NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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sabato 23 aprile 2022

La Monarchia dal 22 a domani - XII parte

 

Vita travagliata; i liberali ai primi di novembre insorgono specie avversi alle nuove leggi sull'epurazione e contro l'invadenza dei, C.L.N. i quali, dopo tutto, secondo quanto dichiarava il 6 del mese il Colonnello Fiore, Commissario dell'A.K.G. per la Provincia di Torino «non esistono più e non hanno alcuna autorità di proclamare leggi e promulgare decreti». L'opposizione dei liberali non placa e sfocia il 24 del mese nelle dimissioni del Gabinetto.

E qui comincia. una deplorevole azione da parte dei C.L.N. per sovrapporsi ai poteri del Luogotenente Generale. Il lavoro parallelo non segna alcun, progresso. Il Luogotenente oltre le consuete Personalità, convoca al Quirinale i segretari dei vari partiti. Svanisce la possibilità di un Governo presieduto da, personalità estranee ai Partiti specie, per quanto riguarda Nitti dopo il suo discorso di Napoli con ostilità dichiarata ai C.L.N. Agli ultimi di novembre pare che la soluzione si orienti verso un Ministero De Gasperi, che, se pure non in forma ufficiale, viene incaricato di formare il Gabinetto: dice infatti il comunicato del 1 dicembre del Ministro della Real Casa che “Prospettandosi la possibilità di risolvere la crisi sulla base dei sei partiti, il Luogotenente invitò l'on. De Gasperi a proporre la possibilità di realizzare tale proposito». Ma il suo tentativo «si impaluda nell'aspro dissidio dei Partiti», finché nella notte tra il 5 e il 6, avendo i Liberali elevato formali difficoltà, i cinque partiti rimasti in lizza invitano De Gasperi a procedere immediatamente alla formazione di un Governo a cinque». De Gasperi ne riferisce nella notte al Luogotenente, che gli dichiara che il Ministero deve essere formarlo da tutti e sei i Partiti, «secondo l'incarico commessogli» commenta «La Nuova Stampa» del 7 dicembre:

«Oggi, come oggi, il Luogotenente ha operato durante la crisi con saggezza moderatrice; si pone non avanti ai, C.L.N., ma al di fuori, rivalutandone direttamente il carattere sia costituzionale che pratico. Questo gesto... sarà rilevante e appare effettivo ed operante alle stesse sinistre che lo interpretano, per      citare la parola dell'azionista "Mondo", come inteso a rivendicare e a difendere il proprio diritto».

Come si vede, travagliatissima fu l'opera del Principe; costituzionalmente perfetta, non abdicò mai ai suoi poteri anche quando l’esarchia tentava di soverchiarlo. Non risparmiò le sue consultazioni in modo da aver sempre la maggior luce sulla situazione politica del momento e sulle varie correnti dei Partiti e del Paese; e pur lasciando libero il giuoco ai medesimi, intervenne invece energicamente quando la situazione lo richiedeva.

Così pure quando non si adattò alle pretese di Togliatti di usurpare alla Corona il diritto di grazia, ricorrendo al giudizio autorevole del competentissimo Orlando, col riportare così la questione nei suoi termini del diritto costituzionale, senza lasciarla scivolare nelle competizioni di partito.

Contro di lui puntarono i loro strali i Partiti estremi, accusandolo di filofascismo, mentre si sa la lotta che il Regime. gli ha sempre fatto perché lo sapeva avverso, dal colpo mancino della legge sul Gran Consiglio, all’avere sempre fatto tacere la stampa su quanto Egli facesse come Principe e come Generale dell'Esercito... sino a non indicarlo mai col suo titolo di Principe Ereditario le rare, volte che fosse necessario nominarlo.

E prova concreta dei suoi sentimenti sono i «tre passi concreti fatti nel 1941 come narra Malacoda (1), prima presso esponenti della grande industria, poi presso un gruppo di Senatori, infine presso alcuni Generali perché gli uni e gli altri si facessero iniziatori di un gesto qual si fosse che offrisse un appiglio alla Corona per provocare un mutamento di Regime ».

Purtroppo seguita Malacoda, «l’inviato del Principe se ne tornò con tre dinieghi velati appena da platonici plausi per le intenzioni della Corona, da non compromettenti consigli, da vane attestazioni di consenso». Aggiunge ancora «Falliti i tre tentativi il Principe Ereditario riprese successivamente nel 1942 il progetto del colpo di Stato, indirizzandosi ormai prevalentemente per altra via all'ambiente dell'Esercito..» .

Questo il passato del Principe, pur nella necessità di non levarsi ostensibilmente contro il suo Re sia per senso di dovere sia per non accrescergli le difficoltà entro cui si dibatteva per l'onnipotenza di Mussolini. Ricordino gli Italiani quale contributo di debolezza abbia recato alla Monarchia Asburgica il dissidio tra l'Imperatore e il Principe Rodolfo a proposito del loro dissenso nella questione delle varie nazionalità dell'Impero.

E quale nobiltà nella sua recente lettera del 16 marzo corr. al presidente del Consiglio nel ritornargli con la sua sanzione i decreti sul referendum e sulla Costituente! «La mia sanzione — egli dice — è il coronamento di una tradizione che sta a base del patto tra popolo e monarchia, patto che, se confermato, dovrà costituire il fondamento d'una Monarchia, rinnovata, la quale attui pienamente l'autogoverno popolare e la giustizia sociale». E prosegue:

«Io, profondamente unito alle vicende del Paese rispetterò come ogni italiano le libere determinazioni del popolo che, ne sono certo, saranno riservate al migliore avvenire della Patria».

Le sue aspirazioni passate, l'opera sua di governo in questi i mesi di così gravi difficoltà per lo stato di emergenza in cui si trova la Monarchia, accresciute per la lotta che le fanno i partiti estremi, nonché le sue determinazioni in ordine al Referendum e alla Costituente, sono arra sicura che, risolvendo il Referendum — che Egli per il primo ebbe ad invocare quando il Governo era ancora nel Mezzogiorno —. favorevolmente la questione istituzionale — come io ho ferma fiducia — sarà riservato al Paese, coll’ausilio delle forze sanamente democratiche che ci darà la Costituente di potersi in breve sollevare dalle attuali sue tristi condizioni.

Checché si vociferi, la Monarchia Sabauda ha radici profonde nel cuore degli Italiani, da noi degli Stati ereditari a quelli che si aggiunsero per i plebisciti del 1860 -1870, ben a ragione ricordati dal Principe, sino agli ultimi che videro, soddisfatte le aspirazioni

secolari    coll'altra fortunata guerra e che speriamo non vadano ora deluse, per cui si può dire senza tema di smentita, che oggi è comune alla grandissima maggioranza degl’italiani il vanto del nostro ridanciano Gianduja:

Nòi autri piemonteis pr di' ch'as dia

Con i Savoia j soma
’npo’ 'd famija

 

Torino Marzo 1946

venerdì 15 aprile 2022

La Monarchia dal 22 a domani - XI parte


A ROMA

Badoglio si era subito, dimesso ed era stato formato un nuovo Gabinetto con la presidenza dì Bonomi e colle rappresentanze dei sei partiti — si era aggiunta la Democrazia del lavoro — con ben sette Ministri senza portafoglio. Si inizia così quell'esarchia, che rafforzata poi dall'apparto dei C.L.N. dopo la liberazione del Nord, doveva permettere ai sei partiti di detenere il potere governativo anche quando era da tempo finito lo scopo per cui essi erano sorti. 

Intanto appena al potere i Ministri decisero che il giuramento anziché alla Corona fosse fatto alla Patria, impegnandosi tuttavia ad astenersi da ogni controversia sulla questione istituzionale fino a quando non fosse stata risolta da parte del popolo la scelta tra la Monarchia o la Repubblica.

Nel settembre Churchill, fa un giro in Italia per visitare le truppe inglesi combattenti, in realtà è lecito supporre, per rendersi conto del come siano le cose, e il 27 riferisce ai Comuni dicendo «di aver potuto avvicinare i rappresentanti dei sei partiti all' ambasciata inglese e di aver avuto colloca con Bonomi, presente anche Badoglio, che sono amici». E aggiunge ancora «Ho avuto un colloquio col Luogotenente Generale, la cui sincerità ed entusiasmi per la causa degli Alleati va di pari passo e il cui prestigio presso la, popolazione va crescendo di giorno in giorno»; il che confermerebbe la voce che allora correva, che egli avesse detto che in Italia aveva. trovato due ingegni realmente superiori: il Pontefice e il Luogotenente Generale.

Intanto gli urti tra i partiti borghesi ed i social-comunisti in seno al Governo si facevano sempre pii forti, tanto che Bonomi è costretto il 26 novembre a dare le dimissioni.

Il Luogotenente dà opera per la costituzione del nuovo ministero con le consuete consultazioni degli uomini politici più indicati; e il corrispondente dell'Agenzia Reuter, Cedi Sprigge, in data 10 dicembre, non manca di osservare che «nella soluzione della crisi italiana ha avuto una parte molto importante il Luogotenente Generale del Regno, il quale fino allora era stato praticamente ignorato». Egli precisa che il Principe Umberto ha svolto un'azione personale per impedire un'aperta rottura tira i partiti in lotta». La crisi Sfocia il 10 dicembre con la costituzione del secondo Ministero Bonomi, con solo quattro dei sei partiti, esclusi il socialista e quello d'azione.

Era stata questione grossa il caso Sforza, essendosi ritenuto in America che l'Inghilterra fosse stata contraria alla sua nomina. Churchill nella seduta ai Comuni dell'8 stesso mese, non aveva creduto tacere il suo punto di vista dichiarando: «E' un errore affermare che noi abbiamo opposto un, veto alla nomina del Conte Sforza a primo Ministro o a Ministro degli Esteri; soltanto il popolo italiano potrebbe fare ciò... Tutto ciò Che noi abbiamo a dire a questo proposito è che non abbiamo fiducia nel Conte Sforza... » (1.)

Il secondo Ministro Bonomi ebbe vita travagliata; durò tuttavia fino alla liberazione del Nord, quando i C.L.N. che, capeggiando i partigiani nelle loro operazioni contro il nemico avevano concordato col Governo Nazionale, che, caduta la sedicente repubblica sociale, avrebbero temporaneamente e subito dopo l'eclissarsi dei tedeschi e dei repubblicani, assunta l'immediata amministrazione dei territori liberati, reclamarono la loro partecipazione al Governo. La campagna contro il Ministero, iniziata a mezzo Maggio, si fece tanto pressante che Bonomi ai primi di giugno ritiene urgente la formazione del nuovo Governo. I C.L.N. si agitano e i rappresentanti dei sei Partiti si accapigliano; Bonomi acconsente di prorogare la crisi, ma, aggravandosi sempre più la situazione, il 12 rassegna le sue dimissioni.

Il Luogotenente Generale inizia subito le sue consultazioni con le consuete personalità politiche, mentre i segretari dei sei partiti aderenti ai C.L.N. Parri, già partigiano collo pseudonimo di «Maurizio» appartenente al Partito d'Azione. Interviene la Commissione Alleata a ricordare che il Governo dovrà continuare a rispettare la tregua istituzionale e potrà governare solo sulle 43 Provincie consegnate alla sua amministrazione, mentre nelle rimanenti non avranno vigore le leggi italiane se non in quanto sieno espressamente estese ed applicate dal Governo Militare Alleato, che resta l'unico Governo nella provincia del Nord. Consultazioni fra i diversi Partiti, mentre il Luogotenente Generale prosegue nelle sue consultazioni fra gli uomini dei diversi partiti e finalmente si viene ad un accordo e il 20 giugno nasce il Ministero Parri coi rappresentanti di tutti sei i Partiti.

 

1) Giornale «l’Italia» dal 10 dicembre 1944.


sabato 9 aprile 2022

La Monarchia dal 22 a domani - X parte

 


Quanto a Badoglio si deve aver presente che non aveva alcun comando Militare né effettivo né nominale; era il Capo. del Governo, perciò i suoi doveri preminenti erano quelli inerenti alla sua carica, cioè assicurare la continuità del Governo. E come tale, prima di dipartirsi, non mancò di dare le sue direttive "In la nota comunicazione dell'8 sera": Ogni atto di contro le Forze anglo americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo; esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza. Non era evidentemente competenza né del Sovrano né del Capo del Governo dirigere la difesa di Roma.

Prima dì proseguire non è superfluo fare il punto; le dolorose vicende dal 25 luglio all'8 settembre furono certo disastrose per l'Italia; a parte la composizione di un Ministero di tecnici che non fu, e che non poteva essere, di ausilio al Sovrano in un momento in cui il criterio politico internazionale doveva occupare il primissimo posto, con l'aggravante della lontananza nei primi giorni del Ministro degli Esteri Guariglia, fu di gravissimo nocumento il non essersi dato carico immediatamente dell'assoluta necessità di far sapere agli Alleati che la nuova Italia, appena svincolatasi dal giogo), fascista, intendeva abbandonare la Germania ed unirsi a Loro.

Questa l'origine dei guai successivi, avendo dato appiglio, e quanto meno pretesto, a ritenerci, se non proprio nemici, tuttavia titubanti al cambiamento di fronte. In seguito l'intervento esclusivamente militare are, le varie cause di diffidenza enumerate, la incomprensione degli Alleati, nonché gli errori nella condotta della guerra in Italia da parte degli Alleati, confessati, analizzati discussi dalla critica franca e sincera» di Lord Strabolgi, (1) e in fine il gesto inconsulto di Eisenhower hanno talmente aggravato la nostra situazione, che l'8 settembre, che, avrebbe potuto segnare veramente la fine dell'incubo fascista anche nei riguardi bellici fu invece il principio di un disastroso intermezzo prima della ripresa della nostra vita normale di costituzionalità.

 

IL GOVERNO A BARI


Il Capo dello stato e il Governo che, insediatisi a Bari, potevano sperare. di trovare almeno quell'angolo di regno concorde in un'azione dì risollevamento furono invece subito travagliati dalla più viva opposizione dei Partiti. I cinque Partiti che subito si erano fatti vivi al 26 luglio, come abbiamo detto, non mancarono di rivolgere lo stesso 8 settembre un altro Appello a tutti gli Italiani «per difendere l'armistizio contro ogni offesa, decisi di tutelare fino all'ultimo i loro ideali di libertà». E il 10 settembre successivo usciva altro Manifesto a firma degli stessi cinque partiti - sempre     senza nomi personali, - che annunziava che aveva inizio «la vera lotta della libertà che sarà difesa contro i fascisti, di dentro e di fuori». Notiamo questo cenno a fascisti redivivi, per l'occasione, che sarà l'accusa che sentiremo ripetere all'infinito per denigrare chiunque a loro contrario sebben convintissimi che di fascismo — almeno nel puro senso della parola, se a carico dei partiti costituzionali non fosse davvero più il caso di parlare, specie allora che non era ancora neppure apparsa quella tragicomica repubblichetta sociale che fu in seguito istaurata nel territorio occupato. dai Tedeschi.

L'attacco dei cinque partiti era evidentemente contro la Monarchia in ambi i manifesti; anziché unirsi e almeno non contrastare fin dal primo giorno l'azione del Governo in quei terribili momenti, in cui gli eserciti del mondo si contendevano questa povera Italia, i cinque Partiti per opera di innominati che si erano autoeletti. e proclamati difensori del popolo italiano cominciarono l'opera loro diretta ad interessi di partito.

E se ne videro ben presto i perniciosi effetti: Sforza tornato dall'estero; si fa capo dell'opposizione monarchica chiedendo l'abdicazione del Re insieme colla rinunzia alla successione al trono del Principe Umberto, colla conseguente sostituzione di un Consiglio di Reggenza per il seienne Principe di Napoli, ciò che vorrebbe dire una repubblica larvata, con tutti í malanni di questa, senza i vantaggi di una Monarchia con un Capo veramente efficiente. È assai rilevante quanto scrive a questo riguardo Camillo Lanciani nella sua «lettera aperta al Cavaliere della SS. Annunziata Carlo Sforza (2).

Si voleva tenere alla fine di dicembre una riunione a Napoli dei gruppi regionali antimonarchici del Comitato di Liberazione (spuntavano già fin da allora Comitati di Liberazione che impadronitisi poi del potere, come diremo, più non lo vollero lasciare!)  ma fu proibito dalle Autorità Alleate.

Fu deciso allora per la fine di gennaio un Congresso a Bari; i suoi postulati furono annunziati per radio il 27 da Sforza ed Omodeo per l’abdicazione del Re; il congresso si inaugurava, il 28 con un discorso di Croce sulle stesse direttive e chiudeva, con un ordine del giorno, conforme ai postulati sopraindicati.

Di fronte a tali conclusioni insorgono gli ex combattenti che tengono, ai primissimi di febbraio altro Congresso a Taranto, nel quale rinnovavano la loro fiducia dal Re e chiedono che Egli rifiuti di abdicare.

Contemporaneamente la Radio-Bari fa notare che anche solo dei territori allora liberati e quindi nella possibilità di prendere parte al Congresso, erano assenti la Sardegna, la Sicilia, la Basilicata, e parte delle Calabrie, nonché i partiti liberali delle classi medie che avevano avuto a capo Giolitti, Nitti, De Nicola ed altri, per cui i convenuti ai Congresso erano ben lontani dal rappresentare il pensiero e la volontà anche solo di quelle regioni. Il 12 marzo comizio a Napoli - assenti i democristiani in cui si insiste per l'abdicazione.

In questo tumultuoso agitarsi dei partiti il Sovrano pensa ad un atto di pacificazione e il 12 aprile Radio Bari fa sapere che il Re delegherà i poteri regi al figlio col grado di Luogotenente immediatamente dopo la presa di Roma e che allora sarà subito formato un Gabinetto comprendente i capi di tutti i partiti antifascisti: si sarebbero fatte le elezioni e si sarebbe deciso sul problema istituzionale. La decisione del Re quale è riportata di questi giorni integralmente nei giornali precisa: «Che S. M. ha deciso di ritirarsi dalla vita pubblica... E che tale decisione, che faciliterà l'unità nazionale, è definitiva ed irrevocabile».

Intanto il 20 aprile aveva luogo la nuova incarnazione del Ministero Badoglio su più larga base: Sforza, Croce, Rodinò democratico cristiano, Togliatti comunista e Mancini socialista, vi entrano come Ministri senza portafoglio. Questo Ministero vive vita travagliata sino a quando, liberata Roma il 4 giugno 1944, dopo le disastrose vicende belliche che hanno portato tanta rovina, in quelle desolate regioni, il Re, in conformità al proclama del 12 aprile, cede le sue funzioni al figlio e si ritira a vita privata.

Egli si è sacrificato «con un atto spontaneo allo scopo di eliminare qualunque, ostacolo che impedisse di raggiungere una vera unità nazionale». Messaggio di Badoglio del 18 aprile.

 

(1) Ruggero Guerra : La conquista dell'Italia, in « La Gazzetta d’Italia» del 22 Marzo 1946.

(2) Camillo Lanciani: Vittorio Emanuele III fu complice del fascismo? Edizione: Avvenire d'Italia 1946.     

sabato 2 aprile 2022

La Monarchia dal 22 a domani - IX parte

 




E allora? Salus rei pubblicati suprema lex esto, proclamava, la saggezza giuridica di Roma e fin dal IV secolo a. c. Euripide proclamava: Si violandum est jus, regnandi causa violandum est.

Ma, ripeto, ormai la questione ha perduto di importanza perché anche quelli che al primo momento furono restii ad ammettere la moralità dell'atto compiuto dall'Italia, finirono dopo più maturo consiglio e giudizio sull'opera della Germania durante fa guerra nei confronti con gli Alleati, a chiedersi, come fa il Prof. Crosa, «chi fu il tradito e chi il traditore».

Annunziato l'armistizio, seguirono le tristi vicende militari dell'8 e 9 settembre a Roma che esulano dalla mia trattazione. Malacoda, dopo averle narrate e aver dichiarato che a non intendeva sottoscrivere né una difesa dello Stato Maggiore e neppure un atto di accusa contro gli Alti Comandi e meno che mai contro gli Ufficiali e le truppe che ovunque furono degnamente comandate si batterono con l'antico valore”, conclude che «la Monarchia è assolutamente fuori di causa in tutto questo». (1).

 

Continua Malacoda: all'Alba del 9 settembre appare evidente che ormai un colpo di mano tedesco poteva effettuarsi in, qualunque momento. Nella notte tutte le autorità si erano riunite in sol luogo, il Ministero della Guerra; qui erano convenuti il Re, il Capo del Governo, il Capo di Stato, Maggiore Generale e molti dei ministri. Verso le tre del mattino il Maresciallo Badoglio, Ambrosio e il Capo di Stato Maggiore dell'esercito - Roatta - si consultano sulla situazione e concordemente decidono che si impone la partenza di quegli organi del potere politico e militare che non si volessero lasciar cadere in mano del nemico. Badoglio si recò dal Re e gli prospettò la necessità dell'allontanamento immediato del Governo, e della Famiglia Reale. Il Re non voleva partire e il Maresciallo penò assai a convincerlo; si decise alla fine e soltanto quando Badoglio gli disse di aver già ordinato ai Ministri di lasciare la Capitale e che i suoi ordini erano ormai in corso di esecuzione. A sua volta il Principe Ereditario, accettata dal Re: la decisione del Governo, oppone per quanto lo riguarda le stesse difficoltà e nei locali del Ministero ebbe col Padre un contrasto piuttosto violento. Verso le quattro e trenta poche autovetture seguite, da due autoblinde si dirigono verso l'Abruzzo lungo la via Tiburtina. Si incrociarono automezzi tedeschi che correvano nei due sensi; il Re e il Principe indossavano le divise (lo notino quelli che blaterano di fughe): i grigi occhi germanici guardavano senza vedere.

Su questa partenza del Re si è molto speculato dai Partiti, ma, anche indipendentemente da considerazioni politiche è innegabile che per molti la questione istituzionale è influenzata dal loro giudizio su questo atto. Scrive Malacoda (2): «Ben si comprende una istintiva reazione sentimentale al primo annunzio di affrettato abbandono di Roma che in quel momento poteva apparire inspiegabile: ben si comprende che l'improvviso avvenimento ferisse nel profondo quel naturale senso cavalleresco che è innato in tutti gli italiani, lo stesso del resto che portava il Re e il Principe, l'uno di fronte a Badoglio, l'altro di fronte al Sovrano a ribellarsi all'evento; ma in verità è ormai tempo di affermare che per il supremo interesse della Patria, il Re, la Famiglia Reale, il Governo dovevano partire».

Il Re come capo della nazione aveva soprattutto il dovere di garantire la continuità dello Stato.

Arangio Ruiz nell'ottobre 1944 sul «Giornale di Napoli» ne dava la più chiara giustificazione.

Dopo aver ricordato che in Ungheria il tentativo di sganciarsi dalla Germania era stato stroncato in 24 ore per la cattura del Reggente, Horty rimasto a Budapest, scrive: «...l'aver affermato tangibilmente l'esistenza di un'Italia belligerante presso gli Alleati capace, di rivendicare i diritti ed assumere obbligazioni ha assicurato all'Italia attuale, già essenzialmente diversa da quella del 1943, una legalità che in tanta miseria è la sola sua forza». E aggiunge ancora: «E a che cosa se non alla continuità dello Stato così garantita è dovuta la splendida disciplina della nostra flotta che immediatamente riprese a fianco degli Alleati le azioni di guerra che fino al giorno precedente aveva condotto contro di loro? A che cosa l'atteggiamento delle nostre unità schierate nella parte del territorio nazionale occupato dai tedeschi o in terre straniere da essi controllate e il fermo contegno dei quattrocentomila italiani che coraggiosamente affrontarono, per non collaborare, la dura prigionia tedesca e l'impossibilità in cui Mussolini si è trovato di formare un esercito ribelle, e lo slancio con il quale i militari, sbandati hanno inquadrato e addestrato i partigiani? A che cosa il rifiuto di tanta parte dei pubblici impiegati di giurare fedeltà alla Repubblica Sociale e l'inerzia di quasi tutte le forze poliziesche nel reprimere l'antifascismo e l'antinazismo, e insomma il fiasco totale di quell'improvvisata Repubblica Sociale?»

Queste appassionate parole di Arangio Ruiz potrebbero avere ben larga dimostrazione citando fatti e nomi: basti qui accennare all’ affondamento della nave ammiraglia di Bergamini; alle gloriose gesta dei Reparti che gli Alleati ci permisero di unire alle loro Forze, in cui rifulsero Casati, Ruffo di Calabria, Dolino Giojtre, Gastaldi...; la gloriosa resistenza delle 32 Divisioni dislocate nei Balcani, i 500 Ufficiali e 4000 soldati trucidati dalla ferocia tedesca e Cefalonia (3); i non meno gloriosi partigiani: Rossino, Gimmi Curreno, Pamparato, Galimberti, Cattaneo padre e figlio... il cui ultimo grida fu “Viva l'Italia! Viva il Re! (4); il formidabile esercito dei deportati che sopportarono sevizie, stenti e affrontarono la morte pur di tener fede a quell'Italia, che a stento da Bari a Roma riconquistava il Nord; e infine l'elettissima schiera dei prigionieri e morti del Fronte clandestino: Perotti, Montezemolo, Grenet, Frignani, Aversa...(5) Vi è chi obbietta clic il Re doveva restare a Roma e dare «allora» la luogotenenza al Principe di Piemonte; ma non pensano costoro quale pegno sarebbe stato nelle mani dei tedeschi Vittorio Emanuele III, pur sempre Re, per legare l'Italia a difenderlo per l'onore della Nazione? Ricordino. gli Italiani la Principessa. Mafalda, che pure era sposata ad un tedesco, fatta prigioniera col più cinico inganno e poi fatta perire a Buchenwald con inaudita ferocia!

E d'altra parte era prudente in un momento così grave una soluzione di continuità nella funzione di Capo dello Stato di cui evidentemente le forze politiche più disparate avrebbero approfittato per i loro fini di partito? Fu per queste ragioni che il Re, pur riluttante a lasciar Roma, dovette persuadersi dell'ineluttabile necessità della sua partenza la notte stessa. Purtroppo l'aver dovuto partire tanto improvvisamente e tanto affrettatamente ha prodotto una dolorosa impressione; che quanto alla partenza in sé quando ne fu necessità si hanno numerosi esempi sia nel conflitto del 1914-1918, dal Re del Belgio e quello di Serbia, di Romania, al Presidente della Repubblica Francese e in quest'ultima campagna bellica, dal Presidente della Repubblica Polacca a quello della repubblica Francese, al Re di Norvegia, a quello di Grecia, Jugoslavia e alla Regina Guglielmina. E per le stesse ragioni, insieme con il Suo stretto dovere di ubbidire al suo Re e a suo Padre, dovette assogettarvisi anche il Principe Ereditario. Non fu certo il più lontano pensiero della loro incolumità che vi ebbe il minimo peso: sarebbe offesa gratuita a dei Savoia.

Del resto il Re non fece che ripetere il gesto del suo glorioso antenato il Re Vittorio Amedeo II, che all'avvicinarsi delle truppe francesi a Torino nel 1706 lasciò la Capitale e dopo aver guerreggiato di qua e di là in Piemonte, si unì al valoroso Cugino il Principe Eugenio che comandava le truppe imperiali e con le forze unite vinsero la battaglia di Torino e d'allora cominciò l'ascesa regale che doveva concludersi col Regno d'Italia.

 

(1)  Malacoda – op. cit. pag. 189.

(2) Malacoda – op. cit pag. 174.

(3)  Ivanoe Bonorni: Le luci, in «La Nuova Stampa »

28 Marzo corr  

(4)  Mauri: Noi del 1° Gruppo Divisioni Alpine

(5) Amedeo Strazzera Perniciani: Umanità ed eroismi nella vita segreta di Regina Coeli

domenica 27 marzo 2022

La Monarchia dal 22 a domani - VIII parte

 


La mattina del 10, Ambrosio si reca dal Re, «visto che il Governo dorme», - e il Re esprime la decisione di prendere «subito» contatto con gli angloamericani - Indecisione tra Badoglio e Guariglia se mandare un militare o un diplomatico e alla fine si sceglie il Gen. Castellano, la cui missione «si limitava ad un approccio con la parte anglo-americana, ristretto al campo militare per fornire delle notizie militari e per riceverne , per concertare un piano di azione coniane tra le nostre forze e quelle degli alleati».

E così continuava ancora a mezzo agosto la prima manchevolezza di non avere lo stesso 25 Luglio iniziato pratiche, naturalmente segretissime, a Londra e Washington per far loro sapere che l'Italia, caduto il regime, intendeva sganciarsi senz'altro dalla Germania e trattare per unirsi agli Alleati, sfruttando la promessa tante volte ripetuta dagli Alleati stessi, che, caduto il Regime, l'Italia sarebbe stata trattata da amica. Si obiettano le difficoltà che l'Italia avrebbe incontrato per porsi in relazione con gli Alleati: pur non disconoscendole, parrebbe che esse non dovessero essere addirittura insormontabili, tanto più che in quei primi momenti i Tedeschi non erano ancora al parossismo della diffidenza come in seguito. E allora, colla Marina in piena efficienza, se fornita di combustibili; con l'aviazione ancora in forma, con l'esercito stesso, anche se sfiduciato, ancora regolarmente inquadrato, l'Italia, in un con la fiducia che il nuovo regime aveva ragione di inspirare, poteva sperare ben altro trattamento da parte degli Alleati. Invece venti giorni di inazione avevano potuto dare l'impressione di incertezza nel Governo.. tanto più dopo l'intermezzo di Tarvisio, e quindi ingenerare quella diffidenza che andò purtroppo sempre più aggravandosi.

Anzitutto il Gen. Castellano per prudenza non era stato munito di credenziali; (1) ed aveva un mandato semplicemente generico, quasi solo, informativo ed essenzialmente solo di carattere militare, ed infine gli era stato prescritto che l'Italia sarebbe stata pronta a unirsi contro i Tedeschi sol quando gli Alleati fossero sbarcati in Italia. E' francamente a stupire che con, questi semplici incarichi il Gen. Castellano sia riuscito ad ottenere anche quel pochissimo che ottenne, ma essenzialmente quanto Churchill e Rooswelt da Quebec promisero col telegramma, che fu poi concretato nel Promemoria comunicatogli a Lisbona il 10 dal Gen. Smith per incarico del Gen. Eisenhower col qua le «la misura in cui Le condizioni saranno modificale in favore dell’Italia  sarebbe dipesa dall’entità dell'apporto che sarebbe stato dato dal Governo e dal popolo italiano alle Nazioni Unite contro la Germania durante il resto della guerra». (2).

A questa cobelligeranza tennero fede con tutte le loro forze dalla Marina a quel poco di truppa cui fu permesso di prendervi parte, al largo stuolo dei partigiani nel periodo repubblicano: questa cobelligeranza che idealmente si ricollega anche a quella non belligeranza    dei nove mesi del 1939-40, tanto rimproverata da Hitler al nostro Re, gli Alleati speriamo tengano alto conto, secondo il loro impegno, nel fissare i termini della Pace alla nostra povera Nazione.

       

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Non atterrebbe al mio esposto seguire le fasi delle trattative per l'armistizio; ma non credo potermi esimere dal riassumerne i punti essenziali quali risultano dal citato libro del Gen. Castellano, completando essa la dolorosa storia della nostra guerra.

Il Gen. Castellano ritorna a Roma il 27, riferisce a Badoglio, sulle trattative e gli consegna le dure condizioni di armistizio nonché il citato telegramma di Quebec e conclude: «Il Maresciallo non parla e si, congeda senza esprimere il suo parere (2).   L'indomani 28 Badoglio, Ambrosio e Guariglia vanno dal Re» precisa il Gen. Castellano «il Sovrano alle 11 fa dire a Badoglio a mezzo di Acquarone, Prenda una decisione il capo del Governo e poi deciderà lui. In un a sala dei Quirinale si riuniscono Badoglio, Ambrosio Guariglia: dopo pochi minuti sono ricevuti dal Re che li trattiene per brevi istanti.... Dopo aver parlottato ancora qualche minuto con Ambrosio e Guariglia; il Maresciallo esce dal Quirinale. È di cattivo umore, va via senza salutare nessuno». Il Gen. Castellano non fa commenti, pur essendo probabile che dal Gen. Ambrosio abbia saputo come si sono passate le cose alla presenza del Sovrano: vale però la pena di notare questa scena perché ognuno ne tragga quelle argomentazioni che crede!

L'indomani 30 il Gen. Castellano riparte per la Sicilia per definire le clausole d'armistizio nella speranza di poterle migliorare, ma purtroppo si trova di fronte a nuove diffidenze a causa dell'invio a Lisbona del Gen. Zanussi ad opera del Gen. Carboni che aveva allora il comando della S.I.M., la cui azione quale Comandante il Corpo d'armata: l'8 e il 9 settembre ha ancora da essere chiarita.

È certo non si può dire chiara questa missione del Gen. Zanussi alla dipendenza di Roatta, capo di Stato Maggiore dell'esercito, mentre vi era Castellano incaricato dal Governo e a sua insaputa. A giudicare di queste - interferenze è ad augurarsi non tardi una serena ed autorevole inchiesta che fra accuse, difese e giudizi che potrebbero essere avventati e punti interrogativi (4) chiarisca le cose.

Basti qui accennare che indubbiamente l'intervento del Gen. Zanussi fu così poco compreso dagli Alleati che il Gen. Smith ebbe a confessare al Gen. Castellano che «il comportamento del Gen. Zanussi aveva subito messo in allarme i generali alleati... aggiungendo che nei successivi colloqui il contegno di Zanussi s'era fatto ancor più ambiguo... e li aveva insospettiti anche nei confronti di Castellano, perché, era evidente che dei due generali uno non era in buona fede...; le informazioni chieste e fornite dall'Ambasciatore presso la Santa Sede avevano chiarito che il vero rappresentante era Castellano e che pertanto la posizione di Zanussi diventava insostenibile, tanto che in un primo momento voleva farlo arrestare e fucilare» (5). Condotto in Sicilia le cose si erano chiarite, ma intanto le trattative avevano subito un arresto in mezzo alla più sconcertante diffidenza.

Non seguirò oltre le fasi della definizione e firma dall'armistizio che ci fu imposto, cui pur troppo fece seguito il gravissimo incidente della sua proclamazione anticipata da parte del Gen. Eisenhower. Nelle laboriose trattative per fissare a coordinare la pro clamazione dell'armistizio con il richiesto lancio di una divisione di paracadutisti a Roma, arrivo dal Tevere di chiatte di cannoni controcarro ed altre materiale bellico, nonché con lo sbarco di ingenti forze, gli Alleati non avevano mai voluto indicare, si diceva in omaggio alla necessità del segreto militare, la data dello sbarco di queste forze, "al ciò il Gen. Castellano aveva creduto poter supplire in base ad informazioni confidenziali coll'indicare al Gen. Ambrosio che esso potesse avvenire tra il 10 e il 15 settembre forse il 12. Su questo forse a, Roma basò i suoi provvedimenti, sì che quando la mattina dell'8 il Gen. Stong avvertì Castellano che quello era il giorno fissato per l'armistizio (6) a Roma non si era pronti. Fu chiesta e supplicata una dilazione per poter ricevere le forze alleate; la richiesta fu disgraziatamente male interpretata, per la solita diffidenza da Eisenhower, il quale senz'altro l'annunziò alla radio alle 18. Le cose furono chiarite poco dopo, tanto che Eisenhower non dubitò di confessare: «Può darsi che io abbia sbagliato, ad ogni modo adesso non possiamo tornare più indietro» (7). E così anche gli «sbagli» di chi diventava in quel punto nostro amico, congiurarono alla rovina della nostra Patria, che, non essendo la divisione paracadutisti potuta arrivare al Campo di aviazione e le chiatte sul Tevere venire in aiuto ai presidi della Capitale, questa si trovò ridotta alle sole forze Italiane, le quali non erano in, grado di difenderla Sal l'occupazione tedesca. Almeno gli Alleati tengano conto di questi «sbagli» che tanto ci costarono in rovine, perdite di uomini e durata dalla guerra!

Prima di procedere oltre, due parole sul cosiddetto «tradimento», per quanto alle accuse di quei primi giorni sia universalmente subentrata una più serena valutazione. In un opuscolo (8) pubblicato a cura del Gruppo Cavour durante il periodo clandestino, il Prof. E. Crosa ne tratta dal lato giuridico, sostenendo anzitutto che il trattato di alleanza colla Germania non essendo stato sentito dal popolo italiano perché «in contrasto con le sue tradizioni, coi suoi interessi, con la sua volontà», non è stato né giuridicamente dopo il 25 luglio, né moralmente violato, in quanto «il diritto internazionale nel riconoscere. la piena competenza dei governi per la stipulazione dei trattati, ne pretende la ratifica o dal Parlamento o dal popolo, ciò che non si può dire abbia avuto il trattato in questione dato lo stato di asservimento cui era soggetto il popolo italiano sotto il regime, tratto per di più volutamente in errore sulla realtà e scopo degli accordi. E conclude ricordando che «è canone di diritto internazionale - ed anche più - è un canone morale prima che giuridico che' ogni trattato duri rebus sic stantibus: ora le cose da noi erano tanto radicalmente mutate... da compromettere l'esistenza dello stesso Stato ».

 

  

(1)        Gen. Castellano: op. cit, pag. 83 e segg.

(2)        Gen. Castellano: op. cit, pag. 110

(3)        Gen. Castellani: op. cit, pag. 125e segg.

(4)        Corriere di informazioni 22-24 febbraio 1946.

(5)        Gen. Castellano: op. cit, pag. 175 e segg.

(6)        Gen. Castellano: op. cit, pag. 189 e segg.

(7)        Gen. Castellano: op. cit, pag. 187

(8)        «il Tradimento»: ripubblicalo a cura del Gruppo d'Unione «Camillo Cavour » quando l'Italia fu liberata.


sabato 19 marzo 2022

La Monarchia dal 22 a domani - VII parte

 



DOPO IL 25 LUGLIO

Il 25 Luglio riuscì come meglio: non si poteva pensare e ne va data lode al Re, sì che tutta Italia con esposizione di bandiere ai balconi, di ritratti del Re alle finestre, con cortei, che a Roma sostarono a lungo in piazza del Quirinale; aspettando; che il Re si affacciasse al, balcone, gli dimostrò la sua soddisfazione e riconoscenza.

Vi è cionondimeno chi crede che il Re avrebbe dovuto fin d'allora ritirarsi ed abdicare, data la sua ventennale adesione al fascismo. Senza ritornare sulla inconsistenza delle accuse al Re, né rilevare quanto meno l'incongruenza dell'abdicazione proprio nel momento in cui il Re era riuscito finalmente a liberare il Paese dall'incubo fascista, senza che fosse versata una goccia di sangue, anzi in perfetta tranquillità del Paese e con una soluzione del tutto costituzionale, resta pur sempre a demandarsi come il Re poteva «allora» immaginare che fosse anche solo desiderata questa sua determinazione; come poteva anche solo sospettare, indovinare che si sarebbe avuto «un seguito» tanto infelice, un disgraziato armistizio, la disorganizzazione dell'esercito, l'invasione del territorio nazionale sino alla necessità per il Governo di ridursi in un estremo angolo della Penisola.

Perché fu questa serie di disgraziatissimi avvenimenti «posteriori» che diedero appiglio per erigersi contro la Corona ai partiti estremi, i quali pur troppo, valorizzati per cause varie da Croce e Sforza, ebbero, rinvangando il ventennio fascista, possibilità di una violenta campagna denigratoria per i loro scopi politici.

E «allora», ma solo «allora» si presentò al Re l'opportunità di ritirarsi a vita privata, per dare alla Nazione col sacrificio di se stesso quell'«unità» di intenti, che si imponeva sopra ogni altra considerazione per scacciare lo straniero dall'Italia e finire la guerra. Monelli nel precisare che il Re aveva scelto fin dal 16 Luglio Badoglio a successore di Mussolini, aggiunge che fin d'allora fu contrario alle proposte del Maresciallo per un Gabinetto con Orlando o altri personaggi eminenti dei partiti antifascisti. E fu precisato dal Ministro della Real Casa, Duca Acquarone, che il Sovrano era ostile all'idea di un Gabinetto politico, che ciò «avrebbe potuto provocare una reazione immediata dei tedeschi»; aggiungendo: «è un ministero che non deve dar fastidio ». (1) Bonomi, secondo Monelli, anteriormente al 25 Luglio, sarebbe stato per un Governo militare che avrebbe però dovuto durare qualche settimana, per guadagnar tempo con la Germania e preparare le cose militari in modo da rendere facile il compito al Gabinetto che avrebbe dovuto subito succedergli per assumersi le più gravi decisioni politiche e per trattare l'armistizio. Soleri era per un Governo possibilmente non politico (viceversa Antonicelli nella sua commemorazione di Soleri l'« Opinione del 24 Luglio » n. 75 — scrive: «al Re disse tutta la verità, confidò le più appassionate speranze, non riuscì ad averne quel Ministero politico che egli giudicava giustamente necessario »). Grandi, secondo il suo Memoriale, avrebbe espresso al Ministro della Reale Casa l'avviso che l'incarico poteva essere assunto da un capo militare che non fosse compromesso col fascismo, escludendo chiunque fosse stato ministro con Mussolini, ma non aggiunge se il Ministero avrebbe dovuto avere o non colore politico. Orlando suggerì l'idea di, un governo di funzionari. La mattina, del 26 anche Grandi si fece vivo; pare auspicasse ad un ministero di concentrazione nazionale con fascisti convertiti, liberali o cattolici; il 27 fu visto con Federzoni nell'anticamera di Badoglio(2).

Come si vede, le opinioni erano disperate, ma in genere piuttosto orientate verso un governo non politico, il che deve essere apparso al Re giustificato anche dall'apparizione, lo stesso giorno 26, di un «Appello» ad opera di cinque partiti - partito d'azione, democrazia cristiana, comunisti, di ricostruzione liberale (notare quella qualifica di «ricostruzione» che deliberatamente voleva escludere il risorgere del Partito liberale ante fascismo) e socialista, che rivendicavano senz'altro il diritto di «segnare il cammino ». Questa affrettata presa di posizione di cinque partiti era davvero poco rassicurante, sia perché per tre almeno di detti partiti il colore politico, era decisamente antimonarchico e non lasciava dubbi e per gli altri due, nulla era precisato sia perché tutti e cinque erano anonimi, sì che era logico dedurne che gli esponenti fossero semplicemente degli arrivisti disposti essenzialmente a segnare «il cammino» di loro gradimento senza garanzia alcuna che almeno fossero l'espressione di forti correnti in Paese.

Il Re pertanto non poteva a meno di essere diffidente di questa immediata presa di posizione, come del resto precisa in quel suo Pro-memoria rimesso a Badoglio il 16 agosto, di cui nel libro di Mussolini: «...deve essere lasciato ad un secondo tempo, e ad una successiva formazione di Governo l'affrontare i problemi politici         in clima ben diverso e più tranquillo per i destini del Paese.

D'altra parte, fra gli altri danni recati alla Nazione dal fascismo, vi fu appunto quello di non aver permesso per venti  anni che uomini seri si affacciassero alla vita politica e ottenessero il consenso del Paese : il Parlamento chiuso a chi non era fascista, la stampa aperta solo per lodi incondizionate al Duce e al fascismo; perfino le modeste assise dei consigli provinciali e comunali mute: non parliamo poi di assemblee politiche, sì che nessun uomo nuovo si era potuto presentare a dar prova delle sue facoltà politiche; donde il gravissimo imbarazzo del Re a scegliere dei Ministri.

In queste condizioni Egli credette miglior consiglio un ministero di tecnici, cadendo però nell'inconveniente di privarsi del necessario ausilio di Personalità, non come Capi Partito, ma quali valori personali che in un momento così critico, non solo con le loro doti pratiche di governo e lungimirante visione politica nel campo internazionale, ma altresì per il legame che avrebbero costituito tra governo e popolazione per la fitta rete delle loro relazioni politiche, avrebbero fatto sì che tra Governo e Paese non vi fosse quella frattura per cui questo dopo il 25 Luglio, quasi si adagiò nella serenità che colla caduta del fascismo non restasse che riprendere la vita ante 1922.

E invece occorreva provvedere, non solo a por fine alla guerra, ma operare in guerra il cambiamento del fronte!

Grandi nel suo Memoriale scrive che nel colloquio col Ministro, della Real Casa nella stessa notte dal 25 subito dopo la caduta del G. C. gli aveva fatto osservare «che la caduta di Mussolini doveva essere sincronizzata con un armistizio» aggiungendo: «lasciatemi andare immediatamente a Madrid per avvicinare gli Alleati e per preparare il terreno per ulteriori contatti ufficiali per la Pace». Il consiglio non fu abbastanza meditato al 26 luglio e disgraziatamente neppure subito dopo, tanto che solo a metà agosto - almeno a quanto si sappia - furono presi provvedimenti.

Il Gen. Castellano ne narra le dolorose vicende : (3) « intanto che si aspetta Guariglia, il Ministro degli Esteri, che arriva da Ankara solo il 29, nessuno si occupò della questione più scottante, il proseguimento o meno della guerra e intanto la Germania, che, percepita la crisi del nostro Paese, aveva seguito passo a passo l'aggravarsi della medesima, per cui il Governo di Berlino ne risultava perfettamente edotto, dal 26 luglio all'8 agosto ben otto divisioni, una brigata di elementi minori mandava nel nostro territorio».

Ambrosio allarmato provocò un convegno che, dapprima negato, ebbe poi luogo a Tarvisio il 6 agosto presenti Guariglia e Ribbentrop. Il convegno «lasciò alla parte italiana, ed anche ai diplomatici, l'impressione che il Tedesco non desiderasse il ritorno di una completa schiarita nei nostri reciproci rapporti per giustificare l'attuazione di quei progetti che avrebbero portalo la, Germania ad impadronirsi di tutte le leve di comando, compreso il governo, onde imporre al nostro Paese la sola funzione ritardatrice senza alcuna preoccupazione per le sorti d'Italia».

Prosegue il Gen. Castellano: «rientrata la missione a Roma il giorno 7, era d'attendersi qualche decisione. Ormai era chiaro che ogni ora perduta avrebbe portato a conseguenze disastrose. Il ministro degli Esteri tace; il Capo del Governo tace; cosa si aspetta? lo non so come sarà possibile giustificare di fronte alla storia questa dannosissima perdita di tempo ». Ed ha perfettamente ragione!

(1) P. Monelli :      cit. pag. 200 e pag. 126;

(2) P. Monelli, Op. cit. pag. 210

(3) Gen. Castellano, op. cit. pag. 71 e segg.

sabato 12 marzo 2022

La Monarchia dal 22 a domani - VI parte

 


Ma se il gesto d'audacia non fa osato, il perdurare dell'ostinato contrasto fra il Re e Mussolini fece sì che il Fascismo non abbia mai potuto soverchiare la Monarchia, malgrado Mussolini ne sentisse il più, vivo desiderio e non lo nascondesse.

Registra il Memoriale di Ciarla 10-V-39 «Per liquidarlo (il Re) basta un Manifesto e un giorno lo farò» - 14-V-40 «Il Duce ha detto chiaramente che a guerra vinta intende sbarazzarsi di una Monarchia che non ama e della quale non riesce più a sopportare il peso » - 25-V-40 « Il Duce attacca la Monarchia e dice: Invidio Hitler che non si deve trascinare a rimorchio dei vagoni vuoti»; e il 6-VI « Alla fine della guerra dirò a Hitler di far fuori tutti questi assurdi anacronismi che sono le monarchie »;

E non è neppure il caso di gettare del tutto fra le favole quanto si narra, che Mussolini chiacchierando con un Ufficiale di marina sulla nave che lo conduceva prigioniero alla Maddalena; gli avesse detto che l'auspicata pace dell'Europa egli l'aveva intravveduta nel trinomio Stalin, Hitler e lui, con un'organizzazione sociale su basi differenti dalle presenti.

E questo ventennale dissidio, se pure non riuscì ad evitare la guerra, ottenne però di ritardarne l'inizio di un anno e di anticiparne poi di due la fine. Disse Hitler nel suo discorso del 10 settembre '43 “le stesse forze che hanno provocato la capitolazione, riuscirono nell’agosto 39 ad impedire che l'Italia partecipasse alla guerra»: e nell'altro suo discorso del 9-X I-43 - precisa che «per l’atteggiamento del suo re era costretta a mantenere uno stato di non belligeranza»

E non fu forse lo Monarchia, la che salvò nel 1943 l’Italia dal fare la fine        che fece la Germania nel 1945? Solo l’avere avuto il Capo dello Stato indipendente dal Governo fece sì che quando si manifestò sicura la sconfitta poté sganciarsi darla Germania e unendosi agli Alleati salvare il salvabile; con un «Presidente della Repubblica legato, per forza di cose ai partiti al governo, la rovina sarebbe stata completa, come lo fu per la Germania. Questa è la più efficace delle prove perché sorge dai fatti: questa la forza della Monarchia.

Il Sovrano è estraneo; anzi superiore ai partiti, mentre il Presidente della Repubblica, scelto nei ranghi di uno di essi, per quanto portato all'alto posto o da un accordo fra di loro o quanto meno dalla supremazia di alcuni di essi, accettato o sopportato dagli altri, non può a meno di sentire l'influenza, pur involontaria, del partito cui appartiene. E allora sarà pur sempre un partito a prevalere. Che se Presidente abdicasse completamente alla sua personale concezione politica, finirebbe per essere nulla più che un intermediario delle varie tendenze, decadrebbe perciò al rango di un, simbolo formale, senza efficienza, senza forza, giacché la sua autorità personale gli viene esclusivamente dai poteri politici contingenti, che l'hanno nominato. Mentre l'autorità di un Sovrano è innata in Lui; è una forza che ha in sé, che non si poggia a poteri transeunti e che dà perciò garanzie sicure per l'avvenire.

È una forza che conserva ancora, malgrado i tempi mutati, una reminiscenza della «Grazia, di Dio», anche se ormai la sovranità dinastica debba poggiare indiscutibilmente sulla sovranità popolare.

Ed è appunto in virtù di questa «Grazia di Dio», da cui le Monarchie sono illuminate, che esse sono strettamente, indissolubilmente legate alla Religione; quella religione cattolica che, senza intaccare minimamente la libertà religiosa di altri culti, lo Statuto Albertino pose a capo della Carta Costituzionale, quasi fondamento dello Stato stesso.

Gli indistruttibili principi cristiani, che nei riguardi civili si imperniano sulla famiglia, sull'educazione ed istruzione dei figli, sulla proprietà privata, sorta dal lavoro proprio o degli avi, garantita ai possessori, sono le basi su cui lo Stato deve fare presa per poter a sua volta garantire alla popolazione quella «dignità della persona umana, (1) che solo può dare vita operosa e tranquilla, aspirazione delle popolazioni. L'attuazione, anzi la valorizzazione di questi principi cristiani, la Monarchia nostra ha sempre garantito e sempre garantirà — ne dobbiamo aver sicura fede — qualunque siano gli eventi e le direttive contingenti di Governo, che un regime democratico abbia a portare alla direzione della cosa pubblica, mentre la Repubblica, in balia dei partiti è sempre esposta ad eccessi, per cui questi valori abbiano, se non ad essere soppressi, certo ad allentarsi e correre imminenti pericoli, con evidente danno del Paese.

Nella realtà delle cose, nella pratica di governo quale differenza tra Monarchia e Repubblica, in una Monarchia ossequiente alle direttive parlamentari, in cui si concreta il regime democratico? Nessuna, assolutamente nessuna; col grande vantaggio però per la Monarchia che queste direttive saranno imparzialmente seguite e fatte valere essendo il Sovrano al di sopra dei partiti.

Scrive Malacoda (2): «La Monarchia ereditario più che la Repubblica, è in misura di moderare gli estremismi delle forze politiche e, a differenza della Repubblica, rimanendo di fatto, malgrado ogni vincolo imposto e ogni accettazione apparente, distinta da quelle, funziona da valvola di sicurezza e conserva in sé un supremo potere di intervento in situazioni estreme che sarebbero altrimenti senza uscita».

E ancora Camillo Lanciani (3): «E allora la Monarchia, che con la successione ereditaria al trono è strettamente legata alla continuità del benessere del popolo, vivendo fuori delle lotte di classe e di partito costituisce, secondo me, una garanzia di obiettività e di normalizzazione della vita politico-sociale, direi quasi un correttivo delle passioni degli uomini preposti alla direzione di un popolo».

E a conclusione di quanto sopra mi sia concesso di riportare ancora quanto scrisse a questo riguardo quell'altissimo ingegno che fu Ruggero Bonghi (4) : «Ciò che a parer mio è soprattutto a' giorni nostri la forza delle dinastie, nei paesi in cui non sono distrutte, è questa: che in esse il Paese che reggono sente una continuità di vita. Non sono nate oggi, non muoiono domani. La Nazione vi si eterna in una persona sempre viva, vi ricorda il panato e vi presenta il suo avvenire. S'aggiunge che niente dimostra che lo scomparire d'una monarchia di dove era da secoli, renda più felice lo Stato e più; sicuro; che si contemperi meglio gli elementi di cui si compone. E niente neanche prova o dimostra che la   Monarchia, dove è rimasta, ostacoli nessun progresso o nessuna libertà utile»

(1)    Messaggio per il Natale 1.942 del Pontefice Pio XII.

(2) S. Malacoda, op. cit. pag. 98.

(3) Camino Lanciani: Vittorio Emanuele III fu complice del fascismo? Avvenire d'Italia - Roma 1945.

(4) Ruggero Bonghi: l'Ufficio del Principe in uno Stato Libero; pubblicato nella Nuova Antologia del 15 gennaio 1893.

               

 

 

 

 

venerdì 4 marzo 2022

La Monarchia dal 22 a domani - V parte


Dopo Feltre le cose precipitano travolte da due correnti: l'opera del Re e il Gran Consiglio. Conferma Monelli, quanto riportai da P. Silva: “Certo che il Re riceveva Ambrosio una o più volte alla settimana e ne ascoltava gli sfoghi e i progetti; personaggi dell’esercito del Partito Fascista, dei gruppi clandestini: per convinzione propria, pur lentamente maturata, pur covata a lungo nell'attesa di un   momento che gli paresse il più propizio, fra dubbi ed incertezze si indusse a dare la sua approvazione al progetto di Ambrosio (l'arresto di Mussolini)- fino a fissarne la data...; così scrivendo un giorno ad un personaggio che gli fu molto vicino in quel tempo e che fu testimone dei suoi atti ed esecutore dei suoi ordini — che pare si debba indentificare nel Ministro della Real Casa, Duca Acquarone — (1), gli disse queste precise parole: fin dal Gennaio 1943 io concretai definitivamente la decisione di porre fino al regime fascista e revocare il Capo del Governo Mussolini. L'attuazione di questo provvedimento, resa più difficile dallo stato di guerra, doveva essere minuziosamente preparata e condotta nel più assoluto segreto, mantenuto anche con le poche persone che vennero a parlarmi del malcontento del Paese. Lei è stato al corrente. delle mie decisioni e lei sa che soltanto queste del Gennaio 1943 portarono al 25 luglio successivo (2). 

La riservatezza del Re non ha consentito sino ad oggi di saperne di più, ma basta per scagionarlo di fronte a chi lo accusa di non aver mai dato soddisfazione a quanti gli andavano a rappresentare i nefasti del fascismo: taceva per la necessità del più assoluto segreto: Non era prudenza eccessiva data la estrema delicatezza del provvedimento e il pericolo di qualche benché involontarissima indiscrezione, per il sistema di spionaggio da parte dell'OVRA, come è apparso in seguito documentato. Scrive P. Silva: (3) Vero è che il Re volle tacere fino all'ultimo, ma questo. fu. un suo grande merito: in una città come Roma non vi è segreto il più geloso che non sia conosciuto da tutti entro una settimana dalla sua rivelazione alla persona più fidata».

Prosegue il Gen. Castellano: «Il convegno di Feltre aveva fatto perdere a Ambrosio ogni speranza sulla possibilità di un distacco per opera di Mussolini, cosa della maggior importanza, aveva coinciso colle decisione del Re. Era tale decisione derivata tic quel convegno? erano gli 'eventi militari? era la maturazione di una situazione non più sostenibile? non posso, non so dirlo». Credo poter rispondere a questi interrogativi con la spiegazione che un giorno un ex Ministro Piemontese, che godeva della fiducia dal Re, ebbe a confidare ad un amico suo: « Il Re era ben deciso a disfarsi di Mussolini e sganciare l'Italia dalla Germania, ma attendeva che le sorti della guerra fossero tali che non vi potesse essere anche la minima " speranza che la guerra, prolungandosi, potesse dar luogo ad una pace di compromesso»; pace di compromesso che avvenimenti imprevisti ed imprevedibili potevano per avventura rendere possibile; aggiungo io.

Quanto fosse saggia la riserva del Re di sperare sempre in una pace di compromesso, come quella che, a parte i grandi vantaggi che ne avrebbe. avuto l'Italia sarebbe stata la sola che, eliminati quei due avventurieri di Hitler e Mussolini e ridata la libertà ai popoli, avrebbe potuto dare la vera pace all'Europa, lo si vede ora che, appena finita la guerra, già se ne teme un'altra.

L'intervento del Re, adombrato già da Monelli e confermato da Silva è precisato dal Castellano (4): Acquarone mi chiamò e mi disse che il Re ha decise di sostituire Mussolini con il Maresciallo Badoglio; tale sostituzione sarebbe avvenuta in, un tempo molto breve, non oltre sei o sette giorni, data che indicò poi in un successivo colloquio «dal 26 in poi e più oltre ci è probabile che all'udienza di Lunedì 26 congedi Mussolini. Nel campo politico grande agitazione» prosegue il Gen. Castellano: «Prima del Convegno di Feltre alcuni maggiorenti fascisti chiesero. ed ottennero di essere ricevuti da Mussolini, al quale giunsero nuove critiche, si che l'indomani, intuito di essere ormai in disgrazia ed animati dal coraggio della disperazione, decisero di richiedere la riunione del Gran Consiglio» (2).

Scrive Grandi nel suo Memoriale «Mussolini tornò a Roma il 20 luglio e convocò il G. C. Era questa l’occasione che noi aspettavamo anche senza molto sperare...; preparai la mia risoluzione che chiedeva la restaurazione del Parlamento e delle nostre libertà costituzionali; imponeva a Mussolini di restituire al Re il Comando delle FF AA e la suprema iniziativa di decisione del Capo dello Stato. Dei 14 membri sondati, 12 l'accettarono».

Non è afferente al nostro scopo riportare le vicende di quella drammatica e tragica notte; basti ricordare — scrive Grandi — che in un momento in cui l’Assemblea ondeggiava Mussolini giocò d'audacia Montando: «Non ho mai avuto un amico, ma il Re è con me: Domando cosa sarà domani di coloro che si sono opposti a me questa notte. La fine rimase a mezz'aria; nessuna risposta: il volto di Mussolini si contrasse in un sorriso cattivo. Il Dittatore scrutò gli uomini del G. C., sentiva di averli ancora una volta in suo potere: i suoi occhi brillarono trionfanti; gli occhi del padrone... Deciso a tutto balzai in piedi, rifiutai di ritirare la mia risoluzione... non era un uomo in quella sala che non si rendesse conto che ormai si trattava di vita o di morte... Improvvisamente Mussolini, annunziò che il G. C. avrebbe votato sulla risoluzione. D'un tratto fu chiaro che l'incredibile era avvenuto; avevamo vinto... diciannove a favore, sette contro, uno astenuto... Ora occorreva indurre il Re ad agire. Bisognava fargli sapere che il G. C. aveva deposto Mussolini, ma che Mussolini era ancora il padrone dell'Esercito dello Stato, del Partito ed aveva la Germania alle spalle. Così immediatamente alle quattro del mattino io vidi il Ministro della Real Casa, che misi al corrente dell'accaduto, consegnandogli una copia della mia risoluzione, firmata da tutti coloro che avevano votato per essa. Riferisca al Re, gli dissi, che abbiamo rimesso nelle sue mani i mezzi costituzionali in modo che egli possa operare quale Capo dello Stato: non vi è un istante da perdere; possibile ogni momento un colpo di testa di Hitler». Aggiunge Grandi: «Non si poteva rovesciare il Dittatore che con mezzi costituzionali e solo una risoluzione del G. C. poteva conferire alla Monarchia il potere legale di agire».

E il Re ne fu sollecito e ben deciso: Mussolini che, chiamato, si era presentato, per provargli «che la risoluzione del G.. C. non era costituzionale» sicuro di restare al potere, si sentì senz'altro dire che non era più Primo Ministro. In base alle personali disposizioni del Ministro della Real Casa, Duca Acquarone (5), fu arrestato all'uscire 'di villa Savoia.

Come si vede, a rovesciare il Fascismo concorsero tre forze, se pure in parti disuguali intendimenti da parte dello - Stato Maggiore svoltosi con premure presso il Re: intervento negli ultimissimi giorni di alcuni capi del fascismo, che culminarono colla risoluzione del G. C.; azione regolatrice del Re dai primi del '43, con accorgimenti vari presso gli uni e gli altri, e . con uomini politici, sempre con la necessaria accortezza e non meno necessario segreto.

E la sua tattica, che l'aveva portato a scegliere il giorno 26, fu anticipata di 24 ore per il tempestivo ordine del giorno votato dal G. C., il quale gli aveva fornito quel fattore determinante che si accordava con la Costituzione, come Egli voleva.

E così finì la lotta tra Monarchia e Fascismo, con la vittoria della Monarchia; vittoria costituzionale, non è superfluo ripetere, perché se il Re ha rinunziato durante 20 anni all'alone di gloria di osare contro Mussolini e il Fascismo un atto di audacia, gli è che Egli, oltre a voler preservare il Paese dalle terribili conseguenze della guerra civile, volle anche restar fedele alle         norme della Monarchia costituzionale, presidio di regime democratico. Solo interpretando, le ascose aspirazioni della popolazione e fidando più in essa che nel Parlamento avrebbe potuto far leva sul Paese, ma non dobbiamo dimenticare che queste aspirazioni si mantenevano quanto mai ascose: Forse che non era per molti, questione, se non proprio dì vita materiale e morale, certo di tranquillità per sé e per la famiglia, l'essere inscritti al Fascio? Forse che la, grandissima generalità della popolazione non aveva, se non sempre all'occhiello il paraguai», quanto meno nel taschino per tirarlo fuori al momento opportuno?

In questa condizione incontestabile di cose, come  poteva il Re contare. sulla necessaria, viva, concorde cooperazione della popolazione per affrontare la guerra civile e affrontarla con buona speranza di successo?

Egli, che pur a Peschiera, nell'ormai lontano 1917 aveva potuto impressionare Lloyd George «per la forza d’animo che aveva mostrato in un momento in cui il Paese e la sua corona erano in gioco e non aveva dato segno di timore e depressione» (6), di fronte alla certezza della guerra civile non si sentì l'animo di affrontarla.

Gli si può dar torto, come parecchi fanno, se, accordandosi con quanto appariva dell'acquiescenza del Parlamento e della popolazione, stesse aspettando, pur guatandola con ogni sua forza, l'occasione per liberare il

Paese della tirannia mussoliniana, con minor pericolo e con minori danni, come infatti avvenne il 25 Luglio?

 

(1) Memoria difensiva all'Alta Corte di Giustizia per l'epurazione d’un Senatore.

(2) P. Monelli, OP. alt. pag.

(3) P. Silva op. cit., pag. 162

(4) G. Castellano, in come firmai l'armistizio di Cassibile pag. 57 e segg.

(5) Memoria difensiva del Senatore Acquarone all'Alta Corte di Giustizia.

(6) Enciclopedia Italiana VOL XXXV Vittorio Emanuele III