NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 22 gennaio 2019

Bulgaria: uno stato che onora il passato


di Domenico Giglio
Le Poste Bulgare hanno emesso nell’ ottobre 2018 un foglietto con lo sfondo del Palazzo Reale ed in primo piano un francobollo raffigurante il Re Boris III,(1894-1943), per il centenario della sua ascesa al trono, giovanissimo, dopo l’abdicazione del padre, il Re o meglio lo Zar Ferdinando I,(1861-1948), che con la sua scelta, nella Grande Guerra, 1914-1918 di allearsi con gli Imperi Germanico ed Austro-Ungarico, forse per la sua origine familiare tedesca, era stato trascinato nella loro sconfitta, chiedendo l’armistizio il 29 settembre 1918, ed abdicando, dopo 31 anni di regno, il 3 ottobre. Quindi il figlio primogenito, Boris, diveniva Re, il successivo 4 ottobre, in un momento non certo felice per la Bulgaria e per la Casa Reale ( l’originaria Coburgo ), tanto che vi era stata, sia pure per un giorno, una effimera proclamazione repubblicana, per cui dovette subito affrontare il terrorismo e l’attacco comunista, riuscendo a rimettere in piedi la stato e coronando il suo regno, nel 1930, con il matrimonio con una Principessa appartenente alla più antica dinastia europea, Giovanna di Savoia, da cui, nel 1937 ebbe l’erede Simeone..
Onorare perciò questo anniversario conferma una politica filatelica delle poste bulgare e quindi dello Stato,aperta e rispettosa nei confronti dei loro antichi regnanti, di cui aveva già dato prova nel 2008 celebrando, con uno splendido foglietto, contenente il francobollo con l’effigie di Ferdinando, il centenario della definitiva emancipazione della Bulgaria, avvenuta nel 1908, dal vassallaggio dell’Impero Ottomano, quando appunto, Ferdinando, che già regnava dal 1887, ne proclamò, nella città di Tarnovo, la definitiva e totale indipendenza.  A questo era seguito nel 2017 un altro interessante francobollo dove al tempo stesso si ricordavano gli ottanta anni del Re Simeone II, felicemente vivente ed onorato nel suo paese, insieme con un ricordo del padre Boris.
Il rispetto della tradizione è fondamentale per la vita e la storia di un popolo e di questo avevano dato prova i reali della moderna Bulgaria, ricollegando i loro nomi a quelli degli antichi sovrani del grande impero bulgaro di mille anni prima che aveva avuto un Boris I dall’852 all’ 889 d.C., un Simeone I, detto “il Grande” dall’893 al 927 ed un Boris II, quest’ultimo all’epoca del secondo impero, dal 969 al 972, per cui si sono così avuti un Boris III ed un Simeone II.
Dalla Bulgaria e dalla Romania, che egualmente ha dedicato alla sua Casa Reale, numerosi francobolli commemorativi, viene perciò una lezione di storia, di rispetto e di comportamento civile che vorremmo fosse recepita.

Domenico Giglio

domenica 20 gennaio 2019

Conferenza per il Circolo Rex 2019


CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA
REX


“il più antico Circolo Culturale della Capitale”
71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019

Inaugurazione Seconda Parte

                                                              ***

“L’ingresso dell’Italia nella guerra fu determinante per la vittoria? 
Fu effettivamente una vittoria “mutilata”? 
L’Italia divenne una Grande Potenza?"

Su questi temi parlerà
Domenica 27 Gennaio, ore 10.30

IL  PRESIDENTE DEL CIRCOLO REX
Dr. Ing: DOMENICO  GIGLIO

“4 Novembre 1918 : LUCI ED OMBRE DELLA VITTORIA”

***
Sala Italia presso “Associazione Piemontesi a Roma”,
via Aldovrandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)
raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “ 910” ,” 223” ,”52” e “ 53”

***
Seguirà brindisi augurale di Buon Anno
Ingresso libero

venerdì 18 gennaio 2019

A Torino torna a splendere la chiesa della Sindone


Santo Sudario – Restaurato il gioiello settecentesco che nella cripta ospita il Museo sindonico. L’intervento, realizzato grazie alla Fondazione Crt, la Compagnia di San Paolo e il Niaf (National Italian American Foundation) di Washington, ha consentito il recupero degli affreschi di Alzeri e Milocco


La chiesa del Santo Sudario, vero capolavoro settecentesco, che ospita nella sua cripta il Museo della Sindone, è stata restituita ai fedeli e alla Città di Torino dopo due anni di chiusura e scrupolosi interventi di restauro. L’edificio sacro, proprietà dell’omonima Confraternita, nel centro storico all’angolo tra via Piave e via San Domenico, è dedicato alla Sindone, conservata nella vicina Cattedrale.
Venerdì scorso, l’inaugurazione del restauro degli affreschi che ornano la volta della chiesa è stata a più voci e ricca di appuntamenti che hanno visto l’alternarsi di momenti ad alto contenuto culturale, a momenti di preghiera e di visita, per concludersi con un concerto che ha offerto i Salmi di Benedetto Marcello.
https://www.vocetempo.it/riaperta-la-chiesa-della-sindone/

mercoledì 16 gennaio 2019

2019 : La Monarchia in Spagna


Da "Il Tricolore" del 15/1/2019

E’ di grande interesse una recentissima indagine effettuata in Spagna, da NC Report, sull'orientamento istituzionale degli spagnoli e sui problemi relativi alla presenza dell’istituto monarchico e del suo nuovo rappresentante, il Re Filippo VI .
Alla domanda basilare sulla preferenza istituzionale la maggioranza per la monarchia è netta, il 58,3%, ma non plebiscitaria, distanziando la scelta repubblicana di un 31%,essendo la stessa ferma al 27,3% . Gli incerti sono il 14,4% per cui si può pensare che dividendosi fra le due scelte potrebbero portare la opzione monarchica intorno al 65%. Se questi sono i risultati complessivi, la suddivisione per fasce d’età è particolarmente interessante ed importante in vista del futuro. La maggiore percentuale per la monarchia si trova tra gli ultra cinquantacinquenni, con il 61,4, mentre per la repubblica la più alta è nella fascia d’età dai 18 ai 34 anni con il 38,1, pur rimanendo la maggioranza monarchica al 52,4%. In questa fascia d’età è diminuito il numero degli incerti che è sceso al 9,5. Evidentemente i più giovani sono maggiormente decisi nelle loro scelte.
Se questa prima domanda ha un carattere al momento puramente teorico, le domande successive servono ad inquadrare maggiormente la valutazione che gli spagnoli hanno dell’istituto monarchico a cominciare da quella se la monarchia è il simbolo dell’unità della Spagna. Il “sì” in questo caso tocca il 73,1%, mentre il “no” rappresenta solo il 15,4, e la percentuale del “sì’” raggiunge il 59,5 nella fascia più giovane, con sette punti in più rispetto alla precedente scelta monarchica. I soliti incerti rappresentano solo l’11,5 che, sempre nella fascia giovanile sale al 16,7%, dimostrando in questo caso, una strana indecisione che potrebbe modificarsi nel prosieguo del regno di Filippo Vi, in quanto alla successiva domanda se i Reali sono dei buoni ambasciatori della Spagna nel Mondo la percentuale dei “sì” supera l’80%! 
Come pure una larga maggioranza approva l’operato del Re nella crisi catalana. Quanto poi al Re Filippo ed alla Regina Madre Sofia va il più alto indice di gradimento personale, mentre è più basso, anche se positivo, quello per Re Juan Carlos, al quale si riconosce il ruolo svolto per il consolidamento delle istituzioni democratiche, ma nuocciono quelle ultime vicende che portarono poi alla sua abdicazione.
Vi è infine un ultimo aspetto sul quale soffermarsi, in quanto riguarda il futuro della Monarchia e la sua funzione ed è la domanda sulla eventuale modifica costituzionale che dia al Sovrano un ruolo più attivo. Qui i “sì” non superano il cinquanta per cento, attestandosi al 47,1, mentre i “no” sono a poca distanza con il 43,2 e gli incerti al 9,7. 
La formula attuale del Re che regna, ma non governa, come nelle altre monarchie costituzionali europee, rimane la preferita, ed in questo caso una proposta di modifica potrebbe spaccare gli spagnoli, dando argomenti ai fautori della scelta repubblicana, che accuserebbero la monarchia di tendenze autoritarie.
In conclusione si è trattato di una delle indagini più serie ed articolate sull'orientamento istituzionale di un popolo che ha attraversato vicende anche tragiche, ed ha trovato in una rinnovata monarchia il suo equilibrio, che oggi frange estreme, minoritarie, ma non trascurabili, come i “podemos” cercano di stravolgere.

