NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 14 settembre 2019

Genetliaco di Re Umberto II

Il 15 settembre i monarchici ricorderanno il 115° genetliaco dell’ ultimo Re D’Italia, Umberto II. 

In questa data così importante farò sventolare dal mio terrazzo il tricolore sabaudo. 
Ho davanti a me una foto che raffigura il Re che esce dalla sua dimora da solo e davanti alla sua casa è collocata una targa in cui è incisa la parola: Italia. E’ una foto che mi commuove ogni volta che la guardo, come mi stringe il cuore pensare alla sofferenza patita dal sovrano in esilio. 
L’Italia repubblicana parla poco dei Savoia, ma ciò è comprensibile perché dovrebbe ammettere che questa dinastia rappresenta mille anni di storia italiana e ha costruito l’unità d’Italia. 
Leggevo con molta attenzione nella rivista il Borghese, di quasi cinquant’anni fa, della visita che la scrittrice Gianna Preda fece all'ultimo Re d’Italia.  Una donna vera che in Italia è ingiustamente dimenticata. Gianna rimase colpita dall'eleganza del Re e dalla sua solitudine confortata dalla fede.
Il Re soffre, sa che il suo destino sarà di morire in esilio, la repubblica ha ancora paura del sovrano. In molti l’hanno dimenticato, attratti dalla repubblica, anche tanti monarchici avevano scordato gli ideali e la storia di un  tempo.

Gianna Preda, lo sente vicino e le sue parole sono queste: “ Mi rendo conto, in questo momento, di che cosa debba significare, per Umberto II, l’esilio: che non è semplicemente una condizione, non è soltanto un provvedimento politico, ma qui, in questa casa costruita proprio per l’esilio, è una realtà palpabile, struggente, irrimediabile. 

Forse, in una causa d’affitto era più facile per il Re, nei fuggevoli momenti di speranza, pensare che avrebbe potuto rivedere il suo paese. Ma i lunghi amari anni gli hanno portato soltanto una nuova Villa Italia; nuova e desolata, poiché altro non è che la casa di un esule. Poco dopo Umberto II dice:” La nostra cara e amata patria”.  Gianna conversa con il Re e si commuove quando se ne va, la visita è finita. 
“ Quando arriva il momento del congedo si stabilisce una sorta di tensione. “ Arrivederci”, mi dice Umberto II, “ mi saluti la mia Italia, i miei italiani, tutti quelli che incontra”. Il suo viso è serio e commosso. 
Penso che ogni volta che si commiata da uno di noi, egli riviva l’attimo prima del suo esilio”. Nessuno potrà mai dimenticare il Re che saluta prima di partire quelli che sono venuti ad accompagnarlo, sono pochi fedelissimi, perché la repubblica gli voleva fare l’ultimo dono. Pochi sapevano il momento della partenza, temevano le migliaia di persone che lo avrebbero salutato e acclamato. 
Questa foto dell’Italia non si poteva mostrare, la repubblica ha sempre fatto le cose per bene. 
Al momento della partenza il cuore del sovrano era colmo di malinconia: sapeva che non sarebbe tornato né da vivo né da morto. Infatti, sono passati tanti anni dalla sua morte e il suo corpo si trova in Francia, e credo vi rimarrà per sempre. Quale re sarebbe stato Umberto II? Sicuramente migliore di molti uomini politici che non hanno amato la loro patria. 
A vent’anni dal suo esilio il giornalista e fotografo Giorgio Lotti, lo andò a trovare inviato dalla rivista Epoca. Il servizio è corredato da stupende foto. Queste parole del Re raccolte da Lotti mi commuovono: “ Nulla è cambiato nel mio animo in questi vent’anni. 
Non avevo risentimenti verso nessuno e non ne ho neanche adesso “, egli dice: “E’ nella mia natura accettare le cose della vita così come vengono, tenere per me i miei dolori e le poche gioie…”.

 Il Re Umberto II si spense in una clinica svizzera il 18 marzo 1983,  la sua ultima parola fu: Italia.

di Emilio del Bel belluz

giovedì 12 settembre 2019

A Fiume la bandiera del Regno d'Italia

Peccato per la copertura subtotale della Bandiera

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La stampa di Zagabria tra l'altro riferisce che nella notte sconosciuti anno innalzato la bandiera italiana sul Palazzo del Governatore, che durante l'occupazione della città contesa dall'Italia e dall'allora Jugoslavia venne usato da D'Annunzio come sua residenza. Sul posto è intervenuta la polizia croata, che ha rimosso la bandiera e ha spiegato che si trattava di quella del Regno d'Italia, non di quella attuale della Repubblica italiana. Due giovani italiani, di 19 e 20 anni, sono stati intanto fermati questa mattina davanti allo stesso Palazzo, con delle bandiere italiane.“


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http://www.today.it/politica/fiume-statua-trieste.html

martedì 10 settembre 2019

E speriamo che le rondini portino primavera...

( Con tutti i distinguo del caso tra monarchici, sovranisti e saluti romani...)

Sovranisti e monarchici alla manifestazione di Salvini e Meloni

Nel variegato popolo riunito davanti a Montecitorio contro il governo Conte pure una manciata di supporter dei Savoia: «È il secondo golpe dopo quello del 1946».
09 Settembre 2019.

Una destra in piazza così rumorosa non si era mai vista. 

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Non sono mancati i saluti romani e persino una manciata di monarchici: «È il secondo golpe dopo quello del 1946», grida una signora. 

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lunedì 9 settembre 2019

Alla manifestazione di oggi a Montecitorio...


Un Re italiano per la corona di Spagna

Amedeo Ferdinando Maria di Savoia, duca d’Aosta, nato a Torno il 30 maggio 1845 era il terzogenito di Vittorio Emanuele e di Maria Adelaide d’Austria. 
Con il fratello Umberto, divenuto successivamente Re d’Italia, frequentò le accademie militari sabaude per divenire a soli ventun anni Maggior Generale, grado con cui combatté nella III Guerra d’Indipendenza del 1866 al comando della Brigata Granatieri di Lombardia, riportando una ferita da fucile, nella battaglia finale di Custoza, durante un assalto alla baionetta ai cascinali di Monte Croce, motivo per cui fu insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Il 30 maggio 1867 sposò la ventenne Maria Vittoria, figlia del principe patriota piemontese Carlo Emanuele dal Pozzo della Cisterna. Nel 1868, per decisione del padre transitò nella Reale Marina Militare col grado di viceammiraglio, ottenendo l’anno successivo il comando della Squadra del Mediterraneo.

[...]

venerdì 6 settembre 2019

Buon compleanno, Umberto!


Arriva... "Racconigi si racconta"


Iniziando dai festeggiamenti del Settembre Racconigese, l'Ufficio Turistico di Racconigi propone un calendario di visite che contribuirà alla scoperta di alcune curiosità legate alla storia della città e alla vita al Castello Reale.

Si comincia domenica 15 settembre, giornata ricca di eventi, ricordando il compleanno dell'ultimo Re d'Italia, Umberto II, nato a Racconigi proprio il 15 settembre 1904.

