NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

venerdì 27 marzo 2015

LE CAUSE DELLA I GUERRA MONDIALE

di Gianluigi Chiaserotti

Con il 2014 si è iniziato a parlare del I Centenario della Prima Guerra Mondiale.
Con il presente articolo, anche in vista del prossimo 24 maggio, data in cui cento anni or sono l’Italia entrò in guerra, a cui necessiterà un ricordo specifico, iniziamo ad analizzare qualche aspetto della Guerra stessa, come quelle che furono le sue cause remote e le sue cause prossime.
Le cause remote sono quei fenomeni storici molto complessi e di lunga durata senza i quali non ci sarebbe stata mai una guerra con le caratteristiche della Prima Guerra Mondiale; mentre quelle immediate o prossime è l’insieme di problemi e tensioni internazionali che furono, in qualche modo, il motivo diretto della guerra medesima.
Tre sono quelle remote:
A) La rivoluzione industriale, la quale permette lo sviluppo di quelle tecnologie che trasformeranno il modo di fare la guerra, sia a livello di armamenti, sia che a livello di trasporti, aumentando la produzione industriale, la circolazione delle merci dentro e fuori il continente europeo e quindi anche la concorrenza tra le nazioni stesse;
B) Il nazionalismo, cioè la convinzione della superiorità della propria nazione sulle altre. Convinzione che si diffonde sempre più profondamente nei paesi europei a partire dalla seconda metà dell‘800 (anche per la nascita di nuovi Stati, come l’Italia) e quindi per i nazionalisti la guerra è lo strumento proprio con cui affermare la superiorità territoriale;
C) L’imperialismo, cioè la creazione di imperi coloniali più o meno grandi (britannico, francese, tedesco, belga, italiano), influisce in due modi sulla Prima guerra Mondiale, sia come causa di contrasti tra le potenze europee che si contendono le colonie africane ed asiatiche, sia per produrre la c. d. “mondializzazione” del conflitto, in quanto a fianco del Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, della Francia e della Germania combattono anche le truppe provenienti dalle colonie di codesti paesi.
Mentre le cause prossime possono essere sinteticamente riunite in tre categorie:
A) mire espansionistiche, cioè quella tendenza di alcuni paesi ad ampliare il proprio territorio, come la Germania, la quale puntava verso est; o come gli imperi russo ed austro-ungarico, i quali puntavano ad ampliarli verso i Balcani in quanto l’Impero Ottomano era in crisi; come la Serbia, la quale voleva creare proprio uno stato slavo nei Balcani stessi;
B) rivendicazioni territoriali, cioè la convinzione di alcuni paesi di aver diritto a determinati territori, come la Francia, che voleva recuperare dalla Germania l’Alsazia e la Lorena perse nella guerra franco-prussiana del 1870, o dell’Italia, che rivendicava il possesso del Trentino Alto Adige, del Friuli e della Venezia Giulia (le c.d. “terre irredente”, cioè non salvate, non liberate), ancora parte dell’Impero Austro-Ungarico;
C) desiderio di indipendenza, cioè il caso di diverse nazioni sottoposte all’Impero Austro-Ungarico (cechi, ungheresi, bosniaci, croati, italiani).
A tutto codesto contesto si univa la volontà del Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord al fine di mantenere il suo ruolo dominante, in particolare sui mari e nei commerci.
Ma dopo l’analisi di tutte queste cause, la Prima Guerra Mondiale scoppiò invece per una causa che si può definire apparente, il c.d. “casus belli”.  Infatti il 28 giugno 1914 il serbo Gavrilo Princip (1894-1918) aveva assassinato, in quel di Sarajevo, l'arciduca ereditario Francesco Ferdinando di Absburgo Lorena (1863-1914) con la consorte, quindi l’Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia, anche se, fu ovvio, che il Princip aveva agito da solo e non a nome della Serbia.
A questa dichiarazione di guerra  seguì, ed in rapida sequenza, l’ingresso nel conflitto della Russia (protettrice della Serbia), quindi della Germania [alleata con l’Austria (anche se il trattato della Triplice Alleanza era difensivo e non offensivo)], della Francia e del Regno Unito e di tutte le altre potenze.

A questa dichiarazione di guerra  seguì, ed in rapida sequenza, l’ingresso nel conflitto della Russia (protettrice della Serbia), quindi della Germania [alleata con l’Austria (anche se il trattato della Triplice Alleanza era difensivo e non offensivo)], della Francia e del Regno Unito e di tutte le altre potenze. 

mercoledì 25 marzo 2015

Genesi del Regno di Savoia. Conferenza del Circolo REX



SALA UNO

nel cortile della Casa Salesiana San Giovanni Bosco

con ingresso in Via Marsala 42

(vicino Stazione Termini)


INGRESSO: 10,15

ORA INIZIO CONFERENZA: 10,30


29 marzo 2015

Dott. Arch. Paolo CAMPANELLI

“Genesi del Regno di Savoia

martedì 24 marzo 2015

PELLEGRINAGGIO ALL'ABBAZIA DI HAUTECOMBE PER IL 32° ANNIVERSARIO DEL RE UMBERTO II




Sabato 21 marzo, presso l'Abbazia di Hautecombe, si è svolto il tradizionale pellegrinaggio nel ricordo del 32mo anniversario della scomparsa del re Umberto II di Savoia, unito nel ricordo della regina Marie Josè. 

