NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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venerdì 23 febbraio 2024

IL “CANTO NAZIONALE” CATTOLICI E RISORGIMENTO ITALIANO

 

Dopo la “finzione” Rai su Mameli

 

di Aldo A. Mola

 

Più luce sui Padri Scolopi chiede da Carcare il sindaco Mirri

Il “Canto nazionale”, noto anche come “Inno di Mameli”, rientra fra i tabù. Vietato scriverne per non incappare in “scomuniche”. Gradito o meno, esso deve piacere e va cantato perché “è così che si deve fare”. Il suo culto rientra tra i “precetti della Repubblica”. Viene sorbito come i medicinali, senza porsi domande.“Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole / e più non dimandare...” scriveva padre Dante Alighieri, principe di liberi pensatori, esuli, perseguitati e (come lui) condannati al rogo in contumacia. Sulla sua traccia, lo storico scevro da preconcetti ricerca documenti, li contestualizza e li propone al lettore affinché costui possa formare la sua valutazione senza pregiudizi dogmatici, con la “ragione”, che ignora gli “idola tribus”.

   Di quando in quando la genesi del Canto nazionale è stata messa in connessione con il Collegio casalanziano di Carcare (Savona), ove, come inoppugnabilmente documentato, Goffredo Mameli fu ospite nel settembre 1846. Poiché, però, qualcuno ha ipotizzato che i suoi versi siano debitori nei confronti dello scolopio Atanasio Canata, sia le biografie sia le evocazioni filmiche di Mameli hanno ritenuto prudente tacitare ogni curiosità facendo calare il più compatto silenzio sulla sua presenza nel Collegio scolopico di Carcare, il quale è invece giustamente fiero di aver formato nelle sue aule tanti insigni patrioti di metà Ottocento. Esso non fu l'unico, ben inteso. Da secoli le Scuole Pie fondate dallo spagnolo san Giuseppe Casalanzio (1557-1648) svolgevano anche in Italia un ruolo educativo d'avanguardia e di eccellenza. Fra i tanti spiccarono nel collegio San Giovannino di Firenze due docenti di Giosue Carducci, maestro e vate della Terza Italia: Eugenio Barsanti (inventore del motore a scoppio) e Francesco Donati, il “Cecco Frate” reiteratamente visitato dall'“allievo”, massone mai pentito, campione dell'anticlericalismo ma al tempo stesso rispettoso della fede verace, come emerse dal suo muto dialogo con Giuseppe Verdi a Palazzo Doria in Genova. Secondo Annie Vivanti, testimone oculare, dopo lungo silenzio Carducci confidò sommesso: «Io credo in Dio». «E Verdi fece sì, solennemente, con la candida testa.»

    Per evitare il rischio di fare i conti con la verità dei fatti, la “finzione” su Goffredo Mameli recentemente proposta da un canale televisivo della RAI si è attenuta alla regola: “quieta non movere”. Però, come noto, si pecca di pensieri, parole, opere e omissioni. Non si può certo pretendere che uno “sceneggiato” sia un documentario. Ma non può neppure essere troppo o del tutto lontano dalla verità, per non mancare alla sua “missio”: informare, proponendo allo spettatore la complessità degli eventi e dei personaggi evocati e così assolvere, almeno a grandi linee, al proposito “pedagogico”, vanto della televisione italiana dai suoi esordi agli Anni Sessanta. In quella lunga e rimpianta stagione, nella trasposizione di classici della letteratura, di vicende e di protagonisti della storia essa non si prese le licenze poi divenute comuni nei film, quali il famoso “Nell'anno del Signore” di Luigi Magni (1969), che dipinse il cardinale Agostino Rivarola più feroce e iniquo di quanto fu ed erroneamente addebitò a lui la condanna alla ghigliottina dei carbonari Leonida Targhini e Angelo Montanari, accusati senza prove di un “fatto di sangue” (tema di una pièce teatrale di Valeria Magrini, in programma a Ravenna per iniziativa della Fondazione Ravenna Risorgimento, presieduta da Eugenio Fusignani, nel centenario del loro supplizio).

   Veduta la “fiction”, il sindaco di Carcare, Rodolfo Mirri, non l'ha presa bene. Fedele alla sua formazione professionale di arbitro calcistico (con tanto di “Fischietto d'oro”) e fautore del giusto equilibrio, da tempo rivendica al suo Comune il rango di “città del Canto Nazionale” al pari di Genova che, con mezzi di gran lunga più possenti, ne pretende il monopolio. Per cogliere le sue buone ragioni è opportuno ricordare in sintesi chi fu Goffredo Mameli, i suoi rapporti con il Collegio scolopico di Carcare e i riferimenti storici presenti nel “Canto”, fondamentali per fissarne in maniera attendibile la datazione.

 

Goffredo Mameli. Chi era costui? Come nacque un eroe.

 

Nato a Genova nel 1827 da Giorgio Mameli, nobile cagliaritano, capitano di vascello, valoroso combattente contro i pirati nordafricani e fedelissimo dei sovrani sabaudi, e da Adele Zoagli, di cui si dice fosse invaghito Giuseppe Mazzini, sui dieci anni Goffredo fu iscritto alle Scuole Pie di Genova. Il 29 giugno 1843, all’Università, il giovane Mameli ebbe un alterco col diciottenne Giuseppe Lullin e venne punito con un anno di allontanamento dai corsi. Nell'agosto 1846, diciannovenne, fu ammesso al primo anno di legge. In settembre lo scolopio Raffaele Ameri lo condusse con sé in “vacanza di riflessione” da Genova al Collegio di Carcare, ove era già stato allievo un suo fratello. Del viaggio Goffredo dette conto in lettere assai sgrammaticate. A Carcare conobbe il focoso padre Atanasio Canata (Lerici, 1811 - Carcare, 1867), drammaturgo e poeta apprezzato da Alessandro Manzoni, ispiratore di prestigiosi discepoli, quali Pietro Sbarbaro, deputato, massone, autore di libelli famosi, Anton Giulio Barrili e il celebre Giuseppe Cesare Abba, garibaldino e futuro senatore del Regno, che lo ricorda con affetto nelle celebri “Noterelle di uno dei Mille”.

   A Carcare Goffredo si ambientò bene, come padre Ameri scrisse al confratello Agostino  Muraglia. Goffredo stesso il 9 settembre 1846 lo confermò a Giuseppe Canale. Arrivato stanco morto, “dopo cena mi posi a letto, che sogno che avevo non potea più tener gli occhi aperti. Del resto faccio di tutto per passare il tempo senza anoiarmi, mi provo a giocar al pallone alla palla, così comincio così finisco il giorno... qui ogni momento si prega, cosa buonissima ma che guasta le ginochia”. Forse per la stanchezza, forse per la fretta, all’epoca scriveva così.

   Com’è, come non è, il 10 novembre 1847, tramite l'amico Ulisse Borzino, Goffredo mandò un Canto al musicista Michele Novaro, che in quel momento, a Torino, era  in casa di Lorenzo Valerio, capofila della Sinistra democratica. Quando glielo consegnò, Borzino disse: “Te lo manda Mameli”, senza riferimenti al suo autore. “Col cuore in tumulto”, narrò molti anni dopo, Novaro corse a casa e, cappello in testa, scrisse freneticamente le note di quello che dovrebbe quindi esser detto l’“Inno di Novaro”, poiché di solito i canti sono ricordati dal nome del compositore e non da quello del paroliere, per quanto prestigioso. È il caso, tra i molti, dell'Inno alla gioia, che tutti ricordano dal nome di Ludwig van Beethoven mentre rimane in ombra quello, pur famoso, di Schiller, autore del testo. Nella concitazione Novaro rovesciò la lucerna sul foglio mandatogli da Mameli, sicché il  manoscritto originale andò irrimediabilmente perduto.

   Del Canto abbiamo un paio di copie. La prima, conservata al Museo del Risorgimento di Genova, inizia: “Evviva l’Italia / l’Italia s’è desta...”. Nella seconda (Museo del Risorgimento di Torino) si legge invece “Fratelli d’Italia...”, ma anche “Evviva l’Italia / dal sonno s’è desta...”. Fra le copie a stampa pubblicate nel 1848, quella della tipografia Andrea Rossi di Modena precisa: “Parole di Mammelli, musica del Maestro Novella (Piemontesi)”.

   In attesa della visita di leva, da Novi Ligure il 15 ottobre 1847, cioè proprio pochi mesi prima di inviare il Canto a Novaro, Goffredo espose il suo ideale di vita in una lettera alla madre: “Io qui me la passo benissimo, mangio per quattro, dormo molto, non faccio nulla, penso meno e questo è l'ideale del mio Paradiso, credo che voialtri farete altrettanto”. Rifiutò l’arruolamento nelle file dell'esercito sardo e, contro l'esborso concordato, si fece surrogare. All'epoca era consentito. Il benestante pagava e si liberava dalla noia del “servizio” e dal rischio della mobilitazione. Il meno abbiente si accollava l'una e l'altro, ma controvoglia. Perciò, come documentano Piero Pieri nella storia militare del Risorgimento e il generale Oreste Bovio in quella dell'esercito italiano i “dispersi in battaglia” erano quasi sempre più numerosi di morti e feriti. Semplicemente, prendevano il largo.

   Nel dicembre 1848, dopo rapida maturazione politica, Mameli accorse volontario a Roma per difendere la Repubblica proclamata il 9 febbraio 1849 su proposta di Giuseppe Garibaldi e di Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino, già promotore dei Congressi degli scienziati Italiani che tra il 1838 e il 1847 furono il volano dell'idea di Italia e gettarono le basi dell'unione culturale partendo dalle “scienze esatte”, meno compromettenti, per arrivare passo dopo passo a questioni scolastiche, pedagogiche e politiche. Il 3 giugno 1849, durante una sortita, un commilitone inferse un colpo di baionetta nella gamba sinistra di Mameli. Tra cure troppo sommarie e la calura estiva, la ferita  suppurò e andò in cancrena. Mazzini, triumviro della Repubblica con Carlo Armellini e Aurelio Saffi, gli scrisse che doveva rassegnarsi all'amputazione per salvare la vita e continuare la sua missione. Confortato da padre Ameri e dal barnabita Alessandro Giavazzi, Goffredo affrontò la terribile prova. Il 2 luglio Garibaldi decise di uscire da Roma alla volta di Venezia alla testa di duemila volontari, cui promise lacrime e sangue. Il 3 l'Assemblea suggellò la Costituzione della Repubblica Romana: un testo limpido ed esemplare, solennemente letto in Piazza del Campidoglio quale eredità della lunga resistenza dei volontari accorsi in aiuto della Repubblica contro i 30.000 uomini inviati da Luigi Napoleone, principe-presidente della repubblica francese, a restaurare Pio IX, di concerto con gli austriaci e i borbonici del Regno delle Due Sicilie. Il 4 luglio i francesi entrarono in Roma. Goffredo morì il 6. Padre Ameri gl’impartì il viatico e ne curò la sepoltura. Il Risorgimento era e rimaneva cristiano.

