NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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martedì 10 maggio 2022

Io difendo la Monarchia

 




Io difendo la Monarchia - Introduzione

 

Io difendo la Monarchia I cap - I parte

La prima crisi del parlamento
La vittoria del 1918 e i suoi effetti - Come si venne all'intervento nel 1915 - L'intimazione della piazza al Parlamento - Il Re costretto a scegliere tra il Parlamento e l’opinione pubblica - Si fa avanti Mussolini - Le intemperanze di Milano.

Io difendo la Monarchia I cap - II parte



Io difendo la Monarchia II cap - I parte

La crisi si aggrava nel dopoguerra

La decadenza del Parlamento - Si chiama in causa la Corona - I nuovi partiti in Italia - L’atmosfera del millennio - Le forze dell’interventismo battute - La reazione fascista - Un giudizio di Bonomi e uno di Nitti – Milano e l’Italia - La crisi del 1919-1922 e quella del 1860-61 - Rivoluzione e costituzione nel pensiero di Cavour.

Io difendo la Monarchia II cap - II parte


Io difendo la Monarchia - II cap. III parte


Io difendo la Monarchia - II cap. IV parte 


 

Io difendo la Monarchia - cap III - 1

La conquista dello stato

II fascismo si prepara alla conquista dello Stato – La riforma proporzionale e le sue conseguenze sulla Camera e sui Governi del dopoguerra - Lo sciopero dell’estate del 1922: la «Caporetto» del socialismo - L’ultimo Ministero Facta - Il ricatto mussoliniano alla borghesia e alla Monarchia - L’anticipazione della «diarchia».

Io difendo la Monarchia - Cap III - 2


Io difendo la Monarchia - Cap III - 3



Io difendo la Monarchia - Cap IV - 1 

Il ricatto alla Monarchia
Fascismo e socialismo dinnanzi all’uso della violenza - L’atteggiamento dell’opinione pubblica. I fatti dell’ottobre 1922, dal Congresso di Napoli alla Marcia su Roma - I primi atti del fascismo - L’anno dei pieni poteri - La filosofia della volontà - Le prime esaltazioni retoriche degli stranieri - Restaurazione o rivoluzione? - Discussioni e Polemiche sul fascismo.

Io difendo la Monarchia cap IV - 2


Io difendo la Monarchia cap IV - 3

 

Io difendo la Monarchia cap IV - 4 


Io difendo la Monarchia cap IV - 5


Io difendo la Monarchia cap IV - 6


Io difendo la Monarchia cap IV - 7


 

Io difendo la Monarchia - cap V - 1

La grande frana
Il delitto Matteotti - Una precisa visione di Amendola - La secessione aventiniana - Il tre gennaio - Il Re attendedeva un franamento della maggioranza fascista. Egli sollecitò Turati perché l’Aventino tornasse in Parlamento - La discussione in Senato nella prima decade del dicembre 1924. - La simulazione di Mussolini - La testimonianza decisiva di un antifascista. Il Re fece il suo dovere, l’opposizione mancò al suo compito.

Io difendo la Monarchia - Cap V - 2

 

Io difendo la Monarchia - Cap V - 3


 

Io difendo la Monarchia - Cap VI - 1 

L'inganno dello stato corporativo
Il fascismo conquista tutto il potere - Raffronti con la situazione odierna - Due importanti documenti polemici - La scuola della violenza - La riforma corporativa e l'interesse degli studiosi stranieri - Come fu giudicato il fascismo tra il 1926 e il 1935 - Il patto a quattro (1933), la mobilitazione al Brennero (1934.) - Conferenza di Stresa (1933) * L'impresa di Abissinia. Essa non era inconciliabile con l'equilibrio europeo - La guerra di Spagna e il conflitto ideologico in Europa - Il vero errore di Mussolini - L'anno decisivo.

 

Io difendo la Monarchia - Cap VI - 2

 

Io difendo la Monarchia - Cap VI - 3

 

Io difendo la Monarchia - Cap VI - 4

 

Io difendo la Monarchia - Cap VI - 5

 

Io difendo la Monarchia - cap VII -1

Il Protettorato boemo, l’annessione di Memel e la questione di Danzica - La occupazione italiana dell’Albania e il Patto d’acciaio - Mussolini contro il Re- I grandi successi tedeschi nel primo anno della guerra mondiale - La battaglia di Francia e l’intervento italiano - Le disgraziate campagne italiane in Grecia, in Africa, in Russia - La necessità di uscire dalla guerra – Tutti sperano nell’iniziativa monarchica per cacciare Mussolini - L'azione dei militari e quella dell’antifascismo.

Io difendo la Monarchia - cap VII - 2


Io difendo la Monarchia - Cap VII - 3


Io difendo la Monarchia - Cap VII - 4


 

Io difendo la Monarchia - Cap VIII - 1

La caduta del Fascismo

Dal dicembre 1942 gli italiani non credevano più nella vittoria - I combattenti parteggiavano moralmente pei loro nemici - Guerra nazionale, ma più guerra civile. Bisognava uscire dalla lotta - Ambrosio, nuovo Capo di Stato Maggiore Generale - La decisione del Sovrano – La lotta clandestina - Mussolini di fronte ad Hitler al convegno di Feltre - Il 25 luglio - Governo politico o governo militare? - I tedeschi scendono in forze in Italia.

Io difendo la Monarchia - Cap VIII - 2

 

Io difendo la Monarchia - Cap VIII - 3

 

Io difendo la Monarchia - Cap VIII - 4


 

Io difendo la Monarchia Cap IX - 1

L'armistizio e la difesa di Roma

Uscire dalla guerra fascista - Le difficili trattative di armistizio - La missione Castellano - Come si giunse all'otto settembre - Si poteva difendere Roma? - Il disinvolto generale Carboni e le sue due versioni - Il diario di Stimson - Il diario di Caviglia - Il Capo dello Stato non doveva rimanere prigioniero - La serie dei tradimenti tedeschi - Non c'è terra di Europa che non abbia sofferto di un inganno germanico.

 

Io difendo la Monarchia Cap IX - 2


Io difendo la Monarchia Cap IX - 3

 

Io difendo la Monarchia Cap IX - 4

 

Io difendo la Monarchia Cap IX - 5

 

Io difendo la Monarchia Cap IX - 6


 

Io difendo la Monarchia Cap X - 1

La Monarchia parlamentare unica garanzia di libertà

Dopo due anni dalla caduta del fascismo - Come ricostituire una classe politica e una forma durevole di Governo Il Risorgimento nella storia d'Italia - Balbo e il suo «Discorso sulle Rivoluzioni » - Democrazia diretta e democrazia indiretta - La tirannia e il terrore come fondamento delle repubbliche italiane - D'Azeglio e le sue « Riflessioni» sugli «Ultimi casi di Romagna» - Vi fu mai vera democrazia in Italia? - Croce difende l'età liberale del nostro Parlamento - Come impedire una nuova dittatura - Repubblica borghese e repubblica proletaria - Il mito delle masse e la caduta della libertà - Un vecchio opuscolo di A. C. De Meis e la condanna del demagogo.


Io difendo la Monarchia Cap X - 2

 

Io difendo la Monarchia Cap X - 3

 

Io difendo la Monarchia Cap X - 4

 

Io difendo la Monarchia cap X - 5

 

Io difendo la Monarchia cap X - 6


Io difendo la Monarchia cap X - 7 

 

Io difendo la Monarchia cap X - 8


venerdì 16 aprile 2021

Io difendo la Monarchia cap X - 8

 


E a proposito della repubblica o del principato lo stesso autore avvertiva: «I sudditi di una repubblica poi: cioè quelli che non sono cittadini della dominante (nel nostro caso si può modificare la città capoluogo con il partito dominante), stanno peggio che quelli di un principe, perché la repubblica non fa parte alcuna della sua grandezza se non a' suoi cittadini opprimendo gli altri: il principe è più comune a tutti e ha ugualmente per 'suddito l'uno torne l'altro; però ognuno può sperare di essere beneficato e adoperato da lui». (1)

Nel 1868, su di una rivista bolognese, il prof. Angelo Camillo De Meis, di quella Università, pubblicava un articolo dal titolo: Il Sovrano.

