NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
Visualizzazione post con etichetta Principe Eugenio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Principe Eugenio. Mostra tutti i post

giovedì 5 maggio 2022

A Racconigi "Le gesta del principe Eugenio di Savoia Soissons" di S.A.R. Maria Gabriella di Savoia

Appuntamento sabato 7 maggio alle ore 16.30. Ingresso libero fino a esaurimento posti

 




Al Castello di Racconigi si tiene, sabato 7 maggio alle ore 16.30, la conferenza di S.A.R. principessa Maria Gabriella di Savoia dal titolo "Le gesta del principe Eugenio di Savoia Soissons". L'intervento si incentra sulla figura storica del principe Eugenio, nominato comandante generale di cavalleria dell’esercito asburgico e artefice della vittoria imperiale di Belgrado contro i turchi.

Intervengono Elena De Filippis, direttrice della Direzione regionale Musei Piemonte, Alessandra Giovannini Luca, direttrice del Castello di Racconigi, e Marco Galateri di Genola, presidente dell’Associazione Amici del Real Castello di Racconigi.

Ingresso libero fino a esaurimento posti.

Prenotazione obbligatoria: racconigi.prenotazioni@beniculturali.it


Fonte: Targatocn

venerdì 4 maggio 2018

Principe Eugenio di Savoia


Nato a Parigi nel 1663 dal Conte Eugenio Maurizio di Savoja Carignano e da una nipote del Cardinal Mazarino, il Principe Eugenio fu probabilmente il massimo generale della sua epoca; crebbe con una nonna che lo voleva destinare alla carriera ecclesiastica, cui egli però preferì il mestiere delle armi. Rifiutato dai Francesi per via della sua bassa statura – diniego di cui si sarebbero poi pentiti amaramente – offerse i suoi servigi all’Imperatore.

[...]


https://www.radiospada.org/2018/05/vita-est-militia-principe-eugenio-di-savoja/

mercoledì 7 dicembre 2016

GUERRA E GLORIA: PRINCIPE EUGENIO DI SAVOIA

Genio militare, eroismo bellico e nobiltà romantica dipingono solo in parte la straordinaria e notevole biografia di Eugenio di Savoia, salvatore d'Europa e soldato di tre Imperatori.
Federico Mosso – Lunedì 5 settembre 2016  

