NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 8 agosto 2019

Buone vacanze!


Cari amici, 
questa volta arriviamo alle vacanze particolarmente bisognosi di riposo. 
Aggiorneremo il blog occasionalmente.
Ci vediamo a fine mese per riprendere con rinnovato vigore.
Nel frattempo consigliamo di seguire il gruppo FB dedicato a Re Umberto II dove molti volenterosi amici offrono il loro contributo
Buone vacanze a tutti!
Lo staff !

Ferrovie in Italia pre e post 1861: una parola definitiva



Nel 1861 alla nascita del Regno d’Italia la situazione delle linee ferroviarie in esercizio era di km.2.189 comprese le regioni che sarebbero entrate a far parte del nuovo stato italiano dopo il 1861 e cioè il Veneto nel 1866 ed il Lazio nel 19870. Di queste ben 850 chilometri erano nel Regno di Sardegna, 607 nel Lombardo Veneto, 303 in Toscana, 101 nello Stato Pontificio, 99 nel Ducato di Parma, 50 in quello di Modena ed infine appena 128 nel Regno delle Due Sicilie, che pure era stato il primo a costruire una sia pur breve linea ferrata da Napoli a Portici, di circa 8 chilometri, progettata dall’ingegnere francese Armand Bayard de la Vingtrie, inaugurata il 3 ottobre 1839, le cui prime locomotive “Bayard” e “Vesuvio” erano state costruite in Inghilterra. Sempre allo stesso ingegner Bayard si dovevano i progetti per altre ferrovie per Nocera, prolungabili per Salerno ed Avellino, interamente a sue spese, a fronte di una concessione economica di 99 anni. Invece a spese del governo fu costruita la linea che collegava Napoli con l’altra Reggia di Caserta, prolungata fino a Capua e terminata nel 1844.
Abbiamo voluto sottolineare questo slancio iniziale delle ferrovie del Regno delle Due Sicilie, perché poi rimase fermo per ben 17 anni i, dal 1844 al 1861, anche se esistevano nei cassetti progetti, anche questo del Bayard di una linea transappenninica per raggiungere il porto di Manfredonia nelle Pugliem ed anche altri progetti per strade non ferrate, ma se è vero che “la strada dell’inferno è lastricata si buone intenzioni” le Due Sicilie così lastricavano la strada della propria scomparsa. Questo mentre in Piemonte, veniva effettuato il traforo dei Giovi, sulla linea Torino-Genova,la più lunga galleria dell’epoca, di 3.254 mt., inaugurata,il 18 dicembre 1853 dal Re Vittorio Emanuele II, e nel Veneto, il governo austriaco,( diamo a Cesare quel che è di Cesare), completava l’accesso a Venezia, con il ponte sulla laguna,lungo 3.603 mt, con 222 arcate e 750.000 pali di larice. Rimanevano prive di ferrovie intere regioni, come Marche, Umbria (Stato Pontificio), Abruzzi, Puglie.Basilicata, Calabria e Sicilia ( regno delle Due Sicilie ).
Iniziò così per il nuovo Regno uno sforzo veramente titanico che portò a realizzare dal 1861 al 1870 circa 4.000 km, per cui si raggiunsero i 6.429 km., di cui 1.372 nella Italia Centrale e 1.777 nella Italia Meridionale ed Isole, e delle 34 province che all’atto della unificazione erano completamente prive di ferrovie, soltanto nove erano ancora scollegate. Nel 1880 i chilometri erano 9.290, nel 1890 raggiungevano i 13.629 per toccare, nel 1911, cinquantenario del Regno d’Italia, i 18.394.
I collegamenti principali erano stati tutti assicurati fin dal primo decennio, con un occhio particolare per il Meridione che ne era privo, superando, anche qui difficoltà geologiche. Giustino Fortunato parlava per la sua regione di “sfasciume geologico), di acque non regolamentate per cui i lavori procedettero con qualche difficoltà, ma al tempo stesso scriveva : “Le strade ferrate, correggendo il vizio di conformazione e seguendo le stesse tracce delle grandi vie lastricate, il cui genio di Roma ne volle solcata l’Italia, hanno compiuto il miracolo. Gli ingegneri, i costruttori, gli operai valsero per l’unificazione della patria non meno dei martiri, degli statisti e dei soldati”.
Punto fermo alle stantie polemiche antirisorgimentali, perché le cifre parlano da sole.
Domenico Giglio  

martedì 30 luglio 2019

Santa Messa in suffragio di Camillo

La Famiglia Zuccoli
ricorderà l'amatissimo
Camillo 

 con una Santa Messa in suffragio 
che si terrà 
sabato 3 Agosto, alle ore 20:30
nel "Santuario della Madonna della Neve"
in Via Madonna della Neve n. 4,  Iseo

***** 


  Vi aspettiamo in casa alle ore 18:30 e andremo insieme in Chiesa

sabato 27 luglio 2019

L'ARTICOLO 16 DEL TRATTATO DI PACE (10 FEBBRAIO 1947)


UN’ASSOLUZIONE PLENARIA ALL'ITALIANA

di Aldo A. Mola

Guardie e ladri: il gioco d'infanzia tagliato sull'Italia
Ai giardini pubblici, negli oratori, per le strade un tempo animate senza rischi dalle “bande” di ragazzi, fra i giochi preferiti dominava la gara tra “guardie” e “ladri”, con i secondi sempre più numerosi, perché, malgrado tutto, le forze del Bene, poche ma buone, alla fine prevalgono su quelle del Male. I cittadini dell'Ordine  vincono sull'Avversario, come l'Arcangelo Michele. I ragazzini, invero, non avevano un'idea precisa dei valori contrapposti, tanto che, a fine partita, il gioco riprendeva a ruoli invertiti: chi aveva fatto il ladro diventava guardia e viceversa. Era la sfida a chi correva più lesto, sapeva nascondersi meglio, balzar fuori all'istante opportuno e, tàc, toccare il bambino o la bambina della squadra avversa. Si proseguiva così a perdifiato per ore. Poi, tutti amici come prima, a casa per la cena. Altrettanto avveniva nelle colonie estive, comunali, parrocchiali, spesso allestite dall'Azione cattolica per arginare i “Pionieri” organizzati in alcune lande dal Partito comunista in attesa dell'Armata Rossa. Nell'immediato dopoguerra, invece, lo scoutismo rimase fenomeno elitario, sospetto di infiltrazioni massoniche.
Nei campi estivi chierici giovanissimi insegnavano a giocare “a tattica”. Anche lì i ragazzini venivano suddivisi in “bande”. Non erano guelfi o ghibellini, cattolici o protestanti ma semplicemente compagni di vacanza che imparavano a divenire grandi. Acquattati tra le fronde scoprivano fiori stupendi, seguivano il volo di farfalle multicolore, scrutavano il prodigioso lavorio degli insetti fra gli steli d'erba. Nei rovi attendevano pazienti il passaggio di uno, due, tre rivali. Al momento giusto scattava l'assalto. Bastava un “alt” e si contavano i punti del vantaggio guadagnato secondo i gradi dei “prigionieri”, condotti nell'apposito accampamento: un soldato semplice valeva poco, un sergente assai più, un ufficiale era una trofeo. Ma la vera magia di quegli animosi giochi d'infanzia era la formula che a volte chiudeva la partita nel più strambo dei modi. Proprio quando una banda era sicura della vittoria e aveva raccolto gli avversari nel campo di prigionia, dai filari del gran turco, dalle piantagioni di fagioli o da chissà quali porte degli inferi sbucava il malandrino salvifico. Gli bastava sfiorare uno dei prigionieri e gridare “Liberi tutti” perché i detenuti se la squagliassero come oggi da un campo profughi in Libia dopo un bombardamento.

