NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

mercoledì 30 luglio 2014

CELEBRAZIONE COMMEMORATIVA “GRANDE GUERRA”: CHI HA PAURA DELLA MONARCHIA?

Protesta il Conte Carlo Maria Ferrari di Valle Antica: “Sbagliato il logo delle celebrazioni".

Una lettera garbata, ma ferma nei suoi propositi. Il Conte Carlo Maria Ferrari di Valle Antica, non nasconde il proprio disappunto per quanto sta accadendo in questi giorni, in occasione delle celebrazioni commemorative per il centenario della Guerra del 1915/1918, la "Grande Guerra". 

"Quell'evento - spiega a nome dei monarchici umbri - vide la partecipazione di tutte le nazioni europee e dell'America e generò milioni di vittime. Fra essi anche cittadini ternani". Il Conte Ferrari di Valle Antica, ne cita uno quale esempio: "il 18enne Valentino Scarpettella, che cadde per la Patria donando la sua giovane vita all'Italia, a casa Savoia ed al suo Re, Vittorio Emanuele III".
Il suo nome è scolpito nel marmo del monumento ai caduti che si trova nei pressi dei giardini pubblici della Passeggiata, a Terni. "In quei tempi - scrive il Conte Ferrari - si andava all'attacco gridando 'Savoia' e fino al 1946 l'Italia era una monarchia, un regno retto da Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III. Per questo - afferma il Conte Carlo Maria Ferrari di Valle Antica, a nome dei monarchici umbri - ci sembra fuorviante il logo prescelto per queste celebrazioni, che raffigura un fante con un tricolore sullo sfondo. Per verità storica ed etica - conclude - la bandiera del Regno (perché in quel tempo vigeva la Monarchia) era sì un tricolore di origine repubblicana, ma con al centro la corona reale sopra la croce dei Savoia".













martedì 29 luglio 2014

Re Felipe: per reali no a lavoro con privati


Felipe VI cambia regole per i reali: più trasparenza nei conti della monarchia, un codice di condotta per chi lavora per la casa reale e, soprattutto, un divieto per i membri della famiglia - re, regina, i loro figli e gli ex re con le consorti - di lavorare per privati e ottenere compensi. 

Una misura quest'ultima che, se fosse stata in vigore durante il regno di Juan Carlos, avrebbe potuto impedire il coinvolgimento della sorella di Felipe, Cristina, nello scandalo che ha coinvolto il marito.

http://www.bresciaoggi.it/stories/Mondo/810389_felipeper_reali_no_a_lavoro_con_privati/?refresh_ce#scroll=500

lunedì 28 luglio 2014

La Monarchia e il Fascismo - settimo capitolo - II

Orlando, De Nicola e Gasparotto fra il sì e il no.

Orlando, De Nicola e Gasparotto si dibattono in continue indecisioni, fra accettazione e rinunzia. Nessuno osa apertamente passare all'opposizione, nessuno ha il coraggio di parlar chiaro. Orlando finisce di accettare ed entra nel listone fascista con la riserva che siano riconosciute quelle «idee liberali e democratiche che ho sempre professate ed alle quali intendo rimanere fedele» ma che Mussolini aveva già misconosciute e disprezzate proprio in quei giorni nel discorso di palazzo Venezia, che fu un discorso di assoluta e violenta intransigenza anti-liberale. L'accettazione di Orlando, pur con le riserve, è considerata una sottomissione all'indirizzo politico del Governo in un momento decisivo per la vita costituzionale della Nazione, quando cioè tutta la struttura del potere sta per assumere forme nuove e pericolose, in antitesi assoluta a quelle di cui l'Orlando fu maestro in passato. E' questo il momento in cui si preannuncia la presa di possesso della dittatura. Infatti L'Impero, il cui linguaggio si avvicina di più a quello dell'on. Mussolini, scrive testualmente proprio in risposta alla dichiarazione di Orlando: «Il fatto del Comando è legato più che intimamente all'Unico. Il comando ha necessità di solitudine, in quanto il capo deve sapersi attentamente e fedelmente ascoltare; il comando ha bisogno dei «pieni poteri», in quanto «deve essere pronto a tutte le velocità e a tutte le sterzate».

L'atteggiamento di Orlando non è gradito né ai fascisti per le sue platoniche riserve, né agli oppositori che vedono in lui un complice della politica mussoliniana. Il senatore Maffeo Pantaleoni, scrive a questo proposito sul Mezzogiorno dì Napoli: «Nella vecchia Camera, allorché, dopo la marcia su Roma, venne al potere Mussolini, com'è che allora Orlando si scordò di parlare sulla legge dei pieni poteri, e com'è che non aperse bocca in difesa del parlamentarismo, della democrazia, della Costituzione, della Monarchia, della libertà, del cittadino, allorché vide e udì la Camera trattata per quello che valeva? Dove erano allora i suoi ideali vissuti tutta la vita sua? L'aspide ha atteso nascosto nell'erba l'ora sua. Per ora ha fischiato e sibilato. Voglio tagliargli la lingua prima che punga e avveleni. La lingua? Certo la lingua, che se questa è tolta all'Orlando, che cosa di lui resta?».

De Nicola dopo tanti sì e tanti no finisce per accettare ed è autorizzato a compilare per la Campania una lista di suo gradimento, assumendo le prerogative del Duce.

