NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 13 ottobre 2019

Italia sempre più senza storia


di Antonio Biella
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Ritengo vergognosa la decisione  dei vertici del calcio italiano che hanno deciso di far giocare la Nazionale con una assurda maglia verde al posto di quella azzurra. La maglia verde una volta riguardava il Gran Premio di Montagna del Giro d’Italia  ( dal 2012 diventata azzurra). Il colore dell’Italia è l’azzurro perché questo è il colore di Casa Savoia sin dal 14. Secolo. Quella Casa Savoia che realizzò il sogno di una Italia unita trasformandola da semplice espressione geografica  - come la definì il ministro austriaco Metternich – nel grande Paese al quale ci onoriamo di appartenere. Una  unità – mi permetto di ricordare – che costò migliaia di vite di patrioti. E azzurra – per lo stesso motivo - è la fascia che indossano gli ufficiali di ogni Arma nelle cerimonie. Si può argomentare storicamente in mille modi l’operato dei vari regnanti ma oggi è più facile  buttare lì una frase fatta letta su facebook che approfondire (con libri su libri) i contesti storici. Insomma, se il “sogno green” di Conte e del suo governo era di mettere una maglia verde marcio ai calciatori, ora aspettiamoci che si sostituisca  l’Inno di Mameli con qualche tarantella.


[...]

http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=109367

venerdì 11 ottobre 2019

Per i Poliziotti caduti a Trieste


  Il quattro ottobre di quest’anno, Trieste, una delle città più belle d’Italia è stata colpita al cuore, due giovani poliziotti, Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, sono stati uccisi nell’adempimento del loro dovere. La notizia ha sconvolto i cittadini italiani.
A uccidere questi agenti di polizia è stato un giovane dominicano che viveva con la madre e il fratello a Trieste.
Qualcuno un giorno scrisse che chi muore a vent’anni, ha sempre vent’anni. Questi due cari ragazzi avevano trent’anni, una vita ancora tutta davanti. Erano orgogliosi di indossare la loro divisa, come fieri erano le loro fidanzate e i loro familiari. Nel cuore di questi giovani, di questi figli d’Italia, c’era la volontà di sposarsi, di avere dei figli, cosa che ora li è stata strappata con il sangue, in una bella giornata a Trieste, la città che amavano. Un caro amico militare stamattina mi ha detto che questi poliziotti avevano riferito alle loro famiglie che erano felici di lavorare a Trieste.
Quando un dramma ci coglie, quando il sangue di questi eroi ha bagnato la terra, si pensa al cielo degli eroi che è ancora più luminoso, perché ci sono  aggiunte altre due stelle. Nel cuore di una madre e di un padre, si crea una ferita, che non guarirà mai. 
Questo dolore non avrà consolazione, perché non si troverà mai una motivazione a questo crimine efferato. 
Quando penso a loro, e a tutti i caduti tra le forze dell’ordine per il bene del Paese, mi auguro che non siano mai dimenticati.  
La notte del 4 ottobre, nella tristezza per il tribolato evento di sangue, ho guardato la volta del cielo stellato e mi sono venute in mente le parole che scrisse Giovannino Guareschi, noto scrittore italiano: “Ai nostri caduti“.  Quando un soldato muore, il suo corpo rimane aggrappato alla terra, ma le stellette  della sua  giubba si staccano e salgono in cielo ad aumentare di due piccole gemme il firmamento. Per questo, forse, il nostro cielo è il più stellato del mondo. “Le stellette che noi portiamo“ non rappresentano soltanto “la disciplina di noi soldà ”, ma rappresentano le sofferenze e i dolori miei, di mio padre, dei miei figli e dei miei fratelli. Per questo le amo come parte di me stesso, e con esse voglio ritornare alla mia terra e al mio cielo”.

giovedì 3 ottobre 2019

Giovanni Burocchi, l’eroico Carabiniere Reale che morì obbedendo agli ordini


di Emilio Del Bel Belluz.

