità popolare e graduale trasformazione in senso sociale dei rapporti fra capitale e lavoro ».

Ma c'è dell'altro. Occorre finalmente ristabilire, la verità storica e mettere le fazioni repubblicane davanti alla loro vera responsabilità. Esse non hanno soltanto provocato, con l'atteggiamento bolscevizzante della direzione del partito, la reazione fascista e collaborato, coi fasci repubblicani della Valpadana, alla sua vittoria, ma hanno persino finanziato la marcia su Roma. E' noto come il loro Sindacato delle Coo-perative avesse nel 1920-1922 appaltato coi quattrini anticipati dal rumeno Kirchen, gran parte del materiale residuale di guerra. In una inchiesta sulla alienazione di detto materiale essendo implicato il Sindacato, questo venne, biasimato da alcuni quotidiani conservatori, mentre invece i giornali fascisti ne assunsero la difesa. Risultarono stornate dai fondi destinati ai combattenti, somme che servirono invece a finanziare la marcia su Roma: i versamenti furono fatti al Civelli, intendente della spedizione con ufficio in Via Tomacelli: i consiglieri del Sindacato, tutti repubblicani storici. quelli ancora vivi e vegeti possono attestare queste mie affermazioni (1). Nella causa di fallimento del Sindacato, il passivo che si aggirava intorno ai 2 milioni, venne ridotto a 600 mila lire perchè la differenza venne riconosciuta come spesa «per fini nazionali». Cioè per il finanziamento della marcia su Roma. Scrive Nitti (che in quel periodo era in grado di avere informazioni sicure) nelle sue Rivelazioni (pag. 435): «Non furono solo i reazionari e gli agrari che fornirono mezzi e aiuti alle prime organizzazioni fasciste perché operassero con violenza contro i socialisti, furono anche elementi massonici e soprattutto repubblicani».

La responsabilità dei repubblicani non sono dunque, dubbie ma chiare e lampanti; nessuno potrà sottrarsi all'imputazione davanti alla storia. Nel contraddittorio al teatro Adriano a Roma (dicembre 1950) fra l'on. Francesco Cocco-Ortu ed il ministro Pacciardi questi sostenne con calore la illibatezza politica del Partito Repubblicano nei confronti del fenomeno fascista per il quale protestava essere immune da ogni responsabilità; nella ripresa l'on. Cocco-Ortu portava una documentazione tale che non solo impressionava l'assemblea per metà composta di repubblicani, ma obbligava lo stesso Pacciardi ad ammettere queste responsabilità. Egli cercava soltanto di affermare, questa provata collusione col fascismo assicurando che i responsabili erano stati « scacciati » dal Partito. Evidentemente non aveva letto gli alti elogi fatti ancora in quei giorni dalla Voce repubblicana ai vari Colajanni, Mirabelli, Comandini, Baldi, Meoni, Meschiari, ecc. i repubblicani non hanno attenuanti sono invece investiti da un’aggravante: alleati dei fascisti, degli anarchici e del bolscevismo leninista infierivano sul corpo, stanco e malato della Patria Vittoriosa pur di colpire la Monarchia, nel suo splendore e nella sua gloria. Il loro programma è sempre stato: « tanto peggio. tanto meglio ».

Gli uomini della Voce repubblicana sono poi quegli stessi che al microfono di Radio Londra invitavano i soldati nostri di El Alamein a sparare sugli ufficiali ed a darsi prigionieri. Sono coloro che si trovano nelle precise condizioni del figlio di lord Amery che per lo stesso reato commesso dal microfono di Radio Milano è stato impiccato, reo di alto tradimento. Ma i nostri eroi, protetti dall'art. 16 (2) ed in conseguenza di uno stato di aberrazione della politica italiana, sono ministri, detentori dei due dicasteri più delicati della difesa nazionale, essi il cui organo predetto scriveva che avevano fatto di tutto per perdere la guerra, la quale era stata perduta proprio perché essi avevano voluto perderla. Ed il Pacciardi alla Costituente: «Le forze italiane in Africa inferiori di numero furono messe in fuga da 30 mila inglesi»; quello stesso Pacciardi, ufficiale nell'esercito regio ed ora ministro della Difesa della Repubblica, che, in America tentò organizzare con Sforza battaglioni di armati per combattere contro l'Italia e che in Spagna aveva effettivamente combattuto a fianco delle armate comuniste contro soldati italiani. E mentre, le truppe straniere sbarcavano in Sicilia la radio Cincinnati invitava i nostri soldati alla diserzione creando il più mostruoso precedente di indisciplina sfruttato ora dai comunisti.

Infatti il 12 settembre 1942 il «colonnello» faceva annunziare dal microfono di radio-America quanto segue: «Un ufficiale italiano, il colonnello Randolfo Pacciardi, il quale ha preso parte ai combattimenti insieme alle truppe del governo spagnuolo nella guerra civile di Spagna, ha fatto sapere che il progetto della Legione libera italiana formata recentemente, prospetta di combattere l'Asse negli stessi ranghi delle truppe alleate. Uffici di reclutamento verranno costituiti a Londra, in Egitto e nell'America del Sud. Pacciardi ritiene che migliaia di arruolamenti verranno fatti da parte di soldati italiani, i quali abbandoneranno le forze fasciste», ed ha concluso dicendo: «Noi ci battiamo sotto la bandiera italiana, perché siamo i soli ad avere questo diritto perché rappresentiamo la maggioranza del popolo italiano, ma noi aggiungeremo anche il fazzoletto rosso di Garibaldi». E' la mentalità che ha dominato nei fuorusciti trasfusa poi nei Comitati di Liberazione. Un settimanale francese di grande rinomanza Candide, scriveva « E' penoso vedere degli Italiani - e Per giunta emigrati - augurarsi con tanta rabbia la rovina della loro Patria. E dispiace soprattutto constatare che questa odiosa propaganda si faccia in casa nostra, a Parigi, in virtù del famoso diritto di asilo che trasforma il nostro paese in un mondezzaio ».