La visita al Castello sarà arricchita da particolari sulla nascita del Principe e sul suo legame con la residenza. Nella stessa data per la Festa di Racconigi, l'ingresso al Castello sarà gratuito. A sottolineare la ricorrenza, in collaborazione con il progetto Racconigi Express Bus, il classico Tour Città della Seta del 15 settembre dedicherà maggiore attenzione ai rapporti tra il Principe e la Famiglia Reale e Racconigi. Il 29 settembre protagonista sarà la Principessa Mafalda di Savoia. Si sposò a Racconigi il 25 settembre 1925 con il Principe Filippo d'Assia. Quello fu l'ultimo grande evento che venne organizzato al Castello di Racconigi.

L'anno successivo, nella stanza degli sposi,nacque il loro primogenito regolarmente iscritto all'anagrafe cittadina.Come accadeva almeno dal primo Novecento, la città di Racconigi rinnova l'abitudine di ricordare, festeggiare e raccontare ciò che ruotava intorno al Castello senza dimenticare la propria storia e le tradizioni locali.


LE DATE:7 -22 settembre, Visite classiche al Castello ore 11:00-14:30-16:0015 settembre

BUON COMPLEANNO UMBERTO, visite al Castello ore 11:00-14:30-16:00 - #iovadoalmuseo Ingresso gratuito al Castello15 settembre

TOUR CITTÀ DELLA SETA, ore 16:0029 settembre

LE NOZZE DI MAFALDA, ore 11:00-14:30-16:00


COSTI VISITE:Intero 5,00 E; Ridotto 3,00 E ragazzi 13-17 anni e Racconigesi; Gratuito minori di 12 anni
Per informazioni e prenotazioni: Ufficio Turistico di Racconigi: tel. 392 081 1406 – e-mail: visitracconigi@gmail.com



http://www.targatocn.it/2019/09/05/leggi-notizia/argomenti/eventi/articolo/arriva-racconigi-si-racconta.html

lunedì 2 settembre 2019

Io difendo la Monarchia - Cap VIII - 8


CAPITOLO VIII

LA CADUTA DEL FASCISMO

Dal dicembre 1942 gli italiani non credevano più nella vittoria - I combattenti parteggiavano moralmente pei loro nemici - Guerra nazionale, ma più guerra civile. Bisognava uscire dalla lotta - Ambrosio, nuovo Capo di Stato Maggiore Generale - La decisione del Sovrano – La lotta clandestina - Mussolini di fronte ad Hitler al convegno di Feltre - Il 25 luglio - Governo politico o governo militare? - I tedeschi scendono in forze in: Italia.

Se Mussolini ha creduto fino all'aprile 1945 nelle armi segrete di Hitler, gli italiani nella loro generalità perderono ogni speranza in un esito felice della guerra alla fine del 1942. Assai spesso, nei venti anni del regime, ci siamo domandati se Mussolini come uomo rappresentativo di un momento della nostra storia, cumulasse i pregi e i difetti dell'italiano medio, o fosse invece il suo contrario, il suo nemico, l'anti italiano. Alcune volte egli dava l'illusione di essere un italiano tradizionale, un italiano tipo; ma il più delle volte appariva totalmente estraneo alla nostra civiltà e alla nostra natura. Comunque, dopo l'autunno del 1942 egli rimase solo a pensare ad una possibile vittoria. Il primo febbraio del 1943, quando il generale Ambrosio succedette a Cavallero nella carica di Capo di Stato Maggiore Generale, egli pose come prima condizione a Mussolini quella « di puntare i piedi contro i tedeschi ». Le truppe germaniche scendevano ormai nella Penisola come in territorio occupato. Si installavano in abitazioni e in uffici senza dipendere dalle autorità italiane. Il nostro Stato Maggiore dovette a un dato momento diramare una circolare a tutti i Comandi perché segnalassero gli uffici o comandi germanici di cui essi avevano cognizione. Le forze tedesche non obbedivano ai Comandi italiani della zona, né li informavano dei loro spostamenti, dell'aumento o diminuzione della loro forza: facevano uso delle ferrovie, del telegrafo e di ogni altro mezzo di comunicazione come di cosa propria. Parlavano spesso del territorio italiano come di territorio occupato. Con questo contegno essi avevano ridestato da tempo, nello spirito degli italiani, i fantasmi della secolare lotta contro il tedesco invasore. Si aggiungano i casi di abbandono delle nostre truppe sul campo di battaglia, dopo averle private dei loro automezzi, in Africa e in Russia, e si comprenderà quale fosse nel 1943 lo stato d'animo generale in Italia verso i camerati dell'Asse.

A tutto ciò si aggiunga ancora la vaga sensazione che gli italiani ebbero sin dall'inizio del conflitto, di trovarsi dinnanzi a una guerra diversa dalle altre: una guerra che i fascisti chiamavano appunto rivoluzionaria perché conteneva nei suoi fini i presupposti di una verità, la loro verità, da affermare, e i non fascisti chiamavano guerra ideologica, guerra religiosa: e cioè guerra di un sistema di principi, contro un altro sistema di principi, di una concezione morale dell'uomo e della sua vita, della nazione e del suo sviluppo, contro un'altra concezione morale dell'uomo e della nazione. Avvenne allora a ciascuno, mentre combatteva oltre le frontiere, in Africa o in Grecia, per le ragioni tradizionali di ogni guerra e cioè per la difesa o l'acquisto di territori, di ritrovarsi milite di quest'altra guerra più profonda e più vera: la guerra universale di religione che si andava ovunque combattendo. Nel sentire i fatti di Polonia o di Austria o di Cecoslovacchia o di Ucraina i combattenti italiani, dapprima non credettero, poi dubitarono, poi convinti da mille testimonianze e, infine, nella campagna di Russia divenuti essi stessi testimoni esterrefatti di quegli inauditi delitti, si accorsero di aver mutato intimamente il fronte morale, il fronte ideologico nella lunga e terribile battaglia. Essi sentivano che, vincendo, avrebbero forse acquistato territori, ma perduto per sempre, con la sconfitta della civiltà universale, la stessa civiltà della loro nazione, il carattere della loro terra e del loro mare, la loro stessa natura. Perdendo avrebbero almeno conservato quel carattere e quella civiltà. Questo fu il dramma del soldato e del cittadino italiano. Esso è stato espresso in modo inimitabile da Benedetto Croce nel suo discorso di Bari del gennaio 1944.

« A poco a poco la luce si fece in noi: cominciammo a udire intorno a noi il giudizio che la presente guerra non era una guerra tra popoli, ma una guerra civile; e più esattamente ancora, che non era una semplice guerra di interessi portici ed economici, ma una guerra di religione; e per la nostra religione, che aveva il diritto di comandarci, ci rassegnammo al penoso distacco dalla brama di una vittoria italiana. Un legame, dunque, si è stretto tra noi e le potenze alleate, un legame diverso o superiore a quello dei trattati politici, degli armistizi ti delle rese, perché è una promessa di carattere morale o religioso, da noi religiosamente accolta ».

Quel grande maestro di libertà e di italianità proseguiva affermando la sua certezza che questa volta non si sarebbe ripetuto l'errore che le potenze vincitrici commisero quando, dopo aver eccitato le popolazioni italiane a scuotere il dominio napoleonico, non mantennero le promesse e « il più temperato e meditativo dei nostri poeti “il Manzoni-" dové rimproverarli: “0 stranieri, sul vostro stendardo - sta l'obbrobrio di un giuro tradito!”.