Un tempo a Villanova di Motta, in provincia di Treviso, dove abitavo, avevo conosciuto il Signor Antonio, una persona molto distinta che aveva indossato con orgoglio la divisa di carabiniere reale e mi parlava spesso della sua vita militare. Questo avveniva nella vecchia osteria di mio padre, dove ogni tanto mi trovavo a far compagnia al genitore. L’uomo aveva simpatia per me e i suoi racconti mi affascinavano. 
Leggevo nei suoi occhi una commozione vera, specialmente quando mi parlava del Re che aveva conosciuto, Vittorio Emanuele III, il Re soldato. I suoi racconti mi sono tornati in mente in questi giorni perché ho trovato alcune righe che mi aveva trascritto su un foglio dedicate all’Arma dei Carabinieri. 
“ Valore e disciplina”, “Disciplina e Dovere”, “ Usi ad obbedir tacendo e tacendo morir ”: questo è lo spirito dei Carabinieri. Antonio per farmi comprendere questo, mi raccontò la storia eroica di un Regio Carabiniere: Giovanni Burocchi, che si era immolato alla patria, rimanendo fedele al suo giuramento al Re. Aveva combattuto nella Grande Guerra e dopo aver compiuto il suo dovere di soldato, era ritornato a casa sano e salvo. 
Era nato nel 1881 da una famiglia di contadini marchigiani, originario di Penna San Giovanni in provincia di Macerata. Si arruolò nei Carabinieri Regi nel 1901, destinato alla Legione di Ancona. Giovanni si distinse negli anni meritandosi il rispetto dei suoi superiori. L’amore per la Patria era dentro di lui ben radicato. 
In questi giorni si è ricordata la presa di Fiume da parte di Gabriele D’Annunzio, si è scritto molto, e anche molto si è polemizzato. Quest’anno, Trieste ha onorato Gabriele D’Annunzio con un monumento. Il 1° ottobre del 1919 il carabiniere Reale, della Legione Ancona, Giovanni Burrrocchi e il Carabinere Altobordo De Luca ricevettero l’incarico dal comando di scortare il mercantile Presidente Becker che era diretto nella città croata di Sebenico con un carico di derrate alimentari. 
Durante la traversata, alcuni ufficiali dell’intendenza militare di Ancona, che si erano imbarcati con falsi documenti, con le armi in pugno costrinsero il comandante dell’imbarcazione a dirigersi verso il porto di Fiume. Nonostante avesse le armi puntate addosso, il Carabiniere Burocchi ordinò al suo collega di non consegnare il moschetto ed eroicamente volle rimanere al suo posto. 
Il 3 ottobre 1919 il piroscafo Presidente Beker arrivò a Fiume, due Arditi del 22° Reparto d’Assalto salirono a bordo con l’intento di costringere i due Carabineri Reali a non intralciare le operazioni di scarico della merce. 
Dopo una colluttazione, furono sparati alcuni proiettili che colpirono al petto il fedele servitore del Re che ligio al suo dovere non intendeva disobbedire agli ordini. Al petto fu colpito a morte il Carabiniere Giovanni Burocchi. 

Il Re Vittorio Emanuele III, venuto a conoscenza dell’ eroica morte del suo fedele Carabiniere Reale, volle conferirgli motu proprio la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: 

“Fulgido esempio di incomparabile fermezza e del più elevato sentimento del dovere, di scorta con un solo compagno ad una nave mercantile che in seguito ad audace colpo di mano era stata costretta a cambiar rotta replicatamente fatto segno, quale capo servizio, ad intimazioni e minacce anche armata mano, con contegno calmo deciso ed eroico si dichiarò disposto ad affrontare, come affrontò di fatti, anche la morte piuttosto che venir meno alla ricevuta consegna”.

mercoledì 2 ottobre 2019

Vittorio Emanuele III – Re d’Italia dal 1900 al 1946


Castellanza, Varese
Il presidente del Gruppo Savoia risponderà alle domande del giornalista Marco Linari. 

L’Associazione Culturale Il Prisma invita i cittadini all'incontro dal titolo:

Vittorio Emanuele III – Re d’Italia dal 1900 al 1946”.


I relatori della serata saranno l’avvocato Santino Giorgio Slongo, presidente nazionale Gruppo Savoia e Marco Linari, giornalista de La Prealpina. 

L’appuntamento è per venerdì 4 ottobre 2019 alle ore 21.00 in Villa Pomini, Via Don Testori 14, a Castellanza.
L’autovettura del Re, una Fiat Torpedo 2.8 del 1939, sarà esposta nel parco della Villa Pomini dalle ore 17,00.



La solitudine del Re

Una bella sorpresa in libreria...



L'epistolario costituisce l'anello mancante del periodo immediatamente post bellico, poiché capace di far comprendere e meglio completare la storia che va dal primo dopoguerra a oggi. Il referendum tra monarchia e repubblica fu molto tormentato e poco chiaro. Presentazione di Francesco Perfetti e con un contributo di Alfredo Lucifero.

Il lungo Regno di Re Vittorio Emanuele III: un convegno a Vicoforte (8 ottobre 2019)


L'italia durante il regime fascista: gli anni del consenso (1922-1937)

Dopo aver esaminato l'età giolittiano-emanuelina (1921-1922), la Associazione Giolitti affronta gli “anni del consenso” (1922-1937). In un'Europa inquieta (affermazione del comunismo sovietico in Russia e del nazionalsocialismo in Germania e a fronte dell'impotenza della Società delle Nazioni, cui rimasero estranei gli USA) l'Italia passò da democrazia parlamentare a regime di partito unico. Al governo di unione costituzionale presieduto da Benito Mussolini (31 ottobre 1922), grazie alla legge Acerbo, fortemente maggioritaria, nel 1925 seguì un Esecutivo di soli fascisti. Il Parlamento approvò le leggi fascistissime, mettendo a tacere le opposizioni, che dal “delitto Matteotti” (10 giugno 1924) disertarono quasi al completo la Camera.

La legge elettorale Rocco (1928) conferì al Gran Consiglio del Fascismo la designazione dei deputati da approvare o respingere in blocco. Partiti e politici liberali, socialisti, cattolici, demo-radicali furono completamente spazzati via. Solo alcuni loro esponenti avevano o avrebbero trovato riparo in Senato. L'11 febbraio 1929 il Concordato Stato-Chiesa costituì corposo successo del regime, rafforzato negli anni seguenti con l'imposizione del giuramento di fedeltà al duce per tutti i pubblici impiegati (a eccezione dei Militari).