L'Avanti! commenta: «La lettera di accettazione dell'ex presidente della Camera De Nicola è una lettera pietosa»... « Egli prostituisce se stesso, il suo passato, la sua fede liberale tante volle conclamata la sua dignità di uomo politico. De Nicola è al di sotto, come figura morale e politica, dello stesso Orlando il quale almeno ha mascherato il suo «obbedisco» con riserve di carattere politico che ha dato come accettate dal governo. Il fatto    preciso e  inconfutabile che noi oggi abbiamo il dovere di      rilevare è questo: De Nicola, Orlando, De Nava e Pasqualino Vassallo nonostante le riserve di qualcuno che, ripetiamo, non hanno che un valore esteriore e una portata  insignificante, entrando nella lista ministeriale hanno implicitamente accettato di combattere e lottare contro i principi liberali e democratici dei quali vorrebbero far credere di essere fedeli custodi. E' una verità inoppugnabile contro la quale invano tenteranno manovre e speculazioni i nuovi lacchè di Mussolini e del Fascismo. Essi vanno confusi coi vari Gasparotto, Casertano, Cermenati e altri che malgrado il deciso atteggiamento del proprio partito, la democrazia sociale, non hanno esitato a disertare le file della loro organizzazione per accedere all'invito foro fatto di entrare nel listone».

Entra pure fra i candidati del governo l'on. Porzio,      che si schiera con De Nicola contro la lista liberale di Amendola, Roberto Bracco e Bencivenga, il cui coraggioso atteggiamento è stato veramente eroico.
Ma De Nicola si ritira improvvisamente dalla lotta      proprio nel giorno che avrebbe dovuto pronunciare il    discorso elettorale alla vigilia delle elezioni. In questo discorso comunicato poi ai giornali, De Nicola dice essere «ingiusto e pericoloso far risalire all'istituto parlamentare le mende e gli errori che
erano del periodo anormale che la Nazione traversava» e continua assumendo la difesa del      fascismo il quale, secondo lui, «sorse come protesta di un eccesso di violenza sovvertitrice della vita nazionale s'affermò e vinse come protesta contro un     eccesso di debolezza. Le intemperanze dell'ala estrema del Partito Socialista gli diedero vita; la instabilità e, l'atonia dei governi minacciati più da scogli nascosti che da venti avversari, costretti a sciupare tempo ed energia nella propria difesa, piuttosto che nella difesa dello Stato contro i pericoli della rivo1uzione e della stessa controrivoluzione, gli assicurarono la vittoria».
I comunisti affermano in un loro comunicato ed egli lo conferma che il motivo del ritiro di De Nicola è stato provocato dalla richiesta di un contraddittorio, richiesta determinata dalla speranza di poter esporre il proprio pensiero in un momento in cui non è loro possibile tenere riunioni, e sopratutto per dimostrare «come si spieghi con esito perfetto l'unione del movimento liberale col movimento fascista nell'attuale circostanza storica, senza alcuna contraddizione». De Nicola non smentisce le sue aderenze al fascismo e cinque anni più tardi accetterà da Mussolini - in pieno regime corporativo e totalitario (il che significa piena adesione alla dittatura) la nomina a senatore.

A Milano entrano nel listone l'avv. Boeri, l'on. Gasparotto, il «don Chisciotte della democrazia liberale milanese», assieme a Mussolini, Farinacci, Ezio Maria Gray, Teruzzi, Gioacchino Volpe, Alfieri e Massimo Rocca. Il Gasparotto sconsiglia anche la lista autonoma della democrazia sociale poiché ciò significherebbe opposizione al governo ed egli non vuol recare dispiacere a Mussolini.

Giolitti parlando a Dronero giustifica l'avvento fascista, accusando i popolari di avere posto il «veto» al suo ritorno al potere e i socialisti di aver reso impossibile il funzionamento del Parlamento poiché i   deputati dell'estrema avevano per programma di votare contro qualunque governo. «Dopo questa ripetuta constatazione - egli dice - della impotenza alla quale era stato ridotto il Parlamento a costituire e sostenere un governo, vi è forse da meravigliare che un'altro governo sia sorto fuori dell'orbita parlamentare E di questa deviazione del regime parlamentare hanno forse ragione di dolersi i dirigenti del Partito Socialista, del Partito Popolare, proprio essi che hanno reso impossibile un governo parlamentare? Poteva il Paese restare senza governo»?


Anche d'Annunzio fa sentire la sua voce, ma non si comprende bene quali siano le sue impressioni sul fascismo, se non attraverso deduzioni: in un telegramma agli scrittori francesi contro la deportazione di Unamuno egli staffila De Rivela come un «soldataccio che sbuffa e scalpita, incrociando la sua sciabola di legno dipinto, con la sottile e formidabile penna del grande scrittore». Al ministro Cicerin telegrafa: «Salute al popolo russo, che vedrà tutte le mie divinazioni e tutte le mie previsioni avverarsi e compiersi. Fui il primo a vedere nell'orrore di ieri la luce di domani». E' il periodo di crisi... filo-bolscevica del Comandante dei legionari fiumani. Egli attento alla tragedia del popolo russo e sensibile a quella del popolo spagnolo ma non sente la situazione italiana. Eppure è il solo In Italia che potrebbe parlare, sia pure con atteggiamento di artista ma con accento di patriottismo alto ed elevato e senza bisogno di trasferirsi da una parte o dall'altra della barricata. Messaggeri di tutti i partiti vanno a lui sottoponendosi a lunghe, attese, a snervanti anticamere per poi essere delusi da certi suoi atteggiamenti melodrammatici. E preferisce tacere.

lunedì 7 luglio 2014

La Monarchia e il Fascismo - settimo capitolo - I

(Prima metà del 1924)

Dopo la riforma elettorale si tenta la riforma costituzionale. 
Le elezioni del 6 aprile danno al Governo una maggioranza imponente, docile e servile. 
Il crollo dello Stato liberale.

