NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

domenica 2 agosto 2015

Emanuele Filiberto, il campione della Savoia

01/08/2015 di Silvia Mangano

Emanuele Filiberto Testa di Ferro
Il duca Emanuele Filiberto, ritenuto il fondatore del moderno stato sabaudo, morì nel 1580, amato dai sudditi e rispettato come illustre condottiero e sovrano da tutta l’Europa.
Emanuele Filiberto, futuro duca di Savoia, nacque l’8 luglio 1528 a Chambéry, da Carlo II di Savoia e di Beatrice di Portogallo. Il suo stato di terzogenitura lo avviò automaticamente alla carriera ecclesiastica, tanto che il papa Clemente VII già nel 1530 aveva promesso al padre del fanciullo una berretta cardinalizia e il vescovato di Ginevra – città ancora appartenente al ducato: a corte venne definito “il cardinalino” e così lo si volle ritrarre in un quadro ancora oggi conservato a Torino. Tuttavia, la prematura scomparsa di entrambi i fratelli maggiori (Adriano e Luigi) costrinse la famiglia a indirizzarlo agli studi umanistici e militari per farne un erede di tutto rispetto nel proscenio europeo, abbandonando il progetto di farne un cardinale influente alla corte del Papa.
All’epoca, il ducato dei Savoia si trovava in un’infelice posizione: incombeva, a Oriente, la presenza francese, mentre a Occidente il ducato di Milano sarebbe presto passato in mano francese e poi imperiale. Non fu certo una sfortunata coincidenza se, nell’anno della sua successione a duca di Savoia (1553), il re di Francia decise di occupare le terre sabaude: il giovane duca, infatti, si trovava sul campo di battaglia a combattere a fianco dell’imperatore.
Fu il servizio prestato agli Asburgo fin dall’età di quindici anni che permise a Emanuele Filiberto di guadagnarsi la fiducia della famiglia imperiale. Fu caro amico di don Juan, il figlio naturale dell’imperatore che sconfisse i turchi a Lepanto, e per le doti strategiche e militari divenne comandante dell’Armata di Fiandre, a cui seguì nel 1556 il titolo di governatore.
Esiliato dalla propria patria, il Savoia servì tenacemente gli Asburgo nella speranza, una volta conclusa la guerra in corso da più di dieci lustri, di rientrare in possesso del ducato. Ciò avvenne soltanto nel 1559, alla stipulazione della pace di Cateau-Cambrésis, tramite cui i rispettivi sovrani di Francia e Spagna, Enrico II e Filippo II, si promettevo di cessare le ostilità. A garanzia della pace vennero strette salde unioni matrimoniali tra i due regni, unioni in cui fu compreso anche Emanuele Filiberto. Gli venne concesso di ritornare in possesso di quasi tutti i territori sabaudi – Ginevra, ormai protestante, entrava a far parte della confederazione svizzera –, solo e soltanto qualora avesse sposato Margherita di Valois, sorella di Enrico II e più vecchia del Savoia di cinque anni.
Tornato dall’esilio, trasferì la capitale a Torino e avviò una serie di riforme che traghettarono il ducato verso la modernizzazione dell’apparato statale. Centralizzò il governo e unificò il sistema finanziario, abolendo gli statuti cittadini e feudali che fino ad allora avevano garantito una certa disomogeneità amministrativa; abolì il latino come lingua ufficiale e preferì il volgare nei territori piemontesi e nel contado di Nizza e la lingua francese nei territori a ovest delle Alpi. Riuscì, inoltre, a costituire un esercito locale, che andò a sostituire quello di ventura (utilizzatissimi da tutti i sovrani dell’epoca) e che si ritagliò un piccolo spazio sul glorioso podio che spettò ai vincitori della battaglia di Lepanto (1571). In ambito religioso, attuò le riforme chieste dal Concilio di Trento, ma fu estremamente benevolo con la minoranza valdese all’interno del ducato, a cui concesse una forma di libertà di culto con la pace di Cavour (1561), considerato uno dei primi documenti da parte di un’autorità secolare concedenti libertà religiosa nell’Occidente europeo.
Il duca Emanuele Filiberto, ritenuto il fondatore del moderno stato sabaudo, morì nel 1580, amato dai sudditi e rispettato come illustre condottiero e sovrano da tutta l’Europa.

sabato 1 agosto 2015

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II

La decima parte dell'intervista di Nino Bolla del 1949.
Il Re, preveggente, si rende conto dei "regionalismi" e  lascia trasparire qualche preoccupazione.


http://www.reumberto.it/bolla0.htm

venerdì 31 luglio 2015

Hanno sbattuto Juan Carlos in cantina e si sono dimenticati del col. Tejero

di MIMMO  CÁNDITO

Chiuso in una scatola di cartone sigillata con due bei giri di scotch, ieri il vecchio (ex)re Juan Carlos lo hanno sbattuto in cantina, a prendersi la polvere dell'oblio. Ma che bella pensata, che coraggio iconoclasta, che difesa dei valori alti della patria messi seriamente a rischio dalle spericolate avventure del vecchio pensionato in disarmo. A mostrare tanto indomito ardore é stata la neosindaca di Barcellona, Ada Colau, che ha mandato via dalla sala consiliare un antico busto di un Juan Carlos e che peró, con i suoi giovani 41 anni, se rivela certamente di seguire l'intransigenza etica di cui fa sfoggio la sua galassia di “Podemos”, rivela anche – e purtroppo per lei – quanta profonda ignoranza della storia spagnola, e quanta stupida iattanza nazionalista, possano accompagnare un esercizio beceramente salviniano dei poteri locali. 

C'é un bel termine spagnolo per definire i libertini assatanati di donzelle - “mujeriego – e Juan Carlos, da giovane ma anche da vecchio, nascosto sotto il casco della moto sulla strada dell'alcova clandestina o immortalato in etá ad ammazzare elefanti con mature contesse, é stato per tutta la sua vita un mujeriego impenitente, spasso che il suo ruolo di re gli avrebbe dovuto fermamente risparmiare. Tanto impenitente e sfacciata, questa sua irresistibile ossessione, che la povera regina Sofia ha dovuto tacere appartata nell'ombra fin che il suo regale matrimonio glielo imponeva, ma poi – una volta andato in pensione da re il suo fedifrago marito – gli ha sbattuto la porta in faccia e se n'é andata a vivere per i fatti propri. 

La giovane sindaca avrebbe dunque tutte le sante ragioni per indignarsi, e difendendo il suo cuore di femminista oltraggiata sbattere via in cantina quel busto che puzza di tracotanza machista fin dentro la sua anima di bronzo. 

Non solo. Ma il vecchio (ex) re, oltre a corteggiare donzelle in calzine bianche e poi mature aristocratiche, pare che reggesse la sua corona con una qualche indifferenza verso il rispetto delle leggi e, soprattutto, verso gli obblighi del conflitto d'interessi; alla fine, certo, lo hanno dichiarato impunibile, per quanto aveva (mis)fatto dall'austero tavolo ufficiale della Zarzuela, ma – se lui é riuscito a farla franca e a sottrarsi ai giudici – ha dato tanti pochi esempi di lodevole onestá che una delle sue figlie, e ancor piú il suo principe consorte, sono oggi sulla porta della galera. 

Altre sacrosante ragioni si aggiungerebbero dunque alla decisione indignata della giovane (ma ignorante, ahimé, ignorante) alcaldesa, perché un simile pasticcione, fors'anche un trafficone, debba andarsene per sempre in cantina. E peró, la giovane salviniana, che di tutti i salviniani dimostra di avere le stesse pregevoli “qualitá”, non si é resa conto che quando la Spagna le diede i natali, quella Spagna era ancora la Spagna eterna e immobile del dittatore Francisco Franco, dove ogni pensiero libero era marchiato del timbro “rojo”del comunismo, e dove gruppi come Podemos & Co. se soltanto pensavano di alzare la cresta e protestare contro il potere istituzionale venivano sbattuti in galera e se ne perdevano le chiavi. 

