NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

mercoledì 22 ottobre 2014

Italia Reale contro il canone Rai

COMUNICATO STAMPA


Italia Reale: “Aboliamo il Canone RAI!”

Domani, 23 ottobre, dalle ore 18 alle ore 20 al presidio per l’abolizione del Canone RAI - organizzato di fronte i cancelli della direzione generale della Rai a Roma in viale Mazzini - parteciperà anche Angelo Novellino, Segretario Nazionale di ITALIA REALE, movimento politico che figura tra i promotori della iniziativa, assieme a iscritti e simpatizzanti.
“Italia Reale è in prima linea in questa battaglia di libertà contro un assurdo e iniquo balzello istituito dal regime fascista nel 1938 - dichiara Novellino -.  La RAI deve raggiungere il pareggio di bilancio con le risorse pubblicitarie se vuole operare sul mercato o alternativamente essere finanziata dallo Stato con le risorse acquisite tramite il prelievo fiscale, a fronte di una profonda ristrutturazione e di una seria programmazione che elimini la lottizzazione, riduca gli sprechi e gli ingenti compensi che gridano vendetta al cospetto di una Nazione in profonda crisi economica e delle famiglie italiane sempre più impoverite”.




Romania, premier Ponta per referendum repubblica-monarchia

(ANSA) - TRIESTE - 

Un dibattito pubblico e, perché no, anche un referendum per scegliere tra repubblica e monarchia. 

È questo lo scenario delineato domenica sera di fronte alla telecamere di Romania Tv dal premier rumeno in carica, Victor Ponta, in corsa per le elezioni presidenziali in programma a novembre e protagonista di una accesa campagna elettorale che sta entrando sempre più nel vivo. 

Ponta ha specificato che "nei prossimi anni" nel Paese membro Ue dal 2007 ci potrebbe essere un rinnovato dibattito pubblico sui pro e contro di repubblica e monarchia e infine, forse, una consultazione popolare che dia ai rumeni la possibilità di scegliere fra le due opzioni. 

[...]

Fossano: “La legislazione italiana ed il patrimonio araldico cavalleresco di Casa Savoia”

Si terrà a Fossano, il 16 novembre prossimo, alle 9.30, presso la Sala Barbero del Castello degli Acaja un interessante e originale Convegno dal titolo “La legislazione italiana ed il patrimonio araldico cavalleresco di Casa Savoia”.

Il Convegno è stato voluto ed organizzato dal Comitato formato dal Presidente C.R.F. e Vicepresidente A.B.I. Prof. Beppe Ghisolfi, che ne cura la Presidenza, dal conte Carlo Buffa di Perrero, Delegato per il Piemonte e Valle d’Aosta degli Ordini Dinastici di Casa Savoia, dal Delegato Provinciale di Cuneo per l’Associazione Nazionale Insigniti Onorificenze Cavalleresche Cav. Clemente Malvino, dal Delegato Provinciale per Cuneo delle Guardie d’Onore alla RR. TT al Pantheon, Cav. Uff. Pietro Bruno e dallo Studio Legale Bimbato & Partners, rappresentato dall’Avv. Aldo Bimbato, che ne ha curato la direzione, l’implementazione e la competenza giuridica.

Si prevedono come relatori il prof. Emanuele Stefano Monti Bragadin dell’Università di Genova, Facoltà di Scienze Politiche, il prof. Claudio Cardellinidell’Università di Torino, il Dott. Tomaso Giuseppe Cravarezza ed il Dott. Marco Di Bartolo, esperti in Diritto nobiliare, araldico e genealogico, nonché l’Avv. Aldo Bimbato, esperto in Diritto nobiliare, araldico e genealogico e Diritto internazionale pubblico e privato.


sabato 18 ottobre 2014

Collegno: Ritratti Sabaudi, vizi e virtù di Casa Savoia


di Dino Ramella

Sabato 18 ottobre 2014 ore 16.30  Castello Provana di Collegno
Via Alpignano, 2 

Con l'autore interviene lo storico Tomaso Ricardi di Netro

La presentazione sarà allietata dalla presenza del Gruppo Storico 
Principi dal Pozzo della Cisterna


Presentarsi con la stampa del presente invito, grazie
(cliccare sul link sotto)



info Associazione Culturale San Lorenzo - Collegno - tel, 334 7552758 - e-maii saniorenzo.collegno@9nnailcorn

venerdì 17 ottobre 2014

Pescara, i Monarchici, “non donna di province, ma bordello”

“Oh che bel sito per una città commerciale! Buttiamo giù queste mura e costruiamo un porto su questo fiume e Pescara in men di un secolo sarà la più grande città degli Abruzzi” quella del 17 ottobre 1860 fu un vaticinio a metà di Vittorio Emanuele II, Re di Piemonte e Sardegna, che disse andando verso Teano ad incontrare il generale Giuseppe Garibaldi. E' Claudio Agostini (Consigliere Nazionale U.M.I.) a ricordarla, unione dei Monarchici, una esigua frangia di nostalgici che auspicano il ritorno del re per risolvere la crisi economica in Italia.

