NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 9 agosto 2020

Io difendo la Monarchia Cap IX - 7


Il diario Caviglia continua:
«Carboni esaltava lo sbarco americano a Salerno, che avrebbe costretto i tedeschi, egli affermava, a ritirarsi subito a nord di Roma.
- Questa è erba trastulla da propaganda - dissi « Osservai, che lo sbarco degli alleati a Salerno non portava alcun beneficio per la liberazione di Roma e dell'Italia dai tedeschi, che solo uno sbarco a nord di Roma avrebbe potuto essere utile per la liberazione della Capitale e dell'Italia Meridionale.
«Carboni disse che egli era in buone relazioni di amicizia col colonnello americano Taylor, e che con lui avrebbe, combinato uno sbarco a nord di Roma. Gli risposi di andarlo a raccontare alle cameriere degli alberghi. Carboni è frutto dei tempi — facciatosta; millantatore, pronto ad abbordare le buone posizioni, 'capace di darla ad intendere. Cori altra disciplina e sotto buoni capi, sarebbe diventato un bravo generale: ha delle qua­lità » (1). A giudizio di tutti, dunque, Roma non poteva essere difesa. E allora il Re doveva partire. Nel lasciare la Ca­pitale, su invito del Governo, egli non faceva che com­piere un atto del suo pesante ufficio; tanto più pesante per il Sovrano che fu tante volte nelle trincee dell'altra guerra e che, anche questa volta, conoscendo le bizzarre reazioni sentimentali del suo popolo e presagendo le spe­culazioni dei demagoghi non voleva in nessun modo allontanarsi dalla sua sede. È interessante notare che la prima violenta gazzarra contro il Sovrano si ebbe dai servi dei tedeschi. Furono i vari Romersa a scagliarsi alla radio contro il tradimento italiano e la fuga di Pe­scara. Vi fu purtroppo un maresciallo, per ignote ragioni non ancora processato, il quale iniziò la sua ultima avventura sotto panni tedeschi, con un violento atto di ac­cusa contro il suo Re e il suo Governo. Questo stesso maresciallo — il Graziani — si era congratulato, 24 ore prima di accettare il suo triste ufficio, con un valoroso generale, il Grazioli, che si era rifiutato di accettare il comando delle forze armate repubblicane. La fine di Cavallero gli aveva fatto forse mutare opinione e così a fondo da indurlo a pronunciare alla radio un discorso che non si ricorda senza rossore e senza vergogna per lui.Vi fu dunque tradimento? Tradimento, vogliamo di­re, dell'Italia verso la Germania? L'argomento è quasi ridicolo dopo sei anni di lotta del mondo civile contro un paese che tradì tutti i suoi patti e mancò a tutti i suoi impegni d'onore, ma poi che è stato affrontato e l'accusa è stata lanciata dall'uno all'altro lato della linea del Garigliano e di quella gotica conviene pure parlarne. Per non fare dell'accademia atteniamoci agli avvenimenti più vicini. L'Italia avrebbe tradito l'alleanza con la Germania perché il patto d'acciaio non prevedeva una pace separata? Ma questa è stata la situazione di tutte le alleanze di questa guerra. Neppure la Francia poteva trattare nel 194= un armistizio separato con i tedeschi. Churchill si precipitò in Francia a ricordare quell'impe­gno: offrì perfino un'unione indivisibile e perenne tra le Nazioni, ma il Governo di Parigi fece a suo modo, seguì quello che considerò l'interesse supremo del paese pur dopo soli 4o giorni di vera guerra e si arrese ai te­deschi. Oggi il Governo di Francia, ha posto tra le mag­giori Potenze come se- De Gaulle fosse al p&tere dal 1940 e non dal 1944. E che dire dell'alleanza anglo-turca dell'ottobre 1939 e delle sue vicissitudini! La Turchia non aiutò le nazioni alleate quando l'Italia intervenne portando la guerra nel Mediterraneo, e neppure quando attaccò la Grecia e neppure quando la Germania occupò la Jugoslavia, la Grecia, la Romania e la Bulgaria e l'Isola di Creta e minacciò, con l'Italia, Suez. A un certo punto anzi intervenne un accordo con la Germania; accordo divenuto, nei momenti di maggiore potenza del­l'Asse, tanto stretto da far pensare ad un intervento turco a favore della Germania. Se si farà il processo a von Papen ambasciatore di Hitler ad Ankara ne senti­remo delle belle. E la Romania e la Finlandia e l'Un­gheria non hanno mutato fronte come l'Italia. in piena guerra? In realtà una alleanza con la Germania, da parte d'un qualsiasi stato, non è sostenibile, perché essa, tra­disce fatalmente i suoi- amici come i suoi nemici. È un tradimento di natura organica, barbarico e perenne, im­manente e fatale, legato alla natura tedesca che consiste nell'aggredire i vicini per sedere alla loro tavola. Se non si stringe un patto con lei si è aggrediti per comprovata ostilità (vedi il caso del Belgio, dell’Olanda, della Norvegia, della Danimarca) se si stringe un patto si è stritolati dal suo meccanismo (vedi il caso dell'Austria, della Polonia, della Cecoslovacchia e dell'Italia). Guai a strin­gere un accordo con la Germania. Quella diplomazia ne altera immediatamente le formule, ne muta le interpre­tazioni, ne dimentica le premesse. Si ricordino le vicende del Patto d'acciaio. Quel patto fu stipulato dall'Italia per impedire che Hitler creasse nuovi fatti compiuti co­me quello di Vienna e di Praga senza consultarci e che scoppiasse una guerra europea prima di un periodo di tre anni. Ebbene, subito dopo, nonostante quel patto, la Germania attaccava la Polonia e scatenava il conflitto.
La Germania tradita dall'Italia? Non si può tratte­nere il riso quando l'accusa viene enunciata, ma poi si finisce con un moto di indignazione e di rancore. Ma co­noscono gli italiani la somma degli inganni, delle falsità, dei raggiri, delle impronte bugie di un Ribbentrop e di un Hitler? Conoscono le infinite assicurazioni circa la indipendenza austriaca tra il '933 e il 1937 e ricordano il colpo -di testa dell' Anschluss? Ricordano il Patto di Monaco e la sua violazione senza un cenno di preavviso e di allarme? Ricordano la misteriosa e perentoria chia­mata del Presidente Hacha a Berlino e. il suo appello in­comprensibile alla protezione tedesca?
E ancora si sente dire che via, a stretto rigore, sì, andiamo, noi abbiamo tradito i tedeschi. Ma quale eser­cito ha sparato per primo? L'italiano o il tedesco? Chi ha fatto ricorso ai più infami stratagemmi e ai più vieti tranelli nel settembre 1943? Ogni condizione posta e ac­cettata da un comando all'altro veniva subito smentita; la stessa tregua con «la città aperta » di Roma imme­diatamente violata; il suo comandante arrestato e de­portato, la città sfacciatamente invasa: Le divisioni ita­liane in Jugoslavia e in Grecia venivano disarmate con promessa di rimpatrio e poi deportate in Germania. Ogni inganno fu lecito allora, ogni abbandono ogni tradimento era stato possibile per tre anni su tutti i campi di battaglia comuni, in Africa come in Russia. No: non vi fu un tradimento italiano verso la Germania, ma una serie di tradimenti tedeschi verso l'Italia. E solo contro l'Italia? Ma quale paese, la Ger­mania hitleriana, non ha ingannato; quali patti essa ha rispettato, quali solenni dichiarazioni e promesse non ha immediatamente smentito con i fatti? Non c'è terra eu­ropea che non abbia sofferto un tradimento germanico e il processo che si sta facendo ai Goering, ai Ribbentrop e ai von Papen ne dà la prova.