Domenico Giglio

lunedì 14 gennaio 2019

Intervista alla Regina

La Regina con Giacomo Maugeri
Sul sito dedicato a Re Umberto II la penultima puntata dell'intervista rilasciata dalla Regina Maria José nel 1958.


domenica 13 gennaio 2019

Messa di suffragio per Re Vittorio Emanuele II

Ravenna, a Sant'Agata Maggiore 

Per iniziativa della delegazione per la Provincia di Ravenna dell'Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon, sabato 12 gennaio, alle ore 10,00 è stata celebrata una S. Messa a Ravenna, presso la Chiesa di Sant'Agata Maggiore, in suffragio di Re Vittorio Emanuele II, Padre della Patria, nel 141° anniversario della sua morte avvenuta a Roma il 9 gennaio 1878.
E' seguita una breve cerimonia per la deposizione di una corona di fiori ai piedi del quadro raffigurante il Sovrano sito all'interno del Museo del Risorgimento in via Baccarini.

giovedì 10 gennaio 2019

Dall'Alto Adige a Roma


Racconto pubblicato da Historica, di Francesco Giubilei

di Gianluigi Chiaserotti 


Siamo nel periodo della “Restaurazione” anche in Italia. Gli antichi stati vengono richiamati in vita; gli antichi sovrani risalgono sui loro troni. Ritorna, come prima, l’Austria. Più forte di prima: ai suoi antichi dominii della Lombardia ha aggiunto una nuova conquista, Venezia. La vecchia, gloriosa repubblica di San Marco era stata travolta dagli sconvolgimenti del periodo rivoluzionario: ora, divenne una preda dei vincitori. Così, l’Italia Settentrionale, dal Ticino all’Adriatico, diviene una provincia austriaca: e con essa, Vienna tenne nelle sue mani le chiavi della Penisola, e certamente non la si voleva così. Infatti di già nel ‘300, l’Alighieri indicò chiaramente i confini nazionali della nostra patria, includendovi l’Istria ed il Tirolo Meridionale (Inf. IX, 112-114: «Sì come ad Arli, ove ‘l Rodano stagna/sì com’a Pola, presso del Carnaro/ch’Italia chiude e suoi termini bagna.»). Ludwig, restauratore, incisore, cesellatore, altoatesino di nascita, appena trentenne, decise “sua sponte”, al fine essenziale di perfezionare ed ampliare il suo lavoro, di trasferirsi nello Stato Pontificio, ed esattamente a Roma ed in una casa limitrofa al Vaticano (in quello che attualmente è il Rione Borgo). Regnava Pio IX, il quale grazie ad una sua iniziale visione liberale, volle ampliare la “Fabbrica di San Pietro” e, per puro caso, l’opera di Ludwig, fu apprezzata dal segretario particolare di un cardinale, il quale ordinò all’artigiano un bracciale per una sua nipote che si sarebbe dovuta sposare a breve. Fu un capolavoro. Don Alessandro, questo era il nome del Segretario del cardinale, ne parlò con lui, e Ludwig, in breve tempo, divenne collaboratore della “Fabbrica di San Pietro” nell’ambito del restauro e delle incisioni dei metalli preziosi. Il suo lavoro si svolgeva quindi giornalmente negli splendidi locali del Vaticano. Ludwig (diplomatosi in restauro a Vienna), studioso sin dalla giovane età di Roma, finalmente concretizzò il suo sogno: ammirare Roma ed il Vaticano. Rimase immediatamente incantato dalla maestosità del Colonnato del Bernini, quindi la facciata della Basilica del Maderno, il suo interno, le tombe papali da San Pietro in poi, il neoclassico cenotafio degli Stuart, la Cappella Sistina. Il luogo di lavoro di Ludwig era allo Studio del Restauro ove prestava la suo opera con attenzione, passione, abnegazione e piena collaborazione con i suoi colleghi. Era altoatesino nei modi e nel lavoro. Il Direttore dello Studio del Restauro era Salvatore, laureato in Medicina, il quale scelse, dopo aver frequentato l’Accademia di San Luca, di rinunciare alla carriera ospedaliera, per divenire un noto pittore di argomenti sacri dell’’800 romano, divenendo, tra l’altro, allievo di Francesco Grandi. Salvatore apprezzò da subito l’opera, il lavoro, la cultura artistica e storica di Ludwig e lo propose per una pubblicazione pontificia sul restauro, che scrisse in brevissimo tempo. Il cardinale responsabile della “Fabbrica di San Pietro” fece vedere l’opuscolo al Santo Padre, il quale volle conoscere il giovane Autore. Le emozioni per l’altoatesino erano ormai all’ordine del giorno. Erano ormai trascorsi quasi ventiquattro mesi dall’arrivo e quindi del lavoro di Ludwig a Roma che Salvatore gli propose di collaborare con la sua Accademia d’Arte. L’accademia aveva la sua sede nella casa di Salvatore, la quale era un villino ai confini del Rione Borgo nei pressi del lungotevere….. Un pomeriggio della tarda Primavera del 1854, Ludwig si recò a casa di Salvatore. Questo era un villino neoclassico articolato su tre piani con ampio giardino. Al piano terra vi era la sede dell’accademia, mentre il secondo ed il terzo piano era l’abitazione della famiglia di Salvatore. Ludwig fu accolto da quest’ultimo, il quale lo introdusse immediatamente in quello che sarebbe divenuto il suo studio. Il Nostro, terminata la giornata di lavoro, in Vaticano doveva praticamente continuarlo nell’accademia di Salvatore che vantava di molti clienti ma esclusivamente stranieri o di altri Stati Italiani. Infatti Salvatore, quale Direttore dello Studio del Restauro, non poteva assolutamente avere clienti romani, i quali si rivolgevano tutti direttamente al Vaticano. Ludwig fu ulteriormente entusiasta di questo suo nuovo, ma ulteriore ruolo in quanto amava, oseremo dire, la sua professione. Ma questo suo nuovo e ricercato ruolo portò all’altoatesino qualcosa di più! Responsabile dell’accademia era Amelia, la figlia maggiore di Salvatore. Una donna bellissima. Pianista, ricamatrice, pittrice. Ricercatissima nei salotti romani per la sua cultura, il suo “modus vivendi” elegante e fine. Molto (anzi troppo) moderna per i tempi. Basti pensare che Amelia in casa, nei salotti fumava liberamente. Amelia apprezzò immediatamente anche lei l’opera ed il lavoro di Ludwig. Praticamente trascorreva tutti i pomeriggi nello studio di Ludwig e tra di loro sorse un sentimento profondo che poi si trasformò in Amore. Amelia aveva nove anni più di Ludwig, ma ciò non importava in quanto, da donna intelligente e colta, seppe far prevalere i sentimenti e questi erano più importanti della differenza di età che, nel secolo XIX, poteva fare effetto. Amelia e Ludwig comunicarono l’intenzione di sposarsi a Salvatore, il quale anch’egli da uomo progressista per l’epoca dette immediatamente il suo consenso. Le nozze furono celebrate dal cardinale responsabile della “Fabbrica di San Pietro” nella Cappella del Coro in San Pietro nell’aprile 1855. Ma torniamo ad Amelia e Ludwig. Salvatore fece riservare agli sposi l’intero terzo piano del villino ove, nel gennaio 1856, nacque Carlo, il loro figlio. Amelia fu unica anche in questa occasione. Infatti partorì, e bene, all’età di quarantatre anni. Una vera ed autentica eccezione per l’epoca. La situazione politica della Penisola Italiana era ormai in fermento. Nel maggio 1860, Garibaldi con i suoi “1000” salpò da Quarto per giungere in Sicilia e liberarla dalla monarchia borbonica. Nell’ottobre 1860, il Generale incontrò presso Teano il Re Vittorio Emanuele II di Savoia, dicendo la celebre frase: «Saluto il Re d’Italia». L’Italia era quasi fatta. Amelia e Ludwig benevolmente accettarono la nuova situazione anche se lui era absburgico quindi fedele al suo imperatore e lei di tradizioni papaline. Quindi il 17 marzo 1861, nella suggestiva aula del Parlamento Subalpino di Torino sita in Palazzo Carignano, fu proclamato il Regno d’Italia e la nostra Penisola divenne una ed indipendente. Ma, senza alcuna ombra di dubbio, la suddetta data è la conclusione di un ciclo di fatti, di movimenti politici, di movimenti culturali, di imprese belliche ed eroiche, che cercarono di portare all’Unità, ma anche l’inizio di un ulteriore ciclo che condurrà al 20 settembre 1870 con la proclamazione di Roma, Capitale d’Italia. Scrisse Salvatore: «[…] La nostra penisola era, da secoli, divisa e per nulla tenuta in considerazione. Quindi le grandi e potenti nazioni d’Europa avevano trovato un campo aperto alle loro ambizioni. L’Italia era considerata una semplice espressione geografica. Tutti si erano lanciati verso l’Italia, come su una facile preda: Francia, Spagna, Austria erano venute a conquistarvi intere provincie: le due più grandi città d’Italia, Milano e Napoli, erano cadute in mano straniera. Ed i superstiti piccoli Stati Italiani, anche se di nome avevano conservato la loro indipendenza, di fatto finivano con il gravitare, come satelliti, intorno ai pianeti europei. Gli Italiani non erano più nessuno in casa propria.». L’Italia era unificata, ma senza la capitale a Roma l’opera non poteva, non doveva essere completa. Infatti il 25 marzo 1861, il deputato di Bologna Rodolfo Audinot tenne alla Camera un vibrante discorso sulla questione romana, che dette lo spunto al conte di Cavour per le sue celebri dichiarazioni e per l’emanazione dell’ordine del giorno con il quale Roma era proclamata capitale d’Italia (“non ci sarebbe stata l’Italia unita se Roma non fosse stata la Capitale”). In questo spirito di mobilitazione generale anche a Roma giunsero le idee giacobine di libertà, di eguaglianza e di fraternità. Gruppi clandestini di patrioti si riunivano segretamente e cospiravano contro il Papa per raggiungere anche per lo Stato Pontificio l’unità al Regno d’Italia. Il 3 novembre 1867, circa 6000 volontari al comando del generale Giuseppe Garibaldi, che tentavano di marciare su Roma, furono sconfitti e fermati dalle truppe pontificie e francesi, armate di moderni fucili a retrocarica, i “chassepots”, a Mentana. Alla vigilia del detto episodio, ed esattamente la sera del 22 ottobre 1867, Amelia decise di andare a prendere Ludwig che si era attardato allo Studio del Restauro in Vaticano. Per Ludwig fu una piacevolissima sorpresa e decisero che per tornare a casa, dove li aspettava Carlo, non sarebbero passati per il Rione Borgo, ma da piazza Scossacavalli (la piazza è scomparsa per la costruzione della via della Conciliazione ed era ubicata tra il borgo Nuovo ed il borgo Vecchio) per poi prendere il lungotevere. Un enorme boato scosse la loro passeggiata. Avevano attentato alla Caserma Serristori che ospitava i zuavi e ventitre di loro caddero uccisi. Amelia ne rimase sconvolta anche e soprattutto per questo clima assai teso che ormai regnava a Roma. La Polizia papale riuscì ad identificare gli attentatori. Erano Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, i quali, interrogati con metodi poco ortodossi, negarono ogni addebito e si rifiutarono di comunicare il nome di eventuali complici. Il Tribunale Pontificio li condannò a morte e furono giustiziati mediante decapitazione il 24 novembre 1868 in via dei Cerchi. Fu l’ultima esecuzione capitale nello Stato Pontificio. Amelia e Ludwig ne rimasero pressocchè sconvolti di come fosse, alle volte, la giustizia umana. Carlo cresceva. A scuola riusciva abbastanza bene, ma soprattutto aveva ereditato dall’avo materno e dai genitori l’amore per le arti figurative. Neanche dodicenne già disegnava con una precisione che dire maniacale è riduttivo. Amelia, oltre al ricamo, aveva ripreso lo studio della musica ed era divenuta una ricercatissima pianista. Ludwig ormai stava subentrando a Salvatore nella Direzione dello Studio del Restauro in quanto sempre più apprezzato, professionale e preciso come gradivano in Vaticano. La sua opera spaziava dal restauro, alla pittura, all’incisione, ma soprattutto era divenuto, anche con il coltissimo aiuto di Amelia, un apprezzatissimo studioso di Storia dell’Arte e la Casa Editrice della Santa Sede pubblicava i suoi studi. Ma al restauro Ludwig aggiunse anche la realizzazione di argomenti sacri in mosaico bizantino. Al riguardo la Curia Romana decise di aprire un nuovo ramo nella “Fabbrica di San Pietro”: lo Studio del Mosaico. Molte Rettorie di Chiese Romane spesso commissionavano a Ludwig affreschi in mosaico, come quella di San Clemente al Colosseo in cui il Nostro realizzò la Cappella dei Santi Cirillo e Metodio. Quindi Sant’Andrea della Valle, gli affreschi nel Palazzo del Vicariato e quelli all’ingresso del Cimitero Monumentale del Verano. Amelia fu sempre al fianco del coniuge. Lo incoraggiava, lo aiutava nella correzione degli opuscoli. Le era vicino nel corso delle sue lezioni all’Accademia di San Luca. Nel 1878 moriva il Pontefice Pio IX e gli successe Leone XIII, il quale incentivò ed, allo stesso tempo, si servì delle Belle Arti sulle tracce del predecessore, cercando di forgiare per sé un immagine da Papa del Rinascimento mediante un’attività di propaganda sostenuta da artisti della Roma Pontificia. Nella primavera del 1881, Carlo sposò un’allieva di Ludwig all’Accademia di San Luca, Isabella. Amelia e Ludwig furono entusiasti della scelta del loro figlio, il quale non volle seguire assolutamente le tradizioni artistiche di famiglia anche se non le diniegava. Fu infatti un valentissimo e ricercato avvocato e successivamente entrò in politica divenendo deputato del Regno d’Italia nel periodo liberale. Invece Isabella aiutava Ludwig nel suo lavoro artistico che aumentava a vista d’occhio. Ma, nell’autunno 1891, una tragedia colpì la famiglia di Ludwig. La sua adorata Amelia fu colpita da “ictus” cerebrale fulminante e morì. Chi più di tutti non volle accettare l’evidenza fu, senza dubbio, Ludwig. Alla scomparsa dell’adorata consorte rimase impietrito in quanto non poteva, non voleva accettare che una donna così se ne potesse essere andata. Questo dolore invecchiò Ludwig di dieci anni. La sua vita non era più la medesima. Si dimise, nello stupore generale, dal suo lavoro in Vaticano e si ritirò nel suo studio privato. Incoraggiato dal figlio e dalla nuora, Ludwig iniziò la collaborazione con l’”Osservatore Romano” quale studioso e critico d’arte. Anche altre riviste scientifiche richiesero la sua unica e precisa collaborazione. In questo suo nuovo ruolo Ludwig conobbe molte persone, tra cui il celebre collaboratore del Cavour, il filologo e poeta Costantino Nigra, il quale, nel 1892, fu nominato Senatore del Regno e risiedeva spesso nell’Urbe. Lo conobbe nel luogo ove i pittori si ritrovavano, l’”Antico Caffè Greco”. Ludwig scriveva, studiava ma il suo “fluido vitale” giornalmente si affievoliva. Non aveva più quell’entusiasmo che caratterizzarono tutta la sua vita. Ludwig si affacciò quindi al nuovo secolo. La vita a Roma era mutata e lui non riusciva più ad adeguarvisi. All’inizio del 1909, in Nostro ebbe una brutta caduta dalla quale non si riprese più. La sera del giorno 11 aprile, Pasqua, sprofondò sulla poltrona del suo studio e si addormentò definitivamente. Così terminò la vita terrena di un grande artista che tuttora il Vaticano ricorda e di cui tuttora ammiriamo le sue opere. Ma chi sono i personaggi che hanno ispirato e da cui abbiamo molto liberamente tratto questo racconto? Gli avi. Il nostro bisavo, il pittore Salvatore Nobili (1835-1920), sua figlia Amelia (1875-1949) ed il suo consorte, nostro avo paterno, anch’esso pittore, Luigi (1886-1960), di origine altoatesina. E’ un omaggio alla storia della mia famiglia che tanto ha dato all’arte, in particolare alla pittura, allo studio ed alla realizzazione del mosaico bizantino, al paziente e professionale lavoro in Vaticano.

