NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

lunedì 22 agosto 2016

Articolo di Giuseppe Galasso sul saggio di Salvatorelli

Riportiamo, come al solito, l'articolo per la buona informazione dei nostri amici. Non perché ne condividiamo i contenuti.

di Giuseppe Galasso

Savoia, l’adesione al fascismo non cancella i meriti della dinastia


Esce una nuova edizione del saggio «Casa Savoia nella storia d’Italia» in cui Luigi Salvatorelli demolisce ogni aspetto della  Casa Reale. Un giudizio forse eccessivo.

Il destino dei Savoia tra gli storici ha finito con l’essere infelice quanto il loro destino politico, deciso dal referendum che nel 1946 instaurò in Italia la Repubblica. Non è accaduto spesso che una casa reale, perduto il trono, abbia conservato un aplomb e una dignità regale, quali che ne fossero le prospettive di un ritorno in auge. L’esilio di Umberto II fu dignitoso, in Portogallo, dove cento anni prima si era già ritirato il nonno di suo nonno, Carlo Alberto. Per i figli di Umberto — dalle vicende amorose di Beatrice a quelle di vario genere e di assai dubbia qualità dell’erede Vittorio Emanuele, per non parlare del figlio di quest’ultimo, Emanuele Filiberto, con la sua notorietà televisiva — non è stato così.

Tutto ciò non toglie che la Casa di Savoia resti in Europa una delle famiglie reali, in trono o non più in trono, di più antica ascendenza storica. Per l’Italia, in particolare, essa ha rappresentato per 6 o 7 secoli un protagonista fra gli altri della storia del Paese. In ultimo, dal 1848 in poi e fino al 1946, con l’unificazione e con la loro promozione a re d’Italia, i Savoia divennero addirittura un punto nodale della storia nazionale. Il che indusse buona parte degli storici italiani a costruire un profilo della storia nazionale radicalmente inficiato da un doppio errore di prospettiva.

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domenica 21 agosto 2016

No alla riforma degli strafalcioni e degli inganni!

L'occasione buona per dire come la pensiamo circa il referendum sulla riforma costituzionale. Ci torneremo su.