Ma vi sono testimonianze ben più gravi: di Alberto Giannini (Le Memorie di un fesso) e di Carmelo Puglionisi (Sciacalli, storia del Fuoruscitismo). Si tratta di due antifascisti che hanno pagato di persona, espatriati a Parigi e vissuti per oltre un decennio fra quegli emigrati. Entrambi narrano le miserie morali onde si saziarono costoro che, presumendo combattere il fascismo, non fecero che dell'anti italianità. In questo atteggiamento antipatriottico dei fuorusciti oramai noti con la qualifica di sciacalli, vi fu la ragione del distacco. Troppo note le accuse del Giannini. sono interessanti quelle recenti del Puglionisi: questi descrive la loro mediocrità presuntuosa e tronfia, l'amore per la greppia, la ipocrisia insidiosa che faceva preferire l'imboscata alla guerra, dominati soltanto da un sadismo di crudeltà, consacrato in un opuscolo di Giustizia e Libertà nel quale sono enumerati i postulati programmatici del fuoruscitismo: «Non può divampare una rivoluzione se non si sferrano gli elementari istinti della moltitudine. Bisogna essere pronti ad uccidere più ancora che a morire. E' dovere dei capi fare il calcolo preventivo dei cadaveri da accumulare», programma di sapore maratiano ereditato in pieno dai nostri Comitati di L. E il Puglionisi che ben conosceva i suoi ex compagni d'esilio così li definisce: « I fuorusciti lavorarono per la sconfitta dell'Italia in armi ogni volta che lo poterono. Anche quando in terra, nei cieli, sui mari gli italiani si battevano e morivano, il disfattismo integrale rimase la loro politica; la collaborazione col nemico di allora, la pratica corrente. Contribuirono con tutte le loro forze a rovinare la nazione, ad annullare il lavoro di generazioni d'italiani, a rendere precaria la vita delle generazioni che spuntano e che verranno pur di vedere abbattuto quel fascismo che da soli mai sarebbero riusciti ad atterrare per la loro congenita nullità ».

(1)        L'avv. Italo Simonti contrario al finanziamento, si dimise per questo motivo.

(2)        L'art. 16 dell'armistizio dice: « L'Italia non incriminerà, né, altrimenti Perseguiterà alcun cittadino italiano, compresi gli appartenenti alle Forze Armate, per il solo fatto di avere durante il periodo di tempo corrente dal 10 giugno 1940 alla entrata in vigore del Presente trattato, espressa simpatia od avere agito in favore della causa delle potenze alleate e di quelle associate».










domenica 24 maggio 2015

La Grande Guerra del 1915-1918, convegno del Rex per il cinquantenario. Prolusione di Gioacchino Volpe


Non so perché gli amici del Circolo Rex, annunciando questa nostra adunata, abbiano voluto qualificare come «Prolusione» le poche parole che io, nella mia qualità di anziano (anzi anzianissimo, forse il più anziano tra quanti sono qui presenti), avrei pronunciato: poche, e innanzi tutto di saluto ai nostri ascoltatori, di ringraziamento al primo conferenziere.

Il Circolo Rex dedica una serie di conversazioni, che potrebbero anche essere discussioni, alla prima Grande Guerra, alla guerra vittoriosa di cui ricorre il Cinquantenario.

L'Italia ufficiale non sembra si riscaldi troppo per questo evento. Forse perché esso fu nazionale o irredentista, laddove oggi, per chi ci governa, tutto è o dovrebbe essere internazionale, europeo, atlantico, cosmopolita? e la parola «Nazione» viene quasi cancellata dal vocabolario politico, come che i due concetti siano contraddittori? O perché si teme di urtare partiti di Sinistra e del Centro-Sinistra che, nel mesi fra il 1914 e il '15, furono e poi si mantennero avversi alla guerra e fecero quel che poterono per insidiarla e svigorirla? O perché, quando si parla di quei fatti, non è sempre possibile, neppure ricorrendo a ridicole circonlocuzioni o al silenzio, come si suole, nascondere certi nomi, e anzitutto un nome di Re? O perché oggi penne e lingue sono tutte affaccendatissime a parlare di «Resistenza», a glorificare la «Resistenza» di cui ricorre il ventennale?

Si è voluto portarla, quest'anno, anche nelle scuole, senza troppo curarsi di mettere maestri contro scolari o famiglie loro, scolari contro scolari, maestri contro maestri, insomma Italiani contro Italiani. La cosiddetta Resistenza, oggi protagonista, è un terreno minato: per tre quarti essa fu guerra civile. Per tre quarti, di vincitori e armati, contro vinti e oramai disarmati. Quindi, meno vi si cammina sopra, meglio è.
Invece noi come ho detto, ci spingererno più indietro nel tempo: all'altra guerra alla prima grande e fortunata prova dell'Italia unificata, conclusione o consacrazione del Risorgimento.

Ebbe anch'essa i suoi momenti grigi o neri. I mesi fra il 1914 e il 1915 furono quasi di guerra civile con riflessi successivi non benefici su tutto l'andamento delle operazioni al fronte. Il 1917 vide cedimenti morali all'interno, diserzioni fra le truppe combattenti, scarso affiatamento fra chi comandava su l'Isonzo e chi comandava a Roma. E in ultimo Caporetto: che volle dire dissoluzione di mezzo esercito e arretramento al Piave.

