NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 20 luglio 2019

GIOVANNI GIOLITTI


IL VECCHIO SAVIO DELLA NUOVA ITALIA

di Aldo A. Mola
Vi sono parecchie ragioni per ricordare Giovanni Giolitti (Mondovì, 127 ottobre 1842.- Cavour, 17 luglio 1928), massimo statista italiano dalla proclamazione del Regno d'Italia a oggi. Ne ricordiamo almeno quattro. (*)

Dall'annessione alla Francia a capofila dell'indipendenza italiana
In primo luogo Giolitti è la sintesi del regno di Sardegna restaurato nel 1814 dopo l'età franco-napoleonica, quando il Piemonte venne ridotto a XXVII Divisione dell'impero di Napoleone I. Se questo fosse durato, non vi sarebbero mai stati Risorgimento, unità e indipendenza. L'Italia sarebbe un'appendice di Parigi (come Oltralpe qualcuno ancora pensa). In Piemonte, però, la Restaurazione non fu pura e semplice Reazione. Lo si vide nel marzo 1821, quando il ventitreenne Carlo Alberto di Savoia-Carignano, reggente, concesse in via provvisoria la Costituzione di Cadice. A chiedergliela furono aristocratici cresciuti negli ideali di libertà e di bilanciamento dei poteri. Il nonno materno di Giolitti, Giovanni Battista Plochiù, alto magistrato in età franco-napoleonica, era Legion d'Onore, come Carlo Alberto era conte dell'impero. La Storia è continuità, anche grazie a società segrete (carboneria, massoneria, illuminati...) quando la libertà di opinione è conculcata. Giolitti nacque proprio quando Carlo Alberto accelerò il rinnovamento dello Stato non per pressione straniera ma dal suo interno, valendosi di una dirigenza di patrizi, borghesi, militari, ecclesiastici accomunati da due capisaldi: scienza e apertura all'Europa. A quel modo il Regno di Sardegna si candidò a interpretare e a esprimere il sentimento profondo dell'“opinione nazionale”, come auspicato da Silvio Pellico, Massimo d'Azeglio, Cesare Balbo, da uno stuolo di patrioti, anche esuli, come Vincenzo Gioberti. L'assillo del Piemonte non era solo di conoscere Parigi, Londra, Bruxelles, Berlino ma della valutazione che in quelle capitali si aveva di Torino. Nel Regno di Sardegna il “Quarantotto” non fu prodotto di importazione, ma frutto di lunga maturazione di una nuova moderna classe dirigente. Lo rievoca Giolitti nelle “Memorie della mia vita”, pubblicate il 27 ottobre 1922 per festeggiare il proprio 80° compleanno. Vi ricorda l'incontro, al quale assisté, di Camillo Cavour con zio, Melchiorre Plochiù, magistrato e azionista di “Il Risorgimento”, una tra le grandi voci del Quarantotto, come “La Gazzetta del Popolo” di Felice Govean e Giambattista Bottero. Lo Statuto Albertino segnò il passaggio dalla monarchia amministrativa a quella rappresentativa, l'elettività dei consigli comunali e provinciali, l'uguaglianza dinnanzi alle leggi e, quindi, la libertà di culto: caso unico in Italia. Da lì nacque la Terza Italia.

Al servizio dello Stato., cioè dei cittadini
Inoltre Giolitti è il modello della generazione costruì lo Stato nuovo. Laureato in giurisprudenza a Torino a 19 anni, volontario senza stipendio al ministero della Giustizia a 20, sostituto procuratore del Re a 24, per un ventennio progredì nel servizio dello Stato, “prestato” al ministero delle Finanze con Quintino Sella, segretario generale della Commissione centrale delle imposte dirette (osservatorio privilegiato su Comuni e Province), della Corte dei Conti (1877), commissario alle Opere Pie San Paolo di Torino (che trasformò in “istituto bancario di sicuro avvenire”) e consigliere di Stato a quarant'anni. Quando nel settembre 1882 accettò la candidatura alla Camera si mostrò politico vero, capace di ascolto, abilissimo del procacciarsi il sostegno dei notabili, società di mutuo soccorso e sodalizi vari. Lo documenta la sua molto elaborata “Lettera agli elettori”, suggellata da una frase che anticipa quasi mezzo secolo della sua “politica”: “Allorché gli uomini di Stato più eminenti e gli operai sono concordi in un programma, vi ha la certezza che questi risponde ai veri bisogni del Paese”.
Estensore del Manifesto dell'opposizione subalpina contro la “finanza allegra” del ministro Agostino Magliani (1886), contrario a dispendiose e rischiose avventure coloniali ma fermo nella difesa della dignità nazionale, ministro del Tesoro e delle Finanze nel Governo presieduto da Francesco Crispi (1889-1890), quello delle grandi riforme (abolizione della pena di morte, trasformazione delle Opere Pie in Ipab, elettività dei sindaci e dei presidenti delle Deputazioni provinciali...), presidente del Consiglio dei ministri a soli 50 anni, Giolitti affrontò la più difficile delle riforme: dar vita alla Banca d'Italia in un Paese che trent'anni dopo la proclamazione del Regno e venti dopo l'annessione di Roma aveva ancora sei Banche abilitate a emettere moneta. Dovette fare i conti con l'intreccio tra malavita organizzata e la spesso cortomirante opposizione “democratica”. Perseguitato da Crispi, nel timore di carcerazione arbitraria andò a Berlino, ospite della figlia Enrichetta e del genero, Mario Chiaraviglio, massone. Rientrò quando seppe dalla moglie, Rosa Sobrero (“Ginotta”) che il mandato di comparizione non conteneva capo d'accusa.


La terza lezione di Giolitti è l'alto senso della politica quale servizio allo Stato. Nei lunghi anni di “disgrazia”, durante i regni di Umberto I (tra il 1893 e il 1899) e di Vittorio Emanuele III (1915-1919), la sua lealtà nei confronti della monarchia, consustanziale all'Italia, non mutò di una virgola. Il monarchico non è un cortigiano. Ha il dovere di dire al sovrano anche parole “scomode”. Perciò egli rimase la grande “riserva” della Corona, per risollevarne il prestigio. Avvenne nel 1899, dopo la repressione della cosiddetta “insurrezione milanese” del maggio1898, schiacciata con metodi inaccettabili e con l'arresto di deputati in carica. Giolitti capitanò la svolta liberale d'intesa con il democratico bresciano Giuseppe Zanardelli e con Ernesto Nathan, gran maestro del Grande Oriente d'Italia poi da lui voluto sindaco di Roma. Sempre capace di ascolto nel 1899, Giolitti recepì i suggerimenti di Urbano Rattazzi jr: dare voce al “Paese che lavora” e non inventare artificiosamente “nemici”. Iniziò il quindicennio più prospero dell'Italia unita, quando anche l'emigrazione (per lavoro, per fame) costituì una risorsa con le “rimesse” degli italiani dall'estero. Al governo si alternarono Zanardelli, lui, Alessandro Fortis (ex repubblicano), Sidney Sonnino, ebreo di culto protestante, Luigi Luzzatti, ebreo non praticante, una miriade di ministri e sottosegretari, sorretti da diplomatici, militari, dirigenti ministeriali, prefetti, magistrati, scienziati, accademici, docenti universitari, segretari comunali, insegnanti, artisti e, mai dimenticare, ecclesiastici ispirati da Pio X, il papa che “sospese” il divieto per i cattolici di voto attivo e passivo nell'elezione della Camera. Dai 3 cattolici deputati del 1904 si passò a 227 deputati liberal-moderati, radicali e persino massoni eletti col voto dei cattolici (il “Patto Gentiloni” del 1913), per arginare massimalisti, clericali e anarchici. Nel 1911 il bilancio del Cinquantenario registrò il grande progresso civile e sociale della Nuova Italia, cresciuta con la liberalizzazione degli scioperi “economici”, cioè per miglioramenti salariali, divieto assoluto di quelli “politici”, in specie nei servizi statali, leggi speciali a favore delle regioni arretrate, provvidenze d'ogni genere per istruzione e sanità. Conosceva bene la realtà. Contro tutte le leggende, il Piemonte aveva enormi sacche di povertà, generalmente sopportata con dignità anche grazie ai tanti Don Bosco.


