NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 17 novembre 2019

Vicoforte: piccola rassegna stampa




I Savoia a Vicoforte: «La tomba del Re? Il suo posto dovrebbe essere a Roma»

"Lavoriamo al ritorno in Italia delle salme di Umberto II e Maria José"

La copia della “Rosa della cristianità” non potrà essere posata sulle arche di Casa Savoia

A Vicoforte la messa dei monarchici per Vittorio Emanuele III

sabato 16 novembre 2019

Un secolo di storia d'Italia nella vita della Regina Margherita


Famiglia Cristiana concede il bis, per i 150 anni di Re Vittorio.

Il Re con la Regina Madre
"Un addio tra fiori e fasci littori"

di Luciano Regolo
Nella primavera 1909 Margherita scomparve improvvisamente da ogni ricevimento, cerimonia, persino dalle sue abituali passeggiate al Pincio. E non si videro più ospiti avvicinarsi alla cancellata del suo palazzo romano, dove di solito la gente si accalcava per vederla entrare o uscire, tributandole affetto e ammirazione, senza troppe formalità. Presto si diffusero voci sinistre sulla sua salute. Il disturbo della regina madre però non era mortale, semplicemente si era acuito col tempo il problema delle forti nevralgie che per lei era iniziato un ventennio prima, in seguito al fallito attentato di Passannante. Un malessere, dunque, di probabile origine psicologica, legato allo stress emotivo. L’ articolo pubblicato il 25 aprile 1909 dal New York Times fugò le paure: «I romani stanno diventando ansiosi sulla salute della cara regina madre. È stato detto a lungo che aveva l’ influenza e la nevralgia. Ma il tempo è passato e non è guarita, mai è stata vista e si è cominciato a dire che è ammalata. A palazzo ammettono che è bloccata al letto. (...) La natura della malattia non è specificata. Ma si suppone che sia una debolezza lasciata dall’influenza e che lei abbia una brutta nevralgia facciale. Ne aveva sofferto per la prima volta (...) nel 1878 e l’ unica cosa che la calmava era la musica (...). ora, dopo la morte di Umberto, lo shock è tornato. Il solo rimedio rapido per lei è fare automobilismo». Al suo malessere accenna la stessa Margherita in un’ altra missiva indirizzata a Bonomelli il 29 luglio 1909, nono anniversario dell’ assassinio di Umberto, insolitamente ancora a Roma: «La ringrazio d’ interessarsi alla mia salute; ho sofferto veramente molto: quelle nevralgie sono proprio maligne; e poi quattro mesi di malattia e quella lunga inazione e l’ assoluta impossibilità di occuparsi per tanto tempo sono proprio spiacevoli; ma ora grazie a Dio, sto di nuovo bene, e riprendo forza ogni giorno. Il 1° agosto a sera, ripartirò per Stupinigi (...). Spero che il soggiorno in quel bel luogo di Domodossola tra quei buoni e intelligenti padri Rosminiani Le darà riposo per l’ anima e per la salute; la pace è tanto bella cosa e la migliore di tutte le cure».
Non sopporta l’immobilismo Margherita, chiederle di stare ferma o chiusa sarebbe condannarla alla depressione. E infatti la sua vecchiaia è un inno alla gioia di vivere, al continuo gusto della scoperta. E anche se i suoi capelli si sono ingrigiti e lei decide di non tingerli più di biondo, ma piuttosto di virare la canizie sull’ argento, visto che ha compiuto 58 anni e non le dispiace l’ aria di signora distinta che le danno o il contrasto con lo scuro dei suoi abiti e dei pizzi, si mantiene estremamente giovanile nello spirito e nel fisico. Riacquista anzi gradatamente la linea perduta, proprio dopo quel periodo di malattia. Nel 1910 Fanny Salazar Zampini, nella sua biografia della regina madre destinata al pubblico britannico, ne tracciò un lusinghiero ritratto: «Benché (...) compirà 60 anni il 20 novembre 1911, è ancora una delle più eleganti donne in Italia. Nessun’ altra conosce meglio l’ arte di come valorizzarsi al massimo e di come mantenere la propria bellezza. La sua carnagione e la sua figura sono ancora l’ invidia della società italiana. Sua Maestà si occupa poco della vita di corte e, dalla morte del marito, ha dedicato gran parte del suo tempo al lavoro filantropico per tutta l’ Italia. Infatti è guardata dal popolo di quella Nazione, nella stessa luce in cui si guarda la regina Alessandra (consorte di Edoardo VII, re d’ Inghilterra, scomparso il 6 maggio 1910, ndr) in questo Paese. La simpatia per il suo stato di vedova è unita all’ammirazione per la forza con cui ha affrontato la tragedia della sua vita».

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venerdì 15 novembre 2019

Quel giorno in cui Vittorio Emanuele III si mise una rivoltella in tasca prima di incontrare il Duce


Articolo di Famiglia Cristiana Per i 150 anni della nascita di Re Vittorio

In occasione dei 150 anni dalla nascita del sovrano pubblichiamo uno stralcio tratto dal libro di Luciano Regolo "Così combattevamo il duce: l'impegno antifascista di Maria José di Savoia nell'archivio inedito dell'amica Sofia Jaccarino" (Kogoi edizioni) che rievocano i drammatici momenti del Gran Consiglio del Fascismo e l'incontro tra il re d'Italia e Mussolini a Villa Savoia, con i retroscena del piano dei reali che avrebbe portato all'arresto il capo del fascismo.

In occasione dei 150 anni dalla nascita di Vittorio Emanuele III pubblichiamo uno stralcio tratto dal libro del condirettore di Famiglia Cristiana Luciano Regolo "Così combattevamo il duce. L'impegno antifascista di Maria José di Savoia nell'archivio inedito dell'amica Sofia Jaccarino" (Kogoi edizioni) in cui vengono rievocati i drammatici momenti del Gran Consiglio del fascismo del 24 luglio che spodestò Mussolini e il successivo incontro tra il re e il duce prima del suo arresto.


Alle 17 del 24 luglio nella sala del Pappagallo di Palazzo Venezia si riunì lo storico Gran Consiglio, protrattosi fino alle prime ore del 25, che, a larga maggioranza, approvò la mozione presentata da Grandi per le dimissioni del duce e l'uscita immediata dal conflitto. Ma, incoraggiato da alcuni messaggi di pentiti, tra coloro che lo avevano sfiduciato, ricevuti nella stessa mattinata, Mussolini chiese al re di poter anticipare l'udienza: pensava di poter godere del suo appoggio per rimettere a posto le cose. Perciò, il piano, fu immediatamente cambiato: Vittorio Emanuele III avrebbe visto Mussolini alle 17 a Villa Savoia, poiché era domenica e il sovrano si trovava nella sua residenza privata e, uscendo da lì, il duce sarebbe stato portato via dalla famosa autoambulanza. Del piano per la cattura del duce, Maria Josè sapeva fin dal 19, quando Arena ne era stato informato da Castellano. Così come sapeva che la mozione Grandi avrebbe provocato la caduta del regime. Tuttavia, apprese solo dalla radio che l'arresto era stato anticipato di un giorno.

