NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

martedì 2 settembre 2014

PAPA FRANCESCO ED I NUOVI POSSIBILI PICCOLI STATI : EUROPA INGOVERNABILE

di Domenico  Giglio

Spesso  “repetita  juvant”  per  cui  ritorniamo  a  parlare  di  separatismi, secessionismi  e  simili  che  sembrano  la  principale  preoccupazione  di  alcuni  movimenti  politici  in  Spagna, Gran  Bretagna, Belgio ed  Italia  e  questo  in  un’ Europa  in  fase  di  recessione  economica  e  di  sempre  più  scarso  peso  a  livello  mondiale  ed  è  con  soddisfazione  aver  letto, qualche  tempo  fa  una  pacata, ma  netta  dichiarazione  di  Papa  Francesco, di  disapprovazione  delle  tendenze  separatiste  esistenti  in  vari  stati  dell’ Europa.
C’ è  infatti  chi, per  giustificare  l’attuale  richiesta  di  separazione  o  indipendenza  si  richiama, per  la  Catalogna,  alla  guerra  di  successione  spagnola  del  1714, chi  all’atto  di  unione  della  Scozia  del  1707, chi  ai  nostri  plebisciti  del  1860, per  non  parlare  di  chi  contesta  la  liquidazione  della  Repubblica   di Venezia  nel  1797  e   del  Sacro  Romano  Impero  nel  1806  per  mancanza  del  “numero  legale”  dei  deliberanti, problemi  tutti  anche  interessanti, se  non  affascinanti  dal  punto  di  vista  storico, ma  non  politico  e  totalmente  fuori  dall’attuale  realtà. Che  sia  amaro  doverlo  riconoscere, ma  il  primato  dell’Europa, pur  partendo dall’Atlantico  per  finire  agli  Urali, è  nella  fase  discendente,anche  se  non  mancherebbero  intelligenze, capacità  e  mezzi  per  poter  fermare  tale  declino,anticipato  peraltro  un  secolo  or  sono  da  Spengler, declino  oltretutto  demografico  perché  sommando  tutti  i  27  stati  dell’U.E.( 501.100.000  abitanti )  e  gli  altri  fuori   dell’Unione ,compresa  Ucraina  e Russia, ( totale  abitanti  Europa  811.543.167 )  non  si  raggiunge  che  un  quinto  degli  abitanti  dell’Asia ( 4.055.957.043 )  e  meno  della  metà  degli  abitanti  della  Cina  e  dell’India, per  non  parlare  dell’incredibile  incremento  di  alcuni  paesi  dell’Africa, che  supera  ormai  complessivamente  il  miliardo  di  abitanti, quale  ad  esempio  la  Nigeria  con  152.217.000  abitanti  e  l’ Etiopia  con  88.013.000.

Sentire  perciò  un  uomo  anziano,che  per  l’anzianità  si  dovrebbe  ritenere  saggio, come  Pujol  parlare  di  una  Catalogna  indipendente, con  i  suoi  sette milioni  e  mezzo  di  abitanti, anche  se  magari  unita  al  resto  della  Spagna, da  un  unico  Sovrano, a  conferma  del  valore  rappresentativo  e   coagulante  dell’Istituto  monarchico, come  in  fondo  era  stata  l’unione  dinastica  dell’  Austria – Ungheria, lascia  oggi  molto  perplessi  perché  pare  dimenticare  tutto  quello  che  avviene  nel  mondo  e  le  trasformazioni  continue  nei  più  vari  settori. Ignorare  che  nel  terzo  mondo  la  prevalenza  è  dei  giovani, privi  di  un  qualsiasi  retroterra  storico  e  culturale, per  cui  l’Europa  non  incute  loro  né  timore  né  rispetto  e  pensare  che   queste  ondate  migratorie   possano  essere  meglio  gestite  da  staterelli  regionali  e  non  da  stati  nazionali  coordinati  in  una  unione  europea,già  adesso  zoppicante  essendo  costituita  da  27  stati, se  gli  stessi  diventassero  oltre  trenta, è  solo  segno  di  voluta  e  mancata  conoscenza   dei  problemi  mondiali  e  ciò  malgrado  che  oggi,grazie  alla  tecnologia  ed  alle  comunicazioni, frutto  della  civilizzazione  di  stampo  occidentale, il  cittadino  europeo  medio  dovrebbe  avere  invece  un  livello  di  informazioni, come  mai  avvenuto  prima, e  come  non  avevano  forse  nemmeno  gli  uomini  di  stato  e  le  classi  dirigenti  di  un  secolo  fa,vedi  il  “sonnambulismo”  del  luglio  1914, per  cui  suscita  un  sentimento  di  profonda  tristezza, se  non  di  commiserazione  vedere, come  qualche  tempo  fa  in  Catalogna,  proprio  dei  giovani  ballare  e  saltare  auspicando  la  separazione  dal  resto  della  Spagna, quasi  fosse  la  caduta  del  muro  di  Berlino  o  la  fine  di  qualche  dittatura, e  recentemente  in  Spagna, dopo  l’abdicazione  del  Re  Juan  Carlos, richiedere  la  repubblica, dopo  e  malgrado  le  tristi  esperienze  repubblicane  della  sua  storia.


lunedì 1 settembre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - II

L'opposizione diserta l'aula e si ritira sull'Aventino.

Il giorno dopo l'opposizione si astiene dalle sedute. Questa diserzione passerà alla storia col nome del romano Aventino e viene giustificata condizionandola ai provvedimenti del governo per rintracciare, qualunque essi siano, non solo i responsabili materiali, quanto gli ispiratori e gli istigatori dell'orrendo misfatto - che del resto Mussolini ed i fascisti continuano a chiamare « il delitto inutile ».

