NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

martedì 30 giugno 2015

Felipe VI, un anno di regno alla riconquista della fiducia



Spagna – Colpiscono l’aplomb e la calma che mostra Felipe VI. E quando scopriamo le difficoltà alle quali deve continuamente  far fronte, non possiamo che ammirare questa sua forza interiore. Come consolidare una Monarchia recente, fragile, screditata, e iniettare al Paese un nuovo anelito federatore e moderno,  di fronte alle velleità secessioniste dei catalani, di fronte a una classe dirigente screditata dalla corruzione e spintonata daPodemos, di fronte ad una gioventù che non riesce a dare il giusto valore al ruolo giocato dalla Corona nella democratizzazione del Paese e che può solo fare i conti con la disoccupazione? Questo Re alle prime armi, dallo stile serio e compito, deve legittimare la sua presenza a capo dello Stato. Finora non ha mai vacillato davanti alle prove alle quali è stato sottoposto. Suo padre un anno fa, al passaggio delle consegne,  glielo aveva detto: “Questo posto te lo devi guadagnare giorno dopo giorno”.
[...]

Racconigi: in mostra la collezione sindonica del Real Castello

In occasione dell’ostensione torinese della SS. Sindone, a prosecuzione dell’importante evento, anche il Real Castello di Racconigi ha organizzato una mostra sul tema: La collezione sindonica del Real Castello di Racconigi.
La mostra, collocata nella zona espositiva del castello al piano terra, presenta oltre novanta opere di cui alcune mai esposte, aventi ad oggetto la SS. Sindone nelle sue diverse rappresentazioni ed ostensioni, secondo un affascinante excursus storico e iconografico che si sviluppa nei secoli.

L’importante raccolta a tema sindonico, che si compone di oli, tempere, incisioni, acquerelli, ricami, lastre metalliche, è approdata al Real Castello di Racconigi per volontà del principe di Piemonte Umberto, appassionato collezionista di opere sindoniche. Durante l’ostensione del 1931, in occasione del matrimonio del principe di Piemonte con la principessa Maria José del Belgio, fu parzialmente esposta (cinquanta opere) nelle sale di Palazzo Madama a Torino.

Il principe ereditario Umberto, poi re Umberto II, appassionato collezionista di opere sindoniche, lasciando l’Italia per il suo esilio in Portogallo, affidò la SS. Sindone al Cardinal Fossati, pur rivendicandone la proprietà a Casa Savoia. Alla sua morte, avvenuta il 18 marzo 1983, dopo 531 anni di proprietà sabauda, la reliquia, pur rimanendo conservata a Torino nella cappella del Guarini, diventò proprietà del Sommo Pontefice. Nel 1998, dopo diversi anni dedicati allo studio, ai restauri ed alla catalogazione, il Real Castello ospitò la prima mostra avente ad oggetto parte delle opere sindoniche ivi depositate: La collezione sindonica e la Cappella reale a curadi Bruno Ciliento e Mirella Macera.

Così come avvenuto in passato, oggi, in occasione dell’ostensione sindonica e cogliendo l’opportunità rappresentata da Expo 2015, Racconigi può offrire al pubblico la mostra “La collezione sindonica del Real Castello di Racconigi”, nonché una serie di visite tematiche alle cucine ottocentesche seguite da momenti e cicli di degustazione nelle cucine stesse.

Le cucine, volute da Carlo Alberto, furono realizzate nell’ambito di un più ampio progetto di rifunzionalizzazione del Castello quale Residenza reale estiva; furono restaurate sotto la direzione di Mirella Macera e costituiscono il primo esempio, tra le residenze sabaude piemontesi, di recupero di ambienti aventi tale destinazione, a cui seguirono quelle di Palazzo Reale a Torino e del Castello Ducale di Agliè. I due eventi, la mostra sindonica e le visite tematiche presso le cucine, costituiscono un’occasione di “riscoperta” del Castello, nonché di ricaduta turistica sul territorio circostante.
La Mostra è stata resa possibile grazie alla collaborazione, al fattivo aiuto e contributo di quanti amano il Castello di Racconigi ed in particolare, la Banca di Cherasco (CN) e la IN.AL.PI S.p.a. di Moretta (CN); due realtà che credono nel territorio e nell’investire sul suo sviluppo.
In tal senso, la Mostra costituisce il punto di partenza di una più ampia attività sinergica tra Castello ed imprenditoria locale. La mostra inaugura giovedì 2 luglio alle ore 17.30 e sarà visitabile il sabato e la domenica dalle 14.30 alle 17.30 fino al 30 ottobre 2015.

http://www.targatocn.it/2015/06/29/leggi-notizia/argomenti/eventi/articolo/racconigi-in-mostra-la-collezione-sindoca-del-real-castello.html

giovedì 25 giugno 2015

Firenze. Mafalda di Savoia: «Spostiamo il Re in piazza Repubblica, con coraggio»

Principessa Mafalda


La principessa, figlia di Amedeo D'Aosta scrive al Corriere Fiorentino per sostenere il ritorno del monumento nella sua piazza d’origine, ma cambiando i bassorilievi sul basamento.





Gentilissimo direttore, 
dal suo giornale ho appreso con piacere che è intenzione dell’Amministrazione Comunale di Firenze, e in particolare del sindaco Dario Nardella, riqualificare con importanti interventi piazza Repubblica, per le celebrazioni di Firenze Capitale d’Italia, con un eventuale ritorno del monumento equestre di Vittorio Emanuele II. La statua fu commissionata dal Re ad Emilio Zocchi ed era nata per stare al centro di piazza Repubblica, allora chiamata proprio «piazza Vittorio Emanuele II», il 20 settembre 1890. Ritengo che il primo punto della pregevole iniziativa sia di qualche importanza. Mi riferisco quindi ai lavori di riqualificazione necessari alla piazza e ai vari restauri estetici altrettanto necessari in quel contesto.
[...]

mercoledì 24 giugno 2015

E intanto grazie a Waldimaro Fiorentino


Al rientro dalla prima parte delle vacanze abbiamo trovato nella cassetta delle lettere, graditissima sorpresa, due pubblicazioni del dottor Waldimaro Fiorentino, bandiera monarchica dell'Alto Adige.
Potremmo limitarci a ringraziarlo ma non sarebbe sufficiente e soprattutto non sarebbe giusto.