Ma soldati e civili si ripresero. Obbedirono alla parola del Re: «Siate un esercito solo». E prima resistettero alle poderose offensive austrogermaniche: poi presero essi l'iniziativa dell'azione, ripassarono il Piave, liberarono le province invase, giunsero a Trieste e Gorizia e Trento e Fiume e Zara, cioè ai «confini che natura pose». Giornate inebrianti, per chi le visse.

Vi fu la breve crisi del dopoguerra. E poi la marcia parve riprendesse, nella direttiva segnata dalla vittoria. Nessuno negherà certi attivi del ventennio seguente, che culminarono nell'impresa etiopica. Quei giorni, anche molti oppositori del regime applaudirono, persino fuorusciti, mentre altri auguravano sollecitavano solenni batoste sulle spalle dell'Italia «fascista» da parte delle Potenze d'Europa. Ma esplose la nuova guerra, venne la sconfitta, franò il fronte interno in alto e in basso, vi fu il rovesciamento dell'alleanza, per cui i nemici divennero alleati e, gli alleati nemici. L'Italia fu allora tutta un campo di battaglia fra stranieri e stranieri, stranieri e Italiani, Italiani e Italiani; gli Slavi irruppero su la Venezia Giulia e sull'Adriatico, fecero scempio degli Italiani, sotto gli Occhi indifferenti e tolleranti dei nuovi alleati, e non senza solidarietà e collaborazione fra Partigiani nostri e comunisti sloveni o croati; venne il Diktat,     e come a vinti, con scandalo fu imposto da quegli alleati a noi, fra i nostri, anche di tali che li avevano invocati; venne la mutilazione delle frontiere nazionali, la perdita delle Colonie, la caduta della Monarchia...

Un mucchio di rottami.

Ci torna in mente, a questo punto, la mutevole, alterna vicenda che domina in tutta la storia della «itala gente dalle molte vite». Conseguenza della posizione geografica che espone la penisola a tutte le ventate temporalesche, a tutte le influenze dei Continenti e delle Nazioni attorno? Oppure della molteplicità e varietà delle sue stirpi, delle sue regioni, dei suoi regimi politici, con relativa prevalenza di questo o quello e mancanza di stabilità e di continuità?

Comunque, noi conosciamo anche una Italia o meglio, una Penisola che è, nel tempo stesso, sede di civiltà etrusca, greca, italica, celta, veneta, ed una Penisola che Roma unifica e chiama Italia tutta quanta, facendo di essa il centro e il sostegno di un Impero mondiale; una Italia corsa e ricorsa, devastata, depredata da barbari d'ogni nome e provenienza, paese di tutti e di nessuno, paese senza più neanche il nome, o, se mai, non Italia ma Longobardia, capace poi di espungere o assimilare tutti gli elementi estranei che vi erano confluiti, prendere un suo volto, ritrovare il suo nome Italia dalle Alpi al Mar Jonio, ordinarsi in un promettente Regno a sud e in città libere nel Centro e a Nord che si espandono tutt'intorno per mare e per terra con le loro navi, i loro commerci, i loro capitali, la loro cultura, e nutrono di sé grandi poeti e scrittori che la cantano e glorificano nella nuova lingua letteraria, come Italia, quasi creatori della Nazione. Poi, ancora, un'Italia campo aperto alla gara delle grandi Monarchie d'Europa, da esse in vario modo e misura dominata o controllata; ed un'Italia che faticosamente si costituisce a Stato Nazionale e raggiunge dopo una grande e vittoriosa guerra i suoi giusti confini. L'opera è appena compiuta, e tutto va a catafascio, la sua riputazione militare, il suo credito fra le nazioni, la sua compagine morale, le sue frontiere...

Dopo Vittorio Veneto, il Diktat...

Verrà anche ora, come più volte nel passato, la nuova giornata? I nostri padri, proprio da queste mutabili sorti della Penisola, erano confortati, nei momenti tristi, a sperare in un domani più lieto. Correva nel '500 e '600 il detto: gli Spagnuoli son superbi del loro passato; i Francesi sono fieri del loro presente; gli Italiani guardano sempre all'avvenire.

Ebbene, noi vogliamo oggi ancora guardare all'avvenire, sperare che le nostre ferite si risanino. Fra esse, quelle alla frontiera di Nord-Est ed oltre l'Adriatico. Lì, terre già, redente e ora di nuovo irredente; lì Italiani a centinaia di migliaia o uccisi e gettati nelle Foibe o costretti a cercare rifugio fra noi. Ad essi noi qui presenti mandiamo un fraterno, augurale saluto.

Ebbene, possiamo almeno dar loro qualche speranza, per il domani ed anche per l'oggi? Si tratta non soltanto di ricuperare quel che abbiamo perduto, ma anche di conservare quel che perduto non è e potrebbe esserlo,-se noi non vigiliamo. C’è per esempio una certa zona B, che dovrebbe tornare all'Italia e non è ancora tornata e non sappiamo se tornerà, anzi cominciamo a temere sia già silenziosamente perduta. La nostra democrazia, sociale e cristiana, con la sua scarsa sensibilità nazionale, con le sue solidarietà ideologiche oltre i confini, col suo regionalismo, non ci dà molto affidamento. Abbiamo gli Slavi proprio alle porte e nel Consiglio Comunale di Trieste: Trieste è in pericolo. Né solamente Trieste. Sappiamo che sull'altra sponda fermentano ambizioni che vanno assai lontano... E non parlo dell'Alto Adige, dove l'offensiva contro noi è già in atto. Né mi sembra che a Roma la difensiva abbia la stessa risoluta volontà. A Roma non c'è più la Monarchia; non più Vittorio Emanuele III che fin da quando ascese al trono tenne fissi gli occhi sulle terre irredente. Egli « irredentisch elenkt» (La Pensa da irredento), riferiva già allora al suo Governo l'ambasciatore tedesco.
Perciò non possiamo ora parlare di Fiume e Zara senza risvegliare il ricordo di quel Re fantaccino che il 24 maggio '15 Partì Primo per la guerra, per tre anni e mezzo visse fra i combattenti, sfangò nelle trincee e
divise con i fanti il pane bigio; dopo Caporetto, disse agli Italiani e agli alleati parole di fiducia. E quando, un anno dopo, tornò alla capitale, vi fu accolto da una incontenibile fiumana di popolo - il Suo popolo - plaudente.