Nella notte del 23-F del 1981, quando la nostra alcadesa dai sacri furori aveva appena 7 anni e giocava ancora con le bambole, la neonata democrazia spagnola si trovó ad appena un passo dal precipitare nel baratro del ritorno alla dittatura. La salvó, sia pure dopo qualche tentennamento la cui natura gli storici tuttora analizzano, la salvó quel giovane re che stava apprendendo tutti i sacrifici e tutte le criticitá che comporta l'esercizio del potere, quando un paese ha vissuto per 40 anni sotto la dittatura e la sua societá deve ancora imparare bene a difendere i beni preziosi che accompagnano la libertá. Quella notte, quasi alle 2 del mattino, quando i giornalisti di mezzo mondo accorsi a Madrid finalmente vedemmo sul piccolo schermo di una televisione ancora in bianco e nero apparire il giovane re, nel sua alta uniforme di Capitan General, con la voce ancora dominata dall'emozione per quel golpe d'un baffuto Tejero che pareva un colonnello da operetta con il suo tricorno di cartone della Guardia Civil, quando lo sentimmo che diceva la sacra parola “Constitución”, percepimmo quasi sulla pelle il sospiro di sollievo della Spagna, che ritrovava la strada della democrazia e, di questo, doveva ringraziare quel suo giovanotto con la voce incrinata. 

Allora, gentile neoalcaldesa, per cortesia, si studi la storia nazionale - che é quella della Spagna delle nazionalitá, e delle diversitá storiche nell'unitá del paese - e se crede, ma dopo aver studiato, faccia pure le sue battaglie indipendentiste, agiti pure il drappo a righe rosse e gialle della nazione catalana, rivendichi pure un referendum che separi Barcellona da Madrid, e peró non dimentichi che, se oggi ha potuto fare quella sciagurata scelta di sbatter via un vecchio busto di bronzo che mostrava la faccia di un giovare re della democrazia, questa sua decisione l'ha potuta fare perché in quella notte di 34 anni fa, quando lei giocava ancora con le bambole e faceva la pipí nel vasino, ci furono uomini e istituzioni che salvarono il suo futuro politico. Auguri, senora, y suerte. 

giovedì 30 luglio 2015

Con la tomba del re soldato salviamo un pezzo della nostra storia

Non c’è bisogno di ricordare Luis Sepulveda per dire che un popolo senza memoria è un popolo senza futuro”. Più che una citazione è una constatazione, particolarmente necessaria in un’Italia dove la “memoria” è a fasi alterne, più segnata dall’opportunismo politico che dalle sue intime ragioni spirituali, più capace di dividere che rimarcare un’identità. Già prevedendo reazioni “trasversali”, da destra a sinistra, facciamo comunque nostro e rilanciamo l’appello di Maria Gabriella di Savoia, “Non lasciamo all’Isis la tomba del Re Soldato”, pubblicato da “il Giornale”. Scrive la nipote dell’ultimo re d’Italia: «In considerazione delle gravi tensioni e violenze che stanno interessando l’Egitto, ritengo che per un dovere civile e morale sia giunto il momento di procedere al rientro delle salme di Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena: per salvarne la loro e la nostra collettiva memoria. Molte nazioni oggi repubblicane ma che furono monarchie hanno provveduto al rimpatrio delle salme dei loro regnanti e ciò non solo in segno di pacificazione nazionale, ma anche nel rispetto della tradizione storica. Perché il nostro paese non può fare altrettanto? Sarebbe imperdonabile per l’Italia repubblicana non aver impedito che un gesto vandalico oltraggiasse, profanandoli, i resti mortali di chi indissolubilmente è legato alla nostra identità nazionale, di chi appartiene alla storia d’Italia».

La tomba del re soldato

È un dato di fatto che la tomba di Vittorio Emanuele IIIe della Regina Elena, conservata nella chiesa di Santa Caterina, al Cairo, sia a rischio. Doveva essere, nel 1947, una sistemazione provvisoria, ma come si sa – per dirla alla Prezzolini – “in Italia nulla è stabile fuorché il provvisorio”. Anche le figure e le memorie che rappresentano la nostra Storia, nel bene e nel male, sono condannate a questa “provvisorietà”. Un po’ come le norme “transitorie” della Costituzione, diventate paradossalmente, in alcuni passaggi, fondative dello stesso ordinamento repubblicano. Di fronte al rischio che la tomba dell’ultimo re d’Italia finisca, sotto le mazze dell’Isis, come i tesori d’arte di Palmira, Ninive e Mosul, è tempo che le salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena tornino in Italia. La questione non è essere pro o contro la monarchia. In gioco c’è la nostra Storia, complicata e “stratificata” come tutte le Storie. Ma pur sempre “nostra”, perché quel Re, morto in esilio, fu ai vertici dell’Italia unita per quarantasei anni (dal 1900 al 1946), diventando, nel bene e nel male, il simbolo stesso del nostro essere Nazione. Perciò gli è dovuta nuova e degna sepoltura. Finalmente in Italia, cercando di evitare che con un pezzo della nostra Storia vada in frantumi anche la nostra dignità nazionale.

http://www.secoloditalia.it/2015/07/tomba-re-soldato-salviamo-pezzo-nostra-storia/

S.A.R. la Principessa Maria Gabriella è figlia dell'ultimo Re d'Italia e non nipote. Quanti svarioni! (nota dello Staff)

Riportiamo in patria i Re d’Italia (2)

di Cristina Siccardi

L’articolo Riportiamo in patria i Re d’Italia della scorsa settimana ha destato un vivo interesse da parte di molte persone, le quali hanno portato alla luce alcune significative considerazioni che è ora opportuno presentare in maniera documentata.

Innanzitutto è da evidenziare il fatto che l’Istituto monarchico, nonostante il comunismo abbia fatto di tutto non solo per affossarne la memoria, ma per infangarlo, anche attraverso una campagna anti-Savoia studiata ad hoc, continua a suscitare interesse in chi, seppur giovane, è sconfortato di fronte al vilipendio e alla dissipazione dei valori della vita, della famiglia, della patria, del Cristianesimo, quei valori di cui la monarchia sabauda è stata interprete attraverso diverse figure esemplari, come furono i suoi 6 beati (Beato Umberto III conte di Savoia; Beato Bonifacio di Savoia, Monaco certosino e arcivescovo di Canterbury; Beata Margherita di Savoia, Marchesa del Monferrato, monaca domenicana; Beato Amedeo IX di Savoia, Duca di Savoia, Terziario francescano; Beata Ludovica di Savoia; Beata Maria Cristina di Savoia, Regina delle Due Sicilie), i suoi Venerabili riconosciuti tali dalla Chiesa, le sue donne e i suoi uomini morti in concetto di santità e quei suoi membri estranei agli interessi rivoluzionari e liberali.

Il senso civico e il senso cristiano si fondono, quindi, in chi desidera il rimpatrio delle salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena e pertanto ha visto, nell’appello accorato di Maria Gabriella di Savoia, oltre ad una legittima richiesta, anche una corale esigenza italiana, tanto più che l’Italia è l’unico Paese in Europa che ancora mantiene all’estero le salme dei propri Sovrani Capi dello Stato.

Nel 1981, infatti, il Governo greco, subito dopo la morte a Madrid della Regina Federica, autorizzò il rimpatrio della salma e la sepoltura nella Tomba Reale di Tatoi; in Albania (2011), Montenegro (1989) e Serbia (2013) i Governi hanno fatto rientrare, con gli onori militari dovuti al loro rango, le salme degli ultimi Re – Zog di Albania, Nicola del Montenegro e Pietro di Jugoslavia – e delle loro consorti, organizzando solenni cerimonie presiedute dai rispettivi Presidenti della Repubblica; nel 1989 il Governo austriaco organizzò, con il cerimoniale in vigore durante la Monarchia, il funerale dell’ultima Imperatrice Zita; lo stesso cerimoniale è stato adottato nel 2011 per il funerale dell’Arciduca Otto d’Asburgo.