Abbiamo letteralmente divorato il libro sulla Grande Guerra per diversi motivi: il primo è perché l'argomento è di fondamentale importanza nella storia d'Italia e particolarmente in quella del Regno d'Italia che, giovanissima istituzione di poco più di 50 anni, seppe portare all'unità ed alla grandezza le genti di lingua italiana.
Il secondo è perché, pur se si tratta di una visione panoramica di un argomento di enorme portata, il libro è ricco di informazioni che anche ad appassionati di storia, quali riteniamo di essere, risultano nuove e spalancano ampie finestre di luce su un periodo che viene bistrattato a forza di luoghi comuni, ignorando invece quanto elevate fossero le menti che gestirono un così difficile periodo della storia patria e soprattutto anche tanti coerenti, logici, sinceri gesti per salvare la pace (fin quando si potette) e l'onore.

Il tentativo, ad esempio, di acquistare dall'Austria Ungheria porzioni di territorio nazionale pagandole in oro (come potremmo mai fare una cosa del genere adesso?).
Nel libro viene posta in risalto, ed offre importanti spunti di approfondimento, anche la grande figura del Re Vittorio Emanuele III, che da vincitore seppe pronunciare parole che solo i grandi uomini possono pronunciare nel momento della Vittoria:

"Nel Discorso della Corona del 1° dicembre 1919, Vittorio Emanuele III disse: 

«L'Italia non voleva la guerra né era disposta ad averla. Accettò la guerra come un terribile dovere per il trionfo della giustizia... All'infuori di ogni atto diplomatico di ogni accordo, di ogni trattato, al di sopra di ogni situazione, al di sopra della vittoria stessa è la giustizia. L'Italia, che partecipò alla guerra e soffrì nella guerra per senso di giustizia, vuole rappresentare una forza viva di progresso, una garanzia sicura di pace. 
La pace non è solo nei trattati e nelle sistemazioni territoriali: la pace è soprattutto nella coscienza del diritto. Vincitori e vinti hanno tutti lo stesso bisogno di lavoro e tutti hanno la necessità di rasserenare gli animi. Non vi può essere una pace per i vincitori ed una per i vinti; ma lo stesso senso di umana clemenza e di umana virtù deve essere in ogni paese»."

Questo il Sovrano che la Nazione si è onorata di avere per 46 anni.

Ancora va ricordato ciò che viene descritto nel finale del libro: il personale interessamento del Re per il sostentamento delle famiglie che avessero avuto soldati arruolati per l'Austria Ungheria che ancora non avevano fatto ritorno alle loro case, prescindendo dalle nazionalità.

E altro ancora.

Ringraziamo il dottor Fiorentino per l'onore fattoci e per aver condiviso con noi il frutto delle sue fatiche.
Ai nostri amici ne raccomandiamo la lettura.

"La prima Guerra Mondiale", Waldimaro Fiorentino, Edizioni Catinaccio Bolzano, Via Cesare Battisti 46, 39100 Bolzano


La Resistenza oltre i partigiani Per una lettura non solo «rossa»

di Aldo Cazzullo

Risposta a Giampaolo Pansa sul libro «Possa il mio sangue servire» (Rizzoli).

«Bisogna superare l’idea che tra gli antifascisti quelli che contavano erano solo i comunisti»

Attendevo con curiosità, avendo scritto un libro in difesa della Resistenza, la replica di Giampaolo Pansa, arrivata domenica dal suo Bestiario su «Libero». Curiosità dovuta al fatto che le critiche sono sempre più utili degli elogi, a maggior ragione quando provengono da un maestro di giornalismo. Oltretutto Pansa, cavallerescamente, ricorda la sera a Reggio Emilia in cui ci trovammo a fronteggiare gli energumeni venuti a impedire la presentazione del suo libro (Giampaolo tace i nomi dei colleghi che se la diedero a gambe; e anch’io taccio). Sulla Resistenza restiamo però in dissenso.


Il punto non è Piazzale Loreto. Fu un crimine: il corpo del nemico ucciso va sempre rispettato. La tesi su cui Pansa ironizza - il corpo di Mussolini fu esposto anche per comunicare a tutti, in epoca pre-televisiva, che il Duce era morto davvero e il fascismo davvero finito - non è mia, la cita Umberto Eco nel suo ultimo libro. Personalmente la trovo persuasiva. Tentare di capire il motivo di un fatto non significa giustificarlo; tanto meno può essere giustificato lo scempio che del corpo fu fatto.

[...]

Intendiamoci: molti partigiani erano comunisti. Liquidarli come fanatici che volevano solo «fare dell’Italia un satellite di Mosca» è un’argomentazione perfetta per la polemica di oggi; ma all’epoca l’urgenza era scegliere da quale parte stare, con o contro i nazisti invasori. Molti comunisti diedero la vita. Molti tacquero sotto le torture. Altri ancora si macchiarono di crimini. In Possa il mio sangue servire ho dedicato un capitolo a Porzûs, dove partigiani comunisti uccidono partigiani «bianchi» delle brigate Osoppo: tra loro c’era Francesco De Gregori, lo zio del cantautore che ne porta il nome; e c’era Guido Pasolini, che prima di essere ammazzato scrive al fratello Pier Paolo per farsi mandare dalla madre un fazzoletto tricolore, perché vuole indossare quello e non «lo straccio rosso» (divenuto pudicamente in altri libri «lo straccio russo»); nel post-scriptum Guido chiede scusa al fratello, che sa essere bravissimo scrittore, perché non ha avuto tempo di rileggere la lettera, in quanto deve «salire in montagna immediatamente».

martedì 23 giugno 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - X

Mussolini com'io lo conobbi

Mi sia qui permessa una divagazione. Si è sempre     abbondato, specie dall'antifascismo, a descrivere il tribuno romagnolo come un terribile sanguinario prepotente e intollerante. Per una certa consuetudine di   vita con lui nel 1913 e 14, quando dirigeva l'Avanti! credo di conoscere l'uomo meglio di altri che hanno giudicato solo per averlo avvicinato quando già era al governo ed all'apogeo del trionfo. Mussolini non era affatto l'infallibile come lo facevano apparire i suoi adulatori, e, nemmeno il criminale od il feroce aguzzino descritto dai suoi avversari. Soprattutto non era un ipocrita. Era, anzi un romantico ed il suo romanticismo aveva derivato dalle letture di Carlo Marx e soprattutto da Blanqui, il suo autore prediletto. Egli credeva a quello che proclamava. Era un uomo generoso. Pur essendo di idee opposte, si discuteva e mai vi fu fra di noi il minimo screzio, nemmeno quando sortiva in qualche sua bravata. Gli chiesi un giorno durante i nostri animati conversari a Milano od a Bologna dalla Marianna in Corte dei Galluzzi - alla tavola dei colleghi del Resto del Carlino: Alberto Caroncini, Nello Quilici, Pippo Naldi, Pio Gardenghi, Eugenio Giovannetti, Albini, Cavicchioli, Lucarini, Somazzi ed altri - gli chiesi a bruciapelo: «Ma insomma, qual è il tuo programma? ». Rispose risoluto: «Me a vui cmandè», io voglio comandare.