Il ricordo della guerra vittoriosa è per noi tutt'uno col ricordo di quel Re morto in esilio e del Re suo figlio: vivo, ma nell'esilio, nella stessa terra ospitale dell'avo Carlo Alberto.

sabato 23 maggio 2015

Re Umberto II per il 24 Maggio


Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II con il messaggio, poco noto, del Sovrano per il cinquantesimo anniversario dell'entrata in guerra del 1915.


Viva l'Italia! Viva il Re!

giovedì 21 maggio 2015

A CHIUSI SI PRESENTA IL VOLUME “AL GRIDO DI SAVOIA”

A 100 anni dall'inizio della Prima Guerra Mondiale in Italia (24 maggio 1915), il Consiglio di Amministrazione di Banca Valdichiana ha ritenuto giusto, come istituto locale,  riprendere le fila dei ricordi e dare il proprio contributo nel fissare la memoria di quei momenti così terribili, promuovendo la pubblicazione del volume “Al grido di Savoia! Storie e testimonianze di soldati chiusini che parteciparono alla Prima Guerra Mondiale” di Enrico Barni (Edizioni Luì).

Il libro - che verrà presentato domenica 24 maggio alle 15.30 presso Sala San Francesco a Chiusi Città, dall’autore insieme alla presidente di Banca Valdichiana Mara Moretti - analizza gli eventi della grande storia dal punto di vista delle testimonianze dei cittadini di Chiusi che furono protagonisti di quei fatti. 

Racconti dalle trincee fangose del fronte goriziano, dalle doline sconvolte del Carso, dalle gallerie minate del Pasubio, dai campi di prigionia dell’Austria o della Germania: tante le storie di fanti, cavalleggeri, bersaglieri e genieri di Chiusi, stremati dal disagio e dal pericolo ma animati da grande coraggio che Barni ha raccolto nel suo volume.

La città di Chiusi che contava allora circa seimila abitanti venne privata di centinaia di uomini e sconvolta dalle notizie dei caduti, dei feriti, dei dispersi. 

Tutto questo è ampiamente raccontato ma anche documentato nel libro, con molte immagini alcune delle quali daranno vita anche ad una Mostra dallo stesso titolo che verrà inaugurata sempre domenica 24 maggio alle ore 17 in Piazza Duomo a Chiusi Città. Al taglio del nastro seguirà il Concerto della Fanfara dei Bersaglieri di Siena e un buffet presso l’Orto Vescovile.

[...]

Ritratti di Casa Savoia in un libro presentato Sarre

di Agostino Borio

Centocinquant’anni fa non c’erano televisione e social network ma ai potenti dell’epoca  non mancavano mezzi e strumenti per farsi ben volere dalla gente comune. Re Vittorio Emanuele II, ad esempio, quando andava a Cogne per le sue caccie, all’uscita dalla messa si portava dalla chiesa al sagrato una seggiola e lì chiacchierava con la popolazione e regalava sigari agli uomini.
E’ uno dei tanti e gustosi aneddoti, molti dei quali ambientati in Valle d’Aosta, che Dino Ramella racconta nel suo libro “Ritratti sabaudi – Vizi e virtù di Casa Savoia”. Il libro sarà presentato dall’autore, Introdotto da Mirko Fresia Paparazzo e dallo storico Patrick Perret venerdì 22 maggio alle 18 nella sala del Consiglio comunale di Sarre. La presentazione è organizzata dalla delegazione  valdostana dell’ordine dei santi Maurizio e Lazzaro, dal Comune di Sarre, dall’Istituto nazionale  per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon e dall’Anioc, Associazione Nazionale Insigniti Onorificenze Cavalleresche Valle d’Aosta.
Dino Ramella non è uno storico di professione bensì un consulente commerciale con la passione della storia. «Un interesse – racconta – nato già sui banchi di scuola, al quale si è in seguito unito quello per Casa Savoia.»  Lo spazio temporale considerato nel libro va dal 1713 al 1946. Da quando cioè con la pace di Utrecht nasce il Regno di Savoia a quando muore. Il volume è una miscellanea di ritratti di personaggi, spesso minori o poco conosciuti di Casa Savoia, molti dei quali sono collocati in Valle d’Aosta.  La cornice sulla copertina del libro, tra l’altro è al castello di Sarre.
Nell’introduzione al suo libro Ramella avanza anche alcune ipotesi circa l’interpretazione del celebre motto di Casa Savoia, FERT, sul cui vero significato  ancora oggi non v’è certezza. Qualche burlone lo intende come l’acronimo della profezia “Foemina erit ruina tua”, Una donna sarà la tua rovina, ma si tratta di una burla.