Il rilancio della stabilità monetaria (“quota 90”), della produzione cerealicola e di quella industriale, orchestrata dall'Istituto per la Ricostruzione Industriale, presieduto dal già socialista Alberto Beneduce, suscitò ampio consenso a Mussolini, forte di “pieni poteri”. Nel 1936 la lunga e costosa guerra contro l'Etiopia, sorretta da abili operazioni di propaganda (l'offerta di “oro alla Patria”, la lotta contro le “inique” e inefficaci sanzioni” deliberate dalla Società delle Nazioni) e l'intervento in Spagna a sostegno dei nazionalisti guidati da Francisco Franco contro la Repubblica rafforzarono il potere personale del Duce e la liquidazione delle residue opposizioni all'interno e all'estero.

Il Convegno, realizzato con il concorso di prestigiosi sodalizi e centri di studio, passa in rassegna aspetti poco noti del lungo “braccio di ferro” tra la Corona e il regime. Mussolini  si valse di formidabili strumenti per soggiogare l'opinione nazionale: lo sport, la cinematografia, la radio di stato e i maggiori quotidiani, allineati alle sue direttive anche tramite il Ministero per la Stampa e la Propaganda (1935), poi Cultura popolare. 

Il Re via via rimase isolato.

Il Convegno è promosso di concerto con il Rotary Club 1925 di Cuneo e si conclude con la presentazione del volume di Aldo A. Mola, Giolitti. Il senso dello Stato, nella conviviale seguente.
                                                                  
Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti (Cavour)



 

Convegno a Bologna: "Identità e libertà dei popoli"

Sabato 5 ottobre 2019 alle ore 18:30, in Via Marsala, 12, 40126 Bologna, il Club Reale Italiano, insieme al Circolo Monarchico Dante Alighieri e all'Associazione d'Arma Nastro Azzurro di Bologna, organizzano una Conferenza dal titolo 

"Identità e libertà dei popoli"
 l'Italia, l'Europa e le sue Monarchie.




Relatore il Prof. Fabio Torriero, Giornalista, Scrittore e fra i massimi conoscitori dei vari passaggi della Monarchia attraverso la Storia.
L'evento è gratuito, la partecipazione gradita.
Al termine della Conferenza sarà possibile cenare al Ristorante del Circolo Unificato dell'Esercito insieme all'illustre Prof, Fabio Torriero e agli esponenti delle Associazioni organizzatrici.

martedì 1 ottobre 2019

«La Monarchia porta stabilità»


Intervista al Principe Ereditario Alois del Liechtenstein.

Il principato del Liechtenstein ha festeggiato il suo 300° compleanno. Un paese vicino e nello stesso tempo lontano. 

Vostra altezza, lei è principe ereditario del Liechtenstein, uno stato con meno di 40.000 abitanti. Nonostante le modeste dimensioni, possiamo parlare di stato sovrano?
Direi di sì, se definiamo il concetto di sovranità dal riconoscimento degli altri stati. Siamo membri dell’ONU con gli stessi diritti degli stati più grandi e facciamo parte dello Spazio economico europeo. Certo, non abbiamo lo stesso influsso, economico o militare, dei grandi stati, ma il Principato del Liechtenstein è riconosciuto globalmente.
A proposito di influsso militare, il Liechtenstein non ha un esercito proprio. Come si spiega con la sovranità?
Ci sono anche altri paesi, come il Costa Rica, che non hanno un esercito. Abbiamo una forza di polizia armata che garantisce la sicurezza interna. La difesa militare non è mai stata un’opzione per uno stato piccolo come il nostro. Abbiamo sempre lottato per il rispetto, il riconoscimento e una buona rete di contatti. Così abbiamo passato tre secoli molto bene.
Quest’anno il Principato celebra il 300° compleanno. È soddisfatto dei festeggiamenti, che hanno permesso sicuramente di sottolineare l’identità del paese?
Il Liechtenstein ha già una forte identità. Solo tra alcuni anni potremo dire se questa identità sia aumentata. Nel contesto europeo, siamo un vecchio stato, soprattutto considerando che i nostri confini sono gli stessi da 300 anni. Un fatto straordinario in Europa.
Cosa significa per lei appartenere a un’antica famiglia nobile?
Un sentimento di orgoglio. Ma allo stesso tempo la grande responsabilità di trasmettere il nostro patrimonio alle generazioni future. Ciò vale per la famiglia e i discendenti in senso stretto, ma anche, in caso di una Monarchia ereditaria, per l’intero stato.
Una Monarchia ereditaria è ancora compatibile con una concezione dello stato nel XXI secolo?
È certamente raro che oggi si parli dei possibili vantaggi di una Monarchia ereditaria. Ma ci sono buoni argomenti a favore. Nel Liechtenstein abbiamo una forma particolare che unisce democrazia parlamentare con forti elementi monarchici e di democrazia diretta. L’elemento monarchico porta stabilità e una prospettiva a lungo termine in ambito politico. Grazie agli elementi di democrazia diretta, siamo molto vicini ai cittadini. Il monarca, grazie alla democrazia diretta, deve sempre pensare agli interessi del popolo. Inoltre, esiste la possibilità di un voto di sfiducia e nella costituzione si trovano persino le regole per l’abolizione della Monarchia.
Questo è davvero curioso. Il principe ha il diritto di veto, ma i cittadini possono abolire la Monarchia.
Siamo gli unici al mondo. Abbiamo inserito l’articolo nella costituzione nel 2003, valutando i vantaggi e gli svantaggi di una Monarchia. E lo svantaggio principale della Monarchia può verificarsi quando una persona non è più accettabile nella sua funzione. La gente può quindi, in un simile frangente, “tirare il freno di emergenza”.
Lei è cresciuto e vive con la sua famiglia nel castello di Vaduz. Qui, la vita è così romantica come si immagina un normale cittadino?
Ha molto fascino, ma ci sono anche degli svantaggi. Abbiamo un giardino, ma devi lasciare il castello e camminare per cinque minuti. È un po’ complicato, specialmente con i bambini piccoli. È anche importante ricordare che la manutenzione del castello è costosa e richiede molto personale.
La sua famiglia è molto ricca. Che significato ha per lei la ricchezza?
Per la casa regnante e per me personalmente, il vantaggio principale della ricchezza risiede nell’indipendenza economica. Nel mio caso significa anche indipendenza politica. Tuttavia, nella nostra famiglia non sono validi solo i valori materiali. Ciò è molto importante nell’istruzione dei figli, che devono imparare che la ricchezza può scomparire rapidamente. Un’amministrazione responsabile è necessaria per garantire pari condizioni alle generazioni future.
Secondo le leggi della casa regnante, il principe deve dare il suo consenso al matrimonio dei figli. Una regola applicata ancora oggi?
Formalmente è così. Ma, a differenza di altre famiglie aristocratiche, le nostre regole non sono mai state interpretate in modo restrittivo.
Solo gli uomini possono diventare principi nella Monarchia ereditaria del Liechtenstein. Come spiega questo divieto contro le donne?
Per noi non è una questione di uguaglianza. Per noi domina la prospettiva del miglior governo. Uno dei punti di forza del nostro Paese è l’elevata stabilità politica, che verrebbe a mancare se vi fosse anche una successione femminile al trono. Una tale estensione attraverso la linea femminile comporterebbe un aumento esponenziale dell’adesione alla Casa regnante, il che comprometterebbe la stabilità. In una Monarchia ereditaria non c’è un’uguaglianza completa, perché una persona è già predestinata a divenire capo di stato.
[...]

