NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 9 agosto 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - XII

Croce si difende calunniando il Re

Croce. Una caricatura
Ma dove egli rivela tutta la preoccupazione di salvare se stesso ed il Partito Liberale dalla complicità nel potenziamento del fascismo lo troviamo nel volume Quando l'Italia era divisa in due (Laterza, Bari) che qualcuno ha definito un libello. Vorrebbe dare ad intendere, con qualche timida affermazione, ch'egli agisca nell'interesse della Patria, ma le 156 pagine del diario sono dominate soprattutto dal rancore verso il Re e da una specie di noncuranza e disistima verso il Principe Umberto. Questo suo stato di animo aleggia in ogni periodo e si capisce come egli l'abbia trasfuso nei suoi interlocutori. Ma affrontando il problema dell'Italia divisa in due la parte al di qua, della linea gotica la divide ancora in due parti: i suoi seguaci o quanto meno quelli che avversano la Monarchia, ed i difensori di questa; anche qui rivelando animosità a dir vero assai piccine per un uomo della sua elevatura, quella ad esempio di scrivere Repubblica con la “R” maiuscola e monarchia con la “m” minuscola. 
Nella sua ossessione poi di farsi apparire come un campione dell'opposizione fascista, afferma di avere rotte le relazioni con Gentile per il solo fatto di essere questi passato al fascismo (31 maggio  1923) come se quell'adesione sia da datarsi dal giorno della tessera. Rompeva le relazioni col suo fraterno amico dopo averlo difeso per la legge fascistissima dello esame di Stato- ma non negava la fiducia a Mussolini. Vent'anni più tardi, a Brindisi, a Bari, a Salerno, solidarizzerà con fuorusciti patentati per atti continuati di anti italianità e con fascisti convertiti all'eroismo anti fascista dopo l'8 settembre. Dal Casati, già presidente della Corte di Cassazione, noto per la devozione illimitata al fascismo, ad Alba di Cespedes, fedelissima del Minculpop e della quale ne fa addirittura una eroina per il fatto che ha dormito 37 giorni in una stalla onde passare le linee tedesche... E così gli scrittori venuti ad adularlo dopo aver scritto per anni e anni libri sulla Germania di Hitler e articoli apologetici per il Regime, son diventati tutti quanti eroi.

Rimprovera al Principe Umberto la sua docilità verso Mussolini, ma quando, dopo l'incidente dell’intervista col Times l'Acquarone lo assicura di una promessa maggiore docilità, Croce ne è tutto compiaciuto.
Eppure nulla vi è stato di anti costituzionale nell’atto di Umberto, ma soltanto la manifestazione di un diritto, di un suo sacrosanto dovere: nell'intervista Egli difende il Padre dalle responsabilità dello scatenamento della guerra, e cioè che era   ingiusto addossare queste responsabilità alla Monarchia, la quale fu la prima ad essere ingannata poiché si sarebbe trovata, in caso di sconfitta, a pagare più di tutti un errore non suo. Sforza attaccò in Consiglio dei ministri Umberto attribuendogli una frase che invece non era contenuta nell'intervista. Il giornale infatti smentì le affermazioni dello Sforza, definendo sleale la condotta del Governo verso Umberto ed in un bollettino degli Alleati questi denunciavano la malafede dei ministri italiani. Ma il Governo impedì che la smentita venisse pubblicata dai giornali. Il diritto alla difesa della Monarchia qualunque delitto le fosse impunemente attribuito era assolutamente vietato dai farisei dei Comitati di Liberazione.

Rimprovera certi atteggiamenti risoluti di Re Vittorio Emanuele, mentre poi stigmatizza «la debolezza del re presente». Elogia il concetto di libertà e di liberalismo di Omodeo del quale ha molta stima per « l'ingegno e la serietà morale» e questo dopo la famosa ingiuria che costui pronunciò al Congresso di Brindisi: «A re Vittorio Emanuele non rimane altro da fare che tirarsi un colpo di rivoltella nella testa ».

