NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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venerdì 13 ottobre 2017

Io difendo la Monarchia I cap - II parte

La prima crisi del parlamento

La gioventù universitaria fu unanime per l’intervento. Con tutto ciò la crisi parlamentare con le dimissioni di Salandra, si mantenne nella più rigorosa costituzionalità. Il Re consultò Boselli, Sonnino, Carcano, Marcora e Giolitti. Quasi tutti, meno il Giolitti (1), ritennero che la Corona dovesse confermare l'incarico a Salandra.
E non si poteva, infatti, dati i recenti impegni internazionali, battere altra via.
L'episodio è però significativo. Per la prima volta, dal 1861, il Parlamento italiano è costretto a subire la iniziativa politica della piazza. Le regole del giuoco sono rispettate, ma la sostanza è profondamente vulnerata.
Né conta se questo fu un bene o non fu un male. Verrà giorno in cui un giuoco simile sarà assai nocivo.
Nella grande generalità, la stampa esaltò le manifestazioni popolari e la decisione sovrana di confermare all'on. Salandra l’incarico di costituire il Gabinetto, nel quale entrò Sonnino, Ministro degli Esteri rimasto a quell’ufficio per tutta la durata della guerra. Ma non mancò neppure allora chi parlò delle agitazioni popolari nelle città, come dimostrazioni di « quaranta o cinquantamila dementi e malfattori » (2).
Si ebbe allora per la prima volta nella storia del nuovo Regno, una intimazione alla Corona che del restoera favorevole alla guerra : la prima intimazione di Mussolini. Era costui un agitatore violento del socialismo rivoluzionario che dal 1908 si era fatto luce, con atteggiamenti di tribuno giacobino, in quel partito, conquistandone il giornale e la direzione politica. In occasione dell'attentato di Alba a Re Vittorio aveva scritto un aspro e villano articolo contro la monarchia; nel 1911-12 aveva capeggiato movimenti e disordini per impedire la partenza dei soldati per la Libia; nel 1914 aveva scatenato il moto della settimana rossa con l'esperienza delle effimere repubblichette marchigiane.
Espulso dal socialismo, alla fine del 1914, abbandonava la direzione dell’Avanti! e fondava II Popolo d’Italia ove iniziava, con la stessa violenza di linguaggio adoperata fino al giorno prima contro la borghesia, un’aspra campagna contro gli antichi compagni socialisti.
 Apriva pure, sin dal primo articolo, una vivace campagna per l’intervento. Il brusco trapasso dall’estremo neutralismo all’interventismo venne da più parti attribuito a segreti e non confessabili motivi. A noi pare che in tempi così agitati come quelli che andiamo descrivendo, uomini della natura di Mussolini, bramosi solo di primeggiare e di raggiungere il potere, siano condotti a mutare di bandiera e di compagni, per unaspinta dell’istinto e per un segreto avvertimento del loro spirito.
Poco attaccati alle idee, ai sistemi e alle dottrine che non conoscono, lontani dallo studio come da ogni serio lavoro, essi non sono che degli agitatori e dei tribuni. Dinnanzi alle folle si valgono dell’uno o dell’altro motivo: la patria o l’internazionale; Garibaldi o Marx; la guerra o la diserzione, Dio o il diavolo, con uguale indifferenza e con uguale calore. Si tratta di scegliere il momento, l’ambiente e il luogo. L’interessante e sfruttare il quarto d’ora favorevole per ottenere il successo, per capeggiare un movimento, per appaltare un attimo della volubile opinione generale e farsene esponente ed araldo. La pronta facoltà di assimilazione e di imptovvisazione degli italiani, così di frequente scambiata con la cultura, giova ad uomini cosi fatti. Le folle danno loro credito e vi è sempre qualche illuso o qualche speculatore che mette i fondi per un giornale.
