NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
Visualizzazione post con etichetta Giovanni Artieri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giovanni Artieri. Mostra tutti i post

domenica 12 marzo 2023

Il Re, i Soldati, il Generale che vinse, XIV parte

 


IL senso più commovente di questo svolgersi della situazione non appariva in superficie ma si nascondeva nel profondo ed era il lento inesorabile orientarsi dell'Italia sull'ago del suo destino da sola e contro le forze avverse, di tanto più possenti, tra le quali con la guida del prudente e coraggioso suo Re, avanzava.

Il ben noto dibattito sulla preparazione dell'Intervento, sulle giornate di maggio (« il maggio radioso ») sulle difficoltà insorte per la celebrazione di Quarto e la mancata presenza del Re, sugli estremi disperati tentativi di Giolitti per trarre il Paese dal passo in cui s'era avventurato e la profluvie di discorsi, di sospetti, di dimostrazioni della piazza, descrivono una crisi assai più vasta e solo paragonabile ripeto, a quella insorta nella vita costituzionale dell'Italia alla fine dell'ottobre '22. Terminava il lungo «regno» di Giolitti, cioè di una personalità al di fuori e al di sopra del Governo, dei partiti e persino delle Istituzioni, dalla quale si facevano dipendere, e dipendevano, come da un Semidio, e la guerra e la pace.

Cominciava un'altra storia nella quale il piccolo Re avrebbe campeggiato da solo, sebbene anche sullo sfondo delle trincee e dei cannoni, delle sanguinose battaglie e delle sudate vittorie, delle sconfitte e delle rivincite, si volesse minare il posto ch'egli si acquistava nell'animo degli italiani e s'era in gran parte guadagnato. Indubbiamente sfuggiva all'attenzione di chi viveva quella storia il legame profondo tra gli avvenimenti e il loro significato. La guerra contro gli Imperi centrali fracassava definitivamente l'equilibrio interno e internazionale dell'Europa, mandava all'aria la politica del «balance of powers» e iniziava il fatale declino del continente. Sotto questo profilo, se fossero ammissibili certe deduzioni, sin dal 1911 l'Italia, la piccola esitante Italia alla quale Giolitti negava ogni possibilità di affrontare l'Austria e di tenersi in piedi in una tormenta come quella ch'era per scatenarsi, — aveva rotto il ghiaccio e iniziato quel «lunghissimo periodo di guerre continentali» di cui parla Croce. Importava però allinearsi con la storia. La retorica dannunziana dell'«atto di vita», apparve assai meno retorica di quanto fosse. Sorretta dal consiglio e dall'energia del Re, il Paese andò avanti ed ebbe, dopo Caporetto, nozione della sua forza. Tutti in quelle circostanze credettero perché il Re credette. La profezia giolittiana dell'arrivo a Verona e a Milano degli austriaci stava per avverarsi, ed anche la rivoluzione e il disfacimento dell'Unità. Ma sul punto di diventare realtà quelle profezie sfumarono.

Anche il 25 luglio e l'8 settembre 1943 siamo passati per simile crocevia, in circostanze per tanti aspetti uguali e per tantissimi altri più gravi. In questi tre momenti noi troviamo viva e operante la figura del Re Vittorio. Strumento e insieme movente dei fatti egli fu correttivo prezioso della varia fortuna e delle forze opposte prementi implacabili e feroci sul Paese. Questo libro narra appunto, sulla scorta di nuovi documenti e ricerche, accostandole, l'opera e l'azione di Vittorio Emanuele III e del generale Armando Diaz la prima volta che l'Italia, come s'è detto, fu sul punto di diventare una mera espressione geografica e potette levarsi in piedi, poi, vittoriosa.

 

giovedì 9 marzo 2023

Il Re, i Soldati, il Generale che vinse, XIII parte




Questi episodi, si badi, non rimanevano cancellati nel corso del tempo, scoloriti e superati dalla pur valida e vigorosa presenza del Trattato d'alleanza. Nella vita pubblica italiana la Triplice rappresentava un atto del paese «legale» in contrasto col paese «reale» e sarà così sino all'ultimo istante, cioè sino alla crisi dell'Intervento, tanto simile a quella determinata dalla marcia su Roma, in cui il Sovrano posto dinnanzi al dilemma da risolvere: volontà parlamentare o volontà popolare, in mancanza di solidi sostegni costituzionali si ottenne alla volontà del Paese. Acutamente, del resto, in quell'istesso anno 1912 di anticipato rinnovo della Triplice, il 23 aprile, il Kinderla Wachter in una conversazione con l'incaricato d'affari a Berlino barone Flotow precisò con forte approssimazione al vero quale sarebbe stata la politica dell'Italia in caso di conflitto. L'Italia - egli pensava - avrebbe mobilitato lentamente ed avrebbe atteso. Se la Germania infliggeva alla Francia un primo colpo decisivo l'Italia avrebbe cooperato contro la Francia; se la Francia avesse riportato un primo grande successo, l'atteggiamento dell'Italia sarebbe diventato pericoloso per la Triplice. Era, in anticipo di trentasette anni, il criterio seguito da Mussolini durante l'anno della non belligeranza; ma era pure, anticipato di soli due, quello che seguirà Vittorio Emanuele III, dopo la Marna.