Entrambe le cerimonie funebri sono avvenute alla presenza dei Presidenti della Repubblica austriaca in carica in quegli anni. La salma dell’ultimo Imperatore, il Beato Carlo I (marito di Zita e padre di Otto), è ancora a Madeira non per volontà del Governo austriaco, bensì per l’opposizione al trasferimento delle autorità dell’Isola, della Chiesa locale e della popolazione. Inoltre in Russia i resti dello Zar Nicola II e della sua Famiglia sono stati sepolti, nel 1998, con tutti gli onori a San Pietroburgo e la Chiesa Ortodossa russa li ha canonizzati nel 2000; mentre nel 1965, il Presidente egiziano Nasser fece subito rientrare al Cairo e seppellire con gli onori del caso la salma di Re Farouk.

Alcuni, nel leggere l’articolo precedente, sono rimasti stupiti nell’apprendere le difficili condizioni economiche in cui versarono Vittorio Emanuele III, la Regina Elena ed Umberto II, ma questa è realtà storica testimoniata e verificata. Allo stesso tempo è necessario ricordare la donazione di cui si fece interprete Vittorio Emanuele III, quando decise di offrire allo Stato italiano la sua straordinaria raccolta di monete italiane (Corpus Nummorum Italicorum), la più importante collezione numismatica al mondo: era il 9 maggio 1946 quando scrisse una lettera al Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, subito dopo l’abdicazione e prima di imbarcarsi per Alessandria d’Egitto.

Il 16 maggio ricevette questo telegramma:

«S.M. Vittorio Emanuele Alessandria d’Egitto

Ho letto al Consiglio dei Ministri la lettera con la quale V.M. annunciava la cessione della raccolta numismatica allo Stato italiano.

Il Consiglio dei Ministri il quale sa apprezzare tutto il valore del dono per la storia del nostro Paese mi ha incaricato di esprimere a V.M. la gratitudine del Governo.

Adempiendo a tale gradito incarico la prego di accogliere i sensi del mio profondo ossequio.

Alcide De Gasperi».

Le ultime due casse di monete che Vittorio Emanuele III aveva trattenuto per completarne la catalogazione (allegando alla sua lettera di donazione una nota nella quale scriveva di trattenerle per tale ragione) furono donate, nel febbraio 1983, da Re Umberto II allo Stato italiano. Il Presidente del Consiglio dell’epoca, il Senatore Amintore Fanfani, fece stimare, proprio in quegli stessi giorni, la collezione completa: risultò del valore di 100 miliardi di Lire.

Ad eseguire la consegna delle due casse, per mandato dello Stesso Umberto II, fu il Marchese Fausto Solaro del Borgo, scomparso il 9 luglio scorso (due giorni dopo la scomparsa di un altro grande gentiluomo dell’Italia retta ed onesta: il Marchese Luigi Coda Nunziante di San Ferdinando), devoto collaboratore e fedele amico di Re Umberto, il quale fece un’altra storica e, in questo caso anche devozionale, donazione: la Sacra Sindone.

L’annuncio della donazione alla Santa Sede nella persona del regnante Pontefice Giovanni Paolo II venne data il 25 marzo 1983, sette giorni dopo che il Re era spirato a Ginevra (18 marzo 1983), dall’avvocato Armando Radice, il quale lesse il seguente comunicato:

«In data 23 marzo, il marchese Fausto Solaro del Borgo ha consegnato a sua eminenza reverendissima il cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato di Sua Santità, una lettera degli esecutori testamentari di Sua Maestà Umberto II, Sua Maestà Simeone di Bulgaria e Sua Altezza Reale il Langravio Maurizio d’Assia, con la quale lo pregavano di informare Sua Santità Giovanni Paolo II che il defunto Sovrano aveva disposto tra le sue ultime volontà che la Santa Sindone conservata nel Duomo di Torino venisse offerta in piena proprietà al Sommo Pontefice (…)», ritenendo, come è scritto nel documento di donazione dello stesso Umberto II, «doveroso per il futuro garantire definitivamente l’affidamento alla Chiesa di una delle reliquie più insigni della Passione di Nostro Signore (…) Unitamente alla Santa Sindone dovrà essere donato quanto pertinente al culto della Medesima, conservato nella Reale Cappella del Duomo di Torino ed, eventualmente, risultante di mia proprietà» (cfr. Maria Gabriella di Savoia, La Sindone nei secoli nella collezione di Umberto II, Gribaudi, Torino 1998, pp. 11-15).

Fra le carte autografe di Umberto II si rinvenne questa preghiera, che risale alla fine del 1933 e fu tratta da un’orazione formulata dal Beato Pio IX: «Signore, che nella Santissima Sindone, entro la quale il Vostro corpo adorabile, deposto dalla croce, venne avvolto… Fateci la grazia che nel giorno della Resurrezione siamo fatti partecipi di quella gloria, nella quale Voi regnate eternamente».

Queste memorie appartengono alla nostra storia, alla nostra identità, al nostro essere italiani. 

Cristina Siccardi

mercoledì 29 luglio 2015

«Il paradiso borbonico? È solo un’invenzione nostalgica »

di Giuseppe Galasso

LO STORICO CONTRO LA RIVALUTAZIONE DELLA LORO DOMINAZIONE

Il primo che incontriate per strada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento e cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860
Che il largo moto di rivalutazione e di fantasiosa nostalgia del Mezzogiorno borbonico portasse a riflessi politici era nella logica di questi fenomeni, ripetuta e verificata in tanti casi in Italia e fuori d’Italia. Per il Mezzogiorno, ciò appariva, anzi, più facile data la rapidissima diffusione di quella rivalutazione e nostalgia, per cui alcuni vi hanno trovato il fortunato appiglio per libri e scritture di scarsissimo o nessun peso storico e culturale, e tuttavia portati dall’onda della moda in materia a tirature e vendite da capogiro. Le clamorose fortune di questa pseudo-letteratura storica, se hanno potenziato il moto di opinione da cui essa è nata, hanno fatto torto, peraltro, alle, invero poche, opere che sulle stesse note di rivalutazione e nostalgia hanno dato (da Zitara a Di Fiore) contributi discutibili o poco accettabili, ma sono state scritte con ben altro scrupolo e serietà. Questa è, però, una legge comune dell’economia, che non risparmia nessun altro campo. Ovunque la moneta cattiva espelle la moneta buona.

Il risultato è che oggi il primo che incontriate per istrada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento e cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860. E ancora sul felice stato e sulla lieta vita del Mezzogiorno prima del 1860, sulla deliberata politica di dipendenza coloniale e sfruttamento in cui l’Italia unita tuttora mantiene il Mezzogiorno, e su altre simili presunte «verità», lontane dalla «storia ufficiale». Tutto ciò farebbe pensare a quella quindicina e più di generazioni di meridionali susseguitesi dal 1860 in poi come segregate dalla vita civile e istituzionale dello Stato e della società italiana. Si sa, però, che non è così. Si sa che l’integrazione dei meridionali nell’Italia unita, come per gli altri italiani, è stata profonda, rompendo un isolamento storico che, nel caso di varie parti del Mezzogiorno, durava da secoli. Mezza diplomazia italiana è stata fatta di meridionali. I due migliori capi di Stato Maggiore dell’Esercito – Pollio e Diaz – erano napoletani. Già da dopo la prima guerra mondiale la burocrazia italiana ha cominciato a essere fatta per lo più di meridionali. Quattro presidenti della Repubblica su 12 (De Nicola, Leone, Napolitano, Mattarella), vari capi di governo (da Crispi a D’Alema), innumerevoli ministri, vari e potenti capi di partito sono stati meridionali. Sulle cattedre universitarie e nell’insegnamento la parte dei meridionali si è fatta sempre più ampia.