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Famiglia Cristiana



giovedì 14 novembre 2019

Circolo Rex - 72° ciclo di conferenze




“Il più antico Circolo Culturale della Capitale”

72° Ciclo di Conferenze 2019 - 2020

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“ Il centenario della marcia di d’Annunzio a Fiume , il 12 settembre 1919, ed i problemi che questa ardita operazioni creò sia con il Governo Italiano , sia con le altre potenze vincitrici della Grande Guerra sono oggetto di studi , commemorazioni e celebrazioni che approfondiscono tutti gli aspetto del governo dannunziano terminato purtroppo nel “Natale di sangue” e con la partenza del “Comandante” il 18 gennaio 1921. Il Circolo REX come Circolo di Cultura si soffermerà sui suoi riflessi nel confronti del governo e dello stato italiano affidando l’analisi dell’avventura fiumana al

Professore Giuseppe Parlato 

Presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice

Domenica 17 novembre alle ore 10,30

“ D’ Annunzio a Fiume : la crisi dello Stato Liberale”

Sala Italia presso Associazione “Famija Piemonteisa - Piemontesi a Roma”


Via Aldrovandi 16 ( ingresso su strada) e 16/B (ingresso con ascensore) raggiungibile con linee tramviarie “3” e “19” ed autobus “910”,”223”, e “52”

INGRESSO LIBERO

Nota: in sala saranno disponibili copie del recente volume del prof. Fisichella “Dittatura e Monarchia - L’Italia tra le due guerre” – editore Pagine-


lunedì 11 novembre 2019

Anniversario della nascita del Re Vittorio Emanuele III



di Emilio del Bel Belluz

Sono trascorsi 150 anni

In questi giorni, in cui si ricordano quelli che ci hanno lasciato, ho visitato i cimiteri dove riposano i miei morti. Posso dire che ho un grande rispetto per quelli che mi hanno preceduto, specialmente per quelli che sono periti combattendo. Da anni m’interesso affinché le tombe dei caduti della Grande Guerra poste nei cimiteri vicini a dove abito ( Pasiano, Cecchini, Rivarotta, Visinale, in provincia di Pordenione ) abbiano almeno un fiore e una poesia.
Questo mi sembra il modo giusto per ricordare quelli che sono morti donando la loro giovane vita alla Patria. Purtroppo devo dire che molti corpi di questi eroi sono stati esumati e gettati negli ossari. Questo  la considero una spregevole azione nei confronti di quei soldati che si offrirono alla Patria, scrivendo pagine di grande eroismo. Questi soldati non hanno nome, solo il buon Dio lo conosce. 
“Onorare i soldati del Regio Esercito Italiano che donarono la loro vita alla patria è un dovere per quelli che sono rimasti. Da allora sono passati  oltre cent’anni, ma il sangue versato dagli eroi, non potrà mai essere cancellato. Tanti sono caduti, il nostro compito è di non dimenticarli. La loro storia è un tesoro di eroismo da lasciare a quelli che verranno” In questi giorni pensavo a un avvenimento che sarebbe dovuto accadere ad Arcade, in provincia di Treviso. 
Si trattava di ricordare con una targa o un monumento il Re Soldato, Vittorio Emanuele III. Sarebbe stato a ricordo del sovrano Vittorio Emanuele III, che venne ad Arcade per conferire la medaglia d’oro alla signora Maria Baldo che aveva 13 figli, di cui sette partirono volontari per la guerra, e quattro non fecero ritorno a casa. In cuor mio non avrei visto nulla di negativo se si fosse ricordato con un monumento Vittorio Emanuele III. 
Ma nulla di tutto questo accadrà. Forse si sarà pensato di mettere in pericolo la democrazia. 
Io credo che in pericolo sia l’onore di questo Paese incapace di conoscere la storia e di accettarla. Un fratello di mio nonno, Gaetano, mi raccontava di come questo Sovrano avesse visitato il posto di combattimento dove si trovava. Rimase colpito dalla sua gentilezza e dall’affetto, con cui parlava ai soldati come se fossero suoi fratelli. 
Questo lo ricordò per tutta la vita, e non dimenticò mai di onorare il suo Re, almeno con la preghiera, dispiaciuto di non poterlo andare a onorare di persona. Quel viaggio in Egitto non poteva permetterselo, nel suo portafoglio alla sua morte trovai le foto del Re Vittorio Emanuele e dell’ amata Regina Elena Queste piccole foto le conservo nel mio portafoglio, perché i ricordi non muoiano con la morte di chi abbiamo amato.  In Italia si temono ancora i Savoia, nonostante si debba a loro l’unificazione d’Italia. “ Attorno al nome dei Savoia durano ancora le polemiche e le passioni. 
Ma di tutte le passioni, la più assurda è quella che pretende di cancellare la realtà dei fatti accaduti e delle persone che ne sono state protagoniste, tanto più quando le persone sono dei Re e riassumono perciò in se stesse la storia di un popolo con i suoi atti belli e i suoi atti brutti, le sue fortune e le sue disgrazie. 
Nemmeno il polemista più rancoroso può negare che la casa di Savoia è il simbolo dell’Italia almeno per l’ultimo secolo, e nessun uomo di parte può dimenticare che Vittorio Emanuele  III, il Sovrano attorno al quale si muove il periodo più lungo e più fitto di vicende della storia dell’Italia monarchica, è stato il Re di una guerra persa, ma anche il Re di una guerra vinta; e che in ogni caso non se ne se ne può ignorare la figura, se si vuole ripercorrere la storia italiana di questo mezzo secolo” (Oggi del 14 giugno 1951).

domenica 10 novembre 2019

Messaggio di Re Umberto per il Centenario della nascita di Re Vittorio Emanuele III

Sul sito dedicato a Re Umberto II pubblichiamo, nella ricorrenza della nascita del Re Soldato, il messaggio che Re Umberto II indirizzò agli italiani nel 1969.


Questo messaggio è uno dei tanti contributi del nostro Camillo (Zuccoli) che lo conservava in cornice, autografato dal Re, presso la sua abitazione mentre noi ci dannavamo per riuscire a trovarlo.

Questo messaggio in particolare valse una bella giornata sul lago d’Iseo, fraternamente accolti da lui e dalla sua signora nella sua casa stracolma di memoria patria. La stessa casa nella quale siamo tornati per dargli l’ultimo saluto.