In questa seduta, assente l'opposizione, il Capo del Governo così parla alla Camera:

MUSSOLINI: «Se vi è qualcuno in quest'aula che abbia diritto più di tutti di essere addolorato, e, aggiungerci, esasperato, sono io. (Vive approvazioni). Solo un mio nemico, che da lunghe notti avesse pensato a qualche cosa di diabolico, poteva effettuare il delitto che oggi ci percuote d'orrore e ci strappa grida di indignazione».

Dopo essersi richiamato al discorso del sabato precedente, discorso nel quale aveva fatto appello ad una détente sia nell'assemblea che nel Paese, per una situazione di concordia e di pacificazione, lieto di essere giunto quasi al compimento della sua opera, deplora che il destino, la bestialità e il delitto vengano a turbare questo processo di ricomposizione morale.
Indi continua: « La situazione, o signori, è estremamente delicata. Quello che è accaduto ieri sera in quest'aula è un sintomo che non può essere trascurato dal governo. Se si tratta di deplorare, se si tratta di condannare, se si tratta di compiangere la vittima, se si tratta di procedere innanzi alla ricerca di tutti i colpevoli e di tutti i responsabili, siamo qui a ripetere che ciò sarà fatto tranquillamente, e inesorabilmente. Ma se da questo episodio tristissimo si volesse trarre argomento, non per una più vasta riconciliazione degli animi sulla base di un accertato e riconosciuto bisogno di concordia nazionale, ma si cercasse di inscenare una speculazione d'ordine politico che dovrebbe investire, il governo, si sappia chiaramente che il Governo punta ì piedi, che il governo si difenderebbe a qualsiasi costo, che il governo avendo la coscienza enormemente tranquilla, (vivissimi applausi) ed essendo di aver già fatto il suo dovere e di farlo in seguito, adopererebbe i mezzi necessari per sventare questo giuoco, che, invece di condurre alla concordia gli animi degli  Italiani, li agiterebbe con divisioni ancora più profonde. Questo andava detto, poiché i sintomi non mancano. La legge avrà il suo corso, la polizia consegnerà i colpevoli all'autorità giudiziaria, che si impadronirà della questione e spiccherà i mandati di cattura necessari. Di più non si può chiedere al governo.

«Se voi mi date l'autorizzazione di un giudizio sommario, il giudizio sommario sarà compiuto; (Impressione) ma sino a quando questo non si può chiedere, e non si deve chiedere, bisogna mantenere i nervi a posto e rifiutarsi di allargare un episodio nefando e idiota in una questione di politica generale e di politica di governo. (Approvazioni).

«Ora la Nazione dimostra per mille segni la sua fiducia nell'opera del governo per quello che gli spetta come potere esecutivo; e dirò a voi rappresentanti della Nazione, che questa fiducia non sarà delusa. Giustizia sarà fatta, deve essere fatta, perché, come qualcuno di voi ha detto, il delitto è un delitto di antifascismo e di antinazione. Prima di essere orribile è di una umiliante bestialità. Non si può esitare davanti a casi siffatti, e distinguere nettamente quello che è la politica da quello che è crimine. (Approvazioni). In altre località d'Italia ho dimostrato che questa distinzione deve essere sempre più profonda, più netta, più inequivocabile. Poiché noi siamo appassionati alle nostre idee, e tali idee, tale passione, tale martirio vogliamo che i buoni cittadini italiani non si confondano e non confondano, che sappiano distinguere la zona della delinquenza dalla zona del sacrificio e dell'ideale. Questo è il mio dovere, questo dovere sarà compiuto ». (Vivissimi prolungati applausi) (1).

Il delitto è avvenuto proprio dopo che Mussolini aveva ottenuto alla Camera un autentico successo col discorso di pochi giorni prima (7 giugno) che avrebbe potuto segnare l'inizio di un'era di più serena lotta politica, di conciliazione e di collaborazione, almeno sul terreno parlamentare; ma è anche vero che esso fu compiuto alla vigilia di un discorso di Matteotti alla Camera sull'esercizio provvisorio (giugno 1924-giugno 1925) approvato a scrutinio segreto nella stessa seduta del 13 giugno con 278 voti favorevoli e soli 7 contrari. Le opposizioni che hanno già disertato l'aula lasciano così i fascisti padroni del campo.

Esaurito l'ordine dei lavori il governo ne approfitta per proporre la proroga della sessione e nessuno chiede la parola: la proposta è approvata e la Camera sarà convocata al mese di novembre.

Le opposizioni insistono nell'accusare di complicità il generale De Bono, capo della polizia e considerano la scomparsa di Matteotti un delitto di Stato. Ma sono accuse vaghe, in astratto, accenni a fatti che hanno soprattutto una intonazione polemica pur rivelandosi l’evidenza che il delitto sia stato compiuto in un’atmosfera di interessi in uno sfondo affaristico che potrebbe essere contro il governo. Associazioni combattentistiche e dei mutilati emettono ordini del giorno di protesta, chiedono la punizione dei colpevoli, ma nessuna accusa diretta e circostanziata che investa il governo. La confederazione del Lavoro si oppone persino che venga proclamato lo sciopero generale e si limita a far sospendere il lavoro limitatamente alle ore dei funerali. La confederazione bianca (democristiana) invita i suoi aderenti a «resistere a qualunque movimento inteso a trasportare dal terreno dei partiti a quello sindacale l'espressione di un giudizio politico sugli avvenimenti odierni ». Inaugurandosi la nuova sede di Torino del Partito Liberale, i presenti si augurano che il cerchio di quella «accolta di delinquenti e di violenti che si stringe attorno al governo ed al fascismo e ne impedisce e ne oscura l'opera di ricostruzione e di pacificazione », venga spezzato. Da ogni parte giungono relazioni su adunanze di associazioni, organizzazioni, comitati, ecc. chiedenti sia fatta giustizia colpendo i responsabili. Molti deprecano che il delitto abbia tentato di «intralciare l'opera di pacificazione perseguita».


