NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 20 agosto 2018

«Io, ticinese, guardia delle tombe dei reali italiani»

A Elio Moro, docente di Locarno, è stato affidato l’incarico di recuperare una lunga tradizione culturale al Pantheon di Roma

LOCARNO – Toccherà a un locarnese cercare di recuperare una lunga tradizione culturale al Pantheon di Roma. Lui è Elio Moro, un uomo dai mille interessi. Di professione docente, spazia dalla cultura alla gastronomia. Sua l’idea di recuperare antiche ricette di digestivi. Sue diverse iniziative benefiche lanciate nella Svizzera italiana. Stavolta, l'incarico arriva da Roma. «Sono stato nominato responsabile delle guardie elvetiche delle tombe reali, spiega. Da anni c’è una carenza di svizzeri che ricoprono questo ruolo».  

Le guardie d’onore alle tombe reali del Pantheon sono state istituite nel 1878. Con lo scopo di prestare servizio di guardia alle tombe dei re d’Italia. «Allo stesso tempo – spiega Moro – si mantiene viva la tradizione legata alla casa dei Savoia e al Risorgimento. Nel Pantheon c’è anche la tomba di Raffaello Sanzio». Ma cosa deve fare sostanzialmente una guardia? «Si indossa la divisa, così come all’epoca. E si sorvegliano le tombe. È più che altro anche una questione culturale e istituzionale, che attrae parecchio i turisti». 


sabato 18 agosto 2018

MESSAGGIO DI S.A.R. LA PRINCIPESSA MARIA ISABELLA DI SAVOIA - GENOVA ALLA CITTA’ DI GENOVA



Genovesi!
dal lontano Brasile desidero far pervenire alla Vostra Città, cui la mia Casa è legata da una storia quasi bicentenaria, il mio cordoglio per le famiglie di chi ha perso la vita nel crollo del ponte, per i feriti cui auguro una pronta guarigione,  per gli sfollati che hanno dovuto abbandonare le loro case.
Questa terribile disgrazia segna profondamente la coscienza di ogni Italiano onesto ed è monito per le Istituzioni, perché abbiano nel futuro la consapevolezza che loro compete a tutela della sicurezza dei cittadini, in qualsiasi parte d’Italia operino.
Genova, città operosa, che svolge un importante posizione di polo commerciale a livello internazionale, sono certa, ritornerà ad operare serenamente alla luce della sua “Lanterna”.
Questo il mio saluto ed il mio beneaugurante auspicio per il domani. Con affetto
da San Paolo del Brasile, 17 agosto 2018
                  Maria Isabella di Savoia - Genova

venerdì 17 agosto 2018

Utilità sociale, crescita professionale La leva obbligatoria è idea realistica

di Salvatore Sfrecola


La Trenta ha torto: il servizio militare non riguarda i soli combattenti. Con la proposta di Salvini un apparato di ingegneri, medici, veterinari, periti e e genieri potrebbe essere d’efficiente supporto alle esigenze statali

Per il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, quella di Matteo Salvini, che propone di reintrodurre la leva obbligatoria, è «un’idea romantica», non più attuale. Invece, ad essere limitativa è l’idea delle Forze armate che ha la
signora di via XX Settembre, peraltro in aperta adesione alla concezione diffusa nei vertici militari, da sempre: quella che i militari siano esclusivamente combattenti. Non è stato così, ad esempio, nell’esperienza del più potente esercito di tutti i tempi, quello della Roma repubblicana e imperiale, che disponeva di un imponente apparato servente della truppa combattente, genieri, medici, veterinari, addetti alla cura delle armi e delle uniformi. Sì perché l’esercito romano, diversamente dai combattenti
di tutti gli eserciti del tempo aveva una grande organizzazione che e l’esempio, come scrive Massimo Severo Giannini, uno dei nostri più grandi amministrativisti, di una efficiente struttura burocratica, capace di sovvenire in
ogni tempo ed in ogni luogo alle esigenze dei combattenti.