Nella biografia  del più grande romanziere della lingua italiana dell’800, Alessandro Manzoni, si legge che lo scrittore fosse profondamente insoddisfatto della sua opera dal punto di vista linguistico. Decise perciò di trasferirsi per un certo periodo a Firenze, ove intrattenne rapporti con i migliori linguisti dell’epoca, per tradurre il suo romanzo, ricco di espressioni milanesi, in fiorentino, da cui la famosa frase “risciacquare i panni in Arno”, di modo che fosse scritto in una lingua più vicina a quella parlata e potesse essere compreso da un pubblico il più vasto possibile senza distinzione di ceto e di livello di istruzione.
Nel 1947 l’Assemblea costituente, dopo aver approvato il testo della Costituzione repubblicana, affidò ad un gruppo di esperti letterati il compito di purificarne il testo dagli errori sintattici, dai termini burocratici e dalla verbosità novecentesca, in modo da avere una Carta fondamentale dei diritti e dei doveri chiara e comprensibile a tutti, senza bisogno di interpretazioni di tecnici del cavillo.
Queste due importanti lezioni sembrano essere sfuggite al terzetto responsabile della stesura della cosiddetta riforma costituzionale che tra qualche mese sarà sottoposta a referendum confermativo.
Ogni cittadino sano di mente ha il diritto-dovere di "schierarsi" sulle regole fondamentali della repubblica e dare una lezione di senso civico e di coraggio a quei conigli che siedono nei sacri palazzi che, pur di salvare lo scranno, i privilegi, e le prebende, hanno votato una pessima riforma.
Il trio dei toscani (ma guarda un po’ che scherzo della sorte!) Renzi, Boschi, Verdini, che avrebbe dovuto possedere per dono di natura la capacità di esprimersi in italiano corretto è inciampato in errori sintattici che vengono irrimediabilmente marcati con la matita blu e in ragionamenti contorti da leguleio di provincia.
Possibile? Purtroppo con l’aggravante che deputati e senatori, molti dei quali vantano, almeno sulla base dei loro curriculum, titoli accademici di tutto rispetto, hanno svolto un ruolo subalterno e servile, tradendo lo spirito della Costituzione della repubblica parlamentare senza il minimo sussulto di dignità.
Se affermo che la riforma è scritta male, non intendo limitarmi ad un raffronto con quella elaborata 70 anni fa dai padri costituenti, ma sottolineare che è scritta proprio male come non farebbe nemmeno un alunno di scuola media.
C'è un refuso, inammissibile per un giornalino parrocchiale ma che sancito nella Carta costituzionale fa accapponare la pelle. Leggere per credere, addirittura nel primo articolo dedicato al Senato! Roba forte da rimanerne sbigottiti:
“Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all'esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all'esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l'Unione europea”.
Gli scrivani fiorentini, meglio dire gli scribacchini, con il loro linguaggio sciatto, sintomo di un malessere inconsapevole, hanno scritto per due volte nello stesso comma ben 14 parole di fila, a distanza di due righe: esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica.
Un altro esempio di contorsionismo verbale, intellettuale e politico? Basta confrontare il vecchio testo dell’art. 70 sulla potestà legislativa di 9 parole (“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”) con quello, redatto con la stessa puntigliosità di un regolamento condominiale, imposto dal governo ad un parlamento di imbelli che lo ha approvato quattro volte.
Il nuovo art. 70 è di ben 440 parole e mi scuso in anticipo con il lettore se gli infliggo la pena di leggerlo perché si convinca che così com’è la riforma va buttata al macero, scrivendo NO sulla scheda del referendum. Viceversa se onestamente dichiara di afferrarne il senso e valutarne per intero le aberranti conseguenze applicative della variegata casistica di formazione delle leggi, senza servirsi della traduzione di un esperto in arzigogoli e pandette mi converto al SI.
Questo il testo dell’art. 70 sottoposto ora alla conferma popolare:
«Art. 70. – La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all'articolo 71, per le leggi che determinano l'ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'ufficio di senatore di cui all'articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli:
57, sesto comma; 80, secondo periodo; 114, terzo comma; 116, terzo comma; 117, quinto e nono comma; 119, sesto comma; 120, secondo comma; 122, primo comma; e 132, secondo comma.
Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma.
Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati.
Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all'esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata.
L'esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all'articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione.
Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti.
I disegni di legge di cui all'articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione.
I Presidenti delle Camere decidono, d'intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti.
Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all'esame della Camera dei deputati».
I presidenti delle Camere che qui vengono chiamati ad un ruolo taumaturgico non hanno nulla da dire per aver soppresso con ogni tipo di forzatura ed abuso di tagliole, di ghigliottine e di canguri  la voce dell’opposizione ed avallato un simile obbrobrio? E’ gravissimo che a un Parlamento eletto con una legge giudicata incostituzionale dalla Corte Costituzionale sia stato concesso di sconvolgere il patto che sorregge da 70 anni la vita politica e sociale del nostro paese per di più non su sua iniziativa, come vorrebbe il buon senso quando si tratta di scrivere le regole, ma su diktat del primo ministro. Le buone leggi si scrivono quando la politica non fa tutto da sola.
Il governo ha ripetuto all’infinito che il Paese è arretrato, impantanato, senza crescita, con i parametri economici negativi ed il debito pubblico galoppante (al 30 giugno record di 2.248 miliardi di euro con un + 70 miliardi rispetto al mese precedente) perché il sistema è fondato sul bicameralismo. Mai inganno più colossale è stato ordito contro la credulità popolare. Il partito democratico, da Renzi in giù attraverso la Boschi, Serracchiani, Verini, Zanda, Rosato, Finocchiaro ecc. senza temere il ridicolo, è arrivato a promettere per bocca dell’ineffabile ministra Mariaele che con il nuovo articolo 70 si aumenterà il PIL e si potrà sconfiggere il terrorismo. La Boschi non solo dimostra di aver perso la consapevolezza dei problemi che ha di fronte ma addossando ad una questione di tecnica parlamentare i guai del paese e del mondo offende l’intelligenza di un popolo intero.
Non se ne può più di sentire ripetere la cantilena che distorce e falsifica la realtà, del “cambiamo la costituzione perché l'Italia ha bisogno di decisioni rapide e non è tollerabile avere due Camere legislative che fanno le stesse cose mentre il parlamento dovrebbe legiferare più velocemente” come se fosse una fabbrica di bulloni la cui produttività si misura in base ai pezzi prodotti. Non dicono che i provvedimenti presi più velocemente sono stati anche i peggiori: il decreto Fornero fu convertito in quindici giorni lasciando sul lastrico centinaia di migliaia di persone; le norme ad personam di Berlusconi furono approvate come fulmini a ciel sereno, salvo poi vederseli bocciare dalla Corte Costituzionale; il Porcellum fu promulgato in due mesi, ecc.
I nuovi costituenti da strapazzo hanno scambiato la quantità con la qualità. A loro non importa che le leggi siano ben fatte, quello che interessa è che si facciano secondo i voleri del boss, come è accaduto per la legge elettorale. Dicevano che l'italicum era la migliore legge elettorale possibile perché avrebbe permesso di conoscere il vincitore delle elezioni appena fatto lo spoglio.
Renzi ha ripetuto infinite volte che il telegiornale a spoglio ultimato deve annunciare al popolo chi ha vinto, come se fosse un’olimpiade, disorientando il popolo per concentrarne l’attenzione solo sulla sera delle elezioni, più che sull’arte del buon governo, sul suo progetto culturale,  di welfare, di riduzione della forbice di povertà, di crescita. Ora però si sono accorti, con in testa  il peggiore presidente della repubblica, e perciò rieletto, che con quella legge potrebbe vincere il M5S ed allora non va più bene. Bisogna cambiarla perché il sistema è diventato tripolare. Non deve vincere il migliore, ma solo quello che fa comodo.
Ma la legge elettorale non fu approvata con il voto di fiducia? Ed allora il governo e i parlamentari ne traggano le conclusioni: se la legge non va più bene il primo si dimetta e gli altri abbiano la decenza di tacere.
Le riforme devono valere nel tempo e non rispondere all'esigenza politica del momento di questo o quel partito, debbono migliorare la qualità della vita dei cittadini, allargare a loro favore il campo dei diritti, alleviare la povertà, ridurre le enormi differenze socio economiche. Se non sono ispirate a questi obiettivi si tratta di truffa e di propaganda di regime.
Andando al sodo il vero intento del premier e della sua musa ispiratrice è chiaramente quello di un premierato assoluto che abbia in pugno non solo l’esecutivo ma anche il potere legislativo con una Camera fatta per il 70% di deputati nominati, scelti tra i fedelissimi e con il Senato ridotto a un terzo dei componenti (da 315 a 100) nominati dai consigli regionali, specie di dopolavoro, seppur dotato di orpelli e immunità e che riduca a un ruolo subalterno gli organi di garanzia: Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Csm.
L’eccessivo ampliamento dei poteri del Presidente del Consiglio che è anche segretario del PD, è il risultato della combinazione di questa riforma costituzionale con la nuova legge elettorale che assegna un abnorme premio di maggioranza al primo partito (fosse anche portatore di solo il 25% dei consensi al primo turno).
In nessun paese democratico il primo ministro oserebbe imporre il cambiamento in un sol colpo di ben 49 articoli della costituzione, anziché attuarne sul serio i principi tutt’ora negati a milioni di italiani e compensare con le buone pratiche politiche gli eventuali difetti del sistema. Ad esempio chi ha mai sentito Renzi, la Boschi o i loro coristi, parlare  dell’attuazione dell’art. 36: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.?
C’è da provare un senso di pena per la modestia intellettuale di chi adduce come motivo principale della riforma la riduzione dei costi della politica. Lo si fa per impressionare a buon mercato un’opinione pubblica disorientata dalla crisi, scadendo in un populismo sguaiato e mendace, dimenticando gli sprechi quotidiani, il voluto fallimento della spending review, per non toccare gli interessi consolidati delle banche, delle assicurazioni, delle multinazionali del gioco, del petrolio, del tabacco, la Confindustria, i sindacati gialli ecc.
Cerchiamo dunque di riassumere il decalogo delle bugie ingannatrici della buona fede popolare per sventare lo stravolgimento della nostra Repubblica:
La riforma supera il bicameralismo? NO, anzi lo rende più confuso come ampiamente dimostrato dal nuovo art. 70.
La riforma cancella il Senato? NO, lo trasforma in un dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali ai quali viene tolta la potestà di dare la fiducia al Governo, ma viene regalata l’immunità.
La riforma è chiara e scritta bene? NO, contiene errori, è confusa, pasticciata e di difficile comprensione oltreché fonte di contenzioso tra le Camere.
La riforma garantisce la governabilità e la democrazia? NO, scompare l’equilibrio tra poteri dello Stato, si riduce l’area dei diritti del cittadino che non elegge più il proprio parlamentare.
La riforma è fatta a norma di legge? NO, è illegittima perché elaborata e imposta dal governo e approvata con ricatti e voti di fiducia da un parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale.
La riforma rispetta la volontà popolare? NO, la espropria riducendone il potere di partecipazione diretta (le firme necessarie per leggi di iniziativa popolare passano da 50.000 a 150.000).
La riforma taglia i costi della politica di mezzo miliardo di euro come dice il premier, imitato pappagallescamente dai suoi gazzettieri? NO, il risparmio sugli stipendi dalla riduzione dei senatori, secondo i calcoli della Corte dei Conti è di soli 46 milioni di euro quanti se ne spendono ogni anno per il leasing del super aereo del Presidente del Consiglio e sei volte di meno di quanto il Governo ha sprecato rifiutando l’accorpamento del referendum anti trivelle con le elezioni comunali.
La riforma contribuisce all’aumento del Pil? NO, perché solo il lavoro, la produzione, gli investimenti pubblici e i consumi possono spingere in alto il Pil che non è una variabile indipendente della politica.
La riforma accelera l’attività della pubblica amministrazione? NO, perché non ha nessuna ricaduta sulla macchina amministrativa. Vinte le elezioni europee Renzi aveva promesso che entro il 21 settembre 2014 avrebbe estinto il debito dello Stato nei confronti dei fornitori di beni e servizi ammontante a 90 miliardi. Ad oggi, dopo due anni, il debito dello Stato verso i privati è ancora di 61 miliardi mentre il ritardo nei pagamenti è sceso appena del 9% passando da 144 a 131 giorni (la media UE è di 45 giorni, in Gran Bretagna di 30 e in Germania addirittura di 15).
La bocciatura della riforma significa lo sconquasso? NO, bisogna rigettare lo spauracchio del TINA (there is no alternative) e sapere sin d’ora che se con l’autunno e l’inverno arriveranno ulteriori sacrifici sarà solo per le cambiali in bianco delle clausole di salvaguardia per 15 miliardi di euro che Renzi ha firmato con l’Europa.
Se i parlamentari non hanno saputo mantenere la schiena dritta di fronte all’arroganza del premier, lo faranno col referendum i cittadini che non temono rappresaglie e che hanno preso coscienza dei loro diritti.
Sarà possibile modificare la Carta, ma occorrerà da una parte l’umiltà di ascoltare i consigli dei “gufi” e dei “professoroni” per produrre un testo migliore di quello dei padri costituenti e dall’altra la lungimiranza di lasciare ai figli una società più giusta, più equa, più sana.


