NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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martedì 15 giugno 2021

Camille Cavour l'eurotorinese che fece l’Italia


 di Aldo A. Mola


Tutti Napoleonidi?


Cartavetro, pialla e biacca abradono, appiattiscono e coprono la storia sotto un cumulo di luoghi comuni. Nel 160° della morte, è la volta di Camillo Cavour? Con spirito giovanile l'inarrivabile Francesco Margiotta Broglio documenti alla mano ha recentemente osservato che il Conte nacque il 10 agosto 1810, otto mesi dopo il fugace quanto forse fecondo “incontro” tra sua madre (semper certa), Adèle de Sellon, consorte di Michele Cavour, e Napoleone I, a metà dicembre del 1809. L'imperatore l'aveva “notata” di passaggio a Torino e raccomandata alle attenzioni di sua sorella Paolina, moglie di Camillo Borghese, governatore della XXVII divisione dell'impero dei francesi: Piemonte e Liguria, due terre per la prima volta unite in una visione superiore dell'Europa. A scortare Adèle Cavour a Parigi fu l'alessandrina Cristina Ghilini, moglie del conte Francesco Ilario Scipione de Mathis di Conegliano e di Cacciorna, barone dell'Impero, come si legge nel vol. I della Storia di Bra (ed. 2002). Se così fosse, Camille Cavour risulterebbe involontariamente cugino primo di Napoleone III. Non solo. Se si vuole dar credito ad altre ipotesi insinuanti, poiché il padre naturale di Francesco Giuseppe d'Asburgo, imperatore d'Austria dal 1848 al 1916, e suo fratello Massimiliano (pretendente all'Impero del Messico e fucilato a Queretaro da Benito Juarez, strumento degli USA) sarebbero figli (sempre “naturali”) di Napoleone II, l'Aiglon, Cavour sarebbe anche stato zio di Cecco Beppe e tutte le guerre per l'indipendenza dell'Italia dal 1848 al 1918 si risolverebbero in una rissa tra Napoleonidi. Parenti serpenti e talvolta endogamici, come fa trasparire Margiotta Broglio. D'altronde nelle logge massoniche Napoleone I venne venerato come Osiride: il Sole, che illumina, riscalda e feconda.

   Per un personaggio di statura europea, qual è Cavour, finire nel garbuglio di alberi genealogici fantasiosi è sicuramente affascinante. Precipitare nel tritacarne di luoghi comuni in commemorazioni più meno ufficiali è invece assai malinconico. Come senza entra entrare nei dettagli ha osservato Mino Giachino, in una recente rievocazione proprio a due passi dalla sua tomba, l'intervento del regno di Sardegna nella cosiddetta “guerra di Crimea” è stato collocato nel 1856, che invece è l'anno del Congresso di pace convocato da Napoleone III a Parigi, quando ormai tutto era finito. I bersaglieri ideati da Alessandro La Marmora sono stati spacciati (salvo rettifica...) per carabinieri con tanto di fez e soprattutto per l'ennesima volta quale artefice dell'accordo tra impero di Francia e regno di Sardegna è stata evocata Virginia Oldoini Vérasis, contessa di Castiglione. Per quanto “Nicchia”, come amabilmente era detta, la “contessa” non determinò affatto la “grande politica” di Napoleone III, “fosco figlio di Ortensia” (Beauharnais), figlia di primo letto di Joséphine de la Pagérie, prima moglie di Napoleone. Il tramite vero fra Torino e l'imperatore fu il giovane e brillante Costantino Nigra, incaricato d'affari, eletto gran maestro del Grande Oriente Italiano dopo la morte di Cavour, assistito dall'altrettanto abile Isacco Artom. 

Quando l'Ordine coatto genera il progresso

Gettati nella cesta della biancheria usata i pettegolezzi che riducono la storia a stormir di panni, Camillo Cavour (che abolì l'uso del “di”, a suo avviso riduttivo: preferiva firmarsi semplicemente “Cavour”, come hanno ricordato i suoi eccellenti biografi Rosario Romeo e Adriano Viarengo) va ricordato quale protagonista della storia del Piemonte, dell'Italia e dell'Europa. In un mondo ancora in massima parte ripiegato nel culto feticistico delle “tradizioni”, Camille aveva cinque anni quando Napoleone I, definitivamente sconfitto, fu deportato a Sant'Elena. Ne aveva 11 al tempo dell'insurrezione costituzionale del 1821. Figlio e nipote di massoni, “sveglio” come all'epoca erano i ragazzini (basti rileggere I miei Ricordi di Massimo d'Azeglio), ebbe chiaro che le lancette del tempo non si possono riportare all'indietro: soprattutto dopo il quarto di secolo trascorso dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino (1789) all'Atto addizionale che nel 1815 promise la svolta liberale dell'Impero napoleonico. Non era solo questione politico-diplomatico-militare. Nel frattempo scienza, tecnologia, produzione e commerci avevano compiuto mutamenti irreversibili. Lì era il progresso. La Santa Alleanza russo-austro-franco-prussiana combatté strenuamente liberali e società segrete: massoni, carbonari, adelfi, federati... Impose pace tra gli Stati e ordine ferreo al loro interno. La conseguenza di quel “blocco” fu l'impennata demografica, che aumentò richiesta di beni di consumo e dette impulso alla circolazione delle merci e delle idee: volàno della destabilizzazione di un “Ordine” coatto. La Restaurazione non fu vittima delle cospirazioni ma di se stessa. O, se si preferisce, della Storia, che è moto perpetuo e procede a zig-zag. La Santa Alleanza incarcerò, impiccò, represse. Ma le sue vittime furono solo qualche gocciolina di un mare che continuò a mandare verso riva flutti, onde, burrasche.