Basti pensare al sistema della leva che ha assicurato all’Urbe, sotto il martellare delle milizie del generale cartaginese Annibaie Barca, di ricostituire in poche settimane legioni efficienti e bene organizzate a ogni sconfitta pur in
una condizione di estrema difficoltà. Era quella una grande organizzazione che consentiva ai consoli delle legioni ai margini dell’impero in funzione di controllo del territorio di utilizzare il tempo costruendo acquedotti, fognature, terme, che troviamo ovunque erano giunti i combattenti di Roma.
Ma venendo ai tempi nostri è certamente più attuale la proposta di Salvini, mentre appare vecchia l’idea che delle Forze armate ha il ministro Trenta, quella che ho sempre ritenuto fosse un’«occasione mancata» per il nostro apparato difensivo. Il ministro della Difesa giustamente richiama l’esigenza che i combattenti siano professionisti, come in tutti gli eserciti moderni. Ma l’esercito non è fatto solo di combattenti, come si è detto di Roma, ma ha altre importanti specialità. Prima tra tutte il Genio che, infatti, interviene rapidamente in occasione di calamità naturali e di altre emergenze con straordinaria efficienza, quella propria di un apparato militare organizzato gerarchicamente. Quei reparti hanno a disposizione specialisti, ingegneri, geometri, periti tecnici, e strumenti tecnici moderni, dalle scavatrici alle gru, e possono sovvenire rapidamente alle esigenze dei militari e della popolazione civile aprendo una strada costruita da una frana, costruendo un ponte che consenta di ripristinare la viabilità resa impraticabile da qualche evento naturale. È stato sempre così. Tuttavia l’utilizzazione sistematica del Genio militare è stata sempre vista con diffidenza dai vertici militari che ritengono non solo prioritaria ma esclusiva la funzione combattente, così consentendo il business delle imprese che operano costosi interventi per la Protezione civile.
Quest’anno le piogge hanno, speriamo, limitato gli incendi. ma è certo che la cura dei boschi per evitare l’accumularsi di rami e fogliame secco, quello che costituisce un innesco naturale degli incendi, è  assolutamente trascurata, anzi inesistente.
Quanto costa a carico del bilancio pubblico spegnere gli incendi che sarebbe stato possibile prevenire attraverso la bonifica del sottobosco?
C’è, poi, il capitolo della vigilanza nei musei e nelle zone archeologiche. Non è una attività equiparabile a quella dei combattenti ma è la custodia del patrimonio più prezioso che abbiamo, quello che insieme al paesaggio fa dell’Italia il Bel Paese, la ragione prima del nostro turismo, come ha ricordato più volte, ancora di recente, il senatore Gian Marco Centinaio, ministro delle politiche agricole, forestali e del turismo, appunto. Il Genio militare è stato nella storia d'Italia una risorsa preziosa, come ho ricordato più volte a proposito della costruzione delle infrastrutture ferroviarie che secondo Camillo Cavour avrebbero unificato l'Italia richiamando il ruolo di Luigi Federico Menabrea. ingegnere, capo del Genio militare, ministro dei Lavori pubblici e presidente del Consiglio.
I nostri militari di leva potrebbero essere impiegati, altresì, nel sistema informatico degli apparati militari, in modo da essere anche pronti ad intervenire in funzione ausiliaria o di controllo di quella diffusa rete di apparati che ormai gestisce tutte le attività complesse, dagli acquedotti alla distribuzione dell'energia elettrica. Né può essere esclusa l'utilità di giovani negli uffici delle amministrazioni e degli enti, magari «prestati» in alcuni periodi per far fronte alle emergenze feriali. Nel settore sanitario, ad esempio, che denuncia gravi carenze in alcuni momenti nei quali la gente prega di non ammalarsi, nel fine settimana e destate. Sarebbe anche un modo per impiegare medici e paramedici, incrementare la loro esperienza e specializzazione.
E siccome parliamo di sanità forse a qualcuno sfugge il ruolo fondamentale che svolgeva la leva obbligatoria attraverso lo screening della popolazione maschile (oggi anche di quella femminile) ai fini alla prevenzione delle malattie.
Ci sono, poi, i «vivai», se così possiamo chiamarli, delle Forze armate nelle attività sportive, che si arricchirebbero di un più ampio concorso di giovani.
Insomma la leva obbligatoria, in una versione moderna e intelligente assicurerebbe servizi importanti al Paese e alle comunità e costituirebbe una scuola di vita e professionale come un tempo era quando il giovane imparava un mestiere o si perfezionava in una professione. Un’idea buona, a me pare, che sposa quel tanto di romantico che, ci dicevano i nostri nonni, aveva fatto l’Italia unendo in un unico impegno sul fronte siciliani e piemontesi, veneti e pugliesi, con le esigenze moderne di sostegno alle tante attività che lo Stato e gli enti locali altrimenti non riescono a soddisfare.

giovedì 16 agosto 2018

1793: Savoiardi contro Francesi



Nel settembre 1792 alcuni reparti dell’esercito repubblicano francese al comando del gen. Montesquieu entrarono  nel Ducato di Savoja dal confine di Pont de Bonvoisen  (Ponte di Buonvicinato).

Era il periodo in cui a Parigi la Convenzione cercava di difendere la Repubblica dai nemici esterni (Austro-Russo-Prussiani), ma anche di esportare la rivoluzione con tutto il bagaglio ideologico, anticlericale  e amministrativo al seguito nei paesi confinanti. 

Il Regno di Sardegna (Re Vittorio Emanuele I) fu uno dei primi confinanti a farne le spese.

L’Alta Savoja, quella attorno al Lago di Annecy, con la Tarantasia  ad est  ed in particolare la zona a nord est di Annecy, cioè le valli  attorno a  Thones, piccola cittadina capo Mandamento, si sollevò nel maggio 1793 contro i “francesi”  giacobini e rivoluzionari occupatori, con la forza di quelle contrade facenti parte a tutti gli effetti del Regno di Sardegna.

Sabato 4 maggio 1793 era giorno di mercato a Thones e proprio qui tra le bancarelle  iniziarono  le prime avvisaglie della protesta popolare.
   
Il giorno dopo domenica 5 maggio sulla piazza del paese le autorità giacobine  filo-francesi, vollero iniziare con prepotenza ed ostentazione  le operazioni  burocratiche inerenti la leva militare, la famosa “leva di massa” tanto odiata dai contadini. 

Sia i coscritti, che parecchi presenti si opposero. Venne distribuita la  coccarda azzurra  colore dei Savoja.

I capi più in vista del movimento di rivolta furono un contadino ventenne di nome  Louis Rovet, spinto probabilmente  dalla motivazione del rifiuto della leva militare ed una giovane ricamatriceMarguerite   Frichelet - Avet,  nata a Thones nel 1756, di sentimenti religiosi e quindi più sensibile e contraria  all’acceso anticlericalismo repubblicano, arrivato con i commissari dell’esercito francese.          
Ad Annecy le autorità presero subito provvedimenti  organizzando una colonna mobile di  200  cavalieri e 700 fanti da inviare a Thones a sedare  la rivolta.