https://www.cooperazione.ch/temi/incontri/intervista/2019/monarchia-235389/

lunedì 30 settembre 2019

Congresso della Gioventù Monarchica Italiana



GENOVA, PALAZZO SPINOLA ZECCHINO
VIA DELLA MADDALENA 32 
16124 GENOVA

"Dalla repubblica delle oligarchie alla 
Monarchia di popolo"

PROGRAMMA

Sabato
ore 10 : riunione dei convenuti
ore 13 : pranzo a buffet
ore 16: inizio congresso. Saluti dei dirigenti e inaugurazione dei lavori. Segue dibattito
ore 20: cena fuori sede

Domenica
In mattinata dibattito e chiusura congresso
ore 12: aperitivo e visite guidate

Per informazioni

Paolo Ricciardi 333 8588253
ricciardi.liceo@yahoo.it

venerdì 27 settembre 2019

"Via i nomi dei Savoia a Tula: io la penso diversamente"

"Se la nostra Isola, dal Settecento, si è avvicinata come cultura all'Europa più progredita lo deve ai Savoia"


"Cara Unione,

e così anche Tula si vuole accodare al conformismo imperante, decidendo di levare i nomi dei Savoia dalle proprie strade! Io sono orgogliosamente sardo e italiano, ma sono anche uno che ha nel suo Dna la virtù della riconoscenza. E proprio per questo motivo, dico che levare il nomi della casata sabauda è una fesseria colossale. Se la Sardegna ha un po' di infrastrutture oggi, lo deve ai Savoia.

Se la nostra Isola, dal Settecento, si è avvicinata come cultura all'Europa più progredita lo deve ai Savoia.

Se gli imprenditori sardi poterono cominciare a operare, dovettero attendere il periodo della Sardegna sabauda.

E via di questo passo.

Ma è possibile che nella nostra Terra tutti questi elementi non vengano presi in considerazione o (peggio!) non siano portati a conoscenza del popolo sardo?

Io mi vergogno di essere conterraneo di gente che vuole ignorare o nascondere alla cittadinanza queste verità facilmente accertabili. Visto che la politica dimostra di non valere una cicca, spero che chi fa informazione si dimostri veramente un amante del pluralismo, della trasparenza e della verità. Verità storica!"