La cultura dei Mussolini è fondata sugli opuscoli di propaganda. Essi vi aggiungono il fuoco dell’estroso temperamento e il gusto del paradosso; ma soprattutto l’acre piacere dell’invettiva e dell'attacco sanguinoso nella polemica personale. È una corrida brutale e selvaggia. da arene messicane, ma in Italia continua ad avere successo e piace alle folle.
In qualunque altro paese uomini così fatti sarebbero tenuti al bando: potrebbero, sì, agitarsi per proprio conto, ma non commuoverebbero nessuno e sarebbero considerati dei vagabondi, degli epilettici o dei maniaci.
Nella miseria del nostro paese e nel suo clima particolare trovano credito; folle sempre nuove di illusi si fanno loro d'attorno; i salotti si aprono alla novità; i letterati e gli intellettuali temono di non parere aggiornati e si affrettano a far loro credito; gli industriali subiscono l'inevitabile ricatto, le autorità fanno loro dei sorrisi. Per alcuni anni Mussolini ha tenuto in Svizzera durante la sua emigrazione, gli stessi discorsi ripresi poi a Forlì nel 1908. Ma in quella Confederazione è stato espulso dall'uno all'altro Cantone ed è stato considerato nulla più che un vagabondo, un mendicante o un maniaco pericoloso: a Forlì è diventato un uomo politico e un organizzatore; a Milano un capo partito; a Roma un fondatore di Impero. Poi le terribili vicende, venute di fuori, hanno ridato agli uomini e alle cose le loro esatte proporzioni.
Ma intanto l'Italia è andata distrutta. Un agitatore non ha bisogno di un passato e neppure di titoli di studio o di speciali referenze. È sufficiente che egli abbia il gesto, la parola, Io sguardo, il fisico del suo ruolo. A un applicato di un Ministero si domanda la licenza liceale, ma ad un capo politico nessuno può domandare che cosa ha fatto, quali studi ha compiuto, di quale lavoro è capace. Tanto meglio se ha qualche precedente penale: esso testimonia di un forte temperamento. Ora non si domanda neppure se un capo partito ha la cittadinanza italiana. Per un paese invaso da tutte le parti è chiaro che una simile domanda sarebbe del tutto indiscreta.
Nessuno può domandare che si acceda ai partiti e alle cariche direttive con regolari concorsi, ma solo sarebbe desiderabile un livello di educazione morale e politica che scartasse dai gradini del potere politico i parolai, i fannulloni, gli istrioni, i violenti, i profittatori.
Questa pretesa sembra assurda in Italia ove la carriera politica sta per confondersi con il brigantaggio.
Mussolini, passato, come abbiamo detto, all’interventismo, fondò, nel gennaio 1915, i «fasci di azione rivoluzionaria per l’intervento» e lanciò un manifesto nel quale si affrettò, puntando grosso, a prendere a partito la Monarchia con l'intimazione: «Guerra o rivoluzione ». Queste sono le origini più genuine del fascismo: origini sempre rivendicate da Mussolini. La Monarchia nel suo pensiero era accettata, anzi tollerata, purché l’aiutasse a realizzare un programma di partito e poi si sottomettesse al suo arbitro di dittatore. In caso contrario la Monarchia doveva essere rovesciata dalla rivoluzione dei fasci.
Ventotto anni più tardi Mussolini, tornando alle origini, farà con l’aiuto tedesco la sua rivoluzione antimonarchica e si proclamerà capo della repubblica di Salò.
Lo sviluppo del fenomeno ha una sua logica e una sua coerenza, ma qui preme di rilevare che questo torbido fermento tirannico e rivoluzionario, sanguinario e intollerante nasce in Italia dal socialismo e dal popolo e non dalla «reazione monarchica». Il metodo della intimidazione, nella vita politica italiana, sui massimi poteri dello Stato incominciò allora : esso si esercitò contemporaneamente sulla Corona e sul Parlamento.