L'articolo non piacque al Carducci che, sebbene collaboratore della stessa rivista e collega del De Meis, scrisse una noterella assai aspra nell'Amico del Popolo, giornale dell'Emilia per la «democrazia italiana». Alla noterella del Carducci replicò il prof. Fiorentino, calabrese, professore di storia della filosofia e amico del De Meis e poi ancora il Carducci e il De Meis. La polemica torna oggi assai attuale perché il divario di cultura, di temperamento, di condizioni sociali tra nord e sud è tornato, per effetto della guerra, delle due occupazioni straniere e della biennale separazione, assai forte e ci richiama col pensiero a quel primo periodo della nostra malferma unità.

Era il De Meis, in filosofia, un hegeliano e in politica un liberale: era Carducci nel periodo giacobino della sua attività di scrittore: tutto pieno dei fasti e dei miti della «grande rivoluzione». Il De Meis a un certo punto del suo saggio prendeva di mira i demagoghi. Egli diceva parlando dei demagoghi: «Le loro intenzioni sono generose e perfettamente disinteressate e sono innocenti del male che fanno... La colpa è della natura e più ancora della qualità della cultura e dell'indole astratta e punto moderna del loro sapere... Il demagogo non sa conoscere il progresso vero dell'apparente e falso; non sa, non può distinguere quale è il Sovrano da abbattere e quale, da rispettare; né può discernere qual sia il ministero da rovesciare e quale da appoggiare. Per lui sono tutti gli stessi: tutti i ministeri, tutti i governi e tutti i sovrani sono ugualmente da abbattere, nessuno da conservare. Astrazione è negazione. È nella natura delle cose...».

«Tale è la necessità naturale, e logica alla quale ubbidisce il demagogo. Ecco ora il metodo con il quale egli procede: Superficiale egli stesso, egli si volge alla gente superficiale e lieve, agli spiriti astratti e poco riflessivi; e quando gli par giunto il momento dell'azione poiché non ha presa sul popolo superiore, egli si accosta pian piano alla classe sensibile, scontenta del nuovo stato, che tutto fa contro al suo genio e gli impone troppo grave soma. Il demagogo la sobbilla e la lavora a sua fazione; e se gli riesce, getta a terra, col suo aiuto, il mediatore storico e si siede egli coi suoi consorti al timone dello Stato ».

Qui il De Meis prevedeva che contro il demagogo si sarebbe sollevato subito dopo, lo stesso popolo inferiore ed egli allora si sarebbe scagliato addosso al popolo superiore al modo di Fra Diavolo e di Chiavone. L'Italia non mancava allora di demagoghi e non ne manca oggi.

Non mancano mai - scriveva De Meis - Cleoni di buone viscere ». Epperciò egli concludeva con l'invocare un termine medio per far sì che la libertà resista e duri. Questo termine medio era allora per il De Meis, ed è ancora oggi per noi, unico e insostituibile, la Dinastia sabauda. Lo era allora per avere contribuito potentemente al riscatto della nazione, lo è oggi perché è l'unico centro, l'unica realtà che possa impedire lo scollamento dello Stato; possa avvicinare le parti diverse e contrastanti e conciliarle. Una repubblica democratica e parlamentare avrebbe potuto nascere dal perfezionamento dello Stato unitario e delle sue condizioni di civiltà e di cultura; non può derivare dall'ira, dalla vendetta, dall'arretramento e imbarbarimento del costume, in una parola dalla disfatta e dalla tutela, straniera. La Monarchia è una realtà che esiste e si può adattare: la repubblica è da fare e ognuno presume di farla a suo modo. Una repubblica imposta al sud e al centro dell'Italia, dal nord che già ebbe l'iniziativa del fascismo già fece una marcia su Roma, che insomma porta tutte le responsabilità della crisi storica che attraversiamo, non farebbe che aumentare le distanze ed esasperare le antitesi. Solo ritrovando e riconoscendo, una ideale e immateriale sovranità, gli italiani potranno ritrovare la libertà e l'indipendenza. In caso contrario potranno creare molte repubbliche e repubblichette, ma non riacquisteranno la libertà. Tutt'al più potranno aggiungere alla tirannia dei comitati e dei consigli la divisione della Patria e la servitù allo straniero. Come già avvenne nei molti secoli della loro travagliata storia.


(1) La Monarchia dei Savoia non viene attaccata dagli studiosi e dagli storici del partito d'azione se non perché questa Dinastia tenderebbe a conservarsi,, a superare le rivoluzioni e le guerre, insomma a perpetuarsi. Rispondeva a ciò il Croce a proposito di un libretto antisabaudo del Salvatorelli, con un articolo dal titolo; «Richiamo al buon metodo della storia» (Risorgimento Liberale, 14 ottobre 1944). In esso il Croce rimproverava al Salvatorelli di avere seguito lo stesso sistema del professore Cognasso che egli prende dl mira nella trattazione della storia sabauda. Dice particolarmente il Croce: Dal suo avversario gli è venuta anche, per imitazione e contrario, la trattazione storica convertita in un esame di ciò che si doveva fare, e che i conti, duchi e re di casa Savoia, da Umberto Biancamano a Vittorio Emanuele III, non fecero o fecero male o fecero in senso opposto al dovuto. Tutto il suo opuscolo è intessuto di queste forme di giudizi, vietati allo storico, e di frasi in cui abbondano i «se», i «si sarebbe potuto», e simili. Lo storico ben conosce che non è dato sostituire se stesso all'individuo che operò nelle individue condizioni di animo e nelle circostanze in cui di volta in volta, effettivamente ebbe a trovarsi; e non smarrisce mai l'assioma che, se colui si comportò come si comportò, non poteva altrimenti, e prova ne è che, nel fatto, non fece altrimenti. Lo storico non consiglia, e non rimprovera, per più efficacemente indirizzarli, uomini viventi, plastici, trasformabili, da persuadere o da intimidire per la più avveduta o la più giusta loro azione nell'avvenire; ma ha innanzi il passato, reso sacro dal suo carattere stesso di passato, voluto così da Dio o dallo spirito del mondo o (se ciò aggrada ai miei filosofici colleghi comunisti) dalla necessità dialettica della Materia. Il passato bisogna bensì intenderlo, ma non già presumere di censurarlo, né di somministrargli l'errata corrige. L'esecuzione stessa di questo errato schema si sarebbe presto fatta sentire al Salvatorelli disagevole e insostenibile nel fatto, se egli non possedesse, altresì in comune col suo avversario, un'idea che è un'immaginazione, contro la quale non ho mai tralasciato di mettere in guardia gli studiosi: quella di un'unitaria storia d'Italia nei secoli, protagonista la persona spirituale dell'Italia. Ma l'unità, d'Italia, e anche l'aspirazione effettiva all'unità statale, fu un avvenimento del secolo decimonono, nel quale tutti sanno la grande parte che ebbe Giuseppe Mazzini; e non è lecito assumerla a misura e criterio per i fatti di altre età, che ebbero altri problemi e si mossero in altre cerchie ideali e operative, e le cui persone erano Venezia, Firenze, Milano, Napoli, Sicilia, e via dicendo. Così il Salvatorelli accusa i principi di casa Savoia di non aver avuto di mira l'unità d'Italia, di aver negletto di lavorare a tal fine, e di averlo contrastato. Ma anche quando non c'era il problema dell'unità d'Italia, si poteva lavorare utilmente per la civiltà e preparare alla lontana e inconsapevolmente le forze per affrontare un giorno, allorché sarebbe sorto, il problema della unità nazionale, e gli altri che l'hanno seguito e lo seguiranno. E la casa di Savoia governò, soprattutto nel settecento e nell'ottocento, uno degli stati più saldamente costituiti tra quelli italiani, che per questa sua saldezza poté, al momento buono, farsi promotore dell'indipendenza e attuare intorno a sé l'unità d'Italia.