mercoledì 9 gennaio 2019

Il libro azzurro sul referendum - XIII cap - 4-6


Consiglio dei Ministri la sera del 10 giugno
al ritorno dell’Oa. De Gasperi dal Quirinale (1)

Nenni: «Il Re faccia ciò che gli pare. Per me accetto la sfida... Noi frattanto dobbiamo proclamare la Repubblica e deliberare la legge per il passaggio dei poteri di Capo dello Stato al Presidente del Consiglio».
Togliatti con gelida irritazione: «La Corte non ha fatto il suo dovere. Dunque non possiamo tenerne eccessivo conto.  Dobbiamo procedere per la nostra strada, dar Corso alla legge come dice Nenni».
Cevolotto scappando fuori in modo sconcertante: «Quanti cavilli... A me pare, francamente che tutto sia regolare».
Brosio: La  Corte ha fatto le stie dichiarazioni. Ma ciò che rilevanza ha agli effetti pratici? Un bel niente. La legge non prevedeva allatto una dichiarazione nel modo condizionale e non definitivo che ha adottalo la Corte. Dunque noi dobbiamo ritenere valida pienamente la dichiarazione, di fronte ai fatti inequivocabili ».
Bracci: «Brosio ha ragione di chiederci : che cosa prevede la legge? La lettera e lo spirito della legge sono chiari. L'articolo 17 dispone che la Cassazione effettui soltanto la somma dei voti validi attribuiti alla repubblica e alla Monarchia in tutte le sezioni e ne dia atto in un verbale. Questo ha fatto in sostanza la Corte; questa era la proclamazione. Mancano, è vero, 118 sezioni, ma applicando la prova di resistenza come si usa in questi casi, esse non spostano la maggioranza.
D'altra parte, che reclami e contestazioni si debbano risolvere
dopo la proclamazione, ciò è consueto in tutti i collegi elettorali nelle legislazioni di tutto il mondo. Quanto al quorum è principio indiscusso che i votanti sono coloro elle hanno intenzione di votare, che votano di fatto e elle esprimono validamente il loro voto; gli altri sono elettori, ma non votanti. E fra noi galantuomini, che abbiamo approvato la legge vagliata e rivagliata alla Consulta, ben sappiamo che è così; che contano solo i si per l'uno e l’altro simbolo, e che abbiamo appunto voluto per essere più precisi, che si facessero due domande
e elle valessero soltanto le risposte positive. E il Luogotenente ha firmato la legge!
Insomma: il diritto è dalla nostra parte. In coscienza: né dal punto di vista formale (la proclamazione è avvenuta) né dal punto di vista sostanziale (la maggioranza repubblicana, a parte la cifra esatta (sic) è definitivamente accertata) possiamo aver dubbi.
Non resta dunque che tirare le conseguenze, e valutare la portata politica dei nostri atti ».

