NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

martedì 19 agosto 2014

La Monarchia e il Fascismo - settimo capitolo - V


Mussolini nel 1924
Intemperanze, tumulti e pugilati alla Camera

Ma l'opposizione non disarma. Nella seduta del 30 maggio la Camera dà uno spettacolo che non ha precedenti nella nostra storia parlamentare. I tumulti ed i pugilati superano quelli del dopo guerra. Asprezza di linguaggio della sinistra, ed intemperanze da ambo le parti, e ciò avviene in sede di discussione del nuovo Regolamento e perché i deputati fascisti hanno occupato una parte dei banchi dell'estrema. L'On. Matteotti pronuncia un violento discorso contro il governo, critica il modo col quale sono state fatte le elezioni, e rammenta come Mussolini abbia affermato che avrebbe mantenuto il potere con la forza «anche se le elezioni non fossero state favorevoli». Mussolini dal banco del Governo fa con la testa replicati segni affermativi, mentre i deputati fascisti in coro ricordano agli estremisti di sinistra le loro intemperanze del 1919 (1). E' Come il segnale della battaglia: l'aula si trasforma in arena con selvaggi pugilati. Alla sera in piazza Montecitorio la popolazione insegue i deputati dell'estrema ed acclama a Mussolini.

L'agitazione che tiene tanto tesi i vari settori della Camera, oltre che dal rancore derivante da situazioni politiche dei partiti, ha soprattutto la sua base nella discussione del nuovo regolamento. Già nel 1899 al rimpasto del Ministero Pelloux, avendo questi assunto - lui liberale quasi avanzato - un aspetto reazionario, le sinistre disapprovarono provvedimenti che pure avevano già favorevolmente votato in prima lettura. Si formò una opposizione culminata nel famoso ostruzionismo che fece affacciare la necessità di difendere i diritti della maggioranza contro gli abusi e le intemperanze della minoranza. La proposta fatta in tal senso da Sonnino provocava tumulti e proteste per cui si dovette sospendere la seduta e la sessione venne chiusa. Alla nuova sessione (21 marzo 1900) altri tumulti ed uscita dall'aula della estrema sinistra e dell'opposizione costituzionale. Eppure la proposta coincideva con una disposizione applicata talvolta alla Camera dei Comuni per impedire l'ostruzionismo, disposizione che passa sotto il nome di ghigliottina. Ma il nuovo regolamento proposto ora dal fascismo differisce in questo: che mentre ai Comuni la disposizione viene applicata in via eccezionale dopo che il Presidente ha esplicato invano tutti gli altri mezzi restrittivi, con la «procedura abbreviata» del nuovo Regolamento si viene a stroncare ogni libera discussione della minoranza con una limitazione eccessiva per lo svolgimento dei suoi ordini del giorno: non più di 8 e non oltre 2 ore e 40 minuti dopo la chiusura.

Questa nuova procedura insomma, è intesa non più nel principio informatore di tutelare i diritti della maggioranza dalle sopraffazioni della minoranza, ma a soffocare i diritti di questa, che, del resto, per legge elettorale è ridotta a 179 deputati. Pure mantenendo questo atteggiamento repressivo verso la opposizione, Mussolini il 7 giugno pronuncia alla Camera un discorso che è sopratutto un invito alla pace ed alla collaborazione: «Voi dovete certamente fare l'esame di coscienza e dire: che cosa succede di noi? Perché non si può essere assenti, non si può rimanere sempre estranei: qualche cosa bene o male bisogna dire o fare: una collaborazione negativa o positiva deve esserci, nel vostro stesso interesse perché se restate assenti, indifferenti, come gli stilisti che stanno sulle colonne ad aspettare il miracolo, voi vi sarete condannati all'esilio perpetuo dalla storia. E' un quesito che pongo alla vostra coscienza, voi lo risolverete, non tocca a me risolverlo ».

Dopo il discorso di Mussolini si passa alla votazione dell'ordine del giorno Del Croix: «La Camera, esprimendo la sua piena fiducia nel Governo, nell'opera da esso compiuta e nel programma per l'avvenire, approva l'indirizzo di risposta al discorso della Corona »;

Il governo ottiene la fiducia con questa votazione:

Votanti: 468; maggioranza: 235; votano a favore del governo: 361; votano contro 107. (7 giugno 1924).

 Hanno votato a favore, fra gli altri, Orlando, Giolitti Gasparotto Boeri, ecc.

Nella stessa seduta poco prima della votazione era stato approvato per alzata. l'emendamento all'indirizzo: «La fatale impresa dei Risorgimento, sospiro e meta di tante generazioni, è giunta alla definitiva redenzione di Fiume».

Ma il fatto rilevante è che Mussolini nel suo discorso ha riconosciuto la necessità dell'opposizione, sia pure con riserva: «Non è l'opposizione che irrita, è il modo dell'opposizione». Lo stesso giornale Il Mondo in un sereno articolo esamina il discorso e così si esprime: «In un sol punto l'on. Mussolini si è discostato dal passato ed è in quel punto dove ha riconosciuta la necessità di una opposizione. Cade con questo un fondamentale dissenso teorico tra il capo del governo e la concezione e il metodo del liberalismo. Resta a vedere peraltro quali saranno le conseguenze pratiche dell'atteggiamento che l'on. Mussolini ha sembrato assumere a questo riguardo. Egli parlò in verità di modo e modo di opposizione; ma noi abbiamo più di una volta precisato per nostro conto che il modo dell'opposizione era strettamente correlativo al metodo politico praticato dal governo ».

In contrasto col Mondo, l'Avanti! commenta: «Siamo di fronte ad un complotto per sopprimere un avversario considerato pericoloso per «interessi particolari» di uomini del governo, derivanti dalla stessa politica del governo». Tutta la campagna anti-fascista dell'estremismo rosso e repubblicano è basata su questa formula che poi si dimostrò infondata. L'antifascismo, scrive lo Zuccarini, non ha fino a questo momento né una bandiera né un programma. E' un misto di sentimenti offesi, di posizioni turbate. di giustificati rancori: offre dieci bandiere e dieci programmi».

