NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 18 maggio 2019

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II


La seconda parte, quasi inattesa, di un'intervista del 1951 a firma di Nando Sampietro comparsa su “Epoca” nel mese di Maggio.
Le persone che non abbandonarono il Re neanche dopo l’esilio.


Brescia 18 maggio, ore 20.30: Concerto in ricordo dell'Ambasciatore Camillo Zuccoli


Enna, premio letterario Umberto II Re d’Italia per la scrittrice Maria Angela Casano


Importante riconoscimento ricevuto dalla scrittrice Maria Angela Casano, nell’ambito della seconda edizione del Premio Letterario Nazionale ed Internazionale “Umberto II Re d’Italia”,  la cui cerimonia  è avvenuta il 4 di questo mese all’Hotel Riviera di Pergusa (Enna).  L’autrice, che, va ricordato, è nota per il suo impegno nella comunicazione letteraria, essendo, oltre che scrittrice, relatore a molti eventi letterari, ha ricevuto la Menzione Speciale, partecipando con il racconto “Il vecchio sensale ennese”, ovvero la storia tenera e appassionata di un personaggio,  lo “Zze Paulu”, combinatore di matrimoni, ambientata in uno spaccato storico-ambientale della città di Enna. Questa la sinossi :” Un  racconto tenero e commovente in cui si narrano le brevi vicende du Ze Paulu, un vecchio sensale ennese il combinatore di matrimoni.  Oggi rimasto solo, ripercorre, rivive e fa rivivere, ricordi, sensazioni, emozioni e passioni di un passato continuamente a confronto con il presente. A fare da sfondo una filosofia popolare pregna di valori, e l’affettuoso contatto con i luoghi natii così diversi rispetto alle trasformazioni che la cosiddetta nuova urbanistica ha imposto inesorabilmente”. Ed ecco la motivazione: “L’autrice Maria Angela Casano, con proprietà di linguaggio, parlando di un uomo che combinava matrimoni, descrive minuziosamente la città di Enna, i suoi monumenti più importanti , le tradizioni , le usanze e le bellezze naturali del territorio”. 
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Mario Antonio Pagaria




mercoledì 15 maggio 2019

IL Cappello degli Alpini



L’adunata degli Alpini, a Milano, dell’11 maggio, nel centesimo anniversario della fondazione della loro  associazione nazionale, A.N.A., ha dato occasione ad articoli e servizi televisivi su questa imponente manifestazione, sul suo significato patriottico, e sulle vicende storiche di questo corpo, la cui origine risale ad un Decreto, del 15 ottobre 1872, firmato da Vittorio Emanuele II.
In questi ricordi e sul significato del tipico cappello, detto “alla calabrese”,“ dalla lunga penna nera”, si è anche ricordata la proposta, nel secondo dopoguerra, di abolire questo caratteristico copricapo. All’epoca ci fu in Parlamento una battaglia, da cui poi uscì vittoriosa la conferma del cappello alpino, ed in questa battaglia si distinse un parlamentare del Partito Nazionale Monarchico, il siciliano, allora colonnello, poi generale, Antonino Cuttitta, eletto nel 1948 e riconfermato per ben quattro Legislature.
L’on. Cuttitta, oltre alla battaglia per la conservazione del cappello piumato, fu un parlamentare attento a tutte le problematiche militari, con una costante presenza ai lavori della Camera dei Deputati, con ripetuti intervenenti, interrogazioni e presentazione di disegni di legge, sempre a vantaggio delle categorie più svantaggiate, militari e non, con grande competenza che gli fu riconosciuta anche dagli avversari politici. Parlamentare assiduo come pochi, coerente e fedele ai suoi ideali è ancora oggi un esempio da non dimenticare,che conferma il ruolo non secondario dei monarchici nella vita nazionale e parlamentare del primo dopoguerra.

Domenico Giglio

domenica 12 maggio 2019

Porto di Brindisi: Banchina Centrale dedicata alla Regina Elena


Nota dello Staff
Una bella iniziativa, bellissima anzi, la cui notizia appare condita da una serie di strafalcioni e luoghi comuni che dovrebbero far vergognare chi pensa certe fesserie. 

Ulteriore nota. Brindisi comune: Monarchia 18159 voti - repubblica 7381. Nella intera provincia: Monarchia 101795 - repubblica 35351 . 

Elena Petrović-Njegoš, principessa del Montenegro, fu Regina d'Italia.
Concetto troppo difficile da far passare negli articoli di giornale.

BRINDISI - Sabato 18 maggio alle ore 9.30, la Banchina Centrale del Seno di Ponente del porto interno di Brindisi sarà intitolata alla regina Elena del Montenegro, moglie di Vittorio Emanuele III. Iniziativa condivisa dal presidente dell'Autorità di sistema portuale, Ugo Patroni Griffi, la cerimonia rientra negli eventi organizzati dalla Proloco per “Brindisi Capitale d’Italia, il Paese rinasce da qui”, che si svolgeranno dal 18 al 26 maggio. Parteciperà  il ministro consigliere dell’Ambasciata del Montenegro a Roma, Miroslav Šćepanović.
Subito dopo, alle 10, inizio itinerario turistico e culturale nei luoghi simbolo della storia brindisina. Alle 11, nella sala di rappresentanza della Provincia di Brindisi, si svolgerà il convegno “Brindisi Capitale d’Italia”. Sono previsti gli interventi di saluto di Marcello Rollo, presidente Proloco, Umberto Guidato, prefetto di Brindisi, Riccardo Rossi, sindaco di Brindisi, Ugo Patroni Griffi, presidente dell'Adsp , Matteo Minchillo, direttore generale di Puglia Promozione.
Sono, inoltre, previsti gli interventi dell’on. Mauro D’Attis, che illustrerà la proposta di legge per il riconoscimento di Brindisi tra le capitali d'Italia, del professore Carmelo Pasimeni, ordinario di Storia Contemporanea dell'Università del Salento, del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e del sottosegretario del Miur, Salvatore Giuliano. Modera la direttrice della Biblioteca Arcivescovile De Leo, Katiuscia Di Rocco.

