NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 3 giugno 2020

Italia 61

Articolo datato ma che non perde la sua attualità
da Critica Monarchica anno 1 n" dicembre 61
di Domenico Giglio


La chiusura delle celebrazioni di «Italia '61» ha posto fine ad uno stridente contrasto: quello tra il clima morale, gli uomini, gli ideali di un secolo fa, magistralmente rievocati nella mostra storica a Palazzo Carignano, e gran parte della realtà odierna, particolarmente nei suoi aspetti politici così lontani dagli insegnamenti e dalla tradizione del Risorgimento, mentre il calore patriottico fortissimo raggiunto nei raduni nazionali, tenuti quest'anno a Torino, da alpini, bersaglieri, artiglieri, fanti e marinai d'Italia ha invece dimostrato che, fortunatamente, nell'anima popolare il Risorgimento non è passato invano e che le forze armate sono state effettiva scuola di unità in un popolo, come il nostro, per millequattrocento anni diviso, smembrato, invaso per la sua estrinseca debolezza e spesso per le sue interne inimicizie, funzione questa delle forze armate che già sessant'anni or sono riconosceva Giustino Fortunato, uomo di destra, ma non certo militarista scrivendo: « ( l'Esercito ) in Italia è scuola di civiltà, è l'unità medesima, se è vero, come io credo che niente abbia più (dell'esercito) giovato e niente giovi più ad inspirarne il concetto nei cuori e nelle volontà delle moltitudini... »
Abbiamo detto diversità di clima specie nel mondo politico e ancor più nel mondo della cultura, tra gli intellettuali, che furono invece nell'ottocento alla avanguardia del movimento di riscossa nazionale, chi con la parola, e chi anche, e furono i più, con l'azione: oggi a parte le interpretazioni e deformazioni che del Risorgimento hanno dato e danno continuamente i marxisti, solo pochi esponenti qualificati di questo mondo, e cioè alcuni storici di chiara fama hanno trovato nelle loro rievocazioni e commenti alle vicende risorgimentali accenti di nobile fierezza nazionale, di vibrante sentimento unitario ed hanno saputo con obiettività, parliamo qui di quelli di notori sentimenti repubblicani, riconoscere il peso determinante avuto dalla Monarchia nel processo formativo dello Stato unitario. Questo silenzio, quando non poi l'irosa negazione dei più, potrebbe farci ritenere ormai sorpassata e non più valida la lezione del Risorgimento e ciò potrebbe anche essere vero se il nostro Risorgimento fosse stato un fatto puramente diplomatico e militare, quale fu pochi anni dopo in Germania la nascita del primo Reich, opera degli junker prussiani Bismark e Moltke. Ma il Risorgimento italiano fu qualcosa di diverso, diciamo pure qualcosa di più del fatto diplomatico e militare, fu un fatto di profondo significato civile che affondò le sue radici nel pensiero e nella cultura di almeno un secolo, per non risalire ai vaticinii di Dante, ed a quelli di Machiavelli, ebbe poi una altissima carica ideale, tale da riunire ad un unico scopo e sotto un'unica bandiera gli uomini dalle ideologie e dalle provenienze geografiche e sociali più disparate, ed una sua profonda moralità, costituendo per molti il riscatto e l'Indipendenza della Patria una seconda religione e per altri addirittura l'unica: fu la porta per il progresso economico e sociale aperta da un regime liberale, giovane d'anni, ma maturo di pensiero, fu la strada per la modernizzazione di secolari e decrepite strutture tracciata senza sconvolgimenti da e in una democrazia progressivamente allargatasi nelle coscienze e nel suffragio. Lo stesso «primato degli italiani» che grandi spiriti come Gioberti e Mazzini, sia pure in forme diverse avevano auspicato e propugnato, era primato, era missione («la Terza Roma») di rinnovata civiltà e non di predominio egemonico ed a tale primato la nuova Italia mirò, sia pure non con quella costanza ed immediatezza che molti speravano, nei campi più vari, dalle scienze alle generose esplorazioni.
Lo stesso sviluppo e potenziamento dell'esercito e della marina, oltre a sconsigliare e scongiurare i persistenti timori di gelosie francesi e di rivincite austriache ( von Conrad, capo di stato maggiore dell'esercito austriaco, ancora nel 1908, malgrado la Triplice Alleanza e mentre l'Italia era in lutto per il terremoto di Reggio e Messina pensava ad una spedizione punitiva contro di noi) servì, particolarmente nel caso della flotta, a far conoscere, rispettare e se del caso temere la nuova Nazione ( vedi le riparazioni e le scuse degli Stati Uniti per il linciaggio di undici nostri connazionali avvenuto nel 1891 a New Orleans, riparazioni che oggi non siamo ancora riusciti ad ottenere dal Congo per il massacro di Kindu! ), perché i profeti e le nazioni disarmate, finché nel mondo la forza varrà purtroppo più del diritto, sono destinati ad essere sconfitti!
Dunque dal moto risorgimentale uscì uno Stato ed una Nazione, nazione e stato che hanno già retto per un secolo, malgrado il diverso avviso e l'iniziale sabotaggio, degli ambienti temporalisti e legittimistici italiani (usiamo questo termine in senso puramente geografico, come oggi parliamo di partito comunista «italiano»). Fulcro di questo Stato e di questa Nazione fu la Monarchia Sabauda: la sua caduta nel 1946 ha ridato vigore alle forze antirisorgimentali e logicamente antiunitarie ed antinazionali, ed alle peggiori tendenze dell'Italia preunitaria, ha tolto al popolo quel centro ideale ed allo stesso tempo reale, visibile che umanizzava lo Stato, che riassumeva in sé quei valori spirituali e morali, che nobilitano la vita ed i doveri del cittadino verso lo Stato, ne fortificano la fedeltà, ne consacrano i diritti.
A questo punto non ripeteremo la sacrosanta, ma sterile querela di tanti benpensanti contro l'attuale malcostume, facendo i monotoni laudatores temporis atti e respingendo il presente in attesa di un futuro migliore che, non si sa per opera di chi e come, dovrebbe venire, ma ribadiremo l'impegno di operare politicamente, nel presente, in questo momento storico con i mezzi, gli strumenti che i tempi richiedono, perché questo mutamento avvenga, attenti a non dimenticare i problemi di oggi, a non apparire negatori delle conquiste di ordine materiale, cui anche in questi anni si è faticosamente pervenuti, ma convinti del dovere di dare al presente un'anima, uno scopo non unicamente utilitaristico, una serietà, un senso delle cose non particolaristico, una mentalità non settaria, regolandoci insomma come si regolarono Vittorio Emanuele II e Cavour. E ciò significa dinamismo, duttilità, elasticità mentale precedente i tempi, non farsi sorprendere da alcun problema, mettersi alla testa e mai in coda, per non essere distaccati o trascinati, ai movimenti di pensiero, ai movimenti di massa indirizzandoli e risolvendoli nella legge e nella ordinata libertà, che favorisce, non nega qualsiasi conquista di democrazia politica economica sociale, ma respinge la demagogia e la violenza sovvertitrice che dalla forza e sulle piazze crede di imporre la sua volontà.