Un'Italia senza eresie né guerre civili
Quei giochi del buon tempo antico sono paradigma della storia d'Italia, che tanto arrovella quando, ed è consueto, se ne scordino complessità, sinuosità e brusche svolte. E' un percorso  a segmenti discontinui. Nell'ampia intervista rilasciata al “Corriere della Sera” nel suo 90° compleanno Sergio Romano, ambasciatore, storico e saggista, ha asserito che l'Italia ha vissuto “tre guerre civili: al Sud dopo il Risorgimento; poi negli anni tra la Grande Guerra e la marcia su Roma; infine tra l'8 settembre e il 25 aprile 1944: una guerra fra italiani che in Emilia durò ancora per un altro anno”. È un invito a riflettere, più che un assioma, anche perché la storiografia non detta sentenze. Essa cerca di comprendere e utilizza formule possibilmente precise come fanno i meccanici quando prendono in mano la chiave rispondente al bullone: tot pollici, sennò non funziona. “Guerra civile” è tra le formule più delicate e disputate possibili. Per tale, tecnicamente, s’intende la lotta tra due fazioni di cittadini di pari diritti appartenenti a un identico Stato che, consapevoli delle proprie scelte e in piena libertà d'azione, non eterodiretti da potenze straniere, si combattono per opposti ordinamenti. Tali furono le guerre al crepuscolo della Roma dei Consoli fra i seguaci di Cornelio Silla e di Caio Mario, di Giulio Cesare e di Cneo Pompeo, aristocrazia senatoria contro “popolani”, estremo regolamento di conti tra due opposte concezioni dello Stato, che tanto affascinò Teodoro Mommsen. Già il successivo mortale duello tra Caio Ottaviano Augusto e Marco Antonio fu vicenda del tutto diversa, perché contrappose due visioni dell'impero, la Romana e l'Egizia, il Senatus populusque romanus e il diritto divino.
A ben vedere, come non ebbe movimenti ereticali di massa, riforme evangeliche o protestanti numericamente rilevanti, così l'Italia non soffrì mai vere guerre civili. Non lo furono le compagnie di Santa Fede capitanate dal cardinale Fabrizio Ruffo (neppure ordinato prete) contro la Repubblica napoletana del 1799, né le “masse cristiane” di Branda Lucioni e altre “insorgenze” che nell'Italia settentrionale combatterono l'occupazione francese e la scristianizzazione forzata e mirarono a restaurare sovrani spodestati. Sorrette entrambe dal concorso di Stati stranieri, quelle fazioni non sono paragonabili alle guerre civili tra cittadini della Res publica romana. A sua volta il brigantaggio meridionale del 1861-1867 fu ribellione, anche prezzolata dall'estero, di chi non si riconosceva negli ordinamenti innovativi dello Stato unitario: servizio militare obbligatorio, nuovo sistema impositivo, uguaglianza dinnanzi alle leggi, abolizione dei secolari privilegi ecclesiastici, sorretti dalla manipolazione idolatrica delle coscienze e dalla demonizzazione dei non cattolici e, peggio, dei non credenti. Si può anche dubitare che possa essere classificata come guerra civile quella del 1943-1945 tra “partigiani” e fascisti repubblicani, se non nel indicato dal comandante piemontese di “Giustizia e Libertà”, Dante Livio Bianco, avvocato, già iscritto al Partito nazionale fascista, secondo il quale essa era “guerra di civiltà”. Né fu guerra civile il conflitto tra il Corpo volontari della libertà da una parte, proiezione dello Stato italiano riconosciuto dalle Nazioni Unite, e gli “occupanti”, cioè i tedeschi e i loro alleati. Comprendenti le milizie dello Stato repubblicano d'Italia (denominazione originaria della RSI): un conflitto nel cui ambito si contrapposero partigiani dai programmi, ideali e alleati stranieri molto diversificati e i fautori del fascismo repubblicano. Gli uni e gli altri rimasero minoranza quantitativamente irrilevante rispetto alla immensa “zona grigia” la cui storia rimane da scrivere. L'Italia, insomma, non visse nulla di paragonabile all'unica vera guerra civile dell'Europa occidentale, quella di Spagna, che nel 1931-1940 ebbe il decennio agonico di un conflitto radicato nei nei secoli e indurito sin dalla conquista franco-napoleonica d'inizio Ottocento. 

Umberto II, il Traghettatore 
La refrattarietà degli italiani a pulsioni destinate a esplodere in guerre civili trova conferma nel cambio istituzionale del giugno 1946. Con sorpresa generale esso avvenne in un clima complessivamente pacifico e, per i tempi, persino ordinato. Dopo comizi accesissimi, dai toni minaci, straripanti manifestazioni di piazza e timori di scontri volgenti in conflitto generale persino con intervento di armi straniere, il Paese registrò il passaggio dalla monarchia alla repubblica con un'onda di profonde emozioni individuali ma senza traumi politico-militari nazionali. A moderare la transizione fu Umberto II, che lasciò il suolo italiano sciogliendo dal giuramento alla Corona, ma non alla Patria, quanti l'avevano pronunciato. Proprio il sovrano fu il sommo traghettatore dall'uno all'altro regime. Già solo per questo merita molto più di quanto le Istituzioni sinora gli hanno riconosciuto. Ma occorre dare tempo al tempo. Nel frattempo il suo ruolo va apprezzato dalla storiografia per comprendere la pacificazione scandita dagli atti successivi: la “firma” del Trattato di Pace (sottoscritto dall'ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna, che firmò con la stilografica personale e impresse sulla ceralacca lo stemma di famiglia per tacita protesta dell'Italia nei confronti dell'iniquo diktat ), la sua ratifica da parte dell'Assemblea Costituente e il varo della Carta repubblicana, pilastri portanti dell'Italia ormai compresa nelle Nazioni Unite, anche se per un decennio fermata sulla soglia della sua Assemblea.

La lenta genesi dell'articolo 16 del Trattato di pace
In “Chi doveva essere protetto dall'art. 16?” (speciale “Bombe sull'Italia”, n. 4) il direttore di “Storia in Rete”, Fabio Andriola, ha riaperto il dibattito su uno degli articoli meno noti e studiati del Trattato di pace imposto all'Italia il 10 febbraio 1947. Fermo restando che il Trattato fu scritto in inglese, russo e francese, nella pedissequa traduzione ufficiale esso recita: “L'Italia non perseguirà né disturberà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di avere, nel corso del periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data dell'entrata in vigore del presente Trattato, espresso la loro simpatia per la causa delle Potenze Alleate ed Associate o di avere condotta un'azione a favore di detta causa” (corsivi dell'autore). L'articolo 16 è connesso  al 15, che obbligò l'Italia ad assicurare ai suoi cittadini il godimento dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (“ivi incluse le libertà di stampa, di religione, di opinione e di associazione”) e al 17 che, preso atto dello scioglimento delle organizzazioni fasciste, attuato “in conformità all'art. 30 della convenzione di armistizio”, impegnava a “non tollerare la ricostituzione sul suo territorio di organizzazioni di questa natura, aventi un carattere politico, militare o paramilitare, ed il cui scopo sia quello di privare il popolo dei suoi diritti democratici”.
Le premesse dell'art. 16 erano tre: una di carattere generale, altre connesse all'armistizio del 3-29 settembre 1943. La prima era la consapevolezza che la “guerra parallela” intrapresa dall'Italia il 10 giugno 1940 era stata decisa in condizioni molto diverse da quelle narrate dalla propaganda di regime. I dubbi e le contrarietà verso quel passo erano stati molteplici e  forti. A parte gli antifascisti all'estero (non tutti propriamente “esuli”: per esempio il monarcomaco Carlo Sforza, Collare della SS. Annunziata, rimase sempre senatore e non venne mai privato di alcun diritto), parecchi italiani, anche militari e persino di grado elevato, nutrivano “simpatia per la causa delle Potenze Alleate” e non lo nascondevano agli interlocutori più ricettivi quando se ne presentasse l'occasione. Se i rapporti dell'Ovra e dei questori traboccavano di dichiarazioni di sfiducia nei confronti delle armi italiane, di antipatia nei riguardi della Germania e di inclinazioni verso paesi nemici (“occidentali” molto più che l'Urss), va ricordato che lo scenario bellico cambiò ripetutamente in modo drastico, costringendo partiti, movimenti e personalità a capriole clamorose. Fu il caso del giudizio da esprimere sull'URSS e sulla Germania all'indomani del patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov (23 agosto 1939). I lungimiranti (altra cosa dell'“uomo della strada”, succubo della propaganda e di pregiudizi) sapevano che non esistono nemici assoluti, identici e perpetui. Ci si combatte, ci si ammazza, si tratta, si stabiliscono tregue, ci si scambiano i prigionieri ecc. ecc. Mentre alcuni combattono altri patteggiano, talvolta in vista di un cambio di alleanze. Da che mondo è mondo, gli uni e gli altri, anche con finzioni spudorate, svolgono la propria funzione.
La premessa formale dell'art. 16 fu il “Pro-memoria” anglo-americano di Québec (18 agosto 1943) collegato alle condizioni dal generale Dwight Eisenhower al governo italiano per l'armistizio. Quando ancora gli anglo-americani pensavano di contenere i germanici a nord della linea Venezia-Livorno, precisò che “se informazioni sul nemico verranno fornite immediatamente e regolarmente, i bombardamenti degli alleati verranno effettuati nel limite del possibile su obiettivi che influiranno sui movimenti e sulle operazioni delle forze tedesche”. Quel “pro-Memoria” venne integrato dalla Dichiarazione di Mosca del 30 ottobre 1943. A conclusione della riunione tripartitica anglo-russo-americana questa stabilì il rilascio e la completa amnistia di “tutti i prigionieri politici del regime fascista”, che ovviamente avevano espresso “simpatia” per le Potenze Alleate Urss compresa) nella loro già accennata geometria variabile.
I passi fondamentali successivi verso il futuro art. 16 del Trattato di pace sono documentati dai testi dell'armistizio e, ancor più, dai verbali delle riunioni svolte a Cassibile il 3 e a Malta il 29 settembre 1943, con delegazioni ogni volta del tutto diverse, ma convergenti sul nodo sostanziale: inglobare l'Italia nella guerra delle Nazioni Unite contro la Germania. I Generali Giuseppe Castellano e Walter B. Smith per conto di Badoglio e di Eisenhower il 3 settembre concordarono di coordinare i piani d'operazione. Smith assicurò che “gli ufficiali ed i marinai italiani non sarebbero stati assoggettati ad alcuna indegnità”. Nel timore che Vittorio Emanuele III e Badoglio venissero arrestati dai tedeschi, si convenne che il capo di stato maggiore Vittorio Ambrosio “parlasse da una stazione (radio) italiana e annunziasse che parlava con la loro autorità”. Nella segretissima “missione” a Torino del 7 settembre forse Ambrosio portò la registrazione dell'annuncio di armistizio, comunicato l'indomani da Radio Algeri e ribadito da Badoglio, secondo la sequenza stabilita a Cassibile.
A Malta il 29 settembre il testo armistiziale previde che il governo italiano consegnasse agli Alleati Mussolini, i suoi “associati fascisti” e tutti i sospetti di crimini di guerra (il cui elenco gli sarebbe stato trasmesso), nonché l'immediata liberazione di tutte le persone, “di qualsiasi nazionalità” detenute o condannate, anche in contumacia, per le loro relazioni con le Nazioni Unite. Durante la seduta collaterale alla firma, Eisenhower chiese che il Re sottoponesse ufficiosamente agli Alleati la lista di ministri “politici” da immettere nel governo; nel clima di collaborazione, Badoglio sollecitò il rilascio del Maresciallo  Giovanni Messe, “ufficialmente aiutante del re” (oltre che antico iniziato massone alla loggia “Michelangelo” del Grande Oriente d'Italia).