Nino Bolla - Cagliari


lunedì 23 settembre 2019

No Germania, No Impero


Due millenni di guerre, amicizia, passioni e  rivalse

L'affinità italo-germanica


di Aldo A. Mola


Quando il braidese Giovanni Piumati insegnava italiano a Guglielmo II
Tra Otto e Novecento le relazioni amichevoli tra il Regno d'Italia e l'Impero di Germania raggiunsero l'apice: scambi economici e soprattutto fitto dialogo culturale, con riflessi anche sulle Forze Armate, particolarmente quando Capo di stato maggiore dell'esercito fu Alberto Pollio (Caserta, 1852-Torino, 1914). Filosofi, letterati e artisti italiani erano di casa nelle Università germaniche e a loro volta i sommi studiosi tedeschi si facevano un punto d'onore di dialogare con Giosue Carducci, Benedetto Croce e Giovanni Gentile, traduttore di Kant. Anche i piemontesi fecero la loro parte. Fra i molti, Giovanni Piumati (Bra, 1850-Viù, 1915), docente di letteratura italiana a Colonia e a Bonn, tenne lezioni di italiano al futuro imperatore Guglielmo II, che, grato e ammirato, lo volle precettore dei figli. Iniziato massone nella prestigiosa loggia “Rienzi” di Roma, Piumati curò l'edizione del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci su mandato dei Lincei e introdusse nella loggia “Cavour” di Torino il concittadino Beniamino Manzone, pioniere della storia del Risorgimento. L'Italia di allora non confondeva Berlino con Vienna: l'irredentismo era una partita aperta esclusivamente con Vienna. Alla Germania, invece, l'Italia doveva Venezia e, indirettamente, Roma, ove Raffaele Cadorna aveva fatto irruzione il 20 settembre 1870, dopo la sconfitta di Napoleone III a Sédan e la proclamazione della Terza Repubblica a Parigi.
Ma in passato l'immagine della “Germania” non era stato così lineare nella cultura “patriottica” italiana. 
Da Cesare  al Kaiser
“Sta Federico imperatore in Como...”. È l'incipit della “Canzone di Legnano” scritta dall'insuperabile Giosue Carducci nel 1876 e limata sino al 1879. Il “maestro e Vate della Terza Italia” omise che erano i comaschi prima e più che Barbarossa a volere la distruzione di Milano. Già  nel 1872 aveva fatto ammenda anticipata dei suoi successivi e un po' scolastici entusiasmi per il “Carroccio”. In “Su i campi di Marengo” aveva inneggiato alla vittoria sulla “lega lombarda” dell'“imperator romano/ Del divo Giulio erede, e successor di Traiano”. Sentiti “gli squilli/ de le trombe teutoniche fra il Tanaro ed il Po/ in cospetto a l'aquila gli animi ed i vessilli/ d'Italia s'inchinarono e Cesare passò”. Era l'Imperatore. Originariamente duca di Svevia, pacificatore della lunga diatriba tra guelfi e ghibellini, Federico I Staufen, Barbarossa, era il Kaiser, la reincarnazione dell'Imperatore romano. Con la pace di Costanza (1183) egli infine pattuì il modus vivendi tra Sacro romano impero e Comuni. Deposta la veronica di mazziniano e sempre ammiratore di Garibaldi (“Italia e Vittorio Emanuele”), storico e politico ancor più che poeta, Carducci insegnò che il legame tra Italia e Germania non nasce da capricci. È nella storia. È il fulcro dell'Europa. Ma non è l'“asse Roma-Berlino”, errata formula in uso ottant'anni addietro. Nell' epoca evocata da Carducci , l'attuale capitale della Germania era un villaggio insignificante. L'Imperatore, invece, era insegna sacra della grande storia d'Europa, sintesi tra quanto rimaneva della Romanità e la cristianità d'Occidente. 