Nello stesso tempo i contadini della vallata, mossi dallo spirito delle vecchie “jacquerie” si armarono  con armi da fuoco, in specie quelle requisite con un colpo di mano a Menthon sul lago di Annecy ed occuparono Thones,  ad iniziare dalla Mairie e dalle case dei borghesi.

La sera del  7 maggio avvenne il primo scontro tra  i soldati francesi  e gli inesperti ed anche  poco disciplinati  montanari.

I primi ebbero la meglio, mettendo in fuga i secondi, che si ritirarono sull’impervio altopiano della Mosette. Il giorno dopo fu invece la cavalleria francese ad essere scompaginata con varie perdite tra morti e feriti.

Ma il giorno successivo  9 maggio  i francesi, ricevuti notevoli rinforzi  tanto da portare la truppa a 2500 unità, assalirono con vigore le postazioni degli insorti che si dispersero ritirandosi nelle alte valli. 

Uno “spia” tra le file dei montanari, figura  che non manca mai in queste circostanze, fu anche la causa del successo dell’aggiramento di un lato delle postazione degli insorti, attraverso un impervio sentiero montano.

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Gervasio  Cambiano




mercoledì 15 agosto 2018

Buona Festa dell'Assunzione di Maria!


Reino, convegno storico: “La Grande Guerra che cambiò il mondo”


La Grande Guerra che cambiò il mondo rivive a Reino grazie ad un interessante convegno storico che ha visto, tra gli altri, la partecipazione dello storico e studioso piemontese Aldo A. Mola e del Generale di Corpo d’Armata dell’Arma dei Carabinieri Massimo Iadanza. Sabato 11 agosto a Reino, infatti, presso la sala consiliare del Comune, si è tenuto il convegno storico dal titolo “La grande guerra che cambiò il mondo”. L’evento si inserisce nella serie di manifestazioni celebrative della Prima Guerra Mondiale che, partite lo scorso maggio, si concluderanno il prossimo 10 novembre.

LA GRANDE GUERRA – Il convegno, brillantemente moderato dal giornalista Tullio Calzone, ha visto la partecipazione di quattro relatori. Ad aprire i lavori l’illustre storico prof. Aldo A. Mola che, giunto dal Piemonte, ha, con eleganza e dovizia di particolari, inquadrato il contesto storico europeo antecedente lo scoppio della Guerra fino all’attentato di Sarajevo. Sono state analizzate le ragioni politiche, economiche e sociali che spinsero i Governanti del tempo verso il conflitto, con particolare attenzione ai regnanti di casa Savoia. Secondo lo studioso piemontese, infatti, l’Italia si mosse in quegli anni seguendo le linee dettate dalla politica di Vittorio Emenuele III.

IL RUOLO DELL’ARMA – A seguire, l’ex Generale di Corpo d’Armata Massimo Iadanza, di origini reinesi, ha fatto chiarezza su alcuni luoghi comuni relativi al ruolo di polizia militare che i Reali Carabinieri ebbero durante la Guerra. Iadanza ha rivendicato, con forza e con documenti alla mano, che nessun carabiniere “sparò alle spalle” dei combattenti italiani renitenti; ciò che fecero, e questa è la tesi conclusiva, rispettò sempre le decisioni dei tribunali militari, unici organi giudicanti.


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http://www.ntr24.tv/2018/08/14/reino-convegno-storico-la-grande-guerra-che-cambio-il-mondo/

La Principessa Maria Gabriella in visita al Castello di Sarre


Una visitatrice di eccezione per l’esposizione 'Reine de l’élégance. Abiti di corte di Maria José di Savoia', allestita al Castello reale di Sarre.
E' giunta infatti in visita la Principessa Maria Gabriella di Savoia: ad accoglierla vi erano l’assessore regionale all’Istruzione e Cultura, Paolo Sammaritani e il sindaco di Sarre, Massimo Pepellin.
Organizzata dal Comune di Sarre, in collaborazione con la Presidenza della Giunta e l’assessorato regionale all’Istruzione e Cultura, realizzata con il sostegno della Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia di Ginevra e l’apporto delle delegazioni FAI della Valle d’Aosta e della Svizzera, l’esposizione presenta i preziosi abiti legati alla vita di corte e ai momenti più ufficiali di Maria José di Savoia.
A concedere in prestito per l’evento una selezione di superbi manti e di splendidi abiti provenienti dal guardaroba dell’ultima Regina d’Italia è stata proprio la Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia, presieduta da S.A.R. la Principessa Maria Gabriella, che sabato è tornata al Castello reale di Sarre dopo vent’anni dalla ultima visita.