I parlamentari nel 1915 si arresero subito e si trassero in disparte. Dal 1861 sino a quel momento erano stati segnalati vari difetti del sistema parlamentare: troppo frequenti le crisi di Governo, troppo numerosi e frazionati i partiti e mal definiti i loro programmi; troppo generici e troppo accesi i dibattiti, quasi sempre ed esclusivamente politici in una età tutta economica e tutta tecnica: facile, quindi, il distacco del paese legale dal paese reale con conseguenze gravi per il prestigio e per l'influenza del Parlamento.
Tutti questi difetti e altri ancora si erano a mano a mano rilevati, ma la sovranità della rappresentanza popolare non era stata mai discussa e tanto meno minacciata.
Nel 1915 questa tradizione fu rotta, ma le regole del giuoco furono rispettate e il dissidio fu sopito almeno temporaneamente. Con tutto ciò il Parlamento, nota G. Volpe nel suo libro Il popolo italiano tra la pace e la guerra, si considerò ferito e con lui tutte le persone che lo componevano e lo stesso sistema di cui esso era centro. La svalutazione del Parlamento era cominciata dopo le elezioni del 1913 per iniziativa dell'estrema sinistra. Si affermava da quella parte che Giolitti aveva frodato il suffragio universale e che la rappresentanza, nata dalle elezioni, era falsa. Un ordine del giorno del gruppo parlamentare socialista aveva, a fine novembre 1913, detto che « bisognava chiedere conto al Governo della sua condotta e che bisognava impedire il funzionamento di una Camera così fatta». La minaccia era stata pronunciata a sinistra, ma essa veniva effettuata diciotto mesi dopo, dalle correnti interventiste. Anche la stampa fu, con i suoi organi più diffusi e autorevoli, nel maggio 1915, per l’intervento e contro il Parlamento.
L’opinione pubblica venne quindi in contrasto con la rappresentanza nazionale e a un certo momento il Re dove scegliere tra l’una e l’altra. Il Sovrano confermò Salandra al potere, ma dal punto di vista costituzionale tutto si svolse con la massima correttezza avendo poi. gli esponenti della maggioranza giolittiana accettato unanimemente Salandra e approvata la sua politica.
Votarono, infatti, a favore del Governo Salandra, sia i giolittiani che i cattolici. La rinunzia di Giolitti a costituire un Gabinetto in una atmosfera così infiammata fu il segno della rinuncia del neutralismo alla lotta.
Tutti giudicarono saggia e illuminata la scelta del Re e il suo prestigio se ne giovò. Ma questo avvenne, naturalmente, perché la guerra fu vinta. Se la guerra fosse stata perduta la corrente neutralista, sconfitta nella primavera del 1915, avrebbe accusato la Corona di avere risolto a proprio vantaggio e a favore dei «circoli militari e reazionari» la crisi parlamentare del maggio.
L’equilibrio dei poteri costituzionali dello Stato rimase scosso e alle manifestazioni politiche per l’intervento se ne aggiunsero altre più propriamente teppistiche. Esse trovarono anche allora a Milano la sede più adatta.
Si tendeva colà a sostituire l’azione popolare all’iniziativa. del Governo rispetto ai sudditi nemici ritenuti spie e traditori. Vi furono più giorni di disordini e due notti di incendi e di rapine: infine il Governo dovette sostituire il Prefetto, il Questore e il Comandante del Corpo d’Armata. «Scene sinistre — scrive uno storico pur fautore acceso dell’intervento — che ripugnarono agli italiani migliori, anche caldissimi della guerra» (3).