Il Re doveva tener conto delle istanze dei nazionalisti, e di quel vasto allagamento di dannunzianesimo eroico, di futurismo, di repentina aspirazione a cose grandi e di, altrettanto repentina, coscienza di sé che aveva raggiunta i giovani, specialmente nelle setole e negli studi. In qualche modo — lo si è già accennato — anche i più attivi e spinti tra i rivoluzionari delle correnti sindacalistiche (Corridoni, Mussolini, di Vittorio) avrebbero manifestato, presto o tardi, la loro insofferenza a starsene con le mani in mano, mentre l'Europa — essi credevano — sì sarebbe trasformata sotto i colpi della guerra, non più affare privato tra nazione e nazione, ma svolta rivoluzionaria della storia. I tempi della politica remissiva erano passati per semine, aveva dichiarato il di San Giuliano alla Camera, per protestare contro i decreti di Hohenlohe a scapito dei regnicoli nelle terre irredenti (esclusione dagli impieghi, dalle università, eccetera.) e si udirà dalla bocca dello stesso Re: «Può un Savoia rimanere neutrale?». La neutralità italiana, per ragione geografiche era, d'altra parte, già una dichiarazione di guerra contro gli uni, a favore degli altri. Decidendola Vittorio Emanuele III sceglieva da qual parte schierarsi e non certo in contumacia del Re, il Salandra dirà all'ansioso Barrère, negli ultimi giorni del luglio '14: «Vous n'aver; riera a craindre de notre part». Con qualche spiegabile, sebbene un po' cinica allegria, di San Giuliano telefona a Salandra la morte dell'arciduca Francesco Ferdinando a Serajevo e da Fiuggi, dove poco dopo si trovano insieme per passar le acque, trasmettono alla diplomazia dipendente le istruzioni necessarie a precisare alle potenze occidentali e agli alleati la posizione dell'Italia. Nel suo sostanzioso e inelegante italiano, poi, di San Giuliano rende conto al Re delle disposizioni emanate. A Fiuggi s'era recato Flotow il 21 luglio e aveva dichiarato di non saper nulla dell'ultimatum austriaco, celatogli dal suo collega, diffidente della intimità col di San Giuliano. L'avevano poi letto, trasmesso per telefono dalla Consulta ove era stato consegnato dall'incaricato di Affari Ambrozy. Subito sia Salandra che di San Giuliano opposero all'ambasciatore tedesco la inesistenza del «casus foederis» e diramarono una nota agli ambasciatori Bollati e Avarna, in questo senso. Nella lettera al Re, di San Giuliano, premesso che sia lui che Salandra nulla avevano fatto o detto «che impegnasse la libertà di azione dell'Italia negli eventi che potranno derivare dal passo austriaco a Belgrado», diceva di attendere gli ordini del Sovrano «al cui alto seno» sottoponeva «una linea di. condotta» concordata con Salandra. Era quella del «sacro egoismo». E si capiva: l’Italia non poteva far la guerra accanto all'Austria per vendicare sulla Serbia l'assassinio del proprio peggiore nemico. Era una ragione difficile a far comprendere ad un tedesco (gli austriaci non coltivarono alcuna illusione sebbene per qualche giorno per le vie di Innsbruck si addissero ammaestrate grida di «Viva l'Italia») e il Re Vittorio non potette persuaderne il colonnello von Kleist, aiutante di campo del Kaiser, che inviatogli da Berlino per tentare un estremo assalto, aveva dovuto ricevere per due volte al Quirinale. All'albergo «Excelsior» dove il von Keist si recò a pranzo con i suoi colleghi addetti militari alle ambasciate d'Austria e di Germania il Re d'Italia fu ripetute volte chiamato «porco» e anche peggio. Un cameriere - riferisce Salandra - che conosceva bene la lingua ne informò il Ministero. Le note marginali di Guglielmo II ai dispacci dall'Italia non furono meno eloquenti ma erano parole e mostravano solo il dispetto di chi le scriveva.


lunedì 30 gennaio 2023

Il Re, i Soldati, il Generale che vinse, XII parte

 

Strano e quasi unico momento nella lunghissima vita della Triplice Alleanza, in questa occasione Re Vittorio e Francesco Giuseppe condivisero il medesimo punto di vista verso il bollente Pontefice. Sarà un cardinale ungherese a porre il veto dell'Imperatore d'Austria alla successione di Rampolla e con ciò, il Re d'Italia otteneva dal suo nemico n. 2 un grande servigio contro il nemico n. 1. La definizione di Giolitti «Il principio nostro è questo che lo Stato e la Chiesa sono due parallele che non si debbono mai incontrare» rimase sulla carta. Né Giolitti poteva, quando con qualche candore pronunciava questa massima politica, supporre il gran cammino che l'attivismo cattolico avrebbe compiuto in Italia, sebbene già ai suoi tempi la lotta parlamentare per la istruzione laica nelle scuole elementari, anche esagerata faziosamente, ne mostrava la forza espansiva. I termini del conflitto, permanente e neppure sanato dagli accordi lateranensi, vennero adombrati dal Salandra in un discorso alla Camera del 19 febbraio 1908: «Il cattolicesimo politico si trova in una disgraziata condizione di non poter confessare la sua dipendenza da una volontà, da una potestà la quale si tiene al di fuori e si ritiene al di sopra dello Stato. E quindi lo Stato non potrà mai affidargli né completamente disarmare contro di esso. Inoltre la Curia romana - ha così lungamente peccato contro la Patria per tanto corso di secoli che ora le tocca subire l'espiazione di una lunghissima astinenza da ogni potere politico...».

Insomma si capiva sin da allora che il Papa deciso a non diventare il cappellano di Casa Savoja, come si disse scherzosamente, avrebbe lottato con la pertinacia secolare della sua diplomazia per ottenere un Presidente della Repubblica, scaccino del Vaticano.

*

Pure valida e rinnovata la Triplice appariva ad ogni occasione sempre più estenuata. «Il Re d'Italia ne ha abbastanza della nostra alleanza» disse il Kaiser dopo il «lodo» di Algesiras. I rapporti, in quella contingenza, erano tesi al punto che la Principessa di Bulow non andò sino a Roma a visitare la madre, donna Laura Minghetti — amica di Visconti Venosta — ma si contentò di vederla in Riviera. Il Circolo della Caccia respinse la candidatura a socio ordinario dell'ambasciatore Lutzow e non parliamo delle escandescenze del Months, successore di Kinderlan Wachter, che considerava l'Italia, l'alleata, come una terra deliziosa dalla quale andavano urgentemente soppressi gli italiani.

Il Months tuttavia vedeva profeticamente un mondo futuro tutto dominato dall'America, dalla Russia e dall'Inghilterra predicando perciò - a scapito nostro - una intesa diretta tra Francia e Germania. Il coniu
gio Italia-Imperi Centrali, malgrado le teorie di von Bulow, non sarebbe durato a lungo. L'annessione della Bosnia Erzegovina ci liberava per molta parte, le mani. Vittorio Emanuele III potate dire all'indomani del colpo austriaco all'ambasciatore serbo Milanovich: «Noi saremo in questa crisi affianco della Russia e delle potenze occidentali. Tutto ciò che la Russia farà per voi, noi lo faremo, tenetelo per certo». Del resto le Cancellerie alleate sapevano perfettamente che era stato proprio Vittorio Emanuele a mandare Visconti Venosta ad Algesiras al posto del germanofilo Silvestrelli, ambasciatore a Madrid e parente di Tittoni, caduto col gabinetto Fortis e sostituito dal di San Giuliano. Né potevano ignorare che Barrère, dopo le sconfitte russe in Asia si informava assiduamente nelle numerose conversazioni con Vittorio Emanuele sui progetti aggressivi dello Stato Maggiore tedesco e su quel che succedeva a «Via San Domenico». Davvero come aveva detto Goluchowsky, non si andava più avanti. Il conte Months trovava, in un rapporto a Berlino, che Vittorio Emanuele aveva smesso persino il suo «consueto cattivo umore per far festa a Loubet» giungendo a scarrozzarlo per due ore, in tilbury, per i quartieri di Trastevere. E quanto al già richiamato discorso di Alessandro Fortis, nella tornata del 3 dicembre 1908, al punto in cui aveva detto che l'«Italia poteva temere la guerra da potenza alleata e doveva perciò prepararsi alla difesa», sollevando uragani di applausi, ricevette persino le congratulazioni del gelido Giolitti, che ben conosceva il valore del suo gesto.

sabato 21 gennaio 2023

Il Re, i Soldati, il Generale che vinse, XI parte

 


Per quanto poco valesse, quella terra era li: aperta a chi la prendesse. La Germania che, fallito il colpo di Agadir, e pur avendone cavato i compensi al Camerun non dimetteva l'idea di creare nel Mediterraneo una sua base, trattava sottomano con la Turchia per l'affitto di novant'anni; limitato alla Cirenaica e, potremo dire, al porto di Tobruk: imprendibile piazzaforte. Il Re e Giolitti capirono, dopo questo, la «fatalità» dell'impresa e la vararono.

