NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 9 giugno 2018

Io difendo la Monarchia cap IV - 6


Bisogna ora affrontare la descrizione del ventennio fascista. Ed è chiaro che questo non si possa e non si debba fare con lo stile apologetico degli storiografi della lunga dittatura, ma neppure con il rancore che non ragiona, con la totale negazione della realtà. Cerchiamo di avvicinarci all'opinione media la quale, pur non partecipando direttamente alla vita politica fu necessariamente interessata al regime: molte volte aderì ad esso con fervore, molte altre volte se ne staccò con visibile fastidio e disgusto. Trascuriamo tutta la vasta letteratura glorificatrice e seguiamo il corso degli avvenimenti negli scritti degli antifascisti che non potendo esprimere intero il loro animo, si limitarono come il Salvatorelli ad allineare i fatti.
Subito dopo la marcia su Roma, Mussolini diede al paese la illusione di un ritorno alla normalità costituzionale. Egli costituì un Gabinetto di coalizione nel quale erano ministri nazionalisti, liberali, popolari, radicali.
Con questo non si vuol dire che nel primo Gabinetto Mussolini fosse possibile discutere i provvedimenti in esame allo stesso modo che durante i precedenti governi. La personalità di Mussolini era dominante, la pressione dell’opinione pubblica era assai forte, l’ansia del nuovo, la volontà di ricostruire e di operare era molto diffusa l'agitazione parlamentare assai ridotta. Il paese non aveva avuto un vero Governo negli ultimi anni di vita parlamentare, ora aveva un Governo che nessuno poteva pensare, almeno nell’anno dei pieni poteri, di rovesciare. L’attività legislativa del fascismo parve dapprima contenuta nel solco costituzionale e da più parti, si cominciò a negare che vi fosse mai stata una rivoluzione. Ricordiamo un articolo di Maffeo Pantaleoni (1) sulla rivista Politica diretta da F. Coppola e da A. Rocco.

«Ai fascisti - scriveva Pantaleoni nella primavera del 1923 - piace talvolta di far credere che siavi stata una rivoluzione fascista. Ma, più assai piace agli avversari del fascismo di far ciò credere. Il termine "rivoluzione" è così ambiguo che facilmente viene accolto, da ognuno, nel senso che più gli fa comodo. Storicamente la tesi è del tutto insussistente... la Camera dei deputati non venne sciolta; la Camera e il Senato, cioè il Parlamento italiano votarono i pieni poteri, limitati ad un anno nel tempo ». Ricordava inoltre il Pantaleoni che «due Collari dell’Annunziata facevano parte del Gabinetto; che mai consenso più generale di quello che accolse il fascismo in Italia si ricorda; che in nessun luogo, una qualsiasi massa di popolo erasi sollevata o aveva in qualche modo manifestato il proprio scontento per le squadre fasciste plaudenti a Mussolini. Non vi fu un solo sciopero. L'ordine giudiziario restò autonomo» (2).
  