Il Popolo d'Italia pubblica una dichiarazione dell'organo comunista di Mosca, La Pravda (21-6) nella quale è detto: «Mussolini fu amaramente sorpreso dall'assassinio di Matteotti. Si può credere che questo disgustoso affare fu organizzato a sua insaputa».

(1) Atti parlamentari, Camera Deputati, XXVII Leg., Vol. 1, p. 242.

sabato 23 agosto 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - I

PARTE TERZA, DALL'AVENTINO FINO ALLA GUERRA


 « Io non so se la libertà abbia più da temere di coloro che hanno l'insolenza di violarla o dell'imbecillità di coloro che non sanno difenderla.»
                                                                                                                  Octave Mirabeau


1) IL DELITTO MATTEOTTI     (seconda metà del 1924)


«Questione morale» contro «Questione morale». - Gli aventiniani invocano la salvezza dal Re ma non cessano di insultarlo. - L'assurda tattica dell'Aventino: «Italia senza Vittorio Emanuele».

Mussolini annuncia la scomparsa di Matteotti.

Nel pomeriggio del 10 giugno si assentava da casa senza farvi più ritorno l'on. Matteotti. Dopo le prime incertezze si affacciò l'ipotesi di un delitto politico, anche perché correva voce in quei giorni che egli dovesse sferrare un documentato attacco contro il Governo a proposito delle concessioni di ricerche petrolifere della casa americana Sinclair.

Nella seduta della Camera del 12 giugno, Mussolini comunica la scomparsa  del Matteotti assicurando di aver dato ordini che gli autori dell’ipotetico delitto siano consegnati alla giustizia, e termina: « Mi auguro che l'on. Matteotti possa presto ritornare in Parlamento ». Sapeva Mussolini della progettata aggressione, del progettato rapimento? Non è compito del nostro studio esaminare questo neo della politica mussoliniana né siamo corazzati di elementi tali da poter venire ad una conclusione qualsiasi. Noi abbiamo posto in evidenza - nelle pagine precedenti l'atmosfera imperante nel Paese e lo stato d'animo di rancore e di odio fra i partiti, il tutto derivante da intolleranza reciproca (1). Due mesi prima il Corriere della Sera, polemizzando con coloro i quali lo rimproveravano di non comportarsi «come Salandra o come Orlando, maestri veri di liberalismo», così spiegava il suo atteggiamento: «La verità, che potremmo documentare ampiamente, è che la violenza e l'intimidazione gettano semi nefasti determinando una tensione di animi la quale può far presagire le più tristi conseguenze quando il pendolo, per legge fatale, si sposti prima o poi dall'altra parte. Solo i ciechi e gli appassionati riescono a nascondersi tale pericolo, che noi invece abbiamo ravvisato dal primo giorno, da quando si volle negare che la sola possibile cura ai nostri mali fosse quella della instaurazione di un regime liberale autentico, che reprimesse coi rigori della legge e non con quelli dell'arbitrio ».

Ma oramai lo Stato liberale è morto e sepolto e dobbiamo considerare e vagliare i fatti al lume delle situazioni che si vengono creando col nuovo regime, sorretto del resto dalla grande maggioranza del popolo italiano.

Non si può negare che la scomparsa di Matteotti abbia prodotto una enorme emozione in tutti i ceti, in tutte le classi. Anche alla Camera l'annuncio fatto da Mussolini desta vivissima, profonda impressione. Sfruttato diversamente il fatto avrebbe portato ad altri risultati. L'errore dell'estrema e di quelli che la seguirono, di investire il governo direttamente e di volerne fare una «questione morale» chiedendone le dimissioni, induce il fascismo alla mobilitazione, a serrare le fila a puntare i piedi per tenersi sulla difensiva prima e passare poi al contrattacco.

Dopo la protesta dell'on. Gonzales - fatta in seguito all'annuncio di Mussolini - che «denuncia alla Camera e al Paese il fatto atroce e senza precedenti», passato un istante di silenzio si odono alcune voci: «Parli il Presidente!». L’on. Mussolini siede al banco del governo con le braccia incrociate e non fa cenno di voler parlare. E l'on. Chiesa: «Parli il Capo del Governo! Tace! E' complice!».

(Vivissime reiterate proteste - Rumori prolungati - Vivaci apostrofi contro il deputato Chiesa - Molti deputati scendono nell'emiciclo - Viva agitazione).

PRESIDENTE Rocco: « L'on. Chiesa ha pronunciato una parola che non può che avere la riprovazione di tutta la Camera e di tutto il Paese! (Applausi) Deve ritirarla ».

Filippo TURATI: «Ritiri pure: La vita è ipocrisia!».

CHIESA: «Onorevole Presidente: nessuno oserà credere che io abbia mai voluto chiamare complice il Presidente del consiglio di ribaldi che possono avere afferrato il nostro collega! Io aveva detto una parola ed era questa: parli il Presidente del Consiglio! Egli è rimasto immobile; è la complicità ... ! (Vivaci interruzioni - Apostrofi - Rumori prolungati).
Avrei voluto che in questo momento il Capo del Governo avesse avuto una di quelle parole incisive che egli sa dire quando vuole, perchè ne sentisse la scossa il Paese, e ne sentissero la scossa gli infami che possono essersi impadroniti del nostro collega, affinché rendessero alla Camera e alla famiglia il nostro Matteotti. Unicamente questo è il significato delle mie parole. E non altro! E se il governo dirà, per bocca del suo Presidente, questa parola, si avrà la prova di quella pace che l'on. Mussolini ha invocata l'altro giorno nel suo discorso ». (Vivi rumori - Apostrofi Commenti prolungati).


