NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 30 aprile 2013

La successione Olandese


Questa la successione nelle Monarchie. Un nuovo Re ed un popolo in festa.
Foto dal Corriere della Sera.


lunedì 29 aprile 2013

Enrico Pedenovi


Ricorre oggi l'anniversario dell'uccisione di Enrico Pedenovi, ed, un anno prima, di quello di Sergio Ramelli.
Il Re Umberto II fu presente in queste occasioni di lutto esprimendo la Sua vicinanza alle famiglie delle vittime degli anni di Piombo per tramite del Suo ministro.
Questo il telegramma di Falcone Lucifero alla madre dell'avvocato Pedenovi, consigliere provinciale del MSI-DN.







CONSIGLIERE PROVINCIALE DI MILANO
MILANO, 29 APRILE 1976

Telegramma per incarico del Re:
Signora Ida Pedenovi
Viale Lombardia 20
Milano

RE UMBERTO VICINO LEI FIGLIOLE ET VENERATA SIGNORA VITTORIA NEL LORO STRAZIANTE DOLORE INCHINASI REVERENTE ALLA MEMORIA DEL CONSIGLIERE PROVINCIALE AVVOCATO ENRICO PEDENOVI, ASSOCIATO NEL LUTTO ET NELL'ESECRAZIONE DELLA INTERA NAZIONE PER EFFERATO DELITTO.

F.to: Dev.mo FALCONE LUCIFERO

La madre dell'ucciso ha così risposto:

A Sua Maestà Umberto di Savoia

con molto ritardo, dovuto alle mie precarie condizioni di salute, aggravate dalla tragedia, che si è improvvisamente abbattuta sulla mia famiglia, per la morte di mio figlio Enrico Pedenovi, ringrazio commossa Vostra Maestà, per l'affettuosa partecipazione al mio grande dolore.

Si uniscono a me, nuora e figlie.

F.to: Vittoria Pedenovi Sanremo, 31 maggio 1976

Spari e sparate

La nostra solidarietà ai Carabinieri che negli ultimi giorni sono stati presi di mira durante rapine e tentativi di attentato alle istituzioni è totale ed incondizionata.
Ringraziamo la dedizione dei militari dell'Arma Fedelissima nell'arginare poderosamente crimini e criminali in Italia.

Ciò che non ci convince oggi è il commento più o meno diffuso, sempre bipartizan, che vogliono far passare come unico reale: "Attenti e non soffiare troppo sul fuoco della protesta altrimenti questa passa ad un livello più alto e si colpiscono le istituzioni".

Non ci sta bene. 

La protesta è nel Paese, tra la gente, tra le persone che non capiscono i bizantinismi della politica mentre perdono il lavoro, la casa, la dignità, il desco.

Non a Beppe Grillo va imputato il fatto di aver alzato i toni. I toni sono già altissimi. Lo dicono le decine di suicidi di questi tempi, passate in sordina dalla stampa.

A Beppe Grillo, pur non condividendone noi molte prese di posizione politica, va piuttosto riconosciuto il merito di aver portato la protesta nel luogo simbolo della democrazia, il parlamento, ed aver dato una speranza di cambiamento a milioni di cittadini. Che questa speranza sia poi delusa nei fatti è altro discorso che non vale la pena di affrontare adesso. 
Ma dare la colpa dell'attentato di ieri a Beppe Grillo è strumentale ed odioso. 


Adesso che si sono accordati per fare il governo, Deo Gratias, facessero anche un bell'esame di coscienza davanti alla Nazione ed ammettessero di aver utilizzato la ricchezza d'Italia in maniera dissennata, per scopi personali o al massimo, nel caso più nobile, per meri interessi di partito.
Restituissero alla Nazione il maltolto e poi si mettessero da parte definitivamente, appena usciti dall'emergenza di cui i partiti al governo sono gli unici responsabili.

A quelli di sinistra che danno la colpa a quelli di destra ricordiamo che pochi mesi di governo Prodi furono sufficienti a smantellare una riforma delle pensioni che, per quanto draconiana, non prevedeva esodati e buchi di sorta, creati invece durante la riforma dei tecnici.
E adesso pedalate!

Auguriamo ai militari dell'Arma ancora vivi la pronta guarigione dalle ferite.
Ci chiniamo reverenti davanti al sacrificio dell'Appuntato Tiziano Della Ratta caduto a Maddaloni nell'adempimento del proprio dovere.


Propaganda ideologica contro verità storica

di Alberto Casiraghi

In occasione delle celebrazioni del 25 aprile, vi è chi ha nuovamente rispolverato vecchi temi propagandistici, accusando il terzo Re d’Italia di essere il responsabile dell’ascesa del fascismo, delle leggi razziali e della cosiddetta “fuga” di Pescara.

Ne è un esempio l’articolo “Giorgio Loreti ( Anpi di Bordighera) chiede di rimuovere il ritratto di Vittorio Emanuele III”, pubblicato da “Riviera24” il 26 c.m. (http://www.riviera24.it/articoli/2013/04/26/153874/giorgio-loreti-anpi-di-bordighera-chiede-di-rimuovere-il-ritratto-di-vittorio-emanuele-iii).

Senza dilungarsi in complesse dissertazioni, è sufficiente ricordare alcuni pareri autorevoli:
- Giorgio Amendola, esponente comunista: “la irresponsabilità delle forze politiche che non riuscirono a formare un governo causò l’incarico a Mussolini”.
- Giovanni Giolitti, avversario politico di Mussolini: “la crisi era in cancrena e non lasciava altra via di scampo”.
- Indro Montanelli: “Se il Re avesse firmato lo stato d’assedio il Paese si sarebbe spaccato in due, in quanto l’esercito faceva corpo coi fascisti. Ero un bambino ma le ricordo queste cose. La responsabilità del fascismo è tutta sulla coscienza dell’antifascismo di allora perché quando a prevaricare è un estremismo infantile e pazzesco, quando si sputa in faccia ai reduci della guerra, è chiaro che la maggior parte della popolazione vede con simpatia chi dice di portare ordine, di ripristinare i valori tradizionali ecc. direi quindi che la vecchia democrazia creò con le sue mani il fascismo.”
- Enzo Biagi: “Quando il Re ricevette Benito Mussolini per dargli l’incarico di formare il governo, aveva dietro una larga parte dell’opinione pubblica, compresi molti che poi divennero antifascisti. Il capo delle camice nere piaceva all'inizio al Corriere della Sera e anche a Croce e a Toscanini.”
- Giorgio Bocca: “Io non riconosco gravi responsabilità ai Savoia né per la dittatura, né per la guerra. Le responsabilità furono di tutti: del fascismo ma anche di buona parte del popolo. Dire che Casa Savoia ha delle responsabilità particolari è mettersi fuori dalla storia.”
- Franco Franchi: “La monarchia si comportò con saggezza nel 1922, prendendo atto della realtà e della volontà di una larga opinione pubblica, favorevole a Mussolini; atteggiamento che del resto fu proprio anche dei partiti antifascisti, che accettarono di entrare nel governo fascista.”
- Sergio Romano: “Non credo sia giusto considerarlo (Re Vittorio Emanuele III – ndr) responsabile dell’avvento del fascismo. E’ vero che non volle firmare, dopo l’inizio della marcia su Roma, il decreto preparato dal governo Facta per la proclamazione dello stato d’assedio. Ma quel decreto sarebbe stato opportuno ed efficace soltanto se i partiti democratici fossero stati in condizione d’accordarsi per la costituzione di un ministero capace di garantire al Paese la stabilità di cui aveva bisogno. Più tardi, mentre il fascismo sopprimeva le libertà democratiche e diventava regime, Vittorio Emanuele fece una testarda e cinica battaglia di retroguardia”.
Va anche ricordato che appoggiarono il governo di coalizione mussoliniano molti autorevoli esponenti democratici, come Gronchi, Meda, Orlando, Nitti, Giolitti, Cavazzoni, Bonomi, Salandra, Croce, De Nicola, De Gasperi, don Sturzo e Gasparotto.
A proposito del primo governo Mussolini, Alcide De Gasperi affermò: “Crediamo oggi che sia l’unico governo possibile e non pensiamo certo di sbarrargli la strada con abili barricate parlamentari”.
Il 20 dicembre successivo, in un suo discorso, Don Sturzo criticò violentemente lo stato liberale e democratico. Nell'aprile dell’anno successivo, il partito di Don Sturzo affermò, nel corso del proprio congresso, che il governo Mussolini poteva “portare del bene alla Patria”.
[...]