Si apponeva giustamente il Croce quando pensava che non si sarebbe ripetuto l'errore dell'età della Restaurazione? A tutt'oggi non possiamo giudicare; né lo potremo fino a quando la grande guerra di religione non sarà cessata e vinta insieme a quella già felicemente conclusa contro le armate tedesche e giapponesi. P- avvenuto, infatti, che uno dei grandi federati della lotta per la libertà, si è svelato come il capostipite della famiglia dei to talitari e dei cultori dello Stato, pei quali l'individuo non esiste. I metodi di pace e di lotta della Russia e dei suoi paesi vassalli non si differenziano da quelli germanici: lo stesso prepotere della polizia, lo stesso impiego della tortura, gli stessi campi di concentramento, le stesse deportazioni in massa. All'odio razziale si sostituisce l'odio di classe. La borghesia delle professioni e dell'intelligenza viene individuata, enucleata e, a poco a poco, i suoi membri vengono arrestati e allontanati per sempre per una destinazione ignota: le famiglie dissolte, impoverite, precipitano, senza rimedio nel proletariato indifferenziato. Attorno a questi popoli si crea la barriera del silenzio, la più adatta alla tetra esperienza che fu possibile sulla massa indifferenziata russa tra il 1917 e il 1921. Essi entrano nella tormenta della grande rivoluzione, la rivoluzione per antonomasia, quella di cui fascismo e nazismo, specialmente il primo - non furono che i tiepidi surrogati "occidentali nella lotta dello Stato contro l'individualismo liberale (1).

Ma torniamo al dramma italiano tra il gennaio e il 1945 Gli italiani volevano porre fine alla guerra, ma per giungere a tanto bisognava rovesciare Mussolini. Questi non era un Presidente del Consiglio che si potesse far dimettere con un voto del Parlamento. La convinzione che la guerra era perduta aveva penetrato ormai tutti gli ambienti, aveva guadagnato tutte le intelligenze. Il momento germanico era passato: quella possente macchina bellica era stata a un punto dal conquistare il mondo, ma ormai essa aveva compiuto il massimo sforzo e su tutti i fronti era costretta a indietreggiare. Gli Stati Uniti, la Russia, l'Inghilterra e i suoi Dominions erano invece assai lontani dall'aver compiuto il loro massimo sforzo. I tedeschi avevano già perduto la guerra marittima, la guerra aerea e la gara di produzione industriale e di ricerca scientifica. Non tutti i dati che determinavano questa diffusa convinzione erano accertati, alcuni potevano variare da un momento all'altro, ma ormai la convinzione dell'inferiorità tedesca era divenuta generale ed essa non poteva essere modificata che da qualche straordinario e nuovo avvenimento.

(1) Vedi sul settimanale L'Opinione (17 settembre 1945) il testo di un appello lanciato al mondo dal Club Federale dell'Europa Centrale residente a Londra, ancora una volta fatta asilo di libertà:

«Albanesi, Bianco-Ruteni, Bulgari, Cechi, Croati, Estoni, Greci, Lettoni, LItuani, Polacchi, Serbi, Slovacclii, Sloveni, Romeni, Ucraini, Ungheresi. Il corso della storia e particolarmente gli eventi della seconda guerra mondiale stanno a dimostrare sino a qual punto questi popoli siano uniti da un comune destino.
Oppressi dai sistemi totalitari nazionalsocialista, fascista e sovietico, si trovano nella necessità di una comune difesa della loro indipendenza.
Le affinità della vita interna dei nostri popoli deriva da un analogo sviluppo culturale e dalla analogia delle loro strutture sociali.

L'attaccamento alla cultura occidentale, profonde tradizioni e sentimenti religiosi o ordinamenti giuridici democraticamente instaurati costituiscono le caratteristiche essenziali della nostra affinità.

Nella struttura sociale dei nostri popoli l'elemento rurale ha conservato la preponderanza, potenziando il suo contributo alla vita nazionale di pari passo con il progressivo sviluppo della campagna e del contadino libero cittadino.

Perciò i Paesi dell'Intermarium centro-europeo, legati dalla stessa situazione geografica, dal loro passato storico, dalla comune civiltà e struttura sociale, minacciati dagl'imperialismi che li circondano, dovrebbero giungere ad una sola logica soluzione: la creazione di una unità politica per la loro comune difesa e per il loro sviluppo.

Nel momento attuale, allorché, dopo la chiusura formale delle ostilità in Europa, è intervenuta anche la fine della guerra in Asia, numerosi popoli nel mondo manifestano la propria gola: ad essa non partecipano, non possono partecipare i popoli dell'Europa centro-orientale.

Sottoposti all'occupazione sovietica, privati dell'indipendenza e dei più elementari diritti della persona umana, essi sentono più fortemente che mai, nel cosidetto "Giorno della Vittoria", la cupa tragicità del momento. La fine della guerra porta con sé il più assoluto disprezzo di quel principii, in nome dei quali fu brandita la spada.

La lotta nacque dalla resistenza contro l’imposizione dell’altrui volontà al popoli liberi, dalla resistenza contro l'imperialismo rapace, dalla resistenza contro il principio del predominio di una "razza eletta" su quelle "inferiori". La Carta Atlantica e simili dichiarazioni proclamavano che il Diritto doveva prevalere sulla forza, che la Giustizia ed il rispetto della altrui Libertà sarebbero state il fondamento di un nuovo ordine mondiale, che il libero sviluppo dei deboli sarebbe stato tutelato di forti.

Ed ecco che la guerra si chiude con una piena affermazione di propotenza, con il riconoscimento del frutto delle conquiste e delle annessioni come un giusto premio per i potenti, con la formulazione di una nuova gerarchia di supremazia tra popoli in nome della forza.

Ma un tale stato di cose, fondato esclusivamente sulla forza, non può consolidarsi nel xx secolo.

Milioni di uomini nelI'Intermarium, ansiosi di una piena e duratura libertà nazionale, uomini appartenenti sia a popoli che non potettero raggiungere l'indipendenza nella precedente guerra mondiale sia a popoli che hanno attualmente perduta l'indipendenza, non vogliono essere schiavi, e non lo saranno.

Le tendenze Imperialiste, che vogliono fondare l'ordine mondiale su di una ripartizione di sfere d'influenza, sono non soltanto immorali, ma anche irreali. Imperocché non è vero che sia già morto uno dei più grandi Ideali dell'Umanità, la pienezza della vita nazionale dei popoli. Esso non si può cancellare dall'animo dei popoli né si può sostituire esclusivamente con un Ideale di benessere individuale e di massimi consumi, come pretenderebbero di farci credere gli esponenti del capitalismo statale, o privato.

E pertanto la difesa del diritto delle nostre Nazioni all'indipendenza, la ricerca di soluzioni giuste e pratiche per il regolamento dei reciproci rapporti tra i nostri popoli, la difesa degli elementari diritti deIl'uomo, sono i nostri scopi.

A fondamento della nostra attività assumiamo il patrimonio storico del diritto europeo, il suo principio della libertà dei popoli, il suo rispetto per il diritto di autodecisione dei Popoli.

Per la vita interna dei nostri popoli crediamo indispensabile lo sviluppo della democrazia, ma contestiamo tuttavia il diritto al nome di democrazia a qualunque ordinamento politico che non sta fondato sul rispetto della libertà. Il che appunto si verifica nella costruzione dei nuovi concetti "di vera democrazia” o di " democrazia progressiva” che non sono stati creati che al solo fine di aprire la via alla dittatura di un solo partito ed alla instaurazIone dell'onnipotenza sovietica.

