NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 14 gennaio 2018

Io difendo la Monarchia - II cap. IV parte

I socialisti e i comunisti usano descrivere il fascismo come strumento della reazione agraria e capitalistica. È questa una interpretazione che pecca di astrattezza per essere ricavata dai canoni del materialismo storico. Riportiamo qui di seguito due interpretazioni del movimento che, pur dovute a due tra i massimi esponenti dell’antifascismo, ci sembrano assai più obiettive e concrete.
Nel suo libro "Dal socialismo al fascismo", edito nel 1924 per i tipi dell'Editore Formiggini, Roma, Ivanoe Bonomi così descriveva il sorgere del fascismo: «... Nel settembre di quello stesso 1920 il socialismo comunista tenta la sua grande prova e occupa le fabbriche... Ormai la misura è colma. Gli industriali che hanno corso un mortale pericolo, gli agrari che dopo essere stati vessati dalle leghe rosse, sono vessati anche dai Municipi comunisti, la piccola borghesia che è stanca di violenze, di sopraffazioni, di minacce, preparano la riscossa... La riscossa non è il preordinato attacco di un partito o di una fazione (il fascismo era allora un libero movimento senza organizzazione di partito) ma una insurrezione spontanea di quasi tutte le forze vive del paese contro una situazione intollerabile che senza sboccare mai in una vera rivoluzione. Ha però tutte le prepotenze e le durezze di una rivoluzione. Un paese si leva quando già il socialismo comunista ha fatto la sua grande prova - l’occupazione delle fabbriche - e l'ha perduta... E si leva impetuoso - specialmente nelle regioni che più hanno sofferto la dominazione comunista - senza capi, guide, senza segni di raccolta... Corrono a lui reduci di guerra, intellettuali, studenti, professionisti, piccoli borghesi, mossi da uno spirito idealistico di libertà e di patria, in opposizione alla prepotenza bruta di folle incolte e illuse. si aggregano a lui i resti del fiumanesimo, cioè una parte dell’arditismo e dei legionari dannunziani, che gli recano la loro inquadratura militare, la loro nomenclatura romana, i loro suggestiva idi di guerra; finalmente lo ingrossano le folte schiere degli agrari e degli industriali che vedono in lui uno strumento efficace per distruggere la minaccia rossa e ristabilire l’ordine nella produzione e nel lavoro. Questo confluire di forze diverse, di stimoli diversi, di obiettivi diversi, può avverarsi solo in virtù del carattere antibolscevico del movimento fascista. Tutti i caratteri peculiari del fascismo, il suo originario spirito antiborghese la sua inclinazione proletaria, i suoi vasti disegni di rinnovazione politica ed economica, si sommergono e si cancellano nel preminente carattere antibolscevico della sua predicazione... ».


Nel suo ultimo libro La désagrégation de l'Europe (Edizioni Spes, Parigi, 1928), Nitti si occupa diffusamente del fascismo e scrive fra l’altro: «Per il fascismo italiano, come per il nazismo tedesco, è stata diffusa la leggenda che il movimento sia stato l'opera dei grandi capitalisti.
Non vi è nulla di meno vero e finché i socialisti. dominati dall’ideologia marxista, continueranno a ripetere questa assurdità, resteranno sempre al di fuori della realtà.
«Come capo del Governo italiano e ministro dell’Interno, ho potuto rendermi conto della natura del rivolgimento operato dal fascismo, in Italia, come in Germania, è stato un movimento delle classi medie, esasperate dal’antipatriottismo e dal discredito della guerra e soprattutto dalla brutalità del marxismo.
È stato il movimento della piccola e media borghesia con il quale hanno simpatizzato intellettuali, impiegati, piccoli borghesi e piccoli industriali. L'azione dei grandi industriali e dei grandi proprietari é stata all'origine insignificante. Ho le liste delle sovvenzioni più importanti versate da loro al fascismo nel 1919-20 e ho la convinzione assoluta che nulla sarebbe successo senza l’adesione all'antisocialismo delle classi medie 
«È cosi che a poco a poco gli industriali e soprattutto i grandi agricoltori dell’Italia settentrionale, senza tenere conto del programma originario del fascismo,  non aveva il minimo interesse e alla realizzazione del quale non credettero mai pur apprezzandone l’azione che sola importava, non solamente si interessarono largamente al fascismo nascente ma lo sovvenzionarono e l'aiutarono, benché In forma inferiore a duella generalmente ammessa. 
« Ma senza la larga adesione delle classi medie, li movimento non avrebbe avuto alcuna importanza. I repubblicani stessi, sempre In lotta, in Italia, con i socialisti e i massoni che più tardi dovettero subire terribili persecuzioni, aiutarono efficacemente il movimento fascista al suoi inizi. La massoneria contribuì largamente».

Il fascismo dominava la piazza ed aveva fatto progressi già nel 1921, ma il socialismo era pur sempre più massiccio e più numeroso. I socialisti avevano 156 deputati, 2500 comuni, 36 consigli provinciali, 3000 sezioni del Partito, tre milioni di operai organizzati, 250 mila iscritti. Era come si vede un partito imponente che avrebbe potuto assumere il Governo (e il Re non sarebbe stato sfavorevole quando la legalità fosse stata rispettata) come è avvenuto successivamente in Norvegia, in Svezia, nel Belgio, in Inghilterra, in Francia, senza che nessuno abbia pensato a modificare le istituzioni fondamentali di quegli Stati. Ma il partito socialista in Italia conosceva l’agitazione capace di paralizzare la vita nazionale, non conosceva il Governo e non voleva assumerne la direzione. Per quel che riguarda la Monarchia essa aveva invitato nel 1902 Filippo Turati a entrare nel ministero e più tardi, Bissolati che accettò. Un altro tentativo fatto con Turati nella lunga crisi (1922) che precedette l’avvento del fascismo al potere, riuscirà ancora vano. Invece il fascismo, ahimè, già nel marzo del 1921 si proponeva di «governare la nazione» (sventuratamente l'ha governata)  e presentava un programma tecnico e amministrativo non molto dissimile da quello dei socialisti. Ancora nel maggio 1921, dopo la nuova battaglia elettorale, i fascisti dichiararono di non intervenire alla seduta reale perchè essi erano «tendenzialmente repubblicani». Per un movimento che si presume prodotto dalla reazione monarchica, un tale programma era per lo meno... originale. Dopo essersi giovato per le elezioni dei suoi 35 deputati dei blocchi borghesi, Mussolini scriveva (Popolo d’Italia del 26 maggio 1921) che la borghesia doveva essere «curata con il piombo e con il petrolio come il socialismo». Per natura e per istinto egli correva alla dittatura. Il 12 febbraio 1922, durante la crisi provocata dalla caduta del Gabinetto Bonomi egli scriveva sullo stesso giornale, cinicamente: «Sono stato il  primo a evocare in pieno Parlamento la possibilità di una dittatura militare con annesse conseguenze. Oggi, alla luce delle nuove esperienze, l’eventualità di una dittatura deve essere seriamente considerata».

Lo spirito antiborghese si ritrova costantemente nell'oratoria di Mussolini: sempre duro, aspro e aggressivo: a 62 anni come a 18. Si rilegga il suo discorso antiborghese ai gerarchi nel 1938, discorso rimasto inedito per anni, e si meditino i suoi sfoghi con Ciano sulla necessità di sopprimere l’ottanta per cento della borghesia appena finita la guerra. Nel novembre del 1921 il movimento fascista si dette una «disciplina di partito».