NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 24 novembre 2017

Il ricordo della regina Elena a 65 anni dalla sua scomparsa

Martedì 28 novembre a Palazzo Cisterna il Centro Pannunzio ricorda la figura storica femminile con una conferenza e una mostra sui soggiorni dei Savoia in valle Gesso


Martedì 28 novembre alle 17 il Centro culturale Mario Pannunzio proporrà un ricordo della Regina Elena. L’appuntamento è a Palazzo Dal Pozzo della Cisterna, sede storica della Città Metropolitana di Torino e fino al 1940 residenza della famiglia Savoia Aosta.

Il 28 novembre 1952 a Montpellier moriva all’età di 81 anni Elena del Montenegro, meglio nota come Elena di Savoia, in seguito al matrimonio con Vittorio Emanuele III. Nel sessantacinquesimo anniversario della scomparsa la penultima Regina d’Italia, sesta figlia di re Nicola I del Montenegro e madre di Umberto II, sarà ricordata a Palazzo Cisterna con un incontro promosso dal Centro Pannunzio in collaborazione con l’Associazione internazionale Regina Elena Onlus e con il Centro studi Principe Oddone. 
Di animo sensibile e pragmatico, la regina Elena si tenne sempre lontana dalle questioni politiche, ma il suo impegno in numerose iniziative caritative e assistenziali le assicurò simpatia e popolarità. Il matrimonio con Vittorio Emanuele III fu celebrato il 24 ottobre 1896 a Roma. 
La coppia ebbe cinque figli: Iolanda di Savoia (1901-1986), Mafalda di Savoia (1902-1944, deceduta in un campo di concentramento nazista), Umberto di Savoia (1904- 1983, ultimo Re d’Italia), Giovanna di Savoia (1907-2000) e Francesca di Savoia (1914-2001). Terminata la Seconda Guerra Mondiale, il 9 maggio del 1946 il Re Vittorio Emanuele III abdicò a favore del figlio Umberto, che aveva già nominato Luogotenente del Regno il 5 giugno 1944 al momento della liberazione di Roma dai nazifscisti. 
All’atto dell’abdicazione, Vittorio Emanuele III assunse il nome di Conte di Pollenzo e andò in esilio con Elena ad Alessandria d’Egitto. Elena rimase in Egitto fino alla morte del marito avvenuta il 28 dicembre 1947. Tre anni dopo si scoprì malata di cancro e si trasferì in Francia a Montpellier e nel novembre 1952 si sottopose a un difficile intervento chirurgico nella clinica di Saint Cóm dove morì il 28 novembre.
In occasione dell’incontro di martedì 28 novembre alle 17 verrà inaugurata a Palazzo Cisterna la mostra “Sua Maestà Elena”, un racconto fatto di immagini dei soggiorni reali in Valle Gesso. L’allestimento sarà ospitato fino a venerdì 1° dicembre nella sede della Città metropolitana e sarà visitabile dalle 9 alle 18. 

La mostra trae spunto dal libro di Walter Cesana “I Savoia in Valle Gesso - Diario dei soggiorni reali e cronistoria del distretto delle Alpi Marittime dal 1855 al 1955” promosso dall’Ente di gestione Aree Protette delle Alpi Marittime ed edito dall'associazione Primalpe.

http://www.torinoggi.it/2017/11/24/leggi-notizia/argomenti/eventi-11/articolo/il-ricordo-della-regina-elena-a-65-anni-dalla-sua-scomparsa.html

giovedì 23 novembre 2017

Simeone II di Bulgaria ad Assisi, omaggio alla madre Regina Giovanna

Re Simeone con il sindaco di Assisi, Stefania Proietti
SIMEONE II di Bulgaria, insieme alla consone  Margareta di Spagna, ha reso omaggio alla tomba  della madre Giovanna di Savoia, sepolta nel cimitero monumentale di Assisi, nella tomba della comunità del Sacro Convento La visita in occasione dei 110 anni della nascita di Giovanna di Savoia (13 novembre 1907), devotissima di San Francesco e terziaria francescana, ebbe proprio ad Assisi, il 25 ottobre 1930, a era sposata con Boris di Bulgaria: un matrimonio che fece epoca. Simeone di Sassonia-Coburgo Gotha, re di Bulgaria dal 1943 al 1946 e successivamente primo ministro dal 2001 al 2005, insieme alla consorte ha deposto fiori sulla tomba della madie; presenti il sindaco Stefania Proietti, Camillo Zoccoli, Ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta in Bulgaria, esponenti del mondo diplomatico bulgaro e il professor Massimo Zubboli, referente in Assisi della famiglia reale di Bulgaria.
OLTRE alla visita al cimitero cittadino (Giovanna di Savoia, nella cappella dei conventuali, è vicina ad alcuni frati che ebbero ruoli diversi in occasione delle nozze de 1930), Simeone II è stato accolto al Sacro Convento dal Custode padre Mauro Gambetti che ha portato il saluto agli ospiti. Successivamente, nel refettorio, gli ospiti hanno consumato il pasto insieme ai frati della comunità.
FRA LE PROSSIME iniziative, la possibilità di presentare in Assisi, n prossimo anno, il volume «Simeone II di Bulgaria. Un destino singolare. Autobiografia. Dopo 50 anni di esilio l'unico Re divenuto Primo Ministro», pubblicato quest’anno per i tipi della Gangemi editore. Non è la prima volta che Simeone II giunge in Assisi per rendere omaggio alla tomba della madre.
GIOVANNA di Savoia infatti, quartogenita di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro (sorelle Iolanda, Mafalda, Maria Francesca, e il fratello Umberto, ricordato come il Re di maggio), morta il 26 febbraio del 2000 a Estoril, non volle essere sepolta a Sofia, capitale del suo ex regno, ma in Italia, ad Assisi.

Maurizio Baglioni 

da La Nazione 17/11/2017

Messina commemora la Regina Elena

Si è celebrata nello splendido scenario della Chiesa dello Spirito Santo di Messina, gremita di fedeli e legata alla memoria del santo del “Rogate Evangelico”, Annibale Maria Di Francia, la Solenne Celebrazione Eucaristica in suffragio della Regina Elena, benefattrice della Città di Messina all’indomani del tremendo terremoto che, all’alba del 28 dicembre 1908, colse la popolazione ancora nel sonno.

L’evento, in ricordo del 65° anniversario del Dies Natalis della Sovrana e nell’80° anniversario dal ricevimento della onorificenza di Rosa d’Oro della Cristianità, è stato promosso dal Vicariato di Messina degli Ordini Dinastici di Casa Savoia – Delegazione Sicilia – guidato da Don Andrea Di Paola, e ha visto la partecipazione delle Dame e dei Cavalieri sabaudi provenienti da tutta la regione con il Delegato Magistrale l’avv. Francesco Maria Atanasio. Presenti anche la Delegazione Gran Priorale di Messina del SMOM con il Conte Don Carlo Marullo di Condojanni, i Convegni di Cultura Maria Cristina di Savoia con la vice presidente nazionale Eleonora Chiavetta Di Giovanni, il Direttivo nazionale, regionale e provinciale con la cospicua rappresentanza del Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, più note come Crocerossine, il rappresentate del Magnifico Rettore dell’Università di Messina prof. Luigi Chiara, il Dott. Santi Consolo, Direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, l’Associazione Amici del Montenegro con la coordinatrice provinciale prof.ssa Nicoletta Stracuzzi, il PASFA, l’Arciconfraternita dei Verdi e l’Istituto Nazionale delle Guardie d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, quest’ultimo presente con il Consultore Nazionale, l’Ispettore Nazionale per la cultura, gli Ispettori regionali per la Sicilia e la Calabria e le delegazioni di Palermo, Catania, Siracusa, Agrigento, Caltanissetta, Enna, Reggio Calabria e Catanzaro.