Giolitti meridionalista e neutralista
Sin da giovane alto dirigente statale Giolitti aveva esplorato il Mezzogiorno. Tra gli amici politici più fidati ebbe meridionali come Tommaso Senise, Antonio Cefaly, Antonino Paternò Castello di San Giuliano, Giuseppe Saredo, Pietro Rosano (che il 9 novembre 1903 si sparò per evitare che uno scandalo squallidamente orchestrato ai suoi danni potesse coinvolgere Giolitti e il neonato governo). Sapeva che per unificare davvero l'Italia occorreva destinare al Sud enormi investimenti per liberarlo dalla secolare arretratezza (infrastrutture, servizi pubblici,...). Messa a frutto la costosissima “impresa di Libia”, che all'Italia fruttò Tripoli e la Cirenaica (per evitare che se ne impadronissero la Francia o altri), Rodi e il Dodecanneso (liberati dal secolare turpe dominio turco), nel 1914-1915 ritenne che l'Italia non poteva impegnarsi in una guerra europea lunga e inevitabilmente esosa di vite e di risorse, causa di divisione non solo tra Nord e Sud ma anche fra lo Stato e le masse operaie naturaliter neutraliste e i cattolici, contrari a conflitti ai danni dell'unico impero cattolico, l'Austria. Neutralista, dopo l'intervento si schierò senza riserve a sostegno della Vittoria come tutto il Piemonte, da sempre uso a battersi “alle bandiere” con lo scudo sabaudo.

La processione indiana: due passi avanti, uno all'indietro
Richiamato una quinta volta al governo da Vittorio Emanuele III, Giolitti ottenne successi fondamentali (abolizione del prezzo politico del pane, risanamento della finanza pubblica, superamento senza soverchi traumi della occupazione delle fabbriche da parte dei rivoluzionari decisi a “fare come in Russia”, cacciata di d'Annunzio da Fiume...). Chiese anche il trasferimento del potere di dichiarare guerra dalla Corona al Parlamento. Fallì l'obiettivo. Fu la sua prima seria sconfitta. La seconda venne col veto opposto da don Sturzo a una coalizione liberal-cattolica-socialriformista. Lo Statista trascorse a Cavour, in Piemonte, la notte fra il 27 e il 28 ottobre 1922, suo 80° compleanno: tormento e stasi. Il Re era a Roma per sostituire Facta, dimissionario, con un presidente fattivo. Mussolini temeva il ritorno di Giolitti. A Cesarino Rossi confidò: “ Se arriva Giolitti, siamo fottuti. Ha fatto sparare su d'Annunzio a Fiume”. Ma a Giolitti l'invito telegrafico ad accorrere a Roma arrivò solo “a cose fatte”. La storia non è una linea retta. Neppure quella d'Italia. Procede a zig-zag. Giolitti, statista serissimo e quindi capace di umorismo, osservò che il progresso è come certe processioni indiane: due passi avanti e uno all'indietro...

Nessuno come lui ebbe alto il senso dello Stato: una formula intraducibile, come la libertà, “ch'è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta”. Quando andava al Colosseo o in montagna, Giolitti aveva sempre in tasca una delle cantiche della Divina Commedia. Chissà se ne ricorderanno tanti dantisti “di complemento” da qui al 2021?
Aldo A. Mola

(*) E' in libreria il nuovo volume di Aldo A. Mola, Giolitti. Il senso dello Stato, ed. Rusconi Libri, pp.XXII+626 e 16 ill.


DUE BOX
BOX UNO

Giolitti secondo il generale Arturo Cittadini (1864-1928), primo Aiutante di Campo di Vittorio Emanuele III (Dichiarazione al generale Angelo Gatti, Palazzo del Quirinale, 30 marzo 1922): un ritratto acre, con tratti veridici.

GIOLITTI COME L'IMPERATORE TIBERIO?

Giolitti ha dominato per molto tempo, anche quando non era al potere, la Camera. Da che cosa proviene questa forza indiscutibile di Giolitti? Ha prima di tutto la dote indiscutibile della conoscenza perfetta di tutto il congegno amministrativo dello Stato. A lui non la si può dare a bere. La seconda qualità è di essere inflessibile ed irriducibile. La terza qualità è che è un uomo relativamente onesto: vale a dire che per se stesso non ha rubato. Per conto suo vive modestamente (a Roma) in un quartierino solito. La quarta qualità è di tenere tutti a distanza. Egli parla poco, e quando parla, con tono da padrone.
Quest'uomo avrebbe attratta l'attenzione di Machiavelli. Poiché fu un uomo veramente forte di fisico e di carattere. Facoltà principale della sua coscienza fu di considerare tutti gli uomini governabili e comandabili per i loro vizi. Facoltà principale del suo carattere fu quella di considerare se stesso padrone, e tutti gli altri servi.
In molti lati, (meno che per il sanguinario si capisce) questo vecchio somigliava a Tiberio. Aveva la sua grandiosa statura, il disprezzo degli uomini, la conoscenza dei loro vizi, la durezza del cuore, una certa onestà personale, il disdegno delle lodi palesi, la facoltà di governare da lontano, il rifuggire la folla, la semplicità, fino a un certo momento, della vita. Ma la sua facoltà principale, come conduttore di uomini parlamentari, era quella di sentirsi padrone. Era in questo aiutato dalla bassezza degli altri, che si sentivano servi.
Più difficile gli sarebbe stato governare le folle, che hanno anche passioni di entusiasmi, ecc.; ed, infatti, egli ciò non cercava.
Egli è in disparte, solitario.

BOX 2
Tre domande all'Autore:

Questo “Giolitti. Il senso dello Stato” è nuovo rispetto ai libri precedenti?
R. Nel 2003 (l'anno della biografia scritta per Mondadori) non erano ancora disponibili molti documenti qui utilizzati sulla formazione politica di Giolitti, sulla crisi del “radioso maggio 1915”, quando venne ordito un attentato mortale alla sua vita, e sull'ottobre 1922, quando lo Statista rimase a Cavour mentre nella Capitale si giocava la partita fatale: la liquidazione del governo Facta, l'invito inviatogli alle 5 del mattino del 28 ottobre e il telegramma firmato dal generale Cittadini che il 29 invitò Mussolini a Roma per formare il governo. Per me questo libro è un punto di arrivo e, forse, di congedo. Auspico giovi a chi vorrà continuare la ricerca.

Qual è l'eredità di Giolitti?
Un'eredità morale e civile. Lo fece intendere egli stesso in una lettera del 1926 al nipote, Curio Chiaraviglio. Ormai ottantacinquenne, Giolitti leggeva le storie delle guerre del Cinque-Seicento per l'egemonia sull'Europa tra gli Asburgo e la Francia, quando l'Italia cadde sotto le dominazioni straniere. Come essa aveva superato tanti guai del passato, giungendo infine all'unificazione e all'indipendenza nazionale, così avrebbe fatto con quelli imperversanti, segnati dall'incipiente regime di partito unico. “La legge - osservava - riconosce il falegname, il filosofo, il ciabattino, l'avvocato, il cavadenti, il beccamorto ma il cittadino no. Il Civis Romanus sum è un'anticaglia. La libertà? Chi se ne ricorda? Ma il giorno in cui il popolo se ne ricordasse e la reclamasse?! Che cosa fare? Lavorare chi può ancora, stare a vedere chi non può più. Difendersi dal pessimismo. Pensare alla salute...”.
Bastano questa sue parole per capire l'attualità di Giolitti, il “Grande Saggio” della storia d'Italia.
Cavour, Giolitti, Einaudi. Chi è lo statista sommo?
Impossibile e inopportuno fare graduatorie. Meglio stare ai “fatti”. Cavour ebbe la (s)fortuna di morire il 6 giugno 1861, subito dopo la proclamazione del regno d'Italia, Nessuno sa come lo avrebbe governato. Non si era mai spinto a sud di Firenze, ove andò poche volte e litigò con il Re, molto più avveduto di lui. Nel 1944 Einaudi fu aviotrasportato dalla Svizzera a Roma per prendere le redini dell'economia di un Paese vinto, lacerato e poi sotto l'incubo del Trattato di pace, duramente punitivo. Giolitti fu presidente del governo cinque volte (1892-1921) di un'Italia che era e si conduceva da Stato indipendente e che entrò nel novero delle maggiori potenze. Soprattutto, però, non dimentichiamo che i veri artefici di quell' Italia furono i Re, unici garanti agli occhi degli altri Stati: nemici, alleati, mai amici.
Fine

mercoledì 10 luglio 2019

Italiano in terra straniera



Il ricordo di nonno Emilio - Andò a lavorare in Canada e mio padre nacque in mezzo alla foresta - Nella mensa degli operai aveva appeso il Tricolore e le foto dei reali