I giornali socialisti sono un canto continuo alla libertà, proteste violente si affacciano ad ogni colonna contro le misure repressive del governo italiano, ma è anche vero che essi fanno l'apologia dei «quattro magnifici bombardieri del Diana», ed esaltano il governo russo quando spiana le mitragliatrici ed insanguina la piazza del Cremlino sopprimendo gli oppositori del metodo bolscevico. Inneggiano alla rivoluzione ma negano quella compiuta da Mussolini soltanto perché li ha sopraffatti.

Forse per questo i loro canti libertari non hanno eco nel Paese, e Mussolini ha buon gioco, di fronte alle intemperanze estremiste, agitando il fantasma pauroso del pericolo comunista di quel pericolo di cui arrivano notizie orrende dalla Russia.

La vittima di questa situazione è la Monarchia.

Sboccata nella marcia su Roma la reazione alla baraonda dissolvitrice social repubblicana ed al veto di don Sturzo che aveva imposto alla Corona una soluzione extra parlamentare della crisi - inseriti nello Stato Milizia e Gran Consiglio - profusi a Mussolini acclamazioni ed onori e votati i pieni poteri ed una illimitata fiducia a ripetizione - riformata la legge elettorale che il 6 aprile costituisce alla Camera una formidabile maggioranza fascista, viene tolta al Sovrano ogni possibilità di riferimento e di movimento. E' bensì vero che dopo il 1900 ogni iniziativa di politica estera di finanza, i trattati di commercio, l'Esercito e la Marina - conte già la nomina dei Ministri scelti oramai secondo la designazione parlamentare - passano dalla Corona al Parlamento. Questo passaggio di prerogative esautorava lo Stato attraverso la Corona che lo e si trasferiva al parlamento non sempre all'altezza.
L’avvento del fascismo la costituzione di una maggioranza assoluta meccanica espressione di un solo Partito e non di combinazioni di situazioni e di programmi scaturiti dalla solidarietà spontanea di vari partiti dei quali il Monarca ambì sempre esserne l'equilibratore e quindi le conseguenze che ne derivarono, stanno a dimostrare l'inferiorità del Parlamento nei confronti della Corona nella sensibilità davanti ai più gravi problemi che investono un momento storico.

La democrazia italiana degenerata per opera dei social repubblicani e dei popolari in demagogia intollerante e dissolvitrice, togliendo alla Monarchia il privilegio dell'iniziativa getta il Paese nelle braccia della dittatura alla quale consegna il Re prigioniero.

(1) Nel 1919 il Partito Socialista il Congresso di Bologna aveva accettato nel suo programma il metodo della violenza per la conquista del potere politico.


mercoledì 13 agosto 2014

Buona Festa dell'Assunzione di Maria!


Ai nostri fratelli nella Fede, particolarmente a quelli perseguitati in Oriente, i nostri migliori auguri per la bellissima festa dell'Assunzione in cielo della Madre di Dio, uniti alle preghiere più fervide per la loro sorte.
Ai nostri amici laici, o di diverse confessioni, buon ferragosto! 
Ci vediamo tra un po'.

sabato 9 agosto 2014

VITTORIE DI PIRRO


Dopo  la  prima  approvazione  da  parte  del  Senato  della  sua  soppressione  (suicidio  assistito), e  sostituzione  con  un  mostriciattolo  rachitico  che  ne  conserva   unicamente  il  nome, da  parte  di  Berlusconi  abbiamo  avuto  dichiarazioni  di  orgoglio  per  il  risultato  ottenuto  “perché  senza  di  noi (Forza  Italia) non  c’ è  maggioranza“ per  le  riforme. Effettivamente  l’affermazione  è  formalmente  esatta, ma  nel  caso  specifico  del  Senato, a  Berlusconi  è  sfuggito  il  fatto  che  questa  attuale maggioranza  è  dovuta  proprio  all’esistenza  di  un  Senato  elettivo, per  di  più  con  una  legge  elettorale  diversa  da  quella  della  Camera  dei  Deputati, il  che  ha  portato  nelle  elezioni   del   2013  ad  una  Camera  con  maggioranza  blindata  del  partito  democratico  e  ad  un  Senato  dove  lo  schieramento  di  centrodestra  diventava  determinante. Da  questo  dato  numerico  è  venuto  per  necessità  mal  digerita  dal   partito  democratico, prima  il  governo  Letta, con  ministri  del  Popolo  della  Libertà,  e  poi   l’attuale  governo  Renzi  con  ministri  del  Nuovo  Centro  Destra, costola  del   Popolo  della  Libertà, affossato  dal  Berlusconi  a  favore  della  resurrezione  del  vecchio  nome  originale  di  Forza  Italia.