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mercoledì 22 novembre 2017

La Monarchia è ancora un affare per l’economia britannica

di Luigi Ippolito, www.corriere.it

Una società di consulenza, la Brand Finance, ha provato a fare due conti: e ha rilevato che la Corona britannica vale 67,5 miliardi di sterline, circa 75 miliardi di euro




La Monarchia britannica appare più salda che mai, con Elisabetta felicemente sul trono a 91 anni dopo oltre 65 di regno e con il costante afflusso di sangue nuovo, dal prossimo arrivo del terzo figlio di William e Kate al previsto fidanzamento di Harry con l’attrice Meghan Makle. Certo, qualcuno avanza timori sul passaggio di consegne a Carlo, che non tarderà: il nuovo sovrano, con le sue gaffe, le sue ambizioni interventiste e l’ombra di Diana sul collo metterà forse a rischio la continuità della dinastia, risvegliando sentimenti repubblicani?

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martedì 21 novembre 2017

Da Pechiera a Peschiera - III parte

In buona sostanza, sì sostiene, capovolgendo i fatti, che il Sovrano fu l’unico colpevole, l’unico vile, l’unico traditore. Avrebbe tradito l’alleato germanico, avrebbe ingannato i vincitori angloamericani, sarebbe scappato abbandonando gli italiani.
Questa è una vergogna, una mistificazione scandalosa, un’offesa intollerabile. È la tesi di Hitler, riciclata di sana pianta, a mezzo  secolo di distanza, e propinata per buona a gente che non sa nulla di nulla, perché le due generazioni del dopoguerra sono cresciute nell’assoluta ignoranza e nell'inganno.
lo, da questo luogo sacro alle memorie patrie, di fronte a voi, uomini e donne liberi e coscienti, elevo una ferma ed indignata protesta in nome di un morto innocente ed esiliato, di un morto che fu Capo dello Stato italiano per 46 anni, di un morto che nessuno osa difendere. lo lo difendo, io lo difenderò sempre, finché avrò vita, non per servilismo, bensì per amore di giustizia e di verità.
Da avvocato, ritengo anzi che la Magistratura, se ed in quanto sia ancora indipendente, avrebbe dovuto e dovrebbe intervenire d’ufficio, ai sensi delle norme di diritto penale che tutelano, senza distinzione di repubblica o monarchia, il Capo dello Stato, il Governo, le Forze Armate, la Nazione Italiana, contro coloro che accusano l’Italia dell’8 settembre 1943 di ignominiosi tradimenti e di disdicevoli viltà. È ora di finirla con questa autodistruzione quasi sadica, con questa leggenda della Patria italiana che sarebbe finita l’8 settembre 1943. La Patria, la Nazione, l’Italia, non muore; non è morta nei secoli della divisione politica; non morrà neppure ora, anche se dovesse trovare forme nuove di organizzazione statale; quale, ad esempio, quella federale, da non confondersi con la secessione. E, già che accenniamo alla secessione, diciamo che la secessione è nata con la repubblica, ed è derivata dalla sistematica distruzione dei valori nazionali, dall’oblio della tradizione, dalla falsificazione della storia; come affermava Crispi oltre un secolo fa, in Italia la repubblica vuol dire le repubbliche. E quella, sì, è la fine, la frantumazione, il dissolvimento.
Ritorno, allora, qui a Peschiera e a questo 8 novembre 1998, in cui sono riuniti, in questa storica sala, cittadini di ogni idea e di ogni bandiera, combattenti, reduci, giovani, lavoratori, per una commemorazione ed un ricordo pensoso.
Il momento è cruciale. Siamo ad un bivio nella vita del nostroPaese. E l’occasione è buona, perché un modesto  professionista di provincia, non compromesso nelle vicende di questo cinquantennio in quanto rimasto coerente e fedele ai suoi principi, vi parli a cuore aperto.
Ormai da molti anni, non sono più politicamente schierato.
Rimasi nel partito monarchico finché quest'ultimo potè operare nello Stato repubblicano; e quando, nel 1972, esso dovette sparire perché sostanzialmente respinto da un sistema che si fondava soltanto sul potere, sul danaro e sulla corruzione, mi ritirai a fare l'osservatore esterno di una politica sempre più sporca.
Oggi mi vedo costretto a dire una parola spassionata e sincera su quanto mi circonda, su quanto ci circonda tutti.
Non è possibile rimanere fuori. Stanno accadendo cose che un cittadini preoccupato di difendere la libertà e la giustizia non può trascurare.
I! 25 luglio 1943 il Re diceva a Mussolini che l’Italia era “in tòcchi", per significare, con espressione piemontese, che lo Stato era a pezzi. Ebbene, adesso, nel 1998, l’Italia è nuovamente “in tòcchi".
Lo è nel senso che è minacciata da spinte secessionista diverse: non più solo la Padania, ma anche il Veneto, con una rivendicazione autonoma, e, al lato opposto del Paese, l’antico Regno delle Due Sicilie, dove il Re di Spagna, un Borbone, è stato ultimamente accolto con significativo entusiasmo, al quale non è difficile attribuire serie implicazioni politiche.
Ma lo è, soprattutto, sul plano morale e giuridico, perché la legge è divenuta estranea e nemica della brava gente, e talora amica dei peggiori criminali.
E lo è, ancora, perché l’apparato governativo è privo di onestà e correttezza, e nessuno può più fidarsi di nulla.
Questo senza considerare le spaventose lacune che emergono dappertutto, sul piano organizzativo, ideativo, decisionale. È un disastro generale, che allo stato sembra senza rimedio.
Parlando, recentemente, con diversi giovani magistrati, non partecipi del grande "clan" che dirige la stessa magistratura, ho raccolto giudizi sconsolati e drastici: ii consiglio quasi unanime che essi danno è quello di “azzerare tutto" e ricominciare da capo.
Azzerare, ricominciare. Come? Domanda naturale e ovvia.
Evidentemente, non è più, ormai, alla Costituzione del 1947 che bisogna guardare. Tale Costituzione è obsoleta, superata, priva di agganci con la realtà. Una parte del Paese prospetta già l’elezione di una nuova Assemblea Costituente; un’altra parte ha tentato, senza successo, di rifarne la seconda parte attraverso una Commissione Bicamerale (che, come noto, è recentemente defunta). Solo piccole minoranze, legate all’estrema sinistra, insistono nel difenderla.
Ed allora, dovendo guardare avanti, verso una nuova Italia, bisogna che tutte le energie sane vengano impiegate in un’opera di ricostruzione dei valori che si è voluto distruggere.
Noi anziani siamo ancora qui, pronti a mettere a disposizione le nostre forze, il nostro coraggio, la nostra fede. Chiamiamo intorno a noi le generazioni più giovani, e specialmente quelle giovanissime, non intaccate dal cancro del Sessantotto, di quel periodo in cui sui muri stava scritto “meglio rossi che morti’’, e tanta gente ci ha creduto.
L’avvenire è ancora nostro, è ancora vostro. Nel rispetto e nel riconoscimento delle diversità locali, espressa nelle legittime autonomie amministrative e fiscali, nel quadro della Comunità Europea, ancora da costruire ed armonizzare, ma destinata a grandi cose; la Nazione, con le sue tradizioni millenarie incomparabili, non solo non verrà abolita, ma sarà anzi insostituibile tramite per l’ordinato sviluppo delle Istituzioni centrali e periferiche.
Andiamo dunque, tutti, verso una nuova Costituente. Dio ci assisterà. Ma dobbiamo convincerci che nessun medico ci ha ordinato di adottare soltanto soluzioni repubblicane. L’idea della monarchia, della monarchia senza aggettivi e senza riferimenti personali, è universale e indistruttibile, e deve essere riscoperta dopo l’oblio imposto nel 1947 da un regime illiberale e truffaldino.
Una battaglia su questo punto è, a mio avviso, importantissima e decisiva per la libertà e la democrazia. Se lo Stato deve avere, e deve averlo, un arbitro che tuteli l’osservanza delle regole del gioco, questo arbitro deve essere imparziale. Non può essere eletto da una parte contro le altre. Il sistema dinastico ed ereditario non sarà, non è, perfetto, ma è il male minore, e salvaguarda il bene fondamentale della giustizia “super partes”.
Chi vi parla crede in questo bene fondamentale, e per tale motivo vuole un Re, anziché un presidente. Non è un’utopia. È una proposta realistica, seria, che elimina una quantità di discussioni inutili sui poteri e sulle modalità di eiezione del Capo dello Stato. La monarchia federale può essere l’uovo di Colombo.
Siamo arrivati, cari amici, alla conclusione. Abbiamo proceduto un po’ a zig-zag lungo la storia recente della nostra Italia: partiti dalla Peschiera fortezza austriaca e dal 1848, siamo arrivati alla Peschiera attuale ed a questa riunione, che, centodnquant’anni dopo, potrebbe forse costituire l’inizio di una Cosa nuova (oggi è di moda inventare i movimenti e chiamarli Cosa) ispirata proprio a  quei principi di federalismo monarchico che stavano vincendo
allora. Ma, per raggiungere il traguardo, siamo passati da un’altra Peschiera di 81 anni fa, una Peschiera che, nell’ora della prova, dimostrò la presenza di un’identità nazionale molto forte, impersonata da un Re. E, parlando di quel Re, ricollegando Peschiera a Pescara, abbiamo difeso il suo onore ingiustamente calpestato.
Non possiamo non riflettere sul lungo percorso di tutti questi anni. Sì, riflettiamo. La vera bandiera d’Italia, che sintetizzava nello scudo sapendo anche le differenti e rispettabili tradizioni italiane, dal leone di S. Marco ai gigli borbonici, è stata macchiata di sangue in un giorno lontano, il 6 giugno 1946, allorché cadde sul selciato napoletano avvolta nel corpo martoriato di Carlo Russo.
Carlo Russo era quello scugnizzo quindicenne che marciò da solo, protetto dal tricolore, incontro ralla polizia di Romita, e fu assassinato. I bastardi che falsano la storia hanno dimenticato lui
e tutti gli altri monarchici che morirono in quei giorni di odio e di
repressione. Ma noi non abbiamo dimenticato, e quel nome, Carlo Russo, lo getteremo sempre, come simbolo di onore e sacrificio, contro la loro maledetta arroganza.