Chi avesse voglia di farsi il sangue cattivo può continuare la lettura al seguente indirizzo:

sabato 11 maggio 2019

Avigliana e il suo santuario legato alle vicende storiche dei Savoia


Paolo Barosso  11 Maggio 2019

AVIGLIANA. Sulle sponde del lago Grande di Avigliana, in splendida posizione panoramica, sorge il santuario della Madonna dei Laghi, luogo di spiritualità e di fede cristiana strettamente legato alle vicende storiche di casa Savoia.
a facciata del santuario aviglianese
Il pilone votivo della Madonna dei Laghi
Per scoprire l’origine di questo complesso sacro, eretto nella prima metà del Seicento sull’area di un precedente edificio di culto, occorre attraversare l’interno della chiesa, recandosi nella parte retrostante l’altar maggiore: qui, al centro del coro, si conserva l’antico pilone votivo recante l’effigie dipinta della Madonna del Latte, realizzata da un ignoto frescante nel Trecento e, secondo la testimonianza del padre cappuccino Placido Bacco da Giaveno, storico locale vissuto nell’Ottocento, rimaneggiata nel 1447, quando il duca Ludovico di Savoia commissionò il restauro del manufatto e si provvide alla ridipintura dell’immagine, aggiornata secondo i gusti stilistici del tempo.

Sul lato opposto del pilone, ornato da una più recente raffigurazione mariana, eseguita nel 1760 per volere dei religiosi residenti nel convento, si legge un cartiglio che definisce insigne la primitiva effigie della Madonna dei Laghi per il “favore ottenuto da Bona di Borbone per la nascita del Conte Rosso Amedeo VII di Savoia l’anno del Signore 1360”. Come precisa la targa, l’antico affresco venne tenuto celato alla vista dei fedeli per circa tre secoli, nascosto dall’imponente polittico della Madonna dell’Annunziata, collocato sull’altar maggiore, per venir restituito alla venerazione dei pellegrini a seguito dei lavori di restauro effettuati nel 1912.   
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giovedì 9 maggio 2019

Vittorio Emanuele abdicò all’Abbazia di Cava


Come sempre condividiamo cose interessanti non necessariamente d'accordo con ogni periodo compreso nell'articolo.



Due le visite al monastero benedettino del Re di casa Savoia: la prima in uniforme da Maresciallo, la seconda in abiti borghesi
07 maggio 2019


di ANIELLO RAGONE
Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo- americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza. Con queste parole, pronunciate dal capo del Governo Pietro Badoglio, l’8 settembre 1943 veniva reso noto in Italia l’armistizio che era stato siglato precedentemente a Cassibile (Sicilia) il giorno 3 dello stesso mese. Il governo fu spostato da Roma per “seguire” il Re che si diresse dapprima in direzione di Pescara e in un secondo momento raggiunse Brindisi. Nel 1944, come sede del governo, venne scelta la città di Salerno e Vittorio Emanuele III prese per dimora Villa Episcopio a Ravello mentre il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio si stanziò a Villa Guariglia in Raito di Vietri sul Mare.
Il 12 aprile del 1944 il Re decise di visitare la millenaria Abbazia Benedettina cavese della SS. Trinità, giorno importante perché durante quella giornata decise altresì di lasciare la vita pubblica nominando luogotenente del regno il principe Umberto. Secondo il racconto di Fra Pietro verso le 8.30 antimeridiane si vide una macchina avvicinarsi al millenario speco di S. Alferio con una bandierina che annunciava la presenza di un generale. Al cospetto del frate si presentò un soldato che chiese se l’Abate fosse in abbazia data la presenza di Sua Maestà il Re. Portata la notizia, l’abate Rea (che era occupato con il coro) si affacciò da uno dei balconi per accertarsi della presenza del sovrano. Il Re aspettava dinnanzi l’ingresso e l’abate corse ad accoglierlo insieme all’archivista della Badia D. Leone Mattei Cerasoli. Si decise di sospendere le lezioni e sua altezza visitò il monastero e l’archivio (proprio sul registro si ritrova ancora sua la firma e quella del suo seguito).
Particolari sono due episodi raccontati da Fra Pietro: il primo riguarda la correzione che il Re fece ad una notizia circa una moneta conservata alla Badia di Cava de’Tirreni (Vittorio Emanuele III fu studioso di numismatica e grande collezionista di monete tanto da portarlo a pubblicare il Corpus Nummorum Italicorum opera in 20 volumi dove sono classificate e descritte le monete italiane); il secondo legato al rifiuto di un qualsiasi “momento di ristoro” che sembrava ripetere quello della visita del 14 luglio 1932 dei principi Umberto di Savoia e Maria Josè del Belgio. All’uscita il Re passò tra due file di studenti che, solo dopo un accenno di P. D. Cerasoli, diedero vita ad un applauso scrosciante (la poca simpatia per il sovrano non era certo cosa nuova!). Salutati i professori e gli accompagnatori, Vittorio Emanuele III risalì in macchina per far ritorno a Ravello. Lo stesso giorno venne trasmesso il proclama che diceva: «Ponendo in atto quanto ho già comunicato alle autorità alleate e al mio governo, ho deciso di ritirarmi dalla vita pubblica nominando luogotenente generale mio figlio Principe di Piemonte.
Tale nomina diventerà effettiva, mediante il passaggio materiale dei poteri, lo stesso giorno in cui le truppe alleate entreranno in Roma. Questa mia decisione, che ho ferma fiducia faciliterà l’unità nazionale, è definitiva e irrevocabile ». Dal giorno 5 giugno 1944 alla liberazione di Rowww. ma, il principe Umberto verrà nominato luogotenente del regno. La visita successiva del sovrano avvenne circa dieci mesi dopo. Il giorno 28 febbraio 1945 (anche questa seconda firma è conservata nel registro) il sovrano si presentò in abiti borghesi, a differenza della visita precedente dove aveva indossato l’uniforme di Maresciallo d’Italia. Il 9 maggio 1946 il vecchio sovrano (allora quasi settantasettenne) abdicò a Napoli in favore del figlio con atto del notaio Nicola Angrisano del collegio notarile di Napoli. Vittorio Emanuele III morì il 28 dicembre 1947 ad Alessandria d’Egitto dove, con il titolo di Conte di Pollenzo, si era ritirato in esilio prima della consultazione referendaria.