(1) Giolitti consigliò al Re Marcora o Carcano o Boselli o — disse proprio così — uno qualunque.
(2) Il Mattino di Napoli, 14 maggio 1915.
(3) Questo fenomeno non è sfuggito a scrittori dichiaratamente antifascisti. Sinibaldo Tino nel suo libro: Il trentennio fascista dà rilievo alla campagna contro il Parlamento nella primavera del 1915 e scrive (pag. 29) : « La insistente, ostinata e baldanzosa predicazione di accuse e condanne contro l’idea, le funzioni e gli scopi dell’istituto se. dai poteri responsabili, fu più che tollerata, favorita e secondata, dal paese fu accolta senza controllo e senza soverchio approfondimento. Ma si rivelò la più fertile quanto funesta seminagione di quella messe di contumelie e vituperii dalla quale il fascismo attinse i mezzi e l’efficacia per procedere alla distruzione completa del diritto elettorale.....   .............

« L’aperta violazione delle norme statutarie e dei diritti dei supremi organi dello Stato fu la prima sopraffazione, un irrimediabile arbitrio, dai quali e per i quali il programma iconoclasta del fascismo, che tenne a rivendicare come iniziali successi la preparazione e lo svolgimento di quelle ”radiose giornate di maggio”, trasse poi una delittuosa Influenza e attinse come da un saggio e da una prova, le prospettive di ulteriori conquiste e la visione delle successive esperienze ».

