NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 18 gennaio 2018

Lettera alla Comunità Ebraica, di Waldimaro Fiorentino

Gentili Signori,
                            sono mosse dalla severa Vostra presa di posizioni contro Re Vittorio Emanuele III che contraddice diametralmente tanto la realtà dei fatti, quanto lo stesso atteggiamento della Comunità ebraica nei tempi immediatamente successivi al fascismo o quanto meno più prossimi a quei tempi, per cui debbo ritenere che le Vostre convinzioni derivino soprattutto dal clima di polemica dei giorni nostri. Mi perdoneranno se rubo loro un po’ di tempo per cercare di ristabilire la verità dei fatti come io la conosco.  
Mino Monicelli, in un’attenta ricostruzione dei fatti, pubblicata il 17 febbraio 1968 sul quotidiano «Il Giorno», all’epoca dell’ENI, quindi espressione del governo repubblicano, rammenta che Vittorio Emanuele III per tre volte negò la firma dei Decreti in questione a Mussolini; ed invano attese che parlamentari, intellettuali esponenti della società civile insorgessero; si sa, invece, che diversi docenti furono ben lieti di subentrare nelle cattedre universitarie agli ebrei espulsi per effetto di quei decreti.
Vittorio Emanuele III attese che almeno dalla Chiesa venisse una indicazione; non vi fu neppure quella!
Mino Monicelli riferisce, nell’articolo che ho citato il colloquio avvenuto tra Vittorio Emanuele III e Mussolini il 28 novembre 1938; e lo riporta con queste esatte parole: «Colloqui Re - Mussolini. Per tre volte il sovrano riesce ad infilare nel colloquio ‘provo una infinita pietà per gli ebrei’. Il duce ingoia tre volte il rospo, digrignando la mascella quadrata».
Galeazzo Ciano, nel suo «Diario 1937-1938», parla anche lui dell’episodio; alla data 28 novembre 1938, Galeazzo Ciano scrive testualmente: «Trovo il Duce indignato col Re. Per tre volte, durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al Duce che prova ‘una infinita pietà per gli ebrei’... Il duce ha detto che in Italia vi sono 20.000 persone con la schiena debole che si commuovo sulla sorte degli ebrei. Il Re è tra quelli. Poi il Re ha parlato anche contro Germania... Il Duce era molto violento contro la Monarchia. Medita sempre più il cambiamento di sistema. Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni. Ieri a Pesaro il comandante del Presidio ha reagito contro il Federale che aveva dato il saluto al Duce e non quello al Re».
Si sa che l’anziano Sovrano cercò, con interventi personali, di attenuare la portata di quei decreti, anche attraverso il trasferimento di ebrei in località delle Colonie, lontano da zone soggette al predominio delle dottrine imperanti all’epoca in Europa.
Si sa con certezza che fu l’intervento del Sovrano ad ottenere considerevoli attenuazioni a favore degli ebrei. Tra l’altro, la deliberazione del Gran Consiglio del fascismo del 6 ottobre 1938, che non escluse «la possibilità di concedere… una controllata immigrazione di ebrei europei in qualche zona dell’Etiopia».
Il duca d’Aosta ha dichiarato alla televisione che suo padre e suo zio  rimasero «orripilati» (testuale) dalle leggi razziali; e che lo zio, nella sua qualità di Viceré d’Etiopia, aveva pensato di salvare gli ebrei riservando loro una regione dell’Etiopia. Ne parlò come di un sotterfugio all’insaputa del regime; mentre invece si trattava di un accordo tra il Re ed il fascismo, al quale Vittorio Emanuele III aveva strenuamente lottato fino a far meditare a Mussolini l’accantonamento della Monarchia.
E c’è una testimonianza assolutamente non sospetta a confermale. Tra i quaderni del «Centro di documentazione ebraica contemporanea», in «Gli ebrei in Italia durante il fascismo» a cura di Guido Valabrega nel marzo 1962, a pag. 20 del 2° volume, si legge testualmente «Con tutto ciò, si deve obiettivamente riconoscere che sino all’8 settembre 1943 la persecuzione razziale fu contenuta in limiti moderati e di portata soprattutto economica» e più avanti, «Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 comincia per gli ebrei italiani un tremendo periodo nuovo: l’Italia era ormai sotto il tallone tedesco e Mussolini voleva riabilitarsi agli occhi dell’alleato».