Mussolini può fare a meno dei pieni poteri.
Dopo la riforma elettorale il governo tende alla riforma costituzionale che avvierebbe l'Italia ad una specie di Cancellierato. Il Re è già prigioniero della dittatura così come Mussolini è un poco prigioniero dei gerarchi ed il popolo italiano è vittima del suo stesso facile entusiasmo, della sua spensieratezza.
L'anno 1924 si apre con questo particolare programma annunciato a Brescia da Michele Bianchi: «La XXVII legislatura sarà forse chiamata a fare un codicillo all'ultima legge elettorale politica... E, vi sarà anche, o signori, da pensare se le attuali attribuzioni del Parlamento non debbano opportunamente subire qualche limitazione». Si prospetta insomma una riforma che intaccherebbe profondamente il funzionamento del sistema parlamentare e ferirebbe in tal modo le basi istituzionali dello Stato. E l’Impero del quale, è notorio, il Duce si serve con note politiche personali, si domanda: 
La salma di Lenin
«Ma a che cosa deve dunque tendere il fascismo se non a creare uno Stato fascista?». Si grida allo scandalo, eppure questa campagna fascista per la revisione della costituzione ha le sue origini nel 1919-1922 scatenata proprio dagli estremisti - socialisti e repubblicani quelli che ora fanno la voce più grossa si agitano e protestano. I socialisti poi, che imprecano tanto contro la dittatura di Mussolini, commemorano la morte di Lenin inneggiando alla dittatura del proletariato.

In questa atmosfera Mussolini emana il decreto di scioglimento della Camera, e fissa le elezioni per il 6 aprile. Commentando questa sua decisione in un discorso agli ufficiali della Milizia egli dice: «La ragione fondamentale della rinuncia dei pieni poteri è nella constatazione che l'opera è bene avviata e che oramai non è più possibile tornare indietro. C'è qualche cosa in Italia che è morto e ben morto». 
Mussolini, indette le elezioni parla ai gerarchi a Palazzo Venezia

E continua attaccando implacabilmente tutti i partiti politici senza alcuna distinzione ed identificando il fascismo col governo:
«Quando tutti gli avversari si saranno convinti che quella dell'ottobre 1922 non è stata una semplice crisi ministeriale, quando tutti gli avversari cominceranno a rendersi conto che noi non siamo soltanto un governo ma siamo dei portatori di un nuovo tipo di civiltà, quando insomma si renderanno conto dell'irrevocabile fatto compiuto, si potrà parlare di disarmare: prima no, sarebbe delitto e follia. Chi è contro il fascismo e contro il partito è necessariamente contro il governo e contro di me. lo giuro alla memoria di tutti i nostri martiri, e lo giuro sicuro di interpretare il vostro intimo pensiero, che noi ieri come oggi e oggi come domani, quando si tratta della Patria e del fascismo, siamo pronti ad uccidere e sia mo pronti a morire! ». Poi la chiusa drammatica del discorso: «Chi tocca la Milizia avrà del piombo».
Il discorso suscita profonda impressione, ma nessuno degli appartenenti ai partiti- popolari, democratici, demosociali e liberali si ribella. Anzi Salandra incita i suoi amici a «entrare nella lotta a fianco del governo fascista, per rafforzarne e fiancheggiarne l'opera, senza riserve mentali e con lealtà confessata: chi si sente ancora liberale non può avere altra condotta». Alberto Giovannini rifiuta di schierarsi con l'opposizione fiducioso in una rivalorizzazione degli istituti fondamentali dello Stato e nel rinnovamento del costume politico: «l'opera del Presidente del Consiglio a tale fine è manifesta, perciò non da oggi il Partito Liberale ne vuole il successo».

Benedetto Croce intervistato dal Corriere Italiano augura che sia largamente sentita la necessità di non compromettere l'opera di restaurazione iniziata dal Governo e che il Paese procuri di dare ad esso la compatta maggioranza che chiede. Aggiunge poi che il nuovo sistema elettorale può, in sostanza, normalizzare la situazione, perché guardando alla sostanza e non all'apparenza, solo traverso il nuovo sistema elettorale si può eliminare il dualismo fra rappresentanza legale del Paese e un partito che lo tiene sotto controllo: formata una nuova Camera e una maggioranza, è chiaro che si sarà rientrati nella legalità e nel buon sistema costituzionale. Avendogli il giornalista domandato se il fascismo poteva creare un sistema politico nuovo, il Croce ha detto: « Per parte mia, come storico e come filosofo, non escludo, in tesi generale, che qualche cosa di politicamente nuovo possa sorgere dal travaglio presente della vita italiana ed europea. Lo spirito umano è libero e creatore, e nessuno schema intellettuale può imprigionare questa sua forza creativa. Dunque, potrà ben darsi che il fascismo crei un sistema politico affatto diverso dal liberalismo. Ma, per ora, non ne vedo in modo definitivo neppure le prime linee. Se qualche cosa riesco a vedere, è invece lo spontaneo avviamento ad un ritorno, come si dice, alla legalità, cioè alle istituzioni nazionali» (1).