Non meno stridente che non sia con la sua narrazione storica (la quale dal secolo undecimo va fino al decimonono) è il tono mordace, acre, sarcastico, astioso, e, insomma, appassionato, del racconto del Salvatorelli quando egli giunge al secolo ventesimo e alla sciagurata contaminazione di quell'assai stimata monarchia col fascismo. Ciò che egli dice della responsabilità del Re Vittorio Emanuele III nel triste e vergognoso periodo ora chiuso della nostra vita nazionale, è stato gridato alto da noi, qui in Napoli prima che il Salvatorelli e i suoi compagni potessero liberamente muoversi e parlare. Ma noi appunto, nel dire quel che dicemmo, nell'esortare e nel premere perché il Re lasciasse il potere, come alla fine ottenemmo, facevamo politica e non già scrivevamo storia. Forse anche nella nostra indignazione per l'accaduto c'era, almeno in alcuni di noi, il senso doloroso dell'offesa che si era recata da un re dei Savoia a questa veneranda casa sovrana, la più antica di Europa, che noverava nove secoli di vita, ricchi di nobili e severe memorie, e che, quando noi eravamo giovani, aveva ispirato l'altissimo canto di Giosuè Carducci.

Un'ultima osservazione. Si avverte, nelle pagine del Salvatorelli, come un continuo sospetto e rimprovero che i Re di casa Savoia, o i Re in genere, dirigessero la loro politica nell'interesse della conservazione e salvazione della monarchia e della dinastia. Ma, se la Monarchia è la forma di uno stato, quale meraviglia che Re intenda conservarla e tenga in conto le necessità vitali di essa, giacche il suo vigore è pur necessario allo Stato e al popolo che essa governa? Tutto sta a non perdere, propter vitam vitae causas, e, per conservare la monarchia, a non sacrificare il bene pubblico, a non sacrificare il popolo che si regge: con che si perde, infine, la Monarchia stessa.

Così un esercito è fatto per difendere la Patria, ma insieme con ciò ha i suoi interessi proprii, di esercito, che non può servire la patria se prima non conserva se stesso, cioè non serve alle ragioni del suo organismo militare. Così gli scienziati servono alla patria fornendola di scienza, ma questa forza non potrebbero prestare alla patria se innanzi tutto non servissero agli interessi della scienza, della pura scienza, autonomi e distinti da quelli della patria, sebbene con esso unificabili. Non vedo perché i monarchi, che hanno a cuore la stabilità della monarchia e la successione del trono, debbano essere trattati peggio dei militari e degli scienziati, e sottomessi a un sospetto e a un discredito dal quale gli altri vanno esenti. In fondo, il Re Vittorio Emanuele III fu colpevole di avere non già provveduto alla stabilità della Monarchia e alla successione dinastica, ma, per accomodamento, per quieto vivere, per fiacchezza, compromesso l'una e l'altra con l'abbandonare prerogative che erano non soltanto sue ma del suo popolo, come la successione ereditaria, e diritti e doveri che lo Statuto gli assegnava e che egli lasciò esercitare a un avventuriero, come la dichiarazione di guerra e il comando delle forze di terra e di mare. Così avesse egli difeso le sorti della sua casa, «inseparabili» (come in una solenne occasione aveva affermato) «da quelle della libertà».


sabato 27 marzo 2021

Io difendo la Monarchia cap X - 7

 


In Germania il movimento nazionalsocialista non ha trovato una monarchia, ma una repubblica presieduta dal vecchio maresciallo Hindenburg. Per Hitler è stato un giuoco da fanciullo trasformare la Repubblica democratica di Weimar nello Stato nazionalsocialista. E in che modo la monarchia jugoslava ha potuto oggi sostenere l'urto del movimento di Tito? In che modo la repubblica polacca poté sostenere a suo tempo l'attacco dei legionari di Pilsudski? Non era questi il vero capo dello Stato? Noi abbiamo vissuto un'epoca sconvolta ed eccezionale di Moti, di rivoluzioni, di colpi di stato che hanno sconvolto tutto il Continente. Caddero dapprima i tre vecchi Imperi che un secolo prima, nel 1815, avevano costituito la Santa Alleanza; si sgretolò l'Impero turco e decadde il Califfato sotto l'urto di una rivoluzione nazionale. Sorsero dittatori in Spagna e nel Portogallo: nuove dittature a Belgrado, ad Atene; a Budapest. A Madrid una prima dittatura decadde e trascinò con sé, come oggi si vorrebbe fare, in Italia la Monarchia. Ma cosa avvenne? Si sostituì alla monarchia di Alfonso XIII una repubblica democratica? No: si slittò fatalmente a sinistra: dalla repubblica temperata di A. Zamora si precipitò a quella rossa di Azana e poi ancora più a sinistra con accentuazione scarlatta che è inutile ricordare. E si provocò naturalmente la reazione falangista. È vano sperare che i popoli possano tornare alla normalità e all'equilibrio dei poteri, accendendo deliri bellicosi nelle folle e provocando nel corpo sociale delle temperature altissime. Vi sono, si dice, le responsabilità della dichiarazione di guerra e della guerra perduta. Senza dubbio, e Re Carlo Alberto, dopo Novara, seppe trarsi da parte. Ma nessuno discuteva allora, in Piemonte, la tranquilla successione della monarchia. Re Vittorio deve preoccuparsi della continuità dello Stato perché quegli stessi che domandano il suo ritiro, respingono la successione del figlio. La repubblica non può continuare lo Stato italiano nato dal Risorgimento. Essa coincide con un moto di disgregazione nazionale e di accentuati• separatismi. Essa coincide con la duplice invasione straniera. Essa risponde allo spirito vendicativo di Mussolini e allo - stesso spirito di vendetta dei. fuorusciti: di Sforza o Nenni, Lussu o Pacciardi, Togliatti o Grieco. Nata dalla-disfatta e dall'intrigo straniero dei vari La Guardia o Cecil Sprigge, essa aprirebbe, come quella spagnola del 193r, una serie di moti sanguinosi e crudeli di cui nessuno può prevedere l'intensità e lo sviluppo.

Gli ultimi trenta anni della vita europea (1917-1945) sono stati dominati dal mito delle masse; mito che trascorrendo da oriente a occidente ha turbato, sconvolto e distrutto l'ordine degli Stati europei. Dicono i pensatori e gli agitatori che, per intenderci, chiameremo di sinistra, che questo è l'ordine naturale delle cose, è il logico trapasso dal governo del terzo stato a quello del quarto stato e che tutto ciò seguita la benefica evoluzione dell'altro secolo. Qui appunto risiede l'errore. Nella storia dello spirito umano si può notare un progresso indefinito in senso assoluto, ma non in senso relativo. Vi sono improvvise cadute, e regressi, e involuzioni assai gravi. Il mito dominante delle masse ha prodotto questa paurosa frana nella storia della civiltà umana dalla quale noi cerchiamo faticosamente di sbrogliare il passo per riprendere l'interrotto cammino. E innanzi tutto il mito delle masse ha provocato le rivoluzioni e le reazioni che concordemente hanno abolito l'antico ordine parlamentare opponendo le masse alla borghesia di governo. È un movimento unico, non sono movimenti diversi. Tutte le rivoluzioni contemporanee sono delle rioluzioni di sinistra L'unica che possa evitare questa definizione è quella di Salazar in Portogallo ed è la sola saggia, ordinata e pacifica. Il fascismo, il nazionalismo, il bolscevismo costituiscono un solo fenomeno che in luoghi, climi e circostanze diverse si manifesta con forme a volte eguali a volte contrastanti. Ma essi obbediscono allo stesso impulso e alla stessa legge della massa contro la categoria, della tecnica contro lo spirito, dello Stato contro l'individuo; della tirannia contro la libertà; della violenza contro la ragione. E una sola tempesta, un solo turbine che scuote la percossa umanità da trent'anni e ancora non trova pace, ancora semina rovine e stragi (si veda ad Atene e a Belgrado) che generano nuovo disordine e nuovo sangue.