(1)   (1) Il giorno prima il maresciallo aveva già parlato con Car­boni che egli non conosceva. Ecco la sua prima impressione. Si presentò il generale Carboni, in divisa. Il giorno avanti So-rice, al quale avevo chiesto qualche notizia su questo generale, mi aveva detto che era molto volitivo, e che si dava molto da fare. A me pareva di ricordare che fosse uno scrittore di arti­coli sui giornali quotidiani. In generale, questi militari giorna­listi sanno sfoggiare il loro genio strategico in forma attraente. Di media statura, ben fatta, simpatico, Carboni cominciò a dir­mi dove erano le sue divisioni, e come la divisione « Ariete » si trovasse verso Viterbo in contrasto con una panzer division; che vi era stato uno scontro, che la divisione tedesca aveva avuto gravi perdite e che egli speculava su questo successo per ottenere da Kesselring buoni risultati nelle trattative. Mi ven­ne il dubbio che fosse un bagolone. Dove sono ora le sue divi­sioni? Erano in movimento ai 4 punti cardinali intorno a Roma. Io gli feci notare che avrebbero dovuto essere raccolte nella sua mano. Ma un ordine di Roatta aveva disposto da tempo che le quattro divisioni dovessero difendere Roma su tutte le strade affluenti alla Capitale. Pensai che questa disposizione di Roatta fosse un reliquato delle precauzioni prese da tempo, quando il governo Badoglio temeva che Hitler, malcontento per la deposizione dal potere di Mussolini, volesse far occupare Roma dalle truppe germaniche. Non insistetti su quell'ordine, ma chiesi a Carboni, notizie sullo stato materiale e morale delle sue divisioni. Egli si soffermò soprattutto sulla divisione «Centauro». Questa era costituita con battaglioni «M», ed era fa­vorevole ai tedeschi. La comandava il generale Calvi di Bergolo, secondo Carboni, filotedesco, per esser stato con Rommel in Li­bia. Anche lo stato maggiore della «Centauro» era favorevole ai tedeschi. Mi era nota una divergenza di vedute fra i vari generali ed i vari stati maggiori. Vi erano generali, come Ge­loso, e vi erano reggimenti e divisioni che si consideravano fra­telli d'armi con le truppe tedesche. Geloso mi aveva in altra occasione detto : « Un esercito ed una nazione possono perdere una guerra, ma dopo si rialzano e riprendono il loro posto nel mondo. Ma quando si perde l'onore, ci vogliono secoli di valore, di fedeltà, e di onestà per riacquistarlo». Sorice era filoinglese. Egli mi indicava il colonnello Giaccone, capo di stato maggiore della «Centauro», come tedescofilo, cosicché, diceva, favoriva le operazioni di Kesselring. Carboni aveva domandato a Calvi se le sue truppe si sarebbero battute contro i tedeschi, e Calvi aveva risposto che era molto difficile. Allora Carboni gli aveva ordinato di lasciare il comando della «Centauro». Come mai Carboni si era accorto solo in quel momento dello stato d'ani­mo della «Centauro»? A chi avrebbe dato in quel momento il comando di quella divisione? Bastava questo cambiamento a mutare l'animo delle truppe? Fortunatamente Calvi non rice­vette l'ordine, e non ne tenne conto. Però questo incidente o qualche altra notizia avuta successivamente, mi fecero pensare che Carboni non avesse molto autorità, né prestigio sui suoi divisionari.

mercoledì 5 agosto 2020

Juan Carlos, per la stampa portoghese la nuova dimora è ad Estoril, Cascais


Sarebbe Estoril, in Portogallo, la nuova dimora del re emerito di Spagna, Juan Carlos, che ha annunciato ieri di aver lasciato il Paese in seguito alle rivelazioni su presunti fondi segreti in Svizzera. 
Lo riporta la televisione portoghese Tvi, senza citare fonti. 

Estoril è il luogo dove Juan Carlos trascorse parte della sua infanzia, ai tempi dell'esilio della famiglia reale, e si trova nella municipalità di Cascais, dove anche Umberto II di Savoia visse a partire dal 1961. 

Le autorità locali, interpellate dall'agenzia Efe, non hanno potuto confermare l'arrivo dell'ottantatreenne re emerito sebbene la settimana scorsa il sindaco Carlos Carreiras si fosse dichiarato pronto ad accogliere Juan Carlos "a braccia aperte"


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https://tg24.sky.it/mondo/2020/08/04/re-juan-carlos-spagna-portogallo

martedì 4 agosto 2020

“Le ricordanze”, di Luigi Settembrini. E chi era ?


di Domenico Giglio

Credo che questo titolo corrisponda ad un possibile dialogo con uno studente liceale o universitario, o con una persona di media età, magari anche laureato. Eppure questa è la triste realtà in cui versa la storia e gli uomini del Risorgimento, oggetto di oblio o di contestazione e rimozione. Ora queste “Ricordanze della mia vita” appartengono ad un letterato e patriota napoletano, Luigi Settembrini, (1813-1876)che per le sue idee liberali e costituzionali fu più volte imprigionato dal governo borbonico e, dopo una condanna a morte, tramutata in ergastolo, passò ben otto anni, dal 1851 al 1859, nel carcere dell’isoletta di Santo Stefano, a poche miglia da Ventotene, insieme con centinaia di altri ergastolani, delinquenti comuni e banditi, cioè i briganti che già esistevano ed operavano da decenni del Regno delle Due Sicilie, sui quali il Settembrini, contrario per principio alla pena del carcere a vita, svolge un’indagine statistica sociologica che, da sola, già dovrebbe indurre alla lettura di questa opera, che avrebbe meritato e meriterebbe fortuna eguale a quella delle “Mie prigioni” di Silvio Pellico. E pensare che negli anni ’20 del 1900 la sua lettura era consigliata nelle scuole, come ho potuto constatare personalmente, da una particolare edizione del 1924, che aveva mia Madre. Oggi il libro è quasi introvabile in quanto l’edizione integrale più recente risale al 2011, ad opera della “Rondine Edizioni”, casa editrice di Catanzaro, da acquistarsi tramite internet.
Ora “Le ricordanze”, dalla fanciullezza al 1848, sono una miniera inesauribile di eventi e di nomi riguardanti la vita politica e culturale esistente a Napoli negli anni dal 1830 e del regime poliziesco e repressivo che vi regnava e che opprimeva anche tutto il territorio del regno con continue ribellioni e feroci repressioni, con nomi dei patrioti fucilati ed impiccati, anche per soli reati di opinione, riprendendo quella politica di repressione attuata nel 1799 dopo la riconquista di Napoli da parte delle bande del Cardinale Ruffo, di cui era stato oggetto anche il padre di Luigi, Raffaele, a testimonianza di una tradizione familiare improntata ai valori liberali, di cui Luigi fu il degno erede. Non dimentichiamo infatti che Settembrini fu l’autore di quella famosa “Protesta del popolo delle Due Sicilie”, dove rifacendosi agli altrettanto famosi “Gli ultimi casi di Romagna” di Massimo d’Azeglio, mise a nudo tutte le colpe del governo borbonico, piccolo aureo libro che si diffuse nel e fuori del regno, confermando la frattura ormai insanabile tra la dinastia allora regnante e la classe media ed intellettuale del paese. Ed è da notare che questo giudizio sull’operato di Ferdinando II non era frutto di un preconcetto, perché all’avvento al trono nel 1830 di questo giovane Re, molte erano state le speranza di un mutamento positivo dei precedenti metodi di governo, favorito anche dalla figura della sua sposa, la Regina Maria Cristina, nata Principessa di Savoia, la cui religiosità sincera e vissuta, la sua bontà e carità per i poveri, Le avevano già dato il nome di “Reginella Santa”, purtroppo però venuta a mancare giovanissima, nel 1836, appena dopo aver dato alla luce il figlio, futuro Re Francesco II.
L’importanza storica di queste “Ricordanze”, pubblicate postuma nel 1879 fu sottolineata nella prefazione delle stesse, scritta da un altro grande letterato e patriota, Francesco De Santis, a dimostrazione e conferma di una comunanza spirituale tra queste personalità del nostro Risorgimento, che nel Regno d’Italia trovarono il coronamento di tante aspirazioni e sogni giovanili, e che allo stesso Regno, dettero dalla cattedra, o nel Parlamento o nel Governo un importantissimo contributo, e Settembrini così sintetizzò la sua visione unitaria con queste parole che troviamo appunto scritte nelle “Ricordanze”. “…l’Italia ha spontaneamente trovato la sua forma politica nella Monarchia, la quale sola può conservare l’Unità….Se l’Italia fosse repubblica, non potrebbe essere che una federazione di repubbliche…..io ero ( da giovane) repubblicano …oggi essere repubblicani mi parrebbe sfasciare l’unità e dare l’Italia in mano al Papa o allo straniero: la repubblica oggi sarebbe un parricidio …..Fintanto che in Italia ci sarà un Papa, ci deve essere un Re …anche essendo credente e cattolico. E se verrà un tempo che tutti gli stati d’Europa diventeranno repubbliche, ultima fra tutte dovrebbe essere l’Italia. “Parole profetiche, scritte prima di quelle più famose che pronunciò Francesco Crispi.