Rinnovati e violenti attacchi dei giornali fascisti  dello stesso ufficio stampa del partito frammisti a minacce di «una giustificata irrefrenabile violenza» portano un disorientamento fra i gruppi delle varie tendenze che vengono invasi dalla indecisione. I popolari adottano la formula «né opposizione né collaborazione», ma contro il centrismo equivoco di don Sturzo insorgono i filo-fascisti Meda, Micheli e Bertone. L'Osservatore Romano dal canto suo in una nota dice che il maggior bene del Paese è inseparabile dalla morale e dalla religione cattolica e se ne deduce che il Vaticano ha inteso invitare i cattolici a votare per il governo che difende la religione. Il giornale popolare Domani d'Italia inizia una campagna di astensione dalle elezioni come affermazione di antifascismo, ma la direzione del partito lo sconfessa.


(1) Questa intervista, di importanza enorme dato l'atteggiamento di ostilità accusatrice verso il Re assunto più tardi dal Croce, veniva riportata nella primavera del 1944 da un settimanale socialista Bandiera rossa di Napoli e mise in subbuglio il circolo di casa Croce e lo stesso filosofo dimentico oramai dell'apologia fatta del fascismo e del suo fondatore.

domenica 29 giugno 2014

La Monarchia e il Fascismo - sesto capitolo - VIII

Acclamazioni al Re per il nuovo regime.

Le Madri e le Vedove dei Caduti salutano il Re il 31 ottobre del 1923
Nell'estate e nell'autunno di questo 1923, anno di orientamento del fascismo verso l'assorbimento dello Stato, si sono svolte ovunque cerimonie religiose al campo, funzioni propiziatrici si susseguono nelle città, paesi e villaggi, numerosi sacerdoti partecipano agli schieramenti e spesso fanno da alfieri dei gagliardetti. Il Re va a Cremona, il feudo, di Miglioli, a Biella, città rossa per eccellenza, ed è acclamato. A Novara, che ebbe in passato sette deputati socialisti nei sette collegi della provincia passa 4 ore attraverso un vero trionfo. Sfila davanti a Lui un interminabile corteo di braccianti e di mondariso venuti dai paesi vicini. Finita la cerimonia Egli è costretto recarsi a piedi alla stazione circondato dalla folla delirante dai combattenti e dai mutilati nelle carrozzelle. A Peschiera si inaugura una lapide a ricordo della tenace fermezza del Re per la resistenza sul Piave: vi aderiscono Sforza e Orlando. Questi, intervistato dal Giornale d'Italia fa le seguenti importanti dichiarazioni che innalzano il Re ad una posizione di vera grandezza:
«Il Re fu il principale oratore di tale convegno. Con assoluta padronanza dell'argomento, egli espresse la sua ferma fede nella nostra resistenza. Come sempre avviene, data la forza di propagazione dei grandi sentimenti, questa serena e ferma fiducia, nutrita di dati positivi e di una lucida argomentazione, finì col conquistare tutti coloro che lo ascoltavano, compresi quelli che erano giunti a Peschiera con opposti criteri.
«A questo punto devo avvertire che, fin da quando pervennero le sinistre e catastrofiche notizie sulle condizioni del nostro esercito, il Re oppose sempre una fede incrollabile in esso. E' bene che il popolo sappia che l'umile soldato italiano quello che poi doveva essere glorificato come Milite Ignoto ebbe nel Sovrano un difensore tenace e commosso, anche quando era di moda far gravare su di esso le cause del rovescio militare.

«Il Re, come tutti gli spiriti superiori, non credette mai utile di soffermarsi sulle vane recriminazioni intorno al passato, e che non amava attardarsi nella ricerca della colpa, trovava note di concitata protesta quando la colpa si voleva far risalire ai soldati. A Peschiera una tale profonda convinzione doveva avere, ed ebbe, un'influenza risolutiva, dappoichè - diciamolo pure - la maggiore e la più grave obbiezione che si opponeva all'invio delle truppe Alleate, derivava dalla preoccupazione del preteso sfacelo morale delle nostre truppe fino a rendere possibile di pensare che il contagio potesse propagarsi fra quelle straniere che fossero inviate a fianco delle nostre truppe ».
Gli Alleati scesi in Italia con un pugno di uomini a far da mosche cocchiere atteggiandosi a salvatori, furono tenuti al loro posto con dignità e fermezza da Re Vittorio Emanuele III che piegava l’ultramontana tracotanza assumendo ogni garanzia per il comportamento dell'Esercito e del Paese. Ed ebbe ragione.

Ovunque il Re si rechi, nelle provincie, che già furono feudi del sovversivismo rosso o bianco, riceve accoglienze ed acclamazioni dal popolo autentico.
Non un grido, non un rimprovero, non una recriminazione, non una obbiezione contro il fascismo; si direbbe anzi che gli italiani manifestino la loro riconoscenza per avere chiamato Mussolini al potere. Altrettanto entusiastiche sono le accoglienze ai membri di Casa Reale ovunque si presentino.