sabato 30 settembre 2017

Io difendo la Monarchia I cap - I parte

La prima crisi del parlamento
La vittoria del 1918 e i suoi effetti - Come si venne all'intervento nel 1915 - L'intimazione della piazza al Parlamento - Il Re costretto a scegliere tra il Parlamento e l’opinione pubblica - Si fa avanti Mussolini - Le intemperanze di Milano.
Nel novembre del 1918, al termine di una guerra vittoriosa, ma evidentemente troppo lunga e sanguinosa per la nostra compagine nazionale, si verificò un fenomeno straordinario ed insolito. La vittoria non rafforzò gli istituti fondamentali del paese, quelli che avevano costituito l'unità d’Italia e l’avevano sorretta dal 1861 al 1918: la Monarchia, il parlamento, l’esercito. Questi istituti avevano guidato e rappresentato l’Italia per sessanta anni. Ora avevano vinto l'ultima guerra di liberazione e raggiunto le frontiere naturali del Regno. Ma fu facile notare che mentre lo Stato aveva superato l’ardua prova e poteva vantarsi di aver liberato Trento e Trieste e di aver accresciuto il proprio prestigio sedendo allo stesso tavolo degli Stati Uniti, dell'Inghilterra e della Francia, il paese, esausto per lo sforzo, appariva indebolito dalla guerra ed era percorso e minacciato da correnti dissolventi e nemiche. Si verificavano da noi, non i fenomeni che si notavano nei paesi vittoriosi, ma quelli caratteristici dei paesi vinti. Era lecito ai combattenti, di fronte alle manifestazioni popolari, porsi le domande: «Abbiamo noi vinto o perduto la guerra? Abbiamo noi meritato o demeritato della Patria?». L'Italia non aveva compiuto grandi sforzi nelle guerre del Risorgimento: guerre brevi e poco sanguinose: la maggiore, quella del 1859, era stata vinta prevalentemente dal forte esercito francese comandato da Napoleone III. Compiuta l’unità, la guerra d’Africa e quella di Libia non uscivano dal quadro delle comuni guerre coloniali. La partecipazione popolare a queste guerre e i sacrifici subiti erano stati modesti. Comunque esse non avevano modificato il tessuto della classe politica del paese.
Il popolo, in senso proprio, era rimasto pur dopo l’unità, quasi estraneo alla direzione politica del paese affidata al Parlamento di formazione e di educazione culturale prevalentemente borghese. Vi era stato, sì, uno spostamento da destra a sinistra nel 1876, con l’avvento, appunto, della sinistra al potere, ma non si può dire che fosse mutata la classe di governo. Si chiamò, quella, e fu già un'amplificazione retorica assai frequente nella nostra letteratura politica, una rivoluzione parlamentare.
Piuttosto che mutare, la classe di governo, venne a dilatarsi dando voce e rappresentanza ai nuovi ceti della vita italiana specialmente a quelli del Mezzogiorno. Ma i Depretis, i Cairoli, i Crispi non fecero politica sostanzialmente diversa dai Lanza, dai Minghetti, dai Sella.
Anche il suffragio politico non fu eccessivamente allargato fino alla riforma elettorale di Giolitti successiva alla guerra libica. Bonomi che è, con Orlando, l’ultimo superstite di quella sagace e benemerita classe politica che fondava tutto il suo giuoco sulla meccanica del Parlamento, esamina con molta acutezza quella riforma giolittiana nel suo ultimo libro: La politica italiana da Porta Pia a Vittorio Veneto. Il suffragio universale largito da Giolitti non modificò profondamente l’equilibrio politico del paese.
Il momento difficile venne dopo: quando, scoppiata la guerra europea nell’agosto del 1914, il Governo dovette decidere tra la neutralità e la guerra. La decisione di neutralità fu approvata da tutti, ma la concordia cessò, quando, nei mesi successivi, si trattò di decidere per l’intervento. Il giuoco politico cessò allora di svolgersi nello stretto ambito del Parlamento. I partiti furono scossi nella loro struttura dalla grandezza dell'avvenimento e dalla gravità della decisione.
La democrazia giolittiana fu neutralista, mentre la democrazia massonica fu interventista. Repubblicani, futuristi e nazionalisti furono interventisti e vennero acquistando nel paese assai maggior peso di quanto non avessero in Parlamento. I socialisti riformisti furono pure per l'intervento, e così i sindacalisti, mentre furono neutralisti il socialismo ufficiale e la confederazione del lavoro. I cattolici nella maggioranza furono per la neutralità, ma poi accettarono l'intervento. Le minoranze politiche scarsamente o affatto rappresentate in Parlamento si accesero al fuoco dell'interventismo e divennero vivaci e aggressive: le agitazioni della piazza cominciarono a influenzare le decisioni della rappresentanza parlamentare.
La maggioranza di Montecitorio era allora giolittiana e Giolitti era contrario all’intervento. Minoranze aspre e combattive: garibaldine, futuriste, nazionaliste, massoniche, repubblicane, socialiste riformiste, sindacaliste riuscirono a tenere la piazza e a commuovere le folle. Ora quegli avvenimenti sono lontani e possono essere giudicati con il necessario distacco. Quasi tutti i libri dedicati a quell'argomento, scritti per lo più in medias res, ancora caldi degli eventi vissuti difendono l’intervento italiano nella prima guerra mondiale. La corrente neutralista della democrazia, non ha lasciato scritti in difesa del proprio operato. Lo stesso Giolitti e i giolittiani, subito dopo il primo atteggiamento negativo, votarono per la guerra e non negarono più l'opportunità dell’intervento per se stesso, ma si limitarono ad avanzare delle riserve sulla tempestività della nostra entrata in campagna e sulla preparazione militare e diplomatica della guerra.


I socialisti, invece hanno sempre riaffermato la loro dottrina contraria alla guerra. Quando
Mussolini, direttore dell’Avanti! si pronunciò nell’autunno del 1914 per l’intervento, essi lo espulsero dal loro Partito. Sta bene. Ma se l’Italia avesse seguito la politica del socialismo e la Germania avesse vinto la guerra, il germanesimo, tanto temuto e detestato da, socialisti, non sarebbe divenuto fin da allora padrone dell’Europa?
Questa breve osservazione dimostra quanto sia, arduo per i partiti, agire e giudicare fuori della contingenza immediata e presumere di disegnare dottrine e programmi sub specie aeternitatis.