Ma era nello stesso tempo docile, timido qualche volta quasi pauroso. Sempre riflessivo ma dubbioso, e per questo ammiratore della teoria paretiana del «dubbio ».

Aveva un grande disprezzo del danaro e non manifestava mai preoccupazioni di genere finanziario. E quando un amico gli fece procurare 10 sconto di una cambiale di L. 100.000 da una Piccola banca cooperativa di Meldola, accettò sì l'avallo degli agrari reazionari, degli zuccherieri, ma il denaro servì per raddrizzare la baracca rivoluzionaria dei catoni dell'Avanti! Soprattutto era patriota: lo era a modo suo, ma lo era. Egli vedeva la Patria nella redenzione delle masse operaie, ed esprimeva un grande orrore per tutto quanto aveva carattere ufficiale. 

«Nella stessa avversione alla guerra libica - mi diceva - sta il mio patriottismo ». E sovente si vantava di essere stato espulso dall'Austria quando, redattore del Popolo di Trento diretto da Cesare Battisti, ammoniva i governanti di Vienna: «Il confine d'Italia non termina ad Ala». Certamente Cesare Battisti esercitò su di lui grande, influenza e se anche dopo la sua residenza trentina sortì o meno in espressioni di apparente antipatriottismo queste ebbero soprattutto valore di ritorsione e di effetto polemico dirette a colpire le classi dirigenti. Impressionante oratore, grande tribuno (lo ricordo al congresso socialista di Reggio Emilia del 1912), la sua parola turbava alle volte anche gli avversari. 

Ora si vorrebbe sostenere che era un  uomo mediocre pieno soltanto di presunzione Mentre invece aveva molte qualità politiche di primo ordine e, sarebbe diventato un ottimo primo ministro se gli uomini dì tutti i partiti, esponenti e gregari, non gli avessero facilitato con le loro adesioni ma soprattutto con le, adulazioni e la cortigianeria, l'ascesa alla dittatura.

La stessa sua concezione rivoluzionaria non aveva affatto visioni di rivolgimenti e sconvolgimenti apocalittici della società. Se non temessi di cadere nel paradosso vorrei chiamare la passione rivoluzionaria di Mussolini «rivoluzione riformista». Rammento, subito dopo la famosa settimana rossa del 1913 una sua curiosa espressione. Avevamo fatto assieme ad altri redattori del Resto del Carlino di Bologna un viaggio lungo la via Emilia. Mussolini era tutto contento del suo successo: «la mobilitazione è riuscita ma ci mancarono le armi». Mentre noi, nel mezzo della piazza di Ravenna eravamo divertiti davanti all'albero della libertà, discorrendo della insostenibile situazione creatasi - si vendevano polli a 50 centesimi e, si distribuiva vino gratis - egli uscì in questa affermazione: «Datemi tanto così di potere (ed indicava la punta del dito mignolo) ed io vi liquido la borghesia con le sue stesse leggi». Parole di sapore legalitario senza dubbio: niente sovvertimento catastrofico alla Carlo Marx, ma modifica della struttura sociale attraverso la legge attuale. La predicazione rivoluzionaria si riferiva soltanto alla conquista del potere: «Chi ha del ferro ha del pane » (Blanqui). «La rivoluzione è un'idea che ha trovato delle baionette » (Napoleone). Erano i suoi motti prediletti che poi collocò sulla testata del Popolo d'Italia nella sua prima maniera. Conquistato il potere sarebbe passato al riformismo metodico e realizzatore, sia pure a carattere antiborghese.

Era insomma un temperamento complesso e soprattutto insoddisfatto e contradditorio. E non è nemmeno vero che fosse sempre cocciuto e irremovibile nelle sue decisioni. Se commise errori è anche vero che nessuno osò suggerirgli altra via o non fu capace di convincerlo a fare diversamente. Tutti avevano paura di contraddirlo, nessuno osava esprimere il proprio parere. Può anche darsi che, impulsivo com'era, facesse poi a modo suo; la verità è che la paura di incorrere in richiami del segretario del partito li faceva mentire tutti; anche quelli che oggi sentiamo ripetere: «Ogni volta che andavo da lui io glie le cantavo in musica, gli spifferavo tutta la verità». Non è vero niente. Tutti erano preoccupati a superarsi negli elogi e nella cortigianeria. Era diventata una malattia, una vera epidemia. Cortigianeria dei gerarchi, cortigianeria del popolo, cortigianeria della borghesia e dell'aristocrazia, ma soprattutto quella del giornalismo. Fu questa epidemia di battimani, di esaltazione popolare, di approvazioni incondizionate che lo spinsero alla follia della guerra.

Una volta imbarcato in un'impresa non vi era più nulla da fare. Si poteva discutere e, ragionare, si poteva anche - mi diceva un giovane ministro che, gli fu accanto per parecchi anni - contrastare qualsiasi sua proposta, ma una volta presa una decisione per la quale egli cercava sempre, sicuro di ottenerlo, il favore popolare, nessuno lo smuoveva più nemmeno se i fatti gli dimostravano di avere torto. Anzi. è proprio quando aveva torto che si accaniva a voler aver ragione.

Ricordo un'episodio. Si era alle elezioni del 1921 ed i fascisti di Bologna e di Verona si erano opposti alla inclusione di due ministri nelle liste concordate. Un amico, pregato da Giolitti, mi spedisce d’urgenza a Milano a porre a Mussolini il dilemma: Accettare i due ministri nella lista o tutto il blocco nazionale va all'aria. Mi reco al Popolo d'Italia a prospettargli la situazione e dopo la prima sua sfuriata ci mettiamo a ragionare. Nel frattempo viene annunciata una commissione elettorale di Verona con a capo il generale Zamboni, che avevo conosciuto quando era comandante di brigata sul Pasubio: veniva a perorare la esclusione del ministro Luigi Rossi dalla lista. Mussolini li interroga, io espongo il mio pensiero ed i pericoli che potrebbero incorrere al blocco da questa esclusione e, la impossibilità per il Presidente, del Consiglio di correre il pericolo di lasciare a terra due ministri in carica. «Va bene - dice Mussolini rivolto ai veronesi - il ministro Rossi entrerà nella lista» Poi dispose altrettanto per quella di Bologna, dove si voleva escludere l'on. Sitta.