Il totalitarismo orientale, che minaccia ora l'Europa, ha già sottratto ad una vita libera e normale tutta una serie di popoli, cosi come pure ha sottratto al più elevati concetti ed alle più elevate parole il loro senso proprio, sano ed onesto.

Siamo convinti dei ritorno del buon senso dei popoli; crediamo nella rinascita degli ideali umanistici nella cultura, crediamo nelle forze creatrici delle nostre Nazioni dell'Intermarium: è questo il fondamento incrollabile della nostra speranza e della nostra perseveranza nella lotta.

In nome del Club FederaIe: MIHA KREK, presidente; JULIUSZ PONZATOWSKI, vice-presidente; CIRIL ZEBOT, segr. gen. ».

sabato 31 agosto 2019

26 AGOSTO : UN ANNIVERSARIO IGNORATO.



Oggi si ricordano gli anniversari più vari, si celebrano le “giornate” più strane, ma di quanto avvenuto duecentotrenta anni or sono, non ho mai visto ricordi e celebrazioni, nemmeno nel paese dove accadde questo fondamentale evento il 26 agosto 1789. Ebbene in tale data, in Francia, gli Stati Generali,inaugurati dal Re Luigi XVI, il precedente 5 maggio, trasformatisi in Assemblea Nazionale, approvavano la “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino”, pietra miliare nel cammino della umanità, e fondamento di quella civiltà occidentale, alla quale si sono ispirate le relative istituzioni e costituzioni.
Rileggiamo perciò la Dichiarazione, nei suoi principali articoli, anche perché attualmente tanti ed importanti paesi ancora non la riconoscono ed altri che la conoscevano sembrano averla dimenticata, limitando, con leggi restrittive, diversi di questi diritti :
Art. I – Gli uomini nascono e vivono liberi ed egual nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.
Art. II- Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun ufficio, nessun individuo può esercitare della autorità che non emani espressamente da essa.
Art. IV. –LA libertà consiste nel potere fare tutto ciò che non nuoce ad altri, così l’esercizio dei diritti naturali di ciascun individuo non ha per limiti che quelli che assicurano agli altri membri della comunità il godimento di questi stessi diritti. Questi limiti non possono che essere determinati che dalla -Legge.
Art. VI – La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere personalmente o per mezzo dei loro rappresentanti alla sua formazione. Essa deve essere eguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca.
Art. XI.-La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo. Ogni cittadino può dunque parlare, scrivere e pubblicare liberamente, salvo rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi contemplati dalla Legge,
Art. XVII- La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro non potrà essere tolta in nessun caso, salvo quelli in cui la necessità pubblica, legalmente, constatata, lo esiga chiaramente e sempre con la condizione d’una precedente giusta indennità.
E questi principi furono approvati e promulgati dal Re e dovevano dare inizio ad una rinnovata Monarchia Costituzionale. Poi, purtroppo la storia della Francia, prese altre strade ed è inconcepibile che celebri oggi,come festa nazionale, invece del 26 agosto, il 14 luglio, quando dei sanculotti assetati di sangue massacrarono la sparuta guarnigione della Bastiglia, dove erano rinchiusi non prigionieri politici, ma qualche detenuto comune, e tagliata la testa al governatore della fortezza, dopo aver promesso l’incolumità, la issarono orgogliosi e trionfanti ( di che ?)su di una picca.

Domenico Giglio

Conte Bis, no dei Monarchici: “Consenso elettorale mutato, andiamo a votare”



Alessandro Sacchi, presidente dell'Unione Monarchica contro Mattarella: “Il Capo dello Stato ha il dovere di prenderne atto e di chiamare i cittadini alle urne"

“La democrazia parlamentare quando muta il consenso elettorale esige un ritorno alle urne”. Lo sostiene Alessandro Sacchi, presidente dell'Unione Monarchica Italiana.

Scrive sacchi in una lunga riflessione  sul ruolo di Mattarella nella gestione della crisid i governo: “Secondo le regole della democrazia parlamentare i governi si formano sulla base delle maggioranze sorrette dal consenso elettorale. Tuttavia, se quel consenso è significativamente cambiato nel corso di successive, univoche prove elettorali, il Capo dello Stato ha il dovere di prenderne atto e di chiamare i cittadini alle urne, al fine di evitare che si realizzi un crescente distacco del popolo dalle istituzioni, con rischi per la democrazia.  Avrebbe dovuto tenerne conto il Presidente Mattarella, anche a tutela della sua immagine di garante imparziale della legalità costituzionale, in ragione della sua pregressa appartenenza al Partito Democratico, al quale, con il nuovo governo affidato al Prof. Conte viene attribuito un ruolo certamente superiore a quello che gli italiani gli hanno attribuito nelle elezioni, prima e dopo il 4 marzo 2018, dal referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre 2016 alle altre consultazioni che, a livello regionale e comunale, hanno disegnato una ben diversa mappa del consenso popolare.

Conclude Sacchi: “I monarchici italiani, gelosi custodi della democrazia parlamentare, nata con lo Statuto del Regno d’Italia, segnalano all’opinione pubblica una anomalia naturale ovunque il Capo dello Stato è espressione dei partiti”.

http://www.affaritaliani.it/roma/conte-bis-no-dei-monarchici-consenso-elettorale-mutato-andiamo-a-votare-622847.html?fbclid=IwAR336sMnkuELsA46_7CXQIcDjZM5B7VaAf8QCsXaXwWvs7GqCZSKl4djybM

giovedì 29 agosto 2019

La presidenza della repubblica centro gravitazionale del declino nazionale.


Riflessione di Giovanni Basini

La presidenza della 'repubblica' è l'epicentro del declino di questo paese. Avete visto le prime consultazioni, letto i giornali negli ultimi giorni e sentito Di Maio appena adesso?
Le notizie sono che non c'è l'accordo sul programma e chiedono tempo per farlo, il PD non vuole Di Maio Vicepresidente e il M5S lo pretende, e la base su Rousseau deve ancora votare sì/no.

Eppure Mattarella aveva chiesto di fornire con sollecitudine entro oggi una maggioranza di legislatura, dichiarando che in assenza di essa si sarebbe potuto sciogliere per votare il 3 novembre.

A fronte di questo è evidente che l'accordo preteso entro la data indicata come termine per preservare la possibilità di un voto senza esercizio provvisorio non è stato fornito da PD e M5S.
Il nome di Conte non offre infatti le richieste garanzie di durata di legislatura, né sul programma né sui nomi, ed il tutto è anche è dichiaratamente sottoposto a condizione di un voto online.

Ma è indubbio purtroppo che questo vecchio partigiano installato a colpi di maggioranza nel palazzo, che dovrebbe essere del Re, non manterrà mai la sua parola e non scioglierà le Camere.

Mattarella si rivelerà una vergogna nazionale come altri prima di lui, perché, pur di fronte all'evidenza che le sue richieste sono state eluse, impedirà per sua volontà le elezioni.



mercoledì 28 agosto 2019

Piccola nota





















I recenti avvenimenti politici non ci sono passati inosservati.