“Liberi tutti...?”
L'immunità di quanti prima, durante e dopo la guerra avevano concorso a ritardare e, nei modo più diversi, a “erodere” la portata filogermanica dell'intervento dell'Italia in guerra era dunque una misura scontata. Fa parte delle regole della guerra che, si sapeva anche prima di Clausewitz, sono la prosecuzione della diplomazia con “argomenti” suasori talora ruvidi (compresi i bombardamenti a tappeto, terroristici o pedagogici, secondo i punti di vista) che però non escludono la continuazione dell'utilizzo di altri, quali spionaggio, controspionaggio, disinformazione, propaganda, corruzione di apparati, etc., in una ridda in continuo divenire. Per una pacata visione dell'art. 16 del Trattato di pace un'altra considerazione si impone. Dal 10 giugno 1940 al 9 maggio 1946, capi delle Forze di terra e di mare erano stati Vittorio Emanuele III e il Luogotenente del regno Umberto di Piemonte. I ministri erano “ministri del Re”.Qualunque incriminazione di un militare per simpatie espresse o collaborazione operata a favore delle Nazioni Unite avrebbe comportato, salendo per li rami, anche quella del sovrano: cioè proprio del Re in nome del quale venne operato il cambio del luglio-settembre 1943, con quanto ne seguì sino al regime post-monarchico incardinato sul presidente provvisorio della Repubblica, Enrico De Nicola (monarchico) e sul governo De Gasperi, unico abilitato a legiferare. Mentre alcuni costituenti (come Benedetto Croce, Roberto Lucifero, Leo Valiani...) votarono contro la ratifica del discusso Trattato di pace, altri, parimenti liberali, dopo aggrovigliati e contraddittori ragionamenti, si schierarono a favore. Furono i casi di Francesco Saverio Nitti (a lungo esule) e di Vittorio Emanuele Orlando, nel 1924 candidato nel Listone nazionale, come De Nicola. La ratifica ottenne 262 voti favorevoli, 68 contrari e 80 astenuti: meno del 50% dei 555 costituenti. De Nicola, contrario a firmarlo, fece una scenata apocalittica, rovesciando tutte le carte dalla scrivania. La sua ratifica era però la via maestra per chiudere decenni di storia d'Italia con un colpo di spugna: “liberi tutti”. Era anche il viottolo per tornare a esercitare un minimo di sovranità nazionale dopo la pesante sconfitta militare e in un pianeta ormai diviso dalla “guerra fredda”. Come ruvidamente chiesto da Churchill e da Roosevelt, l'Italia pagava il salatissimo “biglietto di ritorno” tra le democrazie parlamentari. Grazie al Re essa era caduta sul fianco meno doloroso, lontano dalle mire di Stalin. Poteva persino accampare a proprio merito la dichiarazione di guerra contro il Giappone, deliberata dal governo Parri, con il consenso del Luogotenente Umberto di Savoia.
Suscita perplessità, invece, la posizione di De Gasperi. Il 31 luglio 1947, chiedendo l'approvazione del Trattato, “dinanzi a Dio, moderatore di tutte le cose (Grande Architetto? NdA), e dinanzi agli uomini” proclamò che l'Italia non assumeva “nessuna corresponsabilità, né per gli effetti che avrà in Italia, né per gli effetti che avrà nella ricostruzione del mondo”. Era l'approdo di quanto deliberato da rappresentanti di alcuni partiti antifascisti a casa di Giuseppe Spataro una sera dell'agosto 1943: scaricare tutto il passivo della sconfitta sul fascismo e sulla monarchia, con distorsione della verità storica. Ma ormai Umberto II era all'estero.
Il gioco del “liberi tutti” configurato dall'articolo 16 del Trattato di pace (ma come dimenticare l' “amnistia Togliatti” del 22 giugno 1947?) mandò indenni gli antifascisti che avessero fiancheggiato gli Alleati dal 10 giugno 1940 e tanti fascisti in vario modo contriti prima e dopo il 25 luglio 1943; non si estese invece a cittadini che, né ignavi né faziosi, propriamente fascisti non erano stati mai, bensì solo “patrioti”: la sempre trascurata “zona grigia”, tuttora in attesa di doverosa indagine storica.
   


mercoledì 24 luglio 2019

Buona memoria o l’oro di Mosca



Avere una certa età ed una buona memoria consente di non stupirsi o meravigliarsi di fronte ad eventi attuali, come adesso il caso di possibili finanziamenti russi ad un movimento politico italiano e della scoperta che su tale problema la magistratura milanese avesse aperto da mesi un fascicolo. 
Peccato che anni or sono, parliamo degli anni 1950 e 1960, né a Milano né in altre procure fossero stati aperti analoghi fascicoli su finanziamenti, questa volta reali, consistenti, effettivi, che sempre da Mosca, allora URSS (Unione repubbliche socialiste sovietiche), partivano a beneficio del Partito Comunista Italiano consentendogli una disponibilità economica per sedi del partito, giornali, manifesti e propaganda che surclassava gli altri partiti italiani, salvo briciole per i socialisti nenniani. E di questi finanziamenti vi erano state date notizie su giornali non comunisti, vi erano state indagini giornalistiche accurate e documentate, per cui non erano rimaste segrete, ma evidentemente in molti posti di comando, non solo giudiziari, ma anche governativi vi erano le famose scimmiette che non vedevano, non udivano e non parlavano, mentre se avessero visto, udito e parlato, forse la storia italiana da quegli anni avrebbe preso un diverso indirizzo. Ma specie la Democrazia Cristiana allora preferiva operare per dividere il partito monarchico, suo pericoloso concorrente, specie nel Meridione e perché non si costituisse alla sua destra un consistente coagulo liberaldemocratico, alieno da nostalgie, tralasciando la battaglia anticomunista, per la quale aveva preso i voti e lasciando che i comunisti si infiltrassero in tutti i settori della vita non solo politica e se poi, decenni dopo, il crollo dell’URSS coinvolse nella caduta anche i partiti comunisti occidentali i meriti vanno cercati altrove.
Domenico Giglio

sabato 20 luglio 2019

GIOVANNI GIOLITTI


IL VECCHIO SAVIO DELLA NUOVA ITALIA

di Aldo A. Mola
Vi sono parecchie ragioni per ricordare Giovanni Giolitti (Mondovì, 127 ottobre 1842.- Cavour, 17 luglio 1928), massimo statista italiano dalla proclamazione del Regno d'Italia a oggi. Ne ricordiamo almeno quattro. (*)

