NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 25 maggio 2018

Ma che bella la monarchia (degli altri)


 Pubblicato da: Giuseppe Varlaro

A guardare il royal wedding verrebbe voglia di fare i nostalgici, anche se l'ultima puntata dei reali italici sulle frequenze della storia non è stata affatto felice

Non posso nascondere che il matrimonio della Corona Britannica tra il principe Harry e Meghan mi abbia emozionato non poco, sia per la cerimonia che per i ricordi della Monarchia e di tutti i richiami alle tradizioni. A parer mio, anche questa forma di governo può essere efficace. Il 2 giugno del 1946, come tutti o quasi gli Italiani sanno, la Monarchia di fatto vinse  le elezioni ma, dati i numerosi brogli elettorali, la vittoria venne data alla Repubblica. Non sono un nostalgico monarchico di Covelliana memoria ma, vedere l'ottimo stato di salute della monarchia britannica in confronto della nostra malandata Repubblica, umilia non poco il mio spirito patrio e spero anche il vostro. Certo, la monarchia assoluta oggi non sarebbe neanche pensabile al cospetto del cosiddetto spirito democratico. Ma chi ha detto che la democrazia è l'unica forma di governo possibile al mondo? Riprova è che, nel mondo, esistono tante altre forme di governo felici. La sensazione di solidità, di presenza, di sorveglianza, soprattutto di continuità che la monarchia infonde nei sudditi si può ben paragonare anche alla più evoluta delle democrazie come quella americana. Solo in Europa abbiamo il Belgio, Gran Bretagna, Danimarca, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Spagna, Andorre con monarchia parlamentare, Liechtenstein, Svezia e Monaco monarchia costituzionale, Stato Vaticano monarchia assoluta. Come si evince, solo in Europa ne esistono dodici come le stelle che sono raffigurate nella bandiera europea. Certo, il lato folkloristico e glamour delle teste coronate non può farci dimenticare l'epilogo del Re d'Italia Vittorio Emanuele III° che terminò, miseramente, il regno di casa Savoia dopo 85 anni. Ripeto non sono assolutamente un nostalgico monarchico ma vedere oggi lo stato di salute della casa d'Inghilterra e confrontandolo con la nostra Repubblica dilaniata negli anni dalle destre e dalle sinistre, ora in mano ai grillini e leghisti cosiddetti Populisti, mi dà da pensare... Stato fallito di fatto dal 2008, inserito in un Unione Europea che è unita solo nella moneta ma in null'altro. Lasciatemi gridare: "Dio salvi il Re e la Regina"!


giovedì 24 maggio 2018

RICORDARE LA CITTA’ DI FIUME


Conversazione sull'ultimo libro di Giovanni Stelli “Storia di Fiume ed. Biblioteca dell’Immagine.


Presso HOTEL CAVALIERI – Piazza Missori 1 – Milano

26 maggio 2018 - ore 11

Saluto del Presidente del Comitato ANVGD di Milano Matteo Gherghetta
Saluto del Presidente Associazione Fiumani Italiani nel Mondo-Libero Comune di Fiume in esilio - dr. Guido Brazzoduro

Intervengono: Marino Micich (Direttore Archivio-Museo storico di Fiume) e l’autore Giovanni Stelli (presidente della Società di Studi Fiumani)