[...]

martedì 28 luglio 2015

Michele di Grecia: “È qui che batte il cuore dell’Europa”

Aristocratico e scrittore vive tra Montecarlo, Parigi, Atene e Patmosin. La sua famiglia ha governato la Grecia per un centinaio di anni


Principe Michele di Grecia suona come un perfetto pseudonimo per uno scrittore, ma nel suo caso è il suo vero nome. Come mai?  
«Perché la mia famiglia ha governato la Grecia per un centinaio di anni e all’inizio non avevamo bisogno di un nome di famiglia. Ma nel mio caso è diventato un nome professionale che posso usare». 

Da dove viene?  
«Mio nonno veniva dalla Danimarca. Non volevano un sovrano del proprio Paese, così ne hanno preso uno straniero. Oggi questo non è più così strano. Abbiamo avuto un presidente siriano in Argentina e un presidente franco-ungherese ma ci sono molti altri esempi». 

Dove è cresciuto?  
«In Marocco, in Spagna e in Francia, da cui veniva mia madre. Sono venuto in Grecia dopo aver fatto l’università in Francia e ho subito fatto il servizio militare qui». 

È greco?  
«Sì, e lo sono per scelta. La mia cultura è greca. Vivo in Grecia da quando avevo 20 anni. Ho imparato il greco nell’esercito, quindi il mio vocabolario non è quello che ci si aspetterebbe». 

È preoccupato per la Grecia?  
«Trovo incredibilmente difficile capire fino in fondo cosa stia succedendo! Quello che è certo è che il popolo soffre, in tanti soffrono. È molto complicato perché tutti mentono. Ho un po’ perso il filo. Penso che la crisi attuale sia nuova, ma nasce da una situazione pregressa. Tutti sono costretti ad assumersela. La Grecia è il cuore dell’Europa e noi abbiamo bisogno di restare in Europa». 

Che tipo di persone sono i greci?  
«Quando sono venuto a vivere cercavo di scoprire cosa resta della dell’antichità greca. Mi ci è voluto tempo per scoprire che ciò che è rimasto immutato dall’antichità è il popolo greco. I Greci hanno inventato la politica. Ed è ancora la passione dei greci moderni. Le trame dell’antica tragedia greca si leggono ogni giorno sulla stampa greca. Gli antichi greci hanno inventato lo sport e lo amano ancora. Sono molto orgogliosi, hanno una sorta di “onore” che resta. Sono grandi lavoratori e ancora oggi gli armatori greci dominano il mare». 

In Grecia lei è un comune cittadino?  
«Sì, naturalmente, e sono molto felice che sia così. Fin dall’antichità ai greci non piacciono le persone di potere, ma sono particolarmente gentili con la gente che ha perso il potere». 

Cosa pensa che succederà ora?  
«Fin da quando esiste la Grecia, da migliaia di anni, la sua storia è fatta di eventi imprevedibili, così come posso conoscere il futuro? Ma nella sua lunga storia ha superato più volte momenti difficili. I greci sono molto resistenti e forti». 

Ha sempre voluto essere uno scrittore?  
«Ho iniziato a scrivere a 25 anni e ho pubblicato il mio primo libro a 27. Per un po’ in Grecia sono stato parte della monarchia e all’inizio mi divertiva, più tardi ho capito che non era il mio stile di vita». 

Che tipo di scrittore è?  
«Il mio campo è la storia. La mia nonna francese, la duchessa di Guisa, parlava della famiglia come se fossero tutti vissuti ieri. La storia dev’essere presa con passione. Mia madre mi ha fatto leggere i libri dello storico francese George Lenôtre». 

Che cosa sta scrivendo ora?  
«Io scrivo in francese, sono pubblicato in francese, ma sono molto interessato al futuro dell’editoria legata a Internet. Sono arrivato alla conclusione che, se si vuole essere conosciuti per la scrittura, il futuro pone due condizioni: Internet e la lingua inglese. Per rispondere alla sua domanda, sto sviluppando il mio sito». 

Essere di stirpe reale come lei, greco e francese, con sangue danese, russo e spagnolo, significa essere cugino di tutti i re e le regine d’Europa e la mette dentro la storia. Com’è?  
«È vero che questo mi ci mette in contatto diretto ma quando scrivo cerco di essere imparziale e l’altra cosa è che queste regine e questi re, per me, sono la famiglia. Alcuni mi piacciono, altri meno, alcuni non mi piacciono affatto». 

Li frequenta questi re e regine?  
«Li vedo, sì. E alcuni li conosco. Il mio antenato preferito, Luigi Filippo, “il re borghese”, era solito dire: “Uno si sceglie gli amici, ma non la famiglia”. Ma amo pensare che alcuni dei re siano miei amici». 

Le spiace che re Costantino non sia più al potere?  
«Sono triste per lui e in un certo senso e la monarchia è in grado di offrire dei servizi. Io sono monarchico, ma dipende dalle persone che rappresentano la monarchia». 

Ammira la regina d’Inghilterra?  
«Sì, è più di un essere umano, è un monumento storico. Quando ero a cena con lei, avevo la sensazione di trovarmi con un personaggio storico. Filippo, invece, è mio cugino primo». 

Lei dove vive?  
«Tra Monte Carlo, Parigi, Atene e Patmos. Ho due cardini nella vita, la mia famiglia e il mio lavoro. Scrivo tutti i giorni e non posso non lavorare». 

Qual è il preferito tra i suoi libri?  
«“La femme sacrée”, sulla Maharani di Jhansi. Lei è l’eroina della rivolta indiana: giovane e bella, morì in una battaglia. La amo, è il mio personaggio preferito». 

Traduzione di Carla Reschia  

lunedì 27 luglio 2015

"Io nipote dello zar vi dico: riportate in Italia il vostro re"


L'ultimo pretendente al trono russo: "Maria Gabriella di Savoia ha ragione Le spoglie di Vittorio Emanuele III devono riposare nella Penisola. Sono parte della storia del Paese"

di Fausto Biloslavo - Lun, 27/07/2015 

Sua Altezza Imperiale, il Granduca George Mikhailovich Romanoff, erede al trono di tutte le Russie, è nato in esilio a Madrid. A 34 anni vive a Bruxelles e va spesso in visita ufficiale nell'ex impero, ma ama l'Italia. Nel nostro Paese, che conosce bene, ha incontrato Rebecca, la sua fidanzata, difesa da un inattaccabile scudo di riservatezza.





Come ci si sente ad essere l'erede al trono dello Zar?

«Discendere da una famiglia dal passato così ricco di storia e gloria come i Romanoff è un onore. Mi rendo conto di come il nome che porto rievochi nelle mente delle persone di qualsiasi nazionalità e cultura qualcosa di forte. Per qualche motivo nell'immaginario collettivo la Russia ed i Romanoff sono avvolti da un'aurea di charme e mistero».

C'è spazio nella Russia di oggi per un ruolo, anche simbolico, dello zarismo?

«Nelle società moderne la politica è vista come un fatto “tecnico”, mentre nei confronti di un re si prova un sentimento diverso, come se egli incarnasse in tutto e per tutto lo Stato. Per questo arrivo a dire che in qualunque Paese si può ipotizzare un ritorno della forma monarchica, ovviamente con dei connotati molto diversi da quelli dell'assolutismo. E quando vado in Russia rimango sempre molto toccato dalle manifestazioni di affetto e nostalgia della gente comune nei confronti della Casa imperiale. Oggi, naturalmente, la monarchia deve inserirsi nel moderno contesto socio-economico-culturale in cui il re, attraverso un processo di identificazione, garantisce l'unità del popolo, del Paese e lo rappresenta nel contesto internazionale. In Russia, come in tutte le nazioni ex monarchiche c'è chi sostiene che la presenza di una rinnovata monarchia possa offrire dei vantaggi al Paese. Come ovvio sono decisioni che deve prendere il popolo e noi non abbiamo mai preteso nulla, ma se i cittadini ritenessero opportuno un ritorno della monarchia non mi tirerei indietro».