Una difficile lotta (non conchiusa o solo apparentemente conchiusa con gli accordi lateranensi e il concordato del 1929 sosteneva, poi, Vittorio Emanuele per rendere indipendente il Paese dalle più forti e sensibili influenze della Chiesa Romana. Egli seguì, in sostanza, il sentiero della rivoluzione liberale: coerente anche in questo; temperando l'atteggiamento dello Stato nei confronti della Fede cattolica, nella quale era nato e allevato, e molte volte opponendosi agli zelatori di drastiche misure anticlericali. Ma l'indirizzo era quello e non poteva mutare coerentemente con i fatti del XX settembre 1870. La classe dirigente democratica e laica gli suggeriva di opporre ostilità a ostilità, ed egli pur profondamente convinto di non poter accedere, per la contradizione che non consentiva, alla intransigenza vaticana si rendeva conto della forza con la quale aveva da combattere. Solo al principio del Regno e sotto la preponderante influenza del massone Zanardelli (1902) si risolse ad una aperta e persino troppo scoperta avversione alla Santa Sede, minacciando di toccare uno degli istituti fondamentali della Chiesa, l'indissolubilità del matrimonio. Il Papa Leone XIII da parte sua lo accusò di mettersi persino contro il dettame dell'Evangelo; ma le manifestazioni di quel grande Pontefice, data la personalità veneranda e il particolare momento non richiamarono reazioni uguali e contrarie da parte sua. Con grande saggezza e misura Egli proclamò di voler «confinata nel santuario "l'influenza del clero e di "professare il più illimitato rispetto, serbando inflessibilmente incolumi le prerogative della potestà civile e dei diritti della sovranità nazionale, per la religione e la libertà di coscienza». Sapeva di non poter combattere l'influenza della Chiesa sulle anime dei credenti e non trovava saggio combatterla, questa influenza, in un paese come l'Italia sede della Cattedra di Pietro e centro della Cristianità. L'anticattolicesimo del suo Regno, sebbene di altra natura, non poteva paragonarsi a quello, accanito e settario, dei tempi di Re Umberto, che fu massone. Anche perché i successi personali, le buone fortune e gli esiti favorevoli della sua politica esterna e interna allontanavano velocemente dalla Monarchia il pericolo di crollare sotto gli scioperi e le sconfitte militari o le oscure influenze per le quali Crispi aveva potuto dire: «Leone XIII è inquieto; l'ambizione lo rode: egli si darebbe al diavolo per diventare Re». In qualche modo la Segreteria di Stato, obbediente all'intolleranza del Pontefice, operava nel senso, se pure con evidente esagerazione, detto da Crispi. Il Vaticano aveva taciuto sulle stragi degli armeni e dei candioti, per opportunità politica verso la Sublime Porta (tacerà anche per le stragi del 1945 in Italia settentrionale, per opportunità politica verso gli alleati di Potsdam). Seguendo un suo segreto disegno Leone XIII impose la repubblica massonica e anticlericale di Francia ai cattolici francesi, buttando a mare la Monarchia «primogenita della Chiesa»; ed era un gioco assai sottile e complicato questo di far leva su Parigi per ottenerne la tradizionale protezione militare, cercando poi di disgregare la Triplice abbandonando l'Austria mentre la Francia avrebbe potuto come aveva proposto Napoleone III a Villafranca, abbattere la Monarchia italiana sostituendola con una Repubblica federale praticamente capeggiata dal Pontefice. S'era diffusa la voce, inoltre, che ricevendo Guglielmo II, il vecchissimo strenuo difensore dei diritti al Soglio gli avesse detto: «Rendetemi Rom».

La Questione romana pungeva nel fianco del Regno e la freccia tratto tratto era agitata nella profonda ferita. Si vide con la venuta di Loubet e con la tempesta che seguì all'astensione del presidente francese dal rendere omaggio a Colui che riteneva non estinto il suo principato su Roma. La nota inviata dal Papa Leone ai rappresentanti delle potenze accennava persino al particolare che l'incontro ira il Re d'Italia e Loubet fosse avvenuto nell'istesso « palazzo apostolico » (il Quirinale) occupato da «colui che contro ogni diritto detiene la sovranità civile». L'autore della terribile sfuriata era il Papa ma l'estensore, sì disse, il Merry del Val. I fatti vennero tradotti in termini espliciti al Parlamento francese: «Il Papa ci ha detto che abbiamo avuto l'impudenza di far visita a un ladro che ci ha ricevuto in una casa rubata a Pietro». A questa buriana s'aggiunga il tremendo malumore di Guglielmo II a placare il quale il Re spedì Giolitti a Bad Hamburg, dove Bulow faceva una cura, per chiarirgli che quelle feste e quel chiasso encomiastico s'era fatto per l'«eliminazione delle ultime velleità del potere temporale».

giovedì 12 gennaio 2023

Il Re, i Soldati, il Generale che vinse, X parte

 


 Si credette (citiamo il fatto perché riflette quanta legittima e fondata convinzione di «non far nulla per nulla» dominasse la democrazia italiana di allora) a grandi compensi ottenuti da Tittoni. Per la stipula della Triplice, nel 1882, ci s'era promesso la restituzione di Trento; si pensò, dunque, a quella promessa mancata. Si trattava invece di ben poco: rinunzia alla guarnigione austriaca a Novi Bazar e annessione al Montenegro del Porto di Antivari e del litorale, con limitazioni strategiche. Fu l'opposizione repubblicana a brillare in quell'occasione e sarebbe ancora oggi istruttivo, specie per i repubblicani, rileggere i discorsi di Barzilai e di Fortis. È vero che Barzilai e Fortis giuravano al Re che, probabilmente, taluni dei loro discorsi dovette ispirare. Del resto il 23 marzo 1911 Bissolati andò al Quirinale, lui che dieci anni prima aveva gridato «Abbasso il Re». La Monarchia, scrisse la «Propaganda», credette di aver «aggiogate le tigri», ma non era poi la Monarchia ad averlo fatto, era l'Italia. Il fenomeno si ripeterà dopo Caporetto nel gran moto di energia nazionale opposto, da ogni settore dell'opinione, compresa quella dei socialisti, all'accettazione del disastro.