Pressioni materiali e morali (2) Il ricorso dell’On. Selvaggi
Comunicazione telefonica dell’on. Cianca all’on. Bracci (al Quirinale coll’On. De Gasperi).
«Una notizia interessante, Nenni ha saputo ora che la Cassazione ha respinto il ricorso Selvaggi. Ho voluto subito comunicartelo, perché ne informi il Presidente e ne teniate conto nel corso delle trattative »... La notizia era falsa.


Nenni: «La Cassazione ha respinto il ricorso Selvaggi» (il ricorso fu respinto dalla Corte sette giorni dopo).
«Questa sera il Consiglio dei Ministri approverà un decreto per la assunzione dei poteri di Capo dello Stato da parte del Presidente» (nel comunicato governativo della notte non si trova traccia di questo decreto).
«Il Re abbandona domani l’Italia» (Re Umberto partirà tre giorni dopo).




(1) Da Storia segreta.... pag. 164 e seg

(2) Da Storia segreta.... pag. 168 e seg

lunedì 7 gennaio 2019

NC Report Gli Spagnoli preferiscono la Monarchia alla Repubblica


Significativo sondaggio consultabile qui:


Io difendo la Monarchia - Cap VI - 4

Ma non basta ancora. Dopo Lord Rothermere, ecco Ward Price autore del volume: Conosco questi dittatori.
Le opinioni di Ward Price si modificarono dopo il 1938, ma nel 1924 anch’egli pensava che «dietro Mussolini sta(va) tutta la parte migliore dell’Italia». Il giudizio di Ward Price va più oltre: «Non soltanto nel nostro tempo - egli dice - ma in tutta la storia Mussolini rimarrà un’ispirazione per tutti coloro che pregiano la libertà e amano la patria! ». Si noti bene il legame tra il Governo di Mussolini e l'idea della libertà. Se un giornalista come Ward Price poteva sbagliare in modo così clamoroso, segno è che vi erano elementi assai contrastanti tra loro e tali da indurre in errore. « Il fascismo - scriveva ancora Ward Price nel 1926 - ha sollevato la nazione italiana ad un livello di ordine, di prosperità e fiducia in se stessa, che non ha riscontro in altri paesi europei. Dopo una prova di quattro anni il Governo fascista è più popolare, presso gli italiani, di qualsiasi altro essi abbiano avuto in passato da quando sono diventati una nazione ».


Arriviamo al 1938, un anno prima prima della seconda guerra mondiale. Dice Ward Price di Mussolini, dopo 14 anni di approfondita conoscenza dell’imputato: «Egli è un elisabettiano. Tenuto conto delle mutate condizioni egli rappresenta per l’Italia moderna ciò che Raleigh e Drake rappresentarono per l’Inghilterra nei giorni della Regina Elisabetta. Egli incarna il nuovo spirito di cui è pervasa la nazione e tra l’Italia del secolo ventesimo e l’Inghilterra del primo Cinquecento c’è molta somiglianza spirituale: lo stesso orgoglio nazionale all’interno, lo stesso ottimismo illimitato, la stessa fiera coscienza di un orizzonte che si schiude, la stessa indole accesa e sensibile, la stessa tendenza alla temerarietà, lo stesso schietto calore di una nazione che sente la propria giovinezza e la propria forza».

Dopo Ward Price, ecco Ludwig i cui Colloqui con Mussolini sono troppo noti per dover essere ricordati. Ed eccoci a Winston Churchill e ad una sua visita a Roma, il 20 gennaio 1927, in qualità di Cancelliere dello Scacchiere con il Governo Baldwin. «Non ho potuto fare a meno - disse Winston Churchill - di restare affascinato, come lo sono state tante altre persone, dal semplice e cortese contegno del sig. Mussolini e dal suo equilibrio tranquillo e distaccato nonostante tanti fardelli e tanti pericoli. Chiunque avrebbe potuto vedere che egli non pensa ad altro se non al bene duraturo, come egli lo concepisce, del popolo italiano e che ogni problema inferiore non ha per lui importanza. Se fossi stato italiano sono sicuro che sarei stato con tutto il cuore con voi dal principio alla fine della vostra lotta vittoriosa contro gli appetiti e le passioni bestiali del leninismo. Dirò  tuttavia una parola sull'aspetto internazionale del fascismo. All’esterno il vostro movimento ha reso un servizio a tutto il mondo. La grande paura che ha ossessionato sempre qualsiasi capo democratico o capo della classe operaia è stata quella di venire scalzato o demagogicamente battuto da qualcuno più estremista di lui. L'Italia ha mostrato che esiste una maniera di opporsi alle forze sovversive, tale da attrarre le masse ad apprezzare e a difendere l’onore e la stabilità di una società civilizzata».

Infine, sempre nello stesso immaginario processo a Mussolini appare Neville Chamberlain non meno fervido difensore del fascismo e del suo capo. Con gli apprezza menti di lui arriviamo alla vigilia della guerra mondiale
Dunque in tutto questo lungo periodo, dal 1925 al 1938, la Corona non ebbe l'opportunità, né la possibilità di rimuovere Mussolini dalla carica di primo Ministro. Negli anni 1929 e 1934 si svolgono in Italia quelle elezioni «plebiscitarie che daranno a Mussolini circa il 99 per cento dei suffragi. Il 1933 è l’anno del Patto a quattro che pone Mussolini su un piano mai raggiunto di arbitro della politica europea. Tutti i capi di governo rendono
omaggio alla sua iniziativa. Il Presidente Roosevelt invia un messaggio di adesione: il Pontefice pronuncia, due giorni dopo il discorso di Mussolini al Senato, una allocuzione (9 giugno 1933) di incoraggiamento e di soddisfazione per la sigla del Patto. Nel 1929, dopo la firma dei Patti del Laterano, lo stesso Pio XI aveva parlato dell'«uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare».

Come si vede, grande diffusa straripante era l'esaltazione del fascismo. Persistiamo a non citare scrittori fascisti. Preferiamo richiamare ancora l'opinione di un fiero tenace oppositore quale Luigi Albertini. Egli, nel discorso pronunciato al Senato il 24 giugno 1924, due settimane dopo l’assassinio Matteotti, diceva: «La discussione sul discorso della Corona arriva al Senato quando un tragico evento è sopraggiunto a turbare profondamente gli animi nostri. Ma io farò ogni sforzo per elevarmi sopra le passioni che esso agita e per dare l'espressione più serena al mio pensiero posizione netta, inequivocabile, nel campo della politica interna nel quale esclusivamente mi terrò…» .

«Nella classe borghese dirigente così la condanna del passato, come l'esaltazione del predente, hanno trovato finora echi di consenso imponenti che rendevano stonata la voce di chi non si associava al coro quasi unanime delle approvazioni.

«Sì, il regime fascista ha assicurato all'Italia un ordine esteriore al quale ardentemente aspiravamo: ha fatto cessare gli scioperi generali, le interruzioni continue, intollerabili dei servizi pubblici; ha ristabilito la disciplina nelle aziende pubbliche e private; ha continuato con successo l'opera di restaurazione finanziaria dei governi anteriori raggiungendo il pareggio; ha seguito, specialmente dopo l’incidente di Corfù una direttiva di politica estera sana e coraggiosa (1) e molto altro di buono e vantaggioso ha fatto per la nazione. Ma i problemi che esso doveva risolvere non erano questi soltanto...».

Qui il discorso assume un tono critico: ma il giudizio che precede fa impressione perché viene da un avversario autorevole e sicuro, condotto anche lui a riconoscere che l'opinione pubblica era molto favorevole al fascismo.

Le numerose citazioni che abbiamo fatto contengono impressioni significative di critici severi e liberi e non gli errori e le esagerazioni di fanatici e di illusi. Esse dicono che il fascismo è un complesso fenomeno che si è imposto anche agli spiriti meno benevoli e più saldi.

E allora non si scagli l'anatema alla Monarchia se ha dovuto accettare questo fenomeno.  È ingiusto pretendere che essa con un gesto magico, potesse dissolvere il regime, indovinando, quando tutti lo esaltavano la rovina che avrebbe prodotto.

Mussolini ha fatto tanto male all'Italia: più di qualsiasi altro uomo della nostra lunga e dolorosa storia. Ma prima di sentenziare che la Monarchia doveva risparmiare al nostro paese questo gran male, bisogna domandarsi se ciò era possibile e riconoscere che nel 1922 e dopo, vi era materia abbondante, per ingannarsi, e per essere indotti in errore. Se non si ammette questo, le vicende italiane dell’ultimo quarto di secolo non si comprendono e tutto il nostro popolo appare dissennato, sconvolto da follia o preso da stupidità.

Il 1934 vede la mobilitazione italiana al Brennero per difendere l’indipendenza austriaca. Il 1935 vede la Conferenza di Stresa ove l’Italia sembra avere l’iniziativa tra le Potenze dell’Occidente europeo.

Per il Patto a quattro non vengono in Italia i ministri conservatori, ma il Lord cancelliere Simon e il Primo Ministro laburista Ramsay Mac Donald. L’intesa tra Palazzo Chigi e il Foreign Office non è mutata con il mutato indirizzo del Governo britannico.

Gli anni 1935 e 1936 vedono iniziarsi e compiersi l’impresa di Abissinia. A questo punto diminuiscono i consensi esterni, ma si accrescono quelli interni. Inviano lettere di adesione a Mussolini uomini politici intemerati e lungimiranti, di grande prestigio personale e di acutissimo intelletto.