mercoledì 23 maggio 2018

La politica del Re soldato. Vittorio Emanuele III e la Grande Guerra


di Eugenio Di Rienzo

Nella ricorrenza del centenario della Grande Guerra, numerosi sono stati gli studi che hanno cercato di analizzare e, soprattutto, di comprendere un fenomeno complesso come quello della prima “apocalissi della modernità”. E, nonostante l’argomento sia stato sempre al centro dell’attenzione degli storici, è indubbio che nuovi approcci metodologici e nuove prospettive abbiano arricchito le interpretazioni del conflitto e, soprattutto, abbiano dato dello stesso una visione più complessa e articolata di quanto non fosse stato fatto in precedenza. In tal modo, si sono affrontate le ricadute socio-economiche del conflitto, se ne sono contestualizzate le implicazioni culturali, si è dato spazio alla dimensione internazionale della guerra e ci si è soffermati anche sulla dimensione extraeuropea di questo evento.
In questa variegata produzione relativa al primo conflitto globale, si inserisce il libro di Andrea Ungari: “La Guerra del Re. Monarchia, sistema politico e Forze armate nella Grande guerra”, Luni Editrice, 2018. Un saggio importante che intende analizzare un tema sommamente complesso: quello della funzione della monarchia all’interno di questo evento. Tema squisitamente politico, che si ricollega a un rinnovato interesse per il ruolo della Corona nell’Italia liberale, iniziatosi con i volumi di Paolo Colombo e, successivamente, con gli interventi di Fulvio Cammarano, di Gerardo Nicolosi e di Caterina Villa.
In questo libro, Ungari si pone l’obiettivo di rispondere a due domande, parimenti rilevanti dal punto di vista storiografico; il regime politico instaurato dallo Statuto Albertino nel 1848 divenne mai compiutamente una monarchia parlamentare o no? E, all’interno di questo quadro, quale fu il reale peso e ruolo della Corona nell’Italia liberale?
Per quanto riguarda la prima domanda, dalle pagine del lavoro di Ungari emerge chiaramente come l’assetto costituzionale dell’Italia liberale non fu mai pienamente parlamentare; questo per i numerosi poteri che alla Monarchia erano riconosciuti dallo Statuto e, soprattutto, perché i Sovrani sabaudi mai rinunciarono ad esercitare tali poteri. In effetti, nel corso della lunga storia dell’Italia liberale si assisté a una continua tensione tra mondo politico e corona alla ricerca di una delimitazione delle reciproche sfere di influenza. Tale tensione era tipica anche delle altre monarchie europee, ma la particolarità del caso italiano fu dovuta al fatto che mentre all’estero ci si avviò progressivamente verso la parametrizzazione del sistemo politico, in Italia la Dinastia mantenne intatti tutte le sue prerogative fino all’ascesa del fascismo. Nel corso della Grande guerra, poi, la dialettica tra governo e istituto monarchico assunse toni paragonabili solo al periodo delle guerre risorgimentali e del decennio post-unitario. In questo periodo, infatti, lo scontro vide da un lato collocarsi i governi di guerra, e i ministri che li componevano, e, dall’altro, il Comando supremo e la corona, che nel corso del conflitto, pur cercando di rimanere neutrale e di mediare tra le parti in lotta, dimostrò a più riprese di appoggiare il Generalissimo Cadorna. 
Nelle valutazioni del Re vi era la convinzione che prioritario fosse portare il paese alla vittoria e, dunque, che il Comando supremo dovesse essere lasciato libero di operare, senza le inframmettenze della politica e dei giochi parlamentari. Già da queste poche battute appare chiaro come la risposta di Ungari al primo quesito si orienti nella direzione di negare al sistema costituzionale italiano una dimensione compiutamente parlamentare, in considerazione dell’evidente “mancata riconsiderazione dei poteri statutari che erano concessi al sovrano”.
L’analisi del ruolo di Vittorio Emanuele III nel periodo bellico consente, altresì, di rispondere anche al secondo quesito. Scorrendo le pagine del volume, ricco di documentazione archivistica originale, italiana e straniera, appare chiaro il carattere di perno che la monarchia svolse dal 1915 al 1918. Il Re, infatti, nel corso del conflitto non solo divenne il punto di mediazione del governo e, dunque, della classe dirigente liberale nello scontro con il Comando supremo, ma fu anche l’elemento al quale si affidarono gli Alleati per ottenere la garanzia del mantenimento degli impegni siglati con il Patto di Londra. Non minore fu il carattere simbolico che la dinastia assunse, grazie alla costante presenza di Vittorio Emanuele nelle trincee del lungo fronte italiano. Il Sovrano, come ricordò Joseph Rudyard Kipling nel suo reportage sulle vicende belliche del fronte dolomitico (The War in the Mountains), condivise, in parte naturalmente, con i suoi soldati i travagli del conflitto in prima persona, contribuendo a edificare quel mito di “Re soldato” che ebbe larghissima diffusione in Italia e fuori del nostro Paese.
In questa prospettiva, Ungari si spinge ancora più in là, restituendoci un’immagine complessa del sovrano e, per certi aspetti, assolutamente innovativa, ben lontana dalle precedenti visioni stereotipate. Dalle pagine del suo libro si profila l’immagine di un regnante che partecipò alla temperie culturale ed emotiva della nostra classe dirigente (politica ma soprattutto intellettuale), la quale si decise a favore dell’intervento sì per completare il Risorgimento nazionale ma anche con l’obiettivo di realizzare un’Italia più grande, che potesse giocare un ruolo politico sia nei Balcani, sia nel Mediterraneo. 
Vittorio Emanuele III emerge, dunque, come figura centrale del sistema politico, croce e delizia del ceto politico che, se da un lato, proteggeva dagli attacchi delle fazioni neutraliste, dall’altro, teneva sotto tutela, temendo la frammentazione del sistema istituzionale che si era profilata dopo l’uscita di scena di Giolitti e l’allargamento del suffragio.
Un buon libro, dunque, quello di Ungari che ci porta per mano nei meccanismi concreti del sistema politico liberale, gettando nuova luce sui rapporti che caratterizzarono le élites politiche e il sovrano. In estrema sintesi, la sua analisi bene spiega le aspirazioni di Vittorio Emanuele III, le sue contraddizioni e la sua progressiva disaffezione per il mondo politico che proprio nel corso del grande conflitto cominciò a emergere e che avrebbe avuto le sue fatali conseguenze nell’infuocato primo dopoguerra fino alla tragica data del 28 ottobre 1922.