Camillo continua ad essere qui con noi attraverso il suo contributo e quello, recentissimo, di sua moglie, signora Ursula, che ha voluto donarci così tante cose che facciamo fatica a catalogarle e che ringraziamo dal profondo del cuore.

A Camillo, oltre che a Re Umberto e a Re Vittorio Emanuele dedichiamo i nostri sforzi.

Viva il Re!







sabato 9 novembre 2019

Un graditissimo invito dalla Unione Monarchica di Spagna


Davvero dolenti di non poter partecipare per gravosi impegni professionali e famigliari, ringraziamo di cuore l'Unione Monarchica di Spagna per il graditissimo invito.
Speriamo in una prossima occasione. 

¡VIVA ESPAÑA! ¡VIVA EL REY!


E SEMPRE VIVA L'ITALIA! 



Carlo Delcroix un grande soldato del Re


Alcuni mesi fa moriva un distinto signore, che acquistava ogni mattina il suo amato quotidiano: Il Giornale, e ci teneva a dire che l’aveva acquistato sin dal primo numero. 
Un giorno incontrai questo signore che si chiamava Gian Giacomo Guglielmi, e facemmo amicizia. Il suo modo di fare era quello di un nobile, vestiva elegantemente, e parlava con proprietà di linguaggio. Mi raccontò, che durante gli anni cinquanta a Bari, aveva conosciuto lo scrittore Carlo Delcroix e ne era rimasto affascinato. 
Nel periodo della loro conoscenza il Signor Gugliemi si trovava a Bari per fare propaganda politica per il Partito Monarchico, di cui Delcroix fu eletto deputato per una legislatura. Lo scrittore aveva un carisma particolare nel parlare alla gente, sapeva convincere ed era bello ascoltarlo. 
Delcroix era nato a Firenze nel 1896, da Giuseppe Delcroix e da Ida Corbi,  era un eroe della Grande Guerra, e si era meritato la Medaglia d’argento al V.M. Il signor Guglielmi mi raccontò che Delcroix, nel 1915, era studente alla Facoltà di Legge a Firenze, e come molti giovani di allora, lasciati i banchi dell’università, partì volontario per il fronte. Il suo corpo era quello dei Bersaglieri. 
Alcuni giorni fa trovai un articolo del “Giornale “, intitolato – Un soldato del Re - che fu pubblicato alla morte di Delcroix, avvenuta il 25 ottobre del 1977. Nello scritto si diceva: “Si distinse nei combattimenti sul Col di Lana e nella Marmolada. Promosso sottotenente dei bersaglieri, nel febbraio del 1917 fu comandato ad istruire  nel lancio delle bombe a mano un reparto di arditi, nelle immediate retrovie del fronte. Appena un mese dopo, nello spericolato recupero di alcuni ordigni inesplosi una bomba gli scoppiò tra le mani, asportandogliele entrambe e accecandolo”. 
Carlo Delcroix non si perse d’animo, si trovò a combattere tra la vita e la morte e ne uscì vincitore. Il suo corpo era come un campo di guerra disseminato da schegge, senza le mani, e senza poter più vedere. Quello che trionfava nel suo corpo martoriato era la volontà di tornare a servire il suo Re e la sua patria. 
Uno dei massimi scrittori, Franco Accame scrisse un particolare in più su quanto gli accadde in quell’esplosione.  “Delcroix era alla mensa ufficiali quando fu avvisato che un bersagliere, recandosi imprudentemente nel campo di tiro, era saltato in aria per una bomba. 
Il poligono per la caduta di neve non era stato sgombrato dalle bombe inesplose. Egli si recò sul luogo con gli altri ufficiali e soldati; constatata la morte dell’infelice, fece allontanare i presenti, dispensò la squadra di servizio per non esporla a rischi gravi, e volontariamente, con calma, si mise di persona a liberare la zona dagli ordigni inesplosi”. 
Quello che accadde dopo fu opera del destino che sta nelle mani di Dio. Si avvicinò al soldato morto, gli liberò il viso dalla neve, e quella fu l’ultima immagine che vide. L’esplosione fu violentissima, lo privò della vista, e delle mani e lo riempì di schegge. L’ordigno esploso fu talmente devastante che per mesi le condizioni del militare furono disperate e si temette che morisse. Il buon Dio volle che gli fosse risparmiata la vita. 
Non si perse di coraggio e dedicò la sua vita a quelli che soffrivano, rimasto cieco il suo cuore si aprì ad altre luci. Anche nella seconda guerra mondiale la sua opera fu di un soldato che volle essere vicino a Casa Savoia, nei momenti più difficili. La sua lealtà a Casa Savoia fu totale, e lo dimostrò nei suoi libri, purtroppo poco conosciuti e non più ristampati.  
Ebbe l’onore d’essere citato più volte nei Cantos di Ezra Pound, anche dopo la fine della guerra. Nel 1959 s’incontrarono nella Riviera Ligure, dove Delcroix era in villeggiatura. Lo scrittore americano innamorato di Mussolini aveva passato tredici anni rinchiuso a Washington in un manicomio criminale, e questa fu la terribile vendetta perpetrata nei confronti di un poeta che aveva scelto il suo pensiero. 
Alla fine della guerra,  Delcroix si era dovuto nascondere a Roma, presso i frati di S.Andrea delle Fratte. Gli avevano sequestrato tra gli oggetti personali, le mani di legno. 
Trovo giusto ricordare questo eroe, in un Paese che spesso dimentica coloro che hanno donato la vita per la Patria.

di Emilio Del Bel Belluz

IV Novembre: pari dignità per eroi e disertori?


Le iniziative  rievocative per  il 4 novembre a Pino Torinese sono davvero sorprendenti. Dopo una mattinata di onori ai Caduti della Grande Guerra, alle 21 verrà proiettato il film “Non parliamo più di questa guerra”, dedicato ai disertori e agli ammutinati che, dice il manifesto, fa emergere una visione altra del primo conflitto mondiale.

Noi siamo per le ricostruzioni storiche complete, non per le celebrazioni in cui c’è spazio per la retorica e non per un ricordo storiografico adeguato, in cui emergano le riflessioni anche opposte. Le vulgate non sono mai storia, ma  semplici semplificazioni manichee. Tuttavia ci sembra incredibile che soprattutto l’Associazione Alpini accetti, nel giorno in cui si ricorda la Vittoria del 4 novembre, di patrocinare la proiezione di un film che non corrisponde affatto con le finalità dell’Ana.