La terra trema: ventimila uomini dell’esercito imperiale asburgico marciano senza sosta verso Torino, capitale del Ducato di Savoia, guidati dal principe Eugenio, il Prinz Eugen. Corre l’anno 1706 e il Piemonte è occupato dalle truppe franco-spagnole,  acerrime nemiche dei Savoia durante la guerra di successione per il trono di Madrid. Intorno alle mura della capitale sabauda, chilometri e chilometri di trincee sono scavati per permettere ai fanti del Re Sole di cingere d’assedio i difensori del ducato. Con un lungo cannocchiale sbirciano la notte dal fortino piemontese sul Monte dei Cappuccini: il palcoscenico della guerra è illuminato dai fuochi delle artiglierie e dagli incendi dentro le mura. Che magnifica e terribile bolgia insonne, un pandemonio! Laggiù, migliaia di soldati si muovono agitati sulle passerelle, lungo i sentieri scavati nella terra, tra i mortai dalle larghe bocche; escono ed entrano come tante formiche frenetiche e terrorizzate dal fuoco in buchi neri che portano alle gallerie sotterranee dove viene combattuta l’ altra battaglia, quella in profondità, quella che non si vede,  per le talpe con i pugnali fra i denti che giocano a lanciare granate con la miccia corta, o cortissima. E talvolta infatti, la terra esplode. Ecco, una batteria francese alzarsi dal suolo dalla spinta di un bagliore bianco-giallo-rosso, e vanno in pezzi uomini e cannoni: è il lavoro delle truppe speciali torinesi, i minatori del Duca, che strisciano di sotto, e piazzano grandi botti sotto il culo dei gallispani, con gli omaggi di Sua Maestà Vittorio Amedeo II.
“Charger! … Feu!”
Strillano fino a ferirsi la gola, gli ufficiali di Francia, e i cannoni rispondono ai comandi migliaia di volte, sputando palle pesanti che tentano di aprire brecce sulle possenti mura della Cittadella, ma nulla, la pietra è rosicchiata ma non crolla, e allora le bocche da fuoco vengono alzate di un poco, e si bombarda la città che non si arrende, la città che ha la cinghia stretta e il volto sporco di fuliggine ma non alza la bandiera bianca, fiera. Ispiriamoci alle mirabolanti avventure del barone di Münchausen. Come se una palla di cannone avesse gli occhi, guardiamo la sua prospettiva di viaggio, noi siamo adesso la palla di cannone da 40 libbre (son 18 chili, fanno male se ti prendono in testa ai 300 km/h). Un bombista bretone, mostrato a intermittenza dai bagliori degli scoppi,  tozzo e nero di lerciume, ci sceglie da un mucchio di altre, ci accarezza, sogghigna con solo due denti buoni, ci bacia al sapore di vino acido, da suo rito personale.
“Bon voyage, ma petite fille.”
Scivoliamo dentro la canna di ferro, buio, poi udiamo il comando secco feu! gridato roco, e un lampo ci acceca. In orbita, una stella cometa vola sopra il campo di battaglia di Torino e le sue esplosioni nel cuore della notte sabauda, le grida ora sono solo rumori smozzicati, il vento ci avvolge, ci fa girare su noi stessi, ci alziamo in aria, sopra gli uomini che si fanno la pelle a vicenda, oltrepassiamo i bastioni illuminati dalle fiamme, scorgiamo in un pezzetto di attimo i difensori senza sonno che affollano i camminamenti delle mura bucherellate, anche loro instancabili a caricare bombarde e moschetti e a bestemmiare forte sotto i vessilli con l’effige della Consolata, adesso siamo sopra le case della città, sotto di noi il Quadrilatero Romano, Boja Fauss precipitiamo, velocissimi, tra poco impattiamo, Giuda Crin, picchiamo secchi sul campanile di Sant’Agostino, rimbalziamo come flipper, sfondiamo di naso un muro del palazzo nobiliare di signori conti, salutiamo nel salotto con il nostro passaggio velocissimo il signor conte con la gotta, la signora contessa con cane carlino, la vecchia suocera rimbambita di lui, un servo in livrea che rovescia il vassoio con la cioccolata, sfondiamo il ritratto di un  parruccone prelato e un’altra parete, roviniamo in strada tra due mercenari svizzeri ubriachi marci che balzano sui muri di lato come gatti sotto una secchiata d’acqua, mannaggia il demonio non è finita, ancora un bel rimbalzo in aria con il fiato strozzato e poi giù nella via Conte Verde, bassofondo e territorio di osterie mal frequentate e bordelli a buon mercato, davanti alla locanda dell’ Inferno interrompiamo una rissa al coltello tra granatieri crucchi e fanti canavesani, c’è ancora tempo per una spallata ad un edificio; la palla di cannone, cioè noi, finisce la sua folle corsa nel catino di una puttana zoppa, che guardiamo sotto le voglie di un sergente sudato e ansimante a cui abbiamo rovinato l’apice del piacere del materasso acquistato con mezzo tallero d’argento, ma Deo Gratias, non abbiamo stecchito nessuno. I giorni 6 e 7 settembre c’è l’ attacco rabbioso degli uomini del Principe Eugenio con violenti assalti di fanteria prussiana e cariche di cavalleria. Sono fiumi umani in piena che travolgono accampamenti e compagnie avversarie. Le baionette affondano nelle pance francesi e le sciabole mozzano teste spagnole, mentre il concerto con moto malvagio dell’ artiglieria fa sentire i suoi tuoni di grancassa e timpani. Fuggono i gallispani, in rotta. Torino è  liberata dal cappio dell’ assedio e i suoi eroi, il Duca Vittorio Amedeo II e il Prinz Eugen, con le parrucche delle grandi occasioni, entrano in trionfo da Porta Palazzo, e il Duomo ringrazia il cielo con il solenne inno del Te Deum.
Tu rex gloriae, Christe. / Tu Patris sempiternus es Filius./ Tu, ad liberandum suscepturus hominem, / non horruisti Virginis uterum. / Tu, devicto mortis aculeo, aperuisti credentibus regna caelorum. / Tu ad dexteram Dei sedes, in gloria Patris. / Iudex crederis esse venturus.
Quello appena concluso è lo scontro finale di un lungo assedio durato quasi quattro mesi di primavera-estate d’inizio settecento, 117 giorni per l’esattezza. Non si tratta di un episodio secondario della storia d’ Europa, tutt’altro, a Torino si è combattuta una Stalingrado del XVIII secolo; qua, sotto le sue mura, i sogni continentali ed extra continentali di Luigi XIV s’ infrangono una prima volta, nubi offuscano il Sole, suo nipote Filippo sarà sì Re di Spagna come il nonno aveva desiderato, ma il trono è ben separato da quello francese. Non ci sarà una superpotenza indistruttibile franco-iberica, inoltre inizierà l’ inesorabile declino di quello che un tempo era impero immenso: la Spagna decade e l’ Inghilterra la scalza e domina i mari. Gli Asburgo s’impongono in Mitteleuropa, nasce il regno militare di Prussia, i Savoia, ambiziosi guerrieri in ascesa, sono adesso  Re. La battaglia è vinta dai sabaudi per varie ragioni; una di esse è l’ indiscutibile abilità bellica di Eugenio di Savoia, uno dei protagonisti più celebri e in gamba dei campi di battaglia europei a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, periodo di odi dinastici, scontri orientali con i sempre turbolenti turchi e lotte per l’ egemonia sul Vecchio Continente mai in pace.