Non abbiamo alcuna simpatia per un eventuale governo i cui membri non siano passati al vaglio del voto popolare.
La sovranità appartiene al popolo”, recita il primo articolo della costituzione, cui subito si aggiunge la significativa precisazione “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Noi, semplicemente, siamo sicuri che l’inquilino del Quirinale abbia un debito di gratitudine nei confronti di chi lo ha tolto dal lussuoso dimenticatoio in cui si trovava e tenterà in ogni modo di ricambiare. Come è logico che sia.

Il popolo italiano dovrà aspettare la regolare scadenza per esercitare la sua sovranità. 
Ne abbia piacere o meno.


Buona repubblica a tutti!

Il libro azzurro sul referendum - XV cap - 1-4


Colpo di Stato

Il Consiglio dei Ministri prima della definitiva proclamazione della Corte di Cassazione afferma che l’esercizio delle funzioni di Capo dello Stato spetta « ope legis» al Presidente del Consiglio (notte del 13 giugno)
1) Dichiarazione del Consiglio dei Ministri.
2) Dichiarazioni in Consiglio dei Ministri: Nenni, Bracci, Corbino, De Gasperi. - Voto contrario di Cattani.
3) Dichiarazione di Cattani.
4) Giudizio dell’Avvocato Carlo Scialoia.
5) Fermento popolare a Napoli. Giudizio dell’avv. Carlo Scialoia.
6) Fratture: determinazione del «Comitato indipendentisti ».
7) Commento del « Times and Tide ».
8) Il trapasso non fu legale.
9) Quasi una metà del popolo italiano per il Re.

Dichiarazione del Consiglio dei Ministri (notte del 13 giugno 1946)

«Il Consiglio dei Ministri riafferma che la proclamazione dei risultati del « referendum » fatta il 10 giugno dalla Corte di Cassazione nelle forme e nei termini dell'art. 17 del D.L.L. 23 aprile 1946, n. 219 ha portato automaticamente alla instaurazione di un regime transitorio durante il quale, fino a quando l'Assemblea Costituente non abbia nominato il Capo provvisorio dello Stato, l'esercizio delle funzioni di Capo dello Stato medesimo spetti « ope legis» al Presidente del Consiglio in carica. Tale situazione costituzionale creata dalla volontà sovrana del popolo, nelle forme  previste dalla legge luogotenenziale, non può considerarsi modificata dalla comunicazione odierna di Umberto Il al Presidente del Consiglio.
Il Governo, sapendo di poter contare sul senso di disciplina di tutti gli organi dello Stato, rinnova il suo appello a tutti cittadini, perché nel momento attuale, decisivo per le sorti del Paese  all’interno e nei rapporti internazionali, lo sorreggano concordemente con la loro vigile disciplina e col loro patriottismo nel compito di assicurare la pacificazione e l’unità nazionale».

Dichiarazioni in Consiglio dei Ministri (1) Nenni, Bracci, Corbino, De Gasperi


Nenni: Tutto ora è chiaro; conforme alla legge e alla volontà del popolo. Se per avventura l’ex Re non vi si inchinasse, si porrebbe fuori legge; allora sarà più che giusto mettergli le mani addosso». Qui è il nodo: i signori del Viminale si erano radunati quella notte avendo tutto pronto per l’uso della forza. Se il Re non fosse partito l’Italia sarebbe stata gettata nel sangue per opera di un gruppetto di faziosi! Bracci: « La partita è decisa; Umberto non può più esercitare le funzioni di Capo dello Stato. Noi riconosciamo solo il Presidente e lo annunciamo stasera al popolo. Non è solo la nostra volontà, è la volontà della legge e del Paese. Nessuno può disubbidirle, né il Savoia, né noi, né lo stesso Presidente. Al Presidente spetta ora valersi dei poteri come meglio crede. Noi collaboreremo ». Corbino: «In definitiva la questione riguarda la persona di De Gasperi. Vorrei sapere se si rende conto della responsabilità che assume con questo o. del g., considerato che domani egli potrà apparire come un usurpatore ». De Gasperi: « Se il Consiglio vuole così approviamo pure l'o. del giorno fermo restando però che nessuno assumerà tali poteri ». Ognuno di noi si ritiene impegnato in tal senso ». Al termine della riunione i ministri e lo stesso Presidente si offrirono quasiia alla curiosi dei giornalisti; il più imprudente fu proprio De Gasperi che, appena richiesto se intendesse assumere le funzioni di Capo dello Stato rispose testualmente : « Che significa? Di fatto lo sono Capo dello Stato! Se assumere significa prender possesso di qualche cosa che non si ha, non ho nulla da assumere. In pratica ho il diritto di intervenire come Capo dello Stato e, se sarà necessario firmare una legge, la firmerò ». Cattani vota contro e chiede sia messa a verbale la motivazione « Perchè lo ritengo pericoloso per la pace degli italiani». 

Dichiarazione di Cattani in Consiglio dei Ministri

« Mi risulta che alcuni firmatari di ricorsi alla Cassazione sono stati arrestati. Questi metodi sono inqualificabili, ed io chiedo immediati provvedimenti in favore della libertà di pensiero e di azione».

Giudizio dell'Avv. Carlo Scialoia sul comunicato del Governo

« lo penso, che si debba decidere così: il Sovrano resta a Roma sino al ver detto. In giornata invia al Governo una protesta scritta, sì da mettere il Consiglio in stato di accusa. Se la cosa deve scoppiare, scoppierà su un estremo di legalità » (1) Da Storia segreta. pag. 205.

martedì 27 agosto 2019

giovedì 8 agosto 2019

Buone vacanze!


Cari amici, 
questa volta arriviamo alle vacanze particolarmente bisognosi di riposo. 
Aggiorneremo il blog occasionalmente.
Ci vediamo a fine mese per riprendere con rinnovato vigore.
Nel frattempo consigliamo di seguire il gruppo FB dedicato a Re Umberto II dove molti volenterosi amici offrono il loro contributo
Buone vacanze a tutti!
Lo staff !