Risorgimentali quindi e questo spieghi la nostra avversione storica ed attuale a quei movimenti che il Risorgimento negano, o peggio ancora rinnegano, ed anche a quelli che credettero o credono far grande e rispettata l'Italia, dimenticando come l'Italia nacque e prosperò cioè, per voto di plebisciti, confermato nel Parlamento, per l'adesione crescente del popolo alla Monarchia Costituzionale dei Savoia, adesione che si ridusse, ma non disparve nemmeno il 2 giugno 1946 nell'ora triste del «tolle, tolle », e che noi dobbiamo ricreare, folta e copiosa.

martedì 2 giugno 2020

Il due giugno non è la festa della repubblica, ma un giorno di lutto.


di Emilio del Bel Belluz

Per questo mi accingo a pensare a quello che sarebbe successo se la giustizia fosse stata nelle mani di Dio e non degli uomini. Nel referendum la Monarchia fu sconfitta. 
Non sto a ricordare i brogli elettorali che vennero fatti, e penso a quelli che dissero in modo categorico: “O la repubblica o il caos”. Questi modi in cui fu attuato il referendum. L’Italia si era spaccata in due: al nord vinse la repubblica, da Roma in giù fu la Monarchia a trionfare, raggiungendo quasi il 100% dei voti. Il Re Umberto II fu ingannato, come risulta da una sua lettera scritta dal Portogallo pochi giorni dopo essere arrivato e che venne pubblicata il 28 marzo 1984 dal Giornale, un anno dopo che il sovrano era morto. Credo che il Re la scrisse con il cuore trafitto dalla malinconia e dalla tristezza per come erano andati gli eventi. Ne riporto alcune righe: “Ripenso alle ultime ore di Roma, a quanto mi fu detto che allontanandomi per poco dalla città tutto sarebbe stato più semplice, e invece fu un “trucco” che non voglio qui definire con termini appropriati!”. Basterebbero queste righe per capire cosa successe al buon sovrano, che nel cuore aveva solo l’amore per il suo popolo, e che avrebbe fatto qualsiasi cosa per l’Italia. Quel trucco per allontanarlo per un breve tempo, invece, durò fino alla sua morte e ancora adesso si trova sepolto in terra straniera, in Francia. In questo momento mi viene in mente una citazione dello scrittore Giuseppe Prezzolini che diceva: “Nulla è più stabile del provvisorio”. 
In questo triste 2 giugno, mi consola leggere un articolo comparso sul Secolo d’Italia dell’1 giugno 1996, dal titolo Il Re va in esilio dello scrittore Bruno Gatta. Per quanti non lo conoscono, mi permetto di dire che era una penna sincera, scrisse su giornali importanti e sapeva arrivare al cuore delle persone. Ne trascrivo una parte: “Umberto II prese la via dell’esilio, e sullo sfondo romantico, velatamente malinconico, della terra portoghese in cui visse, la sua figura regale ebbe a poco a poco rilevanza storica, ed anche una certa grandezza umana. Quel Re esule, in fondo, pagava colpe non sue, ed aveva firmato lui stesso il decreto che, indicendo il referendum, segnava la fine del Regno. Con la sua firma si era condannato da solo alla pena dell’esilio, scontata in un silenzio esemplare, rinunciando a tutto, anche alla polemica contro una repubblica inutilmente persecutoria, che gli aveva confiscato i beni e gli proibiva di rivedere la patria: per effetto di una norma cosiddetta finale della costituzione, il cui carattere transitorio era, però, evidente e che non fu mai cancellata per pavidità legislativa. Con quel veto disumano ed arcaico, di cui non si era mai parlato nei colloqui al Quirinale che precedettero l’assenso di Umberto al referendum istituzionale. I costituenti repubblicani compirono contro il Re una cattiva azione. Era ormai un Re senza regno, ma recitò la sua difficile parte con dignità, senza rancore, solo con nostalgia. 
A Giovanni Mosca confessò un giorno: “Nessuno immagina quanto io rimpianga l’Italia; c’è nella lingua portoghese una parola Saudade, che è qualcosa di più che rimpianto, qualcosa più che nostalgia, e intrisa di dolore”. Rimpianto di un regno che, compresa la luogotenenza, era stato breve ed effimero, nostalgia di un futuro che gli fu spezzato in tronco”. 
Dopo aver letto queste parole di Bruno Gatta posso dire che il sacrificio del Re fu davvero grande, e il suo comportamento mi fa pensare ai santi, quelli che si sacrificano per gli altri e vogliono essere diversi. La repubblica italiana nei confronti del sovrano fu spietata, non poteva comportarsi peggio, mise lungo la strada del suo ritorno in patria, mille ostacoli, mille tranelli, non ebbe cuore. Veniva trattato in questo modo un sovrano che ha amato l’Italia sia da vicino, nei momenti difficili, sia nella lontananza. Avrebbe voluto fare di più per il suo Paese, ma non gli fu concesso. L’amore che nutrì per la sua patria viene compreso nelle interviste che rilasciò. In queste conversazioni vi erano sempre delle parole di pacificazione e di rispetto. Amava ripetere che era vicino soprattutto nelle avversità della vita, non nella festa. 
Qualcuno scrisse che sarebbe stato un buon Re, perché aveva un cuore generoso, era molto legato alla Madre Chiesa, e lo dimostrò nel donare la Sacra Sindone dopo la sua morte. La Chiesa non ha mai avuto il tempo di ricordarlo. Da parte del Vaticano non ci furono mai degli appelli per farlo tornare. Questo conferma come sia sempre più conveniente restare con i vincitori. Nella mia vita davanti a un’ingiustizia preferisco stare dalla parte delle vittime, e dividere una solitudine con chi ne ha bisogno. Il re era e rimase fino alla fine un buon cattolico. In un domani la Chiesa si potrebbe impegnare per nominarlo Servo di Dio. 
Una frase di uno scrittore che amo dice:” Io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù”. (Pier Paolo Pasolini )

lunedì 1 giugno 2020

Il libro azzurro sul referendum - XIX cap - 3a


La requisitoria del Procuratore Generale Massimo Pilotti conferma la lettera e lo spirito della legge (“elettori votanti")

1) I ricorsi in oggetto sollevano la questione del modo di effettuare il computo della maggioranza degli elettori votanti in favore della repubblica o della monarchia. Sostengono che, nei conteggi ufficiali fin qui resi noti, per determinare la maggioranza, si è tenuto conto soltanto dei voti validi, mentre secondo la dizione dall'art. 2 del Decreto Legislativo Luog. 16 marzo 1946 n. 98 occorre riferirsi al numero dei votanti, ivi inclusi, cioè anche coloro che hanno votato scheda bianca o nulla. Rilevano che il citato decreto n. 98 è il testo legislativo fondamentale in materia: tanto che esso è richiamato dal successivo decreto legislativo luog. n. 219 dal 23 aprile 1946, portante le norme previste dall'art. 8 del primo, e «relative allo svolgimento del referendum, alla proclamazione dei risultati di esso, e al giudizio definitivo sulle contestazioni». In caso di contrasto fra questi due provvedimenti, è il primo che deve prevalere.
Sui reclami sopra indicati, la Corte Suprema deve statuire a norma dell'art. 19 del decreto legislativo luog. n. 219.