PRESIDENTE: « L'incidente è chiuso » (2).

(1) Il 13 marzo era stato aggredito l'on. Forni in seguito ad una circolare riservatissima della Direzione del P.N.F. con la quale l'on. Giunta, «presi gli ordini del Pres. del Consiglio e Duce del fascismo» ordinava alle Federazioni Provinciali interessate di «rendere impossíbile la vita» ai capi del fascismo dissidente.

(2) Atti parlamentari, Camera deputati, XXVII Legislatura. Vol. 1, p. 323.

martedì 19 agosto 2014

La Monarchia e il Fascismo - settimo capitolo - V


Mussolini nel 1924
Intemperanze, tumulti e pugilati alla Camera

Ma l'opposizione non disarma. Nella seduta del 30 maggio la Camera dà uno spettacolo che non ha precedenti nella nostra storia parlamentare. I tumulti ed i pugilati superano quelli del dopo guerra. Asprezza di linguaggio della sinistra, ed intemperanze da ambo le parti, e ciò avviene in sede di discussione del nuovo Regolamento e perché i deputati fascisti hanno occupato una parte dei banchi dell'estrema. L'On. Matteotti pronuncia un violento discorso contro il governo, critica il modo col quale sono state fatte le elezioni, e rammenta come Mussolini abbia affermato che avrebbe mantenuto il potere con la forza «anche se le elezioni non fossero state favorevoli». Mussolini dal banco del Governo fa con la testa replicati segni affermativi, mentre i deputati fascisti in coro ricordano agli estremisti di sinistra le loro intemperanze del 1919 (1). E' Come il segnale della battaglia: l'aula si trasforma in arena con selvaggi pugilati. Alla sera in piazza Montecitorio la popolazione insegue i deputati dell'estrema ed acclama a Mussolini.

L'agitazione che tiene tanto tesi i vari settori della Camera, oltre che dal rancore derivante da situazioni politiche dei partiti, ha soprattutto la sua base nella discussione del nuovo regolamento. Già nel 1899 al rimpasto del Ministero Pelloux, avendo questi assunto - lui liberale quasi avanzato - un aspetto reazionario, le sinistre disapprovarono provvedimenti che pure avevano già favorevolmente votato in prima lettura. Si formò una opposizione culminata nel famoso ostruzionismo che fece affacciare la necessità di difendere i diritti della maggioranza contro gli abusi e le intemperanze della minoranza. La proposta fatta in tal senso da Sonnino provocava tumulti e proteste per cui si dovette sospendere la seduta e la sessione venne chiusa. Alla nuova sessione (21 marzo 1900) altri tumulti ed uscita dall'aula della estrema sinistra e dell'opposizione costituzionale. Eppure la proposta coincideva con una disposizione applicata talvolta alla Camera dei Comuni per impedire l'ostruzionismo, disposizione che passa sotto il nome di ghigliottina. Ma il nuovo regolamento proposto ora dal fascismo differisce in questo: che mentre ai Comuni la disposizione viene applicata in via eccezionale dopo che il Presidente ha esplicato invano tutti gli altri mezzi restrittivi, con la «procedura abbreviata» del nuovo Regolamento si viene a stroncare ogni libera discussione della minoranza con una limitazione eccessiva per lo svolgimento dei suoi ordini del giorno: non più di 8 e non oltre 2 ore e 40 minuti dopo la chiusura.

Questa nuova procedura insomma, è intesa non più nel principio informatore di tutelare i diritti della maggioranza dalle sopraffazioni della minoranza, ma a soffocare i diritti di questa, che, del resto, per legge elettorale è ridotta a 179 deputati. Pure mantenendo questo atteggiamento repressivo verso la opposizione, Mussolini il 7 giugno pronuncia alla Camera un discorso che è sopratutto un invito alla pace ed alla collaborazione: «Voi dovete certamente fare l'esame di coscienza e dire: che cosa succede di noi? Perché non si può essere assenti, non si può rimanere sempre estranei: qualche cosa bene o male bisogna dire o fare: una collaborazione negativa o positiva deve esserci, nel vostro stesso interesse perché se restate assenti, indifferenti, come gli stilisti che stanno sulle colonne ad aspettare il miracolo, voi vi sarete condannati all'esilio perpetuo dalla storia. E' un quesito che pongo alla vostra coscienza, voi lo risolverete, non tocca a me risolverlo ».

Dopo il discorso di Mussolini si passa alla votazione dell'ordine del giorno Del Croix: «La Camera, esprimendo la sua piena fiducia nel Governo, nell'opera da esso compiuta e nel programma per l'avvenire, approva l'indirizzo di risposta al discorso della Corona »;

Il governo ottiene la fiducia con questa votazione:

Votanti: 468; maggioranza: 235; votano a favore del governo: 361; votano contro 107. (7 giugno 1924).

 Hanno votato a favore, fra gli altri, Orlando, Giolitti Gasparotto Boeri, ecc.

Nella stessa seduta poco prima della votazione era stato approvato per alzata. l'emendamento all'indirizzo: «La fatale impresa dei Risorgimento, sospiro e meta di tante generazioni, è giunta alla definitiva redenzione di Fiume».