L'antichissima Abbazia cistercense di Hautecombe (Savoia, Rhône-Alps, Francia), vicino a Aix-les-Bains, è situata sul grande lago naturale del Bourget che, accompagna i visitatore in uno scenario molto bello lungo tutto l'itinerario, provenendo dalla città di Chambery. 

Alla manifestazione sono intervenuti circa mille persone, giunti da ogni parte d'Italia e dall'estero per partecipare alla messa di commemorazione celebrata dal dall'Arcivescovo di Chambery, sia in lingua italiana che francese.

[...]

lunedì 23 marzo 2015

La Monarchia e il Fascismo - undicesimo capitolo - II

I comitati di Liberazione tentano colpire alle spalle Umberto. La equivoca provenienza dei mezzi di propaganda.

Si è formato «il fascismo dell'antifascismo» creando contro la Monarchia un fronte unico fra i Comitati di L. e la Repubblica del Nord mentre si dà mano alla demolizione dello Statuto puntando sulla Costituente che in esso non vi è contemplata; e con procedimento senza precedenti la si fa riconoscere sul piano internazionale prima che sia riconosciuta dagli italiani che non sono nemmeno interpellati. L'Italia diverrà preda di gente inetta, sempre digiuna dei più elementari principi dell'organizzazione statale: gente inacidita dalla solitudine e dalle insoddisfatte ambizioni che non ha all'attivo altre benemerenze che i pugilati e le intolleranze alla Camera, quelle intolleranze e quei pugilati che avevano provocato la nascita del fascismo, molti rientrati dall'estero dopo lunga assenza, protetti dalle baionette straniere. A loro frammisti troviamo i soliti doppiogiochisti che, dopo avere appoggiato il fascismo per un periodo più o meno lungo, ma sempre quel tanto da esserne compromessi, si affrettarono a presentarsi con la maschera di Bruto, per creare il bersaglio atto a sviare la ricerca delle loro responsabilità. Il bersaglio fu la Monarchia. Fra i tiratori scelti, eccovi, esponentì dei partiti dei Comitati di L.: Casati, liberale, già ministro di Mussolini fino alla notte del 3 gennaio 1925; Cingolani, incensatore di Mussolinì e sostenitore della necessità dell'esperimento fascista; De Gasperi, autore con Gronchi del secondo veto a Giolitti nel 1922, veto che con quello di don Sturzo spianò la via al fascismo; La Malfa, il più accanito contro il Re, per il Partito d'Azione nel quale primeggiano fior di intellettuali che avevano giurato fedeltà al regime e contribuito dalla cattedra e quindi non disinteressatamente ad imbottire i crani dei giovani sulla infallibilità del Duce; Gronchi, (autore dell'ordine antimonarchico stillato in un nascondiglio romano) già ministro di Mussolini quando questi creò il Gran Consiglio e la Milizia; Spataro, della Democrazia Cristiana che non disdegnava durante il regime raccogliere favori; Carandini, liberale, il quale mentre reclamava una «monarchia pulita» e si accaniva a chiederne la decadenza, scriveva opuscoli nei quali la difendeva. E' l'apologia del doppio gioco.

Se l'antifascismo avesse combattuto Mussolini con l'accanimento col quale ha combattuto la Monarchia e gli interessi dell'Italia, il fascismo sarebbe caduto nel 1923. Ma allora il pericolo era incombente e reale, il popolo era contro di loro, nessuno ebbe mai il coraggio di affrontare la impopolarità e lo straniero esultava per il tribuno romagnolo; e poi non erano ancora aperti i conventi a rifugio dei nuovi coccapieller.

I Comitati di L. si affannano a proclamarsi « rappresentanti del popolo » ma nessuno sa dire da chi e quando essi hanno avuta la investitura. La verità è che senza la protezione straniera non sarebbero vissuti una sola settimana. Infatti quando nel gennaio del 1944 il Comitato di Roma lancia manifestini nei quali si invita la popolazione ad insorgere, nessun capo uscì dai nascondigli a prendere la direzione dell'iniziativa e pertanto questa fallisce. Mentre Umberto va al fronte, passa fra le sventagliate della mitraglia che colpisce il suo apparecchio e dà secondo la scuola dei Savoia - magnifico esempio di coraggio e sprezzo del pericolo, parte dei dirigenti i Comitati non danno che spettacolo di vigliaccheria. Questi cospiratori sono talmente consapevoli della loro inferiorità che quando gli Alleati esprimono la decisione di decorare Umberto di medaglia d'argento per lo sprezzo del pericolo dimostrato, essi vi si oppongono energicamente. Nel Comitato dì Roma, fra i più accesi rivoluzionari vi è Scoccimarro, che vorrebbe una grande insurrezione di popolo: egli si reca a S. Paolo dove operai e granatieri combattono, col proposito di organizzare la resistenza per le strade. Ma incontrato un ferito ne approfitta per caricarlo sull'automobile e torna indietro: da rivoltoso a damo della Croce Rossa (1).