   In Inferno, Purgatorio e Paradiso d’Italia  scitto negli anni seguenti padre Canata lamentò un duplice disinganno: la rottura dell’unità d’azione di cattolici e patrioti e il furto di una poesia. Parlando di sé egli scrisse: “A destar quell’alme imbelli / meditò robusto un canto;/ ma venali menestrelli/ si rapian dell’arpe il vanto: / sulla sorte dei fratelli / non profuse allor che pianto, / e aspettando nel suo cuore/ si rinchiuse il pio cantore”. Secondo una tradizione mai spenta a Carcare si riferiva al Canto nazionale da lui dato o dettato a Mameli. Ma perché né lui né altri docenti lo indicarono nominativamente? Come spiegato dallo scolopio Luciano Giacobbe, lo fecero per pietà cristiana nei confronti di un giovane che aveva pagato con la vita i suoi generosi ideali e che, contro la verità dei fatti, veniva dipinto come mangiapreti. Da una parte vi era e vi è la matrice cattolica del Risorgimento, dall’altra la deformazione della storia, che ne fece un’impresa genericamente anticlericale, a tutto vantaggio di chi lo dipinge come complotto massonico.

   Del resto, chiunque ne sia l'autore, la genesi e il contenuto del Canto parlano da sé. Esprimono un pensiero adulto e profondamente  religioso: “Uniamoci, amiamoci;/ l’unione e l’amore/ rivelano ai popoli/ le vie del Signore”. Parole di un Maestro. Nella versione dell'inno conservata alla Società economica di Chiavari, il canto inizia “Oh Figli d’Italia...”. Non è la voce di un ventenne, ma di un docente che dalla cattedra si rivolge ai discepoli, di un sacerdote che parla da un pulpito ideale ai “fratelli”: un termine, codesto, tipico delle congregazioni religiose e in specie dei francescani in tutte le loro articolazioni, molto prima che fosse assunto dagli iniziati a logge massoniche e a vendite carbonare.

 

Storia e poesia nel Canto degli Italiani

 

Per datare la genesi del Canto, particolare attenzione meritano i suoi cenni a fatti storici: pochi, ma tutti molto allusivi. Alcuni si riferiscono alla storia antica e moderna. Il primo è quell'“elmo di Scipio” che suscitò il commento sarcastico di Giosue Carducci e che, tuttavia, è meno banale e retorico di quanto paia. Rinvia, infatti, alla riscossa di Roma contro il cartaginese Annibale, vittorioso al Ticino, alla Trebbia, al lago Trasimeno e a Canne, la sconfitta più cocente subita dalla Roma dei consoli. Per reagire alla sequenza di rovesci i Romani si spinsero a invocare gli Spiriti Ctoni praticando sacrifici umani. Seppellirono vivi due Greci e due Galli. La Roma evocata dall'inno è quella dei condottieri, cantata da Virgilio nell'Eneide: “parcere subiectis” e “debellare superbos”, monda dall'addebito (che le venne mosso nell'Agrippa da Publio Cornelio Tacito) di vantarsi portatrice di pace dove faceva il deserto: uno scambio di ruoli possibile solo elevando la storia a missione universale, divina, come nella visione apocalittica dei Quattro Imperi. In secondo luogo il Canto invoca la fusione dell'“italia gente da le molte vite” (Carducci) in un unico popolo, ridestato dal torpore e dalla servitù. Con parole pressoché identiche lo aveva già spiegato il criptogiansenista Alessandro Manzoni nel famoso coro dell'“Adelchi”. L'ispirazione è manifestamente ecclesiastica. È il pensiero di Vincenzo Gioberti (Torino, 1801 - Parigi, 1852), presbitero e cospiratore nei Cavalieri della Libertà, poi autore del “Primato morale e civile degli italiani” (1843), un'opera scritta di getto, caotica, alimentata dalla passione più che dalla ragione e nondimeno fondamentale per la diffusione dell'idea di Italia. Su suo impulso uscirono decine di migliaia di poesie, canti, manifesti, fogli volanti e opuscoli inneggianti agli italiani, non più “volgo disperso che nome non ha” (parole di Manzoni) ma avviati a una “unione”, confederazione o “lega” (almeno doganale, come proponeva il principe di Canino) presieduta dal papa.

   In una lettera scritta all'autore di questa “noterella” vent'anni addietro da Cornigliano (Genova), padre Luciano Giacobbo sintetizzò così il percorso dei padri di Carcare e più in generale della provincia religiosa scolopica della Liguria: «Esso affondava le sue origini nella seconda metà del Settecento, quando buona parte dei padri italiani avevano abbracciata la teologia giansenista. Agli inizi dell'Ottocento questa era sfociata in un atteggiamento morale rigoristico e in una posizione concreta antigesuitica, antitemporale e democratica, che nel corso del secolo poi si andò strutturando in ideologia patriottica caratterizzata dall'adesione sincera al giobertismo.» Quello, appunto, espresso da padre Canata nelle sue opere e che prorompe dal Canto degli italiani. La cui penultima strofa, densa di richiami storici, è la più suggestiva. Promette la vittoria dei “vinti” sull'Aquila imperiale dell'Austria, che nel tempo, in combutta con i russi (“cosacchi”), aveva bevuto il sangue degli italiani come quello dei polacchi. Quando? Nel 1799-1800, allorché gli austro-russi irruppero nell'Italia settentrionale e vi abbatterono le precarie repubbliche instaurate su impulso di Napoleone e del Direttorio di Parigi, e ancora nel 1830, con la repressione dell'insorgenza polacca. Nel febbraio-marzo 1846 la Galizia polacca visse un'altra stagione di disordini, oscura e contraddittoria, sostanziata nel massacro di circa duemila “nobili” da parte dei contadini polacchi, rapidamente schiacciati dagli asburgici, che occuparono Cracovia con il consenso di tutta l'Europa liberal-moderata. L'ultima strofa del Canto, infine, mescola i “liberi comuni” in lotta contro Federico Barbarossa (Legnano: un mito rinfrescato da Luigi Tosti, abate di Montecassino), il fiorentino Francesco Ferrucci, celebrato da Massimo d'Azeglio, e il genovese Giovanni Battista Perasso, detto  “Balilla”, il “ragazzo di Portoria” che, secondo la tradizione, il 5 dicembre 1746 scatenò la rivolta della Superba contro gli austriaci scagliando il sasso contro la testa di un armigero arrogante, in quel momento alleato di Carlo Emanuele III di Savoia (ma il testo si guarda bene dal dirlo).

   I quattro assenti dal Canto sono Carlo Alberto di Savoia, l'“italo Amleto” il cui orientamento “italiano” nel 1846 era ancora tutto da decifrare, mentre divenne trasparente nel 1847; Pio IX, che fu eletto papa il 16 giugno 1846; Mazzini, con buona pace di quanti ritengono che il cosiddetto Inno di Mameli sia pregno del suo magistero; e la “repubblica”, di cui invano vi si cercherebbe l'eco. Quanto ai Vespri siciliani, va ricordato che nel 1282 essi quelli furono un'insorgenza contro i Francesi, ma non per la fondazione di un regno indipendente, bensì a favore degli Aragonesi (“padrone lontano, briglia sciolta”).

   Una domanda attende risposta: perché nel Canto si parla di “fatti” del 1846 ma non v'è traccia alcuna del 1847? Questo fu un anno denso di eventi drammatici e di cambiamenti: l'occupazione austriaca di Ferrara, la sanguinosa guerra in Svizzera tra i cantoni cattolici e quelli protestanti, conclusa con la vittoria dei secondi e la trasformazione, a nome immutato, della confederazione elvetica in federazione, il varo di riforme da parte di Pio IX e la svolta di Carlo Alberto a sostegno della causa italica. Se davvero l'Inno fu scritto alla vigilia del pellegrinaggio a Oregina del dicembre 1847 (come ripetuto dalla “finzione” televisiva) com'è che di quei “fatti” così numerosi e importanti nulla si dice , mentre il mitico “ Balilla” venne evocato nel 1846, in coincidenza con il Congresso degli scienziati italiani celebrato in Genova?

   Ha dunque ragione il sindaco di Carcare Rodolfo Mirri a volerci vedere più chiaro. Allo scopo, dopo aver esposto le ragioni del suo Comune al Presidente Sergio Mattarella, per la mattina del 13 aprile l'Arbitro ha in progetto un convegno di studi per approfondire i legami tra Mameli e Carcare, che vuol anche dire tra il giovane patriota e gli Scolopi, da padre Ameri ad Atanasio Canata. Sono previsti interventi del Comune di Lerici e della saggista Bruna Magi: non per togliere a Mameli e all'Inno la meritata gloria, ma per dare “unicuique suum”, in nome della verità dei fatti.

 

Aldo A. Mola

 

 

DIDASCALIA: Il Collegio di Carcare, ove Goffredo Mameli fu ospite dei padri Scolopi e conobbe il poeta e drammaturgo Atanasio Canata.

  Per un sintetico profilo di Mameli v. Marco Albera e Manlio Collino,  Saecularia sexta Album. Studenti e Università a Torino.  Sei secoli di storia, Torino, Elede, 2005. 

sabato 5 novembre 2022

UNITÀ E LIBERTÀ

Articolo bellissimo. Ne riportiamo solo alcuni passi e vi invitiamo a leggerlo tutto


4 novembre, 17 marzo e 25 aprile memoria e

gloria del I e del II Risorgimento (la Resistenza)

Il 4 novembre 1918 si chiuse ufficialmente il primo conflitto mondiale per l’Italia con l’entrata in vigore dell’armistizio tra il Regno d’Italia e l’Impero austro-ungarico firmato il 3 novembre 1918 a Villa Giusti. Fu la conclusione di un conflitto sanguinoso che aveva visto contrapporsi i popoli europei e che aveva conosciuto l’orrore di una guerra “industriale” con l’uso di mezzi di distruzione di massa altamente sofisticati e letali per quei tempi, come i gas, l’aeronautica e i carri armati, senza nessun rispetto per la vita umana ma soprattutto la conflagrazione era diventata “una zuffa” senza limite e onore.