Ma insorge l'antifascismo all’estero a condannare quella impresa come il primo atto delle aggressioni che portarono alla guerra 1939. Senza dubbio l'impresa etiopica aprì il conflitto tra l’Italia e la Società delle Nazioni, tra Roma e Londra. Ma quel conflitto non sanabile. L'Etiopia non costituiva un interesse vitale per l’Inghilterra (2). Una commissione ministeriale inglese concludeva, nel giugno 1935, un suo studio dicendo che una conquista dell'Etiopia da parte dell'Italia non avrebbe offeso vitali interessi britannici (3). Fu così possibile raggiungere nel gennaio 1937 un gentlemen's agreement tra Londra e Roma e poi, nella Pasqua del 1938 si poté sottoscrivere un patto di assai più ampia portata tra gli stessi due Governi.

Non solo non era impossibile ricostruire un equilibrio europeo, ma doveva, anzi, essere più facile raggiungere questo intento con un'Italia diventata più forte e dotata di un Impero coloniale al quale dedicare alcuni decenni di lavoro produttivo e fecondo. Se la pace del 1919 aveva lasciata un'Italia insoddisfatta, bramosa di territori coloniali ove trasferire i suoi uomini e le sue intraprese, l'acquisto dell'Etiopia doveva consentire all'Italia di dichiararsi soddisfatta, di accostarsi alle potenze democratiche, di arrestare quel processo morale e politico di revisione di Versailles che costituiva motivo di turbamento della politica internazionale. Per tutta la prima metà dell'anno 1936 si poté sperare che questo fosse l'indirizzo politico di Mussolini. A molti giornalisti stranieri di Francia, d'Inghilterra e degli Stati Uniti egli dichiarava che l'Italia poteva ormai collocarsi tra le potenze soddisfatte. Sopravvenne la guerra civile di Spagna e le cose mutarono. Mussolini, senza consultare nessuno, cominciò a praticare una politica d'intervento che già, all'inizio del 1937, faceva assumere all'Italia una posizione di antagonismo rispetto alla politica russa e francese e, più moderatamente, rispetto a quella inglese.
Gli studiosi italiani non hanno però mai ammesso (3) che l’intervento italiano precedesse quello francese e russo. Hanno anzi affermato sempre il contrario assegnando al settembre 1936 l’intervento delle brigate internazionali e al dicembre dello stesso anno quello italo-tedesco.
Gli uomini politici italiani che hanno combattuto in Spagna dalla parte dei rossi e sono ora al governo del paese, tendono a presentare un quadro degli avvenimenti totalmente diverso da quello descritto negli anni del fascismo.
In realtà quello sciagurato conflitto si inserì nella lotta ideologica già aperta in Europa e la inasprì sino a renderla acutissima. «Nazionalsocialismo, fascismo, conservatori e gran parte dei cattolici stettero per il governo di Franco, mentre democratici, socialisti e in genere i "fronti popolari" parteggiarono per la repubblica» (5).
Non vogliamo dire che tutta la ragione e tutto il bene fossero dalla parte dei primi, ma neppure è accettabile il criterio opposto che vorrebbe esaltare come eroi gli assassini di Calvo Sotelo, i massacratori di sacerdoti e gli incendiari dei monasteri e dei conventi.

L'errore di Mussolini fu un altro. Egli prese alla lettera la propaganda che tendeva a mostrare, con l’avvento dei rossi in Spagna, il bolscevismo come padrone del Mediterraneo e si cacciò in una nuova lotta senza risparmio e senza quartiere, in cui doveva logorare le risorse militari (materiali, aerei e cannoni) residuate dalla dispendiosa guerra di Abissinia. Egli fece di più e di peggio: giunse a lasciare a Franco tremila pezzi di artiglieria nel 1939 alla vigilia del nuovo conflitto europeo, al quale noi ci presentavamo totalmente sprovvisti di armi, con i magazzini militari vuoti e con una nazione stanca di avventure e di guerre dopo quattro di frenetica propaganda bellica.       

In questo senso e non in quello denunciata dall’antifascismo di Nenni o dello Spano propagandisti o combattenti della Spagna rossa, l’intervento di Mussolini fu un imperdonabile errore. Assai più opportunamente avrebbe potuto cercare una intesa con i conservatori britannici per tentare di arrestare le conseguenze di un conflitto ideologico che diveniva sempre più acuto.


(1)                 Il resoconto ufficiale a questo punto segna: commenti, determinati, crediamo, dalla impressione che la reazione impulsiva e avventata di Mussolini contro la Grecia (per l’eccidio della missione Tellini), reazione sproporzionata al pur doloroso avvenimento, faceva prevedere una funesta impulsività e la megalomania del domani, purtroppo verificatasi.

(2)                 Lord Simon dichiarava ai comuni il 24 giugno 1936 di non essere disposto a vedere affondare neppure una nave britannoca sia pure in una battaglia vittoriosa per l’indipendnza dell’Abissinia.
(3)                 Vedi Salvatorelli : Vent’anni tra due guerre. Edizioni Italiane, Roma 1941.
(4)           Vedi Ambrogio Bollati e Giulio del Bono: La guerra di Spagna. Einaudi, Torino. - Generale Francesco Belforte: La guerra civile in Spagna. Ispl, Milano.
 (5)        Salvatorelli: Vent’anni tra due guerre (pag. 472).

sabato 5 gennaio 2019

Anche i monarchici attaccano Orlando: “Festival dell’anarchia a Palermo”

5 gennaio 2019

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Michele Pivetti Gagliardi (Monarchici) con Nello Musumeci
Michele Pivetti Gagliardi
 con Nello Musumeci
«Mentre pochi cooptati facevano da contorno al festival dell’anarchia davanti a Palazzo delle Aquile per manifestare contro le leggi dello Stato, contro le istituzioni che legittimamente le hanno promulgate e contro il buon senso civico, dall’altro lato della Sicilia si contano ancora gli sfollati a causa del terremoto di Natale senza che nessuno abbia organizzato alcun sit in». Anche Michele Pivetti Gagliardi, Presidente dell’Unione Monarchica Italiana per la Regione Siciliana, entra a gamba tesa sul conflitto istituzionale sul decreto sicurezza tra il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e il ministro dell’Interno Matteo Salvini.
«Ai sindaci di sinistra o grillini che manifestano contro la legge 132, che ben inteso non piace neanche a noi, l’invito è sempre lo stesso: lavorate o dimettetevi. I problemi che le vostre città hanno – attaccano i monarchici – sono di gran lunga peggiori rispetto al tema per cui vi state stracciando le vesti.
Il sindaco Orlando risponda alla città dei disservizi, delle strade, dell’immondizia, del mancato sviluppo, della recessione, delle pietose condizioni di vita nella provincia, risponda della mancanza di riscaldamenti in alcune scuole, risponda delle reti idriche colabrodo, risponda della classifica che vede Palermo agli ultimi posti considerando tutti i parametri vitali di una città. Anche i clandestini gliene saranno grati, lo faccia per loro visto che saranno i palermitani di domani grazie a lui».

In trincea con onore. A Gaeta mostra sulla Grande Guerra



Segnaliamo ai nostri amici la bellissima mostra sulla Grande Guerra che si tiene al Museo Diocesano di Gaeta (LT).
Centinaia di pezzi originali con divise dei vari eserciti, bandiere e reperti rari, ottimamente curata da Salvatore Gonzalez!
Di sotto due immagini scattate nella mostra.



giovedì 3 gennaio 2019

Nuove prospettive storiografiche su Re Vittorio Emanuele III?

