L'occupazione delle
fabbriche e la sconfitta del socialismo.
Il settembre di questo 1920
segna sul calendario politico un fatto di eccezionale importanza, frutto della
propaganda che abbiamo illustrato. In seguito ad intemperanze e violenze allo
stabilimento dell'Alfa Romeo la direzione decide la serrata. Gli operai
occupano le officine ed il male dilaga in tutta l'Italia col sequestro dei
dirigenti. La Nazione è completamente paralizzata nella produzione. Non uno
stabilimento funziona dopo l'occupazione operaia, incapace questa di ogni
direzione sia tecnica che amministrativa. Quando gli industriali metallurgici
offrono i loro stabilimenti agli operai per la conduzione diretta, questi sono
costretti a rifiutare per mancanza di capacità e di preparazione a qualsiasi
lavoro organizzativo. Lo sciopero e la conseguente occupazione delle fabbriche
hanno per effetto di dimostrare alle masse operaie la loro immaturità alla
gestione diretta della produzione e Giolitti ha il merito di metterle di fronte
al problema provocando la confessione di questa loro immaturità. Unica
realizzazione Il decreto che sancisce il
principio del controllo sindacale nelle industrie.
Anche quelli che criticano
aspramente il contegno del governo per il suo non intervento devono riconoscere
che la decadenza dello spirito rivoluzionario delle masse incomincia appunto da
questo fallito esperimento. E poi, l'efferatezza dei delitti del bolscevismo,
l'eccidio del brigadiere Ugolini a Milano, degli studenti Sonzini e Scimula a
Torino richiamano la parte sana del paese alla realtà. Durante i funerali della
madre del senatore Agnelli, mentre tremila
operai assistono a capo scoperto alla cerimonia, un loro esponente lo invita a
tornare alla direzione della Fiat che non riesce a riprendere vita per la
mancanza di dirigenti. Giolitti, rispondendo 5 mesi più tardi all'on. Sarrocchi
così spiegherà la sua tattica: «Ho lasciato che l’occupazione delle fabbriche avvenisse per evitare una quantità enorme di
fatti sanguinosi. Io non potevo mettere una guarnigione in più di 600 fabbriche
immobilizzando così tutte le forze pubbliche. Parliamoci chiaro: o dovevo
impiegare l'intero esercito e tutte le forze pubbliche ad occupare le fabbriche
o seguendo il consiglio di qualcuno mandare l'esercito e l'artiglieria ad
ammazzare migliaia di operai per una questione di salario, soltanto di salario».
Le maestranze occupano gli
stabilimenti costituendo quelle commissioni interne che proprio in questo
periodo hanno in Russia proclamato fallimento. Arrivano di laggiù, portate dai
socialisti italiani recatisi a visitare il paradiso sovietico, notizie
impressionanti. Gli stabilimenti sono deserti oppure in preda al disordine ed
all'anarchia. Lenin stesso - che ha già abolite le 8 ore di lavoro portandole a
10 e 12 - aveva dichiarato pochi mesi prima sulle Isvestia: «Noi dobbiamo
vincere il pidocchio, altrimenti il pidocchio farà perire la nostra
rivoluzione. Adesso, è tempo di dire la stessa cosa dell'immondizia che sì è
accumulata dovunque a un punto tale che minaccia di sommergerci letteralmente».
E la Pravda aggiunge - «A Mosca, in cui le condizioni sanitarie sono migliori
che in altre città, più di 500 mila tonnellate d'immondizia sono accumulate in
questo momento». Lo stesso Serrati riferisce di essere rimasto impressionato
per un certo manifesto affisso nelle officine e sormontato da un enorme disegno
rappresentante un pidocchio, monito agli operai che trascuravano l'igiene ed il
lavoro, risultato della mancanza di una direzione unica e di disciplina. Ma le
Isvestia sono ancora più esplicite quando attribuiscono tutto questo disordine
alla incapacità delle commissioni interne: « I consigli di fabbrica ed i
comitati operai, costituiti con lo scopo di mantenere la disciplina nei centri
industriali, sono diventati, contrariamente all'intenzione, sorgenti di danno
all'industria nazionale ed hanno demoralizzato le masse operaie spingendole
alla distruzione degli utensili delle fabbriche.
In conseguenza i consigli
di fabbrica e i prenominati
consigli operai sono dichiarati sciolti dal giorno d’oggi.
Trotscki nominato
commissario dei trasporti emanava un'ordinanza sulla quale è detto
testualmente:
La libertà di lavoro è
possibile soltanto nella società non è
possibile nello Stato comunista, il quale pensa invece ai lavoro forzato ». Ed
aggiunge: << Tutti gli operai e gli artigiani saranno inviati nelle
officine e saranno trasportati da un luogo ad un altro, secondo le indicazioni del governo. Non avremo pietà per i contadini faremo con essi dei
battaglioni di operai sottoposti alla disciplina militare. I loro capi saranno
comunisti Queste truppe requisiranno dai contadini il grano, la carne, il
pesce, per assicurare il nutrimento degli operai che lavorano». Contemporaneamente
si ha notizia della pubblicazione della legislazione bolacevica che
all'articolo 35 porta: «A partire dalla messa in applicazione del presente
decreto relativo ai tassi di salario qualsiasi sciopero è proibito ».
L'occupazione, fabbriche -
come abbiamo detto - si risolve in un enorme fallimento e dimostra l'assoluta
immaturità delle masse alla gestione aziendale. Non uno stabilimento funziona,
l'Italia ha arrestato ovunque la sua attività produttiva per un inconcepibile
atto di follia di alcuni politicanti. Una intesa fra industriali ed operai
realizza in favore di questi il cosiddetto controllo stalla produzione, del
quale se ne farà in seguito un'arma politica con gravissimo danno dell'economia
nazionale. Ma l'esperimento socialista si risolve in un beneficio a favore del
fascismo e l'on. Ivanoe Bonomi tre anni più tardi confermerà: «Il paese si leva
quando già il socialismo comunista ha fatto la sua grande prova - l'occupazione
delle fabbriche - e l'ha perduta... E si leva impetuoso - specialmente nelle
regioni che più hanno sofferto la dominazione comunista - senza capi, senza
guide, senza segni di raccolta... Corrono a lui reduci di guerra,
intellettuali, studenti, professionisti, piccoli borghesi mossi da uno spirito
idealistico di libertà e di patria, in opposizione alla prepotenza bruta di
folle incolte e illuse...» (1). E così Francesco Saverio Nitti scriverà nel
1928 quando sarà già fuoruscito a Parigi: «Come capo del Governo italiano e
ministro dell'Interno ho potuto rendermi conto della natura del rivolgimento
operato dal fascismo. In Italia, come in Germania, è stato un movimento delle
classi medie, esasperate dall'antipatriottismo e dal discredito della guerra e
soprattutto dalla brutalità del marxismo. E' stato il movimento della piccola e
media borghesia con la quale hanno simpatizzato intellettuali, piccoli borghesi
e piccoli industriali » (2).
(1) Ivanoe Bonomi: Dal
socialismo al fascismo. Ed. Formiggini, 1924.
(2) F. S. Nitti: La
disgregazione dell'Europa. Ed. Faro, Roma.

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