Dall'annessione alla Francia a capofila dell'indipendenza italiana
In primo luogo Giolitti è la sintesi del regno di Sardegna restaurato nel 1814 dopo l'età franco-napoleonica, quando il Piemonte venne ridotto a XXVII Divisione dell'impero di Napoleone I. Se questo fosse durato, non vi sarebbero mai stati Risorgimento, unità e indipendenza. L'Italia sarebbe un'appendice di Parigi (come Oltralpe qualcuno ancora pensa). In Piemonte, però, la Restaurazione non fu pura e semplice Reazione. Lo si vide nel marzo 1821, quando il ventitreenne Carlo Alberto di Savoia-Carignano, reggente, concesse in via provvisoria la Costituzione di Cadice. A chiedergliela furono aristocratici cresciuti negli ideali di libertà e di bilanciamento dei poteri. Il nonno materno di Giolitti, Giovanni Battista Plochiù, alto magistrato in età franco-napoleonica, era Legion d'Onore, come Carlo Alberto era conte dell'impero. La Storia è continuità, anche grazie a società segrete (carboneria, massoneria, illuminati...) quando la libertà di opinione è conculcata. Giolitti nacque proprio quando Carlo Alberto accelerò il rinnovamento dello Stato non per pressione straniera ma dal suo interno, valendosi di una dirigenza di patrizi, borghesi, militari, ecclesiastici accomunati da due capisaldi: scienza e apertura all'Europa. A quel modo il Regno di Sardegna si candidò a interpretare e a esprimere il sentimento profondo dell'“opinione nazionale”, come auspicato da Silvio Pellico, Massimo d'Azeglio, Cesare Balbo, da uno stuolo di patrioti, anche esuli, come Vincenzo Gioberti. L'assillo del Piemonte non era solo di conoscere Parigi, Londra, Bruxelles, Berlino ma della valutazione che in quelle capitali si aveva di Torino. Nel Regno di Sardegna il “Quarantotto” non fu prodotto di importazione, ma frutto di lunga maturazione di una nuova moderna classe dirigente. Lo rievoca Giolitti nelle “Memorie della mia vita”, pubblicate il 27 ottobre 1922 per festeggiare il proprio 80° compleanno. Vi ricorda l'incontro, al quale assisté, di Camillo Cavour con zio, Melchiorre Plochiù, magistrato e azionista di “Il Risorgimento”, una tra le grandi voci del Quarantotto, come “La Gazzetta del Popolo” di Felice Govean e Giambattista Bottero. Lo Statuto Albertino segnò il passaggio dalla monarchia amministrativa a quella rappresentativa, l'elettività dei consigli comunali e provinciali, l'uguaglianza dinnanzi alle leggi e, quindi, la libertà di culto: caso unico in Italia. Da lì nacque la Terza Italia.

Al servizio dello Stato., cioè dei cittadini
Inoltre Giolitti è il modello della generazione costruì lo Stato nuovo. Laureato in giurisprudenza a Torino a 19 anni, volontario senza stipendio al ministero della Giustizia a 20, sostituto procuratore del Re a 24, per un ventennio progredì nel servizio dello Stato, “prestato” al ministero delle Finanze con Quintino Sella, segretario generale della Commissione centrale delle imposte dirette (osservatorio privilegiato su Comuni e Province), della Corte dei Conti (1877), commissario alle Opere Pie San Paolo di Torino (che trasformò in “istituto bancario di sicuro avvenire”) e consigliere di Stato a quarant'anni. Quando nel settembre 1882 accettò la candidatura alla Camera si mostrò politico vero, capace di ascolto, abilissimo del procacciarsi il sostegno dei notabili, società di mutuo soccorso e sodalizi vari. Lo documenta la sua molto elaborata “Lettera agli elettori”, suggellata da una frase che anticipa quasi mezzo secolo della sua “politica”: “Allorché gli uomini di Stato più eminenti e gli operai sono concordi in un programma, vi ha la certezza che questi risponde ai veri bisogni del Paese”.
Estensore del Manifesto dell'opposizione subalpina contro la “finanza allegra” del ministro Agostino Magliani (1886), contrario a dispendiose e rischiose avventure coloniali ma fermo nella difesa della dignità nazionale, ministro del Tesoro e delle Finanze nel Governo presieduto da Francesco Crispi (1889-1890), quello delle grandi riforme (abolizione della pena di morte, trasformazione delle Opere Pie in Ipab, elettività dei sindaci e dei presidenti delle Deputazioni provinciali...), presidente del Consiglio dei ministri a soli 50 anni, Giolitti affrontò la più difficile delle riforme: dar vita alla Banca d'Italia in un Paese che trent'anni dopo la proclamazione del Regno e venti dopo l'annessione di Roma aveva ancora sei Banche abilitate a emettere moneta. Dovette fare i conti con l'intreccio tra malavita organizzata e la spesso cortomirante opposizione “democratica”. Perseguitato da Crispi, nel timore di carcerazione arbitraria andò a Berlino, ospite della figlia Enrichetta e del genero, Mario Chiaraviglio, massone. Rientrò quando seppe dalla moglie, Rosa Sobrero (“Ginotta”) che il mandato di comparizione non conteneva capo d'accusa.


La terza lezione di Giolitti è l'alto senso della politica quale servizio allo Stato. Nei lunghi anni di “disgrazia”, durante i regni di Umberto I (tra il 1893 e il 1899) e di Vittorio Emanuele III (1915-1919), la sua lealtà nei confronti della monarchia, consustanziale all'Italia, non mutò di una virgola. Il monarchico non è un cortigiano. Ha il dovere di dire al sovrano anche parole “scomode”. Perciò egli rimase la grande “riserva” della Corona, per risollevarne il prestigio. Avvenne nel 1899, dopo la repressione della cosiddetta “insurrezione milanese” del maggio1898, schiacciata con metodi inaccettabili e con l'arresto di deputati in carica. Giolitti capitanò la svolta liberale d'intesa con il democratico bresciano Giuseppe Zanardelli e con Ernesto Nathan, gran maestro del Grande Oriente d'Italia poi da lui voluto sindaco di Roma. Sempre capace di ascolto nel 1899, Giolitti recepì i suggerimenti di Urbano Rattazzi jr: dare voce al “Paese che lavora” e non inventare artificiosamente “nemici”. Iniziò il quindicennio più prospero dell'Italia unita, quando anche l'emigrazione (per lavoro, per fame) costituì una risorsa con le “rimesse” degli italiani dall'estero. Al governo si alternarono Zanardelli, lui, Alessandro Fortis (ex repubblicano), Sidney Sonnino, ebreo di culto protestante, Luigi Luzzatti, ebreo non praticante, una miriade di ministri e sottosegretari, sorretti da diplomatici, militari, dirigenti ministeriali, prefetti, magistrati, scienziati, accademici, docenti universitari, segretari comunali, insegnanti, artisti e, mai dimenticare, ecclesiastici ispirati da Pio X, il papa che “sospese” il divieto per i cattolici di voto attivo e passivo nell'elezione della Camera. Dai 3 cattolici deputati del 1904 si passò a 227 deputati liberal-moderati, radicali e persino massoni eletti col voto dei cattolici (il “Patto Gentiloni” del 1913), per arginare massimalisti, clericali e anarchici. Nel 1911 il bilancio del Cinquantenario registrò il grande progresso civile e sociale della Nuova Italia, cresciuta con la liberalizzazione degli scioperi “economici”, cioè per miglioramenti salariali, divieto assoluto di quelli “politici”, in specie nei servizi statali, leggi speciali a favore delle regioni arretrate, provvidenze d'ogni genere per istruzione e sanità. Conosceva bene la realtà. Contro tutte le leggende, il Piemonte aveva enormi sacche di povertà, generalmente sopportata con dignità anche grazie ai tanti Don Bosco.


Giolitti meridionalista e neutralista
Sin da giovane alto dirigente statale Giolitti aveva esplorato il Mezzogiorno. Tra gli amici politici più fidati ebbe meridionali come Tommaso Senise, Antonio Cefaly, Antonino Paternò Castello di San Giuliano, Giuseppe Saredo, Pietro Rosano (che il 9 novembre 1903 si sparò per evitare che uno scandalo squallidamente orchestrato ai suoi danni potesse coinvolgere Giolitti e il neonato governo). Sapeva che per unificare davvero l'Italia occorreva destinare al Sud enormi investimenti per liberarlo dalla secolare arretratezza (infrastrutture, servizi pubblici,...). Messa a frutto la costosissima “impresa di Libia”, che all'Italia fruttò Tripoli e la Cirenaica (per evitare che se ne impadronissero la Francia o altri), Rodi e il Dodecanneso (liberati dal secolare turpe dominio turco), nel 1914-1915 ritenne che l'Italia non poteva impegnarsi in una guerra europea lunga e inevitabilmente esosa di vite e di risorse, causa di divisione non solo tra Nord e Sud ma anche fra lo Stato e le masse operaie naturaliter neutraliste e i cattolici, contrari a conflitti ai danni dell'unico impero cattolico, l'Austria. Neutralista, dopo l'intervento si schierò senza riserve a sostegno della Vittoria come tutto il Piemonte, da sempre uso a battersi “alle bandiere” con lo scudo sabaudo.