La bandiera è caduta, il sangue è sbiadito dai decenni. Ma si troverà qualcuno che la rialzerà, la spiegherà, la sventolerà, in nome di un principio che non scompare, che non scomparirà, perché, come diceva in punto di morte la vecchia maestra di Guareschi, i Re non si mandano via, mai, mai, mai!!!

di Franco Malnati

lunedì 20 novembre 2017

Simeone II di Bulgaria ad Assisi: fiori sulla tomba della madre

Giovanna di Savoia: morta il 26 febbraio del 2000, è sepolta nella tomba della comunità del Sacro Convento

Re Simeone con la Regina Margarita
Simeone II di Bulgaria, insieme alla consorte Margherita, ha reso omaggio alla tomba della madre Giovanna di Savoia: morta il 26 febbraio del 2000 a Estoril, la regina non volle essere sepolta a Sofia, ma in Italia, ad Assisi, nella tomba della comunità del Sacro Convento.
La visita in occasione dei 110 anni della nascita di Giovanna di Savoia (13 novembre 1907), devotissima di San Francesco e terziaria francescana, che proprio ad Assisi, il 25 ottobre 1930, si era sposata con Boris III di Bulgaria. Simeone di Sassonia-Coburgo Gotha, Re di Bulgaria dal 1943 al 1946 e successivamente primo ministro dal 2001 al 2005, insieme alla consorte ha deposto fiori sulla tomba della madre; presenti il sindaco Stefania Proietti, Camillo Zuccoli, Ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta in Bulgaria, esponenti del mondo diplomatico bulgaro e il professor Massimo Zubboli, referente in Assisi della famiglia reale di Bulgaria.
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domenica 19 novembre 2017

Il libro azzurro sul referendum - VIII cap. - 1-3

L'ottavo capitolo del Libro Azzurro consta di tre parti, di cui due già pubblicate sul sito fratello, dedicato a Re Umberto II, ai cui testi rimandiamo seguendo i link.

Sottolineiamo le parole profetiche del Senatore Bergamini, del 22 Maggio del 1946









2 - Dichiarazioni del senatore Alberto Bergamini (*)

«La Monarchia è strumento di continuità e di unità, con esso si salva e si assicura quanto può essere salvato dell’Italia dei nostri padri, mentre nulla si oppone a quelle riforme istituzionali che meglio possano garantire il funzionamento dei liberi organi parlamentari e degli altri poteri dello Stato... L’adesione dei fattori repubblicani del nostro glorioso Risorgimento alla Monarchia aveva motivi superiori che non sono affatto sorpassati. Il loro nobile sacrificio era dettato da una visione realistica della politica nazionale, che conserva oggi tutto il suo valore, anzi oggi più che mai ». La repubblica - scrisse con frase scultoria Giosuè Carducci - vorrebbe dire le repubbliche. Togliete la Monarchia e le correnti disgregatrici avranno presto il sopravvento... Un’Italia repubblicana priva di un centro ideale, frantumata dalle rivalità e dalle gelosie regionali, dovrà rinunciare per sempre a tornare una grande nazione, ad avere un compito autonomo, una sua originalità nel quadro della collaborazione europea ».

