NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 22 agosto 2015

La Monarchia e il Fascismo - XI capitolo - XIII

De Nicola
La verità si fa strada

La severità crudele, nell'accusare il Re senza riserva negandogli qualsiasi attenuante, ci fa rammentare la sua condotta quando era ministro della pubblica istruzione nel ministero Giolitti nel 1921. Siamo nel maggio di quell’anno, in pieno fervore elettorale e la Voce repubblicana si lamenta dell'abbandono nel quale è lasciato il Mezzogiorno: «...non mai l'inganno fu crudele e la frode cinica come questa volta che tanti uomini del mezzogiorno sono al potere anche, ahimé, Benedetto Croce», e conclude: «Tutti i ministri hanno parlato, meno lui». Il giornale poi, nel lamentare lo scatenarsi della violenza e della corruzione di cui fa risalire la paternità al Governo si duole che «il ministro Benedetto Croce che altra volta, da semplice candidato al Consiglio comunale di Napoli discese in piazza e parlò al popolo in un comizio, questa volta ha taciuto. Benedetto Croce non ha avuto nulla da dire agli italiani. Il filosofo dell'idealismo non ha saputo, dal banco del governo, essere buon soldato di alcuna milizia ideale. E termina  chiamandolo complice del governo per le violenze fasciste. In una seduta alla Camera (21 giugno 1921, l'on. Arturo Labriola insorge contro il contegno dei fascisti e si dimette da ministro ma il Presidente Giolitti lo redarguisce seduta stante. Il Labriola apparve allora come colui che gettava il portafoglio contro le violenze fasciste: gli amici dell'on. Giolitti danno alla severità di questi il significato di difesa della neutralità del governo di fronte a due contendenti, ma una parte della stampa accusa il ministero di filofascismo. Perché Croce non      seguì, per solidarietà,  il Labriola?

Ancora: nel 1929 Croce parlò in  Senato contro la
Conciliazione, gesto che ebbe - dice lui - il consenso di tutti gli italiani. Perché dunque non parlò contro la guerra nel 1940, dal momento che’egli afferma che gli italiani non la volevano ed erano con lui?

Ma tanta audacia comportava non pochi  pericoli che il nostro filosofo preferì sempre addossare  all'iniziativa ed alla      responsabilità del  Sovrano. Più tardi a Sorrento biasimerà la partenza del Re da    Pescara che chiama una fuga, ma nello stesso tempo afferma che egli  davanti al pericolo che correva di essere preso dai tedeschi affacciatogli da alcuni amici decise di essersi «determinato ad andare con loro a Capri». (Quando l’Italia ecc. pag. 8). Ed aggiunge che anche l'Omodeo partirà poi a raggiungere la famiglia a Positano». Il linguaggio di Croce diventa quasi un rebus la partenza del Re da Pescara per recarsi in territorio italiano non occupato da nessuno dei contendenti, inglesi o tedeschi, si chiama fuga; quella sua da Sorrento si chiama andare a Capri; quella di Omodeo diventa «partire, a raggiungere la famiglia a Positano». Non si riesce, a comprendere come l'avvicinarsi dei tedeschi dovesse dare a Croce e ad Omodeo (la cui cattura non avrebbe significato proprio nulla) il diritto di partire, e non lo doveva concedere al Re. Eppure il Re con la sua partenza da Pescara (partenza e non fuga) portò con sé la continuità dello Stato, mentre Croce e Omodeo non portavano che la preoccupazione della loro incolumità personale.

Bisogna richiamarsi alla situazione creata in quei giorni dalla insipienza degli Alleati: l'annuncio dell'armistizio divulgato per radio con quattro giorni in anticipo sulla data stabilita! E cioè prima che il Governo italiano avesse la benché minima possibilità materiale di prendere i primi indispensabili provvedimenti e diramare le più pressanti disposizioni. Urgeva quindi che il Re non cadesse in mano dei tedeschi. Del resto Stalin non abbandonò precipitosamente Mosca all'appressarsi delle armate tedesche? E Lebrun non abbandonò Parigi come l'aveva abbandonata Poincarrè nel 1914? E la Regina Guglielmina d'Olanda non fa portata in volo in America? Non si era, la famiglia reale inglese col suo governo completo, preparata a trasferirsi in Canadà nel caso previsto di invasione dell'Inghilterra? Non avevano lasciato la capitale e il territorio nazionale il presidente della Repubblica polacca, il Re di Norvegia, il Re di Jugoslavia e quello di Grecia? Non era fuggito Pio IX allo appressarsi di Garibaldi nel 1848? E quella dello stesso Garibaldi l'anno successivo quando abbandonò Roma sotto la pressione delle truppe francesi? Azione necessaria, memoranda, gloriosa, drammatica, sublime ma fuga. Se Garibaldi portava con sé la sua indomita aspirazione unitaria Vittorio Emanuele III portava con sé l'autentica Unità Nazionale. Anche Bakunin il barricadiero anarchico di professione, fallita nel ridicolo la marcia   su Bologna nel 1874, fuggiva in Svizzera, ma... travestito da prete.

