NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 21 agosto 2017

E se si tornasse a parlare di Monarchia?



ELENA DI SAVOIA, LA REGINA AMATA DAGLI ITALIANI

di Aldo A. Mola

Elena fu a lungo tra i nomi femminili più diffusi in Italia: omaggio di ogni ceto alla consorte di Vittorio Emanuele III. Elena Petrovic-Niegos nacque dal principe (poi re) di Montenegro: uno Stato piccolo ma pugnace, bastione della cristianità contro l'islamizzazione della penisola balcanica, giunta sino alle porte di Vienna e respinta col soccorso dei polacchi. Più tardi a ricacciarli fu Eugenio di Savoia, uno dei grandi condottieri della storia.
Elena di Montenegro studiò alla Corte dello zar Nicola II, che aveva alle spalle l'assassinio del nonno, Alessandro II (1881), autore di importanti riforme, come  l'abolizione delle  arcaiche servitù dei contadini. Anarchici ed estremisti colpiscono sempre i riformatori perché questi falciano l'erba nel prato dei fondamentalisti. Ogni epoca, tragicamente, ha i suoi fanatici. Così oggi Erdogan oscura il ricordo di Ataturk, massone e padre della Turchia moderna. 
Vittorio Emanuele, principe di Napoli ed erede al trono d'Italia, conobbe Elena quando tutto aveva in mente (storia, geografia, numismatica, viaggi...) tranne che la Corona. Per il fidanzamento andò a Cettigne, capitale modesta e tuttavia avamposto dell'Europa cristiana in una visione storica matura. Poliglotta, Elena coltivava pittura, musica ed esoterismo. Nelle prime pagine dell' Itinerario generale dopo il 1° giugno 1896 Vittorio Emanuele annotò: “(1896) Agosto. 5, Gaeta e Napoli; 6. A Napoli; 12. Da Napoli; 16. Da Antivari a Cettigne”. Ricordò la gran festa il 18, onomastico di Elena, e il rientro, da Cettigne a Napoli, alla volta di Firenze e Monza. Dopo settimane di viaggi (Stresa, La Spezia per il varo della “Carlo Alberto”) e Firenze, ripartì per Cettigne. Vi giunse il 19 ottobre. Il 21 era a Bari. Nel viaggio Elena passò dal culto ortodosso a quello cattolico, perché così esigeva lo Statuto. Il 24 ottobre, finalmente, il “Marriage”, come nell'Itinerario annotò il futuro re.
Da sposi, Vittorio ed Elena servirono lo Stato con un seguito vertiginoso di missioni ufficiali in Italia e all'estero, ma furono anche liberi di vivere la loro vita, che riservò loro la “media di felicità”, secondo la formula usata da Giovanni Giolitti in una lettera alla moglie. Ebbero cinque figli:  Jolanda, sposa del conte Calvi di Bergolo; Mafalda, sposata con il principe d'Assia e morta per le conseguenze di un bombardamento dei “liberatori” sul campo di concentramento ove era detenuta dai nazisti (ne ha scritto Mariù Safier in una sua eccellente biografia, edita da Bompiani); Umberto principe di Piemonte (15 settembre 1904, poi Umberto II, re d'Italia), Giovanna (sposata da Boris III, zar dei Bulgari, e madre di Simeone ora gagliardo ottantenne, esecutore testamentario di Umberto II) e Maria.
Fu insignita da Papa Pio XI della Rosa d'Oro: benemeritata per la sua carità. Ne è in corso la causa di beatificazione. Dopo l'intervento dell'Italia nella grande guerra allestì al Quirinale l'Ospedale Territoriale n. 1 per curare i feriti gravi. Si prodigò per lenire le conseguenze del conflitto. Promosse innumerevoli iniziative umanitarie, coinvolgendo aristocratiche, borghesi e popolane, unite in un sacrificio dalle dimensioni impreviste. Visse sempre con regale discrezione il suo rango, consapevole degli immensi pesi gravanti sull'unico regno d'Italia, unica grande monarchia dell'Europa continentale sopravvissuta alla tragedia della Grande Guerra che spazzò via lo zar di Russia, il kaiser di Germania, l'imperatore d'Austria-Ungheria e il sultano turco. Accanto a Vittorio Emanuele III, tutto mente, nervi e alto senso dello Stato e della Dinastia, la Regina governò l'“altra metà” di un regno che era fatto di simboli, sentimenti, emozioni e “religiosità”, cioè vincolo tra cittadini. Gli emblemi e i monumenti, come insegna il Premio Acqui Storia, che armonizza vincitori, premi alla carriera (come Giuseppe Galasso due anni orsono e Domenico Fisichella questo 2017) e “testimoni del tempo”, non sono orpelli, ma sostanza di un Paese. Vanno rispettati e onorati, quale ne sia l'origine. Sono la Memoria. Toccarla significa condannarsi a subire la medesima sorte. È quanto accade proprio a Napoli ove si oscurano le statue di Enrico Cialdini e di Camillo Cavour e si cancella via Vittorio Emanuele III, nel silenzio costernato dei  monarchici locali. Tanto vale abbattere il pino marittimo che da sempre orna la cartolina con vista sul Rosso Maniero della Nunziatella, San Martino, Castel dell'Ovo e il Vesuvio. La rivendicazione di una memoria capovolta nella città dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici di Benedetto Croce e dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Gerardo Marotta, degli Illuministi e del principe Raimondo Sangro di San Severo, primo gran maestro di una gran loggia massonica italiana, è avvilente scippo della storia, messo a segno da sprovveduti smemorati e, diciamolo, di “parricidi”.
Nel 1936 anche Elena donò l'anello nuziale nell'offerta dell'“oro alla Patria”. La guerra per la conquista dell'Etiopia era stata decisa dal governo, con plauso delle Camere. Era un'impresa dell'Italia, come lo erano state quelle coloniali di Francia, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Stati Uniti... Anche Benedetto Croce si associò. A ragion veduta, nessuno glielo rimprovera. I fatti vanno capiti nel loro contesto storico, non con il preteso “senno di poi”. Diversamente dovremmo radere al suolo tutti i monumenti del pianeta (incluse basiliche d'ogni tempo e di ogni culto), perché in massima parte frutto di imprese discutibili (come la “vendita delle indulgenze”. Ma chi ce ne dà diritto? Non è meglio “capirli”?
Nel 1940-1946 Elena di Savoia condivise le sofferenze degli Italiani. Sua figlia Mafalda, come detto, ebbe tragica sorte. Il 9 maggio 1946 partì col Re, abdicatario, alla volta di Alessandria d'Egitto. Come in passato fu al suo fianco: letture, fotografie, brevi escursioni, la pesca, i pensieri non detti, i lunghi silenzi in attesa di una visita del figlio Umberto, partito dall'Italia il 13 giugno 1946 alla volta del Portogallo, ove dal 6 precedente aveva inviato la Regina, Maria José, e i quattro figli, Maria Pia, Vittorio Emanuele, Maria Gabriella e Maria Beatrice: tutti piccini, inconsapevoli che il padre sarebbe stato condannato all'esilio perpetuo. Ora che siamo tanto solleciti verso migranti, profughi, clandestini ed esuli un po' di riflessione va fatta anche sulla nostra storia...
Vittorio Emanuele III si ammalò la vigilia di Natale del 1947: una infreddatura, poi una trombosi (secondo il generale Paolo Puntoni, già suo aiutante di campo, che ne scrisse “de relato”) e, in breve, il decesso. Morì il 28 dicembre. Era un cittadino italiano all'estero. Tre giorni dopo la Costituzione decretò l'esilio per “gli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi”, identificando “discendenti” ed “eredi” alla corona: una differenza formale e sostanziale sfuggita ai costituenti. La salma del Re Soldato riposa nel retro dell'altare della chiesa cattolica di Santa Caterina ad Alessandria d'Egitto. Una lapide lo ricorda sobriamente: “Vittorio Emanuele di Savoia, 1869-1947”. Non lasciò memorie. Quelle pubblicate da giornali di breve respiro e recentemente ripubblicate sono apocrife. A serbarne il ricordo più vivido fu Elena, che si trasferì a Montpellier, nel clima mite del Mezzogiorno di Francia. Vi morì nel 1952. è inumata sotto una lapide che ne ricorda il nome e, in caratteri romani, le date.
In Oriente Elena è Santa Elèna, moglie di Costanzo Cloro e madre di Costantino il Grande. Di umili origini, tenne salda la rotta. Le si attribuisce il rinvenimento della Santa Croce. I solenni cori del culto ortodosso la associano al figlio con accenti che volgono alla meditazione. Senza devozione per il passato non vi è prospettiva di futuro. Perciò esso va recuperato, custodito, tramandato: patrimonio di civiltà. Tutto intero. Anche quello troppo a lungo trascurato, come la memoria di Vittorio Emanuele III e di Elena di Savoia.