[...]

Ma c’è un’altra idea che mi sento di offrire nel dibattito intorno a questi temi: il 18 marzo 1983 si spense in esilio l’ultimo Re d’Italia S.M. Umberto II e lì rimase sepolto, a distanza di 40 anni dalla sua morte sarebbe un ulteriore momento di conciliazione patriottica riportarlo a casa qui in Italia, magari proprio tra i padri della patria a Roma nel Pantheon.

[...]



 L'Opinione delle Libertà

venerdì 1 aprile 2022

150° Anniversario Morte di Mazzini





EDUCARE ALLA STORIA PATRIA

Il Senso del Dovere e lo Spirito di Sacrificio

Sono passati 150 Anni dalla Morte di Giuseppe Mazzini e la differenza di mentalità di quell’epoca, rispetto alla nostra, si impone nei termini di una distanza abissale.

Parole fondamentali del suo Pensiero e ispiratrici della sua Azione, come Dio, Patria, Famiglia, sono “quasi” scomparse dal linguaggio comune, mentre altre come Umanità, Associazione, Libertà e Progresso sono pronunciate con significati completamente diversi, se non opposti a come venivano intese al tempo. 

Il senso del Dovere e lo spirito di Sacrificio, che dovrebbero muovere all’azione sono sostituite dal Diritto e dal Benessere, generando ateismo, materialismo e scetticismo. Questi mali, contro cui ha lottato Mazzini per un’intera vita, auspicando la formazione di organizzazioni basate su principi universali e non su decreti provvisori, possono essere sconfitti solo attraverso una vera e propria Rivoluzione Morale degli Italiani.

 

CONTESTO STORICO

Mazzini vive un cambiamento epocale, un riposizionamento generale causato da grandi Eventi (Rivoluzione Francese e Periodo Napoleonico), che modificarono l’assetto europeo.

L’Italia partecipa attivamente a queste trasformazioni e Mazzini appare essere uno dei protagonisti del suo tempo, al punto che viene considerato uno dei quattro Padri della Patria, nel ruolo di apostolo della verità, insieme al Re Vittorio Emanuele II, allo statista Camillo Benso conte di Cavour e al generale Giuseppe Garibaldi. Una precisazione è doverosa. L’unica figura a cui venne attribuito in modo ufficiale l’appellativo augusteo di Padre della Patria fu quella del Sovrano, come attesta la lastra tombale al Pantheon.

La sua figura appare alquanto complessa e discussa, ma senza alcun dubbio si può riconoscere a questo pensatore il ruolo di educatore del popolo, avendo contribuito a formare la coscienza Unitaria Nazionale degli Italiani.

[...]

https://www.consulpress.eu/mazzini-pensiero-azione-dovere-sacrificio/

venerdì 26 marzo 2021

160° anniversario del Regno d'italia

 Segnaliamo con colpevole ritardo questo articolo dei nostri amici, professori Finucci e Bafaro.

 


Genesi dello Stato moderno unito nel segno della Tradizione

Il 17 Marzo ricorre il 160° Anniversario della Proclamazione del Regno d'Italia con Torino Capitale, presupposto fondamentale dell'Unità d'Italia, che si compirà con la Prima Guerra Mondiale nel 1918, per questo definita Quarta Guerra d'Indipendenza. A questo evento vanno legati altri due importanti appuntamenti risorgimentali, il 1500 Anniversario di Roma Capitale, il 3 Febbraio, e il Centenario del Milite Ignoto, il 4 Novembre.

Messaggio del Re Umberto ll del 17 Marzo 1961

Nel Centenario della Proclamazione del Regno d'Italia

"[...] L'epica impresa poté grado a grado raggiungere l'altissimo fine, perché il Re Vittorio Emanuele II, con a fianco Camillo di Cavour, aveva assunto con mano ferma la direzione e la responsabilità del moto nazionale, coraggiosamente superando difficoltà di ogni genere. Attorno ad essi sorsero da ogni parte d'Italia - magnifico prodigio - falangi di patrioti, sempre tutti presenti nei nostri grati cuori. L'apostolato di Mazzini e l'eroismo di Garibaldi integrarono l'opera meravigliosa, risultato di forze confluenti e contrastanti, fuse dalla sintesi costruttiva della Monarchia nazionale. Discordie e rancori di partili furono arsi dal seri limen lo religioso della Patria: così sorse il Regno d'Italia. [...]"

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https://www.consulpress.eu/160-regno-ditalia/

mercoledì 17 marzo 2021

17 MARZO 1861

Articolo del 1961

La Segreteria Generale dell'Unione Monarchica Italiana è lieta di portare a conoscenza degli amici dell'U.M.I. l'articolo di Giovanni Spadolini, pubblicato dal «Il Resto del Carlino» in data 17 marzo. Pur facendo ampie riserve su alcune affermazioni dell'Autore, la Segreteria Generale è d'opinione che la profonda dottrina e la forma impeccabile dell'articolo meritino un'attenta lettura da parte di tutti i monarchici.




«Vittorio Emanuele II Re di Sardegna Cipro e di Gerusalemme». Così è intestato per l'ultima volta un decreto della Gazzetta Ufficiale di Torino, l'ultimo della serie degli Stati sardi. gra 17 marzo 1661: e quello stesso decreto - uno dei più brevi nella storia del diritto pubblico italiano - consta di un solo articolo, di un articolo incisivo ed eloquente: «Il Re Vittorio Emanuele assume per sé e suoi successori il titolo di Re d'Italia».

Un solo articolo; ma quante discussioni in entrambi i rami del Parlamento che da un mese non è più subalpino ma già italiano! Lo ha presentalo, all'approvazione dei colleghi, il conte di Cavour; lo hanno illustralo i decani di palazzo Carignano e di palazzo Madama in mezzo agli applausi delle assemblee. Ma la Commissione del Senato - la roccaforte del vecchio ordine dinastico e savoiardo  avrebbe voluto che a titolo di Re d'Italia fosse aggiunta una precisazione, «per provvidenza divina e voto della nazione», una precisazione in cui la pregiudiziale del vecchio diritto patrimoniale e feudale del «Re di Sardegna di Cipro e di Gerusalemme» prevalesse, attraverso quel solenne richiamo all'origine divina della Monarchia, sulla vicenda pur gloriosa del suffragio popolare e nazionale. Il compromesso che ne seguì - dopo dibattiti accaniti ma avvolti nell'ombra - è noto: il Re d'Italia, il Re galantuomo, sarà Sovrano «Per grazia di Dio e per volontà della Nazione», per un innesto quasi miracoloso fra il principio della legittimità trascendente, fondamento della dinastia piemontese, e quello della sovranità popolare, unica e insostituibile base della Monarchia italiana.

Per soddisfare i vecchi conservatori piemontesi, per placare gli ambienti di corte, Vittorio Emanuele sarà secondo e non primo, come avrebbero voluto i democratici avanzati ansiosi di una «nuova storia». Non solo: ma con un voto solenne connesso alla proclamazione del Regno il principe ereditario sarà sempre e comunque il «principe di Piemonte», quasi a consacrare in quell'omaggio la primazia della terra che alla causa dell'unità italiana ha dato più di ogni altra, che al trionfo della rivoluzione nazionale ha offerto la struttura di uno Stato e la lealtà di una Dinastia.Re « per grazia di Dio e per volontà della Nazione »; rispettoso della gerarchia dei propri avi; legato alla tradizione sacra del vecchio Piemonte. Sì: ma Vittorio Emanuele II, il « Re eletto » (come si vede ancora in certe rare monete del '59 toscano o emiliano), sarà soprattutto il Re degli italiani, il Re della nuova Nazione italiana nata dallo sforzo congiunto dell'iniziativa diplomatica e dell'iniziativa rivoluzionaria.

Come tale lo sentì la fantasia popolare; come tale lo intuì la coscienza nazionale in quella storica giornata del 17 marzo 1861 che fu accompagnata dal

rimbombo — in tutte le città della penisola — di centouno colpi di cannone. Nessuno più adatto di Vittorio Emanuele II ad impersonare, davanti alla Patria nascente, la nuova sovranità monarchica nata dai plebisciti e consacrata dai Parlamento. 'Re popolare; Re del popolo tutto. Un concetto della regalità così diverso da quello, angoloso e romantico, del padre Carlo Alberto. Un sentimento di italianità che non era eco di meditazioni libresche, che non era frutto di influenze giobertiane, ma parte viva ai un temperamento generoso e passionale, incapace di adattarsi al ruolo di « Monsù Savoia ». Un'apertura al «colloquio» umano che era mancata agli avi Savoia tutti chiusi nel loro geloso scrigno di sovranità alpigiana: un'apertura che conquistava i tiepidi, che impressionava gli avversari, che piegava i nemici.

Re democratico anche in certi tratti psicologici, negli eccessi di carattere, negli eccessi d'amore. Re che era partito per la spedizione delle Marche e del Mezzogiorno con la «bella Rosina»: contravvenendo agli ordini di Cavour ma portando nell'impresa italiana una nota di galanteria e di calore che si incontrava benissimo con la mistica popolana delle «Camicie rosse». Re costituzionale: ma non senza una nota di potere personale che piaceva ai garibaldini, seguaci tutti della «dittatura popolare», cara al loro Eroe. Garanzia anche per gli avversari politici: Vittorio Emanuele II era il Sovrano che aveva sempre protetto Garibaldi, che aveva trattato con le forze volontarie anche dopo Villafranca. che aveva mantenuto inalterati i rapporti col Generale anche quando il contrasto con Cavour aveva toccato le punte più aspre.

Galantuomo sempre. Galantuomo quando salvò lo Statuto nonostante la sua educazione rigida e conservatrice che lo portava in tutt'altro senso, che lo esponeva a tutt'altre influenze. Galantuomo quando conservò le leggi laicizzatrici nonostante i suoi profondi sentimenti di cattolico e i suoi trepidi rapporti di amicizia con Pio IX. Galantuomo quando si inchinò alla grandezza di Cavour e consentì allo statista — di cui avvertiva, con una punta di insofferenza, tutta la superiorità ideale — di portare a termine il geniale piano per l'unità d'Italia.