Eugenio è considerato da molti storici come l’ultimo grande capitano di ventura, un nobile mercenario, un condottiero fedele alla casata degli Asburgo (e generosamente  ripagato per i suoi sforzi ) che dalla Vienna imperiale resiste salda alle dolorose spallate degli ottomani da meridione e da Luigi XIV da occidente. Nato nella Parigi del Re Sole, è decisa per lui la carriera religiosa dall’indiscutibile volere dell’ odiato monarca francese, suo tutore. Eugenio, che di gran lunga  preferisce la strada delle lame e del sangue ad una vita di Pater Noster e ostie, fugge dalla Francia mascherato da donna per riparare presso la protezione austriaca di Leopoldo d’ Asburgo. Rulli di tamburo da guerra: colonna sonora della biografia del condottiero. Eugenio, Eugen, sale in groppa ad un destriero dei dragoni del Sacro Romano Impero. Battezza l’acciaio della spada con il sangue turco nella battaglia di Vienna contro le schiere di Maometto IV, dove mostra subito la propria concezione dell’ arte bellica: in prima fila a spronare i suoi uomini alla carica e non come altri generali più oziosi che considerano la guerra come una partita a scacchi da condurre tra gli agi della propria tenda. Conquista gradi, guadagna gloria, si procura cicatrici. Pare che quando si getti all’assalto, il suo volto si dipinga di una smorfia feroce ipnotizzata dalla morte e che inciti i suoi con grida e imprecazioni, seguito dai suoi sanguinari cani da caccia lanciati eccitati a fauci spalancate nella grande zuffa. Freddo e risoluto, ama nei momenti di difficoltà in mezzo alla baraonda della lotta sniffare tabacco, di cui le sue narici ne vanno ghiotte. L’armata del Principe è un vero e proprio esercito internazionale, europeo. Tra i ranghi marciano e combattono italiani, tedeschi, spagnoli, svizzeri, francesi, slavi, ungheresi.
A Zenta, in Serbia, nel 1697, con un esercito di mercenari scalcagnato e senza paga, riesce a compiere un’ imboscata colossale. Attacca gli ottomani che, tranquilli e ignari del pericolo di belve in agguato,  attraversano a migliaia il fiume Tibisco su ponti di barche. Le truppe del sultano sono in quelle ore così vulnerabili, ed Eugenio ne approfitta, le belve balzano sulla preda. Il nostro Feldmaresciallo li fa a pezzi sulla sabbia, li guarda affogare. È un successo che ha risonanza in tutte le corti,  Eugenio di Savoia è un grande condottiero, è nata una stella nella storia militare del continente. La sua capacità strategica detta  il corso della storia quando in Baviera, insieme all’ amico inglese Duca di Malborough, nonché antenato di Winston Churchill,  affronta i francesi nella vittoriosa battaglia di Blenheim che di fatto blocca l’ avanzata del nemico fino a Vienna. Se la campagna militare franco-bavarese fosse riuscita, sarebbero cambiati inesorabilmente i destini d’ Europa e i suoi assetti di potere.
Terribile è l’ esperienza della carneficina di Malplaquet, o battaglia dei due Re, in Belgio, sempre nello scenario della guerra di successione spagnola. Otto ore di lotta furibonda iniziata in una mattina di nebbia spessa, inquietante. Decine di migliaia di uomini sono in formazione ad aspettare la danza con la morte: danesi, sassoni, francesi, piemontesi, olandesi, inglesi, bavaresi, irlandesi, scozzesi, svizzeri, spagnoli … quante nazionalità! C’è mezza Europa, in mille uniformi, bandiere, marce di guerra. Calma, non si muove una mosca, la quiete prima della tempesta. E d’ improvviso la nebbia grigia è squarciata dal fuoco a volontà dell’ artiglieria. Il campo è caos, si susseguono i bombardamenti, le file di moschetti falciano le formazioni in attacco, gli uomini cadono, i cavalli pure, nel bosco di Sars avvengono cruenti scontri all’ arma bianca, gli squadroni di cavalleria contrattaccano senza badare alle perdite, nei trinceramenti si scannano uno sull’ altro, spade e baionette s’ incrociano tra gli alberi, scorre tantissimo sangue. Infine, nel primo pomeriggio, Malplaquet diventa teatro di un’ immane combattimento tra cavalieri, squadroni su squadroni intervengono uno dietro l’ altro nella mischia di nitriti e sciabole. Da una parte attaccano e ripiegano Carabiniers e Dragoni della Maison du Roi, dall’ altra contrattaccano e si ritirano gli imperiali a cavallo e i cavalieri dell’ Assia-Cassel. Sul campo rimangono circa 30.000 uomini, quel terribile 11 settembre del 1709. La vittoria è di nuovo dalla parte di Eugenio e del suo vecchio camerata John Churchill duca di Marlborough; però a quale prezzo! Le truppe imperiali sono ridotte così male che non riescono a inseguire i francesi perché letteralmente crollano sul terreno, esauste dopo un’ intera giornata di botte da orbi senza tirar fiato. Un generale inglese, tale Lord Orkney, dice su quel giorno maledetto:
 “Prego Iddio che questa sia la mia ultima battaglia”.
Battaglia di Belgrado, guerra austro-veneto-turca: mamma li turchi, di nuovo. Eugenio marcia nei Balcani per prendere la piazzaforte di Belgrado, tenuta dalla guarnigione ottomana di Mustafà Pascià. Inizia l’ assedio, ma alle spalle arriva un altro esercito nemico, forte di 150.000 uomini. Si crea una situazione di doppio assedio. Gli austriaci circondano i turchi asserragliati dentro le mura di Belgrado, altri turchi circondano gli austriaci assedianti, in un groviglio di trincee e batterie. Le battaglie si vincono anche con la fortuna, e la buona sorte aiuta Eugenio quell’estate belgradese. Un proietto di mortaio colpisce in pieno la santabarbara della fortezza. È un’ esplosione gigantesca, infernale, mai vista prima. Muoiono 3.000 nemici in un colpo solo, un’ atomica settecentesca. È l’ occasione buona. Allo scoccare della mezzanotte del 16 agosto del 1717, il principe ordina l’ attacco totale, tutti devono partecipare. Gli ottomani non se lo aspettano, di notte non si combattono le battaglie campali, invece Eugenio rompe gli schemi, l’ oscurità gli è musa. Comandante eccezionale, è lì a cavallo a condurre personalmente l’assalto, alla testa dei suoi, senza paura. I giannizzeri, la guardia pretoriana della Sublime Porta, casta guerriera di Costantinopoli, cede, arretra, è in rotta.
Tra una ferita e una carica di cavalleria, il Prinz Eugen trova anche tempo per spendere parte degli immensi bottini accumulati in anni di avventure. È Principe ricchissimo, rispettato, invidiato, odiato. Si fa costruire un lussuosissimo castello a Vienna, il Belvedere, che riempie di opere d’arte e di volumi preziosi, suoi fedeli amici. Mastino della guerra, sicuramente, ma anche uomo di grande cultura. Nel parco vuole pure un ricco giardino zoologico con più di cinquanta specie esotiche tra cui gli amatissimi leoni. Le malelingue dicono di lui che sia omosessuale: anche se fosse sarebbero fatti suoi, comunque sono solo calunnie volte a screditarlo presso la cattolica corona asburgica, che se ne frega di quei mormorii da cicisbeo invidioso, perché ben si rende conto dello straordinario valore di quel comandante imparentato stretto con i signori di Torino. A corte, piccoli uomini e cortigiane arrampicatrici lo denigrano per la sua fama e per l’ alta considerazione che tre Imperatori hanno di lui; i mediocri rosicano mentre gli eroi cavalcano nell’immortalità. Nonostante avesse scherzato con la morte in innumerevoli occasioni, muore in poltrona, addormentandosi per sempre una mattina di aprile del 1737. Gli intitoleranno marce, navi, corazzate, formazioni militari.
Un giorno Eugenio di Savoia, il salvatore di Torino, così si rivolge alla giovane Maria Teresa, futura Imperatrice d’Austria: 