9 Maggio :Dall'abdicazione di Vittorio Emanuele III alla successione di Umberto II

domenica 5 maggio 2019

La vera storia di “Bella ciao” la canzone che non fu mai cantata nella Resistenza

Dall'amico  Antonio  Ratti  riceviamo  la segnalazione  di  questo  articolo.


di Luigi Morrone

Gianpaolo Pansa: «Bella ciao. È una canzone che non è mai stata dei partigiani, come molti credono, però molto popolare». Giorgio Bocca: «Bella ciao … canzone della Resistenza e Giovinezza … canzone del ventennio fascista … Né l’una né l’altra nate dai partigiani o dai fascisti, l’una presa in prestito da un canto dalmata, l’altra dalla goliardia toscana e negli anni diventate gli inni ufficiali o di fatto dell’Italia antifascista e di quella del regime mussoliniano … Nei venti mesi della guerra partigiana non ho mai sentito cantare Bella ciao, è stata un’invenzione del Festival di Spoleto».
La voce “ufficiale” e quella “revisionista” della storiografia divulgativa sulla Resistenza si trovano concordi nel riconoscere che “Bella ciao” non fu mai cantata dai partigiani.
Ma qual è la verità? «Bella ciao» fu cantata durante la guerra civile? È un prodotto della letteratura della Resistenza o sulla Resistenza, secondo la distinzione a suo tempo operata da Mario Saccenti?
In “Tre uomini in una barca: (per tacer del cane)” di Jerome K. Jerome c’è un gustoso episodio: durante una gita in barca, tre amici si fermano ad un bar, alle cui parete era appesa una teca con una bella trota che pareva imbalsamata. Ogni avventore che entra, racconta ai tre forestieri di aver pescato lui la trota, condendo con mille particolari il racconto della pesca. Alla fine dell’episodio, la teca cade e la trota va in mille pezzi. Era di gesso.
Situazione più o meno simile leggendo le varie ricostruzioni della storia di quello che viene presentato come l’inno dei partigiani. Ogni “testimone oculare” ne racconta una diversa. Lo cantavano i partigiani della Val d’Ossola, anzi no, quelli delle Langhe, oppure no, quelli dell’Emilia, oppure no, quelli della Brigata Maiella.   Fu presentata nel 1947 a Praga in occasione della rassegna “Canzoni Mondiali per la Gioventù e per la Pace”.  E così via.
Ed anche sulla storia dell’inno se ne presenta ogni volta una versione diversa.
Negli anni 60 del secolo scorso, fu avvalorata l’ipotesi che si trattasse di un canto delle mondine di inizio XX secolo, a cui “I partigiani” avrebbero cambiato le parole. In effetti, una versione “mondina” di “Bella ciao” esiste, ma quella versione, come vedremo, fa parte dei racconti dei pescatori presunti della trota di Jerome.
[...]
http://www.nuovarivistastorica.it/?p=7807&fbclid=IwAR3Hii_NNg2GGiz8upPJtvG5tewcVgffguWGos4oqlDeitNOi1ZVoIQcs_E

Ricollochiamo la statua di Vittorio Emanuele II

A Bologna il sindaco Virginio Merola (PD) ha fortemente voluto che la lapide in onore di Umberto I, posta fra due statue che simboleggiano l’Amor Patrio e il Valor Militare, fosse ricollocata all’ingresso di Palazzo d’Accursio.

“La storia non può essere utilizzata a fini di parte”, ha detto Merola.

A Ferrara, invece, dove tutti i simboli e le targhe stradali che ricordavano i Savoia sono stati cancellati da una sinistra ottusa e accecata dall’ideologia, non si riesce ancora a ricollocare in pubblico la statua di Vittorio Emanuele II. 


Qualche candidato sindaco vuole prendersi l’impegno di posizionare in maniera decorosa la statua del “padre della Patria”?

Aldo Fiorini


giovedì 2 maggio 2019

Perché le monarchie sopravvivono?

Ne esistono ancora una quarantina e secondo l'Economist il segreto del loro successo può dipendere da due cose: avere poco potere o averne tantissimo


Per re e monarchi di altro genere, il Novecento è stato probabilmente il peggior secolo della storia. Almeno fino agli anni Ottanta, quasi ogni singolo decennio vide la scomparsa di più o meno una decina di antiche e storiche monarchie. Alla fine degli anni Dieci, ad esempio, non c’erano più re, imperatori o sultani in Portogallo, Germania, Austria-Ungheria e Turchia. Negli stessi anni scomparve anche la più grande e antica monarchia del mondo, quella cinese, mentre nel 1918 si estinse sanguinosamente la casa reale russa.
Nel secondo dopoguerra il fenomeno si fece ancora più concitato. Mezza dozzina di monarchie scomparve nell’Europa Centrale e Orientale, spazzata via dall’Armata Rossa e dai comunisti locali. I movimenti indipendentisti nel mondo in via di sviluppo ne fecero fuori diverse decine. Una delle ultime monarchie a cadere fu quella degli Scià in Iran, deposti dalla rivoluzione religiosa dell’Ayatollah Khomeini nel 1979. Da quel momento ad oggi, però, le monarchie scomparse si contano sulle dita di una mano. In Nepal ad esempio, la monarchia è stata abolita nel 2008 dopo una lunga e sanguinosa insurrezione comunista. In molti altri paesi il prestigio e la presa sul potere dei sovrani sembrano però non essere mai state così forti.

Nell’ultimo numero del settimanale Economistun articolo ha cercato di dare una risposta alla sorprendente capacità di resistenza dimostrata dalle monarchie sopravvissute fino ai tempi recenti.
Un buon punto di partenza è probabilmente dividere le attuali monarchie per tipologia (il che corrisponde anche a una divisione per area geografica). La prima categoria è quello delle monarchie costituzionali europee: Svezia, Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Regno Unito, Spagna, più una manciata da micro-nazioni, hanno tutte sovrani i cui poteri sono limitati da una costituzione scritta e che non sembra saranno eliminati in tempi brevi (sovrani è un termine più adatto di re e regine, visto che alcuni di questi paesi monarchici sono principati o granducati).
Il segreto della loro sopravvivenza, secondo l’Economist, è nella loro debolezza. Sembra un’idea paradossale ma «meno potere un monarca ha, meno gente ci sarà che vuole toglierglielo». Perché infatti intraprendere il complicato percorso politico che porterebbe, ad esempio, alla fine della dinastia dei Bernadotte in Svezia (che oltre ad essere i monarchi locali sono anche discendenti di un generale di Napoleone), quando in sostanza la famiglia si limita a svolgere un certo numero di apparizioni pubbliche e a fare beneficenza? Rimuovere un monarca costituzionale e teoricamente innocuo è ancora più difficile quando il monarca in questione non è solo privo di potere, ma è anche simpatico. Soltanto pochissimi danesi, ad esempio, vorrebbero liberarsi della regina Margherita, una fumatrice compulsiva che esce dal palazzo reale in bicicletta anche in pieno inverno.
A questo bisogna aggiungere che, secondo alcuni, i moderni sovrani esercitano un ruolo positivo anche senza avere grandi poteri. Se sono abili, possono infatti incarnare la rappresentazione tangibile dell’unità nazionale, un valore particolarmente importante in un’epoca di polarizzazione politica come quella che stiamo vivendo. Come ha detto un membro della corte di Elisabetta II d’Inghilterra citato dall’Economist, «la politica si occupa di ciò che divide, la monarchia di ciò che unisce» (va detto però che questo ruolo riesce molto bene anche nelle repubbliche, come quella italiana, che eleggono un capo di stato con funzioni di garante neutrale).
Un ruolo simile probabilmente lo ha giocato nel recente passato anche la dinastia imperiale giapponese, una delle più antiche al mondo.
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https://www.ilpost.it/2019/04/29/monarchie-sopravvivono-economist/

