NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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mercoledì 31 agosto 2016

Richiamo al buon metodo della Storia. La storia della Casa di Savoia. Benedetto Croce


L'articolo di Giuseppe Galasso di qualche giorno fa sul Corriere della Sera a commento della riedizione di un opuscolo di Luigi Salvatorelli del 1944 ci ha dato l'occasione per riscoprire un articolo di Benedetto Croce pubblicato nel Giornale di Napoli, 13 ottobre 1944, e nel Risorgimento liberale di Roma, 14 ottobre.
Nell'articolo Croce contesta organicamente al Salvatorelli il suo metodo e quindi tutto il contenuto dell'opuscolo dettato non già da analisi obiettiva ed impersonale ma dalla passione politica e segnatamente da quella di un partito, il Partito d'Azione molto rappresentato al governo ma che non avrebbe avuto alcun seguito popolare di lì a poco.
L'articolo è pubblicato in "Scritti e discorsi politici 1943-1947, Laterza 1962.
Ringraziamo i nostri solerti amici per la segnalazione che ci ha permesso di trovarlo!
Lo staff


Non si pensi che io voglia, neppure per qualche momento, distrarre i nostri lettori dai problemi politici che premono sopra noi tutti e sono il nostro presente e attuale dovere. Il richiamo, che mi permetto di fare, all'osservanza del buon metodo della storia, mi sembra oggi anch'esso sollecitudine e dovere politico.
Perché la conoscenza storica è il fondamento di verità che di continuo poniamo e rassodiamo per il nostro fare politico. Senza di essa, si andrebbe alla cieca, in un mondo cieco. E formare o ricevere in sé la conoscenza storica vuol dire la ricorrente tregua o sospensione mentale delle lotte tra gli uomini e tra i partiti nel momento che ci affissiamo solo in lei.

Leggo, in un avviso che accompagna l'opuscolo storico che ho dinanzi, che questo appartiene a una serie di Pubblicazioni, condotte « secondo le direttive ideologiche e politiche del Partito d'azione». Senza mancare di riguardo al Partito d'azione, -perché, oltre il resto, non mi è possibile mancare di riguardo a un partito che vedo ora in grande travaglio per definire sé stesso, - dico che nessun partito deve dare le «direttive» alla storia, la quale le attinge solo dalla purezza del pensiero.

Nessun partito? Neppure il liberale? Neppure il liberale, perché questo (e tale è una delle ragioni per le quali io sono liberale) professa bensì il suo rispetto assoluto alla storia e riconosce senza esitanze, anzi con gioia, il contributo che, come la storia mostra, al progresso civile e umano hanno apportato e apportano uomini di partiti diversi ed opposti, i quali, anche senza averne chiarezza o contro i loro propositi, hanno lavorato per la libertà - ma, nel far ciò, non dà le sue proprie direttive alla, storia, sibbene accetta esso dalla storia una delle sue necessarie condizioni o « direttive ». 
Dunque , l'opuscolo di cui oggi discorro è dovuto alla penna di uno dei nostri più colti storici e pubblicisti, Luigi Salvatorelli, e s'intitola Casa Savoia nella storia d'Italia (Roma, maggio 1944); e vuol essere una dimostrazione della quasi continua estraneità e divergenza e ostilità tra la storia di Casa Savoia e quella d'Italia.

Per compiutezza bibliografica, mi piace notare che lo stesso argomento, con la stessa tesi, è stato trattato in un opuscolo (di cui il Salvatorelli non poté godere la benefica lettura, come potemmo noi fin da alcuni mesi or sono in Napoli, che fu liberata prima di Roma) di un giornalista italiano, diventato cittadino americano, il Borgese, il quale ha ora il poco buon gusto di rovesciare contumelie e calunnie, dall'altra sponda dell'Oceano, sugli uomini che in Italia, tra non piccole difficoltà, operano come meglio possono per la salvazione della loro patria.
E’ agevole immaginare che cosa sia diventata la storia della casa di Savoia nelle mani di un uomo simile, il quale, per di più, non ha avuto mai alcuna pratica di cotesti studi e delle delicate cure che richiedono.

Il Salvatorelli ha ben questa pratica ed è esattamente informato dei fatti particolari che viene rammentando; ma ha preso le mosse da una polemica e confutazione della storiografia, com'egli la chiama, sabauda e cortigiana, che ha avuto corso, dopo il 1860, in manuali per le scuole o in libri di professori conformisti o di troppo zelanti monarchici. Era necessaria questa polemica? In verità, quella storiografia ufficiosa e convenzionale veniva smentita dalle parole che correvano in proverbio, da tutti accettate: che la politica della casa di Savoia verso l'Italia era stata quella del carciofo che si mangia a foglie; e, circa la mutevole e infida politica di quella casa tra Francia e Spagna, tra Francia e Impero, dal motto scherzoso ma acuto del principe di Ligne: che «alla casa di Savoia la posizione geografica impediva di fare una politica estera onorevole». Gli storici seri hanno sempre detto come stavano realmente le cose: e, per esempio, anch'io, modestamente, nel dare un quadro della storia d'Italia nel seicento, mi spacciai con poche parole delle esaltazioni nazionalistiche, dovute a poeti e pubblicisti di quel tempo, della levata di Carlo Emanuele I contro la Spagna, le quali erano, come scrissi, nient'altro che «un espediente eli esortazione e di polemica ai fini della particolare politica di un particolare stato, anzi di un singolo uomo, che, per amore di grandezza e di gloria, sognava a volta a volta di farsi duca di Milano, signore di Genova, conte di Provenza, re di Francia, re di Boemia e Imperatore romano» **. Come si vede, in siffatti giudizi io non dissento dal Salvatorelli.
Ma il Salvatorelli prende particolarmente a combattere l'interpretazione sabaudica data della storia di casa Savoia dal prof. Cognasso, che insegna a Torino. Anche qui: ne francava la spesa? Quale risonanza hanno mai avuto, quale pericolo di sviamento nei giudizi hanno mai portato, quelle interpretazioni del Cognasso, i cui meriti di studioso, del resto, sono stati acquistati soprattutto nella storia bizantina e medievale?
Come che sia, ciò facendo, il Salvatorelli ha disavvedutamente preso dal suo avversario l'impianto della narrazione e dimostrazione storica, e in cambio di elevarsi sopra di esso col rifiutare nettamente quello schema e salire sul monte della storia, e rimasto sul piano.