Quando nel 1830 Cavour ebbe vent'anni, i francesi cacciarono Carlo X (che aveva appena iniziato la conquista dell'Algeria) e si dettero per sovrano Luigi Filippo d'Orléans, il “re borghese”. In Inghilterra, Paesi Bassi e Belgio linee ferrate e navigli a vapore stavano accelerando le ripercussioni della seconda rivoluzione industriale. Persino nell'Impero d'Austria e in Germania gli asili adottarono modelli educativi di avanguardia. L'Ottocento di Johann Heinrich Pestalozzi fu il secolo della pedagogia. 

    Lettore vorace di riviste d'avanguardia, di statistiche e di saggi sui mondi nuovi, anche Cavour compì il “grand tour”. Ma non si volse all'indietro, a contemplare leopardianamente “le rovine e gli archi”: Verona/Venezia, Firenze/Siena, Roma, Napoli. Andò a Parigi, Bruxelles, Londra. Non visitò musei ma i fulcri della modernizzazione (scuole, ospedali, carceri...), per capire dal vivo come voltar pagina al costo minore e con i benefici maggiori.

   Da metà degli Anni Quaranta, di concerto con Ilarione Petitti di Roreto, puntò sulle strade ferrate, oggi in drammatico affanno. Dalla Sagra di San Michele o dal cacumine di San Salvatore Monferrato si vede la pianura a perdita d'occhio. I “confini” politici e amministrativi sono solo convenzionali. Le Alpi incombenti e gli Appennini, brevi ma scoscesi proprio a ridosso della costa, costituivano  l'altra sfida. Era l'ora delle gallerie ferroviarie: verso Genova, per abbassare il costo del trasporto di grano e di guano in Piemonte e contenere i salari in un'età di espansione edilizia, ma anche verso la Francia, in direzione di Chambéry e di Nizza Marittima, all'epoca parte integrante del regno di Sardegna.

Carlo Alberto il Lungiveggente

A spianare la strada al primato politico di Cavour fu Carlo Alberto di Savoia, che non l'ebbe mai in particolare simpatia. Re dal 1831, nell'autunno del 1847 decise che era saggio battere sul tempo la “rivoluzione”: meglio concedere riforme che cedere alla piazza, pessima consigliera. Rese elettivi i consigli comunali, provinciali e divisionali. L'8 febbraio 1848 enunciò i capisaldi dello Statuto, scritto in pochi giorni e promulgato il 4 marzo: governo “del re”, responsabile; una camera elettiva, un'altra, il Senato, di nomina regia e vitalizia; libertà di culto e di stampa; uguaglianza dei cittadini dinanzi alle leggi. Per Cavour le riforme vollero dire dibattito nei giornali e in Parlamento. Chi ha più filo fa più tela. Torino tornò al centro dell'attenzione europea, soprattutto dopo la rivoluzione che a Parigi sfociò nella Seconda repubblica, con “giornate” drammatiche e sanguinose (cadde anche l'arcivescovo mentre cercava di sedare scontri) e dilagò ovunque, da Praga a Vienna, da Berlino a Budapest. In Italia insorsero Venezia e Milano, Parma e Piacenza. Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria per soccorrere i moderati lombardo-veneti e nei ducati padani. Anche Ferdinando IV di Borbone nelle Due Sicilie e Pio IX nello Stato pontificio concessero costituzioni, salvo sconfessarle. Il 9 febbraio 1849 a Roma furono proclamate la decadenza del potere temporale del papa e la Repubblica. La città Eterna divenne un laboratorio politico-istituzionale denso di temibili incognite.

  Dopo la sconfitta di Novara (23 marzo 1849), l'abdicazione di Carlo Alberto e l'ascesa al trono del ventinovenne Vittorio Emanuele II, Cavour, conservatore illuminato, individuò il nemico nei clerico-reazionari e nei gesuiti, la cui espulsione dal regno venne chiesta sin dal febbraio1848. Non esitò ad attizzare proteste contro l'arcivescovo di Torino, Luigi Fransoni, colpevole di aver negato il viatico della buona morte a Pietro de Rossi di Santarosa, ministro dell'Agricoltura, perché non sconfessava il voto a favore delle leggi che abolirono privilegi arcaici del clero.

Il presidente del Consiglio in carica, Massimo d'Azeglio, si spinse oltre, propugnando l'introduzione del divorzio. Succeduto a Santarosa e poco dopo presidente del governo, Cavour rischiò più volte di finire minoranza. Non bastavano il connubio di centro-sinistro con il “democratico” alessandrino Urbano Rattazzi, il sostegno della Società Nazionale (presieduta da Daniele Manin e poi da Giorgio Pallavicino Trivulzio, a lungo detenuto allo Spielberg, con Giuseppe Garibaldi per vice), il conforto degli esuli politici accorsi a Torino da tutt'Italia, la benevolenza di osservatori esteri, di “congreghe” tanto occulte quanto potenti e neppure il successo dell'intervento a fianco dell'alleanza anglo-franco-turca contro la Russia nella “guerra di Crimea” (ottobre 1853- 1° febbraio 1856).