da www.corriere.it

24 Maggio


lunedì 21 maggio 2018

Stalin chiese a Pio XII l’ambasciata in Vaticano


I colloqui segreti tra Urss e Santa Sede

Josip Stalin, il dittatore comunista che perseguitava i cristiani, Pio XII, il Papa anticomunista. Nel febbraio 1952, in piena Guerra fredda, il leader sovietico avrebbe tentato un riavvicinamento tra la Santa Sede e l’Unione Sovietica. Una trattativa ufficiosa e ancora embrionale, che si sarebbe protratta fino all’inizio del marzo 1953, quando il leader sovietico morì, con il conseguente naufragio del progetto. 
Colloqui informali avvenuti in gran segreto, nella residenza di Falcone Lucifero, ministro della Real Casa, con l’interessamento del Re in esilio Umberto II
È quanto emerge da un verbale di 40 cartelle, fino ad oggi inedito, dove sono messi nero su bianco i resoconti dei colloqui che attestano l’offerta di Stalin. Per l’Unione Sovietica i contatti erano condotti dallo storico comunista Ambrogio Donini, studioso delle religioni, ambasciatore italiano in Polonia nel 1947, senatore della Repubblica eletto nelle liste del Pci dal 1953 al 1963. Per il Vaticano c’era il gesuita padre Giacomo Martegani, direttore della Civiltà Cattolica, che incontrava Papa Pacelli due volte al mese per ragioni d’ufficio.

[...]

Dal verbale emerge che Umberto II era al corrente della trattativa. Informato di tutto era anche l’arcivescovo di Genova l’arcivescovo di Genova Giuseppe Siri, uno dei cardinali più vicini a Pio XII.  









Carlo Alberto: Presentazione di due volumi nella mostra "Il Re nuovo"



Nell’ambito della mostra, Giovedì 24 maggio, alle ore  17,00 a cura di Luca Leoncini,  Direttore delle Collezioni del Palazzo Reale e di Francesco Perfetti,  storico di chiara fama, verranno presentati i Volumi:

Il Re Nuovo,  Carlo Alberto ed il Palazzo Reale di Genova, Catalogo della Mostra
e
Niccolò Rodolico, Carlo Alberto Nino Aragno Editore,  2018

Niccolò Rodolico (1873 – 1969) è stato un insigne storico, docente all’Università di Messina e poi a quella di Firenze, Accademico dei Lincei. A lui è dedicato un Liceo in Firenze.
Ha studiato in modo particolare la vita e l'opera di Re Carlo Alberto.
Il Re Umberto II  lo nominò per i suoi meriti scientifici, membro della Consulta dei Senatori del Regno e gli attribuì l'Ordine Civile di Savoia.