(*) Corriere delle Sera, 22 Maggio 1946






mercoledì 15 novembre 2017

Monarchia 2.0: chi sono i monarchici italiani del 2017

Qualcuno direbbe: “a volte ritornano”. La verità, è che non se ne sono mai andati.
Dal 2 giugno 1946, l’Italia è una Repubblica. Ciononostante, in Parlamento si è avuta la presenza di un partito monarchico fino agli anni ’70. Oggigiorno, i monarchici esistono e sono ancora attivi. Scopriamo qualcosa di più sul loro movimento, il loro progetto e le loro idee con un’intervista a Simone Balestrini, classe 1993, studente di Giurisprudenza nonché Segretario Nazionale del Fronte Monarchico Giovanile dal 2015.
Simone, cosa significa, in Italia, essere monarchici nel 2017?
Il monarchico nel 2017 è quella persona che ritiene che la miglior forma di governo che un Paese possa avere sia la monarchia costituzionale e parlamentare, così come avviene in 10 Paesi Europei (Belgio, Danimarca, Liechtenstein, Lussemburgo, Monaco, Norvegia, Olanda, Regno Unito, Spagna, Svezia); Paesi tra i più democratici e avanzati al mondo. Non siamo nostalgici del passato, ma davanti alla crisi politica e sociale del nostro tempo credo che la monarchia sia una forma istituzionale che possa giovare molto dal punto di vista storico, sociale, culturale e ovviamente politico. I monarchici sono tali non più per nostalgia verso il passato, ma per l’esempio funzionante dato dalle monarchie presenti oggi in Europa; esempi di funzionalità, modernità e democrazia. Preciso, inoltre, qualcosa che in Italia non è scontato: la monarchia non è qualcosa di anacronistico e neppure sinonimo di fascismo!
Il vostro progetto si chiama “Monarchia 2.0”. Qual è il significato di questo nome? Puoi descrivere brevemente il progetto?
La denominazione è nata casualmente durante un discorso del presidente dell’Unione Monarchica Italiana, Alessandro Sacchi. Da subito l’ho fatta mia perché è emblematica del fatto che non siamo storici nostalgici, ma siamo italiani che, consapevoli di un glorioso passato – seppure non sempre facile – hanno un progetto chiaro per un futuro migliore. Proponiamo un nuovo modo di essere monarchici alla luce della società e dei tempi odierni. Il progetto consiste nel promuovere la monarchia in Italia attraverso una strategia e una visione diversa rispetto al passato: proporre una Monarchia 2.0, appunto. Come dimostrano le monarchie presenti attualmente in Europa, è vitale che l’istituzione si evolva per sopravvivere nel tempo. Si propone dunque, non il ritorno e la ricostruzione della monarchia in Italia, bensì la costituzione di una Monarchia costituzionale e parlamentare.
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http://www.tomorrowturin.com/monarchia-2-0-monarchici-italiani-2017/

Carlo Delcroix: un patriota che amò disperatamente l’Italia

CIRCOLO DI EDUCAZIONE E CULTURA POLITICA
REX
“il più antico Circolo Culturale della Capitale”


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Nel  quarantesimo  anniversario  della  morte  del  grande  invalido, 
mutilato  della  Quarta  Guerra  d’Indipendenza, Carlo  Delcroix
Domenica 19 Novembre, ore 10.30

 Prof. Pier  Franco  Quaglieni
Vice  Presidente  del  Centro  Pannunzio

ricorderà 

“Carlo Delcroix : un patriota che amò

  disperatamente l’Italia”



Sala Roma, presso “Associazione Piemontesi a Roma”,
via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)