lunedì 3 agosto 2020

La Santa Sede sbugiarda Pedro Sánchez


di Aldo A. Mola

La Santa Sede smentisce il socialista spagnolo Pedro Sanchez. Il capo del governo rosso-viola l'8 luglio aveva dichiarato che “nella vicenda del corpo (sic!) di Franco” era stato aiutato dal Vaticano a superare l'opposizione della comunità benedettina del Valle de los Caídos, “contrarissima all'esumazione” delle spoglie del Caudillo.
Trascorsa una decina di giorni e in assenza di rettifica da parte dell'interessato, il 21 luglio la Santa Sede ha emesso un comunicato in spagnolo e in italiano, tanto pacato nella forma quanto netto nella sostanza: “Riguardo alle dichiarazioni rilasciate dal presidente del governo spagnolo, Pedro Sánchez, nella sua intervista pubblicata l'8 luglio scorso sul quotidiano Corriere della Sera, si precisa che la Santa Sede, sulla questione dell'esumazione di Francisco Franco, ha ribadito in varie occasioni il suo rispetto per la legalità e le decisioni delle autorità governative e giudiziarie competenti, ha sollecitato il dialogo tra la famiglia e il Governo e non si è mai pronunciata sull'opportunità dell'esumazione né sul luogo della sepoltura, perché non rientra nelle sue competenze”.
Fermamente contraria all’estumulazione della salma, la famiglia Franco aveva chiesto la sua traslazione nella tomba di famiglia, nella Cattedrale della Almudena, in pieno centro di Madrid, incontrando però la netta opposizione del governo, timoroso che potesse divenire meta di visitatori e degli omaggi ordinariamente resi alla memoria del Caudillo a “los Caídos”, anche da parte di chi, senza essere né falangista né franchista, gli riconosce la statura di Statista.
Per sbrogliare il groviglio da lui stesso pervicacemente creato, Sánchez mandò in Vaticano la vicepresidente Carmen Calvo. Dopo un incontro riservato con il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, questa si produsse in dichiarazioni avventate lasciando credere che la Chiesa fosse del tutto in linea col governo rosso-viola Pedro Sánchez-Pablo Iglesias, che tante misure vessatorie ha adottato ai danni della chiesa cattolica in Spagna.
Il Comunicato spazza via ogni malinteso. Come ricordato il 30 giugno dal Nunzio apostolico a Madrid, Renzo Frattini, la Santa Sede non può certo dimenticare il pieno sostegno dato nel 1936 all'alzamiento dei “Quattro Generali” (tra i quali Franco) contro il governo repubblicano madrileno, sempre più orientato “a sinistra” in chiave anticlericale. Aggiungiamo che Pio XII conferì al Caudillo l'Ordine di Cristo Re.
Forse tra decenni, quando verrà aperta agli studiosi la consultazione di tutte le carte sulla traslazione delle spoglie di Franco, si conosceranno i dettagli di colloqui e carteggi formali e informali corsi tra il governo spagnolo e Chiesa di Roma. Merita nel frattempo ricordare che il Papa è successore di Pietro e Capo di Stato e che l'asserita richiesta del suo intervento per imbrigliare i benedettini del Valle de Los Caidos mirava a investirlo come capo della cristianità: fu un’interferenza del potere temporale in questioni di carattere propriamente spirituale e quindi un errore di metodo e di merito tipico di laicisti miopi e al tempo stesso una trappola nella quale il Vaticano non è caduto.

venerdì 31 luglio 2020

Bardonecchia racconta la storia della Bela Rosin, la regina di cuori senza regno


Venerdì 31 luglio, nell’ambito di SCENA 1312, cartellone culturale estivo, proposto dall’Amministrazione Comunale ed organizzato da Estemporanea, per la parte musicale e da Accademia dei Folli, per la parte teatrale, sarà di scena al Palazzo delle Feste, con inizio alle ore 21.00, spettacolo di musica e teatro, con protagonisti Marisa Torello, narratrice, l’attore Edoardo Rossi e l’Estemporanea Ensemble, formazione musicale composta da Massimo Bairo, violino, Tamara Bairo, viola, Fiorenzo Pereno, sassofono e Lucia Margherita Marino, clarinetto e clarinetto basso.

Marisa Torello, discendente da un’antica famiglia piemontese con dei componenti a servizio notarile e contabile in Casa Savoia, leggerà alcune le lettere inedite ritrovate nel baule di re Umberto II, restituite pochi anni fa all’Archivio di Stato, dove la studiosa si è più volte recata per consultazioni con il figlio Manuel.

Lettere che rivelano aspetti inediti dell’Italia Risorgimentale ....

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mercoledì 29 luglio 2020

Re Umberto I a centovent’ anni dalla sua morte


di Emilio Del Bel Belluz

Il 29 luglio 2020 saranno trascorsi centovent’ anni dalla tragica morte del Re Umberto I, ucciso a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci. Una data importante per l’Italia, e mi auguro che possa essere ricordata, anche se il dubbio mi assale. I mass media, eccetto qualche rara eccezione, non hanno ricordato neppure l’anniversario dei duecento  anni dalla nascita del Padre della Patria, Vittorio Emanuele II. Se per il padre della Patria è successo questo, figuriamoci cosa ci si potrà attendere per il figlio. Questa nostra Patria non ha bisogno di ricordare la storia che l’ha resa grande. Il nostro Paese si sta avviando verso un tramonto che pare irreversibile, perché viene dimenticato il significato di patria. Il 29 luglio del 2020 nel luogo del delitto, mi auguro che la bandiera Sabauda possa sventolare, e raccogliere il saluto del vento e del cielo. Per tornare indietro nel tempo, e leggere nel cuore di quelli che scrissero su quello che accadde, mi sono affidato a dei personaggi illustri, in modo particolare allo scrittore Giovanni Papini. Nel suo libro Passato Remoto (1885-1914), dedica un capitolo al regicidio. Lo scrittore allora aveva 18 anni e si trovava a Firenze, in una giornata molto calda e afosa, Quell’anno il mese di luglio fu particolarmente caldo. Papini si stava recando alla Biblioteca Nazionale, che verso le nove apriva i battenti. Era il 30 luglio  del 1900. “Anche la mattina del 30 luglio 1900 ero lassù, vicino alla muscosa fontana che accresceva la  mia illusione di frescura e avevo con me  un’ edizioncina della Divina Commedia con le note di Pietro Fraticelli : povera edizione e poverissimo commento. Suonaron le nove ed io discesi a precipizio la scalinata, secondo il solito, ma non appena ebbi passato il Ponte alle Grazie mi accorsi che ci doveva essere qualche grossa novità. Capanelli fitti stavano, immoti e muti, dinanzi ai giornalai; molti passanti avevano in mano un giornale che avidamente leggevano; ciuffi di gente parlottavano su tutti i crocicchi e sulle porte delle botteghe. In Via de’ Benci apparivano già, a qualche finestra di palazzo, bandiere abbrunate a mezz’asta. Mi feci largo tra coloro che sostavano, impalati e intontiti, dinanzi a un giornalaio e vidi che il manifesto non conteneva che poche parole, stampate in caratteri grossi e neri, tra due liste di lutto: il Re Umberto I era stato ucciso il giorno prima, a Monza, da un anarchico”. Il 29 luglio del 1900 fu un giorno terribile per l’Italia. Il Re Umberto era a Monza con la moglie Margherita, ospite di villa Reale. Quel giorno doveva presenziare a un concorso ginnico della società Forti e Liberi. Al termine della serata, la carrozza con i sovrani se ne stava andando, erano le 22.30, quando passando tra la folla, un giovane mescolato tra le persone, estrasse dalla tasca  la sua pistola e sparò quattro colpi, verso il Re Umberto I, di questi quattro proiettili tre arrivarono a segno. Il dramma si svolse in pochi attimi, impossibile evitare la tragedia. Quando la carrozza raggiunse la Villa Reale, il sovrano era già morto.  Il sangue del sovrano bagnò le mani della sua amata Regina Margherita. Il Re morì subito, una di quelle maledette pallottole gli arrivò al cuore. Il sovrano aveva solo 56 anni. L’uomo che lo uccise era un anarchico, che era tornato dall’America, dove aveva la compagna irlandese Sofia Neil e la figlioletta Maddalena. Aveva detto alla famiglia che lo scopo del suo viaggio era quello di sistemare alcune questioni ereditarie con i fratelli. La vera intenzione era, invece, quella di ammazzare il Re. L’Italia venne toccata duramente da questa terribile notizia, il Paese si fermò. Nel libro Gli eroi di Casa Savoia, venivano riportate le seguenti parole che Re Vittorio Emanuele III rivolse al popolo italiano con il suo primo proclamo, datato 2 Agosto 1900: “ Ricordatevi che Umberto I, “ il Re buono e virtuoso, scampato, per valore di soldato, dai pericoli delle battaglie, uscito incolume, per volere della Provvidenza, dai rischi affrontati con lo stesso coraggio a sollievo di pubbliche sciagure, cadde vittima di un atroce misfatto mentre nella sua tranquilla e generosa coscienza partecipava alle gioie del suo popolo festante”. Egli pochi istanti prima di essere ucciso, aveva detto alle persone che  lo circondavano: “ Sono felice di trovarmi fra il mio popolo, fra i giovani ginnasti!...” L’otto agosto del 1900 la salma del Re d’Italia partì per Roma, dove giunse il 9 agosto. Quello stesso giorno si svolsero i funerali solenni, dove vi parteciparono grandi personaggi e tutto il popolo si strinse attorno alla famiglia Savoia. Il quotidiano   La Sera del 9 agosto 1900, scriveva: “ Un importante corteo accompagna ora, alla gloriosa quiete del Pantheon, la salma del Martire. L’Italia intera nei suoi confini artificiali, e nei suoi confini naturali, si assiepa, lacrimando di commozione e sfolgorante d’orgoglio, attorno al feretro del Re Martire. Non è un convoglio funebre questo, è un apoteosi; non è una tomba che si dischiude, è una gloria; non è la morte, è il trionfo; non è l’addio supremo, è l’immortalità”. Pace all’anima del Re Generoso e Buono”.  Lo storico e Accademico D’Italia, Gioacchino Volpe, in un libro dedicato a Re Vittorio Emanuele III scriveva : “ Vittorio Emanuele III  sale al trono nell’agosto del 1900, dopo la morte di Re Umberto, caduto per le vie di Monza sotto i colpi di un anarchico. Per quanto dovuto a iniziativa individuale maturata nel torbido ambiente dei grandi centri di immigrazione del Nord America, in un’epoca in cui  attentati a sovrani e a capi di governo erano all’ordine del giorno, tuttavia è difficile disgiungere quel folle gesto da tutta la situazione italiana del decennio precedente, col suo diffuso e profondo malcontento fra le masse e anche fra i ceti colti e con la propaganda sempre più attiva di sovversivismo che giungeva sino all’anarchia”. Dopo la morte del Re, il nuovo sovrano Vittorio Emanuele III, salito al trono, non applicò nessuna legge repressiva. L’autore del regicidio fu condannato all’ergastolo, ma si suicidò il 22 maggio 1901. In tutta questa vicenda bisogna dire che alla famiglia di Gaetano Bresci, che viveva in America, le venne assegnato un sussidio. Il nuovo Re Vittorio Emanuele III e la sua amata Regina Elena, non conoscevano il sentimento dell’odio e del rancore  Sarebbe stato giusto  far riposare anche questi reali, come era stato sperato dal Re Umberto II, nel Pantheon.