Dopo la traslazione delle salme in Italia La traslazione delle salme dei sovrani a Vicoforte (Cn) Alle 7.30 del 15 dicembre 2017 il feretro della Regina Elena di Savoia fu estumulato in forma privata dal cimitero Saint Lazare di Montpellier, la città ove la sovrana morì il 28 novembre 1952 e venne imumata. La famiglia fu rappresentata dall’avvocato sanremasco Luca Fucini, munito di apposita delega. Al rito (ripreso dalle reti televisive France 2 e Montpellier Actualité) presenziò il sindaco della città, Philippe Saurel, che concorse con l’avv. Fucini a comporre la cassa di zinco contenente la salma in custodia di legno, sulla quale fu apposta la targa “Reine Elena di Savoia, 1873- 1952”, mentre l’originaria recava “Elena di Savoia, 1873-1952”. Trasferito su furgone via Nimes-Modane e debitamente scortato dal confine franco-italiano, alle 19 il feretro giunse a Vicoforte, ove fu accolto dal conte Federico Radicati di Primeglio, dall’agosto precedente Delegato della Casa di Savoia per tutti gli atti necessari a estumulazione, traslazione e ritumulazione delle salme della Regina e di Vittorio Emanuele III, e da uno storico, in veste di consulente. Liberato dalla custodia, il feretro fu deposto nell’avello appositamente approntato e coperto da arca recante la scritta “Elena di Savoia, Regina d’Italia, 1873-1952”, alla sinistra dell’altare della Cappella di San Bernardo del Santuario-Basilica, presenti i predetti, il Rettore, monsignor Bartolomeo Bessone, Vicario della diocesi di Mondovì, il sindaco di Vicoforte, Valter Roattino, e l’architetto Claudio Bertano, autore del progetto monumentale. La deposizione fu curata dall’Impresa Onoranze funebri di Flavio Tallone (Centallo), con assistenza dell’Impresa di Stefano Grassini (Busca) che, in tempi strettissimi e massima discrezione, approntò le tombe dei sovrani, ornate di marmi (bardiglio, nero Belgio, verde Levanto e giallo Provenza), in perfetta armonia con la Cappella, con approvazione della Sovrintendenza competente per territorio. Informata dell’avvenuta traslazione, alle 17.45 la Principessa Maria Gabriella di Savoia la annunciò con una nota ripresa dall’agenzia Ansa (sede di Parigi) poco prima che essa fosse comunicata dal sindaco di Montpellier nella conferenza stampa da lui convocata per le 18. Diffusa dai media, la notizia fece supporre che fosse imminente la traslazione della salma di Vittorio Emanuele III. In effetti, presente il conte Radicati, tempestivamente recatovisi dal Piemonte, la sera del 16 dicembre il feretro contenente la salma del Refu rimosso dall’altare della chiesa di Santa Caterina in Alessandria d’Egitto (ove era stato murato il 31 dicembre 1947, con la scritta “Vittorio Emanuele di Savoia, 1869-1947”). La mattina del 17 esso venne trasferito con volo militare all’aeroporto di Levaldigi (Cuneo), donde proseguì per Vicoforte a cura della citata Impresa Tallone. Accompagnato dal conte Radicati, vi giunse alle 12. Accolto dal Rettore del Santuario, dal consulente, dal sindaco di Vicoforte e dal prefetto vicario di Cuneo, Maria Antonietta Bambagiotti, con gli onori disposti dal cavaliere melitense Maurizio Bettoja il feretro fu deposto alla destra dell’altare della Cappella ove riposano le spoglie di Carlo Emanuele I, duca di Savoia dal 1580 al 1630 e fondatore del Santuario quale Mausoleo della Casa, monumento nazionale dal 1881. Ai lati del feretro del Re(la cui arca reca la scritta “Vittorio Emanuele III, Red’Italia, 1869-1947”) si disposero quattro carabinieri e un caporale della fanfara della Brigata Alpina “Taurinense”, che suonò il Silenzio mentre il feretro scendeva nell’avello. Su entrambe le arche è incisa la Stella d’Italia. Di tutto fu redatto verbale firmato dal Rettore, dal consulente e dal sindaco. Le due sepolture sono documentate da videoripresa privata. Alla tumulazione della Regina Elena il consulente osservò che per allietarsi dell’evento non occorre essere monarchici; basta sentirsi italiani. Alla deposizione del feretro del Re. Aggiunse che Vittorio Emanuele III era morto tre giorni prima che entrasse in vigore la Costituzione della Repubblica, da cittadino italiano all’estero, nella pienezza dei suoi diritti di ex capo dello Stato e delle Forze Armate. I suoi antefatti La tumulazione delle salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena a Vicoforte fu il punto di arrivo di un lungo percorso. Il 19 marzo 2011, 150° della proclamazione del regno d’Italia, il Santuario venne indi250 Autore viduato quale sede idonea ad accogliere le salme del Ree della Regina in una seduta della Associazione senatori del regno tenuta al Palazzo della Provincia di Roma con la partecipazione e l’approvazione della Principessa Maria Gabriella di Savoia, suo componente. Il 22 aprile 2013, sentiti il consiglio di amministrazione del Santuario e il suo rettore, Mons. Bessone, il vescovo di Mondovi, Luciano Pacomio, accolse l’istanza rivoltagli dalla Principessa e dal presidente della predetta associazione di accogliere le salme a Vicoforte. Dopo lunghi preliminari, il 10 maggio 2017 il principe Vittorio Emanuele di Savoia e la principessa Maria Gabriella a nome di tutti discendenti dei sovrani scrissero al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, auspicando che il Centenario della conclusione della Grande Guerra offrisse motivo per traslare in Italia e congiungere le salme del “Re Soldato” e della sua Consorte. Vennero di seguito attivate le complesse procedure previste dalla deliberazione della Giunta Regionale del Piemonte 8 maggio 2012, n. 27-3831 per il rilascio di autorizzazioni concernenti l’individuazione di siti idonei a sede di tumulazione in località differenti da cimitero ex art. 105 D.P.R. 19 ottobre 1990, n. 285 e art. 12 L.R. 31 ottobre 2007,n.202. In parallelo fu approntato e proposto alla Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le Province di Alessandria, Asti e Cuneo il progetto di intervento nella Cappella di San Bernardo all’interno della Basilica di Vicoforte per la realizzazione di monumenti/arche funerarie in marmo “per sepolture dei resti di due persone meritevoli di speciali onoranze”. Acquisiti ope legis tutti i pareri richiesti, ebbero luogo estumulazione, traslazione e ritumulazione, come sopra sinteticamente ricordato. Al termine della duplice sepoltura di Vittorio Emanuele III il conte Radicati precisò ai moltissimi “media” presenti che tutto era avvenuto nelle forme proprie di una cerimonia privata, quindi con la massima discrezione. Altro verrà documentato a tempo debito. Nella dichiarazione rilasciata all’Ansa di Parigi, come poi in interviste a “La Stampa”, al “Corriere della Sera” e ad altri “media”, a nome della Famiglia la Principessa Maria Gabriella di Savoia ha ringraziato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per aver “fattivamente propiziato” il ricongiungimento delle salme dei nonni in patria, “per ricomporre la storia d’Italia” e ha giudicato il Santuario di Vicoforte, imponente e suggestivo, propizio al raccoglimento e alla meditazione, sito ideale e “vero Mausoleo di Casa Savoia”. Il 18 dicembre Vittorio Emanuele principe di Napoli, con i famigliari e ampio seguito, ha reso omaggio alle tombe, auspicando la collocazione al Pantheon, come altri fecero, lamentando che la Titolo corrente 251 traslazione fosse avvenuta in forma occulta, quasi frutto di complotto. Qualcuno insinuò persino un oscuro baratto tra intervento del Capo dello Stato e carte sull’esito del referendum del 2-3 giugno 1946. Dal canto loro, il Presidente della Repubblica e quello del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, hanno motivato il concorso pubblico alla traslazione come “gesto umanitario”. Alla rivisitazione del lungo regno di Vittorio Emanuele III Da tempo Vittorio Emanuele III è ai margini della ricerca di storici italiani. Non sono mancati lavori settoriali, in specie con riferimento alla Grande Guerra1. La sua biografia organica più recente è però quella del francese Frédéric Le Moal (2015)2, tradotta in Italia nel 2016. Il suo profilo storico rimane dunque in tanta parte da esplorare. Giova ripercorrere sinteticamente le tappe principali del suo lungo regno, che può essere utilmente scandito in diverse fasi: il primo quindicennio (1900-1914), dalla conflagrazione europea alla Vittoria del 1918, la lunga crisi del regime liberale e l’avvento del governo di partito unico (1919-1938), l’alleanza con la Germania di Hitler (1938-1943), comprendente l’emanazione delle leggi anti-ebraiche e l’inizio della ricostruzione, tra il 25 luglio/8 settembre 1943 e, l’istituzione della Luogotenenza, conferita al figlio, Umberto di Piemonte, con effetto dal 5 giugno 1944, e l’abdicazione del 9 maggio 1946, altrettanti segmenti discontinui, segnati da cesure profonde e drammatiche, sia per la sua persona e per la Casa, sia per il Paese e l’assetto costituzionale dello Stato, a tacere degli eventi militari, politici e sociali. Trasferitosi in Egitto, ove fu regalmente accolto da ReFarouk, un giorno il sovrano confidò al suo aiutante di campo, generale Paolo Puntoni, che i Savoia non avevano avuto molta fortuna. Il primo regnante del suo ramo, Carlo Alberto di Savoia-Carignano, Redi Sardegna, aveva promulgato lo Statuto, riconosciuto libertà e uguaglianza di diritti per tutti i regnicoli, impugnato la “bandiera tricolore italiana” nella guerra del 1848-1849 con1 A. UNGARI, La guerra del Re. Monarchia , sistema politico e Forze armate nella Grande Guerra, Milano, Luni, 2018. 