* * *

Il cinquantenario del Regno, lo scoprimento della Mole sacconiana a Piazza Venezia, l'inaugurazione dell'Istituto internazionale di Agricoltura, il Congresso dell'Emigrazione presieduto da Marconi (siamo nel 1911) concludevano nella floridità delle finanze e nelle speranze e impulsi del nazionalismo nascente la bella stagione del regno di Vittorio Emanuele III. La politica estera ch'egli o ispirava o attuava la riassunse Giolitti alla Camera riconfermando la «fedeltà nelle alleanze e nelle amicizie», una politica del piede di casa, se si vuole, poiché in casa si trattava di fare ordine, pacificare le masse proletarie, comporre gli interessi della mano d'opera con quelli del capitale terriero e industriale, incrementare i grandi servizi pubblici, guidare la finanza dello stato. Né era tenero quel Governo Giolitti con gli imprudenti: si mise fulmineamente a riposo il generale Asinari di Bernezzo, un combattente di Custoza che l'Il novembre del 1909 consegnando una bandiera al reggimento di cavalleria di Brescia additò le « colline bagnate di sangue di tanti martiri e di là, non troppo lontano, le terre irredenti le quali attendono l'opera vostra».

Per quanto i nazionalisti e i futuristi e i dannunziani tempestassero e vedessero l'Italia « ridotta ad affittacamere dell'Europa spendereccia » l'unica politica estera     possibile e di maggior frutto era quella seguita fino allora.

Corradini aveva formulato le fondamentali proposizioni nazionalistiche, una delle quali affermava che se l'Italia era una nazione proletaria rispetto alle altre in Europa, il suo socialismo doveva essere il nazionalismo. L'« Idea Nazionale » uscì il giorno anniversario della battaglia di Adua e cominciò subito la campagna per la spedizione di Tripoli. Tuttavia né gli articoli di giornali, né i drammi di Corradini (in generale i nazionalisti ebbero fama di mediocri letterati passati alla politica, in busca di miglior fortuna),   né i disegni di Fortunino Matania (uno, col marinaio che rileva l'antica daga romana dalla salma rivestita di armatura d'un legionario, fu celebre) bastavano a convincere contadini e operai. Mussolini incitava le donne a stendersi attraverso i binari dei treni militari.

Circa la sponda africana, poi, i pareri e le notizie contrastavano quasi si trattasse d'una ultima irraggiungibile Thule. Corradini andava esaltandone clima e fertilità sulla scorta di Erodoto; Frassati mandò Bevione sul posto a scrivere articoli entusiastici, poiché l'impresa stava molto a cuore all'industria piemontese; Nitti, al solito, mostri parere contrario. Già nel 1907 aveva scritto: «Non vi è nessun impero da conquistare, non vi è che l'avvenire da compromettere». Poi troverà la famosa definizione della Libia: «lo scatolone di sabbia » mentre Turati disse l'altra:«l'inutile oceano di mortifere arene».

venerdì 6 gennaio 2023

Il Re, i Soldati, il Generale che vinse, IX parte



Contemporaneamente il Re si preparava a ricevere Guglielmo II nel Golfo di Napoli e trattare con lui gli accordi negoziati da Tittoni e da Goluchowsky, sulla nostra influenza nei Balcani e vi si concertò una «soddisfazione» all'Italia concedendo ad un generale italiano (fu il de Georgis) il comando della polizia dei distretti e l'attribuzione a noi di Monastir, che avevamo chiesta preventivamente. Insomma la politica estera del Re era riuscita a mantenere viva e operante la Triplice e vivi e operanti i rapporti, così difficili, per boria o per riserve mentali, con la Francia e l'Inghilterra.

Le grandiose accoglienze (24 aprile 1904) a Loubet, di cui Guglielmo II pomposo e festaiolo mostrò una vera e reale gelosia, dopo la visita del Re e della Regina a Parigi (ottobre 1903) ponevano l'accento acuto sulla gioia di Camillo Barrère.

Tornavano di moda i versi di Vittor Hugo: «Nous chercherons quel est le nom de nostre ésperance — nous dirons: Italie! Et tu répondras: France!» e i giornali spendevano colonne di piombo per descrivere l'abbraccio e il bacio tra il Re e il Presidente. I «grandi ricordi comuni» di cui si parlò nei brindisi furono attualizzati in un album che i triestini dedicarono a Loubet ricordando il sole vittorioso  dei campi lombardi. Né la Germania ottenne di far introdurre nel brindisi di Re Vittorio un accenno alla Triplice né il principe di Bulow di limitare il tono delle feste a quello che s'era tenuto per rendere omaggio all'Imperatore. Almeno in materia di ghirlande e luminarie l'Italia voleva serbare piena e intera indipendenza. Fu ansi il Re stesso a dire a Barrère che per Loubet si sarebbero fatte cose mai viste. La promessa fu mantenuta.

Tuttavia i rinnovi dell'Alleanza si succedevano senza troppe difficoltà; il 21 giugno s'era firmato sino a scadenza dei sei anni il testo identico a quello del 1891 con l’aggiunta di una clausola di non intralcio in caso di azione italiana in Tripolitania e Cirenaica. Il 5 dicembre 1912 si rinnovò anticipatamente il trattato che sarebbe scaduto l'8 luglio 1914. Il Cancelliere austriaco Aerenthal era sinceramente convinto che la Triplice sarebbe durata sino al 1920, così tanto da provocare la dimissione del nostro maggior nemico, ch'era il Conrad; accanito come Catone, nel proclamare la necessità di distruggere Cartagine anche cogliendola (povera Italia!) in momenti di particolare emergenza come avvenne per i due grandi terremoti del '05 e '06 in Calabria e in Sicilia, poiché l'Italia ad altro non mirava che a spossessare l'Austria dei territori irredenti, a dominare l'Adriatico, a impedire la marcia austroungarica del Balcani, sostituendovi la sua influenza, a crearsi sulla sponda africana una situazione identica a quella della Francia in Algeria e Tunisia.

L'Italia, effettivamente, questo voleva ottenere e ottenne, con l'efficace sua politica estera, con la sua I guerra mondiale e sino ad un certo limite, col fascismo.

Dal suo punto di vista il maresciallo austriaco non sbagliava e, tutto sommato, riebbe giustizia quando morto Aerenthal e venuto al potere il Berchtold venne ripristinato nel comando fino a che nelle peripezie della lunga battaglia non dovette vedere le sue profezie avverate e la guerra da lui tanto sognata, persa.

Il 5 dicembre 1912 la nuova Triplice era firmata con l'aggiornamento della sistemazione libica, il rinnovamento degli impegni relativi all'Albania e al Sangiaccato di Novi Bazar nonché l'impegno di provocare l'adesione britannica agli accordi riguardanti le regioni litoranee del nord Africa, del Mediterraneo centrale e occidentale, compreso il Marocco.