Aldo A. Mola


lunedì 14 agosto 2017

La commemorazione del 1861

·     Lettere al Corriere della Sera
·         13 Agosto 2017
·          
Leggo sui quotidiani che, a seguito della deliberazione di un organismo istituzionale, in Italia meridionale si è disposto di commemorare la data del 13 febbraio, corrispondente alla resa, nel 1861, della città di Gaeta. Questo mi induce a spendere qualche parola sulla scomparsa del regno delle «Due Sicilie» il primo della penisola per territorio e popolazione, l’unico, col Regno di Sardegna, ad avere un esercito regolare e una Marina militare. 
La fine del regno borbonico, avvenuta incredibilmente a opera di un pugno di uomini, è la storia di una decomposizione interna. La Monarchia fu incapace di adeguarsi alla evoluzione della società che governava e che era affascinata dai successi del «Piemonte» liberale. Mentre in Italia cambiava tutto, Ferdinando II e Francesco II restarono fedeli al paternalismo e all'alleanza con l’Austria: all’inizio della guerra (1859) Francesco respinse l’offerta di Cavour di entrare nel movimento liberale nazionale; nel giugno ‘59 non tenne conto della domanda di riconciliazione degli esuli, pronti ad appoggiare un’evoluzione liberale; dopo Villafranca lasciò cadere la possibilità di avvicinarsi alla Francia concedendo una Costituzione modellata su quella di Napoleone III; non fece cessioni allo spirito pubblico neanche con aperture all'autonomismo siciliano e alle richieste di autogoverno locale della borghesia meridionale. Si è detto che nella restaurazione del 1815 i sovrani ingessarono la politica; nel 1859-60 il Borbone la pietrificò. In Italia era avvenuta una trasformazione epocale, che aveva sconvolto antichi equilibri ed eccitato entusiasmi e aspettative: paragonabile, per la penisola, all’effetto in Europa della caduta del Muro di Berlino. 
Per loro fortuna e per merito dei patrioti meridionali le popolazioni dell’ex regno non rimasero schiacciate sotto le macerie del crollo. 
Avv. Prof. Gianni Marongiu
Studio Magnani Marongiu Dominici & Associati

L‘ottantesimo genetliaco di Re Simeone II di Bulgaria


Non  è  la  prima  volta, e  non sarà  nemmeno l’ultima, in  cui  sottolineeremo  positivamente l’atteggiamento delle  Poste  di  altri  paesi, retti  in regime  repubblicano, nei  confronti  di  anniversari riguardanti  Sovrani   o  altre personalità delle Case  Reali  che  avevano  regnato  in  quei   paesi prima  del  cambio  istituzionale.

La  Serbia  ha  ricordato  l’anniversario  della nascita  del  Re  Alessandro, il  Montenegro  la Principessa  Elena divenuta  poi  Regina  d’Italia, l'Austria ha commemorato nel 2014 il centenario  dell’assassinio  dell’Arciduca  Francesco  Ferdinando  e,  nel  2016, quello  della  morte dell'Imperatore  Francesco  Giuseppe;  la  Francia, infine, ha dedicato una emissione a Gioacchino Murat, Maresciallo  dell’Impero napoleonico  ed  anche  Re  di  Napoli, nel  duecentocinquantesimo  della nascita.

Senza  dubbio  le  Poste  bulgare  si  sono  dimostrate  tra  le  più  rispettose della storia nazionale e della Dinastia  che  i comunisti, impadronitisi del potere totalitario con la forza delle armi sovietiche, avevano  estromesso  nel  1946, costringendo  all’esilio  il  giovane  Re con  la  madre, la  Regina Giovanna, quartogenita  del  Re  Vittorio  Emanuele  III  e dunque sorella del Re Umberto II.

Per  il  centenario, nel 2008, della completa indipendenza bulgara dall'Impero Ottomano e della Costituzione del
Regno, le  Poste  bulgare infatti emisero  uno  splendido  francobollo, inserito  in  un ancor  più  bello foglietto, con  l’effigie  del  Re Ferdinando I che, nei suoi tre decenni al vertice dello Stato, ha creato, anche urbanisticamente, la Bulgaria moderna.  Le stesse Poste nel 2013 emisero uno splendido francobollo dedicato, nel 70mo anniversario della morte, all'amato Re Boris III scomparso prematuramente nel 1943.

Ed ora ecco il francobollo per onorare gli 80 anni di Re Simeone II (16 giugno 2017) che, rientrato in Patria nel 1996 dopo mezzo secolo di esilio, si è messo al servizio del suo popolo e, dopo essere stato eletto Primo Ministro, con la sua autorevolezza e credibilità internazionale, superando gli enormi problemi ereditati dalla dittatura, è stato l'artefice dell'ingresso del paese nella Unione Europea  - ingresso da lui firmato nel 2005 -  che ha rappresentato il definitivo ritorno della Bulgaria nella Europa libera e democratica.

Questo francobollo, così significativo, è stampato  in  un  foglietto e reca  il  ritratto  del  Re  unito  in coppia  con   una  vignetta  dove  appare  il  padre, Re  Boris,  che  si  affaccia  da  una  locomotiva, immagine particolare perché  ricorda  una  passione  di  questo  Sovrano  per  la  guida  dei  treni.  Esso è senz'altro  un  ulteriore  omaggio delle  Poste  bulgare  ai  due  Re e rievoca ai bulgari la  cara memoria di  Re  Boris  che il regime comunista, come da sue consuetudini di stravolgimento e nascondimento della storia, aveva cercato di obliare a chi, per motivi anagrafici, non lo  aveva  mai  conosciuto, come  è anche tuttora sconosciuto   il  luogo  in  cui  il regime seppellì la Salma, ad eccezione  del  cuore nascosto dai Monaci ortodossi e conservato, in  una  teca, nel  celebre  e meraviglioso Monastero  di Rjla dove nel 2002 si recò in preghiera il Santo Papa Giovanni Paolo II.