“La pace, mia cara bambina, è meglio di ogni altra cosa al mondo. Tuttavia per difenderla, occorre essere disposti anche a fare la guerra.

martedì 11 ottobre 2016

Eugenio, il Savoia austriaco che sconfisse l’esercito del Re Sole

di Alessandro Barbero

L’intervento di Alessandro Barbero a un incontro sull’assedio di Torino del 1706, che si terrà il 13 ottobre. I tanti segreti, molto ben custoditi, del grande condottiero.

L’identità di un Paese si regge anche sulla narrazione del passato. In Italia, dal Risorgimento fino all’ultimo dopoguerra, ha avuto un’eco importante il mito della dinastia guerriera dei Savoia e della vocazione bellicosa del Piemonte, dal cui piccolo esercito traeva la sua genealogia l’esercito italiano.

Un mito non è necessariamente inventato di sana pianta. Alla fine del Seicento l’ambasciatore veneziano a Torino scriveva: «Il signor Duca di Savoia si può gloriare di essere l’unico principe d’Italia che tiene vivo nei suoi popoli l’antico valore della nazione». Gli italiani impoveriti si ricordavano ancora che nel Rinascimento erano loro a dominare i campi di battaglia, e consideravano con malinconia la smilitarizzazione dei loro piccoli Stati, con un’unica eccezione, appunto: il Piemonte sabaudo. Ma perché su questa base si sviluppasse un mito dal potente impatto propagandistico occorreva un evento fondante: e quell’evento ebbe luogo quando nell’estate del 1706 gli eserciti del Re Sole, invaso e devastato il Piemonte, misero l’assedio a Torino.

La trasformazione dell’assedio in epopea cominciò quando il soldato Pietro Micca si sacrificò per far saltare in aria una galleria sotterranea invasa dai francesi. E pazienza se la verità è forse che il sergente furiere, per risparmiare, gli aveva dato una miccia troppo corta, come suggerì Umberto Eco in una memorabile Intervista impossibile. Pietro Micca è diventato un eroe di quella storia d’Italia che una volta si insegnava ai bambini, insieme a Pier Capponi, Francesco Ferrucci, Balilla e Enrico Toti. La scoperta che il duca ricompensò la vedova dell’eroe assegnandole come vitalizio una razione di pane al giorno ha poi autorizzato i soliti pettegolezzi sull’avarizia dei Savoia; ma i tempi erano duri, e il Paese povero.

[...]

martedì 23 aprile 2013

La Monarchia e il Fascismo- secondo capitolo - VI


L'occupazione delle fabbriche e la sconfitta del socialismo.