Al Sovrano non pervengono che approvazioni da tutte le classi e da tutti i ceti per il nuovo regime.

venerdì 27 giugno 2014

Luglio 1914: il suicidio dell’ Europa

di Domenico Giglio

E’  abbastanza  ovvio  che  in  questi  giorni  si  ricordi  l’assassinio  dell’  Arciduca  d’ Austria  Francesco  Ferdinando, unitamente  alla  consorte  morganatica  Sofia, avvenuto  a  Sarajevo ad  opera  di  Gavrilo  Princip, ”due  colpi  di  pistola: dieci  milioni  di  morti”, come  è  stato  sintetizzato, ma  non  vedo  per  l’ Europa  questi  grandi  motivi  di  rammentare  un  evento  che  ha  significato  la  fine, o  l’inizio  della  fine, concretatasi  nel  1945, della  sua  supremazia  mondiale, se  non  per  un  atto  di  pentimento  per  gli  errori  commessi  e  per  la  riaffermazione, che  è  poi  il  maggiore  e  migliore  motivo  della   attuale  Unione, del  “mai  più  guerre   tra  gli  stati   europei”.
In  questi  ricordi  e  rievocazioni  del  “Luglio ’14 “, vi  è  una  tendenza  quasi  a  sottovalutare  l’assassinio  dell’erede  al  trono  dell’ Austria-Ungheria, quale  causa  scatenante  il  conflitto, in  quanto, dicono  illustri  storici, la  guerra  sarebbe  scoppiata  egualmente  perché  la  politica  mondiale  dell’ Impero  Germanico, lo  sviluppo  della  sua  flotta  da  battaglia, non  sarebbe  stata  tollerata  a  lungo  dalla  Gran  Bretagna, potenza  mondiale , particolarmente   egemone  sui  mari.
Le  guerre  però  non  sorgono  per  “autocombustione”, ma  necessitano  di  un  “casus  belli”, per  cui  non  è  facile  individuare  il  “quando” sarebbe  scoppiata  la  guerra  europea, se  non  ci  fosse  stato  Serajevo  e  l’arroganza  della  diplomazia  austroungarica, arroganza  già  mostrata  nel  1859  nei  confronti  del  Piemonte, ed  in  epoche  successive, per  cui  la  Serbia, che  sapeva  di  godere  della  protezione  “ortodossa”  dell’Impero  Russo, non  poté  accettare, come  Stato  Sovrano, l’incredibile  ultimatum  inviatogli  da  Vienna. “ Verum  ipsum  factum”, dice  Giambattista  Vico,  ed  il  fatto  e  la  verità  coincidono. Senza  Serajevo  il  1914  sarebbe  trascorso  tranquillamente, e  l’estate  avrebbe  ancora  una  volta  visto  il  gran  mondo  incontrarsi  nei  saloni  del  grandi  alberghi   e  nelle  stazioni  termali. Ed  il  1915? Se  vogliamo  continuare  le  ipotesi  quale  fatto  poteva  accadere  per  accendere  la  “miccia”  della  guerra? Se  la  storia  non  si  fa “con  i  se  e  con   i  ma”  vorrei  capire  se  in  un  anno  la  Germania  avrebbe  compiuto  un  ulteriore  balzo in  avanti, tale  da  costringere  la  Gran  Bretagna, ad  agire. Andiamo  al  1916  e  qui  è  un  fatto  certo   e  cioè  la  scomparsa  dopo  68  anni  di  Regno  di  Francesco  Giuseppe, e  l’ascesa  al  trono  di  Francesco  Ferdinando, se  non  fosse  stato  assassinato   due  anni  prima, come  fu  in  realtà.
Presi  in  questo  giuoco  si  poteva  pensare  che  il  nuovo  Imperatore, che  aveva  idee  interessanti  di  una  ristrutturazione  dell’ impero  che  riteneva  urgente, date  le  spinte  centrifughe  esistenti, si  sarebbe  imbarcato  in  imprese  belliche, almeno  per  qualche  anno  e  si  poteva  pensare  che  la  Germania , senza  avere  la  certezza  di  una  collaborazione  austroungarica, si  sarebbe, a  sua  volta, spinta  oltre  nella  sua  politica  espansiva? Questo  per  rimanere  su  dati  e  date  certe  perché  altrimenti  si  potrebbero  ipotizzare  gli  eventi  più  svariati, da  morti  improvvise  di  capi  di  stato, con  problemi  successori  od   a  rivolgimenti  interni  dagli  esiti  imprevedibili.
Per  questo  il  gesto  criminale  di  Gavrilo  Princip   rimane  l’unica  e  sola  causa  certa  ed  indiscussa  della  cosiddetta  prima  Guerra  Mondiale, che  portò  in  Europa  una  potenza  fino  ad  allora  estranea, gli  Stati  Uniti  d’America,  e  portò  anche  negli  eserciti  franco-inglesi   soldati  dei  loro  imperi  coloniali  che  videro, e  lo  rividero  nella  seconda  guerra  mondiale , i  “padroni”  bianchi  combattere  tra  loro, con  tutti  i  mezzi, anche  i  meno  leciti, come  i  gas  asfissianti,  e  capirono  che  erano   maturi  per  una  propria  indipendenza  nazionale, magari, e  questa  è  storia  recente, rivelatasi  di  molto  inferiore  alle  loro  aspettative.