lunedì 27 luglio 2020

Prevenire il caos attualità dello Statuto Albertino (1848)


di Aldo A. Mola

Il fardello della classe dirigente
Non è vero che “gli italiani” non sappiano decidere. Farlo, però, non tocca ai “cittadini” ma a chi ha e deve esercitare il Potere: dal Capo dello Stato al governo e alla dirigenza, sia quella favorevole all'immobilismo o persino alla reazione, sia quella che si erge a interprete del cambiamento e propugna le “riforme”. Il comune cittadino ha informazioni, opinioni, pulsioni, ma non possiede tutte le cognizioni necessarie e sufficienti per tradurre le sue personali aspirazioni in decisioni valide ed efficaci “erga omnes”. Questo compito spetta a chi riveste cariche pubbliche (munera, dicevano i romani), in corrispondenza e proporzione con la sua posizione.
   E' comunque chiaro che in un sistema parlamentare (qualunque sia la forma dello Stato, monarchia o repubblica) a decidere non è, non può essere “un uomo solo al comando”, se non in  preda a delirio di onnipotenza. Men che meno in regime costituzionale il presidente del Consiglio può pretendere di riprendere il sentiero sassoso dei decreti “motu proprio”, già sonoramente bocciati da tutti i costituzionalisti e, ciò che più conta, dall'opinione della stragrande maggioranza dei cittadini, esasperati da misure coercitive e vessatorie, tipiche di sistemi autocratici. 
   Certo, governare non è mai stato facile. Ma non dovrebbe essere impossibile in una democrazia parlamentare quale l'Italia odierna sin dall'adesione alla Nato consentì “a condizione di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” (art. 11 Costituzione), mettendosi così al riparo dal rischio di aggressioni e di iniziative stravaganti o autolesionistiche del proprio governo pro tempore o del suo presidente. Perciò la dirigenza (a tutti i livelli) dovrebbe prendere atto a viso aperto della cornice entro la quale l'Italia può muoversi e renderne edotti i cittadini con parole chiare, fatti alla mano. Far credere ai cittadini che lo Stato possa decidere liberamente la propria politica estera e militare e, di conseguenza, quella interna (finanziaria, economica e sociale, a tacere dell'istruzione pubblica) significa alimentare la credulità popolare con promesse da “frate Cipolla”. Questa è purtroppo la linea del governo attuale, che raggira quotidianamente al Paese. Tale condotta ha una spiegazione: far credere agli italiani di potersi permettere il lusso di mandare in Parlamento persone del tutto impreparate, spesso sprovvedute e giullaresche, manifestamente ignare della pesantissima responsabilità che grava sui “politici”, anche quando siano chiamati a fare i proconsoli di Bitinia (come Plinio il Giovane) anziché a reggere un impero (come Marco Ulpio Traiano, al quale Plinio chiedeva consigli per svolgere la propria parte).
   Per meglio comprendere la distanza abissale tra tanta parte del “ceto politico” che attualmente governa e amministra l'Italia e la grandezza di una dirigenza vera giova ricordare quanto avvenne nel 1846-1848 nello “spazio Italia” che il cancelliere imperiale austriaco Clemens von Metternich liquidò come “espressione geografica”. Quel “Quarantotto” per l'Italia fu l'anno della grande prova, ben più impegnativa e complessa di quelle vissute durante e subito dopo la partecipazione alla Prima e alla Seconda Guerra mondiale, le due fasi della Guerra dei Trent'anni del secolo scorso. Dopo il 1918-1919 l'Italia visse i postumi di un trauma i cui precisi termini sfuggono alla percezione comune perché oggi è difficile calarsi nella tragedia di un Paese avvolto nel lutto (un milione e mezzo di morti per causa di guerra e per l'epidemia di febbre detta “spagnola”) e prostrato dalle indicibili sofferenze dei mutilati e dei feriti (curati come all'epoca si sapeva e si poteva) e di quelle dei milioni di combattenti smobilitati nel difficile passaggio dalla produzione di guerra a quella di pace, in un'Europa sconvolta da crolli di istituzioni secolari e da rivoluzioni politiche e sociali. La patetica retorica di Giuseppe Conte sulla pandemia da covid-19 e persino le previsioni di guai nel prossimo autunno, ventilate dal Viminale quasi a scanso di colpa, dànno la misura della modestia della memoria storica di chi al governo è arrivato non per libera scelta degli elettori  ma suffragio  per designazione di “cupole” partitiche e da “piattaforme” estranee alla democrazia parlamentare, sensibili a interessi non sempre coincidenti con il bene comune.
Le lunghe barbe del Quarantotto
Il Quarantotto fu altra cosa. Il suo frutto più durevole scaturì sulla primavera. Maturò il 4 marzo 1848, quando Carlo Alberto di Savoia promulgò lo “Statuto organico” del regno di Sardegna, rimasto formalmente valido anche dopo il cambio della forma dello Stato d'Italia (19 giugno 1946): sino al 1° gennaio 1948, quando entrò in vigore la Costituzione della Repubblica italiana. Nell'impossibilità di rievocarne analiticamente genesi e contenuti, studiati da oltre un secolo e mezzo da costituzionalisti e storici di vaglia come Carlo Ghisalberti e Gian Savino Pene Vidari, va ricordato che esso sintetizzò due opposte esigenze.
   Nel Preambolo il Re affermò di aver deliberato gli 84 articoli della Carta “prendendo unicamente consiglio dagli impulsi del (suo) cuore” per “conformare” le sorti dei regnicoli “alla ragione dei tempi, agl'interessi e alla dignità della Nazione”. Lo Statuto, tuttavia, venne definito “legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile della monarchia”. Il Re sottoscrisse, seguito dai ministri (Borelli, Avet, De Revel, Des Ambrois, E. di San Martino, Broglia, C. Alfieri). Così vincolò sé e impose ai successori di giurare fedeltà alla Carta al loro insediamento.
   Re “per grazia di Dio”, Carlo Alberto lasciò trasparire che lo Statuto, deliberato “di sua certa scienza, Regia autorità e avuto il consenso del suo Consiglio”, fosse nato anche su sollecitazione esterna (“in mezzo agli eventi straordinari che circondavano il paese”), al di là della sua propria ed esclusiva volontà, fermamente rivendicata nel Preambolo. In tal modo veniva tacitata l'avversione di quanti (anzitutto gran parte del clero, avverso al teologo Vincenzo Gioberti) lo ritennero cedimento della Monarchia alla pressione di forze ostili alla Tradizione. In realtà, come ampiamente documentato e argomentato da Narciso Nada nell'insuperata storia del regno di Sardegna, il cinquantenne Carlo Alberto aveva percepito e assecondato da tempo la “svolta” anche prima dell'8 febbraio 1848, quando vennero “proclamati” (non semplicemente “annunciati”) i 14 capisaldi della “costituzione” ventura.
   Questi erano il punto di arrivo di un processo per molti aspetti maturato e già tradotto in regi decreti dall'anno precedente. Sarebbe lungo ripercorrere i passi compiuti dal sovrano per dare corpo formale al mutamento del rapporto tra Corona e regnicoli sin dall'inizio degli Anni Quaranta: un cammino scrupolosamente osservato e documentato da molti suoi protagonisti, come Massimo d'Azeglio, diffidente delle sue recondite intenzioni anche quando il Re lo abbracciò assicurandogli che, giungendo l'ora, avrebbe messo se stesso, i figli e i beni a disposizione della libertà dell'Italia. A sua volta Luigi Francesco Des Ambrois de Nevache annotò che nel corso degli anni, non dall'oggi al domani, Carlo Alberto si era circondato di una élite di uomini abili, capaci e decisi, “che seppero svuotare lo Stato dall'interno dei suoi contenuti più arcaici, seppero trasformarlo da Stato militare e semifeudale a Stato moderno e civile”, preparandolo a divenire Stato nazionale.