Il Palazzo Reale di Genova è vicinissimo alla Stazione di Genova Principe.

domenica 20 maggio 2018

150° anniversario della costituzione del Reggimento Corazzieri


Aggiungi didascalia
Era il 7 febbraio 1868 quando, per ordine del Ministero della Guerra, vennero concentrati a Firenze 80 Carabinieri a cavallo destinati come scorta d’onore al corteo reale che doveva formarsi allorquando la Principessa Margherita di Savoia, andando in sposa al Principe Umberto, sarebbe entrata solennemente in città. I Carabinieri indossarono gli elmi e le corazze già impiegate alle nozze del Duca di Savoia. Questa volta, però, lo squadrone non venne subito disciolto ma destinato alla guardia dei reali appartamenti e scorta d’onore alla persona del Re. I singoli componenti dello speciale reparto dovevano possedere, oltre a peculiari doti fisiche di statura, particolare robustezza ed abilità nel montare a cavallo, distintissimi requisiti d’onore morale e disciplinare. Il Reparto assunse nel tempo varie denominazioni. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, all'esito del referendum istituzionale, Umberto II sciolse i Carabinieri Guardie del Re dal giuramento alla sua persona ma non da quello di fedeltà alla Patria. Deposta momentaneamente la tradizionale corazza e sotto il nome di Squadrone Carabinieri a cavallo, il Reparto proseguì nell'attività di guardia al capo provvisorio dello Stato. L’11 maggio 1948, in occasione dell’insediamento del Presidente Enaudi, venne deciso che i Carabinieri Guardie riassumessero la loro primitiva veste e denominazione. Nei decenni successivi vi furono ulteriori modifiche nell'articolazione e lo Squadrone diventò prima Gruppo Squadroni e poi Comando Carabinieri Guardie del Presidente della Repubblica. Nel 1990 assunse rango reggimentale con il nome di Reggimento Carabinieri Guardie della Repubblica ed il 24 dicembre 1992, con Decreto del Presidente della Repubblica, venne fissata l’attuale denominazione del Reparto in Reggimento  Corazzieri.

La bellissima foto viene pubblicata grazie alla cortesia dell'Amministratore della pagina facebook Grigio Verde

Il libro azzurro sul referendum - XI cap - 5

Precisazioni sulle responsabilità:


Lettera del Segretario Generale del P.D.I. all’on. Alcide De Gasperi Presidente del Consiglio:

Signor Presidente, il Consiglio dei Ministri ha questa sera approvato «a maggioranza » (con l’inserimento a verbale della formale protesta di uno dei ministri, uno schema il provvedimento che determina il funzionamento di un governo provvisorio repubblicano. Premessa di tale provvedimento è la proclamazione del risultato del referendum che dovrebbe essere fatta domani mattina dalla Cassazione, calcolando secondo l’arbitraria interpretazione della legge proposta dalla relazione del Governo la maggioranza in base ai voti validi e non agli elettori votanti. E’ mio dovere segnalarle, signor Presidente, le gravissime conseguenze di quanto stassera il suo governo ha deliberato. In sede giuridica appare manifesta la decisione di violare la legge sul referendum, preparata ed imposta dal suo stesso Governo. In sede politica la frettolosa costituzione del governo provvisorio repubblicano, generato nell’illegalità ed imposto con la forza delle armi equivale ad un colpo di stato che non può lasciare indifferenti gli undici milioni di monarchici che hanno partecipato alle votazioni,
confidando nella lealtà e nella legalità del governo, né quelle altre forze politiche, che verso di essi stanno convergendo. La situazione che si è già sviluppata nel mezzogiorno, contrariamente alla volontà dei dirigenti responsabili, è sufficientemente grave. E’ augurabile per la salvezza d’Italia che nuovi elementi non la rendano irrimediabile. Se sarà attuato quanto stasera il suo governo ha deciso, l’opera di pacificazione, alla quale per invito di Lei, signor Presidente, e conformemente al mio stesso desiderio, mi sono dedicato prima, durante e dopo le elezioni, sarebbe in ogni caso compromessa: niente e nessuno potrebbe evitare una dolorosa frattura dell’unita spirituale e forse della stessa unità politica della Nazione. In tali condizioni, signor Presidente, due provvedimenti a mio avviso si impongono per riportare ed assicurare la pace negli animi:
1° - Lasciare la Cassazione assolutamente libera, nella sostanza e nella forma, di determinare l'uso del «referendum » secondo la legge.
2° - Subordinare la formazione d’un eventuale governo provvisorio repubblicano ad un impegno solennemente preso da tutti i partiti e garantito internazionalmente di sottoporre ad un nuovo e regolare referendum il problema istituzionale.
Ho tentato inutilmente questa sera, di conferire con lei, signor Presidente, per esporle direttamente quanto forma oggetto di questa lettera, in relazione anche alle responsabilità che per il Governo e per Lei ne derivano.
Ma sopratutto intendevo, come intendo, fare appello alla Sua coscienza di cristiano, d'italiano e di democratico, perché alla nostra Patria siano evitate nuove iatture
8 giugno 1946.
ENZO SELVAGGI

sabato 19 maggio 2018

Piccolo grande Re


Vittorio Emanuele III - Un'altra storia

La storia di Vittorio Emanuele III è stata finalmente riscritta.