2) Occorre stabilire chi è votante ai sensi dei citati provvedimenti e di tutta la vigente legislazione elettorale.
L'art. 2 del decreto legislativo luog. n. 98 offre un elemento di interpretazione letterale ed uno di interpretazione logica.
Letteralmente «votante» è colui che si presenta a votare e, ricevuta dal presidente la scheda, la restituisce a lui dopo aver osservato le formalità di legge. Questo è il significato comune, usuale dal termine. Da esso non ci si deve dipartire se non nel caso in cui si trovi in altra disposizione legislativa e in particolare nel decreto legislativo luog. n. 219, una diversa definizione della parola medesima.
Il significato letterale del termine è poi sorretto da una considerazione logica, che non può essere omessa. Il legislatore con i decreti in esame ha chiamato il popolo a decidere mediante referendum sulla forma istituzionale dello Stato (repubblica o monarchia). E' difficile immaginare una pronuncia più grave di questa, che importa un cambiamento della struttura attuale. Avrebbe potuto essere richiesta una forte maggioranza qualificata, data l'importanza delle conseguenze. Il legislatore non ha creduto di stabilirlo e si è limitato alla maggioranza dei votanti. Ma non è logico, allora, volere ulteriormente restringere la comune accezione del termine «votante» per limitare a colui che ha espresso un voto valido. Anche il comportamento negativo di chi restituisce la scheda in bianco e il contegno positivo ma inefficace di chi, per ignoranza o volutamente, traccia segni diversi da quelli richiesti, costituisce una manifestazione della volontà di esercitare il diritto di voto. È giusto che una tale manifestazione non sia calcolata a favore di nessuna delle due forme istituzionali da scegliere, ma non è ugualmente giusto equiparare alla mancata presenza alle urne il voto di nullità, tanto più che l'invalidità consegue ad un giudizio che è su­scettivo di essere modificato da un organo superiore.

3) Non giova riferirsi ad altre legislazioni che ad altri fini provvedono diversamente. Non è difficile del resto trovarne alcune favorevoli alla tesi qui sostenuta.              •
Ad ogni modo il diritto comparato dimostra che, quando la questione è stata considerata, si è provveduto, di regola, a risolverla espressamente. Qua­lora legislativamente sia rimasta insoluta, è stata risoluta dall'autorità compe­tente, sulla base di principi generali di interpretazione.

4) Noi dobbiamo interpretare la parola «votante» alla stregua del diritto vigente.
Nello stesso decreto n. 98, e precisamente all'ultimo comma dell'art. 4, è contenuta una disposizione di considerevole importanza. Essa così statuisce: «Finché non avrà deliberato il proprio regolamento interno, l'assemblea costi­tuente applicherà il regolamento interno della Camera dei Deputati in data lu­glio 1900 e successive modificazioni fino al 1922». Nel citato regolamento, in due diversi articoli si trova affermato il principio che tra i votanti vanno calco­late le schede bianche (a fortiori, quindi le schede nulle). Il secondo comma dell'art. 4 in tema di elezione del Presidente defila Camera dice testualmente: «Quando nessuno abbia riportato la maggioranza assoluta di voti, computando tra i votanti anche le schede bianche, la Camera procede nel giorno successivo ad una nuova elezione libera». Ne consegue che tutte le volte in cui nel detto regolamento si ha riguardo al termine «votante», esso va interpretato nel senso chiarito dall'art. 4, secondo comma (così ad es. l'art. 13 quarto comma). L'art. 193 bis, sulla votazione delle leggi, risolvendo una dibattuta questione, così dispone: «Nelle votazioni, per la cui validità è necessaria la constatazione del numero legale, sarà tenuta nota di coloro che si astengono dal voto».
Tale principio che si rileva quindi come informatore della materia elettorale è ancor più decisamente espresso nel regolamento del Senato, secondo il testo che comprende le modifiche sino a tutto il 21 luglio 1922. In essa, all'art. 5, penultimo comma, è espressamente, e tassativamente detto: «Le schede nulle e bianche sono computate nel numero dei votanti».
L'importanza di queste disposizioni è evidente non solo per l'espresso rinvio al regolamento della Camera, fatto proprio all'art. 4 del decreto n. 98 relativo al referendum, ma anche perché esse sanciscono un principio che, per l'evidente identità di materia, deve valere anche nella ipotesi di referendum; nell'ipotesi in cui, cioè, la votazione, invece di avvenire alla Camera o al Senato tra rappresentanti dei cittadini, è effettuata direttamente tra i cittadini rappresentati.
A sottolineare questa identità di materia, sia consentito di ricordare, che a sostegno della stessa tesi l'On. Sidney Sonnino alla Camera dei deputati, nella tornata del 19 marzo 1898, opponendosi ad un progetto di legge, con il quale si voleva precisamente escludere il computo delle schede bianche o nulle nella determinazione della maggioranza, ebbe così ad osservare : « Mi par strano che la Camera voglia imporre agli elettori un sistema diverso da quello adottato nelle proprie votazioni. Si comprende benissimo che una scheda falsa abbia ad essere annullata, anzi considerata come non esistente, ma in tutte le nostre votazioni della Camera, le schede bianche e quelle che contengono nomi non decifrabili sono computate nel numero dei votanti, perché considerate come astensioni dichiarate. E quel che ci pare giusto ed equo per noi, deve sembrare tale anche nella interpretazione della volontà degli elettori».
Ed anzi in tale occasione l'On. Sonnino ritenne opportuna la emanazione di una specifica legge proprio per dichiarare il principio della computabilità delle schede bianche o nulle, sostenendo che l'opposto sistema « lasci sempre troppo adito all'arbitrio nei seggi elettorali... (esso è quasi una specie di sollecitazione a tutti i seggi che vogliono dichiarare eletto un tale, a dichiarare nullo quel tal numero di schede che basti per raggiungere l'intento) ».
In quella medesima occasione l'on. Di Rudinì si associò all'on. Sonnino, osservando che, con il sistema di non computare i voti nulli, «Vi sarà sempre l'interesse di qualcuno di dichiarare nulle artificialmente alcune schede determi­nate, perché non entrino nel computo dei votanti. Ora, questo inconveniente... presso le sezioni elettorali è massimo, perché è una vera immoralità che si commetterebbe sotto l'usbergo della legge».
Come conseguenza della discussione, la Camera prima e poi il Senato approvarono il progetto che divenne legge 7 aprile 1898 n. 117, in cui si sancì tas­sativamente che: «Nel determinare il numero dei votanti saranno computate tutte le schede ad eccezione di quelle da considerarsi nulle perché mancanti del bollo e della firma dello scrutatore».
E' chiara quindi la funzione di garanzia alla quale si ispira questo principio che si trae dalla nostra tradizione legislativa e parlamentare, e che ebbe, nella indicata legge, la sua formale consacrazione in un periodo di sana democrazia.
Esso, quindi, non può non essere tenuto fermo nell'attuale momento di rinnovamento del costume democratico.

5) Alla tesi quindi sostenuta, è contrapposto da alcuni il decreto n. 219. La contrapposizione è erronea. A parte l'osservazione che detto decreto n. 219 contiene soltanto norme per lo svolgimento del referendum e che quindi può essere considerato come semplice disposizione dì attuazione del decreto n. 98, quantunque rivestito pure esso della forma di decreto legislativo, tuttavia, oc­corre chiarire se effettivamente alla stregua di esso il termine «votante» assuma un significato diverso da quello normale sopra indicato.
Ciò è da escludere. Nessun argomento può trarsi dall'art. 11. Nel terzo comma si parla di schede deposte nell'apposita urna dopo l'espressione del voto, e, come già si è accennato, ciò non esclude che anche le schede nulle o bian­che esprimano una volontà dell'elettore. È vero che nei periodi successivi dello stesso comma, si parla soltanto di voti conferiti alla Repubblica o alla Mo­narchia, ma ciò deriva dal fatto che della nullità delle schede si palla in un arti­colo successivo e precisamente nell'art. 15. Ed in proposito è da notare che lo stesso art. 15, al n. 2, attribuisce la qualità di votante a chi ha artificiosamente tracciato segni sulla scheda in modo da renderla nulla.
Sicché «votante» nell'economia del decreto in esame, è già colui che, chiuso in cabina, scrive sulla scheda in modo diverso da quello voluto, dalla legge.
Ugualmente nessun argomento contrario alla tesi che qui si sostiene può essere ricavato dall'art. 17. La Cassazione, sulla base dei verbali compilati dagli uffici centrali circoscrizionali, verbali che non contengono l'indicazione dei voti nulli, procede alla somma dei voti attribuiti alla Repubblica, e di quelli attribuiti alla Monarchia e fa la proclamazione dei risultati del referendum. E sta bene. (Si noti intanto che il termine «risultati» fa chiaramente intendere che si deve pervenire ad una totalità di dati, ivi compresi quelli dei voti nulli o invalidi).
Ma la stessa Cassazione successivamente, in sede di giudizio definitivo sulle contestazioni e sui reclami, è autorizzata dall'art. 19 a prendere in esame i voti contestati, e perfino ad annullare le operazioni di intere sezioni, con la conseguenza di poter rendere validi voti prima ritenuti nulli o di annullare anche tutti i voti di talune sezioni. Ciò significa che la Cassazione è investita del giudizio definitivo sulla validità dei voti. Ed allora a nulla rileva che gli uffici centrali circoscrizionali, in forza dell'art. 16, abbiano effettuato soltanto la somma dei voti validi, attribuiti alla Repubblica o alla Monarchia, e non abbiano indicato nel verbale i voti nulli o contestati. Di questi la Corte Suprema può e deve ugualmente conoscere a norma dell'art. 19.
Si osservi inoltre che l'art. 16 non conferisce agli uffici centrali circoscrizio­nali alcun potere di valutazione. Essi sono stati inizialmente creati per la determinazione dei deputati all'Assemblea costituente (art. 57, decreto legislativo luog. 10 marzo 1946 n. 74).

