Croce
si difende calunniando il Re
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| Croce. Una caricatura |
Ma
dove egli rivela tutta la preoccupazione di salvare se stesso ed il Partito
Liberale dalla complicità nel potenziamento del fascismo lo troviamo nel volume
Quando l'Italia era divisa in due
(Laterza, Bari) che qualcuno ha definito un libello. Vorrebbe dare ad
intendere, con qualche timida affermazione, ch'egli agisca nell'interesse della
Patria, ma le 156 pagine del diario sono dominate soprattutto dal rancore verso
il Re e da una specie di noncuranza e disistima verso il Principe Umberto.
Questo suo stato di animo aleggia in ogni periodo e si capisce come egli
l'abbia trasfuso nei suoi interlocutori. Ma affrontando il problema dell'Italia
divisa in due la parte al di qua, della linea gotica la divide ancora in due parti:
i suoi seguaci o quanto meno quelli che avversano la Monarchia , ed i
difensori di questa; anche qui rivelando animosità a dir vero assai piccine per
un uomo della sua elevatura, quella ad esempio di scrivere Repubblica con la “R”
maiuscola e monarchia con la “m” minuscola.
Nella sua ossessione poi di farsi apparire come un campione dell'opposizione fascista, afferma di avere rotte le relazioni con Gentile per il solo fatto di essere questi passato al fascismo (31 maggio 1923) come se quell'adesione sia da datarsi dal giorno della tessera. Rompeva le relazioni col suo fraterno amico dopo averlo difeso per la legge fascistissima dello esame di Stato- ma non negava la fiducia a Mussolini. Vent'anni più tardi, a Brindisi, a Bari, a Salerno, solidarizzerà con fuorusciti patentati per atti continuati di anti italianità e con fascisti convertiti all'eroismo anti fascista dopo l'8 settembre. Dal Casati, già presidente della Corte di Cassazione, noto per la devozione illimitata al fascismo, ad Alba di Cespedes, fedelissima del Minculpop e della quale ne fa addirittura una eroina per il fatto che ha dormito 37 giorni in una stalla onde passare le linee tedesche... E così gli scrittori venuti ad adularlo dopo aver scritto per anni e anni libri sulla Germania di Hitler e articoli apologetici per il Regime, son diventati tutti quanti eroi.
Nella sua ossessione poi di farsi apparire come un campione dell'opposizione fascista, afferma di avere rotte le relazioni con Gentile per il solo fatto di essere questi passato al fascismo (31 maggio 1923) come se quell'adesione sia da datarsi dal giorno della tessera. Rompeva le relazioni col suo fraterno amico dopo averlo difeso per la legge fascistissima dello esame di Stato- ma non negava la fiducia a Mussolini. Vent'anni più tardi, a Brindisi, a Bari, a Salerno, solidarizzerà con fuorusciti patentati per atti continuati di anti italianità e con fascisti convertiti all'eroismo anti fascista dopo l'8 settembre. Dal Casati, già presidente della Corte di Cassazione, noto per la devozione illimitata al fascismo, ad Alba di Cespedes, fedelissima del Minculpop e della quale ne fa addirittura una eroina per il fatto che ha dormito 37 giorni in una stalla onde passare le linee tedesche... E così gli scrittori venuti ad adularlo dopo aver scritto per anni e anni libri sulla Germania di Hitler e articoli apologetici per il Regime, son diventati tutti quanti eroi.
Rimprovera
al Principe Umberto la sua docilità verso Mussolini, ma quando, dopo
l'incidente dell’intervista col Times l'Acquarone lo assicura di una promessa
maggiore docilità, Croce ne è tutto compiaciuto.
Eppure
nulla vi è stato di anti costituzionale nell’atto di Umberto, ma soltanto la
manifestazione di un diritto, di un suo sacrosanto dovere: nell'intervista Egli
difende il Padre dalle responsabilità dello scatenamento della guerra, e cioè
che era ingiusto addossare queste
responsabilità alla Monarchia, la quale fu la prima ad essere ingannata poiché si
sarebbe trovata, in caso di sconfitta, a pagare più di tutti un errore non suo.
Sforza attaccò in Consiglio dei ministri Umberto attribuendogli una frase che
invece non era contenuta nell'intervista. Il giornale infatti smentì le affermazioni
dello Sforza, definendo sleale la condotta del Governo verso Umberto ed in un
bollettino degli Alleati questi denunciavano la malafede dei ministri italiani.