   Il 1847 fu scandito da eventi premonitori, mentre l'intera Europa viveva agitazioni e persino la quieta Svizzera fu sconvolta dal conflitto armato tra liberali e cattolici. Quasi a coronamento dei Congressi degli Scienziati Italiani, fra il 30 agosto e il 3 settembre si svolse a Casale Monferrato il Congresso Agrario promosso da Pier Dionigi Pinelli (1804-1852), direttore di “Il Carroccio”. Il conte di Castagnetto, suo “portavoce”, vi lesse l'impegnativa lettera di Carlo Alberto, pronto a battersi per l'indipendenza dell'Italia.
  Nel Consiglio di Conferenza del 30 ottobre 1847 Carlo Alberto sanzionò il nuovo codice di procedura penale e altre importanti riforme giudiziarie e annunciò l'elettività dei consigli comunali e provinciali, regolamentata con il Regio Editto del 27 novembre che sancì il gradimento da parte della Corona del “lavoro che da tempo si stava preparando” per stringere i vincoli tra la monarchia e una dirigenza diffusa. Migliaia e migliaia di cittadini sarebbero stati scelti dagli elettori quali propri rappresentanti per amministrare i loro interessi generali in una stagione caratterizzata dall'espansione rapidissima delle infrastrutture (strade, ferrovie, nuovi canali irrigui), del sistema bancario (anche con la moltiplicazione delle casse di risparmio) e dell'informazione. Le regie patenti sull'elettività dei consigli locali si accompagnò infatti a quelle sulla libertà di stampa, già precedute dalla nascita di periodici politici influenti e in breve salutate dalla proliferazione di nuove testate, protagoniste del dibattito culturale e politico.
In pochi mesi il regno di Sardegna mutò volto, prima che a Palermo scoppiasse la rivoluzione del 12 gennaio 1848 e che il 24 febbraio a Parigi venisse cacciato Filippo d'Orléans e fosse proclamata la seconda Repubblica, di lì a poco presieduta dal poeta Alfonso Lamartine.
Lo Statuto, pilastro della monarchia rappresentativa 
Tra l'ottobre 1847 e la fine del gennaio 1848 crebbero di intensità le pressioni dei fautori di un mutamento più profondo e netto, da realizzarsi mediante la promulgazione della costituzione: cortei, manifestazioni, banchetti politici (a imitazione di quelli in uso in Francia: fu il caso dei commercianti con la partecipazione di Camillo Cavour; dei mastri e garzoni carrozzai, presente Roberto d'Azeglio…) e “feste” apparentemente spontanee, ma di fatto organizzate e tollerate da chi ne aveva bisogno per accelerare la svolta dalla monarchia amministrativa e consultiva a quella propriamente rappresentativa, precorsero il “congedo” del conte Clemente Solaro della Margarita da segretario di Stato per gli Affari Esteri e del marchese di Villamarina da ministro di Guerra e Marina.
  Il 4 novembre 1847 il conte Ilarione Petitti di Roreto scrisse a Michele Erede: “I retrogradi sono avviliti. Primo d'essi il conte La Torre, in casa del quale da alcuni giorni si piange e si prega, non però Pio IX. I Gesuiti non si vedono più”. Il “cambio” mutò rapidamente volto. Dopo l'elettività alle cariche amministrative, furono posti al centro antichi diritti di libertà, destinati a fare del Regno di Sardegna lo Stato guida del processo di unificazione nazionale. In primo luogo la piena libertà di culto e la parità dei diritti civili e politici dei cittadini non cattolici, anzitutto i valdesi e protestanti in genere, poi gli israeliti, e, di concerto, l'offensiva contro la Compagnia di Gesù, elevata a simbolo della reazione antiliberale.
   All'inizio del gennaio 1848 circolò voce che il Re stesse per istituire una Consulta di Stato con voto deliberativo e decretare la responsabilità dei ministri nella gestione degli affari dei dicasteri loro affidati, l'emancipazione degli israeliti, la diminuzione del prezzo del sale, la guardia civica, un'amnistia (per reati “politici”) e l'espulsione dei gesuiti dal regno.
Il Consiglio di Conferenza (istituito il 1 maggio 1815 e ulteriormente regolamentato il 9 ottobre 1841) su sollecitazione del ministro dell'Interno, conte Borelli, prese in esame la “crisi politica” del regime ormai al bivio: precorrere le pressioni con l'emanazione di una costituzione od opporvisi con tutti i rischi conseguenti. Nel primo caso, bisognava preparare tutto “avec le plus de dignité possibile pour la Couronne, avec le moins de mal possibile pour le pays. Bisogna concederla, non farsela imporre: dettare le condizioni, non subirle...”.
   Dopo il già ricordato Proclama dell'8 febbraio, il Consiglio di Conferenza iniziò una corsa contro il tempo: “préparer lo Statut organique et les différents lois qui s'y rapportent, entre autres la loi electorale, la loi sur la presse et celle concernante la Milice Communale”.
Per arginare, il 17 febbraio il Consiglio fissò per il 27 successivo la festa per le nuove “concessioni accordate dal Re”, tra cui spiccano le Lettere patenti che da quel medesimo giorno riconobbero ai valdesi tutti i diritti civili e politici.
   Lo stesso 17 febbraio il Consiglio iniziò l'esame dello Statuto organico (sempre in francese, ma il testo della Carta fu scritto in italiano, come risulta dai verbali redatti dal conte Radinati), a cominciare dalla successione al trono, “que l'on a cru devoir laisser régler par la loi salique selon les principes fondamentaux de l'Etat”. La monarchia di Savoia era e rimaneva incardinata sulla successione di maschio in maschio e sulle Regie Patenti che subordinavano le nozze dei componenti della Casa all'assenso del sovrano: leggi immutabili, come Umberto II scrisse ripetutamente al figlio, mettendolo in guardia dalle conseguenze perpetue della loro violazione.
   Devoto alla Tradizione e sicuro di essere strumento della Provvidenza, l'“italo Amleto” (quale Carlo Alberto fu appellato da Giosue Carducci nell'ode “Piemonte”) firmò.  Decise la storia. Saldò con i nodi di Savoia la monarchia sabauda e le onde tumultuose di un'Italia nel pieno di trasformazioni politiche: le Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo), che cacciarono gli Austriaci; la fuga  di Francesco V d'Asburgo da Modena, quella di Carlo Ludovico II di Borbone da Parma e Piacenza. Il 23 marzo Carlo Alberto dichiarò guerra a Ferdinando II d'Asburgo, imperatore né romano, né sacro, ma d'Austria, che di lì a poco passò la mano al nipote, Francesco Giuseppe. Con i plebisciti del 29 giugno Milano e Piacenza vollero Carlo Alberto Re statutario. Da un capo all'altro l'Europa era sconvolta da insurrezioni e rivoluzioni. In febbraio Karl Marx e Friedrich Engels pubblicarono il “Manifesto del partito comunista”. Lo stesso anno comparve l'opera più importante di John Stuart Mill. Da poco Louis Blanc (fautore degli Ateliers Nationaux: sempre meglio che l'elemosina per esistenza in vita, spacciata come “reddito di cittadinanza”) e Jules Michelet iniziarono a pubblicare le rispettive storie della Rivoluzione francese, mezzo secolo dopo “i fatti”.
  Lo Statuto albertino sopravvisse alla sconfitta militare del Regno di Sardegna (lasciato solo da alleati fedifraghi: Pio IX, Ferdinando II di Borbone, Leopoldo II di Asburgo-Lorena..) e all'avvicendarsi di sette governi in meno di due anni (Balbo, Casati, Alfieri, Perrone, Gioberti, Chiodo, de Launay), al ripetuto scioglimento della Camera, alla “brumal Novara” (23 marzo 1849), all'esilio del Re, morto ad Oporto a fine luglio. Dieci anni dopo suo figlio, Vittorio Emanuele II, entrò vittorioso in Milano e a fine 1870 in Roma, ove rievocò il Magnanimo genitore e celebrò l'unione tra istituzioni e “popoli d'Italia”. La base dell'Unità nazionale era antica e nuova: venne fusa al calor bianco in sole quattro sedute del Consiglio di Conferenza, sempre presente Re Carlo Alberto, pallido, assorto, attento a ogni parola, conscio di avere sulle spalle non solo otto secoli e mezzo della sua Casa ma il suo ruolo nella costruzione della Nuova Europa, con equilibrio, lungimiranza e determinazione, “a qualunque costo”. Lo Statuto durò cento anni. La Costituzione vigente ne ha 72. Il caos politico, economico e sociale ci ricorda che la Storia è sempre questione di classe dirigente, della sua capacità di coniugare istituzioni e cittadini.
Aldo A. Mola



