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| De Nicola |
La
verità si fa strada
La
severità crudele, nell'accusare il Re senza riserva negandogli qualsiasi
attenuante, ci fa rammentare la sua condotta quando era ministro della pubblica
istruzione nel ministero Giolitti nel 1921. Siamo nel maggio di quell’anno, in
pieno fervore elettorale e la
Voce repubblicana si lamenta dell'abbandono nel quale è
lasciato il Mezzogiorno: «...non mai l'inganno fu crudele e la frode cinica
come questa volta che tanti uomini del mezzogiorno sono al potere anche, ahimé,
Benedetto Croce», e conclude: «Tutti i ministri hanno parlato, meno lui». Il
giornale poi, nel lamentare lo scatenarsi della violenza e della corruzione di
cui fa risalire la paternità al Governo si duole che «il ministro Benedetto
Croce che altra volta, da semplice candidato al Consiglio comunale di Napoli
discese in piazza e parlò al popolo in un comizio, questa volta ha taciuto.
Benedetto Croce non ha avuto nulla da dire agli italiani. Il filosofo
dell'idealismo non ha saputo, dal banco del governo, essere buon soldato di
alcuna milizia ideale. E termina chiamandolo complice del governo per le violenze
fasciste. In una seduta alla Camera (21 giugno 1921, l 'on. Arturo Labriola
insorge contro il contegno dei fascisti e si dimette da ministro ma il
Presidente Giolitti lo redarguisce seduta stante. Il Labriola apparve allora
come colui che gettava il portafoglio contro le violenze fasciste: gli amici
dell'on. Giolitti danno alla severità di questi il significato di difesa della neutralità
del governo di fronte a due contendenti, ma una parte della stampa accusa il
ministero di filofascismo. Perché Croce non
seguì, per solidarietà, il Labriola?
Ancora:
nel 1929 Croce parlò in Senato contro la
Conciliazione,
gesto che ebbe - dice lui - il consenso di tutti gli italiani. Perché dunque
non parlò contro la guerra nel 1940, dal momento che’egli afferma che gli
italiani non la volevano ed erano con lui?
Ma
tanta audacia comportava non pochi pericoli
che il nostro filosofo preferì sempre addossare all'iniziativa ed alla responsabilità del
Sovrano. Più tardi a Sorrento biasimerà la partenza del Re da Pescara che chiama una fuga, ma nello stesso
tempo afferma che egli davanti al
pericolo che correva di essere preso dai tedeschi affacciatogli da alcuni amici
decise di essersi «determinato ad andare con loro a Capri». (Quando l’Italia
ecc. pag. 8). Ed aggiunge che anche l'Omodeo partirà poi a raggiungere la
famiglia a Positano». Il linguaggio di Croce diventa quasi un rebus la partenza
del Re da Pescara per recarsi in territorio italiano non occupato da nessuno
dei contendenti, inglesi o tedeschi, si chiama fuga; quella sua da Sorrento si
chiama andare a Capri; quella di Omodeo diventa «partire, a raggiungere la famiglia
a Positano». Non si riesce, a comprendere come l'avvicinarsi dei tedeschi
dovesse dare a Croce e ad Omodeo (la cui cattura non avrebbe significato
proprio nulla) il diritto di partire, e non lo doveva concedere al Re. Eppure
il Re con la sua partenza da Pescara (partenza e non fuga) portò con sé la
continuità dello Stato, mentre Croce e Omodeo non portavano che la
preoccupazione della loro incolumità personale.
Bisogna
richiamarsi alla situazione creata in quei giorni dalla insipienza degli
Alleati: l'annuncio dell'armistizio divulgato per radio con quattro giorni in
anticipo sulla data stabilita! E cioè prima che il Governo italiano avesse la benché
minima possibilità materiale di prendere i primi indispensabili provvedimenti e
diramare le più pressanti disposizioni. Urgeva quindi che il Re non cadesse in
mano dei tedeschi. Del resto Stalin non abbandonò precipitosamente Mosca
all'appressarsi delle armate tedesche? E Lebrun non abbandonò Parigi come
l'aveva abbandonata Poincarrè nel 1914? E la Regina Guglielmina
d'Olanda non fa portata in volo in America? Non si era, la famiglia reale
inglese col suo governo completo, preparata a trasferirsi in Canadà nel caso
previsto di invasione dell'Inghilterra? Non avevano lasciato la capitale e il
territorio nazionale il presidente della Repubblica polacca, il Re di Norvegia,
il Re di Jugoslavia e quello di Grecia? Non era fuggito Pio IX allo appressarsi
di Garibaldi nel 1848? E quella dello stesso Garibaldi l'anno successivo quando
abbandonò Roma sotto la pressione delle truppe francesi? Azione necessaria,
memoranda, gloriosa, drammatica, sublime ma fuga. Se Garibaldi portava con sé
la sua indomita aspirazione unitaria Vittorio Emanuele III portava con sé
l'autentica Unità Nazionale. Anche Bakunin il barricadiero anarchico di
professione, fallita nel ridicolo la marcia su
Bologna nel 1874, fuggiva in Svizzera, ma... travestito da prete.