http://www.valledaostaglocal.it/2015/05/20/leggi-notizia/argomenti/cultura-2/articolo/editoria-ritratti-di-casa-savoia-in-un-libro-presentato-sarre.html

mercoledì 20 maggio 2015

Calano i Monarchici del XXI secolo. Sabato la grande adunata nazionale


Da leggere tutto d'un fiato. E' il comunicato con il quale l'Unione Monarchica Italiana annuncia la prossima convention nazionale a Roma. "
Cento anni fa, per chiudere il cerchio iniziato con il Risorgimento, il giovane Regno d’Italia faceva il suo ingresso nella Prima Guerra mondiale. 
Sangue, riscatto, dignità, Patria: con parole come queste è stata scritta una delle pagine più intense e sofferte della nostra storia e della nostra identità comune. 
L’Unione Monarchica Italiana - dal 1944 il punto di riferimento per quanti vedono nel ritorno dei Sovrani al Quirinale l’unica alternativa alla crisi valoriale e istituzionale del “sistema” repubblicano - intende onorare la ricorrenza ritrovandosi con sostenitori, amici e simpatizzanti nel cuore della Capitale".
E ora le informazioni di servizio: "Per tutti i monarchici l’appuntamento è dunque al cinema Capranichetta, a due passi dal Parlamento, sabato 23 maggio alle 11.30. Due eminenti storici, il professor Aldo Alessandro Mola e il professor Andrea Ungari, analizzeranno il fondamentale ruolo di Casa Savoia nella vittoria bellica sugli Imperi centrali e nell'affermazione identitaria dell’Italia unita. 
Lontana da ogni velleità nostalgica, la chiosa conclusiva del convegno sarà affidata al Presidente dell’Unione Monarchica avvocato Alessandro Sacchi, il quale partirà dalle esperienze patriottiche del passato per arrivare all'opportunità del futuro: l’Istituzione per antonomasia, la Monarchia del XXI secolo, connubio di tradizione e modernità. 
Importante infine il contributo d’idee ed entusiasmo dei ragazzi del Fronte Monarchico Giovanile, che in questa occasione lanceranno un gadget davvero al passo con i tempi: la maglietta da loro ideata “Keep calm and switch on Monarchy” (Mantieni la calma e accendi la Monarchia), rielaborazione del celebre slogan britannico in chiave filo-sabauda".

martedì 19 maggio 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - VIII

"sacerdote dal naso lungo ma dallo scarso fiuto"
I responsabili della Dittatura li troviamo fra i fondatori della Repubblica.

Le basi fondamentali della dittatura furono gettate - come, abbiamo visto - la notte sul 16 dicembre 1922: creazione del Gran Consiglio e istituzione della Milizia alle dipendenze del Capo del Governo. La Milizia era la difesa armata del fascismo, il Gran Consiglio l'organo che doveva mettere in quarantena la Corona. Di questi provvedimenti sono responsabili tutti i partiti al potere: democristiani, liberali, democratici, riformisti, demosociali. Non c’è una politica personale estera, finanziaria, economica, ecc. Della politica di tutti i dicasteri, e cioè delle direttive generali del Ministero, i ministri sono indistintamente consapevoli e per questo solidali e corresponsabili.

In una autodifesa abbastanza recente, 25 gennaio 1949 - don Sturzo sul Popolo polemizzando col senatore Bergamini che difende il Re dal gravame  di aver assunto Mussolini al potere contro le norme statutarie, così scriveva: «Bergamini e compagni vanno prestabilendo una teoria assai pericolosa, quella di far passare per consenso del paese una sollevazione rivoluzionaria e un colpo armato, al quale si inebriarono le autorità che detenevano il potere. Vittorio Emanuele consegnò il potere senza resistere, mentre ben sapeva che dietro Mussolini non vi era alcuna potenza estera e neppure il paese, ma solo un gruppo di avanguardia, molti malcontenti e coloro che speravano negli eventi ». Egli scrive ancora: «Quando i fascisti intimarono a Facta dì presentare le sue dimissioni fu riunito il Consiglio dei Ministri e i convenuti posero il portafoglio a disposizione; Facta andò subito dal Re a raccontare l'accaduto, ma non furono prese misure, non fu fatta una sola perquisizione, non si mandò in prigione un cane ».

Sorvoliamo sulle malinconiche nostalgie di don Sturzo che sognava Regina Coeli rigurgitante di cittadini ammanettati, le mitragliatrici spianate, una reazione borbonica insomma in grande stile. Vogliamo soltanto rammentargli che fra «le autorità le quali detenevano il potere» cui rimprovera essersi inchinate alla sollevazione fascista del 28 ottobre, vi erano tre ministri e 5 sottosegretari di parte popolare (1), e non risulta che don Sturzo, segretario del Partito Popolare li abbia espulsi per abbandono di posto (sarebbe più esatto dire per complicità coi rivoltosi, poiché di questi i popolari funzionarono, come si direbbe ora, da quinta colonna) nel momento del pericolo, egli che fu sempre così spietato nell'esigere dai suoi sottoposti l'assoluta esecuzione di ordini perentori.

Non bisogna dimenticare che alla metà di aprile del 1923, intervistato dal corrispondente parigino dell'Excelsior egli faceva questa confessione: «Solo il partito popolare è ancora in piedi e sostiene Mussolini; perché se Mussolini scomparisse, sarebbe in Italia il caos e l'anarchia». Ed aggiungeva: «Il partito popolare non potrebbe seguire Mussolini in una alleanza che avesse per base la morte della Germania». Di tutto quello che ha fatto Mussolini e che era nel desiderio suo, di don Sturzo, costui ne fa ora colpa al Re, soltanto perché gli avvenimenti hanno volto alla catastrofe. Sotto la sua ispirazione e guida il Partito Popolare ha concesso, oltre ai pieni poteri, la fiducia a Mussolini in materia finanziaria, in materia di riforme dei codici, in materia di esercizio provvisorio, in materia di riforma elettorale, anche se al passaggio della discussione degli articoli si è astenuto. E' senza dubbio il trionfo dell'equivoco, che ha sempre costituito la sostanza etica e politica di questo partito. Ed è sopratutto inconcepibilmente strano che questo sacerdote, educato, votato, come dovrebbe essere, all'umiltà ed alla carità cristiana, si affannasse a far dare dai suoi dipendenti ed a dare egli stesso dimostrazioni di incondizionato amore e di sconfinata fiducia a quella turba di camicie nere contro le quali egli pretendeva che il Re spianasse le mitragliatrici.