Trionfo di Vittorio Emanuele II e di Cavour: quello storico 17 marzo 1861. Il Re in primo piano; il grande Ministro un po' sullo sfondo, pronto a dimettersi — qualche giorno dopo — per far posto agli elementi meridionali nella compagine del governo (e primo incarico non andrà a lui, andrà a Ricasoli). Ma soprattutto trionfo — oltre le persone, oltre i protagonisti — di un principio storico che nella rivoluzione italiana celebrava per la prima volta le sue vittorie: il principio dello Stato nazionale costruito attraverso la libertà, non frutto di conquista, non opera di violenza, ma espressione di un grande moto popolare disciplinato dalla legalità e, diciamolo pure, dalla legalità democratica.

Attraverso il «Regno d'Italia» — questa formula che fu subito tanto cara ai liberali inglesi e ai democratici francesi — qualcosa di veramente nuovo si aggiungeva alla carta politica d'Europa prima ancora che a quella geografica. Qualcosa che non era la Monarchia prussiana strumento ferreo di unità ma al servizio dell'autoritarismo e non era neppure, l'eco della Corona francese consacrata dal suffragio popolare ma attraverso i crismi del cesarismo. Qualcosa che era lontano dal diritto divino dei Re ma anche dalle improvvisazioni democratiche del Quarantotto. Non Monarchia conservatrice, - perché fondata — attraverso i plebisciti — sul diritto popolare, ma neppure Monarchia rivoluzionaria, perché sottratta all'ipoteca mazziniana di Dio e popolo ». Non radicalismo; ma neppure reazione.

Nato con quel sigillo, con quel sigillo di moderazione e di equilibrio, il Regno d'Italia occupò subito un posto altrettan­to inconfondibile nella vita europea. «Figlio della libertà» (così come amava chiamarsi Cavour), non poteva che pro­sperare e vigoreggiare nella libertà. Mo­narchia plebiscitaria che aveva abbattu­to sette troni e lacerato il potere temporale del Papa, la Corona sabauda non poteva sperare di sopravvivere scendendo a patti con le forze del legittimismo. Monarchia laica per definizione e per necessità, avrebbe dovuto fronteggiare per sessant'anni l'ipoteca del Vaticano su Roma, incarnare i diritti dello Stato contro l'antica rivendicazione teocratica. Monarchia liberale per lo spirito stesso che la animava, non poteva piegare a propositi di reazione; e tutte le volte che lo fece (si veda il Novantotto) mise a repentaglio la sorte fisica- dei Sovrani e quella morale del trono.

Dal 1861 al 1914, la grandezza del Re­gno d'Italia fu tutta lì: in quel miste­rioso equilibrio fra il principio di ordine e il principio rivoluzionario che risolveva a suo modo l'esigenza, per un paese nuo­vo, di una nuova legittimità. Correggendo errori, riparando a impazienze e a de­bolezze, la Monarchia italiana finì per aderire a una profonda esigenza dell'ani­ma nazionale: e il periodo giolittiano coincise con un suo rinnovato splendore. con uno splendore calmo e non luccicante, di stile quasi cavouriano. Ma venne poi il '14, il maggio radioso, la violenza dell'interventismo, la grande e gloriosa ma anche prematura esperienza della guerra: quei valori «sacri», quei valori - «religiosi». che nella data del 17 marzo 1861 si simboleggiavano persero graduai. mente il loro fascino, la loro forza di ri­chiamo. La dittatura cambiò tutti i ter­mini del quadro; rese perfino irricono­scibili il linguaggio e lo stile. Della vec­chia Monarchia liberale rimase in piedi solo la struttura, la facciata; ma dietro quella facciata esteriore — ancorata solo alle rigidità del protocollo — tutto fu trasformato, tutto fu sovvertito.

Cent'anni di storia; e quale storia! Ventuno milioni di italiani, il Regno d'Italia appena nato; cinquanta, lo Stato repubblicano di oggi. Suffragio ristretto allora; suffragio universale oggi. Demo­crazia appena in fasce, in quei giorni: democrazia articolata e in espansione. oggi. Ma il significato di questa ricorren­za è uno solo: invitarci a non scordare il senso profondo della nostra storia, a conservare «in scrinio pectoris n la poe­sia di tradizioni che sono forza di noi stessi, alimento alla vita di un popolo, aiuto nelle scelte supreme.

Il Regno d'Italia, il Regno di Cavour e di Ricasoli, non è più; e non è più da un pezzo. Ma la lezione di quegli uomini e di quei tempi vive in noi con la forza di un esempio incomparabile. Quella è la nostra patria, è la nostra patria lon­tana. Non dimentichiamola; perché po­tremmo rischiare di smarrire noi stessi.

giovedì 14 marzo 2019

Le stragi sabaude? Nate dalla propaganda dei filoborbonici



Il famoso eccidio di Pontelandolfo fu ingigantito dai legittimisti. Un falso storico di lunga durata
Il caso dell'«eccidio» che sarebbe stato consumato il 14 agosto 1861 dal regio esercito piemontese in un paese, Pontelandolfo, oggi in provincia di Benevento è stato elevato, dalla letteratura antirisorgimentale, a simbolo della ferocia con la quale sarebbe stata portata avanti «la conquista del Sud» dalle truppe fedeli ai Savoia.
Per molto tempo è stata accreditata una versione dei fatti che aveva come fonte primaria la Storia delle Due Sicilie di uno storico borbonico, Giacinto de' Sivo, il quale, dopo la caduta di Napoli, alla sottomissione ai Savoia aveva preferito l'esilio e aveva raggiunto a Roma Francesco II rifugiatovisi con la corte. Qui aveva scritto la sua opera, che rimane peraltro il miglior prodotto della letteratura storiografica legittimista e filoborbonica. La tesi di De' Sivo, transitata poi in maniera acritica in tanti altro lavori, è che l'azione militare ordinata dal generale Cialdini, che comandava l'esercito italiano, fosse una rappresaglia per la strage di una quarantina di soldati piemontesi avvenuta l'11 agosto.
Le cose, in realtà, stanno diversamente. E lo dimostra un libro di Giancristiano Desiderio dal titolo Pontelandolfo 1861 (Rubbettino, pagg. 152, euro 14), che non soltanto ricostruisce i tragici avvenimenti di quel periodo sulla base di una lettura critica di documenti e testimonianze ma che, pure, rivista e ridimensiona il «mito» che la letteratura filo-borbonica e anti-unitaria aveva finito per costruire attorno ai fatti di Pontelandolfo.
Gli avvenimenti vanno inquadrati nel clima turbolento che accompagnò il crollo del Regno delle Due Sicilie e l'annessione di quei territori al Regno d'Italia. Si pensò da parte di comitato e nostalgici del regno borbonico di utilizzare le bande di briganti per dare l'illusione della nascita di una Vandea napoletana e di una resistenza legittimista. Ma, come osserva Desiderio, «i briganti rimangono tali e non possono essere trasformati in patrioti borbonici senza falsificare la storia».
Nel piccolo centro di Pontelandolfo i briganti, capeggiati da un certo Cosimo Giordano, un ex sergente borbonico ora a capo di una banda sanguinaria, si erano impadroniti del potere e avevano costituito una specie di governo provvisorio opera dello stesso Giordano e di un sacerdote legittimista, l'arciprete don Epifanio De Gregorio che sognava di trasformare quel luogo nel centro della rivolta sanfedista e antisabauda. L'11 agosto, una quarantina di soldati del regio esercito furono inviati nei pressi di Pontelandolfo per un'opera di ricognizione sul territorio al fine di fare argine ai briganti. Ma, accolti da manifestazioni di ostilità, vennero trucidati. Qualche giorno dopo, il 14 agosto, si ebbe l'incendio e il sacco di Pontelandolfo ad opera dalle truppe inviate dal generale Cialdini e guidate dal colonnello Pier Eleonoro Negri. Si trattò, certo, di fatto di una rappresaglia, ma in realtà l'operazione era stata programmata prima dell'eccidio dei soldati italiani e come una operazione di controllo e di ripristino dell'ordine in una zona che aveva fatto registrare numerosi e violenti atti di brigantaggio.

Dallo studio fatto da Giancristiano Desiderio, che ha messo a confronto le diverse versioni sui fatti oltre che le interpretazioni storiografiche che ne sono state date, emergono una serie di importanti contraddizioni e la inattendibilità della versione, divenuta una vulgata della letteratura filoborbonica, di Giacinto De Sivo. Ma soprattutto da esso risultano ridimensionati sia la portata dell'operazione sia il numero delle vittime. Scrive, dunque, l'autore: «se la controstoria ci dice che a Pontelandolfo il 14 agosto 1861 ci furono centinaia o addirittura migliaia di vittime e l'azione dell'esercito italiano fu una spietata rappresaglia, i documenti tutti i documenti sconfessano il mito della controstoria e dicono che l'ordine di intervenire sull'Alto Sannio non fu concepito come una vendetta e mostrano che nell'incendio morirono tredici persone».
Da attento cultore di Benedetto Croce, qual egli è, Desiderio svela il meccanismo attraverso il quale è stata creata, e si è affermata nel tempo, una versione di quei fatti che è una «falsa storia», proprio nel senso crociano del termine, cioè a dire una storia che, per giustificare una tesi precostituita, non si cura dei documenti. Probabilmente il saggio di Giancristiano Desiderio, per il fatto di demolire un mito della polemica antiunitaria, provocherà in taluni irritazione, ma è un esempio di come la storia dovrebbe la storia dovrebbe essere davvero scritta. Senza cedere alla dittatura delle passioni di parte e allo gusto dello scandalismo.

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/stragi-sabaude-nate-propaganda-dei-filoborbonici-1661433.html

venerdì 9 novembre 2018

“I Savoia e il Risorgimento, sgomberiamo il campo da leggende e pregiudizi”


Tre lezioni dello storico torinese Alessandro Barbero raccontano il ruolo sabaudo nelle guerre di indipendenza


Ricominciano all’Auditorium del grattacielo Intesa Sanpaolo, le lezioni di Alessandro Barbero per il secondo ciclo «La storia passa per Torino», a cura di Giovanna Cogoli.  

Professor Barbero, l’anno scorso tre lezioni sul medioevo, nel 2018 si passa direttamente al Risorgimento?  
  