Antonio Beltramelli, Accademico d’Italia


di Emilio Del Bel Belluz 

Antonio Beltramelli  era uno scrittore romagnolo, nato a Forlì l’ 11 gennaio 1874, e morto a Roma il 15 marzo 1930. Il titolo che più gli fece onore è quello di essere stato nominato Accademico d’Italia nel 1929, un anno prima della sua morte, avvenuta a soli 50 anni. Amico di Mussolini,  alla sua morte il duce ne fu molto dispiaciuto. Lo scrittore aveva pubblicato una biografia sul Duce che aveva avuto molto successo, dal titolo L’uomo nuovo. 
Mussolini, personalmente, aveva chiesto all’ amico Giuseppe Prezzolini di scrivergli la sua biografia, ma lo scrittore toscano non lo aveva accontentato. Anche la scrittrice Margherita Sarfatti pubblicò una biografia su Mussolini. E’ difficile capire, oggi, perché le case editrici non ristampino questi preziosi documenti. Mi dispiace  che Beltramelli, a novant’ anni dalla sua scomparsa, non sia stato ricordato da nessun articolo sui giornali. Questo può anche essere considerato un grande onore, perché sta a significare che non piace all’attuale cultura di sinistra. 
Giuseppe Ravegnani, uno scrittore che lo conosceva molto bene e di cui era  amico, scrisse a ventuno anni dalla sua morte dalle colonne del giornale, credo  Il Tempo : “ Ventuno anni fa, in una stanza dell’albergo Flora di via Veneto, a Roma, moriva Antonio Beltramelli. Beltramelli da due mesi aveva compiuto i cinquantuno anni, ma era bastata per ucciderlo una settimana di sofferenze atroci, di torture, per quel cancro al cervello. Io, in quel tempo, abitavo a Roma; e quella morte, così improvvisa e crudele, mi lasciò più solo che mai e più abbandonato. Romagnoli, di Forlì tutt’e due, lui della piana e io della collina, l’amicizia tra me e Beltramelli era di un buon legno stagionato, anzi meglio dire l’affettuosa fraternità, anche se io ero di sedici anni più giovane di lui. Beltramelli, specialmente d’inverno, veniva giù dalla Romagna,  e in tutta fretta, quasi che qualcuno lo fruconasse alle spalle, scendeva all’albergo Flora in Via Veneto, con la sorella Maria; ma appena la primavera tinteggiava di tenero verde gli alberi, risaliva di gran corsa alla sua terra  e ridiventava il “ signore della Sisa”.  
La casa in campagna “Sisa” dove viveva gran parte dell’anno era il suo mondo ideale, vicino alla natura che per ogni scrittore è una musa ispiratrice e dalla terra Beltramelli attingeva la linfa per vivere in armonia con se stesso. In quella casa attorniata da grandi tigli, sentiva il canto degli uccellini, viveva con la sorella e riceveva gli amici. Era come per Gabriele d’Annunzio il suo Vittoriale, il luogo sacro dove le sue pagine prendevano anima. In quella solitudine gli era caro vivere, spesso, sentendo il rumore della penna stilografica che scorreva sulla carta, e il profumo della natura che si mescolava con il profumo dell’inchiostro. La sua casa era sempre aperta agli amici, posta vicina al fiume Ronco. Ancora Ravegnani, scrive: “Romantico, romanticissimo il nostro Tugnàss, ma di un romanticismo nella sostanza tutto romagnolo e frenetico anche se nell’apparenza un po’ Dannuziano e decadente, egli aveva fatto della Sisa la sua Capponcina: una Capponcina rustica e alla buona e in fondo borghese, senza smancerie estetizzanti e senza calchi di statue, con i polli che razzolavano per il prato attorno a casa, con il buon odore di pane casalingo per le camere, e poi epigrafi, terrecotte, foto con dediche, ricordi di mezzo mondo, trofei e giapponeserie a non finire…  ”. 
Sulla porta d’ingresso aveva fatto collocare la scritta: “Sii benvenuto  ospite nella mia casa serena”. Era alla fine un notevole scrittore con un grande animo, che si poteva paragonare a quegli alberi che danno sempre un buon frutto. L’animo generoso e romagnolo lo aveva nel sangue. Nella sua vita di scrittore aveva pubblicato numerosi libri e novelle, anche su giornali nazionali. Fu collaboratore al Corriere della Sera dal 1907 al 1910. La sua produzione letteraria divenne come un fiume in piena, e la sua fama crebbe. Beltramelli continuò la sua vita modestamente, e leale verso lo stato. Nel 1925 firmò il manifesto di Giovanni Gentile, degli intellettuali fascisti, poi divenne Accademico nel 1929. Uno scrittore che lo conosceva molto bene era Orio Vergani, pure lui Accademico d’Italia. 
Il Vergani gli dedica alcune pagine nel suo diario Misure del Tempo. In questo diario ci spiega anche il rapporto speciale che Beltramelli aveva con il fascismo e con Benito Mussolini. Quando venne nominato Accademico d’Italia non possedeva nemmeno i soldi per comprarsi la divisa, fu ,pertanto, Mussolini a provvedere a tutto. Il Duce nel 1923 diceva di Beltramelli :” Siete uno dei rari scrittori che scrivono in italiano, e siete, naturalmente, una gloria della Romagna, vecchia cara Romagna!”.

Dopo la morte di Beltramelli, uscirono in tre volumi, la sua opera letteraria, volumi corposi che raccoglievano i suoi romanzi e novelle,  editi dalla Casa Editrice Mondadori nella collana degli “Omnibus”. La sorella di Antonio Beltramelli  prega Arnaldo Mussolini di scrivere la prefazione alle novelle del fratello.

 “ Ma quale prefazione si può scrivere all’opera di uno scrittore come Antonio Beltramelli, che si è già tutto pienamente espresso nei suoi libri? L’opera sua - ardente, profonda, incisiva- la rievocazione degli uomini forti della nostra terra, si è ben disegnata e affermata mentre egli viveva; e oggi sopravvive alla sua tragica fine immatura. Non scrivo, dunque, una prefazione, ma dedico una parola di ricordo, un pensiero di rimpianto alla memoria del camerata ed amico. Povero Beltramelli! Se qualcuno apre d’improvviso la porta del mio studio, ho l’impressione che posa essere ancora Lui, a volta a volta gaio e triste, cordiale ed iracondo, pronto al giudizio severo e tagliente - sempre amico e fratello d’anima; col suo spirito vivo e giovanile, acceso dai più nobili entusiasmi, capace di impeti generosi e di bontà infinita. Romagnolo del tipo antico, tempra d’acciaio, fede che non tentenna. Egli non può presentarsi più al suo Giornale. L’ultima immagine che mi resta di Lui è quella di una povera spoglia, raccolta nella spietata fissità della morte. Ma Egli vive nella memoria che ha lasciato tra i suoi fratelli di lotta e di ideale, fra gli amici e i camerati; vive nella sua opera colorita ed ardente, che i critici malinconici non riescono a scalfire; vive in un esempio di probità laboriosa che egli ha lasciato agli scrittori dell’Italia nuova. Beltramelli ha saputo essere, come il suo grande fratello spirituale, Alfredo Oriani, artista e politico  ad un tempo. Ha dato l’esempio suggestivo di uno scrittore che considera l’arte come milizia e tiene la penna come si tiene la spada. Questo esempio rimane, per la gloria della sua terra e per la nobiltà della nostra fede fascista”. 
La vita di uno scrittore vorremmo non finisse mai, specialmente quando lo scopriamo per la prima volta. L’amico scrittore ha il compito di portarci con le sue pagine a mostrarci il suo animo e il mondo a lui caro.  Ho la consapevolezza che tutto non finisca dopo la sua morte, le pagine hanno una grande anima, un respiro. Lo scrittore cerca nel lettore il suo migliore alleato, e spera che lo porti con sé.  Beltramelli, morì novant’anni fa. La sua fine fu contraddistinta da una grave sofferenza fisica. 
Come disse un poeta, non è facile morire, lasciando quelli che abbiamo amato. Beltramelli lasciò una sorella che gli voleva bene e continuò ad abitare nella sua  casa,  sempre aperta a tutte le ore agli amici, alle persone semplici. Lo scrittore lasciò anche una moglie che mantenne sempre vivo il suo ricordo. Beltramelli lasciò un caro amico che gli  voleva bene, il critico letterario Giuseppe Ravegnani, che scrisse belle pagine su di lui, che hanno contribuito a farlo conoscere. La prematura morte di Beltramelli gli risparmiò  di vedere Benito Mussolini, appeso a Piazzale Loreto, e la fine di tutto quello in cui aveva creduto. La vita è fitta di sconfitte, ma spesso una sconfitta vale mille vittorie.