sabato 27 aprile 2013

Mafalda Di Savoia: il coraggio di una principessa


Mite, intelligente e colta, sposa e madre esemplare, di grande fede cattolica, sempre pronta alla carità per i più bisognosi e disagiati , la principessa Mafalda di Savoia fu donna coraggiosa e rappresenta una vittima sacrificata sull’altare degli olocausti perpetrati in una guerra dove l’odio ha espresso le sue più turpi facce.
Il sacrificio della sua breve esistenza è l’ultimo atto di una scena terrena  caratterizzata dalla presenza costante del Vangelo: anche nel campo di concentramento di  Buchenwald non badò a se stessa, in cima ai suoi pensieri c’erano i figli, il marito, i genitori, gli internati del campo e in particolare gli italiani del lager, ai quali fece sentire tutta la sua vicinanza. 
[...]

Si parla dei monarchici...


Italia Reale corre per il comune di Roma.

http://www.romatoday.it/politica/elezioni/comunali-roma-2013/italia-reale-lista-nomi-candidati.html

http://www.romauno.tv/news.aspx?ln=it&id=35&n=41599

http://www.romapost.it/index.php/24-ore/item/2207-italia-reale-i-monarchici-allassalto-del-campidoglio#.UXt7WKKeMdB

http://www.giornalettismo.com/archives/899469/il-partito-monarchico-si-candida-a-roma/

http://www.articolotre.com/2013/04/angelo-novellino-lottavo-re-di-roma/164215

http://www.romatoday.it/politica/elezioni/comunali-roma-2013/liste-consegna.html

http://www.romacapitalenews.com/elezioni-comunali-roma-elenco-liste-dei-candidati/


E anche l'Unione Monarchica Italiana si dà da fare!

http://www.siciliainformazioni.com/sicilia-informazioni/41267/tornano-i-monarchici-siciliani-subito-chiamata-alle-armi

In bocca al lupo a tutti, amici!

I rappresentanti del popolo italiano...


E' bellissimo vederli scendere dalle loro autoblù quando si trasferiscono da questo palazzo importante a quell'altro palazzo importante.


Autoblù nuove di zecca, tirate a lucido, senza un granello di polvere.
Tutte rigorosamente tedesche, BMW, Mercedes, Audi.

E tutto bipartizan come si dice adesso. Cioè fanno schifo a destra e sinistra.

Invece di sedere i loro preziosi deretani su volgari macchine italiane sfilano tutti quanti, ripresi dai flash di centinaia di giornalisti mentre fanno pubblicità all'industria tedesca.

Pare una sciocchezza e invece è attraverso queste sciocchezze che l'industria italiana soffre come non mai.
Anche davanti al disastro non si fermano nei loro atteggiamenti antinazionali.

Grazie, signori rappresentanti del popolo italiano. Sapevamo già che è per colpa vostra che siamo in queste condizioni.

Lo staff

martedì 23 aprile 2013

La Monarchia e il Fascismo- secondo capitolo - VI


L'occupazione delle fabbriche e la sconfitta del socialismo.

Il settembre di questo 1920 segna sul calendario politico un fatto di eccezionale importanza, frutto della propaganda che abbiamo illustrato. In seguito ad intemperanze e violenze allo stabilimento dell'Alfa Romeo la direzione decide la serrata. Gli operai occupano le officine ed il male dilaga in tutta l'Italia col sequestro dei dirigenti. La Nazione è completamente paralizzata nella produzione. Non uno stabilimento funziona dopo l'occupazione operaia, incapace questa di ogni direzione sia tecnica che amministrativa. Quando gli industriali metallurgici offrono i loro stabilimenti agli operai per la conduzione diretta, questi sono costretti a rifiutare per mancanza di capacità e di preparazione a qualsiasi lavoro organizzativo. Lo sciopero e la conseguente occupazione delle fabbriche hanno per effetto di dimostrare alle masse operaie la loro immaturità alla gestione diretta della produzione e Giolitti ha il merito di metterle di fronte al problema provocando la confessione di questa loro immaturità. Unica realizzazione  Il decreto che sancisce il principio del controllo sindacale nelle industrie.
Anche quelli che criticano aspramente il contegno del governo per il suo non intervento devono riconoscere che la decadenza dello spirito rivoluzionario delle masse incomincia appunto da questo fallito esperimento. E poi, l'efferatezza dei delitti del bolscevismo, l'eccidio del brigadiere Ugolini a Milano, degli studenti Sonzini e Scimula a Torino richiamano la parte sana del paese alla realtà. Durante i funerali della madre del senatore Agnelli, mentre     tremila operai assistono a capo scoperto alla cerimonia, un loro esponente lo invita a tornare alla direzione della Fiat che non riesce a riprendere vita per la mancanza di dirigenti. Giolitti, rispondendo 5 mesi più tardi all'on. Sarrocchi così spiegherà la sua tattica: «Ho lasciato che l’occupazione delle fabbriche      avvenisse per evitare una quantità enorme di fatti sanguinosi. Io non potevo mettere una guarnigione in più di 600 fabbriche immobilizzando così tutte le forze pubbliche. Parliamoci chiaro: o dovevo impiegare l'intero esercito e tutte le forze pubbliche ad occupare le fabbriche o seguendo il consiglio di qualcuno mandare l'esercito e l'artiglieria ad ammazzare migliaia di operai per una questione di salario, soltanto di salario».