i furono, nelle giornate procellose del maggio 1915, dopo le dimissioni di Salandra, moti di piazza per l'inter-vento, e varie riunioni di parlamentari autorevoli. Giolitti, capo della maggioranza, manifestò con chiarezza il suo pensiero. Aveva poca fiducia nell’esercito che non avrebbe resistito ad una lunga guerra. Era ormai intervenuto, è vero, il patto di Londra (21 aprile 1915) ma da esso, a giudizio di Giolitti, ci si poteva liberare con un voto della maggioranza parlamentare. Più tardi Giolitti affermerà di non aver avuto precisa notizia del patto di Londra: Salandra dirà il contrario ed è probabile che almeno la notizia dell’impegno sottoscritto dal Governo in carica fosse giunta all’insigne statista di Dronero.
Après coup, e cioè al termine del conflitto, Giolitti dirà che egli era contrario a una nuova guerra anche perché essa avrebbe distrutto l’equilibrio europeo e avrebbe sconvolto l’equilibrio economico tra le classi del nostro paese con l’avvento di una grossa categoria di speculatori. In fine dirà che, a ogni modo, egli sarebbe intervenuto più tardi, in un’ora favorevole all’Italia. Queste considerazioni ed altre ancora, sono sempre possibili, ma non riguardano il nostro tema che non è quello di ricercare se Giolitti, così esperto e così prudente, aveva ragione o torto. Le ragioni dell’intervento italiano sono consolidate e rafforzate dalla seconda guerra mondiale. Nel conflitto delle nazioni europee minacciate di soffocamento dal tentativo ripetuto di dominazione tedesca, l’Italia doveva essere nel 1915 con l’Inghilterra e la Francia.
Del resto, fu sempre convinzione dei più assennati uomini di governo italiani, che l’Italia non dovesse mai trovarsi in conflitto con l’Inghilterra. Lo stesso Crispi, fervido fautore della triplice alleanza, amico di Bismarck, usava ricordare, quando era ministro, e più volte disse a Re Umberto, che la fedeltà alla Triplice non poteva e non doveva mai escludere il buon accordo con la Gran Bretagna: specialmente dopo il patto mediterraneo del 1887. Fece dunque bene il Governo del tempo a denunciare la Triplice e a schierarsi con le democrazie.


Fu follia di Mussolini seguire altra via nel 1939 e nel 1940 sbagliando tutte le previsioni e tutti i calcoli. Ma non è questo che ora vogliamo dimostrare. Noi vogliamo osservare che per la prima volta, nel maggio 1915, la volontà del Parlamento italiano fu forzata da un moto di piazza. E per la prima volta la Corona fu chiamata in causa dal popolo per decidere su di una questione capitale nel supremo interesse della nazione. La maggioranza parlamentare abbandonò, sotto la pressione della piazza, il suo atteggiamento neutralista: atteggiamento, si noti bene, che non aveva dato luogo a nessuna manifestazione esteriore in Parlamento. La poesia, nella sua più celebrata espressione, contribuì a inasprire e, in sostanza, a intorbidare la politica. D’Annunzio secondo il pessimo e provinciale costume della nostra letteratura eroica, coprì d'insolenze pittoresche e di accuse infondate e calunniose, Giolitti: la folla applaudì al poeta e urlò che voleva la fucilazione del «traditore».

martedì 19 settembre 2017

Io difendo la Monarchia

Un libro importante, del 1945-1946. Ci accompagnerà per un po'. Buona lettura.
Lo staff