Cavour, don Margotti e fra' Giacomo da Poirino

Cavour chiuse la partita con le elezioni del 1857, vinte con ampio meticoloso ricorso a brogli (già ne aveva usati ai danni della Sinistra) e con il colpo di mano finale: chiese e il 5 giugno 1858 ottenne l'annullamento dell’elezione di quattro ecclesiastici, canonici senza cura di anime e quindi del tutto eleggibili. Lo scopo di quella offensiva non era assicurarsi qualche voto in più alla Camera, ma mandare un segnale preciso all'interno e all'estero. Tra quanti si videro annullare l'elezione spiccava il trentaquattrenne don Giacomo Margotti (Sanremo, 1823-Torino, 1887). Direttore del periodico torinese “L'Armonia”, aveva guidato l'opposizione contro le leggi Siccardi e l'incameramento statale dei beni degli ordini religiosi “contemplativi”. Aveva anche deplorato la condotta privata di Vittorio Emanuele II, che (a quanto si narra) conservò il bastone rotto sulla sua schiena per fargli capire che era meglio si occupasse di altro. In risposta alla prevaricazione don Margotti invitò i cattolici ad applicare la formula “né eletti, né elettori”, che segnò la divaricazione dei clericali intransigenti dal “Risorgimento scomunicato”. Poi divenne il “non expedit” che resse sino al Patto Gentiloni del 1913 tra cattolici moderati e costituzionali, pronubo Giovanni Giolitti.

Per mezzo secolo l'Italia “politica” fu spaccata in due fronti contrapposti. Non quella “amministrativa”, che ebbe tutt'altra dinamica, come convengono storici di opposte sponde, quali per i cattolici, Marco Invernizzi, Oscar Sanguinetti e Paolo Martinucci, autore di una scrupolosa biografia del conte Clemente Solaro della Margarita, capofila dei cattolici conservatori (Ed. D'Ettoris). Ognuno aveva la sua “verità”. Nel 1859 “moti” organizzati consentirono ai “piemontesi” di sottrarre Emilia e Romagna ai Cardinali legati pontifici e far chiedere l'annessione, confermata dal plebiscito dell'11-12 marzo 1860 (140.776 “si” contro 2.810 “no”), contemporaneo a quello celebrato in Toscana. Nel settembre 1860, previo via libera da parte di Napoleone III (“Fate, ma fate in fretta”), per impedire che Napoli divenisse un atanor rivoluzionario europeo per il miscuglio esplosivo di protosocialisti, mazziniani, federalisti, liberi pensatori e venturieri vari, col pretesto di tutelare i liberali aggrediti dai clericali due corpi d'armata “sardi” irruppero in Umbria e nelle Marche e sconfissero i pontifici a Castelfidardo. Senza dichiarazione di guerra, Vittorio Emanuele proseguì dall'Abruzzo verso la Campania ove il 26 ottobre Garibaldi lo salutò “Re d'Italia” e gli “consegnò” l'ex regno delle Due Sicilie. Cavour aveva sperato di “fermare Garibaldi” (e persino ordinato all'ammiraglio Carlo Pellion di Persano di “arrestarlo”, come Nico Perrone legge il mandato di “fermarlo”).

  Alla spoliazione del suo Stato, non potendolo fare con la spada di Giulio II e il grido di “Fuori i barbari”, Pio IX rispose con l'arma estrema a sua disposizione: la scomunica del re, del suo governo e di tutti i suoi “agenti”. Cavour non arretrò di un millimetro. Ratificata l'annessione dell'Italia meridionale (21 ottobre) e di Marche e Umbria (4 e 5 novembre), passò all'incasso con lo scioglimento della VII legislatura della Camera “piemontese” e le elezioni del gennaio 1861. Appena inaugurata a Torino, in una sede parlamentare allestita alla meglio nel cortile di Palazzo Carignano (il Senato, che registrava la presenza di poche decine di suoi componenti, si radunava a Palazzo Madama, dirimpetto a Palazzo Reale) la nuova legislatura, la prima effettivamente nazionale, voltò pagina: il 14 marzo Vittorio Emanuele II assunse per legge il titolo di Re d'Italia. Era stato lui a unirla e a garantire all'Europa che il nuovo Stato avrebbe concorso alla pace.

   Cavour però guardò subito oltre: Mantova e il Triveneto rimanevano dominio asburgico e nulla lasciava presagire un loro possibile riscatto dallo straniero. Era questione del “concerto delle grandi potenze”. Gli importava invece risolvere la “questione di Roma”, che non era “questione romana” ma “italiana”: la pacificazione tra cattolici e liberali, tra unità politica nazionale e armonia delle coscienze. Pronunciò in Parlamento i discorsi ripubblicati da Corrado Sforza Fogliani nel 150° di Porta Pia (collana “Libro Aperto”, diretta da Antonio Patuelli). Dichiarò che in Roma non bisognava entrare con i cannoni, con la violenza; ed esortò il pontefice a consentire la pacifica unione della Città Eterna all'Italia. Il 27 marzo il Parlamento acclamò Roma capitale d'Italia. Mezzo secolo dopo la festa dell'unità nazionale venne celebrata quel giorno. L'appello di Cavour però cadde nel vuoto, benché migliaia di teologi, presbiteri, ecclesiastici di vari ordini e congregazioni, compreso l'abate di Montecassino, si stessero pronunciando per la conciliazione immediata tra Sacro Soglio e regno d'Italia.