2 F. LE MOAL, Victor-Emmanuel III. Un roi face au fascisme, Pais, Perrin, 2015. L’opera è stata tradotta da Pasquale Faccia per le edizoni LEG (Vittorio Emanuele III, Gorizia, 2016). Frutto di lunghe ricerche negli archivi francesi e nell’Archivio Segreto Vaticano e dello studio di memorialistica, saggi altrui e dei Documenti diplomatici italiani (notoriamente lacunosi), l’opera presenta qui e là di passi curiosi. Vi si legge, per es., che nel 1945 la guerra terminò “nel furore dell’Apocalisse (…) Mussolini viene fucilato durante la fuga, prima di essere impiccato in piazzale Loreto a Milano” (p. 409). 252 Autore tro il potentissimo impero d’Austria. Sconfitto nella “brumal Novara” il 23 marzo 1849, aveva abdicato e pochi mesi dopo era morto in esilio, a Oporto, col nome di conte di Barge, piccolo comune prealpino del Cuneese. Suo padre, Umberto, era stato assassinato a Monza il 29 luglio 1900. Solo suo nonno, Vittorio Emanuele II, era stato celebrato “Padre della Patria”, ma aveva conosciuto più amarezze che gioie, il “brut fardèl” del potere. Molto prima di dar vita al regno d’Italia, era stato scomunicato da Pio IX come tutto il suo governo e quanti avevano votato leggi che oggi anche i papi e il clero cattolico giudicano di mero buon senso. Ma quelli erano i tempi. I sacerdoti che amministrarono il viatico della buona morte a Camillo Cavour e a suo nonno furono severamente puniti. Poi era toccato a lui, Reborghese per gli uni, socialista per altri, “Re Soldato” nella Grande Guerra, “re fascista” secondo molti polemisti e anche secondo storici che proposero il “ventennio mussoliniano” quale diarchia, non mera dittatura, ma ritennero che il Reavesse svolto un ruolo marginale rispetto al duce del fascismo e “capo del governo”. Vittorio Emanuele III morì col titolo di conte di Pollenzo, una borgata nella valle del Tanaro ricordata per la vittoria di Stilicone sui Visigoti di Alarico (402 d. Cr.). Fautore dell’Istituto Internazionale per l’Agricoltura (Roma, 1908), per decenni vi aveva curato personalmente poderi sperimentali avviativi sin dai tempi di Carlo Alberto. Alla morte (Ginevra, 18 marzo 1983) anche suo figlio, Umberto II, sovrano leale e rassegnato, a sua era volta all’estero, col titolo di conte di Sarre. Il 13 giugno 1946 aveva lasciato l’Italia (non la Patria, tenne a precisare) protestando contro il “gesto rivoluzionario” del governo che attribuì al presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, le funzioni di Capo dello Stato prima che fossero noti in via definitiva i risultati del referendum sulla forma dello Stato. In vigore dal 1° gennaio 1948, proprio durante i funerali del “Re Soldato”, la Costituzione della Repubblica interdisse a lui e ai discendenti maschi il rientro e il soggiorno in Italia. Iniziò il suo esilio infinito, sofferto sino al 18 marzo 1983, quando morì a Ginevra. Per sepolcro volle l’Abbazia di Altacomba, in Savoia, culla della dinastia. Nella citata biografia Le Moal domanda perché il giudizio su Vittorio Emanuele III rimanga ancora lontano dalla pacatezza storiografica. Malgrado debolezze, errori ed omissioni, egli osserva che “Vittorio Emanuele III merita qualche cosa di più di un processo senza fine”. Forse la sepoltura nella chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d’Egitto ha concorso a renderlo più lontano dal Paese, immeritevole di memoria a tutto tondo, sempre più sbiadito, anzi, e schiacciato da polemiche interminabili. Però la traslaTitolo corrente 253 zione a Vicoforte nel 70° della morte potrebbe forse riaprire il confronto critico sulla sua figura, che è tutt’uno con mezzo secolo della storia d’Italia, non per apologia cortigiana (il Rela schivò sempre da vivo) né per tardive quanto superflue postume “assoluzioni”, di cui la storiografia non sente alcun bisogno. Il primo quindicennio del “re borghese” Vittorio Emanuele III regnò quarantasei anni. Non aveva alcuna premura di salire al trono. Accettò la corona perché suo padre, Umberto I, fu assassinato da un complotto internazionale che utilizzò un anarchico per innescare in Italia il corto circuito reazione-rivoluzione. Calcò la corona perché non volle si pensasse che un Savoia è vile. Rispose alle attese del Paese che chiedeva pace interna e sicurezza ai confini. Nel 1911 le feste del Cinquantenario del regno evidenziarono gli enormi progressi compiuti dal Paese in ogni settore della vita pubblica e privata. Per molti aspetti l’Italia era all’avanguardia culturale e civile nel mondo. Cresciuto nel culto della storia e formato alla disciplina nel Collegio Militare della “Nunziatella”, il trentunenne principe di Napoli ascese al trono per dovere verso l’Italia, divenuta regno appena quarant’anni prima e riconosciuta dalla Comunità internazionale solo nel 1867. Sposato nel 1896 con Elena Petrovic-Niegos, principessa di Montenegro, e ancora senza figli, da giovane il sovrano Emanuele III dette esempio del freddo coraggio che fu tratto distintivo della sua persona. Erudito, dotato di memoria formidabile, sempre padrone di sé sino ad apparire glaciale, cercò subito il consiglio di uomini saggi e indipendenti. Il senatore Pasquale Villari, antico massone, da lui sollecitato a parlare con la franchezza che si deve al re, gli consigliò di “cacciare a pedate i cortigiani” e di fare di testa sua. Identici suggerimenti gli dettero le più apprezzate personalità consultate. La Monarchia  si fondava sullo Statuto promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto, patto irrevocabile tra il sovrano e la nazione. Il Renon era superiore alle leggi: controfirmava norme e decreti approvati dall’esecutivo e dal legislativo. Il regno era e rimase un “genus mixtum”, Monarchia  rappresentativa vincolata dall’articolo 5 dello Statuto che riservava al Reil comando delle forze armate (senza chiarire chi dovesse davvero capitanarle in guerra) e il dominio sulla politica estera (stipula dei trattati non comportanti oneri: una finzione, giacché ogni patto o accordo ne genera sempre), incluse la dichiarazione e la proclamazione della guerra. Triangolo scaleno a tutto vantaggio d e tacitamente corretto in Monarchia  “parlamentare”, anche se nei momenti cruciali le decisioni ultime furono assunte dal Ree dal suo governo (ovvero dai ministri più influenti). Le Camere ratificarono. In sintonia col giovane re, il governo, presieduto dal democratico Giuseppe Zanardelli e con Giovanni Giolitti all’Interno, il 14 novembre 1901 fissò le “materie da sottoporsi al Consiglio dei Ministri”. Da quel momento spettò all’esecutivo indicare chi avrebbe occupato cariche apicali; ma l’esercizio del potere rimase incardinato sulla persona del sovrano. Vittorio Emanuele III ebbe chiaro il quadro: era il primo funzionario della Corona. Perciò abitò a Villa Savoia, lontano dal Quirinale, ove andava come un impiegato all’ufficio. Vi svolgeva le “pratiche” e se ne tornava agli studi e agli affetti domestici. Dedicava il giovedì e la domenica alla famiglia, la Regina Elena e i figli (Jolanda, Mafalda, Umberto, Giovanna e Maria). Bersaglio di numerosi attentati (molti progettati, alcuni giunti quasi a segno: nel 1912 e, peggio, nel 1928 quando scampò per pochi minuti alla strage di Milano, ove si era recato per inaugurare la Fiera Campionaria: un crimine dalla matrice tuttora oscura, costato oltre venti morti e sessanta feriti gravi), il Reaffrontò in prima persona i momenti più critici della vita pubblica, non per ambizione di potere personale ma, ripetutamente, per debolezza del governo e inconcludenza del parlamento. I passaggi più discussi del suo regno: l’ascesa di Mussolini… A Vittorio Emanuele III sono addebitate “colpe” che non sono affatto sue. Tra le molte, ricordiamo le più ricorrenti: l’“avvento del fascismo” e del “regime di partito unico” dopo l’assassinio di Matteotti (1924), che aprì la strada alla “dittatura”; le “leggi razziali” (1938); la stipula dell’armistizio annunciato l’8 settembre 1943 e la “fuga di Pescara”. In un polemico opuscolo del 1946, Luigi Salvatorelli (che però poi si corresse) accusò Vittorio Emanuele III di tre “colpi di Stato”: l’intervento dell’Italia nella Grande Guerra nel maggio 1915; l’incarico a Mussolini nell’ottobre 1922; e il 25 luglio 1943, quando impose le dimissioni al duce del fascismo e lo sostituì col maresciallo Pietro Badoglio. Senza pretese di completezza, in vista di approfondimento critico e quale contributo al dibattito si possono avanzare alcune sintetiche considerazioni sulle principali accuse mossegli. Se l’ingresso dell’Italia nella guerra europea rimane oggetto di valutazioni contrastanti sul metodo e sul merito, riproposte in coincidenza con il Centenario della Grande Guerra, è innegabile che essa spazzò via gli imperi russo, turco-ottomano, austro-ungarico e gerTitolo corrente 255 manico. L’Italia rimase la Monarchia  più forte e autorevole del continente europeo, con aggravio della sua responsabilità nella comunità internazionale. Lo si constatò nella stipula dei cinque trattati di pace (Versailles, Saint-Germain, Neuilly, Trianon e Sèvres), e in seno alla Società delle Nazioni. Nell’ottobre 1922 si aggrovigliarono antichi e nuovi nodi della storia d’Italia: la debolezza dello Stato dinnanzi alla tracotanza dei partiti, l’impossibilità di formare un governo stabile per la legge elettorale (la proporzionale”, voluta da socialisti e dal partito popolare di don Luigi Sturzo), che frantumò la Camera dei deputati in quattordici gruppi e gruppetti, la richiesta perentoria di ordine pubblico e di un drastico taglio degli sperperi di denaro pubblico anche per rispetto dell’enorme costo