Per  un  politico  avveduto, il  che  non  è  il  caso  di  Berlusconi  e  dei  suoi  consiglieri, questa  riforma, dà, al  giorno  d’oggi, la  possibilità  alla  sinistra, che  già  lo  detiene, di  perpetuare  a  tutti  i  livelli  il  suo  potere, cominciando  dalla  presidenza  della  repubblica, in  quanto, proprio  in  questo  caso  il  collegio  elettorale  che  dovrà  esprimere  il  successore  di  Napolitano, con  630  deputati  e  100   senatori, è  chiaramente  sbilanciato  a  favore  dei  deputati, non  essendo  stato  ridotto  il  numero  degli  stessi, come  giustamente  proposto  da  diversi  parlamentari  di  varia  estrazione, ma  bocciato  dalla  famosa  maggioranza  di  cui  si  gloria  il  Berlusconi, il  quale, evidentemente, pensa  di  essere  lui  ad  avere  la  maggioranza  del  voto  popolare  in  occasione   di  nuove  elezioni.
Su  quale  base  di  previsioni  e  di  sondaggi  non  sappiamo, visti  anche  i  risultati  delle  recenti  elezioni  Europee, perché  solo  riportando  a  votare  i  milioni  di  elettori  del  centrodestra, che  si  sono  astenuti, potrebbe  verificarsi  il  ribaltamento  degli  attuali  dati, ma  le  modifiche  costituzionali  raggiunte  sono  di  gradimento  di  questo  elettorato? In  quel  fondo  di  onesto  conservatorismo, che  di  massima  alberga  nell’elettore  di  centrodestra, la  pratica  abolizione  di  un   Senato  eletto , chiamato  un  tempo  “Camera  Alta”, anche  teorica  riserva  di  saggezza  sia  per  la  diversa  età  del  suo  elettorato  che  degli  eletti, la  abolizione  delle  Province, entità  storicamente  più  sentita  e  giustificata, e  non  delle  Regioni, a  molte  delle  quali  risalgono   i  documentati  dissesti  finanziari  e  morali  che  conosciamo, e  che  confermano  il  motivato  dissenso  che  nei  confronti  di  questo  nuovo  istituto  avevano, a  suo  tempo,  gli  elettori  liberali, monarchici  e  missini, possono  essere  motivi  validi  per  riportarli  alle  urne  ed  a  votare  uno  schieramento di  centrodestra, sia  pure  riunificato  e  non  diviso  polemicamente  come  oggi ?
Questi  sono  i  problemi  concreti  che  non  ci  sembra  siano  stati  valutati, insieme  con  quello  della  elezione  diretta  del  Capo  dello  Stato, tema  che  ritorna  periodicamente  ad  essere  riproposto  da  parte  di  esponenti  di  Forza  Italia, se  non  si  ha  in  mente  un  possibile  candidato  “candidabile “ che  abbia  possibilità  di  riuscita.

DOMENICO   GIGLIO

La Monarchia e il Fascismo - settimo capitolo - IV

Le fatali conseguenze della riforma elettorale.

Le elezioni del 6 aprile hanno, dato al governo la maggioranza di tre quarti. Sono eletti tutti i 355 candidati della lista «Fascio Littorio», poi vengono i cosiddetti fiancheggiatori «Aquila e Fascio Littorio » con 135 eletti non iscritti al P.N.F. fra i quali troviamo Orlando. De Nicola Porzio, Salandra, Scialoia, Paratore, Fera, De Nava, Beneduce poi la lista giolittiana «Bandiera Nazionale con scudo Sabaudo».
Scheda elettorale 1924
L'afflusso alle urne è stato del 63% (1) con 7.628.859 votanti: di questi ben 4.693.690, cioè il 65,26 per cento toccano alle due liste ufficiali fasciste (2), eccezionale maggioranza raccolta in virtù del premio di maggiorazione; poiché in molte circoscrizioni l'insuccess del «listone» è stato clamoroso.
Gli oppositori non si rassegnano alla grave sconfitta subita, schiacciati come sono da questa preponderante attribuzione, conseguenza di una legge elettorale che molti di essi hanno votato, e riprendono la campagna contro il governo il quale improvvisamente restaura la censura preventiva ai giornali socialisti di Milano, che escono con ampi spazi bianchi. Ma questo provvedimento di importanza enorme ed eccezionale non ha nessuna risonanza nell'opinione, pubblica. Lo stesso Benedetto Croce che in quei giorni tiene a Napoli una conferenza non fa alcun cenno né al bavaglio messo alla stampa né alla Dittatura.
Il 24 maggio si inaugura la nuova legislatura ed il Re, in un alto ed elevato discorso si rivolge al Paese:

«Nel nuovo periodo di vita nazionale che si apre, la concordia degli animi costituisce elemento fondamentale di civile progresso pel popolo nostro, il quale nelle manifestazioni di operosità e di coscienza civile ha dimostrato lo slancio verso una maggiore espansione materiale e spirituale, mentre la sua maturità politica si adegua alla confortante potenza demografica della razza ».

E nella chiusa non manca di ammonire: «In tutta l'estensione delle Vostre facoltà Voi sarete la fedele espressione della volontà popolare che vuole intangibili, si, le vere libertà, ma che ha chiaramente indicato di ripudiare ogni degenerazione e ogni forma di licenza, come ogni debolezza e tolleranza contrastanti con la       saldezza della compagine nazionale e che ha riaffermato di voler subordinare i suoi interessi speciali, individuali e di categoria, agli interessi generali e complessi della collettività.
Pertanto si sentono subito gli effetti della situazione creatasi con i risultati portati dalla famigerata legge elettorale. La Camera rinuncia a considerarsi come un potere, uno dei tre grandi poteri su cui lo Statuto impernia lo Stato italiano; 1) Parlamento, potere legislativo; 2) Consiglio dei Ministri, potere esecutivo; 3) Corona, potere equilibratore. Essa dovrà adattarsi ad agire come un docile strumento del potere esecutivo.

Nella discussione per la risposta al discorso della Corona, Arturo Labriola accenna al pericolo grave: « A mano a mano voi andate rafforzando il potere esecutivo contro il potere legislativo, e create gli organi della dittatura permanente». Questa, sorretta da una Camera docile e servile potrà imporsi alla Corona la cui funzione sarà annullata. Infatti il giorno seguente a quello dell’inaugurazione della Legislatura il Gran Consiglio stabilisce che la maggioranza uscita dalle elezioni non deve dar luogo a gruppi. Tutti devono essere inquadrati e disciplinati ed alzare la mano in segno di approvazione degli ordini superiori. Con una Camera così congegnata qualunque sorpresa, qualunque colpo di scena,      qualunque attentato alla Carta Statutaria, sono facili e possibili. Sarà sufficiente che arrivino ordini in proposito e la maggioranza si affretterà ad ubbidire.