«Sì, vogliamo inquadrare le tre guerre d’Indipendenza italiana in tre incontri, per raccontarne il ruolo sabaudo». 

Con quale obiettivo?  
«Rivalutare il ruolo laico della dinastia senza sconfinare nelle leggende risorgimentali. E soprattutto nelle derive storiche contemporanee». 

Si riferisce ai tentativi dei movimenti neoborbonici di ridisegnare storicamente questo periodo?  
«Non solo ai neoborbonici, che peraltro non si capisce neanche quanto siano realmente diffusi. Mi riferisco anche ad altri movimenti di opinione: gli “scettici”, che avrebbero visto positivamente un futuro del Lombardo-Veneto ancora sotto Francesco Giuseppe. Oppure a tutti coloro che ancora oggi inneggiano alla “Serenissima” veneta, un’illusione».  

[...]



Grattacielo Intesa San Paolo , corso Inghilterra 3, ore 18   
Ingresso gratuito  
(prenotazione obbligatoria su grattacielointesa- sanpaolo.com/news)  

martedì 8 maggio 2018

I motivi per cui 157 anni or sono si giunse all’Unità d’Italia


Testo della conferenza tenuta il 5 Maggio per il Movimento Monarchici dal Nostro Gianluigi Chiaserotti


Gentili Signore, gentili Signori,
ringrazio Mauro Mazzoni, presidente del Movimento “Monarchici” di avermi invitato quest’oggi qui a Lucca, antica Città di tradizioni anche monarchiche, città che non conoscevo, città napoleonica, assegnata, il 23 giugno 1805, ad Elisa Bonaparte (1777-1820) ed al consorte Felice Baciocchi (1762-1841), mantenendo però una certa autonomia rispetto alle altre città italiane, ma sempre sotto il  diretto dominio di Napoleone, di cui, tra l’altro, quest’oggi è l’anniversario della sua morte immortalata nell’Ode “Cinque Maggio” di Alessandro Manzoni (1785-1873).
Con il Congresso di Vienna venne deciso di creare il Ducato di Lucca ed il 10 maggio 1815 subentrò, come reggente, Maria Luisa di Borbone-Spagna (1782-1824), alla quale succedette il figlio Carlo Ludovico di Borbone (1799-1883) e, nel 1847, la città venne ceduta al Granducato di Toscana.
Ma anche l’Alighieri  incluse molte riferimenti alle famiglie feudali che ebbero una grande giurisdizione con poteri amministrativi ed giudiziali.
Ed il Sommo Poeta stesso spese molti dei suoi anni in esilio a Lucca.
Ma oggi non sono qui per parlare della Storia di Lucca, ma bensì dei motivi che 157 anni or sono portarono all’Unificazione dell’Italia sotto la Monarchia Sabauda.
Il 17 marzo 1861, nella suggestiva aula del Parlamento Subalpino di Torino sita in Palazzo Carignano, fu proclamato il Regno d’Italia e la nostra Penisola divenne appunto una ed indipendente.
Ma, senza alcuna ombra di dubbio, la suddetta data è la conclusione di un ciclo di  fatti, di movimenti politici, di movimenti culturali, di imprese belliche ed eroiche, che cercarono di portare all’Unità, ma anche l’inizio di un ulteriore ciclo che condurrà al 20 settembre 1870 con la proclamazione di Roma, Capitale d’Italia.
In questa mia alquanto imprecisa e superficiale “conversazione” (data, essenzialmente, la vastità dell’argomento) cercherò di darVi, da modesto appassionato, un opportuno quadro generale sulle premesse, oserei dire, di quello che sarà l’Unità d’Italia. Quindi un ricordo di colui, che a mio modo di vedere, fu il vero, e più originale, artefice dell’Unità, Camillo Benso Conte di Cavour (1810-1861), operante nell’antico Regno di Sardegna.
Concluderò con  delle brevi riflessioni di insigni storici sul periodo.

§ 1. Note introduttive –
A) La Rivoluzione Francese, Napoleone
La nostra penisola era, da secoli, divisa e per nulla tenuta in considerazione. Quindi  le grandi  e potenti nazioni d’Europa avevano trovato un campo aperto alle loro ambizioni.
L’Italia era considerata una semplice espressione geografica.
Tutti  si erano lanciati verso l’Italia, come, oserei dire, su una facile preda: Francia, Spagna, Austria erano venute a conquistarvi intere provincie: le due più  grandi città d’Italia, Milano e Napoli, erano cadute in mano straniera. Ed i superstiti piccoli Stati Italiani, anche se di nome avevano conservato la loro indipendenza, di fatto finivano con il gravitare, come satelliti, intorno ai pianeti europei.
Gli Italiani non erano più nessuno in casa propria.
Ed è veramente triste affermarlo!
Per lunghi, lunghissimi anni (più di trecento), nelle più fiorenti regioni italiane, francesi, tedeschi o spagnoli vi comandavano.
In questa situazione, anche attraverso i secoli, si erano levate voci che incitavano gli italiani a riconquistare la libertà perduta. Voci di poeti, di storici, di politici, di musicisti che testimoniavano la rivolta morale della parte più nobile del paese.
Ma perché l’Italia si risollevasse dalla decadenza, non bastava il richiamo di pochi spiriti eletti.
Era necessario che il risveglio penetrasse profondamente nell’animo della nazione.
Era necessario che gli italiani si trasformassero, si facessero, per così dire, un’anima nuova. Per acquistare la libertà, necessitava che negli animi sorgesse il desiderio, il bisogno della libertà.
Per raggiungere l’unità, era opportuno superare le divisioni, acquistare la coscienza di formare un’unica famiglia, affratellata in un’unica sorte. Per ottenere l’indipendenza, gli italiani dovevano apprendere  quello che, nei secoli, avevano dimenticato: a lottare, a combattere, a morire per la loro causa.       
Eccoci quindi alla storia del nostro Risorgimento che non è soltanto quella di un seguito di insurrezioni e di battaglie: è ben di più, è la storia di un popolo che si trasforma, che si rinnova, è la storia della nuova Italia che nasce.
Ma quando questa c. d. “Nuova Italia” nasce?
Nasce molti anni prima, cioè alla fine del secolo XVIII, con quel grande movimento politico che scoppiò in Francia: la Rivoluzione Francese e tutte le conseguenze che portò.
L’ascesa di un astro come Napoleone Bonaparte, la sua discesa in Italia del 1796-97, e l’elevazione, il 7 gennaio 1797, in Reggio dell’Emilia, del primo tricolore italiano.
Quindi anche l’Italia  partecipa a questo fervore di rinnovamento, che percorre l’Europa: vi partecipa con i suoi uomini migliori. L’inerzia degli italiani si scuote. Un’avanguardia di pensatori e di uomini di azione si mette in testa del movimento, e ciò nelle grandi città che formano i centri più attivi della vita italiana.
Ecco, a Milano, Cesare Beccaria (1738-1794), filosofo, giurista, letterato, che ispira con il suo libro più famoso “Dei delitti e delle pene”, la riforma del diritto penale; e Pietro Verri (1728-1797), economista e storico, che lascia una profonda impronta, con i suoi studi e con la sua opera  sul terreno filosofico e finanziario.
Ma non di meno è quanto accadde a Napoli, centro di questo risveglio: con Gaetano Filangeri (1753-1788), giurista e filosofo, il quale espose un pensiero frutto della grande cultura napoletana antecedente l’Unità d’Italia, rappresentata da Giovan Battista Vico (1668-1744) e da Pietro Giannone (1676-1748), i quali interpolarono la dottrina di Charles-Louis de Secondat, barone de la Brède et de Montesquieu (1689-1755); Antonio Genovesi (1713-1769), il quale, anch’egli, seguì le lezioni del Vico e, ordinato sacerdote, insegnò metafisica ed etica all’Università di Napoli, ma dopo l’incontro con l’economista Ferdinando Galiani (1728-1787), si dedicò all’economia, di cui tenne nel 1754 la prima cattedra in Europa.
Nelle “Lezioni di commercio o sia d’economia civile” (1765-1767) il Genovesi trattò del valore (connesso, utilitariamente, alla soddisfazione dei bisogni) ed anche di politica economica, combinando tra loro posizioni mercantiliste, liberiste e fisiocratiche, al fine di conciliare l’etica con il lusso generato dallo sviluppo economico; e tanti altri, che sarebbe lungo ricordare, filosofi, giuristi, economisti, tutti, si puo’ dire, operai della costruzione della nuova fabbrica, se mi sia permesso di denominare così la nostra Penisola.
Sono tutti personaggi che hanno posto in evidenza quel “lumen rationis” delle idee illuministe di fine secolo XVIII e che ispirarono la Rivoluzione Francese.
Gli eserciti della repubblica francese discendono dalle Alpi come un torrente devastatore; ed è, man mano che spazzano via, con le loro vittorie, gli eserciti degli antichi dominatori, spazzano via anche unitamente i vecchi Stati, i vecchi ordinamenti, le vecchie classi dirigenti.
E’ veramente un mondo nuovo che nasce, in quei giorni…..
L’Italia si copre di repubbliche [la Cispadana (1796), la quale si fonderà (27 giugno 1797) con la Transpadana, dando vita alla repubblica Cisalpina, con capitale Milano]  ad immagine e somiglianza della grande repubblica francese. Sono delle creazioni improvvisate, disordinate, confuse, che si reggono sulla forza delle armi francesi più che sulla propria forza. Ma sono delle creazioni nuove. Non più sovrani, non più privilegi: tutti son chiamati a collaborare, la strada è aperta per tutti.
Le nuove parole del secolo, libertà, eguaglianza, popolo, nazione, che prima esistevano come idee vaghe ed alquanto astratte, divengono ora per gli italiani, qualcosa di vivo, di presente, ma soprattutto di concreto.
Gli anni trascorrono.
Il generale rivoluzionario Bonaparte si trasforma nell’imperatore Napoleone; le repubbliche si trasformano in regni.
L’Italia aveva trovato (purtroppo) in Napoleone un nuovo padrone, che prese il posto degli antichi. Ne prese il posto, ma non fu uguale a loro.
I vecchi padroni rappresentano il passato.
Il nuovo padrone rappresenta, non ostante tutto, l’avvenire. Anche se porta sul capo una corona  anche se si comporta, qualche volta, come un tiranno, resta per l’Italia come per la Francia, il figlio della rivoluzione.
La corona  è detta “del ferro” o “ferrea”, ed è conservata attualmente nel Duomo di Monza. Essa molto simboleggiò la storia italica e,  in senso lato, quella europea. Detta corona è il simbolo per antonomasia dell’Unità e del Regno d’Italia.
Negli stati napoleonici gli italiani vengono chiamati a governare, partecipano alle cariche pubbliche; imparano così quello che non avevano appreso prima, a reggersi da soli, ad occuparsi delle loro attività politiche. Ed apprendono anche quello che da secoli avevano dimenticato, a combattere. Sorgono eserciti italiani, combattono sotto bandiere italiane. Gli italiani riprendono le armi in mano, cominciano ad adoperarle: la lezione di Napoleone è anche per gli italiani, una lezione di forza.
Quando, dopo vent’anni, il grande Còrso viene sconfitto ed abbattuto, codesta è l’eredità che egli lascia all’Italia: la coscienza di se stessa, la coscienza di formare un popolo, ed una nazione.
L’Italia che Napoleone lascia non è più quella che egli ha trovato, calando dalle Alpi in quella bella lontana primavera del 1796: è un’altra Italia. Anzi, possiamo dire, è in quegli anni che la nostra Penisola iniziò ad esistere, e si prepara a combattere per la sua esistenza.
Ma il 18 giugno 1815, sul campo di battaglia di Waterloo, la grande ed indimenticata avventura napoleonica trovava la sua conclusione. L’imperatore dei francesi era battuto ed esiliato nell’isola di Sant’Elena, dove, come dicevo all’inizio, il 5 maggio 1821, proprio centonovantasette anni fa, morì.