Domenico  Giglio

domenica 13 agosto 2017

Agosto 1917: al bivio tra materialismo e umanesimo


di Aldo A. Mola

Mentre tempestosi venti di guerra sferzano l'Estremo Oriente come altre volte in agosto (1914, 1939...), ricorre il centenario del mese cruciale della Grande Guerra. In poche settimane si consumò l'estremo tentativo di fermare l'Europa sull'orlo della catastrofe. Dopo tre anni di conflitto tutte le potenze erano al collasso. A marzo lo zar Nicola II fu spazzato via. I tedeschi propiziarono l'arrivo di Lenin in Russia: una mina ai danni del governo provvisorio e di Kerenskij, che a fine luglio represse duramente la sollevazione armata a Pietrogrado e ogni opposizione alla prosecuzione della guerra, alimentata da pressioni anglo-francesi e da un cospicuo prestito da parte degli USA, scesi in lotta il 6 aprile ma ancora lontanissimi da incidere direttamente sul suo esito. In aprile-maggio la Francia fu sconvolta da ammutinamenti al fronte e da scioperi a Parigi. La protesta dilagò in Ungheria. Il 19 luglio il Parlamento tedesco propose la “pace sulla base di accordi”. Il 3 agosto si registrarono ammutinamenti anche nella marina germanica.
In quel quadro di crisi papa Benedetto XV (il genovese Giacomo della Chiesa, 1854-1922, asceso al Sacro Soglio a conflitto appena iniziato) pubblicò l'appello a fermare con trattative diplomatiche l'“inutile strage”. Non era solo la parola di un “capo di Stato”, qual era riconosciuto, con o senza “scettro”, ma anche l'estremo sforzo per bloccare la deriva verso l'“ateismo materialistico” ormai incombente. Atee non erano solo le “tesi di aprile” di Lenin. Lo erano anche la conduzione della guerra come annientamento reciproco dei contendenti e la riduzione dei popoli in macchine belliche lanciate in un fratricidio planetario privo di prospettive politiche.
Dopo un anno di forzato silenzio, trascorso nella solitudine a Cavour, il 13 agosto 1917 Giovanni Giolitti parlò dall'unica tribuna rimastagli dopo il forzato allontanamento da Roma, sotto la minaccia di attentato mortale alla sua vita. Dal seggio di presidente del Consiglio provinciale di Cuneo (che avrebbe dovuto ricordarlo), si associò al premier inglese Lloyd George: la guerra era “la più grave catastrofe dopo il diluvio universale”, con la differenza che essa era opera dell'uomo, non di una volontà imperscrutabile per punire gli uomini della loro malvagità (Genesi, 6, 5-8) o della “invidia degli Dei” evocata da Erodoto per spiegare la caduta degli imperi. Convinto che fosse ormai chiusa l'età della “politica estera a base di trattati segreti”, Giolitti ammonì: i reduci (“milioni di lavoratori delle città e delle campagne, la parte più virile della nazione, affratellati per anni dai comuni pericoli, sofferenze e disagi sopportati per la patria”) al rientro dal fronte avrebbero reclamato “ordinamenti improntati a maggiore giustizia sociale, che la patria riconoscente non potrà loro negare”. Monarchico e liberale, fautore di riforme per salvaguardare le istituzioni, propose il riconoscimento universale delle nazionalità, libere di darsi il proprio governo: Pax in iure gentium... “L'Italia, sorta in nome di quei principi, ne sarà certamente efficace sostenitrice nel consesso delle nazioni”. Lo statista italiano precorse di sei mesi i “quattordici punti” enunciati dal presidente americano Woodrow Wilson l'8 gennaio 1918. Far leva sulle nazionalità era anche il concetto-guida del Comandante Supremo, Luigi Cadorna, il cui piano strategico originario era infatti l'irruzione nell'impero austro-ungarico per suscitarvi la sollevazione contro Vienna: un progetto che aveva radici nel Risorgimento italiano e nel Quarantotto, “primavera dei popoli”. Malgrado incomprensioni e lontananze, all'opposto di quanto asserito dal liberalofago Angelo d'Orsi in “1917: l'anno della rivoluzione” (ed. Laterza), l'insieme della dirigenza politico-militare italiana rimaneva ancorata all'umanesimo e contraria alla riduzione del conflitto a “guerra dei materiali”.
All'opposto, nei due incontri di San Giovanni di Moriana (aprile-giugno 1917) i governi di Londra e di Parigi ribadirono il programma originario dell'Intesa: nessuna pace separata sino all'annientamento degli Imperi Centrali. L'Italia andò al traino. Non aveva scelte.
Il colonnello Angelo Gatti, chiamato da Cadorna a organizzare la “memoria storica” del conflitto, tra il 21 e il 23 giugno 1917 stese un “Promemoria” e lo consegnò al generale Roberto Bencivenga (massone) per il Comandante Supremo in partenza per l'incontro con il francese Ferdinand Foch e con il generale inglese Radcliffe. Segretamente Gatti ne dette copia anche al comandante della II^ Armata, Luigi Capello, che non faceva mistero della sua affiliazione al Grande Oriente d'Italia. Secondo Gatti, dopo 26 mesi di guerra e di perdite altissime bisognava “ricominciare da capo. è necessario inculcare uno spirito nuovo; fare nuova organizzazione; trasformarci col tempo (…); non bisogna credere che sia tutta insipienza dei capi, o cattiva tattica, o cattivo spirito (…); è tutto l'insieme che non va, c'è qualcosa di intimo, di profondo, che si rompe”. Soprattutto occorreva “guardare in faccia le compagini (militari) come composte d'uomini, non come materia”. Cinque giorni dopo si fece iniziare nella loggia “Propaganda massonica”. Tornato da San Giovanni di Moriana, Cadorna non gli disse una parola del “Promemoria”. Oltralpe era prevalsa la visione materiale del conflitto.
Il 17 agosto 1917 la II Armata iniziò l'XI battaglia dell'Isonzo. In due settimane avanzò di circa 8 chilometri sull'altipiano della Bainsizza, ma non riuscì a sfondare. Cadorna percepì che l'Impero austro-ungarico, duramente provato, era al collasso. Lo confermarono le memorie postbelliche dei generali avversari. Però in agosto mancò il successo finale. Alle strette, Vienna chiese il soccorso massiccio della Germania, facilitato dalla ormai ampia smobilitazione del fronte russo. Le perdite dell'Esercito italiano nella battaglia sommarono a 40.000 morti,108.000 feriti e 18.500 dispersi. Come ricorda lo storico militare gen. Oreste Bovio, nelle trincee circolava un motto amaro: “massimo sforzo col minimo di risultati”. Cadorna reagì con quattro severe lettere al presidente del Consiglio, Paolo Boselli: il Comando Supremo teneva in pugno lo strumento militare (enormemente cresciuto) con ferrea disciplina. Toccava però al governo coprirgli le spalle. Boselli non rispose. Due mesi dopo fu messo in minoranza alla Camera, prima ancora che a Roma arrivasse notizia dell'avanzata austro-germanica nella conca di Caporetto. Malgrado tutto l'Italia tenne, proprio perché la sua guerra aveva radici in quel Risorgimento che aveva forgiato lo Stato nazionale. Lo ricordò Gioacchino Volpe in “La guerra 1915-1918” (ed. Pagine, concorrente al Premio Acqui Storia 2017). L'insigne storico evocò le parole di Vittorio Emanuele III agli italiani, soldati e civili, dopo la ritirata dall'Isonzo al Piave (non una “rotta”, né una catastrofe, ma una lunga “battaglia di arresto”): “Siate un esercito solo”. Ma dopo la Vittoria italiana dell'ottobre-novembre 1918, risolutiva dell'intero conflitto come documentò Luigi Gratton nella bella biografia di Armando Diaz (ed. Bastogi), venne il diktat della “pace” di Versailles. Questa gettò le premesse per il ritorno alle armi. La Grande Guerra risultò solo l'inizio della nuova Guerra dei trent'anni (1914-1945), che ha segnato l'eclissi d'Europa e il primato del materialismo sull'umanesimo, del “mercato” sullo “spirito”, il lungo predominio dei profanatori del Tempio.