Emilio Del Bel Belluz

in Cari Nonni vi scrivo da Libero di mercoledì10 luglio 2019

La foto di nonno Emilio conservata dal nipote che porta lo stesso nome e cognome

         Mio nonno Emilio Del Bel Belluz era nato nel 1896, ad Azzano Decimo, un paese del Friuli. La sua famiglia aveva sempre lavorato la terra, un terreno duro che per dissodarlo con il grezzo aratro a disposizione, bisognava usare una forza sovrumana. Abitavano in una grande casa colonica, a Chions, assieme ai fratelli, le cognate e i nipoti. L’abitazione esiste ancora ed è diventata una casa che ospita chi vive nel bisogno. Vedendola, pare che il tempo si sia fermato, la fontanella butta da sempre un’acqua buona e ristoratrice.
         Da quel posto, mio nonno Emilio, dopo aver combattuto nella guerra di Libia, partiva per il Canada. Una mattina di maggio del 1919, lasciava la sua amata Italia con la moglie Genoveffa, la meta era il Canada. Quella decisione era maturata dal poco lavoro e dalla fame che in Italia si facevano sentire, dopo la fine della Grande Guerra. Il viaggio fu molto tormentato, specialmente, per mia nonna che non era mai salita su una nave; per il nonno Emilio fu diverso, si era temprato alla sofferenza durante la traversata per raggiungere la Libia.
         Arrivarono a destinazione, e mio nonno si mise a lavorare assieme a una squadra d’italiani nel territorio chiamato, Sioux Lookout Il lavoro consisteva nel costruire una ferrovia che doveva attraversare i territori che un giorno erano appartenuti agli indiani. Il giovane Emilio era diventato,con il tempo, caposquadra. Doveva dirigere i lavori di disboscamento e di costruzione della ferrovia. Mia nonna, nel frattempo, doveva cucinare i pasti per gli operai. C’era vicino alle baracche un ruscello, molto pescoso e la nonna ogni tanto andava con un retino a pescare, e con il pesce che prendeva, cucinava i pasti per tutti. I posti erano incantevoli, in quel paradiso vivevano in pace gli indiani, cacciando e pescando.

Natura incontaminata

         La vita di quelle popolazioni si poteva ancora sentire, spesso nella terra che era rimossa, si trovavano degli oggetti che gli indiani avevano utilizzato. La natura era incontaminata, gli alberi che erano abbattuti avevano una loro storia. Il lavoro era particolarmente duro, ma non c’erano altre scelte. La felicità del loro matrimonio, qualche tempo dopo, fu allietata dalla nascita dl mio padre Elso, che venne alla luce nel mezzo della foresta, in una baracca dove vivevano altre donne. Fra il 22 aprile del 1922. Elso non aveva neppure un documento che certificasse la sua nascita, e questo particolare lo condizionò per molti anni della sua vita.
         Mio padre, prima della sua morte, mi mostrò un grande baule di legno, con dei lucchetti, e aprendolo trovammo alcune foto che mio nonno aveva portato in Canada nel suo viaggio. Raffiguravano Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena di Savoia. Le due foto, incorniciate alla meglio, erano state esposte da mio nonno nel locale adibito a mensa, dove mangiavano gli operai, la sera, di ritorno dal lavoro. Il nonno Emilio, non aveva mai dimenticato cosa volesse dire essere italiano, anche in terra straniera.
         Nel baule c’era anche la bandiera con lo stemma sabaudo, perché non voleva mai dimenticare che per quella bandiera lui avevacombattuto In Libia e i suoi fratelli nella Grande Guerra e tutti miracolosamente erano tornati a casa.

Il cassetto

         Quel giorno mio padre davanti a quel baule aprì commosso il cassetto dei ricordi. Mi raccontò che era ritornato in Italia nel 1930, all’età di otto anni. Quando viveva in Canada, il nonno Emilio gli insegnò a scrivere e a leggere. Il nonno aveva una profonda nostalgia della sua terra e nelle rare lettere che scriveva a casa, la manifestava. Mi raccontava, inoltre, che la domenica, non potendo andare alla messa, con la moglie e il figlio si mettevano a pregare davanti all’immagine della Madonna dei Miracoli di Motta di Livenza, comprata prima di partire.
         Quel giorno mio padre mi lasciò il vecchio baule con tutto quello che conteneva, raccomandandomi di conservarlo gelosamente. Ora ho esposto le foto dei Sovrani d’Italia e la bandiera sabauda nella mia biblioteca. Il vecchio baule è diventato il custode della memoria storica della mia famiglia. Si notano ancora i segni di quel tempo, e ogni tanto mi pare d’udire le voci di quel popolo che fu cacciato dalla terra dove viveva pacificamente. Mio nonno Emilio morì molto giovane, a soli quarant’anni, per una peritonite e la nonna lo raggiunse trentatré anni dopo, nel 1969.


sabato 6 luglio 2019

Il libro azzurro sul referendum - XV cap - 1-4


XV.

Colpo di Stato

Il Consiglio dei Ministri prima della definitiva Proclamazione della Corte di Cassazione afferma che l'esercizio delle funzioni di Capo dello Stato spetta ope legis al Presidente del Consiglio
(notte del 13 giugno)


1) 1) Dichiarazioni del Consiglio de MInistri.
2) Dichiarazioni in Consiglio dei Ministri: Nenni, Bracci, Corbino, De Gasperi. - Volo contrario di Cattani
3) Dichiarazione di Cattani.
4) Giudizio dell’avv. Carlo Scialoia
5) Fermento Popolare a Napoli.
6) Fratture: determinazione del « Comitato   indipendentisti»
7) Commento del «Times and Tide».
8) Il trapasso non fu legale.
9) Quasi una metà del popolo italiano per il Re.

Dichiarazione del Consiglio dei Ministri 
(notte del 13 giugno 1946)



«Il Consiglio dei Ministri riafferma che la proclamazione dei risultati del referendum " fatta il 10 giugno dalla Corte di Cassazione nelle forme e nei termini dell'art. 17 del D.L.L. 23 aprile 1946, n. 219 ha portato automaticamente alla instaurazione di un regime transitorio durante il quale, fino a quando l’Assemblea Costituente non abbia nominato il Capo provvisorio dello Stato l'esercizio delle funzioni di Capo dello Stato medesimo spetti « ope legis » al Presidente del Consiglio in carica.

Tale situazione costituzionale creata dalla volontà sovrana del popolo, nelle forme previste dalla legge luogotenenziale, non può considerarsi modificata dalla comunicazione odierna di Umberto Il al Presidente del Consiglio.

Il Governo, sapendo di poter contare sul senso di disciplina di tutti gli organi dello Stato, rinnova il suo appello a tutti cittadini, perché nel momento attuale, decisivo per le sorti del Paese all'interno e nei rapporti internazionali, lo sorreggano concordemente con la loro vigile disciplina e col loro patriottismo nel compito di assicurare la pacificazione e l'unità nazionale ».

Dichiarazioni in Consiglio dei Ministri (1) Nenni, Bracci, Corbino, De Gasperi

Nenni: «Tutto ora è chiaro; conforme alla legge e alla volontà del popolo. Se per avventura l'ex Re non vi si inchinasse, si porrebbe fuori legge; allora sarà più che giusto mettergli le mani addosso ».

Qui è il nodo: i signori del Viminale si erano radunati quella notte avendo pronto per l'uso della forza. Se il Re non fosse partito l'Italia sarebbe stata gettata nel sangue per opera di un gruppetto di faziosi!