Lenin, Stalin, Trotskij sono uomini di sinistra, congiurati ed espatriati come i Mussolini, gli Hitler, gli Strasser, i Pilsudski, i Rossoni, i Farinacei (noi elenchiamo, non confrontiamo), i Nenni, i Togliatti. Nessuno di essi dice più popolo, come diceva Mazzini, ma tutti dicono massa; tutti pensano di adoperare questa massa contro l'ordine esistente per distruggerlo e per divenire padroni delle sue rovine. Tutto ciò, si dirà, è la storia e nessuno può pensare di contrastarne il corso. p noi diremo che, sì, è forse storia, ma essa non procede concorde con lo spirito umano, non si accompagna can i trionfi della libertà. Della libertà anzi fa strame, la libertà soffoca e distrugge e perciò essa è l'Antistoria come Croce ha rivelato nelle pagine superbe della sua, Storia d'Europa.

Ed ora concludiamo: l'Italia non può tornare a vivere e a progredire come nazione unita se essa non tenta di ristabilire l'ordine parlamentare e costituzionale con cui ha coronato il suo Risorgimento. La Monarchia non ha tradito il popolo, ma il fascismo ha tradito il popolo e la Monarchia. La repubblica in Italia non ha tradizioni unitarie. Essa è municipale per intima e organica derivazione. Non appena si è parlato di repubblica si sono pronunciati gli accesi separatismi delle isole e i movimenti regionali e le gelosie municipali che hanno portato i milanesi a cancellare Via Roma dalla toponomastica cittadina. Episodi; indizi incerti, ma significativi. È possibile che la Monarchia, sorretta da una costituzione rammodernata e ammaestrata. dalla lezione cocente della storia, ricostituisca e mantenga l'equilibrio dei poteri; ma non è possibile che una repubblica di parte, di colore, stimolata e diretta come è logico, dai suoi più accesi e numerosi sostenitori, ricostituisca un tale equilibrio. La giustizia eccezionale che imperversa nel paese da diciotto mesi con l'abbandono dei più saldi e tradizionali istituti giuridici, la proposta socialista di concedere il premio di maggioranza al partito o alla coalizione vincente nelle elezioni (esattamente come disponeva la deplorata legge Acerbo nel 1923): queste anticipazioni e molte altre che tralasciamo fanno prevedere il carattere fazioso della repubblica che si minaccia. Il minimo che noi possiamo dire nel presente è che essa non darà né pace civile, né libertà, né ordinato progresso agli italiani.

Alle ragioni interne di questo nostro pensiero si aggiungano le ragioni esterne. L'Italia non è tornata an­cora a far parte del concerto europeo che esisteva al tempo del Congresso di Vienna e del Congresso di Ber­lino e ancora al Congresso di Parigi. Noi non sappiamo, oggi, se un tale concerto si potrà ricostituire. Per ora l'Europa è divisa in due opposte zone di influenza; la zona sovietica e la zona anglosassone. Una repubblica incoraggerebbe l'azione russa già così minacciosa per tutti e così contraria al nostro interesse nazionale gra­vemente compromesso alla frontiera orientale per l'iniziativa di uno Stato satellite di Mosca. Dato l'inevitabile slittamento a sinistra della repubblica, quale inte­resse noi abbiamo a contrastare la politica anglosassone nell'Europa occidentale? Non attendiamo quindi le macchine, le materie prime per le industrie, i crediti, il grano, il cotone, la lana dai paesi anglosassoni? Non ci domandano invece russi e jugoslavi riparazioni in mac­chine e in materie prime? E il soddisfare queste esigenze non porterebbe il paese alla disperazione e il popolo alla più nera miseria per molti anni? Si ripete che è il po­polo che vuole la repubblica. Ma è quello stesso popolo che acclamava Mussolini. Non è delitto eccitare la fan­tasia e risvegliare gli istinti di rapina e di violenza delle folle per poi farsi forti di tali esplosioni delle masse? Ammoniva già Guicciardini nei suoi Ricordi politici e civili: «Chi disse popolo disse veramente uno pazzo, perché è uno mostro pieno di confusione e di errori e le sue vane opinioni sono tanto lontane dalla verità, quanto è, secondo Tolomeo; la Spagna dalla India ».


venerdì 5 marzo 2021

Io difendo la Monarchia cap X - 6

 


Non si equivalgono allo stesso modo una Monarchia costituzionale e una repubblica giacobina o socialista o comunista per la elementare ragione che quest'ultima repubblica tende alla dittatura di una par­te, il proletariato, e quindi al partito unico e alla dittatura permanente. Quando il sig. Nenni dice che la Repubblica «sarà socialista o non sarà», egli esclude che possa essere democratica o parlamentare. È allora evidente che la repubblica giacobina del signor Nenni rispetterà le libertà individuali e le garanzie parlamentari, a quel modo che la recente legislazione dei Comitati di liberazione nazionale e i sistemi da loro inau­gurati e la storia di tutti i regimi giacobini possono far pensare. Le intimazioni ai giornali del nord da parte di tali comitati, la pratica dell'assassinio ad opera delle milizie di parte, la scomparsa e deportazione di citta­dini ai quali la polizia regolare e i carabinieri non han­no nessun addebito da fare, i tumulti popolari, sorretti da schiere di armati e il tentativo di risolvere tutti i pro­blemi con l'impiego della forza, possono far comprende­re come una siffatta repubblica rispetterebbe i diritti del Parlamento. E non parliamo della repubblica che sareb­be attuata dal comunismo o da quella coalizione delle sinistre che troverebbe necessariamente la sua direzione e l'iniziativa e la più rigorosa organizzazione e la milizia di parte, nel comunismo. Da 28 anni questo partito ha strappato il potere in Russia e lo regge con la dittatura permanente e con un sistema rigorosamente totalitario.

Tutti i Metodi di polizia del nazismo e del fascismo furono copiati da Mosca (la polizia politica, i campi di concentramento, le esecuzioni sommarie, il colpo alla nuca, la fossa comune, ecc.) e ora che il fascismo e il nazismo sono andati distrutti noi dovremmo introdurre in Italia il loro modello? Ma ecco i liberali di sinistra, i democristiani, i demolaburisti, gli azionisti sostenere che essi vogliono attuare una repubblica parlamentare, una repubblica che chiameremo di destra (1). In che modo?

Essi fanno parte di una coalizione che riceve vigore, impulso, programmi, masse dai partiti socialista e comunista. Questa coalizione in ogni città, in ogni villaggio, in ogni azienda, in ogni ufficio, in ogni commissione si inchina a una sola decisione, si affretta ad accogliere un solo parere, quello socialcomunista. In che modo questa situazione potrebbe cambiare? La giustizia ordinaria e quella straordinaria sono nel­le mani del partito socialista e di quello comunista: così l'epurazione che tormenta centinaia di migliaia di per­sone è nelle loro mani. L'illegalità e l'ingiustizia di tali procedimenti sono evidenti e clamorose (2).

Rimane a questo punto un interrogativo. Perché le autorità di occupazione inglesi e americane che hanno probabilmente compreso questa situazione, continuano a favorire, tenendola al potere, una coalizione che non può avere altro sbocco logico che consegnare l'Italia al socialcomunismo e cioè a quella Russia che i Governi di Londra e di Washington devono fronteggiare già in con­dizioni di estremo sfavore, in Polonia, in Austria, in Cecoslovacchia, in Romania, in Ungheria, in Bulgaria, in Jugoslavia, nel Levante, nel Medio Oriente?