La polemica politica non si svolge serena e obiettiva in Italia dopo l’8 settembre 1943. Il territorio invaso e diviso, la catastrofe della sconfitta con la immensa somma dei beni e delle vite perdute, il rifluire lento e doloroso dei prigionieri, la disoccupazione crescente, l’armistizio protratto per oltre due anni, l’impossibilità di una sollecita ricostruzione, hanno reso più aspro e drammatico il periodo di trapasso dalla guerra fascista alla pace che si vuole riconquistare in un ordine democratico nazionale ed universale.
Già la mattina del 26 luglio 1943 i partiti e gli uomini, costretti per venti anni al silenzio, avevano imperiose esigenze morali da far valere contro la funesta dittatura di Mussolini. Oggi, dopo trenta mesi da quei giorni di illusoria e svagata liberazione, cui doveva succedere l’incubo invernale dell’oppressione e del terrore, quelle ragioni, divenute assai più pressanti, contribuiscono a rendere arroventata l’atmosfera e più acre l’odio politico. Il rancore contro la dittatura si è esteso alle classi e agli istituti che con il fascismo dovettero fare i conti e che furono costretti a subire il predominio di parie. Ma intanto molti avvenimenti si sono succeduti, molti partiti hanno consumato il loro involucro idealistico e hanno svelato la loro vera natura, molte campagne di stampa hanno mostrato la loro sostanza artificiosa; certa democrazia «progressiva» interna ed esterna ha messo a nudo il trucco polemico del proprio programma; molti appetiti che addentano le nostre frontiere hanno fatto cadere tante illusioni e han fatto conoscere che nulla è muato nelle leggi fi forza che regolano i rapporti tra i popoli.
E’ venuto quindi il momento di mostrare alcune verità, di fissare alcune responsabilità, di attribuire a ciascuno il suo, di dare a Cesare quel che è di Cesare
La confusione tra Monarchia costituzionale e dittatura totalitaria è, prima che una menzogna demagogica, un non senso e una contraddizione in termini. La Monarchia costituzionale si regge, infatti, sul Parlamento democratico che già il Guizot considerava, nella prima metà del secolo scorso, il più compiuto ed equilibrato dei sistemi politici. Per sua natura essa tende a mediare le esigenze delle varie parti e a garantire l’equilibrio dei poteri dello Stato secondo la vecchia e rispettabile formula di Montesquieu. Non la Monarchia ha voluto superare quella formula, ma, sì, le rivoluzioni contemporanee che hanno accentrato tutti i poteri nella dittatura di un uomo e di un partito.
L’esperienza del capoparte, del duce, del fuehrer, del caudillo, del conducator, non si può conciliare con il monarca costituzionale. Quando Mussolini sente nel 1941, da un inviato di Franco, l’intenzione di restaurare la monarchia in Ispagna egli vi si oppose brutalmente perché la sua esperienza, confrontata con quella di Hitler, gli insegnava che il più forte ostacolo, alla illimitata dittatura, gli veniva dalla tenace, costante opposizione (che questo libro mostra e documenta) della Monarchia costituzionale. D’altra parte non va dimenticato che il 25 luglio fu la Monarchia a rovesciare la dittatura e a far arrestare il dittatore.
I partiti di massa tendono a identificarsi con la totalità nazionale e a riempire con la loro forma la organizzazione giuridica dello Stato. Questa degenerazione e questa perversa follia dei popoli, usciti dal travaglio della prima guerra mondiale, ha offeso l’equilibrio delle classi e dei poteri dello Stato e insieme, ha minato la Monarchia costituzionale. Essa ha tolto le libertà ai popoli, ha chiuso i Parlamenti e ha, insieme, annullati i poteri del Sovrano. È vano parlare delle cose d'Italia tra il 1922 e il 1943 senza aver penetrato questa massiccia realtà.