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http://www.valledaostaglocal.it/2018/08/13/leggi-notizia/argomenti/cultura-2/articolo/la-principessa-maria-gabriella-accolta-al-castello-di-sarre.html

https://www.aostasera.it/articoli/sarre-la-principessa-maria-gabriella-visita-la-mostra-dedicata-agli-abiti-della-madre

domenica 12 agosto 2018

La Regina Elena

di Emilio Del Bel Belluz

In questi giorni ho incontrato una donna che mi ha raccontato che sua nonna aveva visto la Regina Elena durante la Grande Guerra, quando indossava la divisa da crocerossina. Quello che l’era rimasto fermamente nel cuore era il sorriso di questa Regina che aiutava i soldati consolandoli con la parola e curando e medicando le loro ferite. 
Quella scena non la dimenticò mai, specialmente, quando le dissero che era la Regina d’Italia. Le rimase dentro nel cuore le mani e l’abito bianco sporchi di sangue. Nessuno potrà mai cancellare dalla storia dell’Italia questa donna così meravigliosa, sposa e madre esemplare. 
Passano gli anni e si dimenticano certi fatti, come il grande aiuto morale e fisico che diede alle popolazioni colpite dal terremoto di Messina del 1908. Sono passati centodieci anni da allora e nella bella città di Messina, nel 1952, si inaugurò un monumento a questa donna. Nei momenti difficili della patria, nella sofferenza, l’ancella di Dio era sempre presente ad aiutare gli altri. 
Ci sono persone che nascono con un grande cuore e con molta umiltà che portano sempre con sé. Non mi voglio dilungare, ma questa madre degli italiani aveva la carità nel cuore perché veniva da un Paese lontano e aveva conosciuto tante situazioni difficili, in cui la povertà regnava. 
La buona Regina riposa accanto al marito in Italia dallo scorso anno, ci sono voluti decenni perché questo avvenisse. In questi giorni, spinto dal desiderio di leggere delle pagine che mi facessero aprire il cuore verso questa donna, mi sono imbattuto in un vecchio articolo uscito nella rivista - il Borghese - del 31 marzo 1960, scritto da Ester Lombardo. 
E’ una di quelle pagine che andrebbero messe nelle antologie delle scuole, per far conoscere lo spirito del tempo, in cui regnavano i Savoia. Nel nostro Paese, volutamente, si dimentica il suo passato monarchico. L’idea che mi sono fatto è che il nostro popolo tema di conoscere la sua storia, addebitando alla Monarchia qualsiasi colpa. 
Non c’è umiltà in questo, un Paese non deve temere ciò che è stato e non deve dimenticare le sue radici. 
Nell'articolo si parla di un libro uscito molti anni fa, in una edizione modesta, di pochi esemplari, scritto dal conte Suardi che fu per anni vicino ai Savoia, ed è stato Gran Maestro delle Cerimonie, e poi Gran Maestro Onorario di Umberto di Savia. L’episodio, legato alla Regina Elena raccontato dal Suardi, riguarda il periodo felice della Monarchia. Come ben si sa, la Regina non amava i fasti, le feste ed altri divertimenti. Conduceva una vita morigerata e si prodigava nell’aiutare i bisognosi anche attingendo ai suoi beni personali. 
Nel libro che spero possa essere ristampato, racconta degli episodi inediti. Così scrive il Conte: “ La giornata della Regina cominciava alle sei del mattino ed era sino a sera, minuziosamente distribuita. E si può dire che non un’ora di questa giornata si trascorresse senza che una miseria venisse alleviata. Quale stile discreto in questi continui interventi. 
La Regina inviava un gentiluomo vestito di nero, che consegnava agli interessati una busta “ di ignota provenienza. ” La sua cassetta serviva a pagare i soccorsi, le rette di clinica, le ammissioni in scuole e ospedali. Elena diceva: “Quando saranno terminati i miei, metteremo mano ai fondi del Re”. 
Viene anche ricordata per il grande interesse che mostrò per la cura dell’encefalite letargica. Spese somme spropositate per la costruzione di ospedali, laboratori e consulti con scienziati stranieri. Quando sua figlia Giovanna, divenne Regina di Bulgaria, inviò alla madre dei campioni della radice “ veratropa” usata dai pastori per la terapia di questa malattia. 
Tale rimedio si mostrò efficace, però, solo negli stadi iniziali della patologia. Un giorno di giugno d’un anno che poteva essere tra il 1930 e il 1935, la Regina, dopo aver visitato gli ammalati encefalitici, disse ai coniugi Suardi che la accompagnavano di voler recarsi a trovare i figli dei carcerati che soggiornavano presso l’ospizio gestito dalle suore Calasanziane. 
Quando entrò nell’istituto alla Regina apparve uno spettacolo di grande desolazione. La superiora era assente, nelle stanze regnavano la sporcizia e il disordine più totale. I bambini trasandati stavano urlando e piangendo. Delle monache si avvicinarono alla Regina e la informarono che i bambini avevano appena consumato la prima colazione e per questo non avevano ancora sistemato, pur essendo quasi mezzogiorno. 
La Regina Elena replicò dicendo che le stanze erano molto sporche e dovevano essere immediatamente pulite. Fece chiamare un’inserviente che con una vecchia scopa incominciò a pulire sollevando una nuvola di polvere. La Regina Elena aggiunse che le avrebbe fatto vedere il modo corretto di pulire lo stanzone. Si tolse quindi il mantello e i guanti. Suggerì di versare un po’ d’acqua sul pavimento ed iniziò a spazzare lentamente e con sicurezza. A loro volta anche i coniugi Suardi iniziarono a pulire. 
La Regina si allontanò dall’ospizio solo dopo aver riordinato accuratamente tutto il camerone; nel pomeriggio fece pervenire all’istituto enormi quantità di vettovaglie, cibo, biancheria e dodici scope nuovissime.


sabato 11 agosto 2018

Il socialista spagnolo Sanchez difende la Corona: «Abbiamo una monarchia rinnovata ed esemplare»


L'idolo della sinistra liberal europea dopo aver calzato l'elmetto NATO si scopre monarchico

L’ineffabile socialista spagnolo Pedro Sanchez, già assurto ad idolo della sinistra liberal italiana, dopo aver calzato l’elmetto della NATO si scopre anche monarchico. Ebbene sì, monarchico, avete capito bene. Il presidente del governo iberico, infatti, in una conferenza stampa ha dichiarato che a suo modo di vedere la Spagna possiede una Monarchia «rinnovata ed esemplare», come informa il quotidiano Publico

Lo scorso venerdì dopo il Consiglio dei Ministri c’è stata una conferenza stampa. In quella occasione è stato chiesto al ‘socialista’ Sanchez se ritiene ancora necessario porre fine al «principio di inviolabilità» del Re come reclamato nel giugno del 2014 prima dell’approvazione della legge organica sull’abdicazione. 