 

* * *

 

Ma l'Austria Ungheria non credeva più alla sua alleata-nemica e con la firma della rinnovata alleanza Conrad riebbe il suo comando attivo. La guerra di Tripoli aveva squagliata lentamente quella solidarietà di cera, ponendo a nudo la natura vera delle «amicizie» fatte di parole, di pranzi diplomatici e di brindisi. Edoardo Scarfoglio lo notava controbattendo la campagna antitaliana scatenata in Germania e in Austria, eco di quella vastamente diffusa in Inghilterra dove, per la prima volta a proposito dell'azione italiana contro la Turchia sultaniale, venne adoperata l'espressione «pugnalata nella schiena». Anche in Francia e a Parigi, malgrado le sovvenzioni giornalistiche di Tittoni si parlò di marinai italiani come di «banditi in uniforme». I sequestri dei due piroscafi mercantili «Carthage» e «Manouba» risvegliarono la gallofobia dei tempi di Crisfri; Barrère non esitò a declamare: «Hanno rovinato quindici lunghi anni del mio lavoro». Tutti contro l'Italia sino al limite del possibile appena l'Italia mosse verso la Quarta Sponda: qualcosa di simile alle sanzioni di Ginevra, sebbene — a parte il gran chiasso, le si lasciasse fare «sulle uova» la sua conquista. La preparazione diplomatica datava dal 1902 (accordi Visconti Venosta-Barrère). Il 13 dicembre 1906 con l'Inghilterra e la Francia s'era firmato a Londra l'accordo per l'Abissinia, allo scopo di lasciare quel paese allo statu quo, osservando neutralità in caso di conflitti interni e salvando alcuni principali interessi: r) Le acque del Nilo azzurro emissario del Lago Tana, per l'Inghilterra e la sua industria cotoniera; 2) i confini dell'Eritrea, della Somalia e del Benadir e gli hin-telrands di questi territori a occidente di Addis Abeba, per l'Italia; 3) i territori di costruzione della ferrovia da Gibuti a Addis Abeba, per la Francia. E tutto ciò a parte la Triplice e gli accordi commerciali e politici con la Francia. Era qualche cosa, dopo la politica « delle mani nette » e la sconfitta di Adua.


lunedì 26 dicembre 2022

Il Re, i Soldati, il Generale che vinse, VIII parte

 


 

Riesce difficile a noi, oggi, dopo Mussolini, renderci conto dell'efficacia e della presenza del Re nella vita politica del Paese. La dittatura fascista ha trasmesso molte cattive, se non le peggiori, sue qualità alla vigente democrazia e tra queste anche il gusto del governo personale, del pratico annullamento della figura e funzione del Capo dello Stato. Drammatici particolari si apprenderanno da chi vorrà narrarli, sui conflitti tra Enrico de Nicola «capo provvisorio» e il presidente del consiglio Alcide de Gasperi, nel periodo seguente al a referendum del 2 giugno 1946: né si esclude che quel malessere costituzionale non si sia perpetuato con l'insediamento al Quirinale di un Presidente della Repubblica. La trascorsa democrazia non si faceva un problema dei rapporti tra il Capo dello Stato e il Presidente del Consiglio: essi erano regolati dallo Statuto, oltre che dalla fedeltà al Paese; non dall'osservanza agli interessi del proprio Partito. Nei peggiori momenti (si parla della crisi insorta attorno al dilemma sulla neutralità e l'intervento, nel 1911-15) tra il «dittatore» Giolitti e il Re, fu solo questione di «come» portare in buon porto la pericolante barca. Voglio dire che altre forze non interferivano a colorire di «europeismo» o di «universalismo cattolico» o di «internazionalismo», dei due tipi, gli interessi reali e permanenti dell'Italia. Noi abbiamo visto e vediamo scorrere sotto i nostri occhi una politica estera alla quale sono assai più interessati i paesi stranieri che il popolo italiano. Vediamo gli italiani esortati ad accettare uno stato di fatto assai simile a quello del «particulare» guicciardiniano; la morale del «Franza o Spagna... » con quel che segue sostituisce, poiché tutti i tentativi di risvegliarlo sono anche per legge puniti severamente, «quello spirito nazionale», non sinonimo di nazionalismo ma di qualche cosa di più e di meglio. Vittorio Emanuele attribuiva alla Triplice e alla politica estera «occidentale» dei suoi governi dei valori pratici e, a volte, immediatamente pratici. Bisognerebbe studiare con le statistiche alla mano i rapporti tra le esportazioni in Austria e in Germania dei vini pugliesi, toscani e piemontesi e l'Alleanza con gli Imperi centrali.

La ricostituzione dei vigneti ungheresi e la produzione su scala mondiale dei Tokaj influirono molto sulla discesa in guerra dell'Italia accanto all'Intesa. Così per la politica francofila di Prinetti e di Visconti Venosta: l'apertura del mercato borsistico di Parigi alla manovra della conversione della rendita aiutò potentemente, come dicono i rapporti di Barrère, la politica di «ralliément» di Palazzo Farnese, suggerita dallo Stato Maggiore. Anche il mercato delle vacche sui territori africani, dopo che esclusi dal Marocco ed esclusi dall'Egitto dovemmo accettare lo «scatolone di sabbia», non era più imperialismo di quel che fosse la spedizione d'Etiopia del 1935; non era altro che il proseguimento della politica dell'emigrazione adottata dal Re Vittorio e dai suoi governi, anche controvoglia, come Giolitti che dovrà pure condurre a buon fine la spedizione di Tripoli.

Ad aiutare il Re concorrevano in parte le istanze irredentistiche. I due imperatori associati e le loro cancellerie non ignoravano le simpatie franco russe di Vittorio e di Elena: anzi quel matrimonio con la principessa del Montenegro voleva dire più che non dicesse e giornali come osservatori austriaci ne avevano già parlato con diffidenza.

Un acuto risentimento personale per la mancata restituzione della visita di Francesco Giuseppe a Umberto I, impronterà poi tutta l'influenza che Re Vittorio eserciterà sulle relazioni con Vienna. Viaggi e brindisi di capi di Stato nell'Europa prima del luglio '14 descrivevano agli occhi del mondo lo stato d'animo delle nazioni. È interessante osservare nel carteggio diplomatico quanta importanza si attribuisse allora ad un aggettivo o ad un'allusione; tenendosi in gran conto, allora, le parole.

Il giro delle capitali iniziato da Vittorio Emanuele il 10 luglio 1902 (l'accompagnava il francofilo Prinetti, ministro degli esteri), da Pietroburgo passò per Berlino senza toccare Vienna. Alla stazione di Trento, in territorio austriaco il treno reale venne acclamato dalla popolazione. Era un primo contatto con l'irredentismo attivo; il secondo, agosto del 1903, avvenne al confine goriziano dove il Re aveva ordinato di effettuare le grandi manovre dell'Esercito e le folle, accorse da Gorizia e da Trieste, salutarono il «loro» Re. «Non si può andare avanti» disse Golucowsky; e Francesco Giuseppe a Bulow: «Le dimostrazioni dei goriziani a Vittorio Emanuele sono una sfida alla mia pazienza». I dispiaceri di Francesco Giuseppe non dispiacevano del tutto a Guglielmo II che nel maggio 1903 venne in Italia a restituire la visita. Con Nicola II andò diversamente. Le manifestazioni dell'estrema sinistra e delle masse operaie contro il «boia russo» e qualche pettegolezzo attorno alle dichiarazioni di Vittorio Emanuele sull'atmosfera carica di terrore poliziesco delle città zariste raffreddarono per un po' la relazione, sostanzialmente antitriplicista, che andava stabilendosi con la Russia, sotto l'occhio amichevole di Barrère. Indubbiamente l'irredentismo avrebbe potuto offrire a Vittorio Emanuele mille pretesti per denunciare la Triplice. Ma era votarsi ad un disprezzato e irreparabile isolamento. Riconfermare i principii e la vitalità di quell'Alleanza era necessario, di volta in volta. Così Tittoni, accusato dalle sinistre di piegarsi al ruolo di testa di legno della politica estera del Quirinale parlò di «dilettantismo irredentista universitario e parlamentare» a proposito dei moti di Innsbruck (maggio e novembre 1903) durante i quali, tra gli altri, venne ferito Cesare Battisti.