Torquato Cardilli

sabato 20 agosto 2016

CAPI DELLO STATO O CAPI DI UN PARTITO?

Domenico  Giglio

Barak Obama è stato eletto Presidente  degli  Stati  Uniti quale candidato del Partito  Democratico, ed è logico che speri che anche il prossimo presidente provenga dal suo partito, ma è in  ogni  caso rappresentante di tutti i cittadini statunitensi siano essi democratici o repubblicani o di qualsiasi altra ideologia o che non ne abbiano nessuna. E, infatti, dopo ogni elezione il candidato vincente dichiara che vuole essere il presidente di “tutti”, specie perché in tutte queste elezioni le maggioranze sono sempre minime e in questi stati, non solo gli USA, ma anche la Francia e molto recentemente l’Austria, l’elettorato appare diviso a metà, specie dopo campagne  elettorali sempre  più costose, come negli USA, e sempre  più violente e volgari nel linguaggio e nei metodi. 

Ora nel recente Convention del partito  democratico che ha visto la nomina a candidato ufficiale del partito della signora Hillary  Rhodam, maritata Clinton, il presidente Obama non si è limitato a inviare un messaggio di saluto, ma ha prima mandato come oratrice e sostenitrice di Hillary, la propria consorte, che non ha nessuna carica, ma solo il merito di essere la moglie del presidente, e poi è pesantemente intervenuto personalmente a  favore  della candidata senza che questo intervento di parte, cioè “partigiano”, suscitasse sdegno o scandalo. 
A questo punto mi sembra necessario e opportuno un riscontro: sono veramente capi e rappresentanti di tutti i cittadini questi eletti? Anche nel caso che invece   di repubblica  presidenziale si tratti di repubblica dove l’elezione  avvenga  indirettamente  con  il  voto  dei  deputati  o  altri  delegati   non  è  sempre   eletto   l’esponente  di  un  partito  o  di  uno  schieramento  politico  più  o  meno  ampio, che  non  dimentica  né  la  sua  origine  né  chi  l’ha  proposto  e  sorretto?
E  tutto  questo  in  entrambi  casi  porta  poi   a  nomine   negli  organismi  statali  da  parte  degli  eletti  non  certo  per  meriti  obiettivi, ma  di  parte, e  dove, specie  negli  USA  importanti  incarichi, ad  esempio, di  ambasciatori  sono  assegnati  come  compenso  per  l’appoggio  dato  al  candidato, risultato  vincente, quando  invece  sarebbe necessario  personale  appositamente istruito  e competente, com’è  stato, ad  esempio, senza  falsi  orgogli  nell’ultracentenaria  storia  d’Italia. 

Ben  diversa, infatti,  è  la  figura, il ruolo  e  il  significato  degli  ultimi, purtroppo  non  numerosi  Sovrani, che  invece  rappresentano  l’unità  del  popolo  e  dello  stato, nella  sua  storia  e  nelle  sue  tradizioni, e  che  esercitano  questo  ruolo  “super  parte”, in virtù  del  principio  ereditario  che  fa  dire  “è  morto  il  Re, o  la  Regina, viva  il  Re  o  la  Regina”, perché  se  negli  USA  l’eventuale  successo  della  signora  Clinton, significherebbe,  essere  la  stessa  prima  donna, dal  1789  e  dopo  quarantaquattro  presidenti, ad  assurgere  al  ruolo  presidenziale,  nelle  monarchie  le  donne  “regine”, esistono  da  migliaia  di  anni  dal mitico Didone, alla storica Zenobia  parlare  di  Elisabetta I  e  di Elisabetta  II, che  nel  suo  lungo  regno  ha  visto  l’alternarsi  di  decine  di  primi  ministri  conservatori  e  laburisti!
Quando  abbiamo  scritto  “purtroppo”, al numero  ridotto  di  monarchie  oggi  esistenti, pensavamo  a  tutti  gli  stati  in  Europa  e  in  altre  parti  del  mondo, dove la  caduta  di  questa  istituzione  millenaria  non  ha  visto  seguire  nessun  miglioramento  nella  vita  dei  popoli, cominciando  dall’impero  russo  che  si  stava  aprendo  alle  istituzioni  parlamentari ed  è  stato  sostituito  sanguinosamente  dal  regime  comunista, ai  regni  balcanici, Jugoslavia, Bulgaria  e  Romania, che  nel  1945  subirono  la  stessa  sorte, e  ora  restituiti  alla  libertà, pur  rimanendo  repubbliche, hanno  accolto  con  tutti  gli  onori  gli  esponenti  delle  dinastie, regnanti  a  suo  tempo, restituendo  alle  stesse  i  beni  confiscati, e  onorando i   loro  rappresentanti, sia  vivi  sia  morto, e, caso  Bulgaria  e  Romania, rimettendo  la  corona  nello  stemma  statale, e  se  non  è  avvenuta  una  restaurazione, la  stessa  non è  escluso  possa  avvenire in  futuro, perché  in  questi  paesi  non  esiste  nella  loro  costituzione  l’articolo  139! 
Non  parliamo  poi  delle  monarchie  extra  europee, dalla  Libia  del  Senusso, cui  seguì  Gheddafi  e  l’attuale  caos, l’Egitto  di  Farouk, cui  seguì  la  dittatura  anserina  e  l’attuale  di Al  Sissi, l’Iran  che  dallo  Scià  passò  a  Khomeini, poi  Khamenei, all’Ira  dove  la  dinastia  fu  massacrata, per  poi  avere  la  Kassel, Saddam  Hussein  e  l’attuale  caos, come  infine  accaduto  nell’Yemen! Gli unici paesi, l’impero  ottomano, dove  il  regime  susseguito, la  repubblica  laica  turca  di  Kamal  Pascià, Attuar, avevano  costituito  un  indubbio  progresso  civile. Economico e  sociale,  dopo  la  morte  del  suo  fondatore, non  ha  certo  visto  altri  miglioramenti !
Considerazioni  tutte  che  non  trovano  spazio  nella   pubblicistica  e  nella  stampa attuale, mentre  invece  andrebbero  approfondite, perché  se  la  storia  è  maestra  di  vita, cancellarla  impediscono  la  vera  crescita  culturale  e  politica  dei  popoli, con  i  risultati  che  sono  sotto  gli  occhi  di  tutti.