Rimasti soli, continuammo a chiacchierare: mi ero seduto sull'angolo della scrivania (nel suo studio non vi erano sedie) mentre egli continuava lo spoglio di una montagna (una vera montagna) di lettere. «Vedi, sono tutti candidati, tutti eroi, tutti sentono il fuoco sacro della deputazione, tutti hanno meriti speciali ed eccezionali; un esibizionismo soffocante, è la gara, la fiera delle vanità». Poi stette qualche istante come preso dallo sconforto. In quel momento entrò un giovane; lo guarda stupito: «Come? Voi siete il nuovo fattorino?». Abbassò la testa prese a fare con la penna dei ghirigori sulla cartella e soggiunse: «Ma dovevate venire jeri mattina e non vi siete fatto vivo e stamane arrivate tardi...» continuò un dolce e pacato rimprovero concludendo: «Guardate di far bene». Ma non alzò mai lo sguardo, sembrava avesse paura di rimproverarlo.

Del resto mi raccontava Ugo Clerici, il quale gli fu vicino per alcuni anni al Popolo d'Italia, che dovendo licenziare un impiegato della direzione del giornale, Mussolini non volle assolutamente farlo, pur essendo di sua spettanza: «Licenzialo tu». Strano temperamento! Infatti, non osò mai licenziare un ministro od un sottosegretario. Li dimetteva facendo loro apprendere la notizia dai giornali...


Da allora non vidi Mussolini che una sola volta di sfuggita, nel 1923 e vi scambiai poche parole: egli era come stupito che non fossi fra i suoi seguaci.

domenica 21 giugno 2015

La Grande Guerra. Conferenza di Ugo D'Andrea. Prima parte

Cari amici  ringrazio vivamente l'ing. Banti che, coi suoi collaboratori dà vita nuova a questo Circolo, ringrazio l'insigne, antico Maestro Volpe il quale mi ha fatto l'onore di una introduzione alle cose che sono per dirvi, ringrazio voi tutti di essere venuti numerosi a questa riunione per dare significato e vigore al gesto che noi compiamo.
            
Compiamo un gesto doveroso nel ricordare primi il cinquantenario dell'intervento nostro in guerra, e compiamo un atto di protesta contro l'ignoranza ufficiale d'una data che noi reputiamo fra le più gloriose per l'Italia moderna.

Abbiamo domandato, con altri senatori, al Presidente del Consiglio come il Governo si preparasse a celebrare la ricorrenza cinquantenaria dell'intervento. Attendiamo ancora risposta. Perché il Governo risponde sempre e immediatamente ai comunisti, che pretende di isolare; non si occupa degli altri partiti di opposizione.

E in tutto ciò vi è una logica; perché i comunisti non sono l'opposizione, sono invece uno stimolo per operare il peggio e per impedire il meglio.

Abbiamo saputo ufficiosamente che si commemora, per ora, la «resistenza»; si ricorderà la guerra del 1915-18 in occasione della Vittoria, e cioè nel novembre prossimo o in quello del 1968... Ma noi non sappiamo quale resistenza si possa commemorare, o celebrare, senza il retaggio glorioso di una guerra vinta. Intendiamo di una guerra combattuta contro eserciti stranieri, non di una guerra civile contro Italiani e in presenza dello straniero!

Non vi può essere spirito di italianità, non vi può essere alcun senso di patriottismo nella guerra civile, e noi pensiamo che la guerra del '45 sia da annoverate tra le lotte civili.
Cari amici, forse io non arriverò in tempo a sviluppare l'affascinante ma complesso argomento dell'intervento italiano nel '15.

A volte sembra facile affrontare certi argomenti, perché il tema è lì davanti a noi nella sua schietta sostanza; ma è poi difficile riordinare la trama del nostro dire. Mi sarebbe stato facile, come io speravo, se il nostro Gioacchino Volpe non si fosse fermato, nella sua meravigliosa storia dell'Italia moderna, esattamente al 1915 e cioè al punto dal quale io devo cominciare.
Questo significa che tutta la materia che abbiamo sotto gli occhi o serbiamo nella memoria è una materia fortemente controversa dalla quale lo storico rifugge ancora, respingendo la tentazione di affrontare le ricerche e le soluzioni necessarie.

La guerra del 1915 non si comprende senza dare uno sguardo approfondito al 1911 e alla impresa di Libia. E’ dall'impresa di Libia che la nostra generazione ha cominciato a vedere il nuovo Risorgimento d'Italia: quello del 1911 e non quello del 1945-46, manifestazione dell'antico dissolvimento d'Italia sotto le opposte influenze delle invasioni straniere.

Nel 1911 nacque appunto il nuovo Risorgimento d'Italia. Tornò al potere Gíolitti e tornò con un programma vigoroso e difforme in cui si mescolavano le esigenze della Sinistra e quelle nazionali; il suffragio allargato, anche agli analfabeti; il monopolio delle Assicurazioni e la guerra di Libia.
E’ uscito recentemente un volume di Giampiero Carocci sul
«Parlamento italiano nella storia d'Italia». Vi si riassume una discussione del 1911 alla Camera tra due eminenti uomini del passato: Antonio Salandra e Giovanni Giolitti. Giovanni Giolitti difendeva, d'accordo con Nítti, il monopolio delle Assicurazioni e Salandra lo osteggiava. Vediamo anticipati in quel dialogo molti contrasti del momento attuale tra la politica socialista e il liberalismo.

Giolitti aveva ripetuto, nel costituire il suo quarto ministero il gesto di invitare un socialista a entrare nel Governo. Il gesto era desiderato da Vittorio Emanuele che nutriva grande simpatia per Bissolati e fin dal 1902 aveva manifestato il desiderio di ottenere la collaborazione dei socialisti.

Allora era stato invitato Turati, ma Turati aveva declinato l'offerta. Nel 1911 fu invitato al Quirinale il Bissolati il quale chiese di presentarsi al Re in giacchetta e con il cap pello floscio.
Il Re fu felicissimo di riceverlo in giacchetta e con il cappello floscio. Ma anche Bissolati non poté accettare, non perché non lo volesse ma perché temeva di arrivare solo e senza alcun seguito di compagni.

Giolitti accolse nel Governo i radicali: Credaro, Nitti, Ettore Sacchi.  E  dette così al suo Ministero un programma più accentuato di sinistra. Contro il suffragio allargato ricordo un saggio di Gaetano Mosca e l'atteggiamento del «Corriere della Sera» di Albertini, che prevedeva il fatto da me ripetuto molte altre volte senza ricordare quanto aveva scritto Albertini: che il suffragio universale avrebbe messo fuori gioco, o relegato alla opposizione il vecchio Partito Liberale, il quale aveva compiuto il Risorgimento e governava il Paese dal 1848, o quanto meno dal 1861, sia pure nelle sue varie espressioni.