Esponenti del Partito d'Azione nel comitato romano troviamo La Malfa e Salvatorelli, i più aggressivi e velenosi avversari della Monarchia: entrambi furono fascisti e dal regime non ebbero che benefici. Il La Malfa fu iscritto al Gruppo Boldini di Milano, stipendiato da un Istituto fascistissimo come l'Enciclopedia Treccani: ora intransigente repubblicano come allora era intransigente fascista sempre in stivaloni e orbace. Al Laterano troviamo fra altri: Nenni, Ruini, De Gasperi, Amendola. Per dare un'idea dello stato d'animo di costoro, la cui antifona è l'accusa di viltà al Re, ecco cosa scrive Bonomi nel suo Diario di un anno: «Alcuni tedeschi avvinazzati cantano davanti ai cancelli del Laterano ed hanno fatto credere ad una invasione. Siamo stati per oltre un'ora in un cunicolo sotterraneo dove non era possibile che rimanere seduti nell'oscurità più completa» (pagina 144). Altro che barricate! Fu dopo la constatazione dei pericoli personali ai quali si sarebbero esposti scendendo in piazza che costoro avevano deciso (16 settembre 1943) di escludere la proclamazione della Repubblica con un moto insurrezionale. E rimasero nascosti invece nei conventi ad organizzare la demolizione della Monarchia nazionale con la diffamazione, sistema di lotta che non importa nessun pericolo. All'epoca del Risorgimento la logica della rivolta eran le barricate, la libera ed aperta competizione; la logica dei Comitati è, per i capi, il nascondiglio e per i gregari l'anarchia dello squadrismo rosso, dei ratti notturni, delle esecuzioni segrete. Il congresso di Bari con i discorsi di Sforza, Croce e Omodeo fu la scuola di questa nuova filosofia immorale. Solo con questa logica affiancata dal volgare atteggiamento contro la Monarchia essi potevano aprirsi un varco nei bassifondi sociali e politici speculando sulla mancanza di dignità nazionale di certi ambienti. La Radio comunicava con voce brutale e sprezzante la morte di Mafalda. La Regina Elena e Re Vittorio non ne sapevano nulla. A Umberto, da Roma, era stato abilmente impedito di informarne i genitori. Croce e Sforza incitano i soldati al tradimento e poi denigrano l'esercito accusandolo di mancanza di spirito bellico e di questo ne incolpano la Monarchia! Fra le accuse al Re vi era quella della lista civile, Il milioni di lire carta, mai aumentata (anzi da 14 era stata così ridotta su richiesta dello stesso Re nel 1921) che Casa reale spendeva quasi tutto in beneficenza, vivendo coi soli redditi delle terre di proprietà della Corona.

Nitti, rimproverando la repentina e inattesa conversione di Einaudi (da lui fatto senatore) dalla Monarchia alla Repubblica e dalla parsimonia più estrema alla più estrema prodigalità dopo avere per tutta la vita fatto l'elogio dell'avarizia, lo confronta con Vittorio Emanuele III che aveva «abitudini di modestia ». « Non si abita da modesto cittadino al Quirinale senza avere il capogiro »- . Sia pertanto di monito a quei propagandisti repubblicani, da Conti a Cingolani, i quali impostarono la loro propaganda sulla lista civile, che, la Presidenza della Repubblica, con annessi e connessi costa di più della Monarchia,        sia pure tenendo presente nel conteggio della svalutazione della moneta. Il Principe Umberto, Luogotenente del Regno, con tutti gli impegni per il personale e per la beneficenza, percepiva ancora 5 milioni all'anno, meno dell'introito di certi politici, deputati o senatori della nuova democrazia con figli e congiunti sistemati nei ministeri. E Umberto fu costretto a fare dei debiti per vivere e per pagare i dipendenti. I Comitati di L. invece non hanno mai negata la immorale provenienza delle enormi somme (oltre i 101) milioni mensili degli Alleati) spese per la propaganda repubblicana. Provenienza identificata nei grandi esponenti della siderurgica i quali hanno interesse ad ipotecare un futuro governo repubblicano per le tariffe doganali. I nostri Comitati di Liberazione, per la realizzazione dei loro fini miravano all'abbattimento della Monarchia la quale, estranea e lontana dall'affarismo, non poteva concedere quello che invece offriva loro la plutocrazia bancaria e borsistica anelante alla rapina del risparmio nazionale Protettore e finanziatore dei C. di L. attraverso una azienda di carboni, è oramai arcinoto, è un aderente al Partito d'Azione, direttore di una grande banca creatrice e monopolizzatrice della plutocrazia siderurgica dalla quale trasse in passato utili ingentissimi; banca che fu accusata di essere al soldo della Germania prima della guerra 1915-18. Adesso la plutocrazia siderurgica protegge e sostiene in modo particolare la stampa repubblicana.

E' noto che Tito non appena occupata Trieste, l'Istria e la Venezia Giulia diede subito mano al cambio della moneta. Fece ritirare presso Enti, banche e privati le lire italiane dando in cambio biglietti jugoslavi. La nostra moneta venne consegnata al Partito Comunista Italiano che se ne servi per le spettacolari spese di propaganda, forse facendone partecipi socialisti e democristiani, allora in perfetta armonia antimonarchica. Il ministro Soleri calcolava le lire passate in Italia ai partiti repubblicani di sinistra intorno ai 10.12 miliardi. E' così che i loro interessi coincidono con l'umiliazione dell'Italia e quindi l’umiliazione del Re, sia con l'insulto che con la solidarietà con lo straniero.

Poi la sorda ostilità si appunta contro il Luogotenente, ed ancora tutte le falsificazioni sono armi buone per la loro battaglia. Un fatto al quale non si dà a dovuta importanza ma che rivela l'essenza della mentalità e dei sistemi della demagogia imperante, è quella che si riferisce alla intervista di Umberto col giornalista Mattews. Anzi, più che, di una intervista si tratta dì una udienza, come osserva lo stesso Mattews, nella quale il Luogotenente espone alcuni suoi punti di vista che così sì possono riassumere:

1) La Monarchia, al pari di tutte le istituzioni politiche dell’Europa postbellica, si muoverà verso sinistra.