Dal suo avversario gli è venuta anche, per imitazione e contrario, la trattazione storica convertita in un esame di ciò «che si doveva fare», e che i conti, duchi e re di casa Savoia, da Umberto Biancamano a Vittorio Emmanuele III non fecero o fecero male o fecero in senso opposto al dovuto. Tutto il suo opuscolo è intessuto di queste forme di giudizi vietati allo storico, e di frasi in cui abbondano i «se», i «si sarebbe potuto», e simili. Lo storico ben conosce che non è dato sostituire sé stesso all'individuo che ha operato nelle individue condizioni di animo e nelle circostanze in cui, di volta in volta, effettivamente ebbe a trovarsi; e non smarrisce mai l'assioma che, se colui si comportò come si comportò, non poteva altrimenti, e prova ne è che, nel fatto, non fece altrimenti. Lo storico non consiglia, e non rimprovera, per piú efficacemente indirizzarli, uomini viventi plastici, trasformabili, da persuadere o da intimidire per la più avveduta o la più giusta loro azione nell'avvenire; ma ha innanzi il passato, reso sacro dal suo carattere stesso di passato, voluto così da Dio o dallo spirito del  mondo o (se ciò aggrada ai miei filosofici colleghi comunisti) dalla necessità dialettica della Materia. Il Passato bisogna, bensì intenderlo, ma non già presumere di censurarlo, né di somministrargli l'errata-corrige.

L'esecuzione stessa di questo errato schema si sarebbe presto fatta sentire al Salvatorelli disagevole e insostenibile nel fatto, se egli non possedesse, altresì in comune col suo avversario, un'idea che è un'immaginazione, contro la quale non ho mai tralasciato di mettere in guardia gli studiosi: quella di un'unitaria storia d'Italia nei secoli,            protagonista la persona spirituale dell'Italia. Ma l'Italia, e anche l'aspirazione effettiva all'unità statale dell'Italia, fu un avvenimento del secolo decimonono, nel quale tutti            sanno la grande parte che ebbe Giuseppe Mazzini; e non è lecito assumerla a misura e criterio per i fatti di altre età, che ebbero altri problemi e si mossero in altre cerchie             ideali e operative, e le cui persone erano Venezia, Firenze, Milano, Torino, Napoli, Sicilia e via dicendo. Così il Salvatorelli accusa i Principi di casa di Savoia di non aver           avuto di mira l'unità d'Italia, di aver negletto di lavorare a tal fine, o di averlo contrastato. Ma anche quando non c’era il problema dell'unità d'Italia, si poteva lavorare utilmente per la civiltà e preparare alla lontana e inconsapevolmente le forze per affrontare un giorno, allorché sarebbe sorto, il problema dell'unità nazionale, e gli altri che l'hanno seguito e lo seguiranno. E la casa di Savoia governò, soprattutto nel settecento e nell'ottocento, uno degli stati più saldamente costituiti tra quelli italiani, che per questa sua saldezza poté, al momento buono, farsi promotore dell’Indipendenza e attuare intorno a sé l'unità d'Italia.

Meno stridente che non sia con la sua rassegna storica (la quale dal secolo undecimo va fino al secolo decimonono) è il tono mordace, acre, sarcastico, astioso, e insomma, appassionato, del racconto del Salvatorelli, quando egli giunge al secolo ventesimo e alla sciagurata contaminazione di quella assai stimata monarchia col fascismo. Ciò che egli dice della responsabilità del re Vittorio Emanuele III nel triste e vergognoso periodo chiuso della nostra vita nazionale, è stato gridato alto da noi, qui in Napoli, prima che il Salvatorelli e i suoi compagni potessero liberamente muoversi e parlare. Ma noi appunto, nel dire quel che dicemmo, nell'esortare e nel premere perché il re lasciasse il potere come alla fine ottenemmo, facevamo politica. e non già scrivevamo storia. Forse anche nella nostra indignazione per l'accaduto c'era, almeno in alcuni di noi il senso doloroso dell'offesa che si era recata da un re dei Savoia a questa veneranda casa sovrana, la, più antica di Europa che noverava nove secoli di vita, ricchi di nobili e severe memorie, e che, quando noi eravamo giovani, aveva ispirato l'altissimo canto di Giosué Carducci.
 Un'ulti-ina osservazione si avverte, nelle. pagine del Salvatorelli, come un continuo sospetto e rimprovero che i re di casa Savoia, o i re in genere dirigessero la loro politica nell'interesse della conservazione e salvazione della Monarchia e della Dinastia.
Ma se la Monarchia è la forma di uno stato, quale meraviglia che il re intenda a conservarla e tenga in conto le necessità vitali di essa, giacché la sua stabilità e il suo vigore sono pur necessari allo stato e al popolo che essa governa? Tutto sta a non perdere propter vitam vitae causas, e a non sacrificare, per conservare la monarchia, il bene pubblico, e a non sacrificare il popolo che si regge: con che si perderebbe, infine, la monarchia stessa. Così un esercito è fatto per difendere la patria, ma insieme con ciò ha i suoi interessi propri, di esercito, che non può servire la patria se prima non conserva sé stesso, cioè non serve alle ragioni del suo organismo militare. Così gli scienziati servono alla patria fornendola di scienza, ma questa forza non potrebbero prestare alla patria se innanzi tutto non servissero agli interessi della scienza, della pura scienza, autonomi e distinti da quelli della patria, sebbene con essa unificabili. Non vedo perché i monarchi, che hanno a cuore la stabilità della monarchia e la successione del trono, debbano essere trattati peggio dei militari e degli scienziati, e sottomessi a un sospetto e a un discredito dal quale gli altri vanno esenti. In fondo, il re Vittorio Emmanuele III fu colpevole di avere, non già provveduto alla stabilità della monarchia e alla successione dinastica, ma, per accomodamento, per quieto vivere, per fiacchezza, compromesso l'una e l'altra con l'abbandonare prerogative che erano non soltanto sue ma del suo popolo, come la successione ereditaria, e diritti e doveri che lo Statuto gli assegnava e, che egli lasciò esercitare a un avventuriero, come la dichiarazione di guerra e il comando delle forze di terra e di mare. Così avess'egli difeso le sorti della sua casa, «inseparabili» (come in una solenne occasione aveva affermato) «da quelle della libertà »!