Ma Giolitti serbava nella manica una carta inattesa, quella della guerra di Tripoli. Fu questa una grossa benemerenza dello statista piemontese. Da dieci anni noi avevamo acceso una ipoteca sulla Libia con il consenso di tutte le Potenze: Francia, Inghilterra e Russia oltre l'Austria e la Germania nostre alleate. Era passato un decennio e questa nostra ipoteca si andava logorando, perché non si possono lasciare dei vuoti geografici, per troppo tempo, senza che ad altri nasca il desiderio di occuparli. Osservatori politici e giornalisti notavano che Inglesi, Francesi e Tedeschi si facevano vivi, da qualche anno, sulle coste libiche per ottenere dal Governo ottomano concessioni innocue: per esempio, la pesca delle spugne, o il permesso di collocare impianti radiotelegrafici, oppure di utilizzare dei porti di appoggio alle linee di navigazione; e persino di compiere scavi e ricerche. Insomma Francesi, Inglesi, Tedeschi si interessavano ai porti e alle ferrovie.
Anche l'Austria progettava di creare nuovi Consolati su tutto il territorio della Libia. Non solo ma la Francia in Tunisia e nel Sahara, l'Inghilterra in Egitto, cercavano di limare i margini del territorio libico a proprio vantaggio.


Giolitti pensò giustamente che era venuto il tempo di sciogliere questo nodo, se non si volevano perdere i diritti faticosamente acquisiti. Egli ebbe anche l'occhio a un fenomeno interno, ottimamente descritto nel terzo volume della citata opera di Gioacchino Volpe: il fenomeno del nazionalismo. 
Io speravo di vedere oggi fra noi uno dei maggiori attori, un protagonista dei nazionalismo: Luigi Federzoni*, al quale mando, a nome di tutti voi, un saluto molto cordiale.

Il nazionalismo era nato nel 1910 con una concezione totalmente nuova della vita italiana, rispetto a quella che era la posizione dei partiti e dei gruppi democratici o liberali, senza dire, naturalmente del socialismo.

Non era la riproduzione, in Italia, del nazionalismo francese, come è stato detto più volte dai suoi critici. Enrico Corradini, che ne fu certamente l'uomo più notevole, non conosceva a abbastanza il francese. Veniva da studi e scuole classiche, dove voi sapete che il francese si insegnava male o non si insegnava affatto. Comunque Corradini non leggeva l'« Action Française » e non leggeva né Maurras, né Daudet, né Bainville. E’ inutile aggiungere che quando io nel 1928 mi recai a Parigi a intervistare Maurras mi accorsi subito che egli non aveva mai letto nulla di Enrico Corradini.

Il nazionalismo francese era un movimento che si ispirava alle regole della antica Monarchia, e conduceva una lotta di tutti i giorni contro il sistema democratico della Terza Repubblica; non si può negare che esso anticipasse i tempi, se si considera quello che è avvenuto della III e della IV Repubblica e quello che avviene ora con il gollismo e la V Repubblica.

* Mancato in Roma, alla sua eletta famiglia e all'Italia, il 24 gennaio 1967.

sabato 20 giugno 2015

Giudizio positivo su Re Felipe: la sorella coinvolta in uno scandalo: i sondaggi leniscono il dolore

A Palazzo Reale sembrerà una giornata come le altre. Re Felipe si dedicherà alle attività in calendario, presenzierà all'annuale assegnazione delle medaglie al merito civile. La Zarzuela non sarà vestita a festa, nessuna celebrazione è prevista per ricordare l'evento epocale di cui oggi ricorre l'anniversario: la sua successione a Juan Carlos nel trono di Spagna. Alla cerimonia che premia i cittadini spagnoli e stranieri distintisi per le loro attività, il sovrano pronuncerà un breve discorso per ricordare quel giorno di un anno fa in cui giurò sulla Costituzione promettendo «una monarchia rinnovata per un tempo nuovo». Niente di più.
Una scelta in linea con l'impronta che il sovrano 46enne sta dando alla Casa reale: niente fasti - in un momento in cui il Paese è ancora in crisi irriterebbero i sudditi - e un profilo sobrio, disciplinato, il più specchiato possibile. Che ha conquistato gli spagnoli: secondo il sondaggio dell'istituto Sigma Dos quasi otto su dieci lo considerano un buon re, persino all'interno di un partito non certo tradizionalista come Podemos il 55,5% esprime un giudizio positivo. E la metà dei sudditi gli attribuisce il merito di aver restituito prestigio alla Corona. Con decisioni che hanno smentito chi, all'inizio, ne paventava la debolezza caratteriale: ha stabilito un rigoroso codice di comportamento per i funzionari del Palazzo, ha vietato ai componenti della famiglia reale di fare affari e sfruttare economicamente il proprio status . Una pomata sulla bruciatura dello scandalo per corruzione che vede imputati il cognato Iñaki Urdangarin e la moglie, l'infanta Cristina. A sua sorella Felipe VI ha, solo pochi giorni fa, clamorosamente revocato il titolo di duchessa di Palma, regalo di nozze del padre Juan Carlos. L'ex sovrano aveva provato a convincere la figlia a rinunciarvi, lei aveva fatto orecchie da mercante. «Serve un patto di solidarietà con la società», è l'invito rivolto dal re, pochi giorni dopo la decisione, a una platea in cui sedeva la crème della grande nobiltà iberica.
Se Juan Carlos aveva bollato le istanze autonomiste come «chimere», Felipe pochi giorni dopo la proclamazione aveva invocato «collaborazione per il raggiungimento di mete collettive che vadano a beneficio dell'interesse generale». Diplomazia, forse fumosa, di chi sa che la questione, in Catalogna come nei paesi baschi, comunque resiste. Lo dimostra la contestazione cui il 30 maggio scorso, nell'ultimo dei numerosi viaggi a Barcellona, il sovrano ha assistito: finale della Copa del Rey, Barcellona contro Athletic Bilbao, le due tifoserie si sono messe d'accordo per coprire coi loro fischi l'inno nazionale spagnolo. Il governo ha condannato il gesto, la Casa reale ha tenuto un profilo basso.
Re Felipe è così: osserva e sta attento a non commettere errori. È elegante e secchione, così preciso da risultare a tratti noioso. Anni luce dalle intemperanze di Juan Carlos – ricordate il «Por qué no te callas?» rivolto a Ugo Chavez nel corso del vertice iberoamericano del 2007? Del resto è per questo che, come ha svelato il libro della giornalista Ana Romero Final de partida , già nel 2013 l' entourage della Zarzuela lavorava affinché l'ex sovrano, isolato e fiaccato dai problemi fisici, cedesse il posto. A un figlio che, paradossalmente, è più vecchio stile: somiglia di più alla madre Sofia di Grecia, quella con più sangue blu di tutti. E che, non a caso, resta la più amata dagli spagnoli.
Twitter @giulianadevivo