  Cavour non vide l'evoluzione e la conclusione del différent Stato/Chiesa. Nel 1860 aveva affrontato alla Camera la durissima polemica di Garibaldi contro la cessione dell'italica Nizza alla Francia (passò senza difficoltà quella della francofona Savoia). Nel 1861 ancora una volta soffrì lo scontro con l'Eroe sulla sorte dell'“Esercito Meridionale”, rivendicato dal Generale quale vero artefice dell'unione del Mezzogiorno alla corona. Colto da violentissima febbre malarica, stremato da mortiferi salassi (“medice, cura te ipsum!...”), in pochi giorni Cavour venne accolto dalla Grande Visitatrice. Morì il 6 giugno 1861. Fra' Giacomo da Poirino, come da lui desiderato, in articulo mortis gli amministrò il viatico. Liberale (e, si dice, anche un po' libertino) morì cattolico. Convocato ad nutum da Pio IX e convinto di aver assolto alla propria missione sacerdotale, il francescano fu severamente punito: sorte analoga a quella poi toccata a don Valerio Anzino che a sua volta, nei modi narrati da Aldo G. Ricci, impartì il viatico allo scomunicato Vittorio Emanuele II, morto il 9 gennaio 1878.

  Cavour è dunque un gigante della storia italiana ed europea. Non solo dei confini doganali, politici, monetari...: dei “metalli”. È un gigante dello Spirito. Perciò merita di essere rievocato col rispetto che si deve all'Assoluto. Ed è doveroso associarne il nome a quello dei grandi continuatori italo-europei del liberalismo: sino a Giolitti e a Luigi Einaudi, antesignani dell'Italia odierna, come aveva intuito e propugnato Valerio Zanone. Parlare di “visione” cavouriana presuppone di aver veduto almeno da lontano le copertine dei volumi del suo Epistolario, dei suoi Scritti economici e   politici e dei suoi Discorsi. Non mancheranno occasioni di rievocarlo nel corso di questo ancora fortunatamente lungo 2021.

 

lunedì 7 giugno 2021

A 160 anni dalla morte di Cavour – Distanze di sicurezza – Lettere

di Pier Franco Quaglieni

A 160 anni dalla morte di Cavour

Ancora oggi la figura del conte di Cavour non è percepita in modo adeguato . Fu molto popolare ai suoi tempi quando venne fatto oggetto di innumerevoli caricature raccolte in volume dal grande e dimenticato Enrico Gianeri (Gec), ma la storiografia fu disattenta o ingiusta verso il principale protagonista dell’unificazione d’Italia, morto neppure cinquantenne nel 1861 a pochi mesi dalla proclamazione del Regno, che la sua abilità politica e la sua lungimiranza avevano creato in appena un decennio. 




Cavour aveva imparato l’arte della politica e del buongoverno viaggiando in Francia, Inghilterra e Svizzera, si era presto liberato da una visione provinciale piemontese e aveva saputo con la guerra di Crimea porre all’Europa la questione italiana, inutilmente anche se nobilmente agitata da Mazzini e da Garibaldi. 

Insieme a Vittorio Emanuele II seppe realizzare le condizioni per la II Guerra per l’indipendenza del 1859, creando strade ferrate e un decollo industriale piemontese che rafforzò  il Regno di Sardegna. Era un uomo nutrito di liberalismo, senso dello Stato, fedeltà a Casa Savoia , un uomo aperto e spregiudicato, pronto al gioco d’azzardo Dedicò tutto se stesso alla Causa italiana, giungendo persino all’idea del suicidio, come evidenziò Narciso Nada storico di Cavour ingiustamente dimenticato. Seppe unire il realismo machiavelliano con una forte passione civile. 

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domenica 6 giugno 2021

Camillo Benso Conte di Cavour, 160° anniversario dalla morte: il ricordo dei Granatieri di Sardegna della Valsusa

Bellissimo articolo.




di GIANCARLO SIBILLE

SUSA – Cade il 6 giugno il 160° anniversario della morte di Camillo Benso Conte di Cavour. Nato a Torino il 10 agosto 1810, in rue de Jena (al numero 8 dell’attuale Via Cavour), secondogenito da antica famiglia nobiliare, è stato protagonista del Risorgimento nella veste di Capo del Governo del Regno di Sardegna e successivamente in quella di primo Presidente del Consiglio del Regno d’Italia. E’ storicamente considerato, con Giuseppe Garibaldi, Vittorio Emanuele II e Giuseppe Mazzini, tra i principali artefici dell’Unità d’Italia. Grazie soprattutto all’intuizione del conte Camillo Benso di Cavour, tra la metà dell’800 e l’inizio del ‘900 il Piemonte fu all’avanguardia nella costruzione di linee ferroviarie, che collegarono la quasi totalità delle principali città, nonché gli stati confinanti. Il 14 giugno 1852 il parlamento subalpino approvò la costruzione della linea Torino – Susa ultimata nel corso di due soli anni e aperta al traffico il 22 maggio 1854.

IL CONFESSORE DI CAVOUR

Il Grande Tessitore dell’Unità d’Italia morì il 6 giugno 1861. La causa della morte fu un attacco di febbre, conseguenza della malaria contratta in gioventù nelle risaie di famiglia del vercellese. Le cure del suo medico non fecero effetto, e il 5 giugno fu chiamato al suo capezzale il suo amico fra Giacomo da Poirino. Le sue ultime parole furono “l’Italia è fatta, tutto è salvo”. 