Rassegna Stampa

Come tutti gli anni pubblichiamo una breve rassegna stampa degli articoli nei quali affiorano scampoli di verità in mezzo ai belati di un gregge senza senno.
Cercheremo di tenere aggiornata la lista







domenica 31 maggio 2020

Alla ricerca di una festa nazionale: per chi suona il “due giugno”?

Due giugno. Festa perché? Festa per chi?
di Aldo A. Mola



Che cosa festeggiare questo 2 giugno 2020? La catastrofe del sistema scolastico italiano? Una vera vergogna nella storia d'Italia, come mostra lo sciopero generale fissato per l'8 giugno dal personale scolastico stufo di essere esposto al ludibrio e di finire colpevolizzato da allievi e famiglie quale complice di una ministra del tutto inadeguata, “esperti compresi”. Il collasso di migliaia di aziende e l'azzeramento di un milione di posti di lavoro? Il conflitto di competenze tra l'Esecutivo e le banche sulle quali Sua Emergenza Conte scarica la responsabilità della mancata corresponsione di mance una tantum? L'indifferenza del governo e della miriade di suoi “suggeritori”? La confusione dei “messaggi” quotidianamente diffusi con decreti-legge e decreti del presidente del Consiglio? I ritardi nelle grandi e piccole misure per prevenire, fronteggiare e contenere il contagio del Covid19? Quelli, anche più gravi, nel prevedere il baratro economico e la crisi sociale che ne deriverà? Il protervo soffocamento di libertà costituzionali col pretesto di tutelare la salute dei cittadini? Il rimpallo di responsabilità tra governo, regioni e comuni (quanto alle province, parce sepulto...)?
Dietro la mascherina (un addobbo facciale rapidamente fetido) si nasconde l'incapacità di governare, il timore di questa compagine transitoriamente al timone di presentarsi non alle videoconferenze ma alle urne. Sua Emergenza disse che attende il giudizio della Storia, quasi sia quello di un dio; verrà espresso dagli elettori, perché, piaccia o meno, prima o poi o verranno convocati o rovesceranno i “palazzi”. Come stupirsi se gli altri Paesi europei escludono dalle mete turistiche l'Italia, quando il suo governo, per primo, dichiara che essa è a rischio per i suoi stessi cittadini?
Perciò è inevitabile domandarsi cosa mai ci si sarebbe festeggiare questo Due giugno 2020.
I calendari a strappo dovrebbero avere migliaia di foglietti per richiamare tutti i “ricordi” ordinati o consentiti. Solo per stare al calendario civile dello Stato d'Italia, sono festivi le domeniche e altre ricorrenze religiose quali Capodanno (lo è dal 1874), Pasqua e il lunedì dell'Angelo, l'Assunta, Ognissanti, l'Immacolata Concezione. Quando mette in programma eventi dal valore legale (come gli esami e i concorsi pubblici) lo Stato tiene conto anche delle festività delle religioni che hanno stipulato le intese previste dalla Costituzione.
Lasciati dove sono i “Giorni” memoriali (alcuni passano in sordina, altri imperversano per settimane), il calendario è zeppo di festività (religiose e civili), di “giornate celebrative”, sostitutive di antiche “feste” (i Patti Lateranensi nel 1930 oscurarono Porta Pia, in vigore dal 1895; la Vittoria, durata dal 1922 al 1949; le ricorrenze del “regime”: il Natale di Roma dal 1923, la Marcia su Roma dal 1930, la proclamazione dell'Impero dal 1939, cioè due anni prima di perderlo) e di solennità civili, come il “25 aprile” noto come “festa della Liberazione”. In realtà quel giorno non finì affatto la guerra. Il “saldo” venne col trattato di pace del 10 febbraio 1947: punitivo e irridente nei confronti del contributo dell'Italia alla vittoria degli Alleati. Che cos'altro potevano toglierle in più?
Tra le ricorrenze civili un tempo fu in vigore persino la scoperta dell'America, oggi deplorata con tanto di rimozione delle statue di Cristoforo Colombo quasi fosse sterminatore degli amerindi e vessillifero della tratta dei negri.
Sulle poche festività civili sopravvissute al diserbante del pensiero politicamente ottuso ancora svetta il 2 giugno, “festa della Repubblica”. Precedentemente “mobile” e dal 1974 fissata in coincidenza della prima domenica di giugno (come era stata quella dello Statuto albertino, in realtà promulgato nel marzo 1848), con legge 23 novembre 2012, n. 222 essa ha assunto la veste attuale.
Ma il 2 giugno davvero è la festa di tutti? In realtà, a differenza del 4 luglio degli USA e del 14 luglio della Francia, quella data non rievoca affatto l'unanimità degli italiani: ricorda, invece, la loro profonda divisione tra il Nord quasi tutto repubblicano (con l'eccezione delle province di Cuneo, Asti, Bergamo e Padova) e il Mezzogiorno compattamente monarchico. Rimanda alle radici profonde della vittoria della repubblica che nel Centro-Nord molto deve ai due anni di martellante campagna antimonarchica della Repubblica sociale italiana. Nel 1946 comunisti, socialisti, ex azionisti, da un canto, ed eredi della RSI, dall’altro canto, erano divisi in tutto tranne che dall'odio nei confronti di Vittorio Emanuele III, del suo successore, Umberto II, e dei loro ministri, da Pietro Badoglio ai liberali come Benedetto Croce e Luigi Einaudi. I democristiani se la sfangarono perché i loro maggiorenti alla vigilia del voto di schierarono per la Repubblica mentre buona parte del clero, anche al Nord, sconsigliò il “salto nel buio”. Avevano già dato e non volevano finire sotto il calcagno dell'Armata Rossa.
Premesso che un giorno festivo fa sempre piacere alla quasi totalità di quanti se ne giovano, perché malgrado Ciampi, Napolitano e altri il 2 giugno ha stentato a entrare nelle corde della popolazione?Per comprenderlo occorre ripassare le cronache del referendum del 1946.
Una “festa” proclamata con anticipo di dieci giorni
“Né di venere né di marte non si sposa, non si parte né si dà principio all'arte”. 