mercoledì 17 agosto 2016

Il libro azzurro sul referendum - III cap - 1

Chiediamo scusa per la lentezza della pubblicazione ma i caratteri estremamente piccoli del libro originale e l'aspetto espressamente "tecnico" del libro richiedono notevoli tempi per la sua conversione in formato digitale.


Esame sulla interpretazione del D.L. 25 giugno 1944 n. 151

Il D.L. 25 giugno 1944 n. 151 suscita molte perplessità sulla sua stessa legittimità e notevoli difficoltà d'interpretazione in special modo per la sua intrinseca incongruenza.

Anzitutto esso si fonda sull'art. 18 della legge 19 gennaio 1939 n. 129 il quale si riferisce, per la validità e la decadenza dei DD.LL. alle disposizioni contenute nel secondo comma e segg- dell'art. 3 della Legge 31 gennaio 1926 n. 100 così modificate dalla legge 8 giugno 1939 n. 860 - ... “il D.L deve essere munito della clausola della presentazione alle assemblee legislative per la conversione in legge ed essere, a pena di decadenza, presentato, agli effetti della conversione stessa, ad una delle due assemblee legislative non oltre il termine di 60 giorni dopo la sua pubblicazione».

Decade se entro due anni dalla sua pubblicazione non sia stato convertito in legge.

La validità formale di ogni D.L. è condizionata così alla sua conversione in legge da parte delle assemblee legislative; ora come potrebbe mantenersi      questa condizione essenziale di validità quando lo stesso decreto stabilisce l'abrogazione delle assemblee legislative sostituite     dall’assemblea costituente,   previste per la sua approvazione, cioè abroga lo stesso suo fondamento di le    gittimità e per contro istituisce un nuovo consesso, la cui legittimità sarebbe proprio da ricercarsi nel D.L. che sarebbe stato privato dì ogni legittimità?

Pertanto logicamente è da ritenere che tale D.L. non abbia abrogato le Camere, quali erano previste dallo Statuto del Regno, e che ad esse debba essere presentato per esser convertito in legge, e quindi dopo la sua approvazione le camere stesse potranno stabilire i modi e, le procedure per la costituzione dell'assemblea costituente.

A parte che un tal vizio di legittimità, una volta che più non esistessero le assemblee legislative non potrebbe venire sanato, è ancora da considerare che secondo lo spirito dell'ordinamento italiano e la più autorevole dottrina il D.L. di cui trattasi non può essere posto in esecuzione prima della sua conversione in legge.
Infatti dato che il decreto si rifà alla legge del 1939,  la quale al suo art. 18 modificava il comma 2 dell’articolo 3 della L, 31 gennaio 1926 n. 100 vuol dire che esso si fonda sulla necessità urgente - presunta nell'ipotesi della guerra – fonte di produzione giuridica esplicitamente ammessa nel diritto italiano con tale legge ed ammessa pure in precedenza,  sia pure con vontrasti nella dottrina e anche su alcune riservedell’autorità giudiziaria. Ed appunto dalla decisione -ultima della Cassazione romana ala tema di DD.LL. in data 30 dicembre 1922, estensore Mortara, notevolisssima sentenza che accolse
autorevomente le conclusione      più ferme della dottrina in materia, ricaviamo questa definizione esattissima del DD.LL.: Provvedimenti che possiedono un'autorità di legge soggetta a condizione».

Per     quanto questa decisione della Cassazione romana ancora consideri la illegittimità formale del decreto legge che più non sussiste dopo la legge  del 31gennaio 1926 n. 100 tale definizione dei D.L. rimane ed ha valore assoluto poiché costituisce il fondamento della    predetta legge che accolse la necessità Urgente come fonte di produzione giuridica subordinando la validità del D.L. alla presentzione di esso in un certo tempo alle camere e alla sua conversione pure entro un certo tempo a pena di decadenza.

Secondo questi principii il decreto legge si legittima per la necessità urgente che costringe il governo a provvedere per evitare o limitare un grave   danno che altrimenti proverrebbe allo Stato. Quindi nei suoi elementi intrinseci ed obiettivi il D.L. deve fondarsi  sull’urgenza. Questi estremi non sembrano ricorrere nel D.L. in esame in quanto una delle conseguenze      e la più evidente di un provvedimento d'urgenza è quella di essere applicato senza alcuna dilazione. Poiché     altrimenti viene a mancare la stessa condizione dell’urgenza.
Benché questi estremi non ricorrano nel D.L. in esame può tuttavia ammettersi che la situazione politica imponesse l'urgenza di definire quale procedura si sarebbe seguita per la risoluzione della questione istituzionale e pertanto l'urgenza è da riconoscersi nella necessità di manifestare immediatamente i propositi del governo a questo riguardo. Ma se l'urgenza - come non può essere altrimenti - dato che il D.L. non aveva né poteva avere immediata applicazione era contenuta in questi     limiti essa non può per ovvii principi fondamentali di ogni ordinamento giuridico estendersi sino alla sua applicazione, la quale presuppone l’abrogazione  degli organi legislativi, il conferimento di tutti i poteri degli organi costituzionali dell’assemblea costituente, ossia la trasformazione radicale     in atto, un procedimento cioè nettamente rivoluzionario in quanto contrario all’ordinamento vigente non giustificato da alcuna ragione di imprescindibilità e necessità.