Vittorio Emanuele III così parla di Pescara in un colloquio con Nino Bolla (Il segreto di due Re):
«Non fuga, né rifugio all'estero, ciò che sarebbe stato abbandonare la Patria. Se mi recai col Governo a Brindisi. cioè su una parte libera del suolo della Nazione, fu per creare in piena libertà un governo legittimo, ricostruire un esercito, come subito avvenne evitando che i soldati delle divisioni italiane rimate al sud fossero considerati prigionieri di guerra.
La cobelligeranza, ottenuta dal mio Governo. salvò parecchie cose, compresi gli interessi personali di molti antimonarchici, specie dell'ultima ora, che con il loro carico d'odio non sarebbero rientrati in quel periodo in Italia senza la cobelligeranza». Gli stessi che biasimano il Re per la partenza da Pescara, sono gli stessi che accusano il Re del Belgio di non essere fuggito, di essere rimasto al suo posto facendosi catturare dai tedeschi. E così se Vittorio Emanuele fosse rimasto a Roma i suoi denigratori lo accuserebbero ora di connivenza col tedesco invasore, rimproverandogli di non essere fuggito.
Dolmann nelle sue Memorie riferisce che Kesselring giustificava la condotta del Re in forza della «ragion di Stato» e che a torto od a ragione Vittorio Emauuele si era comportato da Sovrano. Il Dolmann conforta questa tesi con quanto ebbe a riferirgli lo stesso Hitler: «Nessuna delle conseguenze dell'armistizio sarebbero state tanto fatali se io fossi riuscito ad impadronirmi del Re e del Principe. Chi poteva dichiararmi la guerra e chi avrebbe diviso così fortemente l'Italia dando in tal modo un forte appoggio agli Alleati... Tutto si sarebbe potuto rimediare se i reali fossero rimasti a Roma ».

Ma chi è senza peccato scagli la prima pietra: non sono fuggiti i nostri valorosi campioni della Repubblica? Anche Nenni è fuggito, anche Pacciardi, Di Vittorio e Longo e Secchia; anche Einaudi che dopo l'8 settembre si rifugia in Svizzera per sottrarsi alla cattura dei tedeschi. Si leggono in certi libercoli apologetici dei nostri parlamentari o fondatori, episodi di fuga, sia per sottrarsi alla severità di qualche manganellata fascista che all'arresto da parte delle S.S. tedesche. Queste, fughe ci sono descritte come veri atti di sublime eroismo. Se eroismo fu per questi fuggiaschi, alcuni dei quali passarono il confine di notte, travestiti con falsi passaporti come tanti contrabbandieri o ladri di polli, non portando con sé altro che la loro paura, perché eroismo non deve essere 1’atto di un Sovrano che porta con sé lo Stato operante? La cattura del Re poteva significare la impossibilità di una rinascita, mentre con la cattura di Nenni o di Togliatti, di Pacciardi o di Einaudi, l'Italia non avrebbe fatto né un passo avanti né un passo indietro.

Lo stesso Aventino è stato una fuga, la più clamorosa delle fughe che la nostra storia politica ricordi.
Quando Giolitti rimproverò l’atteggiamento secessionista agli on. Treves e Modigliani, costoro risposero: «Ma alla Camera c'è da rimetterei la pelle». E Giolitti di rimando: «Quand'è così, se avete paura, non fate i deputati». E che dire di coloro i quali, se pure non sono fuggiti passando il confine o nascondendosi nei conventi, sono fuggiti, durante il ventennio, sottraendosi alla lotta, come fecero Orlando e Croce, De Nicola e De Gasperi? Scrive il Labriola (Confessioni, ecc.): «I grandi capi del liberalismo tradizionale italiano Salandra, Orlando, Giolitti e Fera ci misero un po' di tempo a capire che cosa fosse questo fascismo. Il Croce, poi, loro «filosofo» e storico, continuava a scrivere che l'«idea» fascista, lui non la vedeva, e perciò non poteva nemmeno esaminarla. “Va dall’oculista!”, veniva la voglia di dirgli! Poi capirono un po' tutti, e risolsero il problema, tirandosi sotto le tende ».