Domenico   Giglio   

La "Repubblica" dà la zappa sui piedi a se medesima ed all'istituto di cui prende il nome

La monarchia inglese costa 30 milioni all'anno.
La Regina: "Solo un penny alla settimana"


Così titola il giornale dal nome che è tutto un programma. Ricordo una professoressa che usava repubblica come sinonimo di casino.
Si straccia le vesti per i 35 milioni e 700 mila sterline che costa all'anno, agli inglesi la Monarchia.
Lo stesso giornale asserisce che questi 35,7 milioni di sterline corrispondono a 30 milioni di Euro, sostenendo una grossolana fesseria, come d'altronde capita spesso in quel giornale ove l'odio acceca le menti.
I milioni di Euro sono in realtà 45, come riporta molto più correttamente l'Ansa.
Cifre notevoli che impallidiscono in confronto ai 261 milioni/anno che costa il Quirinale e quindi la presidenza della repubblica agli italiani.
E sì che la Monarchia inglese ha un suo cerimoniale che qualcosa deve per forza costare.
Cerimoniale comunque che attrae nel Regno Unito centinaia di migliaia di turisti e che quindi determina significative entrate nelle casse dello stato, come sono costretti a riconoscere perfino i sedicenti giornalisti di "repubblica".

Mai che venisse loro in mente di fare un confronto con le nostrane istituzioni.
Forse dovrebbero riconoscere che nel loro sarcastico livore si stanno sbagliando enormemente. 
In un rapporto di circa il 17,24138% rispetto ai costi delle Repubblica italiana ( la maiuscola ci costa una fatica immensa). Quindi con un errore dell'82,7% circa. Tanto costa di più la repubblica italiana rispetto alla Monarchia inglese.

Fatevi due conti.




giovedì 26 giugno 2014

I meriti delle monarchie europee, lettere al Giornale di Brescia

IL CASO SPAGNOLO 

dr. Giovanni Soncini (Brescia)

Ho letto con curiosità l’articolo di Francesco Bonini sul «Giornale di Brescia» del 20 giugno. Da oltre 50 anni sono lettore del Suo Giornale e quasi sempre ho notato che gli articolisti ospitati hanno considerato i re come capi di Stato di serie B. 
L’abdicazione di re Juan Carlos era un’occasione per affermare almeno una volta il contrario. I 39 anni del suo regno sono stati soprattutto grazie a lui, i più liberi, democratici e prosperi della lunga storia di Spagna. 
Quanto sopra viene affermato su La Repubblica del 19 giugno in un lungo articolo del celebre scrittore Premio Nobel Mario Vargas Llosa che è un vero e proprio elogio al re Juan Carlos. Indubbiamente coadiuvato da altre forze politiche il Re di Spagna riuscì a trasformare un regime franchista in uno stato democratico (dove anche i repubblicani possono esprimere il loro parere) ben diverso dal modello autoritario che il Caudillo Francisco Franco voleva imporre dopo la sua morte. 
Tutto era stato preparato dal Caudillo affinché il regime franchista continuasse. Ciò non è avvenuto, senza alcuna lotta civile, grazie alle doti del Re ed alle capacità di trasformazioni insite nelle monarchie moderne. Continua l’articolista Vargas Llosa: «La monarchia è una delle poche istituzioni che garantiscono quell’unità nella diversità senza la quale rischiamo di assistere alla disintegrazione di una delle civiltà più antiche e influenti del mondo». 
Non ho capito cosa voglia dimostrare l’articolo di Francesco Bonini e soprattutto non ho compreso quale attinenza abbia con il recente avvento al trono di re Filippo VI. 
Mi consenta di aggiungere, rispettando al massimo chi la pensa diversamente e preferisce le repubbliche, l’osservazione che, oggi, in Europa i nove/dieci Paesi istituzionalmente monarchie sono tra i più liberi, democratici, moderni, civilmente, socialmente ed economicamente progrediti al mondo. In ciascuno di essi il re, o la regina, assolvono ai doveri di Capo dello Stato al di sopra dei partiti, e sono arbitro e moderatore - mai parte - nell’ambito delle politiche, di governo e di opposizione, che spettano esclusivamente a chi è stato votato dagli elettori. 
Essi incarnano il simbolo della storia e della identità dei loro popoli; rappresentano un punto di riferimento, di incontro e di coesione per la stragrande maggioranza dei cittadini e tra le generazioni, ancora più essenziale nei momenti di crisi e di difficoltà; e garantiscono, allo stesso tempo, che tali valori nazionali - la cui importanza penso sia intramontabile - si coniughino con la tutela e la promozione delle diversità, specificità, autonomie e diritti, regionali e locali, il cui migliore e più armonioso sviluppo è possibile proprio nel quadro istituzionale della Monarchia costituzionale. 
[...]