Bracci: « La partita è decisa; Umberto non può più esercitare le funzioni di Capo dello Stato. Noi riconosciamo solo il Presidente e lo annunciamo stasera al popolo. Non è solo la nostra volontà, è la volontà della legge e del Paese. Nessuno può disubbidirle, né il Savoia, nè noi, né lo stesso Presidente. Al Presidente spetta ora valersi dei poteri come meglio crede, noi collaboreremo ».

Corbino: «In definitiva la questione riguarda la persona di De Gasperi. Vorrei sapere se si rende conto della responsabilità che si assume con questo o. del g., considerato che domani egli potrà apparire come un usurpatore».

De Gasperi: «Se il Consiglio vuole così approviamo pure l'o. del g: fermo restando però che nessuno assumerà tali poteri. Ognuno di noi si ritiene impegnato in tal senso».

Al termine della riunione i ministri e lo stesso Presidente si offrirono quasi con frenesia alla curiosità dei giornalisti; il più imprudente fu proprio De Gasperi che, appena richiesto se intendesse assumere le funzioni di Capo dello Stato rispose testualmente: «Che significa? Di fatto lo sono Capo dello Stato! »

Se assumere significa prender possesso di qualche cosa che non si ha, non ho nulla da assumere. In pratica ho il diritto di intervenire come Capo dello Stato e, se sarà necessario firmare una legge, la  firmerò».
Cattani vota contro e chiede sia messa a verbale la motivazione «Perchè lo ritengo pericoloso per la pace degli italiani».

Dichiarazione di Cattani in Consiglio dei Ministri

«Mi risulta che alcuni firmatari di ricorsi alla Cassazione sono stati arrestati. Questi' metodi sono inqualificabili, ed lo chiedo immediati provvedimenti in favore della libertà di pensiero e, di azione».


Giudizio dell'Avv. Carlo Scialoia sul comunicato dei Governo

«lo penso, che si debba decidere così: il Sovrano resta a Roma sino al verdetto. In giornata invia al Governo una protesta scritta, sì da mettere il Consiglio in stato di accusa. Se la cosa deve scoppiare, scoppierà su un estremo di legalità ».

(1) da Storia segreta.... pag. 205.


lunedì 1 luglio 2019

Capitalisti, vil razza dannata


Una, dieci, cento capitali dell'Italia che si sfarina



di Aldo A. Mola


E così, alla faccia di Karl Marx, grazie a una leggina senza oneri per lo Stato, in Italia trionfa il Partito dei Capitalisti. Non è quello di George Soros, l'ebreo ungherese naturalizzato statunitense che manipola immense fortune e soggioga governi come fosse Spectre. Non è neppure la allegra brigata che inventa la nuova libra, spaccia bitcoin, sogna di stampare nottetempo carta moneta più o meno fasulla e magari i “mini-bot”, sdrucita sottoveste degli antichi “pagherò”. Questi sono tardivi imitatori del frammassone settecentesco Giuseppe Balsamo. Noto come Alessandro conte di Cagliostro, dai muri umidi il “mago” grattava il bicarbonato per propiziare la digestione dei suoi “clienti” e incitava i gonzi a soffiare in canne attorno al pentolone nel quale il piombo sarebbe divenuto oro. Balsamo finì nel caveau di San Leo su ordine di papa Pio VI e vi morì dopo anni di bastonate e di urla strazianti.
Quei fantasiosi venturieri erano solo dilettanti rispetto a quanto ora accade in Italia. Oggi vi trionfano i Capitalisti veri. È nato il nuovo PCI. Libero dalle macerie del suo omonimo (quello di Togliatti, Longo, Secchia...) è il “Partito delle Capitali d'Italia”, un neo-comunismo che va dalla Puglia alle Alpi, brucia incensi a vere e presunte città “già capitali” e mette tutti d'accordo riducendo la storia a timballo di maccheroni con contorno di fricassea. Ognuno ci aggiunge i condimenti e le spezie che meglio crede.

La storia non si stabilisce per legge
Alle 12.30 del 26 giugno 2019, un mercoledì (giorno sacro a Mercurio, dio delle birbe), la Commissione affari costituzionali della Camera ha fuso il piombo di cinque proposte di legge propugnate da Elvira Savino (Forza Italia), Piero De Luca (Partito democratico) e tre “Pentastelline” (Anna Bilotti, Fabiana Dadone e Anna Macina) nell'oro di un bozzetto di legge, col soccorso dei deputati piddini toscani che vi han fatto inserire all'ultimo momento Firenze, curiosamente dimenticata dalle proposte originarie. All'unanimità (che non manca mai quando si tratta di bazzecole) la Commissione ha approvato il testo base di prossima approvazione. A Brindisi, Firenze e Salerno (citate dalla leggina in ordine alfabetico anziché cronologico) conferisce il titolo di “città già capitale d'Italia”. Esse potranno fregiarsene nei propri gonfaloni (già zeppi di emblemi, scritte, motti...). Per bontà della pentastellata Dadone l'articolo 2 della leggiuzza riconosce a Torino, come premio di consolazione, il rango di “città prima capitale d'Italia” (sarebbe bene correggere in “prima città capitale d'Italia”). Ma non sottilizziamo. 
Qualcuno ha fatto dell'ironia sulla proposta liquidandola come “leggina”; ma non è giusto. Come ognuno vede, ormai anche le “grandi” sono un coacervo di leggine. Ogni legge è un “omnibus”. Si veda quella sulla “Crescita”. Per coerenza, infatti, codesta mega-legge, poiché  bisogna rinvigorire l'Italia sfiduciata e sempre più moscia, contiene anche facilitazioni fiscali a favore dell'apertura di pornoshop nei comuni con meno di 20.000 abitanti. Così anche i “villani” potranno “crescere” (senza moltiplicarsi). 
La leggetta sulle “città già capitali” dà motivo per qualche considerazione sommaria sulla “percezione” odierna della storia, dentro e fuori il Parlamento. È come la temperatura atmosferica. Non fedeltà ai fatti  ma “narrazione”, anzi mera “invenzione”. Ma le fantasie non hanno e non possono pretendere di avere valore legale. Questo è un punto niente affatto secondario in un Paese che sciaguratamente ha introdotto una legge punitiva del “negazionismo”, di opinabili “verità ufficiali”, che per gli storici semplicemente non esistono perché di mestiere indagano in cerca della verità documentata. Ebbene, sapendo di rischiare grosso, diciamo subito chiaro e forte che Brindisi e Salerno non sono mai state capitali d'Italia. Nessuna norma può imporre di ammetterlo: tanto meno questa aspirante leggina, storiograficamente infondata.