Alla nomina del Presidente della Camera il Governo ottiene il suo primo trionfo:
Presenti e votanti: 469; Rocco, candidato governativo, voti: 338; opposizione, voti: 131. (27 maggio 1924).
Dei 4 Vice Presidenti i primi tre appartengono alla maggioranza ed il quarto, candidato di opposizione, il Rodinò, ottiene appena 45 voti.
In Senato invece Tittoni viene eletto Presidente con 209 voti contro 62 schede bianche. A queste si dà importanza di opposizione o per lo meno di fronda ... sotterranea!
L'on. Giolitti, interrogato dalla Tribuna afferma di avere votato per Rocco: «L'ho fatto perché io sono ministeriale. Ho stima per l'on. Mussolini per quanto egli ed il suo governo mi abbiano combattuto alle elezioni».

L'on. Insabato a nome del Partito dei Contadini afferma che fiancheggerà il governo nella sua opera ricostruttiva. L'on. Gasparotto per la democrazia elogia l'indirizzo di risposta al discorso della Corona, « Alto e nobile documento che la maggioranza accetta in tutta la sua integrità... La parola del Re verso le classi lavoratrici, pertanto, suona conforto e monito. Suona giusto conforto, perché, mentre dovunque in Europa si litiga, l'Italia lavora. Questa è la consolante verità, che tutti, e voi stessi socialisti dovete constatare. Viene opportuna la parola del Re ad avvertire come il nuovo stato di cose creato dal fascismo non si possa accettare soltanto negli utili, ma debba essere accettato in tutte le sue conseguenze, in tutto il quadrante delle sue provvidenze ». Difende la Milizia e si rivolge ai socialisti: « Alla libertà del 1919 non c'è nessun italiano di fede che intenda ritornare ».

(1) Nel 1919 era stato del 52 % e nel 1921 del 58%
(2)L’altro 34,74 % è stato ripartito in ben 21 liste, e fra queste i socialisti hanno 65 posti, i popolari 39, i demo sociali 11, i costituzionali di opposizione 12, i fascisti dissidenti 7.

venerdì 8 agosto 2014

Lettera anonima a Re Vittorio Emanuele III

ANONIMO

lettera a Sua Maestà Vittorio Emanuele III

li 8 Agosto 1914 Maestà, Non si faccia venire il ticchio di comandare la guerra a favore della porca Austria- Perché noi diserteremo le file, faremo la rivoluzione, Le facciamo perdere el trono, e combatteremo per la Francia- Questo è il sentimento del popolo- Un gruppo di richiamati- 
A Sua Maestà Vittorio Emanuele III Re d'Italia Roma







giovedì 7 agosto 2014

martedì 5 agosto 2014

La libertà del conclave garantita da un ministro massone ed anticlericale

di Francesco Motto

Crispi e Don Bosco
In miseria accetta di essere aiutato da don Bosco

L’avvocato siciliano Franccsco Crispi in esilio volontario a Marsiglia dopo la rivoluzione siciliana del 1848-1849 e poi formalmente espulso dal Regno delle due Sicilie per motivi politici, nel settembre 1849 si era trasferito a Torino. Nella capitale del Regno di Sardegna, l'unico stato italiano che avesse mantenuto la sua costituzione, l'esule ebbe uno scambio epistolare con Giuseppe Mazzini, del quale condivideva l'ideale repubblicano. Rimaneva però critico con la politica piemontese, per cui in occasione della fallita insurrezione mazziniana del febbraio 1853, il 6 marzo, fu arrestato dalla polizia torinese, interrogato e incarcerato. Trasferito la settimana dopo a Genova, fu fatto salire su di una nave in partenza. Destinazione obbligata: la colonia britannica di Malta.
Ora nel corso del soggiorno torinese il Crispi conobbe la povertà e forse anche la fame. Don Bosco - ci raccontano le cronache salesiane - a passeggio con un gruppo di fanciulli lo intravide un giorno vestito molto dimessamente, come di una persona in difficoltà economiche, e lo invitò a venirlo a trovare a Valdocco. Ci venne, si sedette a mensa con don Bosco e così fece per varie settimane, visto anche che stava in affitto presso la Consolata, non lontano da Valdocco. Nel corso dei colloqui il Crispi si interessava anche di quanto vedeva sotto i suoi occhi e del modello educativo di don Bosco, il quale sembra sia riuscito anche a confessarlo. Talora don Bosco incaricava un amico di Castelnuovo di portargli il pranzo, del denaro, indumenti e scarpe. Se lo faceva per tanti ragazzi bisognosi accolti in casa sua, non mancava di farlo anche per un borghese impoverito (che si sarebbe poi arricchito, anche se non gli sarebbero mancati altri periodi economicamente critici).

Un conclave fuori Roma? Fuori Italia?

I due si persero po’ di vista. Don Bosco rimase a Torino a sviluppare la sua opera, mentre il Crispi intraprese un lungo e tortuoso percorso politico, che lo portò ad essere il massimo sostenitore della spedizione dei Mille, alla quale partecipò, convertendosi da mazziniano a sostenitore degli ideali monarchici. Divenuto "Maestro di loggia massonica”, anticlericale e ostile al Vaticano, dopo l'unità d'Italia fu poi quattro volte presidente del Consiglio, oltre che anche ministro degli Esteri e ministro dell'Interno.
In questo ultimo ruolo dovette affrontare il caso del conclave alla morte di Pio IX il 7 febbraio 1878 allorché don Bosco scriveva al vescovo di Rio de Janeiro: "Pio IX non è più. Roma è in costernazione. Tutti i cardinali e tutto il corpo diplomatico è al Vaticano".