Vittorio
Emanuele III così parla di Pescara in un colloquio con Nino Bolla (Il segreto
di due Re):
«Non
fuga, né rifugio all'estero, ciò che sarebbe stato abbandonare la Patria. Se mi recai col
Governo a Brindisi. cioè su una parte libera del suolo della Nazione, fu per
creare in piena libertà un governo legittimo, ricostruire un esercito, come
subito avvenne evitando che i soldati delle divisioni italiane rimate al sud
fossero considerati prigionieri di guerra.
La
cobelligeranza, ottenuta dal mio Governo. salvò parecchie cose, compresi gli
interessi personali di molti antimonarchici, specie dell'ultima ora, che con il
loro carico d'odio non sarebbero rientrati in quel periodo in Italia senza la
cobelligeranza». Gli stessi che biasimano il Re per la partenza da Pescara,
sono gli stessi che accusano il Re del Belgio di non essere fuggito, di essere
rimasto al suo posto facendosi catturare dai tedeschi. E così se Vittorio
Emanuele fosse rimasto a Roma i suoi denigratori lo accuserebbero ora di
connivenza col tedesco invasore, rimproverandogli di non essere fuggito.
Dolmann
nelle sue Memorie riferisce che Kesselring giustificava la condotta del Re in
forza della «ragion di Stato» e che a torto od a ragione Vittorio Emauuele si
era comportato da Sovrano. Il Dolmann conforta questa tesi con quanto ebbe a
riferirgli lo stesso Hitler: «Nessuna delle conseguenze dell'armistizio
sarebbero state tanto fatali se io fossi riuscito ad impadronirmi del Re e del Principe.
Chi poteva dichiararmi la guerra e chi avrebbe diviso così fortemente l'Italia
dando in tal modo un forte appoggio agli Alleati... Tutto si sarebbe potuto
rimediare se i reali fossero rimasti a Roma ».
Ma
chi è senza peccato scagli la prima pietra: non sono fuggiti i nostri valorosi
campioni della Repubblica? Anche Nenni è fuggito, anche Pacciardi, Di Vittorio
e Longo e Secchia; anche Einaudi che dopo l'8 settembre si rifugia in Svizzera
per sottrarsi alla cattura dei tedeschi. Si leggono in certi libercoli apologetici
dei nostri parlamentari o fondatori, episodi di fuga, sia per sottrarsi alla
severità di qualche manganellata fascista che all'arresto da parte delle S.S.
tedesche. Queste, fughe ci sono descritte come veri atti di sublime eroismo. Se
eroismo fu per questi fuggiaschi, alcuni dei quali passarono il confine di
notte, travestiti con falsi passaporti come tanti contrabbandieri o ladri di
polli, non portando con sé altro che la loro paura, perché eroismo non deve
essere 1’atto di un Sovrano che porta con sé lo Stato operante? La cattura del
Re poteva significare la impossibilità di una rinascita, mentre con la cattura
di Nenni o di Togliatti, di Pacciardi o di Einaudi, l'Italia non avrebbe fatto
né un passo avanti né un passo indietro.
Lo
stesso Aventino è stato una fuga, la più clamorosa delle fughe che la nostra
storia politica ricordi.
Quando
Giolitti rimproverò l’atteggiamento secessionista agli on. Treves e Modigliani,
costoro risposero: «Ma alla Camera c'è da rimetterei la pelle». E Giolitti di
rimando: «Quand'è così, se avete paura, non fate i deputati». E che dire di
coloro i quali, se pure non sono fuggiti passando il confine o nascondendosi
nei conventi, sono fuggiti, durante il ventennio, sottraendosi alla lotta, come
fecero Orlando e Croce, De Nicola e De Gasperi? Scrive il Labriola (Confessioni,
ecc.): «I grandi capi del liberalismo tradizionale italiano Salandra, Orlando,
Giolitti e Fera ci misero un po' di tempo a capire che cosa fosse questo
fascismo. Il Croce, poi, loro «filosofo» e storico, continuava a scrivere che
l'«idea» fascista, lui non la vedeva, e perciò non poteva nemmeno esaminarla. “Va
dall’oculista!”, veniva la voglia di dirgli! Poi capirono un po' tutti, e
risolsero il problema, tirandosi sotto le tende ».