[....]

http://www.giornaledimontesilvano.com/pescara-e-provincia/64-pescara-e-provincia/28409-pescara-i-monarchici-non-donna-di-province-ma-bordello.html

giovedì 16 ottobre 2014

CIRCOLO REX - 67° CICLO DI CONFERENZE 2014-2015

PRIMA PARTE

SALA UNO
nel cortile della Casa Salesiana
San Giovanni Bosco
con ingresso in Via Marsala 42
(vicino Stazione Termini)

INGRESSO: 10,15

ORA INIZIO CONFERENZE: 10,30



PROGRAMMA DELLE RIUNIONI
2014


26 Ottobre
- Gen. C.C. Giancarlo IACHETTI

"I Carabinieri: duecento anni di fedeltà alle Istituzioni"


9 Novembre
- Prof. Salvatore SFRECOLA

"Le riforme di cui l'Italia ha effettivamente bisogno"


23 Novembre
- Dott. Antonio GALANO

"I patrioti fedeli al Governo legittimo nella liberazione di Roma"


30 Novembre
- Prof. Vincenzo CAPPELLETTI

"Necessità immutata della filosofia: l'esempio di Gentile"

lunedì 13 ottobre 2014

I Carabinieri: Duecento anni di fedeltà alle Istituzioni

E’   difficile  racchiudere  in  breve  spazio  vicende  di  due  secoli, iniziate  il  13  luglio  1814, quando  Vittorio  Emanuele  I, Re  di  Sardegna, tornato  a  Torino, Capitale  del  Regno, dopo  il  decennale  trasferimento  a  Cagliari, perché  il  Piemonte, occupato  dai  francesi, era  stato  addirittura  annesso  all’ Impero  Napoleonico, istituisse  con  Regie  Patenti  in  tale  data, un  nuovo  Corpo  Militare, avente  nome  “Corpo  dei  Carabinieri  Reali“, e per  scopo  “….la  conservazione  della  pubblica  e  privata  sicurezza…e  protezione  e  difesa  dei  buoni  e  fedeli  Sudditi  nostri….”.
E  nel  Regno  di  Sardegna  quindi  nacquero  e  si  svilupparono  i  Carabinieri, dai  primi  803  componenti  il  Corpo  agli  oltre  112.000  odierni, consolidando  le  loro  strutture  per  adempiere  alle  loro  funzioni  nel  Regno  d’ Italia, nel  1861  ed  infine, nel  1946, nella  repubblica, sempre  con  lealtà  e  fedeltà, avendo  come  fine  il  rispetto  e  la  difesa  delle  Istituzioni  Statali  dell’ Italia  Unita, e  bene  hanno  fatto  le  Poste  italiane, a  ricordarne  l’anniversario  con  l’ emissioni  di  quattro  francobolli, uniti  in  un  elegante  foglietto, riproducente  un’ opera  pittorica  di  Giovanni  Brunori , realizzata  nel  1872 , dal  titolo “Carabinieri  a  cavallo”. 