2) Gratitudine agli Alleati per quello che fanno per il popolo italiano.

3) Sì augura che la decisione per la forma istituzionale non avvenga mentre il paese è in fermento a causa della situazione economica, ma bensì allorché la Nazione sarà ritornata in un relativo stato di normalità. E chiede per i soldati ancora fuori d'Italia il diritto di esprimere i propri sentimenti, e lascia vagamente capire, che lo Statuto dovrebbe servire come base per una radicale revisione.

4) Difficoltà che i monarchici incontrano nel l'esporre al pubblico il proprio punto di vista.

5) Desiderio di dimostrare che nel futuro l'Italia potrà essere altrettanto democratica sotto una Monarchia quanto sotto una Repubblica

6) Considera la sua posizione al di sopra dei partiti politici e non desidera che monarchici e repubblicani si accapiglino fra di loro.

7) La forma di governo non altera il problema della democrazia poiché Repubblica come quella tedesca possono essere dittature, e Monarchie come quella inglese possono essere democratiche. L'andare a sinistra non contrasta minimamente coll'Istituto monarchico.

Commenta il Mattews: «Senza dubbio si ha l'impressione di un uomo che ha un programma e sa per che cosa combatte. A mio giudizio i repubblicani hanno un avversario più forte di quel che immaginano».

Poche parole di storia di questo incidente: storia incredibile ma vera. Umberto combina in pieno accordo col presidente Bonomi e coi ministri il testo della così detta intervista. L'originale rimane per circa un mese nelle mani del presidente il quale vi apporta di sua mano alcune modifiche. All'apparire della corrispondenza sul New York Times, questa è accolta con simpatia e fa guadagnare quota alla Monarchia. Ma il Consiglio dei ministri si affretta ad emanare un comunicato che suona deplorazione per il Luogotenente!

Qualunque parola di serenità e di saggezza è dunque interdetta al Capo dello Stato: egli deve stare nell'ombra, succube del livore e della faziosità demagogica dei nuovi tiranni. Costoro - e Bonomi si presta alla bisogna - addossano a Umberto ipotetiche responsabilità che poi non sono affatto sue ma di tutti i ministri. Il Luogotenente pertanto si affretta ad invitare al Comando Alleato la fotografia del documento originale ad attestazione della disonestà del suo Governo, ma alla stampa è fatto divieto di accennare al «falso» ministeriale (2).



1) Ivanoe Bonomi, Diario di un anno, Roma


2) Ci risulta che il dattiloscritto con le correzioni apportate da Bonomi trovasi presso l'ex Ministro della Real Casa marchese Falcone Lucifero il quale per correttezza costituzionale (quella correttezza sempre ignorata dal Governo) non ha ceduto alle sollecitazioni per la pubblicazione né ha mai concesso ad alcuno di prenderne visione.

martedì 17 marzo 2015

Ma io pensavo più al paese che alla Corona…

Una delle frasi contenute nella settima parte dell'intervista di Nino Bolla a Re Umberto II nell'ultimo aggiornamento del sito a lui dedicato, www.reumberto.it

Nell'anniversario della proclamazione del Regno d'Italia ed in quello doloroso della scomparsa in esilio del Sovrano. 

Buona lettura. 
Viva il Re!

domenica 15 marzo 2015

Il presidente dell'Unione Monarchica Italiana scrive al Corriere del Mezzogiorno

Il Presidente dell'UMI è l'Avvocato Alessandro Maria Sacchi e non Andrea come riportato dal "Corriere del Mezzogiorno", del 14 Marzo 2015, pagina 8.




Ringraziamo il Presidente provinciale dell'UMI di Avellino, Avvocato Augusto Genovese, per averci trasmesso il documento.

Comunicato Stampa di Italia Reale - Stella e Corona

Italia Reale - Stella e Corona esprime la propria indignazione nei confronti della Giunta Comunale di Napoli che ha eliminato dalla toponomastica cittadina, il nome del Re Vittorio Emanuele III che faceva parte, tra l'altro, di un contesto storico ambientale, ormai tradizionale.

Tale decisione non può non  inquadrarsi negli atteggiamenti di una certa "razza padrona" che si è impossessata della politica italiana, credendosi onnipotente ed inamovibile.

Tale scelta, approvata proprio nel  centenario dell'entrata in guerra dell'Italia, nel primo conflitto mondiale, non tiene conto della figura del  "Re soldato" , che portò all'unità della nostra Patria, assicurando all'Italia un legame, tuttora necessario, all'occidente più progredito ed allontanarla dalle varie "leghe arabe" che si vedono ormai all'orizzonte.

Si tratta di un atteggiamento meschino di una sorta di politici che, incapaci di risolvere i problemi del momento, (molto spesso creati da loro stessi, come la povertà diffusa, la disoccupazione, la disperazione economica, il dramma delle morti sul  lavoro, una nuova pesante emigrazione) se la prendono, con un livore fuori luogo, con il passato, per non lasciare traccia di ricordi migliori del loro malgoverno.

sabato 14 marzo 2015

Santa Messa a Napoli in suffragio di RE UMBERTO II

Cari amici, partecipare a questa Santa Messa mettendo da parte ogni divisione, ogni critica, ogni distinguo, è necessario, per dare risposta adeguata all'infamia che si sta per compiere a Napoli con l'abolizione della via intitolata alla Maestà del Re Vittorio Emanuele III,
Il Re soldato sotto la cui Augusta guida la Nazione completò la sua unità quasi 100 anni fa.
Accorrete numerosi!