L’urgenza del D. L. in esame è da ravvisarsi pertanto limitata alla manifestazione della decisione del governo, e in questa caso ancora più della Corona di sanzionare una futura legge istitutiva di un’assemblea costituente la quale colle modalità che sarebbero in seguito emanate dal parlamento, avrebbe deciso la nuova costituzione dello Stato. Non può per l'aspetto giuridico, ammettersi   che il D.L. abbia voluto significare abrogazione totale dell'ordinamento in atto, come avverrebbe quando si ritenesse che il D.L. avesse abolito il parlamento previsto dallo statuto, e quindi conferito tutti i poteri che oggi spettano    al governo del Re e al parlamento, all’assemblea costituente.
Ogni norma eccezionale non può venire interpretata che     restrittivamente e un


D.L., norma eccezionale per eccellenza, non può avere efficacia se non nei limi precisi in cui sta la necessità urgente che l'ha determinato. Ora questa necessità era contenuta nella dichiarazione di consenso alla formazione dell'assemblea non già nella abrogazione dell'ordinamento costituzionale vigente.
Dal punto di Vista politico è da osservare che tale abrogazione, costituisce un atto di tale portata politica e storica che non può essere rimesso ad una delegazione di partiti, di cui per le circostanze in cui è venuta a trovarsi l’Italia nessuno conosce quale sia l'efficienza rappresentativa ma deve essere, secondo i più elementari ed evidenti postulati democratici, deciso dal popolo. E se si trattasse di modificare la costituzione vigente senza interferenze con la questione istituzionale sarebbe sufficiente eleggere la camera elettiva e convocare il parlamento, che potrebbe quindi decidere direttamente delle modifiche costituzionali o con quella procedura straordinaria che credesse d'istituire. Ma interferendo la questione istituzionale occorre rifarsi al fondamento stesso dell'istituzione monarchica italiana e cioè ai Plebisciti che estesero alle regioni annesse al Piemonte il reggimento monarchico, proprio del Regno di Sardegna, e poiché tutti costituiscono  il fondamento, storico e politico dell'istituto morrarchico in Italia solo un'espressa dichiarazione del popolo mediante votazione esplicita può legalmente porre in discussione il reggimento monarchico.

Concludendo se si deve seguire la via legale e non rivoluzionaria per cui le norme costituzionali più nulla contano e gli atti emanati hanno valore diverso da quello che non presentano obbiettivamente, si dovrà addivenire alle elezioni di una camera elettiva la quale dopo avere approvato o non il D.L. sulla costituente potrà legittimamente, dato che nell'ordinamento italiano non esiste distinzione fra legge costituzionale e comune, trasformarsi in assemblea costituente e assumerne le funzioni, che giuridicamente è, la stessa cosa o creare una nuova assemblea e, previa consultazione  istituzionale mediante referendum, procedere alla revisione e modificazione e sostituzione dello Statuto del Regno. In nessun caso potrebbe ritenersi legittima, l'istituzione d'una costituente in base ad un D.L. privo dello stesso presupposto della sua validità.

EMILIO CROSA

Professore di diritto costituzionale

Torino 31 Agosto 1945

lunedì 15 agosto 2016

Buona solennità dell'Assunta!


In un blog di monarchici, con centinaia di post, più o meno ponderosi, leggeri, interessanti, il post più letto è quello in cui lo staff augurava una felice solennità dell'Assunta a tutti i suoi lettori.
Considerata la nostra devozione alla Vergine non può che farci piacere.
Rinnoviamo gli auguri a Tutti!

giovedì 11 agosto 2016

«MIA MADRE, LA REGINA DI MAGGIO»


di Giovanna Pavesi

110 anni fa nasceva Maria José del Belgio, moglie dell'ultimo Re d'Italia. Una donna disciplinata e coraggiosa, che dopo il referendum seppe «riciclarsi». Intervista alla figlia Maria Gabriella.


Libera e disciplinata. Indipendente ma rispettosa di ogni regola. Troppo contemporanea per i suoi 20 anni. Bella e affascinante. Aggraziata ed estremamente colta, appassionata di musica e sedotta, come il padre, dai paesaggi alpini. Aveva gli occhi chiari e portava nello sguardo gli esiti di decenni di storia, consumati tra i troni della vecchia Europa. Detestava la noia.
Maria José del Belgio l’8 gennaio del 1930 sposò Umberto II di Savoia, l’ultimo Re d’Italia. Divenne antifascista. Durante gli anni della guerra, rientrò in Italia, a piedi, dalla Svizzera. La scortarono i partigiani e giunta in Italia la scortò la Resistenza. Con ai piedi un paio di sci salì fino al Gran San Bernardo e da lì scese in Italia, in Val D’Aosta. Al referendum del 2 giugno, nel 1946, votò scheda bianca.
La chiamarono Regina di Maggio, perché rimase in carica soltanto un mese. «Quell’epiteto le piaceva: mia madre amava il mese di maggio, il mese delle rose e del loro profumo inebriante», racconta a LetteraDonna la Principessa Maria Gabriella di Savoia a 110 anni dalla nascita di sua madre. 
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lunedì 1 agosto 2016

E' morta Anna Borbone Parma, Regina di Romania

Anna di Romania, moglie dell’ ultimo monarca di Romania, re Michele I, è morta oggi in un ospedale di Morges, in Svizzera, circondata dai parenti, tra cui quattro delle sue cinque figlie. Aveva 92 anni. Secondo quanto ha reso noto la casa reale romena, re Michele, 94 anni, malato da tempo di tumore, le ha fatto visita ogni giorno, fino all'ultimo.

Nata a Parigi, la principessa Anna di Borbone Parma incontrò re Michele nel 1947, in occasione del matrimonio della futura regina Elisabetta II con il principe Filippo Mountbatten, a Londra. Quello stesso anno, il 30 dicembre, re Michele fu costretto dai comunisti ad abdicare e andare in esilio. Sposò la principessa Anna nel 1948, ad Atene.