Difficile pertanto stabilire la morale di questo strano politicante. Severo contro il Sovrano perché non ha fatto fare piazza pulita di quei giovani fascisti entusiasti, la maggior parte combattenti guidati da ufficiali decorati e super decorati, tacitamente approva l'eccidio compiuto dai fascisti contro operai inermi a Torino la sera del 18 dicembre del 1922 - a poco più di un mese e mezzo dalla marcia su Roma quando un bando del fascio diffida i più noti capi del sovversivismo torinese a lasciare la città ed il Piemonte entro 24 ore. Fra i colpiti vi sono Terracini, Gramsci e l'on. Rabezzana; 400 persone fuggono da Torino e si danno alla macchia braccate dai fascisti. Gli iscritti dei partiti sovversivi non possono circolare oltre la mezzanotte se non muniti di lasciapassare del fascio. Il funerale delle vittime è fatto senza alcuna funzione religiosa data la solidarietà dei democristiani col fascio locale. La Stampa insorge contro il barbaro eccidio e per la crudeltà esercitata su alcune vittime, legate ad un camion e trascinate per le vie cittadine. Alla sera del 20, la città semibuia e sotto il terrore, don Sturzo parla al teatro Alfieri, dopo un abboccamento con un manipolo di camicie nere. Deplora la instabilità dei governi che, con ogni legge elettorale, in 74 anni ci dettero 69 ministeri ed elogia il nuovo Governo che chiama «Comitato di salute pubblica». Parla di carità cristiana e di amore del prossimo, ma non una parola per le vittime, non una parola di cordoglio. Fa invece una invocazione ad un governo forte che ha tutta l'apparenza di una giustificazione del massacro del quale il quotidiano torinese fa risalire la responsabilità al Ministero al quale partecipano tre ministri e cinque, sottosegretari popolari.

Un giornalista che lo conosceva bene e che ora è finito proprio a capo dell'ufficio romano di corrispondenza della edizione milanese del democristiano Il popolo, Antonio Petrucci, quando era redattore del Tevere aveva ammonito il sacerdote allora fuoruscito, «in combutta coi nostri nemici, disonorando di fronte al mondo al tempo stesso e il sangue che ha nelle vene e la veste che indossa». E questo livore, dice il Petrucci, don Sturzo lo scatena unicamente perché spinto dall'ambizione delusa: «Livida come il volto la sua prosa è quella del libello, la sua arma non ha la carità di Cristo ma la menzogna dei sepolcri imbiancati». E continua con frasi severe per le «truffe di questo sacerdote dal naso lungo ma dallo scarso fiuto», volendo ricordare le contraddizioni del partito popolare, prima al governo con Nitti, poi con Bonomi, con Giolitti, con Facta e quindi con Mussolini, ma contemporaneamente trescante col socialismo bolscevizzante e con la democrazia massonica: quella tresca che creò il disordine e portò alla disgregazione dell'istituto parlamentare e l'annullamento del potere governativo, con lo sbocco naturale nella rivoluzione fascista. Sorpreso da questa, egli cercò con abilità di inserirsi, preoccupato più della propria situazione elettorale che degli interessi nazionali. Ma la travolgente conquista del fascismo fa tramontare anche  Don Sturzo le cui arti non hanno presa sul tribuno romagnolo. Nessuna delle formule tradizionali della nostra politica era riuscita ad impedire l'affermazione del fascismo.

Ma la tattica sturziana ha fatto scuola e riappare dopo il 25 luglio quando i politicanti solleciti soltanto a respingere ogni loro responsabilità nella catastrofe, si accaniscono ad accusare il Re. In questo triste, angoscioso spettacolo di acredine ingenerosa (tanto più deplorevole in quanto spiegata da un partito che afferma avere per programma le massime del Vangelo) non possiamo escludere nemmeno alcuni esponenti della Chiesa che, con la Democrazia Cristiana furono concordi, alleati delle sinistre estreme nel silurare la Monarchia. Il giorno in cui la guerra si rivelò sfavorevole all'Italia monsignor Montini preparò il piano di difesa del Papato: alleanza con le democrazie di tutte le gradazioni e di tutti i colori, dalla comunista alla repubblicana - malgrado vi si opponessero i contrastanti concetti di libertà - buttare a mare il fascismo ed identificare questo con la Monarchia, quindi combatterla al fine di crearsi un alibi. Di qui la alleanza della Democrazia Cristiana coi comunisti assieme ai quali visse affratellata nei Comitati di Liberazione, strettamente legata nelle responsabilità dei massacri del Nord e nella compilazione di quelle leggi anti-giuridiche ed anticristiane intese a punire i seguaci di un regime che Vaticano e Democrazia Cristiana avevano fortemente contribuito a creare e che avevano ancora esaltato appoggiato e potenziato.
Quale differenza di condotta e di linguaggio nel confronto fra gli anni del passato regime e l'epoca attuale! Osanna e crucifige. Ma il Cristo è stato il Sovrano.