Il Giornale ha pubblicato la lettera della principessa Maria Gabriella di Savoia per riportare in Italia le spoglie del re «soldato», Vittorio Emanuele III, sepolto in Egitto. Cosa ne pensa?

«Sono assolutamente d'accordo. Un re è parte della storia di un Paese e della sua memoria collettiva, che rappresenta il tassello più importante di una società e del suo sviluppo. Non bisogna mai cancellare la storia perché riflette ciò che siamo».

Lei viene spesso privatamente in Italia. Cosa le piace del nostro Paese?

«Tutto! Fin dalle prime volte sono rimasto affascinato dalle bellezze della Penisola. E mi è persino difficile dire con certezza quale sia la parte che preferisco. L'Italia è bella tutta: dal nord al sud. Ed è bella la gente, la cultura, il modo di vivere, la cucina. Vado spesso a Roma dove non perdo occasione per visitare il Pantheon (con le tombe dei re d'Italia, ndr) , un monumento incredibile. Anzi, mi consenta di salutare proprio le Guardie d'onore del Pantheon, che mi hanno ricevuto con un affetto ed un calore indimenticabili».

Quali località italiane frequenta?

«Quando sono a Roma adoro andare in giro perdendomi nei vicoletti e scoprire qualche nuovo ristorantino sfizioso o una fontana mai vista. Roma è una città che riesce a stupirti sempre, anche quando pensi di conoscerla benissimo. Ormai me la cavo bene pure con l'italiano, una lingua così melodica che a parlarla sembra di cantare. Adoro la capitale ma vado ovunque: da Genova a Milano, da Napoli alla Sicilia... Non frequento un posto in particolare, ma luoghi dove ho amici o sono spinto da qualche motivazione professionale oppure, semplicemente, vengo invitato per uno specifico evento. Ogni scusa è buona».

Lei descrive solo un'Italia idilliaca...

«Purtroppo rispetto a qualche anno fa vedo che gli effetti della crisi sono sempre più tangibili in tutte le città italiane e ciò mi rattrista. L'aumento spropositato delle tasse a cui consegue la vendita del patrimonio storico, culturale ed economico di un Paese porta inesorabilmente a svendere anche la propria identità».

L'Italia sembra più attenta di altri Paesi verso la Russia. Possiamo avere un ruolo di ponte con Mosca?

«Storicamente la vicinanza tra i nostri Paesi è forte. Basta pensare che il cuore del Cremlino a Mosca, così come i palazzi imperiali di San Pietroburgo sono stati costruiti dagli italiani. La vostra è una nazione con un enorme vantaggio rispetto ad altre: per quanto le sue proporzioni siano piccole, se le si paragona alle dimensioni dei nuovi attori globali, i famosi Brics, è un concentrato di manifattura e manodopera incredibile. Il vostro tessuto produttivo non finisce mai di stupire per l'inventiva, la capacità di immaginare, di creare prodotti che ovunque nel mondo vengono riconosciuti ed apprezzati. Il Made in Italy è qualcosa che nessuno riesce a copiare ed è ciò che tutti, soprattutto i russi, desiderano. Anche dal punto di vista religioso le nostre due confessioni attraversano un periodo di intenso dialogo. Ho avuto l'onore di essere ricevuto in udienza dal precedente Pontefice e noto con piacere che anche Papa Francesco è molto aperto verso la nostra confessione ortodossa».

Ma di mezzo ci sono le sanzioni alla Russia per la crisi in Ucraina...

«L'attuale situazione politica ha reso le relazioni molto difficili e purtroppo i singoli Stati Ue non possono decidere autonomamente della propria politica estera, ma devono attenersi alla volontà dell'Europa. Un'impasse che speriamo si riesca a superare presto, perché pregiudica gravemente le vostre imprese. Non dimentichiamo che la Ue importa il 35% del suo fabbisogno energetico dalla Russia e l'Europa ha visto in un solo anno il livello delle sue esportazioni verso Mosca crollare da 120 miliardi di euro a poco più di 100. L'Europa dovrebbe valutare attentamente quali passi seguire, perché la Russia confina direttamente con le vostre frontiere ma anche con quelle di importanti Paesi asiatici. E forse sarebbe più saggio mantenere delle relazioni diplomaticamente distese con il mio Paese per evitare che si volti a cercare partnership più strette con nazioni come la Cina, che non sono i suoi naturali alleati».

Le sembra possibile una soluzione tipo Alto Adige per la crisi del Donbass, la regione orientale dell'Ucraina, filorussa, che non vuole saperne di Kiev?

«La pace deve tenere conto delle realtà geopolitiche e del rispetto delle minoranze linguistiche. Per questo sono favorevole al coinvolgimento degli osservatori internazionali nella questione, che potrebbe in effetti risolversi con un modello simile a quello altoatesino».

Cosa pensa del presidente Putin, che molti chiamano il nuovo Zar?

«Un uomo preparato, saggio ed esperto, che sa come gestire uno Stato così grande e difficile come il nostro. Certamente non è uno Zar, visto che è stato eletto in modo democratico e il suo autoritarismo non è dissimile da quello di altri leader internazionali. Non era un compito facile, ma ha saputo traghettare il Paese dalla fase post comunista all'attuale contesto globale. La Casa imperiale supporta il presidente in tutto ciò che contribuisce al recupero delle tradizioni, alla conservazione del patrimonio storico, a rafforzare il benessere del Paese. Ovviamente su certi temi specifici non sempre sposiamo appieno le idee del presidente, ma, come le dicevo, io non faccio politica».

Da una parte gli americani pianificano l'invio di truppe e carri armati nei Paesi baltici. Dall'altra il Cremlino annuncia nuovi missili nucleari. Rischiamo qualcosa di peggio della guerra fredda?

«Le guerre “vecchio stile” sono superate. Oggi si fanno a colpi di economia, ma non creda che siano conflitti meno cruenti. Quanto all'annuncio dei nuovi missili nucleari è corretto dire che si tratta, appunto, solo di un annuncio. E comunque si troverebbero sul territorio nazionale russo, mentre gli Usa vogliono mandare carri armati e truppe sul territorio di uno Stato sovrano di un altro continente. Sarebbe come se la Russia inviasse soldati in America centrale».

In Crimea e nel Donbass abbiamo visto il ritorno dei cosacchi e delle bandiere con il volto dell'ultimo Zar. Come spiega questo revival?


«Senza dubbio tra i cosacchi, in Crimea e tra le milizie nel sud-est dell'Ucraina ci sono dei convinti monarchici, ma a volte i simboli imperiali vengono utilizzati dalle organizzazioni più disparate, persino da comunisti e nazionalisti radicali. Ciò avviene perché le bandiere imperiali simboleggiano la forza e la grandezza di un tempo. Da sempre nei momenti di crisi si attinge al simbolismo del passato più glorioso. Lo faceva anche Mussolini inneggiando ai fasti di Giulio Cesare».

domenica 26 luglio 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - XI

Benedetto Croce smentito da sé stesso

Quali siano state le responsabilità del Partito Liberale nella creazione e nel potenziamento del fascismo lo abbiamo dimostrato alla luce dei documenti: come il fascismo non sarebbe nato senza il disordine bolscevico e senza l'iniziativa repubblicana, così senza l'appoggio liberale e democristiano Mussolini sarebbe caduto nel 1923-24 o quanto meno avrebbe seguito una via di moderazione.