* Nel Giornale di Napoli, 13 ottobre 1944, e nel Risorgimento liberale di Roma, 14 ottobre.
**Storia dell'età, barocca, p. 489

domenica 9 agosto 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - XII

Croce si difende calunniando il Re

Croce. Una caricatura
Ma dove egli rivela tutta la preoccupazione di salvare se stesso ed il Partito Liberale dalla complicità nel potenziamento del fascismo lo troviamo nel volume Quando l'Italia era divisa in due (Laterza, Bari) che qualcuno ha definito un libello. Vorrebbe dare ad intendere, con qualche timida affermazione, ch'egli agisca nell'interesse della Patria, ma le 156 pagine del diario sono dominate soprattutto dal rancore verso il Re e da una specie di noncuranza e disistima verso il Principe Umberto. Questo suo stato di animo aleggia in ogni periodo e si capisce come egli l'abbia trasfuso nei suoi interlocutori. Ma affrontando il problema dell'Italia divisa in due la parte al di qua, della linea gotica la divide ancora in due parti: i suoi seguaci o quanto meno quelli che avversano la Monarchia, ed i difensori di questa; anche qui rivelando animosità a dir vero assai piccine per un uomo della sua elevatura, quella ad esempio di scrivere Repubblica con la “R” maiuscola e monarchia con la “m” minuscola. 
Nella sua ossessione poi di farsi apparire come un campione dell'opposizione fascista, afferma di avere rotte le relazioni con Gentile per il solo fatto di essere questi passato al fascismo (31 maggio  1923) come se quell'adesione sia da datarsi dal giorno della tessera. Rompeva le relazioni col suo fraterno amico dopo averlo difeso per la legge fascistissima dello esame di Stato- ma non negava la fiducia a Mussolini. Vent'anni più tardi, a Brindisi, a Bari, a Salerno, solidarizzerà con fuorusciti patentati per atti continuati di anti italianità e con fascisti convertiti all'eroismo anti fascista dopo l'8 settembre. Dal Casati, già presidente della Corte di Cassazione, noto per la devozione illimitata al fascismo, ad Alba di Cespedes, fedelissima del Minculpop e della quale ne fa addirittura una eroina per il fatto che ha dormito 37 giorni in una stalla onde passare le linee tedesche... E così gli scrittori venuti ad adularlo dopo aver scritto per anni e anni libri sulla Germania di Hitler e articoli apologetici per il Regime, son diventati tutti quanti eroi.

Rimprovera al Principe Umberto la sua docilità verso Mussolini, ma quando, dopo l'incidente dell’intervista col Times l'Acquarone lo assicura di una promessa maggiore docilità, Croce ne è tutto compiaciuto.
Eppure nulla vi è stato di anti costituzionale nell’atto di Umberto, ma soltanto la manifestazione di un diritto, di un suo sacrosanto dovere: nell'intervista Egli difende il Padre dalle responsabilità dello scatenamento della guerra, e cioè che era   ingiusto addossare queste responsabilità alla Monarchia, la quale fu la prima ad essere ingannata poiché si sarebbe trovata, in caso di sconfitta, a pagare più di tutti un errore non suo. Sforza attaccò in Consiglio dei ministri Umberto attribuendogli una frase che invece non era contenuta nell'intervista. Il giornale infatti smentì le affermazioni dello Sforza, definendo sleale la condotta del Governo verso Umberto ed in un bollettino degli Alleati questi denunciavano la malafede dei ministri italiani. Ma il Governo impedì che la smentita venisse pubblicata dai giornali. Il diritto alla difesa della Monarchia qualunque delitto le fosse impunemente attribuito era assolutamente vietato dai farisei dei Comitati di Liberazione.

Rimprovera certi atteggiamenti risoluti di Re Vittorio Emanuele, mentre poi stigmatizza «la debolezza del re presente». Elogia il concetto di libertà e di liberalismo di Omodeo del quale ha molta stima per « l'ingegno e la serietà morale» e questo dopo la famosa ingiuria che costui pronunciò al Congresso di Brindisi: «A re Vittorio Emanuele non rimane altro da fare che tirarsi un colpo di rivoltella nella testa ».