Nel corso di tutto il centenario della Grande Guerra si è tentato di riabilitare, se non di esaltare, i disertori, proseguendo la strada  del libro di Emilio Lussu “Un anno sull’altipiano”, scritto durante il fascismo con il dichiarato intento di diffamare il nostro Esercito. Volevano perfino apporre una lapide in loro onore al Vittoriano, all’Altare della Patria. In pochi, ma con argomenti decisi, ci opponemmo con fermezza ad una  mistificazione storica. Certo si commisero anche degli eccessi ed a volte ci fu una giustizia sommaria.

La gestione della guerra del Generale Cadorna non fu priva di errori e di limiti vistosi. Nessuno nega le ombre. Ma abbinare insieme nella stessa giornata eroi di guerra e disertori ci sembra troppo. L’Associazione Alpini della Provincia di Torino deve chiarire e dire il suo pensiero. Altrettanto dovrebbe esprimersi il Sindaco di Pino Torinese, assumendosi la responsabilità politica di questa scelta quanto meno intempestiva. E’ vero che son passati più di cento anni, ma io non accetto ancora facilmente di sentire assimilati ai disertori due miei zii partiti volontari e caduti già nel 1915 . E non lo accetterò mai.

Pier Franco Quaglieni

il Torinese, 4 novembre 2019

venerdì 8 novembre 2019

Giovannino Guareschi eroe globale


 Un convegno a novembre 2019 a Busseto ne sottolinea il valore e la statura di questo scrittore di chiara fama.

Iniziamo col dire che non è un convegno qualsiasi, ed è dedicato a Giovannino Guareschi. Si tiene a  Busseto, tra poco più di dieci giorni, e ne dò notizia perché so già che molti vorranno essere Guareschi - 250x398 presenti. Tanti, ad iniziare da me, ricorderanno che in casa da bambini trovavamo sia i libri di Giovannino Guareschi, che il “Corrierino delle famiglie” sempre del Guareschi. E che delizia sfogliarlo. Beh, tanto per intenderci Giovannino Guareschi è lo scrittore italiano più tradotto al mondo, anche se questa nostra Italia, paese  del PCI e del PD, mangiapreti e marxista, l’ha sempre guardato con fastidio e direi sopportato. Perché Guareschi era troppo uomo, troppo vero, troppo italiano.   

Il 23 novembre 2019 alle ore 16:00 presso lo splendido e suggestivo Teatro Verdi di Busseto si svolgerà il convegno dal titolo: “Guareschi: Eroe globale. Quando Mondo Piccolo abbraccia Mondo grande.”: Guareschi: un narratore, scrittore, giornalista e umorista capace di rappresentare trame di provincia, costumi sociali di uno spaccato del mondo che è attuale in ogni tempo e in ogni luogo.

Il convegno ad ingresso gratuito, terzo appuntamento del Busseto Festival, vuole ricordare l’uomo come non catalogabile in etichette precostituite, uomo “autonomo” che della Verità ha fatto la propria guida non fermandosi mai alla superficie degli eventi.

Penna intelligente e acuta, che attraverso ironia e sarcasmo tagliente, spesso “mordace” porta in superficie vicende umane anche “scomode” del 900’.

Ne parleranno testimoni d’eccezione: l’Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio Sua Eccellenza Mons. Luigi Negri, il Presidente di Lazard Italia Carlo Salvatori e lo scrittore Paolo Gambi. Moderatori e ideatori del convegno Gessica Menichelli e Riccardo Gotti Tedeschi, con il patrocinio del Club dei Ventitré e del Ministero dei Beni Culturali.

La rassegna del “ Busseto Festival Guareschi” avrà inizio il 9 novembre e  terminerà l’8 dicembre: è un progetto realizzato dal comune di Busseto in collaborazione con Ater , November Porc e il contributo di destinazione Turistica Emilia.

Il sindaco Giancarlo Contini  felicemente orgoglioso del Festival dedicato a Guareschi ha più volte ribadito “l’importanza della rassegna non soltanto dal punto di vista culturale poiché  il pubblico potrà conoscere il carattere e la poetica del Guareschi celebre in tutto il mondo attraverso mostre, convegni e proiezioni gratuitamente ma avrà modo di  vivere anche i luoghi dal punto di vista turistico che hanno ispirato questo scrittore letto e tradotto in tutto il mondo.”

Carlo Franza


I Monarchici: “Non vogliamo Di Maio, parliamo di politica non di congiuntivi”


Il presidente dei Monarchici Alessandro Sacchi: “Di Maio al nostro congresso non lo invitiamo neanche, mica discutiamo di congiuntivi”

di Fabio Carosi

Avanti Savoia: tre giorni dedicati alla Monarchia, alla Costituzione della Repubblica Italiana, all'eredità dello Statuto Albertino e una frecciata al Movimento cinque Stelle: “Al XIII congresso dell'Unione Monarchica Italiana non li invitiamo neanche, che ci raccontano? Il congiuntivo”?
Mai domi per passione, i monarchici dell'Unione Italiana si danno appuntamento al Massimo d'Azeglio di Roma di via Cavour per rinnovare sì le cariche e scegliere probabilmente il presidente Alessandro Sacchi come sostituto di se stesso, ma anche per entrare con decisione nel dibattito politico con la strana alleanza tra Pd e M5S, frutto di un'interpretazione della Costituzione Repubblicana che evitato il ricorso alle elezioni anticipate dopo la crisi di agosto.
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Circolo Rex - 72° Ciclo di conferenze 2019-2020

“Il più antico Circolo Culturale della Capitale”




L’11 novembre 1869, nasceva a Napoli un Principe, Vittorio Emanuele, che avrebbe regnato, come terzo Re d’Italia dal 29 luglio 1900 al 9 maggio 1946. Nel centocinquantesimo dalla nascita nulla lo Stato Italiano ha previsto per ricordare questo anniversario, quando altri stati, egualmente retti a repubblica, dalla Austria, alla Russia, dalla Romania alla Bulgaria, dalla Serbia al Montenegro hanno invece colto l’occasione di questi anniversari per commemorare i loro Imperatori e Re, con mostre rievocative, cerimonie, emissioni di francobolli e questo anche a prescindere dal giudizio storico sugli stessi. Noi del Circolo REX, come già in passato ricorderemo il Re.

Domenica 10 novembre alle ore 10.30,

con il Professore 

PIER FRANCO QUAGLIENI

“Vittorio Emanuele III: una riflessione storica”



Sala Italia presso Associazione “Famija Piemonteisa - Piemontesi a Roma”
Via Aldrovandi 16 ( ingresso su strada) e 16/B (ingresso con ascensore) raggiungibile con linee tramviarie “3” e “19” ed autobus “910”,”223”, e “52”

INGRESSO LIBERO
AL TERMINE UN BRINDISI DI SALUTO

lunedì 4 novembre 2019

4 Novembre



Desideriamo ricordare, come ogni anno, la data del 4 Novembre, onorando la memoria di ogni singolo Caduto della Grande Guerra e onorando la memoria di Colui che propiziò in ogni modo la Vittoria della armi italiane.