domenica 18 dicembre 2022

Il Re, i Soldati, il Generale che vinse, VII parte

 


Era una democrazia, se ci si passa il paragone, non distorta e rimodellata, al modo dei piedi, cinesi, negli stampi di ferro dei grandi partiti. Lo stesso socialismo che presto mostrerà le sue tare scismatiche non riuscirà mai a raggiungere la stabilità di grande partito e solo nel periodo della direzione di Mussolini l’Avanti! raggiungerà le sessantamila copie di tiratura.

Quella democrazia del quindicennio conservava, così, tutta l'agilità necessaria al gioco del proprio attuarsi. Anche se corrotti o dalle umane ambizioni e vanità o dalle loro passioni e dall'affigliazione all'idolo Giolitti (il «sinistro della malavita») gli italiani serbarono intatto il principio della fedeltà al loro paese, ch'era tutt'uno con altri principi comuni a repubblicani e monarchici, a Mazzini e Cavour, a Gioberti e a Garibaldi e, persino, alla vigilia dell'Internazionale, ai marxisti e sindacalisti che videro la guerra come un prolungamento della lotta di classe (Italia proletaria contro Imperialismo tedesco e austriaco), in cui le armi venivano fornite agli operai e ai contadini dal governo del Re. Il rivoluzionario Giuseppe Di Vittorio baciò la bandiera sabauda sulla piazza di Cerignola prima di partire bersagliere e il rivoluzionario Mussolini strinse la mano del Re in un ospedaletto da campo. Quella guerra faceva gli italiani e completava l'Italia: era un ideale (se possiamo ancora adoperare questa logora parola) pertinente al senso comune: tutti lo afferravano, in altri termini. Anche se l'eloquenza e le tragedie di d'Annunzio contribuivano a imbrogliare, accendendole, le fantasie degli italiani, gli italiani capivano all'ingrosso, che si trattava di una faccenda seria: completare la loro indipendenza e aprirsi ad una più libera vita economica europea.

Negli atti, nei pensieri, nelle parole degli uomini — di quasi tutti gli uomini eminenti di «quella democrazia» — si scopre una rigorosa coerenza. L'unità morale degli italiani offri resistenze insospettate in occasione del disastro di Caporetto in cui sì volle, per amore di polemica, ricercare le responsabilità assai più nell'ambito della politica interna che in quella della mera condotta tecnica e psicologica della guerra Un più freddo esame, come è mostrato nel testo, indica il vero 'valore (che non contrasta o spezza l'omogeneità della democrazia di quel tempo) di taluni deprecatissimi giudizi e discorsi, come quello del Treves, nell'estate del 1917. Della lettera circolare di Benedetto XV ai capi dei belligeranti si vedrà quale giudizio, anche se non tenero delle influenze vaticane, lo stesso Vittorio Emanuele dette a Lloyd George e ai ministri e generali alleati a Peschiera.

La vita dello stato e la nostra storia si svolgevano secondo ragione: si continuava la drammatica lotta per l'indipendenza, il processo formativo del Risorgimento confluiva nel lavorio di trasformazione della società italiana, già tratta dalla rivoluzione liberale dai suoi stati» economici medioevali e avviata per vigorosi e, a volte, tragici, impulsi delle correnti socialistiche a conquiste sempre più larghe.

Questa «trasformazione» fu il motivo dominante del lungo regno di Vittorio Emanuele III. Per accelerarla i suoi governi favorirono il sorgere è l'affermarsi di una borghesia industriale nel settentrione, arbitra traverso il pilotaggio delle masse, della vita economica del Paese; per offrirle lavoro e spazio, si imbarcarono nelle imprese coloniali e per allargare (« il sacro egoismo ») le possibilità di espansione economica di fronte alla gigantesca incombente industria germanica., l'Italia entrò nella coalizione occidentale, destinata (nelle sue ultime finalità) a ridurre il potenziale produttivo tedesco e a dissolvere l'impero austro ungarico in unità nazionali, facili, ulteriori mercati per le potenze vincitrici.

Il Patto di Londra e i compensi in Africa allargavano le possibilità di una colonizzazione «interna», che poi, il Fascismo effettuò razionalmente; i diritti di prelazione dell'Italia sull'Etiopia restavano intatti. Il complesso di queste finalità non mutò nel periodo di «sospensione» della democrazia, nel ventennio 1922-1943. Mussolini riassunse i motivi delineati nella politica estera italiana dall'avvento all'intervento e li svolse. Appare sempre più ovvio il sarcasmo dell'imperialismo» di quella politica che sebbene dell'imperialismo recasse i segni esteriori usciva dal Patto di Londra e persino, indirettamente, dal «parecchio» giolittiano. Sulla via di quell'u imperialismo» non ci spingevano, come denuncia Miti, le stesse potenze occidentali, democratiche e liberali, suggerendo una spedizione nientemeno che in Georgia, alla quale — eterni illusi — ci preparammo, persino, e vi profondemmo inutilmente il denaro pubblico?

Come non condivise e non approvò, probabilmente, le idee di suo Padre, Vittorio Emanuele III non mostrò simpatie per la Triplice e una volta Re cominciò a demolirla lentamente.

Il trattato, in effetti, aveva apportato all'Europa e all'Italia un trentennio di pace e di prosperità. Ma prendeva in termini di libertà quanto offriva in termini di sicurezza e di benessere.

All'ombra della Triplice l'Italia compì la conversione della rendita e l'assodamento di una struttura statale che il regno di Umberto I, tra moti sociali e guerra d'Africa, aveva notevolmente indebolita. Probabilmente, però, le forze rivoluzionarie che tendevano a disgregare la Triplice ripetevano i loro caratteri storici dall'anno 1848. Sotto questo punto di vista Re Vittorio interpretava nel senso più genuino la funzione e le origini del suo potere nato dalla rivoluzione liberale. I due Imperatori associati non s'illusero mai molto sui suoi sentimenti, sebbene Guglielmo abbia sperato sino agli estremi aneliti dell'Alleanza, telegrafando al re d'Italia: «Ho la più completa fiducia in Te» e l'altro, evadendo abilmente, a riaffermargli essere l'Italia intenzionata a rimanere in pace e in amicizia con «tutti ».