B) Restaurazione, Romanticismo e le nuove idee
Non fu soltanto una semplice disfatta di un uomo, che vedeva crollare le sue sconfinate ambizioni di dominio: con lui, era la rivoluzione che veniva vinta ed abbattuta. Il vecchio mondo prendeva la sua rivincita. I sovrani d’Europa, radunati a Vienna in congresso, si proposero di restaurare l’antico edificio, che la Rivoluzione e Napoleone avevano sconvolto.
“Restaurazione”, appunto, è il nome che danno alla loro opera: restaurazione del vecchio ordine politico e sociale che aveva preceduto la rivoluzione.
Restaurazione anche in Italia. Gli antichi stati vengono richiamati in vita; gli antichi sovrani risalgono sui loro troni. Ritorna, come prima, l’Austria. Più forte di prima: ai suoi antichi dominii della Lombardia ha aggiunto una nuova conquista, Venezia. La vecchia, gloriosa repubblica di San Marco era stata travolta dagli sconvolgimenti del periodo rivoluzionario: ora, divenne una preda dei vincitori.
Così, l’Italia Settentrionale, dal Ticino all’Adriatico, diviene una provincia austriaca: e con essa, Vienna tenne nelle sue mani le chiavi della Penisola.
Ma la “Restaurazione” fu l’inizio di una nuova stagione per la nostra Penisola, che, culminerà, come più volte abbiamo detto, nell’Unità d’Italia.
Agli ideali illuministici, razionali, che portarono alla Rivoluzione Francese, si comincia a contrapporre quel nuovo movimento culturale che è il Romanticismo.
Fra tutti gli avversari  della Restaurazione, gli ex-ufficiali napoleonici, formati alla scuola ardimentosa dell’esercito imperale ed impazienti dell’inerzia cui son ridotti, costituiranno, non di rado l’elemento più combattivo e pronto a passare all’azione rivoluzionaria contro i governi restaurati. Ed accanto a loro  un grosso contingente di oppositori è dato dalla borghesia dei commerci e delle industrie, danneggiata, nei propri interessi, ed esasperata dal risorto predominio dell’aristocrazia, oppure  da nobili di idee progressiste, ma soprattutto dagli intellettuali, influenzati, come si diceva poc’anzi, dall’ormai irresistibile diffusione del Romanticismo dalla Germania verso il resto dell’Europa.
Da principio puo’ apparire che il Romanticismo, predicando il ritorno alla tradizione od esaltando il sentimento, in netta antitesi al razionalismo illuministico, sia alleato alla Restaurazione. Ma si vede che la rievocazione della storia, l’esaltazione delle tradizioni nazionali, il richiamo alla coscienza popolare significano solo l’alimento del patriottismo. Fare appello, come i romantici, al sentimento individuale, alla libera espressione del cuore e della fantasia, in antitesi alle regole del classicismo, significa alimentare la battaglia per la libertà contro lo spirito autoritario della Restaurazione.
Romantico diviene sinonimo ovunque di liberale e patriota.
Non dimentichiamoci che il Romanticismo nasce in Germania da quel movimento (pre-romantico) denominato “Sturm und Drang”, “impeto ed assalto”.
La cultura del Romanticismo, infatti, non vive isolata in una sua “turris eburnea”, (la torre d’avorio), ma partecipa caldamente alla battaglia politica che attorno a lei si svolge.
In ogni paese, le università con i loro studenti e docenti costituiscono altrettanti focolai di agitazione liberale e di cospirazioni. Il poeta, il dotto, il musicista si sentono investiti di una specie di missione morale e, come tali, non ascoltati dai loro contemporanei.
La pubblicazione di un’opera di poesia romantica, di una grande opera storica o la rappresentazione di uno dei melodrammi romantici, come quelli dei musicisti Vincenzo Bellini (1801-1835), eppoi di Giuseppe Verdi (1813-1901), di Gioacchino Rossini (1792-1868), di cui quest’anno cadono il CL anni dalla morte, tutti in Italia, destano ondate di commozione e fremiti di entusiasmo, che li trasformano in altrettante battaglie di libertà.
Animatrice del patriottismo nazionale, la cultura romantica mantiene del resto vivissimo l’anelito umanitario ad una fraternità estesa al di sopra delle barriere nazionali.
Come l’idea liberale e l’idea nazionale, ai primi del secolo XIX, coincidono al punto da rendere sinonimi i termini “liberale” e “patriota”, così le vittorie e le sconfitte dell’idea liberale o del principio di nazionalità, in un qualsivoglia paese europeo, vengono sentite, dai liberali e dai patrioti di ogni altro paese, come vittorie o sconfitte di una causa comune.
La lotta contro l’assolutismo in nome del liberalismo costituzionale si identifica, nella coscienza generale, con la lotta per l’unità e l’indipendenza dei varii popoli smembrati e/o asserviti dalle idee guida del Congresso di Vienna.
E’ anche il periodo in cui sorgono le c. d. “società segrete”, e la più importante fu la Carboneria, che svolse un importante ruolo nella prima fase del Risorgimento italiano.
Le sue origini si ricollegano ai sodalizi politici francesi sorti alla fine del Secolo XVIII nella Franca Contea, dove le società dei “charbonnies” dissimulavano i propri programmi politici entro associazioni di carattere mutualistico professionale (“compagnonnage”). La Carboneria fu introdotta nel Meridione d’Italia da ufficiali francesi. In Italia si caratterizzò per gli ideali di indipendenza e la rivendicazione di forme di governo monarchico-costituzionali. La Carboneria si affermò così nella borghesia liberale e nel patriziato più aperto. Al fine di fare leva sul sentimento religioso delle masse, la Carboneria adottò un rituale ed un simbolismo derivanti dal culto di San Teobaldo [era un eremita vissuto tra il 1017 (ca.) ed il 1066] e dalla passione di Gesù Cristo. Essa era divisa in sezioni dette “vendite” con gli aderenti chiamati “buoni cugini”. La società segreta era regolata da una rigidissima gerarchia (apprendista, maestro, gran maestro), in base alla quale si graduavano non solo gli incarichi ma anche la conoscenza stessa del programma segreto.
Dopo il 1814 la Carboneria si diffuse in tutte le regioni d’Italia, incontrandosi con altre formazioni (Filadelfi, Adelfi e Federati), ed assunse, in molti casi, la direzione delle attività insurrezionali.
La sua azione culminò con i moti costituzionali del 1820-1821, il cui fallimento segnò anche l’inizio della decadenza della società segreta, soppiantata, in breve, da altre associazione tipo la “Giovine Italia” di Giuseppe Mazzini (1805-1872).
Fallì anche il tentativo compiuto a Parigi di ridare vita ai resti della Carboneria ma in senso democratico e repubblicano (1832-1833).
Siamo quindi giunti al periodo di nuovi rivolgimenti europei (dal 1831 al 1848) con le svariate ed articolate rivoluzioni  che vanno dal Portogallo alla Spagna, dalla Francia all’Italia e tutte le loro conseguenze. 