Aldo A. Mola

giovedì 10 agosto 2017

Vittorio Emanuele II il "Re galantuomo" che sedusse l'Europa


di Francesco Perfetti

La Regina Vittoria d'Inghilterra annotò nel suo diario la morte di Vittorio Emanuele II con parole commosse: «Oggi è l'anniversario della morte dell'imperatore Napoleone. Ho cantato un poco con miss Ferrari, e mentre stavo cantando ho ricevuto la notizia della morte del povero Re d'Italia, avvenuta alle 2 di oggi.

Molto colpita; e per di più il giorno di questo anniversario! Ambedue i miei fedeli alleati nella guerra di Crimea!». Era il 9 gennaio 1878 e Vittorio Emanuele II stava per compiere cinquantotto anni essendo nato a Torino il 14 marzo 1820.
Il ricordo della regina prosegue: «Era uno strano uomo, sregolato e spesso sfrenato nelle passioni (specialmente per le donne), ma un coraggioso, prode soldato, con un cuore generoso, onesto, e con molta energia e grande forza». Lei lo aveva conosciuto ventitré anni prima, nel 1855, in occasione di un viaggio che il conte Camillo Benso di Cavour, in un momento di stasi della guerra di Crimea, aveva organizzato a Parigi e a Londra, ufficialmente per sollevare lo spirito di Vittorio Emanuele II colpito dalla morte della moglie, ma, più probabilmente e realisticamente, per rafforzare i legami del Piemonte con la Francia e la Gran Bretagna.
In quella occasione Vittorio Emanuele fece colpo sulla sovrana malgrado i modi poco ortodossi rispetto alla rigida etichetta tradizionale. I giudizi di Vittoria, consegnati al suo diario o alla sua corrispondenza privata, sono significativi: «È un uomo rozzo. Balla come un orso, parla in modo sconveniente: ma, se entrasse il drago, sono sicura che tutti fuggirebbero, tranne lui. Sguainerebbe la spada e mi difenderebbe. È un cavaliere medievale, un soldato, questo Savoia». E ancora: «Quando lo si conosce bene, non si può fare a meno di amarlo. Egli è così franco, aperto, retto, giusto, liberale e tollerante e ha molto buon senso profondo. Non manca mai alla sua parola e si può fare assegnamento su di lui».
Nelle parole della regina del più potente Stato dell'epoca sono evidenziati alcuni motivi che concorsero a creare il mito del «re galantuomo». Quelle parole, però, spiegano, al tempo stesso, la funzione che ebbe il primo re d'Italia nel far accettare alle diffidenti corti europee il nuovo regno. Il contributo effettivo di Vittorio Emanuele II al Risorgimento un contributo troppo spesso messo in ombra o ignorato da una letteratura faziosa e pregiudizialmente antisabauda fu, soprattutto, quello di rassicurare il «concerto delle potenze» europee sul fatto che la «rivoluzione nazionale» italiana non avrebbe provocato scosse telluriche nell'equilibrio internazionale. Non è affatto un caso che, come ha sottolineato Gioacchino Volpe, egli, in particolar modo quando non ebbe più un Cavour a contenerlo e guidarlo, abbia potuto offrire il meglio di sé cimentandosi nel campo della politica estera con un protagonismo che in diverse occasioni lasciò meravigliati diplomatici e statisti.
Vittorio Emanuele II fu «accreditassimo», per usare ancora un'espressione di Volpe, nelle Corti europee, ma fu anche, si può aggiungere, popolarissimo in patria, proprio per la sua capacità di sapersi cattivare le simpatie di tutti. Era e si sentiva un re, anzi un re che governa. Orgoglioso del passato millenario della dinastia, si poneva su un gradino superiore a quello dei suoi interlocutori, ma al tempo stesso con la bonomia e il tratto anticonformista, riusciva a dare la sensazione di mettersi sul loro stesso piano. Un grande storico, Federico Chabod, ha osservato in proposito: «Qui era in gran parte il segreto del fascino ch'egli esercitò, indubbiamente, e non solo sui piccoli borghesi e sui contadini incantati dalla sua speditezza di modi, ma anche sigli uomini politici: qui era una delle sue doti vere di capo di Stato, che poté dunque agire personalmente, e non solo per imposizione ma per consenso».
Proprio al primo re d'Italia, lo storico piemontese Adriano Viarengo ha dedicato una nuova e approfondita biografia, Vittorio Emanuele II (Salerno Editrice, pp. 504, Euro 29), che riserva, al contrario di molte altre, largo spazio agli anni giovanili del futuro sovrano per indagare il tipo di educazione che questi ebbe e fino a che punto tale educazione, tanto sotto il profilo culturale quanto sotto il profilo religioso, fosse stata davvero da erede al trono. Il padre, Carlo Alberto, il re che aveva concesso lo Statuto, si era formato una solida cultura economica e di scienza dello Stato che il figlio certamente non ebbe ma cui supplì con la consapevolezza di dover «gestire un ruolo», quello di sovrano, cui attribuiva «un valore straordinario» anche in quella «sorta di vacuum che è il regime costituzionale».
Vittorio Emanuele II non dimenticò mai di essere un re con vocazione certo di governo, ma un re costituzionale che aveva a che fare con le istituzioni rappresentative: una Camera non docile e un Senato, pur di nomina regia, non privo di qualche asperità. Esercitò, secondo la lettera dello Statuto, tutti i poteri che gli erano riservati, dall'individuazione dei presidenti del Consiglio alla nomina e revoca dei ministri e, persino, in qualche caso, dei governi. Ma è probabile che sia stata proprio la consapevolezza di essere, come si leggeva nella intitolazione dei suoi atti pubblici, «per grazia di Dio e volontà della Nazione, re d'Italia» a consentirgli di sviluppare quei tratti di bonomia, umanità e affabilità che lo resero amato e popolare al di là delle distinzioni sociali.
Ci furono, certo, anche alcuni «miti fondanti» che accompagnarono lo sviluppo e la storia del regno, prima di Sardegna e poi d'Italia. Viarengo ne ricorda due: l'immagine iconica del «re galantuomo» e la «leggenda di Vignale», quando, appena asceso al trono, dopo la sconfitta di Novara, Vittorio Emanuele minacciò di usare le maniere forti durante le trattative per l'armistizio. Ma altri ancora se ne potrebbero individuare, come, per esempio, quello di voler essere, secondo le parole di un celebre discorso, «il primo soldato dell'indipendenza italiana». Sempre, i «miti fondanti», per quanto suscettibili di revisioni critiche e ridimensionabili, hanno una consistenza reale che non può essere messa in discussione. Nel caso di Vittorio Emanuele II essi nacquero e acquistarono forma, al di sopra e al di fuori della politica, nella caldissima stagione risorgimentale diventando elementi simbolici per i sudditi contemporanei e le generazioni successive. Vennero percepiti, insomma, come «verità storiche». E questo, alla fin fine, è davvero quel che conta tramandando l'immagine di un sovrano che, raccogliendone l'eredità, riuscì a completare l'opera iniziata dal padre Carlo Alberto e a realizzare l'unificazione spirituale e politica del paese in un momento storico particolarmente delicato e turbolento a livello internazionale.

mercoledì 9 agosto 2017

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale

IMMISSIONE DEI GIOVANI AL LAVORO
2) Sul problema dell’apprendistato, l’immissione dei giovani al lavoro, e le scuole professionali, e da osservare che la disciplina legislativa sull’apprendistato, pui considerando il progetto di legge in esame al Parlamento, è superata. L’apprendistato non può essere risolto come un «fatto» circoscritto alle esigenze economiche, produttive, sociali dell’azienda. Esso è un « fatto » che interessa tutta la Comunità nazionale, ed ha inizio nella Famiglia e primo conseguimento nella Scuola; e deve trovare armonica disciplina nei problemi di carattere morale, pedagogico e psicologico da cui è possibile una realistica preparazione del fanciullo che lo metta in condizione di affrontare il primo contatto con la vita sociale.