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Ingresso libero

martedì 14 novembre 2017

Da Peschiera a Peschiera - II parte

Almeno quattro volte, durante il suo Regno, gli piombò addosso
l’Italia tutta:
— nel 1915, per l’intervento nella prima guerra mondiale;
— nel 1917, dopo Caporetto;
—- nel 1922, con la Marcia su Roma;
— nel 1943, al colmo del dramma della seconda guerra mondiale.
Nel 1915, l’intervento a fianco dell’Intesa, imposto da una violenta campagna nazionalista, fu in definitiva avallato dal Parlamento dopo pesanti alternative. Il Re, pur conscio dei lutti e dei sacrifici cui il Paese andava incontro, non potè sottrarsi all’onda emotiva del patriottismo, ed accettò la guerra, assumendo subito su di sé il compito ingrato di parteciparvi con l’oscura ma costante presenza sui campi di battaglia; il Re soldato, appunto.
E mentre questo faceva, arrivò, nell’autunno 1917, la sconfitta militare, contro la quale si aderse, da solo, mentre tutto pareva crollare. Vedremo fra poco questo suo momento, vissuto da protagonista, qui a Peschiera.
Nel torbido dopoguerra, tra bagliori di conflitto civile che stavano travolgendo gli incerti governi liberali, anticipò il volere del Parlamento con il sofferto incarico a Benito Mussolini (cui la Camera, subito dopo, concesse a larga maggioranza addirittura i pieni poteri), e precorse il consenso popolare per il governo monocolore fascista (che infatti nel 1924, in libere elezioni parlamentari, ottenne il 65% dei voti).
E infine, nell’ora tremenda dell’estate 1943, salvò l’Italia dall’annientamento, consentendole di riprendere, sia pure dopo prove dolorose, un cammino dignitoso e civile. Troviamo, ancora, in questa circostanza, un nome simile a quello dì Peschiera; Pescara, che i detrattori contrappongono al primo, ed io invece collego strettamente, perché il Re di Pescara è sempre quello di Peschiera, che compie un sacrificio ancora più grande, proprio perché misconosciuto ed intriso di atroci sofferenze morali e materiali.
Da Peschiera a Pescara, dunque? No, da Pescara (vedrete) torneremo, alla fine, un’altra volta a Peschiera, qui/adesso. Ma dobbiamo illustrare questi tre passaggi.
Peschiera 1917, ottantuno anni or sono. Incombeva un nome: Caporetto, un piccolo paese attualmente in Slovenia. Tutta Italia inorridiva, recriminava, malediceva. Sotto accusa i generali, gli ufficiali, i soldati, mentre il nemico avanzava. Noi, cari amici, non siamo capaci di perdere con la dignità degli antichi Romani o degli Inglesi. Se vinciamo, tutto è sanato, anche l’imbroglio; se perdiamo, non servono neppure la buona ragione o l’eroismo di un silenzioso olocausto.
Ancora adesso, la verità su quella sconfitta viene messa da parte, perché non fa comodo.
Non fu colpa né di Cadorna, né di Badoglio, né di Capello, né dell’ultimo soldatino sbandato. Fu colpa esclusiva di un clamoroso errore di valutazione del governo italiano, a ciò indotto da identico errore dei governi alleati, francese ed inglese.
Bisogna risalire all’inverno 1916-17. Alla fine del 1916, nessuno dei belligeranti pareva ormai in condizione di potere vincere. I popoli, dissanguati da spaventose carneficine, neppure ricordavano più quali fossero gli scopi di guerra iniziali, ed aspiravano tutti alla pace. Il grido “il prossimo inverno non più in trincea” risuonava clandestino, ma poderoso. Il Papa Benedetto XV° invocava la fine della “inutile strage”.
Due Capi di Stato, Carlo l di Asburgo e Guglielmo II di Germania, captarono per primi l’esigenza di mettere fine al conflitto, e, con nota ufficiale del 16 dicembre 1916, trasmessa agli Stati nemici per le vie diplomatiche, proposero una immediata Conferenza di Pace.
Contro questa proposta si scagliarono però i francesi e gli inglesi, decisi a distruggere per sempre gli Imperi centrali. Essi speravano in un imminente intervento degli Stati Uniti, propiziato dal Presidente Wilson; questi aveva appena vinto, in novembre, le elezioni presidenziali (di strettissima misura), ed era nemico giurato del principio monarchico, che voleva abbattere non soltanto in Germania ed Austria-Ungheria, ma altresì in Russia. E proprio all'eliminazione preventiva dello zarismo (benché alleato dell’Intesa) Wilson aveva subordinato il proprio intervento.
Così, Francia e Inghilterra, sia per questo motivo, sia per il timore che in Russia prevalessero forze pacifiste e sensibili alla proposta austro-tedesca, organizzarono, con la collaborazione della destra nazionalista russa (che dominava la duma eletta nel 1912), il colpo di Stato del marzo 1917. Agli idi di marzo, lo Zar Nicola, il fedele alleato che aveva salvato la Francia nel 1914 e l’Italia nel 1916, fu pugnalato alla schiena dai suoi amici, e da coloro che gli avevano giurato fedeltà; un colpo di Stato instaurò la repubblica e fece prigioniera la famiglia imperiale.
La notizia fu accolta in Occidente con travolgente entusiasmo; andate a sfogliare i giornali del tempo, e troverete inni di gioia. La caduta della Monarchia fu considerata l’alba della vittoria militare contro i tedeschi. Si credette che la nuova repubblica avrebbe intensificato la guerra; e poiché si sapeva anche che l’avvenimento apriva il cammino all'intervento americano, le prospettive militari si dipinsero di rosa.
Per tutto il 1917, sui fronti francese ed italiano, ci si comportò come se queste previsioni fossero fondate. Gli eserciti dell’Intesa attaccarono a testa bassa, dappertutto, subendo perdite umane incalcolabili, e cozzando contro valida resistenza nemica. In Italia, a carissimo prezzo, si fecero alcuni progressi, e, soprattutto, si riuscì a superare l’Isonzo, in agosto, sull’altopiano della Bainsizza, in direzione di Lubiana.
A questo punto, però, il tracciato del fronte italo-austriaco si presentava enormemente sbilanciato in avanti, lunghissimo, tortuoso, non difendibile nel caso di inversione di tendenza (per il caso, cioè, di dovere passare alla difensiva).
Intanto, le cose in Russia andavano esattamente all’opposto di quanto si era creduto dai governi inglese, francese e italiano.
Alla destra nazionalista si era subito contrapposta una sinistra eversiva, risvegliata dagli accenti repubblicani. E proprio questa sinistra si era gettata, abilmente, sul grande argomento che allo Zar ed alla Zarina era stato proibito: la pace. Le conseguenze sull’esercito, che fino a tutto il 1916 aveva tenuto eroicamente nel nome dello Zar, furono catastrofiche; esso si dissolse come neveal sole. E gli Imperi Centrali si trovarono d’un tratto liberati dall’incubo della guerra sui due fronti occidentale e orientale. Divisioni tedesche affluirono sul fronte italiano, e l’iniziativa passò di mano.
Qui mancò, nel governo, l’elasticità necessaria per comprendere che bisognava trarre le conclusioni dell’accaduto. Nessuno pensò di imporre una ritirata strategica preventiva, che accorciasse il fronte e permettesse una difesa più organica. Anzi, una siffatta idea fu demonizzata, perché avrebbe comportato l’abbandono di alcuni territori, ed avrebbe abbassato il morale del Paese, già basso.
Fu, dicevamo, errore gravissimo, nel quale il governo italiano fu coinvolto da quei medesimi francesi ed inglesi che, quando i nodi vennero al pettine, seppero soltanto insultare e deridere l’Italia; come se loro non avessero subito ben altre clamorose disfatte, tranquillamente snobbate!
Occorre rilevare che, nella sventura, l’Italia fu ancora fortunata.
L’offensiva nemica fu lanciata sull’lsonzo, all’estremità più lontana del fronte, il che permise di salvare una parte dell’esercito, e di arretrare con un minimo di gradualità, prima al Tagliamento e poi al Piave. Se, invece, l'attacco fosse partito dal saliente trentino, verso gli Altipiani, come nel 1916, non solo sarebbe andato perduto tutto il Veneto, ma, peggio, l’intero gruppo di armate all'est del saliente sarebbe rimasto accerchiato senza scampo.
Caporetto, allora. Facile ironizzare. Tuttavia, perché non ricordare che ci fu, subito dopo, una battaglia di arresto sulla nuova linea del Piave? E che qualcuno, al vertice dello Stato, mentre il governo Boselli si dimetteva in preda al panico, prese le redini, rianimò il Paese, chiamò alla guida delle Forze Armate uomini nuovi e più vicini ai soldati, volle che non si parlasse di Adige e di Mincio bensì soltanto di Piave e di Grappa?
Questo qualcuno, il piccolo coraggioso Re di Peschiera, inm uniforme disadorna ma deciso, chiaro, energico, parlò agli alleati scettici, e disse loro che l’Italia teneva duro. Tanto duro che, giusto 80 anni fa, lo sforzo fu coronato dalla vittoria finale. Fu dunque il Re ad imprimere la svolta. Tutto il resto, sono chiacchiere, polemiche vuote, maldicenze sciocche. La verità, signori, non si cancella.
Pescara, adesso. Pescara è come Peschiera. Un governo, quello di Mussolini, aveva condotto l’Italia in un vicolo cieco, senza uscita. Le vicende della politica internazionale e delia guerra avevano creato circostanze imprevedibili: da un lato un nemico apparentemente irresistibile e determinato ad occupare il nostro territorio, dall'altro un alleato intenzionato ad usare proprio quel territorio come campo di battaglia per coprirsi il fianco meridionale.
Incapace di prendere una qualsiasi decisione, il pentito che esprimeva quel governo si rivolse al Re, con voto a maggioranza del suo organo supremo, perché assumesse tutti i poteri. E il Re fu costretto ad esporsi in prima persona. Ma cosa poteva fare?
Nella morsa dei due nemici, fece tutto il suo dovere. Andò a Pescara, e poi a Brindisi, per una sola, insuperabile ragione: salvare il salvabile dell’Italia, a rischio della propria vita, del proprio onore, del proprio trono. Il salvabile era la continuità dello Stato, la validità dell'armistizio firmato, l’incolumità di Roma città aperta, del Vaticano, delle masse di profughi rifugiate nella capitale.
Adesso non preoccupatevi. Non ho intenzione di affrontare in questa sede la questione dell’8 settembre 1943. Non la si potrebbe trattare in estrema sintesi, data l’enorme ampiezza dell’argomento; solo vi dirò, come il Manzoni a proposito della storia della  peste sul Bergamasco, che, per chi volesse, la storia “la c’è”, anzive ne sono moltissime, forse troppe, e che personalmente ho cercato di approfondirla nel libro che troverete in vendita.