La processione indiana: due passi avanti, uno all'indietro
Richiamato una quinta volta al governo da Vittorio Emanuele III, Giolitti ottenne successi fondamentali (abolizione del prezzo politico del pane, risanamento della finanza pubblica, superamento senza soverchi traumi della occupazione delle fabbriche da parte dei rivoluzionari decisi a “fare come in Russia”, cacciata di d'Annunzio da Fiume...). Chiese anche il trasferimento del potere di dichiarare guerra dalla Corona al Parlamento. Fallì l'obiettivo. Fu la sua prima seria sconfitta. La seconda venne col veto opposto da don Sturzo a una coalizione liberal-cattolica-socialriformista. Lo Statista trascorse a Cavour, in Piemonte, la notte fra il 27 e il 28 ottobre 1922, suo 80° compleanno: tormento e stasi. Il Re era a Roma per sostituire Facta, dimissionario, con un presidente fattivo. Mussolini temeva il ritorno di Giolitti. A Cesarino Rossi confidò: “ Se arriva Giolitti, siamo fottuti. Ha fatto sparare su d'Annunzio a Fiume”. Ma a Giolitti l'invito telegrafico ad accorrere a Roma arrivò solo “a cose fatte”. La storia non è una linea retta. Neppure quella d'Italia. Procede a zig-zag. Giolitti, statista serissimo e quindi capace di umorismo, osservò che il progresso è come certe processioni indiane: due passi avanti e uno all'indietro...

Nessuno come lui ebbe alto il senso dello Stato: una formula intraducibile, come la libertà, “ch'è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta”. Quando andava al Colosseo o in montagna, Giolitti aveva sempre in tasca una delle cantiche della Divina Commedia. Chissà se ne ricorderanno tanti dantisti “di complemento” da qui al 2021?
Aldo A. Mola

(*) E' in libreria il nuovo volume di Aldo A. Mola, Giolitti. Il senso dello Stato, ed. Rusconi Libri, pp.XXII+626 e 16 ill.


DUE BOX
BOX UNO

Giolitti secondo il generale Arturo Cittadini (1864-1928), primo Aiutante di Campo di Vittorio Emanuele III (Dichiarazione al generale Angelo Gatti, Palazzo del Quirinale, 30 marzo 1922): un ritratto acre, con tratti veridici.

GIOLITTI COME L'IMPERATORE TIBERIO?

Giolitti ha dominato per molto tempo, anche quando non era al potere, la Camera. Da che cosa proviene questa forza indiscutibile di Giolitti? Ha prima di tutto la dote indiscutibile della conoscenza perfetta di tutto il congegno amministrativo dello Stato. A lui non la si può dare a bere. La seconda qualità è di essere inflessibile ed irriducibile. La terza qualità è che è un uomo relativamente onesto: vale a dire che per se stesso non ha rubato. Per conto suo vive modestamente (a Roma) in un quartierino solito. La quarta qualità è di tenere tutti a distanza. Egli parla poco, e quando parla, con tono da padrone.
Quest'uomo avrebbe attratta l'attenzione di Machiavelli. Poiché fu un uomo veramente forte di fisico e di carattere. Facoltà principale della sua coscienza fu di considerare tutti gli uomini governabili e comandabili per i loro vizi. Facoltà principale del suo carattere fu quella di considerare se stesso padrone, e tutti gli altri servi.
In molti lati, (meno che per il sanguinario si capisce) questo vecchio somigliava a Tiberio. Aveva la sua grandiosa statura, il disprezzo degli uomini, la conoscenza dei loro vizi, la durezza del cuore, una certa onestà personale, il disdegno delle lodi palesi, la facoltà di governare da lontano, il rifuggire la folla, la semplicità, fino a un certo momento, della vita. Ma la sua facoltà principale, come conduttore di uomini parlamentari, era quella di sentirsi padrone. Era in questo aiutato dalla bassezza degli altri, che si sentivano servi.
Più difficile gli sarebbe stato governare le folle, che hanno anche passioni di entusiasmi, ecc.; ed, infatti, egli ciò non cercava.
Egli è in disparte, solitario.

BOX 2
Tre domande all'Autore:

Questo “Giolitti. Il senso dello Stato” è nuovo rispetto ai libri precedenti?
R. Nel 2003 (l'anno della biografia scritta per Mondadori) non erano ancora disponibili molti documenti qui utilizzati sulla formazione politica di Giolitti, sulla crisi del “radioso maggio 1915”, quando venne ordito un attentato mortale alla sua vita, e sull'ottobre 1922, quando lo Statista rimase a Cavour mentre nella Capitale si giocava la partita fatale: la liquidazione del governo Facta, l'invito inviatogli alle 5 del mattino del 28 ottobre e il telegramma firmato dal generale Cittadini che il 29 invitò Mussolini a Roma per formare il governo. Per me questo libro è un punto di arrivo e, forse, di congedo. Auspico giovi a chi vorrà continuare la ricerca.

Qual è l'eredità di Giolitti?
Un'eredità morale e civile. Lo fece intendere egli stesso in una lettera del 1926 al nipote, Curio Chiaraviglio. Ormai ottantacinquenne, Giolitti leggeva le storie delle guerre del Cinque-Seicento per l'egemonia sull'Europa tra gli Asburgo e la Francia, quando l'Italia cadde sotto le dominazioni straniere. Come essa aveva superato tanti guai del passato, giungendo infine all'unificazione e all'indipendenza nazionale, così avrebbe fatto con quelli imperversanti, segnati dall'incipiente regime di partito unico. “La legge - osservava - riconosce il falegname, il filosofo, il ciabattino, l'avvocato, il cavadenti, il beccamorto ma il cittadino no. Il Civis Romanus sum è un'anticaglia. La libertà? Chi se ne ricorda? Ma il giorno in cui il popolo se ne ricordasse e la reclamasse?! Che cosa fare? Lavorare chi può ancora, stare a vedere chi non può più. Difendersi dal pessimismo. Pensare alla salute...”.
Bastano questa sue parole per capire l'attualità di Giolitti, il “Grande Saggio” della storia d'Italia.
Cavour, Giolitti, Einaudi. Chi è lo statista sommo?
Impossibile e inopportuno fare graduatorie. Meglio stare ai “fatti”. Cavour ebbe la (s)fortuna di morire il 6 giugno 1861, subito dopo la proclamazione del regno d'Italia, Nessuno sa come lo avrebbe governato. Non si era mai spinto a sud di Firenze, ove andò poche volte e litigò con il Re, molto più avveduto di lui. Nel 1944 Einaudi fu aviotrasportato dalla Svizzera a Roma per prendere le redini dell'economia di un Paese vinto, lacerato e poi sotto l'incubo del Trattato di pace, duramente punitivo. Giolitti fu presidente del governo cinque volte (1892-1921) di un'Italia che era e si conduceva da Stato indipendente e che entrò nel novero delle maggiori potenze. Soprattutto, però, non dimentichiamo che i veri artefici di quell' Italia furono i Re, unici garanti agli occhi degli altri Stati: nemici, alleati, mai amici.
Fine

mercoledì 10 luglio 2019

Italiano in terra straniera



Il ricordo di nonno Emilio - Andò a lavorare in Canada e mio padre nacque in mezzo alla foresta - Nella mensa degli operai aveva appeso il Tricolore e le foto dei reali

Emilio Del Bel Belluz

in Cari Nonni vi scrivo da Libero di mercoledì10 luglio 2019

La foto di nonno Emilio conservata dal nipote che porta lo stesso nome e cognome

         Mio nonno Emilio Del Bel Belluz era nato nel 1896, ad Azzano Decimo, un paese del Friuli. La sua famiglia aveva sempre lavorato la terra, un terreno duro che per dissodarlo con il grezzo aratro a disposizione, bisognava usare una forza sovrumana. Abitavano in una grande casa colonica, a Chions, assieme ai fratelli, le cognate e i nipoti. L’abitazione esiste ancora ed è diventata una casa che ospita chi vive nel bisogno. Vedendola, pare che il tempo si sia fermato, la fontanella butta da sempre un’acqua buona e ristoratrice.
         Da quel posto, mio nonno Emilio, dopo aver combattuto nella guerra di Libia, partiva per il Canada. Una mattina di maggio del 1919, lasciava la sua amata Italia con la moglie Genoveffa, la meta era il Canada. Quella decisione era maturata dal poco lavoro e dalla fame che in Italia si facevano sentire, dopo la fine della Grande Guerra. Il viaggio fu molto tormentato, specialmente, per mia nonna che non era mai salita su una nave; per il nonno Emilio fu diverso, si era temprato alla sofferenza durante la traversata per raggiungere la Libia.
         Arrivarono a destinazione, e mio nonno si mise a lavorare assieme a una squadra d’italiani nel territorio chiamato, Sioux Lookout Il lavoro consisteva nel costruire una ferrovia che doveva attraversare i territori che un giorno erano appartenuti agli indiani. Il giovane Emilio era diventato,con il tempo, caposquadra. Doveva dirigere i lavori di disboscamento e di costruzione della ferrovia. Mia nonna, nel frattempo, doveva cucinare i pasti per gli operai. C’era vicino alle baracche un ruscello, molto pescoso e la nonna ogni tanto andava con un retino a pescare, e con il pesce che prendeva, cucinava i pasti per tutti. I posti erano incantevoli, in quel paradiso vivevano in pace gli indiani, cacciando e pescando.