§ 2. Il Conte di Cavour –
Ma torniamo all’Italia. Più precisamente al Piemonte dove un nuovo astro illuminato sorge. E’ il Conte di Cavour.
Camillo Benso Conte di Cavour nacque il 10 agosto 1810 a Torino, allora capoluogo di un dipartimento dell’impero napoleonico.
Il principe Camillo Borghese (1775-1832), duca di Guastalla e coniuge di Paolina (Maria Paola) Bonaparte (1780-1825) (sorella di Napoleone I), governatore dei dipartimenti francesi in Italia, tenne (per procura) a battesimo il Nostro e gli diede il nome. Infatti il marchese Michele Benso (1781-1850), padre del Cavour, era ciambellano del principe medesimo.
La famiglia Benso era originaria di Chieri ed avevano ottenuto il titolo marchionale ai tempi del Re di Sardegna Carlo Emanuele III (1701-1773) con Michele Antonio, signore di Santena.
Camillo di Cavour aveva come madre, la ginevrina Adele di Sellon (1780-1846), la quale, nell’ottobre 1811, abiurò al calvinismo per farsi cattolica. La famiglia, però, era imparentata con l’aristocrazia protestante e liberale di Ginevra, ove ebbe cari specialmente i De la Rive, mentre l’ava paterna, Filippina di Sales, della famiglia di San Francesco di Sales (1567-1622), si allacciava all’alta società della Savoia. Inoltre due zie materne erano rispettivamente sposate una con Jean-Louis Douhet Conte d’Auzers (+ nel 1831) e l’altra con il duca Clermont-Tonnerre ed avvicinavano il Nostro al patriziato legittimista francese.
Codesti variegati influssi concorsero a temprare l’animo e la mente del Cavour. Ma egli fu prima di tutto figlio del Piemonte, e da questa terra di nobili sabaudi e di soldati trasse il necessario impulso alle sue idealità politiche nazionali.
Suo primo maestro fu l’abate Frézet, degno e colto sacerdote, di cui conservò sempre un particolare e gradito ricordo.
Quindi dal 1820 al 1826, Camillo frequentò l’Accademia Militare, e, nel 1824, fu paggio del principe Carlo Alberto di Savoia-Carignano (1798-1849), futuro Re di Sardegna.
Il Nostro studiò le scienze esatte e la matematica, che era insegnata dal matematico ed astronomo Giovanni Antonio Amedeo Plana  (1781-1864),  ma poco profitto nelle discipline letterarie, le quali nell’Accademia erano ritenute di secondaria importanza e meno si confacevano, del resto, all’indole del di lui ingegno. Ma la vita militare non era per il Conte di Cavour, e quindi (12 novembre 1831), ottenuto il permesso della famiglia, chiese ed ottenne le dimissioni dall’Accademia.
Deposta l’uniforme, il Benso iniziò ad occuparsi di agricoltura e delle scienze economiche e sociali. Fu in questo periodo della sua vita che, allontanate le rivoluzionarie idee di gioventù, il Nostro si avvicinò a quel liberalismo pratico che professò poi con maggiore risolutezza e con più profonda consapevolezza, ma che era, in sostanza, sin d’allora, nello spirito di tutta (o quasi), l’aristocrazia piemontese.
Il Conte di Cavour si fece conoscere (nel 1834) con la pubblicazione di un “Extrait” relativo all’inchiesta inglese sulla tassa dei poveri e come combattere la miseria, difendendo il principio della “carità legale” che deve integrare e non sopprimere quella privata.
Il Cavour, quindi, viaggiò molto in Europa con il recondito fine di apprezzare idee e conoscere persone.
Nel 1835, rientrò a Torino ove il padre era stato nominato Prefetto di Polizia, e Camillo si assunse l’onere di amministrare i beni di famiglia in quel di Leri, nel vercellese. Vi rimase sino al 1848.
Il Piemonte era allora un paese ad economia tendenzialmente agricola, ma proprietari e fittavoli, chiusi nei vecchissimi sistemi patriarcali, ripugnavano a quelle applicazioni scientifiche che erano state introdotte, e con profitto, nel Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, nella Francia, nella Confederazione Elvetica, ed anche, in parte, nel Granducato di Toscana. Certamente l’attività imprenditoriale del Cavour gli permise di conoscere l’intima struttura economico e finanziaria del paese, di cui apprese quindi anche ad inquadrare i problemi politici in una limpida e chiara visione della realtà.
Fu in questa realtà che il conte di Cavour, continuando sempre ad osservare e studiare il liberalismo inglese [a lui è dovuta la fondazione in Torino della “Société du Whist” (1841), circolo aristocratico di giuoco e di conversazione sul modello dei “clubs” di Londra e di Parigi], per consiglio di Achille Léonce Victor Charles  Duca di Broglie (1785-1870) (politico e diplomatico francesce) ed a proposito del libro del conte Ilarione Petitti di Roreto (1790-1850) (economista, scrittore, consigliere di Stato e Senatore del Regno) sulle strade ferrate, pubblicò nella “Revue nouvelle”  di Parigi una “Étude des chemins de fer en Italie” (maggio 1846), in cui il problema delle ferrovie era trattato non solo sotto l’aspetto degli interessi materiali, ma anche e soprattutto sotto quello delle idealità politiche e nazionali.
Codesti studi potevano far apprezzare il Nostro in certe sfere, ma non conquistargli l’anima del popolo. Suo padre, come vicario, aveva nemici che lo accusavano persino di affarismo. Il 17 giugno 1847 il marchese Michele si dimise. Il 29 ottobre il Re Carlo Alberto, gettandosi sulla strada aperta dal Pontefice, il Beato Pio IX [Giovanni Battista Mastai Ferretti (nato nel 1792) 1846-1878], concesse alcune riforme, tra cui una moderata libertà di stampa. Così, il 15 dicembre, apparve il “Risorgimento”, giornale quotidiano, di cui il Cavour fu direttore, redattore-capo e gerente. La vocazione alla vita pubblica, che di già a vent’anni gli faceva sognare di svegliarsi un giorno primo ministro del Regno d’Italia, s’era venuta in lui consolidando con il tempo e con gli studi. Gentiluomo di campagna, sicuro di sé, aperto alle voci della sua terra subalpina, ma poco o nulla sensibile ai ricordi classici ch’erano e sono tanta parte della coscienza della nazione, non si lasciava abbagliare dalle fulgide visioni di Vincenzo Gioberti (1801-1852) e non ammetteva affatto con lui “che nulla potesse farsi senza il Papa”. Piuttosto il Cavour acconsentiva con le idee dello storico e politico Cesare Balbo (1789-1853), il quale, attraverso le memorie del 1821, meglio rispondevano alle tradizioni secolari piemontesi. Ma mentre quest’ultimo dichiarava di mirare solo all’indipendenza, Camillo di Cavour poneva come condizione di questa libertà, anzi di tutte le libertà, economiche, religiose e politiche, che fossero compatibili  con l’ordine pubblico.
Il 7 gennaio 1848 in un convegno di giornalisti, provocato dalle agitazioni di Genova, il Nostro propose che si chiedesse la costituzione al Re, e fu appoggiato da altri influenti dell’epoca, ma non dai democratici sospettosi che egli mirasse a prendere loro la mano.
Proclamato lo Statuto (4 marzo 1848), il Cavour ne rivendicò la perfettibilità per consenso di principe e di popolo e propose egli stesso il senato elettivo e l’aperta dichiarazione dei culti. Nelle discussioni per la legge elettorale si adoperò affinché il diritto di voto fosse concesso a tutti gli individui capaci di esprimere un consapevole proposito politico.
Nelle elezioni suppletive del 26 giugno 1848, il Conte di Cavour fu eletto in ben quattro collegi elettorali, ma optò per quello di Torino. Il 4 luglio, prese, per la prima volta, la parola alla Camera del Parlamento Subalpino.
Da quel momento la vita di Camillo Benso Conte di Cavour nuovamente cambiò. Finalmente era immerso nella vita pubblica del suo Piemonte.
Da questa mutazione pubblica, si poteva benissimo comprendere che presto sarebbe divenuto il padrone. Libero scambista, convinto che il Piemonte dovesse sempre più e meglio confondere la propria vita economica con quella delle potenze occidentali, il Nostro, da Ministro dell’Agricoltura, sottoscrisse un trattato di commercio e di navigazione con la Francia (5 novembre 1850), poi uno con il Belgio (24 gennaio 1851), ed un terzo con il Regno Unito (27 febbraio 1851).
Tutto il decennio successivo (1849-1859) è storia più che nota. Fu, da parte del Cavour, un tessere, giorno per giorno, momento per momento, occasione per occasione, le maglie diplomatiche per l’unificazione dell’Italia sotto la fulgida guida del Re di Sardegna, Vittorio Emanuele II di Savoia (1820-1878).
Le occasioni ed i momenti fondamentali furono, senza dubbio: la guerra di Crimea  (ottobre 1853-gennaio 1856) e quindi l’appoggio piemontese alla Francia ed al Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord contro la Russia; il conseguente congresso (25 febbraio/16 aprile 1856) e trattato (30 marzo 1856) di Parigi, che sanzionò la sconfitta russa nella detta guerra, ed ove il Conte di Cavour pose abilmente all’attenzione delle potenze europee la questione italiana, ed, infine, gli accordi di Plombières (les-Bains), conclusi il 20 luglio 1858 con l’imperatore dei francesi Napoleone III (1808-1873), i quali prevedevano l’aiuto della Francia al Piemonte per muovere guerra all’Austria, con la cessione, però, di Nizza e della Savoia alla Francia medesima.
Ed eccoci a quel 17 marzo 1861, come si diceva all’inizio, nella nobile e suggestiva cornice dell’aula del Parlamento Subalpino di Palazzo Carignano di Torino, in cui fu proclamato il Regno d’Italia.­
La rivoluzione aveva dato forza alla diplomazia, ma, senza quest’ultima, la rivoluzione non avrebbe nulla concluso. Però codesto spirito rivoluzionario, imbaldanzito dalla fortuna, era divenuto l’anima di una partito detto “di azione” che, insofferente di indugi, pretendeva di imporsi allo Stato e di trascinarlo alle più arrischiate avventure.
L’Italia era unificata, ma senza la capitale a Roma l’opera non poteva, non doveva essere completa. Infatti il 25 marzo 1861, il deputato di Bologna Rodolfo Audinot (1814-1874) tenne alla Camera un vibrante discorso sulla questione romana, che dette lo spunto al Cavour per le sue celebri dichiarazioni e per l’emanazione dell’ordine del giorno con il quale Roma era proclamata capitale d’Italia (“non ci sarebbe stata l’Italia unita se Roma non fosse stata la Capitale”).
Purtroppo l’improvvisa morte (6 giugno 1861) interruppe la singolare opera del Conte di Cavour.
Sin dalla prima giovinezza, come abbiamo visto, il Cavour aveva avuto l’ambizione di essere un grande ministro di un paese costituzionale all’inglese. La fede nella libertà, patrimonio delle aristocrazie, e la persuasione ch’essa potesse poggiare soltanto sugli ordini rappresentativi, sono le sue caratteristiche e costituiscono l’unità mirabile della sua vita.
Nel 1861, il Cavour avrebbe potuto ripetere ciò che nel 1852 aveva detto alla Camera:
“Dovessi rinunziare a tutti i miei amici d’infanzia, dovessi vedere i miei conoscenti più intimi trasformarsi in nemici accaniti, non fallirei al dover mio, non abbandonerei mai i principi di libertà ai quali ho votato me medesimo, del cui sviluppo ho fatto il mio compito ed a cui per tutta la vita sono stato fedele”.
Piemontese anzitutto, mirò a realizzare, memore dell’esperienza del 1848, quel regno sabaudo dell’Alta Italia che era stato l’ambizione ed il tormento del Re Carlo Alberto. Ma quando Cavour si accorse che si poteva ottenere di più, non esitò a farsi italiano ed a mettersi risolutamente alla testa del movimento unitario e monarchico.
Il Cavour ebbe quella visone esatta della realtà, anzi di tutte le realtà, sino agli estremi limiti del possibile; e tutto il possibile volle conseguire sfruttando le circostanze con sommo ingegno, con ferrea tenacia, con calda passione di artista della politica.
Qui sta la sua grandezza e la sua originalità.
Soprattutto fu un grande diplomatico, ma le risorse della vecchia diplomazia in lui si unirono con l’impeto del rivoluzionario e l’audacia del giocatore d’azzardo.
Nessuno puo’ dire che cosa avrebbe fatto per compiere l’unità politica della Nazione, al fine di risolvere i problemi ideali che il Risorgimento implicava, per dare il soffio di una vita sua originale al rinnovato popolo d’Italia. Il Conte di Cavour, come l’ammiraglio Horatio Nelson (1758-1805), morì nella gloria di un trionfo che pochi anni prima era pura follia sperare.