Fra gli adulatori di Mussolini, fra i sostenitori con deboli riserve, contendono il primato ai democristiani gli uomini del Partito Liberale. Tutto quello che si è fatto dopo il delitto Matteotti contro l'Aventino per scagionare dalle responsabilità Mussolini è stato fatto col consenso dei due rappresentanti liberali nel Governo: Casati e Sarrocchi. In quanto all'opposizione assunta - nel nome del Partito - da Benedetto Croce, occorre tener presente che questo atteggiamento ha inizio col Manifesto degli intellettuali (maggio 1925), aspra critica alla natura del fascismo, al suo contenuto di «concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di sdilinquimenti mistici e di cinismo», ecc. ecc; ma il filosofo napoletano che era stato ministro di Giolitti quando questi fece il blocco elettorale coi fascisti, per oltre tre anni aveva dato a questi il suo appoggio e la incondizionata fiducia a chi li impersonava. Evidentemente Croce dimenticava che in una recensione ad un volume di Salvatorelli, Casa Savoia nella Storia d'Italia aveva scritto: «Il passato bisogna bensì intenderlo, ma non già presumere di censurarlo, né di somministrargli l'errata-corrige».

Tutti gli scritti di Benedetto Croce in materia politica sono una continua, patente contraddizione e noi ci limitiamo a farne qui una breve cernita.

Pensiero Politico e Politica attuale (Laterza, Bari). Parlando degli Aosta-Orleans che trescavano col fascismo e miravano a sostituire il ramo primogenito, dice che «questo sospinse il re alla sciagurata transazione col fascismo» (pag. 42). Il Croce votò in favore di questa transazione.

- «Il metodo liberale vuole la discussione e la persuasione, si vale dei mezzi morali ed esclude l'uso della forza» (pag. 26), ma per quattro anni egli assecondò ed approvò la forza e la violenza.

- Pranzando a Roma nell'ottobre del 1923 con Rajna dell'Università di Pisa, ed avendogli il Croce chieste delle novità di Firenze, si stupisce come il suo interlocutore non gli abbia enumerato certi fatti di sangue avvenuti tra fascisti e comunisti e cosi lo biasima: «Non si era accorto di nulla». (pag. 77). E non ricordava che nell’autunno del 1923 gli studenti a Napoli venivano arrestati in massa perchè dimostravano contro la riforma Gentile. Questi non era che un pretesto, ma il movente vero era l'avversione al Fascismo. La cittadinanza fu indignata contro queste severità ed i più illustri avvocati di colà si costituirono in collegio di difesa. Croce non si fece vivo che per difendere Gentile, cioè il fascismo. Non una parola commossa per gli studenti bastonati ed imprigionati. Non si era accorto di nulla!

- «... mentre l'annunziata marcia su Roma fu il contrario di una impresa guerriera, la prima di una lunga serie di tristi buffonate». (pag. 43). Quando essa venne annunciata a Napoli, al San Carlo, egli era presente e consenziente, con De Nicola, nella prima fila di poltrone...

- «Soltanto non posso far di meno come italiano di ricordare che in Italia l'imitazione di quel metodo russo già ci è stata e si è chiamata, ahimé,  il fascismo. Una imitazione senza dubbio tra canagliesca e buffonesca che ancora ci riempie di vergogna e di furente dolore; ma che imitazione pur fu». Sul Corriere della Sera nei suoi ricordi ( aprile 1949) scrive: «Assunto dunque atteggiamento avverso e combattente ( dopo il delitto Maettotti) non solo condussi la mia opposizione nella mia rivista e nei miei libri, nei giornali, e nei congressi liberali fin quando fu ancora possibile, e nelle discussioni e votazione del Senato, ma scrissi io, negli ultimi di aprile del 1925 la risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti».

Però due mesi più tardi e precisamente il 29 giugno del 1925 Croce dopo la risposta suddetta parlando al Consiglio Nazionale del Partito Liberale ed accennando alla ricerca manifestatasi nei paesi della Europa occidentale di un sistema «fuori del regime liberale», metteva in evidenza il fatto che l'Italia avesse preso il primo posto in questo tentativo cioè con l'esperimento fascista - e se ne compiaceva «per questo nuovo primato dell'Italia». Primato che diventa ora imitazione tra canagliesca e buffonesca.
Alle invettive postume contro il Re e contro il fascismo basterebbe contrapporre questa sua sentenza: «Un popolo non deve mai, come tutti sanno, dimenticare, e molto meno rinnegare, il suo passato per diversi che siano i suoi concetti e i suoi propositi nel presente».

Volendo registrare le contraddizioni crociane occorrerebbe un intero volume. Ma per mettere in evidenza le animosità ond'egli è pervaso basta che ci soffermiamo sui suoi Ricordi. Egli pretende che il Re dovesse opporsi alla nuova legge elettorale votata nel 1923 da una Carnera che non era neppure fascista! In quanto alla sua vantata opposizione al fascismo appare chiaramente come sia fatta unicamente di pettegolezzi e di piccoli insignificanti episodi: «ho detto questo al tale, ho detto questo al tallaltro. Ho risposto così ad un certo ambasciatore   ecc. ecc.»
Nulla di geniale. Niente di coraggioso. Prudenza, grande prudenza e nulla più.

Benedetto Croce insiste sovente e volentieri sopra questo tema della sua opposizione al fascismo fatta sulla sua rivista. La verità è che, anche sulla “Critica” i suoi interventi contro il regime - sempre dopo il 1926 poiché fino alla metà di quell'anno egli fu favorevole, malgrado il Manifesto degli intellettuali furono blandi e senza energia. Ciò è tanto vero che la rivista venne liberamente pubblicata e non ebbe mai un solo numero di sospensione. Egli è l'unico scrittore ed editore non iscritto nei ranghi del fascismo che durante il ventennio poté liberamente scrivere e pubblicare. Ma si guardò bene dalla scrivere e dal pubblicare, contro Mussolini e contro il partito allora dominante, quello che ora scrive e pubblica contro il suo Sovrano. La sua rivista fu invece soppressa dagli Alleati ma Croce non protestò.
Egli scrive ancora: «La prima grave delusione che il Re dette ai liberali fu dopo il delitto Matteotti, quando il suo ritorno dalla Spagna, dove era andato a restituire la visita a quel sovrano, era atteso come risoluzione del nodo aggrovigliato, ed egli, invece di adoperarsi a scioglierlo o a tagliarlo, lo serbò intatto a salvazione del fascismo, raccomandando agli italiani tutti, indistintamente, la concordia». Croce in quei giorni votava non solo la fiducia a Mussolini ma anche la risposta al discorso della Corona, letto e approvato per alzata, all'unanimità, subito dopo il voto di fiducia. Diceva la risposta:

« Ora con Voi, Sire, invochiamo la concordia che la carità di Patria ansiosamente - consiglia ed urgentemente impone e che è come Voi diceste, elemento fondamentale di civile progresso» e «fonte di maggiore operosità delle varie classi sociali rese tranquille e liberate dalle insidie, dai contrasti irosi, dalle truci contese che aduggiavano e intiepidivano il lavoro in tutte le sue manifestazioni». L'indirizzo così concludeva: «L'Italia ha bisogno di lavoro, di concordia, di libertà nell'ordine e di pace. Voi, Sire, avete richiamata alla ferma disciplina di una vita civile, ed operosa. Ai Vostri voti, purché tutti adempiano il dovere nostro, essa non verrà meno».

Lo stesso Mussolini, dopo la lettura fatta del citato indirizzo, chiedeva la parola e così chiudeva il suo discorso: «Si levi di fronte alle vigilanti gelosie straniere il grido della concordia, fra quanti italiani sono pensosi sopratutto delle sorti della Patria». (Vivissimi, prolungati e ripetuti applausi a cui si associano anche le tribune) (1).