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L'Agenda 

sabato 5 gennaio 2013

Il Partito Nazionale Monarchico - XVI parte


ATTUALITÀ DEL RISORGIMENTO


Da che cosa fu restaurato il prestigio delle armi italiane vulnerato dalle giornate di Custoza e di Novara ?
Quel prestigio fu restaurato dalla guerra di Crimea. Una impresa tanto impopolare e apparentemente estranea agli interessi italiani avrebbe potuto venir compiuta se un Re non l'avesse assunta sotto la propria autorità ?
Si può al riguardo osservare che la Monarchia è la naturale custode di certi valori a cui la massa della popolazione, che vive nella e della contingenza quotidiana, è poco sensibile. Un sovrano ha la mentalità del contadino del buon tempo antico, il quale sapeva anche piantare un albero che avrebbe dato frutto dopo molti anni.
Una situazione non priva di analogie con la guerra di Crimea si verificò pochi anni or sono con la guerra di Corea, trattandosi ancora di una coalizione di forze dell'Occidente contro la Russia, allora direttamente ora indirettamente: ma è facile immaginare le grida che si sarebbero levate contro chi avesse osato proporre una partecipazione italiana al conflitto in Corea.

Ora noi sappiamo quale concreta simpatia e stima e amicizia abbia procurato alla Turchia da parte degli Stati Uniti, che sostennero il maggior peso di quella guerra, la presenza di un reggimento turco fra le forze alleate.
E volontari non sarebbero mancati fra noi, molto più che poco tempo prima erano state dissolte e perseguitate forze combattenti di alta qualità morale che nelle condizioni più disperate avevano persistito nella lotta e che prontamente avrebbero accettato di servire ancora l'Italia in qualunque angolo della terra. Molti di quei giovani cercarono nella Legione Straniera un rifugio alle persecuzioni dei connazionali, e incontrarono in Indocina una morte da soldati ma di nessuna utilità per il loro paese. Ma l'Italia non aveva più un Re e il prestigio delle nostre armi era l'ultimo pensiero della nuova classe politica gettata sulla riva del potere da un'ondata della storia.
Or è un secolo, sostenendo alla Camera l'intervento del Piemonte in Crimea il Cavour disse: « Noi siamo convinti che la Sardegna è altamente interessata allo scopo della guerra. Infatti quando la Russia fosse padrona di Costantinopoli, essa penetrerebbe altresì nel Mediterraneo. Qui forse taluno dirà: e che importa a noi del predominio del Mediterraneo? Rispondo che questo predominio è in possesso dell'Inghilterra e della Francia, e che sarebbe domani condiviso dalla Russia, situazione che, se accettata da noi, equivarrebbe a una rinunzia alle aspirazioni dell'avvenire. Noi abbiamo nel Mediterraneo più interessi di tutte le altre Potenze, più dell'Inghilterra, più della Francia », e conchiudeva: « Sono certo che gli allori che i nostri soldati acquisteranno in Crimea gioveranno per le sorti future d'Italia piú di quanto non abbiano giovato tutti coloro che hanno creduto di operare la rigenerazione con declamazioni e con scritti ».
All'indomani di una sconfitta il Cavour non temeva di venir tacciato di retorica parlando di allori che i nostri soldati avrebbero acquistato e parlando di aspirazioni dell'avvenire.
Egli e il Re avevano compreso che la guerra di Crimea era l'occasione che si offriva loro di inserire il problema italiano nella politica internazionale. Lo scopo finale di Cavour era di preparare il paese al e future prove che avrebbe dovuto fatalmente superar

di condurlo ad affrontare con riassestate finanze, con una buona rete ferroviaria e stradale un saldo esercito - e con l'aiuto straniero - quel compito di guida del Risorgimento che Carlo Alberto aveva iniziato sovrapponendo la Croce sabauda al Tricolore italiano.
Il trattato di alleanza per la guerra di Crimea fu il primo atto di una politica estera forte e chiaroveggente, dalla quale nel giro di pochi anni sarebbe sorto il nuovo Stato unitario. I 18 mila soldati piemontesi che si recarono a combattere contro i Russi al fianco dei Francesi e degli Inglesi non rappresentavano solo il Regno di Sardegna ma l'Italia tutta, e la Cernaia fu accolta da tutti gli Italiani come una vittoria nazionale.
Si suole ripetere che il Cavour ha diplomatizzato la rivoluzione, e ciò è vero anche nel senso che egli costituì dinanzi alle Potenze la garanzia che la rivoluzione nazionale italiana non si sarebbe radicalizzata in rivoluzione sovvertitrice. Tale garanzia, che diminuì le resistenze esterne al nostro moto unitario, era implicita nello stesso fatto che alla testa di quel moto si trovava il Re di Sardegna. La Monarchia fu protagonista del Risorgimento così per l'apporto diretto che essa gli diede come per gli ostacoli che la sua sola presenza eliminò dal suo cammino. Tali ostacoli non erano soltanto esterni, erano anche interni, poiché molti elementi della popolazione degli Stati destinati a venir soppressi accolsero o favorirono una trasformazione che altrimenti avrebbero avversata, e l'accolsero perché Vittorio Emanuele garantiva i caratteri e i limiti della trasformazione in atto.

A ciò conferì certamente la mancanza di tradizioni repubblicane democratiche nella nostra storia. Chi oggi vanta presunte tradizioni repubblicane dimentica che i nostri Comuni medioevali furono governati da oligarchie prima nobiliari poi plutocratiche; dimentica che Venezia, Genova, Pisa e le altre città marinare furono repubbliche aristocratiche, dimentica che la sola repubblica democratica formatasi spontaneamente in Italia fu quella sorta a Firenze dal tumulto dei Ciompi del 23 luglio 1378 e durata pochi mesi. Quei mesi fiorentini col governo creato dal cardatore di lana Michele di Lando, anima del moto popolare, sono tutta la tradizione repubblicana democratica che abbia l'Italia. Sul nostro suolo le repubbliche democratiche non crebbero mai come un albero, ma vi furono piantate come un palo dagli stranieri e durarono quanto durò l'occupazione straniera.