Pertanto prima di provvedere a disciplinare l’apprendistato nei campi, nelle officine, nei commerci, negli uffici, bisogna provvedere ad una riforma completa della Scuola, primaria e secondaria, sviluppando nell’una e nell’altra un programma di istruzione e sperimentazione di avviamento al lavoro, oggi troppo superficialmente svolto da Scuole non idoneamente attrezzate (AVVIAMENTO) o limitate a singole discipline, spesse volte non rispondenti alle necessità del luogo ove sono dislocate per la limitatezza dei programmi. La Scuola primaria e secondaria deve essere la « palestra prioria » in cui i giovanetti, unitamente alle teorie debbono apprendere realistiche e pratiche cognizioni di « quel lavoro » verso cui la naturale inclinazione e predisposizione del fanciullo è più orientata.

Così riallacciato il problema dell’apprendistato a quello della Scuola, e provveduto alla riforma dell’Assistenza e della Previdenza nel senso in cui i nuovi indirizzi sociali vanno orientandosi, il problema contrattuale, salariale, previdenziale dell’apprendistato può essere risolto senza alterare eccessivamente l’economia delle aziende, dell’ occupazione, della produzione ; e quindi assegnando a ciascun apprendista categoria e retribuzione che saranno stabilite dai contratti di lavoro, e non da ima legge coercitiva che ignorerà sempre le vere condizioni culturali, le capacità, la preparazione tecnica dell’aspirante apprendista.

Di conseguenza la legge sull’apprendistato dovrebbe predisporre l’assunzione obbligatoria, in qualità di apprendisti, dei diplomati usciti dalle scuole di avviamento al lavoro. Nel qual caso la ripartizione numerica fra le varie categorie di aziende dovrebbe essere concordata ed eventualmente graduata nel tempo fra le associazioni professionali e le autorità scolastiche. E quindi si dovrebbe, secondo le richieste di mercato, predisporre possibilmente già nelle scuole la ripartizione per specializzazione dell’alunno. Tutto ciò anche per impedire lo sfruttamento dei giovani, prelevati dalla strada, da piccole aziende o da artigiani, i quali, con la scusa dell’apprendistato, ne approfittano per fini non sempre giustificabili.

venerdì 4 agosto 2017

Estate al castello di Racconigi

Tra le bellezze cuneesi di cui spesso ci dimentichiamo


di Fiorella Avalle Nemolis

Una giornata agostana: un viaggio nel tempo tra i fasti del castello reale di Racconigi, in provincia di Cuneo.
Marzio ed io, quest'anno, optiamo per vacanze “nostrane” con piccoli spostamenti in giornata. La nostra provincia Granda, tra borghi e castelli, offre bellezze e arte di cui spesso ci dimentichiamo. Il Castello reale di Racconigi è un'eccellenza tra questi. Ad attrarci è il suo Parco, premiato nel 2010 come il più bello d'Italia.
Riserviamo la visita al parco per il pomeriggio. Alle nove la biglietteria apre, non perdiamo tempo. L'ingresso principale al castello è un grandissimo piazzale di ghiaia fine e curatissima, con lo scalone che conduce al primo piano nobile. Il sole picchia e ci affrettiamo a percorrelo per raggiungere l'immenso e maestoso ingresso.
Alzo il naso all'insù e avvisto una curiosa attrazione: i nidi delle cicogne in bilico sui tetti. E' nota alle spalle del Castello reale l'oasi di questi inconfondibili uccelli. E' un premio, all'ingresso del salone d'Ercole, al piano nobile, lasciarsi alle spalle luce accecante e calura, per la gradevole sensazione di fresco e penombra.
Già si percepisce l'importanza degli ambienti, ampi e lussuosi, con funzione di rappresentanza. Nel castello, anche se luogo di villeggiatura della famiglia reale, si svolgeva anche un'intensa vita di relazione. Quindi, fasto prestigio e potere, per momenti pubblici della vita di corte. Incontri per questioni di stato, con ospiti illustri, ministri, ambasciatori e importanti dignitari.
Non mancavano pranzi di gala e feste da ballo, a cui davano vita i nobili di corte, e anche cerimonie importanti: vi nacque nel 1904 l'ultimo re d'Italia, Umberto II; nel 1909 ci fu la vista in Italia dello zar di Russia Nicola II; nel 1925 si svolsero le nozze della principessa Mafalda; e nel 1930, quelle del principe Umberto II, che ricevette in dono la residenza.

Impossibile e riduttivo descrivere ogni ambiente. E' un mondo così lontano dal nostro! Immagino e sento il fruscio delle sete che avvolgono le dame, strizzate in crudeli corsetti, da cui esplodono audaci décolleté, che ben poco lasciano all'immaginazione, ma perfetti per ostentare preziosissimi gioielli, simbolo di opulenza. Curioso, però, fosse scandalo mostrare le caviglie... E le acconciature elaboratissime che ondeggiavano nel loro incedere, cauto, ma elegante. Ammirevole destrezza nel scendere e salire infiniti scaloni con vesti pari a un'armatura.
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http://www.cuneocronaca.it/un-giorno-al-castello-di-racconigi-tra-le-bellezze-di-cui-spesso-ci-dimentichiamo

giovedì 3 agosto 2017

IL PERICOLO NUMERO UNO IN ITALIA E‘ L’INCAPACITA’ A RISOLVERE RAPIDAMENTE LA CRITICITÀ DEL MOMENTO STORICO

Segnaliamo questo articolo (meritevole a nostro giudizio di qualche correzione per una migliore comprensione) di Michele Frattallone, Presidente del Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo, di cui estrapoliamo il seguente brano:

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Dopo quella data Mussolini intraprese una linea diversa e organizzò il partito nazionale fascista che poi si evolve in regime totalitario, al tempo stesso si crearono dissensi, contrasti e pericolosa competizione fra monarchia e fascismo con tutte le conseguenze che seguirono e il finale con la caduta del fascismo il 25 luglio 1943 e successivamente il referendum del 2 giugno 1946. Re Umberto II scelse l’esilio nel territorio dello Stato Portoghese e tutto per una guerra perduta ma dalla gerarchia militare non voluta.
Non credo sia errato potere rispolverare il passato che distrattamente i politici hanno voluto sorvolare  il tempo che fu, perché’ credettero e credono che gli episodi storici non siano utili per confrontarsi con il presente.

Seguo da giorni molti dibattiti trasmessi dalla televisione italiana e percepisco che mai come in questo periodo, il partito che si esprime di centro-sinistra e altri di estrema sinistra, dopo trascorsi settantadue anni, tale partito di centro-sinistra e movimenti di sinistra, con i loro membri e dirigenti che sono al vertice della loro politica a vitalizzare l’odio permanente contro il partito o movimenti di destra. Il clima che si respira non aiuta a condizionare gli effetti dell’inaspettata recrudescenza della cultura fascista, descrivendola tale come un demone pericoloso per il popolo italiano.