giovedì 18 giugno 2015

SERGIO BOSCHIERO: UNA AMICIZIA DI 58 ANNI


di Domenico Giglio



Sergio Boschiero in secondo piano
dietro il Re, nel 1978
Nel  1957  vi  fu  un  avvicendamento  nel  Movimento  Giovanile  del  Partito  Nazionale  Monarchico (in Parlamento con 40 deputati e 16 Senatori eletti nel 1953): Renato  Ambrosi  de  Magistris, rieletto  Segretario Nazionale nel  Congresso  Nazionale  di  Napoli, nel  1954, per  motivi  di  lavoro  e  di  età, lasciava spontaneamente  la  carica  ed  indicava  al  Segretario  del  partito, l’on. Covelli, come  successore il  ventiquattrenne  Domenico  Giglio che, nel  Congresso  del  1954,  si  era  battuto  nelle  file  della  opposizione, risultando  eletto  nel  Consiglio  nazionale  del  Movimento Giovanile, ma  che  si  era  dimostrato  un  valido  collaboratore, al  di  là  della  precedente  divisione, quale  Ispettore  Regionale  Giovanile  della  Toscana. 
Accettato  l’incarico  di  Commissario  Nazionale, mi misi  immediatamente  all’opera  per  ridare  slancio  ai  giovani  monarchici  iscritti  regolarmente, che  erano  dell’ordine  di  40.000, ed  in  questa  azione  ritenni  opportuna  e  necessaria  una  conoscenza  diretta  dei  responsabili  locali, quanto  più  ampia  possibile, recandomi  a  visitare  le  federazioni  provinciali  del  PNM. Per  tale  opera, non  avendo  che  un  misero  fondo  spese  per  tutte  le attività, compresi  i  contributi  alle  iniziative   locali, di  Lit. 100.000 mensili, escluso  il  costo  dell’impiegato, pagato  direttamente  dal  partito, risparmiare  nelle  spese  di  viaggio  era  importantissimo,  per cui  scrissi  ai  deputati  e ai senatori  del  PNM - ancora  numerosi malgrado  la scissione del Comandante Lauro del 1954 dalla quale era nato il PMP - se  potevano  fare  omaggio  di  un  biglietto  ferroviario  gratuito. Ricordo  che  aderirono in diversi fra  cui  Bardanzellu, Basile, Cantalupo, Caroleo, Delcroix, Daniele, Degli  Occhi, Matarazzo, per  cui  potei  programmare  un  giro  d’Italia  piuttosto completo.
Venne  così  anche  il  turno  del  Veneto: scrissi  della  mia  visita  al  dirigente  del  Movimento  Giovanile di  Vicenza, da  me  nominato poco  tempo  prima, che  si  chiamava  Sergio  Boschiero. Arrivato  a  Vicenza, nella  sede  della  federazione  del  Partito, facevo  così  la  conoscenza  di  questo  giovanissimo  dirigente, di  appena  ventuno  anni, che  immediatamente  mi  sottopose  il  programma  per  la  prevista  visita  di  due giorni. 
Questo  fatto  mi  colpì  subito  favorevolmente, perché  in  altre  visite  ero  stato  io  a  spronare  il  locale  responsabile, ed  aderii  ben  volentieri  a  quanto  propostomi. Il  programma  prevedeva  infatti  una  riunione  di tutti  gli iscritti  a  Breganze, che  scoprii  essere  il  paese  natale  di  Boschiero, con  consegna  delle  tessere da  me  firmate  ai  numerosi nuovi  iscritti, un  mio  discorsetto  di  circostanza, dopo  la  presentazione  fatta  appunto  da  Boschiero, che  servì  a  dare  alla  riunione  un  carattere  di  concreta  propaganda  ed  a  creare  una  atmosfera  di  entusiasmo  tra  i  giovani. La  sera  successiva  si tenne un  dibattito  in una  sala  con  un  universitario  repubblicano  ed  inoltre  la presentazione  fattami  di esponenti  monarchici  locali, tra  i  quali  ricordo, con  particolare simpatia, il Conte  Almerico  da  Schio, della  famiglia  famosa  per  la  costruzione  di  dirigibili.
Il nostro primo  incontro  fu  quindi  di  particolare  importanza  perché  vidi  in  Sergio  Boschiero  delle  doti  organizzative  e  propagandistiche  non comuni. Nei  mesi  seguenti  la corrispondenza  fu  abbastanza  frequente  con l'adesione di  Boschiero alle  iniziative, specie  storiche,  proposte  dal  Centro, con  le  circolari  ciclostilate. 
Vennero  le  elezioni  del  1958  e, nel  1959,  lasciai  anch’io  il  mio  incarico ma  non  si  interruppero  i rapporti  epistolari che  divennero intensi in  occasione  della  riunificazione  dei  due  partiti  monarchici, nel 1959, nel Partito  Democratico  Italiano. Il PDI riprendeva  la  sigla  del  partito  di  Enzo Selvaggi  e  Roberto  Lucifero, ante  referendum, nella quale mancava l'esplicito riferimento  monarchico, il  che  era  impensabile  ed  ingiustificabile  per  Sergio  Boschiero.
Iniziò  così  una  fitta  corrispondenza  per  convincere  Boschiero  a  rimanere  nel  partito  ed  unirsi  a  tanti  altri  giovani che,  costituito  un  gruppo  denominato  “Rinnovamento  Monarchico”, intendevano  portare  avanti  la  richiesta  del  ripristino  del  nome  monarchico, come  poi  avvenne nel  1961, in occasione  del  Congresso  Nazionale  del  PDI, ottenendo  l’aggiunta  “di  unità  monarchica” e divenendo così il PDIUM.
Boschiero  non  sentì  ragione, ed  allora  gli  proposi  di  entrare  in  quella  organizzazione  che,  dal  1944, si  batteva  per  la  Monarchia, l’Unione  Monarchica  Italiana. In essa, cominciando  dal  Fronte  Monarchico  Giovanile, Sergio compì dal 1960  tutta  la  sua  successiva  vita  politica fino alla sua scomparsa il 3 giugno scorso.
Il  ricordo  di  Sergio  Boschiero potrebbe  terminare  qui, ma  rimarrebbe  un  vuoto  da  colmare  e  spiegare, cioè il salto  da  Breganze a Roma. 
Il  Fronte  Monarchico  Giovanile  dell’ UMI non  viveva  in  quegli  anni  un  periodo  molto  felice  dal  punto  di  vista organizzativo e, sia  pure  diretto  da  un giovane  di  grande  cultura, il  prof. Ernesto  Frattini, che  sarebbe  mancato prematuramente, non  prendeva  iniziative  all’esterno, per  cui  il  Ministro  della  Real   Casa, Falcone  Lucifero, che  seguiva  con  particolare  attenzione  la  vita  dell’UMI, era  abbastanza  preoccupato ritenendo  giustamente che  un  movimento  politico, senza  un  ricambio  generazionale, era  destinato  all’esaurimento, e  quindi  cercava  dei  giovani  che  rilanciassero  l’ideale  monarchico. 
Ritenni  perciò  doveroso, in  una  delle  mie  visite  al   Ministro  della  Real  Casa, accennare  alla  persona  di  Boschiero, proprio  per  i  motivi  che  mi  avevano  colpito  nel  primo  incontro, sottolineando  anche  le  altre caratteristiche  e  la sua  convinzione  monarchica  sabauda  che  aveva  le  caratteristiche  di  una  vera  “fede”. 
Falcone  Lucifero, sempre  attento  ascoltatore,  non  lasciò   cadere  il suggerimento  e  così  iniziò  l’operazione  di  ringiovanimento  del  FMG che, con  la  V Assemblea  nazionale tenutasi  a  Roma  nei giorni  8-9-10  dicembre  1961, doveva  portare  ad  un  totale  rinnovamento  dei  quadri  direttivi, con  la   elezione  di  Massimo  Gamba, di  Bolzano, a  Presidente  e  di  Sergio  Boschiero  a  Segretario  Nazionale.
Rimaneva  il  problema  del  trasferimento  a  Roma  di  Sergio  Boschiero, che  nella  vita  professionale  era  dipendente, a  Vicenza, della  Banca  Cattolica  del  Veneto, per  cui  fu  possibile  a  Falcone  Lucifero  e a  Carlo  d’ Amelio  un  suo  inserimento  nel  Banco di  Santo  Spirito, alla Direzione  Generale, sulla  via  Cristoforo  Colombo da  dove, appena  terminata  la  sua  attività  giornaliera, si  precipitava  in  Via  Rasella 155, per  dedicarsi  fino  a  tarda  sera  al  Fronte  ed  al’UMI che,  da  allora,   costituirono  la  sua  vera  vita e,  purtroppo scomparso  nel  1972  il  PDIUM, ne  fecero  per  anni  il  principale  riferimento  dei  monarchici  italiani.
Domenico  Giglio