Ferrovie in Italia pre e post 1861: una parola definitiva



Nel 1861 alla nascita del Regno d’Italia la situazione delle linee ferroviarie in esercizio era di km.2.189 comprese le regioni che sarebbero entrate a far parte del nuovo stato italiano dopo il 1861 e cioè il Veneto nel 1866 ed il Lazio nel 19870. Di queste ben 850 chilometri erano nel Regno di Sardegna, 607 nel Lombardo Veneto, 303 in Toscana, 101 nello Stato Pontificio, 99 nel Ducato di Parma, 50 in quello di Modena ed infine appena 128 nel Regno delle Due Sicilie, che pure era stato il primo a costruire una sia pur breve linea ferrata da Napoli a Portici, di circa 8 chilometri, progettata dall’ingegnere francese Armand Bayard de la Vingtrie, inaugurata il 3 ottobre 1839, le cui prime locomotive “Bayard” e “Vesuvio” erano state costruite in Inghilterra. Sempre allo stesso ingegner Bayard si dovevano i progetti per altre ferrovie per Nocera, prolungabili per Salerno ed Avellino, interamente a sue spese, a fronte di una concessione economica di 99 anni. Invece a spese del governo fu costruita la linea che collegava Napoli con l’altra Reggia di Caserta, prolungata fino a Capua e terminata nel 1844.
Abbiamo voluto sottolineare questo slancio iniziale delle ferrovie del Regno delle Due Sicilie, perché poi rimase fermo per ben 17 anni i, dal 1844 al 1861, anche se esistevano nei cassetti progetti, anche questo del Bayard di una linea transappenninica per raggiungere il porto di Manfredonia nelle Pugliem ed anche altri progetti per strade non ferrate, ma se è vero che “la strada dell’inferno è lastricata si buone intenzioni” le Due Sicilie così lastricavano la strada della propria scomparsa. Questo mentre in Piemonte, veniva effettuato il traforo dei Giovi, sulla linea Torino-Genova,la più lunga galleria dell’epoca, di 3.254 mt., inaugurata,il 18 dicembre 1853 dal Re Vittorio Emanuele II, e nel Veneto, il governo austriaco,( diamo a Cesare quel che è di Cesare), completava l’accesso a Venezia, con il ponte sulla laguna,lungo 3.603 mt, con 222 arcate e 750.000 pali di larice. Rimanevano prive di ferrovie intere regioni, come Marche, Umbria (Stato Pontificio), Abruzzi, Puglie.Basilicata, Calabria e Sicilia ( regno delle Due Sicilie ).
Iniziò così per il nuovo Regno uno sforzo veramente titanico che portò a realizzare dal 1861 al 1870 circa 4.000 km, per cui si raggiunsero i 6.429 km., di cui 1.372 nella Italia Centrale e 1.777 nella Italia Meridionale ed Isole, e delle 34 province che all’atto della unificazione erano completamente prive di ferrovie, soltanto nove erano ancora scollegate. Nel 1880 i chilometri erano 9.290, nel 1890 raggiungevano i 13.629 per toccare, nel 1911, cinquantenario del Regno d’Italia, i 18.394.
I collegamenti principali erano stati tutti assicurati fin dal primo decennio, con un occhio particolare per il Meridione che ne era privo, superando, anche qui difficoltà geologiche. Giustino Fortunato parlava per la sua regione di “sfasciume geologico), di acque non regolamentate per cui i lavori procedettero con qualche difficoltà, ma al tempo stesso scriveva : “Le strade ferrate, correggendo il vizio di conformazione e seguendo le stesse tracce delle grandi vie lastricate, il cui genio di Roma ne volle solcata l’Italia, hanno compiuto il miracolo. Gli ingegneri, i costruttori, gli operai valsero per l’unificazione della patria non meno dei martiri, degli statisti e dei soldati”.
Punto fermo alle stantie polemiche antirisorgimentali, perché le cifre parlano da sole.
Domenico Giglio  

martedì 30 luglio 2019

Santa Messa in suffragio di Camillo

La Famiglia Zuccoli
ricorderà l'amatissimo
Camillo 

 con una Santa Messa in suffragio 
che si terrà 
sabato 3 Agosto, alle ore 20:30
nel "Santuario della Madonna della Neve"
in Via Madonna della Neve n. 4,  Iseo

***** 


  Vi aspettiamo in casa alle ore 18:30 e andremo insieme in Chiesa

sabato 27 luglio 2019

L'ARTICOLO 16 DEL TRATTATO DI PACE (10 FEBBRAIO 1947)


UN’ASSOLUZIONE PLENARIA ALL'ITALIANA

di Aldo A. Mola

Guardie e ladri: il gioco d'infanzia tagliato sull'Italia
Ai giardini pubblici, negli oratori, per le strade un tempo animate senza rischi dalle “bande” di ragazzi, fra i giochi preferiti dominava la gara tra “guardie” e “ladri”, con i secondi sempre più numerosi, perché, malgrado tutto, le forze del Bene, poche ma buone, alla fine prevalgono su quelle del Male. I cittadini dell'Ordine  vincono sull'Avversario, come l'Arcangelo Michele. I ragazzini, invero, non avevano un'idea precisa dei valori contrapposti, tanto che, a fine partita, il gioco riprendeva a ruoli invertiti: chi aveva fatto il ladro diventava guardia e viceversa. Era la sfida a chi correva più lesto, sapeva nascondersi meglio, balzar fuori all'istante opportuno e, tàc, toccare il bambino o la bambina della squadra avversa. Si proseguiva così a perdifiato per ore. Poi, tutti amici come prima, a casa per la cena. Altrettanto avveniva nelle colonie estive, comunali, parrocchiali, spesso allestite dall'Azione cattolica per arginare i “Pionieri” organizzati in alcune lande dal Partito comunista in attesa dell'Armata Rossa. Nell'immediato dopoguerra, invece, lo scoutismo rimase fenomeno elitario, sospetto di infiltrazioni massoniche.
Nei campi estivi chierici giovanissimi insegnavano a giocare “a tattica”. Anche lì i ragazzini venivano suddivisi in “bande”. Non erano guelfi o ghibellini, cattolici o protestanti ma semplicemente compagni di vacanza che imparavano a divenire grandi. Acquattati tra le fronde scoprivano fiori stupendi, seguivano il volo di farfalle multicolore, scrutavano il prodigioso lavorio degli insetti fra gli steli d'erba. Nei rovi attendevano pazienti il passaggio di uno, due, tre rivali. Al momento giusto scattava l'assalto. Bastava un “alt” e si contavano i punti del vantaggio guadagnato secondo i gradi dei “prigionieri”, condotti nell'apposito accampamento: un soldato semplice valeva poco, un sergente assai più, un ufficiale era una trofeo. Ma la vera magia di quegli animosi giochi d'infanzia era la formula che a volte chiudeva la partita nel più strambo dei modi. Proprio quando una banda era sicura della vittoria e aveva raccolto gli avversari nel campo di prigionia, dai filari del gran turco, dalle piantagioni di fagioli o da chissà quali porte degli inferi sbucava il malandrino salvifico. Gli bastava sfiorare uno dei prigionieri e gridare “Liberi tutti” perché i detenuti se la squagliassero come oggi da un campo profughi in Libia dopo un bombardamento.