Natura incontaminata

         La vita di quelle popolazioni si poteva ancora sentire, spesso nella terra che era rimossa, si trovavano degli oggetti che gli indiani avevano utilizzato. La natura era incontaminata, gli alberi che erano abbattuti avevano una loro storia. Il lavoro era particolarmente duro, ma non c’erano altre scelte. La felicità del loro matrimonio, qualche tempo dopo, fu allietata dalla nascita dl mio padre Elso, che venne alla luce nel mezzo della foresta, in una baracca dove vivevano altre donne. Fra il 22 aprile del 1922. Elso non aveva neppure un documento che certificasse la sua nascita, e questo particolare lo condizionò per molti anni della sua vita.
         Mio padre, prima della sua morte, mi mostrò un grande baule di legno, con dei lucchetti, e aprendolo trovammo alcune foto che mio nonno aveva portato in Canada nel suo viaggio. Raffiguravano Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena di Savoia. Le due foto, incorniciate alla meglio, erano state esposte da mio nonno nel locale adibito a mensa, dove mangiavano gli operai, la sera, di ritorno dal lavoro. Il nonno Emilio, non aveva mai dimenticato cosa volesse dire essere italiano, anche in terra straniera.
         Nel baule c’era anche la bandiera con lo stemma sabaudo, perché non voleva mai dimenticare che per quella bandiera lui avevacombattuto In Libia e i suoi fratelli nella Grande Guerra e tutti miracolosamente erano tornati a casa.

Il cassetto

         Quel giorno mio padre davanti a quel baule aprì commosso il cassetto dei ricordi. Mi raccontò che era ritornato in Italia nel 1930, all’età di otto anni. Quando viveva in Canada, il nonno Emilio gli insegnò a scrivere e a leggere. Il nonno aveva una profonda nostalgia della sua terra e nelle rare lettere che scriveva a casa, la manifestava. Mi raccontava, inoltre, che la domenica, non potendo andare alla messa, con la moglie e il figlio si mettevano a pregare davanti all’immagine della Madonna dei Miracoli di Motta di Livenza, comprata prima di partire.
         Quel giorno mio padre mi lasciò il vecchio baule con tutto quello che conteneva, raccomandandomi di conservarlo gelosamente. Ora ho esposto le foto dei Sovrani d’Italia e la bandiera sabauda nella mia biblioteca. Il vecchio baule è diventato il custode della memoria storica della mia famiglia. Si notano ancora i segni di quel tempo, e ogni tanto mi pare d’udire le voci di quel popolo che fu cacciato dalla terra dove viveva pacificamente. Mio nonno Emilio morì molto giovane, a soli quarant’anni, per una peritonite e la nonna lo raggiunse trentatré anni dopo, nel 1969.


sabato 6 luglio 2019

Il libro azzurro sul referendum - XV cap - 1-4


XV.

Colpo di Stato

Il Consiglio dei Ministri prima della definitiva Proclamazione della Corte di Cassazione afferma che l'esercizio delle funzioni di Capo dello Stato spetta ope legis al Presidente del Consiglio
(notte del 13 giugno)


1) 1) Dichiarazioni del Consiglio de MInistri.
2) Dichiarazioni in Consiglio dei Ministri: Nenni, Bracci, Corbino, De Gasperi. - Volo contrario di Cattani
3) Dichiarazione di Cattani.
4) Giudizio dell’avv. Carlo Scialoia
5) Fermento Popolare a Napoli.
6) Fratture: determinazione del « Comitato   indipendentisti»
7) Commento del «Times and Tide».
8) Il trapasso non fu legale.
9) Quasi una metà del popolo italiano per il Re.

Dichiarazione del Consiglio dei Ministri 
(notte del 13 giugno 1946)



«Il Consiglio dei Ministri riafferma che la proclamazione dei risultati del referendum " fatta il 10 giugno dalla Corte di Cassazione nelle forme e nei termini dell'art. 17 del D.L.L. 23 aprile 1946, n. 219 ha portato automaticamente alla instaurazione di un regime transitorio durante il quale, fino a quando l’Assemblea Costituente non abbia nominato il Capo provvisorio dello Stato l'esercizio delle funzioni di Capo dello Stato medesimo spetti « ope legis » al Presidente del Consiglio in carica.

Tale situazione costituzionale creata dalla volontà sovrana del popolo, nelle forme previste dalla legge luogotenenziale, non può considerarsi modificata dalla comunicazione odierna di Umberto Il al Presidente del Consiglio.

Il Governo, sapendo di poter contare sul senso di disciplina di tutti gli organi dello Stato, rinnova il suo appello a tutti cittadini, perché nel momento attuale, decisivo per le sorti del Paese all'interno e nei rapporti internazionali, lo sorreggano concordemente con la loro vigile disciplina e col loro patriottismo nel compito di assicurare la pacificazione e l'unità nazionale ».

Dichiarazioni in Consiglio dei Ministri (1) Nenni, Bracci, Corbino, De Gasperi

Nenni: «Tutto ora è chiaro; conforme alla legge e alla volontà del popolo. Se per avventura l'ex Re non vi si inchinasse, si porrebbe fuori legge; allora sarà più che giusto mettergli le mani addosso ».

Qui è il nodo: i signori del Viminale si erano radunati quella notte avendo pronto per l'uso della forza. Se il Re non fosse partito l'Italia sarebbe stata gettata nel sangue per opera di un gruppetto di faziosi!

Bracci: « La partita è decisa; Umberto non può più esercitare le funzioni di Capo dello Stato. Noi riconosciamo solo il Presidente e lo annunciamo stasera al popolo. Non è solo la nostra volontà, è la volontà della legge e del Paese. Nessuno può disubbidirle, né il Savoia, nè noi, né lo stesso Presidente. Al Presidente spetta ora valersi dei poteri come meglio crede, noi collaboreremo ».

Corbino: «In definitiva la questione riguarda la persona di De Gasperi. Vorrei sapere se si rende conto della responsabilità che si assume con questo o. del g., considerato che domani egli potrà apparire come un usurpatore».

De Gasperi: «Se il Consiglio vuole così approviamo pure l'o. del g: fermo restando però che nessuno assumerà tali poteri. Ognuno di noi si ritiene impegnato in tal senso».

Al termine della riunione i ministri e lo stesso Presidente si offrirono quasi con frenesia alla curiosità dei giornalisti; il più imprudente fu proprio De Gasperi che, appena richiesto se intendesse assumere le funzioni di Capo dello Stato rispose testualmente: «Che significa? Di fatto lo sono Capo dello Stato! »

Se assumere significa prender possesso di qualche cosa che non si ha, non ho nulla da assumere. In pratica ho il diritto di intervenire come Capo dello Stato e, se sarà necessario firmare una legge, la  firmerò».
Cattani vota contro e chiede sia messa a verbale la motivazione «Perchè lo ritengo pericoloso per la pace degli italiani».

Dichiarazione di Cattani in Consiglio dei Ministri

«Mi risulta che alcuni firmatari di ricorsi alla Cassazione sono stati arrestati. Questi' metodi sono inqualificabili, ed lo chiedo immediati provvedimenti in favore della libertà di pensiero e, di azione».


Giudizio dell'Avv. Carlo Scialoia sul comunicato dei Governo

«lo penso, che si debba decidere così: il Sovrano resta a Roma sino al verdetto. In giornata invia al Governo una protesta scritta, sì da mettere il Consiglio in stato di accusa. Se la cosa deve scoppiare, scoppierà su un estremo di legalità ».