Questo libro, ora nella sua seconda edizione ampliata ed aggiornata,  costituisce infatti la prima biografia realmente revisionista sul conto del penultimo Re d’Italia. L’autore ha infatti inteso approfondire le ricerche su Vittorio Emanuele III, ricercando quelle verità, finora sconosciute, riguardo sia il personaggio storico, come anche relativamente all’uomo, nel tentativo di volerlo inquadrare storicamente ed umanamente nella maniera più serena e pertanto più obiettiva, scevra quindi da qualunque condizionamento politico.
 La pacata ricerca della verità, quindi, intesa come logica esattezza delle cose, è stato il motore principale di tale ricerca, ritenendo semplicemente corretto fornire finalmente una sorta di difesa, anche se solo virtuale, che appunto a Vittorio Emanuele III, in quel “processo” storico in cui, di fatto, non gli è mai stata davvero concessa e che lo vede nella figura di “imputato” quasi unico, oramai da 70 anni, per tutti gli eventi negativi derivanti dal fascismo e dalla seconda guerra mondiale.
Già il titolo di questo libro lascia intendere che a Vittorio Emanuele III l’autore abbia saputo riconoscere dei meriti, oltre che sottolinearne ovviamente anche gli errori, sebbene umanamente comprensibili, proprio analizzandone il personaggio, iniziando dal punto di vista umano, prima ancora che da quello del Sovrano. Secondo tale orientamento, quindi, fatti noti come l’avvento del fascismo in Italia, la pretesa “complicità” con lo stesso Mussolini, il 25 luglio, l’8 settembre, il Regno del Sud, l’abdicazione, l’esilio, ma anche i difficili anni del primo novecento, il colonialismo, la prima guerra mondiale, il primo dopoguerra, il biennio rosso, sono stati descritti ed analizzati secondo una prospettiva diversa da quella massimamente diffusa, fornendo alla fine un’immagine molto più obiettiva e pertanto quasi irriconoscibile di Vittorio Emanuele III, il tutto al solo fine di rendere onore alle parole di Publio Cornelio Tacito quando affermava che “La Storia non è partigiana. La Storia non ha partito politico. La Storia è solo il tempo che viene narrato e descritto”.
Proprio il significato più puro di questa affermazione è stato il vero filo conduttore di questo, come di tutti gli altri lavori svolti finora dall'autore, nella sua veste di storico e di biografo di Casa Savoia.
Questa frase di Publio Cornelio Tacito, antica oramai di quasi 2000 anni, è stata quindi tenuta presente in ogni passaggio della stesura di questo libro incentrato sulla figura di Vittorio Emanuele III, cosa che finora pochissimi storici, ovvero autori di libri o articoli scritti sul suo conto, hanno dimostrato di aver saputo (o voluto) fare, preferendo, invece, spesso allinearsi ai dettami della storia cosiddetta “ufficiale”.
Nelle pagine di questo libro, l’autore ricorda spesso che Vittorio Emanuele III, durante il suo regno, ha dovuto affrontare eventi a dir poco determinanti, se non proprio assolutamente cruciali, per la vita e la storia d'Italia.
Vittorio Emanuele III, che il "mestiere di Re" (come egli stesso usava indicare il suo importante ruolo istituzionale)  proprio non avrebbe voluto farlo, si ritrovò invece a doverlo fare in un periodo tremendo ed a dover prendere quindi decisioni, spesso da egli stesso non condivise, ma comunque ritenute assolutamente necessarie per la vita e la sopravvivenza dello stesso Paese.