Ed esistono interi volumi di documentazione che dimostrano come il Regio Esercito, di educazione e di sentimenti monarchici, salvò un grande numero di ebrei, i quali, su ogni fronte, fuggivano delle zone occupate da nazisti, per riparare sotto la protezione dei nostri reparti. Per tutti, si legga quanto scritto su «Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito italiano» di Menachem Shelah, ebreo dalmata. Nella prefazione di Antonello Biagini, prof. Ordinario di Storia dell’Europa orientale, parla dell’«opera di solidarietà svolta dal personale diplomatico e dall’esercito italiano... legato tradizionalmente alla Casa Reale non a Mussolini». Lo jugoslavo ebreo Yosef Lapid, giornalista e docente in Università USA, nel presentare il libro scrisse «Però gli italiani rifiutarono di contribuire al sistematico sterminio operato dalla macchina di morte nazista e non presero parte al genocidio. Ebrei di nazionalità italiana non furono deportati nei campi di sterminio (finché l’Italia non cadde, dopo l’8 settembre 1943, sotto il diretto dominio tedesco). Gli italiani presero sotto la loro protezione gli ebrei dei Paesi conquistati nel Nord Africa, in Grecia, nella Francia Meridionale  e in Jugoslavia». E Menachem Shelah riferisce di «una delle suppliche più commoventi scritta dai profughi di Sarajevo rifugiati a Mostar, cioè sotto il controllo italiano...  l’invio in un campo di concentramento croato significherebbe... una condanna a morte... una morte lenta, tra infiniti tormenti... una morte implorata per lunghi giorni e per lunghe notti insonni, come si implora da Dio la grazia di essere finalmente liberati da un martirio...».
Infine, veniamo ad un'altra colpa che si attribuisce a Vittorio Emanuele III, ossia all’avvento del fascismo al potere.
Aldo Rossini, deputato eletto nella circoscrizione di Novara e poi Senatore del Regno, ultimo sopravvissuto di quei giorni, in una rievocazione pubblicata sul settimanale romano «Tempo», fece balenare una versione di quanto accaduto in quelle ore febbrili; manifestò il dubbio che non fosse stato Facta a proporre lo «stato d’assedio» e Vittorio Emanuele III a rifiutare di firmarlo; afferma l’esatto contrario; che fu il Re a suggerire il provvedimento e Facta a sconsigliarlo vibratamente; e, a sostegno della sua affermazione, scrisse che di questo Mussolini gli sarebbe stato grato, inserendolo nella prima lista proposta al Sovrano per la nomina a Senatore del Regno. Del resto Carlo Sforza sostenne che non ci fu insistenza alla firma dello «stato d’assedio»; e Luigi Sturzo, in «L’Italia e l’ordine internazionale», affermò: «Non intendiamo dare la colpa solo a Vittorio Emanuele; né intendiamo attenuare quelle del Ministro Facta». Sforza ricorda poi che la proposta fu caldeggiata tanto blandamente da Facta, da far sorgere dubbi nel Sovrano, il quale convocò il Capo delle forze Armate Armando Diaz ed il Capo della Marina Thaon de Revel per chiedere espressamente cosa avrebbe fatto eventualmente l’esercito, qualora il Re avesse dato ordine di usare la forza; e la risposta che ebbe da Diaz fu: «Maestà, l’esercito è fedele alla Maestà Vostra, ma sarà meglio non mettere alla prova la sua fedeltà». La versione venne accreditata in una lettera a Mario Missiroli da George Sorel, il quale addusse a sostegno che il Re potesse contare sull’esercito, la defezione di diversi reparti militari inviati a reprimere l’impresa di Fiume e passati, invece, dalla parte di Gabriele D’Annunzio; in un’altra lettera, sostenne anche che: «Il fatto che la nave ‘Dante’ sia rimasta a Fiume, a dispetto degli ordini dell’ammiragliato, indica che il governo non può contare sulla Marina». Del resto, si sa che diversi ufficiali anche superiori, presero parte alla «marcia su Roma» e che il gen. Asclepio Gandolfo, comandante del XXVII Corpo d’Armata, «fu uno dei generali che prepararono e diressero la marcia su Roma e che già nel 1921 figurava come uno dei capi dello squadrismo fascista». Lo fa sapere Guido Dorso, citando Italo Balbo, in «Mussolini alla conquista del potere», Biblioteca moderna Mondadori, 1949.
A questo punto Vittorio Emanuele III avrebbe dovuto reprimere l’intero Paese – Parlamento, Degasperi compreso, esercito, Chiesa, la stessa opinione pubblica – instaurando una dittatura Regia, in luogo di quella fascista?
Quelli dell’avvento del fascismo al potere, furono tempi difficili, in cui qualsiasi soluzione, comunque presa, sarebbe stata criticabile, salvo con il senno di poi.
Vittorio Emanuele III fece 25 tentativi di governo, prima di assegnare l’incarico di formare il Governo a Benito Mussolini. Il Re, esperiti i diversi tentativi ed accertato che Mussolini era l’unico esponente politico nei confronti del quale non vi fossero preclusioni, chiamò quest’ultimo al Quirinale e gli chiese cosa volesse; e Mussolini gli rispose: «Vogliamo il Governo»; il Re, Sovrano costituzionale, gli replicò: «Bene, formi un governo e si presenti davanti al Parlamento».
Mussolini, recatosi in Parlamento, non nascose il proprio disprezzo per la classe politica dell’epoca, dicendo: «Di quest’aula sorda e grigia, avrei potuto fare un bivacco per i miei manipoli».