Fra i cardinali presenti in Roma era maggioritaria l'opinione che si dovesse tenere il conclave fuori di Roma, "occupata" com'era dal Regno d'Italia e a rischio di disordini antipapali da parte delle sinistre estreme. C'era anche chi proponeva di tenerlo fuori dell'Italia, in territorio austriaco o francese. Confidando però che il governo italiano, a norma della legge delle Guarentigie (rifiutata dal papa) avrebbe provveduto ad evitare qualsiasi "esterna violenza" alle adunanze del conclave, onde garantire la completa libertà personale dei cardinali, questi si accordarono nel tenere l'assise in Roma. Ovviamente entro le mura della città del Vaticano, vista l'indisponibilità del Quirinale, al momento occupato dal neo re d'Italia Umberto I.

Nell’ufficio dei ministro dell’interno

Don Bosco si trovava a Roma da quasi due mesi. Avvicinava amici, benefattori, esponenti dell'aristocrazia e nobiltà romana, autorità religiose e civili. Aveva bisogno di appoggi, permessi, concessioni, "privilegi", sostegni economici soprattutto da quando annualmente lanciava spedizioni missionarie in America Latina. Di propria iniziativa - o su suggerimento di qualche prelato pontificio ben informato delle sue precedenti missioni ufficiose presso esponenti politici - pensò bene di sondare le reali intenzioni del governo Depretis e particolarmente del ministro dell'Interno Crispi. Non si potevano infatti escludere pressioni indebite in Roma e all'interno della stessa città del Vaticano.
Chiese dunque udienza all'onorevole Crispi, che il 16 febbraio lo ricevette. Dopo i convenevoli ed i ricordi dei tempi di Torino, passarono a parlare dei problemi dei minori in carcere, tanto che il ministro chiese a don Bosco un programma di lavoro ispirato al suo sistema preventivo ed anche la ricerca in Roma di luoghi di educazione, di proprietà del governo, dove applicarlo. Cosa che don Bosco fece subito, inviando il 21 febbraio al ministro un memorandum “di poco costo al governo e di facile esecuzione”, come lo avrebbe definito successivamente rimandandolo al successore di Crispi, l'onorevole Giuseppe Zanardelli, pure da don Bosco avvicinato anni prima nel collegio di Lanzo Torinese.
Ma più che più interessava in quel frangente era la garanzia della libertà di conclave. Crispi gliela assicurò, don Bosco riferì soddisfatto in Vaticano e il ministro effettivamente bloccò sul nascere i cominciati turbamenti dell'ordine pubblico. I cardinali diedero inizio alle votazioni nella cappella Sistina il 19 febbraio e la mattina del 20 il cardinal Pecci era già eletto Sommo Pontefice con il nome di Leone XIII.

Don Bosco non incontrerà più il Crispi, costretto a dimettersi dal ministero quindici giorni dopo per accuse di bigamia. Riprenderà i contatti con il suo successore e con vari altri ministri della stessa Sinistra Storica. Era convinto che l'Opera salesiana fosse a servizio del bene comune e promuovesse l'educazione dei giovani d'Italia e del mondo; dunque la politica, anche quella ostile alla chiesa, doveva tutelarla e non ostacolarla.

dal Bollettino Salesiano, Luglio Agosto 2014

Marò: la Suprema Corte Indiana rinnova le garanzie per la libertà provvisoria, bontà loro...

I nostri due connazionali segregati in India da ormai due anni e mezzo, durante i quali è successo un po' di tutto, compresa la limitazione della libertà di movimento del nostro ambasciatore Mancini e il susseguente ritorno dei nostri nelle mani dei loro carcerieri, continuano ad essere ostaggi di un paese che li vorrebbe semplicemente morti. Il bello, ma sarebbe meglio dire il grottesco, di questa situazione è che la dignità dei due soldati italiani, quella del nostro paese e, quel che più conta maggiormente, la loro stessa vita, sono totalmente nelle mani del "buon cuore" della Corte Suprema Indiana. E tutto questo, sarebbe quasi stucchevole e superfluo rimarcarlo, per aver semplicemente compiuto il loro dovere per conto dello Stato Italiano in acque internazionali, non soggette alla giurisdizione indiana.
[...]
 A questo punto ci sarebbe da chiedersi lecitamente quanto noi Italiani, compresi i nostri Marò, possiamo ancora identificarci e riconoscerci in uno stato e soprattutto in un governo come questo...e la risposta non sembra essere poi così scontata. 

domenica 3 agosto 2014

L'eroica difesa dell'Isola di Lero ed il suo tragico epilogo

L'articolo è stato scritto 50 anni fa su "Il Messaggero" ed è giunto a noi sapientemente conservato da mani sagge. 
Lo proponiamo perché in questo momento di smarrimento totale delle coscienze nei confronti della nostra Nazione certe figure luminose possano di nuovo essere d'esempio.


- L'isola nel sistema strategico dell'Egeo 
- Il concentrico attacco tedesco 
- Valorosi episodi degli artiglieri e dei marinai 
- Gli ammiragli Campioni e Mascherpa furono condannati a morte dal tribunale fascista rei «di aver eseguito ordini ricevuti dalle autorità legittime e per aver tenuto fede al loro giuramento di sodati»