Però ho il dovere di segnalare (e questo è importante, perché è un fatto nuovo), l’emergere, nell’attuale quadro storico-politico, di un fenomeno tanto aberrante quanto autorevolmente diffuso, ad opera di alte personalità, come il Presidente della Camera on. Violante, e di noti opinionisti quali il Montanelli, il Buscaroli e il Bertoldi: la tendenza ad unificare in un unico calderone le diverse ed opposte accuse al Re, sia di provenienza nazi-fascista che di provenienza dei vincitori anglo-americani.

domenica 12 novembre 2017

Messina ricorda la Regina Elena di Savoia, eroica soccorritrice dopo il terremoto del 1908

La città di Messina ricorda la figura eroica della Regina Elena di Savoia, che durante il terremoto del 1908 spese tutta se stessa nel soccorso e nell’assistenza ai sopravvissuti.
Si tratta di una figura storica che dimostrò in quel tragico evento, grande umanità e spirito di servizio cristiano ed a distanza di oltre un secolo la città è ancora fortemente riconoscente della sua umiltà e vicinanza ai sofferenti messinesi. In città sono tante le testimonianze dell’affetto verso la sovrana e il 18 novembre prossimo, in occasione del Dies Natalis della Regina Elena, verrà organizzato un evento di commemorazione.
L’appuntamento celebrativo è organizzato dal Vicariato di Messina degli Ordini Dinastici della Real Casa di Savoia, e si snoderà in due distinti momenti.
Il primo, incentrato sulla preghiera inizierà alle ore 10:30, con la solenne Celebrazione della Santa Messa presso la Chiesa dello “Spirito Santo” (piazza del Popolo), cui seguirà la deposizione di una corona d’alloro al Monumento – unico in Italia – che Messina volle dedicare alla Sovrana benefattrice nel 1960.
Il secondo, di tipo culturale, si terrà nel salone delle Figlie del Divino Zelo, un incontro atto ad evidenziare le virtù umane e cristiane della Serva di Dio, che il Sommo Pontefice Pio XI insignì della Rosa d’Oro della Cristianità.
All’evento, che inizierà con la Celebrazione Eucaristica presieduta dal Vicario Generale dell’Arcidiocesi, Mons. Cesare Di Pietro, unitamente alle Dame e ai Cavalieri degli Ordini Dinastici della Real Casa di Savoia per la Sicilia con il Delegato Magistrale l’avv. Francesco Maria Atanasio, saranno presenti S.E. l’Amb. Don Carlo Marullo di Condojanni e le rappresentanze del Sovrano Militare Ordine di Malta, dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio.
Per la solenne occasione parteciperanno i Convegni Maria Cristina di Savoia e l’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, quest’ultimo rappresentato dal Consultore Nazionale, dall’Ispettore Nazionale per la cultura, dagli Ispettori regionali per la Sicilia e la Calabria e dalle delegazioni di Palermo, Catania, Siracusa, Caltanissetta, Enna e Reggio Calabria. Sarà, inoltre, data lettura dei messaggi di saluto di S.A.R. il Principe Vittorio Emanuele di Savoia, di S.E.R. Mons. Paolo De Nicolò, Gran Priore degli Ordini Dinastici della Real Casa, e del Comandante Ugo d’Atri, Presidente dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon.
Alla luce dello storico legame tra la Regina Elena e la Croce Rossa Italiana, l’Ispettrice Nazionale delle Infermiere Volontarie, la sorella Monica Dialuce Gambino, farà da madrina per l’inaugurazione e la benedizione del Labaro vicariale. A coronamento della Giornata dedicata alla Sovrana, il Vicariato di Messina degli Ordini Dinastici sabaudi, in collaborazione con l’Associazione Storico Modellisti Messinesi, ha realizzato un annullo filatelico straordinario con cartolina commemorativa che potranno essere richiesti presso l’ingresso laterale della Chiesa dello Spirito Santo dalle ore 09.00 alle ore 12.30.
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GUERRA IN AMBASCIATA: LE FELUCHE ITALIANE DOPO L’OTTO SETTEMBRE

Ci fu chi scelse Salò e chi il Re. Nel diario di Salzano lo scontro con Anfuso a Budapest