 Anche  i  temi  scelti  per  i  francobolli  sono  particolarmente  significativi, rappresentando  il  primo la  statua  bronzea  di  un Carabiniere, opera  dello  scultore  Edoardo  Rubino, iniziativa  che  ebbe  il  patrocinio  della  Regina  Margherita, e  fu  inaugurata  a  Torino, il  22   ottobre  1933, alla  presenza  del  Re  Vittorio  Emanuele  III. Il  secondo  francobollo  riproduce  la  facciata  di  un  palazzo  del  settecento  piemontese, opera del  Vittone, caserma  successivamente   intitolata  al  Capitano  dei  Carabinieri  Chiaffredo  Bergia, mancato  a  52  anni  nel  1892, che  da  semplice  carabiniere, arrivò  al  grado  di  capitano  per  le  sue  azioni  contro  i  briganti   negli  anni  1862  e  seguenti, per  le  quali  ebbe  una  Medaglia  d’ Oro  e  numerose  altre  decorazioni  e  promozioni tanto  da  essere  il  militare  più  decorato  al  valore. Vi  è  nel  terzo  il  “Logo  del  bicentenario”  e  nel quarto  francobollo, l’ immagine  realistica  e  fascinosa  di  “Carabinieri  nella  tormenta”, gruppo  bronzeo   dello  scultore  Antonio  Berti, realizzato  nel  1973.
Però  non  possiamo, anzi  dobbiamo  ricordare qualche  data  e  qualche  episodio  di  questa  lunga  e  gloriosa  storia, ricca  di  eroismi  e  di  caduti  nell’adempimento  del  loro  dovere, cominciando  dalla  prima  Medaglia  d‘Oro   al  Valor  Militare, decorazione  istituita  dal  Re  Carlo  Alberto, con  Regio  Viglietto  del  26  marzo  1833, concessa  alla  memoria  del  carabiniere  reale  Giovan  Battista  Scapaccino, che  rientrando  a  cavallo  alla  sua  caserma  di  Les  Echelles, in  Savoia, la  sera  del  3  febbraio  1834 , che  era  stata  occupata  da  una  banda  di  fuoriusciti  rivoltosi, impostogli  di  gridare  “Viva  la  repubblica”, gridò  alto  e  forte  “Viva  il  Re”, e  fu  così  freddato  da  numerose  fucilate, per  poi  ricordare  la  giornata  del  30  aprile  1848, durante  la  prima  guerra  d’ Indipendenza , quando  a  Pastrengo, tre  squadroni  a  cavallo  di  Carabinieri, a  conferma  che  gli  stessi  non  erano  solo  una  forza  territoriale, ma  un  vero  corpo  combattente, poi  divenuto  nel  1861  “Arma”, visto  in  pericolo  il  Re  Carlo  Alberto, che  era, come  sempre, in  prima  linea  contro  gli  austriaci, a  rischio  di  essere  ucciso  o  preso  prigioniero, effettuarono, comandati  dal  maggiore  Negri  di  Sanfront, una  travolgente  ed  audace  carica, ancora  oggi  rievocata, che  salvò  il  Re  e  contribuì  alla  vittoria  delle  truppe  piemontesi.
E  poi  ancora  la  loro  azione  nelle  tristi  vicende  del  brigantaggio meridionale  ed  in  altre  regioni   nei  primi  anni  del  Regno, nelle  sciagure  naturali  ed  epidemie, così  che  loro  fama  travalicava  le  Alpi  e  molti  altri  stati  prendevano  esempio  dai  nostri  carabinieri  o  come  quando  gli  stessi  furono  chiamati  a  Creta  nel  1900, per  mantenere  l’ordine  ed  istruire  gli  elementi  locali, e  così  pure  furono  presenti  ed  operativi   ovunque  sventolasse  il  nostro  Tricolore, dall’ Africa  alla  Cina .
Vennero  poi, dopo  il  primo  centenario  del  1914, per il  quale  un  ufficiale, il  capitano  Cenisio  Fusi, creò  il  motto  “nei  secoli  fedele” , la  prima  e  la  seconda  guerra  mondiale  e  dal  Podgora, il  18  e  19 luglio   1915, episodio  che  farà  guadagnare  alla  bandiera  dell’ arma, la  Medaglia  d’ Oro  al  Valor  Militare,   a  Culquaber, in  Etiopia  nel  novembre  1941,  i  Carabinieri  si  distinsero  per  valore, fino  all’estremo  sacrificio, e   nel  periodo  successivo  all’8  settembre  1943  abbiamo  l’atto  eroico   di  Salvo  D’ Acquisto  e  la  tragica  fine  del  colonnello  Frignani  e  del  capitano  Aversa, trucidati  alle  Fosse  Ardeatine.  
Il   dopoguerra, dopo  iniziali  operazioni  contro  il  banditismo  in  Sardegna  ed  in  Sicilia, vide  ed  ancora  oggi  vede  i  Carabinieri  impegnati  contro  nuove  forme  feroci  di  terrorismo   nazionale  ed  internazionale, con  una  lunga  scia  di  sangue, dal  capitano  Francesco  Gentile, dilaniato  da  una  mina  in  Alto  Adige, ai  generali  Enrico  Galvaligi  e  Carlo  Alberto  Dalla  Chiesa , al  tenente, oggi  generale  Umberto  Rocca,  ferito  gravemente, ma  sopravvissuto  all’attacco  di Renato  Curcio  e  di  Mara  Cagol, per   ricordare  infine  i  Carabinieri   straziati  dalle  esplosioni  a  Nassirya, dove  si  trovavano  in  missione  di  pace.
“Fedeltà  alle  Istituzioni”,  quindi  allo  Stato  ed  ai  suoi  legittimi  rappresentanti, per  cui  la  Marcia  d’ Ordinanza  dei  Carabinieri , risalente  al  1929, opera  del  maestro  Luigi  Cirenei, si  chiama  “La  Fedelissima“ e  nella  lunga  storia  non  vi  furono  ribellioni, rifiuti, pronunciamenti, ma  l’adempimento  di  doveri, in  qualche  caso  anche  amari, come  fu  per  gli  arresti  di  Garibaldi, dopo  le  sue  improvvisate  e  sfortunate  azioni  del  1862  e  1867  per  liberare  Roma, contro  la  volontà  e  le  ragionate  decisioni   del  Governo   del  Re, ed  il  25  luglio  del  1943  per  il   cosiddetto  arresto  di  Mussolini, non  più  capo  del  Governo.         
Di  tutto  questo  è   testimonianza l’impressionante  “medagliere” dell’ Arma, oggi  quarta  Arma  delle  nostre  Forze  Armate, con  un  Ordine  Militare  di  Savoia  e  quattro  Ordini  Militari  d’ Italia  e  34  medaglie  d’ oro, da quelle  al  Valor  militare , a  quelle  per  i  terremoti, al  merito  della  Sanità, ed  al  Valor  Civile, alle  quali  decorazioni  si  uniscono   quelle  personali   che  per  limitarci  alle  Medaglie  d’oro  raggiungono  il  numero  di  trecentotrentatre, di  cui  121  al  Valor  Militare, 141  al  Valor  Civile, 59  al  Merito  Civile, e  le  altre  con  diverse  ulteriori  motivazioni.