I partiti, che si erano reciprocamente negati l’appoggio per la formazione di governi stabili, subirono senza batter ciglio l’affronto e furono in larghissima parte favorevoli nel sostenere il Governo al Capo del Fascismo, che aveva alla Camera soltanto 35 Deputati.
Il primo Governo Mussolini – un Governo che Malacoda definì  «tranquillizzatore» – ottenne la fiducia con 306 voti a favore, 116 contrari e 7 astensioni.
Tra i voti favorevoli ci furono quelli di Alcide Degasperi, Ivanoe Bonomi, Vittorio Emanuele Orlando, Antonio Salandra. Di quel Governo facevano parte, oltre a fascisti, liberali, popolari (ossia quelli che nel dopoguerra sarebbero divenuti i democristiani), demosociali, nazionalisti, oltre al generale Armando Diaz e all’ammiraglio Paolo Thaon de Revel. Sottosegretario all’industria era Giovanni Gronchi, che, nel 1955, sarebbe divenuto presidente della repubblica italiana. Tutte persone che oggi danno la colpa a Vittorio Emanuele III di aver aperto la strada al Fascismo e che all’epoca si dimostrarono i migliori alleati di Mussolini.
Lo stesso Parlamento il 25 novembre 1922 avrebbe votato a favore della concessione dei pieni poteri, per consentire al Governo Mussolini «di risolvere liberamente, senza le difficoltà della procedura parlamentare, i più urgenti problemi della finanza e della pubblica amministrazione».
Ma l’atto più grave che consegnò completamente il Paese al fascismo fu la votazione del 15 luglio 1923, che approvò la riforma della Legge elettorale. Per quella Legge, su 535 seggi parlamentari, ben 356 – i 2/3 ! – sarebbero stati assegnati alla lista che avesse ottenuto la maggioranza, non assoluta, ed anche di un solo voto, purché raccogliesse almeno il 25 % dei voti. La Camera dei Deputati, nel quale i fascisti erano solo 35, approvò quella legge con 303 voti, 140 contrari e 7 astenuti; tra i voti favorevoli vi furono anche quelli di Degasperi e di Gronchi.
Anche il Senato approvò la riforma. Il Re costituzionale non poté altro che firmare. Del resto, la formula di una Monarchia costituzionale è «Il Re regna ma non governa».
Don Luigi Sturzo, nel suo libro «L’Italia e l’ordine internazionale», pubblicato nel 1944 per le edizioni Einaudi, ci fa sapere che «intervennero gli ex capi dei gabinetti liberali Giolitti, Salandra e Orlando, che il Re chiamò a consiglio, ed opinarono essere inopportuno avventurarsi in un cambio che preludesse ad un governo dominato da socialisti e popolari».
Lo storico Secondo Malacoda sostenne, al proposito, «di fronte all’affermazione di una pretesa complicità tra la Monarchia dei Savoia e il fascismo, noi pensiamo che nulla sia stato asserito di più falso e di più storicamente infondato, e che nulla sia più contrario alla logica intima delle cose. In verità la Monarchia non è stata complice del fascismo più di quanto il depredato non sia complice del suo rapinatore».
La Camera dei deputati ed il Senato, a grandissima maggioranza, e la stessa opinione pubblica sostennero il fascismo. La stessa Chiesa, che con il fascismo aveva già avviato trattative per pervenire al Concordato, impose a Don Luigi Sturzo, il più acceso avversario cattolico del regime, l’esilio, senza che Mussolini lo avesse richiesto. Pio XI definì Mussolini l’«uomo della provvidenza».
Il noto giornalista Vittorio Gorresio a pag. 2 del quotidiano «La Stampa», riferendosi a Flaminio Piccoli, scrisse «che in un discorso pronunciato A Bergamo il 2 novembre 1968... disse che la dc non è nata per investitura ecclesiastica, che anzi la Chiesa la abbandonò nel 1923-24, e don Sturzo fu costretto all’esilio, e Degasperi ebbe gravi difficoltà nei suoi rapporti con il Vaticano».
Carlo Sforza , fortemente anti-fascista, del resto ammise: «Pochi uomini furono accompagnati più di Mussolini da voti di successo così numerosi, anche se soltanto rassegnati».
Dunque, a questo punto, cosa sarebbe cambiato se in Italia allora vi fosse stata una repubblica? Anzi; le cose sarebbero addirittura cambiate in peggio, perché essendo l’intero Parlamento fascista o prono dinanzi al fascismo, non vi sarebbe stato neppure l’effetto equilibratore della Corona a determinare elementi di riflessione e di moderazione.
Ciò che è successo durante il fascismo e con le leggi razziali addolora anche me, che non sono ebreo.
Ma adesso si dimenticano le colpe di Mussolini e del fascismo per addossarle a Vittorio Emanuele III che fu l’unico ad opporsi a quel sistema ed a cercare di attenuare la portata degli effetti di quel sistema.

Non si sta andando al di là della verità, per scegliere la via più comoda della polemica fine a se stessa?