Naturalmente, non appena finita la seconda guerra mondiale, sappiamo tutti (e bene) che Vittorio Emanuele III è stato fin da subito il bersaglio preferito e condiviso da più parti (anche ideologicamente opposte) che hanno trovato comunque utile e conveniente riversare su di lui colpe vere o presunte, ma ad ogni modo senza mai dargli la giusta possibilità di replica.
È caratteristico di ogni tirannia la negazione del diritto, a partire proprio dalla negazione del diritto ad un giusto processo e pertanto a quello di una giusta difesa, da qualunque tipo di accusa; questo, purtroppo, è ciò che invece è avvenuto sul conto di Vittorio Emanuele III e che massimamente continua ad avvenire.
In questo libro Guglielmo Bonanno di San Lorenzo ha cercato quindi di scremare qualunque forma di condizionamento ideologico e/o politico e di adottare quindi la necessaria serenità nel ripercorrere, una dopo l'altra, le maggiori accuse rivolte a Vittorio Emanuele III nel corso di questi ultimi 70 anni circa, assumendone una ideale ed ipotetica "difesa" in quel processo storico che dura dal 1946 e che ha visto quest’ultimo unicamente nella figura di accusato, senza facoltà di replica.
Non è questo un compito facile per un autore, anzi. Proprio perché esseri pensanti, tutti noi siamo portati a modellare un fatto, un evento o un personaggio storico ai nostri desideri o talvolta ai nostri auspici. Proprio per questo motivo ogni passaggio di questo libro è stato oggetto di un’attenta valutazione, relativa proprio alla maggiore esattezza storica possibile (in virtù della documentazione in possesso) e della voluta moderazione, a partire dalla terminologia adottata, proprio per non dare all’insieme l’immagine di un testo orientato, come quasi sempre avviene invece quando si analizzano periodi storici o personaggi di una certa particolarità o importanza.
Da questo libro, di Vittorio Emanuele III ne emerge quindi la figura dell’uomo, prima ancora di quella del Re, assolutamente diversa da quella a cui siamo stati "abituati" a riferirci finora, tanto che a tratti appare quasi incredibile, quasi non si stesse parlando di lui, visto quanto finora è stato detto e scritto sul conto.
In estrema sintesi, in ogni momento della stesura di questo libro, si è voluto sempre tenere presente i concetti di esattezza storica, ritenuta a parere dell’autore, autentica conditio sine qua non, al fine di fare finalmente chiarezza su alcuni dei passaggi più importanti della nostra storia. Una chiarezza utile a tutti coloro che, senza odio e senza astio, hanno a cuore soltanto la Storia, quella vera.
Di grande interesse storico ed umano appare il nuovo capitolo inserito in questa edizione e relativo alle tristemente famose "leggi razziali", oggetto di autentico tormento interiore per il Re Vittorio Emanuele III che mai le volle e che, in ultimo, fu costretto a ratificare, in virtù di quanto spiegato, peraltro in forma assai precisa, dall'autore del libro.
Un volume, questo, indispensabile per poter avere una visione più ampia e trasparente del Re che regnò dal 1900 al 1946, nel periodo indubbiamente più difficile per il nostro Paese.