Domenico  Giglio

Das Vierte Reich

"Il Quarto Reich"
di Vittorio Feltri e Gennaro Sangiuliano
Mondadori
Attilio Gambino
Venerdì, 18 settembre 2014
Nell’ultimo decennio, alla Germania riunificata è riuscito quello che non le è stato possibile attraverso le due sanguinose e tragiche guerre mondiali che hanno scandito il Novecento. La conquista di un’incontrastata egemonia continentale, una sorta di dominio sull’Europa che può essere sintetizzato nella formula «Quarto Reich». Berlino, negli anni che corrispondono con la stagione dell’euro, è riuscita con le armi dell’economia laddove prima avevano fallito le armate del Kaiser poi quelle famigerate di Hitler.
La storia del ruolo svolto in questo inizio secolo dalla Germania in Europa, e in particolare nell’Unione europea, è ancora tutta da raccontare, soprattutto in relazione alle vicende politiche dell’Italia, il paese che per decenni è stato suo partner amichevole ma anche temibile concorrente economico sui mercati mondiali.
Di questa vicenda e delle sue molteplici implicazioni, Vittorio Feltri e Gennaro Sangiulianoraccontano dettagli, personaggi, retroscena segreti, di fronte ai quali parlare di «Quarto Reich», non è più una banalizzazione giornalistica ma la sintesi estrema, e forse inquietante, di un contesto politico ed economico determinatosi nell’area euro. In un decennio, infatti, grazie alla moneta unica e alla gabbia istituzionale dell’Unione, la Germania è riuscita a costruire sul Vecchio Continente una condizione di predominio economico e di egemonia politica.
L’impossibilità di dissentire sulle leggi del rigore dettate dagli euroburocrati e ispirate da Berlino ha privato gli altri paesi membri di ogni reale sovranità economica e ha concentrato tutto il potere decisionale nelle mani delle élite e delle strutture comunitarie. Ma se per i cittadini tedeschi l’«era del Quarto Reich» significa benessere, lavoro e crescita, per le altre nazioni, soprattutto del Sud Europa, vuol dire povertà, disoccupazione e recessione. Come sperimentano ogni giorno sulla loro carne viva milioni di europei, stretti nella morsa di una crisi economica decisamente più grave e prolungata di quella del 1929. È un dato oggettivo, infatti, che le economie di Italia, Spagna, Grecia e di altri paesi abbiano segnato uno spaventoso arretramento, con perdita del Pil, aumento della disoccupazione, calo dei consumi, recessione e addirittura deflazione.
«Più volte i fautori dell’Unione europea», scrivono Feltri e Sangiuliano, «hanno sostenuto che il processo di integrazione aveva garantito la soluzione definitiva della “questione tedesca”. Questa è stata la tesi degli euro-entusiasti, che in Italia sono stati a lungo una schiacciante maggioranza politica e, soprattutto, culturale. La grande crisi economica di questi anni, decisamente più grave e prolungata di quella del ’29, ha riproposto, invece, sul tavolo della storia la pericolosità tedesca, che non significa certo la minaccia di una nuova guerra europea ma certamente una ritrovata aspirazione egemonica della Germania».
Nel costruire la loro tesi, Feltri e Sangiuliano non si limitano a una dotta disquisizione sui macrosistemi ma dimostrano una trama, fatta di lettere riservate a capi di governo, telefonate segrete alle più alte cariche di Stati sovrani, pressioni esercitate in mille modi da poteri forti che si muovono al di fuori e al di sopra delle elementari regole democratiche. Per capire il Quarto Reich non si può prescindere dal suo cancelliere, Angela Merkel, figura molto meno piana di quello che si può credere e la cui biografia rivela fatti sorprendenti, alcuni ancora oscuri, a cominciare dal vero nome Angela Dorothea Kasner. Feltri e Sangiuliano ne scandagliano la vita: il misterioso trasferimento del padre, ex iscritto al partito nazista, da Amburgo all’Est sovietico, la militanza giovanile nelle organizzazioni dell’Est comunista, il tradimento di Helmut Khol, il matrimonio breve con il “signor Merkel” di cui ha mantenuto il cognome.
La “ragazza venuta dall’Est”, come è stata definita spesso la signora Merkel, ha una vera biografia degna di una spy story. Se non ci sarà un radicale riequilibrio dei rapporti di forza all’interno dell’Unione europea e non si riconoscerà pari dignità alle diverse esigenze degli Stati che ne fanno parte, cioè se all’«Europa germanica» non subentrerà una «Germania europea» (Thomas Mann), la cancelliera Angela Merkel, donna di ferro della politica globale, passerà alla storia per aver realizzato quel sogno egemonico sempre coltivato dal popolo tedesco, che nel secolo scorso si è infranto solo contro l’implacabile verdetto di due tragiche guerre mondiali.

domenica 12 ottobre 2014

I Carabinieri: duecento anni di fedeltà alle Istituzioni

Circolo di Cultura ed Educazione Politica
“REX”


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Per l’inaugurazione del LXVII Ciclo di Conferenze
Domenica 26 ottobre alle ore 10,30
in Roma, Via Marsala 42, Sala Uno
(nel cortile della Casa Salesiana)

il Generale C.C. Gian Carlo Iachetti
Medaglia d’Oro al Merito per azioni contro il terrorismo
parlerà sul tema:
“I Carabinieri: duecento anni di fedeltà alle Istituzioni”

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Ingresso libero
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Il Presidente del Circolo

Dr. Ing. Domenico Giglio

venerdì 10 ottobre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - IX

Il memoriale di Cesare Rossi.

La questione morale sollevata da Mussolini contro De Gasperi e contro il P.P. intacca fortemente l'attività offensiva di questo i cui aderenti saliti sull'Aventino sono fra i più incerti e porta lo scompiglio nell'opposizione.

Ne approfitta Mussolini che improvvisamente presenta alla Camera un progetto di riforma elettorale. E' un colpo di scena che desta viva sorpresa. Ma non è difficile comprendere i motivi della mossa audace. L'atteggiamento della magistratura con la sentenza di assoluzione della Voce Repubblicana nel processo contro Balbo per l'uccisione di don Minzoni, le lettere del generale prodotte alle udienze, la levata di scudi al Senato contro il progetto Di Giorgio per la riforma dell'esercito, la denuncia del dottor Donati contro il generale De Bono all'Alta Corte di Giustizia come favoreggiatore del delitto Matteotti, gli fanno avvertire la gravità e l'inesorabilità della situazione che la furibonda campagna della stampa fascista non è riuscita a trasformare. Già le minacce della «seconda ondata» avevano trovato l'ostacolo nei diritti e nei doveri della Corona. Questa funziona e lavora a riportare l'equilibrio nel Paese ma cerca il punto di appoggio.

Il 31 di dicembre viene pubblicato il memoriale di Cesare Rossi nel quale questi si scagiona delle accuse di responsabilità per l'uccisione di Matteotti ed i giornali di opposizione ne fanno un potente ariete che scagliano contro il governo. Salandra si dimette da Presidente della Giunta generale, del bilancio ed accenna a passare all'opposizione. Giolitti, intervistato dal Mattino contesta al Duce il diritto di fare le elezioni che si suppone siano lo scopo della nuova riforma: «Egli non può farle specialmente dopo che le opposizioni sollevano contro di lui la pregiudiziale morale». Il ministero atterrito da tanta avversione concomitante, viene convocato di urgenza, e sono emessi - con la solidarietà di tutti i ministri - severi provvedimenti contro la stampa. Molti giornali dell'opposizione subiscono l'ennesimo sequestro, ma nello stesso tempo si proibiscono le adunate fasciste.
Mussolini ha capito che l'opinione pubblica si trova davanti ad un eccezionale disorientamento politico come non lo fu mai e che è necessario creare a qualunque costo un orientamento nuovo.