mercoledì 17 giugno 2015

Cerimonia per il Principe Kardam a Madrid


Le famiglie Reali europee alla cerimonia in suffragio di S.A.R. il Principe Kardam, primogenito di S.M. Il Re Simeone II.




Alla Santa Messa, celebrata il 9 Giugno, erano presenti i genitori del Principe Kardam, Re Simeone e Donna Margarita Gomez - Acebo y Cejuela, la vedoba Miriam de Ungria y Lopes e i due figli, Principi Boris e Beltran. 

Erano presenti inoltre il Re Filippo VI e la Regina Letizia di Spagna, il Re Guglielmo Alessandro e la Regina Maxima d'Olanda, il Re Juan Carlos e la Regina Sofia nella Chiesa di S. Geronimo gremita di personalità e di amici dello scomparso e della Famiglia Reale bulgara.


sabato 13 giugno 2015

La Monarchia? Non è "delle banane": Infanta Cristina diseredata da Felipe VI

Marta Moriconi

La notizia è un'indiscrezione che sta via via prendendo piede. Felipe VI, re di Spagna, avrebbe revocato il titolo di duchessa di Palma alla sorella Cristina, non condannata ancora, ma accusata di presunte irregolarità fiscali con il marito, l’ex-atleta Inaki Urdangarin

La voce la riporta El Pais, e sta facendo il giro del mondo. 

L’infanta Cristina, figlia dell'ex re Juan Carlos, è stata imputata per reati fiscali nell’inchiesta che vede Urdangarin come principale accusato di numerosi reati, fra i quali l’appropriazione indebita e riciclaggio attraverso la Fondazione Noos.

Felipe tira dritto, e la Monarchia pure. Questo significa istruire il popolo nella cognizione delle Istituzioni, libertà piena e assoluta di principii, ordinata, non licenziosa. Solo così si può avere una salda fede nelle libertà costituzionali, questo significa davvero democrazia. Qui la Repubblica langue: commissariamo ma anche no, è mafia ma anche no, c'è il Giubileo e i corrotti potrebbero avere un salva-condotto. 

Con il patto costituzionale la monarchia non è un’istituzione al di sopra dello Stato ma un organo dello Stato e di uno Stato che funziona, perchè guarda in alto, che ha la sovranità o suprema potestas come dono e non come diritto senza doveri. 

Il monarca "parlamentare" Felipe, che deriva il suo potere per diritto di nascita (come il non eletto Renzi praticamente, sic), cresce nel segno dell'esempio, della formazione, sa che il suo potere è puramente simbolico, ma legato a una storia gloriosa, quindi significativo per il suo popolo e la sua nazione. E quanto servono i simboli. Quanto ci mancano. 

http://www.intelligonews.it/articoli/12-giugno-2015/27514/la-monarchia-non-delle-banane-infanta-cristina-diseredata-da-felipe-vi