Erano le parole con le quali iniziò la politica estera del suo Regno (11 agosto 1900) nella constatazione dell'unanimità di cordoglio fattasi sulla salma di suo padre. Era già una dichiarazione di neutralità quel proporre l'Italia come «efficace strumento di concordia» tra le nazioni. Dopo meno di un anno un ingegnere e commerciante milanese, il Prinetti, va a ministro degli esteri. Il programma del Governo (Zanardelli presidente e Giolitti agli Interni) conteneva la dichiarazione concordata col Re: «serbare fede ai trattati e intrattenere rapporti di amicizia cordiale con tutte le Potenze». Era quella politica che venne detta dei due ferri al fuoco » o, con minore eleganza, del «cane del giardiniere»; solo più tardi Bulow la dirà del «giro di valzer» e Giolitti, impagabilmente, del «ballo sulle uova»; in definitiva la politica di un paese a limitata indipendenza.

Vittorio Emanuele favorì in ogni modo chi potesse aiutarlo a rendere sempre più larga quest'indipendenza. Il suo intervento personale e costituzionale nelle decisioni maggiori non è più da provarsi. Il Re regnava e crisi di poteri sino alla «sospensione» del ventennio non se ne verificarono più. Il «torniamo allo Statuto» del Sonnino aveva ridato colore e corpo alla figura piuttosto pallida del Capo dello Stato; la personalità forte e dura, pratica e precisa di Re Vittorio quei poteri rendeva più efficaci ed effettivi con l'esercizio di una sovranità dinamica non soltanto nell'esteriore ma nel significato e nelle conseguenze politiche di certe azioni.

martedì 11 novembre 2014

Vittorio Emanuele III fu il Re della virtù e dell'ordine borghese

di Giovanni Artieri

Vittorio Emanuele III fu il Re della virtù e dell'ordine borghese.

Con lui la « prosa » entrò finalmente nella storia civile di un popolo dominato lungo i secoli dai poeti, dai musicisti, dai proverbi e dalle canzonette - Egli stesso si fece «impiegato dello Stato», con una coscienza quasi calvinista del dovere - Viveva con poco, talvolta un piatto d'insalata e un bicchier d'acqua gli erano sufficienti.


Il Regno di Vittorio Emanuele III durò quarantaquattro anni: quattro volte undici. Questa cifra - diceva il vecchio Re - coloriva di cabala il suo destino. Ricorreva nella sua vita e sempre a certi quadrivi lieti o drammatici. Da coscritto aveva estratto il numero 1111; era nato l'11 novembre 1869; nell'anno 1911 cadde il cinquantesimo anniversario dell'Unità e il momento, forse, più chiaro e prospero dell'Italia: con la parità aurea della Lira e l'impresa di Libia.

In quel 10 di aprile del 1944, quando i rappresentanti dei Governi inglese e americano si recarono alla Villa Cimbrone, a Ravello, per imporgli di firmare il decreto per la nomina del Principe Umberto a Luogotenente, il suo Regno finiva e la cabala si avverava: 1900-1944, quattro volte undici. L'indomani firmò. Era l'11 del mese.

Non che fosse superstizioso. Nessuno più di lui fu vicino alle cose, alla realtà misurabile. Appunto questa mentalità aritmetica, numerale, gli permise di scorgere quel «ritorno». nella propria biografia. Era, in lui, così forte e continuo il riferimento ai numeri che - si disse - visitando una mostra personale del pittore Tosi, gli chiese quanti abitanti «facesse» il villaggio dipinto in uno dei più bei quadri esposti. Ed anche la vera stima ch'egli avvertì per certe qualità eminenti di Mussolini risaliva al suo amore per la irrefutabile e secca eloquenza dei numeri. Apprezzava sovrattutto nel suo Primo Ministro la facoltà di riassumere tutto all'osso, di estrarre il sugo delle cose, di serrarle – spesso - in poche cifre.

Educazione ferrea

Questo carattere ci offre anche  la chiave della sua passione numismatica.
Monete e medaglie, alla fine, fermano la storia, con un nome e qualche cifra, nell'avaro cerchio di metallo. Tutto, in poco. Ecco una parola che gli piaceva. «Poco». Per elogiare Mussolini diceva: «Vive di poco». Lui stesso era così: viveva con niente: talvolta un piatto di insalata e un bicchiere di acqua.

La frugalità della sua vita fu avvertita anche dai soldati al fronte, durante la prima Guerra mondiale. Qualcuno di essi, talvolta, fu chiamato a dividere il pezzo di pane e frittata o la cotoletta fredda del pasto di Re Vittorio durante le quotidiane ispezioni alle linee. E una volta che egli ritornò per molti e molti giorni sullo stesso settore (il fronte degli Altipiani), gli costruirono un sedile di pietra e legno, per evitargli di sedere per terra, sull'erba, a mangiare con i generali e gli autisti.
Questa inclinazione spartana veniva di lontano: dall’educazione ferrea, impartita al suo fisico non felice; ferrea, letteralmente, per le costrizioni ortopediche a cui fu assoggettato; e figurativamente, per il rigore degli studi, esercizi, lavori, esami cui il colonnello Egidio Osio, suo governatore, lo sottomise. Quello stile quasi disumano, di monacale semplicità, veniva dal dissenso della sua natura umbratile, meditativa, conseguenziaria, rispetto al fasto, ai luccicori, alla parata di magnificenza del regno di Umberto I e della Regina Margherita. La sua « socialità » nasceva dall'aver visto il 17 novembre 1878, a Napoli, il pugnale dell'anarchico Passannante calare sul petto di suo padre e colpire - nella stessa carrozza, accanto a lui - il Presidente del Consiglio, Benedetto Cairoli. Infatti, non senza tacito dissenso, egli si estranea dai drammi del Regno umbertino (Adua, i moti rivoluzionari del 1898 nelle città, le «jacquerie » dei fasci siciliani, la corruzione - sin da allora - del sistema parlamentare, chiudendosi   nella sua vita di militare, nell'amore per la giovane Principessa Elena; trascorrendo sul mare, principalmente, la maggiore e miglior parte del suo tempo.

Come un orologio

Con lui, e con Giolitti,  secondo una felice definizione di Prezzolini, la «prosa » entra. finalmente, nella storia civile italiana. Vittorio Emanuele diventa il Re «borghese»; modella attorno a sé (o cerca di farlo) una società italiana più grigia, più compatta, più seria. Lui stesso si fa «impiegato dello Stato»; si reca ogni mattina «in ufficio», al Quirinale. I guardportoni dei palazzi reali aggiustano l'orologio sull'ingresso della sua automobile nel cortile. Non vorrà, tra l'altro, mai permettere al suo Aiutante di campo di portargli la borsa delle carte. Non ammetterà deroghe al calendario delle udienze e agli argomenti fissati. Due sole volte vi è costretto: per il colloquio con Mussolini a Villa Savoia, il 25 luglio 1943, e per lo scontro con i commissari alleati Mac Farlane, Noel Charles e Murphy, che gli impongono, il 10 aprile 1944, di passare subito e non a Roma, come egli voleva, i poteri a Umberto.