La risposta di Pedro Sanchez è eloquente: «Adesso abbiamo una Monarchia rinnovata ed esemplare nella figura di Felipe VI». 

[...]



Come sempre riportiamo articoli presuntivamente interessanti per i monarchici senza per questo condividerli in toto. Siamo ovviamente d'accordo con il primo ministro di Spagna quando elogia la Monarchia.
Molto meno quanto riattizza focolai di guerra civile, per fortuna finita quasi 80 anni fa, cercando di dividere gli spagnoli morti in buoni e cattivi.

Nelle guerre civili distinzioni di questo tipo sono impossibili.

venerdì 10 agosto 2018

I vestiti della Regina sorprendono il pubblico di Sarre


·         di Alessandra Borre
SARRE - Esposti diversi capi unici provenienti dalla collezione personale della principessa Maria Gabriella, assente a Sarre, ma che si è detta emozionata e felice del ritorno dei vestiti in questa stupenda residenza.


Un weekend decisamente impegnativo quello dei castelli della Media Valle: dopo l'apertura straordinaria di Aymavilles, sabato 4 agosto è toccato al Castello Reale di Sarre rubare la scena e vestirsi a festa. Vestirsi. Nessun verbo potrebbe essere più consono: le sale dell'edificio, reso celebre come residenza di caccia, ospiteranno fino al 23 settembre la mostra Reine de l'Elégance – Abiti di corte di Maria José di Savoia, esposta per ora solo a Parigi e Istanbul.
Organizzata dall’assessorato regionale alla cultura in collaborazione con l’amministrazione comunale di Sarre, la Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia, le delegazioni Fai Valle d’Aosta e Suisse Romande e l’Académie Saint-Anselme d’Aoste di cui la regina Maria José era socia onoraria, l'esposizione raccoglie nel salone di rappresentanza gli abiti più sontuosi del membro della casa reale, ma anche due pezzi molto particolari, come l'abito in seta color avorio confezionato su misura per lei dalla sartoria napoletana di Concettina Buonanno e reso celebre perché protagonista di un intenso scatto della fotografa Ghitta Carrel nel 1938, nel quale la regina sfoggia dei gioielli creati in Italia, all'epoca chiaro gesto politico di orgoglio italiano.
[...]
La mostra rimarrà aperta dal 5 agosto al 23 settembre, tutti i giorni, dalle 9 alle 19, visita ogni mezz’ora, ultimo ingresso alle 18.30.
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05 agosto 2018 ore 09.16