(1) da Storia segreta.... pag. 205.


lunedì 1 luglio 2019

Capitalisti, vil razza dannata


Una, dieci, cento capitali dell'Italia che si sfarina



di Aldo A. Mola


E così, alla faccia di Karl Marx, grazie a una leggina senza oneri per lo Stato, in Italia trionfa il Partito dei Capitalisti. Non è quello di George Soros, l'ebreo ungherese naturalizzato statunitense che manipola immense fortune e soggioga governi come fosse Spectre. Non è neppure la allegra brigata che inventa la nuova libra, spaccia bitcoin, sogna di stampare nottetempo carta moneta più o meno fasulla e magari i “mini-bot”, sdrucita sottoveste degli antichi “pagherò”. Questi sono tardivi imitatori del frammassone settecentesco Giuseppe Balsamo. Noto come Alessandro conte di Cagliostro, dai muri umidi il “mago” grattava il bicarbonato per propiziare la digestione dei suoi “clienti” e incitava i gonzi a soffiare in canne attorno al pentolone nel quale il piombo sarebbe divenuto oro. Balsamo finì nel caveau di San Leo su ordine di papa Pio VI e vi morì dopo anni di bastonate e di urla strazianti.
Quei fantasiosi venturieri erano solo dilettanti rispetto a quanto ora accade in Italia. Oggi vi trionfano i Capitalisti veri. È nato il nuovo PCI. Libero dalle macerie del suo omonimo (quello di Togliatti, Longo, Secchia...) è il “Partito delle Capitali d'Italia”, un neo-comunismo che va dalla Puglia alle Alpi, brucia incensi a vere e presunte città “già capitali” e mette tutti d'accordo riducendo la storia a timballo di maccheroni con contorno di fricassea. Ognuno ci aggiunge i condimenti e le spezie che meglio crede.

La storia non si stabilisce per legge
Alle 12.30 del 26 giugno 2019, un mercoledì (giorno sacro a Mercurio, dio delle birbe), la Commissione affari costituzionali della Camera ha fuso il piombo di cinque proposte di legge propugnate da Elvira Savino (Forza Italia), Piero De Luca (Partito democratico) e tre “Pentastelline” (Anna Bilotti, Fabiana Dadone e Anna Macina) nell'oro di un bozzetto di legge, col soccorso dei deputati piddini toscani che vi han fatto inserire all'ultimo momento Firenze, curiosamente dimenticata dalle proposte originarie. All'unanimità (che non manca mai quando si tratta di bazzecole) la Commissione ha approvato il testo base di prossima approvazione. A Brindisi, Firenze e Salerno (citate dalla leggina in ordine alfabetico anziché cronologico) conferisce il titolo di “città già capitale d'Italia”. Esse potranno fregiarsene nei propri gonfaloni (già zeppi di emblemi, scritte, motti...). Per bontà della pentastellata Dadone l'articolo 2 della leggiuzza riconosce a Torino, come premio di consolazione, il rango di “città prima capitale d'Italia” (sarebbe bene correggere in “prima città capitale d'Italia”). Ma non sottilizziamo. 
Qualcuno ha fatto dell'ironia sulla proposta liquidandola come “leggina”; ma non è giusto. Come ognuno vede, ormai anche le “grandi” sono un coacervo di leggine. Ogni legge è un “omnibus”. Si veda quella sulla “Crescita”. Per coerenza, infatti, codesta mega-legge, poiché  bisogna rinvigorire l'Italia sfiduciata e sempre più moscia, contiene anche facilitazioni fiscali a favore dell'apertura di pornoshop nei comuni con meno di 20.000 abitanti. Così anche i “villani” potranno “crescere” (senza moltiplicarsi). 
La leggetta sulle “città già capitali” dà motivo per qualche considerazione sommaria sulla “percezione” odierna della storia, dentro e fuori il Parlamento. È come la temperatura atmosferica. Non fedeltà ai fatti  ma “narrazione”, anzi mera “invenzione”. Ma le fantasie non hanno e non possono pretendere di avere valore legale. Questo è un punto niente affatto secondario in un Paese che sciaguratamente ha introdotto una legge punitiva del “negazionismo”, di opinabili “verità ufficiali”, che per gli storici semplicemente non esistono perché di mestiere indagano in cerca della verità documentata. Ebbene, sapendo di rischiare grosso, diciamo subito chiaro e forte che Brindisi e Salerno non sono mai state capitali d'Italia. Nessuna norma può imporre di ammetterlo: tanto meno questa aspirante leggina, storiograficamente infondata.

Carlo Alberto Re di Cipro e Gerusalemme...
Andiamo per ordine.
Lo Statuto promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia non fece parola della capitale del Regno di Sardegna. Parafrasando il motto latino secondo il quale ciò che è chiaro non richiede interpretazioni, non v'era motivo di scriverlo. Era Torino da quando il duca Emanuele Filiberto, che vi fece ingresso solenne il 7 febbraio 1563, la preferì a Chambéry, perno della Savoia: una scelta che, piaccia o meno e senza esagerazione, segnò il destino della dinastia, del Piemonte e dell'Italia. La Costituzione repubblicana del 1° gennaio 1948, che in quanto ha di limpido e chiaro ricalca lo Statuto Albertino, ignorò la questione. I costituenti discussero sui confini delle Regioni e sui loro capoluoghi, ma nulla dissero né di quelli nazionali (sul fronte orientale erano ancora in discussione e non dipendevano dall'Italia ma da accordi tra le Grandi potenze e la Jugoslavia, che figurava tra i vincitori mentre essa era tra i vinti) né della sua capitale. Per tutti era sottinteso che fosse Roma: perciò non era il caso di scriverlo. L'articolo 12 descrisse la bandiera della Repubblica (“tricolore italiano, verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”) per differenziarla dalla precedente, adottata da Carlo Alberto il 23 marzo 1848, recante lo scudo sabaudo nella banda bianca. Su altro (dall'inno “nazionale” all'emblema statuale, poi disegnato da Paolo Paschetto, valdese e non massone) la Costituente si rimise al legislatore.       
Anche in Repubblica gli italiani vissero felici e tacitamente contenti di avere capitale Roma, poi marchiata “ladrona” dal predecessore di chi all'epoca chiedeva la secessione della Padania e oggi vorrebbe strapparla a una maggioranza che pare nata “a sua insaputa” e comunque si mostra inetta. Sennonché il 7 ottobre 2001 fu varata la sciagurata riforma del Titolo V della Carta. Nella nuova redazione essa recita che “la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato (…) Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento”. “Roma capitale” fu tra le insegne alzate da Gianni Alemanno che, all'epoca sindaco, nel 2010 ne celebrò i 140 anni nella Protomoteca del Campidoglio, partecipi Giuliano Amato e monsignor Angelo Ravasi, non ancora cardinale. Forse sognava il 150°, che cadrà il 20 settembre 2020. L'iniziativa si perse per strada. Gli atti del convegno non furono mai pubblicati e Alemanno ha altri grattacapi.
Nel 2011, su impulso del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, fu solennemente celebrato il 150° dell'“unificazione nazionale”. In realtà (nella storia, non meno che nel diritto, la forma è sostanza) il 17 marzo 1861 venne pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale” la legge in forza della quale, a maggioranza, il 14 precedente il Parlamento aveva sancito che Vittorio Emanuele II (di Savoia) assumesse il titolo di Re d'Italia. Il Parlamento non lo “proclamò”. Riconobbe quanto era nei fatti, avallati dai plebisciti confermativi delle annessioni votate da assemblee e/o da poteri provvisori. Lo si legge nel robusto volume curato da Gian Savino Pene Vidari “I plebisciti del 1860 e il governo sabaudo” (Ed.Deputazione subalpina di storia patria).
Per Re Vittorio il nuovo titolo era un “anche”. Sovrano per grazia di Dio continuò infatti a proclamarsi Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, Duca di Savoia, Principe di Carignano, di Piemonte, Oneglia, Poirino, Trino, Vicario perpetuo del Sacro romano impero (che non esisteva più), duca di Genova, del Monferrato, del Chiablese, del Genevese, di Piacenza, marchese di Susa, Ceva, Oristano, conte di Nizza, Tenda, Asti, Alessandria, Novara, Tortona, Ginevra, Alto signore di Monaco, conte dell'impero francese (quello di Napoleone I), Nobil Uomo patrizio Veneto, patrizio di Ferrara e via risalendo e continuando. A Torino i Re ebbero Palazzo, consiglio della corona, poi consiglio dei ministri, Camera e Senato. Torino era il centro dell'amministrazione dello Stato, ma il Re era il Potere ovunque egli fosse poiché era il capo supremo dello Stato, così come oggi lo è il Presidente della Repubblica, che rappresenta dell'unità nazionale in qualunque luogo egli si trovi.