E chi era Omodeo? Lo dicono gli studenti di Napoli i quali in una lettera aperta denunciano il loro professore rinfacciandogli il suo passato di cortigiano anti-liberale sfruttatore del regime: l'Omodeo era stato, il 14 luglio del 1922, imperante la sua democrazia, bocciato in un concorso per una cattedra di storia della Chiesa, da una commissione formata dai professori Buonaíuti, Pestalozza, Levi della Vida, Chiappelli, e Columba. In data 6 giugno 1923 il bocciato dott. Omodeo veniva nominato dal ministro Giovanni Gentile, professore di storia della Chiesa, senza alcun concorso, ma per chiara fama. Bocciato solennemente da un regime libero e da una libera commissione di persone dotte al di sopra di ogni sospetto conquista la cattedra che gli permette di insegnare nelle Università mediante un sopruso, un favoritismo fascista col quale il regime aveva annullato il liberale, il democratico sistema delle commissioni e, con decreto firmato da Vittorio Emanuele III, viene nominato professore del tanto odiato regime totalitario nell'Università di Napoli dove si fa eleggere Magnifico Rettore col consenso, con l'appoggio, col plauso
di Benito Mussolini dal quale riceve la tessera del partito nel 1941 (retrodatata al 1925) epoca in cui le iscrizioni portavano il riconoscimento implicito della guerra a fianco dell'Asse.

E' stata una delle più scandalose nomine del fascismo, nomina ch'egli conserva giurando fedeltà al Duce. mentre assurge a magna pars dell'I.S.P.I., noto istituto di studi fascisti dove non disdegna ritirare congrui emolumenti. La lettera degli studenti napoletani suscita un putiferio nelle schiere dei patrioti e Benedetto Croce interviene a prendere le sue difese al fine di sottrarlo dal provvedimento di una giusta epurazione. Il Croce difende l'Omodeo, ma non una parola in difesa di quei disgraziati professori avendo aderito al fascismo unicamente per necessità familiari, erano stati dall'Omodeo crudelmente epurati! Ma vi ha di più. Nel fare la revisione delle cattedre «per chiara fama» Croce ne calcola 37; erano invece 38, mancava quella di Omodeo, escluso dalla epurazione perché assunto - proprio lui - a giustiziere e perché arruolatosi contro i tedeschi, era occupato a Roma a tenere conferenze... Nominato a reggere il dicastero della Pubblica istruzione a Salerno nel governo del Re, l'Omodeo prende certi provvedimenti scatenando l'indignazione degli studenti con astensione- dalle lezioni e dimissioni di  Rettori delle scuole. Un vero pandemonio. Mai ministro dimostrò inettitudine.

Rammenta con giubilo il Croce un ordine, del giorno antifascista per il solo fatto « che comprende tra i fascisti il re». E più oltre si domanda: «Perché mai questo sventurato non ha, almeno, abdicato, cedendo la corona al figlio che non è così direttamente responsabile e gravemente compromesso come lui?» E poi ancora : «Credo che questo giuoco, che dovrebbe, far passare sopra alla condotta deplorevole tenuta dal re nel corso del fascismo, non riuscirà e a ogni modo staremo vigili a sventarlo». Deciso a colpire il Re per discolpare se tesso, mette le mani avanti affermando che «non è nostra colpa se la monarchia dei Savoia ha perduto ogni prestigio». E parlando con Sprigge, giornalista straniero, si lamenta perché «l’nghilterra vuole che a capo dell'Italia resti il responsabile dell'avvento del fascismo [testuale] e che ora è il più pericoloso, il re ».

