NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 10 aprile 2013

Ancora sulla giustizia


di Tommaso Francavilla

Ho smesso da tempo di avere fiducia nella Magistratura italiana, sempre più pervasa da un delirio di onnipotenza tanto più inquietante in quanto coniugato con un altissimo tasso di politicizzazione, ivi compresa la Corte Costituzionale, nella quel quel delirio e quel tasso sono addirittura istituzionalizzati e sistematici.Ma se dovessimo credere ancora a tale apparato giudiziario, a fronte della sentenza di tale Suprema Corte che respinge i ricorsi della Procura di Taranto contro le leggi cosiddette “salva-ILVA” giudicandole pienamente costituzionali, dovremmo domandarci chi paga oggi i danni gravissimi inferti attraverso i provvedimenti successivi a tali leggi della suddetta Procura a carico non soltanto di una grande azienda, peraltro realizzata dallo Stato e da questi venduta evidentemente con la garanzia di poter continuare ad operare, ma anche dell’intera economia italiana, di cui l’ILVA –producendo il 40% dell’acciaio nazionale- costituisce ( costituiva?) un autentico pilastro, nonché di un intero territorio il cui reddito è in buona parte connesso alla grande fabbrica tarantina, e di migliaia di lavoratori, costretti alla Cassa Integrazione e con il futuro reso a grave repentaglio dalle conseguenze inevitabili sull’azienda stessa di queste vicende. Tanto più tale domanda è legittima ove si consideri che il secondo intervento legislativo del Parlamento si è reso necessario perché, quasi a mò di ritorsione nei confronti del primo che sanciva la ripresa della produzione nelle more della realizzazione degli interventi di ambientalizzazione previsti da due AIA, il suddetto delirio di onnipotenza si era spinto fino a sequestrare non già più siti inquinanti, ma innocui prodotti finiti per il valore di un miliardo di euro, di per sé sufficiente a stendere anche la più grande e florida delle aziende per di più in una fase di crescita economica invece che dell’attuale grave recessione, con pesanti conseguenze anche nei confronti di innocenti clientele private di materiali ordinati e sovente anche pagati in assoluta buona fede.
A ciò si aggiungano le gravi lacerazioni, con l’esplosione di opposti sentimenti, inferte ad una comunità tarantina che soltanto pochi mesi prima aveva votato alle Amministrative sconfessando platealmente tutti i movimenti catastrofistici che se ne erano auto-assegnata la rappresentanza, per cavalcare i quali si era impavidamente paracadutato, per lucrarne un’improbabile riesumazione, l’ultimo Segretario del fulgido Partito di Pecoraro Scanio, che ci ha riprovato anche alle recentissime politiche, riscuotendone analogo, cocente insuccesso. Due convergenti responsi democratici- quelli delle Amministrative e delle Politiche- che non possono certo essere surrogati da un fantomatico Referendum in cui molto probabilmente voteranno le solite minoranze fanatizzate, a gloria delle vanità dei soliti magniloquenti portavoce di sé stessi, professionisti o aspiranti tali del catastrofismo oscurantista. Mentre non si può sottacere il silenziamento della politica tarantina, su cui incombe l’annuncio reiterato quanto datato di imminenti provvedimenti giudiziario in cui qualche malpensante potrebbe immaginare un sapore vagamente intimidatorio. 
Questa di Taranto è in sostanza una brutta ed emblematica storia di mala-giustizia, in cui il delirio di onnipotenza di cui sopra ha rasentato l’eversione. Speriamo questa volta che l’argine opposto dalla Suprema Corte, giudicata infallibile quando conviene alla sinistra, faccia scuola.

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