Questo atteggiamento promosso da monsignor Montini, si è riversato a danno della Chiesa stessa, senza che fino ad ora si sia trovata la via d'uscita, dopo che andò fallito il tentativo del Papa alla vigilia del 2 giugno 1946; esso aprì bensì gli occhi dei fedeli contro il pericolo del filocomunismo dei democristiani ma non riuscì a salvare la Monarchia come sarebbe stato nel desiderio del Santo Padre. E pertanto certi atteggiamenti recenti degli ambienti Vaticani e dello stesso monsignor Montini verso l'Azione Cattolica, denotano chiaramente il disagio nel quale si è cacciata la Chiesa e l'impossibilità di uscirne. Caduta la Monarchia, è venuto a mancare il muro divisorio fra Chiesa e Stato, «le due parallele che non devono mai incontrarsi», come diceva Giolitti; ma avvenuta la collusione si sono determinati fenomeni preoccupanti che preludono a gravi, incalcolabili conseguenze tanto per la Chiesa che per il Paese.

venerdì 15 maggio 2015

INIZIATIVA COMMEMORATIVA DELL' ESERCITO ITALIANO - 16/19 MAGGIO 2015




COMUNICATO STAMPA
“L’Esercito marciava” attraversa il Lazio

Dal 16 al 19 maggio i villaggi allestiti dall'Esercito a Cassino, Roma e Viterbo per commemorare il centenario della Grande Guerra con mostre, mezzi storici, concerti e filmati

Roma, 13 maggio 2015 - In occasione delle commemorazioni europee per il centenario dell’inizio della Grande Guerra, l’Esercito Italiano ha realizzato il progetto “L’Esercito marciava”.
Si tratta di una rievocazione simbolica dell’afflusso al fronte degli italiani chiamati alle armi dai punti più lontani del territorio italiano, attraverso l’organizzazione di una “staffetta” partita da Trapani lo scorso 11 maggio alla quale partecipano nuclei podistici composti da 600 militari.
Questi, alla stregua di tedofori, portano la bandiera italiana attraverso tutto il territorio nazionale e, correndo ininterrottamente per circa 4200 km lungo l’arco delle 24 ore, raggiungeranno Trieste nella serata del 24 maggio.
Nelle principali città attraversate dalle staffette, sono programmate un totale di 45 attività socio-promozionali e commemorative, che prevedono il diretto coinvolgimento della cittadinanza, con particolare riferimento agli studenti di alcuni istituti scolastici.
Tre gli appuntamenti laziali: Cassino, Roma e Viterbo.
Roma l’evento si svolgerà dal 16 al 19 maggio nei pressi della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme e prevede, oltre a quella dell’Esercito Italiano, la partecipazione del Ministero della Difesa, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e la Valutazione del Sistema Nazionale di Istruzione; Direzione Scolastica Regionale), di Roma Capitale, dei Corpi Ausiliari della Croce Rossa Italiana e dell’Istituto Luce Cinecittà.
L’area espositiva allestita dal Comando Militare della Capitale sarà inaugurata il 16 maggio alle 10:00 e offrirà gratuitamente fino al 19 maggio dalle 10:00 alle 19:00 proiezioni cinematografiche, concerti di bande e fanfare, visite all’area archeologica e ai musei, dimostrazioni ginnico-militari, simulatori di guida e di volo, ricostruzioni storiche, esposizione di mezzi e materiali dell’Esercito.
L’evento capitolino darà la possibilità di visitare un posto di medicazione ambientato in uno scenario della 1^ Guerra Mondiale organizzato dal Corpo Militare della Croce Rossa Italiana e dal Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana in uniforme d’epoca.
Nella sala Rocca della Direzione Generale del Cinema del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo sarà possibile assistere alla proiezione del film "Fango e Gloria", realizzato con il patrocinio del Ministero della Difesa e prodotto dall’Istituto Luce Cinecittà e dalla Baires Produzioni.
Sarà anche presentata una selezione di 8 filmati originali provenienti dagli archivi storici dell’Istituto Luce, che racconteranno la “Storia d’Italia”, dall’ingresso in guerra a Caporetto, passando per il fondamentale ruolo delle donne nella prima Guerra Mondiale.
Imperdibile la riproduzione di uno dei più grandi successi di Charlie ChaplinCharlot soldato (Shoulder Arms), un film interpretato, diretto e prodotto da Charlie Chaplin proiettato la prima volta il 20 ottobre 1918 e presentato, in anteprima, nella versione restaurata dalla Fondazione Cineteca di Bologna.
Nelle 4 giornate dedicate all’evento, si potranno osservare i cimeli custoditi dai Musei Storici dei Granatieri e della Fanteria e assistere alla proiezione di cortometraggi sulla Storia del Milite Ignoto e sui Granatieri di Sardegna realizzati dall’Istituto Luce.
Per l’occasione, il personale del MIBACT - Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma, guiderà tutti i visitatori che raggiungeranno l’area archeologica di Santa Croce in Gerusalemme alla visita della residenza imperiale dei Severi, realizzata tra la fine del II° e gli inizi del III° secolo d.C., del palazzo imperiale di Costantino, e della domus di via Eleniana con affreschi e mosaici di particolare pregio.
Una mostra statica di mezzi dell’Esercito provenienti dal Museo Storico della Motorizzazione Militare, dal Comando Aviazione dell’Esercito, dal Reggimento Lancieri di Montebello, dalla Scuola Trasporti e Materiali, dal 17° Reggimento Artiglieria Contraerei, dal Centro di Eccellenza Counter IED, dal 6° Reggimento Genio Pionieri e dal 3° Reggimento Trasmissioni ripercorrerà la storia dei veicoli utilizzati dai soldati italiani, dalla prima Guerra Mondiale ai giorni nostri.
Ci sarà anche un percorso di “military fitness” che permetterà a tutti i visitatori di misurarsi con dei particolari esercizi ginnico-militari assistiti dagli istruttori del 186° Reggimento Paracadutisti “Folgore” di Siena. Gli appassionati di moto e di volo potranno cimentarsi nella guida di una Cagiva W12 e di un elicottero A129 Mangusta con i simulatori della Scuola Trasporti e Materiali e del Comando Aviazione dell’Esercito.
La “staffetta”, partita da Trapani lo scorso 11 maggio, raggiungerà Cassino il 18 maggio alle ore 20:00 dove ad attenderla ci sarà lo stand promozionale allestito dall’80° Reggimento Addestramento Volontari “Roma” in piazza Armando Diaz.
Il 19 maggio il tedoforo partirà alla volta di Roma dove giungerà alle 10:00 e, dopo aver attraversato l’esposizione di Santa Croce in Gerusalemme alle 10.30, raggiungerà alle 11:00 il Vittoriano per rendere omaggio ai caduti del primo conflitto mondiale e di tutte le guerre percorrendo la scalea dell’Altare della Patria sino al Sacello del Milite Ignoto.
 Momento importante dell’iniziativa del 19 sarà la cerimonia di consegna ad alcuni alunni eredi degli italiani che hanno partecipato alla 1^ Guerra Mondiale degli “stati di servizio”, il documento che contiene tutte le informazioni riguardanti i compiti svolti, ai reparti di appartenenza, alle malattie, ferite che hanno coinvolto il militare dalla visita d’incorporamento al congedo e che, quasi fosse un “diario”, permetterà ai nipoti di avere la possibilità di conoscer meglio e più da vicino il proprio avo, rivivendo gli aspetti bellici che l’hanno visto protagonista con il suo reggimento e i suoi compagni.
Saranno, inoltre, premiati i vincitori del concorso fotografico “La via della Grande Guerra”, bandito dallo Stato Maggiore dell’Esercito e rivolto agli studenti delle scuole primarie e secondarie di I° e II° grado con l’obiettivo di coinvolgere i giovani nel ricordo attualizzato della Grande Guerra attraverso scatti di strade cittadine intitolate ad eventi e luoghi del primo conflitto mondiale.
L’ultima tappa laziale della staffetta sarà allo stand realizzato dal Comando dell’Aviazione dell’Esercito a Viterbo in piazza della Rocca dove è attesa alle 20:00.