I Benefici dell’ Unità : il servizio postale


di Domenico Giglio

Alla vigilia della proclamazione del Regno d’Italia, in tutti quelli che erano gli stati preunitari i servizi postali avevano adottato per la corrispondenza l’affrancatura in partenza tramite i francobolli, (sistema inventato in Gran Bretagna nel 1840), a partire nel 1850,per primo il Lombardo-Veneto, seguito dal regno di Sardegna nel 1851 e poi dalla Toscana, Modena, Parma e Stato Pontificio nel 1852 e per ultimi Napoli nel 1858 e la Sicilia nel 1859. I criteri di affrancatura erano naturalmente diversi e così i valori nella diverse monete, fiorini nella Lombardia, ducati nelle Due Sicilie, scudi nello Stato Pontificio, lire nel Regno di Sardegna, Modena, Parma e Toscana, dove in questi ultimi tre stati, più le Romagne, erano stati emessi, dopo la seconda guerra d’indipendenza del 1859, dai governi provvisori costituitisi in attesa della unificazione, francobolli aventi per soggetto lo scudo sabaudo per Modena e Toscana, e la scritta Stati Parmensi e Romagne, che si aggiungevano a quelli già in corso. Nelle Province Napoletane, dopo la caduta della dinastia borbonica, erano stati emessi francobolli con l’effige di Vittorio Emanuele II,ma ancora con il valore in moneta locale,cioè tornesi e grana,che erano la suddivisione dei ducati. 
Di fronte a questa babele di rettangolini postali anche qui lo Stato Unitario dovette intervenire fin dal 1860,prima della proclazione del Regno,con due Decreti Luogotenenziali uno per tutte le province del centro nord e l’altro per quelle meridionali in cui si impostava l’amministrazione postale con le sue divisioni operative, ed infine con una Legge Quadro del 5 maggio 1862 n. 604,con il relativo Regolamento di Esecuzione, Direttore Generale il conte Giovanni Barbavara, che già Cavour con la consueta lungimiranza aveva fin dal 1859, aveva messo a capo dell’amministrazione postale piemontese. L’effetto dell’unificazione si vide subito nell’aumento della corrispondenza, testimoniato dalla vendita dei francobolli che passò da un dato stimato del 1861 di 22.233.500 pezzi, ai 33.437.516 del 1862 e 40.575.914 del 1863. Anche gli uffici postali che nel marzo 1861 assommavano a 1632 dopo tre anni erano saliti 2220, per arrivare nel 1871 a 2666,aumento avutosi particolarmente nel Mezzogiorno, a dimostrazione dello sforzo economico compiuto per dotare di servizi,comprese strade e ferrovie, il maggio numero di comuni. Per la posta la strada da compiere era particolarmente lunga perché i comuni,dopo anche il ricongiungimento di Lazio e Veneto erano oltre ottomila, per cui si ricorse alla figura del “Collettore Rurale”, con il quale si poterono raggiungere altre 3867 località, e con la crescita costante degli uffici si poteva, nel cinquantesimo del Regno dire che gli stessi erano 8422.
Con la posta via via aumentavano anche i servizi telegrafici, i vaglia postali,che ad esempio nel Meridione, nel giro di sei mesi del 1861, giugno-ottobre, passarono, come emissione, da 2217 a 16321, mentre Torino ne emetteva 43002! E sempre per il servizio vaglia ci si attiva dal 1867 anche all’estero, grazie al servizio consolare, diffuso e abbastanza capillare,come solo uno stato di medie dimensioni poteva sostenere, facilitando e garantendo le rimesse degli emigrati. E ancora nel 1876 le Poste Italiane cominceranno ad operare in ben 607 uffici postali, come Casse di Risparmio, per consentire anche ai ceti più poveri ed agli abitanti delle aree più disagiate di iniziare una modesta azione di risparmio “....sotto la guarentigia dello Stato …” ed infine dal 1 ottobre 1881 le poste si assumono il servizio dei pacchi postali, per non parlare di tutta una serie di novità per facilitare la corrispondenza, dalle Cartoline Postali, a quelle con “risposta pagata”, ai biglietti ed alle buste predisposte, anche di carattere pubblicitario, senza dubbio per aumentare gli incassi,ma anche per valorizzare e far conoscere i prodotti ed incrementare e diffondere il commercio.
Le Poste con tutti i servizi svolti e con i francobolli specifici per i servizi stessi hanno costituito con le Ferrovie e l’ente delle strade, i pilastri dell’edificio statale che ha resistito a tutte le bufere, prima della attuale disgregazione.

Domenico Giglio

mercoledì 8 agosto 2018

Re Umberto II per la sciagura di Marcinelle

Nel sito dedicato a Re Umberto II la cronaca di quanto il Sovrano, esiliato ma presente, come felicemente sintetizzò il Ministro Lucifero all'indomani della sua scomparsa, fece in quella triste occasione per essere con il suo popolo.

Nella foto il Re a Frejus nel 1959, dopo una sciagura che colpì lavoratori italiani.
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martedì 7 agosto 2018

Felipe VI su una barca italiana per celebrare Magellano ed Elcano


Il Re di Spagna esordisce alla Copa del Rey con Aifos 500, il Club Swan 50 dei cantieri Nautor di Leonardo Ferragamo. “Regate fino al 2022 per celebrare i 500 anni della prima circumnavigazione del mondo”. Il sovrano atteso a Porto Cervo

Il Re di Spagna Felipe IV si prepara a celebrare i 500 anni della prima circumnavigazione del mondo con una barca che parla anche un po’ italiano. E’ un Club Swan50 varato da Nautor, i cantieri italo-finlandesi di proprietà di Leonardo Ferragamo, battezzato “Aifos 500”. Aifos come le precedenti vele reali - è il nome di Sofia letto al contrario, quello della madre del sovrano Sofia di Grecia, ma anche della sua figlia secondogenita Sofia di Borbone - e 500 per la commemorazione del quinto centenario.
Magellano ed Elcano 
L’esordio c’è stato nei giorni scorsi a Palma de Mallorca, nella Copa del Rey, la prima delle regate che rientrano nel programma della Casa reale per ricordare l’impresa di Ferdinando Magellano ma soprattutto del suo nostromo Juan Sebastián Elcano, spagnolo originario dei Paesi Baschi, che portò a termine il viaggio intorno al globo dopo la morte dell’esploratore portoghese. Un calendario che entrerà nel vivo il prossimo anno e che - come precisa Jaime Rodriguez Toubes, l’ammiraglio delegato per la vela dell’Armada Española, che ha in carico la barca e che era a bordo col Re - “si estenderà fino al 2022”.
La Copa del Rey è uno degli appuntamenti velici principali del Mediterraneo. “E’ stato Re Juan Carlos a istituire questo evento 37 anni fa, nel solco del legame che da sempre lega la famiglia reale alla vela, da Alfonso XII a Afonso XIII, da Don Juan a Juan Carlos ed infine Felipe”, ricorda ancora l’ammiraglio.