Per informazioni o per l'acquisto di questo volume, scrivere a libri@guglielmobonannodisanlorenzo.it

I nostri auguri agli sposi







...La Monarchia suscita legami affettivi, familiari, che rendono il senso dello stato più intimo, più facile a stabilirsi nelle coscienze.


Umberto

giovedì 17 maggio 2018

Enzo Tortora, a trent’anni dalla sua morte


 di Emilio Del Bel Belluz 

Sono passati ormai trent’anni dalla morte del grande scrittore e giornalista: Enzo Tortora. 
Una persona buona che il buon Dio aveva fatto nascere in questa difficile terra, per portare speranza. Enzo era un uomo dal cuore nobile, uno di quelle persone che hanno lasciato una scia da imitare con il nostro vissuto. Era seguito in televisione da milioni di persone che attendevano la sera per dimenticare l’asprezza della vita. 
Con il suo programma Portobello, sapeva donare momenti di serenità. La sua vita di uomo di spettacolo e di uomo sincero fu turbata dal suo arresto e da accuse davvero terribili. 
La notizia della sua vicenda giudiziaria riempì le pagine dei giornali ed i notiziari della televisione. Non riuscirò mai a cancellare dalla mia mente il volto disperato di Enzo con le manette ai polsi, e l’aria incredula di chi ha appena appreso di essere entrato in un incubo. 
Non credo vi sia maggiore disperazione nel vedersi accusare di qualcosa di cui non si è colpevoli. I suoi occhi avevano l’espressione di chi non riusciva a reagire per il colpo subito. 
Non potrò mai dimenticare la sua voce tremante legata alla terribile malattia che l’ ha portato in Paradiso. Il buon Dio l’ ha voluto tra i suoi angeli. Vorrei ricordare di lui, che era uno dei giornalisti tra i più raffinati e che aveva scritto pagine memorabili di pugilato. Questi articoli li ho trovati nelle raccolte del settimanale “ L’intrepido “. 
Mai potrò scordare il pezzo che scrisse sulla morte di Primo Carnera in quel lontano 1967, quando era giunto a Sequals per sapere qualche notizia su Primo che stava male. “Caro insostituibile Carnera. Ci ha insegnato tante cose. Che i valori veri, in fondo, sono sempre gli stessi : una terra, una casa, dei figlioli. In quel suo corpaccione enorme, alloggiava un angelo custode. Quando venne il suo momento, e il curato di Sequals arrivò (Carnera era credente, e buon cattolico), Primo disse: “Padre ho picchiato tanto, ma senza cattiveria ”. E’ vero. Picchiò come si può arare, picchiò come si può coltivare la terra . Per averne frutti. Ora non c’è più. Chissà che direbbe, di certa forza che oggi viene usata per altri fini. Lui che quando sentiva dire l”Italia”, si commuoveva come un bimbo. La amava tanto, da venirci a morire”. 
Un caro ricordo di lui risale pochi mesi prima del suo arresto, alla morte dell’ultimo Re d’Italia: Umberto II. Fu inviato da una televisione privata a fare la cronaca del luttuoso evento. Le parole di Tortora commuovono ancora adesso, basta ascoltarle con cuore. La sua tristezza per la morte del Re era evidente, si vedeva che il suo cuore era toccato da quella grande malinconia di vedere l’Italia assente a una cerimonia per la morte di un Re, che aveva trascorso 37 anni in un esilio doloroso e tremendo, esito di una crudele ingiustizia. 
Sono passati trent’ anni dalla morte di Enzo Tortora, il suo volto buono ha arricchito il paradiso, ma ha impoverito la terra. Ci manchi tanto, Enzo.

martedì 15 maggio 2018

Monarchici a Musumeci e Miccichè: “Tenete in vita la volontà del Re”


Oggi ricorre il 72 anniversario della promulgazione dello Statuto della Regione Siciliana. 
Re Umberto II, comprendendo bene la specialità e le specialità della Regione Siciliana volle, a seguito di un lavoro iniziato un anno prima, dare alla nostra regione la sua Carta. 
Una guida che se negli anni fosse stata onorata e seguita avrebbe certamente dato alla Sicilia una caratterizzazione diversa da quella di oggi. 
I monarchici siciliani affidano ai presidenti di Giunta regionale e del Parlamento il compito di valorizzare ogni articolo dello Statuto ammonendo che il rispetto della nostra Legge è la miglior difesa del futuro delle prossime generazioni. 
Buon lavoro dunque all’On. Micciché e all’On. Musumeci a cui è affidata la missione più ardua: tenere in vita la volontà del Re.
Michele Pivetti Gagliardi

Presidente Unione Monarchica Italiana per la Regione Siciliana


Fonte:
http://siciliainformazioni.com/redazione/819319/monarchici-a-musumeci-e-micciche-tenete-in-vita-la-volonta-del-re

Umberto I ed il colera del 1884: "Finalmente nu rre che vvene a muri cu nnui!"


di Angelo D'Ambra

E' ai più noto che Umberto I preferì essere a Napoli per portare il suo soccorso ai colerosi anzicchè presenziare ad una festa a Pordenone. Declinò l'invito all'evento friulano comunicando: "A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore: io vado a Napoli".
Nei giorni successivi all'attentato di Gaetano Bresci, il conte Guglielmo Capitelli, avvocato e sindaco di Napoli dal 17 aprile 1868 al 25 settembre 1870, condivise con Sabatino Lopez, redattore del "Secolo XIX" e penna del "Telegrafo", un emozionato ricordo di Umberto I e del soccorso che prestò in prima persona in occasione dell'epidemia di colera a Napoli nel 1884.
Si legge nell’articolo riportato da Aldo Santini in "Centodieci anni della nostra storia": "Nel '68, quand'era Principe Ereditario, Principe di Napoli, Umberto tornò sposo nella reggia partenopea. Allora il Capitelli, ventisettenne, era sindaco. Salutò gli sposi alla stazione con poche parole. Umberto che aborriva i discorsi gli disse: 'Bravo,  soprattutto perché breve. Dia il braccio alla principessa'. Nella carrozza dei principi salirono anche il giovane sindaco e il giovane prefetto di Napoli che era Antonio Rudini, ventinovenne. I principi furono adorati a Napoli per la loro bontà. Davano pranzi, partecipavano agite, visitavano tutti gli istituti: la principessa andò persino alle scuole di Basso Porto, il principe sopportava gli odiati discorsi, la lettura di poesie. Ogni mercoledì, alla Reggia c'erano feste di ballo. E poco a poco, si amicarono alcuni appartenenti alla società borbonica."