Non cessa di agitarsi per l'abdicazione e quando viene interpellato sulla eventuale collaborazione al ministero «messo su dal re», egli risponde «inculcando il rifiuto e la più rigorosa intransigenza». Questa avversione di Croce, Sforza, De Nicola, Omodeo ed altri, ed il rifiuto di collaborare al governo di Badoglio, ritardò la formazione del ministero, ritardo che derivava pure da altra difficoltà, creata da un curioso fenomeno, l'attendismo. Quegli ex fascisti o filofascisti erano diventati si, tutti antifascisti e repubblicani ma non al punto da assumere alte responsabilità. In quei giorni non si era ancora delineata la sconfitta tedesca in tutta la sua grandiosità ed i candidati, incerti dell'avvenire, attendevano la vittoria alleata per muovere con tutta sicurezza all'arrembaggio delle cariche. Intanto arrivava Togliatti (2 aprile 1944) che capovolgeva la situazione con la sua tesi collaborazionista la quale permise ai comunisti di andare al governo. Le conseguenze sono note. Di questo sono responsabili i sunnominati uomini politici in particolare e tutto quel gruppo di fuorusciti calati a Bari, Brindisi e Salerno sulle carrette delle salmerie dell’esercito straniero, quegli sciacalli antifascisti che in quel periodo rappresentarono l'anti-Italia.

Il Croce rilevò bensì l'inconveniente, del caso Togliatti ma tuttavia seguì l'inviato dal Cremlino nella distruzione dello Stato e nella decapitazione della nostra più gloriosa tradizione nazionale. L'ira è cieca, dice il proverbio: e nella sua cecità il nostro filosofo pur di abbattere il Sovrano si associa all'inviato dallo straniero, al campione incaricato da Stalin di instaurare il comunismo in Italia. E continua ad essere in stretti contatti - com'egli stesso confessa – con l’inglese Sprigge, quello di radio Londra, l'ispiratore delle diffamazioni contro di noi, in rapporto con quegli italiani appartenenti al Partito d'Azione i quali incitavano gli Alleati a bombardare le nostre navi e le nostre città, e questo tutto in odio al fascismo. 

Mentre gli Alleati sono Contrari all'abdicazione Croce si intesta per convincerli della necessità che il Re se ne vada. Egli tiene una conferenza a Napoli, conferenza nella quale non accontentò nessuno, né monarchici né repubblicani. Intanto è costretto ad ammettere, che i tentativi di formare gruppi di combattimento andarono falliti. Mancava la bella e pura fiamma incitatrice, mancava la bandiera dello scudo crociato che trascinò i fanti del Carso e del Trentino al grido inebbriante dì guerra: Savoia! Grave la confessione del Croce quando accenna ai soldati che «non si sentono di combattere per il re, dopo quanto io e lo Sforza avevamo dimostrato delle colpe e del carattere di lui»; egli confessa insomma di avere fatto opera di disfattismo contribuendo così con la propaganda ad annullare la volontà combattiva dei soldati. Da questo stato d'animo alla rivolta od alla diserzione non c'è che un brevissimo passo. Come, durante l’Aventino l'antifascismo combatteva Mussolini insultando il Re, ed indebolendo 1’autorità della Monarchia, così ora pretende combattere il nemico tedesco esaltando la vigliaccheria presso i nostri soldati.

Del resto questa confessione fa il paio con l'altra più grave ancora: quella di desiderare la sconfitta dell'Italia in odio al fascismo da lui scritta e ripetuta alla Costituente e fra gli applausi calorosi dei congressisti liberali (aprile del 1946) oramai convinti repubblicani in omaggio al filofascismo del partito spiegato negli anni dal 1920 al 1925.