Sarebbe anche questa l'ora delle opposizioni: tornare alla Camera, stringersi attorno alla Corona e dare battaglia sul terreno parlamentare. Ma ecco la direzione del Partito Popolare lanciare un manifesto nel quale intuendo le sue gravi colpe nella situazione del Paese addossa come al solito ogni responsabilità alle istituzioni «che fatalmente hanno favorito, sviluppata e mantenuta la dittatura fascista». (!!!). Tuttavia il P.P. rifiuta di imperniare la lotta nella difesa della Carta Statutaria, sostiene la inutilità di ogni manovra parlamentare o ministeriale ed affida la soluzione al normale sviluppo della lotta politica».


Mai come in questi giorni l'Aventino, ma soprattutto il Partito Popolare, appaiono complici necessari della dittatura.

lunedì 6 ottobre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - VIII

De Gasperi in una vignetta di Guareschi del 1954. 
Ci sembra la maniera migliore di 
rappresentarlo anche se la vignetta è di 30 anni 
più tardi. La riproponiamo in grande 
formato
Mussolini passa al contrattacco e solleva la «questione morale» contro De Gasperi e il Partito Popolare.

Mussolini invece da abile polemista quale egli è, è passato al contrattacco. Alla «questione morale», perno del movimento aventiniano, egli contrappone un'altra « questione morale » con la quale investe il Partito Popolare. Ha inizio verso la fine di ottobre, quando Gino Sottochiesa sul Popolo d'Italia chiede al Donati (autore della denuncia contro De Bono all'Alta Corte di Giustizia fatta per colpire il governo) se non si rammenta di una lettera di Cesare Battisti della quale gli diede copia l'anno precedente,lettera di cui il Donati, direttore del Popolo, intendeva servirsi allora per abbattere De Gasperi aspirante alla successione del quotidiano popolare. La lettera di Battisti, datata da Roma (Hotel de la Paix,5 Novembre 1914) così diceva:

Carissimo Lanzerotti,

«Sono da qualche giorno a Roma, ove apprendo che lassù nel Trentino continua feroce ed accanita la lotta contro di me. E più del governo inveiscono contro di me certi messeri del Partito Popolare.
«Un deputato di Trento (ed è facile capire chi) s'è preso il disturbo di raccontare al console italiano di Insbruck Giovanni Chiovenda, le cose più infamanti sul conto mio: dando perfino ad intendere che io abbia falsificato documenti e cambiali! ».
CESARE BATTISTI


I deputati di Trento erano due: monsignor Gentili ed Alcide De Gasperi. Questi nega, Chiovenda si limita a dire che De Gasperi non si recava mai a quel consolato e pertanto il nome del deputato rimane sconosciuto. Si ha la conferma che De Gasperi non aveva alcun rapporto nemmeno affettivo con l'Italia.

D'altronde, mentre il De Gasperi godeva della fiducia delle autorità militari e civili austriache, il Gentili, di provata fede italiana, veniva internato con altri patrioti. Chi dunque insidiava l'onorabilità di Battisti se non il De Gasperi?

La triste luce che lo colpisce, sia pure di riverbero, è quella proveniente dalla condotta del Partito Popolare trentino del quale egli era fra gli esponenti più eminenti in quanto che fu segretario del gruppo parlamentare alla Camera austriaca. Inoltre, perché mai il Donati vedeva nella lettera di Battisti così gravi elementi per colpire De Gasperi?

Il Popolo d'Italia martella per settimane e settimane, e quotidianamente in lunghi corsivi dimostra l'essenza anti-italiana dei popolari trentini, salvo pochi eccezionali casi. Denuncia la partecipazione dei deputati popolari trentini alla dieta di Innsbruck, alla sottoscrizione delle 7 corone per festeggiare i catturatori di Battisti; pubblica la lettera nella quale questi, durante la propaganda per l'intervento dell'Italia in guerra bollava il partito trentino di cui era capo il De Gasperi; rileva l'indirizzo di fedeltà patriottica all'Imperatore di 5 ex deputati popolari trentini alla Dieta di Innsbruck, e la concessione della medaglia d'oro, l'unica medaglia d'oro dei cacciatori tirolesi, al fratello Augusto. La «questione morale» contro il P.P. trae ancora una ragion d'essere dal fatto che l'on De Gasperi, che ne è il segretario, è stato uno dei compilatori dell'aspro manifesto che le opposizioni lanciarono l'11 novembre alla vigilia dell'apertura del Parlamento, nel quale si illustra la «pregiudiziale morale» contro il governo.

Il Popolo d'Italia ha buon giuoco per rispondere che la figura dell'on. De Gasperi basta da sola a disonorare una intera opposizione che si voglia in qualche modo chiamare italiana e voglia esserlo di fatto e non può avere nessuna «pregiudiziale morale» contro nessun governo italiano, fosse pure il peggiore perché egli non ha mai sentito alcun disagio morale verso i governi austriaci dell’Impiccatore, verso quei governi  che hanno impiccato Oberdan, Battisti, Filzi, Sauro, Chiesa, Rismondo:

«L’on. De Gasperi collaborava con il governo I.R. di Vienna e ne approvava la politica, e anche dopo l'impiccagione di Battisti egli partecipò alle sedute del parlamento austriaco come capo-gruppo dei popolari trentini. Il deputato austriacante che è oggi segretario di un partito politico che si dice italiano non dimostrò mai a Vienna l'energia della quale fa sfoggio contro il governo fascista. Da Vienna partivano gli ordini di erigere forche per i trentini che combattevano nell'esercito italiano e De Gasperi non fiatava; da Roma un governo di italiani proclama la necessità della disciplina nazionale e l'on. De Gasperi organizza la resistenza, sbava ingiurie, protesta per le libertà infrante.

