NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 26 giugno 2018

Re Vittorio abbandonò Roma per difenderla


A 70 anni dal settembre 1943 la vicenda va riletta nella sua oggettività. Il sovrano soldato non fuggì, ma fu costretto ad andarsene.

Poté così esercitare le sue funzioni da uomo libero ed evitare la vendetta di Hitler, che avrebbe altrimenti distrutto la città eterna



di Salvatore Sfrecola

Il giornalista Marco Patricelli annota per La Verità l’ultima puntata di La grande storia di Paolo Mieli, in onda su Rai 3. In particolare, il giornalista - storico si sarebbe appisolato parlando di Mafalda di Savoia e della sua «cattura» da parte delle SS di Herbert Kappler. Precisa Patricelli che Mafalda, figlia di Vittorio Emanuele III e moglie del principe Filippo d'Assia, non era stata arrestata in Bulgaria, come affermato da Mieli, ma a Roma, di ritorno da Sofia, dopo le esequie del cognato,Boris III, marito di sua sorella Giovanna, avvelenato per ordine di Adolf Hitler. La principessa fu «invitata» a recarsi all’ambasciata tedesca, dove scattò la trappola che la portò prima a Berlino e poi nel campo di concentramento di  Buchenwald, dove sarebbe morta il 28 agosto 1944.
Scrivendo di quel tragico settembre del 1943. Patricelli aderisce alla vulgata della «fuga» del Re da Roma. Eppure, a oltre 70 anni, dovrebbe essere agevole considerare i fatti sine ira ac studio, abbandonata ogni suggestione politica. È noto, intatti, che dopo il 25 luglio, le dimissioni di Benito Mussolini e la caduta del fascismo. Hitler, certo che l’Italia avrebbe chiesto l’armistizio agli angloamericani, dislocò in Italia numerose divisioni. Firmato l'armistizio, gli angloamericani ne danno l’annuncio prima del previsto, spiazzando il governo e i reparti militari, che non sarebbe stato possibile informare senza che la «notizia» fosse intercettata dai tedeschi. Tutti, pertanto, ne vengono a conoscenza dal maresciallo Pietro Badoglio, attraverso il noto messaggio radiofonico dell’8 sera quando, nel comunicare che il governo
italiano aveva chiesto l'armistizio, precisava che «conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». L’esercito, si dice, non aveva avuto ordini. Ma l’indicazione di reagire «ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza» non è forse un ordine preciso?
Il Re è stato accusato di non aver difeso Roma. Per alcuni doveva morire a Porta San Paolo, alla testa dei suoi soldati. Gli si chiedeva un «bel gesto». Sarebbe stata la cosa più semplice per l’anziano sovrano, il «Re soldato» della Grande guerra. Ma, poi, gli sarebbe stato rimproverato di aver mancato al proprio dovere di preservare
la sua persona, unica autorità legittima di un Regno senza Parlamento. Inoltre, resistendo a Roma, avrebbe concorso alla sua distruzione. La città, indifendibile, sarebbe stata distrutta nei combattimenti tra tedeschi e alleati e i monumenti della sua straordinaria storia sarebbero stati sepolti per sempre sotto le bombe. Non avrebbe avuto pietà Hitler, desideroso di vendicarsi del traditore italiano e di papa Pio XII, che aveva pensato di rapire. Né avrebbero avuto remore gli angloamericani, come dimostrerà la distruzione della millenaria Abbazia di
Montecassino al solo sospetto che vi fossero nascosti tedeschi. A chi avrebbero addebitato i romani e la storia, la distruzione della città? Al Re del «bel gesto», naturalmente. È stato facile da parte degli antifascisti dell’ultima ora parlare di «fuga» del Re. Altri sovrani dei Paesi occupati dai tedeschi si erano rifugiati in Inghilterra. Nessuno ha parlato di fuga. Lo ha spiegato bene Alessandro Meluzzi, all'indomani del ritorno della salma del Re in Italia: «Gli han fatto pagare gli errori di un Paese».
Quelli dei popolari di Luigi Sturzo, dei liberali di Giovanni Giolitti e dei socialisti di Filippo Turati che, nel 1922, invitati dal re a formare un governo che affrontasse la crisi del dopoguerra, non vollero. Alcuni votarono la fiducia al governo di Mussolini. E quando cominciò a delinearsi la soppressione delle libertà statutarie, dalle Camere non venne quel segnale che attendeva. Era un formalista. Re Vittorio, ma il 25 luglio 1943 fece tutto da solo concordando con Dino Grandi, tramite il ministro della Reai Casa, Pietro d’Acquarone. l’ordine del giorno che, approvato dal Gran Consiglio del Fascismo, gli avrebbe restituito i poteri di capo supremo delle forze armate.
Con la «fuga» del Re si è giustificata la «morte della patria», per dirla con Ernesto Galli della Loggia, e si è aperta la strada alla perdita dell’identità nazionale. Lo dice bene Indro Montanelli, nel libro L'Italia della Repubblica: «Di coloro che avevano votato la Repubblica, pochissimi si erano resi conto che, con la Monarchia, l’Italia rinnegava il risorgimento, unico tradizionale mastice della sua unità... Scomparso anche quello, il Paese era in balia di forze centrifughe che ne facevano temere la decomposizione».