Dunque: Croce concede la sua fiducia a Mussolini e nella stessa seduta si associa agli applausi per le invocazioni del Senato alla concordia, consacra col suo voto all'indirizzo alla Corona l'appello del Re. Vent'anni dopo lo condannerà, dimentico della sua approvazione e della solidarietà col Sovrano e con Mussolini.

Sempre sul Corriere della Sera, egli qualifica Mussolini come «un cretino» ed «un povero diavolo». Ma allora come giudica gli italiani che lo hanno sostenuto ed acclamato con delirio per un ventennio?

In “Due anni di vita politica italiana” (Laterza, Bari) ci riferisce che interrogato da un giornalista risponde: «Penso che il fascismo non fu escogitato né voluto da alcuna singola classe sociale ne da una singola di queste sostenuto. Fu uno smarrimento di coscienza, una depressione civile e un'ubriacatura prodotta dalla guerra, che si avvertì in quasi tutti i popoli che vi avevano partecipato, e in Italia, ma non solo in Italia, ebbe il sopravvento effettivo mercè di illusioni, di inganni e di minacce. La classe operaia l’accettò non più certamente ma non meno delle altre tutte, depose l’arma potente che aveva dello sciopero e lasciò il capo del nuovo regime si presentasse ed aggirasse sicuro, e spesso tra applausi, perfino in ambienti di spiccato carattere operaio».

Sempre nello Stesso volumetto (pag. 91) parlando dei Pattí lateranensi, dopo aver accennato che in Senato nel 1929 fu il solo a manifestarsi contro. pur ammettendo di aver dichiarato essere Stato favorevole alla Conciliazione, aggiunge: «…la mia ripugnanza e opposizione si riferiva a quel caso particolare di conciliazione effettuata non con un'Italia libera ma con un’Italia serva e per mezzo dell’uomo che l’aveva asservita e che fuori di ogni spirito di religione come di Pace, compiva quell'atto per trarne nuovo prestigio e rafforzare la sua tirannia». Ci spiace rilevare che il nostro Maestro è caduto nel suo discorso al Senato in una Stridente contraddizione: approvò la Conciliazione ma ne criticava la rottura dell'equilibrio precedente. Ora approvando la prima doveva per conseguenza non rilevare la seconda. In quanto alle parole dure che oggi vuole fare apparire sotto l’aspetto di un atto di grande coraggio, come di opposizione a Mussolini ed alla sua tirannia, si nota che il Croce criticò bensì il modo, col quale si concluse il Concordato nella soluzione della Questione Romana ma non per i motivi ch’egli dichiara a circa vent’anni di distanza quando il suo antagonista è scomparso.

Egli avversò gli accordi per il timore che, potessero rinascere certi «eccessi di clericalismo» in modo da provocare «il più violento anticlericalismo». Niente dunque presa di posizione contro la «tirannia di Mussolini». E se anche così fosse stato, il suo discorso lasciò indifferenti i suoi colleghi poiché all'appello nominale cinque soli senatori lo seguirono.



1) Atti parlamentari, Senato del Regno, Vol. 1, Pagg. 72, 74, 78, tornata 24 giugno 1924

sabato 25 luglio 2015

Sergio Boschiero: una vita per il Re

 di Emilio Del Bel Belluz

Il 3 giugno di quest’anno è morto Sergio Boschiero molto conosciuto, soprattutto nell’ambiente monarchico. La morte lo ha colto il giorno dopo la festa della repubblica. Sergio aveva dedicato la sua vita al servizio del Re. Era stato scelto da Re Umberto II, nel 1960 per guidare il Fronte Monarchico Giovanile. Da sempre ha indirizzato tutte le sue energie, alla causa del Sovrano. Credo che, salvo qualche eccezione non ci sia un altro che sia stato fedele all’idea e al Re meglio di lui. Ho appreso della sua morte dai quotidiani  -Il Tempo – di Roma che tra l’altro è stato l’unico quotidiano tra quelli nazionali a riportarne la notizia. Ho letto invece dei necrologi su - Il Giornale.  
Devo dire che la morte di Boschiero mi ha molto addolorato, è stato come perdere un punto di riferimento. In questi tempi così avari di ideali lui  personificava il motto “sarò fedele per sempre” . La sua fedeltà alla causa monarchica fu assoluta. Personalmente all’età di sedici anni lo sentii per la prima volta  parlare del Re Umberto II in una trasmissione televisiva gestita  dall’Unione Monarchica Italiana. Quella sera, che ricordo come fosse adesso, rimasi molto colpito per le sue parole, e alla fine della trasmissione trascrissi l’indirizzo della associazione. Successivamente scrissi una lettera a Boschiero esprimendogli il mio desiderio di iscrivermi all’associazione e lo pregai di inviarmi il giornale dei monarchici. Ricevetti poco tempo dopo il giornale che per anni continuò la pubblicazione, riportava le notizie dei vari gruppi di monarchici italiani. 
Conobbi molte realtà e per me fu come aprire una finestra nella mia vita. La bandiera del Re divenne la mia bandiera. Re Umberto II gli voleva bene, sapeva che poteva contare su di lui come uno dei suoi figli più sinceri. Lo vidi ai funerali del Re che parlava ai giornalisti immerso nel dolore per aver perso il so sovrano. Nella vita vi sono delle persone che come delle immagini. o dei quadri non sbiadiscono mai. Lo ripeto ho provato tanto dolore, nell’apprendere della sua morte, e ho provato delusione nel silenzio nella stampa. Mi pare impossibile che il mondo dimentichi così in fretta quello che uno ha rappresentato. Sergio Boschiero era nato nel 1936 a Berganze in provincia di Vicenza, si era trasferito a Roma nel 1960 per volontà del suo Sovrano. Aveva solo dieci anni quando il Re d’Italia dovette salire quella scaletta dell’aereo che lo portava in esilio. Mi sono sempre chiesto se la sua fede monarchica fosse iniziata già da bambino.
Quando si è fedeli ad un certo ideale, tutta la vita deve essere coerente ad esso. Un premio del destino è stato quello di morire il giorno successivo alla festa della repubblica. La vita di Re Umberto II è stata molto difficile, come ogni uomo che si trova a fare i conti con il lasciare la terra dei padri. Dall’esilio però ha avuto molte manifestazioni di lealtà, una di queste sicuramente è quella che ha potuto scrivere con la sua tenacia Sergio Boschiero. Solo i tempi duri sono quelli che ci fanno conoscere le persone speciali, quelle che ci comprendono. Re Umberto II,  nel suo esilio di Cascais, ha sempre saputo di poter avere un caro amico in Italia, che gli voleva bene.  La cerimonia funebre di Boschiero è stata officiata al Pantheon, luogo caro ai monarchici, dove sono sepolti i Re d'Italia . 
Nella cerimonia funebre, la bara di Sergio Boschiero è stata ricoperta dalla bandiera Sabauda, per la quale si è sempre battuto. Alla cerimonia erano presenti una ottantina di persone, molti politici sono mancati. Credo sia stata suonato l’inno reale. Mi auguro che le parole del sacerdote abbiano espresso quella lealtà che era alla radice della vita di Boschiero. Ora che la sua vita terrena è terminata, mi auguro che il suo ricordo non cada nell’oblio. Difficile dare dei giudizi sul suo percorso umano, ma quello che ha fatto per la monarchia, rimane. Non so se sia stato tumulato al suo paese natio, perché dal paese dove uno nasce eredita un pezzo di cielo. Ha lottato molto affinché il Re potesse tornare  dall’esilio ed essere sepolto al Pantheon. Se avesse potuto regnare Re Umberto II, sarebbe stato una buona guida, capace di stare al di sopra delle parti. Ora Sergio dal cielo potrà  incontrare il suo Re. Tutti gli anni il 2 giugno espongo dal mio terrazzo la bandiera del Re, d’ora in poi la lascerò sventolare anche il 3 giugno a memoria di Sergio Boschiero. Soldato leale al Re fino alla morte.  