Secondo quanto è stato reso noto, il suo funerale, probabilmente il più sontuoso in Romania sin dalla morte nel 1938 della regina Maria, nipote della regina Victoria, sarà celebrato a Peles, una località montana dove Michele è nato, e poi a Bucarest.

giovedì 28 luglio 2016

Una Stella cadente nelle pieghe della storia

di Goffredo Fofi
Parliamo di un film che pochi hanno visto e pochi vedranno, grazie al dominio esercitato sulla programmazione nelle sale italiane da parte di pochi o pochissimi esercenti/distributori, un “sistema” cui dette un decisivo contributo Walter Veltroni, quando aveva potere. I lettori curiosi sono invitati a cercarlo affidandosi al caso, o ad aspettare che la piccola e coraggiosa casa distributrice ne stampi il dvd. Ne è autore il catalano Lluís Miñarro, che viene dalla produzione (di film del portoghese Manoel de Oliveira, del tailandese Apichatpong Weerasethakul e pochi altri registi ugualmente minoritari). Il suo esordio nella regia, Stella cadente, è uno dei film più bizzarri degli ultimi anni, che merita attenzione e rispetto proprio per essere così insolito.È un film “storico”, “in costume”, che racconta il brevissimo regno del piemontese Amedeo di Savoia, chiamato al governo della Spagna dal parlamento di quel paese, dilaniato da una di quelle crisi che sembrano irrisolvibili, da tensioni tra interessi, correnti, regionalismi, statalismi, da monarchici e repubblicani, da monarchici “di destra” e monarchici “di sinistra”. Il nuovo re è quindi confinato nel suo castello, ed è un fantoccio nelle mani di ministri che non stanno affatto a sentire le sue opinioni, che anzi se ne fregano e lo voglio re-travicello. Pochi i personaggi, dunque, un segretario factotum, un valletto, donne di corte e cameriere, e più tardi la moglie, fatta scendere dal Piemonte.
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http://www.internazionale.it/opinione/goffredo-fofi/2016/07/28/stella-cadente-recensione

martedì 26 luglio 2016

Altri martiri della Cristianità


Réquiem aetérnam dona eis, Dómine,

et lux perpétua lúceat eis.

Requiéscant in pace.

Se l’Italia si spacca

Come settant’anni fa, negli ultimi giorni della monarchia: centro-nord repubblicano, sud fedele ai Savoia. E a Napoli ci scapparono i morti


Il mese scorso ha compiuto settant’anni. Un compleanno significativo, ma celebrato come di consueto: parate militari, discorsi di rito, editoriali di prammatica. Anche questa volta una certa retorica commemorativa ha omesso di ricordare che la repubblica non entra nella storia italiana con le folle in tripudio e i nuovi tricolori esposti ai balconi. Al contrario, vi entra quasi di soppiatto, con uno scarno comunicato del governo. E vi entra con un paese diviso e turbato dalla dozzina di morti che insanguinano i vicoli di Napoli.







http://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio/2016/07/25/referendum-repubblica-monarchia-italia-storia___1-v-144808-rubriche_c318.htm

Il nostro Pisu su " Il Giornale"

Caro Direttore, nella sua risposta del giugno scorso ad un Lettore filomonarchico, ha detto che «non mi facevo molte illusioni su Umberto II». Mi permetta di dissentire. Umberto II fu uno statista di alto livello: nei 2 anni come Luogotenente e Re al Quirinale, e nei 37 lunghi anni di esilio fu un Capo di Stato impeccabile. 
Fu apprezzato anche da non pochi repubblicani: non mi pare poco... Se lo paragoniamo ai presidenti che abbiamo avuto, li surclassa senza alcun dubbio. 
Compreso l'incensato e sopravvalutato Pertini! Senza brogli, sarebbe rimasto al Quirinale e l'Italia sarebbe stata nettamente migliore di quella attuale. Solo alla morte non c'è rimedio. 
Perciò anche la repubblica non è eterna. 
Pensiamoci, se abbiamo a cuore il futuro del Paese disastrato dal settantennio repubblicano.

Pietro Pisu



Dissenso lecito, anche perché non mi picco di essere uno storico. Ha ragione quando dice che la repubblica è stata figlia di una truffa elettorale a sua volta figlia del fatto che avendo perso la guerra eravamo un protettorato delle potenze vincitrici che dei Savoia non avevano grande considerazione (a differenza di quanto avvenne per il Giappone dove gli americani diedero il via libera alla permanenza dell'imperatore come garante dell'unità nazionale e della pacificazione). Per quel che conta, io avrei votato monarchia, pur sapendo che le dinastie non offrono garanzie di qualità di generazione in generazione. 
[...]

http://www.ilgiornale.it/news/nostro-re-non-ha-avuto-degni-successori-1289278.html