Nell’ottobre 1922 se la Monarchia fu costretta a fare buon viso al fascismo (tendenzialmente repubblicano) ciò si dovette alla incapacità del Parlamento democratico a costituire un governo saldo e durevole. Da quel momento il Re fece ogni sforzo per assorbire la rivoluzione nella costituzione; ma il fascismo e il suo dittatore fecero uno sforzo ancora maggiore per annullare la costituzione nella rivoluzione e con ciò abolire la Monarchia. Privato del Parlamento, e cioè del potere legislativo da opporre al potere del dittatore, la Monarchia fu rapidamente costretta ad una posizione di rigorosa difesa. I termini di costituzione e di rivoluzione, secondo una memorabile massima di Cavour, non si possono conciliare a lungo perché l’uno elimina l’altro. In Italia l’imbroglio e il bisticcio sono durati ventun anni per la deviata sensibilità politica del popolo, pronto a levare sugli scudi un capoparte cui far coro con clamori di piazza, ma insieme pigro e beffardo, adusato a volgere in ischerno, l’indomani, gli entusiasmi travolgenti della vigilia.
In questo libro si dà conto del lungo conflitto e si descrivono obiettivamente i rapporti tra i due termini di quella che Mussolini ha chiamato, con ribaldo compiacimento, la « Diarchia ».
Alla fine dell’altra guerra venne meno, si legge nella « Storia di Europa » del Fisher, la religione della libertà e la fiducia nel metodo della democrazia parlamentare: si credette necessario ricorrere ai rimedi eroici e alla concentrazione del potere politico nelle inani di un capo per superare le difficoltà delle lunghe discussioni parlamentari. Fu un male non solo italiano, ma europeo ed universale.
Nel rendere conto dei fasti e dei nfastidel fascismo, questo libro accoglie solo i giudizi e le testimonianze degli autori antifascisti italini e stranieri, si appoggia alla autorità del Croce, dei Turati, degli Albertini, degli Amendola, dei Slvatorelli, dei Matthews, dei Fisher. Gli autori del fascismo sono ignorati
Si è voluto con ciò evitare tanto l’invettiva polemica per fare opera costruttiva di dimostrazione e di persuasione. Si spera così di servire assai più dell’interesse dinastico la causa del   paese.   Ci troviamo infatti nella urgente necessita di ricostituire il nostro ordinamento politico e giuridico con il ripristino degli istituti travolti nel 1922. Essi avevano fatto ottima prova dal 1861 al 1918, ma divennero tardi e inoperanti con la immissione dei partiti di massa nella politica e con la conseguente frattura dell'equilibrio dei gruppi nell’antico Parlamento.
I novatori e i sovvertitori si divisero in più schiere ora concorrenti, ora rivali; ma essi furono tutti nemici del vecchio ordine costituzionale. Tutti furono adoratori del sindacalo, del partito, della massa e nemici dell’individuo: tutti esaltarono la forza del numero che riempie lo Stato, lo conquista e lo domina; tutti dissertarono sullo spirito collettivo che regge il mondo moderno, tutti adorarono la rivoluzione continua; tutti scansarono dalla politica il lume della ragione per sostituirvi la fede bruciante di una nuova religione o antireligione.
Se dopo tanti sviamenti polemici vogliamo ritrovare la via dell’ordine, della ragione, della salvezza,dobbiamo scansare gli arsi sentieri delle vecchie e nuove religioni del collettivismo. Nel mito della massa potremo ritrovare molte cose a noi note e per noi caduche, ma non la libertà, non la pace, non l’ordinato progresso, non l’illuminata giustizia, non la legalità, non la perfezione e l'edificazione dello spirito. La libertà procede dalla dialettica e dal giuoco delle parti, non dalla massiccia uniformità del popolo nello Stato.

Nello schieramento attuale dei partiti in Italia, sono fautori di una Monarchia costituzionale quelli che avvertono innanzi tutto l'esigenza della libertà; sono fautori della repubblica quelli che sognano nuove esperienze sociali e sono dominati dal demone rivoluzionario. I primi chiedono il ritorno agli istituti del Risorgimento e affermano che lo Stato si può salvare solo rispettando la sua continuità. I secondi sono pronti alle ignote esperienze dei tumulti di piazza comandati dalle milizie di parte sotto i vessilli rossi o neri della repubblica e del terrore.

È la vecchia strada tradizionale delle repubbliche italiane così felicemente illustrala dal Quinet nelle Rivoluzioni d'Italia: è una strada nella quale si è consumato per secoli il nostro genio e avvilita nella servitù la dignità della Patria.