La Monarchia e il Fascismo - undicesimo capitolo - I

COME LE SINISTRE HANNO FATTO SCEMPIO DELLO STATUTO E DELLA MORALE POLITICA

La paura movente dell'Esarchia repubblicana - Croce e Sforza collaboratori della disfatta. - I Comitati di Liberazione Nazionale e la decadenza della classe intellettuale.

25 luglio e 8 settembre - 7 giugno 1944: i giacobini dell'Esarchia si organizzano per riversare sul Sovrano le loro responsabilità.

Il 25 luglio è salutato dal popolo italiano con dimostrazioni di giubilo e con acclamazioni al Re. Masse, disilluse per aver creduto nella guerra facile e vittoriosa, nella guerra lampo, ritornano fiduciose al Sovrano per affidarsi alla sua saggezza. Ma i responsabili sono in agguato. Essi sanno benissimo che nella revisione del passato le loro responsabilità emergerebbero alla luce del sole ed il popolo ingannato ne chiederebbe loro conto. Nello scatenamento delle vendette contro il regime fascista è facile coinvolgere la Monarchia: i popoli, nelle grandi catastrofi mirano sempre alla ricerca di qualcuno cui addossare le colpe delle loro follie. Quando viene indicato il bersaglio nella persona del Sovrano, questi si trova preso fra due fuochi da parte dei repubblicani di Salò e dagli antifascisti preoccupati soltanto di sfuggire alle responsabilità. Le due forze antagonistiche sono solidali fra di loro così come lo furono dal 1919 al 1921. Ma se il fascismo lotta ancora per la salvezza di un principio con aneliti di patriottismo, l'antifascismo esprime soprattutto vendetta. Per questo la caduta della Monarchia vorrebbe dire il soddisfacimento di appetiti troppo a lungo repressi e di ambizioni personali. La direzione di tale atteggiamento nefasto per il Paese viene assunto dal Partito d'Azione, un partito così detto di intellettuali composto di generali senza soldati, tutti aspiranti alle alte cariche, di presidente della Repubblica o di ministro o per lo meno a posti ben retribuiti. E così sarà. Niente di originale scaturì da questo partito: teorie professorali di gente digiuna di politica, dotata soltanto di grande presunzione e di ambizioni sfrenate. Mai partito si presentò alla ribalta con tanta mancanza di fede. E così l'Italia diventò la preda di un branco di speculatori politici avidi soltanto di prebende e di potere. E fu il periodo più triste della nostra vita nazionale, avvolti come fummo dal «vento del nord», quell'atmosfera che legalizzò ogni sorta di soprusi e di delitti. Soffocata la «libertà dal timore» vengono gettate le premesse della futura Repubblica così detta «democratica» che non tollera avversari.

Con una malvagità senza precedenti nella storia d'Italia viene scatenata la campagna di diffamazione contro Casa Savoia e non si risparmiano nemmeno le donne, che una propagandista repubblicana chiamava alla radio «baldracche imbellettate». I repubblicani storici scendono ad un livello così basso da fare arrossire di vergogna repubblicani degni di questo nome. Fu allora che il marchese Falcone Lucifero definiva «linguaggio da postribolo» le concioni dell'ex fascista generale Azzi e degli onn. Pacciardi e Giovanni Conti. Il 14 agosto il Pacciardi tiene un comizio al Brancaccio di Roma. L'Italia Nuova ne fa la cronaca e conclude: «Non intendiamo neppure trattare con serietà e con rispetto un oratore ed una assemblea che riassumono con parolacce la loro professione di fede». Il linguaggio, a dire di alcuni presenti, è semplicemente ributtante. In questa campagna si trovano uniti in fraterno connubio comunisti e democristiani, socialdemocratici, azionisti e repubblicani e purtroppo anche parte, dei liberali i quali pertanto non hanno il coraggio di alzare la bandiera della bianca croce Sabauda. E' la lega dell'antirisorgimento che si dispone ad infrangere l'Unità nazionale.

Fra queste ventate di diffamazione, di odio e di rancore, di turpiloquio e di vituperio, si prepara la rinascita del Paese. Gli incitamenti di radio Bari alla caccia all'uomo sfociarono nei delitti e nelle repressioni, nei massacri più feroci anche perchè oltre la linea gotica, nelle zone ancora occupate dai tedeschi le formazioni partigiane sfuggono al controllo di un Comando unico e, lungi dall'avere un aspetto militare assumono quello di bande politiche irregolari le quali più che compiere operazioni vere e proprie di guerra sì abbandonano alla guerriglia civile. Ce ne dà conferma lo stesso generale Raffaele Cadorna nel suo volume La riscossa, dove egli documenta che un comando unico, una direzione unica non vi fu mai. Il movimento partigiano fu soprattutto un fenomeno comunista avallato dai socialisti e dagli azionisti che impedirono sempre che le bande avessero un contenuto nazionale «in quei tempi il dichiararsi apolitici, il dare cioè alla lotta di liberazione il solo carattere patriottico senza un tantino di sfondo sociale progressivo equivaleva a essere reazionari» (pag. 167). Per questo il Comitato di Liberazione piemontese ostacolava le formazioni autonome di Mauri, Enrico Bastoni puramente militari. Il Mauri, «tipo moderno di condottiero brevettato alla scuola di guerra» fu uno dei primi ad iniziare la resistenza, ma i comunisti garibaldini che avevano le formazioni più forti, cercavano con sistemi sbrigativi di sbarazzarsi dei concorrenti» (pagg. 169 e 181). A Milano compaiono manifesti con la grande forca di Piazzale Loreto, destinata, ammonisce la dicitura, ai monarchici. A tanto arriva la... libertà democratica repubblicana! Le bande autonome di Mauri, con la Franchi di Edgardo Sogno e con la Osoppo del capitano De Gregorio (« Bolla »), sono le sole passate all'azione ispirate da un sentimento nazionale, immuni da passioni politiche. Le zone sotto la loro influenza sono quelle che hanno avuto il minimo di giustiziati. I loro seguaci si sono dati alla macchia per non venir meno al giuramento prestato al Re. Le altre bande, tanto quelle comuniste che le aderenti ai partiti socialista e d'azione, democristiane comprese, ebbero carattere repubblicano e di partito. Quindi vennero a trovarsi sullo stesso piano delle brigate nere di Salò. Partigiani e fascisti sono fuori della realtà, entrambi al servizio dello straniero che attraverso questi estremisti rinfocola la lotta civile intesa a dividere gli italiani.