E chi era Omodeo? Lo dicono gli studenti di Napoli i quali in una lettera aperta denunciano il loro professore rinfacciandogli il suo passato di cortigiano anti-liberale sfruttatore del regime: l'Omodeo era stato, il 14 luglio del 1922, imperante la sua democrazia, bocciato in un concorso per una cattedra di storia della Chiesa, da una commissione formata dai professori Buonaíuti, Pestalozza, Levi della Vida, Chiappelli, e Columba. In data 6 giugno 1923 il bocciato dott. Omodeo veniva nominato dal ministro Giovanni Gentile, professore di storia della Chiesa, senza alcun concorso, ma per chiara fama. Bocciato solennemente da un regime libero e da una libera commissione di persone dotte al di sopra di ogni sospetto conquista la cattedra che gli permette di insegnare nelle Università mediante un sopruso, un favoritismo fascista col quale il regime aveva annullato il liberale, il democratico sistema delle commissioni e, con decreto firmato da Vittorio Emanuele III, viene nominato professore del tanto odiato regime totalitario nell'Università di Napoli dove si fa eleggere Magnifico Rettore col consenso, con l'appoggio, col plauso
di Benito Mussolini dal quale riceve la tessera del partito nel 1941 (retrodatata al 1925) epoca in cui le iscrizioni portavano il riconoscimento implicito della guerra a fianco dell'Asse.

E' stata una delle più scandalose nomine del fascismo, nomina ch'egli conserva giurando fedeltà al Duce. mentre assurge a magna pars dell'I.S.P.I., noto istituto di studi fascisti dove non disdegna ritirare congrui emolumenti. La lettera degli studenti napoletani suscita un putiferio nelle schiere dei patrioti e Benedetto Croce interviene a prendere le sue difese al fine di sottrarlo dal provvedimento di una giusta epurazione. Il Croce difende l'Omodeo, ma non una parola in difesa di quei disgraziati professori avendo aderito al fascismo unicamente per necessità familiari, erano stati dall'Omodeo crudelmente epurati! Ma vi ha di più. Nel fare la revisione delle cattedre «per chiara fama» Croce ne calcola 37; erano invece 38, mancava quella di Omodeo, escluso dalla epurazione perché assunto - proprio lui - a giustiziere e perché arruolatosi contro i tedeschi, era occupato a Roma a tenere conferenze... Nominato a reggere il dicastero della Pubblica istruzione a Salerno nel governo del Re, l'Omodeo prende certi provvedimenti scatenando l'indignazione degli studenti con astensione- dalle lezioni e dimissioni di  Rettori delle scuole. Un vero pandemonio. Mai ministro dimostrò inettitudine.

Rammenta con giubilo il Croce un ordine, del giorno antifascista per il solo fatto « che comprende tra i fascisti il re». E più oltre si domanda: «Perché mai questo sventurato non ha, almeno, abdicato, cedendo la corona al figlio che non è così direttamente responsabile e gravemente compromesso come lui?» E poi ancora : «Credo che questo giuoco, che dovrebbe, far passare sopra alla condotta deplorevole tenuta dal re nel corso del fascismo, non riuscirà e a ogni modo staremo vigili a sventarlo». Deciso a colpire il Re per discolpare se tesso, mette le mani avanti affermando che «non è nostra colpa se la monarchia dei Savoia ha perduto ogni prestigio». E parlando con Sprigge, giornalista straniero, si lamenta perché «l’nghilterra vuole che a capo dell'Italia resti il responsabile dell'avvento del fascismo [testuale] e che ora è il più pericoloso, il re ».

Non cessa di agitarsi per l'abdicazione e quando viene interpellato sulla eventuale collaborazione al ministero «messo su dal re», egli risponde «inculcando il rifiuto e la più rigorosa intransigenza». Questa avversione di Croce, Sforza, De Nicola, Omodeo ed altri, ed il rifiuto di collaborare al governo di Badoglio, ritardò la formazione del ministero, ritardo che derivava pure da altra difficoltà, creata da un curioso fenomeno, l'attendismo. Quegli ex fascisti o filofascisti erano diventati si, tutti antifascisti e repubblicani ma non al punto da assumere alte responsabilità. In quei giorni non si era ancora delineata la sconfitta tedesca in tutta la sua grandiosità ed i candidati, incerti dell'avvenire, attendevano la vittoria alleata per muovere con tutta sicurezza all'arrembaggio delle cariche. Intanto arrivava Togliatti (2 aprile 1944) che capovolgeva la situazione con la sua tesi collaborazionista la quale permise ai comunisti di andare al governo. Le conseguenze sono note. Di questo sono responsabili i sunnominati uomini politici in particolare e tutto quel gruppo di fuorusciti calati a Bari, Brindisi e Salerno sulle carrette delle salmerie dell’esercito straniero, quegli sciacalli antifascisti che in quel periodo rappresentarono l'anti-Italia.

Il Croce rilevò bensì l'inconveniente, del caso Togliatti ma tuttavia seguì l'inviato dal Cremlino nella distruzione dello Stato e nella decapitazione della nostra più gloriosa tradizione nazionale. L'ira è cieca, dice il proverbio: e nella sua cecità il nostro filosofo pur di abbattere il Sovrano si associa all'inviato dallo straniero, al campione incaricato da Stalin di instaurare il comunismo in Italia. E continua ad essere in stretti contatti - com'egli stesso confessa – con l’inglese Sprigge, quello di radio Londra, l'ispiratore delle diffamazioni contro di noi, in rapporto con quegli italiani appartenenti al Partito d'Azione i quali incitavano gli Alleati a bombardare le nostre navi e le nostre città, e questo tutto in odio al fascismo. 