Il settembre di questo 1920 segna sul calendario politico un fatto di eccezionale importanza, frutto della propaganda che abbiamo illustrato. In seguito ad intemperanze e violenze allo stabilimento dell'Alfa Romeo la direzione decide la serrata. Gli operai occupano le officine ed il male dilaga in tutta l'Italia col sequestro dei dirigenti. La Nazione è completamente paralizzata nella produzione. Non uno stabilimento funziona dopo l'occupazione operaia, incapace questa di ogni direzione sia tecnica che amministrativa. Quando gli industriali metallurgici offrono i loro stabilimenti agli operai per la conduzione diretta, questi sono costretti a rifiutare per mancanza di capacità e di preparazione a qualsiasi lavoro organizzativo. Lo sciopero e la conseguente occupazione delle fabbriche hanno per effetto di dimostrare alle masse operaie la loro immaturità alla gestione diretta della produzione e Giolitti ha il merito di metterle di fronte al problema provocando la confessione di questa loro immaturità. Unica realizzazione  Il decreto che sancisce il principio del controllo sindacale nelle industrie.
Anche quelli che criticano aspramente il contegno del governo per il suo non intervento devono riconoscere che la decadenza dello spirito rivoluzionario delle masse incomincia appunto da questo fallito esperimento. E poi, l'efferatezza dei delitti del bolscevismo, l'eccidio del brigadiere Ugolini a Milano, degli studenti Sonzini e Scimula a Torino richiamano la parte sana del paese alla realtà. Durante i funerali della madre del senatore Agnelli, mentre     tremila operai assistono a capo scoperto alla cerimonia, un loro esponente lo invita a tornare alla direzione della Fiat che non riesce a riprendere vita per la mancanza di dirigenti. Giolitti, rispondendo 5 mesi più tardi all'on. Sarrocchi così spiegherà la sua tattica: «Ho lasciato che l’occupazione delle fabbriche      avvenisse per evitare una quantità enorme di fatti sanguinosi. Io non potevo mettere una guarnigione in più di 600 fabbriche immobilizzando così tutte le forze pubbliche. Parliamoci chiaro: o dovevo impiegare l'intero esercito e tutte le forze pubbliche ad occupare le fabbriche o seguendo il consiglio di qualcuno mandare l'esercito e l'artiglieria ad ammazzare migliaia di operai per una questione di salario, soltanto di salario».

Le maestranze occupano gli stabilimenti costituendo quelle commissioni interne che proprio in questo periodo hanno in Russia proclamato fallimento. Arrivano di laggiù, portate dai socialisti italiani recatisi a visitare il paradiso sovietico, notizie impressionanti. Gli stabilimenti sono deserti oppure in preda al disordine ed all'anarchia. Lenin stesso - che ha già abolite le 8 ore di lavoro portandole a 10 e 12 - aveva dichiarato pochi mesi prima sulle Isvestia: «Noi dobbiamo vincere il pidocchio, altrimenti il pidocchio farà perire la nostra rivoluzione. Adesso, è tempo di dire la stessa cosa dell'immondizia che sì è accumulata dovunque a un punto tale che minaccia di sommergerci letteralmente». E la Pravda aggiunge - «A Mosca, in cui le condizioni sanitarie sono migliori che in altre città, più di 500 mila tonnellate d'immondizia sono accumulate in questo momento». Lo stesso Serrati riferisce di essere rimasto impressionato per un certo manifesto affisso nelle officine e sormontato da un enorme disegno rappresentante un pidocchio, monito agli operai che trascuravano l'igiene ed il lavoro, risultato della mancanza di una direzione unica e di disciplina. Ma le Isvestia sono ancora più esplicite quando attribuiscono tutto questo disordine alla incapacità delle commissioni interne: « I consigli di fabbrica ed i comitati operai, costituiti con lo scopo di mantenere la disciplina nei centri industriali, sono diventati, contrariamente all'intenzione, sorgenti di danno all'industria nazionale ed hanno demoralizzato le masse operaie spingendole alla distruzione degli utensili delle  fabbriche. In conseguenza i consigli
di fabbrica e i prenominati consigli operai sono dichiarati sciolti dal giorno d’oggi.

Trotscki nominato commissario dei trasporti emanava un'ordinanza sulla quale è detto testualmente:
La libertà di lavoro è possibile soltanto nella società     non è possibile nello Stato comunista, il quale pensa invece ai lavoro forzato ». Ed aggiunge: << Tutti gli operai e gli artigiani saranno inviati nelle officine e saranno trasportati da un luogo ad un altro, secondo  le indicazioni del governo. Non avremo     pietà per i contadini faremo con essi dei battaglioni di operai sottoposti alla disciplina militare. I loro capi saranno comunisti Queste truppe requisiranno dai contadini il grano, la carne, il pesce, per assicurare il nutrimento degli operai che lavorano». Contemporaneamente si ha notizia della pubblicazione della legislazione bolacevica che all'articolo 35 porta: «A partire dalla messa in applicazione del presente decreto relativo ai tassi di salario qualsiasi sciopero è proibito ».

L'occupazione, fabbriche - come abbiamo detto - si risolve in un enorme fallimento e dimostra l'assoluta immaturità delle masse alla gestione aziendale. Non uno stabilimento funziona, l'Italia ha arrestato ovunque la sua attività produttiva per un inconcepibile atto di follia di alcuni politicanti. Una intesa fra industriali ed operai realizza in favore di questi il cosiddetto controllo stalla produzione, del quale se ne farà in seguito un'arma politica con gravissimo danno dell'economia nazionale. Ma l'esperimento socialista si risolve in un beneficio a favore del fascismo e l'on. Ivanoe Bonomi tre anni più tardi confermerà: «Il paese si leva quando già il socialismo comunista ha fatto la sua grande prova - l'occupazione delle fabbriche - e l'ha perduta... E si leva impetuoso - specialmente nelle regioni che più hanno sofferto la dominazione comunista - senza capi, senza guide, senza segni di raccolta... Corrono a lui reduci di guerra, intellettuali, studenti, professionisti, piccoli borghesi mossi da uno spirito idealistico di libertà e di patria, in opposizione alla prepotenza bruta di folle incolte e illuse...» (1). E così Francesco Saverio Nitti scriverà nel 1928 quando sarà già fuoruscito a Parigi: «Come capo del Governo italiano e ministro dell'Interno ho potuto rendermi conto della natura del rivolgimento operato dal fascismo. In Italia, come in Germania, è stato un movimento delle classi medie, esasperate dall'antipatriottismo e dal discredito della guerra e soprattutto dalla brutalità del marxismo. E' stato il movimento della piccola e media borghesia con la quale hanno simpatizzato intellettuali, piccoli borghesi e piccoli industriali » (2).