Carlo Alberto Re di Cipro e Gerusalemme...
Andiamo per ordine.
Lo Statuto promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia non fece parola della capitale del Regno di Sardegna. Parafrasando il motto latino secondo il quale ciò che è chiaro non richiede interpretazioni, non v'era motivo di scriverlo. Era Torino da quando il duca Emanuele Filiberto, che vi fece ingresso solenne il 7 febbraio 1563, la preferì a Chambéry, perno della Savoia: una scelta che, piaccia o meno e senza esagerazione, segnò il destino della dinastia, del Piemonte e dell'Italia. La Costituzione repubblicana del 1° gennaio 1948, che in quanto ha di limpido e chiaro ricalca lo Statuto Albertino, ignorò la questione. I costituenti discussero sui confini delle Regioni e sui loro capoluoghi, ma nulla dissero né di quelli nazionali (sul fronte orientale erano ancora in discussione e non dipendevano dall'Italia ma da accordi tra le Grandi potenze e la Jugoslavia, che figurava tra i vincitori mentre essa era tra i vinti) né della sua capitale. Per tutti era sottinteso che fosse Roma: perciò non era il caso di scriverlo. L'articolo 12 descrisse la bandiera della Repubblica (“tricolore italiano, verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”) per differenziarla dalla precedente, adottata da Carlo Alberto il 23 marzo 1848, recante lo scudo sabaudo nella banda bianca. Su altro (dall'inno “nazionale” all'emblema statuale, poi disegnato da Paolo Paschetto, valdese e non massone) la Costituente si rimise al legislatore.       
Anche in Repubblica gli italiani vissero felici e tacitamente contenti di avere capitale Roma, poi marchiata “ladrona” dal predecessore di chi all'epoca chiedeva la secessione della Padania e oggi vorrebbe strapparla a una maggioranza che pare nata “a sua insaputa” e comunque si mostra inetta. Sennonché il 7 ottobre 2001 fu varata la sciagurata riforma del Titolo V della Carta. Nella nuova redazione essa recita che “la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato (…) Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento”. “Roma capitale” fu tra le insegne alzate da Gianni Alemanno che, all'epoca sindaco, nel 2010 ne celebrò i 140 anni nella Protomoteca del Campidoglio, partecipi Giuliano Amato e monsignor Angelo Ravasi, non ancora cardinale. Forse sognava il 150°, che cadrà il 20 settembre 2020. L'iniziativa si perse per strada. Gli atti del convegno non furono mai pubblicati e Alemanno ha altri grattacapi.
Nel 2011, su impulso del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, fu solennemente celebrato il 150° dell'“unificazione nazionale”. In realtà (nella storia, non meno che nel diritto, la forma è sostanza) il 17 marzo 1861 venne pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale” la legge in forza della quale, a maggioranza, il 14 precedente il Parlamento aveva sancito che Vittorio Emanuele II (di Savoia) assumesse il titolo di Re d'Italia. Il Parlamento non lo “proclamò”. Riconobbe quanto era nei fatti, avallati dai plebisciti confermativi delle annessioni votate da assemblee e/o da poteri provvisori. Lo si legge nel robusto volume curato da Gian Savino Pene Vidari “I plebisciti del 1860 e il governo sabaudo” (Ed.Deputazione subalpina di storia patria).
Per Re Vittorio il nuovo titolo era un “anche”. Sovrano per grazia di Dio continuò infatti a proclamarsi Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, Duca di Savoia, Principe di Carignano, di Piemonte, Oneglia, Poirino, Trino, Vicario perpetuo del Sacro romano impero (che non esisteva più), duca di Genova, del Monferrato, del Chiablese, del Genevese, di Piacenza, marchese di Susa, Ceva, Oristano, conte di Nizza, Tenda, Asti, Alessandria, Novara, Tortona, Ginevra, Alto signore di Monaco, conte dell'impero francese (quello di Napoleone I), Nobil Uomo patrizio Veneto, patrizio di Ferrara e via risalendo e continuando. A Torino i Re ebbero Palazzo, consiglio della corona, poi consiglio dei ministri, Camera e Senato. Torino era il centro dell'amministrazione dello Stato, ma il Re era il Potere ovunque egli fosse poiché era il capo supremo dello Stato, così come oggi lo è il Presidente della Repubblica, che rappresenta dell'unità nazionale in qualunque luogo egli si trovi.

Camillo Cavour e Giuseppe Regnoli:  il “voto” per Roma capitale
A porre il nodo della capitale d'Italia fu Camillo Cavour a conclusione dell'interpellanza del deputato bolognese Rodolfo Audinot sulla “questione romana”. Tra i suoi passaggi forti spiccò l'invocazione: “Noi dobbiamo rivendicare i diritti su Roma capitale naturale d'Italia” (per “naturale” intendeva storica,“ovvia” e quindi “connaturata”), “simbolo della nazionalità riconosciuto da tutti”. Il 27 marzo 1861 il dibattito si concluse con l'approvazione del “voto” proposto da Carlo Boncompagni di Mombello, emendato dal bolognese Giuseppe Regnoli, massone e futuro membro della loggia “Propaganda”, come Giosue Carducci, Aurelio Saffi e altri padri della patria: “La Camera, udite le dichiarazioni del Ministero, confidando che, assicurata la dignità, il decoro e l'indipendenza del pontefice e la piena libertà della Chiesa, abbia luogo di concerto con la Francia l'applicazione del non intervento, e che Roma, capitale acclamata dall'opinione nazionale, sia congiunta all'Italia, passa all'ordine del giorno”. Il “voto” non era una “legge”, ma una speranza. Affinché divenisse realtà occorrevano tre condizioni: l'assenso del papa, della Francia e degli italiani. Come nulla fosse. Ne occorreva soprattutto una quarta, fondamentale ma solitamente ignorata. Il neonato Regno d'Italia tale era per asserzione della VIII^ Camera del Regno di Sardegna, che si tramutò in I^ Legislatura del nuovo Stato. Sennonché, con buona pace  dei sovranisti digiuni di diritto e di storia, agli Stati per esistere davvero non basta auto-proclamarsi. Occorre il placet della Comunità internazionale. All'epoca (1859-1860) questa era il Concerto delle Grandi Potenze che aveva fissato i suoi pilastri portanti (legittimità e tradizione) nel Congresso di Vienna del 1815, ribadito nei suoi canoni fondamentali da quello di Parigi del 1856.

Vairano Catena capitale d'Italia?
Nel 1861 il regno d'Italia fu riconosciuto da Gran Bretagna, Svizzera, Stati Uniti e Grecia e basta. Altri Stati (all'epoca tutti imperi o monarchie) continuavano a riconoscere il regno delle Due Sicilie e la sovranità del Papa su Legazioni Umbria e Marche. L'Italia, insomma faticò a salire la china. Fu ammessa per la prima volta in una conferenza diplomatica internazionale a Londra solo nel 1867, grazie all'abilità di Isacco Artom, l'ebreo caro a Cavour. Quei precedenti vanno ricordati al nascente Partito Capitalista d'Italia. Se proprio si volesse cercare una “capitale” pre-unitaria, essa andrebbe individuata in Napoli, ove (lo ha ricordato Nico Perrone in saggi su Liborio Romano e sull'ammiraglio Persano) si svolsero le trame concluse con l'incontro di Teano, altra possibile “capitale”, perché lì, appunto, il 26 ottobre 1860 Giuseppe Garibaldi salutò “Re d'Italia” Vittorio Emanuele giuntovi al suono della Marcia Reale, come ricordò Giuseppe Cesare Abba nell'emozionante conclusione di “Da Quarto al Volturno”. Aggiungiamo che dal 1982 l'allora sindaco di Vairano Patenora spese passione e quattrini per certificare che l'incontro decisivo per la storia d'Italia non avvenne affatto a Teano ma nel suo comune, anzi a Vairano Catena. Sognava un futuro turistico, ma poi (come si diceva a Parigi nel 1968) dopo Marx venne Aprile, il giornalista-narratore che accusa i conquistatori venuti dal Nord di aver fondato un loro PCI, il Partito dei Carnefici d'Italia: i piemontesi buzzurri, canaglie, piombati dai crinali alpini, dal litorale ligure e dal famelico Bergamasco per devastare il Mezzogiorno, un Paradiso terrestre che a suo dire se la passava benissimo (come oggi, del resto, con due meridionali su tre al vertice del governo: Conte e Di Maio). I fatti sono stati ora rimessi in ordine da Giancristiano Desiderio nel succoso saggio “Pontelandolfo 1861. Tutta un'altra storia” (Ed. Rubbettino, candidato al Premio Acqui Storia).