La Repubblica in Italia prese corpo un martedì: l’11 giugno 1946. 
Sabato 8 giugno, tre giorni prima che la Suprema Corte di Cassazione comunicasse l'esito del referendum Monarchia/repubblica, il presidente del Consiglio dei ministri, Alcide De Gasperi, democristiano, informò il governo che avrebbe assunto “i poteri di Capo Provvisorio di uno Stato repubblicano”. Il liberale Leone Cattani, ministro per i Lavori pubblici, si oppose fermamente. Altri ministri liberali e demolaburisti, come il torinese Manlio Brosio (ministro per la Guerra) e Mario Cevolotto (Aeronautica), nonché l'ammiraglio Raffaele De Courten (Marina) erano per la repubblica. Quel giorno il socialista Pietro Nenni (ministro per la Costituente, probabilmente non “al di sopra delle parti”) propose che martedì 11 fosse dichiarato festivo “a tutti gli effetti civili”.
Doveva essere la prima celebrazione della Repubblica. La storia, però, ebbe altro corso.
Alle 20 del 10 giugno il governo si radunò per decidere cosa fare dinnanzi allo stallo generato dal  rinvio dei risultati finali a martedì 18 giugno. Secondo Mario Bracci, esponente del Partito d'azione (già sminuzzato in vari frammenti) e ministro per il Commercio con l'estero, l'esito ormai era indiscutibile e quindi i poteri di capo dello Stato dovevano passare subito a De Gasperi. Con lui, a parte Cattani, si schierarono tutti i presenti, tra i quali il socialista Giuseppe Romita, ministro dell'Interno, e il democristiano Giovanni Gronchi. De Gasperi propose che un ministro riferisse al Re che a parere del governo l'esito del referendum aveva prodotto la decadenza della Monarchia.
Cattani obiettò che toccava a lui recarsi dal sovrano, per individuare la soluzione atta a “salvare le pretese di ogni parte e salvare così la pace del paese”. Il Consiglio riprese alle 0.45 di martedì 11.
De Gasperi riferì l'esito del colloquio con il Re. Umberto II era disposto a delegare i poteri al presidente del Consiglio e ad allontanarsi da Roma in attesa dell'esito finale, nel rispetto della legge.
Inizialmente Nenni e altri videro con favore la soluzione: De Gasperi avrebbe avuto funzione di “Luogotenente”. Però il segretario del partito comunista Palmiro Togliatti la respinse, poiché avrebbe significato un’“investitura” da parte del sovrano. Ebbe il sostegno di Bracci, Brosio, Cevolotto e De Courten. Alle 2.30, con il voto contrario di Cattani, il governo approvò un “comunicato” che sanciva la vittoria della Repubblica e proclamava festivo il giorno ormai iniziato.
Come farlo sapere alla popolazione? In realtà ben altro premeva. In Italia il clima non era affatto esultante. In molte città si verificavano manifestazioni di monarchici, duramente represse dalla polizia a Napoli. A Taranto militari monarchici si scontrarono con commilitoni repubblicani. Si riaffacciava lo spettro della guerra civile mentre tutti sapevano che il partito comunista aveva una corposa riserva di armi bene oliate: non decisive ma pericolosissime in caso di coinvolgimento di potenze estere.
Lo stesso martedì 11 il governo si radunò tra le 12 e le 13, poi alle 18 e alle 21. La terza seduta fu decisiva. Bracci propose di conferire a De Gasperi i poteri di capo dello Stato. Secondo il democristiano Mario Scelba ormai il Re non era che “un privato cittadino”. Quindi era intollerabile che De Gasperi si recasse ancora a colloquio con lui. De Gasperi obiettò che era “vero in teoria”, ma politicamente sarebbe stato un errore: non era il momento di “fare un passo che può determinare la guerra civile”.

Il governo camminava su una corda esile 
Chi aveva votato per chi? Il caos dello scrutinio e della verifica Appena un giorno prima, alle 18 di lunedì 10, il presidente della Corte di Cassazione aveva comunicato l'esito del referendum: 12.672.767 voti per la Repubblica contro 10.688. 905 per la Monarchia. Ufficialmente mancavano i dati di circa 150 seggi. Il Presidente si riservò di emettere in altra adunanza il giudizio definitivo su contestazioni, proteste e reclami e di comunicare il numero complessivo degli elettori votanti, le loro scelte e quello dei voti nulli, che in prima battuta nessuno si era preso la briga di computare.
Il governo sapeva bene che in realtà mancavano i dati definitivi di almeno 21.000 sezioni.
Pendevano molti ricorsi. Nessuno aveva conteggiato le schede bianche, nulle, contestate e non assegnate. Per venirne in chiaro sarebbe stato necessario controllare le schede; ma secondo Togliatti questa verifica era impossibile perché, come egli seraficamente asserì ai colleghi, forse erano già state distrutte. Il governo era al bivio: attendere la pronuncia della Suprema Corte annunciata per mercoledì 18 giugno, come chiedeva il Re, o varcare il Rubicone?
Gli elettori erano 28 milioni. Secondo Nenni alle urne ne andarono circa 24.837.000. Più di tre milioni furono esclusi: i militari ancora prigionieri di guerra, gli abitanti di province “in forse” (Bolzano, l'intera Venezia Giulia e le altre città italiane ormai nelle grinfie della Jugoslavia di Tito), i cittadini privati del diritto di voto per motivi politici o non reperiti dagli uffici elettorali comunali.
La repubblica aveva ottenuto il consenso del 52% dei voti validi ma appena del 42% del corpo elettorale. Era manifestamente minoritaria. Che fare? Il Consiglio si riunì alle 0.30 di mercoledì 12.
Togliatti avvertì allarmato che se fosse stato accolto il ricorso presentato da Enzo Selvaggi la maggioranza si sarebbe ridotta di molto. Bracci prospettò allora che a decidere la partita potesse essere l'ammiraglio Ellery Stone. La decisione ultima andava rimessa agli anglo-americani.

Quando De Gasperi assunse le funzioni di capo dello Stato 
Il governo tornò a riunirsi alle 21 dello stesso mercoledì 12 giugno. Togliatti informò che le verifiche dei ricorsi avrebbero richiesto quattro giorni e ammise: “C'è del caos”. Per sveltire le procedure si computavano solo i voti validi. Dopo ore di dibattito al calor bianco e un’interruzione, De Gasperi preparò la dichiarazione in forza della quale assumeva le funzioni (non i poteri) di capo
dello Stato e alle 23.45 ne dette lettura. Curiosamente il testo non è allegato ai Verbali del Consiglio dei ministri pubblicati nel 1996 a cura di Aldo Giovanni Ricci, all'epoca sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato (vol. VI, 2, p. 1388). Il suo testo è in Il referendum Monarchiarepubblica del 2-3 giugno 1946 (ed. Bastogi Libri con prefazione della Principessa Maria Gabriella di Savoia). Esso afferma che sulla base della comunicazione dell'esito provvisorio dei risultati del referendum (10 giugno) l'esercizio delle funzioni di capo dello Stato spettava al presidente del Consiglio sino a quando l'Assemblea costituente non avesse nominato il presidente provvisorio della repubblica. Ancora una volta Cattani si dichiarò contrario ed esortò a “evitare la guerra civile”.
Dal canto suo Epicarmo Corbino, ministro per il Tesoro, domandò a De Gasperi se la decisione rispondesse al suo pensiero intimo. Il presidente democristiano confermò: “accipio”. Così nacque la Repubblica. Era ormai il 13 giugno. Per gli scaramantici quella cifra non porta bene, ma a Roma il giovedì è giorno di trippa.