Ma il Governo impedì che la smentita venisse pubblicata dai giornali. Il
diritto alla difesa della Monarchia qualunque delitto le fosse impunemente
attribuito era assolutamente vietato dai farisei dei Comitati di Liberazione.
Rimprovera
certi atteggiamenti risoluti di Re Vittorio Emanuele, mentre poi stigmatizza
«la debolezza del re presente». Elogia il concetto di libertà e di liberalismo
di Omodeo del quale ha molta stima per « l'ingegno e la serietà morale» e
questo dopo la famosa ingiuria che costui pronunciò al Congresso di Brindisi: «A
re Vittorio Emanuele non rimane altro da fare che tirarsi un colpo di
rivoltella nella testa ».
E
chi era Omodeo? Lo dicono gli studenti di Napoli i quali in una lettera aperta
denunciano il loro professore rinfacciandogli il suo passato di cortigiano anti-liberale
sfruttatore del regime: l'Omodeo era stato, il 14 luglio del 1922, imperante la
sua democrazia, bocciato in un concorso per una cattedra di storia della
Chiesa, da una commissione formata dai professori Buonaíuti, Pestalozza, Levi
della Vida, Chiappelli, e Columba. In data 6 giugno 1923 il bocciato dott.
Omodeo veniva nominato dal ministro Giovanni Gentile, professore di storia
della Chiesa, senza alcun concorso, ma per chiara fama. Bocciato solennemente
da un regime libero e da una libera commissione di persone dotte al di sopra di
ogni sospetto conquista la cattedra che gli permette di insegnare nelle
Università mediante un sopruso, un favoritismo fascista col quale il regime
aveva annullato il liberale, il democratico sistema delle commissioni e, con decreto
firmato da Vittorio Emanuele III, viene nominato professore del tanto odiato
regime totalitario nell'Università di Napoli dove si fa eleggere Magnifico
Rettore col consenso, con l'appoggio, col plauso
di
Benito Mussolini dal quale riceve la tessera del partito nel 1941 (retrodatata
al 1925) epoca in cui le iscrizioni portavano il riconoscimento implicito della
guerra a fianco dell'Asse.
E'
stata una delle più scandalose nomine del fascismo, nomina ch'egli conserva
giurando fedeltà al Duce. mentre assurge a magna pars dell'I.S.P.I., noto
istituto di studi fascisti dove non disdegna ritirare congrui emolumenti. La
lettera degli studenti napoletani suscita un putiferio nelle schiere dei patrioti
e Benedetto Croce interviene a prendere le sue difese al fine di sottrarlo dal
provvedimento di una giusta epurazione. Il Croce difende l'Omodeo, ma non una
parola in difesa di quei disgraziati professori avendo aderito al fascismo
unicamente per necessità familiari, erano stati dall'Omodeo crudelmente
epurati! Ma vi ha di più. Nel fare la revisione delle cattedre «per chiara
fama» Croce ne calcola 37; erano invece 38, mancava quella di Omodeo, escluso
dalla epurazione perché assunto - proprio lui - a giustiziere e perché
arruolatosi contro i tedeschi, era occupato a Roma a tenere conferenze...
Nominato a reggere il dicastero della Pubblica istruzione a Salerno nel governo
del Re, l'Omodeo prende certi provvedimenti scatenando l'indignazione degli
studenti con astensione- dalle lezioni e dimissioni di Rettori delle scuole. Un vero pandemonio. Mai
ministro dimostrò inettitudine.
Rammenta
con giubilo il Croce un ordine, del giorno antifascista per il solo fatto « che
comprende tra i fascisti il re». E più oltre si domanda: «Perché mai questo
sventurato non ha, almeno, abdicato, cedendo la corona al figlio che non è così
direttamente responsabile e gravemente compromesso come lui?» E poi ancora : «Credo
che questo giuoco, che dovrebbe, far passare sopra alla condotta deplorevole
tenuta dal re nel corso del fascismo, non riuscirà e a ogni modo staremo vigili
a sventarlo». Deciso a colpire il Re per discolpare se tesso, mette le mani
avanti affermando che «non è nostra colpa se la monarchia dei Savoia ha perduto
ogni prestigio». E parlando con Sprigge, giornalista straniero, si lamenta perché «l’nghilterra vuole che a capo dell'Italia resti il responsabile
dell'avvento del fascismo [testuale] e che ora è il più pericoloso, il re ».