mercoledì 1 maggio 2019

Donato Etna (1858 -1938)

Il “vecio alpin”  che vestì in grigioverde  l'Esercito Italiano 



di Aldo A. Mola

Dal blu al grigioverde: sempre “Avanti Savoia” e viva l'Italia.                         
Con la visita all'Altare della Patria e a Vittorio Veneto, il Milite Ignoto e la città sacra alla Vittoria del IV novembre 1918, ancora una volta il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha indicato, col linguaggio dei simboli e dei luoghi memoriali, la parabola della vera storia d'Italia nel giorno convenzionale della liberazione dalla guerra e dell'inizio della Ricostruzione. Questa voleva, doveva e dovrebbe essere l'unità Stato-Nazione e della fratellanza tra i popoli nella giustizia internazionale: “pax in iure gentium”, la divisa della “Corda Fratres”. A un mese dall’elezione dei rappresentanti al Parlamento europeo il mònito del Presidente giunge puntuale. Ricorda l'abissale differenza tra l'Europa attuale, da quasi 75 anni in pace (sia pure “armata”) dall'Atlantico a Vladivostok, e quella del 1919-1920, gli anni delle paci sbagliate, o quella del 1945-1946, che videro l'inizio della guerra fredda, greve e opprimente negli Stati sotto giogo dell'URSS, ma sempre meglio che sotto le bombe atomiche.
Nei cento anni dalla Grande Guerra a oggi lo “strumento militare” è profondamente mutato in ogni suo aspetto, come ricordano la “Storia dell'esercito italiano” del generale Oreste Bovio e il succoso “Esercito italiano. Storia e Tradizioni” editi dall'Ufficio Storico dello SME (Roma, via Etruria 23). Per secoli gli eserciti sono andati in battaglia con abiti e vessilli sgargianti. I colori facevano la differenza. Distinguevano dai nemici e mostravano la superiorità dei corpi organizzati rispetto alle truppe raccogliticce. Sull'esempio delle legioni romane (con labari e aquile), Napoleone I coniugò arte militare e genio politico e dedicò massima cura alle divise perché, contrariamente a quanto solitamente si dice, esse fanno il guerriero, proprio come la tonaca fa il monaco nelle parti consacrate (la testa e le mani). Gli ussari dell'Impero napoleonico rimangono i cavalieri più eleganti della storia di Francia. Sicuramente costosi, furono anche i più valorosi. Un'élite nell'ambito dell'immensa Armata giunta a contare 600.000 uomini su 30 milioni di abitanti. Per stare alla pari, l'Italia odierna dovrebbe avere in linea un esercito di circa 1.200.000 effettivi. Invece la sua politica estera (che è anche militare) tragicamente annaspa. Né vale obiettare che oggi ogni soldato è un concentrato di tecnologia bellica d'avanguardia. Lo erano anche i militari di allora, bardati e armati di tutto punto, nei confronti della forza dei “civili”. Il perfezionamento delle armi da fuoco mutò lo scenario dei campi di battaglia. Un tiratore scelto di primo Ottocento non sempre centrava un albero a cinquanta metri. Le bombarde facevano più rumore che danni. Poi la canna rigata, i cannoni a retrocarica e a tiro rapido e, infine, la mitragliatrice cambiarono tutto. All'avanguardia fu la guerra di secessione degli USA: il primo grande massacro con “ferri nuovi”. Per la maggior parte degli eserciti europei la svolta venne con la conflagrazione del luglio-agosto 1914. Andare all'assalto o anche solo appostarsi ai margini di un bosco o sul ciglio di una trincea indossando pantaloni rossi, bianchi o giallini e giubbe azzurre o scarlatte significava far da bersaglio al fuoco nemico. Bisognò cambiare, e in fretta. Molto prima che s’imponesse la severa lezione della grande guerra, a voltar pagina in Italia ci aveva pensato un ufficiale degli alpini, Donato Etna. D'intesa con il presidente della sezione milanese del Club Alpino Italiano, Luigi Brioschi, egli propose di passare almeno per gli alpini dal “blu”, comune a tutta la fanteria, al grigio, il colore delle rocce. In molti ambienti la proposta non fu affatto gradita. Non era facile separarsi dai colori consegnati alla memoria dai celebri quadri di Fattori, Induno, Segantini e narrati dalla sterminata memorialistica e narrativa delle guerre risorgimentali.
I primi a vestire il nuovo colore furono 40 alpini della brigata Morbegno, comandata da Etna. Il “Plotone Grigio” nell'ottobre 1906 montò la guardia al Palazzo Reale di Milano in occasione di una visita di Vittorio Emanuele III. Pensoso e riflessivo, il Re lo passò in rivista. Poco più di un anno dopo, il 4 dicembre 1908, con la disposizione 458 fu ordinata l'adozione del grigioverde per l'intero Regio Esercito Italiano. Presidente del Consiglio era Giovanni Giolitti (Mondovì, 1842-Cavour, 1928), che fondeva senso dello Stato e buon senso antico e col Re parlava in piemontese. Ministro della Guerra, per la prima volta dall'unità nazionale, era un borghese: Severino Casana, ingegnere torinese, poi sostituito dall'alessandrino Paolo Spingardi, già comandante generale dei carabinieri.
Il “cambio” non riguardò solo l'abito. Dieci anni dopo la repressione delle “insurrezioni” a Milano, Pavia e in Toscana, seguite di sei anni ai “fasci siciliani”, e dopo il suo ricorrente impiego nel ripristino dell'ordine pubblico messo in forse da scioperi politici sovversivi, l'esercito doveva non solo essere ma sentirsi tutt'uno con il Paese, come lo avevano vaticinato Francesco De Sanctis, Edmondo De Amicis, Giosue Carducci e capi di stato maggiore che arrivavano dalle file del volontariato garibaldino, come Enrico Cosenz, già allievo della “Nunziatella” di Napoli. Avanzava una generazione di ufficiali di volitivi, studiosi, attenti a quanto avveniva non solo oltralpe ma anche in terre lontane: dalla feroce guerra anglo-boera in Sud-Africa (Churchill vi fece la sua “prova del fuoco”) a quella russo-giapponese del 1904-1905. Il ruolo delle forze armate come espressione della Nazione era nelle prime pagine dei quotidiani all'epoca più diffusi.