Ma il fatto rilevante è che Mussolini nel suo discorso ha riconosciuto la necessità dell'opposizione, sia pure con riserva: «Non è l'opposizione che irrita, è il modo dell'opposizione». Lo stesso giornale Il Mondo in un sereno articolo esamina il discorso e così si esprime: «In un sol punto l'on. Mussolini si è discostato dal passato ed è in quel punto dove ha riconosciuta la necessità di una opposizione. Cade con questo un fondamentale dissenso teorico tra il capo del governo e la concezione e il metodo del liberalismo. Resta a vedere peraltro quali saranno le conseguenze pratiche dell'atteggiamento che l'on. Mussolini ha sembrato assumere a questo riguardo. Egli parlò in verità di modo e modo di opposizione; ma noi abbiamo più di una volta precisato per nostro conto che il modo dell'opposizione era strettamente correlativo al metodo politico praticato dal governo ».

In contrasto col Mondo, l'Avanti! commenta: «Siamo di fronte ad un complotto per sopprimere un avversario considerato pericoloso per «interessi particolari» di uomini del governo, derivanti dalla stessa politica del governo». Tutta la campagna anti-fascista dell'estremismo rosso e repubblicano è basata su questa formula che poi si dimostrò infondata. L'antifascismo, scrive lo Zuccarini, non ha fino a questo momento né una bandiera né un programma. E' un misto di sentimenti offesi, di posizioni turbate. di giustificati rancori: offre dieci bandiere e dieci programmi».

I giornali socialisti sono un canto continuo alla libertà, proteste violente si affacciano ad ogni colonna contro le misure repressive del governo italiano, ma è anche vero che essi fanno l'apologia dei «quattro magnifici bombardieri del Diana», ed esaltano il governo russo quando spiana le mitragliatrici ed insanguina la piazza del Cremlino sopprimendo gli oppositori del metodo bolscevico. Inneggiano alla rivoluzione ma negano quella compiuta da Mussolini soltanto perché li ha sopraffatti.

Forse per questo i loro canti libertari non hanno eco nel Paese, e Mussolini ha buon gioco, di fronte alle intemperanze estremiste, agitando il fantasma pauroso del pericolo comunista di quel pericolo di cui arrivano notizie orrende dalla Russia.

La vittima di questa situazione è la Monarchia.

Sboccata nella marcia su Roma la reazione alla baraonda dissolvitrice social repubblicana ed al veto di don Sturzo che aveva imposto alla Corona una soluzione extra parlamentare della crisi - inseriti nello Stato Milizia e Gran Consiglio - profusi a Mussolini acclamazioni ed onori e votati i pieni poteri ed una illimitata fiducia a ripetizione - riformata la legge elettorale che il 6 aprile costituisce alla Camera una formidabile maggioranza fascista, viene tolta al Sovrano ogni possibilità di riferimento e di movimento. E' bensì vero che dopo il 1900 ogni iniziativa di politica estera di finanza, i trattati di commercio, l'Esercito e la Marina - conte già la nomina dei Ministri scelti oramai secondo la designazione parlamentare - passano dalla Corona al Parlamento. Questo passaggio di prerogative esautorava lo Stato attraverso la Corona che lo e si trasferiva al parlamento non sempre all'altezza.
L’avvento del fascismo la costituzione di una maggioranza assoluta meccanica espressione di un solo Partito e non di combinazioni di situazioni e di programmi scaturiti dalla solidarietà spontanea di vari partiti dei quali il Monarca ambì sempre esserne l'equilibratore e quindi le conseguenze che ne derivarono, stanno a dimostrare l'inferiorità del Parlamento nei confronti della Corona nella sensibilità davanti ai più gravi problemi che investono un momento storico.

La democrazia italiana degenerata per opera dei social repubblicani e dei popolari in demagogia intollerante e dissolvitrice, togliendo alla Monarchia il privilegio dell'iniziativa getta il Paese nelle braccia della dittatura alla quale consegna il Re prigioniero.

(1) Nel 1919 il Partito Socialista il Congresso di Bologna aveva accettato nel suo programma il metodo della violenza per la conquista del potere politico.


mercoledì 13 agosto 2014

Buona Festa dell'Assunzione di Maria!


Ai nostri fratelli nella Fede, particolarmente a quelli perseguitati in Oriente, i nostri migliori auguri per la bellissima festa dell'Assunzione in cielo della Madre di Dio, uniti alle preghiere più fervide per la loro sorte.
Ai nostri amici laici, o di diverse confessioni, buon ferragosto! 
Ci vediamo tra un po'.

sabato 9 agosto 2014

VITTORIE DI PIRRO


Dopo  la  prima  approvazione  da  parte  del  Senato  della  sua  soppressione  (suicidio  assistito), e  sostituzione  con  un  mostriciattolo  rachitico  che  ne  conserva   unicamente  il  nome, da  parte  di  Berlusconi  abbiamo  avuto  dichiarazioni  di  orgoglio  per  il  risultato  ottenuto  “perché  senza  di  noi (Forza  Italia) non  c’ è  maggioranza“ per  le  riforme. Effettivamente  l’affermazione  è  formalmente  esatta, ma  nel  caso  specifico  del  Senato, a  Berlusconi  è  sfuggito  il  fatto  che  questa  attuale maggioranza  è  dovuta  proprio  all’esistenza  di  un  Senato  elettivo, per  di  più  con  una  legge  elettorale  diversa  da  quella  della  Camera  dei  Deputati, il  che  ha  portato  nelle  elezioni   del   2013  ad  una  Camera  con  maggioranza  blindata  del  partito  democratico  e  ad  un  Senato  dove  lo  schieramento  di  centrodestra  diventava  determinante. Da  questo  dato  numerico  è  venuto  per  necessità  mal  digerita  dal   partito  democratico, prima  il  governo  Letta, con  ministri  del  Popolo  della  Libertà,  e  poi   l’attuale  governo  Renzi  con  ministri  del  Nuovo  Centro  Destra, costola  del   Popolo  della  Libertà, affossato  dal  Berlusconi  a  favore  della  resurrezione  del  vecchio  nome  originale  di  Forza  Italia.