Nella foto l'inaugurazione del Sacrario Militare del Monte Grappa da parte di Re Vittorio Emanuele III.
Saluto al Re!

Parce sepulto

Rimozione di Franco: dal sepolcro alla Storia?




Un Due Novembre sconcertante.


di Aldo A. Mola

L'unico “successo” del socialista Sánchez: la rimozione di Franco
Francisco Franco y Bahamonde conterà meno dopo la deportazione della sua salma dal Valle de los Caídos, dopo quasi mezzo secolo di eterno riposo, e l'inumazione nella cappella del cimitero del Pardo a Mingorrubio, accanto alla moglie Carmen Polo? Varrebbe di più se fosse stato traslato nella cattedrale de la Almudena, nel cuore di Madrid, come chiesero i suoi famigliari? Ovunque siano le sue spoglie mortali, “Generalísimo de los Ejércitos” nazionalisti insorti il 18 luglio 1936 contro il governo repubblicano, “Caudillo de España” e “Jefe del Estado”, comunque Franco è entrato nella storia e rimane memorabile, come tutti i personaggi che hanno segnato un'epoca. Piaccia o meno, egli è stato tra i protagonisti della storia della Spagna dalla lunga guerra civile (1931-1939), nella seconda guerra mondiale (1939-1945: si conta non solo quando si fa la guerra, ma anche quando se ne sa star fuori) e dell'Europa nei decenni successivi, sino alle soglie dell'ingresso nell'“Europa dei diciotto”. Lo storico non giudica: documenta i fatti e lascia a ciascuno di valutare. Mentre imperversa la pretesa di pronunciare condanne “morali” del passato, lo storico cerca di capire perché e come siano accaduti i “fatti”. Tutti. Non parteggia. Contempla. Sunt lacrimae rerum... Altre seguiranno.
L'attuale presidente del Consiglio spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, molto appagato dell'esteriorità, ha orchestrato l'esumazione delle spoglie di Franco per alimentare uno psicodramma nazionale alla vigilia delle imminenti elezioni del 10 novembre. A conti fatti, l'evento ha suscitato più curiosità che appassionamento. Confidando in manifestazioni che giustificassero chissà quali misure eccezionali, qualcuno si attendeva dimostrazioni di nostalgici e di antifranchisti, rigurgiti di arcaici conflitti. Invece, i cronisti, sempre pronti a planare come corvi sui “grandi scontri di piazza”, risultarono più numerosi dei presenti e in specie dei 22 nipoti e pronipoti dell'estinto, avvolto nella “sua” bandiera e confortato dalla messa funebre celebrata da padre Ramon Tejero, figlio del colonnello Antonio, autore del fantasioso “golpe” che ormai si perde nella notte dei secoli e rincalzò il trono di Juan Carlos I. La Spagna di Felipe VI è così democratica che da anni ha un governo tanto minoritario quanto inconcludente.
L'espunzione di Franco dal Valle era una antica pretesa dei socialisti (Rubalcaba, poi Zapatero) e fatta propria da Sánchez perché il Caudillo non è un “caído”, non morì nella tragica guerra civile tra i due “bandos”, i repubblicani e i nazionalisti, i rossi e gli azzurri. Morì di morte naturale, persino “ritardata” per dare tempo all'assestamento della macchina statuale in un paese ormai “normale”. Non solo, secondo alcuni antifranchisti il suo nome suscita ancora nostalgia del regime dittatoriale, tanto da rendere sospetto l'afflusso dei visitatori al monumentale complesso funebre al cui centro sino al 24 ottobre 2019 la sua lapide tombale recava scritto semplicemente “Francisco Franco”, come si conviene a chi ha fatto la storia e lascia ai posteri l'ardua sentenza sulla sua opera.
Sánchez potrà ora dire di avercela fatta. Capo di un governo di minoranza, costretto a tornare a terze elezioni senza aver risolto nessuno dei problemi che assillano il Paese, dalla Catalogna alla “Spagna profonda” dal cui humus escono i consensi per “Vox”, il partito neo-nazionalista con profonde radici nel franchismo o più correttamente nella storia millenaria del Paese iberico, con residuo senso dell'opportunità Sánchez prova qualche imbarazzo a sventolare la traslazione del feretro del Caudillo come successo storico. È un “successo” solo nel significato spagnolo del termine: un accadimento, non un trionfo. Sarà giustizia? Sarà saggezza? Di sicuro, esso è divisivo. È un tardivo “regolamento dei conti” all'interno di un Paese che da decenni ha metabolizzato la guerra civile, ha faticosamente messo alle spalle persino i delitti perpetrati dagli “etarras” e oggi deve fare i conti con l'altra artificiosa piaga: il fanatismo indipendentistico di una metà degli abitanti della Catalogna in libera uscita dalla storia: un separatismo che non ha motivi etnici, religiosi, civili ma solo linguistici in un Paese, come la Spagna, che riconosce le più ampie garanzie al bilinguismo (catalano e gallego, a tacere ovviamente del basco) e alle “nuances” del catalano, come il valenciano (del quale nessuno sente vera necessità).      
    
Il ruolo attuale della Spagna per l'Europa nel mondo 
In pochi giorni dalla macabra sceneggiata, la deportazione della salma di Franco è uscita dalle prime pagine dei quotidiani. Los Reyes partono da Madrid alla volta di Cuba, un viaggio di Stato voluto dal governo, non senza imbarazzo per chi osservi che il regime castrista sta tornando rapidamente all'indietro, verso la repressione delle opposizioni e delle poche ventilate aperture all'Occidente, mentre l'intera America latina è sconvolta da insorgenze e conflitti, tensioni crescenti fra i discendenti dei nativi sopravvissuti alla tabula rasa perpetrata dai conquistatori, creoli e discendenti delle ondate migratorie dell'Otto-Novecento. Il “caso” del Messico è il più emblematico: civilissimo in circoscritte plaghe, del tutto succubo della produzione e spaccio di droghe in vaste zone, e sempre più indotto a forzare il limes con gli USA, i cui Stati meridionali sono più ispanofoni che anglofoni. In quella vastissima area la Spagna odierna, quella di Felipe VI e della dirigenza “di Stato”  che ha alle spalle la Spagna “una, grande y libre” della Transizione, svolge un ruolo di prim'ordine, di gran lunga superiore ai timidi passi del governo italiano che per ministro degli Esteri ha Luigi Di Maio. La Spagna è lì, oltre Atlantico, come anche nel mondo arabo, dal Marocco all'Arabia Saudita, e non da oggi. In una famosa conferenza pan-americana Juan Carlos di Borbone azzittì ruvidamente il petulante presidente venezuelano Chávez, predecessore del nefasto Maduro: “Cállate”, “Taci!”. Per queste ragioni gli italiani consapevoli della debolezza dal proprio governo e attenti al ruolo planetario ancora possibile per il protagonismo dell'Europa franco-germanica e anglo-iberica hanno motivo di guardare al di là delle cronache del monocolore socialista ancora per qualche giorno imperante a Madrid e di sentirsi rappresentati anche dagli eredi di Carlo V e di Filippo II di Asburgo, come poi di Filippo V di Borbone e dei suoi successori sino, appunto, a Filippo VI e alla Principessa delle Asturie, Leonor.     