Ma supponiamo — per amor di polemica — che si possa arrivare ad una repubblica parlamentare sul modello francese. In che modo tale Repubblica potrebbe impedire lo slittamento verso la dittatura quando un partito più forte d'ogni altro si impadronisse del potere?

I partiti in Italia, come altra volta le fazioni, non si affidano ai soli dati razionali nella lotta politica. Essi vi introducono la fantasia e il sentimento e le passioni delle moltitudini, così da mutare il significato e i termini della contesa. A tale impetuosa corrente non poté far fronte né il Parlamento nel 1919-1922, né la Corona; né alcun altro istituto tradizionale: come potrebbe resistere una repubblica che è usa a scegliere il suo Presidente tra uomini politici rappresentativi dei partiti di governo?

 

(1) Nel settimanale L'Indice del 10 settembre 1945 veniva posto acutamente il problema in un articolo, dal titolo: "La Repubblica di destra ": a Alcuni suggeritori di fiducia hanno insinuato nelle mani dei nostri repubblicani di destra volumi ben rilegati e brani di enciclopedie edite dall'alta borghesia francese, dai quali si apprende senza eccessivo sforzo intellet­tuale che il celebre politico marsigliese A. Thiers, dopo la di­sfatta della Francia a Sédan, provocata dalla follia dittatoriale del terzo Napoleone, riuscì a edificare sulle macerie imperiali una repubblica conservatrice borghese, le cui forme diedero, si, ampia e sufficiente soddisfazione al rivoluzionarismo generico del popolo, che non ne poteva più di avventure militari; ma il cui contenuto diede amplissima e sufficientissima garanzia di salvezza e di durata alla ricchezza francese, ricchezza che voleva; sopravvivere a qualunque costo. La repubblica di Thiers è il modello dello Stato oligarchico moderno, il cui comando viene trasmesso, di generazione in generazione, ai rappresen­tanti di gruppi finanziari, industriali e affaristici. Il sogno del­l'oligarchia conservatrice capitalistica dell'Italia del Nord è questo : facciamoci la nostra repubblica, e terremo il potere ben più saldamente di quanto non ci sia stato concesso nei 50 anni di monarchia costituzionale. Se Thiers riuscì a costrui­re rapidamente, con materiale sostanzioso di destra, una re­pubblica la cui facciata era di sinistra, perchè non dovrebbero pervenire al medesimo risultato i Parri e le banche, gli Alber-tini e le industrie, i Carandini e gli agrari, i Tupini e i catto­lici, i Cingolani e l'ex aristocrazia nera, i Brosio e i professio­nisti piemontesi? I nostri repubblicani di destra non hanno un Thiers, è vero, questo nei loro conciliabili lo riconoscono : ma noi pensiamo francamente che manca loro, oltre un Thiers, tantissima altra roba necessaria per imbastire, oggi in Italia, una repubblica di destra con l'etichetta di sinistra. Manca qua­si tutto ». E dopo una dettagliata esposizione della nostra mi­seria l'A. continua : « Ed è con questa miseria che i gruppi set­tentrionali, che trent'anni fa costituivano la consorteria clerico-moderato-liberale lombarda, vogliono costruire ora una repub­blica di destra? Stolta illusione! La miseria è sostanza di sini­stra, rivoluzionaria, livellatrice, ugualitaria, atea, antiborghese, anticapitalista. Se in Italia si fa la repubblica, si fa soltanto e necessariamente la repubblica di Nenni e Togliatti. Non è vero che manca solo Thiers: o meglio Thiers manca, non perché la borghesia italiana non lo dà„ ma perché mancano completa­mente le condizioni e i presupposti che potrebbero generare un Thiers italiano. Thiers fu l'espressione francese individuale e superficiale di una realtà collettiva e profonda: la repubblica di Thiers fu la vera repubblica dei francesi. La repubblica detta di destra, sarebbe la repubblica di alcune... quasi sovrane fa­miglie, e dei loro più immediati accoliti di parentado, di regio­ne, di mentalità), di passato politico — e non sarebbe la repub­blica di nessun altro. La repubblica di Nenni sarebbe solo quel­la sognata dalle masse ingannate; resterebbe la repubblica del­la povera gente rivoluzionaria per fame. La repubblichina del­l'ex Corriere della Sera si rivelerebbe subito per un malinconico episodio effimero, solitario e prealpino, e avrebbe un solo risul­tato veramente concreto, tangibile, non rimediabile, di lunga durata: quello di distruggere lo Stato Monarchico, di privare l'Italia di quella realtà, nazionale che si chiama ed è un trono che aveva in nome di Dio, eccellenti prove storiche…

(2) Nella rivista La civiltà cattolica del 1 settembre 1945 il padre gesuita Lener scrive: «Vi sono, senza dubbio respon­sabilità specifiche di singoli individui per azioni obbiettivamente considerate dal diritto comune come fonti, appunto di responsabilità penale, politica, amministrativa. Questo è il ter­reno solido su cui attuare una genuina e severa giustizia in modo che nessun disonesto, nessun delinquente, nessun respon­sabile della folle dichiarazione di guerra, se ancora ne soprav­vivono, resti impunito, o peggio, stipendiato dallo Stato». In un acuto studio sul "Diritto e politica nelle sanzioni contro il fascismo" lo stesso Lener scrive: «...Se fosse vero che tutti o i principali esponenti del regime furono ladri omicidi, concussori e via dicendo, non si comprende per qual motivo sfasi ritenuto necessario per colpirli, ricorrere a disposizioni eccezio­nali, a nome mai udite come quelle che li puniscono appunto non in quanto delinquenti, ma membri del patrio governo o attivamente partecipi alla vita politica di un partito che co­stituì l'unica attività politica possibile in Italia per oltre venti anni! ».

sabato 16 gennaio 2021

Io difendo la Monarchia cap X - 5


Le voci di critica preconcetta si erano spente e il vecchio Oriani e il vecchio Carducci avevano da tempo abbandonato le negazioni della Lotta politica e le birbonate di Enotrio Romano. Dopo l'altro dopoguerra, in presenza del fascismo e dei suoi primi risultati e della rinascente lotta contro la libertà, ricomparve la tendenza a negare il Risorgimento e i suoi frutti: né si può dare torto a Gobetti e ai suoi seguaci per questo. Forse l'accenno recente di Ferruccio Parri alla assenza di una vera democrazia in Italia, anche nel periodo aureo del Parlamento, è dovuto alla sua derivazione intellettuale da Gobetti e ai suoi ricordi giovanili. Ma non può maravi-gliare che esso sia parso del tutto inopportuno e inutilmente ardito e paradossale in un paese che recuperava infine, pur sotto forma di «consulta» e sotto la vigilanza straniera, una libera tribuna per i suoi dibattiti. Benedetto Croce rivendicava in tale occasione i benefici della libertà e della democrazia nell'Italia di ieri. Diceva, egli, nella seduta del 27 settembre 1945 alla Camera:

«La mia ammirazione e la mia gratitudine d'italiano per l'opera del Parri nella lotta eroicamente tenace contro i fascisti e tedeschi è così grande e così sincera che non solo non impedisce, ma vuole che io prenda la parola per ribattere nettamente un giudizio storico da lui pronunciato ieri e che ha destato non tanto scandalo, quanto stupore. Egli ha detto che già prima del fascismo l'Italia non aveva avuto governi democratici. Ma questa asserzione urta, in flagrante contrasto, col fatto che l'Italia, dal 186o al 1922 è stata uno dei paesi più democratici dell'Europa e che il suo svolgimento fu una non interrotta e spesso accelerata ascesa nella democrazia. Effetto evidente apparve che quel popolo o piuttosto quelle plebi, che i vecchi governi avevano lasciate miserabili e analfabete, e, anche nelle dimostrazioni esterne, vergognosamente servili, oltre che progredire nella salute fisica come comprovava annualmente e statisticamente il de­crescente numero degli scartati nelle leve, oltre la cre­scente diminuzione dell'analfabetismo, con la sempre più larga efficacia della scuola popolare, vennero acquistando carattere e sembianti di liberi cittadini, si riunirono in associazioni e camere di lavoro; poterono difendere i loro diritti, ottennero l'arma degli scioperi, ebbero leggi pro­tettive del lavoro, e, coi consecutivi allargamenti del­l'elettorato, giunsero fino al suffragio universale. E sor­sero partiti politici che formularono e propugnarono i diritti dei lavoratori, ed espressero i loro ideali, e i so­cialisti, dapprima uno o due, crebbero sempre più di numero nella camera dei Deputati, talché nelle ultime legislature erano, se mal' non ricordo, un centinaio e mezzo o più; e tra essi erano Giacomo Matteotti, che con l'Amendola e coI Gramsci, morirono per l'Italia demo­cratica. «Democrazia», senza dubbio «liberale», come ogni verace democrazia, perché se il liberalismo senza democrazia, langue privo di materia e di spirito, la de­mocrazia a sua volta, senza l'osservanza del sistema e del metodo liberale, si perverte e si corrompe e apre la vita alle dittature e ai despotismi: come le democrazie dei comuni medioevali ai tiranni del Rinascimento, e la prima e la seconda Repubblica francese al primo e se­condo Impero. Chi come me, nacque nei primi anni del­la nuova Italia libera ed una, vide ancora alcuni pitto­reschi aspetti di quelle plebi scalze che nella mia Napoli si chiamavano i «lazzari»; ma assistette anche al loro rapido sparire sicché la memoria ne rimase solo nella descrizione e negli aneddoti della storia. E chi come me, si educò nel fiorire democratico e liberale dell'Italia, non dimenticherà. mai che il meglio di se stesso deve a quei modo e a quel ritmo della vita italiana, che gli rese age­vole come non era stato alle generazioni precedenti, di formarsi senza compressione di nessuna sorta, di spaziare nel vasto mondo della cultura universale, di apprendere da tutti, italiani e stranieri, di tutte le più diverse scuole, di enunciare e di sostenere quello che egli stimava verità, di misurarsi con chiunque nella gara civile, di portare in quest'opera quel senso di onore che prima assai spesso si metteva in varie o poco oneste competizioni. E anche ora egli augura che l'Italia torni non certamente allo stato o alle condizioni di allora, perchè grandiosi e terribili eventi sono accaduti, e le condizioni di fatto non sono più quelle e problemi nuovi e diversi urgono nel nostro spirito, ma bene al modo di allora, che è poi l'eterno modo dell'alta vita umana: stare come diceva Faust, libero in libero popolo. E in questa coscienza in lui vivissima del debito che tutta l'Italia presente ha verso quel passato, è la ragione di questa sua difesa di oggi, come già egli difese, contro l'« Italietta » inventata e schernita dal fascismo l'Italia reale, l'Italia creata dai nostri padri del Risorgimento, che è sempre da venerare, quell'Italia nella quale avemmo a maestri di regola intellettuale e morale ed estetica un Francesco de Sanctis e un Giosuè Carducci ».

Il composto equilibrio tra Corona e Parlamento, tra il paese, i suoi partiti e la sua rappresentanza si interruppe negli anni 1919-1922 con l'insorgere di movimenti demagogici e con l'opposizione ad essi di un partito altrettanto popolare. Non la Corona e non, a dir vero, il Parlamento iniziarono quei movimenti e quella reazione. Essi si effettuarono nel paese e trasmodarono nella antica e tradizionale violenza. La lunga guerra aveva risvegliato antichi istinti che parevano sopiti se non definitivamente estinti nel nostro popolo. La lotta politica si trasferì così nelle piazze delle principali città e il Parlamento non seppe far prevalere la sua autorità, né seppe esprimere Governi capaci di contenere l'aspra lot­ta civile. La Corona non aveva nulla da guadagnare nel triste giuoco della contesa civile. Re Vittorio aveva rag­giunto, con la conseguita gloria di Vittorio Veneto, l'api­ce del suo Regno, aveva guadagnato all'Italia le sue frontiere naturali e il posto di grande Potenza tra i mag­giori Imperi del mondo. Nessuno può accusarlo di ec­cessive ambizioni o di tendenze dittatoriali o di imperialismo. Il quadro che l'italiano medio aveva fatto del suo Re era di un Re borghese e liberale: tutti ricorda­vano che egli aveva richiamato al Governo il Giolitti e che avea sonetto e confortato la esperienza liberale del suo Governo nel primo decennio del nuovo secolo. Che poi vi siano dei Salvemini che consideravano ieri Giolitti il ministro della mala vita e attribuiscono oggi a Re Vittorio le colpe di Mussolini, questo non è che un in­dice del disordine mentale purtroppo diffuso in questa epoca conturbata, anche in uomini di sicuro ingegno e di innegabile merito. Così tutti ricordavano che Re Vit­torio aveva desiderato fin dal 1902 di chiamare al Go­verno Filippo Turati e nel 1908 aveva insistito per ave­re Leonida Bissolati. Se un appunto veniva fatto al Re, esso veniva dagli elementi conservatori i quali lo giudi­cavano troppo democratico, troppo proclive ad abban­donare i privilegi del trono, insomma troppo poco Re e molto Presidente di una repubblica ereditaria. Questo era il giudizio corrente in Italia sino al 1922 su Re Vit­torio. Questo giudizio non può essere modificato dagli avvenimenti successivi. Certo egli considerò il fenomeno fascista un fatto storico che non si poteva contenere con i mezzi ordinari. La classe politica gli venne meno; gli intellettuali da d'Annunzio a Marconi, a Mascagni, a Pirandello a Panzini (i) ne celebrarono il genio; il Parla­mento non seppe esprimere un Governo durevole: "opi­nione pubblica italiana e straniera acclamò il nuovo Ce­sare e salvatore della civiltà latina. Il resto è noto ed è stato da noi diligentemente e obiettivamente descritto.

Ora si tratta di impedire che quello che è avvenuto nell'ottobre 1922 possa ancora ripetersi. E si tratta di stabilire se, a mantenere la lotta politica sul binario par­lamentare, convenga più la Monarchia costituzionale o la repubblica. Noi diremo in primo luogo che a difendere la libertà del Parlamento giova innanzitutto un più vi­gile e diffuso e ostinato sentimento. della libertà nei cit­tadini elettori ed eletti. Nessuno si farà più trascinare dal turbine demagogico che nel 1919-1922, sotto la bandiera del patriottismo, nascondeva la brama di potere di un avventuriero plebeo. Oggi tutti sanno che la più corrotta democrazia è preferibile alla più ordinata delle tirannidi.

Quando sia reso impossibile a un partito divenuto più forte, di asservire il Parlamento, la Monarchia e la Repubblica si equivalgono nella tutela dell'equilibrio dei poteri. Ma naturalmente si equivalgono una Monarchia costituzionale e una Repubblica democratica, borghese e parlamentare. Non si equivalgono allo stesso modo una Monarchia costituzionale e una repubblica giacobina o socialista o comunista per la elementare ragione che quest'ultima repubblica tende alla dittatura di una par­te, il proletariato, e quindi al partito unico e alla ditta­tura permanente. Quando il sig. Nenni dice che la Re­pubblica « sarà socialista o non sarà », egli esclude che la repubblica possa essere democratica e parlamentare.