giovedì 23 luglio 2015

Riportiamo in patria i Re d’Italia


Principessa Maria Gabriella di Savoia
di Cristina Siccardi
Dopo il recente attentato al Consolato italiano in Egitto, un accorato e composto appello è giunto dalla Principessa Maria Gabriella di Savoia, che ha inviato una lettera al Direttore de il Giornale, Paolo Granzotto, il quale il 16 luglio scorso l’ha prontamente pubblicata con il titolo: Non lasciamo all’Isis la tomba del Re Soldato (www.ilgiornale.it ).
Scrive Maria Gabriella: «Quest’anno si celebra il centenario del primo conflitto mondiale nel corso del quale mio nonno, il Re Soldato, a unanime giudizio degli storici, si portò in maniera esemplare, favorendo il compimento del processo di unificazione col riunire all’Italia gli ultimi lembi di territorio in mano straniera. In considerazione delle gravi tensioni e violenze che stanno interessando l’Egitto, ritengo che per un dovere civile e morale sia giunto il momento di procedere al rientro delle salme di Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena: per salvarne la loro e la nostra collettiva memoria. Molte nazioni oggi repubblicane ma che furono monarchie hanno provveduto al rimpatrio delle salme dei loro regnanti e ciò non solo in segno di pacificazione nazionale, ma anche nel rispetto della tradizione storica. Perché il nostro paese non può fare altrettanto?».
L’appello è stato presentato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella «certi che da risoluto e generoso rappresentate dell’unità nazionale qual è, non ne resterà sordo», ha scritto Granzotto il 16 luglio stesso, «D’altronde quello che lei chiede è un atto di carità, di rispetto e di giustizia: Vittorio Emanuele III lasciò l’Italia senza che ne fosse obbligato da una ordinanza di esilio (lo stesso può dirsi, del resto, per Umberto II)».
Il timore di Maria Gabriella di Savoia non è certo infondato, visto che il rimpatriato Bruno Dalmasso, ultimo custode italiano del cimitero di Hammangi (dove sono sepolti 7.800 caduti italiani), ha denunciato le profanazioni e le distruzioni delle lapidi dei seguaci dei tagliagole islamici, e ha affermato: «Portiamo in Italia quei resti. Gli estremisti islamici li hanno profanati due volte» (www.ilgiornale.it ).
Legittima e coraggiosa è la richiesta di Maria Gabriella, nonostante sia ben cosciente dell’ostracismo perdurante nei confronti di Casa Savoia. Un ostracismo innescato dalle sinistre (1943), che hanno incanalato gran parte dell’opinione pubblica verso l’odio non solo per Vittorio Emanuele III, ma anche nei confronti dell’istituto monarchico stesso, che è stato eliminato con i brogli elettorali manovrati da Palmiro Togliatti nel Referendum istituzionale del 1946 (due milioni di voti sottratti).
I consensi per la Monarchia, nell’Italia della seconda Guerra mondiale, sono rintracciabili non solo nella storiografia e nelle cronache, ma erano la preoccupazione costante di Adolf Hitler, che ordinò la cattura e la deportazione della figlia del Re, Mafalda di Savoia, che morì assassinata nel lager di Buchenwald il 28 agosto 1944.
Il giorno dopo l’appello di Maria Gabriella, il 17 luglio, è andato in onda su Rai 3, nel programma La grande storia, un servizio non certo atto alla sensibilizzazione per il rimpatrio delle salme dei sovrani d’Italia, ma dedicato all’esaltazione della socialista e liberale Maria José, nella quale la principessa belga poi «Regina di maggio» è risultata, come nella tradizionale vulgata progressista, l’eroina, a fronte di un Umberto II definito, negli anni del doloroso esilio a Cascais e a causa della sua cattolicità, «penoso» e «bigotto».
La Regina Elena trasmise ai figli Jolanda, Umberto, Giovanna, Mafalda, Maria una grande fede cristiana, che madre e figli hanno manifestato ampiamente nelle loro esistenze, alcune delle quali tanto tragiche quanto esemplari. Quattro ore dopo aver abdicato (9 maggio 1946), Vittorio Emanuele III era già a bordo del Duca degli Abruzzi, diretto verso l’Egitto. Re Farouk gli aveva offerto ospitalità nel suo palazzo di Qubbè Sarayi, al Cairo, ma Vittorio Emanuele, che prese a farsi chiamare conte di Pollenzo, scelse per sé e la moglie Elena un’anonima villetta a Shuma, sobborgo di Alessandria d’Egitto.
I Savoia non potevano (come sempre accade nelle rivoluzioni che smantellano le monarchie) accedere al patrimonio personale, che con la XIII Disposizione finale della Costituzione lo Stato avocò a sé, perciò Vittorio Emanuele partì povero, così come partirà il figlio per il Portogallo: sarà Re Farouk a sostenere il conte di Pollenzo e saranno gli italiani fedeli al Re a sostenere Umberto II, al quale il Venerabile Pio XII donò una somma di denaro per i primi duri tempi di Cascais.
Vittorio Emanuele che affrontò, nel bene e nel male, quattro guerre (due mondiali, quella di Libia e quella di Etiopia) e che regnò 46 anni, morì il 28 dicembre del 1947, il giorno seguente la promulgazione della Costituzione repubblicana. Nonostante l’offerta del sovrano d’Egitto di una sontuosa cappella nel cimitero latino, la Regina Elena, senza smentire la sua indole umile e riservata, scelse la piccola chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d’Egitto, dove la salma venne tumulata dietro l’altare maggiore, in un loculo dove è riportata la semplice scritta: «Vittorio Emanuele di Savoia 1869-1947».
Elena morì il 28 novembre del 1952 a Montpellier, in Francia, dove si era trasferita per sottoporsi alle cure mediche del professor Lamarque. Come era stata stimata e amata in Italia, la «bonne Dame noire» venne stimata e amata in Francia per il suo povero stile di vita e per la sua disarmante carità, sempre vigile sugli infelici: fu sepolta, come suo desiderio, in una comune tomba del cimitero cittadino. L’intera città si fermò per assistere e partecipare al suo funerale, al quale presero parte 50 mila francesi. I montpelliérains sono ancora oggi riconoscenti alla Regina Elena, morta in concetto di santità, e la sua tomba è sempre fiorita.
La vulgata innescata dal tribunale antimonarchico è stata impietosa nei confronti di Vittorio Emanuele III, del quale, nonostante alcuni gravi errori di valutazione, non si può, con onestà intellettuale, ricordare che fu contro l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra mondiale, contro le leggi razziali (ma non poté che ratificarle, dopo 2 veti), contro la persona e l’agire di Hitler.
Per quanto riguarda l’8 Settembre 1943, il Re Soldato, formato alla ferrea disciplina del Generale Egidio Osio, preservò l’indipendenza italiana e la monarchia, trasferendo la sede del Governo a Brindisi: il termine «fuga», infatti, venne coniata dai nemici della corona, per screditarla. Non furono, infatti, fughe quelle del governo francese da Parigi a Bordeaux nel 1916, dei governi belgi, olandesi, norvegesi e polacchi nel 1939, bensì trasferimenti per non cadere incoscientemente nelle mani del nemico.
Molte cose avrebbe da dire (e in vita le disse) la Medaglia d’oro al Valor Militare Edgardo Sogno (1915-2000), anticomunista e coraggioso alfiere della monarchia, del quale proprio quest’anno ricorrono cento anni dalla sua nascita… ma «La grande storia» di Rai 3, sebbene gli furono decretati i funerali di Stato, si guarda bene dal celebrarne la memoria.
Riportare le salme dei Reali in Italia, oltre ad essere carità cristiana, di rispetto, di giustizia, sarebbe dovere civico e storico di una nazione che non ripudia se stessa e la sua «grande storia». (Cristina Siccardi)