Carriera e fortuna di un generale prudente
Ma chi fu Francisco Franco, le cui spoglie sono state al centro di una disputa ventennale? Non irruppe nel suo paese come un meteorite da chissà quale cielo. Duramente sconfitta nel 1898 con la rivolta di Cuba e delle Filippine, alimentata dagli Stati Uniti d'America che gliele sottrassero accampando di volerle liberare dal giogo coloniale al quale sostituirono il proprio, la Spagna precipitò in crisi d'identità. Ancora ottant'anni prima dominava un impero che andava dal Messico alla Terra del fuoco. Malgrado statisti di valore, come Sagasta e Cánovas del Castillo, era l'ombra di se stessa. Lo sintetizzò Ángel Ganivet, suicida nelle acque della Dwina, in “Ideario spagnolo”. Mentre Francia, Gran Bretagna e Germania espandevano i loro imperi coloniali e persino il neonato regno d'Italia annetteva Eritrea (1890), Somalia (1907) e Libia (1912), la Spagna era umiliata, “invertebrata”. Rimasta saggiamente estranea alla Grande Guerra, superò meglio di altri paesi l'estremismo anarchico di primo Novecento - culminato nella “settimana tragica” e nella fucilazione pedagogica del pedagogista Francisco Ferrer y Guardia, come ha documentato Fernando García Sanz in opere magistrali - e le procelle postbelliche.
Nato a El Ferrol (Galizia) il 4 dicembre 1922, secondo dei cinque figli di Nicolás Franco, ufficiale di marina, e della piissima María del Pilar Bahamonde, dal padre (che più tardi, si trasferì solingo a Madrid e, senza divorziare, si unì ad Agustina Aldana) Francisco si sentì sempre posposto al primogenito Nicolás e al minore, Ramón, massone, repubblicano, rivoluzionario, aviatore provetto, caduto in circostanze tuttora arcane, mentre suo cugino primo, Ricardo de la Puente Bahamonde, nel 1936 venne fucilato tra gli ufficiali che rifiutarono di accodarsi a Francisco, “generale ribelle”.
Formato nella Scuola militare di Toledo, Franco si mise in luce nella guerra di conquista del Marocco e a soli 33 anni venne nominato generale: il più giovane in Europa. Pietro Badoglio lo divenne a 46 anni. Ugo Cavallero, a sua volta, raggiunse quel grado quando ne aveva 39. Ma il grado non basta a comandare gli eventi. Occorre la fortuna. Che spesso (contrariamente a quanto recita il motto famoso) non aiuta gli audaci bensì i prudenti.
Nel 1934 Franco impiegò sbrigative maniere per reprimere l'insorgenza operaia nelle Asturie. Tre anni prima Alfonso XIII aveva lasciato la Spagna, che subito registrò un'onda di anticlericalismo violento, con incendi di chiese e altri eccessi documentati da Mario Arturo Iannaccone in “Persecuzione. La repressione della Chiesa in Spagna fra seconda repubblica e guerra civile, 1931-1939” (ed. Lindau). Nominato dal governo di Madrid capo della Legione spagnola in Africa e comandante di tutte le forze armate (gennaio-maggio 1935), Franco fu inizialmente riluttante ad aderire al golpe progettato dal generale Emilio Mola y Vidal, laicista, niente affatto massone, capo dei “requetés”, noto per doti di stratega e meticolosità. “Jefe” dello Stato dell'alzamiento contro il governo di Madrid fu Jorge Sanjurjo, morto per la caduta dell'areo che lo riportava dal Portogallo, ove era esule dopo un fallito golpe. Dopo l'insurrezione, anche Mola morì in un incidente aereo. Gli altri due generali, Queipo de Llano e Miguel Cabanellas Ferrer, erano chiassosi ma politicamente irrilevanti. 
Capo della Giunta di difesa nazionale, Franco ebbe il sostegno delle Giunte dei “falangisti” capitanati da José Antonio Primo de Rivera (un movimento nazionalista con venature progressiste), dei “requetés” e di altre forze nettamente contrarie ai sovversivi, nonché (importanti ma non decisivi) di Mussolini e di Hitler. Egli inoltre contò soprattutto sull'appoggio fervido e pressoché unanime del clero cattolico, interno e internazionale. Fallito (forse intenzionalmente ) l'assalto a Madrid (preferì la più spettacolare e propagandistica “liberazione” di Toledo), Franco non ebbe fretta di vincere. Gli storici sono ancora perplessi: incapacità strategica militare o strategia politica?
Col passare dei mesi e degli anni in Spagna all'interno dei due fronti in lotta presero corpo due opposti piani. A sinistra i comunisti, eterodiretti dall'URSS di Stalin, eliminarono via via i “dissidenti”: borghesi, democratici, semplici repubblicani, anarchici e massoni. A destra Franco fece altrettanto. Mentre (come tardivamente ha ammesso lo storico britannico Paul Preston) nel 1936 vi erano tre Spagne (rossi, reazionari e democratici), dal 1938 ne rimasero due sole: i rossi e i nazionalisti. Franco operò una metodica eliminazione fisica degli oppositori della Spagna che aveva in mente: cattolica, concentrata nel culto della propria identità. Scomparve quella europeista vaticinata da Miguel de Unamuno, da massoni, liberali, socialisti democratici. Sin dal 1938, molto prima che entrasse in Madrid (1 aprile 1939) e vi celebrasse la vittoria, Franco fu riconosciuto da Parigi e da Londra. 
Al potere annientò quanto rimaneva delle opposizioni con misure durissime. Con lo  pseudonimo “J. Boor” scrisse articoli fanaticamente antimassonici e nel 1940 pubblicò la legge per la repressione del comunismo e della massoneria, studiata da Juan José Morales Ruiz, autore del saggio esemplare “Palabras asesinas” (ed. Masonica.Es). Però rifiutò di entrare in guerra a fianco di Hitler (che invano lo “tentò” in un lungo inutile colloquio a Endaye) e di Mussolini (che incontrò a Bordighera) e, passo dopo passo, si spostò tacitamente a fianco della Gran Bretagna. 
Dieci anni dopo Franco aprì la svolta: dal falangismo ai tecnocrati dell'Opus Dei. La Spagna  lentamente si riprese. Sotto la cappa dell'ipocrisia normativa i costumi  dei suoi abitanti erano quelli di sempre, come scoprivano i turisti: “los toros” e “el baile toda la noche”. D'altra parte dal 1953 essa ebbe il placet del presidente degli USA, Eisenhower, e nel 1955 entrò nelle Nazioni Unite. Seguì un ventennio di progresso. Franco finse di non sapere che le basi militari americane avevano anche logge massoniche e che molti uomini del regime, come il suo conterraneo Fraga Iribarne, frequentavano all'estero ambienti “illuminati”.