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Michels e il partito politico

di Domenico De Napoli

Il 3 agosto del 1997 Mimmo De Napoli ci lasciava. Come ogni anno - con il permesso dell’amico Luigi Marucci amministratore della pagina e che ringrazio per questa iniziativa - voglio ricordarlo insieme a tutti gli amici di Monarchia Oggi. Ho pensato di riproporre un interessante articolo comparso sul numero di marzo aprile de “l’Altra Italia” del 1992. In quell’anno la rivista - fortemente voluta da Mimmo - giungeva al quarto anno di vita ed era diventata bimestrale. Nasceva inoltre un Comitato di Orientamento Culturale del quale come si diceva nell’editoriale “non possiamo che essere orgogliosi”. In effetti ne facevano parte tutti docenti universitari che si ritrovavano nei nostri comuni ideali. L’Altra Italia era diventata, a mano a mano, un salotto dove dibattere temi nazionali e internazionali con rigore scientifico. Purtroppo la morte improvvisa di Mimmo ci ha privato, in un momento difficile per il mondo monarchico, di un amico che non aveva paura di proporre obiettivi difficili ma indispensabili per la difesa del nostro mondo. L’argomento dell’articolo che vi propongo è tuttora attuale. Personalmente l’ho trovato molto interessante. Colgo l’occasione per rivolgere un appello a tutti voi amici. Se avete qualche foto, qualche ricordo di Mimmo, qualche suo intervento in vari convegni di studio, pubblicateli. Potrebbero essere utili per qualche iniziativa a favore dell’ideale monarchico. Buona lettura. W il RE!
Antonio Ratti

Articolo riportato sul gruppo Facebook "Monarchia Oggi" che il nostro amico Antonio Ratti ha voluto condividere anche sul nostro blog. E lo ringraziamo.
A dimostrazione dell'impegno culturale di un giovane monarchico prematuramente  scomparso, e conferma  che non siamo i parenti  poveri  della  cultura .

L'attualità della problematica michelsiana è fuori discussione. Partendo dalla constatazione che la società moderna è una società di organizzazioni e che l'organizzazione comporta una struttura oligarchica, Michels studiò le organizzazioni politiche volontarie e in special modo i partiti.

Perché proprio i partiti? Perché questi erano diventati, ai primi del novecento , i protagonisti della vita politica e perché si reputavano i portatori della volontà popolare. Ma iniziamo esaminando un problema abbozzato dal Mosca, studiato dal Pareto ed ampiamente trattato dal Michels, cioè il problema della stabilità e della mobilità della classe politica.
Nel suo saggio II concetto di conservare in politica (1), Michels concludeva constatando "la esistenza di una profonda nota conservatrice nella storia del genere umano" dovuta alla "rapida trasformazione di idee rivoluzionarie in idee conservatrici, non appena abbiano loro sorriso il successo".



"Non vi sono teorie statali distruggitrici senz'altro, e la anarchia considerata sub specie aetemitatis non può essere che un tramite tra due periodi conservatori" (2). D'altronde il sistema conservatore (inteso sia in senso politico come mantenimento dello status quo, sia in senso filosofico come attaccamento alle tradizioni: monarchia, religione, patria ecc.) potrebbe auto perpetuarsi solo se la classe politica consente un certo processo di circolazione e di rinnovamento nel suo ambito. "Una conservazione stabile porta quindi automaticamente a fluttuazioni nella stratificazione sociale. Né una società, né una classe sociale, ancorché la più ricca e potente, possono conservarsi in virtù delle sole forze immanenti. Nella storia i cambiamenti sono inevitabili; resta solo a sapere se provengono dall'alto o dal basso, se operanti inavvertitamente o clamorosamente"(3).

Quella del Michels è una sorta di conservatorismo dinamico, in cui la stabilità è consentita dal continuo processo di mobilità sociale. Le classi non sono rigide, né i loro appartenenti sono stabilmente legati ad esse,
anzi sono facilmente riscontrabili nella storia fenomeni di ascesa e di declino di classi sociali e di uomini. "Il processo di trasformazione delle classi non tollera leggi, non sottosta a norme psicologiche precisabili. Come l'operaio si imborghesisce? Come la borghesia si trasforma in aristocrazia? Come la nobiltà si modifica? Infinite cause contribuiscono a queste trasformazioni. Il sociologo non può che dimostrare l’esigenza di questo processo di composizione e decomposizione... Se una legge può trarsi, se una considerazione valida può aversi, piuttosto è necessario affermare che,  comunque, esiste un destino per tutte le classi: quelle povere ad essere comandate e quelle aristocratiche a comandare; le prime a soggiacere, comunque si illudano, e le seconde a tenere il timone sul mondo
sociale e politico’’(4). Ciò comporta che ogni società politica non può costruirsi senza definire una struttura gerarchica, e, d’altronde, una classe politica chiusa in sé non può detenere stabilmente il potere, ma deve essere in qualche modo permeabile alle nuove forze sociali che emergono.

La convinzione della mancanza di democraticità dei partiti politici e della impossibilità di instaurare, a livello statale, un'autentica democrazia, costituiscono il nucleo centrale della teoria michelsiana. "Il complesso di tendenze che impediscono una realizzazione della democrazia è difficile sceverare e catalogare in un’elencazione pedantesca. Ciò non di

meno noi riteniamo possibile compiere su basi induttive, un’analisi precisa, senza la minima pretesa di pervenire a risultati definitivi. Tali tendenze si rinvengono a) nell'essenza della natura umana; b) nella natura della lotta politica; c) nella naturadell'organizzazione. La democrazia porta all'oligarchia, diviene oligarchia. Assumendo questa tesi siamo ben lontani dal voler esprimere un giudizio di valore negativo nei confronti di qualsiasi partito al governo, o da voler avanzare una critica d’ordine morale"(5).