Ammette il Cadorna che l'ordine dell'insurrezione alla fine di aprile venne dato a sua insaputa da un Comitato insurrezionale formato dai tre partiti di sinistra i quali avevano estromesso democristiani e liberali: «Sotto la maschera dell'insurrezione nazionale a carattere patriottico, scrive il Cadorna, i comunisti perseguono i loro fini particolari: impadronirsi delle leve di comando, eliminare i nemici scomodi, assorbire quelli che possono riuscire utili, ricattare quelli che sono in condizioni di pagare» (pag. 265). Essi non nascondono il loro giuoco che è quello di impossessarsi del potere ed a tal fine «si erano scatenati, coi più raffinati sistemi di propaganda, l'odio e la illegalità» (pag. 266). In una Relazione sulla situazione politica del biellese è detto chiaramente che i membri comunisti dei Comitati di L., i capi formazioni, i commissari politici, ecc. hanno per scopo di «costituire con ogni mezzo squadre armate prettamente comuniste per tentare al momento favorevole una sollevazione generale del proletariato» e proclamano apertamente di volere «in un modo od in un altro, occupare le fabbriche comunque e contro chiunque» (pag. 345). In questo modo dice Cadorna «si sanzionò la responsabilità delle classi dirigenti e la irresponsabilità del popolo negli errori del passato e in nome di questa irresponsabilità, cioè altrettanta incapacità di ieri, si vorrebbe oggi affidargli le redini dello Stato!».
Il punto esclamativo non è nostro, ma del generale Cadorna che mette in esso tutta la disillusione provata nel vivere per oltre un anno fra i dirigenti i Comitati di L. accusati peraltro di incapacità dai combattenti stessi, dei quali conferma le esigue schiere, cresciute
a dismisura soltanto all'atto della liberazione: «un semplice fazzoletto rosso al collo bastava a tramutare un pacifico operaio o un contadino in un partigiano persuaso di avere acquistato larghe benemerenze nella liberazione della Patria » (pag. 160). Tattica molto abile senza dubbio, che consacrò lo spirito informatore della lotta partigiana: essa fu soprattutto una campagna elettorale scatenata dai partiti di sinistra (pag. 189), dove in tanta anarchia approfittavano i piccoli capitani di ventura per curare i loro affari personali.

Nell'Istria e nella Dalmazia i partigiani slavi sopprimono le popolazioni di interi paesi: donne, vecchi e bambini sono gettati nelle foibe con le mani legate dietro la schiena. In una sola foiba, narra il Bollettino inform. della Marina, furono trovati 800 cadaveri. In tanta orgia sanguinaria i nostri Comitati davano ragione agli slavi e trascurando i partigiani triestini, oasi di religioso patriottismo. Nella Carnia le azioni dei partigiani non hanno altro risultato che quello di provocare l'occupazione dei mongoli del generale Krasnov. Altrettanto inutile l'insurrezione dell'Ossola, finita in una sconfitta per la fuga in Svizzera dei dirigenti il Comitato di L. Per l'eccidio di Piazzale Loreto dell'agosto del 1944 i tedeschi fucilarono 15 cittadini: è vero che il Comitato di L. proclamò lo sciopero generale, ma nessuno si astenne dal lavoro. Queste azioni non influirono sulla durata della guerra ed all'inutilità degli eccidi della innocente popolazione si aggiunge l'inutile sacrificio di tanti partigiani le cui azioni provocavano - oltre le rappresaglie sugli inermi anche quelle sugli stessi combattenti; sia d'esempio l'inutile sacrificio dei 700 partigiani del Grappa catturati dai tedeschi, quello degli 8 condannati a morte di Torino col generale Perotti in testa, impiccati al ponte degli Allocchi a Ravenna ed una infinità di altri generosi andati inutilmente- al sacrificio. A Torino i giustiziati sono oltre 5.000: comandante dei partigiani è il generale Trabucchi, attualmente in carriera e sollecito persecutore degli ufficiali monarchici al Corpo d'Armata di Firenze. Alle volte gli Alleati devono intervenire minacciando bombardamenti per far cessare le orrende carneficine, specialmente per l'uccisione di migliaia e migliaia di prigionieri dopo la resa e dopo l'armistizio, a guerra finita, quando cioè già avevano deposto le armi. Gli Alleati eccitarono i partigiani ai massacri ma poi non vollero assumersi le responsabilità di tanti orrori e concordarono nel negarne qualsiasi utilità ai fini della guerra.