Per  un  politico  avveduto, il  che  non  è  il  caso  di  Berlusconi  e  dei  suoi  consiglieri, questa  riforma, dà, al  giorno  d’oggi, la  possibilità  alla  sinistra, che  già  lo  detiene, di  perpetuare  a  tutti  i  livelli  il  suo  potere, cominciando  dalla  presidenza  della  repubblica, in  quanto, proprio  in  questo  caso  il  collegio  elettorale  che  dovrà  esprimere  il  successore  di  Napolitano, con  630  deputati  e  100   senatori, è  chiaramente  sbilanciato  a  favore  dei  deputati, non  essendo  stato  ridotto  il  numero  degli  stessi, come  giustamente  proposto  da  diversi  parlamentari  di  varia  estrazione, ma  bocciato  dalla  famosa  maggioranza  di  cui  si  gloria  il  Berlusconi, il  quale, evidentemente, pensa  di  essere  lui  ad  avere  la  maggioranza  del  voto  popolare  in  occasione   di  nuove  elezioni.
Su  quale  base  di  previsioni  e  di  sondaggi  non  sappiamo, visti  anche  i  risultati  delle  recenti  elezioni  Europee, perché  solo  riportando  a  votare  i  milioni  di  elettori  del  centrodestra, che  si  sono  astenuti, potrebbe  verificarsi  il  ribaltamento  degli  attuali  dati, ma  le  modifiche  costituzionali  raggiunte  sono  di  gradimento  di  questo  elettorato? In  quel  fondo  di  onesto  conservatorismo, che  di  massima  alberga  nell’elettore  di  centrodestra, la  pratica  abolizione  di  un   Senato  eletto , chiamato  un  tempo  “Camera  Alta”, anche  teorica  riserva  di  saggezza  sia  per  la  diversa  età  del  suo  elettorato  che  degli  eletti, la  abolizione  delle  Province, entità  storicamente  più  sentita  e  giustificata, e  non  delle  Regioni, a  molte  delle  quali  risalgono   i  documentati  dissesti  finanziari  e  morali  che  conosciamo, e  che  confermano  il  motivato  dissenso  che  nei  confronti  di  questo  nuovo  istituto  avevano, a  suo  tempo,  gli  elettori  liberali, monarchici  e  missini, possono  essere  motivi  validi  per  riportarli  alle  urne  ed  a  votare  uno  schieramento di  centrodestra, sia  pure  riunificato  e  non  diviso  polemicamente  come  oggi ?
Questi  sono  i  problemi  concreti  che  non  ci  sembra  siano  stati  valutati, insieme  con  quello  della  elezione  diretta  del  Capo  dello  Stato, tema  che  ritorna  periodicamente  ad  essere  riproposto  da  parte  di  esponenti  di  Forza  Italia, se  non  si  ha  in  mente  un  possibile  candidato  “candidabile “ che  abbia  possibilità  di  riuscita.

DOMENICO   GIGLIO

La Monarchia e il Fascismo - settimo capitolo - IV

Le fatali conseguenze della riforma elettorale.

Le elezioni del 6 aprile hanno, dato al governo la maggioranza di tre quarti. Sono eletti tutti i 355 candidati della lista «Fascio Littorio», poi vengono i cosiddetti fiancheggiatori «Aquila e Fascio Littorio » con 135 eletti non iscritti al P.N.F. fra i quali troviamo Orlando. De Nicola Porzio, Salandra, Scialoia, Paratore, Fera, De Nava, Beneduce poi la lista giolittiana «Bandiera Nazionale con scudo Sabaudo».
Scheda elettorale 1924
L'afflusso alle urne è stato del 63% (1) con 7.628.859 votanti: di questi ben 4.693.690, cioè il 65,26 per cento toccano alle due liste ufficiali fasciste (2), eccezionale maggioranza raccolta in virtù del premio di maggiorazione; poiché in molte circoscrizioni l'insuccess del «listone» è stato clamoroso.
Gli oppositori non si rassegnano alla grave sconfitta subita, schiacciati come sono da questa preponderante attribuzione, conseguenza di una legge elettorale che molti di essi hanno votato, e riprendono la campagna contro il governo il quale improvvisamente restaura la censura preventiva ai giornali socialisti di Milano, che escono con ampi spazi bianchi. Ma questo provvedimento di importanza enorme ed eccezionale non ha nessuna risonanza nell'opinione, pubblica. Lo stesso Benedetto Croce che in quei giorni tiene a Napoli una conferenza non fa alcun cenno né al bavaglio messo alla stampa né alla Dittatura.
Il 24 maggio si inaugura la nuova legislatura ed il Re, in un alto ed elevato discorso si rivolge al Paese:

«Nel nuovo periodo di vita nazionale che si apre, la concordia degli animi costituisce elemento fondamentale di civile progresso pel popolo nostro, il quale nelle manifestazioni di operosità e di coscienza civile ha dimostrato lo slancio verso una maggiore espansione materiale e spirituale, mentre la sua maturità politica si adegua alla confortante potenza demografica della razza ».

E nella chiusa non manca di ammonire: «In tutta l'estensione delle Vostre facoltà Voi sarete la fedele espressione della volontà popolare che vuole intangibili, si, le vere libertà, ma che ha chiaramente indicato di ripudiare ogni degenerazione e ogni forma di licenza, come ogni debolezza e tolleranza contrastanti con la       saldezza della compagine nazionale e che ha riaffermato di voler subordinare i suoi interessi speciali, individuali e di categoria, agli interessi generali e complessi della collettività.
Pertanto si sentono subito gli effetti della situazione creatasi con i risultati portati dalla famigerata legge elettorale. La Camera rinuncia a considerarsi come un potere, uno dei tre grandi poteri su cui lo Statuto impernia lo Stato italiano; 1) Parlamento, potere legislativo; 2) Consiglio dei Ministri, potere esecutivo; 3) Corona, potere equilibratore. Essa dovrà adattarsi ad agire come un docile strumento del potere esecutivo.