Proprio in questi giorni di novembre, dal 12 al 16, vent'anni fa, si combatteva la battaglia di  Lero. In realtà era il convulso finale di una battaglia che era cominciata nei fatali giorni del settembre e che si era protratta senza sosta per tutto il settembre e l'ottobre. Lero, fra le isole del Dodecanneso, godeva di una situazione particolare: non aveva truppe tedesche di stanza. Fu dunque del tutto naturale che gli Inglesi la scegliessero come base di operazioni nel tentativo di assicurarsi il possesso dell'arcipelago, appeso. diciamo così, sotto la pancia della Turchia. Nella visione strategica di Churchill, il « colpo di mano» in Egeo aveva una primaria importanza: forse era il frutto strategico migliore da cogliere al momento dell'armistizio italiano. 
La riconquista di Rodi, isola capitale dell'arcipelago (Rodi era caduta in mano tedesca non ostante il glorioso     tentativo di difesa dell’ammiraglio Campioni), la disponibilità dei campi d'aviazione sparsi nelle isole, e soprattutto il sicuro possesso di Lero avrebbero potuto, esercitare un'influenza decisiva sullo schieramento della Turchia dalla parte degli Alleati, :facilitando così anche le comunicazioni con la Russia attraverso gli Stretti, senza ricorrere alle vie dell'Artide e del Golfo Persico. Ma il sogno di Churchill era destinato a sfumare. I tedeschi furono così decisi, così rapidi, così efficienti nello stroncare il tentativo inglese e nell'impadronirsi saldamente del possedimento italiano, che mutarono probabilmente il corso stesso della guerra. 
Di questa efficienza va dato atto ai tedeschi. Vorremmo potere dire altrettanto del «come» quella operazione di guerra fu condotta contro le nostre forze armate, ma non è obbiettivamente possibile. Il «come» non può certo ascriversi a onore della Wehrmacht. Il nostro Esercito e la nostra Marina si trovarono l'8 settembre nella situazione che tutti sappiamo: completamente all'oscuro sulle trattative di resa con gli alleati, furono posti improvvisamente dinanzi al compito di cessare ogni atto di guerra contro gli alleati e di far fronte alla probabile offensiva germanica. 
Ammiraglio Inigo Campioni MOVM
L'ammiraglio Campioni, governatore dell'Egeo e comandante in capo delle Forze Armate dell'Arcipelago, pur non ricevendo altre comunicazioni oltre l'ormai famosa proclama Badoglio, diramò a tutti i comandi dipendenti ordini precisi (una volta tanto!) che erano ordini gravi, terribili, ma i soli che dovessero essere dati per la legge dell'obbedienza. Gli ordini, tranne rari casi d'insubordinazione o di fatale smarrimento, furono eseguiti sia in Rodi che nelle isole dipendenti; ma la decisione combattiva, l'astuzia, la spietatezza e soprattutto l'assoluto incontrastato dominio del cielo dei tedeschi ebbero ragione delle resistenze: i presidi italiani furono sopraffatti. Innumerevoli furono gli ufficiali passati per le armi come traditori. E' in tutti ancor vivo l'orrore per quelle stragi perché sia necessario parlarne ancora. 
E così, sulla scorta del prezioso documentatissimo volume edito dalI l'Ufficio Storico della Marina, compilato dall'ammiraglio di Divisione Aldo Levi e rivisto dall'ammiraglio di Squadra Giuseppe Fioravanzo, potremmo soffermarci sui tanti atti di valore che, a un onesto giudizio, fanno di quell'impresa sfortunata una gesta gloriosa da iscrivere nella tradizione militare italiana. Ma anche un sommario accenno ai tanti episodi ci impedirebbe, per una evidente questione di misura, di occuparci della battaglia di  Lero (il più fulgido di quegli episodi) di cui in questi giorni si celebra il ventesimo anniversario. Sia, il nostro breve ricordo, omaggio alla memoria dei Caduti.

Ammiraglio Luigi Mascherpa MOVM
L'isola di Lero, dunque,  fece storia a sé nella tragica vicenda dell'Arcipelago. Non si arrese se non allo stremo delle forze, dopo oltre due mesi di sanguinosi combattimenti; e non si arrese per tre motivi: 1) Non avendo truppe tedesche di stanza. fu più facile al sito comandante, l'Ammiraglio Mascherpa, prepararsi all'attacco esterno germanico, e farvi fronte in più chiare condizioni operative che non le altre isole; 2) per il forte contingente britannico sbarcato nell'isola: 3) perché l'Ammiraglio Campioni, non ostante fosse ormai prigioniero dei tedeschi nel comando di Rodi, si rifiutò di diramare l'ordine di resa.

Contro Lero dunque si accanì con maggiore violenza e senza esclusione di colpi il concentrico attacco tedesco. Per valutare pienamente il valore dei soldati ed ufficiali italiani che per due mesi difesero l'isola, basterà ricordare il disonorevole messaggio che il generale di Divisione,della Wehrmacht fece lanciare in migliaia di copie dai suoi aerei di ricognizione prima di iniziare l'interminabile bombardamento dell'isola che culminò con lo sbarco e con la battaglia terrestre: « Marinai di Lero! Conosciamo i nomi di coloro che vi hanno venduti     agli inglesi. Quando sbarcheremo  li sottoporremo a terribili torture ».
Si stento a credere che tale messaggio possa essere e stato scritto da un soldato, eppure porta la firma autografa del generale Kleemanm (vedi pag. 152 del citato volume).

L'assedio aereo di Lero cominciò sistematicamente il 26 settembre: durò giorno e notte, senza soluzione di continuità per trentasei giorni, senza requie. Nel solo primo giorno d'attacco vi furono 300 morti e circa 1000 feriti. Le batterie antiaeree si prodigarono con formidabile tenacia. Nei primi due giorni fu danneggiato il porto, fu distrutto l'aeroporto ed ogni parvenza di difesa aerea scomparve. I tedeschi distrussero sistematicamente quasi tutto il naviglio alleato e italiano, gli impianti della base navale e dei centri abitati, attaccarono una per una le batterie costiere e i fortini delle vette montane, portarono danni ingenti alle vie e ai mezzi di comunicazione. L'intera isola era come una grande nave da battaglia esposta da sola all'attacco aereo continuato: si calcola che ogni giorno trecento aerei tedeschi si alternassero sulle difese isolane.
E' facile dunque immaginare in quali condizioni, italiani e inglesi subirono l'attacco frontale dello sbarco tedesco all'alba del 12 novembre. L'isola di Lero ha una strana forma: un manubrio. Due isole, cioè, legate da un istmo. Su quell'istmo, ormai frantumato nelle sue difese costiere dall'incessante attacco aereo, si scatenò lo sbarco tedesco. Non ostante, il fuoco delle artiglierie residue. I mezzi da sbarco germanici riuscirono a penetrare nelle insenature defilate al tiro. La lotta dei nostri artiglieri e dei nostri marinai fu accanitissima.
S.Ten Corrado Spagnolo MOVM
E Basterà per tutti citare l'episodio del sottotenente d'artiglieria Corrado Spagnolo che per tre volte ritorna alla riconquista dei suoi pezzi con bombe a mano e all'arma bianca , e muore infine crivellato di ferite. 