domenica 26 luglio 2020

Il Veltro dantesco



di Domenico Giglio

Alcuni amici e conoscenti mi hanno chiesto perché fossi così sicuro che la (Divina) Commedia fosse proprio il veltro indicato da Dante. Premetto che ho fatto il liceo classico, con un grande professore d’italiano, il gesuita Padre Raffaele Salimei, mi piaceva la storia e la letteratura italiana, ma poi ho scelto ingegneria affascinato a mia volta dalla architettura e dai progetti e poi dalle foto, anche in fase costruttiva, dei numerosi palazzi della Banca d’Italia, progettati e diretti da mio padre (Imperia, San Remo, Savona, La Spezia, Cremona, Viterbo, Livorno, Rieti, Civitavecchia, Ragusa, Enna e Trapani). Quindi non sono un professore di lettere, ma mi sono limitato, oltre a leggere Dante, a soffermarmi sui commenti ai versi in diverse edizioni, con diversi commentatori, a studiare alcune storie della letteratura, tra cui Francesco Flora, ma su alcuni punti controversi ho cercato semplicemente di ragionare. “Cogito ergo sum”. Allora mi sono posto il quesito di ordine generale sulla Divina Commedia : perché Dante la scrisse ? L’Alighieri era un poeta già conosciuto ed apprezzato, era un importante scrittore in prosa, latina ed italiana, poteva scrivere di tutto,anche un poemetto dedicato a Beatrice, ma perché proprio nelle difficoltà dell’esilio ha posto mano al “poema sacro “ che “ m’ha fatto per più anni macro “ (Paradiso - c. XXV- v. 1-3), rischiando anche l’accusa di eresia con tutte le eventuali gravissime conseguenze ?
Dante, a mio avviso, lo scrisse perché voleva adempiere ad una “missione”, e non certo solo a schivare le tre belve ed a rendere postumo omaggio a Beatrice, ed una missione è ben diversa da una “profezia”. La missione è “immediata”, contemporanea anche se il suo effetto può continuare nel tempo. Ancora oggi leggiamo testi di grandi predicatori, ed anche il semplice, ma stupendo “Cantico” di San Francesco o lettere di Santa Caterina da Siena, per cui la lettura della Divina Commedia è proseguita nei secoli ed il suo studio sono giustamente materia d’insegnamento scolastico, da quando l’Italia ha raggiunto la sua unità con il Regno d’Italia il 17 marzo 1861, e questa unità era effettivamente un vaticinio dantesco. Quindi una missione poteva anche essere svolta, ma il testo,ripeto, lo esclude, da un personaggio contemporaneo, ma di cui in quel secolo non vi è tracia e Dante era buon conoscitore degli uomini del suo tempo per pensare ad un Cangrande della Scala ( 1291-1329 ), o ad un imperatore. Pensare che fosse un personaggio di secoli dopo è di una tale illogicità, che meraviglia avere alcuni scrittori in epoche successive attribuito a personalità anche importanti, e sempre italiani, il ruolo del veltro, ma di cortigiani, “vil razza dannata”, è piena la storia. Pensare alla terza età dello Spirito Santo, del “calavrese abate Gioacchino, di spirito profetico dotato” (Paradiso – c. XII. v. 140), è egualmente assurdo perché il tra “feltro e feltro” indica sempre dei fogli di carta e quindi una opera scritta. E se opera scritta doveva essere è appunto la Commedia.
Ecco perché “la sua nazion “, e la “sapientia, amore e virtute”, sono i cento canti della Divina Commedia e la sua missione contro cupidigia, corruzione, avarizia, ricchezza e potere temporale della Chiesa ( questo però cessato il 20 settembre 1870 ) è sempre valida ed attuale.



venerdì 24 luglio 2020

Paolo Boselli (1838-1932)


di Gianluigi Chiaserotti

Inizio con il presente una serie di articoli dedicati ad illustri personaggi della c. d. “Italia Liberale” che furono creati Senatori del Regno, quando far parte della Camera Alta aveva un valore, una tradizione contro l’attuale degrado in cui è caduta tale istituzione.
Ma dalla nostra repubblica cosa ci aspettiamo?
Paolo Boselli nacque il giorno 8 giugno 1838 in Savona, da Paolo Boselli, di professione notaio, e da Marina Pizzorno.
Il padre, di sentimenti liberali, nel 1821 dovette andare in esilio in Francia, perché accusato di aver favorito la fuga di patrioti come Santorre di Santarosa (1783-1825).
Dopo aver frequentato il collegio degli Scolopi a Savona, Boselli nel 1856 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Torino, dove si laureò nel 1860, avendo illustri docenti come Francesco Ferrara (1810-1900), Pasquale Stanislao Mancini (1817-1888) ed Antonio Scialoja (1817-1877).
Sposatosi con Corinna Cambieri (dalla quale ebbe tre figli, Silvio, Maria e Luisa), Boselli fece una rapida carriera nella divisione amministrativa statale: nel 1862 divenne auditore del Consiglio di Stato, nel 1865 ebbe la nomina a consigliere della prefettura di Milano, mentre successivamente collaborò con l’allora ministro dell’agricoltura, e, su incarico di quest’ultimo, Boselli venne nominato (1867) segretario generale della Commissione italiana all’Esposizione Universale di Parigi.
Nominato membro della Giunta permanente di Finanza (1869) da Quintino Sella (1827-1884), il Boselli fu contemporaneamente professore ordinario di economia politica alla Scuola Superiore di commercio di Venezia.
Nel 1870, quindi, divenne professore universitario della cattedra di scienza delle finanze a Roma, appena istituita, ma abbandonò l’insegnamento nel 1874 per dedicarsi completamente all’attività politica.
Boselli era stato eletto deputato, per il collegio di Savona, nel Parlamento italiano nel 1870 nelle file della Destra storica, partecipò a varie commissioni parlamentari e fu relatore di vari progetti di legge: membro e poi presidente della giunta permanente di finanza, fece parte delle commissioni di riordinamento dell’imposta fondiaria, di quella per il riordino dei tributi locali e di quella consultiva sulle istituzioni di previdenza e del lavoro.
Successivamente, tra il 1872 ed il 1874, il nostro fu membro della commissione d’inchiesta agraria e di quella industriale. Inizialmente liberista (nel dibattito del marzo del 1876 sulla statalizzazione delle ferrovie si schierò dalla parte dei deputati governativi), Boselli si avvicinò successivamente allo statalismo economico propugnato da Francesco Crispi (1818-1901) e dal 1888 ricoprì vari incarichi ministeriali: infatti dal 17 febbraio 1888 al 6 febbraio 1891 fu Ministro della Pubblica Istruzione nel governo Crispi, scelto per rafforzare con i voti di parte della Destra il ministero.
Vari furono i provvedimenti presi durante tale incarico: tentativo di istituzione della scuola media, miglioramento del regolamento scolastico, valorizzazione e conservazione del patrimonio artistico e culturale italiano attraverso il restauro di vari monumenti (Villa Giulia e le Terme di Diocleziano) e l’istituzione di musei archeologici.
Ministro dell’agricoltura nel terzo governo Crispi nel 1893, fu anche ministro delle Finanze dal 14 giugno 1894, lasciando il dicastero dell’Agricoltura ad Augusto Barazzuoli (1830-1896): come titolare del portafoglio finanziario, Boselli diede il definitivo regolamento alla neonata Banca d’Italia, nata dopo lo scandalo della Banca Romana che aveva fatto cadere il ministero di Giovanni Giolitti (1842- 1928).
Dopo la caduta dell’esecutivo Crispi in seguito alla battaglia di Adua, Paolo Boselli ritornò deputato, ma fu chiamato ad occupare il dicastero del Tesoro nel gabinetto di Luigi Girolamo Pelloux (1839-1924) nel 1899.
Questi, in sintesi, i governi a cui il Boselli partecipo’: Ministro dell’Agricoltura (1893, fino al 14 giugno 1894, sostituito appunto da Augusto Barazzuoli), con
Francesco Crispi (nel suo III governo, 15 dicembre 1893/2 giugno 1895), eppoi ministro del Tesoro con Luigi Girolamo Pelloux e dell’istruzione con Giorgio Sidney Sonnino (1847-1922) (nel suo I, 8 febbraio/29 maggio 1906).
Eletto in nostro varie volte presidente del Consiglio provinciale di Torino, fu a capo del Regio Museo Industriale Italiano dal 1904 al 1907 ed appoggiò in seguito l’intervento dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Nel 1906 fu nominato come Presidente onorario della S. P. Lazio, società della quale Boselli rimase sempre socio.
Nel 1910 divenne presidente triennale dell’Accademia delle Scienze di Torino di cui era stato eletto Socio nazionale nel 1888 e nel 1918 divenne Socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei.
Fu presidente dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo dal 1911 alla morte.
Interventista allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel 1916, caduto il governo di Antonio Salandra (1853-1931) a causa dell’insoddisfazione generale suscitata dagli scarsi risultati ottenuti dalle sanguinose offensive italiane, e dal grave pericolo corso dal fronte trentino a causa della Strafexpedition austriaca, Boselli fu nominato Presidente del Consiglio dei ministri dal re Vittorio Emanuele III (1869-1947), rimanendo in carica dal 18 giugno 1916 al 30 ottobre 1917.
Il suo fu un esecutivo di coalizione nazionale, dal quale però rimasero esclusi i socialisti. Il primo ministro italiano fu contrario all’intromissione parlamentare sulla conduzione della guerra e diede sempre fiducia al generale Luigi Cadorna (1850-1928), approvando l’ottima visione strategica dello stesso ed i suoi metodi tattici. Ciò fu la sua fine, perché, dopo la battaglia di Caporetto, dovette presentare le dimissioni; al suo posto il sovrano nominò Vittorio Emanuele Orlando (1860-1952).
Nel 1922, Paolo Boselli fu favorevole all’ascesa del fascismo, al quale lo accomunava l’avversione per il movimento socialista, tanto che nel 1924 ricevette la tessera ad honorem del Partito Nazionale Fascista.
Il Nostro fu creato Senatore del Regno il 10 aprile 1921 ai sensi dei commi 3 (“i deputati dopo tre legislature o sei anni di esercizio”) e 5 (“i Ministri segretari di Stato”) dell’art. 33 dello Statuto Albertino.
L’ultimo suo atto politico di rilievo fu la sua relazione in una commissione che approvò i Patti Lateranensi del 1929 proprio nell’ambito del Senato del Regno.
Paolo Boselli fu anche Presidente della Società “Dante Alighieri” (1906-1932).
Cultore di studi storici, il nostro creò in Roma il Museo del Risorgimento Italiano.
Il Nostro fu anche creato Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata il 31 dicembre 1915, quale creazione numero 739 dall’istituzione dell’Ordine.
Scomparso nel 1932 ad oltre 93 anni, è stato il più longevo primo ministro della storia d’Italia fino al 2013, quando è stato superato da Giulio Andreotti (1919-2013).
Paolo Boselli è sepolto nel Cimitero monumentale di Torino.