«Dove era mai la vostra sensibilità morale on. De Gasperi, quando impiccavano la gente della vostra terra, rea d'amare l'Italia?
«E un uomo di così tristo passato osa elevarsi contro il governo nazionale! Un uomo che ha assistito impassibile a tutte le infamie dell'Austria, che ha collaborato ed ha aiutato con la sua fiducia i governi austriaci, il dirigente di un partito ritenuto, a ragione, fedelissimo alla monarchia asburgica, questo uomo, questo De Gasperi, ci viene oggi a parlare di «pregiudiziali morali » verso il governo Mussolini! Eh, via.

«L'on. De Gasperi - conclude il giornale - ha un marchio profondo e incancellabile. Gli contestiamo il diritto di elevarsi a giudice di un governo italiano, come gli contestiamo le capacità sentimentali di italianità che sono necessarie per dirigere un partito, che affermi di volere la Nazione grande e rispettata».

Alle accuse sopra riprodotte, ripetute nei numeri successivi, il giornale fa seguire alcune domande:

-«Perché De Gasperi non venne arruolato nell'esercito austriaco quando si chiamavano alle armi persino gli storpi ed i ciechi, mentre furono arruolati gli altri deputati suoi colleghi appartenenti a tutte le nazionalità?

-«Perchè non venne internato assieme alle persone, sospette di sentimenti italiani?

-«Come mai l'Austria non ebbe mai dubbi sui suoi sentimenti di fedeltà?

-«Perchè durante tutta la guerra poté circolare liberamente per Vienna, per l'Austria, per il Trentino?

Implacabile il Popolo d'Italia continua il suo atto d'accusa ed il 5 dicembre pubblica:

« ... l'ufficiale partecipazione dell'on. De Gasperi nel novembre del 1916 ai funerali di Francesco Giuseppe a Vienna (1) in rappresentanza del gruppo parlamentare popolare italiano alla Camera austriaca, di quel gruppo cioè che giorni prima a mezzo del suo presidente e cioè del famigerato Faidutti faceva pervenire ai «gradini del Trono sovrano» l'espressione di compianto per la morte del «Venerato imperatore» Francesco Giuseppe, impiccatore di italiani.

«Risulta insomma chiaro che mentre l'Italia combatteva contro l'Austria per raggiungere i giusti confini mentre si impiccavano dall'Austria i martiri Battisti, Sauro, Filzi, e Chiesa, mentre tutti i trentini veramente italiani o combattevano nelle fila dell'esercito italiano o gemevano nelle prigioni e nei campi di concentramento austriaci, l'on. De Gasperi, attuale segretario del Partito Popolare italiano, partecipava alla vita politica austriaca aderendovi intimamente accettandone quindi in gran parte le responsabilità gli onori, perfino quello di rappresentare le popolazioni italiane dell'Impero ai funerali dell'Impiccatore.

« L'on. De Gasperi che osa formulare delle « questioni morali nei confronti del governo Mussolini è pregato di risolvere dinanzi agli italiani questa sua «questione morale» che è gravissima; presenti cioè le carte e le prove del suo sentimento patriottico italiano».

Dopo aver ripetuto la domanda perché l'on. De Gasperi nel 1918 dal Comando Supremo austro-Ungarico ebbe il salvacondotto per tutta la zona di guerra trentina mentre lo rifiutava a tanti altri deputati locali e anche all'attuale senatore Conci, il giornale ci dà la lista dei deputati provinciali trentini che, assieme allo stesso principe vescovo di Trento mons. Endrici, furono internati a Katzenau: da Gustavo Chiesa (padre di Damiano) a Giovanni Lorenzoni (fucilato poi a Firenze, assieme alla figlia, nel 1944 dai tedeschi), dall'on. barone Valerio Malfatti all'onorevole mons. Gentili, ecc. ecc.; mentre l'on. De Gasperi «girava ilare e baldanzoso su e giù per il Trentino e perfino in zona di operazione. E quando si presentava ai suoi elettori ripeteva il suo noto discorso del doveroso appoggio al Governo austriaco, in nome del Dio tedesco!» (2).

Il giornale di Mussolini si domanda ancora: «Quale sentimento quale fiamma di italianità può alimentare nell’animo di un De Gasperi che ha servito per tanti anni lo straniero e non ha dimostrato mai un proposito irredentista?».

La violenta campagna del Popolo d’Italia è, a volte suffragata da testimonianze varie. I giovani della legione trentina accennano al tentativo dell'I.R. Tribunale di Trento di inscenare un processo per far fallire Cesare Battisti come editore del giornale Il Popolo al fine di ottenere dall'Italia l'estradizione per reato comune. De Gasperi, che pare aveva amici in quel tribunale, non fece nulla per impedire questo tentativo. Viene anzi la lettera di Battisti al Lanzerotti che getta un'ombra sulla condotta di De Gasperi, il quale, pur affermando di non aver avuto rapporti col console italiano Chiovenda, non nega di averli avuti col luogotenente tedesco conte Toggenburg, dal quale doveva essere partita l'iniziativa per infamare il Battisti (3).