Ubi Rex, ivi Lex
Dove era la capitale? A Torino. Ma che cosa è la capitale di uno Stato? È la residenza nominale del Capo dello Stato, delle Camere, dei ministeri, di alcune “centrali” dell'esecutivo e dell'amministrazione. Con la Convenzione italo-francese del 15 settembre 1864 il governo italiano decise di trasferirla (nei termini anzidetti) da Torino a Firenze. Il Re continuò a esercitare il suo Potere (la “sanzione e la firma” dei decreti e delle leggi) ovunque si trovasse, in uno qualunque dei comuni d'Italia. Era il Capo di una Dinastia che apparteneva al circuito delle Famiglie Reali d'Europa e si estendeva ancora al Brasile. Era anche Re d'Italia, ma in una concezione poco percepita da tanti patrioti militanti (come poi da molti “storici”).
Quando andavano a caccia al camoscio in Valle Gesso o al cinghiale a San Rossore Vittorio Emanuele II, suo figlio Umberto e il nipote Vittorio Emanuele III erano Re d'Italia. Non portavano con sé l'apparenza della capitale (congerie di Camere e di “uffici”), ma la somma di Auctoritas e di Potestas. Del pari, quando il 9 settembre 1943 lasciarono Roma per Brindisi, ove giunsero l'11 seguente, Vittorio Emanuele III e il Capo del governo, Pietro Badoglio, non trasferirono affatto la “capitale”, che era Roma. Altrettanto vale per il passaggio del Re da Brindisi a Ravello (non Salerno). Roma rimase Roma, anche per l'altro “Stato”, la Repubblica sociale italiana, destinata a scomparire dalla storia se non per certi effetti “amministrativi”. Anzi Vittorio Emanuele III pose come condizione per il trasferimento dei poteri al figlio Umberto, “luogotenente del Re” (non “del Regno” come poi venne decretato) che esso avvenisse in Roma: perché quella era la “sua” città: simbolo dell'unità nazionale conseguita il 20 settembre 1870 e col plebiscito dell'ottobre seguente, recatogli dal duca Michelangelo Caetani di Sermoneta (massone nella loggia “Universo”,anche se di famiglia papale).
Quando Sella fece i conti con il PCI e con il PIF
Accampare che Brindisi e Salerno abbian funto da “capitali” è dunque privo di fondamento storico. Se poi si volesse andare in cerca di chi per primo proclamò un Regno d'Italia occorrerebbe risalire nei secoli, non tanto a Napoleone I (il cui “regno d'Italia” era l'ex Repubblica italiana, poi in gran parte divenuto Reich lombardo-veneto dell'Impero d'Austria) ma ad Arduino, l'episcopicida marchese di Ivrea: più di mille anni fa. Nell'Italia delle Cento Città (ma almeno tre-quattrocento furono fulcro di qualche piccolo Stato meritevole di memoria (tutti derivanti dal Sacro romano imperatore), meglio è accontentarsi di tre capitali certificate: Torino, Firenze e Roma in sequenza cronologica chiara. Fermo restando che Roma comprende la Città del Vaticano, uno Stato sovrano il cui Monarca, suo vescovo in successione all'apostolo Pietro, non trasferisce la capitale quando visita una borgata o una delle tante città italiane. Così come non lo fa il Consiglio dei ministri dello Stato d'Italia quando, per motivi d'immagine più che di sostanza, si raduna in questa o quella città (solitamente per conclamati motivi di ordine pubblico o calamità: comunque sempre per sciagure).
Anziché arzigogolare su mai esistite capitali transitorie meglio occuparsi di Roma e cercare di farla funzionare. Un precedente eloquente: Quintino Sella, che più di ogni altro nell'estate 1870 volle “Porta Pia” e l'annessione di Roma e del Lazio all'Italia, non trasferì subito il ministero delle Finanze da Firenze a Roma. Lo tenne nella città del Giglio in attesa che fosse costruito il Palazzone, atto a incutere il senso della serietà dello Stato. E fu li che ebbe a fianco il giovane Giovanni Giolitti, lo statista che cercò di raddrizzare le gambe all'Italia. Senza troppo successo. Fece i conti con il PCI dell'epoca: il Partito dei Camaleonti d'Italia. E con il PIF, il Partito Italiano dei Pifferai. Suonano e trascinano verso la catastrofe: prima i topi, poi i bambini.

Aldo A. Mola

venerdì 28 giugno 2019

Il mese della tristezza


 di Emilio Del Bel Belluz 

Il mese di maggio è finito e come ogni anno mi fa pensare alla sofferenza dell’ultimo Re che lasciò l’Italia nel 1946 per andare a morire in una terra che non era la sua. Per quelli che l’hanno amato e sono tanti è sempre stato chiamato il Re di maggio, perché regnò solo quel mese. Il Re era un fervente cattolico, andava a messa e a comunione tutti i giorni. Fu amato da tanti per la sua umanità, per quella vita vissuta nel silenzio, nella tempestosa solitudine e nell’accettazione.  
Anche se l’ingiustizia è entrata nella sua vita, ha preferito sempre la lealtà del comportamento, e ogni sua azione è stata una manifestazione di lealtà alla patria. 
Il Re, settantatré anni fa, lasciava la sua Italia per andare in esilio. Ripensavo in questi giorni, mentre esponevo il tricolore con lo stemma sabaudo fuori dalla mia finestra, al Sovrano che partì con l’animo lacerato dagli episodi di protesta contro il risultato del referendum tra monarchia e repubblica, di via Medina, a Napoli, del 12 giugno 1946. In una rivista monarchica ho visto la foto di una delle undici vittime, il marinaio della Regia Marina, Mario Fioretti. Nell’immagine lo si vede morto con la bandiera sabauda vicina, e sul petto la croce di Cristo, accanto a dei fiori bianchi. Questo giovane monarchico aveva lasciato la vita nel tentativo di togliere il tricolore con l’effige di una donna turrita nel campo bianco, dal balcone della federazione comunista. La sua morte da eroe è descritta in un articolo comparso nella rivista Monarchia oggi del maggio 1981. “Centinaia di Bandiere recanti tutte lo stemma  Sabaudo, sventolano sulla folla e dai balconi e finestre: centinaia di cartelli ammoniscono: ”Fuori i venduti russi dall’Italia”- Fuori le vergogne comuniste “ -“Non vogliamo la  repubblica nata nel sangue dei nostri giovani”- “ Che fine hanno fatto prigionieri italiani in Russia?”. Carrozze di tram rovesciate ed altri ostacoli improvvisati chiudono gli accessi della via alle camionette ed autoblinde della celere. Il portone della federazione rossa è stato chiuso e barricato dall’interno dai compagni impauriti senza però che sia ritirata quella bandiera provocatrice dal balcone. 
Un giovane marinaio Mario Fioretti unitamente ad altri giovani, inizia la scalata dell’edificio aggrappandosi ai tubi esterni, per giungere al terzo piano e strappare lo straccio del disonore e della vergogna. E’ quasi giunto al balcone, già la sua mano si allunga verso il drappo repubblicano, quando  una mano armata di pistola è vista protendersi dall’interno della sede bolscevica e far fuoco sull’audace marinaio. 
Un grido unanime e un volo pauroso e la Regia Marina può contare su un eroe in più” . Questo é uno dei nove eroi che morirono in via Medina, assieme a due Carabinieri Reali. Queste giovani vite non hanno nessun valore per la nostra cara e martoriata patria, nessun cenno in questi giorni a questi martiri. La storia è appannaggio dei vincitori, ma allora metà degli italiani era monarchica e aveva votato per il Re. La percentuale a Napoli si aggirava all’ottanta per cento.  Non so se a questi giovani Mario Fioretti (21 anni), Ida Cavalieri (19 anni) , Michele Pappalardo ( 22 anni),  Felice Chirico, Francesco D’Arazzo (21 anni ), Vincenzo Di Guida (20 anni), Guido Beninato, Gaetano D’Alessandro, Carlo Russo, Ciro Martino , a distanza di settantatrè anni dalla loro morte, qualcuno avrà messo un fiore sulle loro tombe, sempre se hanno ancora una tomba. Questi giovani che rappresentavano la miglior gioventù mi sono rimasti nel cuore, ho pregato per loro. Nel mi è rimasta  dentro anche la morte della giovane Ida Cavalieri, che nel giornale si descrive con molta dolcezza:” Intanto le autoblinde della celere hanno avuto ragione delle improvvisate barricate irrompendo con furore sulla folla. 
E’ qui che la giovane studentessa milanese Ida Cavalieri, alla testa di un centinaio di studenti, per fermare la corsa, si erige diritta, con la bandiera che le copre il petto, contro le autoblinde  avanzanti, rimanendo  schiacciata senza pietà. Trasportata all’ospedale dei pellegrini, dopo aver avuto gli arti amputati, spira tra le braccia della madre serenamente. E non è l’ultima vittima, perché in quel giorno trovano la morte anche due Carabinieri Reali che avevano partecipato alla dimostrazione monarchica e si erano distinti contro gli ausiliari. Innumerevoli sono i feriti oggi quasi tutti ai Movimenti Monarchici.” Nessuno potrà mai cancellare l’eroismo di chi muore per il proprio ideale. Re  Umberto II, non li dimenticò mai.