giovedì 23 luglio 2020

La campana del fante

di Paolo Casotto


La tragedia di Caporetto, causata da motivazioni di carattere strategico, politico, caratteriale e sociale, determinò un totale sbandamento e perdita di fiducia da parte della massa dei soldati e delle popolazioni residenti lungo il confine orientale del Friuli. La perdita dei territori, delle campagne coltivate, delle stalle con i propri animali e l’assistere alla devastazione delle proprie case e delle chiese dei paesi causarono grande sconforto e la perdita di ogni speranza. 
Il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, non abbandonò mai il fronte. Durante l’arretramento delle popolazioni e dell’Esercito rivolse sempre parole di conforto verso gli umili soldati e le povere colonne di profughi , ricordando le virtù e il valore italiano. Dopo le prime ore dallo sfondamento del fronte ci si rese subito conto della situazione. Durante la ritirata, la confusione totale dei reggimenti che ripiegavano e i poveri carretti della popolazione civile che scappava, ingorgavano le rotabili e i viottoli fangosi, resi tali dalla pioggia e dal cattivo tempo della stagione. L’artiglieria austro-tedesca bombardava l’esercito italiano in ritirata, i reparti d’assalto austroungarici, senza pietà, aggredivano gli ultimi delle file. La cavalleria italiana cercava di frenare la corsa nemica sulla sponda sinistra del fiume Tagliamento. 
Una compagnia di fanteria, distaccata dal suo battaglione cercava di ripiegare velocemente fra le rovine e i detriti di un paese bombardato. Era difficile anche riconoscere un luogo dalla mancanza di cartelli segnaletici ed indicazioni della zona. L’ultimo gruppetto di fanti ricco solo di tascapane e zaino intravide tra i mattoni di un campanile bombardato una piccola campana di antica fusione. Il più piccolo di questi fanti, proveniente dalla Sardegna, pensò che non poteva lasciare questo importante oggetto in mano al nemico e infagottando la campana in una coperta da campo la mise all’interno del suo zaino. Il peso rese la marcia più dura, ma l’orgoglio di aver salvato l’oggetto lo fece sentire ancora più fiero. 
Il Piave venne oltrepassato grazie a un piccolo e stretto ponte di barche montato dai pontieri del Genio e frettolosamente si rincorse il Reggimento verso ovest e fu raggiunto a Cornuda. Nel piazzale della chiesa venne riordinato e contato con i ruolini di compagnia. In assenza di cucine, soldati e ufficiali mangiarono gallette e scatolette di carne di riserva. Gli ordini arrivarono quasi subito e il Comandante di Reggimento chiamò a rapporto i quattro Comandanti di battaglione per le disposizioni da ottemperare subito. Il Reggimento con tutti i suoi uomini doveva raggiungere Crespano, per poi attraverso la strada Cadorna prendere posizione sul massiccio del Grappa. Prima della partenza il Comandante di Reggimento lesse a tutti i suoi uomini il bollettino di S.M. Re Vittorio Emanuele III. 
Si partì subito e con circa due ore di marcia tutto il Reggimento arrivò alle prime case di Crespano, ai piedi del monte Grappa. Il fante con la campana all’interno dello zaino avrebbe voluto portarla al parroco del paese, don Giobatta Ziliotto, ma il suo Sergente non glielo permise, per evitare che gli uomini si perdessero nella totale confusione del momento. Erano i primi giorni di novembre 1917, il tempo era freddo, il Reggimento si accantonò vicino a una casa con fienile, stalle e pozzo, per riposare qualche ora prima di iniziare la salita. Il fante sardo, ostinato nel suo desiderio di consegnare la campana si rivolse al suo Capitano per poter recapitare la campana al parroco di Crespano, ma la risposta fu ancora di diniego. 
Il Capitano lo osservò e gli diede questo consiglio: “Domani, all’alba, Ti autorizzo a fermarti nella prima casa che incontreremo con la luce accesa per dare in custodia la campana con la consegna di farla recapitare al signor parroco”. Il fante rispose con un sorriso di ringraziamento. La marcia iniziò alle 4 e dopo circa mezz’ora il fante si avvicinò a una casa in località “Gherla” e consegnò la campana con la preghiera che fosse portata alla canonica di Crespano, perché potesse ancora ritornare a suonare. Il Reggimento raggiunse il monte Asolone a mezzogiorno e cominciò subito i lavori di scavo di sistemazione dei reticolati e di difesa. 
Tutti gli Italiani, civili e militari, sopportarono con valore e sacrificio le quattro battaglie del Grappa, fondendo forza e fede per proteggere le proprie famiglie e la propria terra. Alla fine del conflitto, del fante non si seppe più nulla, nessuno passò più per quella casa, in località “Gherla”, ma la vecchia campana con caratteristiche settecentesche fu consegnata al parroco. Fu un segno di rinascita e di pace per tutte le popolazioni europee, il suo suono marcò un richiamo di unità verso la condivisione dei valori comuni fondamentali della vita.

mercoledì 22 luglio 2020

Il libro azzurro sul referendum - XIX cap - 4-6


Ordine del giorno del Governo 18 giugno 1946
Dopo la comunicazione della Suprema Corte sui risultati definitivi del referendum, il Consiglio dei Ministri si riunì immediatamente ed approvò un ordine del giorno nel quale dichiarò: «Il Consiglio dei Ministri prende atto del giudizio definitivo della Corte di Cassazione sulle contestazioni, le proteste e i reclami e rileva che la Magistratura competente ha eliminato ogni dubbio di fatto e di diritto circa la netta decisione repubblicana del referendum e la conseguente perfetta legalità della posizione assunta il 10 giugno dal Governo».

Passaggio di poteri dal 18 giugno 1944
La «Gazzetta Ufficiale della Repubblica» pubblicò il decreto di passaggio dei poteri di Capo dello Stato dall'On. De Gasperi all'On. De Nicola e affermò che l'On. De Gasperi deteneva quei poteri dal 18 giugno dopo il verdetto definitivo (rimane così confermata la prematura assunzione dell'esercizio delle funzioni del 13 giugno).

Commento "De la Voce della Giustizia„
«La Repubblica è nata per volere di 12 milioni e 717 mila elettori circa, mentre altri 10 milioni e 719 mila circa volevano la Monarchia, 1 milione e 498 mila circa non si sono legalmente pronunciati (quelli delle schede nulle), un numero enorme di cittadini, almeno un altro milione non hanno votato perché non hanno ricevuto il certificato elettorale o perché recatisi a votare con il regolare certificato si sona sentiti dire che... avevano già votato (questione dei doppioni) rischiando anche di andar dentro; infine un altro milione circa di elettori non ha votato perché composto di prigionieri, di internati in Jugoslavia e di cittadini residenti sulla Venezia Giulia e nella provincia di Bolzano, per i quali ultimi la legge dice che «la convocazione dei comizi elettorali sarà disposta con successivi provvedimenti». «La repubblica dunque è nata, ma essa non è certo la repubblica di tutti gli italiani». Giovanni Durando; (da « La Voce della Giustizia » anno II n. 25, 22 giugno 1946).
«E' chiaro pertanto anche a prescindere dalla incompletezza delle consultazioni popolari del 2 giugno, cioè anche tenendo conto che in quel giorno furono tenuti lontani tutti i prigionieri (che oggi gli alleati si affrettano a mettere in libertà), tutti i reclusi, delle provincie Giuliane, tutti i «defraudati» del certificato elettorale, anche a prescindere da tutti questi elementi, è chiaro che il «referendum» istituzionale è da ritenersi inficiato dall'imprigionamento morale e fisico dei monarchici durato dal 25 aprile 1945 al 1 giugno 1946 e dalle impossibilità in cui essi si sono trovati di controbattere le menzogne dei repubblicani di occasione». Giovanni Durando; (da « La Voce della Giustizia » anno II n. 28, 12 luglio 1946).
«E' lecito immaginare che cosa sarebbe capitato in questa repubblica appena nata, se la Corte avesse deciso in conformità della richiesta del Procuratore Generale! Basti dire che in tal caso la maggioranza a favore della repubblica sarebbe di 250 mila voti! Il che avrebbe diviso il Paese anche più gravemente di quanto non l'abbia diviso «la repubblica dei due milioni». Giovanni Durando; (da « La Voce della Giustizia », n. 25, giugno 1946).