sabato 23 luglio 2016

Integrazione: un pericoloso confronto tra comunità

di Salvatore Sfrecola

Siamo alla “guerra civile”. In Francia, naturalmente, come si legge sui giornali, anche italiani, da La Repubblica a Il sole 24 ore, dopo la strage orribile di Nizza, una ferita profonda, difficile da rimarginare, non soltanto nel cuore dei francesi. E non  perché fra i morti molti sono dei bambini, morti in un modo crudele mentre il terrore s’impadroniva di genitori, nonni ed amici convenuti sul famoso lungomare nizzardo, laPromenade des anglais, per assistere ad uno spettacolo che prende grandi e piccini, una selezione di fuochi artificiali per festeggiare la Repubblica francese nel giorno che ricorda il 14 luglio 1789, la presa della Bastiglia e l’inizio della rivoluzione, il passaggio dall’ancient regime all’era dei diritti individuali e collettivi al grido diLiberté, Egalité, Fraternité.
A Nizza molti hanno aperto gli occhi su una realtà che sembra difficile da interpretare e da definire se non come “guerra civile” in Francia. Come fa Enrico Letta, che sulle rive de La Senna ha avviato una stagione di insegnamento e di studio alla guida del prestigioso Jacques Delors Institut – NOTRE EUROPE, think tank fondato dall’ex Presidente della Commissione Europea Jacques Delors, con sede anche a Berlino. “Guerra civile”, un’immagine, ha scritto su Il sole-24 ore del 16 luglio Vittorio Emanuele Parsi, Professore di Relazioni Internazionali nella facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, ricorrente “in molti commenti ed evoca lo spettro che possa ridursi lo spazio della tolleranza reciproca all’interno delle nostre società”. Gli fa eco lo stesso giorno su Il Fatto quotidianoJean-David Cattin, dirigente di Generation Identitarie, per il quale “l’immigrazione è la causa di tutto, fermiamola”. Perché l’integrazione “è una balla”. Parole forti, che vanno in senso opposto a quanto auspicato da molti in Italia. Cattin chiede di chiudere le moschee radicali che a Nizza, dice, “sono legate ai Fratelli musulmani, lo stesso movimento che in Egitto è fuorilegge”. Ed osserva, alla domanda del perché ad attaccare sono francesi di seconda o terza generazione, che “la situazioni della vecchia immigrazione è grave come per chi arriva ora. Non ci sono generazioni integrate né in Francia né in Europa. Anche chi è nato qui, pure di terza generazione, non si sente francese. Sono più legati ad altri paesi piuttosto che alla Francia. Non è una cosa nuova”. Né imprevedibile.
Del resto, ricorda Bernardo Valli su La Repubblica del 16 luglio, Patrick Calvar, Capo dei Servizi segreti interni (DGSI) ha dichiarato di recente dinanzi alla Commissione di inchiesta parlamentare sugli eventi del 13 novembre a Parigi (la strage del Bataclan), aveva previsto, dinanzi ad ulteriori attentati, “un confronto tra comunità”. A sua conoscenza, riferisce il giornale, “alcuni gruppi (di estrema destra) erano pronti a rispondere al terrorismo islamista con un’identica violenza rivolta verso la comunità musulmana”.
Lo abbiamo scritto anche noi più volte. Gli islamici mantengono la loro cultura e le loro tradizioni, sono legati alle loro radici che vivono con orgoglio all’interno di ambienti nei quali è difficile l’integrazione che probabilmente neppure cercano, convinti, come sono, della superiorità dell’insegnamento del Corano, della moralità delle loro donne, che non mostrano le chiome corvine che attirano gli uomini, che occultano i segni della femminilità che tanto, invece, ostentano le occidentali, espressione di una società corrotta, fatta di apparenze, in un tripudio di sesso, anche quando ad essere pubblicizzate sono le scarpe o un rossetto per le labbra.
Questo sentirsi puri in una società che li emargina rafforza negli immigrati e nei “nuovi” francesi l’orgoglio delle loro radici e genera ribellione fino all’estremo della partecipazione a progetti che possono esplodere in atti terroristici, giustificati se non stimolati dall’insegnamento di Iman fuori controllo che la cui predicazione infiamma i cuori ed obnubila le menti.
Era prevedibile che accadesse in Francia. È possibile che accada altrove in Europa, anche in Italia, in una società dal pensiero debole che ha da tempo allentato i legami con la propria storia e, conseguentemente, il senso della propria identità.
L’integrazione presuppone, come ha spiegato Giuseppe Valditara scrivendo dell’immigrazione nell’antica Roma, due regole essenziali, il rispetto delle regole della società che accoglie e, in qualche misura, la condivisione della sua storia e delle prospettive che essa pone a se stessa in coerenza con le proprie radici culturali. Integrarsi significa, in pratica, abdicare, almeno in parte, alle abitudini della società di provenienza per non rimanere isolati. E questo i musulmani non sono disposti a farlo, come dimostrano nei rapporti con le loro donne, costrette a sottostare ad usanze non compatibili con le libertà dell’Occidente, e con la religione cristiana della quale spesso offendono e distruggono i simboli. Infatti, rimangono ancorati alle loro credenze per cui, sempre più isolati, covano la ribellione contro l’Occidente ricco e corrotto. Una condizione nella quale è facile che maturino ribellioni, come quella che ha guidato chi era al volante del camion che ha fatto strage di pacifici turisti in gioiosa ammirazione dei fuochi artificiali sul lungomare di Nizza. Non basta dire “un folle”, né analizzare se affiliato e guidato dallo stato islamico in guerra con l’Occidente. È obiettivamente un nostro nemico che, solo, comandato o internet dipendente ha maturato l’idea di farci del male. Questo conta e questo deve indurci a prevenirlo e combatterlo. Né ci deve sfuggire che quel “combattente” è obiettivamente un soldato di un esercito che in proprio o per conto di poteri neppure tanto occulti sta conducendo una guerra che va definita senza mezzi termini “terza guerra mondiale”, una guerra combattuta non con eserciti contrapposti ma con azioni terroristiche che stanno destabilizzando gli amici dell’Occidente, gli Stati islamici che si sono allontanati dall’estremismo jhadista per cercare una dimensione democratica e civile nel contesto difficile di popoli per troppo tempo governati da satrapi violenti e rissosi in contesti economici che non hanno distribuito ricchezza, anche quando le condizioni locali avrebbero consentito migliori condizioni di vita. Queste masse diseredate sono facilmente preda della violenza, non riescono a concepire un rapporto con gli altri Stati e con l’Occidente che non sia di contrapposizione culturale.
Che sia una guerra fondata sulla contrapposizione di interessi economici lo dimostrano gli effetti sull’economia, in particolare turistica, dei paesi dove più crudele si è espressa l’azione terroristica, dalla Tunisia all’Egitto, alla Turchia, le cui economie tanto hanno dovuto negli anni scorsi alla presenza di vacanzieri. Chi visiterà quest’anno le belle spiagge di Sharm Ed Sheik, di Hammamet o di Antalya, i villaggi o gli splendidi hotel della compagnie internazionali?
Una guerra, dunque, fatta di ricatti e di attentati, una sorta di Spectre, che manovra immense risorse finanziarie, solo in parte provenienti dal petrolio venduto fuori dai circuiti legali.
19 luglio 2016

giovedì 21 luglio 2016

Il Re e i suoi libri dopo la sua morte

di Emilio Del Bel Belluz   

Alla morte del sovrano, avvenuta il 18 marzo 1983, avevo 23 anni, e per me fu uno dei più duri colpi che la vita mi potesse infliggere. 
Nei giorni antecedenti avevo seguito con mota attenzione ciò che i giornali scrivevano della malattia  che aveva colpito il Re e del suo desiderio di poter morire sotto il cielo dove era nato. La classe politica, eccetto quella di destra e Marco Pannella che disse che sarebbe andato al confine a ricevere il Re, si dimostrò compatta nel negare che il suo ultimo desiderio si avverasse.  Pur non condividendo le idee politiche di  Pannella non posso fare a meno di elogiarlo per le posizioni che prese a favore del Re malato, come pure per la battaglia che intraprese a favore  di un altro grande galantuomo che fu Enzo Tortora. 
Ora i nostri  politici al governo hanno posizioni molto diverse, infatti   sono pronti ad accogliere  qualsiasi straniero che arrivi in Italia permettendo loro di godere degli stessi diritti del popolo italiano. Allora il Re d’Italia spirò in esilio a Ginevra in Svizzera curato da una infermiera svizzera.
 Ho sperato che nella stanza dove morì il sovrano ci fosse stato almeno il crocefisso, dove egli potesse volgere lo sguardo negli ultimi istanti della Sua vita. Ogni volta che vado a trovare una persona ammalata, osservo che ci sia una immagine sacra e il crocifisso. In questo modo ho la speranza che la persona soffra meno perché anche la morte è più  dolce davanti al Cristo, a cui abbiamo rivolto le nostre ultime suppliche.  Lessi che il Re mentre stava viaggiando in quell’aereo che lo avrebbe portato in esilio aveva tanta malinconia nel cuore che si augurava che l’aero cadesse portando fine ai suoi giorni. Era un Re che sentiva nel cuore la morte come unica via d’uscita. All’atto della partenza per l’esilio, il 13 giugno 1946, il Re si rivolgeva agli italiani :” “ A tutti coloro che ancora conservano fedeltà alla Monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all’ingiustizia,  io  ricordo il mio esempio, e  rivolgo l’esortazione a volere evitare l’acuirsi di dissensi che minaccerebbero l’unità del paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace. Con animo colmo di dolore ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia terra. 
Si considerino sciolti dal giuramento  di fedeltà al Re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome d’Italia e il mio saluto a tutti gli Italiani. Qualunque sorte attenda il mio Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. Viva L’Italia.  Roma 13 giugno 1946  Umberto . 
Da quella data sono passati settant’ anni. Quanti ricordano la figura di questo Re buono? Se fosse stato un qualunque personaggio politico italiano di questa repubblica, di sicuro sarebbe stato ricordato con un film. Quanto bello sarebbe il poter fare un film sulla sua figura e raccontare delle verità storiche cancellate volutamente. Per un attimo penso al film sui Cristeros, e all’altro film –  Il Segreto d’Italia –  sulla   guerra civile, che ebbe come interprete Romina Power che non hanno avuto nessuna pubblicità in televisione e la possibilità di essere divulgati, salvo qualche rara eccezione. 
Credo fermamente che un film sulla vita di Re Umberto II non sarebbe accolto, perché esiste sola la voce dei vincitori.