Sulla situazione della resistenza nell’Alta Italia troviamo conferma alle nostre informazioni personali nella pubblicazione del Simiani La lotta partigiana (Ed. Omnia): le forze erano in Lombardia forse di 6.000 combattenti, a Bologna e provincia intorno ai 1500 diventati improvvisamente 20.000 il giorno dell'ingresso degli Alleati. L'inchiesta del Simiani, la più seria e obiettiva finora compiuta, ci pone davanti a particolari raccapriccianti ai quali può arrivare la guerra civile alimentata dall'odio predicato da dirigenti irresponsabili coperti dalla maschera del patriottismo. Egli descrive come si prelevassero le persone per la sola indicazione dai al fascista. «In molti casi purtroppo si trattava di losche faccende di amori o di vendette senza ombra di colpa politica e tuttavia il disgraziato se capitava dinanzi a qualche comando poco scrupoloso, veniva messo a morte. Si ebbero anche casi di persone prelevate per carpire loro danaro rilasciate anche se meritevoli di punizione, mediante 1'esborso di cifre notevoli. in mezzo a questo stato cose che andavano generalizzandosi, migliaia di persone incontravano la morte senza subire giudizi, senza essersi potute appellare, quasi sempre prive di conforti religiosi, raramente col permesso di inviare un estremo saluto ai famigliari».

Gli orrori ai quali si trascese nella città di Bologna, dove il Simiani calcola vi siano stati 1.300 giustiziati, altri 1000 in provincia di cui 800 non identificali, sono così narrati: «I morti venivano abbandonati sulle piazze o per le strade e talvolta oltraggiati. All'osservatore occasionale o al forestiero capitato per caso poteva sorgere il dubbio che la città fosse colpita da una nuova specie di furore collettivo a carattere epidemico. Chiunque poteva chiedere se invece di trovarsi in una città famosa per la cultura e per lo spirito degli abitanti, fosse capitato in qualche provincia asiatica in preda ad una feroce follia omicida dettata dal fanatismo religioso».


Non fu dunque quella dei partigiani una guerra guerreggiata. All'infuori del ristretto cerchio delle bande autonome delle Langhe sotto la guida del Mauri, della Franchi e della Osoppo, in generale le altre a sfondo estremista non ebbero una funzione di guerra aperta, ma assunsero spiccato carattere di vera e propria guerra civile, che si scatenò con crudeltà raccapricciante nei giorni susseguenti la liberazione, durante l'insurrezione e che culminò nello spettacolo di Piazzale Loreto, una pagina che i ciellenisti ascrivono a loro onore (Togliatti la chiamò «la più bella pagina della storia d’Italia»), ma che desterebbe orrore anche fra i selvaggi della jungla. Se non fosse stata una manifestazione di partiti associati sui quali va gettata la responsabilità di tanta infamia, questo episodio di barbarie e crudeltà disonorerebbe l'Italia. Va ascritto a disdoro dei partiti comunista e socialista, liberale e democrazia cristiana, partito d'azione e demolaburista l'avere instaurato in Italia il regime del terrore nel momento in cui la Patria, cessato il conflitto armato, si dibatteva per salvare nella pace la sua dignità nazionale. Tutto è stato fatto per aggravare la sconfitta, per umiliare l'Italia al solo ed unico scopo di poter dire «abbiamo avuto ragione ».

Abolita a Napoli Via Vittorio Emanuele III


Ce ne dà notizia un articolo comparso sul sito Napoli today, http://www.napolitoday.it/cronaca/abolita-via-vittorio-emanuele-iii.html, articolo che non riportiamo perché scritto con i soliti triti luoghi comuni dei cialtroni neoborbonici, (diversa cosa dai borbonici che in maniera onorevole e, soprattutto, educata esprimono il loro attaccamento alla Casa Reale di Borbone).

"Il sindaco Luigi de Magistris in Commissione Toponomastica del Comune di Napoli, ha dato il via libera nella seduta della Commissione in data 9 marzo, di ratificare l'abolizione del toponimo della strada intitolato a Vittorio Emanuele III ".

De Magistris, ex giudice, sotto inchiesta per uso disinvolto dei mezzi che la legge gli metteva a disposizione, già decaduto per la legge Severino ma reintegrato grazie alla follie della legge italiana che si guarda bene dall'essere uguale per tutti ma è interpretabile a seconda dell'appartenenza ad uno schieramento politico o all'altro, compie così l'unico gesto importante della sua legislatura e fa una  autentica, disgustosa porcheria.
Porcheria ancora più grossa perché commessa nel 100° anniversario che vide il Re Soldato compiere l'Unità d'Italia insieme al suo popolo.

Invitiamo i nostri lettori a tempestare di post la pagina facebook di quel personaggio che immeritatamente siede sullo scranno che fu di Achille Lauro.

VIVA IL RE!