Un'Italia senza eresie né guerre civili
Quei giochi del buon tempo antico sono paradigma della storia d'Italia, che tanto arrovella quando, ed è consueto, se ne scordino complessità, sinuosità e brusche svolte. E' un percorso  a segmenti discontinui. Nell'ampia intervista rilasciata al “Corriere della Sera” nel suo 90° compleanno Sergio Romano, ambasciatore, storico e saggista, ha asserito che l'Italia ha vissuto “tre guerre civili: al Sud dopo il Risorgimento; poi negli anni tra la Grande Guerra e la marcia su Roma; infine tra l'8 settembre e il 25 aprile 1944: una guerra fra italiani che in Emilia durò ancora per un altro anno”. È un invito a riflettere, più che un assioma, anche perché la storiografia non detta sentenze. Essa cerca di comprendere e utilizza formule possibilmente precise come fanno i meccanici quando prendono in mano la chiave rispondente al bullone: tot pollici, sennò non funziona. “Guerra civile” è tra le formule più delicate e disputate possibili. Per tale, tecnicamente, s’intende la lotta tra due fazioni di cittadini di pari diritti appartenenti a un identico Stato che, consapevoli delle proprie scelte e in piena libertà d'azione, non eterodiretti da potenze straniere, si combattono per opposti ordinamenti. Tali furono le guerre al crepuscolo della Roma dei Consoli fra i seguaci di Cornelio Silla e di Caio Mario, di Giulio Cesare e di Cneo Pompeo, aristocrazia senatoria contro “popolani”, estremo regolamento di conti tra due opposte concezioni dello Stato, che tanto affascinò Teodoro Mommsen. Già il successivo mortale duello tra Caio Ottaviano Augusto e Marco Antonio fu vicenda del tutto diversa, perché contrappose due visioni dell'impero, la Romana e l'Egizia, il Senatus populusque romanus e il diritto divino.
A ben vedere, come non ebbe movimenti ereticali di massa, riforme evangeliche o protestanti numericamente rilevanti, così l'Italia non soffrì mai vere guerre civili. Non lo furono le compagnie di Santa Fede capitanate dal cardinale Fabrizio Ruffo (neppure ordinato prete) contro la Repubblica napoletana del 1799, né le “masse cristiane” di Branda Lucioni e altre “insorgenze” che nell'Italia settentrionale combatterono l'occupazione francese e la scristianizzazione forzata e mirarono a restaurare sovrani spodestati. Sorrette entrambe dal concorso di Stati stranieri, quelle fazioni non sono paragonabili alle guerre civili tra cittadini della Res publica romana. A sua volta il brigantaggio meridionale del 1861-1867 fu ribellione, anche prezzolata dall'estero, di chi non si riconosceva negli ordinamenti innovativi dello Stato unitario: servizio militare obbligatorio, nuovo sistema impositivo, uguaglianza dinnanzi alle leggi, abolizione dei secolari privilegi ecclesiastici, sorretti dalla manipolazione idolatrica delle coscienze e dalla demonizzazione dei non cattolici e, peggio, dei non credenti. Si può anche dubitare che possa essere classificata come guerra civile quella del 1943-1945 tra “partigiani” e fascisti repubblicani, se non nel indicato dal comandante piemontese di “Giustizia e Libertà”, Dante Livio Bianco, avvocato, già iscritto al Partito nazionale fascista, secondo il quale essa era “guerra di civiltà”. Né fu guerra civile il conflitto tra il Corpo volontari della libertà da una parte, proiezione dello Stato italiano riconosciuto dalle Nazioni Unite, e gli “occupanti”, cioè i tedeschi e i loro alleati. Comprendenti le milizie dello Stato repubblicano d'Italia (denominazione originaria della RSI): un conflitto nel cui ambito si contrapposero partigiani dai programmi, ideali e alleati stranieri molto diversificati e i fautori del fascismo repubblicano. Gli uni e gli altri rimasero minoranza quantitativamente irrilevante rispetto alla immensa “zona grigia” la cui storia rimane da scrivere. L'Italia, insomma, non visse nulla di paragonabile all'unica vera guerra civile dell'Europa occidentale, quella di Spagna, che nel 1931-1940 ebbe il decennio agonico di un conflitto radicato nei nei secoli e indurito sin dalla conquista franco-napoleonica d'inizio Ottocento. 

Umberto II, il Traghettatore 
La refrattarietà degli italiani a pulsioni destinate a esplodere in guerre civili trova conferma nel cambio istituzionale del giugno 1946. Con sorpresa generale esso avvenne in un clima complessivamente pacifico e, per i tempi, persino ordinato. Dopo comizi accesissimi, dai toni minaci, straripanti manifestazioni di piazza e timori di scontri volgenti in conflitto generale persino con intervento di armi straniere, il Paese registrò il passaggio dalla monarchia alla repubblica con un'onda di profonde emozioni individuali ma senza traumi politico-militari nazionali. A moderare la transizione fu Umberto II, che lasciò il suolo italiano sciogliendo dal giuramento alla Corona, ma non alla Patria, quanti l'avevano pronunciato. Proprio il sovrano fu il sommo traghettatore dall'uno all'altro regime. Già solo per questo merita molto più di quanto le Istituzioni sinora gli hanno riconosciuto. Ma occorre dare tempo al tempo. Nel frattempo il suo ruolo va apprezzato dalla storiografia per comprendere la pacificazione scandita dagli atti successivi: la “firma” del Trattato di Pace (sottoscritto dall'ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna, che firmò con la stilografica personale e impresse sulla ceralacca lo stemma di famiglia per tacita protesta dell'Italia nei confronti dell'iniquo diktat ), la sua ratifica da parte dell'Assemblea Costituente e il varo della Carta repubblicana, pilastri portanti dell'Italia ormai compresa nelle Nazioni Unite, anche se per un decennio fermata sulla soglia della sua Assemblea.