Programma Cinematografico:
-Sala Rocca c/o Direzione Generale per il Cinema
16 maggio
ore 16.00 Charlot soldato (1918, Gran Bretagna) di Charlie Chaplin
ore 17.00 Fango e gloria – La Grande Guerra (2014, Italia) di Leonardo Tiberi
17 maggio
ore 16.00 Fango e gloria – La Grande Guerra (2014, Italia) di Leonardo Tiberi
ore 18.00 Charlot soldato (1918, Gran Bretagna) di Charlie Chaplin
18 maggio
ore 10.00 Selezione di filmati dell’Istituto Luce
ore 11.30 Selezione di filmati dell’Istituto Luce
ore 16.00 Selezione di filmati dell’Istituto Luce
ore 17.00 Fango e gloria – La Grande Guerra (2014, Italia) di Leonardo Tiberi
19 maggio
ore 10.00 Selezione di filmati dell’Istituto Luce
ore 11.30 Selezione di filmati dell’Istituto Luce
ore 16.00 Fango e gloria – La Grande Guerra (2014, Italia) di Leonardo Tiberi
ore 18.00 Charlot soldato (1918, Gran Bretagna) di Charlie Chaplin

Concerti:
-Teatro del Fante c/o Museo Storico della Fanteria
16 maggio
ore 18.00 Banda dell’Esercito Italiano
17 maggio
ore 15.30 Banda del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana
ore 18.00 Saxophone Quartet della Banda dell’Esercito Italiano
18 maggio
ore 18.00 Musica d’ordinanza della Brigata Granatieri di Sardegna e Coro del Lunedì
19 maggio
ore 10.15 Musica d’ordinanza della Brigata Granatieri di Sardegna e Coro dell’Istituto Scolastico “Giovanni Paolo II”
ore 18.00 Musica d’ordinanza della Scuola Trasporti e Materiali dell’Esercito

Visite Archeologiche:
-Area archeologica di Santa Croce in Gerusalemme
dal 16 al 19 maggio, dalle 10.00 alle 19.00 visita libera
dal 16 al 19 maggio alle ore 11.00, ore 12.00, ore 16.00 e ore 17.00 visite guidate della residenza imperiale dei Severi, del palazzo imperiale di Costantino e della domus di via Eleniana
 Eventi:
dal 16 al 19 maggio, dalle 10.00 alle 19.00
- Mostra cimeli di guerra - Museo Storico dei Granatieri
- Military fitness – area espositiva
- Simulatore di volo e guida moto – area espositiva
- Mostra di mezzi storici e moderni– area espositiva
19 maggio
ore 10.00 cerimonia di consegna attestati di servizio – Teatro del Fante
ore 10.15 esibizione Coro dell’Istituto Scolastico Giovanni Paolo II – Teatro del Fante
ore 10.30 passaggio del tedoforo da Santa Croce in Gerusalemme – Teatro del Fante
ore 10.45 premiazione concorso fotografico “La via della Grande Guerra” – Teatro del Fante
ore 11.00 passaggio del tedoforo dall’Altare della Patria – p.zza Venezia

Maggiore Andrea M. Gradante
Ufficiale Addetto alla Pubblica Informazione
Comando Militare della Capitale
via Scipio Slataper, 2
00197 Roma
tel. 06.809954512
mob. 347-57.47.767
sotrin: 1054512