giovedì 27 giugno 2019

L'anticristo che è in noi: Benedetto Croce tra progresso e “fine dei tempi”


di Aldo A. Mola

Benedetto Croce: il rifiuto dello “Stato etico” 
In  “Declino e tramonto della civiltà occidentale” (Ed. Rubbettino) Giuseppe Bedeschi ripercorre l'angoscia del filosofo e storico Benedetto Croce all'indomani della seconda guerra mondiale, manifestata in saggi intrisi di profonda amarezza, al confine con lo scoramento. “Nel corso e al termine della seconda guerra mondiale – scrisse Croce in “La fine della civiltà” – si è fatta viva dappertutto la stringente inquietudine di una fine che si prepara, e che potrebbe nei tempi attuarsi, della civiltà, o, per designarla col nome della sua rappresentante storica e del suo simbolo, della civiltà europea”. In “L'Anticristo che è in noi” stigmatizzò il “distruttore del mondo, godente della distruzione, incurante di non poterne costruire altro che non sia il processo sempre più vertiginoso di questa distruzione stessa, il negativo che vuol comportarsi come positivo ed essere come tale non più creazione ma, se così si potesse dire, dis-creazione”. Erano gli “Adelphi della Dissoluzione” indagati da Maurizio Blondet?
Croce era stato profondamente colpito dall'impiego delle bombe termo-nucleari da parte degli Stati Uniti d'America per piegare il Giappone: quasi duello simbolico tra l'ordigno accecante e annientatore e l'impero del Sol Levante, il Satana prodotto dall'uomo e il divino della Tradizione. Luce che si fa Tenebre, come in tutte le visioni dualistiche, e contrapposizione tra il Bene e il Male. Croce era ormai lontanissimo dal pensiero del gigantesco ma sempre più deprecato Hegel, che aveva condotto  a “questo ideale di morte che ora si chiama 'totalitarismo' 'partito unico' e 'obbedienza al partito' frutto della esaltazione dello Stato”, che si fa “comandatore della vita morale” coniugandosi “coi più terribili tra i barbarici idoli primitivi, Moloch, Kemosh, Baal, Jahve, dai quali è provenuto il 'numinoso' che l'idea dello Stato etico serba e che ai tempi nostri ha rivestito forme molteplici, forme diverse ed opposte, ma tutte con un che di sacro”.

La Guerra: fatalità?
Nelle meditazioni di Croce si intrecciavano pulsioni contrastanti. Nel 1914 era stato fra quanti vennero colti di soprassalto dalla conflagrazione europea. Gli pareva impossibile che da una lunga rigogliosa epoca di pace e di progresso in tutti i campi del sapere e della vita civile si precipitasse in un conflitto generale feroce, disumano, negatore dei principi ispiratori della “civiltà”. Fatalità? Imprevidenza? Miopia? Eppure proprio lui pochi anni prima aveva irriso i postulati da due secoli professati dalla massoneria. Il pacifismo, l'umanitarismo, la fratellanza a suo avviso erano formule ingenue, “cultura” ottima per commercianti e maestrucoli di scuola, giacché, egli sentenziava riecheggiando Eraclito, la storia è sequenza di guerre. L'altro caposcuola del liberalismo italiano, il liberista Luigi Einaudi, a sua volta elogiò “la bellezza della lotta” proprio quando questa stava per giungere al culmine dello scontro fra opposti massimalismi: la sinistra rivoluzionaria (più a parole che nella capacità e nel dominio dei mobili di guerra) e il capitalismo dal cuore indurito nel corso della grande guerra.
Il 24 ottobre 1922 Croce non si era perso lo spettacolo di Benito Mussolini che, orante e imprecante nel teatro San Carlo di Napoli, preannunciò la mobilitazione per agguantare il potere: la mai effettuata “marcia su Roma”. Senatore del regno e ministro della Pubblica istruzione nel V governo Giolitti (1920-1921), votò a favore del governo Mussolini non solo nei suoi primi vagiti (improntati dal liberismo di Alberto De Stefani) ma anche dopo l'“affaire Matteotti”, quando approvò il bilancio dell'Interno. Non vedeva alcuna alternativa al governo in carica, anche perché chi avrebbe dovuto opporglisi (a qualunque costo e anche a rischio della vita, come insegnò Giolitti)  aveva disertato l'Aula e si era arroccato nella posizione politicamente più improduttiva e perdente: l'“Aventino”. Opposizione anti-sistema ma nel sistema accampata e cresciuta da oltre trent'anni, la compagine di repubblicani, radical-democratici e socialisti si attendeva che a risolvere la crisi (di governo, non dello Stato) intervenisse Vittorio Emanuele III. Già a fine ottobre 1922 il Re si era trovato pressoché solo a dipanare l'imbrogliatissima matassa della politichetta governativa perché il presidente del Consiglio, Luigi Facta, non convocò il Parlamento e si smarrì negli intricati viottoli di trattative sottobanco con amici e nemici (incluso lo sprezzante Gabriele d'Annunzio) nell'illusione di succedere a se stesso appagando Mussolini con un ministero di seconda fila.
Se quelli erano i “Maestri di color che sanno” bene si comprende il disorientamento (o riorientamento) della generalità dei cittadini cosiddetti “comuni”, desiderosi solo di ordine pubblico, quiete personale e di un salario o stipendio sufficiente per campare dopo gli anni della lunga e dura prova bellica (680.000 morti e più di un milione di feriti e mutilati), della fame e della guerra civile strisciante.

All'opposizione del regime, non contro lo Stato
Con il Manifesto degli intellettuali antifascisti (replica prolissa a quello, parimenti “accademico” dei fascisti, redatto da Giovanni Gentile e sottoscritto anche da futuri avversari del regime) Croce assunse la guida dell'opposizione a un partito che pretendeva di soggiogare il governo e a un governo che si ergeva a Stato, insomma al “regime”, capitanato dal “duce”. Negli anni difficili, dal Concordato tra l'Italia e la Santa Sede, proposto all'opinione pubblica come gratificante e pacificante “Conciliazione”, sino alla guerra contro l'Etiopia, scandita da abilissime operazioni mescolanti patriottismo e fascismo (per esempio l'“offerta dell'oro alla Patria”, cui anche Croce aderì), come la generalità dei politici anti o a-fascisti il filosofo imbevuto del pensiero di Giambattista Vico non colse subito la deriva di Mussolini verso la fatale alleanza con Hitler. Neppure le leggi razziali del 1938 suscitarono la manifestazione pubblica di opposizione netta. A differenza di Einaudi, non partecipò al loro voto in Senato, ove si contarono 10 astensioni su 160 presenti e circa 400 patres. Di anno in anno, di mese in mese l'Europa, e con essa l'Italia, passò dalla Conferenza di Monaco (settembre 1938, quando Hitler ottenne formalmente l'annessione dei Sudeti, politicamente ancor più emblematica di quella dell'Austria) al patto Ribbentrop-Molotov (ovvero tra la Germania di Hitler e l'Unione sovietica di Stalin) e alla nuova conflagrazione europea, poi volta in seconda guerra mondiale (settembre 1939).
Pochi ebbero chiaro che il nuovo conflitto era la prosecuzione del precedente e che l'Italia, giunta ultima e malvolentieri accolta tra le “grandi potenze”, rischiava di retrocedere. Nell'introduzione al volume di Vanna Vailati “1943-1944. La storia nascosta” (Torino, G.C.C., 1986), tra i “Documenti inglesi segreti che non sono mai stati pubblicati” il generale Luigi Mondini ricorda il progetto “allucinante” messo a punto dal Foreign Office e dal War Office britannici che prevedeva la spartizione dell'Italia, “dandone un pezzo a ciascuno degli Alleati, grandi e piccini. Alla Grecia venivano date le Puglie e gran parte del Sud; agli Jugoslavi una fetta che dall'Istria arrivava a Milano; ai francesi l'isola d'Elba, la Liguria, il Piemonte fino a Milano; agli inglesi la Sardegna, la Sicilia, la Calabria. Gli americani avrebbero occupato Roma, che sarebbe stata affidata al Papa”. La spartizione della flotta e delle colonie avrebbe imbonito l'Unione sovietica. L'Italia, insomma, avrebbe avuto la sorte della Germania, suddivisa, come Berlino stessa, nei modi ben noti: una tragedia che si prolungò sino al poco rievocato 1989 e il cui ricordo basta a spiegare i tremori non solo di Angela Merkel ma di chiunque conservi memoria della storia di ieri.