Non
cessa di agitarsi per l'abdicazione e quando viene interpellato sulla eventuale
collaborazione al ministero «messo su dal re», egli risponde «inculcando il
rifiuto e la più rigorosa intransigenza». Questa avversione di Croce, Sforza,
De Nicola, Omodeo ed altri, ed il rifiuto di collaborare al governo di
Badoglio, ritardò la formazione del ministero, ritardo che derivava pure da
altra difficoltà, creata da un curioso fenomeno, l'attendismo. Quegli ex
fascisti o filofascisti erano diventati si, tutti antifascisti e repubblicani
ma non al punto da assumere alte responsabilità. In quei giorni non si era
ancora delineata la sconfitta tedesca in tutta la sua grandiosità ed i
candidati, incerti dell'avvenire, attendevano la vittoria alleata per muovere
con tutta sicurezza all'arrembaggio delle cariche. Intanto arrivava Togliatti
(2 aprile 1944) che capovolgeva la situazione con la sua tesi collaborazionista
la quale permise ai comunisti di andare al governo. Le conseguenze sono note.
Di questo sono responsabili i sunnominati uomini politici in particolare e
tutto quel gruppo di fuorusciti calati a Bari, Brindisi e Salerno sulle
carrette delle salmerie dell’esercito straniero, quegli sciacalli antifascisti
che in quel periodo rappresentarono l'anti-Italia.
Il
Croce rilevò bensì l'inconveniente, del caso Togliatti ma tuttavia seguì
l'inviato dal Cremlino nella distruzione dello Stato e nella decapitazione
della nostra più gloriosa tradizione nazionale. L'ira è cieca, dice il
proverbio: e nella sua cecità il nostro filosofo pur di abbattere il Sovrano si
associa all'inviato dallo straniero, al campione incaricato da Stalin di instaurare
il comunismo in Italia. E continua ad essere in stretti contatti - com'egli
stesso confessa – con l’inglese Sprigge, quello di radio Londra, l'ispiratore delle diffamazioni contro di noi, in rapporto con quegli italiani appartenenti
al Partito d'Azione i quali incitavano gli Alleati a bombardare le nostre navi
e le nostre città, e questo tutto in odio al fascismo.
Mentre
gli Alleati sono Contrari all'abdicazione Croce si intesta per convincerli della
necessità che il Re se ne vada. Egli tiene una conferenza a Napoli, conferenza
nella quale non accontentò nessuno, né monarchici né repubblicani. Intanto è
costretto ad ammettere, che i tentativi di formare gruppi di combattimento
andarono falliti. Mancava la bella e pura fiamma incitatrice, mancava la
bandiera dello scudo crociato che trascinò i fanti del Carso e del Trentino al
grido inebbriante dì guerra: Savoia! Grave la confessione del Croce quando
accenna ai soldati che «non si sentono di combattere per il re, dopo quanto io
e lo Sforza avevamo dimostrato delle colpe e del carattere di lui»; egli
confessa insomma di avere fatto opera di disfattismo contribuendo così con la
propaganda ad annullare la volontà combattiva dei soldati. Da questo stato d'animo
alla rivolta od alla diserzione non c'è che un brevissimo passo. Come, durante
l’Aventino l'antifascismo combatteva Mussolini insultando il Re, ed indebolendo
1’autorità della Monarchia, così ora pretende combattere il nemico tedesco
esaltando la vigliaccheria presso i nostri soldati.
Del
resto questa confessione fa il paio con l'altra più grave ancora: quella di
desiderare la sconfitta dell'Italia in odio al fascismo da lui scritta e ripetuta
alla Costituente e fra gli applausi calorosi dei congressisti liberali (aprile
del 1946) oramai convinti repubblicani in omaggio al filofascismo del partito spiegato
negli anni dal 1920 al 1925.
Croce
pone il Re di fronte al fascismo, lo investe delle responsabilità di averlo cresciuto,
allevato, tollerato, ne fa un complice di Mussolini, lo accusa di non essersene
liberato, ma non dice quando e come poteva liberarsene.
Croce,
pone un problema storico e non solo non è capace di risolverlo, ma non accenna lontanamente
ad una eventuale, approssimativa soluzione. Qui sta tutta la leggerezza di
Croce. Egli non solo fa da pubblico accusatore senza alcuna prova, ma lo fa con inusitato accanimento pur
sapendo che l'accusato non aveva altra via da seguire. E se colpa vi fu egli stesso, il Croce ne fu complice necessario,
volontario e consapevole.