(1) Ivanoe Bonomi: Dal socialismo al fascismo. Ed. Formiggini, 1924.

(2) F. S. Nitti: La disgregazione dell'Europa. Ed. Faro, Roma.

lunedì 4 giugno 2012

Eugenio di Savoia Difensore della Tradizione e della Cristianità II Parte


di Gianluigi Chiaserotti

Dalla conversazione tenuta il 20 novembre 2005 a  Roma al Circolo di Cultura e di Educazione  politica “Rex”




Sempre a Vienna, nel cuore della città, l’imperatore Francesco Giuseppe d’Absburgo (1830-1916) gli fece erigere  (1859) un monumento equestre modellato dal Fernkorn proprio di fronte al palazzo imperiale nella Heldenplaz. Vi è un monumento anche a Budapest, dinanzi all’entrata principale del Palazzo Reale ed affacciato sul Danubio. Sul basamento del monumento viennese, nelle tre targhe di bronzo, si legge:  “Al saggio consigliere di tre imperatori”, “Al glorioso vincitore dei nemici dell’Austria”, “Al Principe Eugenio, il Nobile Cavaliere”. I tre imperatori furono: Leopoldo I, Giuseppe I e Carlo VI.

Una cantabile melodia, nata sul campo – durante l’assedio di Belgrado – recita: “Prinz Eugen, der edle Ritter….. (il Principe Eugenio, il nobile cavaliere…….)”. Tuttora l’inno ufficiale della nostra cavalleria è la “Marcia del Principe Eugenio”, composta, nel 1914, da Gustav Leonhardt.

Scrive di lui un grande storico della Chiesa: “terminava la serie delle Crociate, da Goffredo di Buglione sino ad Eugenio di Savoia”.

Lo storico, generale Carlo Corsi, nel 1884, scrisse di Eugenio di Savoia che “(…) sovrastò gli altri Capitani dei suoi tempi per l’ingegno strategico e per la severa osservanza della militare disciplina. Tolse regola a’ suoi atti dalle qualità del terreno e del nemico e fu altrettanto pronto e vigoroso nell’eseguire quanto audace nell’immaginare, sicchè potè condurre a buon esito imprese che apparvero temerarie (…) Lo si addita come sommo nel condurre le marce e nello scegliere il punto ed il momento opportuno per gli assalti decisivi. Oltre la nobiltà del sangue e dei modi, concorsero a procacciargli il rispetto e la devozione dei capi e delle milizie la severità dei costumi, la maestà della parola ed il freddo coraggio veramente meraviglioso, ch’era attestato dalle ferite toccategli in tredici battaglie.”                    Ed ancora, il poeta e drammaturgo austriaco Hugo von Hoffmannsthal (1874-1929), nel 1914, scrisse di lui, fra l’altro, parole divenute  famose: “(…) rimanere alla testa di un esercito, come egli rimase, conducendolo a battaglie e poi ancora a battaglie, ad assedi e poi ancora ad assedi, per trentanove anni. Tirarlo fuori dal fiume Sava, condurlo in Lombardia e poi indietro, attraverso il Tirolo verso la Baviera e sul Reno e poi di nuovo giù nel Banato e su, un’altra volta, nelle Fiandre. Cadere ferito per tredici volte e poi di nuovo sul cavallo, di nuovo in tenda, di nuovo in trincea. Ed i suo sguardo d’aquila su tutto, sull’esercito e sulle salmerie, sull’artiglieria e il territorio e il nemico. E la brevissima preghiera prima dell’azione” come prima abbiamo ricordato “quel di lui “Mon Dieu!”, con uno sguardo verso il cielo, eppoi il segno “Avancez!”, con un unico breve movimento della mano. Spingere tutto ciò, sempre avanti, con la sola forza della volontà. E mantenere ogni cosa in vita, imporre tutto con forza vitale, compensare, nutrire, penetrare tutto col suo spirito, e per trentanove anni. Quale fatica d’Ercole!”.
Il filosofo francese Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) giudicò Eugenio di Savoia: “(…) un filosofo guerriero, che considera con indifferenza la sua dignità e la sua gloria, discorre degli errori che ha commesso con la massima schiettezza, come se parlasse di un altro e che è più caldo ammiratore delle altrui virtù che delle proprie.”

Il Principe Eugenio, nel corso del lungo esilio dei nostri Sovrani, fu ricordato almeno due volte, ed a Vienna. La prima fu nel 1963, Terzo Centenario della nascita, alla presenza del Principe Adalberto di Savoia-Genova, Duca di Bergamo, (1898-1982), in rappresentanza del Re Umberto II, e la seconda nel settembre 1986, 250mo anniversario della scomparsa, alla presenza del Principe Vittorio Emanuele di Savoia, ci siam recati nel Duomo di Santo Stefano nella Cappella dedicata al Nostro, e dove abbiamo provato, innanzi all’”urna” del “forte” Eugenio, una rinnovata patriottica scintilla foscoliana.