Vittorio Emanuele III, il traghettatore
L'obiettivo dell'Italia fu di uscire comunque dal conflitto, come rievoca Luigi Federzoni nel “Diario inedito, 1943-1944” (ed. Pontecorboli). Fra traversie complesse e in tempi oggettivamente rapidi (poche convulse settimane, tra ostacoli che parevano insormontabili: a cominciare dalla diffidenza dei nemici, ostili e divisi) a condurre in porto la trattativa fu il governo del Re. Con il trasferimento da Roma a Brindisi (9-11 settembre) esso salvaguardò la continuità dello Stato, rafforzata dalla dichiarazione di guerra contro la Germania (13 ottobre 1943), pilastro della “ricostruzione”. Fosse o meno gradito, Vittorio Emanuele III fu a tutti gli effetti l'interlocutore dei vincitori. Svolse il ruolo insostituibile di traghettatore dell'Italia dalla rovina alla sopravvivenza. Come nel citato Diario scrisse Federzoni il 24 dicembre 1943, “la monarchia non è una persona: è un sistema”. L'Italia si era salvata “sia pur tardi e alla meglio, o alla peggio, se si vuole; ma si è salvata perché aveva ancora un Re. Comprendono oggi tutto questo i così detti uomini d'ordine? Per molti segni ne dubito. In non pochi di essi prevale una specie di rancore contro Vittorio Emanuele III. È il solito personalismo, la solita incapacità di pensare obiettivamente, vizio incorreggibile di molte donne e di troppi Italiani che fanno politica”. Avrebbero accettato anche la repubblica. “Somigliano a chi si gettasse dal tetto, con l'intenzione di fermarsi al piano sottostante...”. Anziché abbattere la monarchia occorreva semmai rafforzarla, perché era il bastione contro lo Stato totalitario. Bisognava perciò tenerla al sicuro dai “monarchisti”, dalla folla di quanti pretendevano che il re fosse a loro individuale immagine e somiglianza.

Il rancore di Croce contro il Re
Tra gli “uomini d'ordine” che intrapresero una sorta di battaglia personale contro Vittorio Emanuele III spiccò Benedetto Croce, che il 28 novembre 1943 pronunciò nel chiostro di San Marcellino dell'Università di Napoli un discorso nel quale chiese pubblicamente l'abdicazione del re “illico et immediate”. Il 6 dicembre ne prospettò ruvidamente l'esilio: “Non v'è dubbio che da un regolare processo non potrebbe uscire se non la condanna del re, violatore dello Statuto e alleato del fascismo nel danno e nell'onta apportata al popolo italiano. Condannato, insisteremmo che fosse lasciato libero e allontanato dall'Italia”. Identici concetti ribadì nelle settimane seguenti e in specie il 28 gennaio 1944 nel congresso dei comitati di liberazione nazionale a Bari: “Il re non è in grado di formare un ministero, perché gli uomini che hanno esperienza e reputazione si rifiutano di giurare a lui fedeltà e temono da lui, e dalla gente che lo circonda, insidie”. Dissociazione di responsabilità... Non bastasse, il 3 maggio deplorò pubblicamente l'“intervista” subdolamente carpita al Principe di Piemonte, Umberto, e pubblicata dal “Times”. Luogotenente del Regno, questi aveva osservato che nel giugno 1940 nessuno si era opposto alla dichiarazione di guerra. Croce obiettò che opporsi o chiedere la convocazione delle Camere sarebbe stato da folli o da imbecilli (sic): autoassoluzione di un “popolo” che aveva riempito le piazze osannando. Pur essendo storico di vaglia, non si domandò se quel “documento” rispondesse pienamente al pensiero del Principe o fosse frutto di manipolazione.
Nel “Saluto all'Italia liberata” (5 giugno 1944) il filosofo aggiunse che gli italiani erano ora liberati anche dalla “ardua e penosa questione della persona del re” e forti di un “ministero democratico, formato dai rappresentanti di tutti i partiti...”.
La realtà si rivelò subito molto diversa da come l'aveva immaginata. Nel primo numero di “Rinascita”, la rivista del Partito comunista italiano, Palmiro Togliatti sparò a palle incatenate contro Benedetto Croce, liquidandolo quale silenzioso connivente del regime. Il filosofo non prese più parte dalle sedute del Consiglio dei ministri.

Il progresso e il suo contrario
Sarebbe soverchiamente lungo ed esula dall'economia di un articolo per questo Solstizio d'Estate ripercorrere gli ideali, le passioni e talvolta gli umori che danno vigore agli scritti crociani tra l'amaro risveglio dell'estate 1944 e il 1946, quando, con lo spettro dello stalinismo, gli si parò dinnanzi l'incubo della fine della civiltà europea. Non gli fu facile ammettere che a difenderla fosse un politico pragmatico come Harry Truman, grado 32° del Rito scozzese antico e accettato, il presidente degli Stati Uniti d'America che non aveva esitato a far sganciare due bombe atomiche sul Giappone e che non avrebbe esitato a cannoneggiare Tito se i comunisti jugoslavi avessero superato la linea fissata per la loro non apprezzata avanzata verso occidente.
Le meditazioni di Croce non furono comunque improntate solo al cupo pessimismo dell'“Anticristo che è in noi”, classificato quale “tendenza dell'anima”. “L'uomo - egli osservò – accetta la morte e la desidera al termine della vita operosa, ma non mai si rassegna al pensiero della fine della civiltà nella quale è nato, si è educato, ha lavorato ed ha amato e si è travagliato. Egli vorrebbe che quel mondo continuasse...”.  Gli pareva però che anche il “progresso” fosse poco più che uno “stato d'animo”, più pulsione emotiva che ideale o persino Idea. Se poi convenne che “la storia è sempre storia di progressi”, confutò però l'interpretazione della storia quale “corso predeterminato”, spiegabile con una causa univoca e affermò che essa è comunque sempre opera umana, quasi un “la storia siamo noi”: conclusione che non richiede speciale formazione filosofica e che serpeggia nell'animo di ciascuna persona, più o meno consapevole di sé.
Non approdò mai alla serenità di chi vive nella leopardiana consapevolezza che “tutto al mondo passa e quasi orma non lascia”, che i barbari barbari sono e il loro avvento non è redenzione ma rovina e che felicità suprema per la persona saggia è di non morire tra efferate torture ma, semmai, di finire porgendo il pugnale al consorte come la matrona Arria Maggiore al marito con la mesta esortazione: “Paete, non dolet”. Quelli erano Stoici. Mai avrebbero scritto “perché non possiamo non dirci cristiani”. Erano Pagani. Un altro mondo, non corroso dall'idea di progresso: capace di gustare la bellezza della vita nella serena contemplazione della morte.
Aldo A. Mola 


mercoledì 26 giugno 2019

Giovannino contro tutti: comunisti, democristi, intellettuali e Chiesa


Quello del Borghese è il Giovannino Furioso. Siamo nel 1963-1964. Si avvertono i primi segnali del Sessantotto e le antenne di Guareschi li captano subito.

"Chiamano fascismo tutto ciò che risulta scomodo per loro".
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 «Sono più pericolosi i comunisti bianchi che i comunisti rossi perché, mentre i rossi rubano e pestano in nome dei diritti del popolo lavoratore, i bianchi rubano e pestano in nome della Giustizia di Dio e, perciò, se uno si difende, rischia di passare per un eretico e di venir lapidato».

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martedì 25 giugno 2019

Quanto costa la Regina Elisabetta ai cittadini del Regno Unito?


1,24 sterline l’anno a testa, circa 1,40 euro secondo il Financial Report per l’anno fiscale 2018-2019. I dati sono stati resi noti con un comunicato inviato a notte fonda ai giornalisti accreditati a Buckingham Palace
La regina Elisabetta costa ai cittadini del Regno Unito solo 1,24 sterline l’anno a testa, circa 1,40 euro. Lo certifica il Financial Report per l’anno fiscale 2018-2019, reso noto con un comunicato inviato a notte fonda ai giornalisti accreditati a Buckingham Palace. Le spese della Sovrana sono ammontate a 82,2 milioni di sterline (92 milioni di euro).