Le maestranze occupano gli stabilimenti costituendo quelle commissioni interne che proprio in questo periodo hanno in Russia proclamato fallimento. Arrivano di laggiù, portate dai socialisti italiani recatisi a visitare il paradiso sovietico, notizie impressionanti. Gli stabilimenti sono deserti oppure in preda al disordine ed all'anarchia. Lenin stesso - che ha già abolite le 8 ore di lavoro portandole a 10 e 12 - aveva dichiarato pochi mesi prima sulle Isvestia: «Noi dobbiamo vincere il pidocchio, altrimenti il pidocchio farà perire la nostra rivoluzione. Adesso, è tempo di dire la stessa cosa dell'immondizia che sì è accumulata dovunque a un punto tale che minaccia di sommergerci letteralmente». E la Pravda aggiunge - «A Mosca, in cui le condizioni sanitarie sono migliori che in altre città, più di 500 mila tonnellate d'immondizia sono accumulate in questo momento». Lo stesso Serrati riferisce di essere rimasto impressionato per un certo manifesto affisso nelle officine e sormontato da un enorme disegno rappresentante un pidocchio, monito agli operai che trascuravano l'igiene ed il lavoro, risultato della mancanza di una direzione unica e di disciplina. Ma le Isvestia sono ancora più esplicite quando attribuiscono tutto questo disordine alla incapacità delle commissioni interne: « I consigli di fabbrica ed i comitati operai, costituiti con lo scopo di mantenere la disciplina nei centri industriali, sono diventati, contrariamente all'intenzione, sorgenti di danno all'industria nazionale ed hanno demoralizzato le masse operaie spingendole alla distruzione degli utensili delle  fabbriche. In conseguenza i consigli
di fabbrica e i prenominati consigli operai sono dichiarati sciolti dal giorno d’oggi.

Trotscki nominato commissario dei trasporti emanava un'ordinanza sulla quale è detto testualmente:
La libertà di lavoro è possibile soltanto nella società     non è possibile nello Stato comunista, il quale pensa invece ai lavoro forzato ». Ed aggiunge: << Tutti gli operai e gli artigiani saranno inviati nelle officine e saranno trasportati da un luogo ad un altro, secondo  le indicazioni del governo. Non avremo     pietà per i contadini faremo con essi dei battaglioni di operai sottoposti alla disciplina militare. I loro capi saranno comunisti Queste truppe requisiranno dai contadini il grano, la carne, il pesce, per assicurare il nutrimento degli operai che lavorano». Contemporaneamente si ha notizia della pubblicazione della legislazione bolacevica che all'articolo 35 porta: «A partire dalla messa in applicazione del presente decreto relativo ai tassi di salario qualsiasi sciopero è proibito ».

L'occupazione, fabbriche - come abbiamo detto - si risolve in un enorme fallimento e dimostra l'assoluta immaturità delle masse alla gestione aziendale. Non uno stabilimento funziona, l'Italia ha arrestato ovunque la sua attività produttiva per un inconcepibile atto di follia di alcuni politicanti. Una intesa fra industriali ed operai realizza in favore di questi il cosiddetto controllo stalla produzione, del quale se ne farà in seguito un'arma politica con gravissimo danno dell'economia nazionale. Ma l'esperimento socialista si risolve in un beneficio a favore del fascismo e l'on. Ivanoe Bonomi tre anni più tardi confermerà: «Il paese si leva quando già il socialismo comunista ha fatto la sua grande prova - l'occupazione delle fabbriche - e l'ha perduta... E si leva impetuoso - specialmente nelle regioni che più hanno sofferto la dominazione comunista - senza capi, senza guide, senza segni di raccolta... Corrono a lui reduci di guerra, intellettuali, studenti, professionisti, piccoli borghesi mossi da uno spirito idealistico di libertà e di patria, in opposizione alla prepotenza bruta di folle incolte e illuse...» (1). E così Francesco Saverio Nitti scriverà nel 1928 quando sarà già fuoruscito a Parigi: «Come capo del Governo italiano e ministro dell'Interno ho potuto rendermi conto della natura del rivolgimento operato dal fascismo. In Italia, come in Germania, è stato un movimento delle classi medie, esasperate dall'antipatriottismo e dal discredito della guerra e soprattutto dalla brutalità del marxismo. E' stato il movimento della piccola e media borghesia con la quale hanno simpatizzato intellettuali, piccoli borghesi e piccoli industriali » (2).

(1) Ivanoe Bonomi: Dal socialismo al fascismo. Ed. Formiggini, 1924.

(2) F. S. Nitti: La disgregazione dell'Europa. Ed. Faro, Roma.

lunedì 22 aprile 2013

Possiamo sempre chiamare i Savoia per tenere insieme l’Italia

Su un sito di sinistra si scrive:



di Lanfranco Caminiti
[...]
Lo spiaggiamento del Pd è lo spiaggiamento della Repubblica italiana, di quella “forma” della repubblica, del “pubblico”, che ha attraversato il dopoguerra e è arrivato sino ai nostri giorni, lo si può dire gongolando — non siamo tra questi — o con mestizia — neppure qui ci troverete —, ma questo è.
Napolitano ha supplito monarchicamente a questa fine. Appena si è scansato, è stato il diluvio. Siamo di nuovo ai “toscani”, agli “emiliani”, ai “siciliani”, ai “padani”. Ci sono pure “i turchi”, per non farci mancare niente.
Tanto varrebbe, per rabberciare un po’ le cose, dotarsi di un “re” davvero di sangue. In Olanda e Belgio, dico d’adesso eh, ha funzionato. So l’obiezione, si tratta di un’altra pasta. Ma ognuno fa il pane con la farina che si ritrova.


http://www.glialtrionline.it/2013/04/20/potremmo-sempre-richiamare-i-savoia-per-tenere-assieme-litalia/comment-page-1/#comment-21591

Grillo contro il Napolitano-bis “Ieri è morta la Repubblica”



«La Repubblica, quella che si dice democratica e fondata sul lavoro, ieri è morta» e «ti viene lo sconforto». Lo scrive Beppe Grillo sul suo blog in un post intitolato “Blue Sunday” con riferimento alla rielezione di Giorgio Napolitano.  
In un post sul blog scrive che “Tutto era stato predisposto con cura. Un governissimo, con le agende Monti e Napolitano, e il nome del premier”
 
«Pensi al sorriso raggiante di Berlusconi in Parlamento, risplendente come il sole di mezzogiorno, dopo la nomina di Napolitano, e ti domandi come è possibile tutto questo, pensi ai processi di Berlusconi, a Mps, alle telefonate di Mancino, ai saggi e alle loro indicazioni per proteggere la casta. Sai che alcuni di loro diventeranno ministri. Ti viene lo sconforto. Tutto - afferma Grillo - era stato predisposto con cura. Un governissimo, le sue `agende´ Monti e Napolitano, persino il nome del primo ministro, Enrico Letta o Giuliano Amato, e un presidente Lord protettore».  
 [...]

La Monarchia e il Fascismo - capitolo secondo - V

Don Luigi Sturzo

La propaganda del Partito Popolare (detto anche bolscevismo cristiano): abbandono dei principii evangelici e contenuto materialistico nei programmi sindacali.