Il Pantaleoni come ogni altro scrittore e studioso l’esaminare il fenomeno fascista volgeva lo sguardo alla crisi generale del parlamentarismo. Egli scriveva «come da noi ovunque altrove è in crisi il parlamentarismo cioè, è degenerato come strumento di governo delle società moderne, dacché il suffragio universale ha trasformato in demagoghi gli uomini politici».
Era evidentemente il pensiero di un conservatore o come oggi più propriamente si direbbe di un reazionario  ma ecco, dopo ventidue anni, a ciclo totalmente e disgraziatamente compiuto e in un momento in cui si tenta di dar vita a un ordinamento democratico, un insigne docente di diritto nella Università di Roma, A. C. Jemolo (3), riassumere le cause della crisi del Parlamento italiano, dopo la guerra, nella scarsa educazione politica del popolo italiano e nell'allargamento del suffragio. L’allargamento del suffragio ha modificato la base della classe di Governo in Italia, ha portato alla ribalta quelle masse eccitabili che raccolte in piazza agiscono in modo diverso da una folla anglosassone, smarriscono il senso delle proporzioni, alterano le più elementari regole della grammatica politica. Sorgono allora dei dirigenti e dei capi che nessun paese guidato dalla ragione eleggerebbe per la guida politica della nazione; l’istinto e l'irrazionale assumono un posto preponderante in luogo della retta ragione e dell’illuminato giudizio. Ma chi oggi potrebbe discutere in Italia di restringere il diritto al suffragio quando si delibera di concedere il voto alle donne e mentre si porta in discussione di dare il voto ai diciottenni dimenticando che il codice civile richiede i 21 anni per la maggior età e cioè per dare facoltà di amministrare il proprio patrimonio?
Una lunga e dettagliata inchiesta sulla situazione italiana in regime fascista veniva condotta per la Revue des deux Mondes di M. Pernot. Le sue conclusioni, apparse tra il maggio e il giugno 1923, in lunghi saggi nella grande rivista francese, confortavano il comune giudizio europeo sugli avvenimenti italiani, sulla reazione alla grave crisi di smarrimento e di depressione provocata dalle difficoltà del dopoguerra e dalla minaccia del socialcomunismo.
Dopo questa ed altre citazioni non esamineremo le centinaia di libri stranieri sul fascismo e sul corporativismo e tutti gli sperticati elogi sul movimento e sul suo capo. Le linee generali della storia europea tra le due guerre sono note e in essa il fascismo, sorto a combattere la degenerazione del sistema parlamentare, ebbe il suo momento di favore nazionale e mondiale, fece scuola, si diffuse in molti paesi e altrove fu portato ad esempio; trovò non solo da noi ma anche nella terra classica del parlamento e del liberalismo fervidi fautori: poi venne declinando. Il nazismo, che può porsi tra i suoi derivati, lo superò e scavalcò in brutalità e violenza; con le teorie del razzismo e dello spazio vitale (Lebensraum) appoggiate alla forza militare, lo eclissò e lo rese mancipio. Fino al 1936 il fascismo primeggiò sul nazismo. Dopo la rioccupazione militare della Renania (marzo 1936) e fino a Monaco i due movimenti parvero stare in equilibrio. Ancora agli occhi di F. Poncet, uno dei migliori ambasciatori francesi, Mussolini appariva in quell'occasione un maestro, Hitler un discepolo. Da questa errata constatazione F. Poncet fu stimolato, nella speranza di poter influire su Berlino da Roma, ad accettare la sua sfortunata missione nella capitale italiana (4).
Dopo Monaco, invece, l’Italia e Mussolini passavano in posizione del tutto subordinata di fronte a Hitler e alla Germania. Con l'intervento italiano in guerra l’Italia divenne schiava dei tedeschi ; essa fu a mano a mano irretita dagli uffici e dalle missioni di Berlino e poi fu, con la scusa dei soccorsi di armati, militarmente occupata. Qui è l’origine del dramma dell'otto settembre.
Mussolini aveva appreso che, dopo l’occupazione di Vienna (marzo 1938) per effetto dell’Anschluss Hitler era venuto a conoscenza di tutto il suo carteggio segreto con Dolfuss, Schuschnigg e Starhenberg sulla questione austriaca. Quel carteggio (ricordarsi della mobilitazione al Brennero del 1934) era intonato a sentimenti assai aspri e violenti contro il nazismo e contro Hitler Dominato dalla paura rispetto al suo complice tanto più potente, sicuro di essere processato come criminali;  via da quella di continuare la guerra ciecamente fidando nell’imprevisto di qualche terribile arma segreta. Si è poi visto che questa speranza non era priva di fonda-
mento. Si sa che gli atti politici non hanno giustificazioni ma solo delle spiegazioni e quindi a nessuno verrà in mente di giustificare Mussolini il quale passerà alla storia con il marchio d’infamia di Lodovico il Moro. Il popolo sul quale egli aveva fatto leva per salire al potere lo ha già punito del suo infame tradimento contro la Patria.


(1) Maffeo Pantaleoni : Finanza fascista. Rivista « Politica » (anno v, n. 44-45).
(2) Questo si scriveva un po’ da per tutto nell’anno 1923, sul fascismo, e si chiamò normalizzazione. Assai più diffìcile sarebbe scrivere lo stesso dell’attuale periodo. Siamo ora assai più vicini al commento di Taine sulla presa della Bastiglia: «Non seulement le pouvoir avait glissé des mains du roi. mais il
n’était point tombé dans celles de l’Assemblée; il était par terre aux mains du peuple lâché, de la foule violente et surexcitée, nés attroupements qui la ramasse
come une arme abandonnée
ans la rue. En fait il n’y avait plus de gouvernement: l’édifice
artiflcielle de la société humaine s’effondrait tout entier: on rentrait dans l’état de nature. Ce n’était pas une révolution, mais une dissolution ».
Ma non è necessario ricordare Taine. Con molta efficacia Nitti ha parlato al teatro San Carlo, il 3 ottobre 1945, sul Governo del sei partiti e dei Comitati di liberazione nazionale.  A un dato punto egli ha detto: «Il disarmo devo essere imposto senza indulgenza e senza esitanze e gli alleati, prima di lasciare il nostro paese hanno moralmente e politicamente il preciso dovere di compierlo.
« Ma non basta togliere le armi, bisogna disarmare gli spiriti. Vi sono denominazioni di movimenti o di partiti che non si comprendono più come i partigiani, che compirono opera utile, ma il cui compito è finito. In tutta l’Italia settentrionale e in parte dell’Italia centrale, partiti i tedeschi e finita la piccola repubblica di Mussolini, fu necessario trovare organismi provvisori che sostituissero gli organi di un governo che non esisteva più. Cosi sorsero i comitati di liberazione di vari partiti che poi divennero sei e che sono ora alla base del governo. I comitati di liberazione han perduto e perdono ogni giorno la loro ragione di essere. Ve ne sono che funzionano senza troppi inconvenienti ma sono formo transitorie, destinate a scomparire con la causa che le ha prodotte.
« Ho raccolto un materiale enorme sul loro funzionamento e sulle conseguenze della loro attività, in rapporto all’ordine pubblico e alla vita del paese o posso dare giudizio sicuro si tratta di quella elio chiamerò una ’'oclocrazia"! Se non sapete che cosa significa, cercatelo sul vocabolario ».
(3) Vedi una lettera di A. C. Jomolo sul giornale L'Opinione del 27 febbraio 1945.

(4) Vedi un articolo di P. Poncet sul Conte Ciano nella Giovane Italia (agosto 1945).