Per
valutare l'opera di Benedetto Croce attraverso la sua azione politica e
nell'ingiusto accanirsi contro Re Vittorio Emanuele - valga la famosa difesa
che egli fece durante la prima grande guerra, di Guglielmo II. Tedescofilo fino
all'inverosimile nel 1915-1818; anglofilo fino a desiderare la nostra sconfitta
nel 1940-1945. Spirito di contraddizione, o cecità politica? Un poco di tutto.
Nel numero II (anno 1919) di Rivista Politica diretta da Alfredo Rocco e F.
Coppola, Benedetto Croce affidava un articolo in difesa di Guglielmo II e della
Germania, nel quale prende di petto i «fossili della democrazia» che
riproducono «due personaggi o tipi, che hanno potuto e possono ammirare nella
odierna pubblicistica politica: il cercatore di responsabilità e il moralista
politico». E questo a proposito delle accuse al Kaiser che scatenò la guerra
accusa trasferita poi «dal singolo individuo alla classe sociale». Il Croce
definisce questa «ricerca del responsabile degli avvenimenti storici» come un
«vecchio errore ben noto, segnato nel catalogo dei metodi falsi e da evitare»
metodo che se culminò nel settecento è oramai «rigettato e scansato con vigile
cura dalla storiografia dell'Ottocento». Perciò, egli soggiunge, «ogni buon
cittadino deve opporsi con ogni possa ai ricercatori di responsabilità storiche
e ai moralisti della politica, inconsapevoli traditori dei popoli ai quali appartengono
». E questi inconsapevoli traditori nella cui categoria il Croce si è voluto consapevolmente
inserire con le accuse al Re, li chiama ancora « codesta genia » verso la quale
egli dice di provare « qualcosa di più e di diverso del semplice sentimento di
riprovazione, di diffidenza e, di vigilanza », ma addirittura di essere « preso
da "un sentimento di ripugnanza e di ribrezzo, come, innanzi a persona che
sia affetta da morbo schifoso »; e questo sentimento di ripugnanza egli lo
giustifica dal fatto che «questi ricercatori di responsabilità non sono altro
che esseri sordi alla schietta morale» in quanto che col proseguire la ricerca
dì una responsabilità immaginaria essi «si risparmiano di ricercare la propria e
personale, che l'uomo probo prima di ogni altra ricerca». Fra i responsabili
della guerra accusatori di Guglielmo II accenna soprattutto a coloro i quali -
in Italia - votarono contro le spese militari, rendendosi così complici delle
responsabilità dell'imperatore tedesco.
Croce
dunque è eccezionalmente violento e severo nel deplorare coloro i quali hanno
osato ricercare e condannare le responsabilità di Guglielmo II che scatenò il
tremendo conflitto europeo, ed all'udire le « gesticolate declamazioni di
codesti accusatori di responsabilità e moralistici politici», « sento – egli afferma
- allontanarsi il freno del Galateo e rimormoro le parole che Francesco
d'Assisi consigliò a frate
Leone
di gettare sul viso al diavolo, che gli si presentava in forma di crocefisso:
Apri la bocca, ecc; e rimastico i versi del nostro Carducci: O idealismo umano,
affogati... » Nella cecità polemica il nostro filosofo inciampa persino in un
errore di persona: non è a frate Leone che Francesco d'Assisi suggerisce le
parole con le quali affrontare il diavolo ma bensì a frate Ruffino: «Apri
la bocca, che ora ti voglio… e
questo ti sia il segnale, ch'egli è il
Demonio e non Cristo: e dato che tu gli araí tale risposta, immantanente fuggirà
» (S. Francesco, I Fioretti , XXIX).
I versi
del Carducci sono quelli dell'Intermezzo , anche questi poco... eleganti: « E
l'asino, che vien de l'ortolano - Lo fiuta con dimesso - L'orecchio, e pensa: -
O idealismo umano, - Affogati in un cesso».