Mentre gli Alleati sono Contrari all'abdicazione Croce si intesta per convincerli della necessità che il Re se ne vada. Egli tiene una conferenza a Napoli, conferenza nella quale non accontentò nessuno, né monarchici né repubblicani. Intanto è costretto ad ammettere, che i tentativi di formare gruppi di combattimento andarono falliti. Mancava la bella e pura fiamma incitatrice, mancava la bandiera dello scudo crociato che trascinò i fanti del Carso e del Trentino al grido inebbriante dì guerra: Savoia! Grave la confessione del Croce quando accenna ai soldati che «non si sentono di combattere per il re, dopo quanto io e lo Sforza avevamo dimostrato delle colpe e del carattere di lui»; egli confessa insomma di avere fatto opera di disfattismo contribuendo così con la propaganda ad annullare la volontà combattiva dei soldati. Da questo stato d'animo alla rivolta od alla diserzione non c'è che un brevissimo passo. Come, durante l’Aventino l'antifascismo combatteva Mussolini insultando il Re, ed indebolendo 1’autorità della Monarchia, così ora pretende combattere il nemico tedesco esaltando la vigliaccheria presso i nostri soldati.

Del resto questa confessione fa il paio con l'altra più grave ancora: quella di desiderare la sconfitta dell'Italia in odio al fascismo da lui scritta e ripetuta alla Costituente e fra gli applausi calorosi dei congressisti liberali (aprile del 1946) oramai convinti repubblicani in omaggio al filofascismo del partito spiegato negli anni dal 1920 al 1925.

Croce pone il Re di fronte al fascismo, lo investe delle responsabilità di averlo cresciuto, allevato, tollerato, ne fa un complice di Mussolini, lo accusa di non essersene liberato, ma non dice quando e come poteva liberarsene.
Croce, pone un problema storico e non solo non è capace di risolverlo, ma non accenna lontanamente ad una eventuale, approssimativa soluzione. Qui sta tutta la leggerezza di Croce. Egli non solo fa da pubblico accusatore senza alcuna  prova, ma lo fa con inusitato accanimento pur sapendo che l'accusato non aveva altra via da seguire. E se colpa vi  fu egli stesso, il Croce ne fu complice necessario, volontario e consapevole.
Per valutare l'opera di Benedetto Croce attraverso la sua azione politica e nell'ingiusto accanirsi contro Re Vittorio Emanuele - valga la famosa difesa che egli fece durante la prima grande guerra, di Guglielmo II. Tedescofilo fino all'inverosimile nel 1915-1818; anglofilo fino a desiderare la nostra sconfitta nel 1940-1945. Spirito di contraddizione, o cecità politica? Un poco di tutto. Nel numero II (anno 1919) di Rivista Politica diretta da Alfredo Rocco e F. Coppola, Benedetto Croce affidava un articolo in difesa di Guglielmo II e della Germania, nel quale prende di petto i «fossili della democrazia» che riproducono «due personaggi o tipi, che hanno potuto e possono ammirare nella odierna pubblicistica politica: il cercatore di responsabilità e il moralista politico». E questo a proposito delle accuse al Kaiser che scatenò la guerra accusa trasferita poi «dal singolo individuo alla classe sociale». Il Croce definisce questa «ricerca del responsabile degli avvenimenti storici» come un «vecchio errore ben noto, segnato nel catalogo dei metodi falsi e da evitare» metodo che se culminò nel settecento è oramai «rigettato e scansato con vigile cura dalla storiografia dell'Ottocento». Perciò, egli soggiunge, «ogni buon cittadino deve opporsi con ogni possa ai ricercatori di responsabilità storiche e ai moralisti della politica, inconsapevoli traditori dei popoli ai quali appartengono ». E questi inconsapevoli traditori nella cui categoria il Croce si è voluto consapevolmente inserire con le accuse al Re, li chiama ancora « codesta genia » verso la quale egli dice di provare « qualcosa di più e di diverso del semplice sentimento di riprovazione, di diffidenza e, di vigilanza », ma addirittura di essere « preso da "un sentimento di ripugnanza e di ribrezzo, come, innanzi a persona che sia affetta da morbo schifoso »; e questo sentimento di ripugnanza egli lo giustifica dal fatto che «questi ricercatori di responsabilità non sono altro che esseri sordi alla schietta morale» in quanto che col proseguire la ricerca dì una responsabilità immaginaria essi «si risparmiano di ricercare la propria e personale, che l'uomo probo prima di ogni altra ricerca». Fra i responsabili della guerra accusatori di Guglielmo II accenna soprattutto a coloro i quali - in Italia - votarono contro le spese militari, rendendosi così complici delle responsabilità dell'imperatore tedesco.

Croce dunque è eccezionalmente violento e severo nel deplorare coloro i quali hanno osato ricercare e condannare le responsabilità di Guglielmo II che scatenò il tremendo conflitto europeo, ed all'udire le « gesticolate declamazioni di codesti accusatori di responsabilità e moralistici politici», « sento – egli afferma - allontanarsi il freno del Galateo e rimormoro le parole che Francesco d'Assisi consigliò a frate
Leone di gettare sul viso al diavolo, che gli si presentava in forma di crocefisso: Apri la bocca, ecc; e rimastico i versi del nostro Carducci: O idealismo umano, affogati... » Nella cecità polemica il nostro filosofo inciampa persino in un errore di persona: non è a frate Leone che Francesco d'Assisi suggerisce le parole con le quali affrontare il diavolo ma bensì a frate Ruffino: «Apri la bocca, che ora ti voglio… e questo ti sia  il segnale, ch'egli è il Demonio e non Cristo: e dato che tu gli araí tale risposta, immantanente fuggirà » (S. Francesco, I Fioretti , XXIX).