Maramaldi...
E il Re? Posto dinnanzi al dilemma se arroccarsi al Quirinale, appellarsi ai monarchici, lasciare temporaneamente Roma o allontanarsi dall'Italia e protestare contro il “gesto rivoluzionario”, optò per quest’ultima soluzione. Gli anglo-americani gli fecero sapere che non ne avrebbero garantito l'incolumità personale. Tutto voleva tranne che uno spargimento di sangue. Dal 5 giugno aveva ordinato alla Regina Maria José di raggiungere Napoli con i quattro figli e di salpare per il Portogallo con lo stesso incrociatore che aveva recato Vittorio Emanuele III e la Regina Elena ad Alessandria d'Egitto. Nel corso di una cena al Quirinale chiese ai congiunti di lasciare l'Italia. Già si era congedato da Pio XII in visita privata. Ne ottenne un piccolo prestito per le minute spese perché partiva senza una lira. Restituì. Alle 15 di giovedì 13 lasciò il Quirinale e poi il suolo d'Italia, da Ciampino alla volta del Portogallo.
Sciolse dal giuramento di fedeltà alla Monarchia, ma non alla Patria, quanti l'avevano prestato.
Per milioni e milioni di italiani fu un giorno di profonda mestizia. Aprì anni amari. La sola esposizione del tricolore con lo scudo sabaudo divenne reato.
Il 18 giugno la Suprema Corte compì un colpo di stato linguistico: a maggioranza, contro il parere del Procuratore Generale Massimo Pilotti e del presidente Pagano, essa stabilì che per votanti si intendono i voti validi. Ignorò le schede bianche, nulle, non assegnate. In tal modo la differenza tra le due opzioni sarebbe rimasta di circa 2 milioni, anziché di soli 250.000 voti, e nessuno avrebbe insistito per il controllo delle schede. D'altronde il Re era ormai all'estero, seppur nella convinzione di tornare prima o poi in Italia. Ma la Costituente interdisse il rientro e il soggiorno a lui, alla Regina e ai discendenti maschi, confondendo discendente con erede al trono. Altre severe misure furono adottate contro i militanti monarchici, che presto si divisero in fazioni. Sin dalla sua prima visita clandestina in Italia Luigi Federzoni distinse tra monarchici e monarchisti, tra quanti nella Corona vedevano l'Italia e chi invece dell'ideale monarchico fece “un mestiere”, un “partito”. Purtroppo nel corso dei decenni i monarchici uguagliarono il Partito repubblicano nella lotta fratricida.

Repubblica senza scudo
La repubblica non venne mai “proclamata” perché la legge sul referendum prevedeva solo la “comunicazione” dei risultati elettorali. Per radicarsi essa si dovette dotare di “attributi” e mostrarli festevolmente negli anni: un inno provvisorio per il giuramento dei militari il IV novembre, la bandiera (strappò lo stemma sabaudo dal Tricolore) e un emblema. Quest'ultimo è di interpretazione così ardua che in l'“Italia immaginata. Iconografia di una nazione” (il Mulino) Giovanni Belardinelli scrive che esso consta di “una stella dentro una croce dentata”, mentre, come sappiamo, la stella (antico simbolo d'Italia, della Monarchia, della massoneria e persino della Madonna) insiste in una ruota dentata: quella del Rotary, come venne spiegato a De Gasperi quando negli Stati Uniti d'America gli venne impartito un corso accelerato di tolleranza nei confronti di rotariani e di “fratelli” come l'ambasciatore Alberto Tarchiani.
Fra gli altri emblemi di quando in quando tornati in auge per evocare l'Italia vi sono anche i corbezzoli a suo tempo cantati da Giovanni Pascoli: arbusto patriottico dalle foglie verdissime, fiori bianchi e frutti rossi. Ai corbezzoli ci si può afferrare per scongiurare i guai del passato, del presente e quelli che attendono l'Italia al varco: non in autunno ma dalle settimane prossime se il governo continuerà a mostrarsi del tutto al di sotto delle attese minime per risalire la china. In questo Due giugno non si sente alcun bisogno di feste che ricordano la divisione degli italiani in fazioni contrapposte e la sopraffazione dei vinti da parte dei vincitori, maramaldi. Lo sussurrano sommessamente Vittorio Emanuele III e la Regina Elena dalle loro tombe nella quiete del Santuario di Vicoforte.
Emblema della Repubblica Italiana. Bozzetto di Paolo Antonio Paschetto (885-
1963), vincitore del primo concorso su 346 candidati e oltre 600 proposte. Approvato da apposita commissione presieduta dal demolaburista Ivanoe Bonomi e formata da artisti già affermati durante il regime, come Duilio Calbellotti ma bersagliato da critiche (ad alcuni parve una tinozza rovesciata) esso non non fu realizzato. Paschetto prevalse su 197 candidati anche nel secondo concorso. Approvato dall'Assemblea costituente il 31 gennaio 1948 il nuovo bozzetto (in bianco e nero) fu  sostituito con quello varato a fine aprile del 1948. Esso non è stemma (gli stemmi includono uno scudo) ma “emblema”. Artista versatile e di vasta cultura, docente di Ornato all'Accademia di Belle Arti di Roma, Paschetto professò la religione valdese.  