Manca in Italia una forza, una massa di equilibrio che possa fare da cuscinetto all'irrompere distruttore del bolscevismo. Il fascismo non è ancora la moltitudine organizzata e composta e sopratutto persiste nell'avversione allo Stato. Esso è soltanto un movimento di reazione, è la rivolta delle masse contro i loro capi che le hanno ingannate ed illuse e conte tutte le rivolte, come tutte le reazioni, nell'impeto dell'azione passano il segno e ripetono gli stessi eccessi. Combatte le forze avversarie ma commette l’errore di proclamare ed alimentare l'insurrezione contro lo Stato il che contribuisce, a indebolirlo. Ma sopratutto manca alla sua missione il Partito Popolare che nella pratica politica si riduce ad essere un concorrente puro e semplice del socialismo sia nel campo politico che nelle contese economiche. Se il socialismo ha il suo fondamento nel materialismo storico, le organizzazioni democristiane non rivelano nella pratica sindacale una derivazione spirituale che valga loro una notevole differenziazione da quelle rosse. Il P.P. ha abbandonato sulle piazze i sermoni sulla carità cristiana, sulla rassegnazione, sulla carità come fondamento dell'amore, sulla penitenza, sulla fecondità delle sofferenze e del dolore silenzioso, per creare il materialismo della fede e del soprannaturale che è la negazione brutale di ogni spiritualismo.
Senza entrare in merito alla propaganda dell'on. Miglioli, sarà utile portarci un poco indietro, al Congresso provinciale a Bergamo del mese di marzo del partito, nel quale si accenna per la prima volta alla costituzione dei «Corpi d'avanguardia» alla maniera fascista, organizzazione che gli estremisti popolari hanno formato per riunire le proprie forze e imprimere loro un maggiore impulso. Il Congresso esprime la     tendenza all'alleanza con le organizzazioni socialiste; il conte Dalla Torre e don Valsecchi sono bastonati e così viene malmenato don Bortolotti, presidente della Giunta Diocesana. Il Papa preoccupato della tendenza assunta dal congresso, dirige una lettera in latino all'autorità ecclesiastica perché siano richiamati in modo energico quei sacerdoti che fanno opera deleteria in seno alle organizzazioni popolari, in stridente contrasto con lo spirito informatore del programma costituzionale del partito ed in contrasto con le prime norme del Vangelo. Dice la lettera che «in questa breve vita, soggetta ad ogni male, nessuno può essere felice: ché la vera, la piena, l'eterna felicità ci è riserbata nel Cielo come premio di una vita virtuosa: che al Cielo dobbiamo indirizzare ogni, nostra azione: che per ciò dobbiamo essere attenti non tanto a far valere i nostri diritti quanto ad osservare i nostri doveri: che tuttavia però, anche in questa vita mortale è lecito migliorare, in quanto possibile, la nostra fortuna, cercando una migliore condizione di vita: che al bene comune, poi, nulla è più vantaggioso della concordia e dell'unione di tutte le classi, le quali vengono fra loro conciliate soprattutto dalla cristiana carità». Stigmatizza quei sacerdoti che illudono gli operai ai miglioramenti economici ed alle conquiste dei beni fragili e caduchi di quaggiù, lontani dai dettami della cristiana dottrina, rendendoli sempre più ostili ai ricchi, adoperando «parole amare e violente».
La lettera del papa ha una ripercussione enorme, ma nelle organizzazioni sindacali cristiane non ha l'effetto ch'Egli si attende e continua l’agitazione con sfondo sovvertitore specialmente fra la massa dei contadini. Sono parole gettate al vento. A distanza di quindici giorni ha luogo il Congresso nazionale democristiano a Napoli dove l'estremismo ottiene una non indifferente affermazione, senza creare fratture nella compagine del partito. Già al congresso di Bergamo i bolscevichi cristiani avevano avuto un successo schiacciante sugli elementi di destra, tuttavia questi, pur avendo qualificati i sinistri  «facce da galera, viziosi, feccia della popolazione, organizzatori dell'ozio e dell'osteria», si erano affrettati a negare vi fossero «dissensi veri ed irriducibili di idee e di programmi». Insomma, anche i destri, (contumelie a parte) avevano approvato il bolscevismo dei sinistri, poiché gli oratori della destra vollero aderire alla tesi audace che poté avere impressionato l'assemblea e cioè a quella tesi colla quale il Cocchi, direttore dell'Ufficio del lavoro di Bergamo, sostenne «la necessità ed ineluttabilità della lotta di classe». Ma la lotta di classe è un concetto pagano, essenzialmente anti-cristiano.

Il Corriere della Sera che ha dato l'allarme sugli inconcepibili atteggiamenti dell'estremismo popolare democristiano, così commenta: «Il Papa è intervenuto a richiamare i bolscevichi bergamaschi alla realtà, a quella realtà che la Chiesa non può perdere di vista senza correre mortale pericolo. E' da sperare che la parola del Pontefice sia ascoltata non solo dai fedeli della provincia di Bergamo, ma da quanti in tutto il Regno hanno stabilito una nefasta concorrenza ai rivoluzionari rossi fomentando le idee più sovversive con l'autorità della religione. La gara elettorale impegnatasi fra socialisti e cattolici per strappare suffragi dà i frutti più tristi. La Chiesa li constata ed interviene a precisare i limiti della sua concezione sociale... ». Concezione sociale che è agli antipodi di quella sbandierata da don Sturzo il quale, pur affrettandosi a mandare a Bergamo per un'inchiesta l'on. Gronchi, dichiara che il partito si disinteressa degli atteggiamenti delle organizzazioni operaie dipendenti.

La verità è che l'estremismo bolscevizzante democristiano si identifica perfettamente in quello socialista. Entrambi sono movimenti a carattere medioevale con fondamento schiettamente materialista. Essi rappresentano il ritorno alla corporazione del Medio evo, in quanto che hanno fini a se stessi ristretti, materiali e goderecci, senza idealità morale, religiosa o nazionale. Sono parti a se stanti senza alcuna relazione con la Nazione. L'organizzato non varca i limiti della propria organizzazione, concepisce la sua attività nell'orbita del suo lavoro e della sua corporazione, reazionaria e settaria, non vede che al di sopra di lui e del suo sindacato vi è la Nazione, l'organo superiore, supremo, dentro il quale l'individuo deve operare. Essi vedono solo la classe ed ignorano la Nazione. Non hanno pertanto altro spirito animatore che il tornaconto personale e l'odio anti-borghese unicamente perché la borghesia è quella che paga loro il salario. E non capiscono che abbattere la borghesia vuol dire abbattere la Nazione, vuol dire abbattere se stessi.

Il fascismo, con la fondazione dei «sindacati nazionali» cerca di rompere questa mostruosità per inserire gli organi della produzione nella Nazione, condizione indispensabile per la pace sociale.

domenica 21 aprile 2013

La montagna ha partorito il topolino

La montagna è quella inutile pletora di delegati chiamati a conclave per eleggere il capo dello stato repubblicano. E il topolino non è riferito alla persona di Napolitano, uomo che merita rispetto e cui va riconosciuto comunque un senso dello Stato di sicuro infinitamente superiore a quello dei partiti che se ne contendevano la successione, ma alla soluzione che hanno potuto trovare.

E' evidente che il clima di civile guerra ideologica tra le due-tre fazioni, portato all'estremo, non potrà mai produrre un capo dello stato che possa incarnare le caratteristiche che questo dovrebbe avere.

La situazione ricorda quella del 1922. Tre grandi partiti che non trovano accordo per far uscire l'Italia dal caos. 

E ci si è ridotti a mendicare l'autorevolezza di un presidente di 87 anni che forse aveva diritto a godersi la vecchiaia piuttosto che fare l'unico maestro in mezzo ad una banda di ragazzini scalmanati che rischiano di tirare giù la scuola ancor più di quello che non hanno già fatto.