(1) Non, parliamo naturalmente dei Bontempelli che accla­marono ieri al tiranno ricordando Augusto, così come oggi ap­paiono lusingati di frequentare l'anticamera di Togliatti.

martedì 17 novembre 2020

Io difendo la Monarchia Cap X - 4

 


Ai fini del nostro studio è inutile ricercare se la rivo­luzione del Risorgimento italiano sia anteriore o poste­riore alla rivoluzione francese. E’ ormai nozione comune che la rivoluzione italiana abbia inizio dal pensiero del Vico e si accentui nella seconda metà del settecento, do­po il trattato di Aquisgrana, e tragga vive fonti di ener­gia e incitamento ed esempio all'azione, dai principi della Rivoluzione e dalle armi e dalle guerre, di Napo­leone. Allo stesso modo non può esservi dubbio che essa entri nella fase conclusiva e si attui quando si incontrano il sentimento popolare italiano e l'iniziativa sabauda nel 1848. Si usa ricordare all'opposto, e perfino da Croce, l'esempio della repubblica partenopea e quello della repubblica romana. Ma la repubblica partenopea, cara al Croce, fu movimento assai più aristocratico e intellet­tuale che popolare. Il popolo anzi la soffocò. La repub­blica romana non visse e non poteva vivere se non risolvendo drasticamente l'antitesi con la Chiesa di Roma. Monarchia sabauda e Papato hanno invece potuto tro­vare e stabilire guarentigie reciproche o pattuire una stabile conciliazione. Una repubblica popolare in Roma, con il contorno folcloristico e rituale dei suoi duci e dei suoi demagoghi, con i suoi moti e la sua inevitabile re­torica, con le sue aride fonti culturali e il suo rituale massonico, contradice al magistero universale e inviola­bile della Chiesa: radice, oggi, e anima della civiltà cri­stiana e occidentale: la quale ha nel Nuovo mondo il suo più forte presidio e le sue più copiose fonti. Si è avuta una piccola anticipazione di quel che sarebbero i rapporti tra la repubblica e la Chiesa, nel mancato ufficio religioso in occasione della proclamazione della pace. Si può immaginare quel che avverrebbe quando la nuova Repubblica assumesse i suoi veraci connotati so­cialisti e popolareschi e la cultura e l'educazione morale dei Togliatti, dei Nenni, dei Lussu e. dei Pacciardi avesse modo di manifestarsi compiutamente in tutto il suo con­tenuto ateo e nelle viete rimasticature razionalistiche tratte da enciclopedie di piccolo formato. Ne nascerebbe un complesso poco più interessante di Piedigrotta : un misto di garibaldinismo, di mazzinianesimo, di cafone­ria e di truculento ateismo da museo antireligioso di Mo­sca, che farebbe rimpiangere le declamazioni massoniche delle varie associazioni «Giordano Bruno» di fine otto­cento : insomma quel che v'è di più deteriore, di più plebeo, di più provinciale, di più miserevole, di più scia­gurato nella vita, nel costume e nella politica italiana. È anche logico che una così tremenda disfatta conduca a simili passi, ma ognuno che abbia mente e coscienza integri e liberi, ha il dovere di avvertirne e segnalarne il pericolo e il danno.

Si incontrarono, dunque, nel 1848-49 con alquanta difficoltà, ma in modo risolutivo e fecondo, l'iniziativa popolare secondo lo spirito europeo delle rivoluzioni na­zionali e l'iniziativa sabauda. Bisogna cogliere l'inizio di questo felice congiungimento subito dopo le Riflessioni del D'Azeglio sugli Ultimi casi di Romagna.

Scriveva il D'Azeglio: «Lo scopo degli italiani in tutti i loro moti dal 1820 in qua, se ne togliamo i fatti del 1821, è stato il sottrarsi ad abusi e patimenti locali e ciò isolatamente, senza molto pensiero dei loro vicini parimenti italiani; e se in alcuni di codesti moti traspa­riva il desiderio di riordinare meglio l'intera nazione, di spingere a scopo comune le forze comuni, questo desi­derio si è sempre mostrato, per dir così, in seconda fila e si è poi fatto tacere del tutto appena si è temuto po­tesse far pericolare l'impresa che più premeva, tutta a vantaggio locale. E gli italiani hanno avuto quello che meritavano pel loro egoismo e per la miseria dei loro disegni». Consigliava opportunamente il D'Azeglio «a mettere in prima fila la causa della nazione; in seconda quella delle singole parti di essa». Con ciò non si faceva che «indicare un calcolo di puro interesse, indicare la sola via che possa, presto o tardi, condurci ad ottenere prima il bene di tutti, poi per necessaria conseguenza il bene di ognuno».

Esaminava il D'Azeglio i mali della Romagna, il cat­tivo governo, il disordine nell'amministrazione della giu­stizia, la corruzione - nella amministrazione, ma anche scriveva: « E’ in Romagna una generazione di uomini vile, oscura, di rotta e scellerata vita, usa all'ozio e al ba­gordo, alla risse da taverne, che si grida devota al Papa, al suo governo, alla fede, alla religione e con questo vanto si tiene sciolta d'ogni freno, di ogni legge, stima lecita ogni violenza (forse la stima meritoria) purché sia contro uomini che professano altre opinioni dalle sue: lo che, come ognun vede, è lo stesso dire contro chiunque le sia odioso e nemico. Questa mala razza profittando del continuo terrore che è nei governanti, si combina in conventicole oscure e vi prepara supposte congiure, de­lazioni e peggio, vendette e assassini».

Si chiamava questa mala razza, nel 1845, dei Sanfe­disti e avrà poi altre denominazioni e altro colore, ma sempre continuerà nella congiura e nell'assassinio (1).

Scriveva ancora il D'Azeglio: «La città e il borgo di Faenza sono divisi da miserabile e inveterato odio cittadinesco, avanzo probabilmente d'antico parteggiare. Ai disusati e vecchi nomi di parte sono sottentrati oggidì quelli di liberali per la città, di papalini pel borgo. Po­polato questo d'uomini di bestiale ferocia, pronti alla rissa e al sangue, è il luogo che può dirsi principal offi­cina di violenze, principal nido di quella scellerata genia che quivi ed a sua imitazione nell'altre città di Romagna, provoca, batte, feriste, talvolta uccide e sempre a man salva, coloro ch'ella dice liberali o frammassoni o carbonari » (2).

Questa faziosità all'ombra dello Stato e sotto la pro­tezione della polizia e dei tiranni è il carattere, distintivo purtroppo delle plebi italiane. Durante il fascismo essa si è esercitata in pieno. Deriva da ciò la intolleranza, la difficoltà di tenere in piedi degli ordinamenti liberali già denunciate dal Machiavelli.

A proposito delle Istorie fiorentine è stato già osser­vato dalla critica romantica che nobiltà, borghesia, po­polo divengono personaggi di quel racconto. «Chi voglia conoscere la legge generale della libertà democratica, i pericoli che la minacciano dentro e fuori, come essa si liberi dalla nobiltà del sangue per ricadere sotto il do­minio della nobiltà del danaro, come a questa succeda poi la borghesia, alla borghesia il proletariato, al prole­tariato il principe, al principe lo straniero ».

Se il carattere distintivo delle repubbliche italiane è stato sempre il terrore e se il terrore rimane pur sempre

la norma più propria delle tirannie, segno è che in Italia vi fu sempre difetto di libertà dall'età di Roma alla for­tunata convergenza, già segnalata, dei moti popolari con la iniziativa costituzionale della dinastia sabauda. Dopo il libretto sui casi di Romagna il. D'Azeglio si pose a stringere questo rapporto tra Carlo. Alberto e la Rivolu­zione e nonostante la cattiva prova del 1848-49, quel rapporto fu mantenuto, fu anzi rinsaldato e portato, con il Cavour, al suo massimo splendore. Cavour ne fece un elemento fondamentale della più vasta trasformazione europea; inserì la rivoluzione italiana nel quadro della diplomazia e delle guerre del tempo. Così si giunse alla proclamazione del nuovo Regno a consacrazione del­l'unità della Penisola. E ci pare inutile discutere qui se l'unità fu compiuta o incompiuta; perfetta o imperfetta. Certo i federalisti e i repubblicani la trovarono incom­piuta, così come, i borbonici e i papalini la trovarono de­magogica e satanica. Rimane pur sempre vero, nono­stante le critiche di quelle correnti avanzate o retrograde, che l'Italia si mise al passo con le altre nazioni europee e progredì visibilmente con esse in ogni settore della vita nazionale; nella cultura e nelle opere, nell'elevazione del proletariato come nell'affermarsi di una fiorente indu­stria e di una progredita agricoltura. L'Italia liberale e parlamentare, tra il 1861 e il 1915, si presenta agli occhi dello studioso del nostro passato; come un'oasi di sereni­tà, di pace, di civile progresso e di ordinata libertà che tutti vorrebbero veder rifiorire. Su questo giudizio non vi colo perché era allora troppo visibile il beneficio della libertà.