Croce pone il Re di fronte al fascismo, lo investe delle responsabilità di averlo cresciuto, allevato, tollerato, ne fa un complice di Mussolini, lo accusa di non essersene liberato, ma non dice quando e come poteva liberarsene.
Croce, pone un problema storico e non solo non è capace di risolverlo, ma non accenna lontanamente ad una eventuale, approssimativa soluzione. Qui sta tutta la leggerezza di Croce. Egli non solo fa da pubblico accusatore senza alcuna  prova, ma lo fa con inusitato accanimento pur sapendo che l'accusato non aveva altra via da seguire. E se colpa vi  fu egli stesso, il Croce ne fu complice necessario, volontario e consapevole.
Per valutare l'opera di Benedetto Croce attraverso la sua azione politica e nell'ingiusto accanirsi contro Re Vittorio Emanuele - valga la famosa difesa che egli fece durante la prima grande guerra, di Guglielmo II. Tedescofilo fino all'inverosimile nel 1915-1818; anglofilo fino a desiderare la nostra sconfitta nel 1940-1945. Spirito di contraddizione, o cecità politica? Un poco di tutto. Nel numero II (anno 1919) di Rivista Politica diretta da Alfredo Rocco e F. Coppola, Benedetto Croce affidava un articolo in difesa di Guglielmo II e della Germania, nel quale prende di petto i «fossili della democrazia» che riproducono «due personaggi o tipi, che hanno potuto e possono ammirare nella odierna pubblicistica politica: il cercatore di responsabilità e il moralista politico». E questo a proposito delle accuse al Kaiser che scatenò la guerra accusa trasferita poi «dal singolo individuo alla classe sociale». Il Croce definisce questa «ricerca del responsabile degli avvenimenti storici» come un «vecchio errore ben noto, segnato nel catalogo dei metodi falsi e da evitare» metodo che se culminò nel settecento è oramai «rigettato e scansato con vigile cura dalla storiografia dell'Ottocento». Perciò, egli soggiunge, «ogni buon cittadino deve opporsi con ogni possa ai ricercatori di responsabilità storiche e ai moralisti della politica, inconsapevoli traditori dei popoli ai quali appartengono ». E questi inconsapevoli traditori nella cui categoria il Croce si è voluto consapevolmente inserire con le accuse al Re, li chiama ancora « codesta genia » verso la quale egli dice di provare « qualcosa di più e di diverso del semplice sentimento di riprovazione, di diffidenza e, di vigilanza », ma addirittura di essere « preso da "un sentimento di ripugnanza e di ribrezzo, come, innanzi a persona che sia affetta da morbo schifoso »; e questo sentimento di ripugnanza egli lo giustifica dal fatto che «questi ricercatori di responsabilità non sono altro che esseri sordi alla schietta morale» in quanto che col proseguire la ricerca dì una responsabilità immaginaria essi «si risparmiano di ricercare la propria e personale, che l'uomo probo prima di ogni altra ricerca». Fra i responsabili della guerra accusatori di Guglielmo II accenna soprattutto a coloro i quali - in Italia - votarono contro le spese militari, rendendosi così complici delle responsabilità dell'imperatore tedesco.

Croce dunque è eccezionalmente violento e severo nel deplorare coloro i quali hanno osato ricercare e condannare le responsabilità di Guglielmo II che scatenò il tremendo conflitto europeo, ed all'udire le « gesticolate declamazioni di codesti accusatori di responsabilità e moralistici politici», « sento – egli afferma - allontanarsi il freno del Galateo e rimormoro le parole che Francesco d'Assisi consigliò a frate
Leone di gettare sul viso al diavolo, che gli si presentava in forma di crocefisso: Apri la bocca, ecc; e rimastico i versi del nostro Carducci: O idealismo umano, affogati... » Nella cecità polemica il nostro filosofo inciampa persino in un errore di persona: non è a frate Leone che Francesco d'Assisi suggerisce le parole con le quali affrontare il diavolo ma bensì a frate Ruffino: «Apri la bocca, che ora ti voglio… e questo ti sia  il segnale, ch'egli è il Demonio e non Cristo: e dato che tu gli araí tale risposta, immantanente fuggirà » (S. Francesco, I Fioretti , XXIX).

I versi del Carducci sono quelli dell'Intermezzo , anche questi poco... eleganti: « E l'asino, che vien de l'ortolano - Lo fiuta con dimesso - L'orecchio, e pensa: - O idealismo umano, - Affogati in un cesso».