L'ITALIA NELLA GRANDE GUERRA 1914-1915 L'ANNO DELLE SCELTE :CONVEGNO INTERNAZIONALE


CENTRO GIOVANNI GIOLITTI - XVI SCUOLA DI ALTA FORMAZIONE

nel Centenario della Prima Guerra Mondiale
il Centro Europeo Giovanni Giolitti per lo Studio dello Stato,
organizza il Convegno internazionale di studi su

L'ITALIA NELLA GRANDE GUERRA
1914-1915 L'ANNO DELLE SCELTE

diretto da Aldo A. Mola 



PERCHÉ L'INTERVENTO DEL 1915 NELLA GRANDE GUERRA? L'ORA DELLE SCELTE IN UN CONVEGNO INTERNAZIONALE DEL CENTRO GIOLITTI A CUNEO E A CAVOUR (14-15 NOVEMBRE 2014)

Nell'estate 1914 anche l'Italia dovette fare i conti con la conflagrazione, subito violentissima, tra
gli Imperi Centrali (Germania e Austria-Ungheria, ai quali dal 1882 essa era legata da alleanza
difensiva) e l'Intesa (Gran Bretagna, Francia, Russia, tutrice della Serbia). Che fare? Re Vittorio Emanuele III, il governo, presieduto da Antonio Salandra, la generalità dei parlamentari e, con poche eccezioni, le maggiori forze politiche, economiche e culturali furono per la prudenza. In quella guerra l'Italia non aveva poste in gioco dirette. Rimanendo neutrale essa avrebbe pesato di più nelle trattative per il ritorno al “concerto delle grandi potenze” durato in Europa dal Congresso di Vienna del 1815 al 1914 e, forse, avrebbe ottenuto “compensi” per via diplomatica (il Trentino e garanzie per gli italofoni di Trieste e dell'Istria).
Dopo le prime gigantesche battaglie, esose di vite e di risorse, la guerra divenne “di logoramento”. Incapaci di vittorie decisive, gli eserciti furono affossati in campi trincerati, dai quali milioni di uomini vennero lanciati in offensive mai risolutive.
Dall'ottobre 1914 alcuni membri del governo presieduto da Antonio Salandra si domandarono
sino a quando l'Italia, la cui vita economica (consumi e produzione) dipendeva largamente da
importazioni, soprattutto nei settori vitali (cereali, carbone, minerali ferrosi,...), avrebbe potuto
rimanere neutrale. Sulle scelte pesarono non tanto i nuclei interventistici (nazionalisti, imperialisti,...) e riviste di modesta circolazione, quanto la posizione geografica e la vulnerabilità del sistema difensivo, che esponevano ad attacchi sia da parte dell'Intesa, sia da parte dell'Austria-Ungheria.
Roma avviò trattative segretissime proprio con il fronte per lei più insidioso: l'Intesa. Con il Patto sottoscritto a Londra il 26 aprile 1915 s'impegnò a entrare in guerra contro gli Imperi Centrali. Il 3 maggio denunciò la vecchia Triplice con Vienna e Berlino e il 24 maggio scese in guerra contro l'Impero austro-ungarico.
La decisione fu imposta dalla durata della guerra: il cui prolungamento ebbe poi conseguenze
devastanti in ogni ambito della vita pubblica e privata.
Il Centro Giolitti di Dronero e Cavour affronta la tematica in un convegno organizzato con la
Provincia di Cuneo e l'Ufficio Storico SME, il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo e l'adesione di vari istituti e centri di studio. Esso passa in rassegna il quadro istituzionale, la visione che dell'Italia ebbero due paesi “latini”, le ripercussioni dell'intervento su partiti, produzione letteraria e cinematografica e affronta un tema suggestivo: la conflagrazione europea e l'intervento italiano furono frutto di un complotto soprannazionale massonico?
Infine evoca l'unico il tentativo tenacemente perseguito da Giovanni Giolitti di trattenere l'Italia
dal ricorso alle armi (specialmente contro la Germania nei cui riguardi non aveva alcun contenzioso) e coronare il Risorgimento in via diplomatica.
Per le elevate perdite umane subite e le profonde trasformazioni registratevi la “Granda” e il
Piemonte hanno motivo di riflettere sull'Italia nella Grande Guerra. Anche se non è magistra vitae, la conoscenza del passato impone responsabilità nelle decisioni odierne. Gli errori (insegnano le scelte del 1914-1915 e quelle del 1939-1940) si pagano per decenni, a volte per secoli, come appunto ripeté Giolitti. Invano.
Aldo A. Mola


Programma

venerdì 14 novembre 2014 h. 9,00

Cuneo, Palazzo della Provincia, Sala Giolitti
Presiede Giuseppe Catenacci, Associazione Nazionale ex Allievi della Nunziatella
Introduce Sig.ra Gianna Gancia, p. Presidente della Provincia di Cuneo
Saluti delle Autorità
· Tito Lucrezio RIZZO, I poteri istituzionali
· Federico LUCARINI, I Governi Salandra
· Jean-Yves FRETIGNE', L'Italia veduta dalla Francia
· Fernando GARCIA SANZ, L'Italia veduta dalla Spagna
· Col. Antonino ZARCONE, La preparazione militare italiana dal Ministro Domenico
Grandi a Vittorio Zupelli
h. 12,45 Aldo A. Mola, conclusioni della sessione

sabato 15 novembre 2014 h. 9,00

Cavour (Torino), Centro Giolitti, Abbazia di Santa Maria
Presiede Giovanna GIOLITTI, presidente Sede di Cavour del Centro Giolitti
· Giovanni RABBIA, La guerra negli scrittori italiani
· Giorgio SANGIORGI, La guerra nella cinematografia
· Giovanni GUANTI, Canti popolari di guerra
· André COMBES, La Massoneria francese nella Grande Guerra: complotto
internazionale o patriottismo?
· Luigi PRUNETI, La Massoneria italiana nella Grande Guerra
· Aldo G. RICCI, Fuori e dentro il parlamento: le forze politiche (radicali, repubblicani,
socialisti)
· Aldo A. MOLA, Giolitti: come fermare la guerra?
h. 13,00 consegna degli attestati di partecipazione