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I Savoia in cartolina




È stata inaugurata oggi a Palazzo Lascaris, e resterà esposta fino al 30 aprile; la mostra “Mille cartoline per un Regno”. Promossa e organizzata dal Consiglio regionale del Piemonte e dal Gruppo “Amici del Passato” di Volpiano, è una rassegna tematica di Casa Savoia, attraverso le cartoline postali iconografiche del Regno d’Italia, dal 1896 al 1946.
I pezzi esposti spaziano dalle prefilateliche alle prime affrancature facenti parte dell’archivio storico della casa museo “Casale Armanda” di Robella d’Asti. La collezione fu avviata, agli inizi del Novecento, da Giacinto Rolfo, stimato viticoltore di Robella, che per i suoi meriti ottenne la facoltà di poter usare per la sua azienda lo stemma della Real Casa. Da allora cominciò ad appassionarsi alla raccolta di cartoline dei Savoia. In mostra è rappresentato in particolare il periodo d’oro della cartolina sabauda, a partire dalle nozze del principe Vittorio Emanuele con la principessa Elena del Montenegro. In esposizione anche le lettere, inedite e autografate, di duchi e re di Savoia, ma anche di personaggi come Giosuè Carducci e Giuseppe Garibaldi.
“È con vivo piacere che ospitiamo a Palazzo Lascaris questa mostra, inserita fra le iniziative intraprese dal Consiglio regionale per la commemorazione del centenario della Prima Guerra Mondiale”, ha affermato la consigliera Silvana Accossato.
Ospite d’onore della presentazione è stato Martino d’Austria Este (successore al Trono d’Austria e Ungheria), mentre lo studioso Tomaso Ricardi di Netro e il curatore della mostra Pierangelo Calvo hanno ricordato la rilevanza storica della cartolina quale strumento di propaganda dei reali.



giovedì 12 marzo 2015

Riforme, i Monarchici a Mattarella e Renzi: la Repubblica non è un Totem

Tra l'Italicum e il "nuovo" Senato, c'è chi vorrebbe abolire la Repubblica, più precisamente l'articolo 139. La proposta sta in una lettera dei Monarchici indirizzata ai vertici delle istituzioni per chiedere di cancellare dalla Costituzione l’articolo che non rende “revisionabile” la forma repubblicana.
Il presidente dell’Unione Monarchica Italiana, l’avvocato Alessandro Sacchi, si è rivolto agli uomini delle Istituzioni con una lettera nella quale ha chiesto, nell’ambito delle riforme costituzionali, l’abrogazione dell’Articolo 139 che stabilisce la forma repubblicana come immutabile nei secoli. Secondo l’analisi di Sacchi “quella sancita dall’articolo 139 è una norma antidemocratica che mina gravemente la sovranità nazione, in aperto contrasto con l’Articolo 1 in cui la sovranità viene affidata al popolo”.

Per questo i monarchici si attendono dalla politica “un segnale che porti l’Italia fuori dall’ambigua situazione nella quale i Padri costituenti, per ragioni storiche ormai completamente superate, hanno posto il Paese. I popoli hanno il diritto di scegliersi le Istituzioni da cui essere governati”, afferma il presidente dell’Unione Monarchica Italiana. 

La sollecitazione è contenuta in una lettera indirizzata, tra gli altri, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al presidente e ai vicepresidenti del Senato, al presidente e ai vicepresidenti della Camera dei Deputati, al presidente del Consiglio dei ministri, al ministro delle Riforme e ai componenti delle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato.Ecco cosa recita l’articolo 139 della Costituzione Italiana:La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”.

mercoledì 11 marzo 2015

Re Umberto II di Savoia, l'ultimo Re d'Italia, 32° della morte. San Cetteo lo ricorda

Il 18 MARZO 1983, alle 15:45, presso l'Ospedale Cantonale di Ginevra, "esalava l'ultimo respiro Sua Maestà il Re Umberto II di Savoia, l'ultimo Re d'Italia". A ricordarlo è Camillo Savini.

“Morì pronunciando Italia” aggiunge il Presidente provinciale Rag. Ten. “Quella stessa Italia che gli fu preclusa nel lontano 1946 e per tutta la vita, a seguito del referendum istituzionale da lui stesso fortemente voluto”.
Savini, rinvangando la storia afferma “il risultato fu talmente dubbio (a causa di indiscutibili brogli elettorali), che la Corte di Cassazione, preposta a proclamare ufficialmente il vincitore del referendum, il 10 giugno dichiarò ufficiosamente la notizia della vittoria della repubblica, riservandosi però la dichiarazione ufficiale il 18 giugno, dopo il riscontro dei voti definitivi, cosa però che non avvenne mai”.
Nell'analisi monarchica di Savini si legge “nella notte tra il 12 e il 13 giugno il Governo, con quello che lo stesso Re Umberto definì 'un gesto rivoluzionario', stabilì illegalmente, senza attendere la pronuncia della Cassazione, che i poteri del Re erano ormai passati al Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, quale capo provvisorio dello Stato.”
Il 13 giugno 1946 Umberto II, si recò in Portogallo, come Carlo Alberto. Il 1° gennaio 1948 seguì l'articolo della Costituzione, “agli ex Re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale”. Per lui durò 37 anni.
Nel 32.mo anniversario della morte sarà celebrata, dall'Abate Monsignor Giuseppe Natoli, una Santa Messa in memoria presso la Cattedrale di San Cetteo in Pescara il giorno 21 marzo alle ore 18:00.

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA “REX”

LXVII CICLO DI CONFERENZE 2014-2015, II PARTE


SALA UNO
nel cortile della Casa Salesiana San Giovanni Bosco
con ingresso in Via Marsala 42
(vicino Stazione Termini)

INGRESSO: 10,15

ORA INIZIO CONFERENZA: 10,30



15 marzo 2015

Prof. Avv. Francesco CAROLEO GRIMALDI

Giustizia oggi: proposte governative e necessità effettive”