Un trentino, Valerio Benuzzi, manda al Popolo d’Italia una lettera aperta all'on. De Gasperi nella quale, dopo aver detto che persino delegati e commissari di PS austriaci insorsero contro l'Austria, così Io investe: «Se lei fosse stato un vero italiano avrebbe dovuto occuparsi almeno di coloro che languivano mesi e anni nelle prigioni di guerra e nei vari penitenziari austriaci. Mentre nella galera di Mollerdorf fra gli altri molti, anche degli italiani morivano di inedia e di tubercolosi, mentre nel cortile del cellulare di Vienna io ridotto a uno scheletro passeggiavo raccattando delle sigarette e del pane che le pietose dattilografe tedesche del tribunale di guerra gettavano dalle finestre come a un animale in gabbia, lei on. De Gasperi passeggiava serenamente nelle strade di Vienna sordo agli appelli che dalle nostre prigioni lanciavamo a lei e ai suoi onorevoli colleghi. Lei non mosse un dito, non rispose con una parola, né direttamente né indirettamente. Magari avesse avuto il coraggio di lottare contro il Governo austriaco come ora lotta contro il Governo italiano! A parte il mio fatto personale, le confermo pubblicamente che lei, on. De Gasperi, nulla ha fatto durante la guerra italoaustriaca per la grande causa italiana ».

Il corrispondente da Vienna manda al giornale una intervista col Dr. Muk, che durante la guerra aveva ricoperta la carica di dirigente la I.R. polizia di Trento. Dopo aver descritto De Gasperi come uomo prudente, l'intervistato risponde testualmente: «Egli era ritenuto dal Governo di Vienna persona indispensabile nel Trentino. Questo è quanto posso dire. Era poi il braccio destro e factotum del barone Mersi, persona che godeva della illimitata fiducia della polizia e del governo austriaco. Essendo quindi a lato del barone Mersi, il De Gasperi poteva contare su una sicura immunità.

In questa campagna interviene sovente Il Popolo organo di don Sturzo per affermare che De Gasperi fu un brillante campione del patriottismo italiano e sempre «rappresentò nobilmente e fieramente i nostri fratelli oppressi». Ma il Popolo d’Italia risponde riportando un brano che Cesare Battisti aveva scritto sul suo giornale nel 1912 quando Guido Podrecca, recatosi a Trento per una conferenza, ne veniva espulso ed i degasperiani giustificarono l'espulsione perché si riteneva l'oratore incitatore contro il Re d'Italia. Battisti rispondeva ai popolari di colà:

«Bugiardi, mascalzoni!
«Non è invece forse il vostro partito l'esponente di quanto in Austria c’è di più antitaliano, di più antinazionale? Non fu il vostro partito che all'Austria consigliò la guerra contro l'Italia, (durante la guerra libica), non è il vostro partito, non siete voi, o popolari clericali, coloro che vogliono cacciare da Roma il Re Vittorio Emanuele, che per voi è uno scomunicato, un'altro traditore, degno della forca, per mettere sul trono il Papa Sarto?».

Altra volta il martire trentino era stato molto severo nel giudicare la condotta anti italiana dei popolari di lassù: «Il partito popolare, egli scriveva, a seconda delle, opportunità e dei luoghi, va camuffandosi da cristiano-sociale, da antisemita, ecc. ma sempre, senza reticenze si proclama austriacante. Sotto la scorta dei preti, queste masse fanatiche vanno a fischiare i socialisti e si organizzano talvolta in vere bande che armate di potaioli, di randelli, di attrezzi di Campagna, danno l'assalto alle case o alle osterie dove si radunano i socialisti. D'essere devoti sudditi austriaci non negano: mettono il ritratto di Sua Maestà almeno una volta all'anno sui loro giornali. Il loro grido preferito è: per Iddio e per l'Imperatore ».

L'organo fascista dopo aver definito il De Gasperi l'«esponente» di quanto in Italia vi fosse «di più anti italiano e di più antinazionale», così commenta: «La vittoria italiana lo consigliò a cambiar bandiera; come il Giusti, mutò coccarda: al giallo e nero sostituì il tricolore e partì alla conquista di Roma fidando nella dabbenaggine degli italiani. Egli è un infido ed è assurdo pensare che nel suo animo si agiti una passione nazionale qualsiasi». E poi ancora: «Bando alle parole, signori del Popolo! Il vostro De Gasperi è un insulto permanente all'Italia di Vittorio Veneto, ed è una ignominia del Partito Popolare Italiano».

La figura morale del De Gasperi e la fisionomia austriacante ed anti italiana del Partito Popolare trentino sono rafforzate dalla rivelazione di un documento di eccezionale importanza, pubblicato nel giornale Neues Wiener Jurnal il 23 maggio 1915 (ed. del mattino IV pagina) sotto il titolo: L'Italia demolisce l'onore italiano. Questo documento che porta la firma del dott. Joseph Bugatto, consigliere di Stato e deputato del gruppo popolare trentino, non essendo mai stato sconfessato assume il carattere dì documento ufficiale ed investe in modo particolare il De Gasperi che del gruppo parlamentare ne era segretario e faceva parte di ben sette commissioni tra cui quella importantissima per l'Economia bellica.