Questo comportamento politico espresso dai partiti di centro-sinistra, non crede che la storia sia storia e va rispettata integralmente perché’ in ognuno di noi cittadini italiani, percorrono il corso della nostra vita e poi come si potrebbe negare che da sempre nel nostro io, alloggiano una porzione del male e una porzione del bene.

Poi decidiamo come gestire le tali due porzioni che maturano il carattere di ogni persona individuale e cittadina. Per motivi culturali, da cittadino italiano non sono mai stato iscritto ad alcun partito politico, ma eccezionalmente sono stato iscritto al Partito Nazionale Monarchico, nel ruolo di dirigente giovanile di tale partito ed ho avuto l’opportunità e l’onore di conoscere personalmente Sua Maestà Umberto II, Re d’Italia, e ricordo che mi salutò con due semplici parole: l’Italia innanzitutto!
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mercoledì 2 agosto 2017

martedì 1 agosto 2017

Sport ed Italia unita

I pesisti Pierino Gabetti, Carlo Galimberti e Giuseppe Tonani,
medaglie d'oro all'Olimpiade del 1924, con l'allenatore Enrico Taliani,
Già  in  occasione  delle  recenti  Olimpiadi  di  Rio, del  2016, avevo  scritto  compiacendomi  per  il  risultato  raggiunto, come  numero  di  medaglie, dalla  rappresentativa  italiana, confermando  un  andamento  positivo  che  può  farsi  risalire  al  record  di  30  medaglie, ottenuto alle  Olimpiadi del  1932, tenute  a  Los  Angeles  ( che  dopo  il  bis  del  1984  farà  il  tris  nel  2028!), ed  avevo  sottolineato  che  questo  risultato  era  uno  dei  frutti  della  unità  nazionale, in  quanto  il  medagliere  aveva  premiato  atleti  di  tutte  le  regioni  italiane.
Adesso, luglio  2017,  i  campionati  mondiali  di  nuoto  e  di  scherma  hanno  confermato l’Italia  nei  primi  posti  di  queste  specialità  per  cui  non  posso  che  confermare  il  precedente  giudizio  altamente  positivo, che  riguardava  inoltre  la  presenza  di  numerose  donne  campioni. E   questo  apprezzamento  delle  nostre  atlete  si  rinnova  per  questi  campionati  mondiali  e  quale  maggiore  soddisfazione  vedere  le  vittorie  nella  scherma  della  squadra  femminile , sport  dove  l’Italia  aveva  sempre  primeggiato, a livello  maschile, con  schermitori  di  livello  mondiali  che  sono  entrati  nella  leggenda   dai  Nedo  Nadi  ai  Mangiarotti.
Fortunatamente da anni le ipotesi secessioniste  che  erano  state  avanzate qui  in Italia, per  il  Nord, sono  rientrate, ma  ancora  oggi  vi  sono invece  scrittori  che  scavano  fossati  ed  incitano  a  sentimenti quasi  di  rivolta, questa  volta nel  Sud, ed  ai  quali  invio  queste  considerazioni  sportive, pensando  cosa  sarebbe  stato  il  medagliere  di  un’Italia  divisa, in  più  stati  e  staterelli, quale  era  prima  del  17  marzo  1861 .

Domenico  Giglio

lunedì 31 luglio 2017

Il libro azzurro sul referendum - VI cap. 7

Ricorso all’Amm. Stone degli esponenti dei raggruppamenti monarchici romani per ottenere il rinvio del Referendum
A S. E. l’Ammiraglio Ellery Stone, Capo della Commissione Alleata