I versi del Carducci sono quelli dell'Intermezzo , anche questi poco... eleganti: « E l'asino, che vien de l'ortolano - Lo fiuta con dimesso - L'orecchio, e pensa: - O idealismo umano, - Affogati in un cesso».

E così Benedetto Croce dimentica il Galateo per difendere Guglielmo II sovrano straniero, come lo dimentica per accanirsi contro il Sovrano del suo Paese in guerra: e contrariamente ai suoi insegnamenti di ,storico, dà maggior rilievo ai fatti negativi invece elle agli elementi attivi. Sconfessa se stesso per dar sfogo ai suoi rancori personali. Resta pertanto stabilito per sua esplicita confessione che i ricercatori delle responsabilità di Guglielmo II hanno suscitato nel nostro storico « un sentimento di ripugnanza e di disprezzo. come innanzi a persona che sia affetta da morbo schifoso ». Gli italiani solidali col loro Sovrano ingiustamente accusato di responsabilità non Sue. come devono comportarsi nei confronti del Croce? Edmondo Cione polemizzando col suo Maestro, al quale fu per anni legato da comunità di pensiero filosofico e di lavoro, afferma di essersi allontanato da lui a causa del suo persistere in un atteggiamento anti-italiano. Quali sentimenti crede egli dunque di avere suscitato negli italiani? Ci consenta queste severe domande il Filosofo dello « storicismo ». Domande delle quali possiamo anche prevedere la risposta, dato lo spirito di intolleranza che lo anima ed il suo tono di superiorità che domina la sua polemica. Egli sostiene che quanto è stato da lui scritto contro il Re è «di grande elevatezza e non resiste ad obbiezioni (!!!), mentre quanto e stato scritto in favore è soltanto costituito da «foglietti ed articoli sciocchi e spesso sgrammaticati». E poi ancora: «...gli scrittorelli monarchici, se per una volta avranno la penna intelligente... ». E via di questo passo: così il filosofo dello storicismo scrive e commenta la storia (1).


(1) Ecco qui un esempio della imparzialità liberale, della serenità del Croce nei suoi studi. Nella vasta produzione storica, letteraria e filosofica gli è toccato di esaminare l'opera di persone mediocri. Ma rimarrebbe disilluso chi volesse trovare uno studio, un profilo di Roberto Ardigò: due sole sono le citazioni, ed incidentali. Ministro della P.I. nel 1920 dovendo commemorarlo alla Camera e non potendo farne a meno, si limita ad ammettere che « egli è uno di quegli uomini che, per avere rappresentato in modo eminente il pensiero di una età, per avere assolto il compito suo, rimangono nella storia». Eppure l'Ardigò fu italiano dì fama mondiale, filosofo insigne per coltura e per dottrina. La sua filosofia derivava da Augusto Comte, da Carlo Darwin, da Erberto Spencer, il suo pensiero fu l'espressione di quello realistico e sperimentale del Rinascimento italico che va da Pietro Pomponazzi a Galileo. «Positivismo» fu il suo sistema che ebbe fra tanti seguaci Enrico Ferri, Cesare Lombroso, Gaetano Negri, il Marchesini, Cesare Ranzoli, Alessandro Groppali, Achille Loria, Giuseppe Tarozzi, Arrigo Tomassia ed altri eminenti esponenti della cultura dominante dopo il 1870. Fu in gioventù sacerdote officiante, ed un giorno, nell'orto della canonica «guardando una rosa rossa» ebbe la rivelazione del concetto di «formazione naturale» che egli illustrava «nel fatto del sistema solare» e per il quale spiegava come il ragionamento logico non potesse ammettere la esistenza di Dio, poiché il concetto di naturalità assoluta implica l'assoluta eliminazione del Soprannaturale. Discutibile tesi certamente, ma pur tuttavia continuazione luminosa del pensiero realistico del Rinascimento, onde l'utopia riceve il battesimo della scienza col magistero del positivismo sperimentalista.

Cresciuto alla scuola neo-idealista dì Benedetto Croce, agli antipodi quindi di quella positivista dell'Ardigò, non posso però non biasimare la silenziosa ostilità con la quale egli vorrebbe seppellire questo sacerdote della scienza che tanto lustro ha dato al nostro Paese, e ciò soltanto  perché ideatore di un sistema filosofico contrario al suo. Ricordo in una visita a Mantova - la imponente socratica figura dell’Ardigò, intento a raccontare l’illibatezza della sua vita giunta sino all’eroismo della castità. Commovente la narrazione dell’incontro con Monsignor Martini quando sì reco a comunicargli la perduta fede in Dio. Il santo confessore dei Martiri  di Belfiore aveva compresa l'intima tragedia del suo discepolo. Croce invece non gli perdonò mai di non pensarla come lui.


domenica 26 luglio 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - XI

Benedetto Croce smentito da se stesso

Quali siano state le responsabilità del Partito Liberale nella creazione e nel potenziamento del fascismo lo abbiamo dimostrato alla luce dei documenti: come il fascismo non sarebbe nato senza il disordine bolscevico e senza l'iniziativa repubblicana, così senza l'appoggio liberale e democristiano Mussolini sarebbe caduto nel 1923-24 o quanto meno avrebbe seguito una via di moderazione.