Nella discussione per la risposta al discorso della Corona, Arturo Labriola accenna al pericolo grave: « A mano a mano voi andate rafforzando il potere esecutivo contro il potere legislativo, e create gli organi della dittatura permanente». Questa, sorretta da una Camera docile e servile potrà imporsi alla Corona la cui funzione sarà annullata. Infatti il giorno seguente a quello dell’inaugurazione della Legislatura il Gran Consiglio stabilisce che la maggioranza uscita dalle elezioni non deve dar luogo a gruppi. Tutti devono essere inquadrati e disciplinati ed alzare la mano in segno di approvazione degli ordini superiori. Con una Camera così congegnata qualunque sorpresa, qualunque colpo di scena,      qualunque attentato alla Carta Statutaria, sono facili e possibili. Sarà sufficiente che arrivino ordini in proposito e la maggioranza si affretterà ad ubbidire.

Alla nomina del Presidente della Camera il Governo ottiene il suo primo trionfo:
Presenti e votanti: 469; Rocco, candidato governativo, voti: 338; opposizione, voti: 131. (27 maggio 1924).
Dei 4 Vice Presidenti i primi tre appartengono alla maggioranza ed il quarto, candidato di opposizione, il Rodinò, ottiene appena 45 voti.
In Senato invece Tittoni viene eletto Presidente con 209 voti contro 62 schede bianche. A queste si dà importanza di opposizione o per lo meno di fronda ... sotterranea!
L'on. Giolitti, interrogato dalla Tribuna afferma di avere votato per Rocco: «L'ho fatto perché io sono ministeriale. Ho stima per l'on. Mussolini per quanto egli ed il suo governo mi abbiano combattuto alle elezioni».

L'on. Insabato a nome del Partito dei Contadini afferma che fiancheggerà il governo nella sua opera ricostruttiva. L'on. Gasparotto per la democrazia elogia l'indirizzo di risposta al discorso della Corona, « Alto e nobile documento che la maggioranza accetta in tutta la sua integrità... La parola del Re verso le classi lavoratrici, pertanto, suona conforto e monito. Suona giusto conforto, perché, mentre dovunque in Europa si litiga, l'Italia lavora. Questa è la consolante verità, che tutti, e voi stessi socialisti dovete constatare. Viene opportuna la parola del Re ad avvertire come il nuovo stato di cose creato dal fascismo non si possa accettare soltanto negli utili, ma debba essere accettato in tutte le sue conseguenze, in tutto il quadrante delle sue provvidenze ». Difende la Milizia e si rivolge ai socialisti: « Alla libertà del 1919 non c'è nessun italiano di fede che intenda ritornare ».

(1) Nel 1919 era stato del 52 % e nel 1921 del 58%
(2)L’altro 34,74 % è stato ripartito in ben 21 liste, e fra queste i socialisti hanno 65 posti, i popolari 39, i demo sociali 11, i costituzionali di opposizione 12, i fascisti dissidenti 7.

venerdì 8 agosto 2014

Lettera anonima a Re Vittorio Emanuele III

ANONIMO

lettera a Sua Maestà Vittorio Emanuele III

li 8 Agosto 1914 Maestà, Non si faccia venire il ticchio di comandare la guerra a favore della porca Austria- Perché noi diserteremo le file, faremo la rivoluzione, Le facciamo perdere el trono, e combatteremo per la Francia- Questo è il sentimento del popolo- Un gruppo di richiamati- 
A Sua Maestà Vittorio Emanuele III Re d'Italia Roma







giovedì 7 agosto 2014

martedì 5 agosto 2014

La libertà del conclave garantita da un ministro massone ed anticlericale

di Francesco Motto

Crispi e Don Bosco
In miseria accetta di essere aiutato da don Bosco

L’avvocato siciliano Franccsco Crispi in esilio volontario a Marsiglia dopo la rivoluzione siciliana del 1848-1849 e poi formalmente espulso dal Regno delle due Sicilie per motivi politici, nel settembre 1849 si era trasferito a Torino. Nella capitale del Regno di Sardegna, l'unico stato italiano che avesse mantenuto la sua costituzione, l'esule ebbe uno scambio epistolare con Giuseppe Mazzini, del quale condivideva l'ideale repubblicano. Rimaneva però critico con la politica piemontese, per cui in occasione della fallita insurrezione mazziniana del febbraio 1853, il 6 marzo, fu arrestato dalla polizia torinese, interrogato e incarcerato. Trasferito la settimana dopo a Genova, fu fatto salire su di una nave in partenza. Destinazione obbligata: la colonia britannica di Malta.
Ora nel corso del soggiorno torinese il Crispi conobbe la povertà e forse anche la fame. Don Bosco - ci raccontano le cronache salesiane - a passeggio con un gruppo di fanciulli lo intravide un giorno vestito molto dimessamente, come di una persona in difficoltà economiche, e lo invitò a venirlo a trovare a Valdocco. Ci venne, si sedette a mensa con don Bosco e così fece per varie settimane, visto anche che stava in affitto presso la Consolata, non lontano da Valdocco. Nel corso dei colloqui il Crispi si interessava anche di quanto vedeva sotto i suoi occhi e del modello educativo di don Bosco, il quale sembra sia riuscito anche a confessarlo. Talora don Bosco incaricava un amico di Castelnuovo di portargli il pranzo, del denaro, indumenti e scarpe. Se lo faceva per tanti ragazzi bisognosi accolti in casa sua, non mancava di farlo anche per un borghese impoverito (che si sarebbe poi arricchito, anche se non gli sarebbero mancati altri periodi economicamente critici).