mercoledì 20 luglio 2016

Nel segno dei Savoia


Presentazione in grande stile per la mostra “Nel segno dei Savoia. Cherasco Fortezza Diplomatica” che si terrà dal 3 settembre a Palazzo Salmatoris; martedì scorso, al circolo della Stampa di Torino, l’anticipo della suggestiva esposizione che ci sarà nella Città delle Paci.
«La mostra – ha spiegato la curatrice Daniela Biancolini – è una celebrazione del forte legame che per molti decenni si è instaurato tra la dinastia sabauda e la Città di Cherasco. Diversi elementi, come la posizione geografica, il tessuto viario, le chiese e i sontuosi palazzi nobiliari, le confraternite, le canalizzazioni e le grandi mura di difesa, hanno permesso a Cherasco di essere protagonista e testimone di grandi momenti della storia, accompagnando le vicende di oltre mezzo millennio di una delle più longeve dinastie d’Europa, i Savoia. All’interno delle sue mura e nello spazio raffinato dei suoi palazzi, la città ha ospitato molti personaggi importanti fra cui sovrani, diplomatici e avventurieri avvolti nel mistero. La narrazione storica della mostra parte dal 1563, anno in cui la capitale del Ducato di Savoia fu trasferita al di qua delle Alpi ad opera di Emanuele Filiberto e si chiude con gli eventi che accompagnarono il trasferimento della capitale da Torino prima a Firenze, poi a Roma».

L'esposizione è promossa dall’associazione “Cherasco 1631” e realizzata dalla Città di Cheasco. A descrivere l’affascinante percorso espositivo è stato Giovanni Fornaca, responsabile degli allestimenti: «La mostra occupa il pian terreno e il primo piano di Palazzo Salmatoris estendendosi su una superficie di circa 340 metri quadrati. Nelle dodici sale si susseguono, in un percorso cronologico dinastico, tutti i sovrani sabaudi a partire da Emanuele Filiberto. Ad accogliere il visitatore in ogni sala i ritratti dei sovrani e delle rispettive consorti che aprono sulla storia della città e del territorio. Al centro della mostra il momento della firma del Trattato di Pace del 1631 con l’esposizione dell’originale custodito nell’Archivio di Stato di Torino. Grande rilevanza è data al passaggio della Sacra Sindone che trovò rifugio nella Sala del Silenzio. Il sacro telo arrivò a Cherasco al seguito dei Savoia che fuggivano all’assedio di Torino nel 1706. Saranno esposti i rotoli originali sui quali era avvolta la Sindone. Il percorso prosegue con le sale dedicate a Vittorio Amedeo III, alla firma del Trattato del 1796 con Napoleone Bonaparte. Seguono una sala dedicata alla Restaurazione e, al primo piano, una dedicata a Carlo Alberto e all’apparto della famiglie nobili alla causa risorgimentale. Il percorso si conclude con la sala dedicata al Regno d’Italia con documenti sul controllo del Canale Sarmassa e fotografie e lettere che testimoniano la presenza dei sovrani sul territorio».


Saranno oltre settanta le opere in esposizione, trenta ritratti della dinastia sabauda, una copertura di 400 anni circa di storia. A far da corona alla mostra le proposte del Theatrum Sabaudie di Torino che guideranno il visitatore calandolo di volta in volta nelle varie epoche e conoscere da vicino alcuni personaggi come Giuseppe Silvestro Vayra, il primo bersagliere al servizio del generale La Marmora oppure si potrà assistere ad una chiacchierata con il cardinale Mazzarino in una primavera del lontano 1631.

Main sponsor della mostra è la Banca di Cherasco. Commenta il presidente Claudio Olivero: «Molte sono le ragioni del nostro sostegno a questa mostra. Innanzitutto il luogo in cui la mostra prende forma, il Palazzo Salmatoris, un riconosciuto luogo di cultura caro ai cheraschesi e non solo, al cui restauro la Bcc aveva già mostrato il suo interessamento concreto con un contributo economico. In secondo luogo teniamo a sottolineare il nostro impegno a favore di manifestazioni culturali di livello legate in modo forte al territorio cheraschese».

Sponsor dell’evento anche la Reala Mutua e Caffè Revello.
Passo dopo passo, attraverso la mostra, si ripercorreranno vicende storiche che hanno cambiato le sorti del Paese, ma anche eventi più territoriali che hanno segnato il futuro di Cherasco. Non mancheranno gli immancabili tocchi di colore di Flavio Russo (“non uno storico ma un narratore di storie” come ama definirsi) che rendono ancora più avvincente ed emozionante il percorso.

«L'Amministrazione - ha detto il sindaco Claudio Bogetti - ha accettato con viva attenzione la proposta di una mostra dal titolo certamente inconsueto, ma capace di attirare un immediato interesse. È importante per tutti i cheraschesi riappropriarsi della loro storia e questa mostra aggiunge un tassello che ancora mancava. Un tassello di alta qualità, frutto di impegnativi studi e ricerche. Il luogo che ospiterà la mostra, palazzo Salmatoris, le cui sale sono state da cornice a grandi eventi del passato, ha visto un imponente lavoro di restyling lo scorso anno che ha portato lo storico edificio al suo antico splendore».

http://www.comune.cherasco.cn.it/index.php/archivio-notizie/29-comunicati-stampa/1568-presentata-la-mostra-nel-segno-dei-savoia-cherasco-fortezza-diplomatica-a-palazzo-salmatoris-dal-3-settembre