ROMA
I partiti politici e le associazioni cd organizzazioni sottoscritte, si onorano sottoporre all'E.V. le seguenti considerazioni:
1. - La natura stessa del referendum istituzionale, che deve decidere delle fondamenta dello Stato sulle quali costruire una costituzione duratura, esige:
a) che la volontà del popolo sia manifestata da tutti i cittadini che hanno diritto di voto, nessuno escluso, quale presupposto giuridico;
b) che la volontà del popolo sia manifestata in piena libertà di voto c di coscienza, quale presupposto morale.
2. - I presupposti giuridici e morali sovraindicati, che sono requisiti essenziali per la validità delle consultazioni popolari, sono di fatto annullati dalla situazione che si è determinata in Italia nella fase preelettorale, come è dimostrato dalle constatazioni che seguono.
3. - In ordine al presupposto giuridico della partecipazione al voto di tutti i cittadini che vi hanno diritto, sta di fatto che: non tutti i cittadini italiani voteranno nei comizi elettorali del 2 giugno p. v., indetti con l’art. 1 del decreto Luogotenenziale in data 16-3-1946 n. 74 perché sono esclusi :
a) i cittadini di cinque provincie della Venezia Giulia e della provincia di Bolzano;
b) i cittadini delle 4 provincie libiche, delle quali la legge elettorale (decreto legislativo luogotenenziale 16-3-1946 n. 98) non ha tenuto conto;
c) i prigionieri non ancora rimpatriati;
d) i reduci per i quali i comuni non hanno provveduto alle iscrizioni nelle liste elettorali;
e) i profughi, gli sfollati, i senza tetto che per cambiamento di residenza o instabilità di residenza non risultano iscritti nei registri di popolazione o non hanno ricevuto i certificati elettorali o il cui certificato è disperso (fra questi, sono da tenersi presenti i 2.000 cittadini italiani espulsi dalla Tunisia, ai quali i Comuni di loro nuova residenza rifiutano l’iscrizione nelle liste elettorali);
f) i cittadini per i quali i Comuni non hanno completato gli accertamenti anagrafici e quindi non hanno provveduto, in molti casi per trascuratezza degli uffici, ad emettere i certificati elettorali;
g) i cittadini sospesi dal diritto elettorale in conseguenza di sommarie decisioni di epurazione, contro le quali hanno ricorso o possono ricorrere al Consiglio di Stato;
h) i cittadini per i quali pressioni di partiti, di Comitati, di persone irresponsabili, arbitrariamente esercitate sugli uffici comunali, hanno fatto omettere l’emissione del certificato elettorale;
i) i cittadini i cui certificati risultano errati, per i quali i necessari accertamenti di rettifica richiedono in molti casi uno spazio di tempo che non consentirà l’emissione del certificato elettorale prima dei comizi del 2 giugno.
4. - Non è errato calcolare che non meno di 4 milioni e mezzo di elettori in tutta Italia, saranno «contro la loro volontà », esclusi dal voto: vale a dire 1/6 e cioè oltre il 16 per cento, percentuale tanto elevata da inficiare in ogni caso la validità delle votazioni. Ciò perché non si tratta di una astensione volontaria, ma di una astensione forzata, arbitrariamente imposta o causata da fatti imputabili alle stesse autorità dello Stato o agli organi delegati alle operazioni elettorali.
5. - In ordine al presupposto morale che esige la garanzia assoluta della piena libertà di voto e di coscienza, tale garanzia non esiste di fatto perché:
a) permane e si va aggravando il clima delle minacce, delle intimidazioni, delle violenze, esercitate sulle persone e sulle coscienze da elementi irresponsabili dei partiti di estrema sinistra, decisi a conseguire una votazione favorevole alla Repubblica attraverso ogni specie di sopraffazioni e di imposizioni e di brogli elettorali, del che si sono avuti innumeri esempi nelle recenti elezioni amministrative;
b) non si è verificato il disarmo delle formazioni armate di partito, non soltanto, ma si continuano le incette di armi, come è stato apertamente dichiarato dallo stesso Presidente del Consiglio S. E. De Gasperi, al congresso del partito della Democrazia Cristiana, mentre si prepara per il caso di vittoria monarchica lo scatenamento di una guerra civile, la cui minaccia si tenta subdolamente di mascherare con gli atteggiamenti e gli sforzi apparenti dei partiti di estrema sinistra di tenere quiete le folle rivoluzionarie fino al giorno delle consultazioni popolari;
c) nonostante che i partiti di estrema sinistra si trattengano apparentemente da violenze, si alimenta il clima tipico della guerra dei nervi per influire sulla psiche degli elettori con una propaganda demagogica senza freno, che si risolve in una aperta coercizione morale;
d) si continua a tollerare ogni forma di ostruzionismo alla propaganda monarchica, da un governo dominato dalla faziosità delle estreme sinistre, che durante la lunga tregua istituzionale — che doveva essere rispettata rigidamente — ha consentito, fomentato, ed esasperato ogni forma di propaganda unicamente in favore della repubblica, mentre ha impedito qualsiasi reazione ai sistematici insulti ed alle settarie calunnie contro l’istituto monarchico e la dinastia regnante.
6. - Conseguentemente, ragioni giuridiche c morali impongono il rinvio del referendum ad epoca nella quale tutti i cittadini siano posti in grado di manifestare col voto la loro volontà, e di manifestarla liberamente, in un clima di disarmo e di pacificazione materiale e morale.^ ^ vanno Elevate l’incongruenza e la contraddizione della legge (decreto Luogotenenziale 16 marzo 1946 n. 98) come di seguito si dimostra:
a) mentre all’art. 1 (primo capoverso) la legge dispone la convocazione dei Comizi per il 2 giugno sia per il referendum sia per le elezioni alla Costituente, dispone con lo stessoan. 1 (secondo capoverso) il rinvio di entrambe le consultazioni, non soltanto di quella relativa alla Costituente, per il collegio elettorale della Venezia Giulia e per la provincia di Bolzano;                      ....    . , ,
b) infatti, la lettera del 1° c del 2° capoverso e identica, perché nel primo capoverso si parla di convocazione dei «comizi elettorali »... per il referendum e la Costituente, nel secondo capoverso si fa eccezione « per la convocazione dei comizi elettorali » da disporsi successivamente, nei territori su indicati. La dizione del secondo capoverso c generica: «convocazione dei comizi elettorali», c quindi deve essere interpretata letteralmente come comprensiva dei comizi elettorali tanto per la Costituente quanto per il referendum;
c) ne consegue, che i cittadini della Venezia Giulia e della Provincia di Bolzano, saranno convocati successivamente non solo per eleggere i deputati della Costituente, ma anche per il referendum.
8. - Dalla incongruenza e contraddizione della legge deriva che:
a) giuridicamente, il risultato del referendum, il quale per essere valido deve essere completo, non potrà essere proclamato se non dopo che le votazioni del 2 giugno siano state integrate da quelle che si faranno successivamente nella Venezia Giulia e nella provincia di Bolzano;                           .           „  .
b) dovrà quindi la Suprema Corte di Cassazione tenere in sospeso hno ad allora la proclamazione dei risultati del referendum del 2 giugno;
c) quanto meno, questi non avranno alcun effetto giuridico fino a quando si sarà verificata la necessaria integrazione con la votazione del referendum nelle provincie suindicate;
d) tale integrazione è necessaria comunque, perché gli elettori delle provincie giuliane e di Bolzano costituiscono il 3 per cento della massa elettorale italiana.
Questa percentuale è enormemente sufficiente a spostare, se non anche capovolgere, i termini del risultato del referendum del 2 giugno,  in quanto è paradossalmente sancito  dall’art. 2 del decreto legislativo Luogotenenziale 16-3-46 n. 98 che è sufficiente un solo voto per determinare la maggioranza.
9. - Sospesa necessariamente la proclamazione del referendum, la Costituente che sia eletta il 2 giugno non avrà ancora l’indicazione giuridicamente certa della forma istituzionale, in rapporto alla quale è chiamata a deliberare la nuova costituzione dello Stato, e dovrà quindi tenere in sospeso deliberazioni essenziali, venendo così a trovarsi nella impossibilità di assolvere al suo mandato.
10. - La situazione che si determinerà in seguito alle inevitabili incertezze e manchevolezze nel funzionamento della Costituente, aggraverà la tensione degli animi nel paese, fino alle consultazioni delle provincie giuliane e di Bolzano; ciò specialmente se i risultati del referendum del 2 giugno, che indubbiamente saranno comunque conosciuti, riveleranno che in fatto, il referendum delle provincie oggi escluse   sarà determinante nei confronti delle votazioni del 2 giugno.
11. - Per le ragioni sopra esposte, si rende necessario non soltanto il rinvio della data del referendum istituzionale, ma anche il rinvio delle elezioni dei candidati alla Costituente.
Infatti :                      .
a) La situazione di disordine, di tensione, di coercizione delle coscienze, di minacce,di parzialità faziosa nei riguardi della libertà di propaganda elettorale, illustrata ai punti 3, 4 e 5 del presente esposto, riguarda direttamente le elezioni per la Costituente;
b) Le liste dei candidati alla Costituente, sono state compilate dagli organi direttivi dei partiti cosiddetti di massa, spesso senza tener conto delle designazioni spontanee e dirette dei candidati stessi da parte degli inscritti ai partiti con  evidente sopraffazione della libertà democratica, e risultano costituite quasi totalmente  di   candidati dichiaratisi repubblicani, perché ne sono stati volutamente esclusi molti nomi di candidati         monarchici nonostante la diversa volontà manifestata dagli inscritti ai partiti;
c) Conseguentemente, in caso di vittoria monarchica nel referendum istituzionale, la Costituente risulterà composta in grande prevalenza di deputati repubblicani, che non potranno dare alcuna garanzia di legiferare conformemente alla volontà del popolo. Questo assurdo contrasto non potrà essere eliminato se non procedendo allo scioglimento della Costituente e a nuove elezioni.
12. - Poiché la vastità del movimento di popolo che già si manifesta in favore della monarchia, rivelata anche da una petizione attualmente in corso per chiedere il rinvio della data del referendum e dei comizi elettorali, per cui già affluiscono centinaia di migliaia di schede, consente di essere certi fin d’ora della vittoria monarchica, è necessario evitare che con le elezioni del 2 giugno si determini l’assurda situazione sopraccennata.
Per evitare questa situazione è necessario rinviare la data già fissata per il 2 giugno, come nel frattempo è necessario: ristabilire l’ordine nel Paese - pacificare gli animi - disarmare qualsiasi formazione di partito o comunque illegale - completare la emissione e la consegna dei edificati elettorali - porre in condizione di partecipare ai comizi elettorali tutti i cittadini che ne hanno diritto, e che oggi sono esclusi dal voto, come è specificato al punto 3 -  imporre il rispetto assoluto delle libertà democratiche, sia nello svolgimento della campagna elettorale, sia nella formazione di nuove liste di candidati alla Costituente che tengano conto delle designazioni espresse direttamente quanto meno dagli iscritti ai partiti.
13. - Le condizioni su esposte, che sole consentirebbero il rispetto dei presupposti giuridico e morale su cui si basa la validità dei comizi elettorali, come accennato al punto 1, non possono per altro essere conseguite permanendo al potere un governo che è direttamente responsabile del disordine materiale e morale della situazione su esposta. L’attuale governonon dà al Paese nessuna garanzia né di equità né di autorità, per lo spirito fazioso dei partiti di estrema sinistra che vi esercitano un prepotere ricattatorio, e che hanno impedito anche quell’allargamento di governo per il quale il Presidente del Consiglio S. E. De Gasperi,si era formalmente impegnato, escludendone la partecipazione di esponenti  di altri partiti e di altre correnti politiche, oggi ufficialmente presenti nelle competizioni elettorali.
14. - Conseguentemente è necessario che l’attuale governo  sia sostituito da    un governo che non sia emanazione di partiti politici in aperto contrasto fra loro, ma   da un governo di funzionari e comunque di persone estranee c superiori ai partiti, che da non altra preoccupazione siano guidate se non da quella di amministrare il Paese con imparzialità ed equità.
15. - Perché la pace interna sia conservata e si possa procedere all'elaborazione di una nuova costituzione, che sia saldo e duraturo fondamento della vita dello Stato, è necessario che la forma istituzionale prescelta ottenga nel referendum una grande maggioranza, che non lasci alcun dubbio sulla prevalente volontà del popolo.
Il popolo italiano è nella sua stragrande maggioranza fedele per tradizione e sentimento alla Monarchia. Perciò anche nella situazione attuale è prevedibile che il referendum del 2 giugno darà una prevalenza monarchica.
Ma oggi il popolo italiano è disorientato ed intimorito da una faziosa pressione repubblicana delle sinistre rivoluzionarie, e conseguentemente, nel referendum del 2 giugno, la prevalenza monarchica non potrà essere che una lieve maggioranza. Ciò costituirà l’occasione immediata di uno scatenamento della guerra civile, da parte delle estreme sinistre repubblicane, che si sentiranno abbastanza forti per tentare con la violenza il rovesciamento della situazione.
Se invece il popolo italiano sarà chiamato a votare dopo che nel paese sia ristabilito l’ordine ed il rispetto delle libertà democratiche, c sia quindi liberato da ogni timore è certo che esso manifesterà con una maggioranza schiacciante la sua volontà di conservare la Monarchia.
A conclusione del presente esposto, i sottoscritti si rivolgono all’alto senso di responsabilità dell’E. V. quale Capo della Commissione Alleata, c per le stesse responsabilità che alla Commissione Alleata medesima competono in dipendenza delle sue funzioni e dei suoi poteri nei riguardi dell’Italia tuttora in stato di armistizio, affinché:
1. - sia rinviata la data della convocazione dei comizi elettorali, tanto per il referendum quanto per la elezione dei candidati alla Costituente;
2. - sia costituito un «governo di affari » il quale provveda:
a) a riformare la legislazione elettorale;
b) a creare le condizioni perché tutti i cittadini che hanno diritto al veto, senza esclusione alcuna, possano esercitare nello stesso giorno il loro diritto;
c) a ristabilire l’ordine, con l’effettivo disarmo delle formazioni illegali c la pacificazione degli animi;
d) a riconvocare i comizi elettorali per la data che sarà consentita dalla ristabilita normalità della situazione del Paese.
Roma, 7 maggio 1946.
In originale firmati:


Gli esponenti dei raggruppamenti monarchici.

venerdì 28 luglio 2017

HANNO UCCISO CHARLIE GARD


di Mario Adinolfi

Tutto quel che c'è da dire è nel fatto nudo e crudo: hanno ucciso Charlie Gard. No, non oggi staccando il respiratore e lasciando che restasse senz'aria nei polmoni, soffocandolo (e a poco valgono le immagini palliative che rendiamo a noi stessi, pensandolo sedato e sereno, la morte non è mai faccenda indolore anche quando vogliamo farla sembrare tale per l'impossibilità di sopportarne la dura verità). Hanno ucciso Charlie a gennaio, quando i genitori hanno cominciato a parlare di cura sperimentale possibile negli Stati Uniti organizzandosi per rendergliela praticabile e i medici del Great Ormond Street Hospital si sono opposti dicendo fin da allora che non c'era nulla da fare e portando la questione in tribunale e trovando 'sto giudice Francis dell'Alta Corte britannica a dar ragione ai medici e poi la Corte d'Appello e poi la Corte Suprema e poi la Corte Europea dei Diritti Umani e poi di nuovo il giudice Francis, in un tragico gioco dell'oca che aveva un solo traguardo prefissato: l'uccisione di Charlie Gard, per la quale tutti unanimemente si sono pronunciati per mesi, medici del GOSH e giudici di ogni corte.

Sono loro ad aver ucciso il piccolo e ad averlo voluto uccidere per una ragione molto semplice: i disabili gravi inguaribili ma curabili sono un costo pesantissimo per la sanità britannica, che ai costi è estremamente attenta, e Charlie era un caso perfetto perché non poteva parlare e non aveva un passato. Uccidevano un bambino senza amici, senza mogli, senza figli che soffriva di una malattia devastante che subiva in maniera silente e così potevano costruire un precedente giuridico che in un sistema di Common Law come quello britannico tornerà utile vedrete in quanti altri casi. Pensavano che i genitori non avrebbero lottato più di tanto, questo ormai è il mondo in cui i bambini vengono abortiti e centinaia di migliaia l'anno in ogni nazione "civile", praticamente quasi sempre in caso di malanni riscontrati dalle varie forme di diagnosi prenatale, se poi nasce un bambino "handicappato" la società lo dipinge come "una disgrazia" e fior di accademici ne teorizzano la soppressione in vita in una moderna edizione della Rupe Tarpea.

Invece Chris e Connie hanno resistito, hanno lottato con le unghie e con i denti, si sono battuti come genitori che verrebbe da definire "d'altri tempi", con le loro grida e il loro dolore non esibito ma evidente. Poi s'è mobilitato il mondo e forse chi poteva fare tanto ha fatto poco, ci siamo innamorati delle solite inutili petizioni on line e davanti al Great Ormond Street Hospital a protestare erano in trenta, anche dalle autorità politiche e religiose ci si poteva attendere altro che non fosse un paio di frasi (comunque utili a far piombare il caso in prima pagina). Magari il poco, che comunque ha coinvolto l'anima e la commozione sincera di milioni di persone prevalentemente in Italia e negli Stati Uniti, sarebbe stato sufficiente in un tempo normale, ma questo è il tempo in cui gli assassini hanno un'ostinazione fuori dal comune, il parallelo con i nazisti che ogni volta ripeto davvero non è forzato. Non si potevano sfidare le SS con le petizioni on line, prima o poi dovremmo arrivare a capirlo: serve organizzazione, presenza di piazza, forza politica, rappresentanza nelle istituzioni e nei luoghi dove si decide. Altrimenti decideranno sempre contro la vita e la prova è nel cadavere di Charlie su cui noi oggi piangiamo.

Alla fine, di tutto questo, resta la forza di una mamma e di un papà a cui noi oggi rendiamo omaggio nel momento del massimo dolore. A Chris e Connie, che avevano capito quel che i medici non avevano capito e che cioè una cura sperimentale per Charlie poteva esserci, non l'hanno perdonata e hanno davvero fatto di tutto fino a negare loro l'ultimo desiderio di far morire loro figlio a casa sua, dopo averlo stretto tra le braccia e avergli "fatto il bagnetto". Questo dettaglio commuove davvero (anche chi ne scrive, ora) e solo la disumanità degli assassini ostinati ha potuto negare a quella mamma e a quel papà almeno questo ultimo momento di vita familiare insieme.

Il caso Charlie Gard è un punto di non ritorno, ma anche un punto di partenza se vogliamo rendere efficace la difesa di un diritto alla vita che altrimenti sarà sempre più circoscritto al campo opinabile dei "sani e produttivi". Ma ci sarà occasione per parlare e scrivere di questo. Oggi non possiamo che pregare Dio di accogliere questo bambino innocente ucciso da mani che sapevano quel che facevano e che Maria gli canti materna la ninna nanna, facendolo dormire libero, ora che sicuramente libero è.

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