Un conclave fuori Roma? Fuori Italia?

I due si persero po’ di vista. Don Bosco rimase a Torino a sviluppare la sua opera, mentre il Crispi intraprese un lungo e tortuoso percorso politico, che lo portò ad essere il massimo sostenitore della spedizione dei Mille, alla quale partecipò, convertendosi da mazziniano a sostenitore degli ideali monarchici. Divenuto "Maestro di loggia massonica”, anticlericale e ostile al Vaticano, dopo l'unità d'Italia fu poi quattro volte presidente del Consiglio, oltre che anche ministro degli Esteri e ministro dell'Interno.
In questo ultimo ruolo dovette affrontare il caso del conclave alla morte di Pio IX il 7 febbraio 1878 allorché don Bosco scriveva al vescovo di Rio de Janeiro: "Pio IX non è più. Roma è in costernazione. Tutti i cardinali e tutto il corpo diplomatico è al Vaticano".

Fra i cardinali presenti in Roma era maggioritaria l'opinione che si dovesse tenere il conclave fuori di Roma, "occupata" com'era dal Regno d'Italia e a rischio di disordini antipapali da parte delle sinistre estreme. C'era anche chi proponeva di tenerlo fuori dell'Italia, in territorio austriaco o francese. Confidando però che il governo italiano, a norma della legge delle Guarentigie (rifiutata dal papa) avrebbe provveduto ad evitare qualsiasi "esterna violenza" alle adunanze del conclave, onde garantire la completa libertà personale dei cardinali, questi si accordarono nel tenere l'assise in Roma. Ovviamente entro le mura della città del Vaticano, vista l'indisponibilità del Quirinale, al momento occupato dal neo re d'Italia Umberto I.

Nell’ufficio dei ministro dell’interno

Don Bosco si trovava a Roma da quasi due mesi. Avvicinava amici, benefattori, esponenti dell'aristocrazia e nobiltà romana, autorità religiose e civili. Aveva bisogno di appoggi, permessi, concessioni, "privilegi", sostegni economici soprattutto da quando annualmente lanciava spedizioni missionarie in America Latina. Di propria iniziativa - o su suggerimento di qualche prelato pontificio ben informato delle sue precedenti missioni ufficiose presso esponenti politici - pensò bene di sondare le reali intenzioni del governo Depretis e particolarmente del ministro dell'Interno Crispi. Non si potevano infatti escludere pressioni indebite in Roma e all'interno della stessa città del Vaticano.
Chiese dunque udienza all'onorevole Crispi, che il 16 febbraio lo ricevette. Dopo i convenevoli ed i ricordi dei tempi di Torino, passarono a parlare dei problemi dei minori in carcere, tanto che il ministro chiese a don Bosco un programma di lavoro ispirato al suo sistema preventivo ed anche la ricerca in Roma di luoghi di educazione, di proprietà del governo, dove applicarlo. Cosa che don Bosco fece subito, inviando il 21 febbraio al ministro un memorandum “di poco costo al governo e di facile esecuzione”, come lo avrebbe definito successivamente rimandandolo al successore di Crispi, l'onorevole Giuseppe Zanardelli, pure da don Bosco avvicinato anni prima nel collegio di Lanzo Torinese.
Ma più che più interessava in quel frangente era la garanzia della libertà di conclave. Crispi gliela assicurò, don Bosco riferì soddisfatto in Vaticano e il ministro effettivamente bloccò sul nascere i cominciati turbamenti dell'ordine pubblico. I cardinali diedero inizio alle votazioni nella cappella Sistina il 19 febbraio e la mattina del 20 il cardinal Pecci era già eletto Sommo Pontefice con il nome di Leone XIII.

Don Bosco non incontrerà più il Crispi, costretto a dimettersi dal ministero quindici giorni dopo per accuse di bigamia. Riprenderà i contatti con il suo successore e con vari altri ministri della stessa Sinistra Storica. Era convinto che l'Opera salesiana fosse a servizio del bene comune e promuovesse l'educazione dei giovani d'Italia e del mondo; dunque la politica, anche quella ostile alla chiesa, doveva tutelarla e non ostacolarla.

dal Bollettino Salesiano, Luglio Agosto 2014

Marò: la Suprema Corte Indiana rinnova le garanzie per la libertà provvisoria, bontà loro...

I nostri due connazionali segregati in India da ormai due anni e mezzo, durante i quali è successo un po' di tutto, compresa la limitazione della libertà di movimento del nostro ambasciatore Mancini e il susseguente ritorno dei nostri nelle mani dei loro carcerieri, continuano ad essere ostaggi di un paese che li vorrebbe semplicemente morti. Il bello, ma sarebbe meglio dire il grottesco, di questa situazione è che la dignità dei due soldati italiani, quella del nostro paese e, quel che più conta maggiormente, la loro stessa vita, sono totalmente nelle mani del "buon cuore" della Corte Suprema Indiana. E tutto questo, sarebbe quasi stucchevole e superfluo rimarcarlo, per aver semplicemente compiuto il loro dovere per conto dello Stato Italiano in acque internazionali, non soggette alla giurisdizione indiana.
[...]
 A questo punto ci sarebbe da chiedersi lecitamente quanto noi Italiani, compresi i nostri Marò, possiamo ancora identificarci e riconoscerci in uno stato e soprattutto in un governo come questo...e la risposta non sembra essere poi così scontata.