ESPOSIZIONE DI OPERE DELL'UFFICIO STORICO SME
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Segreteria: Centro Giovanni Giolitti, via XXV aprile 25, 12025 DRONERO CN
cell. 348 / 18 69 452 - info@giovannigiolitti.it
I laureati e docenti interessati a rimborsi spese per la partecipazione inviino richiesta e
curricula al Centro (anche via e-mail) entro le h.12,00 del 28 settembre 2014.

lunedì 23 giugno 2014

Auguri al Re

 Roma, lì 19 giugno 2014

Maestà,

                   nel solenne giorno della Assunzione al Trono dei Vostri Avi della cattolicissima Nazione Spagnola, da storico, da monarchico, da cavaliere costantiniano,Vi auguro i miei più sinceri ed autentici voti per il Vostro impegno di Capo dello Stato.
                    Un pensiero particolare lo rivolgo al Vostro Augusto Genitore che ha guidato per quasi 39 anni il Vostro Paese, Figura di Sovrano che ho sempre posto in evidenza ed apprezzato quale esempio per il III Millennio dell’Era Cristiana.
                   E’ ancora vivo nella mia memoria il momento (28 aprile 1981) in cui ebbi l’onore di vederLo in Roma, in Campidoglio, giorno in cui ricevette la cittadinanza onoraria dell’Urbe.
                  Ulteriore pensiero particolare va alla Vostra Augusta Consorte, Letizia, ed alla Vostra Augusta Erede al Trono, Leonor, Principessa delle Asturie.
                                               
                    Vostro dev.mo,


(Gianluigi CHIASEROTTI)
Const. Eq.





S. M. el Rey de España
Don FELIPE VI de BORBON y GRECIA  
Palacio de la Zarzuela

E-28071 – MADRID (España) -

domenica 22 giugno 2014

La stanza di Mario Cervi Quando tra monarchia e repubblica è una questione di maiuscole

Gentile Dott. Cervi, 
ho apprezzato molto e condiviso quasi in toto il suo articolo sull'abdicazione di Re Juan Carlos. Ma mi permetta una «domanda ortografica». Perché i giornalisti scrivono re e monarchia sempre con l'iniziale in minuscolo e invece Presidente e Repubblica sempre con l'iniziale in maiuscolo? Lo impone il politicamente corretto? Oppure una legge non scritta prescrive un omaggio assoluto verso tutti gli inquilini del Colle? Oppure l'art. 139 dell'attuale costituzione sancisce, oltre l'eternità della repubblica, anche le maiuscole? A me - absit iniuria verbis - ricorda il famoso DUCE di Starace, anche da lei citato nel volume con Montanelli L'Italia littoria 1925-1936.

Antonio Ratti
Caro Ratti, personalmente non sono molto attento - è una colpa, lo so - alle maiuscole e alle minuscole: anche perché a bravissimi colleghi tocca la sventura di rileggere, correggendo errori e sciatteria, ciò che scrivo. 
Non credo che la scelta, da lei rilevata, del maiuscolo per la Repubblica e del minuscolo per la monarchia derivi dal conformismo e dall'obbedienza ai dettami del politicamente corretto. La stagione di certe contrapposizioni che infiammarono gli italiani è molto lontana nel tempo. 
E non infiamma più nessuno. Tuttavia d'ora in poi, glielo prometto, starò più attento alle maiuscole e alle minuscole. Con l'occasione rispondo anche a Marco Maranesi che ha visto nel mio commento all'abdicazione di Juan Carlos un sottofondo d'ostilità ai Savoia: da me citati solo per mettere a confronto l'abdicazione d'oggi in Spagna e quelle del passato in Italia. Marco Maranesi, del quale rispetto i sentimenti monarchici, ritiene che l'Italia debba riconoscenza a Vittorio Emanuele III. 
Che senza dubbio si comportò bene nel convegno di Peschiera dopo Caporetto. Le leggi razziali, la firma all'avvio d'una guerra catastrofica al fianco di Hitler, la vergogna dell'8 settembre 1943 hanno secondo me appannato quei meriti, quasi cancellandoli. Probabilmente il mio giudizio è ingiusto. Il giudizio di uno che dalla vergogna dell'armistizio è stato colto e travolto.
Ovviamente noi non siamo d'accordo con Cervi ma non possiamo non segnalare questo scambio agli amici che ci seguono 
Lo staff

sabato 21 giugno 2014

I colloqui di Nino Bolla con Re Umberto II sul sito dedicato al Re



Sul sito di Re Umberto II inizia una lunga e bella serie di interviste rilasciate dal Re all'Ufficiale, giornalista, scrittore Nino Bolla già direttore dei Servizi Stampa del Governo del Re a Brindisi e schietto sostenitore della causa monarchica.
Di Nino Bolla ricordiamo diverse opere dedicate alla causa : Colloqui con Umberto II, Il segreto di due Re, Processo alla Monarchia. E anche un introvabile opuscolo del 1944 dedicato al Luogotenente Umberto di Savoia Principe di Piemonte.
E' bello dire che gli stessi famigliari del valoroso Bolla hanno consentito alla diffusione delle interviste sul sito.

www.reumberto.it