L'equivoca formula Roma-Berlino. Gli Ottoni e la Renovatio Imperii Romanorum
Roma è l'Italia, Berlino è solo una (e recente) delle tante città importanti dell'arcipelago tedesco, capitale della marca di Brandeburgo dal 1451 (quando in Italia svettavano Milano, Venezia, Firenze, Napoli, Palermo...) e del regno di Prussia dal 1701, che anticipò di un decennio quello dei Savoia re di Sicilia e poi di Sardegna. La Germania non è la borussica Berlino: è il desiderio millenario dei tedeschi di essere anch'essi Romani. A tutto vantaggio dell'Italia.
Furono Giulio Cesare e Augusto a “cercare” la Germania. Lo sterminio delle legioni comandate da Varo nella selva di Teutoburgo lasciò il segno. Ci riprovò Domiziano nei decenni seguenti, sino a occupare i Campi Decumati, che pochi ricordano. Lì l'Impero romano si fermò e si trincerò, come fece col vallo Adriano fra Britannia e Caledonia e altre difese verso un “nord” che andava arginato con muraglie complete di torri armate. Bastavano truppe scelte anziché costosissime legioni stanziali. Il pericolo per l'Impero romano non arrivava dalla futura Inghilterra né dalla Germania ma da est: Goti, Quadi, Marcomanni e via continuando sino ai Vandali. Il visigoto Alarico, che non aveva nulla a che fare con i teutoni della Germania propriamente detta, penetrò in Italia come un coltello nel burro. Sconfitto da Stilicone a Pollenzo (oggi Cherasco, sul Tanaro, nel Cuneese) e a Verona, nel 410 saccheggiò Roma. Un colpo al cuore non solo dei pagani ma anche dei cristiani. Poi fu la volta di Attila, “re” degli unni, fermato da Enzo con le armi e da papa Leone Magno con lo Spirito. Neppure lui era “tedesco”. Come lo era solo per vago ceppo etnico il goto Genserico, che dall'“Africa” assalì Roma e la devastò una seconda volta nel 455. Infine vennero gli Eruli di Odoacre, che depose Romolo Augustolo. I tedeschi hanno costituito la continuità della Germania. Gli altri popoli erratici nominalmente germanici, ignari di agricoltura, artigianato e di costruzione di  città, sono stati sommersi dalle sabbie del tempo. Quanti tunisini si considerano discendenti di Genserico?  Quanti spagnoli si sentono visigoti o vandali?  
Il ventre molle è là, sulle Alpi Orientali, non sulla linea dalle Marittime al Brennero e all'Isonzo. Da quel fronte dilagarono gli Ostrogoti di Teodorico, i Longobardi di Alboino... Da lì passarono anche Avari (ne scrisse Paolo Diacono in pagine che ancor oggi fanno rabbrividire), Magiari, Slavi e via continuando, mentre il Mezzogiorno era preda di “saraceni”, la Sicilia dominio arabo e gli abitanti della Sardegna lasciavano le indifendibili coste per arroccarsi tra i sassi, nuragici nei millenni.
Dopo il saccheggio di Montecassino e di Ostia, Roma si chiuse nelle Mura Leonine, un cerchio modestissimo rispetto alle maestose Aureliane: dà la misura di come si fosse ridotta la Caput Mundi. I Bizantini avevano fermato gli Ostrogoti con la guerra logorante capitanata da Narsete e Belisario: un rullo compressore sulla popolazione che ne fece le spese. L'Italia meridionale venne ridotta a macerie desolanti. Ma Bisanzio aveva altre priorità: difendere il suo settentrione dalle popolazioni “barbariche”, spingendole verso ovest. Più ne andavano alla volta di Italia, Gallia, penisola iberica, meno ne insidiavano il confine settentrionale. Inoltre la missione di Costantinopoli era ormai fermare l'avanzata degli arabi, dell'islam, che in mezzo secolo aveva soggiogato l'intera Africa settentrionale e la Spagna meridionale, aveva fatto irruzione in “Francia” (fu fermata a Poitiers) e dove arrivava faceva il deserto. Massacri come ancora oggi ne avvengono in molti paesi lacerati da diverse “osservanze” islamiche e  come in Europa accadde nei secoli passati.
Neppure Carlo Magno poté eliminarne la minaccia mortale. Annientò spietatamente Avari e Sassoni e si spinse a Roma per la sua incoronazione: Sacro romano imperatore. Senza Roma non c'era Corona imperiale. Ma il suo impero andò in frantumi e nell'Italia centro-meridionale il caos rimase più o meno qual era. Un secolo e mezzo dopo (centocinquant'anni voglion dire almeno cinque generazioni dell'epoca) furono Ottone I di Sassonia e i suoi immediati successori (figlio e nipote) a ridare splendore all'Impero, comunemente detto “Germanico”. Nel frattempo gli Ungari erano arrivati in Lombardia, i Saraceni avevano incendiato Torino, le coste erano di chi ci arrivava. Berengario del Friuli, Ugo di Provenza, Berengario d'Ivrea avevano alzato le insegne di “re d'Italia”. Ma fu appunto Ottone I a farsi incoronare Sacro Romano Imperatore e ad affrontare il vero pegno: la liberazione del Mezzogiorno d'Italia dagli islamici, quali ne fossero i referenti “politici”, d'Oltremare e d'entro terra, collusi. Il progetto aveva un'unica soluzione: il patto di ferro con Bisanzio, il fronte comune della cristianità. Nel 966 Ottone I fece incoronare suo figlio “collega nell'impero” (come avveniva nei migliori tempi della Romanità) e gli ottenne in sposa la bizantina Teofano (972). Era il sogno di un nuovo corso per lo spazio euro-mediterraneo: l'unità contro gli assedianti. Ottone II si espose in prima persona. Nella battaglia navale di Capo Cotrone (Rossano, in Calabria) venne sconfitto (982). Si salvò a nuoto. Morì tre anni dopo mentre preparava una nuova offensiva per liberare il Mezzogiorno dagli islamici e un'altra per respingere gli Slavi sul confine orientale. Il figlio, Ottone III (980-1002), su impulso del suo maestro, Gerberto di Aurillac (poi papa Silvestro II), annunciò la Renovatio Imperii Romanorom, incardinata sul primato della Città Eterna. Con tutto il rispetto che si deve loro, tra i vari pretendenti “locali”, precedenti e successivi, alla corona d'Italia (è il caso del meritorio Arduino d'Ivrea, una tantum episcopicida), l'unico a pensare e a parlare in termini autenticamente universali, “romani”, fu proprio il sassone-bizantino Ottone III di Sassonia.
Gli Staufen: impero italo-germanico “fronte Sud”.
Ci volle un altro secolo e mezzo prima che le insegne dell'Impero tornassero a guidare l'”idea” di Roma. Dopo le logoranti dispute sull’investitura dei vescovi-conti (chiusa con il concordato di Worms nel 1122 a vantaggio di “Piero” (come nell'Ottocento scrivevano Antonio Fusinato e Carducci), oggettivamente alternativo a Cesare). Avvenne con Federico I di Svevia (1152-1190). L'imperatore in Italia ha goduto di pessima fama, per la sua lunga lotta contro i comuni, sette secoli dopo assunta quale alba del Risorgimento e della lotta per l'indipendenza nazionale. La “propaganda” capovolse la storia. Vi concorsero Massimo d'Azeglio, quando ancora si dedicava alla pittura e alla narrativa, e l'abate di Montecassino, Luigi Tosti, primo “storico” della Lega Lombarda. La realtà è del tutto diversa. All'epoca di Federico Barbarossa da mezzo secolo erano iniziate le crociate, la conquista della Terra Santa, poco gradita a Bisanzio. “Oltremare” l'Europa occidentale mostrò tutti i suoi limiti. I re di Francia, Inghilterra e altri insigni “capitani” (Corrado di Monferrato) mirarono al proprio interesse. Gli “stati” sorti dalle crociate ebbero piedi di argilla. Anche gli Ordini religioso-cavallereschi, dai Gerosolimitani ai Templari stessi, non ebbero un vero progetto unitario. Gli unici a “pensare in grande” rimasero Federico I e suo nipote, Federico II di Svevia, sepolto nella cattedrale di Palermo: sintesi della forza militare dei Normanni, della Germania e della Romanità. L'Impero era anzitutto l'Italia. E fu in Italia che si consumarono le battaglie decisive: la sconfitta di Re Enzo, catturato e imprigionato a vita, di Manfredi, morto in battaglia, e di Corradino di Svevia, decapitato su ordine del francese Carlo d'Angiò. Il nuovo re di Napoli era forse un difensore dell'idea di Italia? Federico II Staufen, che indossando la dalmatica ascoltava messa sfogliando il Corano, e i suoi discendenti erano forse “tedeschi” o uomini “universali”? Va aggiunto che, coperti sul fianco dall'attivismo mediterraneo di Federico II, i cristiani di Spagna poterono accelerare la riconquista.