Il “dopo Franco” fu opera sua
Alla morte, il 20 novembre 1975, la Spagna non aveva più nulla a che vedere con quella della guerra civile. Erano anche cacciate nel passato remoto le pretese dei “carlisti” e di altre frange. Sin dal 1969, dopo aver ipotizzato l'instaurazione di Ottone d'Asburgo-Lorena per superare il conflitto tra le fazioni borboniche, Franco proclamò re Juan Carlos di Borbone, anteponendolo al padre, Juan, conte di Barcellona. Il 19 giugno 1974, gravemente malato, da Reggente l'antico Caudillo gli conferì l'esercizio del potere, salvo riprenderlo appena ristabilito. Il “tirocinio” dette prova positiva. La Spagna era pronta al cambio, malgrado l'assassinio del presidente del governo, Luis Carrero Blanco, l'ETA e l'ostilità di chi ne avversava l'ingresso in “Europa”, spacciando per difesa della democrazia l'esclusione dei prodotti spagnoli ormai competitivi (e non solo agrumi, olio, formaggi, salumi...).
Per questi motivi la valutazione storica di Franco non si può ridurre alla sua azione di Caudillo durante e subito dopo la guerra civile e prescinde comunque dall'ubicazione delle sue spoglie. Vale altrettanto per Vittorio Emanuele III, re d'Italia per mezzo secolo. Anziché disputare sulla tomba che 70 anni dopo la morte gli è stata assicurata in uno degli 8.000 Comuni di cui fu sovrano, è meglio studiarne l'opera e capirne la grandezza, la buona e la cattiva sorte, tutt'una con quella d'Italia. Ma lo spirito di fazione e le conventicole spesso ancora prevalgono, perché, ricorda Giovanni Evangelista, “gli uomini preferiscono le tenebre alla luce”.

Parce sepultis: Franco e José Antonio Primo de Rivera
E ora? “Parce sepulto...”? Il brocardo non significa affatto “perdona chi è morto”. Questa versione, benché usuale, è errata e deviante rispetto a quanto volle dire Publio Virgilio Marone. È una traduzione, più partenopea che italiana, riecheggiante il cinico motto: “Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Scordiamoci il passato, non pensiamoci più”. Certo, quando la scrisse nell'Eneide il sommo poeta latino aveva alle spalle mezzo secolo di guerre civili, da Mario e Silla, a Cesare e Pompeo, a Ottaviano e Antonio, e quindi esortava alla pace interna affinché Roma potesse assolvere la sua missione: “rispettare” (parcere) gli assoggettati e annientare (debellare) gli irriducibili. Però con la formula “parce sepulto” non invitò affatto a “perdonare i morti” (non ne hanno più bisogno) né a… dimenticarli (vanno invece ricordati, anche se le loro ceneri sono disperse e magari gettate in mare).
“Parce sepulto” significa “rispetta chi è sepolto”. Esprime appieno il pensiero del Virgilio da Dante elevato a precursore del Cristianesimo, di una pietas che affonda radici nell'omaggio ai defunti. Tutti. Anche gli avversari caduti in battaglia in nome dell'onore alle armi. Rispettare il sepolto è quanto, a prescindere da ogni giudizio di merito, non ha fatto Pedro Sánchez. E questo rimarrà a ricordo della sua per ora modesta prova politica. Ma v'è di peggio. Ora vorrebbe spostare anche la salma di José Antonio Primo de Rivera, capo della Falange, perché, egli argomenta cavillosamente, non è un “caduto” nella guerra civile ma una “vittima” della guerra civile. Non morì in combattimento. E' vero. In effetti fu ammazzato brutalmente dai “rossi” il 20 novembre 1936 nella piccola cella ove era detenuto ad Alicante. In quel carcere non venne dunque consumato uno dei tanti delitti della guerra civile? E José Antonio non è dunque un caduto di quel tragico conflitto? Adesso che gli han tolto il “vicin suo grande” il pavimento de los Caidos è disarmonico? E così la sua salma va spostata per la quinta o sesta volta? 
La storia non è una schermaglia linguistica. Gronda sangue. Non va neppure sottoposta a commissioni parlamentari. Lasciamola agli studiosi e alla coscienza degli uomini liberi da pregiudizi. Una valutazione sintetica di Franco fu anticipata da papa Pio XII quando gli conferì l'Ordine supremo di Cristo (1953): un onore impegnativo sia per chi lo decretò, sia per chi ne beneficiò. Un “successo” dal quale non può prescindere il giudizio complessivo sul Caudillo e sulla sua epoca: in Spagna camminò nel solco del “rey prudente”, Filippo II, quello della “limpieza de sangre”. Se durò quarant'anni al potere vuol dire che non fece tutto da solo. Ovunque giaccia la sua salma, va studiato. Al di là delle “emozioni”, è Storia. 
    
Aldo A. Mola

domenica 3 novembre 2019

Io difendo la Monarchia - Cap VIII - 2


Il primo atto; fu dunque, che condusse all'armistizio italiano fu un moto dell’intelligenza e della sensibilità straordinariamente acuta del nostro popolo «Se la guerra e perduta . tutti si dissero - è del tutto inutile, anzi è dannoso continuare a combatterla. Ogni giorno vi sarà  una distruzione dì più un bombardamento di più)  poi tutto il territorio sarà perduto: l'indipendenza nazionale forse compromessa. Senza l'aiuto dei vincitori sarà impossibile riprendersi e l'aiuto non vi sarà se noi persisteremo sino all'ultimo ad appoggiare i tedeschi ».
         I più pronti a ragionare così furono i più alti gerarchi, sia perché erano nelle condizioni più adatte per giudicare del danno arrecato dal- fascismo al paese, sia perché essi si sentivano responsabili e speravano ora. Con un tempestivo rivolgimento, di potersi salvare. Non passava ora che la radio di Londra non dicesse: « Sappiamo che il popolo , italiano era, contrario ed è rimasto contrario alla guerra. Liberatevi del fascismo prima che sia troppo tardi. Le Nazioni Unite non attendono che questo vostro gesto, per accorrere a liberarvi ». Il discorso dì Churchill che accusava « un uomo, un uomo solo dì aver condotto l'Italia alla guerra » era del 30 novembre 1942. Poi vennero gli appelli congiunti di Churchill e dì Roosevelt al popolo italiano.