Nel pomeriggio l'isola è attaccata dal cielo. L'azione dei paracadutisti fu eseguita così a bassa quota con tale audacia e spregiudicatezza che, di seicento, circa la metà finirono in mare o si sfracellarono sulle rocce. Ma i rimasti, veri demoni della guerra si lanciarono contro il nostro schieramento con impeto straordinario e con una massa di fuoco eccezionale. Le nostre batterie li contennero tuttavia per tutto il pomeriggio, per tutta la notte, fino alla sera seguente: mai un attimo di sonno, non una sosta nella battaglia. Poi, a corto di munizioni. dopo disperati duelli ravvicinati, furono sopraffatti. I paracadutisti si mostrarono spietati non meno di quanto fossero stati audaci: fucilarono tutti i nostri ufficiali. Un superstite, il sottotenente Aldo Rossi racconta che un paracadutista tedesco che parlava l'italiano gli si avvicinò e disse: «Signor tenente, se volete salva la vita vestitevi subito da marinaio semplice ». Altri due ufficiali furono salvati dallo stesso straordinario paracadutista. Ma vi fu anche chi, spinto da un misterioso imperativo della coscienza, volle seguire la via contraria. Una batteria si è arresa. I vincitori sfilano dinanzi ai superstiti allineati e chiamano fuori gli ufficiali per fucilarli. 
S.Ten Ferruccio Pizzigoni MOVM
Il sottotenente di artiglieria Ferruccio Pizzigoni ha perso giubba e gradi nella f furia della battaglia: è vestito in modo che può confondersi con la truppa. I marinai lo circondano, non vogliono che egli si mostri. Ma egli fa un passo avanti e dice: «Anch'io sono ufficiale, e voglio seguire la sorte dei miei colleghi». Pizzigoni è una delle medaglie d'oro di Lero.
Alcuni ci accusano di retorica quando parliamo del valore militare italiano, ma non ha importanza: sappiamo chi sono e perché lo fanno.

Ma è solo in qualche settore che gli italiani sono stati sopraffatti. Il 13, la battaglia di Lero continua, e i tedeschi non riescono a progredire. Il 14, inglesi e tedeschi sono di fronte. Il colonnello French attacco le posizioni germaniche sul monte Appetici, ma il suo battaglione è decimato ed egli stesso trova morte gloriosa sul campo. Il giorno 15 i tedeschi passano al contrattacco appoggiati da forti formazioni aeree. Molte nostre batterie resistono ma molte altre  vengono annientate. Ed ancora una, volta si ripete il barbarico massacro degli ufficiali, a freddo. Nella notte fra il 15 e il 16, i tedeschi ricevono rinforzi; e appena si fa giorno ripartono all'attacco. Ora inglesi e italiani combattono fianco a fianco: due italiani riempiono di meraviglia gli inglesi: il capitano Cacciatori e il suo soldato Cavezzale. Lottano contro i tedeschi alla baionetta, li sbaragliano, contendono loro i pezzi d'artiglieria con le bombe a mano. Cavezzale, crivellato dall'ultima raffica, uccide alla baionetta il suo uccisore. Cacciatori, ferito alle ginocchia, alla fronte, col braccio destro maciullato riesce a salvarsi. Gli imprevisti del destino lo avvieranno poi per mare e lo porteranno fino a, Brindisi da dove riprenderà la lotta nel Corpo di liberazione. Ma ormai la superiorità tedesca è schiacciante.
Al Comando dell'ammiraglio Mascherpa giunge la subdola offerta di una resa separata: in compenso gli si offre salva la vita.

L'Ammiraglio rifiuta sdegnosamente: «Resisteremo fino alla fine; e per lo meno un minuto di più degli inglesi». Si arresero infatti gli inglesi, ormai decimati, e lo stesso generale Tilney accompagnò il parlamentare tedesco a trattare la resa con gli italiani. A Mascherpa non restò che chinare il capo alla fortuna avversa. Il 23, su un mezzo tedesco, fu avviato alla prigionia, al processo e alla morte. I fascisti repubblicani vollero il «privilegio» di giudicare i due ammiragli e nel loro odio cieco vollero infamarli di tradimento. Il macabro processo si celebrò a Parma. Mascherpa cadde trafitto da Piombo fratricida accanto al suo superiore diretto, l'ammiraglio Campioni che da Rodi non aveva voluto emanare l'ordine di resa. La motivazione della Medaglia d'oro che accomuna nella postuma gloria i due ammiragli dice: «Processati e condannati da un tribunale iniquo per avere eseguito ordini ricevuti dalle autorità legittime e per avere tenuto fede al loro giuramento di soldati, mantennero contegno fiero e fermo fino al supremo sacrificio della vita».     


Gino De Sanctis

Ai difensori dell'Isola di Lero, possedimento Italiano del Dodecaneso, furono concessi: 7 Ori al V.M., 65 Argenti, 194 di Bronzi, 289 Croci di Guerra e Encomi per tutti.
Ci spiace non poter pubblicare le foto di tutti. A tutti rendiamo onore.

sabato 2 agosto 2014

La Monarchia e il Fascismo - settimo capitolo - III

Vittorio Emanuele Orlando
Guerra senza quartiere ad oppositori e fiancheggiatori.