 

 

(1) Si vedano a un secolo di distanza, in questa estate del 1945, l'assassinio dei Conti Manzoni e dei familiari con centi­naia di altri proprietari e rurali. E la stampa libera dei C.L.N. nasconde e tace.

 

(2) Da questa gente vennero fuori i Mussolini padre e figlio a sfogare i loro tristi istinti. Riuscì il figlio Benito ad appal­tare prima l'opinione socialista, poi l'opinione nazionale e pa­triottica. E arrivato, in sella ridusse tutta la nazione sotto il suo dominio. Gli italiani dovrebbero diffidare di uomini rozzi ed elementari che mettono le idee generali a servizio delle pro­prie ambizioni e del proprio torbido istinto ed ecco invece, dopo la caduta di Mussolini, il partito che potrebbe legittimamente aspirare al potere, scegliere a capo un mediocre seguace del predappiese, il romagnolo Nenia', nato proprio nella Faenza de­scritta dal D'Azeglio.

lunedì 19 ottobre 2020

Io difendo la Monarchia Cap X - 3

 

Questa distinzione tra governo diretto del popolo e governo rappresentativo e in sostanza tra democrazia diretta e democrazia indiretta o rappresentativa è fondamentale. Si guardi per esempio alla, vita della nostra repubblica esemplare, la più compiuta nella sua storia e nel suo fiorire, la più illustre nelle sue lettere e nelle sue arti: la repubblica di Firenze. La democratica di Firenze fu senza dubbio quella del Savo­narola. Essa costituiva il Consiglio Maggiore e gli dava facoltà di creare tutti i principali magistrati, di appro­vare tutte le leggi; in altri termini lo faceva sovrano dello Stato.

«Erano chiamati (1) a far parte del Consiglio tutti quelli che avevano l'età di 29 anni ed avevano pagato le imposte; erano cittadini beneficiati il che secondo una antica legge, voleva dire quelli che fossero stati veduti o seduti in uno dei tre maggiori uffici o che avessero avuto questo beneficio dal padre, dall'avo, dal bisavo­lo». Siamo dunque ben lontani da una democrazia mo­derna. Su una popolazione totale di circa go mila per­sone soltanto 3200 erano in possesso dei requisiti neces­sari per entrare nel Consiglio. Ma erano già troppi per quel consesso: essi venivano allora sterzati e cioè divisi in tre parti ognuna delle quali formava il Consiglio per sei mesi. La democrazia del Savonarola, la più spinta di Firenze, differiva quindi assai poco dalla oligarchia veneziana. Va da sé che Lucca era governata da Firenze senza avere suoi rappresentanti nel Consiglio Maggiore.

Nota il Quinet nel suo libro sulle Rivoluzioni d'Ita­lia (2) che Firenze e Venezia riposavano entrambe sul terrorismo. A Firenze il sistema era intermittente e nei periodi di umanità la repubblica moriva. A Venezia il sistema era costante e così Venezia sopravvisse di tre secoli a Firenze. Instabili erano le posizioni sociali ed economiche delle famiglie e anche degli ottimati. Co­stantemente con le proscrizioni e le esecuzioni si muta­vano e si rovesciavano le classi. La nobiltà diventava borghesia e viceversa. Entrambe rientravano e si con­fondevano nel popolo minuto per uscirne di nuovo con le nuove violenze. Con questo fenomeno il Quinet spiega il cosmopolitismo così frequente nel genio italiano. Egli scrive: «Dopo tante proscrizioni un gran numero di uo­mini erano senza patria. Tutte le famiglie avevano pa­tito l'esilio. Erano sradicate. Una, parte dei loro membri non avevano più focolare; dopo la seconda generazione i figli perdevano ogni sentimento di nazionalità. Banditi dai loro focolari essi si facevano cittadini del genere umano» ... «Esuli o figli di esuli, gli scrittori, i poeti, gli artisti non sono chiusi nei limiti di nessuna nazionalità. Dante, Petrarca, Leonardo Aretino, Leonardo da Vinci, Michelangiolo, Machiavelli, Cristoforo Colombo, cacciati o respinti dal loro paese si fanno del mondo la loro pa­tria». E concludeva il Quinet questo suo capitolo sul tenore come fondamento delle repubbliche italiane, con un avvertimento di grande attualità: « Una tale esperienza, unita a tutte le altre mi au­torizza a trarre da questo capitolo la seguente conclu­sione: che in un'epoca corrotta ogni democrazia che na­scerà dopo una lunga abitudine di servitù e che si con­tenterà della pura gioia di nascere senza prendere nes­suna garanzia contro la furberia dei suoi nemici diven­terà per forza loro preda e scherno ».

Ma il nemico della democrazia parlamentare nell'età contemporanea, con i partiti di massa non è il Principe costituzionale ma il capo-popolo, il demagogo che secondo il temperamento e la tradizione italiana dei Masaniello, dei Michele di Lando, dei Cola di Rienzo, dei Mussolini mira a sostituire il Principe.

Assai impressionante infatti è il paragone tra il re­gime mediceo e quello instaurato da Mussolini a Roma con le sue «prese di contatto con il popolo», le adunate in piazza Venezia, le proclamazioni dal balcone, i riti, le insegne, le legioni, il saluto al duce, e tutto l'arma­mentario della dittatura. Sono due forme di falsa de­mocrazia, singolarmente vicine. Anche allora venivano conservati gli istituti tradizionali ma se ne falsava il fun­zionamento con ignobili trucchi, finte elezioni e falsi sor­teggi: in definitiva il signore e i suoi clienti e parenti disponevano di tutto facendo ricorso alla acclamazione della folla che si adunava in Piazza della Signoria al grido: Palle! Palle! Questo singolare riavvicinamento non deve meravigliarci. Abbiamo già visto come il fa­scismo avesse distrutto il Risorgimento e quella forma di Governo parlamentare e di democrazia rappresenta­tiva o indiretta che in Italia era stata importata con Ca­vour dall'Inghilterra e successivamente dalla Francia. Tolta via la vernice del Risorgimento era venuta in luce la vecchia natura italiana prima dei governi stranieri dell'età moderna. Da sotto la coltre dei secoli (ottocento, settecento e seicento) rispuntava fuori l'Italia del Ma­chiavelli e del Guicciardini, con i suoi venturieri, i suoi capitani e il suo popolo pittoresco, acceso e mutevole, ma senza il fulgore inimitabile del Rinascimento. D'An­nunzio aveva annunziato il ritorno di quest'epoca con i suoi romanzi e i suoi drammi appartenenti al ciclo del superuomo. È stato un breve e fortunoso ciclo che ha avuto per protagonista il demagogo romagnolo e che si è concluso nuovamente con le invasioni straniere, Prorompeva Machiavelli nella sua corrispondenza con il Vet­tori tutta intonata ai piaceri volgari del tempo.

Però se alcuna volta io rido o canto

facciol perché non ho se non quest'una via da sfogare il mio angoscioso pianto.

 

E anche con D'Annunzio la disfrenata sensualità della vita e dell'arte dà luogo assai spesso a un disperato amore della sua terra e a sentimenti di vera grandezza.

 

(1) Pasquale Villari: Savonarola, vol. l, pag. 287-289. - Cecil Roth: L'ultima repubblica fiorentina. Vallecehi, Editore, Firenze.

(2) Edgar Quinet : Le rivoluzioni d'Italia. Bari. Laterza, pag. 154.