Secondo l'opinione comune l'avvento del sistema democratico è strettamente collegato con il raggiungimento di un certo stadio di civiltà.
Si osserva che nel tempo l’insieme dei diritti che inizialmente spettavano alla ristretta aliquota formante la classe dirigente, si è andato estendendo ad una massa sempre più vasta di uomini. Ma, osservava Michels, l'evoluzione della democrazia descri-ve una parabola discendente che è possibile misurare attraverso lo sviluppo dei suoi partiti politici. Col progredire delle organizzazioni viene a crearsi un apparato burocratico e gerarchico (che governa il partito) a cui si contrappone la massa degli iscritti "incompetente" e impossibilitata a partecipare a qualsiasi tipo di decisione.

“La legge sociologica fondamentale a cui i partiti politici vanno inesorabilmente soggetti, può, ridotta alla sua più breve esposizione, suonare all’incirca così: l’organizzazione è la madre del predominio degli eletti sugli elettori, dei mandatari sui mandanti’’(6). Una delle tendenze di fondo di qualsiasi partito in un regime democratico è quella di prospettare
la necessità di una maggiore partecipazione individuale alla vita politica attraverso una costante azione in funzione di controllo o d'intervento
diretto. Ma la burocratizzazione dei partiti ha reso poi praticamente impossibile l’attuazione di questo apostolato; sia per la obiettiva immaturità delle masse sia perché l’esigenza di organizzazione comporta la differenziazione di una casta di politici professionali.



Da ciò il Michels ne deduce l’esistenza di due leggi regolatrici dei rapporti tra gruppo dirigente e massa: a) la tendenza ideologica della democrazia verso il criticismo e il controllo; b) la controtendenza effettiva
della democrazia come creatrice di partiti sempre più complessi e sempre più differenziati; vale a dire sempre più basati sulla competenza di pochi. Ciò comporterebbe un rapporto inversamente proporzionale fra la tendenza all’organizzazione e la democraticità di un gruppo sociale. D’altra parte sembrerebbe inevitabile che un organismo ordinato ed efficiente si dia una struttura oligarchica. La conclusione, secondo Michels, non può che essere conseguente:"l’esistenza di capi è un fenomeno congenito a qualunque forma di vita sociale. Non incombe, quindi, alla scienza indagare se essa sia un male o un bene... Ha per, gran valore sia scientifico che pratico stabilire se ogni sistema di capi è incompatibile con i postulati della democrazia"(7).

Ma quali sono oggi i significati e i limiti del pensiero michelsiano? Giovanni Sartori,(8) uno dei maggiori studiosi contemporanei di scienza
politica, anzitutto riconosce l'interesse attuale dei problemi (l’organizzazione dei partiti politici, il rapporto classe dirigente massa ecc.) che indirizzarono la problematica dei Michels. Successivamente esamina alcune critiche alle diagnosi michelsiane. In primo luogo si parla di organizzazione e di oligarchia senza definire chiaramente il significato di questi due termini; è evidente che esistono molteplici tipi di organizzazioni diversamente strutturate, per le quali è generica l’equivoca formula di "sistema di capi".



In secondo luogo le osservazioni del Michels sul movimento socialista
in Germania e in Italia vengono generalizzate a tutti i partiti politici,
senza tenere conto che, nel particolare momento storico, il partito socialista non poteva costituire un campione rappresentativo. Infine è arbitrario partire dalla constatazione della antidemocraticità dei partiti e concludere che la democratica non democrazia. Secondo il Sartori alla prima obiezione si può replicare osservando che la legge di fondo di una qualsiasi organizzazione, cioè la sua tendenza oligarchica, non può essere smentita.

Alla seconda obiezione si può controbbattere constatando che i
moderni partiti di massa attraversano lo stesso stadio involutivo riscontrabile nella socialdemocrazia tedesca. Tuttavia, osserva il Sartori, facendo sua la terza obiezione: Michels cercava la democrazia dentro le organizzazioni. "Ma come trovarla? Organizzare è appunto articolare un vasto
organismo secondo strutture rigide eprecisi livelli gerarchici... il discorso si apre esattamente dove Michels lo chiude. Invece di guardare all'interno
di una organizzazione osserviamo i rapporti tra le singole organizzazioni
in concorrenza”.(9) La critica del Sartori nulla toglie, per, alla sostanza
della teoria michelsiana: in uno Stato moderno i partiti costituiscono la fucina della classe politica ed assurgono a centri di potere socio-economico, quindi evidente il rapporto di connessione tra la loro democraticità
e la democraticità dello Stato. Quanto poi al potere di controllo e di scelta tra le diverse oligarchie partitiche (circostanza che garantirebbe secondo il Sartori, l’effettiva sostanza della democrazia) possiamo osservare che
tale facoltà è più teorica che reale.



Essa presuppone la capacità e la possibilità di un’analisi selettiva da parte
di tutti gli uomini, ma non tiene evidentemente conto che l’uso ad esempio di strumenti di coercizione psicologica, quali i mezzi di comunicazione di massa, può rendere puramente ipotetica la "influenza della maggioranza".




(1) Cfr. Michels, Il concetto di conservare in politica, in “Studi sull'autorità e sulla democrazia”, Firenze 1933.

(2) R. Michels, op. cit., pag. 91.

(3) Ibidem   pag. 84.
(4) Curcio, L’opera politica di R. Michels, in "Studi in memoria di Roberto Michels", Annali della facoltà di giurisprudenza della R. Università degli Studi di Perugia, Padova 1938, pagg. 20-21.

(5) R. Michels, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, Torino 1917, pagg. 497-498.

(6) R. Michels, “La sociologia ....cit., pag. 450.

(7) Ibidem.

(8) Sartori, "Democrazia e definizione", Bologna 1969.

(9) Ibidem.