Fra gli adulatori di Mussolini, fra i sostenitori con deboli riserve, contendono il primato ai democristiani gli uomini del Partito Liberale. Tutto quello che si è fatto dopo il delitto Matteotti contro l'Aventino per scagionare dalle responsabilità Mussolini è stato fatto col consenso dei due rappresentanti liberali nel Governo: Casati e Sarrocchi. In quanto all'opposizione assunta - nel nome del Partito - da Benedetto Croce, occorre tener presente che questo atteggiamento ha inizio col Manifesto degli intellettuali (maggio 1925), aspra critica alla natura del fascismo, al suo contenuto di «concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di sdilinquimenti mistici e di cinismo», ecc. ecc; ma il filosofo napoletano che era stato ministro di Giolitti quando questi fece il blocco elettorale coi fascisti, per oltre tre anni aveva dato a questi il suo appoggio e la incondizionata fiducia a chi li impersonava. Evidentemente Croce dimenticava che in una recensione ad un volume di Salvatorelli, Casa Savoia nella Storia d'Italia aveva scritto: «Il passato bisogna bensì intenderlo, ma non già presumere di censurarlo, né di somministrargli l'errata-corrige».

Tutti gli scritti di Benedetto Croce in materia politica sono una continua, patente contraddizione e noi ci limitiamo a farne qui una breve cernita.

Pensiero Politico e Politica attuale (Laterza, Bari). Parlando degli Aosta-Orleans che trescavano col fascismo e miravano a sostituire il ramo primogenito, dice che «questo sospinse il re alla sciagurata transazione col fascismo» (pag. 42). Il Croce votò in favore di questa transazione.

- «Il metodo liberale vuole la discussione e la persuasione, si vale dei mezzi morali ed esclude l'uso della forza» (pag. 26), ma per quattro anni egli assecondò ed approvò la forza e la violenza.

- Pranzando a Roma nell'ottobre del 1923 con Rajna dell'Università di Pisa, ed avendogli il Croce chieste delle novità di Firenze, si stupisce come il suo interlocutore non gli abbia enumerato certi fatti di sangue avvenuti tra fascisti e comunisti e cosi lo biasima: «Non si era accorto di nulla». (pag. 77). E non ricordava che nell’autunno del 1923 gli studenti a Napoli venivano arrestati in massa perchè dimostravano contro la riforma Gentile. Questi non era che un pretesto, ma il movente vero era l'avversione al Fascismo. La cittadinanza fu indignata contro queste severità ed i più illustri avvocati di colà si costituirono in collegio di difesa. Croce non si fece vivo che per difendere Gentile, cioè il fascismo. Non una parola commossa per gli studenti bastonati ed imprigionati. Non si era accorto di nulla!

- «... mentre l'annunziata marcia su Roma fu il contrario di una impresa guerriera, la prima di una lunga serie di tristi buffonate». (pag. 43). Quando essa venne annunciata a Napoli, al San Carlo, egli era presente e consenziente, con De Nicola, nella prima fila di poltrone...

- «Soltanto non posso far di meno come italiano di ricordare che in Italia l'imitazione di quel metodo russo già ci è stata e si è chiamata, ahimé,  il fascismo. Una imitazione senza dubbio tra canagliesca e buffonesca che ancora ci riempie di vergogna e di furente dolore; ma che imitazione pur fu». Sul Corriere della Sera nei suoi ricordi ( aprile 1949) scrive: «Assunto dunque atteggiamento avverso e combattente ( dopo il delitto Maettotti) non solo condussi la mia opposizione nella mia rivista e nei miei libri, nei giornali, e nei congressi liberali fin quando fu ancora possibile, e nelle discussioni e votazione del Senato, ma scrissi io, negli ultimi di aprile del 1925 la risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti».

Però due mesi più tardi e precisamente il 29 giugno del 1925 Croce dopo la risposta suddetta parlando al Consiglio Nazionale del Partito Liberale ed accennando alla ricerca manifestatasi nei paesi della Europa occidentale di un sistema «fuori del regime liberale», metteva in evidenza il fatto che l'Italia avesse preso il primo posto in questo tentativo cioè con l'esperimento fascista - e se ne compiaceva «per questo nuovo primato dell'Italia». Primato che diventa ora imitazione tra canagliesca e buffonesca.
Alle invettive postume contro il Re e contro il fascismo basterebbe contrapporre questa sua sentenza: «Un popolo non deve mai, come tutti sanno, dimenticare, e molto meno rinnegare, il suo passato per diversi che siano i suoi concetti e i suoi propositi nel presente».

Volendo registrare le contraddizioni crociane occorrerebbe un intero volume. Ma per mettere in evidenza le animosità ond'egli è pervaso basta che ci soffermiamo sui suoi Ricordi. Egli pretende che il Re dovesse opporsi alla nuova legge elettorale votata nel 1923 da una Carnera che non era neppure fascista! In quanto alla sua vantata opposizione al fascismo appare chiaramente come sia fatta unicamente di pettegolezzi e di piccoli insignificanti episodi: «ho detto questo al tale, ho detto questo al tallaltro. Ho risposto così ad un certo ambasciatore   ecc. ecc.»
Nulla di geniale. Niente di coraggioso. Prudenza, grande prudenza e nulla più.