Non Vi abbiamo volutamente parlato della vita privata del Principe Eugenio di Savoia, di cui ben poco si conosce. Possiamo dire solo che era un uomo occupatissimo, modesto nel vestire – solitamente indossava una giubba di panno scuro, senza distinzioni – non si sposò e non si creò una propria famiglia. Ma un unico fatto conosciuto, che dia la sensazione di un omaggio profondo e duraturo alla Femminilità, è la sua lunga, costante, palese amicizia con la contessa Lori (Eleonora) Batthyani, splendida dama e gentildonna di grande intelligenza e di eccezionale cultura, alla quale il Principe rendeva visita nel di lei palazzo in Vienna, e ciò anche il 20 aprile 1736, ultima sera della vita del Nostro.                 Non abbiamo altresì accennato a’ diversi e multiformi aspetti della sua vita pubblica, ma solo e soltanto sottolineato i maggiori titoli della sua grandezza: la difesa dell’Impero, dell’Europa e della Civiltà Cristiana. Grandezza che trae la sua fonte dalla lotta, dal sacrificio, da una forza messa al servizio dei grandi ideali. Se questi ideali non sono morti, se vera grandezza fu quella di Eugenio, non sarà grandezza, non sarà nobiltà, non sarà eroismo, quello di chi, confidando nell’aiuto di Dio, vorrà dedicare le sue energie a difendere anche oggi, nel Terzo Millennio dell’Era Cristiana, l’Europa e la Civiltà Cristiana dai suoi nemici, in una lotta che non è militare, ma prima di tutto ideologica e morale?

L’Europa del Nostro era romana, cristiana e libera in campo politico, militare, scientifico, letterario ed artistico in un’epoca in cui – fra l’altro – netta era ancora la distinzione fra il bene ed il male, fra le virtù ed i vizi e fra la verità e la menzogna. Ed Eugenio è la personificazione di ciò!

Eugenio, il grande “defensor christianorum” – emulo dei grandi da Lepanto a Belgrado (vittorie tutte ispirate dalla Madonna, come più volte abbiamo detto e scritto) – solo con la sua fede in Dio e nella Madonna potè arrivare a tanto e fare tanto per la Chiesa e contro gli infedeli. Egli è la personificazione dell’uomo che respinge la tentazione della mediocrità e della resa per la resa e pone innanzi a tutto la fedeltà, il dovere, il sacrificio e la lotta. Egli è un crociato nel senso che la Storia, Maestra di vita, ci tramanda questa figura. E le Crociate sono tutte un’ispirazione mariana.

Rodi, Lepanto, Vienna, il filo conduttore è sempre lo stesso: combattere, in nome di un’ispirazione, il male e gli infedeli.

La scelta di Eugenio deve  essere la nostra scelta contro l’attuale male, odio e violenza verso una pace anche e soprattutto interiore.

Noi per il futuro vogliamo la pace; quella vera a cui tutte le forze del nostro cuore, sinceramente e profondamente aspirano.

Eppoi la visione dell’Europa che il Principe Eugenio ha, per il futuro, ispirato, e che si è concretizzata nel 1989 con la caduta dei regimi estranei che da oltre quarant’anni imperversavano nell’europeissimo est europeo.

Ed ecco che si torna a parlare di Monarchia: di sentimenti tradizionali, di interesse per le nobili figure dei Re: Michele per la Romania, Simeone per la Bulgaria, Wladimiro per la Russia, Otto d’Absburgo per l’Ungheria. Si torna a parlare di Monarchia nei paesi che, fino al 1918,  erano il cuore dell’Europa tradizionale e sopranazionale. Solo in Italia si continua ad addurre ai Savoia colpe, se di colpe di deve parlare, che furono di altri.

Quindi Eugenio Francesco di Savoia Carignano Soissons è la Tradizione, è l’Europa.

Perché coloro che hanno redatto la Costituzione Europea - solennemente sottoscritta a Roma il 29 ottobre 2004 - non hanno tenuto conto nel c.d. “Preambolo” di questi valori? I valori cristiani e tradizionali che hanno rappresentato, che rappresentano e che rappresenteranno il nostro Continente. I valori fatti propri da Eugenio. Valori, come ho già detto, che poi sono gli stessi da Lepanto in poi.

Questa è la strada mostrataci da Eugenio!

Nell’attesa del fulgido giorno, di quel sole “libero e giocondo” che è il restauro della Monarchia, partiremo spiritualmente da Roma, perché italiani, perché europei e proclameremo l’opera e le gesta indicateci del grande Eugenio Von Savoy che benediremo.

In ogni epoca, come abbiamo ampiamente visto e commentato, l’umanità ha dovuto combattere contro il c.d. “male”, che potevano essere i barbari nell’antica Roma, gli infedeli ai tempi delle Crociate, la cupidigia, che sotto l’allegorica forma di una lupa, Dante, nella sua “Commedia” al Canto I dell’Inferno, di essa dice:


“Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ‘l Veltro
verrà, che la farà morir con doglia.”

E’ la profezia “ante eventum”, l’unica tale nella Divina Commedia.
Sarà venuto questo “Veltro”.
Con una libera interpretazione potrebbe essere stato Eugenio di Savoia Carignano Soissons?  

lunedì 5 marzo 2012

Eugenio di Savoia – il Prinz Eugen – il salvatore di Torino.