Donato Etna di sangue reale         
Donato Etna ebbe più influenza di quanto generalmente si sappia. Nel 1906, a quarantotto anni, venne promosso colonnello. Aveva alle spalle un lungo servizio. Volontario con ferma permanente dal 1877, quando aveva 19 anni, sottotenente degli Alpini dal 1880, temporaneamente assegnato al corpo di stato maggiore, nel 1898, dopo la sconfitta subita dagli italiani ad Adua (1 marzo 1896) era andato alpino in Eritrea, la terra ove erano caduti i piemontesi Pietro Toselli, di Peveragno, Giuseppe Galliano, di Vicoforte, Giuseppe Arimondi, di Savigliano... Come lui, partì una legione di militari italiani (lo fece anche il giovane Pietro Badoglio) sulla traccia del cardinal Massaia. Visionari? Colonialisti? Imperialisti? Altrettanto facevano da molto più tempo i loro coetanei inglesi, francesi, olandesi e da poco anche belgi e tedeschi nei rispettivi possedimenti. Altri Stati europei non avevano colonie ma dominavano con altri mezzi non meno convincenti degli “scarponi sulla terra”: la finanza e la bilancia commerciale. Gli Stati Uniti erano il modello. Difficile stabilire se il commercio seguiva la bandiera o viceversa. 
Al di là del grado nell'Esercito, Donato Etna aveva una carta in più per risultare convincente. Alla nascita, in Mondovì, il 15 giugno 1858, fu registrato figlio di genitori ignoti. Nel suo caso, però, mentre della “madre” si vociferò fosse una “maestra di Frabosa” (non si sa se Soprana o Sottana) il “pater” fu subito certo, come riferisce un appunto nell’archivio storico dello Stato Maggiore. Era Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, che se ne occupò con discrezione e affetto. Il nome e il cognome furono un riconoscimento e un programma. Donato nacque poche settimane prima degli accordi di Plombières tra  Napoleone III e Camillo Cavour, premessa sostanziale e poi formale dell'alleanza tra impero francese e regno di Sardegna contro l'Austria per l'ingrandimento sabaudo nell'Italia settentrionale. Sin dal 1713 la Sicilia aveva recato la corona regale a Vittorio Amedeo II, come narra Tommaso Romano, componente della Consulta dei senatori del regno: una decisione ribadita nel 1848. A Torino il possesso del Vulcano dell'Isola del Sole più che una speranza era e rimaneva un programma.

La famiglia “allargata” di Vittorio Emanuele II
Re Vittorio aveva una vita privata più lineare, persino monocorde, di quella solitamente narrata. La Consorte, Adelaide, era morta nel 1855 nel travagliato ottavo parto in soli 11 anni dalle nozze. Dei figli maschi le sopravvissero Umberto, principe di Piemonte, duca di Savoia e poi Re di Sardegna e d'Italia; Amedeo, duca di Aosta e poi Re di Spagna; e Oddone, duca di Monferrato (1846-1866). Duca di Savoia, dal 1847 Vittorio Emanuele aveva instaurato un rapporto uxorio con la quattordicenne Rosa Vercellana. A suo modo le rimase fedele “usque ad mortem” al di là degli “incontri casuali”, all'epoca consueti non solo per sovrani ma per militari di terra e di mare, commercianti, esploratori e anche per politici, sia stanziali (Cavour ne è un esempio) sia erratici (come Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e Francesco Crispi...).
Dalla “Bella Rosina” (dall'11 aprile 1859 contessa di Mirafiori e di Fontanafredda) Re Vittorio ebbe Vittoria ed Emanuele Alberto Guerrieri (che lo seguì nella campagna del 1866 contro l'Austria). In pericolo di vita, il 7 novembre 1869 il Re sposò Rosa con rito religioso e il 7 novembre 1877 con rito civile: matrimonio morganatico, cioè senza senza effetti dinastici, benché la sposa avesse titolo di “Altezza”. Esclusa dal Pantheon (“tomba” provvisoria del Re, come poi di suo figlio, Umberto assassinato a Monza a soli 56 anni) Rosa venne poi deposta nel “piccolo Pantheon” appositamente fatto edificare dai suoi eredi a Mirafiori (16 metri di diametro). Molti trovarono curiosa l'insegna scritta sul suo frontone, “Dio, Patria, Famiglia”, sia poiché essa era cara a Mazzini, sia perché Re Vittorio, come Cavour, era stato scomunicato per la “debellatio” dello Stato Pontificio e la sua famiglia era un po' “allargata”. La figlia, Vittoria, sposò il primo aiutante di campo del Re. Alberto impalmò la figlia del dovizioso conte di Larderel e si affermò come enologo di fama europea, come già il marchese Tancredi Falletti di Barolo. Sulla sua traccia proseguì Gastone Guerrieri di Mirafiori, deputato nazionalista e senatore.