Con quel tanto di ingenuità e di buona fede che riposa sempre nel fondo dei popoli, gli italiani credettero alla sincerità della propaganda britannica. Credettero alla parola dei governanti nemici. Immaginarono che  l'arrivo degli alleati segnasse la fine del       loro martirio e la riapertura delle vie marittime e dei rifornimenti dall'America.

         Ma la intelligenza e la sensibili del popolo italiano non avrebbe potuto arrivare ad una soluzione senza l’iniziativa del Re. La quale fu la prima e fu la Più decisa nel liberare il paese dal fascismo. « Fin dal gennaio 1943 (poté egli dire più tardi (1) ad un personaggio a lui vicino) io concretai definitivamente la decisione dì porre fine al regime fascista, col revocare il capo, del governo Mussolini. L'attuazione di questo provvedimento, resa più difficile dallo stato di guerra, doveva essere minuziosamente preparata e condotta nel più assoluto segreto mantenuto anche con le poche persone che vennero a parlarmi del malcontento del paese. Lei è stato al corrente delle - mie decisioni e delle mie personali direttive e Lei sa che soltanto queste, dal gennaio 1943 portarono al 25 luglio successivo ».
I più vicini al Sovrano e i più fedeli furono in tutto questo periodo il duca Acquarone e il generale Ambrosio, convinti da tempo che la insensata guerra era perduta e che bisognava uscirne prima che fosse troppo tardi: questa convinzione essi non nascondevano, né al Re, né qualche volta, a Mussolini. Ma appena ne accennavano a Mussolini questi si arrabbiava e replicava prontamente che bisognava marciare sino in fondo, con l'alleato. Si potrebbe credere ad un movimento politico antimussoliniano più progredito di quello militare. Sarebbe un errore. Se il Gran Consiglio non si fosse riunito e non avesse avuto luogo la votazione contro Mussolini, questi sarebbe stato deposto ugualmente e presso a poco nello stesso modo. Il Re comprendeva bene quel che pensava il suo Ministro Duca Acquarone: cioè che per deporre Mussolini occorreva arrestarlo: e il Re ordinò con ferma risoluzione l'arresto, nella stessa ora che nominava il successore Badoglio.

         Il Re aveva veduto nei mesi che p recedettero il 25 luglio uomini politici delle opposizioni: nessuno suggerì un Ministero politico, nessuno pensò ad una rottura immediata con la Germania in concomitanza con la deposizione di Mussolini. Tutti suggerirono un Governo militare e tecnico, che assumesse la grave responsabilità della resa. E tutti consigliarono il distacco. dal fascismo: ma nessuno diceva il modo del distacco. E il modo fu trovato unicamente dal* Re con l’arresto di Mussolini.

Il prof. Concetto Marchesi che era allora il portavoce dei comunisti dichiarava che il suo partito era pronto a collaborare con la Monarchia. I vari Ruini scrivevano nel loro giornale segreto “Ricostruzione”, che solo con un’azione rapida è decisa « la Monarchia si sarebbe salvata e avrebbe adempiuto alla sua missione storica ». Il Re fece il dover suo egregiamente, ma a cose fatte, si trovò che la Monarchia non poteva più salvarsi...
Tra i punti esposti da Ambrosio a Mussolini nell'assumere la sua alta carica (i febbraio) v'era quello del ritiro delle, nostre divisioni dai Balcani. Mussolini si oppose e non certo perché indovinava l'uso che intendeva         farne lo Stato Maggiore., ma perché nella sua incommensurabile stoltezza pensava sempre di bilanciare in tal modo l'influenza tedesca in Europa. E intanto lasciava esposte le nostre coste e soprattutto lasciava l'Italia nelle mani dei tedeschi preparando i lugubri campi di concentramento in Polonia e in Germania per centinaia di migliaia dei nostri soldati.

I militari vollero anche, a un certo momento. tastare il polso dei gerarchi fascisti e il generale Castellano andò ad esporre un suo piano a Cíano che era il pì u facìje alla critica della nostra politica di guerra. Ci-ano ascoltò ma non si pronuncio che più tardi. Né gli uornìni politici che andarono dal Re o si tennero in contatto coia Badoglio o con Ambrosio, suggerirono o manifestarono mai alcun che dì concreto per eliminare Mussolini. Vero è che il Re volle tacere fino all'ultimo (sino, pare, al 20 luglio), ma questo fu un suo grande merito. In una città come Roma non vi è segreto, il più geloso, che non sia conosciuto da tutti entro una settimana dalla sua rivelazione alla persona più fidata. Sollecitazioni e incoraggiamenti al Re vennero da più parti: da Thaon di Revel a Zuppelli, Orlando, Bonomi, Badoglio, Caviglia, Casati, Solerí, ma nessuno (esclusione fatta dei comunisti pronti a partecipare al nuovo Governo) voleva assumersi la responsabilità di un Ministero che avrebbe dovuto firmare la resa. Probabilmente alcuni speravano che Mussolini, che aveva dichiarata la guerra ed era amico di Hitler, potesse arrivare alla resa con più facilità di convincere i tedeschi a filar via tranquìlli. Ma era un duplice errore. Ne i tedeschi erano disposti a portare la guerra nel proprio territorio, ne gli anglosassoni desideravano trattare con Mussolìni. Bisognava dunque liberarsi di Mussolini. Tutti quelli, che ora parlano del 25 luglio come di un tentativo della Monarchia per salvare se stessa., dimenticano il piccolo particolare che tutti erano d'accordo su tale opportunità; che nessuno vedeva altro modo di uscire dalla guerra da quello di deporre Mussolini dalla carica di Primo Ministro. D'altra parte nessuno, escluso Badoglio, si offriva per coadiuvare il Sovrano nella nuova aspra prova. Tutti suggerivano un ministero di transizione; di militari e di tecnici.

Poteva senza dubbio, tale suggerimento essere dettato dall'onesto scrupolo di evitare che i tedeschi avessero motivo per un Intervento, troppo brusco 'e immediato vedendo salire al potere gli avversari di Mussolini; ma vi era anche il legittimo desiderio di risparmiare a  sé e al proprio partito delle responsabilità, troppo gravi e in fondo immeritate. Tutto giusto, tutto concesso ma il Re restava solo nella sua decisione e nella sua responsabilità.


(1)  Vedi: PAOLO MONZUI, Roma 1943, Migitoresi, pag. 109.