Patetiche le invocazioni del nuovo capopopolo Grillo alla piazza. Il successo deve avergli dato alla testa. Pensava con il 30% di imporre il proprio candidato a tutta Italia? Non ci è riuscito il PD ad imporre Prodi e lui evoca il colpo di Stato per una elezione in cui i suoi elettori (grandi) avevano lo stesso diritto che avevano gli altri e lo hanno esercitato?

E chi avrebbe dovuto essere questo altro presidente? Un altro di 80 anni, con un sacco di soldi di pensione, che ha l'indubbio merito agli occhi di tanta gente di essere schierato contro Berlusconi e quindi contro quella fetta di popolo italiano che in lui si riconosce, forse più per timore di questa sinistra che per reale amore.

E' in questo momento che un movimento monarchico forte e ben organizzato dovrebbe far valere gli enormi vantaggi di un'altra Istituzione che può permettersi di guardare agli interessi nazionali invece che a quelli dei partiti.

Non ci stancheremo di invitare i monarchici all'unità.


sabato 20 aprile 2013

La repubblica divide e si divide


Stanno constatando tutti la morte del PD. Essendo il principale erede del partito di Togliatti ammettiamo di non essere per nulla dispiaciuti. Anzi.

La constatazione è più ampia però. 

Il clima da guerra civile non ancora sopito dal 1945 in poi che fa dell'avversario politico il nemico da abbattere, l'inferiore morale, l'odiato, mina alle basi l'esistenza di questa repubblica che nata dalle divisioni post guerra civile non ha fatto altro che moltiplicarle in ogni senso: nord-sud, centro - sinistra, destra - sinistra, separatismi, autonomismi e depredazione sistematica ai danni dello Stato, quindi della collettività. 
E la repubblica, in crisi sotto ogni profilo, sta morendo soffocata dalla sua architettura costituzionale e dai partiti che hanno parassitato lo stato. 

Sarebbe divertente assisterne allo sfacelo se non fosse che questo coinvolge la Nazione Italiana che amiamo sopra ogni altra cosa. 

La successione ai vertici degli stati monarchici, come quella annunciata in Olanda   ad esempio, è motivo di giubilo. 
Da noi è tragedia.
Ci sarà un motivo.

W l'Italia! W la Monarchia! W il Re!

lo staff

venerdì 19 aprile 2013

Quali vantaggi ci porterebbe la Monarchia a confronto con la repubblica?


Da un anno e mezzo a questa parte è sempre più evidente il fallimento repubblicano. In questi giorni in cui si parla dell’elezione del nuovo presidente pare essere al mercato, e ancora una volta la guerra per la poltrona la fa da padrone. La divisione tra le varie parti politiche è più che evidente e ci accingiamo ad avere un capo di stato effimero ed in mano ai voleri dei partiti, ma soprattutto non rappresentante il popolo.
Di seguito esporrò quelli che potrebbero essere i miglioramenti che si avrebbero col sistema monarchico.
L’unità, senza la quale non ci sarebbe l’autorità vera ed indispensabile a garantire l’indipendenza nazionale e un maggior rispetto delle istituzioni europee e mondiali. La repubblica invece ci sta dividendo e ci induce ad uno stato di guerra civile latente.
Gli interessi superiori del paese sono sacrificati alle lotte partitiche. Il Re, che è al di sopra dei partiti, potrebbe occuparsi pienamente dei bisogni degli italiani in maniera più pragmatica di quella dei partiti, sottomessi al loro elettorato, piuttosto che al benessere generale della collettività.
La continuità e la successione pacifica, conseguenza dell’ereditarietà del potere. Inoltre si potrebbero raggiungere degli obiettivi a lungo termine. La continuità del potere monarchico contrasta con l’instabilità politica di quei paesi retti da repubbliche (questo periodo ne è per noi l’esempio più eclatante). Ora, ogni sette anni il potere cambia e il governo si prepara alla rielezione, mettendo in atto tutto il suo meccanismo demagogico e dando inizio al balletto degli accordi… E quanto costa questo meccanismo??? Una successione ereditaria non costerebbe niente, ma sarebbe l’occasione per il Sovrano di consacrare l’intera sua vita al bene del paese, in quanto non dipende dagli interessi partitici e non ha altro interesse che favorire il benessere e la stabilità del suo popolo. Un presidente, invece, eletto dal voto dei partiti, dipenderà dal volere di questi!
L’indipendenza. Essa è la qualità di un regime che non gode di un’elezione, che lo legherebbe al potere dell’opinione pubblica, obbligandolo a praticare una demagogia sfrontata al fine di raccogliere suffragi, distruggendo le libertà locali, municipali, regionali, professionali, tutte piccole ‘aziende’ a cui il Re permetterebbe di vivere e organizzarsi liberamente. Al di fuori degli accordi elettorali, sarebbe in situazione di arbitro!


La responsabilità. Gli interessi dinastici e personali del Re si confondono con gli interessi nazionali, mentre il potere repubblicano lascerebbe la responsabilità alle maggioranze e agli scrutini.


La legittimità. Vale a dire un potere esercitato solo in vista del bene comune, indipendentemente dagli interessi partitici e monetari. Lo Stato reale pone la sua legittimità nella storia e al servizio reso al paese nel corso dei secoli. Non c’è legittimità in democrazia, poiché il potere è il frutto delle competizioni elettorali, esercitato dai partiti in base ai loro capricci.


ANDREA ZERBOLA

Ancora dal conclave repubblicano


Come ieri anche oggi raccomandiamo ai nostri lettori di seguire le note da Montecitorio sul sito de "La Stampa".

Ancora più sconfortati per ciò che si profila all'orizzonte...


giovedì 18 aprile 2013

L'elezione...



Consigliamo a tutti di leggere le note che arrivano puntuali da Montecitorio su questo articolo della Stampa.
Rendono perfettamente conto di quale sia la "solenne" atmosfera che accompagna il conclave laico della repubblica.
C'è di che ridere ed anche di che disperarsi.


La Monarchia e il Fascismo - capitolo secondo - IV


La propaganda socialista: esasperante anti-italianità e incensamento della Russia.

Trotzky 
Fiancheggiatori della nefasta propaganda anarchico-bolscevica, i repubblicani hanno le stesse responsabilità nella disgregazione dell'economia nazionale e nella decadenza del sentimento patriottico fino a quando insurrezioni popolari non argineranno la bufera. Mentre i nostri economisti, primo fra tutti Einaudi, ammoniscono che l'Italia è sull'orlo del fallimento, socialisti e repubblicani aizzano le masse negli scioperi a carattere di vendetta di classe. Durante lo sciopero dei ferrovieri del gennaio il personale abbandona sistematicamente i viaggiatori a mezzo itinerario e cade nel vuoto persino la protesta dello stesso Turati il quale ammette bensì che i treni possano non partire, ma non è concepibile debbano fermarsi a metà strada mettendo la vita delle donne e dei bambini a repentaglio del freddo.
Ma il veleno bolscevico è     diffuso e penetrato che nessuna autorevole parola potrà espellerlo. Solo un contro veleno, rimedio pericoloso e fatale, potrà fare il miracolo. Ed intanto si       persiste nella propaganda sovvertitrice: « Il proletariato affretta e precipita la liquidazione della borghesia abbattendo tutto ciò che trova sul suo cammino: ieri Nitti ed i popolari, domani Giolitti e la democrazia. Ogni crisi di Gabinetto sarà una pietra miliare che  indica il procedere del disgregamento borghese» .