La raffica di violenza verbale e fisica non dà quartiere agli uomini di opposizione e raggiunge anche quelli delle liste cosiddette fiancheggiatrici. Alcuni oppositori si ritirano scoraggiati dalla lotta, Nunzio Nasi e Bonomi passano all'opposizione, ma questi né a Mantova né a Milano può parlare. L'opposizione è sommersa dal linguaggio brutale dei giornali avversari dove gli intellettuali già filo bolscevichi del 1919 e 1920 in gara fra i più rossi, gareggiano ora nella corsa del più reazionario, come si rileva da questi due esemplari di prosa in quei giorni tanto comuni. Scrive Ardengo Soffici: «Vigliaccheria del Pus, vigliaccheria fisica quando, attaccato nel suo postribolo d'infamia e di tradimento, il Pus non si difende, ma si rintana nelle latrine o si butta dalle finestre nei cortili e nei vicoli». Togliamo dalla Rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte, uno fra i più avanzati e intransigenti scrittori fascisti: «Avremmo dovuto riempire Roma di morti, nell'ottobre scorso. Il popolo ci avrebbe baciato le mani. Non già questo popolo turpe di Roma capitale, che vuol mangiare e bere e ragionar di poppe grasse e d'anche rotonde, e non vuol altro, ma il popolo rude sceso a Roma da tutte, le terre con le statuine di legno dipinte dei santi paesani, coi rosari avvolti intorno al manico dei coltelli». Giovanni Gentile così parla ai siciliani: «Sono convinto che vera dottrina sia quella che più che nelle parole o nei libri si esprime nell'azione. Ogni forza è forza morale, perché si rivolge sempre alla volontà; e qualunque sia l'argomento adoperato

- dalla predica al manganello - la sua efficacia non può essere altra che quella che sollecita infine interiormente l'uomo e lo persuade a consentire».

Giovanni Porzio parla a Napoli e spiega perché è entrato nel listone, e con chiara allusione a don Sturzo ed alle tremende responsabilità di costui circa l'avvento del fascismo, così conclude: «Si volevano governi deboli che subissero la volontà di un segretario politico di un partito di minoranza che voleva spadroneggiare per le fortune non dell'Italia ma elettorali. E lo si vide inibire ad un ministro scelto dal Re di assumere, il potere». Luigi Einaudi fa una lunga violinata al discorso di De Stefani per il raggiunto pareggio del bilancio in contrasto col rimprovero dell'opposizione che valuta a tre miliardi il disavanzo per l'esercizio in corso.

Occorre tener presente che l'Einaudi è stato, sul Corriere della Sera, per oltre tre lustri, l'implacabile oppositore della politica economica di Giolitti: di questa sua collaborazione il quotidiano milanese faceva testo per demolire l'opera del grande statista piemontese, opposizione che sboccò nella tendenza apertamente fascista del giornale. Non parve vero all'Einaudi poter trovare un successo delle sue formule economiche nella politica del ministro fascista. In altri termini egli poneva l'economia al servizio della politica.

Orlando parla a Palermo alla vigilia delle elezioni e proclama quasi a chiosare la tendenza mussoliniana - che «l'autorità a dominatrice del Primo Ministro è la caratteristica del Governo di Gabinetto» e riconosce al fascismo di avere riconsacrata l'idea della Patria e di avere restaurata l'autorità dello Stato; i fini da esso raggiunti coincidono con quelli ai quali egli dedicò tutta la sua esistenza.

In un intermezzo della campagna elettorale sfilano, davanti alla Reggia, i sindaci convenuti a Roma per il 5° annuale dei fasci. Il Re è accolto da grandi acclamazioni quando appare a salutare i convenuti La sfilata dura più di un'ora e mezza, le bandiere dei comuni si abbassano passando davanti al Sovrano; per tutto il tempo Egli è rimasto al balcone. Terminata la lunga cerimonia si ritira, ma la folla con insistenti applausi e clamori lo richiama. Alla sera Mussolini parla al Costanzi; discorso in qualche punto minaccioso, nel quale insiste nella necessità della limitazione della libertà «che non è un diritto, ma un dovere». I convenuti a queste parole applaudono calorosamente, così come applaudono all'affermazione che «quando i nemici vengono contro di noi, noi abbiamo il solo dovere di vincerli e di stroncarli». Quindici giorni dopo i Sovrani vanno a Milano per la Fiera campionaria e sono ricevuti fra fiori e applausi; commoventi scene si svolgono quando la Regina visita le opere di bontà, tra ciechi, vecchi, orfani e ammalati al ricovero di mendicità. Alla sera la città è tutta piena di luci e di canti. Simili manifestazioni si ripetono al viaggio del Re in Sardegna, ed il Principe Umberto è acclamato nella visita alla Venezia Tridentina.

Nell'asprezza, nella violenza della battaglia elettorale vengono aggrediti aderenti all'Azione Cattolica ed alcuni circoli della Brianza sono devastati. Il Papa manda 500.000 lire per i danneggiati in segno di protesta per le violenze subite, ma le opposizioni osservano che il Vaticano non ha protestato quando violenze incendi e devastazioni si abbattevano sulle organizzazioni non cattoliche.

Frattanto Mussolini è accolto trionfalmente in Sicilia e parlando a Palermo nega e ripudia la dottrina costituzionale. Si attende da Orlando, una parola di li protesta ma questi invece telegrafa: «Ringrazio con emozione Eccellenza Vostra per nobilissime
parole onde volle ricordare mia fede nella Patria vittoriosa. Bene augurando ulteriore suo viaggio mia Sicilia confermo mia cordiale profonda osservanza ».


Il Mondo invoca da Orlando un chiarimento e gli chiede: «L'on. Orlando è sempre d'accordo con se stesso di fronte al problema costituzionale, o rinnega le proprie teorie per aderire a quelle del vero fascismo?». E l'Avanti! commenta: «Noi riteniamo che il Mondo aspetterà un pezzo prima di vedere una qualsiasi manifestazione di fierezza da parte dell'on. Orlando la cui pusillanimità e la cui debolezza sono oramai proverbiali ».