E
così Benedetto Croce dimentica il Galateo per difendere Guglielmo II sovrano straniero,
come lo dimentica per accanirsi contro il Sovrano del suo Paese in guerra: e
contrariamente ai suoi insegnamenti di ,storico, dà maggior rilievo ai fatti
negativi invece elle agli elementi attivi. Sconfessa se stesso per dar sfogo
ai suoi rancori personali. Resta pertanto stabilito per sua esplicita confessione
che i ricercatori delle responsabilità di Guglielmo II hanno suscitato nel
nostro storico « un sentimento di ripugnanza e di disprezzo. come innanzi a
persona che sia affetta da morbo schifoso ». Gli italiani solidali col loro
Sovrano ingiustamente accusato di responsabilità non Sue. come devono
comportarsi nei confronti del Croce? Edmondo Cione polemizzando col suo
Maestro, al quale fu per anni legato da comunità di pensiero filosofico e di
lavoro, afferma di essersi allontanato da lui a causa del suo persistere in un
atteggiamento anti-italiano. Quali sentimenti crede egli dunque di avere
suscitato negli italiani? Ci consenta queste severe domande il Filosofo dello «
storicismo ». Domande delle quali possiamo anche prevedere la risposta, dato lo
spirito di intolleranza che lo anima ed il suo tono di superiorità che domina
la sua polemica. Egli sostiene che quanto è stato da lui scritto contro il Re è
«di grande elevatezza e non resiste ad obbiezioni (!!!), mentre quanto e stato
scritto in favore è soltanto costituito da «foglietti ed articoli sciocchi e
spesso sgrammaticati». E poi ancora: «...gli scrittorelli monarchici, se per
una volta avranno la penna intelligente... ». E via di questo passo: così il
filosofo dello storicismo scrive e commenta la storia (1).
(1)
Ecco qui un esempio della imparzialità liberale, della serenità del Croce nei
suoi studi. Nella vasta produzione storica, letteraria e filosofica gli è
toccato di esaminare l'opera di persone mediocri. Ma rimarrebbe disilluso chi
volesse trovare uno studio, un profilo di Roberto Ardigò: due sole sono le
citazioni, ed incidentali. Ministro della P.I. nel 1920 dovendo commemorarlo alla
Camera e non potendo farne a meno, si limita ad ammettere che « egli è uno di
quegli uomini che, per avere rappresentato in modo eminente il pensiero di una
età, per avere assolto il compito suo, rimangono nella storia». Eppure l'Ardigò
fu italiano dì fama mondiale, filosofo insigne per coltura e per dottrina. La
sua filosofia derivava da Augusto Comte, da Carlo Darwin, da Erberto Spencer,
il suo pensiero fu l'espressione di quello realistico e sperimentale del
Rinascimento italico che va da Pietro Pomponazzi a Galileo. «Positivismo» fu il
suo sistema che ebbe fra tanti seguaci Enrico Ferri, Cesare Lombroso, Gaetano
Negri, il Marchesini, Cesare Ranzoli, Alessandro Groppali, Achille Loria,
Giuseppe Tarozzi, Arrigo Tomassia ed altri eminenti esponenti della cultura
dominante dopo il 1870. Fu in gioventù sacerdote officiante, ed un giorno, nell'orto
della canonica «guardando una rosa rossa» ebbe la rivelazione del concetto di
«formazione naturale» che egli illustrava «nel fatto del sistema solare» e per
il quale spiegava come il ragionamento logico non potesse ammettere la esistenza
di Dio, poiché il concetto di naturalità assoluta implica l'assoluta
eliminazione del Soprannaturale. Discutibile tesi certamente, ma pur tuttavia
continuazione luminosa del pensiero realistico del Rinascimento, onde l'utopia
riceve il battesimo della scienza col magistero del positivismo sperimentalista.
Cresciuto
alla scuola neo-idealista dì Benedetto Croce, agli antipodi quindi di quella
positivista dell'Ardigò, non posso però non biasimare la silenziosa ostilità
con la quale egli vorrebbe seppellire questo sacerdote della scienza che tanto lustro
ha dato al nostro Paese, e ciò soltanto perché
ideatore di un sistema filosofico contrario al suo. Ricordo in una visita a Mantova - la imponente socratica
figura dell’Ardigò, intento a raccontare l’illibatezza della sua vita giunta sino
all’eroismo della castità. Commovente la narrazione dell’incontro con Monsignor
Martini quando sì reco a comunicargli la perduta fede in Dio. Il santo
confessore dei Martiri di Belfiore aveva
compresa l'intima tragedia del suo discepolo. Croce invece non gli perdonò mai
di non pensarla come lui.

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