Ventimila uomini dell’esercito imperiale asburgico marciavano senza sosta verso Torino, capitale del Ducato di Savoia, guidati da Eugenio di Savoia, il Prinz Eugen. Correva l’anno 1706 e il Piemonte era invaso dalle truppe franco-spagnole, nostre nemiche durante la guerra di successione per il trono di Madrid.
Intorno alle mura della nostra città, chilometri di trincee erano stati scavati per permettere ai fanti del Re Sole di cingere d’assedio i difensori del ducato.
I giorni 6 e 7 settembre ci fu l’attacco rabbioso degli uomini del principe Eugenio con violenti assalti di fanteria prussiana e cariche di cavalleria che come fiumi in piena travolsero accampamenti e compagnie avversarie. Le baionette affondavano nelle pance francesi e le sciabole mozzavano teste spagnole, mentre il concerto malvagio dell’artiglieria faceva sentire i suoi tuoni.
Torino fu liberata dal cappio dell’assedio e i suoi eroi, il duca Vittorio Amedeo II e il Prinz Eugen entrarono in trionfo da Porta Palazzo e il Duomo ringraziava il cielo con le note del Te Deum.
La battaglia fu vinta dai sabaudi per varie ragioni; una di esse fu l’indiscutibile abilità bellica di Eugenio di Savoia, uno dei protagonisti più celebri e in gamba dei campi di battaglia europei a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, periodo di odi dinastici, scontri orientali con i sempre turbolenti turchi e lotte per l’egemonia sul continente mai in pace.
Eugenio è considerato da molti storici come l’ultimo grande capitano di ventura, un mercenario nobile, un condottiero fedele alla casata degli Asburgo (e generosamente ripagato per i suoi sforzi ) che dalla Vienna imperiale resisteva salda in Mitteleuropa alle dolorose spallate degli ottomani da meridione e da Louis XIV da occidente.
Nato nella Parigi del Re Sole, fu decisa per lui la carriera religiosa dall’indiscutibile volere dell’odiato monarca francese, suo tutore. Eugenio, che infine preferì la strada delle lame e del sangue ad una vita di Pater Noster e ostie, fuggì dalla Francia mascherato da donna per riparare presso la protezione
austriaca di Leopoldo d’Asburgo.
Per il giovane guerriero incominciarono i rulli di tamburo da guerra. Battezzò l’acciaio della spada con il sangue turco nella battaglia di Vienna, dove mostrò subito la propria concezione dell’arte bellica: in prima fila a spronare i suoi uomini alla carica e non come altri generali più oziosi che consideravano la guerra come una comoda partita a scacchi da condurre tra gli agi della propria tenda.
Pare che quando andava all’assalto, il suo volto si dipingesse di una smorfia feroce ipnotizzata dalla morte e che incitasse i suoi con grida e imprecazioni, seguito dai suoi sanguinari cani da caccia che si lanciavano eccitati nel macello.
Nelle sue discese in campo venne ferito più volte e in uno scontro coi francesi sul Reno si beccò persino una pallottola in testa che non gli fu però fatale. A Zenta, nel 1697, con un esercito di mercenari un po’ scalcagnato, riuscì a circondare i giannizzeri, che erano le truppe d’elite del Sultano Ottomano, e li massacrò a decine di migliaia. Freddo e risoluto, amava nei momenti di difficoltà in mezzo alla baraonda della lotta sniffare tabacco, di cui le sue narici erano ghiotte.
La sua capacità strategica dettò il corso della storia quando insieme all’amico inglese duca di Malborough affrontò i francesi nella vittoriosa battaglia di Blenheim che di fatto bloccò l’avanzata del nemico fino a Vienna. Una campagna militare che se fosse riuscita, avrebbe cambiato inesorabilmente i destini d’Europa e i suoi assetti di potere.
L’armata del principe fu un vero e proprio esercito internazionale, europeo. Tra i ranghi marciavano e combattevano italiani, tedeschi, spagnoli, svizzeri, francesi, slavi, ungheresi.
Terribile fu l’esperienza della carneficina di Malplaquet, o battaglia dei due re, in Belgio. Sul campo rimasero circa 30.000 uomini. La vittoria fu di nuovo dalla parte di Eugenio; però a quale prezzo! Le truppe imperiali erano ridotte così male che non riuscirono a inseguire i francesi perché semplicemente crollarono sul terreno, esauste dopo ore di botte da orbi senza tirar fiato. Un generale inglese, tale Lord Orkney, disse su quel giorno: “Prego Iddio che questa sia la mia ultima battaglia” .
Tra una ferita e una carica di cavalleria, il Prinz Eugen ebbe anche tempo per spendere parte delle immense ricchezze e bottini accumulati in anni di avventure. Si fece costruire un lussuosissimo castello a Vienna, il Belvedere, che riempì di opere d’arte e volumi preziosi che amava leggere. Nel parco volle pure un ricco giardino zoologico con più di cinquanta specie esotiche tra cui gli amatissimi leoni. Nonostante avesse scherzato con la morte in innumerevoli occasioni, morì in poltrona, addormentandosi per sempre una mattina di aprile del 1737.
Una volta Eugenio di Savoia, il salvatore di Torino, così si rivolse alla giovane Maria Teresa, la futura imperatrice d’Austria: “La pace, mia cara bambina, è meglio di ogni altra cosa al mondo. Tuttavia per difenderla, occorre essere disposti anche a fare la guerra”.