Il “vecio” Etna a Carzano,  dopo Caporetto...
Già decorato durante l'“impresa di Libia”, asceso a generale Donato Etna si condusse con valore nel corso della Grande Guerra. Legò il nome a due sue battaglie, una azzardata (rimasta nell'oblio), l'altra (la ritirata dall'Isonzo al Piave), ove nel disastro generale rifulse il suo valore. La prima fu il “sogno di Carzano”, più volte narrato come possibile “sfondamento in Trentino” un mese prima di Caporetto, “occasione perduta” secondo il “memoriale” di Cesare Pettorelli Lalatta. In sintesi, per quanti già non conoscano la vicenda, dall'agosto 1917 un militare sloveno prese contato con Pettorelli per informare sui piani austro-ungarici e caldeggiare un'offensiva italiana in quello che era ritenuto settore debole della difesa austro-ungarica. Dopo ulteriori contatti e tergiversazioni, il piano venne proposto al Comandante Supremo, Luigi Cadorna, che ci rifletté e infine autorizzò l'azzardo. La filiera fece capo proprio al generale Etna, comandante della XVIII Divisione, che però ebbe al seguito ufficiali nominati da poco nei rispettivi ruoli. Mancò un vero progetto. A ben vedere su quel tratto non si sfondava proprio nulla per due motivi chiarissimi a Cadorna: in primo luogo lì l'Austria poteva essere ferita ma non penetrata e vinta. In secondo luogo ormai si era esaurita l'offensiva generale d'agosto sulla Bainsizza. Lo sforzo era stato enorme. Come l'anno prima, anche nel 1917 l'Italia era stato l'unico Paese ad avanzare in territorio nemico. L'Austria-Ungheria fu sull’orlo del collasso. A salvare gli Imperi Centrali fu il crollo della Russia, in preda alla rivoluzione bolscevica innescata da Lenin trasferito dai tedeschi in vagone piombato dalla Svizzera, con le trame del “Grande Parvus”.
Cadorna, stratega autentico come ha documentato suo nipote Carlo in “Caporetto. Risponde Cadorna” (ed. BCSMedia), aveva una visione europea della guerra. La “missione Carzano” finì come prevedibile. Il primo a non crederci fu proprio Etna, che appesantì le truppe con i “fardelli” per attestarsi quale eventuale “testa di ponte” in attesa di rinforzi che però il Comando Supremo non poteva inviare perché li avrebbe distolti dal fronte principale. A conclusione la VI Armata venne sciolta e fusa con la I. Il “Capo” aveva ragione. Proprio sull'alto Isonzo alle 2 del mattino del 24 ottobre 1917 si scatenò l'inferno che costrinse all'arretramento del fronte come narrò Luigi Cadorna in “La guerra alla fronte italiana” (BastogiLibri, 2019). Tra i migliori comandanti nella lunga sanguinosa e spesso eroica battaglia di arresto del nemico vi fu proprio Donato Etna, molto apprezzato dal nipote, Vittorio Emanuele III, che stimava quello “zio”, gli era sinceramente affezionato e gli conferì decorazioni e riconoscimenti. Del resto proprio Etna era stato tra i migliori nell'organizzazione delle difese del Monte Grappa, fulcro della difesa italiana contro l'avanzata nemica e della riscossa del 1918. 
Il 14 ottobre il sessantenne generale Etna guidò l'avanguardia dell'Esercito italiano nella battaglia finale di Vittorio Veneto e meritò la medaglia d'argento. Poi al comando del corpo di armata di Torino, nel 1919 fu esonerato perché intimò perentoriamente il rilascio degli ufficiali che si erano dichiarati favorevoli all'impresa di d'Annunzio a Fiume. Candidato alla Camera senza successo per la Lista della Vittoria nelle elezioni del novembre di quell’anno, il “Vecio Etna” guadagnò ampio seguito tra gli alpini e quanti temevano la rivoluzione rossa, che non era una fiaba ma una minaccia vera, come si vide con l'attacco della Russia di Lenin e Stalin alla Polonia in coincidenza con l'occupazione delle fabbriche nel triangolo industriale Torino-Milano-Genova. Prefetto ad Alessandria (febbraio-luglio 1923), piazza strategica sull'asse Torino-Genova all'avvento del governo Mussolini (31 ottobre 1922), e commissario al Comune di Torino nel 1925, nel 1933 Etna fu creato senatore del Regno.  Così raggiunse alla Camera Alta i Principi del sangue e tanti generali, ammiragli, politici e imprenditori che avevano avuto ruolo protagonistico dall'intervento alla Vittoria.
...e per fermare lo spopolamento delle aree montane
Al centro della sua attenzione rimasero le ripercussioni negative dello spopolamento delle montagne sull’efficienza delle truppe alpine e sulla difesa della frontiera montana. Nel 1930 ne parlò al I congresso piemontese di “economia montana”: un assillo che non è né di destra né di sinistra. Era ed è un problema vero e serio. Lo divenne ancor più dopo la guerra del 1940-1945 quando le valli furono teatro di tanti conflitti: quello italo-francese del 1940-1943, il franco-italiano del 1944-1945, il germano-francese del 1943-1945 e, non ultimo, quello fratricida tra italiani dal 1943 al 1945. Un groviglio che richiede pazienza e pacatezza per essere districato in tutte le sue implicazioni e conseguenze. Gli “americani”, pochi ma in posizione chiave, stavano a guardare.
Scrivere di storia è facile trincerati fra libri. Altra cosa è farla. Costa lacrime e sangue. Perciò chi scrive deve sentire rispetto per le Persone di cui scrive. A distanza di tanto tempo si possono indicare tra gli eredi morali di Donato Etna uomini che si batterono per la liberazione del Piemonte da invasori di ogni genere e per la restaurazione dello Stato. In Piemonte la “nazione” esisteva da secoli, proprio grazie a Casa Savoia che aveva inoculato il senso di appartenenza e di condivisione. Le sue antiche insegne vennero rialzate dall'eroico generale Mario Perotti, fucilato al Martinetto di Torino, da Enrico Martini “Mauri”, Icilio della Rocca, Edgardo Sogno, Alessandro Trabucchi e da Aldone Quaranta, comandante militare della I Divisione “Giustizia e Libertà”, massone, figlio e nipote di illustri “Fratelli”. Fu lui a scrivere l'ordine di scioglimento della IV Armata dettato dal generale Mario Vercellino, grazie al quale i subordinati non poterono essere accusati di diserzione.
A differenza dei conti di Mirafiori, Donato Etna, non prese moglie. Sposò l'esercito. Dopo la caduta della monarchia, non ebbe neppure “eredi morali”.  La sua Italia, grande e generosa, andava dimenticata. Motivo in più per ricordarlo ottant'anni dopo la morte. Fu il “vecio” che vestì gli alpini di verde, poi mutato nel grigioverde. Col suo vulcanico cognome insegnò la continuità montana dell'Italia, dalle valli dell'Italia settentrionale alla dorsale appenninica, dagli Abruzzi e Molise, bacino storico di truppe alpine, ai monti siciliani. Donato Etna, figlio di Vittorio Emanuele II e della “maestrina di Frabosa”, insegna che l'unità orografica della “Saturnia Tellus” è tutt'uno con quella morale della “itala gente da le molte vite”.