Io difendo la Monarchia Cap IX - 5


Già: «riuscì perfettamente», ma contro l'Italia, non contro i tedeschi che bisognava cacciare in luogo di farli rafforzare nella Penisola. Dopo pochi mesi durante la lunga sosta dinnanzi a Cassino molti compresero quell'errore. George Glascow nella Contemporary Review lamentava «la mancanza di chiaroveggenza e di immaginazione degli Alleati verso l'Italia dopo il 25 luglio». Più esplicitamente sul settimanale americano The Nation (dicembre 1944) Eric Sevareid sottolineava gli errori di tutta la campagna italiana. Egli scriveva: «Sono ora quattordici mesi che combattiamo in Italia... Abbiamo posto fuori combattimento i pochi fascisti italiani che ancora rimanevano. Abbiamo conquistato basi nell'Italia meridionale dalle quali pensiamo fare importanti bombardamenti strategici in Francia, Austria, Ungheria e Romania e dalle quali possiamo inviare rilevanti aiuti al maresciallo Tito. E se la cosa vi fa piacere abbiamo contribuito a distruggere e a impoverire la maggior parte d'Italia. I popoli alleati e la storia potranno chiedersi se la sanguinosa campagna d'Italia sia stata una vittoria e se in realtà essa abbia raggiunto un qualche decisivo risultato».
Ma vi è di più. Sotto la data del 9 settembre 1943 il Ministro della guerra americano Stimson scriveva nel suo diario (2): «La resa dell'Italia annunciata ieri è stata la notizia culminante di una settimana di buone nuove da tutti i fronti. Alcune ore dopo l'annuncio di resa, considerevoli forze alleate, fra cui unità della V Armata americana, tutte al comando del tenente generale Mark W. Clark, sono sbarcate in diversi punti nella zona di Napoli. Queste truppe sono già in contatto coi tedeschi e soddisfacenti progressi vengono fatti in questa operazione anfibia, fra cui la cattura di prigionieri germanici.
«La capitolazione dell'Italia costituisce una importante vittoria per le armi alleate, sebbene non significhi che tutta la penisola italiana sarà occupata rapidamente e senza opposizione nemica. Dobbiamo ancora fare i conti con i tedeschi che vi si trovano, i cui effettivi ammonteranno a 15 o 20 divisioni, forza questa più numerosa di quella con la quale abbiamo avuto a che fare sia in Tunisia che in Sicilia. Inoltre i tedeschi se lo vogliono, possono aumentare il numero delle loro forze in Italia, giacché se è vero che hanno subito un grave colpo è pur vero che sono tuttora capaci di una forte resistenza, per cui è probabile che dovremo sostenere duri combattimenti in Italia.
«L'armistizio italiano fu negoziato dal generale Eisenhower e dal suo Stato Maggiore; esso tratta soltanto di argomenti militari e non tocca problemi politici ed economici che vengono rimandati a più matura considerazione. Mentre le condizioni di armistizio non sono ancora state pubblicate si annuncia che esse stabiliscono la resa incondizionata di tutte le forze armate italiane.
«Il successo delle operazioni nel Mediterraneo costituisce' un grande tributo alla strategia ed intuizione del generale Eisenhower e dei suoi valenti associati britannici ed americani. Esso è direttamente derivato dall'occupazione del Nord Africa che iniziò la serie delle fortunate campagne culminate nella resa dell'Italia.
«Ma come ho detto questo successo non significa una prossima fine della guerra, in quanto i nostri principali due nemici devono ancora essere sopraffatti e nulla giustifica la supposizione che essi saranno eliminati. Avremo quindi tempo di celebrare la nostra vittoria quando essi saranno sconfitti.
Mentre procedono le operazioni nella zona di Napoli, truppe britanniche e canadesi stanno conquistando un forte punto di appoggio all'estremo della penisola italiana, e la scorsa settimana è stata impiegata nel consolidamento ed ampliamento delle posizioni conquistate. Le truppe italiane hanno opposto scarse resistenze e mano a mano che le truppe alleate avanzavano, tedeschi e italiani si ritiravano, ma nel ritirarsi distruggevano sistematicamente strade e ponti. Queste vaste demolizioni aggiunte all'aspra natura del terreno di questa parte della penisola italiana, hanno rallentato la nostra avanzata: tuttavia i progressi sono soddisfacenti ove si considerino queste difficoltà incontrate.
«Le forze aeree americane e britanniche hanno il dominio dell'aria sia in Sicilia che nella parte meridionale della penisola italiana. Tale dominio ha costituito un fattore importante nell'assicurare il successo delle nostre truppe nella penisola; i nostri aerei sono penetrati profondamente nell'interno del paese distruggendo comunicazioni ferroviarie e stradali attraverso le quali i tedeschi potevano rifornire o rafforzare le loro truppe in Italia, e i nostri bombardamenti pesanti hanno raggiunto le Alpi, estremo confine della penisola, dove hanno interrotto la ferrovia del passo del Brennero.
«Nell'analisi che procede ci siamo occupati soltanto dei fattori materiali e fisici della situazione, ma v'è un altro aspetto che non va perduto di vista quando si voglia valutare l'importanza di questa vittoria; si tratta del fattore morale. Ho notato stamane che uno dei nostri quotidiani metteva in rilievo il fatto che l'Italia si era arresa mentre i tedeschi tuttora occupavano con grandi forze la penisola, quando cioè la resa significava un atto di sfida ai tedeschi che avrebbero cagionato al popolo italiano inevitabili sofferenze per le sicure rappresaglie tedesche. In altre parole - gli italiani- si erano arresi quando tale resa non significava che avrebbero conseguito come risultato di essa la salvezza ed una pronta pace.
«Orbene, ciò che questo significa per noi è che esso dimostra, a mio parere, la fondamentale simpatia del popolo italiano per la causa delle libertà ed anche il fatto che esso riconosce che noi e le nostre forze rappresentiamo tale causa. Ebbene, questo è un importantissimo presagio, un presagio di grande speranza per le nostre campagne future, giacché dimostra che i popoli d'Europa riconoscono la causa che noi rappresentiamo.
«La memoria degli uomini è abbastanza corta e la nostra generazione è portata a dimenticare che meno di un secolo fa l'Italia scrisse un capitolo molto glorioso nella storia della libertà umana; Io che sono più vecchio sono rimasto più volte sorpreso nel riscontrare quanto siano poche le persone, con le quali ho avuto occasione di parlare, che hanno letto la storia di ciò che gli italiani chiamano il Risorgimento, vale a dire quel meraviglioso e rapido periodo durante il quale l'Italia fu unificata in un sistema di Governo; che noi chiamiamo liberale, nel quale cittadini italiani conseguirono la loro libertà individuale. È perciò di alta importanza per noi di metter sempre in chiaro che lo scopo nostro e del nostro esercito è di ricreare e di restaurare, non di distruggere quelle libertà che furono tanto gloriosamente conquistate in epoca sì recente.
Riteniamo perciò che una delle grandi lezioni di questa campagna finora sia la prova dell'esistenza nell'animo del popolo italiano, a differenza di quello dei suoi governanti, di un fondamentale amore per la libertà, lo stesso amore che noi tutti abbiamo nel nostro paese, ed inoltre, come ho detto sopra, che il popolo italiano riconosce che noi ne siamo i rappresentanti. Ritengo che sia tale sentimento che ha, in certa guisa, dato vita ai fattori morali e psicologici della campagna finora condotta contro gli italiani ».


(1) Politica Estera, 1945, n. 2, pag. 80.
(2) H. L. Stimson : Prelude to invasion. Casa Editrice Corso, Roma, 1915.

sabato 30 maggio 2020

Uno spettro si aggira per l’Europa: la denatalità



di Domenico Giglio

No, non è quello ipotizzato cento ottanta anni fa da Carlo Marx, cioè il comunismo, ma qualcosa di molto più recente e cioè lo scarso incremento demografico dell’Europa in questi ultimi decenni. Oggi i settecentocinque milioni di abitanti, tra i quali ormai sono milioni specie in Francia, Germania e Regno Unito, quelli in realtà provenienti da altri continenti e praticanti religioni diverse da quella cristiana, rappresentano il 9% della popolazione mondiale e sono solo aumentati del 13,37% rispetto a quella che era la popolazione del 1940. D’accordo che bisogna conteggiare le pesantissime perdite dovute alla seconda guerra mondiale, ma egualmente la differenza è modesta, tenuto conto degli ottanta anni trascorsi e le nascite diminuiscono di anno in anno, tranne per gli europei non originari, i quali, e questo è grave, non intendono assimilare i principi della nostra civiltà, anche a prescindere dalla religione. Si parla molto e giustamente dei “beni culturali”, di cui è ricca tutta l’Europa, con in testa il nostro paese, dove da alcuni furono definiti il nostro “petrolio”, ma per tutelarli e valorizzarli bisogna conoscerli, approfondire la loro epoca, il relativo clima politico, culturale ed artistico, compresa in questo caso anche la religione allora praticata. Una “Ascensione” di Raffaello Sanzio, una “Assunta” del Tiziano non sono solo dei meravigliosi dipinti, ma qualcosa di più, come lo sono gli affreschi di Giotto o di un Beato Angelico e fermiamoci qui perché l’elenco sarebbe lunghissimo, non dimenticando un Michelangelo Buonarroti. E la sua Cappella Sistina.
Ora se per gli altri continenti, in primo luogo l’Africa, andrebbe frenato il ritmo delle nascite, con bambini denutriti che ispirano una grande pietà, o.con città che hanno perso ogni aspetto umano, come Lagos, capitale della Nigeria, con i suoi 16.300.000 abitanti, più di tanti interi paesi europei, scandinavi e del Benelux, e lo stesso dicasi per altre megalopoli, non più metropoli, dell’America Meridionale come la capitale del Perù, Lima, 10.683.240.,o dell’Asia come l’indiana Mumbay ( ex Bombay) 12.400.000, per non parlare dei 24.500.000 di Pechino, l’Europa dovrebbe gradualmente riprendere la natalità. Perché se poi ai settecentocinque milioni di abitanti togliamo quelli della Russia e del Regno (ancora) Unito, cioè se ci limitiamo all’attuale Unione Europea il divario si fa ancora maggiore ed il confronto con la potenza economica e militare della Cina comunista si fa schiacciante, rendendo fondamentale ancor oggi la NATO con il supporto militare degli USA, attualmente recalcitranti.
Vedere Francia, Germania, ora anche Austria ed Olanda, per via della crisi economica dovuta alla pandemia del corona virus, muoversi e parlare come fosse l’Europa del 1914, con i loro nazionalismi sterili, gli egoismi puerili, di potenze un tempo mondiali ( ricordiamo l’enorme impero coloniale olandese, oggi Indonesia o l’impero europeo austroungarico ) fa riflettere sul livello di questa classe dirigente, come fanno riflettere gli altrettanti puerili e politicamente diseducativi sovranismi, da nobili decaduti, e populismi, che sembrano ignorare queste realtà numeriche,alle quali, esclusa la già citata Cina, non corrisponde, fortunatamente ancora per noi europei, una analoga forza economica e soprattutto militare ! E come non bastasse ricordiamo anche le non sopite, velleitarie minacce secessioniste di una Catalogna con i suoi 7.566.000 abitanti, con la grande Barcellona di 1.608.000,e la Scozia di 5.373.000 con Edimburgo di 464.990. Credo che i loro orologi si siano fermati al 1700. Li rimettano a posto quanto prima perché siamo nel 2020 d.C. !