Demoliscono tutti i governi ma rifiutano il potere.
Distruggere per distruggere.      Sgretolano la resistenza del Paese eccitando sempre più nelle masse appetiti irrealizzabili e il malcontento. Per l'ammutinamento dei bersaglieri di Ancona il Partito Socialista e la Confederazione del lavoro lanciano un manifesto in cui, dopo avere esultato per la rivolta così continuano: «Via da Valona! Noi invitiamo i proletari delle caserme, delle officine e dei campi a vigilare essi, a rendersi garanti che nessuno più partirà. I soldati si associno all'azione proletaria, pronti a ribellarsi se il Governo mancherà alla sua parola e continuerà le spedizioni militari. Altro il proletariato intima al Governo non toccate i soldati e i proletari di Ancona! Essi hanno compiuto il loro dovere. Hanno obbedito a sensi di civiltà ed umanitari. Essi hanno ascoltato il grido lanciato dallo stesso Giolitti, non ancora salvatore della borghesia pericolante, nel suo discorso di Dronero: Piuttosto che una nuova guerra, la rivoluzione! (1). Tenetevi pronti ad ogni evento. Stringetevi fraternamente la mano. Alla prima minaccia di una nuova guerra il nostro dovere o proletari, o soldati è questo soltanto: «rivoluzione!». Ed inneggiano all'internazionale comunista.

L'Avanti! si richiama alla formula del disertore Misiano lanciata nel 1915: «Attendere, per fare il soldato che i carabinieri vengano a prenderci» ed annota con giubilo che a Lucca un gruppo di reclute durante la paternale del loro colonnello hanno gridato abbasso l'esercito, al canto di bandiera rossa. Ma più sotto esalta la disciplina ferrea e feroce instaurata nell'esercito russo da Trotski e da Lenin. Lo stesso Serrati, in una corrispondenza da Mosca, dopo di aver constatato che per le strade delle grandi città verdeggia l'erba e sono coperte d'immondizie, così descrive: «La sfilata delle truppe rosse è imponente. C'è in esse più ordine, più disciplina, più insieme che negli eserciti degli Stati capitalistici. Marciano con entrain veramente straordinario e quando i loro comandanti lanciano il grido Viva l'Armata rossa, gli urrà concordi, intonatissimi, salgono al cielo come i rombi di cannone ». Minano l'esercito del proprio paese ed esaltano quello dello straniero.

Contraddizioni non incidentali, poiché ve ne sono altre di ben più grave natura nel quotidiano socialista, dove si può leggere un grande titolo come questo: «I sudici bassifondi del mondo bancario» a proposito della polemica Fratelli Perrone e Banca Commerciale. Si parla del losco, del criminale che costituiscono l'essenza del mondo capitalistico, i dirigenti dell'Ilva sono definiti «i più astuti pescicani ed i più noti trafficanti della finanza e della politica», e poi per una intera pagina a  pagamento appare la réclame della Banca e del suo lodevoIe sviluppo. Si esaltano i sistemi di requisizione che il governo russo fa presso i contadini per la costituzione degli ammassi e poi si insorge contro il governo italiano appoggiando una rivolta della popolazione in un paese calabrese la quale esige che il grano raccolto nel territorio debba servire ai bisogni locali. Afferma che D'Annunzio è foraggiato lautamente dai pescicani che vogliono prolungare la guerra ma poi cerca di svalutare la sua situazione con notizie avute da «sicura fonte» che il Comandante non paga lo stipendio agli ufficiali date le tristissime condizioni della sua finanza. E si compiace che «parecchi di loro hanno abbandonato in questi giorni Fiume, perché impossibilitati a continuare a vivere in tristi condizioni finanziarie, abituati com’erano prima a spassarsela». Continui sono gli appelli dell'Avanti! e del Partito Socialista a fraternizzare con i rivoltosi. Gli atteggiamenti del bolscevismo italiano sono coerenti soltanto col loro spirito di esasperante anti-italianità, espresso in dichiarazioni assolute: «I lavoratori italiani sono per la Russia vivono nella Russia, si muovono dalla Russia. La rivoluzione dei Sovieti è la stessa nostra rivoluzione proletaria». Un appello del giornale termina così: «Soldati! Siate pronti ad unire decisamente, coraggiosamente la vostra forza, le vostre armi, alla forza ed alle armi dei lavoratori ». Un articolo di fondo a firma Ing. Edoardo Ugolini così conclude: «Il proletariato solo può condurre l'ordine in tanta orgia d'affarismo col terrore rivoluzionario, con la Santa Ghigliottina». Accanto a queste professioni di fede compaiono talvolta a rafforzarle certe vignette dello Scalarini nelle quali la bandiera di Italia viene issata sopra un grimaldello oppure immersa in un vaso da notte.

(1) La frase di Giolitti fu questa «Qualunque mezzo, anche il più rivoluzionario per evitare una nuova guerra sarebbe giustificato»

Le carrozze del Quirinale al Museo del Colle a Roma


Lì, negli ambienti delle antiche Scuderie Sabaude al Quirinale, troverete esposte le straordinarie carrozze dei presidenti a soprattutto della Casa Savoia. E anche il Gabinetto storico, utilizzato per la conservazione di oggetti ippici rari e preziosi provenienti dalla dotazione reale o donati ai Savoia in occasioni di visite di Stato.

Le Scuderie Sabaude sono situate all'interno del complesso del Quirinale nel grande Fabbricato edificato dall'architetto Antonio Cipolla nel 1874. L’ingresso è previsto da via della Dataria, 96, ma solo di sabato e nei giorni 20 aprile, 25 maggio, 22 giugno, 28 settembre, 26 ottobre, 30 novembre e 14 dicembre (sempre dalle 10 alle 11 e 30).
[...]
 

martedì 16 aprile 2013

Perché mai?

Ormai i nomi che più insistentemente si fanno per la successione a Napolitano si contano sulle dita di una mano: Prodi, Bonino, Amato.
Che cosa abbiano mai fatto costoro per illuminare la Patria ed essere così resi degni di rappresentarla per intero lo sa solo Iddio. E magari lo sanno coloro che li eleggeranno e che si faranno ringraziare pendendo politicamente dalla loro parte come ampiamente face quell'enorme cialtrone di Scalfaro.



Prodi. Quello delle "sedute spiritiche" durante il sequestro Moro e della svendita della Cirio. Ottima presenza, somiglia ad un fumetto televisivo degli anni 70-80, Gongolo.


Bonino. Colei al cui cospetto la strega di Biancaneve diviene una tenera dilettante. Si è resa protagonista di 10141 aborti quando questi in Italia erano reato. Candidata più o meno a tutto esprime la negazione dei valori cattolici di cui l'Italia è ancora permeata. 
Iddio ne scampi.



Amato. L'uomo da 1000 euro al giorno di pensione, il doppio di una minima mensile. 
Vice di Craxi, pare fosse all'oscuro di ogni sua malefatta.  Non sapeva nulla di nulla pur essendo il vicesegretario del Partito Socialista Italiano. Ha fatto il primo ministro, ha messo le mani nelle tasche degli italiani prendendo loro nottetempo diversi danari dai loro conti correnti.Somiglia ad un personaggio di Harry Potter. 