La dichiarazione di guerra dell'Italia aveva fatto sciorinare una colonna di prosa insultante contro di noi a sostegno della assurda tesi della indissolubilità della Triplice Alleanza, dimenticando che la validità di questa era caduta con il mancato «casus foederis» poiché l'obbligo all'Italia di intervenire a fianco dell’Austria vigeva soltanto ed esplicitamente nel caso che questa fosse stata aggredita, mentre nel 1914 fu lei ad aggredire la Serbia dopo l'ultimatum spedito senza consultare l'Italia. La nostra libertà d'azione non era discutibile: prima la neutralità, poi l'intervento a fianco delle nazioni amiche, Francia e Inghilterra con le quali eravamo legati da un'Intesa. Dimentico di questo il Bugatto trascendeva in un linguaggio del quale diamo qui due periodi esemplari:
«Non è nel nostro potere di fermare un simile delitto, ma che l'Italia e il mondo sappiano: gli italiani d'Austria deplorano, detestano e maledicono il modo di agire, dell'Italia.
«Italiani d'Austria, nascondiamo la nostra faccia per la vergogna della gran colpa che non è nostra. La nostra coscienza è pura e la nostra vergogna e il nostro dolore vengono condivisi da tutti quegli italiani che sono liberi dalle catene dei massoni d'Italia».

Una testimonianza decisiva sull'attività anti-italiana di De Gasperi - testimonianza grave senza dubbio - la troviamo nelle Memorie del generale von Conrad il quale pubblica una lettera dell'ambasciatore austriaco a Roma conte Macchio, alla vigilia della guerra 1915-1918: «...her De Gasperi sembra convinto della incondizionata fedeltà all'Impero, specialmente della popolazione rurale del Tirolo del sud: per esempio egli ha fatto la significativa affermazione: che si dovrebbe permettere un plebiscito; si vedrebbe che il 90 per cento opterebbe per l'Austria». E poi il Conrad commenta: «Mentre in quel doloroso periodo tutti gli italiani del Trentino tradivano l'Austria solo rimase accanto a me, fiducioso nella vittoria a confortarmi con i suoi consigli Alcide De Gasperi del Partito Popolare».



(1) il Risveglio austriaco di Trento così dava la notizia: «La partecipazione degli italiani ai funerali: Nel posto riservato ai membri delle Camere del Parlamento austriaco, di rimpetto al colonnato estremo della Reggia Imperiale assistettero al passaggio del corteo funebre i deputati on. De Gasperi ed on. Cons. Spadaro».

(2) Il Trentino quotidiano diretto da De Gasperi, a pochi giorni dallo scoppio della guerra il 30 dicembre 1914, riproduceva già, in caratteri ben visibili, due lunghi articoli dell'ex ministro ungherese Alberto de Berzeviczy sull'atteggiamento dell'Italia (eravamo allora neutrali) nei quali si parla di «coltello nella schiena».

(3) Nel maggio 1914 il Toggenburg, ministro dell'Interno di Vienna, ringraziava l'on. Alcide De Gasperi per il voto favorevole alla Dieta di Insbruck, circa l'aumento del corpo dei bersaglieri tirolesi che saranno i più accaniti combattenti contro l'Italia.

domenica 28 settembre 2014

Tempi duri per la politica. E rispuntano i monarchici...

«Il Quirinale costa sei volte più della monarchia inglese. Ovvero 245.300.000 euro rispetto a 37.890.000 euro». Con la crisi della politica, che continua a farsi sentire nonostante l’era Renzi, sono i monarchici i “protagonisti” di una proposta politica completamente alternativa.
E a Varese sono tanti e “agguerriti”. Ieri pomeriggio sono scesi in piazza con una gazebo per incontrare la cittadinanza e diffondere il proprio materiale informativo. 
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Il Savoia ricorda la carica di Isbuschenskij





«Uomini normali che non abbandonarono i compagni di battaglia»

GROSSETO – “Vorrei ora dirti cosa ci fu di fantastico al reggimento in questo periodo operativo. Ufficiali, Sottufficiali e cavalieri formidabili. Formidabili per lo spirito, meravigliosi per l’addestramento. I risultati si sono avuti sul terreno della verità, dove ogni errore sarebbe stato fatale. Da attaccati e accerchiati siamo diventati attaccanti e con i risultati che sai. E, devo aggiungere, con perdite dolorose sì, ma relative. Le numerose decorazioni concesse oggi dai tedeschi fanno fede di quello che è stato Isbuschenskij. A oltre un mese di distanza noi riviviamo quelle ore e ne traiamo il giusto spirito per l’avvenire che ci attende.” Così, citando un passo della lettera che il Colonnello Bettoni, comandante di Savoia a Isbuschenskij, scrisse al Generale Cadorna circa un mese dopo la carica, il comandante del Savoia ha salutato, ieri, gli intervenuti alla cerimonia che ricorda la carica di Isbuschenskij, quando, nel 42, sul Don, gli uomini del reggimento sconfissero le truppe russe.
«Siamo qui riuniti oggi per onorare quegli uomini, che non erano di certo guerrafondai o esaltati. Erano uomini normali, i quali, però, nel momento del bisogno ebbero il coraggio di non farsi sopraffare dalla paura, di non recedere – ha proseguito il comandante -. Siamo qui per ricordare uomini che non indietreggiarono, che non scapparono, che non abbandonarono il commilitone di fianco a loro, pur avendolo, forse, potuto fare approfittando della confusione della battaglia».

sabato 27 settembre 2014

Varese, Giovani Monarchici: un gazebo sui costi della Repubblica

Scopo del gazebo monarchico quello di presentare l’associazione ai varesini. Verrà distribuito un volantino in cui si comparano i costi delle Monarchie europee e quelli della Repubblica: la sorpresa è che il Quirinale costa ben 6 volte più di Buckingam Palace.Sabato 27 settembre 2014, dalle ore 10.00 alle ore 19.00, in corso Matteotti (vicinanze di piazza Monte Grappa), il movimento giovanile dell’Unione Monarchica Italiana organizza un gazebo informativo.
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http://www.varesereport.it/2014/09/25/varese-giovani-monarchici-un-gazebo-sui-costi-della-repubblica/