Francesco Perfetti

Subito dopo la caduta del Fascismo a seguito della storica seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943 e, a maggior ragione, dopo l'8 settembre, in molte legazioni italiane si respirò un'aria di sconcerto e di incertezza sul futuro.
A Roma era stato costituito un nuovo governo e il dicastero degli Esteri era stato affidato a uno stimato e importante ambasciatore di carriera, Raffaele Guariglia. L'eco della lotta politica e del duro scontro tra fascisti e antifascisti giungeva attutito nelle sedi diplomatiche italiane anche perché le direttive ministeriali erano stilate come se nulla di straordinario fosse accaduto. Ma tutto ciò non poteva celare preoccupazioni e diversità di vedute fra i membri delle nostre ambasciate e sedi diplomatiche spesso di formazione politica diversa ed eterogenea. Quando, poi, nella tarda serata del 13 settembre si apprese via radio la notizia della liberazione di Mussolini e, qualche tempo dopo, quella della nascita della Rsi le cose precipitarono. Coloro che vivevano all'estero e lavoravano nelle ambasciate o nei consolati ovvero in altre strutture diplomatiche periferiche si trovarono di fatto a dover operare una scelta tra la fedeltà al governo del Re o l'adesione a quello della neonata Repubblica sociale.
Filippo Anfuso
Filippo Anfuso, che era amico di Galeazzo Ciano e che all'epoca guidava la rappresentanza di Budapest, optò senza esitazioni per Mussolini e divenne ambasciatore a Berlino. Naturalmente non fu l'unico diplomatico ad aderire alla Repubblica sociale: ve ne furono altri da Luigi Bolla a Saverio Mazzolini fino a Ubaldo Mellini Ponce de Léon ma fu l'unico capo missione, il solo che, in quel momento, reggesse una sede diplomatica. La grande maggioranza del corpo diplomatico italiano rimase fedele al Re e al Regno: Roberto Ducci, per esempio, che in seguito sarebbe divenuto uno dei più importanti ambasciatori della Repubblica italiana, dopo l'8 settembre, allora giovanissimo funzionario, lasciò Roma, insieme a un altro collega, Antonio Venturini, e, con un lungo e fortunoso viaggio in gran parte compiuto a piedi, raggiunse Brindisi per servire il governo del Re.
Comunque sia, la storia delle scelte, che in taluni casi ebbero conseguenze drammatiche, dei diplomatici italiani all'indomani del crollo del regime fascista e della firma dell'armistizio non è stata ancora scritta anche se si tratta di una storia importante per comprendere come siano stati traumaticamente vissuti questi avvenimenti da un settore particolare dell'amministrazione dello Stato, quello del ministero degli Esteri, caratterizzato da sempre da una consolidata tradizione di lealtà governativa e istituzionale. È una storia, peraltro, assai difficile da scrivere perché riguarda, più che una «comunità», le cui vicende sono narrate nella documentazione ufficiale e istituzionale, un insieme di biografie e percorsi del tutto individuali. È chiaro come, in questo quadro, acquistino rilievo e valore di fonte primaria per lo studioso diari e testi memorialistici.
È il caso, per esempio, di un memoriale di Carlo de Ferrariis Salzano dal titolo Storia di una missione straordinaria. Dall'Ambasciata allo Stalag XVII (Castelvecchi, pagg. 188, euro 19,50) pubblicato soltanto ora con una prefazione di Luigi Vittorio Ferraris, una introduzione di Elena Dundovich e una postfazione di Sergio Romano. Si tratta di un documento di grande interesse che non soltanto si inserisce a pieno titolo nella vastissima bibliografia dedicata all'8 settembre ma che racconta, dall'interno e da protagonista, una vicenda che sembrerebbe paradossale e romanzesca, ma che tale non è stata affatto.
Quando fu resa nota la notizia dell'armistizio dell'Italia con gli Alleati, appunto in quel tragico 8 settembre 1943 che per molti avrebbe simbolicamente individuato il momento della «morte della Patria», Carlo de Ferrariis Salzano, allora un giovane diplomatico non ancora quarantenne, era il numero due della Legazione italiana a Budapest retta da Filippo Anfuso con il quale egli aveva un ottimo rapporto e di cui ammirava l'eleganza, la cultura e la caustica intelligenza. I due avevano lavorato insieme ma l'amicizia si ruppe bruscamente quando Anfuso, seguito da alcuni collaboratori, optò per Mussolini. Si verificò una situazione a dir poco paradossale in quell'Ungheria alleata delle potenze dell'Asse e che combatteva al fianco dei tedeschi in Russia e nei Balcani: per diversi mesi, dal settembre 1943 al marzo 1944, si ebbero a Budapest due legazioni italiane, l'una monarchica e l'altra repubblicana, che non solo rappresentavano in maniera diversa gli interessi dell'Italia ma che si combattevano fra di loro. Era una anomalia e de Ferrariis Salzano nel suo racconto parla di un semestre di «diplomazia armata» che fu possibile grazie al fatto che il regime di Horthy, per quanto membro del Tripartito, aveva cominciato a nutrire dubbi sulla scelta fatta e a pensare alla possibilità di un illusorio sganciamento dell'Ungheria dalla guerra pur mantenendo un qualche legame di amicizia con la Germania in funzione antisovietica. Fatto sta che la legazione di de Ferrariis, pur alloggiata in locali di fortuna, lavorò intensamente offrendo assistenza e protezione a migliaia di militari italiani bloccati dagli eventi in terra ungherese. La «missione straordinaria» di de Ferrariis Salzano ebbe fine con l'occupazione di Budapest da parte dei nazisti il 19 marzo 1944: lui e i suoi collaboratori, insieme a dirigenti di imprese italiane, furono arrestati e inviati nei campi di concentramento nazisti o nelle carceri «repubblichine», mentre continuò ad operare la sola legazione della Repubblica sociale.


Un atteso ritorno


Il successo del centrodestra alle recenti  elezioni regionali siciliane non doveva stupire  perché nella storia ormai settantennale della  Regione Sicilia, la sinistra è  stata al potere  pochissime volte, ed anche l’ultimo  governatore di sinistra, Crocetta, fu eletto  non per suo merito, ma per  la  divisione  del centrodestra. Certamente c’era  l’incognita  della  presenza del  candidato  di  un nuovo movimento  politico, i “cinque  stelle”, presente per la seconda volta nella storia elettorale siciliana, ma il  discorso del rapporto favorevole al  centrodestra nei  confronti  con  la  sinistra, non  muta, perché  anche sommando le  due liste della sinistra, la somma dei voti  dei loro candidati è stata enormemente  inferiore ai voti dell’unico candidato del  centrodestra.
Se poi andiamo indietro nel tempo  ricordiamo che i primi governi della  Regione Siciliana, anche se presieduti  da  esponenti democristiani furono appoggiati  da deputati del Partito Nazionale  Monarchico ed, addirittura nel governo  Restivo, ben due importanti assessorati  furono attribuiti ai monarchici Annibale  Bianco, all’Industria e Castiglia  all’Istruzione, per non parlare del governo  di Benedetto Maiorana della Nicchiara, monarchico, per finire ricordando Antonio  Paternò di Roccaromana, proveniente dalle  file monarchiche, per la precisione iscritto  a suo tempo al Movimento Giovanile  del  PNM, assessore  al  Turismo. Per  cui, non a caso, gli attuali monarchici siciliani hanno  appoggiato Musumeci, contribuendo così  alla sua vittoria.
Quanto poi al governo Milazzo, uscito  dalla Democrazia Cristiana, dove confluirono destra e sinistra, esperimento  unico nella storia della Sicilia e dell’Italia, dove non ebbe eguali. Questo per la memoria, di una Sicilia non certo di sinistra, e che al Referendum del 1946 votò a grandissima maggioranza per la Monarchia Sabauda, con il record raggiunto a Messina.


Domenico   Giglio.   

sabato 11 novembre 2017

AL RE GIOVINE

da L'illustrazione Italiana 7 giugno 1925, numero speciale per il giubileo dei 25 anni di Regno


Questa Ode fu dettata da Gabriele d’Annunzio venticinque anni or sono, e ora fa parte del secondo libro delle Laudi, « Elettra ».

Quando abbiamo chiesto al Poeta di ripubblicarla in occasione del Giubileo Regale, Egli ci ha risposto: «Approvo la ristampa dell'Ode.... Forse stasera o domani scriverò io

stesso una breve nota, firmandola, come rinnovato saluto del Profeta monocolo. »

Ma, sùbito dopo questa lettera, nuovi avvenimenti sono venuti a togliere alla sua solitudine il
Trappista del Vittoriale. E la «breve nota» non è stata scritta: in altro modo Gabriele dAnnunzio celebrerà l’anniversario solenne.
Noi però non vogliamo omettere di far notare l’alto valore profetico di questa Ode, che fu scritta — si ricordi! — in uno dei momenti più oscuri e dolorosi della storia d Italia, quando ogni mèta più audace poteva sembrare sogno o foiba. L’anima insonne della nuova Italia, che già ascolta « gli eroi — favellare nella notte ingombra », ha la sua prima voce in questo canto ; la coscienza della continuità del Risorgimento nella Nazione ridesta segna il preannunzio dei futuri eventi; il destino del Re Vittorioso è intravisto, con mirabile scorcio, in forza d’un ardente anèlito dell’anima. 
Per questo l’Ode è veramente l’opera d’un Vate, nel più profondo senso della parola, che significa veggente e profeta.