Non osiamo pensare a quando dovremo pagargli di pensione una volta che avrà finito il settennato.

Perché questi? Perché? Cosa mai abbiamo fatto di male noi italiani per meritarci questi?

La Monarchia e il Fascismo - capitolo secondo - III


La propaganda repubblicana e le sue varie tendenze: filo bolscevica, filo anarchica e filo fascista.

Armando Casalini
Non si può comprendere il fascismo, soprattutto come fenomeno di reazione, se non si segue lo svolgimento della propaganda dei vari partiti, specialmente il socialista ufficiale massimalista, il popolare democristiano ed il repubblicano, suddiviso a sua volta nelle varie tendenze. Il loro atteggiamento subito dopo la fine della guerra, in questo 1920 e, come vedremo, negli anni futuri, giustificano il trionfo di Mussolini.
L'Avanti! che aveva, poco più di un anno prima, annunciata la nostra Vittoria di Vittorio Veneto quasi in sordina, in tono sommesso e facendo poi seguire ogni giorno notizie di tutti i generi sulle pretese crudeltà dei nostri ufficiali e sugli orrori della guerra, mette in prima pagina un titolo vistoso: « Natale di vittoria dell'esercito bolscevico » e termina il commento invitando i socialisti italiani al « grido inaugurale per il nuovo anno, di Viva la repubblica dei sovieti! ». Anche Mussolini rileva l'accentuarsi di questa lotta immane che si va delineando fra Occidente e Oriente fra il cristianesimo ed il lontano mondo barbarico: « Due religioni si contendono oggi il dominio degli spiriti e del mondo, la nera e la rossa. Da due Vaticani partono oggi le encicliche da quella di Roma e da quella di Mosca. Noi siamo gli eretici di queste due religioni Il mondo d'oggi ha strane analogie con quello di Giuliano Apostata. Il Galileo dalle bionde chiome vincerà ancora una volta? O vincerà il Galileo mongolo del Cremlino?». Sulla Iniziativa Fernando Schiavetti constata lo sfacelo dello Stato e se ne compiace. I popolari brancolano nell’equivoco uniti ai socialisti nella negazione del liberalismo. Essi negano così lo Stato che è la Nazione in atto e negando questo negano la Patria. Negazione consapevole quella dei popolari dei socialisti e dei repubblicani, inconsapevole quella dei nazionalisti e dei fascisti che fanno coro ai primi nella martellante demolizione del potere statale. Questi partiti reclamano continuamente atti di energia dal governo - potere esecutivo dello Stato – mentre la loro diuturna fatica è quella di sabotarlo per distruggerlo. L'accanimento e la faziosità dei repubblicani non sono certo inferiori a quelli dei bolscevichi nostrani. La guerra era terminata da pochi mesi ed ai primi scioperi accusavano già la Monarchia di «mancanza di idealità per essersi fatta trascinare per forza alla guerra » e quindi di essere incapace di risolvere i problemi scaturiti da questa. (Vent'anni più tardi l'accuseranno ancora di mancanza di idealità e di essere incapace di governare ma per il fatto questa volta di avere... voluta la guerra; sono le incoerenze della faziosità e della malafede). Le critiche repubblicane ai governi che si succedono sono fra le più violente. Eppure durante la guerra il partito repubblicano aveva dato al governo regio un loro esponente, critico fra i critici e fra i più intolleranti: Eugenio Chiesa. Ebbene, nessun uomo di governo di quel periodo, nessun ministro ebbe critiche per incompetenza, incapacità, abusi e privilegi come ne ebbe costui in qualità di commissario all'aviazione alla fine del conflitto, quando cioè erano passati i momenti difficili e le amministrazioni non richiedevano più uomini di levatura particolare come si può richiedere in tempi eccezionali ma potevano servire anche elementi mediocri. Ed il Chiesa, uomo di valore era ritenuto uno dei migliori del Partito Repubblicano! (1). La verità è che i repubblicani sono preoccupati sopratutto - dopo la collaborazione di alcuni di loro col governo di Sua Maestà - di rifarsi una verginità anti-dinastica e rivoluzionaria, incolpando la Monarchia come responsabile dei mali inevitabili derivati dalla guerra della quale sono stati fra i più ardenti sostenitori. In conseguenza di questa preoccupazione ed a quella non meno assillante di far concorrenza al socialismo bolscevizzante scendono alle più inconcepibili aberrazioni: giustificano l’intervento non nella forma di sacro egoismo (marchio ufficiale) ma per dare alla guerra l'impronta decisiva di strumento per La rivoluzione mondiale della quale poi hanno un sacro terrore appartenendo essi per la maggior parte alla classe borghese (in Romagna sono soprattutto ricchi proprietari terrieri o mezzadri ed affittuari più che benestanti).

L'on. Oliviero Zuccarini scrive che « La fusione degli elementi anarchici, socialisti e sindacalisti con i repubblicani è restata completa anche con la guerra; non è detto che non debba mantenersi anche dopo » (2). L'organo del partito conferma: « Gli anarchici sono i soli idealisti della lotta sociale, insieme con i repubblicani». Ed Armando Casalini il futuro deputato e martire fascista salutando l'uscita del nuovo giornale anarchico Umanità Nova diretto da Enrico Malatesta riconosce negli anarchici dei collaboratori in quanto «lavorano coi repubblicani a demolire lo Stato» ed invoca la loro solidarietà al fine di liberarsi della Monarchia. Deprecano i fomentatori di odio e di rappresaglie e nello stesso tempo ogni loro scritto è permeato di settarismo, di rancori ingiustificati, di fanatismo cieco e sciocco, di invidia contro tutto e contro tutti. E intanto fanno appello a socialisti ed anarchici per il «fronte unico rivoluzionario al fine della conquista del potere politico e per la costituzione della Repubblica sociale, contro la democrazia legalitaria» e compiacendosi dei « bagliori di incendi sociali in tutta Italia, preludio alla catastrofe del regime ». Tutto questo in nome di Mazzini. Sovvertimento violento e catastrofico dell'economia e della società concetto anti borghese - nel nome di un sovvertitore, va bene, in politica, ma che in economia e nella questione, sociale fu squisitamente e tipicamente borghese. Eppure, uno degli esponenti della cultura italiana, che coi repubblicani ebbe affinità di pensiero e che di Mazzini fu fra i più profondi conoscitori, Gaetano Salvemini (3), aveva pochi mesi prima scritto testualmente: «Date le attuali arretrate condizioni intellettuali e morali dei gruppi politici i quali si disputano il governo in Italia, data l'abitudine che tutti i politicanti hanno in Italia di considerare lo Stato come un loro feudo privato, data la naturale tendenza delle maggioranze parlamentari a trasformarsi in oligarchie oppressive e violente in tutti i paesi di scarsa coscienza politica e di fiacca fibra morale - e il nostro è fra questi - noi riteniamo che in questi paesi possa riuscire utile la esistenza di una Monarchia ereditaria, in cui il Re abbia interesse a funzionare come moderatore dei partiti, frenando le prevaricazioni delle maggioranze parlamentari e tutelando contro di esse i diritti delle minoranze e gli interessi generali e permanenti della nazione ».