Aldo A. Mola
  
    

martedì 30 aprile 2019

25 Aprile 45: considerazioni impolitiche

del Presidente del Circolo Rex Domenico Giglio

Il 25 aprile fu la data della insurrezioni di tutte le forze patriottiche e partigiane deciso dal CLNAI e dal comando militare dello stesso, avendo le forze alleate, delle quali facevano parte anche i Gruppo di Combattimento del Regio Esercito, sferrato l’offensiva definitiva contro le linee germaniche, sfondandole ed avanzando su tutto il fronte, dal Tirreno all’Adriatico, raggiungendo Bologna e puntando verso la pianura lombardo-veneta, In realtà le operazioni belliche terminarono alle ore 14 del 2 maggio, dopo la resa delle truppe tedesche, firmata il 29 aprile nelle Reggia di Caserta.
La data quindi non celebra, come il 4 novembre 1918, la fine delle ostilità, ma, diciamo, lo slancio finale, che avrebbe portato alla completa liberazione del territorio italiano, anche se Trieste e l’Istria videro l’arrivo, non certo liberatorio dei comunisti jugoslavi, prima che vi giungessero gli anglo-americani a ristabilire, parzialmente, la situazione,
Nelle celebrazioni susseguitesi dal 1949, dopo quella iniziale del 25 aprile del 1946, si sono ripetute e si ripetano ancora alcune affermazioni retoriche, per dare lustro alla data, quale ad esempio quella di aver ristabilto la democrazia e di aver dato i natali alla repubblica, affermazioni entrambe false, La prima del ristabilimento delle istituzioni parlamentari con le relative elezioni politiche, risale, non dimentichiamolo, ad un Decreto del Governo Badoglio (RD.L. del 2 agosto 1943-n.175)., dove si stabiliva procedere alla elezione della Camera dei Deputati, quattro mesi dopo la fine della guerra, decreto che fu sostituito con altro D.L.L. del 25 giugno 1944 – n.141, dove era precisato che, sempre dopo la liberazione del territorio nazionale, si sarebbe proceduto alla elezione non più della Camera dei Deputati, ma di una Assemblea Costituente. Quindi nulla mutava od aggiungeva a queste decisioni la sollevazione del 25 aprile. Il ristabilimento della democrazia era già scritto e deciso, e nell’Italia Centro Meridionale, dal giugno 1944 ( liberazione di Roma ), la vita politica ed i partiti avevano ripreso la loro attività,si pubblicavano giornali, si tenevano comizi.
La seconda affermazione, relativa alla repubblica, oltre che falsa era ed è anche offensiva per tutti coloro che parteciparono direttamente od indirettamente alla guerra di liberazione per fedeltà al giuramento prestato per il “bene indissolubile del Re e della Patria”, E questi furono centinaia di migliaia, a cominciare dal ricostituito Regio Esercito, dalla Regia Marina ed Aeronautica, dai Reali Carabinieri,dalle formazioni patriottiche ( non partigiane), sorte subito dopo l’8 settembre 1943, di cui solo a titolo indicativo e non esaustivo ricordiamo le fiamme verdi di Martini Mauri e la “Franchi” di Edgardo Sogno,ed i loro caduti, tra i quali furono generali, ammiragli ed altri alti ufficiali, quando non risultano invece esservi nessun esponente dei partiti politici del CLN, nascosti o protetti in chiese e monasteri. Per precisione e correttezza ne ricordiamo l’unico caduto, Bruno Buozzi, sindacalista e già deputato socialista,fucilato dai tedeschi, il 4 giugno 1944, in località “la Storta”,sulla Via Cassia,quando stavano fuggendo da Roma, ma insieme con lui, ribadiamo, furono fucilati il generale Dodi, ed altri ufficiali, Con l’occasione credo sia opportuno ricordare che Bruno Buozzi, aveva accettato di collaborare con il Governo Badoglio, dopo il 25 luglio, ricevendo l’incarico commissariale degli ex sindacati fascisti.
Abbiamo detto partecipare anche “indirettamente” alla guerra di liberazione, e mi riferisco alle centinaia di migliaia di soldati, oltre 600.000, presi prigionieri dai tedeschi, dopo l’8 settembre, e rinchiusi, in condizioni disumane, nei campi di concentramento, veri lager, E quando agli stessi fu proposto da emissari della repubblica sociale di aderire alla stessa e tornare così in Italia, oltre il 90% rifiutò l’offerta per quel famoso giuramento, di cui oggi si parla, a denti stretti, dimenticando sempre e volutamente a chi fosse prestato.
Sempre in merito all’offesa recata ai monarchici che avevano partecipato alla vera Resistenza ricordiamo che nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946, le provincie di Cuneo, Asti e Bergamo dove vi erano stati importanti nuclei di patrioti, dettero la maggioranza alla Monarchia, come la dette Alba, vilmente chiamata “repubblica di Alba”, le cui vicende furono descritte dal “badogliano” Beppe Fenoglio, in un grande romanzo storico che nessuna importante casa editrice ha più ripubblicato,per quella “congiura del silenzio”, su quanto di positivo abbiano fatto i monarchici ed i Savoia.
Domenico Giglio

domenica 28 aprile 2019

Ecco perché la Festa della Liberazione non dovrebbe avere colori politici ma una Bandiera… quella Sabauda.



Ieri guardavo con attenzione le immagini delle Piazze Italiane, in festa, per celebrare quella liberazione che una buona metà dei giovani presenti alle relative manifestazioni non comprende neanche lontanamente.
Ho trovato accecante la presenza di soli rappresentanti di una sinistra italiana che, usurpando un pezzo di storia (della Nostra storia), sta consegnando alle generazioni a venire una visione di quella che fu la resistenza ben lontana dalla verità.
Mi fanno pensare le immagini di quei ragazzi con le magliette “Chi tace, acconsente” corredate dallo stemma di Casa Savoia.
Ragazzi che non sanno, e a cui non è stato spiegato, il ruolo che ebbe Casa Savoia nel periodo più buio della nostra storia; non sanno, che un monarca è super partes; non sanno che la Festa della Liberazione fu fortemente voluta da Re Umberto II e fu lui a indirla; non sanno, e alcuni forse non vogliono sapere, di quanto la Regina Maria José si impegnò per supportare i partigiani sia con beni di prima necessità che economicamente durane il suo esilio.