Nella gran bandiera
che agitarono i vènti marini
a poppa della nave guerriera

tutt’armata di ferro gigante

contra i ferrei destini,
nella gran bandiera
di battaglia e di tempesta
avvolgi il tuo padre esangue,
coprigli la bianca testa,
consacragli il petto forte
con quella croce raggiante,
o tu, della purpurea sorte
erede, che navigavi il Mare,
Giovine, che assunto dalla Morte
fosti Re nel Mare!


Avvolgi il tuo padre
nell’insegna che attese la gloria

sopra le acque così lungamente;

componilo sul carro scemato
del bronzo possente;

dagli a scorta mute squadre
che in arme sognino la vittoria

pel sangue non vendicato

sul deserto ardente;
nella luce dell’ Urbe fatale,
nel silenzio delle scorte
e del tuo dolor regale,
accompagna il tuo padre clemente,
o tu che chiamato dalla Morte
venisti dal Mare.


Accompagna il padre
alla tomba ove già l’avo dorme,
nel tempio sublime
che alzò su colonne
di granito la forza di Roma.
La romba degli inni austeri
come un turbine all’ultime cime

rapisca i tuoi pensieri

nuovi, oltre la tomba, oltre l’altare.
E i grandi pensieri

ti facciano insonne; e Roma
e la sua Fortuna dalla chioma

terribile ti facciano insonne,

Gioyine, che assunto dalla Morte
fosti Re nel Mare.


Tu non dormirai
se il tuo cuore è degno che lo morda
l’avvoltore violento;
tu non dormirai
se de’ tuoi nervi indurati
attorca tu la corda
per l’arco che t’è innanzi lento;
tu non dormirai
se tu oda la voce dell’Urbe,
sepolcrale e marina,
non voce di volubili turbe
ma d’immutabili fati,
ma dell’anima eterna latina,
o tu che chiamato dalla Morte
venisti dal Mare.

Tu non dormirai
se degni sieno i tuoi occhi

di contemplar l’orizzonte

che il Quirinal discopre
al dominatore;
tu non dormirai
se le tue mani sien pronte
alle lotte ed all’opre,
alla spada ed al martello,
a foggiar per la tua fronte
un’altra corona di ferro
col ferro d’un altro Salvatore
sopra l’incudine d'un altare,

Giovine, che assunto dalla Morte
fosti Re nel Mare.


Non dormimmo noi
nella notte solenne
quando passò per l’ombra
d’Italia il funereo convoglio
che portava il buono infranto cuore.
Non dormimmo. Ascoltammo gli eroi
favellare nella notte ingombra.
Ascoltammo il fragore
dei carri nel venta d’estate.
Tremammo. Più del cordoglio
poterono le speranze alate.
Per l’ombra era un fremito di penne.
Lampeggiavano i monti e le coste.

Gravido di vita e di morte

anelava il Mare.

Tremammo di forza
chiusa e di volontà raccolta;

fummo ebri d’un sogno virile.

Sentimmo nei polsi robusti
ardere la febbre civile.

Sentimmo nel suolo profondo
rivivere gli iddii vetusti.

Ebri di presagi augusti,
vedemmo ancora sul mondo

splendere il latin sangue gentile.

Ascoltammo gli indigeti eroi
favellare nella notte ingombra.
Seguimmo nell’ombra
infinita il volo della Morte
lungo il patrio Mare.


E dicemmo: « Passa
lungo il patrio Mare,

Maestà della Morte!
Alza gli spirti; fa palpitare
il popolo che veglia

nella notte balenante.

Genova ti saluta
sul suo golfo magnifica e forte,
coronata di baleni.
La Spezia ti saluta,
in vista dell’Alpe, austera e forte,
coronata di baleni.
Salutano il tuo passare
le due madri delle navi, o Morte,
veglianti sul Mare.

Più grande saluto
avesti tu mai?

Ma, giunta alla mèta, tu avrai
il saluto del Sole e di Roma.

E il nuovo destino, segnato
dal sangue regio, avrà nella nuova
luce principio solenne. »»
Per l’ombra era un fremito di penne.
Lampeggiavano i monti e le coste.

E dicemmo: « O Italia, o Italia,
non ti vedremo noi su l’alba,
per questo buon sangue che ti giova,
per la divina prova
di questa sacrificale morte,
rifiorir nel Mare?»

E dicemmo: «O Italia,
Italia sonnolente,
alfine ti svegli
tu dal tuo sonno vile?
Ahi sì lungamente
sotto il sole giaciuta
con l’obbrobrio senile,

tra le mani dei vegli

scaltri che t’han polluta,
che di te han fatto strame
docile all’ignavia loro
e d’ogni tuo nobile alloro
una verga per batter la fame,
non senti l’odor della morte?

Oh nuova sul Mare!»

Così noi dicemmo,
questo sognammo ascoltando

il fragore dei carri nel vento

d’estate per la funebre notte
recanti alla tomba il re spento,
al silenzio di Roma, alla pace.
Questo pregò sotto il firmamento
ingombro la nostra ansia seguace.
Or chi sarà l’eroe che attendiamo,
il pastor della stirpe ferace?

Tendi l’arco, accendi la face,
o tu che chiamato dalla Morte

venisti dal Mare,

Giovine, che assunto dalla Morte
fosti Re nel Mare!


T’elesse il Destino
all’alta impresa combattuta.

Guai se tu gli manchi!
È perigliosa l’ora.
Ma tu sai che il periglio
è la cintura pe’ fianchi

dell’eroe. Dal sangue vermiglio

fa che nasca un’aurora!
La fortuna d’Italia
prese l'ali sul campo

d'una battaglia perduta.

Ricordati d’un altro padre
partito per un più triste esiglio,

Giovine, che .assunto dalla Morte

fosti Re nel Mare.

T’elesse il destino.
Ricòrdati del fìgliuol vinto
che cavalcò quel giorno
tra la Sesia e il Ticino
verso il bianco maresciallo.

Rifiorla l’itala primavera
tra i dolci fiumi; e il re sardo

scese dal suo cavallo

per segnare il duro patto.
Tutto fu nemico intorno.
Egli disse al suo cuore gagliardo:
« Sopporta, o cuore, e spera!»
Ricòrdati di quel ritorno

tu che chiamato dalla Morte

venisti dal Mare.

Egli volle Roma,
egli ebbe il Campidoglio,
egli, ha pace nel Tempio romano.
Che vorrai tu sul tuo soglio?
Quale altura è il tuo segno?
Miri tu lontano?
È largo quanto il tuo orgoglio
il gesto della tua mano?

Sai tu come sia bello il tuo regno?
Conosci tu le sue sorgenti

innumerevoli e la forza

nuova o antica delle sue correnti?
Ami tu il suo divino mare,

Giovine, che assunto dalla Morte
fosti Re nel Mare?


T’elesse il destino
all’alta impresa audace.

Tendi l'arco, accendi la face,
colpisci, illumina, eroe latino!

Venera il lauro, esalta il forte!
Apri alla nostra virtù le porte
dei dominii futuri!

Ché, se il danno e la vergogna duri,
quando l’ora sia venuta,

tra i ribelli vedrai da vicino

anche colui che oggi ti saluta,
o tu che chiamato dalla Morte
venisti dal Mare,

Giovine, che assunto dalla Morte
fosti Re nel Mare.