Benedetto Croce insiste sovente e volentieri sopra questo tema della sua opposizione al fascismo fatta sulla sua rivista. La verità è che, anche sulla “Critica” i suoi interventi contro il regime - sempre dopo il 1926 poiché fino alla metà di quell'anno egli fu favorevole, malgrado il Manifesto degli intellettuali furono blandi e senza energia. Ciò è tanto vero che la rivista venne liberamente pubblicata e non ebbe mai un solo numero di sospensione. Egli è l'unico scrittore ed editore non iscritto nei ranghi del fascismo che durante il ventennio poté liberamente scrivere e pubblicare. Ma si guardò bene dalla scrivere e dal pubblicare, contro Mussolini e contro il partito allora dominante, quello che ora scrive e pubblica contro il suo Sovrano. La sua rivista fu invece soppressa dagli Alleati ma Croce non protestò.
Egli scrive ancora: «La prima grave delusione che il Re dette ai liberali fu dopo il delitto Matteotti, quando il suo ritorno dalla Spagna, dove era andato a restituire la visita a quel sovrano, era atteso come risoluzione del nodo aggrovigliato, ed egli, invece di adoperarsi a scioglierlo o a tagliarlo, lo serbò intatto a salvazione del fascismo, raccomandando agli italiani tutti, indistintamente, la concordia». Croce in quei giorni votava non solo la fiducia a Mussolini ma anche la risposta al discorso della Corona, letto e approvato per alzata, all'unanimità, subito dopo il voto di fiducia. Diceva la risposta:

« Ora con Voi, Sire, invochiamo la concordia che la carità di Patria ansiosamente - consiglia ed urgentemente impone e che è come Voi diceste, elemento fondamentale di civile progresso» e «fonte di maggiore operosità delle varie classi sociali rese tranquille e liberate dalle insidie, dai contrasti irosi, dalle truci contese che aduggiavano e intiepidivano il lavoro in tutte le sue manifestazioni». L'indirizzo così concludeva: «L'Italia ha bisogno di lavoro, di concordia, di libertà nell'ordine e di pace. Voi, Sire, avete richiamata alla ferma disciplina di una vita civile, ed operosa. Ai Vostri voti, purché tutti adempiano il dovere nostro, essa non verrà meno».

Lo stesso Mussolini, dopo la lettura fatta del citato indirizzo, chiedeva la parola e così chiudeva il suo discorso: «Si levi di fronte alle vigilanti gelosie straniere il grido della concordia, fra quanti italiani sono pensosi sopratutto delle sorti della Patria». (Vivissimi, prolungati e ripetuti applausi a cui si associano anche le tribune) (1).

Dunque: Croce concede la sua fiducia a Mussolini e nella stessa seduta si associa agli applausi per le invocazioni del Senato alla concordia, consacra col suo voto all'indirizzo alla Corona l'appello del Re. Vent'anni dopo lo condannerà, dimentico della sua approvazione e della solidarietà col Sovrano e con Mussolini.

Sempre sul Corriere della Sera, egli qualifica Mussolini come «un cretino» ed «un povero diavolo». Ma allora come giudica gli italiani che lo hanno sostenuto ed acclamato con delirio per un ventennio?

In “Due anni di vita politica italiana” (Laterza, Bari) ci riferisce che interrogato da un giornalista risponde: «Penso che il fascismo non fu escogitato né voluto da alcuna singola classe sociale ne da una singola di queste sostenuto. Fu uno smarrimento di coscienza, una depressione civile e un'ubriacatura prodotta dalla guerra, che si avvertì in quasi tutti i popoli che vi avevano partecipato, e in Italia, ma non solo in Italia, ebbe il sopravvento effettivo mercè di illusioni, di inganni e di minacce. La classe operaia l’accettò non più certamente ma non meno delle altre tutte, depose l’arma potente che aveva dello sciopero e lasciò il capo del nuovo regime si presentasse ed aggirasse sicuro, e spesso tra applausi, perfino in ambienti di spiccato carattere operaio».

Sempre nello Stesso volumetto (pag. 91) parlando dei Pattí lateranensi, dopo aver accennato che in Senato nel 1929 fu il solo a manifestarsi contro. pur ammettendo di aver dichiarato essere Stato favorevole alla Conciliazione, aggiunge: «…la mia ripugnanza e opposizione si riferiva a quel caso particolare di conciliazione effettuata non con un'Italia libera ma con un’Italia serva e per mezzo dell’uomo che l’aveva asservita e che fuori di ogni spirito di religione come di Pace, compiva quell'atto per trarne nuovo prestigio e rafforzare la sua tirannia». Ci spiace rilevare che il nostro Maestro è caduto nel suo discorso al Senato in una Stridente contraddizione: approvò la Conciliazione ma ne criticava la rottura dell'equilibrio precedente. Ora approvando la prima doveva per conseguenza non rilevare la seconda. In quanto alle parole dure che oggi vuole fare apparire sotto l’aspetto di un atto di grande coraggio, come di opposizione a Mussolini ed alla sua tirannia, si nota che il Croce criticò bensì il modo, col quale si concluse il Concordato nella soluzione della Questione Romana ma non per i motivi ch’egli dichiara a circa vent’anni di distanza quando il suo antagonista è scomparso.

Egli avversò gli accordi per il timore che, potessero rinascere certi «eccessi di clericalismo» in modo da provocare «il più violento anticlericalismo». Niente dunque presa di posizione contro la «tirannia di Mussolini». E se anche così fosse stato, il suo discorso lasciò indifferenti i suoi colleghi poiché all'appello nominale cinque soli senatori lo seguirono.



1) Atti parlamentari, Senato del Regno, Vol. 1, Pagg. 72, 74, 78, tornata 24 giugno 1924