Nello stesso tempo riproducono in grande nei loro settimanali i discorsi di Innocenzo Cappa, quando questi ha già aderito entusiasticamente al fascismo così come sono solidali col popolo russo e ungherese e si dichiarano vicini ai socialisti ufficiali quando questi proclamano l'urgenza della Repubblica sociale, ossia «la sovranità del popolo produttore ».
Attaccano continuamente la Monarchia per i suoi interventi e poteri arbitrari ed esaltano Wilson che di interventi e poteri arbitrari ne è la tipica caratteristica espressione in America applicati da noi nella nostra questione adriatica con il suo veto sulla Dalmazia  e su Fiume. Paragonano Wilson a Mazzini, mentre questi fu un saggio e l'altro - già malato di paralisi morì pazzo. Ma il paragone è tutto a danno degli interessi nazionali poiché mira a sostenere che la Dalmazia va assegnata      agli slavi. La corrente fascista del partito- enormemente  la più numerosa – invece cita ugualmente  Mazzini per assegnarla alla Italia questi  nel  1871     detto che i confini nostri dovevano essere posti a Pola presso del Quarnaro.

In un articolo su Iniziativa firmato f.s. (Ferdinando Schiavetti)         si inneggia all'Albania, poiché l’Italia che ha inviato i soldati a combattere laggiù è quella dei filibustieri, dei banchieri e dei siderurguiciper la quale noi sentiamo semplicemente schifo.
Si compiace della sommossa di Ancona con questo titolo: «Salutiamo le prime vittime della rivoluzione repubblicana» e commenta: « La rivolta di Ancona non ha niente in comune con o di equipollente con gli scioperini o gli scioperoni che si susseguono settimanalmente da  un capo all'altro d'Italia in nome di una conquista economica di questa o di quella categoria di lavoratori. Per le cause che l'hanno determinata e per la forma con la quale si è manifestata, ad Ancona si è fatta la rivoluzione». A pochi giorni di distanza la Commissione esecutiva del P.R. invia «il suo fervido saluto ai compagni e ai rivoluzionari tutti che hanno partecipato con lealtà ed entusiasmo al movimento politico di Ancona e addita nei morti, nei feriti, negli arrestati della tragica rivolta le prime vittime della ineluttabile rivoluzione repubblicana». Tutti i giornali del partito contengono inni alla insurrezione anarchica dei bersaglieri di Ancona. Rimproverano il governo di incapacità a risolvere il problema adriatico e le situazioni interne sempre agitate da sommosse e scioperi, ma lo chiamano «reazionario e brigante al servizio della borghesia epilettoide e siderurgica» quando fa arrestare Malatesta e fa spiccare mandati di comparizione contro Zuccarini e Schiavetti per incitamento alla rivolta. E intanto ad ogni pagina compare una qualche invocazione alla Repubblica sociale, proprio come nei programmi e nei giornali fascisti. Poiché se la direzione del partito ed il suo organo sono in attrito - non programmatico ma unicamente per gelosia di insegna - con il movimento fascista, la maggior parte delle sezioni repubblicane della valle padana continuano a fiancheggiare Mussolini. Il Pensiero romagnolo organo mazziniano si direbbe alle dipendenze del fascismo tanto lo esalta. La stessa Iniziativa ammette che i repubblicani romagnoli sono fascisti, ma obietta che la Romagna non è l'Italia. Nel convegno operaio nazionale repubblicano di Ancona nel mese di giugno un ordine del giorno a tendenza contraria al fascismo passa per pochissimi voti. Senza l'astensione di Jesi la tesi fascista sarebbe prevalsa. E non vi sarebbe da meravigliarsi. Qualunque repubblicano può firmare il programma fascista e viceversa, salvi soltanto gli atteggiamenti tattici e contingenti. Nella revisione del programma dei fasci si leggono questi due capoversi:
« a) forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo che abbia la forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze e da pagarsi in un termine di tempo assai breve; b) il sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose e l'abolizione di tutte le mense vescovili, che costituiscono una enorme passività per la nazione e un privilegio di pochi ».
Comune è l'ostilità alla Monarchia.
Da tempo si va delineando, anzi si va rincrudendo un attrito accesosi nel 1919 determinato da quella che si chiamò l'ala destra del P.R.. Questa rimproverava alla direzione del partito la troppo accesa tendenza agli accordi ed alle alleanze con gli uomini del socialismo ufficiale ed anche con quelli delle frazioni estremiste. I destri escono dal partito e ne formano uno nuovo che riunisce le Associazioni repubblicane Giuseppe Mazzini e vi aderisce anche il Fascio dei ferrovieri. Un esponente di questa corrente, il Baldi, così si esprime: «Nessuna incompatibilità esiste fra il Partito Repubblicano ed i Fasci di combattimento: il programma dei fasci - dei quali mi onoro di far parte - è cosi vicino a quello dei repubblicani che non vedo affatto come si possa parlarne ». Con lo spirito dei repubblicani costituenti e storici trasferito ed accoppiato, amalgamato con quello dei fasci nella comune esaltazione della Repubblica Sociale, si spiega come ne sia uscito il regime fascista, imbevuto dello stesso settarismo dei domenicani faziosi dell'edera.

La responsabilità della fazione repubblicana nella creazione del fascismo è doppia: 1°, per avere, con la tendenza bolscevizzante della direzione del partito provocata la reazione 2°, per avere, con la costituzione dei fasci, repubblicani romagnoli, con la Unione, del lavoro e col Sindacato delle cooperative messo disposizione del nascente movimento, la sua fede settaria e le sue organizzazioni sindacali ed economiche (4).
Intanto, nemmeno a,farlo apposta, le nuove medaglie del Partito Repubblicano portano come simbolo il fascio littorio con tanto di scure...

(1) Veggansi gli attacchi e le severe critiche del Corriere della, Sera del 3 marzo 1919.

(2) OLIVIERO ZUCCARINI: Il Partito Repubblicano e la guerra d'Italia, p. 36.

(3) GAETANO SALVEMINI: Mazzini.

(4) Il 4 febbraio 1920 ha luogo, su iniziativa del prof. Carlo Bazzi, il Congresso di costituzione del Sindacato Nazionale delle Cooperative verso il quale convergono i Fasci di combattimento. Nel Consiglio nazionale sono eletti i repubblicani Italo Simonti, Salvatore Lauro, Vezio Mancini, Pietro Bondi, Glauco Rizzi, avv. Ernesto Re, prof. Delfino Pesce, ing. Italo d'Eramo. Nel consiglio di amministrazione: prof. Carlo Bazzi, Luigi Stradella, Simonti Italo, Antonio Reggiani. L'ufficio di amministrazione è retto da Armando Casalini. Tutti repubblicani storici. Sul Popolo d'Italia Mussolini commenta: «Se c'è un uomo nell’ Unione Italiana del Lavoro che ha lavorato sul serio, che ha costituito recentemente quel Sindacato Nazionale della Cooperazione che è il contraltare necessario al movimento cooperativistico socialista, quell'uomo è il repubblicano Carlo Bazzi». Aderisce alla nuova organizzazione la Federazione cooperative dei combattenti diretta da Rosario Labadessa e nel Consiglio di amministrazione troviamo fra altri Ferruccio Parri, anche lui filo fascista.