[...]

dal sito http://www.historiaregni.it/


http://www.historiaregni.it/umberto-i-ed-il-colera-del-1884-finalmente-nu-rre-che-vvene-a-muri-cu-nnui/

domenica 13 maggio 2018

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II. Umberto a Fatima

Nell'anniversario dell'apparizione della Santa Vergine a Fatima riportiamo la lettera con la quale Re Umberto espresse i suoi sentimenti di fedele e di italiano all'Arcivescovo di Leiria - Fatima (Portogallo) che lo invitava in una posizione di privilegio per le celebrazioni del 1975, Anno Santo.



Abbiamo avuto un grande Re. Non c'era bisogno di conferme.

Fatima e Casa SavoiaAlfonso I d'Este

Alfonso I del Portogallo
di Cristina Siccardi

Pochi sanno che a Casa Savoia è legato anche il miracolo di Fatima.
Dobbiamo risalire al  XII secolo quando i lusitani ovvero i portoghesi avevano vinto i mori, che miravano alla conquista della penisola iberica. Alfonso I (1109-1185), detto il Conquistatore (Conte del Portogallo dal 1128 al 1139 e poi primo Re del Portogallo dal 1139 fino alla morte), affidò al suo eroico condottiero, Don Gonçalo, il compito di difendere il Paese dal pericolo islamico. Prima della decisiva battaglia di Ourique (26 luglio 1139), Alfonso stava pregando per la protezione del popolo portoghese, quando gli apparve una visione di Gesù Cristo sulla croce.
La guerra fu vinta e, in segno di gratitudine, il Re incorporò le cinque ferite di Cristo nella bandiera, inserendo cinque pallini bianchi all’interno dei cinque scudi azzurri, che rappresentano i cinque sovrani moreschi sconfitti proprio ad Ourique: piaghe e scudi sono tuttora presenti sul drappo portoghese. Quale premio per la vittoria ottenuta, il Re concesse al fedele Gonçalo il privilegio di scegliersi in sposa la giovane più bella fra le musulmane prigioniere e quest’ultimo elesse Fatima, nome assai noto fra gli islamici, perché appartenuto alla figlia di Maometto. Ma a Fatima venne imposta una condizione, che la giovane accolse benignamente: la conversione alla religione cattolica. Maestra e catechista fu la moglie di Alfonso I, Mafalda di Savoia, prima Regina del Portogallo.
L’unione fra il condottiero, conosciuto come Matamoros, e la bella Fatima durò poco: la sposa morì prematuramente e Gonçalo decise di ritirarsi a vita di preghiera e di penitenza nell’abbazia cistercense di Alcobaça, tra i figli di San Bernardo, abbazia fondata e donata a San Bernard de Clairvaux (1090-1153) dallo stesso Alfonso I. Don Gonçalo, al fine di avere un più vivo ricordo dell’amata sposa, ne fece trasferire la salma in una località vicina e che da lei prese il nome: Fatima.
Uno straordinario rinvenimento
Il 19 agosto 1999 è stata ritrovata, fra le antiche carte dell’archivio del monastero delle Domenicane di Alba (Cuneo), fondato dalla beata Margherita di Savoia, una straordinaria documentazione di cui si erano perse le tracce. Questi scritti rivelano che nel XV secolo Casa Savoia venne informata delle future apparizioni di Fatima e degli annunci mariani circa i castighi che si sarebbero abbattuti sull’umanità. Era il 16 ottobre 1454 quando, in questo monastero di Santa Maria Maddalena, una certa suor Filippina de’ Storgi (?-1454), prima di spirare, lasciò una profezia: la Madonna sarebbe apparsa a Fatima.

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