La lenta genesi dell'articolo 16 del Trattato di pace
In “Chi doveva essere protetto dall'art. 16?” (speciale “Bombe sull'Italia”, n. 4) il direttore di “Storia in Rete”, Fabio Andriola, ha riaperto il dibattito su uno degli articoli meno noti e studiati del Trattato di pace imposto all'Italia il 10 febbraio 1947. Fermo restando che il Trattato fu scritto in inglese, russo e francese, nella pedissequa traduzione ufficiale esso recita: “L'Italia non perseguirà né disturberà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di avere, nel corso del periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data dell'entrata in vigore del presente Trattato, espresso la loro simpatia per la causa delle Potenze Alleate ed Associate o di avere condotta un'azione a favore di detta causa” (corsivi dell'autore). L'articolo 16 è connesso  al 15, che obbligò l'Italia ad assicurare ai suoi cittadini il godimento dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (“ivi incluse le libertà di stampa, di religione, di opinione e di associazione”) e al 17 che, preso atto dello scioglimento delle organizzazioni fasciste, attuato “in conformità all'art. 30 della convenzione di armistizio”, impegnava a “non tollerare la ricostituzione sul suo territorio di organizzazioni di questa natura, aventi un carattere politico, militare o paramilitare, ed il cui scopo sia quello di privare il popolo dei suoi diritti democratici”.
Le premesse dell'art. 16 erano tre: una di carattere generale, altre connesse all'armistizio del 3-29 settembre 1943. La prima era la consapevolezza che la “guerra parallela” intrapresa dall'Italia il 10 giugno 1940 era stata decisa in condizioni molto diverse da quelle narrate dalla propaganda di regime. I dubbi e le contrarietà verso quel passo erano stati molteplici e  forti. A parte gli antifascisti all'estero (non tutti propriamente “esuli”: per esempio il monarcomaco Carlo Sforza, Collare della SS. Annunziata, rimase sempre senatore e non venne mai privato di alcun diritto), parecchi italiani, anche militari e persino di grado elevato, nutrivano “simpatia per la causa delle Potenze Alleate” e non lo nascondevano agli interlocutori più ricettivi quando se ne presentasse l'occasione. Se i rapporti dell'Ovra e dei questori traboccavano di dichiarazioni di sfiducia nei confronti delle armi italiane, di antipatia nei riguardi della Germania e di inclinazioni verso paesi nemici (“occidentali” molto più che l'Urss), va ricordato che lo scenario bellico cambiò ripetutamente in modo drastico, costringendo partiti, movimenti e personalità a capriole clamorose. Fu il caso del giudizio da esprimere sull'URSS e sulla Germania all'indomani del patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov (23 agosto 1939). I lungimiranti (altra cosa dell'“uomo della strada”, succubo della propaganda e di pregiudizi) sapevano che non esistono nemici assoluti, identici e perpetui. Ci si combatte, ci si ammazza, si tratta, si stabiliscono tregue, ci si scambiano i prigionieri ecc. ecc. Mentre alcuni combattono altri patteggiano, talvolta in vista di un cambio di alleanze. Da che mondo è mondo, gli uni e gli altri, anche con finzioni spudorate, svolgono la propria funzione.
La premessa formale dell'art. 16 fu il “Pro-memoria” anglo-americano di Québec (18 agosto 1943) collegato alle condizioni dal generale Dwight Eisenhower al governo italiano per l'armistizio. Quando ancora gli anglo-americani pensavano di contenere i germanici a nord della linea Venezia-Livorno, precisò che “se informazioni sul nemico verranno fornite immediatamente e regolarmente, i bombardamenti degli alleati verranno effettuati nel limite del possibile su obiettivi che influiranno sui movimenti e sulle operazioni delle forze tedesche”. Quel “pro-Memoria” venne integrato dalla Dichiarazione di Mosca del 30 ottobre 1943. A conclusione della riunione tripartitica anglo-russo-americana questa stabilì il rilascio e la completa amnistia di “tutti i prigionieri politici del regime fascista”, che ovviamente avevano espresso “simpatia” per le Potenze Alleate Urss compresa) nella loro già accennata geometria variabile.
I passi fondamentali successivi verso il futuro art. 16 del Trattato di pace sono documentati dai testi dell'armistizio e, ancor più, dai verbali delle riunioni svolte a Cassibile il 3 e a Malta il 29 settembre 1943, con delegazioni ogni volta del tutto diverse, ma convergenti sul nodo sostanziale: inglobare l'Italia nella guerra delle Nazioni Unite contro la Germania. I Generali Giuseppe Castellano e Walter B. Smith per conto di Badoglio e di Eisenhower il 3 settembre concordarono di coordinare i piani d'operazione. Smith assicurò che “gli ufficiali ed i marinai italiani non sarebbero stati assoggettati ad alcuna indegnità”. Nel timore che Vittorio Emanuele III e Badoglio venissero arrestati dai tedeschi, si convenne che il capo di stato maggiore Vittorio Ambrosio “parlasse da una stazione (radio) italiana e annunziasse che parlava con la loro autorità”. Nella segretissima “missione” a Torino del 7 settembre forse Ambrosio portò la registrazione dell'annuncio di armistizio, comunicato l'indomani da Radio Algeri e ribadito da Badoglio, secondo la sequenza stabilita a Cassibile.
A Malta il 29 settembre il testo armistiziale previde che il governo italiano consegnasse agli Alleati Mussolini, i suoi “associati fascisti” e tutti i sospetti di crimini di guerra (il cui elenco gli sarebbe stato trasmesso), nonché l'immediata liberazione di tutte le persone, “di qualsiasi nazionalità” detenute o condannate, anche in contumacia, per le loro relazioni con le Nazioni Unite. Durante la seduta collaterale alla firma, Eisenhower chiese che il Re sottoponesse ufficiosamente agli Alleati la lista di ministri “politici” da immettere nel governo; nel clima di collaborazione, Badoglio sollecitò il rilascio del Maresciallo  Giovanni Messe, “ufficialmente aiutante del re” (oltre che antico iniziato massone alla loggia “Michelangelo” del Grande Oriente d'Italia).

“Liberi tutti...?”
L'immunità di quanti prima, durante e dopo la guerra avevano concorso a ritardare e, nei modo più diversi, a “erodere” la portata filogermanica dell'intervento dell'Italia in guerra era dunque una misura scontata. Fa parte delle regole della guerra che, si sapeva anche prima di Clausewitz, sono la prosecuzione della diplomazia con “argomenti” suasori talora ruvidi (compresi i bombardamenti a tappeto, terroristici o pedagogici, secondo i punti di vista) che però non escludono la continuazione dell'utilizzo di altri, quali spionaggio, controspionaggio, disinformazione, propaganda, corruzione di apparati, etc., in una ridda in continuo divenire. Per una pacata visione dell'art. 16 del Trattato di pace un'altra considerazione si impone. Dal 10 giugno 1940 al 9 maggio 1946, capi delle Forze di terra e di mare erano stati Vittorio Emanuele III e il Luogotenente del regno Umberto di Piemonte. I ministri erano “ministri del Re”.Qualunque incriminazione di un militare per simpatie espresse o collaborazione operata a favore delle Nazioni Unite avrebbe comportato, salendo per li rami, anche quella del sovrano: cioè proprio del Re in nome del quale venne operato il cambio del luglio-settembre 1943, con quanto ne seguì sino al regime post-monarchico incardinato sul presidente provvisorio della Repubblica, Enrico De Nicola (monarchico) e sul governo De Gasperi, unico abilitato a legiferare. Mentre alcuni costituenti (come Benedetto Croce, Roberto Lucifero, Leo Valiani...) votarono contro la ratifica del discusso Trattato di pace, altri, parimenti liberali, dopo aggrovigliati e contraddittori ragionamenti, si schierarono a favore. Furono i casi di Francesco Saverio Nitti (a lungo esule) e di Vittorio Emanuele Orlando, nel 1924 candidato nel Listone nazionale, come De Nicola. La ratifica ottenne 262 voti favorevoli, 68 contrari e 80 astenuti: meno del 50% dei 555 costituenti. De Nicola, contrario a firmarlo, fece una scenata apocalittica, rovesciando tutte le carte dalla scrivania. La sua ratifica era però la via maestra per chiudere decenni di storia d'Italia con un colpo di spugna: “liberi tutti”. Era anche il viottolo per tornare a esercitare un minimo di sovranità nazionale dopo la pesante sconfitta militare e in un pianeta ormai diviso dalla “guerra fredda”. Come ruvidamente chiesto da Churchill e da Roosevelt, l'Italia pagava il salatissimo “biglietto di ritorno” tra le democrazie parlamentari. Grazie al Re essa era caduta sul fianco meno doloroso, lontano dalle mire di Stalin. Poteva persino accampare a proprio merito la dichiarazione di guerra contro il Giappone, deliberata dal governo Parri, con il consenso del Luogotenente Umberto di Savoia.
Suscita perplessità, invece, la posizione di De Gasperi. Il 31 luglio 1947, chiedendo l'approvazione del Trattato, “dinanzi a Dio, moderatore di tutte le cose (Grande Architetto? NdA), e dinanzi agli uomini” proclamò che l'Italia non assumeva “nessuna corresponsabilità, né per gli effetti che avrà in Italia, né per gli effetti che avrà nella ricostruzione del mondo”. Era l'approdo di quanto deliberato da rappresentanti di alcuni partiti antifascisti a casa di Giuseppe Spataro una sera dell'agosto 1943: scaricare tutto il passivo della sconfitta sul fascismo e sulla monarchia, con distorsione della verità storica. Ma ormai Umberto II era all'estero.
Il gioco del “liberi tutti” configurato dall'articolo 16 del Trattato di pace (ma come dimenticare l' “amnistia Togliatti” del 22 giugno 1947?) mandò indenni gli antifascisti che avessero fiancheggiato gli Alleati dal 10 giugno 1940 e tanti fascisti in vario modo contriti prima e dopo il 25 luglio 1943; non si estese invece a cittadini che, né ignavi né faziosi, propriamente fascisti non erano stati mai, bensì solo “patrioti”: la sempre trascurata “zona grigia”, tuttora in attesa di doverosa indagine storica.