Chi voglia penetrare nel carattere del vecchio Re deve insistere su questa sua natura lineare, raccolta, espressiva quanto può esserlo una figura della geometria. Contrastava, certamente, con la media complessiva dei caratteri, umori, disposizioni degli italiani: di un popolo, cioè, dominato lungo i secoli dai poeti, dai musicisti, dai proverbi e dalle canzonette. Per la poesia, si fermava a Dante (conosceva a memoria quasi tutta la Divina Commedia), mentre per la musica non andava oltre le marce militari dei capobanda reggimentali.

In questo Paese, sempre uguale a se stesso nei difetti e nelle virtù, Vittorio Emanuele cercò di rappresentare il parametro dei modesti e preziosi pregi borghesi: la semplicità, la dignità, una coscienza quasi calvinistica del dovere, il rispetto della legge, la rinuncia al «proprio particulare» in vista del bene comune. Fu un rivoluzionario in nome della Corte dei Conti e della Ragioneria generale dello Stato. Il suo esempio, quasi sublimatosi a leggenda durante la prima Guerra mondiale, aveva già raggiunto la collettività nazionale. Milioni di famiglie italiane del ceto medio in formazione, si modellavano sullo stile del Re borghese; imponevano ai figli i nomi di quelli del Re; salutavano con reverenza la sua carrozza o lui stesso, a cavallo, nelle solari mattinate di giugno per la festa dello Statuto. Il suo prestigio morale obliterava la esiguità della figura fisica ed anche la satira sovversiva dei socialisti; che da lui, oggi, ripetono l'eredità del centrosinistra e, non fosse per altro, dovrebbero accoglierne la Salma nel Pantheon.

La sua filosofia

Non deve meravigliare, dunque, se per la sua inclinazione all’ordine, sostenuto da una vera e propria filosofia di vago sapore panglossiano, per cui - alla fine - ogni traversia o travaglio  s'aggiusta per il meglio, accolse nello Stato il movimento fascista nel 1922. Sperava - con gli uomini di maggior rilievo di quel tempo - di ridurlo al denominatore democratico. I critici repubblicani di Re Vittorio, a questo punto, omettono la considerazione del moto «totalitario» di cui l'Europa era investita: un moto iniziato - si badi bene - non dai «fascismi» europei, ma dalla Rivoluzione russa dell'ottobre 1917. I «fascismi» europei nascono come figliuoli prodighi, come reazioni o precessioni ai movimenti rivoluzionari dei comunismi occidentali in alcuni paesi; primo fra tutti, l'Italia. Mussolini aggiusta la sua dottrina sui presupposti della statolatria e della fobia delle libertà democratiche, proprie al pensiero non di Marx ma di Lenin. Non è senza un curioso e fatale significato che a Dongo muoia - di piombo comunista, accanto ai fascisti - Nicola Bombacci, amico di Lenin e amico di Mussolini.

Il Regno di Vittorio Emanuele, con la fine della prima Guerra mondiale, entra di colpo nel tifone rivoluzionario. E' un fenomeno repentino, inatteso. L'Italia ha vinto la Guerra, ma vi accadono i rivolgimenti tipici di un paese sconfitto. Il grigio e mediocre paradiso giolittiano, ordinato, «ventisettista», fondato sulla lira-oro e sul bilancio in pareggio si dissolve al suono delle revolverate domenicali tra fascisti e comunisti.

Revolverate (ed anche cannonate) se n'erano tirate per le piazze italiane, dal tempo di Umberto I in poi, ma queste di adesso ripetono la tecnica delle trincee e la violenza degli assalti sui fronti di Guerra. Già per lo sciopero militare di Caporetto Re Vittorio aveva capito di dover dedicare a ciò che chiamava «la piccola gente» tutta la sua attenzione. Adesso, con Mussolini, quella «piccola gente» si accalca attorno allo Stato. Lui non può scacciarla.
Fu un errore non aver dissolto le squadre fasciste accampate, il 28 ottobre 1922, attorno a Roma? L'operazione, secondo alcuni, era possibile. E noi pure lo crediamo. Ma ancora una volta i maggiori uomini di quel momento sconsigliarono la forza. E a sconsigliare valevano per il Re Vittorio anche i ricordi del Regno di suo padre. Così come a sbarazzarsi del fascismo e di Mussolini, durante la crisi del 1924 per l'assassinio del deputato Matteotti, fu sconsigliato principalmente dall'assenza di uno strumento costituzionale che Camera e Senato avrebbero dovuto offrirgli.

Beninteso non si vogliono occultare o negare gli errori del vecchio Re; ma si vuole anche affermare la sua stupenda onestà e chiarezza, il suo disinteresse, la sua costante volontà e decisione di agire esclusivamente per il bene concreto del Paese. Fu uomo della sua generazione, una generazione di coraggiosi che non tremarono di fronte al possibile e spesso all'impossibile. Era dell'età in cui il Duca degli Abruzzi e Cagni vanno al Polo Nord senza aver mai visto un pezzo di mare ghiacciato.

Praticava le virtù cristiane di nascosto, possedeva il pudore della carità e dava generosamente. Forse fu scettico. Ma conobbe, come pochi specialisti i due Testamenti e, strano a dirsi, il Corano di cui citava a memoria le «sure» più significative.
Nel 1933 durante un viaggio in Egitto con la Regina Elena e la principessa Maria, volle rivedere il Convento di Santa Caterina d'Alessandria. L'aveva visitato già nel 1887, e indugiò, come tanti anni prima, a guardare di sotto in su i quattro enormi fichi indiani del cortile. Volle pure visitare la Chiesa e si trattenne dinnanzi ad un quadro vasto ed eloquente, del pittore viennese Ender, dipinto nel 1847, con la raffigurazione di Santa Caterina Vergine mentre disputa con i filosofi del Museo alessandrino.
Tra quella tela e il retro dell'altare, Vittorio Emanuele III si aggirò notando che, appunto, la fabbrica andava riparata e restaurata. Lasciò una grossa somma ai padri francescani e andò via. Il 31 dicembre del 1947 proprio lì, nel piano verticale dell'altare, venne murata la sua breve bara. Il vano fu chiuso da un marmo col nome e le due date estreme. Nel 1953, durante un nostro viaggio, sostammo dinnanzi a quella tomba. Tra la fredda tela del pittore viennese e l'intonaco grezzo essa ci parve buia, triste, tralasciata. Dalle colonne di questo giornale chiedemmo una lampada per il Re. I lettori dettero generosamente. Adesso quella lampada arde dinnanzi al marmo. E chiunque, inchinandovisi, ripercorra mentalmente la lunga, dolorosa vita di Vittorio Emanuele III, deve cedere al pensiero di trovarsi dinnanzi a una grande, complessa figura della storia nostra.