Mi chiedo se oltre il ricordare i partigiani comunisti ieri non avremmo potuto ricordare anche i molti, anzi moltissimi, partigiani monarchici che diedero la vita per la nostra libertà.
Tra i tanti vorrei ricordare Edgardo Sogno, eroe della resistenza, antifascista, anticomunista e convinto monarchico e Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, brutalmente ucciso nelle Fosse Ardeatine.


Mi auguro che, un giorno, qualcuno abbia la forza e il coraggio di raccontare questa storia; che è la storia d’Italia ed è la storia di noi tutti.
Perché, come diceva un Re coraggioso (che combatté già dal 1943 contro il regime fascista assieme alle forze alleate), l’Italia… innanzitutto. 

Pietro Orso Baiardo Virgadamo


venerdì 26 aprile 2019

Pubblicato il Diario Inedito di Federzoni, nel volume saggi del Prof Mola


L'Editore Angelo Pontecorboli (Firenze) ha pubblicato il volume "Luigi Federzoni - Diario Inedito (1943-1944)" a cura di Erminia Ciccozzi, con saggi dello storico cuneese Aldo A. Mola e Aldo G. Ricci.

L'opera esce con l'egida della ASSGG unita all'Archivio Centrale dello Stato (al quale venne donato l'originale del diario), all'Istituto Lino Salvini (Firenze), alla Associazione di studi storici Giovanni Giolitti (Cavour) e all'Associazione di studi sul Saluzzese e alla Consulta dei Senatori del Regno.
Con la promozione della pubblicazione la ASSGG propone all'attenzione la complessa figura e l'opera di Luigi Federzoni (Bologna,1878 -Roma,1967), scrittore, deputato, ministro delle Colonie (due volte) e dell'Interno, presidente della Camera Alta e di Istituzioni culturali apicali, artefice del voto con il quale il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo chiese al Re di esercitare tutti i poteri previsti dallo Statuto Albertino.
L'opera (la cui presentazione verrà curata anche dalla Consulta) documenta anche le fitte relazioni tra Federzoni e Re Umberto II nel dopoguerra. Oltre che nelle librerie (15 x 21, pp. LXXVI+574, euro 24,50) può essere ordinata direttamente all'Editore: via Vittorio Emanuele II, n.115, 50134 Firenze, info@pontecorboli.it.



https://www.cuneocronaca.it/pubblicato-il-diario-inedito-di-federzoni-nel-volume-saggi-dello-storico-cuneese-mola

mercoledì 24 aprile 2019

Il libro azzurro sul referendum - XIII cap - 9 -14


Ordine del giorno del Governo
Voto contrario di Cattani: il dissenso inserito a verbale
(notte dell’11 giugno 1946) 


« Il Consiglio dei Ministri in considerazione della proclamazione dei risultati del referendum, fatta a termini di legge dalla Suprema Corte di Cassazione, e che assicura la maggioranza della repubblica, si è riservato di decidere nella seduta di oggi martedì sui provvedimenti concreti che ne derivano. Il Consiglio confida nel senso di civismo di tutti gli italiani e fa appello al Paese che si è dimostrato nella sua maggioranza repubblicano - perché nella sua forza e nel suo diritto non si presti a provocazioni di elementi faziosi nella sicurezza che nessuno potrà strappargli la vittoria raggiunta nella legalità della consultazione popolare della quale il Governo rimane pienamente garante. In conformità della precedente deliberazione la giornata di oggi, martedì 11 giugno, è considerata festiva a tutti gli effetti ».


Minaccia su Trieste e all’interno - 12 giugno 1946

Da fonte alleata il Gen. Infante riferisce che il rappresentante di una potenza straniera si è fatto tramite fra un partito estremista e il dittatore Tito per provocare un colpo di mano su Trieste nel giro di ventiquattro ore, ove la Corona reagisca all’o.d.g. del governo con un irrigidimento che porti alla rottura. A questa minaccia se ne è aggiunta un’altra : l’intervento armato di una Potenza lungo il confine alpino: si tratta di due azioni che saranno sincronizzate con lo sciopero generale per cui la C.G.I.L. è prontissima...

Il Sovrano in quei giorni più volte ripete « non posso accollare alla Monarchia la responsabilità del sangue... ».

Bandiera Repubblicana 12 giugno 1946

« All’insaputa dell’On. De Gasperi venne alzata la bandiera repubblicana; più tardi fu tolta. Bandiera monarchica al Quirinale, bandiera repubblicana alla Torre delle Milizie ».

Manlio Lupinacci così commentò: « Forse la bandiera più vecchia avrà fatto intendere all’altra, in quel dialogo sul vento, che così senza stemma Sabaudo sul bianco, essa era soltanto la bandiera di altra repubblica. E che celebrare la repubblica italiana con l'esotico vessillo di una repubblica che non gode gran fama di ordine e stabilità, non era cosa opportuna e indovinata ».



Lettera del Re all’On. De Gasperi

« Signor Presidente, ritengo opportuno confermarle ancora una volta la mia densa volontà di rispettare il responso del popolo italiano espresso dagli elettori rotanti, quale risulterà dagli accertamenti del giudizio definitivo della Suprema Corte di Cassazione chiamata per legge a consacrarlo. Poiché questo proposito è di certo comune a tutti, come il desiderio di apportare il massimo contributo alla pacificazione degli spiriti, sono sicuro che possiamo ancora continuare in quella collaborazione intesa a mantenere quanto è veramente indispensabile: l’unità d’Italia.

Accolga, signor Presidente, i miei sentimenti.
Umberto »
Roma, 12 giugno 1940.


Discorso dell’On. Romita a Piazza del Popolo

«Cittadini della repubblica italiana, avrei dovuto parlare in qualità di ministro ufficialmente delegato dalla repubblica italiana. Mi limito invece a parlare come ministro del popolo repubblicano italiano, perchè se la repubblica è un fatto ormai acquisito e una realtà storica, manca ancora la registrazione dell’anagrafe politica... ».


L’Ambasciatore inglese e l’Ammiraglio Stone

L’On. De Gasperi ha alcuni colloqui al Viminale: l'Ambasciatore Inglese Charles e l'Ammiraglio Stone dichiarano che bisogna aspettare la decisione definitiva della Suprema Corte.