§ 3. Conclusioni –
Ho cercato, e spero, cari Amici, di averVi dato un sintetico quadro degli svariati aspetti che portarono la nostra Penisola a divenire unita sotto un Regno.
Dopo l’Illuminismo, dopo la Rivoluzione Francese, dopo l’impresa napoleonica, dopo gli ideali del Romanticismo, dopo le rivoluzioni europee del 1848, per conseguire la necessaria unità ci dovette riflettere, come abbiamo visto, il conte di Cavour. Presidente del Consiglio di quel piccolo stato dislocato tra le Alpi, che era il Regno di Sardegna.
Un Regno appunto! Quindi la grandezza e l’immortalità della Monarchia che ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà anche in codesto Terzo Millennio dell’Era Cristiana.
Ma questi ideali di unità erano, senza dubbio, insiti nel piccolo stato.
Infatti, attraverso i secoli, due principi cercarono essenzialmente di infonderli: uno fu il duca Emanuele Filiberto di Savoia (1528-1580), il quale per la sua ostinazione, fu chiamato dagli spagnoli “Cabeza de hierro” “Testa di ferro”, secondo fondatore dello Stato Sabaudo, il quale spinto dal motto “spoliatis arma supersunt”, riconquistò tutto quanto era stato perduto della sua terra e riformò l’ordinamento dello Stato su basi molto moderne, a cui potremmo quest’anno, CDXC della sua nascita,  dedicare un incontro; un l’altro è il re Vittorio Amedeo II di  Savoia (1666-1732), il quale fu il primo Re di Sardegna, dopo l’esserlo stato di Sicilia, e che dedicò gli ultimi dieci anni (1720-1730) del di lui regno ad un sostanziale, strutturale, radicale miglioramento dello stato, e ciò con una visione organica e coerente dei maggiori problemi.
Ma fu, nella cultura che, pur adottando misure restrittive della libertà di stampa e di pensiero, Vittorio Amedeo II non esitò a combattere il monopolio ecclesiastico nell’insegnamento, promovendo l’apertura di scuole laiche e restringendo i privilegi di quelle religiose.
E’ certamente un accenno di cultura liberale che ebbe il suo sviluppo nel ben noto “Secolo dei Lumi” e nell’Enciclopedia (1751).
Sotto il regno vittorino, si riorganizzò, ma su nuove basi, con l’aiuto di due giuristi siciliani [Niccolò Pensabene (1660-1730), nominato conservatore, e Francesco d’Aguirre (1682-1773 ca.), nominato avvocato fiscale dell’Università] l’Università stessa di Torino inviandovi maestri insigni dall’Italia e dall’estero, riservando alle quattro facoltà l’esclusivo diritto di conferire lauree, e fondando un collegio delle province per gli studenti poco abbienti.
E ciò fu dovuto anche a Vittorio Amedeo il quale, dalla lontana Torino, si affacciò sulle tradizioni e sulla cultura siciliana.
Le sue idee, la sua “forma mentis”, comune ai personaggi sabaudi, risvegliarono animi e spiriti sopiti nella profonda tradizione della cultura meridionale.
A Vittorio Amedeo succedette Carlo Emanuele III. A lui Vittorio Amedeo III (1725-1796), eppoi Carlo Emanuele IV (1751-1819), Vittorio Emanuele I (1759-1824), Carlo Felice (1765-1831) e Carlo Alberto. Sovrani tutti non inclini, anzi contrari, a quella visione liberale del Regno, la quale, per ritrovarla, dovranno trascorrere oltre cento anni dalla morte di Vittorio Amedeo II, e che si personificò, come abbiamo visto, nell’ultimo Re di Sardegna e primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele II.
Al riguardo scrisse il grande storico Gioacchino Volpe (1876-1971):
 “[…] La Monarchia, quella Monarchia rappresentata da quel Casato di antica origine, che nel ‘700 rimase l’unico Casato in certo senso “nazionale” della Penisola, cominciò ad operare, anche senza proporselo, per l’unità, sin da quando, nel ‘600 e ‘700, essa, per difendere il suo Stato o per guadagnare qualche provincia o città della Lombardia, ebbe a fronteggiare stranieri e soltanto stranieri, Spagna o Austria o Francia, richiamando su di sé l’attenzione, la simpatia e qualche speranza di Italiani di ogni paese, stanchi di tanta sarabanda di conquistatori e predoni, e diventando il punto di convergenza loro. […]”.
Scrive ancora il Volpe:
 “[…] E il dualismo (Italia monarchica e sabauda e l’Italia di popolo) era poi destinato a scomparire, quasi risolvendosi in forza, nel crescente riconoscimento che la Monarchia era l’unità, era la continuità, era la forza necessaria in un paese che aveva, e per di più poco benevolo, il Papato. […]”.
Quindi la monarchia sabauda fu accettata pur di veder realizzata l’Unità d’Italia. E fu anche accettata  in quella Sicilia borbonica, attaccata alle sue tradizioni millenarie. Al riguardo è interessante leggere quel capolavoro di romanzo che è “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957).  Scrive l’Autore:
“[…] Don Fabrizio, lirico e critico nello stesso tempo, con occhio disincantato, fuori dagli avvenimenti, li vede mutare, li vede sfuggire dal di lui controllo e, suo malgrado, è del tutto incapace di adeguarvisi. “(…) è meglio il male certo che il bene non sperimentato (…)” scrive l’Autore, facendo suo, un proverbio millenario nel momento in cui il protagonista vota affermativamente per il plebiscito di annessione al Regno d’Italia, e ciò con stupore generale della gente di Donnafugata, restia a ratificare, sia per ragioni personali, sia che per fede religiosa, sia anche per aver ricevuto immensi favori dal passato regime. Ma anche perché questa gente effettuò un viaggio “ad limina Gattopardorum” in quanto stimava impossibile che un Principe di Salina, Pari del Regno delle Due Sicilie, potesse votare in favore di quella che la gente denominava Rivoluzione. […] ”.
Da ultimo ritengo esporVi un concetto letterario/politico, che ritengo fondamentale, per quanto ho cercato dirVi fin qui. E’ di Francesco de Sanctis (1817-1883), storico della letteratura italiana e ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo dell’Italia Unita presieduto da Camillo Benso Conte di Cavour (23 marzo 1861/12 giugno 1861) . Nella sua opera  “Storia della Letteratura Italiana”, che è, pertanto, anche storia dell’intera civiltà italiana dal Medio Evo agli inizi del secolo XIX, vi si trova esposta la sua interpretazione del Risorgimento come risultato della lotta delle due scuole, liberale e democratica. Esse combattendosi aspramente, furono gli elementi necessari di una dialettica feconda dalla quale scaturì l’azione concreta per l’Unità d’Italia.
Nel messaggio del 17 marzo 1961 (alla Consulta dei Senatori del Regno), il Re Umberto II (1904-1983) limpidamente scrisse:
“[…] L’epica impresa poté grado a grado raggiungere l’altissimo fine, perché il re Vittorio Emanuele II, con a fianco Camillo di Cavour, aveva assunto con mano ferma la direzione e la responsabilità del moto nazionale, coraggiosamente superando difficoltà di ogni genere.
Attorno ad essi sorsero da ogni parte d’Italia – magnifico prodigio – falangi di patrioti, sempre tutti presenti nei nostri grati cuori.
L’apostolato di Mazzini e l’eroismo di Garibaldi integrarono l’opera meravigliosa, risultato di forze confluenti e contrastanti, fuse dalla sintesi costruttiva della Monarchia nazionale. Discordie e rancori di partiti furono arsi dal sentimento religioso della Patria: così sorse il Regno d’Italia. […]”.
Ed ora, richiamando i versi del poeta Publio Virgilio Marone (70 a. C.- 19 a. C.) (Georg. III, 284) nella loro perenne e duratura validità: “fugit interea, fugit inreparabile tempus […]”, taccio e chiudo questa mia sommaria e forzatamente molto incompleta esposizione, ma mi sia permesso di chiudere con l’intenzione di rendere omaggio ad una simpatica, saggia ed autorevole Signora, oggi alquanto trascurata ed abbandonata; mi riferisco alla Storia, rappresentata, sin dai tempi antichi, dalla musa Clio. Poiché se è vero, come è vero, che la Storia è maestra della vita [esattamente “Historia est testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis”, come scrive Marco Tullio Cicerone (106 a. C.-43 a. C.) nel suo “de Oratore”], appare evidente che la stessa, come tanti saggi maestri, è oggi tenuta in scarsa considerazione e, comunque, ben poco, per non dire affatto, vengono apprezzati e messi in pratica i suoi insegnamenti.
 E questa mia esposizione è stata, senza dubbio, anche un doveroso omaggio alla memoria delle nostre Tradizioni, che ci ha dato illuminati esempi di vita, di civiltà, di libertà, di prosperità, una Patria unita, un’Europa libera.
Ed in questo spirito risorgimentale ritengo giusto ricordare a tutti Voi i versi con i quali il poeta “repubblicano” Giosuè Carducci (1835-1907), conclude la sua “Alla Croce di Savoia” [“Juvenilia, lib. VI”(1850-1860)]:
“[...] E tu, Croce di Savoia,
tu fra l’armi e su le mura
spargerai fuga e paura
in tra i barbari signor.
Noi, progenie non indegna
di magnanimi Maggiori,
noi con l’armi e con i cuori
ci aduniamo intorno a te.
Dio ti salvi, o cara insegna,
nostro amore e nostra gioia!
Bianca Croce di Savoia,
Dio ti salvi e salvi il Re!”
Gianluigi CHIASEROTTI