Aspirazione dell'avvenire disse il Cavour nel citato discorso. Sono queste aspirazioni, sono le speranze del domani, e il fermo proposito di attuarle, che conferiscono tonicità all'azione degli uomini di governo e allo stesso popolo, al quale esse aprono un orizzonte verso il quale procedere; e appunto in siffatta disposizione spirituale risiede l'attualità del Risorgimento.

Nessuna condizione è per una società più negativa della mancanza di qualunque ideale morale o politico o nazionale. Nella assenza di ogni appello a una ragione che li trascenda gli individui si ripiegano su se stessi, gli interessi personali o di gruppo occupano l'intero campo della loro sensibilità, i contrasti economici si acuiscono, gli uomini cadono in preda di quella « passion del particulare » nella quale il Guicciardini vedeva la causa prima delle sventure d'Italia.

Ma un motivo ideale capace di fecondare le anime e di trarre alla luce quanto esse hanno in sé di generoso, non può venir proposto gratuitamente né si può mutuarlo da altre latitudini; una ragione di vita collettiva, un ufficio da adempiere, una meta da conseguire debbono aver radici nel passato anche se la formula con cui si presentano appare nuova.
E prima di muoversi occorre uno squillo di adunata e nessuno ha presentemente fra noi la statura storica necessaria a lanciarlo.

lunedì 27 febbraio 2012

Una lettera di Vittorio Emanuele II a Cavour



Signor Conte,

Nell'istessa maniera che Lei mi scrive con franchezza, con franchezza le risponderò. Sappia che [la] sua lettera mi dispiacque. Sappia che è ridicolo fare progetti e teorie da Torino, mentre che noi che siamo sul posto ci caviamo la pelle per fare il nostro dovere. Alla guerra non vi è mai niente di certo sopra  i progetti che si fa: talvolta si cambia a mezzogiorno quel che si combina a mattina, secondo le mosse del nemico, talvolta quel che pare il più certo è quello che lo è meno.

I miei progetti sono sempre sottoposti a quelle teorie e sempre furono e sono d'accordo con le idee del Maresciallo Canrobert e generale Niel. Anche la mossa sopra Novi che Lei, con parole che Ella avrebbe potuto sparmiare, critica tanto, fu combinata col generale Canrobert, che venne sul posto. Ed essa sarebbe riuscita utilissima se si fosse realizzato ciò che si credeva imminente, e che se non accadde fu per pura bestialità dei Tedeschi.

Riguardo poi alle osservazioni che Lei mi fa sopra il nuovo movimento, capisce bene che non posso scriverle un libro tutte le volte che Le scrivo, avevo già fatte tutte le ipotesi e giusto per ciò che l'idea principale del gran salvamento di Torino spaventato, era più sua che mia; avevo già dato l'ordine alle mie divisioni di soffermarsi sulla posizione di Ponte Stura da dove le avrei fatte muovere secondo la necessità temendo io stesso che il nemico si sarebbe ritirato al loro primo comparire. Dunque vede che non siamo tanto bestia.


Il Suo affezionatissimo                                                              Vittorio Emanuele  

sabato 4 giugno 2011

I 150 anni d’Unità senza Cavour


Camillo Benso conte di Cavour. Dimenticato? Peggio che dimenticato. Calunniato, bistrattato, trattato da intrigante, cinico, imbroglione. Ma, soprattutto, da personaggio gretto, provinciale, privo di una qualsiasi visione politica diversa dal proposito di ingrandire il regno di Sardegna “piemontesizzando” ciò che era possibile di volta in volta “piemontesizzare”.

Prima la Lombardia, poi Modena, Parma e Piacenza, successivamente la Toscana, L’Emilia e la Romagna, l’Umbria ed, infine, grazie alla paralisi occasionale dell’Impero Asburgico, alle paure di Napoleone III ed al colpo di fortuna di Giuseppe Garibaldi, l’intera Italia meridionale.

Insomma, un uomo sopravvalutato dalla storiografia patriottarda ma in realtà un miope conservatore che non pensava affatto all’unità del paese ma solo a salvaguardare ed allargare gli interessi di casa Savoia. Le ragioni di questa rimozione calunniosa della figura di Cavour nell’anno del 150° sono molteplici.


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mercoledì 11 agosto 2010

CAMILLO CAVOUR

Duecento anni fa nasceva uno dei protagonisti dell'unificazione italiana nel Risorgimento
Insospettabile gaudente, amava il buon vino, il cibo e le belle donne ma è stato soprattutto uno statista geniale e il miglior presidente del Consiglio che il nostro Paese abbia mai avuto nella sua storia

Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861) nel ritratto realizzato da Francesco Hayez
Torino 1823; godendosi uno dei rari momenti di svago loro concessi, gli allievi dell'Accademia militare mettono in scena la pièce teatrale I poeti ai Campi Elisi.
La parte del Genio d'Italia è affidata ad un giovanissimo cadetto che, appeso ad una fune, scende dall'alto in costume da puttino alato declamando le future grandezze e la gloria della patria. Quando si dice il destino; a quel ragazzetto di cui ricorre oggi il duecentesimo anniversario della nascita, proprio a lui, sarebbe toccato in sorte di divenire il principale artefice dell'unità nazionale e tenere a battesimo l'Italia. Il suo nome era Camillo, Camillo Benso, conte di Cavour.
EREDITÀ PERDUTA. Della trinità patriottica che unisce idealmente i padri della nostra nazione (in realtà, com'è noto, i loro rapporti furono assai poco idilliaci) la sorte meno felice è toccata senza dubbio a Cavour. Se infatti Mazzini sopravvive nella forma repubblicana dello Stato e Garibaldi nell'inossidabile fascino del più popolare tra gli eroi del Risorgimento, l'Italia moderna, con l'estinguersi del liberalismo e il suicidio della monarchia, non ha rappresentato l'ambiente più propizio per coltivare la memoria del liberale e sabaudo Cavour, personaggio tra l'altro che per la scarsa spettacolarità della sua infaticabile azione politico-diplomatica manca totalmente di quei tratti seduttivi tanto graditi all'immaginario collettivo.
Peccato, perché a voler andare oltre l'apparente grigiore di quella pingue ed occhialuta figura dall'improponibile barbetta ci si rende conto di come la vita e le opere del conte siano uno scrigno ricolmo di straordinari ed attualissimi spunti d'interesse.
«GALLO DA COMBATTIMENTO». C'è, sconosciuto ai più, l'uomo Cavour: carattere orgoglioso, insofferente alla disciplina, dotato di innata attitudine al comando, pronto ad accendersi in terribili sfuriate (memorabili e senza freni i litigi, rigorosamente in dialetto, con Vittorio Emanuele II) ma altrettanto pronto a superarle senza inutili rancori.
Intelletto vivacissimo versato alle scienze matematiche e agli studi socioeconomici, spirito innovatore affamato di modernità, talento imprenditoriale e finanziario così brillante da meritarsi l'appellativo di «gallo da combattimento» attribuitogli dal banchiere Rothschild; oratore dallo stile incisivo ed antiretorico ma in perenne ansia per il corretto uso di una lingua italiana che, da bravo nobile piemontese, non padroneggiava bene quanto il francese.
Insospettabile gaudente innamorato del buon vino, della buona tavola («Ebbene, signori, ora che abbiamo fatto la Storia, sarà pur ora che andiamo a pranzo!» esclamò dopo aver rifiutato l'ultimatum austriaco il 26 aprile 1859) e delle belle donne, finite in gran numero tra le sue braccia pur senza ricevere alcun ministero in cambio.
STATISTA GENIALE. Ma c'è anche e soprattutto il Cavour politico, uno statista geniale la cui levatura, osservata dalle mefitiche paludi del nostro oggi, appare a dir poco incommensurabile. Democratizzazione e svecchiamento delle istituzioni, centralità del Parlamento, capacità di interpretare la società e di identificare il flusso delle sue forze vive scavalcando il contrapporsi di vuoti schematismi ideologici, dinamismo economico, «libera Chiesa in libero Stato» ovvero, impresa finora incompiuta, la conquista di una piena laicità senza il penoso timore di anatemi vaticani: queste le parole d'ordine di un liberale vero e dall'onore immacolato che, pur non privo della scaltrezza e del cinismo propri di ogni grande leader, visse la politica solo ed esclusivamente come servizio, come naturale prosecuzione del proprio essere nella società, avendo la bussola del suo operato sempre fissa sulla crescita economica e civile della nazione, mai sul proprio interessato tornaconto.
LA COSTRUZIONE DELL'ITALIA. E poi l'Italia, naturalmente, quell'Italia che Cavour seppe costruire in anni di costante e paziente tessitura gestendo in prima persona un mostruoso intreccio di interessi diplomatici, contrapposti patriottismi, personalismi e campanilismi senza mai risparmiarsi né sottrarsi a frenetici ritmi di lavoro che gli sarebbero costati la vita ad appena cinquant'anni.
Sulla tecnica di questo fare l'Italia il giudizio più azzeccato l'aveva dato Alessandro Manzoni: «Lei, conte, ha le due qualità che servono all'uomo politico, la prudenza e l'imprudenza». Ed è appunto dosando queste qualità che Cavour saprà manovrare operando una sintesi virtuosa tra la fede nel destino unitario della nazione e il pragmatismo di una Realpolitik che doveva tener conto di delicatissimi equilibri internazionali, uno su tutti la protezione garantita dalla Francia al papato.
VERO POLITICO DEL «FARE». Questo pragmatismo è stato erroneamente scambiato per freddezza verso gli ideali patriottici così bene incarnati da Mazzini e Garibaldi; nulla di più lontano dalla verità.
Lo dimostrano lo slancio con cui Cavour gestì l'accelerazione degli eventi tra il '59 e il '61 ampliando di volta in volta gli obiettivi forzatamente limitati che aveva dovuto darsi in un primo tempo e la volontà di ricongiungere quanto prima al corpo dalla nazione Roma e le Venezie. Lo dimostrano le parole scritte nel 1848, quando di fronte ai timori di Carlo Alberto che esitava a correre in aiuto degli insorti milanesi Cavour, annunciando il suonare dell'«ora suprema della monarchia sarda», invocava la «guerra immediata senza indugi» per la vittoria della «causa italiana». E ancor più lo dimostrano le parole pronunciate alla vigilia della seconda guerra d'Indipendenza al termine di una storica seduta parlamentare: «Esco dalla tornata dell'ultima Camera piemontese; la prossima sarà quella del Regno d'Italia».
IL MIGLIOR CAPO DEL GOVERNO. Rievocare Cavour senza sentirne la mancanza è difficile, non c'è che dire, e questa nostalgia si fa ancora più forte nel constatare come il migliore presidente del consiglio della storia d'Italia, disgraziatamente, sia stato in carica solo per pochi mesi e tanti, troppi anni fa. Noi, nella speranza che possa ancora guardare con affettuosa indulgenza alla sua bella e sfortunata creatura, gli facciamo tanti auguri di buon duecentesimo compleanno.
Stefano Biguzzi