E così Benedetto Croce dimentica il Galateo per difendere Guglielmo II sovrano straniero, come lo dimentica per accanirsi contro il Sovrano del suo Paese in guerra: e contrariamente ai suoi insegnamenti di ,storico, dà maggior rilievo ai fatti negativi invece elle agli elementi attivi. Sconfessa se stesso per dar sfogo ai suoi rancori personali. Resta pertanto stabilito per sua esplicita confessione che i ricercatori delle responsabilità di Guglielmo II hanno suscitato nel nostro storico « un sentimento di ripugnanza e di disprezzo. come innanzi a persona che sia affetta da morbo schifoso ». Gli italiani solidali col loro Sovrano ingiustamente accusato di responsabilità non Sue. come devono comportarsi nei confronti del Croce? Edmondo Cione polemizzando col suo Maestro, al quale fu per anni legato da comunità di pensiero filosofico e di lavoro, afferma di essersi allontanato da lui a causa del suo persistere in un atteggiamento anti-italiano. Quali sentimenti crede egli dunque di avere suscitato negli italiani? Ci consenta queste severe domande il Filosofo dello « storicismo ». Domande delle quali possiamo anche prevedere la risposta, dato lo spirito di intolleranza che lo anima ed il suo tono di superiorità che domina la sua polemica. Egli sostiene che quanto è stato da lui scritto contro il Re è «di grande elevatezza e non resiste ad obbiezioni (!!!), mentre quanto e stato scritto in favore è soltanto costituito da «foglietti ed articoli sciocchi e spesso sgrammaticati». E poi ancora: «...gli scrittorelli monarchici, se per una volta avranno la penna intelligente... ». E via di questo passo: così il filosofo dello storicismo scrive e commenta la storia (1).


(1) Ecco qui un esempio della imparzialità liberale, della serenità del Croce nei suoi studi. Nella vasta produzione storica, letteraria e filosofica gli è toccato di esaminare l'opera di persone mediocri. Ma rimarrebbe disilluso chi volesse trovare uno studio, un profilo di Roberto Ardigò: due sole sono le citazioni, ed incidentali. Ministro della P.I. nel 1920 dovendo commemorarlo alla Camera e non potendo farne a meno, si limita ad ammettere che « egli è uno di quegli uomini che, per avere rappresentato in modo eminente il pensiero di una età, per avere assolto il compito suo, rimangono nella storia». Eppure l'Ardigò fu italiano dì fama mondiale, filosofo insigne per coltura e per dottrina. La sua filosofia derivava da Augusto Comte, da Carlo Darwin, da Erberto Spencer, il suo pensiero fu l'espressione di quello realistico e sperimentale del Rinascimento italico che va da Pietro Pomponazzi a Galileo. «Positivismo» fu il suo sistema che ebbe fra tanti seguaci Enrico Ferri, Cesare Lombroso, Gaetano Negri, il Marchesini, Cesare Ranzoli, Alessandro Groppali, Achille Loria, Giuseppe Tarozzi, Arrigo Tomassia ed altri eminenti esponenti della cultura dominante dopo il 1870. Fu in gioventù sacerdote officiante, ed un giorno, nell'orto della canonica «guardando una rosa rossa» ebbe la rivelazione del concetto di «formazione naturale» che egli illustrava «nel fatto del sistema solare» e per il quale spiegava come il ragionamento logico non potesse ammettere la esistenza di Dio, poiché il concetto di naturalità assoluta implica l'assoluta eliminazione del Soprannaturale. Discutibile tesi certamente, ma pur tuttavia continuazione luminosa del pensiero realistico del Rinascimento, onde l'utopia riceve il battesimo della scienza col magistero del positivismo sperimentalista.

Cresciuto alla scuola neo-idealista dì Benedetto Croce, agli antipodi quindi di quella positivista dell'Ardigò, non posso però non biasimare la silenziosa ostilità con la quale egli vorrebbe seppellire questo sacerdote della scienza che tanto lustro ha dato al nostro Paese, e ciò soltanto  perché ideatore di un sistema filosofico contrario al suo. Ricordo in una visita a Mantova - la imponente socratica figura dell’Ardigò, intento a raccontare l’illibatezza della sua vita giunta sino all’eroismo della castità. Commovente la narrazione dell’incontro con Monsignor Martini quando sì reco a comunicargli la perduta fede in Dio. Il santo confessore dei Martiri  di Belfiore aveva compresa l'intima tragedia del suo discepolo. Croce invece non gli perdonò mai di non pensarla come lui.


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