umano sopportato nella Grande Guerra. Tra il 1918 e il 1922 si susseguirono sei governi inconcludenti. Anche Giolitti nel giugno 1921 rassegnò le dimissioni del suo quinto e ultimo ministero. A metà ottobre del 1922 il Rechiese ruvidamente al presidente del Consiglio, Luigi Facta, di convocare le Camere. Facta non lo fece. Trattava sottobanco con tutti, a cominciare da Mussolini e d’Annunzio. Altrettanto facevano altri maggiorenti dell’area costituzionale. Per disinnescare la minaccia della “marcia su Roma” (militarmente inconsistente) e riportare la crisi extraparlamentare nei binari istituzionali, il Revarò il governo di coalizione nazionale insediato il 31 ottobre. Presieduto da Benito Mussolini, questo comprese fascisti, nazionalisti, liberali, demosociali ed esponenti del partito popolare italiano, come il futuro presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, sottosegretario all’Industria, il cui titolare fu il giolittiano conte Teofilo Rossi di Montelera. A nome dei popolari Alcide De Gasperi approvò il nuovo governo, che ebbe 306 voti a favore, 117 contrari alla Camera, 184 si e 19 no al Senato (ove i fascisti erano solo due su circa quattrocento). È dunque arduo sostenere che sia stato il Rea volere il fascismo al potere. Giolitti osservò che il Parlamento non aveva assicurato un governo al paese e il paese se l’era dato da sé. Dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), per protesta contro Mussolini, tacciato quale mandante politico del delitto3, socialisti, repubblicani, popolari e ‘democratici’ seguaci di Giovanni Amendola disertarono l’Aula. Una delegazione delle opposizioni si fece ricevere dal re. Vittorio Emanuele III fece capire che non toccava a lui ma alle Camere risolvere la crisi. Era un sovrano costituzionale. Se nell’ottobre 3 E. TIOZZO, Matteotti senza aureola, II, Il delitto, Foggia, Bastogi, 2016. 256 Autore 1922 erano appena 37, dopo le elezioni del 6 aprile, i deputati iscritti al Partito nazionale fascista erano 227 su 535. L’ottantatreenne Giolitti puntò a formare una nuova maggioranza in Aula, ma rimase quasi solo e non condivise l’astensione dall’Aula adottata dai socialisti (a differenza dei comunisti che rimasero alla Camera), dai popolari, dai democratici capitanati da Giovanni Amendola e dai repubblicani. Mussolini rimase al governo non per superiorità propria ma per gli errori delle opposizioni, come argomentato da Renzo De Felice, Roberto Vivarelli e altri. Dall’indurimento del regime, generato dalle leggi “fascistissime” (a925-1827) e dopo il Concordato tra lo Stato e la Chiesa (11 febbraiuo 1929) per larga parte dell’antifascismo le sorti del duce furono accomunate a quelle della Monarchia : “simul stabunt, simul cadent…”. … e le leggi razziali Nel 1938 il governo Mussolini contava tredici anni di successi: il ripristino dell’ordine pubblico (a prezzo delle libertà politiche), il risanamento della lira, il Concordato (avversato da una minoranza esigua di colti), una notevole efficienza dei servizi, potenziati, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, il riordino della Banca d’Italia, l’impresa di Etiopia, che i contemporanei vissero in modo diverso da come fu giudicata dopo la seconda guerra mondiale e la catastrofe di tutti gli imperi coloniali. Mussolini e il Partito nazionale fascista orchestrato da Achille Starace erano al culmine del consenso. Nondimeno il Reera più che mai “isolato”. La Camera dei deputati era formata da candidati designati dal Gran Consiglio del Fascismo (sin dal 1928 elevato a organo dello Stato: una sorta di “terza Camera”) e votati in blocco dagli elettori. La Camera era dunque prona al capo del governo. Altrettanto valeva per molti senatori. Lo si vide proprio nell’approvazione delle leggi “per la difesa della stirpe”. I patres in carica erano oltre 400. In aula andarono in 160; i voti contrari (segreti) furono dieci (tra i quali sicuramente Luigi Einaudi ed Emilio De Bono). La legge passò dunque col favore di un terzo dei senatori in carica, tra i quali si contavano tredici ebrei che, dopo l’approvazione delle famigerate leggi, rimasero indisturbati al loro posto, come ha documentato Aldo Pezzana in Gli uomini del Re(Bastogi, 2001). Alla Camera si registrò l’unanimità dei 360 deputati presenti sui 400 in carica. Italo Balbo, dichiaratamente avverso, risultò “assente ingiustificato”. Le “leggi razziali”, dunque, furono non già volute ma subite da Vittorio Emanuele III, consapevole della loro grave ricaduta negativa all’interno e Titolo corrente 257 all’estero, ma impossibilitato a rifiutarne la firma. Riluttante ma senza alcuna alternativa costituzionale le promulgò perché erano state deliberate dalle Camere che, piaccia o meno, rappresentavano gli italiani. Non era stato il Rea mettere il Paese sulla china arrivata sino a quel punto. Non si levò alcuna voce di netta opposizione né di ferma condanna: non da parte di ‘liberali’, né dalla Chiesa cattolica. Avrebbe dovuto abdicare? Se lo avesse fatto, la responsabilità sarebbe gravata sul trentaquattrenne Umberto di Piemonte, il cui erede, Vittorio Emanuele principe di Napoli, aveva appena un anno. Se a sua volta anche Umberto avesse abdicato per non sottoscrivere le “leggi della vergogna” (come efficacemente ha scritto Valerio Di Porto), il Paese sarebbe finito nel caos, come volevano i fascisti repubblicani, ormai in maggioranza nel partito e nella milizia volontaria di sicurezza nazionale. Va aggiunto che da marzo l’Italia confinava con la Germania, che aveva annesso l’Austria:una annessione avallata da plebiscito entusiastico dei suoi abitanti. Nel 1904 Vittorio Emanuele III presenziò alla consacrazione della Sinagoga di Roma. Nel 1939-1942 uno stuolo di ebrei andava a estivare negli alberghi delle valli frequentate dal sovrano e dai Principi perché vi si sentiva più al sicuro. Del resto un Savoia era l’ultimo a poter credere che esistesse una “razza italiana” dal momento che la Casa aveva alle spalle secoli di matrimoni tra francesi, spagnoli, austriaci, sassoni, sino a Elena di Montenegro e a Maria José del Belgio… Vittorio Emanuele III comprese l’obiettivo politico-istituzionale delle leggi razziali volute da Mussolini: isolarlo ulteriormente a vantaggio delle correnti repubblicane, decise a indebolire l’unica Monarchia  consistente del continente, mentre in Spagna divampava la guerra civile e in Europa dilagavano regimi nazionalsocialisti e comunisti di massa. L’antisemitismo era la testa d’ariete per abbattere quanto rimaneva della tradizione monarchica e liberale, due volti di una stessa civiltà politica. Il tema è tornato al centro della riflessione con l’opera di Guido Melis La macchina imperfetta (il Mulino, 2018). Il sofferto epilogo del regno Il 25 luglio 1943, dopo il voto del Gran Consiglio del fascismo (non era stato il Rea farne il tutore del Parlamento e il depositario di poteri straordinari) e al termine del drammatico colloquio a Villa Savoia, Vittorio Emanuele III impose a Mussolini le dimissioni da capo del governo. Con somme cautele e ritardi comprensibili date le circostanze militari del momento, il suo successore, Pietro Badoglio, ottenne che gli anglo-ameri258 Autore cani concedessero all’Italia di arrendersi senza condizioni: non armistizio, ma “resa” come imposto da Stalin agli anglo-americani nella Conferenza di Casablanca (14-26 gennaio 1943). A quel punto occorreva salvare la continuità dello Stato, come è stato riconosciuto non solo da storici quali Giovanni Artieri, Francesco Perfetti e da Antonio Spinoza (Vittorio Emanuele III. L’astuzia di un re, Mondadori, 1990) ma anche dal presidente della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Per farlo vi era un unico modo: evitare la cattura della Famiglia Reale (incluso il principe ereditario, Umberto; la principessa di Piemonte trovò tempestivo rifugio in Svizzera per sé e i quattro figli: Maria Pia, Vittorio Emanuele, Maria Gabriella e Maria Beatrice) e del governo da parte dei germanici, senza mettersi platealmente in braccio ai vincitori, che proposero al Redi accoglierlo su una loro nave (vale a dire sul loro “territorio”). Perciò il governo decise di lasciare Roma (militarmente indifendibile e poi “città aperta”, anche in ossequio a Pio XII, sovrano dello Stato del Vaticano) per la Puglia meridionale (esattamente Brindisi), ove non vi erano né tedeschi né anglo-americani. Anche Sergio Romano, mai prodigo di riconoscimenti ai Savoia, conclude che quel trasferimento fu possibile senza le insinuate ma non mai documentate trattative sottobanco tra Badoglio e Kesselring. Il Re, il Maresciallo Badoglio, il ministro degli Esteri, Raffaele Guariglia, il Comando Supremo, la diplomazia, ecc. ecc. avrebbero potuto fare di più e di meglio nei quarantacinque giorni tra il 25 luglio e l’annuncio dell’armistizio (8 settembre 1943)? È possibile, ma compito della storia è documentare e spiegare gli eventi, non immaginare percorsi diversi dal corso dei fatti. Settantatre anni dopo la vittoria della Repubblica al referendum sulla forma dello Stato (2-3 giugno 1946), la traslazione in Italia delle salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena potrebbe propiziare la rivisitazione del lungo travagliato regno e nuove risposte ai molti interrogativi ancora aperti sull’ultimo mezzo secolo della Monarchia  in Italia, senza dimenticare il monito di Tacito: “Iniquissima haec bellorum conditio est; prospera omnes sibi vindicant, adversa uni imputantur”. 

Articolo del Prof. Aldo Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno.