NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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martedì 11 luglio 2023

Alfredo Covelli: l’ultimo vero menestrello del Re in Italia

 La vicenda drammatica di Alfredo Covelli, fondatore del Partito Nazionale Monarchico, che difese la monarchia con passione, ma affrontò sfide politiche e divisioni interne che portarono al declino della sua carriera.



Alfredo Covelli, politico italiano nato a Bonito il 22 febbraio 1914 e morto a Roma il 25 dicembre 1998, è stato una figura affascinante e controversa nella storia politica del nostro paese. Durante la Seconda guerra mondiale, mentre prestava servizio militare, Covelli sviluppò una profonda fascinazione per la monarchia, che divenne il fulcro della sua vita.

Dopo la guerra, Covelli fondò il Partito Nazionale Monarchico (PNM) nel luglio del 1946, con l’obiettivo di difendere e promuovere i valori monarchici in Italia. Tuttavia, i tempi stavano cambiando e la favola del re non era più creduta dal popolo. Il partito iniziò a ottenere risultati elettorali deludenti e dovette affrontare conflitti interni, tra cui una disputa con Achille Lauro, che fondò un partito monarchico rivale, il Partito Monarchico Popolare.

Per cercare di mantenere la sua presenza politica, Covelli si alleò con la destra missina, chiedendo ospitalità a questo schieramento politico. Alcuni maligni accusarono Covelli di un tentativo opportunista di salvare la sua posizione parlamentare. Tuttavia, il connubio si rivelò difficile e la carriera politica di Covelli andò verso il declino, mentre il popolo perdeva interesse per la figura del re.

Il percorso politico di Covelli attraversò diverse fasi, dalla fondazione del PNM, passando per l’unificazione con il PMP di Lauro nel Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica (PDIUM), fino alla sua partecipazione al Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale (MSI-DN). Tuttavia, le sconfitte elettorali e le divisioni interne portarono alla scomparsa dei monarchici come forza politica autonoma.

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Alfredo Covelli: l’ultimo vero menestrello del re in Italia - Il Corriere Nazionale Alfredo Covelli: l'ultimo vero menestrello del re in Italia

sabato 1 maggio 2021

Discorso commemorativo dell'on. prof. Alfredo Covelli nel centenario della nascita di Re Vittorio Emanuele III - quarta parte

 


Nell'agosto del 1922, mentre l'Italia era in uno stato pre-insurrezionale, il centro-sinistra, cioè la prima alleanza di cattolici e socialisti, tentò di risolvere la situazione rovesciando il governo giolittiano di Facta. Aperta la crisi, il Re non riuscì a trovare né un Presidente del Consiglio, né una maggioranza parlamentare. Interpellò tutti i capi gruppo: il liberale Orlando, il socialista riformista Bonomi, il popolare Meda, il demo-liberale De Nava, persino il socialista Turati, poi di nuovo Orlando, e infine il presidente della Camera De Nicola. Giolitti, che era a Vichy a «passare le acque », non si fece « consultare »; ma scrisse al suo portavoce Olindo Malagodi, che non era possibile fare un governo senza i fascisti.

In definitiva, il Re dovette rimandare alla Camera lo stesso Facta, avendo mutato il solo ministro dell'interno col Prefetto Taddei, e la Camera approvò col palese intendimento che quello fosse un governo di transizione da durare al massimo fino all'ot­tobre, per dare tempo ai due grandi capi liberali, il Giolitti e il Salandra, di trattare con Mussolini. Ma alla fine dell'ottobre '22, l'Italia era praticamente «occupata» dalle milizie fasciste. Anzi, nel congresso di Napoli, Mussolini e il fascismo, che erano «repub­blicani», si dichiararano «tendenzialmente monarchici» e det­tero il via alla mobilitazione generale delle loro forze e alla marcia su Roma. Sulla minacciata e poi iniziata marcia su Roma il go­verno Facta si dimise per ordine di Salandra e di Giolitti. Nel medesimo tempo, il governo dimissionario proclamava lo «stato d'assedio» senza nemmeno consultare il Capo dello Stato.

Uno «stato d'assedio» proclamato da un governo dimissio­nario, che era in carica per l'ordinaria amministrazione, mentre il Paese era già insorto in armi e il governo stesso, la polizia, i prefetti, i questori, erano privi di qualsiasi effettivo potere, era peggio che un assurdo, una pericolosa provocazione. Infatti, a ben riflettere sullo strano ed irresponsabile provvedimento, si vede che esso si sarebbe risolto nel mettere nelle mani dell'eser­cito, e quindi del Re, la cancerosa situazione che tutti i gruppi parlamentari, ma soprattutto i liberali, i democratici, i radicali e i socialisti riformisti, avevano contribuito a determinare.

Ma Vittorio Emanuele esaminò la situazione con scrupolo e saggezza. Nella notte dello «stato d'assedio», egli aveva fatto consultare tutti gli alti gradi dell'esercito: i Generali Diaz, Badoglio, Pecori Giraldi, Caviglia, Giardino. Al quesito, se le Forze Armate, in una situazione di estrema emergenza, avrebbero ri­sposto al cento per cento, i generali furono d'accordo nel rispon­dere che «l'esercito avrebbe fatto come sempre tutto il suo dovere; ma che sarebbe stato bene non metterlo alla prova».

In conseguenza, il Re si rifiutò di firmare il decreto di «stato d'assedio». E la crisi venne risolta non da un governo Salandra con Mussolini, o Giolitti con Mussolini, ma da un go­verno Mussolini con liberali, democratici e popolari a «titolo personale ».

Del resto, la candidatura di Mussolini era stata indicata al Re tanto da Giolitti che da Salandra, che erano i capi riconosciuti della maggioranza parlamentare; e, malgrado il brutale «avrei potuto fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli», quella stessa Camera che non aveva né voluto, né saputo difendere l'ordine e la legalità, votava la fiducia e dava i «pieni poteri» a Mussolini con 270 voti contro 90; il Senato, di cui facevano parte Croce, Albertini, Casati, Ruffini, votava i «pieni poteri all'una­nimità».

Si può dire che il determinante appoggio dello schieramento demoliberale non venne mai meno al governo Mussolini. Furono, infatti, i demoliberali e una certa aliquota degli stessi popolari, che resero possibile la famosa riforma elettorale detta del «listone». E nel «listone» entrarono, per rafforzare la posizione di Mussolini e dei Fascisti, ben centrotrentacinque liberali e demo­cratici tra i quali Orlando, Porzio, Salandra, Scialoia, Paratore, Fera, De Nava e Beneduce.

Dopo l'assassinio di Matteotti, mentre si faceva in Italia un pubblico processo alla violenza politica, e si individuavano man­danti ed esecutori, quattro liberali, e precisamente il senatore Casati, e i deputati Sarocchi, De Nava e di Scalea, entrarono nel ministero Mussolini, e li Senato approvò l'operato del Governo all'unanimità, meno venti voti. Spiccava nella maggioranza del­l'alta Assemblea, il voto di Benedetto Croce.

Il quale Benedetto Croce chiarì, in una intervista concessa al Giornale d'Italia il 9 luglio 1924, la sua posizione. Egli manifestava in quella circostanza il suo orrore per l'assassinio di Matteotti e per gli altri illegalismi, ma aggiungeva: « Voi sapete che io ho sempre sostenuto che il movimento fascistico fosse sterile di nuove istituzioni, incapace di plasmare, come i suoi pubblicisti vantavano, un nuovo tipo di Stato. Perciò esso non poteva, e non doveva essere altro, a mio parere che un ponte di passaggio per la restaurazione di un più severo regime liberale, nel quadro di uno Stato più forte. Doveva rinunciare ad inaugurare una nuova epoca storica, conforme ai suoi vanti; ma poteva ben soddisfarsi della non piccola gloria di ridare tono e vigore alla vita politica italiana, cogliendo per merito dei già combattenti, il miglior frutto della guerra.

«Non ci si poteva aspettare, concludeva Benedetto Croce, e neppure desiderare che il fascismo cadesse d'un tratto. Esso non è stato un infatuamento o un giochetto. Ha risposto a serii bisogni ed ha fatto molto di buono. Si avanzò col consenso, e tra gli applausi della Nazione. Sicché per una parte c'è, ora, nello spirito pubblico il desiderio di non disperdere i benefici del fascismo, e di non ritornare alla fiacchezza e alla inconcludenza che lo avevano preceduto; e dall'altro c'è il sentimento che gli interessi creati dal fascismo, anche quelli non lodevoli e non benefici, sono pure una realtà di fatto, e non si può dissiparla soffiandovi sopra».

Ma c'è di più, in fatto di collaborazione determinante dei vecchi liberali alla dittatura fascista. Il giorno prima della inter­vista di Croce al Giornale d'Italia, precisamente l'8 luglio 1924, il Consiglio dei Ministri, approvava alla unanimità un decreto legge recante il «regolamento» dell'editto di Carlo Alberto per la stampa: un regolamento che sopprimeva, praticamente la libertà di stampa. L'iniziativa di questo gravissimo atto, era stato del democratico Colonna di Cesarò, e il decreto portava la firma dei liberali Casati, Sarocchi. De Nava, e di Scalea.

Il 3 gennaio 1925, Mussolini si liberava, diremo così dei mi­nistri liberali. Il governo «ponte», che nei sogni senili dei liberali e dei democratici avrebbe dovuto restituire a Giolitti, a Salandra e a Croce, uno «Stato forte » debitamente ripulito a suon di man­ganello e a colpi di bombe a mano, diventava dittatura. E in quella data del 3 gennaio, solo in quella data, nasceva finalmente l'anti­fascismo di Croce e degli altri liberali e democratici.

Dopo la caduta del fascismo e dopo l'armistizio, in quello che venne amaramente denominato il «Regno del Sud» fu Benedetto Croce a mettersi alla testa dell'antifascismo e ad intentare un processo politico al Re, che era accusato di non essere interve­nuto nel 1922, e successivamente nel 1924 e 1940, per impedire al fascismo di prendere i poteri, a Mussolini di instaurare la dittatura e di partecipare alla guerra a fianco della Germania hitleriana. Insomma, si rimproveravano al Re quelle che erano le colpe, e in molti casi anche i crimini, dello schieramento libe­rale, democratico e socialista che aveva promosso, appoggiato ed armato, il fascismo fino alla dittatura, che in seguito venne po­tentemente rafforzata e consolidata dalla partecipazione cattolica: ricordiamo i Patti del Laterano, l'«Uomo della Provvidenza», la partecipazione attiva di tutto il clero, specialmente quello alto, al regime fascista.

Imputiamo pure gli avvenimenti politici del Regno del Sud alla catastrofe che obnubilò i cervelli, disperse la ragione e scon­volse le coscienze. Ma i partiti cosiddetti liberali, democratici e cattolici, che sono quelli stessi che oggi, a trent'anni di distanza, e in verità con poco successo, si sforzano di insegnare la demo­crazia nei suoi scopi e nei suoi istituti fondamentali, avevano una ben strana concezione della Monarchia Costituzionale. In pratica, secondo i grandi cervelli politici del nostro Paese, a cominciare da Croce, nella Monarchia Costituzionale, il Parla­mento aveva il privilegio e il monopolio di tutte le posizioni co­mode, di tutte le situazioni facili e fruttifere, mentre al Re costi­tuzionale sarebbero spettati unicamente gli oneri e i guai. Si chiedeva al Re, nei momenti in cui la classe dirigente era impo­tente o troppo vile per agire secondo i propri doveri, di inter­venire personalmente con un generale, magari un Pelloux, e con mitragliatrici e cannoni, per ristabilire la situazione a favore della minoranza incapace e codarda, salvo ad essere dopo vili­peso e condannato da quegli stessi che della sua iniziativa sareb­bero stati i beneficiari.

Ma Vittorio Emanuele III non ha mai inteso la regalità in questi termini grotteschi. Per capire a fondo, per valutare con esattezza il suo cinquantennale comportamento di Re costituzio­nale, bisogna por mente e riflettere sulla paura quasi ossessiva che egli aveva della «guerra civile».

 

La «guerra civile» sarebbe stata per l'Italia la fine del­l'unità, cioè la fine dell'Italia stessa perché il nostro Paese è «Italia», in quanto una. E, infatti, l'unità territoriale politica e morale era, insieme, origine e fondamento della Monarchia Costituzionale: il Re era soprattutto il rappresentante ed il cu­stode dell'unità della Patria. Anzi, questa unità, nel senso più concreto e profondo, era anche, specialmente nel nostro Paese, creatrice e condizionatrice di indipendenze e di libertà. Senza una forte unità, in Italia non è possibile avere né una effettiva indipendenza, né sicure libertà civili.

Questo il pensiero politico di Vittorio Emanuele III, questa la posizione che il Re costituzionale difese con ogni energia, in tutte le circostanze: dopo Monza, nel «Maggio radioso», a Peschiera, nel 1922, nel 1943, a Brindisi. Questa la eredità di Vittorio Emanuele III, che noi abbiamo apprezzato e conosciuto nell'amara esperienza di quest'ultimo quarto di secolo, che vede appunto l'unità e l'indipendenza della Patria in gravissimo e forse mortale pericolo.

In altri termini, la difesa dell'unità, retaggio prezioso del Risorgimento, la lotta ad oltranza contro i fantasmi della «guerra civile», noi possiamo riconoscerle, senza possibilità di errore, nel proclama che il «Re Giovane» emanò al Paese nel 1910, nella ricerca scrupolosa di una maggioranza, che egli fece nel « maggio radioso », nella cura che egli ebbe nella crisi dell'ottobre 1922 di consultare i capi dell'esercito, nella indicazione che egli dette ai capi della opposizione al fascismo nel 1924: a coloro che solleci­tavano, nei giorni di Matteotti, il suo intervento, il Re rispose che avessero piuttosto determinato la caduta del governo.

Nel più tragico 1940, quando le sorti dell'Italia erano sospese in bilico e Mussolini propendeva per la Germania, mentre il suo stesso partito era avverso al nazismo, Vittorio Emanuele III sol­lecitò, pur con la massima discrezione e correttezza, come testi­moniano i Diari di Galeazzo Ciano, gli scontenti della dittatura di Mussolini, a prendere delle posizioni politiche, a dichiararsi responsabilmente, a mettere in minoranza, se questo era il loro sentimento, l'assoluto potere del capo del governo.

Egli cercava, evidentemente una base politica responsabile nel Paese, perché in ogni caso, un Re costituzionale non può agire senza un fondamento popolare e maggioritario. E tuttavia, dei suoi sentimenti antitedeschi e antinazisti, il Re non fece nessun mistero.

Ma lo scrupolo unitario di Vittorio Emanuele III ebbe mag­giore risalto nel fatale 1943. A questo proposito, non abbiamo da far polemica, perché possiamo attenerci ai soli documenti che sono di pubblico dominio. Nel primo semestre del 1943, quando era chiaro a tutti che l'Italia aveva ormai perduto la guerra e che le forze militari del nostro Paese erano praticamente dissolte, e le nostre preziose città esposte inermi all'invasione e all'offesa aerea del nemico, si vennero formando due correnti di opinione, una fascista, l'altra antifascista. Ambedue queste correnti erano con­trarie al proseguimento della guerra. Ambedue queste correnti erano contrarie al proseguimento della guerra, all'alleanza col nazismo, alla dittatura di Mussolini, e chiedevano con angosciosa premura la fine del regime e la pace separata. Queste aspirazioni o propositi erano comuni non solo ai più numerosi ed autorevoli gerarchi del fascismo, agli esponenti più qualificati delle Forze Armate, ma anche a tutti i partiti politici clandestini, ai liberali, ai socialisti, ai comunisti, ai democratici del lavoro, ai democri­stiani che erano, in quel primo semestre del 1943, molto attivi e tenevano frequenti riunioni sotto la presidenza del Collare della Annunziata Ivanoe Bonomi.

Il coacervo di queste opposte tendenze era praticamente tutto il popolo italiano. Orbene, tutti o quasi tutti gli esponenti del popolo italiano, furono d'accordo nel luglio del 1943, nel rimettere nelle mani del Re ogni potere, ogni iniziativa, ogni responsabilità. Si riteneva che solo il Re potesse guidare il Paese in quella che appariva come l'ultima ora della sua storia. Si direbbe che l'unità degli Italiani, nel momento del supremo pericolo si fosse rifatta, quasi unanime, nel nome di Vittorio Emanuele III.

Questo fatto straordinario, che gli storici trascurano, o igno­rano volutamente, può essere riscontrato nei documenti: l'ordine del giorno, votato a grande maggioranza dal Gran Consiglio Fa­scista, invitava il Re a riprendere l'esercizio di tutte le sue pre­rogative, e cioè il comando effettivo delle Forze Armate e la facoltà di dichiarare la guerra e stipulare la pace, che gli ricono­sceva l'ormai tanto antico e tanto violato Statuto Albertino; l'al­tro documento e il passo che il Collare dell'Annunziato Ivanoe Bonomi fece presso il Re, in rappresentanza di tutti i partiti antifascisti nel quale si invocava l'iniziativa e l'intervento di Vittorio Emanuele per determinare la caduta del fascismo e salvare l'Ita­lia dalla catastrofe.

Vittorio Emanuele ascoltò attentamente la parola di Bonomi, e quando costui osservò, con tono di velata minaccia, che nella vicenda poteva andarci di mezzo il trono, rispose semplicemente e testualmente: la Nazione può sempre fare quel che vuole. Tutto questo si può leggere nelle Memorie di Ivanoe Bonomi.

Ma quando il Re ebbe nelle mani tutte le prove certe delle vere aspirazioni del popolo italiano, del generale bisogno di sal­vezza, di pace e di libertà, e soprattutto dell'appello universale che nel momento dell'estremo pericolo si rivolgeva a lui, e solo a lui, egli agì senza esitazioni, senza riserve, senza minimamente calcolare il suo rischio personale, senza recriminare in quel momento sulla ingratitudine e il tradimento che avevano portato l'Italia in quelle disperate condizioni, senza considerare il fatto, veramente tragico, di essere in quelle circostanze disperatamen­te solo.

Egli non aveva, per potere agire che alcuni vecchi e obbedienti generali senza comando, a parte Ambrosio, il ministro della Reale Casa Duca d'Acquarone, il comandante dei carabinieri Ge­nerale Cerica, e cento carabinieri nella Capitale. Mentre l'Italia, a parte le milizie fasciste, e specialmente Roma, era già salda­mente occupata dai tedeschi.

In quelle condizioni, solo un pazzo, un eroe o un santo, poteva pensare di cavar fuori l'Italia dal disastro. Ma, malgrado tutto, il miracolo, l'incredibile miracolo, venne compiuto.

Quando, prima del 25 luglio, il Re ordinò a Badoglio di preparare una lista di Ministri, e il Maresciallo gli portò i nomi di Marcello Soleri, di Luigi Einaudi, di Orlando e di altri giovani virgulti, Vittorio Emanuele desolato disse: Ma i sunt des réve



nantes,
(Ma sono dei fantasmi!). Il Marchese del Sabotino rispose: Anche noi Sire, siamo dei fantasmi.

Ma il Re non era un fantasma. In quel momento egli era il più giovane e vivente degli italiani disposti a combattere per la vita e la salvezza del popolo. In quella lotta disperata, Vittorio Emanuele III gettò tutta la sua esistenza, sacrificò ogni suo in­teresse di uomo e di Re. Vittorio Emanuele III gettò tutta la sua esistenza, sacrificò ogni suo in­teresse di uomo e di Re. Egli avrebbe potuto rispondere, alle sollecitazioni che gli venivano da ogni parte, con l'abdicazione,

che sarebbe stata per lui e per la Dinastia, una via di uscita logica e legittima. Invece, egli prese la croce, la pesantissima croce, e bevve il calice del sacrificio fino all'ultima goccia.

Riuscì a tirar fuori l'Italia dalla guerra; riuscì a sottrarsi ai nazisti, che catturando lui, in quel momento, avrebbero annullata la pace separata, come del resto fecero in Ungheria. Riuscì a Brindisi, con pochi, sfiduciati e non sempre fedeli collaboratori, a risalire la china, a riconquistare a poco a poco la autonomia e la sovranità. Riuscì a ricostituire delle Forze Armate combattenti che entrarono in linea a fianco degli alleati per contribuire alla liberazione del nostro Paese. Riuscì a resistere validamente ai partiti politici che volevano fare politica e operare trasformazioni nelle retrovie degli alleati, in istato di occupazione militare, men­tre l'unico compito che il Governo italiano legale doveva assol­vere in quel momento era la esecuzione scrupolosa dei patti di armistizio, che contenevano un formale impegno di liberazione dell'Italia: a patto che gli italiani avessero combattuto i tedeschi.

Per questo, egli conservò il suo potere di Re costituzionale fino all'ultima ora, impassibile innanzi ai tragici dolori privati che lo colpirono, — una figlia, la principessa Mafalda, morta in campo di concentramento nazista, un genero, Re Boris di Bulgaria, assassinato dai nazisti — imperturbabile innanzi alle ingiurie, alle calunnie, alle ingratitudini, ai tradimenti, alle umiliazioni. Tutto, egli soffrì per il suo popolo, per l'unità, per l'indipendenza, per la libertà del suo popolo.

Quando l'opera fu compiuta, e furono gettate le fondamenta della ricostruzione, Vittorio Emanuele III abdicò. E volle morire in Egitto, per condividere l'amara sorte dei suoi gloriosi soldati caduti ad El Alamein: l'ultimo grande atto di amore di un gran­de Re.

Dobbiamo trarre un insegnamento e un monito, in questo centenario, della vita e delle opere di Vittorio Emanuele III?

Certamente. E lo faremo non in chiave polemica, anche se così sembrerà, ma in una fredda registrazione dei fatti.

È un fatto, per esempio, che Vittorio Emanuele III è stato un Monarca costituzionale perfetto. Anzi, troppo perfetto, e que­sto «troppo» potrebbe essere inteso anche come critica ideale. Ma il Re, nella sua lunga vita, nella sua complessa opera, ha sem­pre custodito con estremo scrupolo, l'unità territoriale, morale e politica, e la indipendenza del nostro Paese. La sua persona e la sua Casa, si sono sempre identificate con l'unità e l'indipen­denza. Egli è stato sempre il Re degli Italiani, del popolo italiano, e non mai dei partiti politici. E per questo egli ha sempre ricer­cato una corrispondenza diretta col popolo, con la maggioranza concreta del popolo.

Ma il «troppo costituzionale», che ho testè pronunciato, suo­na viceversa, come condanna delle classi dirigenti del nostro Pae­se, che raramente hanno rispettato le regole di una Monarchica costituzionale, le regole di un corretto gioco democratico, che più frequentemente hanno tradito e il popolo e il Re costituzionale. Li hanno traditi, soprattutto ogni volta che sono fuggiti codar­damente innanzi alle loro responsabilità. Diremo, — e questo è un altro fatto, — che le classi dirigenti non meritavano, o non erano abbastanza mature per avere un Re come Vittorio Emanuele III.

Separandosi dal figlio, a Napoli, all'atto dell'abdicazione, Vit­torio Emanuele II disse: «posso aver sbagliato». Nessuno della classe dirigente italiana, della generazione del Re, non Croce, non Giolitti, non Salandra, ha mai avuto il coraggio civile di dire altrettanto.

È stato tanto facile e tanto comodo, per le classi dirigenti del nostro Paese, nell'ora dell'estremo pericolo, avere un Re efficiente a cui ricorrere, un Re capace di compiere quello che le classi dirigenti non avevano il coraggio fisico e morale di fare.

Le classi dirigenti italiane sono sempre le stesse; le stesse del '46, del '43, del '22, del '15, del '900. Socialisti, cattolici, libe­rali ... Se dovesse venire per il nostro Paese un'altra ora di «estremo pericolo», a chi ricorreranno i partiti italiani, che hanno una così lunga e consolidata tradizione di diserzione po­litica e di fuga dalle responsabilità?

Non daremo risposta a questa ovvia domanda, per rispetto al grande Re di cui celebriamo il centenario. Ma dobbiamo ri­cordare, a mo' di insegnamento e di monito per le giovani ge­nerazioni, che la figura di Vittorio Emanuele, custode della unità della Patria, deve essere evocata, oggi che l'unità e l'indipenden-.za della Patria corrono gravissimo pericolo, oggi che si sta dis­solvendo la forma concreta dell'unità, cioè lo Stato.

Il mondo e noi stessi, assistiamo da venticinque anni a quel­lo che ironicamente si chiama il «miracolo italiano». È un miracolo, infatti, essere partiti da zero non solo per ricostruire, ma per portare avanti il Paese fino a fargli raggiungere il settimo posto fra le prime dieci potenze industriali.

A chi attribuiremo il merito di questo «miracolo»? Alle classi dirigenti? Certamente no, e su questo tutti sono d'accordo. Lo attribuiremo alla forza vitale e all'unità del popolo italiano. E quando diciamo forza vitale e unità di questo popolo, diciamo Monarchia. Perché se gli italiani vivono e lavorano come popolo, lo devono ad un «miracolo» di Vittorio Emanuele III. I nemici d'Italia, che sono molti, dentro e fuori, non sono riusciti a di­struggere l'opera del Grande Re.

Uno scroscio prolungato di applausi e grida di evviva all'in­dirizzo della Casa Sabauda coronano il discorso dell'On. Covelli che era stato attentamente seguito dal folto pubblico che gremiva la Sala, e che in più momenti aveva espresso il proprio entusiasmo alle parole dell'oratore.

mercoledì 14 aprile 2021

Discorso commemorativo dell'on. prof. Alfredo Covelli nel centenario della nascita di Re Vittorio Emanuele III - terza parte

 


Eppure, né Vittorio Emanuele III, né Giovanni Giolitti erano colonialisti. Il Re specialmente, aveva sempre manifestato, anche al tempo della prima guerra etiopica, la sua personale avversione per la politica coloniale. Ma la costa Mediterranea Ma la costa Mediterranea dell'Africa, e in particolare i vilaiet turchi della Tripolitania e della Cirenaica, minacciati di occupazione da parte di altre potenze, e forse addi­rittura della Germania, era un gravissimo problema che interes­sava con estrema urgenza la sicurezza stessa del nostro Paese.

Nel periodo successivo al primo quindicennio del secolo, cioè tra il 1915 e il 1918, si verificarono due altri «interventi», se così posso esprimermi, di Vittorio Emanuele nella vita e nella politica d'Italia: due interventi che ebbero obiettivamente enormi e decisivi riflessi in campo internazionale.

Il primo, appunto, è il «maggio radioso», l'intervento del­l'Italia nella prima guerra mondiale, quella che dev'esser detta la quarta guerra dell'indipendenza perché conseguì la liberazione del Trentino e della Venezia Giulia. Ma in che cosa consistette l'intervento decisivo del Re costituzionale? Ora che i documenti di quel periodo sono noti e acquisiti, la verità sull'intervento del­l'Italia nella prima guerra mondiale, può esser detta con poche, precise, obiettive parole; con parole scevre di qualsiasi polemica passata o presente.

Dopo avere, con la dichiarazione di neutralità nel 1914, let­teralmente salvata la Francia da una immediata disfatta, l'Italia, nella primavera del 1915 era profondamente divisa. La parte più giovane, e, insieme, la parte più tradizionale e risorgimentale del nostro popolo, esigevano l'intervento immediato a fianco dei popoli dell'Intesa; mentre la maggioranza dei deputati, anzi la grande maggioranza della Camera che seguiva il pensiero politico di Giovanni Giolitti, era risolutamente avversa all'intervento, e favorevole al mantenimento della neutralità ed alla stipulazione di un misero e precario accordo territoriale con l'Austria-Ungheria.

Questa maggioranza giolittiana e neutralista, si affermò pub­blicamente ma in sede extra-parlamentare, deponendo i biglietti da visita dei suoi componenti nella portineria di casa Giolitti, il giorno che l'«uomo di Dronero» ritornò a Roma. Subito, il Presidente del Consiglio Salandra, che era interventista, si dimise, per «sensibilità». Aperta la crisi, nelle consultazioni di rito, il Presidente del Consiglio dimissionario, il Presidente del Senato e il Presidente della Camera, indicarono al Re il capo della oppo­sizione, cioè Giovanni Giolitti padrone di una sicura e salda mag­gioranza. Vittorio Emanuele convocò Giolitti: ma l'uomo di Stato, che era detto scherzosamente «Palamidone», osservò che in quel momento di animi troppo accesi, la sua persona fortemente impopolare era la meno indicata sia per risolvere la crisi, sia per condurre in porto, con ragionevole vantaggio, le trattative con l'Austria: la vocazione neutralista di Giolitti era fin troppo nota alla nostra nemica ereditaria. Piuttosto, l'uomo di Dronero consi­gliava al Re di chiamare il Presidente della Camera on. Marcora, che era un vecchio patriota del Risorgimento di sinistra, e giolittiano fidatissimo.

Vittorio Emanuele III si guardò bene, (ed era nel suo pieno diritto di sovrano costituzionale), dal seguire il consiglio e l'opi­nione di Giovanni Giolitti. Egli fece un ragionamento, anch'esso strettamente costituzionale. Il ministro Salandra, egli si disse, non si è dimesso in conseguenza di un responsabile voto di sfiducia della Camera; ma per un voto irresponsabile e sentimentale espresso con trecentocinquanta biglietti da visita. Dunque, l'unica cosa seria e responsabilmente corretta da fare in quel momento, era di rimandare il ministro Salandra alla Camera perché sollecitasse il voto. Le crisi extra parlamentari non devono essere am­messe in un regime parlamentare e democratico.

Infatti, il ministero Salandra si ripresentò alla Camera e, in luogo di essere battuto da almeno trecentocinquanta voti, venne confermato da più di trecentocinquanta voti di fiducia. In altri termini, i trecentocinquanta giolittiani neutralisti, che avevano votato in privato per Giolitti, in pubblico e nella Camera votarono per Salandra e per la guerra.

Quel voto fu determinante di molte cose, buone e cattive. La prima, fu la guerra, che non era solamente di indipendenza; ma anche, nella tradizione del Risorgimento, di liberazione dei popoli oppressi dagli Imperi Centrali. Ancora una volta l'intervento del­l'Italia salvava l'Intesa in extremis: si era verificata, tra la fine del quattordici e il principio del quindici, una gigantesca ritirata sul fronte Russo; l'apertura del fronte italiano avrebbe ritardato di due anni il crollo dell'Impero Zarista, e impediva agli Imperi Centrali di concentrare enormi forze sul fronte anglo-francese. Ma il «maggio radioso» vide anche la prima morte della classe dirigente italiana, di quella sinistra democratica che nel 1876

aveva battuto la Destra storica.   

Non diremo in questa sede del coraggio, dell'eroismo, della lunga tenacia, degli immensi sacrifici di sangue con i quali tutti le componenti del popolo italiano parteciparono a quella guerra, sotto la guida di Vittorio Emanuele III. Diremo solo di un altro intervento del Re e per questo faremo due nomi tragici e gloriosi: Caporetto e Peschiera.

Il Primo Ministro d'Inghilterra Lloyd George e il Presidente del Consiglio Francese Painlevé, alle prime notizie del disastro di Caporetto, cioè del totale sfondamento del fronte italiano, della quasi totale dissoluzione del nostro esercito e della rapida avan­zata delle Armata Austro-Ungarico-Tedesco-Bulgaro-Turche, ave­vano ordinato che quattro divisioni francesi e due inglesi fossero immediatamente accorse in Italia. Era evidente che il compito di queste truppe era quello di creare una linea di copertura delle Alpi francesi, nel caso che il disastro italiano fosse stato veramente irreparabile. Ma prima di impegnarsi nella organizzazione di una più avanzata linea di difesa, gli alleati volevano sapere se si poteva ancora contare sull'esercito italiano e su un suo comando efficiente al quale, in definitiva, sarebbe stata affidata anche la sorte delle loro preziosi divisioni.

Francesi e inglesi si incontrarono a Rapallo con gli italiani. Da una parte Lloyd George e sir William Robertson, Painlevè e Foch; dall'altra Orlando, Sonnino e Porro Sottocapo di Stato Maggiore, che passava per essere un gran cervello di guerra.

Non seguiremo, per accertare la verità su quel tragico mo­mento della nostra storia, i racconti di illustri giornalisti, come Ugo Ojetti e Otello Cavara, che dissero decisivo l'intervento del Re, né le pseudo storie dei repubblicani e dei faziosi i quali affermavano che non vi fu nessun intervento decisivo del Sovrano. La verità si trova ampiamente descritta nelle Memorie di Lloyd George.

Gli alleati non erano venuti a Rapallo per sentirsi raccontare delle chiacchiere. Essi volevano sapere se esisteva ancora un alto comando italiano e un esercito italiano insieme al quale una armata anglo-francese potesse combattere senza correre ri­schio di essere travolta in un nuovo disastro. Il quesito posto in questi termini, equivaleva a porsi la domanda se valeva la pena di compiere uno sforzo per salvare l'Italia, o se convenisse piut­tosto abbandonarla a se stessa. Il giudizio dei due massimi esperti militari, Robertson e Foch, era totalmente negativo. Lloyd George e Painlevé sentirono i delegati italiani. Colui che riferì sulla nostra situazione militare fu il Generale Porro, e il giudizio di Lloyd George fu totalmente sfavorevole.

Insomma, nel corso della Conferenza di Rapallo venne presa in considerazione la proposta di stabilire la linea di difesa sul Piave, e Orlando invocò con estremo calore l'ausilio di almeno quindici divisioni alleate e di molta artiglieria; ma gli alleati non riuscirono ad ottenere informazioni esatte sulla nostra situazione militare, sulle quali fondare delle decisioni che implicavano l'im­piego e il rischio di numerose divisioni sottratte alle non copiose riserve del fronte occidentale. Insomma, alla fine della Conferenza Lloyd George e Painlevé non avevano altro che le informazioni totalmente negative di sir William Robertson e di Foch.

Comunque, nelle sue memorie, il primo ministro inglese narra che la conferenza venne «interrotta» a Rapallo e ripresa a Peschiera alla presenza del Re. Si tenga presente che Lloyd George è un liberale: i giudizi contenuti nelle sue memorie sono sempre equi e moderati. Egli si guarda bene dal dire alcunché che possa menomare la classe dirigente del nostro Paese. Tutta­via, dopo aver dato fugaci riassunti della Conferenza di Rapallo, egli pubblica integralmente il verbale dell'incontro di Peschiera che definisce «storico». Da questo verbale risulta che Vittorio Emanuele fece una diffusa e approfondita analisi della situazione indicando minuziosamente le cause della disfatta e le possibilità di recupero e di resistenza.

Lloyd George scrive testualmente: Io sono stato molto impressionato dalla calma e della forza che egli dimostrò in una occasione come quella in cui il suo Paese e il suo trono erano in pericolo. Egli non tradì alcun segno di timore o di depressione. Pareva ansioso solamente di cancellare in noi l'impressione che il suo esercito fosse fuggito e trovava mille spiegazioni e giustifi­cazioni per questa ritirata.

Il Re aveva cominciato col dichiararsi addolorato che la Conferenza di Roma non avesse seguito il consiglio di Lloyd George. Costui replicò dichiarandosi spiacente che il Re non fosse stato presente nella Conferenza nella quale egli aveva sostenuto la necessità di centrare gli sforzi sul fronte italiano. A questo punto, il verbale riferisce che il Re d'Italia osservò che «egli non aveva sempre la opportunità di vedere effettuate le sue idee ».

È in questo documento che noi abbiamo la misura dell'interessamento, diremo così professionale, che il Re portava alla direzione della guerra; ma abbiamo anche una nuova prova dei limiti rigorosamente costituzionali che egli imponeva alle sue azioni.

Vittorio Emanuele, nella conferenza di Peschiera, difese cavallerescamente il generale Cadorna e spiegò minuziosamente i meriti e il valore del generale Armando Diaz, che lui stesso aveva scelto per succedere allo sconfitto. Non aveva scelto il Duca d'Aosta comandante invitto della Terza Armata, popolarissimo in Italia. Ma perché? Il Re dette, successivamente la spiegazione a Leonida Bissolati, ministro socialista, repubblicano e soldato, che la riferisce nel suo diario. Egli non si nascondeva che il crollo della linea del Piave avrebbe potuto mettere l'Italia nella impos­sibilità di continuare la guerra. In questo caso, egli avrebbe abdi­cato per sé e per il figlio. L'uomo adatto a salvare la dinastia e a stipulare una pace separata, sarebbe stato proprio il Duca d'Aosta. Egli non voleva rischiarare la popolarità del coman­dante della Terza Armata in una nuova, irreparabile disfatta.

Comunque, il verbale di Peschiera riferisce che ad un certo punto, Lloyd George e Painlevé chiamarono sir William Robert-son e Foch, e impartirono le necessarie istruzioni per fare avanzare immediatamente le sei divisioni anglo-francesi. Questa è la storia. Nei tre momenti decisivi della vita del nostro Paese, nella crisi del regicidio, nel «maggio radioso», nella crisi di Caporetto, il giudizio e la iniziativa del Re avevano esercitato una funzione decisiva e risolutiva.

Ma bisogna aggiungere che nella prima battaglia del Piave l'intervento dell'Armata anglo-francese non fu necessaria. Giovò, invece, l'artiglieria alleata, che però venne ritirata tre mesi dopo il Piave. E si deve anche ricordare che, sotto la guida del Re, dopo Caporetto, tutte le discordie, i contrasti e gli odi si placa­rono, e tutto il popolo, cattolici, socialisti e neutralisti compresi, si schierò idealmente sul fronte contro l'invasore. Gran numero dei disertori dell'Italia Meridionale e della Sicilia si costituirono per andare a combattere.

Nel 1919-23 e nel 1943-46, si ebbero gli altri due momenti della nostra storia unitaria, in cui l'intervento del Re risultò deci­sivo. Momenti neri e interventi discussi; ma non per questo meno grandi ai fini della Patria.

Nel 1919, il governo della Vittoria con Orlando, Sonnino, Nitti era tutto di origini «giolittiane»: tutti i ministri liberali di destra o di sinistra, democratici, radicali, riformisti, erano vecchi amici o discepoli dell'uomo di Dronero, anche se nel corso degli ultimi durissimi anni, si erano sinceramente convertiti alla guerra, per spirito e disciplina nazionali, più che per vera convinzione politica. Anche la maggioranza della Camera, come quella del Senato, era di origine e sentimenti giolittiani e socialisti. Per questo, il ministero Orlando-Sonnino non prese subito dopo la Vittoria, il logico provvedimento che era stato, invece, adottato in Inghilterra da Lloyd George e in Francia da Clemenceau, cioè lo scioglimento delle Camere e le elezioni generali, tanto più che la legislatura del 1913 era arrivata al suo naturale termine. E per questo, il ministero Orlando-Sonnino, controllato da un Parla­mento intimamente giolittiano, neutralista e disfattista, che aveva ripreso tutti i suoi spiriti, essendo cessate tutte le restrizioni di guerra, fu debole, anzi debolissimo sostenitore della Vittoria.

Giolitti e i giolittiani manifestarono subito ed apertamente la intenzione di liquidare al più presto possibile, la guerra, le sue «bardature», le sue conseguenze, ed anche in molti aspetti la stessa Vittoria. Quando il ministero Orlando-Sonnino, clamo­rosamente battuto nella Conferenza di Versailles, dove non aveva saputo né difendere la Dalmazia, che ci sarebbe spettata in virtù del Trattato di Londra, né salvare Fiume italiana, che ci sarebbe spettata in virtù dei Quattordici punti, cadde anche nella Camera, gli successe un democratico di sinistra puro giolittiano, France­sco Saverio Nitti, che alla liquidazione della guerra procedette sul serio. Smobilitato l'esercito, smobilitata l'industria di guerra, concessa la più larga amnistia ai disertori, si creò nel Paese una massa sterminata di disoccupati, di delusi, di scontenti, di spo­stati. E in queste condizioni si fecero delle elezioni naturalmente di «sinistra», col suffragio universale e la proporzionale. E non meno naturalmente, uscirono dalle urne solo due piccole pattu­glie di nazionalisti e di repubblicani, una maggioranza molto incerta di liberali e democratici sociali, cioè «giolittiani», e cento popolari e centocinquanta socialisti, che non erano più quelli di Turati e di Treves; ma in gran parte condizionati dai comunisti.

Durante il travagliato ministero Nitti, tra il 1919 e il 1920, l'entrata nel gioco parlamentare di due grandi e organizzati partiti di massa, il popolare e il socialista, che avevano programmi poli­tici estranei e avversi agli ideali del Risorgimento, la divisione della gran massa dei disoccupati, dei delusi e degli scontenti in due ali divaricate, l'una a destra, l'altra a sinistra, l'impresa dannunziana di Fiume, crearono nel nostro Paese una prima atmo­sfera di guerra civile.

Le violenze e gli illegalismi cominciarono a moltiplicarsi, le risse politiche, con omicidi e ferimenti, frequentissime, i reduci protestavano con estrema energia per la «Vittoria mutilata», i sindacati davano alle agitazioni sociali un piglio sempre più rivoluzionario. In questi frangenti, si ebbe la illacrimata sepoltura del governo Nitti. Le parti migliori del Paese credettero che fosse finalmente ritornata l'ora di Giovanni Giolitti, del tauma­turgo politico, del toccasana parlamentare.

Ma quali erano il programma e le intenzioni di Giolitti? Egli aveva un programma di «sinistra», un programma che oggi, a mezzo secolo di distanza, sarebbe ovvio, ma che nel 1920 non era che astrattamente democratico; anzi nella realtà del tempo appariva come un programma di vendetta. In altri termini, Giolitti richiedeva prima di tutto una riforma dell'art. 5 dello Statuto, per modo che non fosse possibile al Re né dichiarare la guerra, né stipulare la pace, né contrarre impegni con altri Paesi, senza i] preventivo consenso del Parlamento. Voleva non solo che fosse tolto al potere esecutivo la facoltà di prorogare la sessione del Parlamento e che venisse abbandonata la consuetudine di adottare provvedimenti per decreto-legge, ma che fossero fatte severe e approfondite inchieste sul modo come erano stati esercitati i pieni poteri nel corso di cinque anni di guerra. Voleva, inoltre, che fossero liquidate le posizioni di politica estera ancora pendenti, e si proponeva di sottoporre a revisione i contratti di forniture di guerra per procedere all'avocazione dei sopraffitti e di isti­tuire la nominatività dei titoli per poter procedere a larghe falcidie dei patrimoni privati.

Come si vede, era una vendetta spietata sulla guerra, su chi l'aveva voluta, su chi l'aveva combattuta, e soprattutto sul Re. Ma il ministeriato diretto di Giovanni Giolitti fu l'ultimo, e molto breve. Egli non riuscì a varare l'intero suo programma di riforme; ma ebbe tempo di assumere, nei confronti dei contrasti che lace­ravano sanguinosamente il Paese, una singolare posizione di neutralità. Questa posizione venne assunta e mantenuta dal Giolitti e dai suoi luogotenenti Bonomi e Facta fino alle estreme conseguenze, fino alla definitiva catastrofe politica.

La neutralità dei demo-liberali-giolittiani, che avevano sem­pre temuto d'essere qualificati come conservatori e reazionari dei socialisti, consisteva nel concedere largamente all'estrema sini­stra sui piani del programma e dell'attività legislativa, e nell'in­coraggiare segretamente, e persino armare e proteggere quelle che essi chiamavano, in sede privata, la «sana reazione» del Paese. Questa «reazione» era poi lo squadrismo fascista. Insom­ma, invece di fare il loro dovere, e di difendere la legalità con mezzi legali, e reprimere severamente le violenze e i turbamenti dell'ordine pubblico, i demo-liberali-giolittiani «speravano», «nu­trivano fiducia», che lo squadrismo fascista avesse spazzato via il socialismo rivoluzionario e il comunismo, per poi, restaurato l'ordine pubblico, rientrare nei ranghi demo-liberali per ringio­vanirli.

Non era una politica nuova. Essa era stata praticata, in verità con molto successo, nel primo decennio del secolo; ma le condi­zioni obbiettive del nostro Paese, e il volume e la natura delle controversie politico-sociali erano profondamente diversi. In pra­tica, le elezioni del 1921 non dettero a Giolitti una maggioranza sufficiente; ma immisero poi nella Camera Mussolini e un primo gruppo di ferventi fascisti. Il fallimento dell'occupazione delle fabbriche, lungi dal rafforzare il governo democratico, si risolve in un gigantesco riflusso delle masse dei disoccupati, dei delusi degli scontenti, che passarono dalla estrema sinistra socialista rivoluzionaria, all'estrema destra non meno rivoluzionaria.

Venne così formandosi, sotto i successivi governi di Giolitti, Bonomi e di Facta, un gigantesco partito di massa, militarmente organizzato ed armato, che agitava insieme spregiudicatamente tutte le rivendicazioni, quelle nazionali e quelle sociali, attirando nelle sue file tanto i socialisti delusi che i reduci umiliati ed offesi. Perché era accaduto in Italia, in quei tristi anni, anche l'assurdo e l'incredibile: non solo l'amnistia ai disertori, (badate bene amnistia, non condono o indulto), ma gli sputi, gli insulti, le aggressioni di cui erano fatti segno tutti gli ufficiali in divisa; un Ministro della Guerra, il Bonomi, ad essere precisi, che per riparare a questi eccessi, ordinava agli ufficiali di mettersi in borghese; quello stesso Ministro della Guerra che poi chiudeva un occhio, ed anche due, se i soldati umiliati ed offesi, cedevano armi e materiali di guerra ai fascisti.

sabato 13 marzo 2021

Discorso commemorativo dell'on. prof. Alfredo Covelli nel centenario della nascita di Re Vittorio Emanuele III - seconda parte

 

Era, dunque, fatale che, sul filo stesso dell'unità e libertà conseguite nel Risorgimento, il Regno d'Italia, organizzandosi a Stato moderno, riorganizzando le sue finanze, il suo sistema tributario, il suo credito, chiamasse a partecipare alla vita pub­blica categorie sempre più vaste, ed era fatale che queste cate­gorie esercitassero un controllo sempre più profondo. I patrioti più rigorosi consideravano questo progresso con grande preoc­cupazione, non certo perché fossero fautori di una monarchia assoluta; ma perché sapevano, avendo personalmente parteci­pato alle lotte del Risorgimento, che la Monarchia costituzionale aveva messo radici solo in una ristretta minoranza, sia pure scelta e nobilissima per opere ed ideali.

Con quale animo, con quali sentimenti, domandavano i pa­trioti, venivano nella vita pubblica le nuove categorie, in con­seguenza del progressivo allargamento del suffragio? Un giorno, avrebbero partecipato alla lotta i cattolici, con le loro rivendi­cazioni e i loro programmi. E intanto avanzavano le masse lavo­ratrici, oppresse da terribili condizioni economiche ed ispira­vano non solo i primi socialisti, i radicali, i repubblicani, ma persino i liberali della giovane generazione, come Giolitti. Questa prima, tumultuosa avanzata delle masse operaie e contadine, spinse gli agrari e i ceti abbienti più retrivi, che per loro senti­mento sarebbero stati borbonici, granducali, austriacanti, o pa­palini, dalla parte dei patrioti del Risorgimento. Si costituì di fatto un fronte unico tra coloro che nei movimenti di sinistra vedevano la palingenesi sociale coloro che vedevano in essi dei pericoli per la malcerta, malfondata, troppo recente unità.

Indubbiamente, quelle poche centinaia di migliaia di per­sone che partecipavano pienamente, consapevolmente agli ideali del Risorgimento, avrebbero preso molto sul serio il regime rappresentativo, se i diritti politici fossero rimasti un privilegio esclusivo della' loro categoria. Senonché, la caduta della Destra storica implicava necessariamente un progressivo allargamento del suffragio elettorale. Il diritto di voto si estendeva ad uomini sempre meno capaci di discernimento politico, sempre meno capaci di concepire la responsabilità dell'elettore. Era, in con­seguenza, sempre più difficile mantenere la maggioranza par­lamentare nella cerchia di uomini sicuri. Si trattava, natural­mente, di temere, e, se era possibile impedire, che la Camera dei Deputati fosse invasa da forze disgregatrici e antiunitarie.

Per queste ragioni, nei dieci tormentatissimi anni di cui stiamo discorrendo, dopo la lunga politica di rilassamento di Agostino Depretis, si era passati alla estrema destra di Crispi, alla sinistra di Giolitti; poi di nuovo alla destra di Crispi, e poi ancora ad una destra puramente nominale con Di Rudinì, che allargò bruscamente i freni. Così si arrivò finalmente al Gene­rale Pelloux e al tentativo di ridurre le libertà costituzionali. Fu certamente questo clima rivoluzionario di sinistra, ad arro­ventare il cervello del regicida Bresci.

Quello del moderato Saracco era un modesto governo di transizione che preparava il passaggio ad un liberalismo di sini­stra molto più avanzato. Ma il regicidio dimostrava che i timori patriottici dei «reazionari» erano più che fondati. I movimenti di sinistra investivano fatalmente la Monarchia. Questa non era una istituzione storica consumata dai secoli e dall'uso, che si potesse in qualsiasi momento sostituire con la Repubblica: essa era il compromesso unitario, liberamente e consapevolmente ac­cettato da tutte le componenti del Risorgimento. L'unico compro­messo possibile e valido, ancora oggi. Il crollo della Monarchia avrebbe significato non l'inizio di un esperimento mazziniano, ma un tumultuoso esperimento di affrettate e rivoluzionarie rifor­me sociali, che in quella Europa e in quella Italia avrebbero scatenata la reazione, non degli artefici dell'unità, ma delle forze retrive che erano state compresse dal Risorgimento. E che cosa se non l'unità e l'indipendenza si sarebbero perdute in quella catastrofe inevitabile? E che cosa, infatti, si è perduto nella cata­strofe del 2 giugno 1946, se non l'unità e l'indipendenza della Patria?

C'erano, dunque, in quel 1910, molte buone ragioni per restrin­gere i freni, per limitare le libertà e per ridurre il suffragio. Alle classi lavoratrici si sarebbe potuto dire che, in ultima analisi, il loro primo interesse era, appunto, nell'unità e nella indipendenza. Senza unità e indipendenza, qualsiasi conquista sociale sarebbe sfumata.

Se si fosse seguita questa politica, alla quale il Paese era psicologicamente preparato, la Dinastia vi avrebbe trovato la sua convenienza: la parte più fanatica dei «risorgimentali», si sarebbe stretta maggiormente intorno alla Corona; questa classe dirigente sarebbe stata accresciuta dall'appassionato consenso di tutti gli altri ceti conservatori. La Dinastia, insomma, si sa­rebbe fatta quella solida base nazionale di cui Umberto e Mar­gherita avevano sentito la mancanza.

Ma Vittorio Emanuele III non fu di questo avviso. Egli scelse consapevolmente la via più aperta e più rischiosa in un momento in cui, di fatto, se non di diritto, la sua opinione aveva valore decisivo. La solenne promessa di rispettare le libertà co­stituzionali, scaturita liberamente dal suo cervello, fatta in quel momento, mentre era ancora caldo il corpo esanime del padre ucciso dalle sinistre, significava respingere nettamente la tesi «reazionaria» e aderire nettamente alla tesi di Giolitti, che era un uomo di sinistra, temuto e combattuto dalla destra patriottica come un pericoloso avventuriero.

Da quel 1910 nacque progressivamente la «dittatura parla­mentare» di Giovanni Giolitti, quel periodo aureo del nostro Paese che uno storico molto brillante ed acuto, doveva denomi­nare, la «Monarchia socialista». In verità, l'Italia si è fatta — quell'Italia che, nonostante tutto, ancora dura — tra il 1900 e il 1912. Dodici anni di vita operosi sono molti nella vita di una nazione moderna: si accumulano tante energie che, poi, due o tre catastrofi non bastano a disperderle. Alla base di quel felice periodo c'è l'incontro di due uomini e di due caratteri. Un Re e un Ministro: il ministro adatto a quel Re, e il Re adatto a quel ministro, sebbene l'uno e l'altro si amassero poco o nulla. Ma erano ugualmente e armonicamente, servitori dello Stato.

Erano, tanto Vittorio Emanuele III che Giovanni Giolitti due temperamenti, per dirla in termini brutti, ma moderni, «antieroici» in senso liberale. Ma se questo era logico e normale, in un uomo come Giolitti, che era nato e cresciuto nella vecchia Sinistra italiana antieroica e sdrammatizzatrice in opposizione alla Destra storica, che era per le sue stesse origini, eroica e romantica, appariva singolare e ammirevole nel Re.

Il giovane Principe di Napoli, figlio di due più brillanti Sovrani d'Europa, di Umberto e Margherita, che regnarono con pre­stigio, con lustro, con impegno anche mondano, per rispondere agli ideali e al sentimento degli italiani che avevano fatta l'Italia una, il giovane Principe, dicevo, si era fatta una personalità e un carattere del tutto moderni; anzi, purtroppo, in grande anticipo sul livello morale, civile e democratico raggiunto dal popolo italiano. Egli volle essere, in tutti i gradi della sua rapidissima carriera, soprattutto un soldato estremamente coscienzioso e consapevole dei suoi doveri. Un soldato prima che un Principe. E come soldato venne trattato, in ogni grado, dai suoi superiori, e persino con particolare severità. (Ricorderemo, qui, per inciso, che suo genero, il Conte Calvi di Bergolo, fu sempre l'ultimo ad essere promosso). Da Principe Ereditario e da Re, Vittorio Ema­nuele si fece una vita privata estremamente semplice. Marito affettuoso, padre tenerissimo, egli era un uomo che aveva tutte le comprensioni e tutte le indulgenze che un capo deve avere in un secolo e in una società liberali; ma non aveva nessuno indul­genza, nemmeno la più piccola, per sé stesso. Egli ha condotto per tutta la vita una esistenza letteralmente spartana. Gli svaghi che si concedeva, gli hobbyes, come oggi si dice, erano quelli di un normale uomo tranquillo: la pesca, che è il rifiuto di coloro che hanno una forte vita interiore e una intensa capacità di riflessione, e la numismatica, che alcuni storici e cronisti molto sprovveduti e faziosi hanno persino deriso.

Ma se i cronisti e gli storici si lasciassero guidare da un tantino di curiosità umana e intellettuale, non pronuncerebbero dei giudizi così affrettati. La numismatica è certamente una disciplina secondaria e sussidiaria. Tuttavia, quando viene colti­vata in modo scientifico e sistematica, essa coltiva ed esalta parecchie discipline. Il numismatico si introduce profondamente nella storia delle epoche e del paese, attraverso la vita economica; il rapporto tra il peso e il valore, lo informano con esattezza sulla maggiore o minore prosperità di un certo paese in una certa epoca, sui suoi traffici, sui suoi costumi. La qualità della lega, la perfezione del conio, la bellezza dei profili, gli danno una esatta nozione del livello di cultura e di progresso di quel certo Paese. Insomma, noi siamo sicuri che un valente numi­smatico è uomo dotato di profonda cultura storica ed economica e di notevole discernimento artistico. Esattamente la sapienza e le qualità che servono ad un moderno Re costituzionale.

Per fare un paragone storico e calzante, la Famiglia Reale italiana volle essere esempio e specchio, non per un'aristocrazia, ma per una società borghese in rapida progressione, esattamente come la Regina Vittoria e il Principe Consorte erano stati specchio ed esempio dell'Inghilterra liberale e borghese.

Durante il primo quindicennio del secolo, — quello che fu detto delle Monarchie Socialiste, — si ebbero il risanamento delle pubbliche finanze, un primo avviamento dell'economia industriale, una serie di provvidenze sociali che furono le prime in Europa, un consistente e generale miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, un certo ragionevole equilibrio nella lotta di classe, la libertà di sciopero ormai pienamente acquisita, l'allar­gamento del suffragio elettorale, e persino la prima affermazione dell'Italia come grande potenza in campo internazionale.

Voglio alludere alla guerra italo-turca del 1911-12, che venne condotta con estrema preveggenza, serietà ed energia, diploma­ticamente, finanziariamente e militarmente. La guerra, di grande impegno e di notevole rischio, venne diretta da uomini di pri­m'ordine, ognuno dei quali era il «giusto uomo nel giusto posto»: Giovanni Giolitti Presidente del Consiglio, il Marchese di San Giuliano Ministro degli Esteri, il generale Conte Pollio capo di Stato Maggiore, il Generale Caneva comandante del corpo di spedizione.



mercoledì 10 marzo 2021

Discorso commemorativo dell'on. prof. Alfredo Covelli nel centenario della nascita di Re Vittorio Emanuele III

Il discorso fu pronunciato a Roma, presso il cinema Capranichetta il 9 Novembre 1969,

Abbiamo già letto la presentazione di Carlo D'Amelio e la prolusione di Falcone Lucifero.

Lo pubblichiamo in pezzi per le notevoli lunghezza e densità degli argomenti trattati.



Eccellenze, Signore, Signori

Non posso commemorare la grandezza di Vittorio Emanuele III — grande per i suoi meriti, per il suo valore e per le sue sventure — senza partire da un ricordo personale ed umano. Devo risalire al tragico settembre del 1943. Fu in quei giorni che il Comandante della IV Zona Aerea, Generale di Squadra Ferruccio Ranza, di cui ero ufficiale d'ordinanza, fece visita al Re, a Brindisi, e fu in quella occasione che ebbi l'onore di essere presentato a Lui. Non dico ora quanto avessero sconvolto il giovane ufficiale che io ero a quel tempo i fatti accaduti fra il luglio e il settembre di quell'anno nero: il 25 luglio, l'arresto di Mussolini, la caduta del fascismo, il governo Badoglio, la popolarità del Re che raggiunse in quei giorni il suo apice, l'armistizio improvviso, la partenza per Pescara e il trasferimento del capo dello Stato e del Governo a Brindisi. Ma la visione del Re, di quest'uomo di aspetto fragile e sofferto, che portava sulle spalle un cinquantennio di regno, di glorie, di dolori, di sventure, di sacrifici personali e diuturni, e che pur combatteva disperatamente, in tragica solitudine, per la salvezza del suo Paese, dette al mio animo una scossa indimenticabile, una emozione indescrivibile.

Non ricordo che cosa il grande Re disse al giovane ufficiale: l'emozione, anzi, la commozione del momento era troppo grande. Ricordo, però, che parlava dei giovani, di quello che i giovani erano per lui, e delle speranze e della fiducia che lui stesso e la Patria dovevano riporre nei giovani. Parole profondamente commosse di un Re e di un Padre. Perché un Re quando è veramente tale, anche nel più largo senso costituzionale, è anche e soprattutto il padre del suo popolo. Voglio dire che l'esercizio di un Regno, quando è veramente grande, non prescinde mai dai cri­teri, dai sentimenti, dalle motivazioni della paternità.

Aggiungo che in quel momento memorabile della mia vita, io ascoltavo le parole di un padre: di un padre così avanzato negli anni, così fragile, così stanco, così bisognoso di riposo, e che pure, malgrado gli anni e la stanchezza, combatteva per i suoi figli, impegnando nella lotta tutto quello che legittimamente possedeva, la sua gloria, il suo prestigio, la sua stessa Casa, la sua stessa vita.

A conclusione di questo ricordo, dirò che la mia fede mo­narchica, anzi la mia milizia che durano da ormai più di un quarto di secolo, si iniziano in quell'episodio, in quell'incontro.

Non voglio dire con questo che la commemorazione, la cele­brazione del centenario della nascita di Vittorio Emanuele III debba svolgersi solo e prevalentemente sul piano sentimentale e patetico. La vita e la figura del grande Re sono un fatto po­litico: il più grande e il più vasto fatto politico della nostra storia unitaria; un fatto politico che dura, vivente e palpitante, oltre la morte in esilio. Perché il Re, con tutti i suoi ideali, che sono quelli della Patria, con tutti i suoi problemi, che sono quelli del popolo, è ancora vivente nel nostro cuore, nella nostra mente, nella nostra coscienza.

Il centenario che si intitola a Vittorio Emanuele III corri­sponde quasi matematicamente al centenario dell'unità e indi­pendenza dell'Italia. Vittorio Emanuele nasce nel 1869: Roma viene liberata e annessa nel 1870. E la istituzione di Roma Capi­tale d'Italia e la cessazione del potere temporale dei papi, sono il primo, concreto principio dell'unità italiana.

Vittorio Emanuele III ha regnato per quarantaquattro anni: uno dei più lunghi regni dei tempi moderni. Egli successe al padre assassinato a Monza nel 1900, ed ebbe in tragica e pesante eredità, un Paese sconvolto dalla discordia e dai prodromi di una atroce guerra civile. L'ultimo decennio del secolo scorso era stato per l'Italia quasi insurrezionale, e si può dire che lo stesso regicidio fosse stato una conseguenza diretta delle condi­zioni anarcoidi in cui versava il nostro Paese e del disfacimento morale e materiale della classe dirigente.

Sotto l'arco del regno di Vittorio Emanuele III, nello spazio di quarantaquattro anni, si svolge una serie di grandi avveni­menti, quelli stessi che hanno non solo caratterizzato il secolo ventesimo, ma che hanno modificato, trasformato e mutato le condizioni dell'Italia, dell'Europa, del mondo, di tutta la società umana: la guerra di Libia che dette l'ultimo colpo all'Impero Ottomano e un impulso dinamico ai giovani popoli della Peni­sola Balcanica; la prima guerra mondiale e l'intervento del­l'Italia e la liquidazione degli Imperi Centrali, e la liberazione di Trento e Trieste; la rivoluzione di febbraio e quella di ottobre in Russia; la Rivoluzione Fascista, la conquista dell'Impero; l'in­tervento nella II guerra mondiale; la caduta del Fascismo, la disfatta, l'armistizio, la prima rinascita della Nazione. Questi i fatti che riempiono la prima metà di questo secolo. Troppi e troppo gravi per la vita di un solo Paese. Troppi, per la vita, sia pur lunga, di un solo Re.

Noi dobbiamo fissare la nostra attenzione, esercitare la no­stra riflessione, ed esprimere la nostra riconoscenza, su cinque momenti di questo cinquantennale Regno, tutti egualmente deci­sivi per il nostro Paese. Il primo, si colloca nel 1900, ed è l'av­vento al trono del giovane Re che «venne dal mare». Il secon­do è il Maggio Radioso. Il terzo è Caporetto o, diremo meglio, Peschiera. Il quarto è il 1922 con tutto quel che segue. Il quinto è il 25 luglio fino all'8 settembre e a Brindisi.

Negli ultimi anni del secolo scorso, la precipitosa ed irra­zionale liquidazione degli impegni africani e il brusco passag­gio, in politica interna, dal regime autoritario di Crispi alla più molle tolleranza di Di Rudinì, avevano gettato il Paese in un estremo disordine sociale. Gli scioperi, i tumulti, gli scontri di piazza con la forza pubblica divennero così numerosi e fre­quenti e sanguinosi, che si dovettero adottare misure di emer­genza. Al marchese Di Rudinì successe un generale di Corpo d'Armata, il Pelloux, che cominciò ad affrontare le agitazioni sociali con duro piglio militaresco. Milano ebbe un governatore militare, il Bava Beccaris. Difficilmente il più ottimista degli osservatori si sarebbe impegnato sulla durata della Monarchia in Italia. Negli ambienti parlamentari si faceva gran parlare di Costituente: lo Statuto Albertino pareva ormai inadeguato.

Ma, agli inizi dell'estate del 1900, un fatto nuovo venne a distrarre l'opinione pubblica; l'eccidio degli europei in Cina.

Molti marinai e molti missionari italiani avevano trovato la morte negli spaventosi massacri. Le potenze, sopraffatte in un primo momento, decisero di inviare immediatamente un corpo internazionale di spedizione. L'Italia, si può dire nelle ventiquat­tro ore, allestì e fece partire alcuni battaglioni, e si mise all'opera per preparare navi ed altre truppe.

L'impressione dell'opinione pubblica era enorme. Ogni gior­no i giornali avevano l'intera prima pagina occupata dalle no­tizie sulla Cina. Fatto impreveduto a così breve distanza dalle delusioni africane, la spedizione fu immediatamente popolare e venne accompagnata dalle generali simpatie, e persino dalla be­nedizione dei preti.

Dopo la partenza del primo convoglio, Umberto I e la Re­gina Margherita, ritornarono a Roma e poi a Monza, dove i So­vrani passavano gran parte dell'estate. Era il 29 luglio del 1900: i Sovrani avevano promesso di assistere alla manifestazione di trecento ginnasti delle società sportive. Faceva un gran caldo ed il Re non mise sulla pelle la piccola corazza d'acciaio che tutti i Re portavano in quel tempo di regicidi e di attentati, due dei quali avevano preso di mira proprio lui.

Alla manifestazione, il Re apparve di ottimo umore. Al ter­mine di essa, si congratulò col rappresentante di una società sportiva piemontese. Poi salì in carrozza. Sulla strada che me­nava alla Villa Reale, l'anarchico Bresci, arrivato appositamente dall'estero, gli sparò quattro colpi di rivoltella: tre lo colpirono, uno gli attraversò il cuore. Umberto I era morto.

L'attentatore venne sottratto al furore popolare. Erano le 22,30. Un mese prima a Pelloux era succeduto Saracco, uomo più sereno ed equilibrato. Il nuovo Re, Vittorio Emanuele III era assente: col suo piccolo yacht veleggiava in Egeo tra le Cicladi e le Sporadi. In sostanza, l'Italia era senza Re, un mese dopo la caduta di Pelloux che era stato battuto alla Camera per un disegno di legge restrittivo delle pubbliche libertà. Che cosa sa­rebbe accaduto in quelle circostanze? C'era effettivamente da aver paura. Invece, non accadde nulla di grave ed irreparabile. Anzi, secondo la intima logica del popolo italiano, le cose co­minciarono a raddrizzarsi. La crisi del regime unitario e di Casa Savoia era stata seguita con intima soddisfazione da larghi strati di scontenti: da coloro che rimpiangevano i Borboni, il Granduca, gli Asburgo-Lorena; dai cattolici ancora offesi dalla caduta del potere temporale; dai seguaci di Mazzini e di Cattaneo. Se si fosse adottato il suffragio universale ed ognuno avesse votato secondo il proprio sentimento, dopo Adua, il regime unitario sarebbe caduto sotto una larga maggioranza.

Senonché, la uccisione di Umberto I richiamò bruscamente e tragicamente gli Italiani al senso della loro responsabilità e dei loro interessi. La liquidazione si sarebbe fatta a vantaggio di chi? Non certo a profitto del passato. Essa avrebbe favorito la instaurazione di esperimenti radicali e socialisti che ripugna­vano alla maggioranza del Paese, che non era ancora sufficiente­mente maturo. Non mancava, nella pubblica opinione, la nota sentimentale. Dopo tutto, Umberto era stato davvero un Re buono. Che fosse un uomo di coraggio, nessuno lo metteva in dubbio: lo aveva provato sul campo di battaglia, e a Napoli, tra i colerosi.

Ci vollero due giorni per rintracciare la goletta di Vittorio Emanuele. Il nuovo Re, appena ebbe a disposizione un tele­grafo, — non aveva vicino uomini politici che lo consigliassero — telegrafò al Presidente del Consiglio per approvare il suo ope­rato e per concedergli la sua fiducia. Il primo suo pensiero, fu quello di rafforzare il Governo, che aveva, naturalmente, rice­vuto una terribile scossa.

Sbarcò a Reggio Calabria, attraversò la penisola in un treno dalle tendine abbassate, e arrivò finalmente alla presenza del Padre, che lo attendeva in un bagno di alcool. Senza un istante di esitazione, il giovane principe, che certa stampa legittimista francese aveva giudicato, pochi anni prima, incapace di regnare, lanciò al popolo italiano un proclama: «Al Re venerato e rim­pianto sopravvivono le istituzioni che Egli conservò lealmente e giunse a rendere incrollabili nei ventidue anni del Suo Regno.

«Queste istituzioni sacre a me per le tradizioni della mia Casa e per amore caldo di Italiano, protette con mano ferma ed energica, da ogni insidia o violenza da qualunque parte esse vengano, assicureranno, ne sono certo, la prosperità e la grandezza della Patria.       

«Così mi aiuti Iddio e mi consoli l'amore del mio popolo, perché io possa consacrare ogni mia cura di Re alla tutela della libertà e alla difesa della Monarchia, legate entrambe, con vin­colo indissolubile, ai supremi interessi della Patria».

Questo proclama, direi di prammatica in ogni successione ereditaria nelle monarchie costituzionali, era tutto di pugno e di pensiero del giovane Re, ed aveva un enorme significato poli­tico per l'Italia del tempo così vicina all'estrema rovina.

E' fuori discussione che il messaggio lanciato al Paese ri­spondesse esattamente all'idea che egli si era fatta sulla situa­zione politica. Se il proclama fosse stato redatto ed approvato dal Consiglio dei Ministri, sarebbe stato più che normale e costi­tuzionale. Viceversa, noi sappiamo per testimonianza degli stessi componenti del Ministero Saraceno che un proclama venne, sì, preparato dal ministro Gianturco, che si recò dal Re per sotto­porglielo. Senonché Vittorio Emanuele ringraziò il Ministro della sua fatica e gli porse il proclama che egli stesso aveva com­posto; i concetti in esso contenuti erano così chiari e corag­giosi, così aderenti alla realtà e agli interessi del Paese, che il Governo non poteva non essere d'accordo.

Intendiamoci. Gli ultimi dieci anni del secolo, culminati poi nel regicidio di Monza, si erano svolti attraverso gravissimi e sanguinosi travagli. Una corrente reazionaria c'era in Italia; ma non tale da giudicarsi come tutte le reazioni, come il partito dei retrivi e degli oscurantisti.

Gli esponenti più audaci e combattivi di questa «reazione», si chiamavano Ruggero Bonghi, Sonnino, Spaventa. Lasciamo da parte Crispi, che veniva invece dall'estrema sinistra e che può essere variamente giudicato. Nessuno, però, poteva mettere in dubbio il patriottismo di quei reazionari, né il loro sincero attac­camento alla causa dell'unità e ai miti del Risorgimento. Anzi, del Risorgimento e dell'unità essi erano i fanatici e alcuni di loro persino protagonisti.

Il dissidio politico più profondo verteva sul significato da dare allo Statuto Albertino. Secondo la lettera e lo spirito origi­nario, i ministri derivavano il loro potere dalla fiducia del Re, non da quella del Parlamento. La sinistra, invece, che aveva conquistato il potere nel 1876, chiedeva che il Re desse l'inve­stitura agli uomini designati dalla fiducia del Parlamento. Il dilemma era, dunque: monarchia parlamentare o regime par­lamentare? In realtà, conviene osservare per inciso che una monarchia costituzionale, come quella che auspicavano i «rea­zionari» dell'età umbertina, il Sonnino del Torniamo allo Sta­tuto, e il Bonghi dei Doveri del Principe, era possibile solo in teoria. Infatti, ci insegna la storia delle libertà parlamentari in­glesi, che basta una sola franchigia per mutare di fatto un regime costituzionale fermo, in un regime parlamentare progressivo. Basta che il Re acconsenta a privarsi del diritto di imporre tri­buti. Se egli non può imporre tributi senza il libero consenso di coloro che dovranno pagarli, i contribuenti hanno il mezzo per conseguire una dopo l'altra, tutte le libertà. Se la borsa rimane saldamente nelle mani dei cittadini, il Re dovrà neces­sariamente venire a patto con i suoi sudditi e delegare ai loro rappresentanti, una dopo l'altra, tutte o quasi tutte le sue pre­rogative.