Dante Alighieri per Arrigo VII di Lussemburgo
L'idea di Sacro Romano Impero sopravvisse alla catastrofe della Casa di Svevia. Ne scrisse Dante Alighieri, che sperò nella “missione” dello sfortunato Arrigo VII di Lussemburgo. Nel 2021 quale “Dante” verrà narrato? Come osservò Carducci quando rifiutò la “cattedra dantesca” propostagli da Francesco Crispi e da Adriano Lemmi, gran maestro del Grande Oriente d'Italia, Alighieri pensava in “medievale”: Impero e Papato. Duecento anni dopo, al termine delle catastrofiche guerre franco-ispaniche per l'egemonia sull'Europa, l'Italia finì sotto dominio germanico per interposta Spagna, da Carlo V d'Asburgo e suoi successori, sino a Filippo V di Borbone. Preda della riforma scatenata da Martin Lutero, degli evangelici seguaci di Calvino e di altri turbamenti psico-sociali con paramenti religiosi dottrinari (anabattisti, ecc.), la Germania uscì di scena. La Guerra dei Trent'anni la polverizzò. In Italia nessuno se ne occupò più. Imperatore lontano (e irrilevante), briglie sciolte. A riportare i germanofoni in Italia furono le Guerre di Successione del Settecento. Torino fu salvata da Eugenio di Savoia, che non giunse da solo contro le truppe francesi ma con corpi di élite dell'Impero. Nel 1714 Lombardia e regno di Napoli passarono a Vienna. Dopo vari cambi di dinastie, all'epoca usuali, i Borbone ebbero il Mezzogiorno e Parma-Piacenza. Vienna dominò Milano, il Granducato di Toscana e Modena. Venezia ormai sprofondava nell'ozio. Mentre Parigi proteggeva i “lumi”anticlericali e libertini lo Stato pontificio aveva nei cattolici Asburgo l'unico vero baluardo. Maria Teresa d'Asburgo ancora oggi è venerata quale sovrana più illuminata di Voltaire. Suo marito, il pacatissimo Francesco Stefano di Lorena, pur massone, altrettanto.
La Rivoluzione del 1789 e la successiva età franco-napoleonica sconvolsero i punti cardinali. In  riposta agli equilibri imposti dal Congresso di Vienna (1815) e dalla Santa Alleanza i “patrioti” italiani furono naturaliter antiasburgici, da Federico Confalonieri, iniziato massone dal fratello del re d'Inghilterra, a Silvio Pellico. Nacque confusione tra Vienna e la Germania, a sua volta divisa tra “grande” e “piccola”. Presto dimenticato il capolavoro di Madame de Stael, De l'Allemagne, la letteratura risorgimentale fu compattamente antitedesca, per l'arbitraria identificazione tra lingua, nazione e potere politico (e “sangue” o “razza”, come al tempo di diceva). Nel famoso  “Sant'Ambrogio” Giuseppe Giusti inneggiò ai croati, “Povera gente! Lontana da' suoi,/ in un paese che qui le vuol male”. Non prevedeva affatto che l'Impero d'Austria (non più Sacro e Romano) era l'unico freno contro gli appetiti atavici di popoli che, appena l'avessero potuto, avrebbero fatto di più e di peggio a danni degli altri, a cominciare dagli slavi, del nord e del sud.
Superfluo ricordare che l'Italia deve Venezia alla vittoria della Prussia sull'Austria nel 1866, quando purtroppo essa dovette registrare un insuccesso a Custoza e una sconfitta a Lissa. Dopo la vittoria su Napoleone III a Sedan e la proclamazione dell'Impero di Germania nel Salone degli Specchi del Castello di Versailles (gennaio 1871), grati per la neutralità dell'anno precedente i Kaiser visitarono ripetutamente i Re d'Italia a Roma. Anche senza il colpo di mano francese su Tunisi (1881) la linea era chiara. L'aveva anticipata Francesco Crispi in visita a Bismarck nel 1877, mentre maturava l'intesa dei Tre Imperatori (Berlino, Vienna, San Pietroburgo) contro l'anarchia e la repubblicanizzazione” dell'Europa, di impronta francese.
La seconda metà dell'Ottocento fu la stagione d'oro dell'amicizia italo-germanica. Da Oltralpe in Italia giunsero filosofia e scienze, tecnica e filologia... Mommsen e Gregorovius rinnovarono alla radice gli studi di romanistica e medievistica. Carducci imparava il tedesco dal veneziano Emilio Teza. I politici italiani di spicco capirono bene che la Germania era la garanzia contro ogni rivalsa offensiva di Vienna ai danni dell'Italia; e Roma si concesse il lusso di tener le distanze da Parigi, di liberarsi dalla francofilia d'età risorgimentale. Giolitti proseguì nel solco di Crispi. Non si lasciò mai intenerire da Vienna. Ammirò invece la Germania di Bernhard von Bulow, ove il socialismo riformistico prosperava all'ombra dell'industrializzazione e della modernizzazione della vita quotidiana: un modello per l'Italia, ancora così diversificata al suo interno.