La condotta di Re Vittorio Emanuele III è invece paragonabile soltanto con quella del primo Re Vittorio Amedeo II, condotta che è una delle più belle pagine di Casa Savoia. Assediato nel 1706 con le sue truppe a Torino, radunati i maggiorenti della città esponeva loro il progetto di evadere, alla ricerca di soccorsi. Fu così che, congiuntosi con le truppe del cugino principe Eugenio al passaggio del Tanaro presso Asti, recavasi a Superga a celebrare la promessa di un Tempio Votivo   alla Madonna  delle Grazie e muovendo poi alla volta di Torino che liberava dall'assedio dei francesi. Lo Stato piemontese era salvo e ricostruito e Casa Savoia incoronata di Vittoria.
Quali motivi indussero il Croce, lo storico, il filosofo Croce, a rivoltarsi con tanto accanimento contro il Re degli italiani quando già aveva avuto da Badoglio ogni chiarimento? E' risaputo che nel primo incontro a Ravello egli rimase tutto Commosso per l'abbraccio affettuoso e per le cordiali accoglienze del vecchio Sovrano. Ma una settimana dopo diventa improvvisamente, suo acerrimo nemico. Perché? Perchè il Re in un successivo incontro non ha accettato la richiesta di sciogliere, così, d’urgenza, l'Accademia d'Italia, contro la quale egli nutriva rancori personali. Ma l'avversione sembra si sia in seguito aggravata ancora perché il Sovrano gli avrebbe ricordato le crociane accondiscendenze dirette e indirette alla politica mussoliniana durante la formazione della dittatura ed il voto favorevole dopo il delitto Matteotti. Ci siamo dilungati nei rilievi agli atteggiamenti di Benedetto Croce per tre motivi essenziali: 1) Egli è stato il più autorevole sostenitore dei Comitati di Liberazione Nazionale, che portarono il Paese all'umiliazione ed alla servitù allo straniero alla disunione interna, allo sfacelo morale. 2) Egli è stato ed è attualmente l'esponente massimo del Partito Liberale (del partito e non del liberalismo) il quale fu il balio del fascismo con Albertini (Corriere della Sera) padre putativo. 3) Fu il più accanito, ingiusto ed ingeneroso accusatore di Vittorio Emanuele III sul quale gettò colpe e responsabilità che erano invece sue e dei suoi compari e non del Sovrano.

E con gli atteggiamenti del Croce abbiamo posto in evidenza gli atteggiamenti ondulatori ed altrettanto ingenerosi di De Nicola e di Orlando che furono fra i più compiacenti sostenitori di Mussolini, mentre nel momento della catastrofe rinnegando la loro opera seguirono il Croce nel colpire il Sovrano alle spalle. «De Nicola si è dichiarato pienamente d'accordo con noi sui punti che il re e il principe di Piemonte debbono, in un modo o in un altro, ritirarsi ».

Magnifico esemplare di opportunismo politico il De Nicola. Presidente della Camera il 16 novembre 1922 durante il famoso discorso del «bivacco di manipoli» non sente il dovere di intervenire malgrado l'interruzione di Modigliani, Viva il Parlamento! Candidato alle elezioni del 1924 di parte fascista quale rappresentante di Mussolini per il Mezzogiorno si ritira dalla lotta, non è votato dagli elettori ma per la stranezza della legge elettorale è deputato lo stesso. Non giura ma non sente nemmeno il dovere di dimettersi. Incontrato l'on. Mussolini prima delle elezioni e consegnatogli il dattiloscritto del discorso che doveva pronunciare a Napoli, tollera correzioni ed aggiunte. Nominato senatore dal Re su proposta del Duce nel 1929, nelle categorie ex deputati e Presidenti della Camera, giustifica, a chi lo rimprovera, l'accettazione del laticlavio asserendo di considerarsi un funzionario dello Stato. Caduto il fascismo si agita per indurre il Re all'abdicazione e, scoprendosi improvvisamente vittima del fascismo, con Croce, Orlando e Sforza investe Re Vittorio Emanuele come unico responsabile del passato regime ed in concorrenza con essi pone la sua candidatura a presidente della Repubblica che si prevede debba essere comunista.
Che dire della condotta di Orlando? Presidente della Vittoria, va bene, nessuno lo nega, ma anche fiacco e debole difensore dell'Italia a Versailles, pessimo manovratore fra il 25 luglio e l'8 settembre, non si seppe mai bene se monarchico o repubblicano o se tutti e due. Nella Storia segreta di un mese di Regno ( Roma, Sestante, 1947) si legge a pag. 117. « Col Re Orlando fa professione di lealtà insiste sul rispetto della legge, nella lettera, e nello spirito. Ma a Palazzo lo trattano con una certa freddezza; dicono che il nobile vegliardo si è affrettato ad andare a compiacersi con Romita per i risultati del referendum; credono di sapere che il Re abbia detto di lui: « Orlando... viene qui, mi fa delle dichiarazioni di fedeltà, ma esse restano chiuse fra queste quattro pareti». La sera del 1 giugno antecedente il referendum, così si sussurrava a Palazzo Quirinale, l'Orlando (che, sia detto fra parentesi, era il legale degli interessi della Corona) fu a cena dalla Regina Maria Josè: nel congedarsi non Le fece nemmeno gli auguri.

Orlando commemorò tre anni fa all'Argentina il «4 novembre» ed esaltò i soldati di Vittorio Veneto dimenticando di glorificare con loro i condottieri che li avevano portati alla Vittoria. Egli non ricordò nemmeno Peschiera che di Vittorio Veneto è stata la premessa, per non nominare il Re che a quel convegno ebbe visioni di vera grandezza. Imposizione? Certo.
Ma a questa non doveva prestarsi Orlando il quale, Capo del governo del tempo, ancora oggi beneficia del successo. Se Orlando, con obblighi così alti verso la Monarchia ora che essa è caduta si è adattato a mutilare la storia, come la prospetteranno i repubblicani e la insegneranno ai giovani?




Nessun commento:

Posta un commento