mercoledì 10 giugno 2015

Orvieto: Nuova luce sul Gualterio, restaurate ed esposte due bandiere storiche

"Il più bel palazzo della seconda metà del cinquecento orvietano", secondo Perali. "La più bella opera dello Scalza (...) la cui eccellenza ed equilibrio non saranno più raggiunti ad Orvieto" per Bonelli. Incastonato com'è nel cuore del centro storico, Palazzo Clementini assomiglia a uno scrigno. Custodisce i ricordi di intere generazioni di studenti. Tanti film visti dai cittadini all'Arena Cornelio, nelle sere d'estate, con le guglie del Duomo a reclamare attenzione rispetto alle pellicole. Ma anche tesori nascosti.
L'ultimo, venuto alla luce in occasione dei recenti lavori di restauro a cui è stato sottoposto l'edificio. Si tratta di una bandiera storica, recante le insegne di Casa Savoia. Il tessuto, piuttosto lacerato, è stato sottoposto ad un intervento di recupero ad opera delle sarte del corteo storico Giancarla Della Volpe ed Alessandra Roticiani e collocato in una grande teca in legno chiaro e vetro realizzata per l'occasione con l'inconfondibile sobria eleganza della Bottega Michelangeli.
All'interno del manufatto artigianale, posizionato sulla parete di destra dell'androne del palazzo di Piazza Ippolito Scalza, è conservata anche una parte dell'asta. Quella restante, è rimasta nell'astuccio di ciliegio. Ripulita e stirata, la bandiera risalente al "Ginnasio Pareggiato" e datata 1894 è stata così destinata a nuova dimora che le restituisce dignità e prestigio.
L'avvenuto ritrovamento, in realtà, non è il solo. Contestualmente, è stata, infatti, rinvenuta anche un'altra bandiera più piccola appartenente al periodo del Regio Liceo Ginnasio. Quest'ultima, messa sotto vetro, sarà collocata sopra il camino in pietra, nell'attuale aula magna, nei locali che una volta erano occupati dalla biblioteca "Luigi Fumi". Essendo stata esposta, la pioggia ha finito per macchiare alcuni colori ma conserva ancora inalterati fascino e coccarda originale.
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venerdì 5 giugno 2015

LUTTO TRA I MONARCHICI, È MORTO SERGIO BOSCHIERO: LA LETTERA DI FABIO TORRIERO

Lutto tra i monarchici, è morto Sergio Boschiero: la lettera del direttore
05 giugno 2015, Fabio Torriero

Lutto tra i monarchici, è morto Sergio Boschiero: la lettera del direttore
Ciao Sergio, per me non sei stato soltanto un secondo padre. Molto di più. Con te, negli anni Settanta, ho imparato a fare politica, una politica nobile, vera, autentica, che non c’entra nulla con i miasmi di Tangentopoli, con la corruzione partitocratica, il Bunga Bunga o il carrierismo spettacolistico di oggi; una politica nel solco dell’idealità e degli assoluti, che caratterizzano quella fase della vita che chiamano gioventù. Un’eterna gioventù che hai saputo conservare fino alla fine dei tuoi giorni. 

Proverbiali, infatti, il tuo sarcasmo, la tua ironia, la tua simpatia e la tua visione operettistica della commedia umana. Che però si arricchivano di un profondo senso del rispetto, dell’onestà, della pulizia morale. Erano, appunto, gli anni Settanta. Gli anni degli opposti estremismi, della strategia della tensione, degli scontri tra opposte fazioni. Dei morti per le strade e le piazze. E tu avevi sempre parole di pacificazione, di concordia, pur nella sana e legittimarivendicazione storica e politica dei diritti istituzionali dell’opzione monarchica. Tu eri il segretario dell’Unione monarchica italiana, ma conservavi nelle vene e nel cuore lo slancio, la passione e il fuoco militante, del capo dei giovani (il Fronte monarchico giovanile), che hai guidato a lungo. 

Alla tua segreteria sono legati i meravigliosi e imponenti cortei sabaudi che hanno attraversato le città italiane. 

Ti piaceva formare i giovani. Al bello, al buono e al valore superiore della patria. Incarnavi, nei fatti e nella tua leadership, il dna di una destra nazionale pulita, assolutamente non compromessa dal becerume, dalla violenza e dall’opportunismo. Un’intera generazione hai saputo valorizzare e far crescere. Tanti giovani, ora incanutiti, che hanno sfondato nella vita, nelle professioni, sempre nel segno dell’amore per la polis e per la res publica. Giovani, adesso uomini, che ti devono eterna riconoscenza. Eri un oratore irresistibile, di vecchia, antica, gloriosa scuola. Facevi venire i brividi quando comiziavi.

Avevi il genio della scommessa e della novità. 
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Addio a Sergio Boschiero: idealità e coerenza morale di un monarchico

Addio a Sergio Boschiero. Il leader dei monarchici italiani si è spento all’età di 79 anni a Colleferro. Non c’è militante di destra che non lo ricordi, che non ne ricordi l’onestà, la dirittura morale, la forte e nobile spinta ideale. Apparteneva a un mondo che non c’è più, il mondo della politica come missione e come testimonianza. Il Fronte monarchico giovanile, da Boschiero guidato negli anni Sessanta e fino ai primi anni Settanta, condusse tante battaglie a fianco della Giovane Italia prima e del Fronte della Gioventù poi. Giovani monarchici e giovani missini affrontarono inesieme, fianco a fianco, le difficiltà di un tempo difficile e canagliesco, tra repressione poliziesca e aggresioni dell’ultrasinistra. Boschiero fu uno degli animatori e uno dei punti di riferimento di quella stagione  drammatica ma esaltante, quando una intera generazione osò sfidare lo “spirito del tempo” e il conformismo diffuso, con il coraggio e la lucida follia di chi va  orgogliosamente controcorrente. «Ti piaceva formare i giovani .Al bello, al buono e al valore superiore della patria», ricorda in una commovente “lettera” dedicata allo scomparso Fabio Torriero suIntelligonews. «Incarnavi, nei fatti e nella tua leadership, il dna di una destra nazionale pulita, assolutamente non compromessa dal becerume, dalla violenza e dall’opportunismo. Un’intera generazione hai saputo valorizzare e far crescere. Tanti giovani, ora incanutiti, che hanno sfondato nella vita, nelle professioni, sempre nel segno dell’amore per la polis e per la res publica. Giovani, adesso uomini, che ti devono eterna riconoscenza. Eri un oratore irresistibile, di vecchia, antica, gloriosa scuola. Facevi venire i brividi quando comiziavi».
Fino al 1984, Boschiero è stato segretario nazionale dell’Unione monarchica italiana. E poi fu leader delFert, che riuscì a radicare sul territorio in tutta Italia. Era molto legato a Napoli e ogni ogni  commemorava le vittime di via Medina. Nello  stile politico di Boschiero c’era la vocazione per le inziative dal forte signifato simbolico. Come il volo di Vittorio Emanuele, allora in esilio,  su Napoli nel 1966. O come le iniziative  contro le celebrazioni del bicentenario della Rivoluzione francese nel 1989. O come ancora la campagna contro il monumento a Bresci, l’anarchico che assassinò Umberto I. Frammenti di memoria e testimonianza di un modo alto di intendere la politica. I funerali di Sergio Boschiero si sono tenuti al Pantheon, dove riposano i re d’Italia.















http://www.secoloditalia.it/2015/06/addio-sergio-boschiero-idealita-coerenza-morale-monarchico/