I voltafaccia del Novecento e le loro ripercussioni sul presente
La catastrofe venne con la firma dell'arrangement di Londra del 26 aprile 1915, che impegnò Roma a entrare in guerra entro trenta giorni contro tutti i nemici dell'Intesa. Il governo Salandra-Sonnino aveva qualche fondato argomento per combattere la duplice monarchia asburgica. Non ne aveva alcuno di veramente credibile per dichiarare guerra alla Germania: nessun contenzioso territoriale, economico, né gare nei domini coloniali. Le motivazioni addotte dal governo Boselli nell'agosto 1916, redatte in tre diverse versioni, furono e rimangono sconcertanti per la loro fatuità.
Iniziò così quella nuova “guerra dei trent'anni” che dal 1938 vide Roma sempre più appiattita sulla strategia politico-militare del Terzo Reich germanico di Hitler, rafforzato dall'annessione dell'Austria. Ostile contro la perfida Albione dei cinque pasti al giorno e contro la Francia demo-pluto-massonica e socialista l'Italia di Mussolini finì per allearsi con il “nemico storico” del secolo precedente. Tornò a confondere la parte con il tutto, il nazismo con la Germania millenaria, che era anche civiltà romana, umanesimo, universalità: le coreografie naziste di Norimberga accecarono tanti italiani, che si proposero di imitarle.
Ottant'anni dopo sentimenti e risentimenti continuano a oscurare il giudizio della storiografia. Eppure non dovrebbe essere difficile capire che l'Italia ha tutto da guadagnare dall'amicizia (sia pure asimmetrica) con la Germania, proprio per sottrarsi all'invadente influenza francese sulla sua economia e per contenere la tracotante ostilità degli Stati sorti dalla disgregazione dell'impero asburgico e della Jugoslavia. Può bilanciarne l'ambizione a dominare l'Adriatico da Trieste alla Grecia solo passando per Berlino, su un piano di confronto franco, che lasci alle spalle la ruggine del recente passato, l'eco di quanti (Luigi Federzoni e un famoso spretato, capofila del razzismo in Italia) un secolo addietro deploravano l'assalto tedesco all'Italia per alimentare l'odio contro il “brutale imperialismo teutonico”.
Meno ancora che nei secoli andati, il possibile “progetto Italia” del Terzo Millennio non può reggere su fantasie propagandistiche e promesse illusorie. Deve avere fondamenta nella cultura, nella capacità produttiva, nella stabilità se non riduzione del debito pubblico. Diversamente è solo retorica.                                                             Aldo A. Mola

sabato 21 settembre 2019

I giovani monarchici a scuola di politica


Sabato 21 settembre, dalle ore 10 si terrà in Roccaraso in provincia di L'Aquila, presso il Park Hotel “Il Poggio”, il VII Convegno Nazionale per la Formazione dedicato ai ragazzi del Fronte Monarchico Giovanile.

È Prevista la partecipazione di molti e qualificati ospiti, fra gli altri Maurizio Gasparri, Adolfo Urso, Francesco Forte, Mario Landolfi, i professori Gustavo Pansini, Salvatore Sfrecola Andrea Ungari, e Salvatore Aceto di Capriglia.


giovedì 19 settembre 2019

Fiume 2019

Nel giorno del centenario dell'inizio della impresa fiumana, una decina di ragazzi, si è recata a Fiume, esponendo il Tricolore del Regno all’ingresso del Palazzo del Governo.
Un’ azione goliardica e coraggiosa in un’Italietta ha volutamente  dimenticato una ricorrenza che ogni nazione avrebbe orgogliosamente ricordato nei secoli. Una azione pacifica e dimostrativa. Tanto per ricordare che Fiume è italiana.
Il gesto è stato un bel gesto, coraggioso e sentito. Pacifico e indolore.
Chi prende le distanza, e chiede scusa ai croati, che si sono permessi, per altro, di mettere becco sulla statua di D'annunzio a Trieste  sbaglia.
Con questo metro non ci sarebbe stata nessuna impresa fiumana per non offendere la Yugoslavia, la Francia e gli Usa, il governo di Cagoia.

A volte è necessario osare.