Domenico Giglio

martedì 19 maggio 2020

Fancesco Grisi, intellettuale dimenticato


di Emilio Del Bel Belluz  

Leggo nelle pagine del libro pubblicato dalla casa editrice Ceshina nel 1961, dello scrittore Francesco Grisi, le considerazioni che fa su alcuni scrittori del nostro novecento  letterario. 
Francesco Grisi ha conosciuto molti di questi letterati, non solo attraverso le loro opere, ma anche personalmente. Credo che dopo avere letto le pagine di uno scrittore si senta anche il bisogno di conoscerlo. Grisi nacque a Vittorio Veneto da genitori calabresi e specifica nella quarta di copertina del libro che è nato per pura casualità in un vagone ferroviario in transito. 
Poi ha vissuto a Roma, la sua città per sempre. Il libro inizia con la figura di Corrado Alvaro. 
Riporto alcune frasi che avevo sottolineato: “A ognuno è data una parte. Noi siamo abbastanza obbiettivi per renderci conto che ognuno di noi rappresenta una parte, e non può rappresentare che quella”. Credo che risulti difficile sapere quale sia quella parte che noi rappresentiamo.  Questa parte per me è quella di cui non ho ancora compreso il significato. Ogni uomo lascia nel cuore delle persone che incontra un segno, che rimarrà oltre la sua morte. Ognuno porta nel suo cuore le ferite che infligge agli altri e queste sono le più difficili  da dimenticare e di cui deve vergognarsi. Il peso del rimorso è la maggior condanna che una persona possa avere. 
Il Signore che vede i nostri passi può essere l’unico che ci aiuta a lenire il dolore della nostra anima. Ho letto i libri che scrisse Francesco Grisi pubblicati da Mondadori, Thule e Volpe. Vinse con il libro La penna e la clessidra , nel 1980, il premio Salvator Gotta. A mio giudizio,  non raggiunse la popolarità che avrebbe meritato, anche se nel 1986 il suo libro A futura memoria fu finalista al premio Strega. La lettura dei suoi libri mi fu consigliata da un professore di Motta, per il suo scrivere nobile e convincente. 
Mi ricordo alcune pagine che Grisi scrisse su Giorgio Bassani, uomo di grande fascino. Mi associo alla solitudine che Grisi  evidenzia in Bassani,  tutta la vita l’ho cercata, anche se ne avevo paura. La solitudine è una spada che può ferire, ma vi è una sola possibilità per vincerla, quella di accettarla e di amarla.  Grisi scrisse : “ -Tutto passa e si scorda” perché, a bene riflettere, niente passa definitivamente nella sua storia. Niente passa perché tutto si rinnova, si adegua, si ammanta di luce nuova, e, assorbendo motivi del passato, crea il presente. Niente passa anche perché la tradizione è un elemento di civiltà che, si voglia o non si voglia, non fa capitolo a sé ma – se é civiltà – è un tutt’uno con il divenire sintetico della vita ”.  
La vita di uno scrittore è un libro aperto, un diario che condivide con gli altri, perché ha il compito di donare quello che ha visto. Nel mare del mondo letterario, uno scrittore è una goccia, ma una goccia importante, che aiuta a capire i valori della vita.   Il 18 maggio 2020 si ricorda il centenario della nascita del Papa Giovanni Paolo II, che ci ha lasciati ormai da tanto tempo, ma la sua immagine l’abbiamo davanti e ci confortano le sue parole, specialmente in questi tempi – Non abbiate paura - . 
Lo scrittore Francesco Grisi in un suo articolo, comparso sul settimanale il Borghese del 5 novembre 1978, ricorda un incontro con il futuro Papa. Francesco Grisi fa delle considerazioni, di cui due sono molto interessanti. ” 

Oggi è Papa. Forse, senza il Vaticano II non sarebbe diventato il successore di Pietro. L’ ecumenicità non è soltanto del popolo di Dio. La Provvidenza ha una sua logica con la quale opera nella storia. E’ quasi sempre impossibile nel presente intuire i segreti di Dio. La secolarizzazione spesso è un grande ostacolo. Ma il mistero è vicino e ci accompagna. Il Sacro, il senso del Sacro, può aiutarci.  Un pescatore un giorno abbandonò il suo lago in Palestina e venne a Roma. Un sacerdote ha abbandonato la  sua Cracovia ed è venuto a Roma. Questi due seguaci di Cristo, questi due viaggi, sono soltanto storia? O sono anche il mistero che il Sacro alimenta per noi? Ieri come oggi? “ Siamo nel mese di maggio, dedicato alla Madre di Gesù e per me, anche al mio Re, Umberto II. Non posso non pensare all'abbraccio che il Re d’Italia scambiò con il Santo Padre, Giovanni Paolo II il 14 maggio 1982, a Lisbona. Il papa sapeva quanta tristezza dominava il cuore del nostro Re in esilio. Il Papa Giovanni Paolo II, nel suo ultimo periodo di vita, aveva incontrato l’Imperatrice Zita di Borbone, moglie dell’imperatore Carlo d’Asburgo, e con il sorriso le aveva detto che suo padre era stato un sottufficiale dell’Impero.  Nella stupenda Roma, Papa Giovanni Paolo Il proclamò beato, l’Imperatore Carlo d’Asburgo.

Nel libro Intervista all'intellettuale reazionario a cura di Tommaso Romano Francesco Grisi alla domanda:   E le biografie sulla  Famiglia Reale ? Perché tanto successo? Rispose: “Perché gli italiani stanno scoprendo la Monarchia con i pregi e i difetti. L’aristocrazia non ha amato mai le biografie quando era al potere. In ogni biografia c’è sempre qualcosa di pettegolo. Oggi gli italiani sono desiderosi di conoscere le paure, gli amori, le passioni dei personaggi reali. Non vi è dubbio che tra i Savoia la figura e l’opera di Umberto II è la più alta. Lo stesso Vittorio Emanuele II non resiste. Umberto II, invece, appare come un re-templare. C’è un carisma che viene a consacrarlo nell'esilio. E’ un nobile con il suo silenzio e la grande dignità. Non soltanto evita la guerra civile dopo il referendum, ma, poi, non implora e non scrive lettere al partito comunista…” Queste parole mi fanno bene al cuore, il Re Umberto II.