Camillo Cavour e Giuseppe Regnoli:  il “voto” per Roma capitale
A porre il nodo della capitale d'Italia fu Camillo Cavour a conclusione dell'interpellanza del deputato bolognese Rodolfo Audinot sulla “questione romana”. Tra i suoi passaggi forti spiccò l'invocazione: “Noi dobbiamo rivendicare i diritti su Roma capitale naturale d'Italia” (per “naturale” intendeva storica,“ovvia” e quindi “connaturata”), “simbolo della nazionalità riconosciuto da tutti”. Il 27 marzo 1861 il dibattito si concluse con l'approvazione del “voto” proposto da Carlo Boncompagni di Mombello, emendato dal bolognese Giuseppe Regnoli, massone e futuro membro della loggia “Propaganda”, come Giosue Carducci, Aurelio Saffi e altri padri della patria: “La Camera, udite le dichiarazioni del Ministero, confidando che, assicurata la dignità, il decoro e l'indipendenza del pontefice e la piena libertà della Chiesa, abbia luogo di concerto con la Francia l'applicazione del non intervento, e che Roma, capitale acclamata dall'opinione nazionale, sia congiunta all'Italia, passa all'ordine del giorno”. Il “voto” non era una “legge”, ma una speranza. Affinché divenisse realtà occorrevano tre condizioni: l'assenso del papa, della Francia e degli italiani. Come nulla fosse. Ne occorreva soprattutto una quarta, fondamentale ma solitamente ignorata. Il neonato Regno d'Italia tale era per asserzione della VIII^ Camera del Regno di Sardegna, che si tramutò in I^ Legislatura del nuovo Stato. Sennonché, con buona pace  dei sovranisti digiuni di diritto e di storia, agli Stati per esistere davvero non basta auto-proclamarsi. Occorre il placet della Comunità internazionale. All'epoca (1859-1860) questa era il Concerto delle Grandi Potenze che aveva fissato i suoi pilastri portanti (legittimità e tradizione) nel Congresso di Vienna del 1815, ribadito nei suoi canoni fondamentali da quello di Parigi del 1856.

Vairano Catena capitale d'Italia?
Nel 1861 il regno d'Italia fu riconosciuto da Gran Bretagna, Svizzera, Stati Uniti e Grecia e basta. Altri Stati (all'epoca tutti imperi o monarchie) continuavano a riconoscere il regno delle Due Sicilie e la sovranità del Papa su Legazioni Umbria e Marche. L'Italia, insomma faticò a salire la china. Fu ammessa per la prima volta in una conferenza diplomatica internazionale a Londra solo nel 1867, grazie all'abilità di Isacco Artom, l'ebreo caro a Cavour. Quei precedenti vanno ricordati al nascente Partito Capitalista d'Italia. Se proprio si volesse cercare una “capitale” pre-unitaria, essa andrebbe individuata in Napoli, ove (lo ha ricordato Nico Perrone in saggi su Liborio Romano e sull'ammiraglio Persano) si svolsero le trame concluse con l'incontro di Teano, altra possibile “capitale”, perché lì, appunto, il 26 ottobre 1860 Giuseppe Garibaldi salutò “Re d'Italia” Vittorio Emanuele giuntovi al suono della Marcia Reale, come ricordò Giuseppe Cesare Abba nell'emozionante conclusione di “Da Quarto al Volturno”. Aggiungiamo che dal 1982 l'allora sindaco di Vairano Patenora spese passione e quattrini per certificare che l'incontro decisivo per la storia d'Italia non avvenne affatto a Teano ma nel suo comune, anzi a Vairano Catena. Sognava un futuro turistico, ma poi (come si diceva a Parigi nel 1968) dopo Marx venne Aprile, il giornalista-narratore che accusa i conquistatori venuti dal Nord di aver fondato un loro PCI, il Partito dei Carnefici d'Italia: i piemontesi buzzurri, canaglie, piombati dai crinali alpini, dal litorale ligure e dal famelico Bergamasco per devastare il Mezzogiorno, un Paradiso terrestre che a suo dire se la passava benissimo (come oggi, del resto, con due meridionali su tre al vertice del governo: Conte e Di Maio). I fatti sono stati ora rimessi in ordine da Giancristiano Desiderio nel succoso saggio “Pontelandolfo 1861. Tutta un'altra storia” (Ed. Rubbettino, candidato al Premio Acqui Storia).

Ubi Rex, ivi Lex
Dove era la capitale? A Torino. Ma che cosa è la capitale di uno Stato? È la residenza nominale del Capo dello Stato, delle Camere, dei ministeri, di alcune “centrali” dell'esecutivo e dell'amministrazione. Con la Convenzione italo-francese del 15 settembre 1864 il governo italiano decise di trasferirla (nei termini anzidetti) da Torino a Firenze. Il Re continuò a esercitare il suo Potere (la “sanzione e la firma” dei decreti e delle leggi) ovunque si trovasse, in uno qualunque dei comuni d'Italia. Era il Capo di una Dinastia che apparteneva al circuito delle Famiglie Reali d'Europa e si estendeva ancora al Brasile. Era anche Re d'Italia, ma in una concezione poco percepita da tanti patrioti militanti (come poi da molti “storici”).
Quando andavano a caccia al camoscio in Valle Gesso o al cinghiale a San Rossore Vittorio Emanuele II, suo figlio Umberto e il nipote Vittorio Emanuele III erano Re d'Italia. Non portavano con sé l'apparenza della capitale (congerie di Camere e di “uffici”), ma la somma di Auctoritas e di Potestas. Del pari, quando il 9 settembre 1943 lasciarono Roma per Brindisi, ove giunsero l'11 seguente, Vittorio Emanuele III e il Capo del governo, Pietro Badoglio, non trasferirono affatto la “capitale”, che era Roma. Altrettanto vale per il passaggio del Re da Brindisi a Ravello (non Salerno). Roma rimase Roma, anche per l'altro “Stato”, la Repubblica sociale italiana, destinata a scomparire dalla storia se non per certi effetti “amministrativi”. Anzi Vittorio Emanuele III pose come condizione per il trasferimento dei poteri al figlio Umberto, “luogotenente del Re” (non “del Regno” come poi venne decretato) che esso avvenisse in Roma: perché quella era la “sua” città: simbolo dell'unità nazionale conseguita il 20 settembre 1870 e col plebiscito dell'ottobre seguente, recatogli dal duca Michelangelo Caetani di Sermoneta (massone nella loggia “Universo”,anche se di famiglia papale).
Quando Sella fece i conti con il PCI e con il PIF
Accampare che Brindisi e Salerno abbian funto da “capitali” è dunque privo di fondamento storico. Se poi si volesse andare in cerca di chi per primo proclamò un Regno d'Italia occorrerebbe risalire nei secoli, non tanto a Napoleone I (il cui “regno d'Italia” era l'ex Repubblica italiana, poi in gran parte divenuto Reich lombardo-veneto dell'Impero d'Austria) ma ad Arduino, l'episcopicida marchese di Ivrea: più di mille anni fa. Nell'Italia delle Cento Città (ma almeno tre-quattrocento furono fulcro di qualche piccolo Stato meritevole di memoria (tutti derivanti dal Sacro romano imperatore), meglio è accontentarsi di tre capitali certificate: Torino, Firenze e Roma in sequenza cronologica chiara. Fermo restando che Roma comprende la Città del Vaticano, uno Stato sovrano il cui Monarca, suo vescovo in successione all'apostolo Pietro, non trasferisce la capitale quando visita una borgata o una delle tante città italiane. Così come non lo fa il Consiglio dei ministri dello Stato d'Italia quando, per motivi d'immagine più che di sostanza, si raduna in questa o quella città (solitamente per conclamati motivi di ordine pubblico o calamità: comunque sempre per sciagure).
Anziché arzigogolare su mai esistite capitali transitorie meglio occuparsi di Roma e cercare di farla funzionare. Un precedente eloquente: Quintino Sella, che più di ogni altro nell'estate 1870 volle “Porta Pia” e l'annessione di Roma e del Lazio all'Italia, non trasferì subito il ministero delle Finanze da Firenze a Roma. Lo tenne nella città del Giglio in attesa che fosse costruito il Palazzone, atto a incutere il senso della serietà dello Stato. E fu li che ebbe a fianco il giovane Giovanni Giolitti, lo statista che cercò di raddrizzare le gambe all'Italia. Senza troppo successo. Fece i conti con il PCI dell'epoca: il Partito dei Camaleonti d'Italia. E con il PIF, il Partito Italiano dei Pifferai. Suonano e trascinano verso la catastrofe: prima i topi, poi i bambini.

Aldo A. Mola