da www.ilgiornaledivicenza.it

martedì 10 agosto 2010

Nostalgia di Cavour

L’IDEA DELLA POLITICA CHE MANCA ALL’ITALIA


Sarebbe per primo Cavour—di cui oggi ricorre il duecentesimo anniversario della nascita — a non gradire di essere ricordato con elogi di maniera, con inutili apologie. A suo merito parlano a sufficienza i nudi fatti—naturalmente per chi pensa che sia un bene che esista un’Italia unita dalle Alpi alla Sicilia—essendo egli per l’appunto stato, di quest’Italia, l’artefice non unico ma certo massimo. Eppure in Italia Cavour non è per nulla popolare. Se è così (e lo testimonia la generale indifferenza che circonda l’odierno anniversario), ecco allora un modo forse appropriato per ricordare il Gran Conte e la sua opera: chiedersene il perché. Farlo fa probabilmente capire anche molte cose di che Paese siamo.



La scarsa popolarità di Cavour è innanzitutto l’esito naturale della scarsa conoscenza- popolarità che da noi ha il Risorgimento, cioè quella parte della nostra storia che riguarda la nascita della nazione. Basti pensare che negli ultimi trent’anni, e fino a pochissimo tempo fa, nei manuali scolastici non gli veniva assegnato nessun rilievo particolare, e che sono almeno altrettanti anni che a nessun regista italiano viene in mente di girare un film serio su quel periodo (del resto su Cavour, che io sappia, non ne è mai stato girato nessuno). Tutto ciò è d’altra parte più che naturale se si pensa che in pratica tutte le culture politiche dell’Italia del Novecento (dal fascismo all’azionismo, dal cattolicesimo al socialismo, al comunismo gramsciano, e fino al leghismo) sono nate da una critica più o meno radicale al Risorgimento, e in particolare proprio alla soluzione cavourriana di esso, sprezzantemente definita «moderata». Perpetuando l’equivoca confusione tra liberalismo e moderatismo che continua a pesare come un macigno sulla nostra vita pubblica. Si aggiunga la dissociazione da ogni dovere collettivo e il disprezzo qualunquistico- anarcoide verso lo Stato in quanto tale che nutre tanta parte del Paese, comprese le sue classi elevate. In misura significativa l’impopolarità di Cavour non è altro che l’impopolarità presso tanti italiani dello Stato italiano.



Ed è poi l’impopolarità della politica. O meglio: la radicale incomprensione — in Italia diffusissima — di che cosa essa sia, non possa non essere, e che l’azione di Cavour incarnò come poche altre. È incomprensione per l’intreccio di elementi nobili e poco nobili, di idealità alte e strumenti bassi, in cui la politica consiste; per la combinazione di dissimulazione e di coerenza, di ambizione personale e di devozione ad una causa, di opportunismo contingente e lungimiranza, che contraddistingue la politica; incomprensione infine per la drammatica serietà che deve esserci in chi si assume il peso di dominare la complessità, sempre difficile e spesso contraddittoria, di questo intreccio. Proprio ciò Cavour seppe fare in modo incomparabile. Ma proprio per questo egli non piace. Perché la sua azione non rientra nelle due categorie con le quali, invece, la più parte dei suoi connazionali è abituata a pensare alla politica: quella del vuoto moralismo da un lato, ovvero quella della scaltrezza da magliari dall’altro. Unite entrambe da un’invincibile propensione alla faziosità. Non basta.



Nell’impopolarità di Cavour c’è anche il peso ininterrotto delle interne divisioni della Penisola. C’è in generale il pregiudizio antinordista di una parte considerevole d’Italia e, in particolare, c’è l’«antipiemontesismo»: l’incomprensione— mischiata ai ricordi di un’unificazione vissuta da più parti come annessione —per certi tratti costitutivi dell’animo e della cultura del Piemonte percepiti come troppo diversi dal carattere nazionale. Il rifiuto della retorica e della presunzione di sé, l’obbedienza alle regole, un radicato senso del dovere, la tenacia, un certo abito pessimistico: tutti questi tratti della mentalità subalpina finiscono paradossalmente per riverberare una luce negativa sul grande primo ministro (che accanto ad alcuni di quei tratti in realtà ne aveva anche altri, assai diversi, a cominciare da una joie de vivre molto libertino-borghese), ratificando il suo destino di straniero in patria. Di italiano da 150 anni in qua eternamente inattuale.



Ma proprio perciò attualissimo. La consapevolezza della nostra storia, il senso della cosa pubblica, un’idea alta ma vera e realistica della politica, la rimessa in vigore di certe virtù civiche: non è forse di queste cose che nell’accavallarsi disordinato delle lotte dei partiti, dello scontro di tutti con tutti, ha bisogno oggi più che mai il Paese? Non ha forse bisogno l’Italia di ritrovare il senso originario della sua esistenza come Stato libero e moderno? Lo so bene: invocare un ritorno a Cavour suona solo patetico, prima ancora che vano. Almeno sia consentito, però, sentirne fino in fondo una disperata nostalgia e ripeterne con gratitudine il nome per trasmetterlo a chi in futuro si dirà ancora italiano.



Ernesto Galli della Loggia

10 agosto 2010


da www.corriere.it