La
condotta di Re Vittorio Emanuele III è invece paragonabile soltanto con quella
del primo Re Vittorio Amedeo II, condotta che è una delle più belle pagine di
Casa Savoia. Assediato nel 1706 con le sue truppe a Torino, radunati i
maggiorenti della città esponeva loro il progetto di evadere, alla ricerca di soccorsi.
Fu così che, congiuntosi con le truppe del cugino principe Eugenio al passaggio
del Tanaro presso Asti, recavasi a Superga a celebrare la promessa di un Tempio
Votivo alla Madonna delle Grazie e muovendo poi alla volta di Torino
che liberava dall'assedio dei francesi. Lo Stato piemontese era salvo e
ricostruito e Casa Savoia incoronata di Vittoria.
Quali
motivi indussero il Croce, lo storico, il filosofo Croce, a rivoltarsi con
tanto accanimento contro il Re degli italiani quando già aveva avuto da
Badoglio ogni chiarimento? E' risaputo che nel primo incontro a Ravello egli
rimase tutto Commosso per l'abbraccio affettuoso e per le cordiali accoglienze
del vecchio Sovrano. Ma una settimana dopo diventa improvvisamente, suo acerrimo
nemico. Perché? Perchè il Re in un successivo incontro non ha accettato la
richiesta di sciogliere, così, d’urgenza, l'Accademia d'Italia, contro la quale
egli nutriva rancori personali. Ma l'avversione sembra si sia in seguito
aggravata ancora perché il Sovrano gli avrebbe ricordato le crociane
accondiscendenze dirette e indirette alla politica mussoliniana durante la
formazione della dittatura ed il voto favorevole dopo il delitto Matteotti. Ci
siamo dilungati nei rilievi agli atteggiamenti di Benedetto Croce per tre
motivi essenziali: 1) Egli è stato il più autorevole sostenitore dei Comitati di
Liberazione Nazionale, che portarono il Paese all'umiliazione ed alla servitù
allo straniero alla disunione interna, allo sfacelo morale. 2) Egli è stato ed
è attualmente l'esponente massimo del Partito Liberale (del partito e non del
liberalismo) il quale fu il balio del fascismo con Albertini (Corriere della
Sera) padre putativo. 3) Fu il più accanito, ingiusto ed ingeneroso accusatore
di Vittorio Emanuele III sul quale gettò colpe e responsabilità che erano
invece sue e dei suoi compari e non del Sovrano.
E
con gli atteggiamenti del Croce abbiamo posto in evidenza gli atteggiamenti
ondulatori ed altrettanto ingenerosi di De Nicola e di Orlando che furono fra i
più compiacenti sostenitori di Mussolini, mentre nel momento della catastrofe
rinnegando la loro opera seguirono il Croce nel colpire il Sovrano alle spalle.
«De Nicola si è dichiarato pienamente d'accordo con noi sui punti che il re e
il principe di Piemonte debbono, in un modo o in un altro, ritirarsi ».
Magnifico
esemplare di opportunismo politico il De Nicola. Presidente della Camera il 16
novembre 1922 durante il famoso discorso del «bivacco di manipoli» non sente il
dovere di intervenire malgrado l'interruzione di Modigliani, Viva il Parlamento!
Candidato alle elezioni del 1924 di parte fascista quale rappresentante di
Mussolini per il Mezzogiorno si ritira dalla lotta, non è votato dagli elettori
ma per la stranezza della legge elettorale è deputato lo stesso. Non giura ma
non sente nemmeno il dovere di dimettersi. Incontrato l'on. Mussolini prima
delle elezioni e consegnatogli il dattiloscritto del discorso che doveva
pronunciare a Napoli, tollera correzioni ed aggiunte. Nominato senatore dal Re
su proposta del Duce nel 1929, nelle categorie ex deputati e Presidenti della
Camera, giustifica, a chi lo rimprovera, l'accettazione del laticlavio
asserendo di considerarsi un funzionario dello Stato. Caduto il fascismo si
agita per indurre il Re all'abdicazione e, scoprendosi improvvisamente vittima
del fascismo, con Croce, Orlando e Sforza investe Re Vittorio Emanuele come
unico responsabile del passato regime ed in concorrenza con essi pone la sua
candidatura a presidente della Repubblica che si prevede debba essere
comunista.
Che
dire della condotta di Orlando? Presidente della Vittoria, va bene, nessuno lo
nega, ma anche fiacco e debole difensore dell'Italia a Versailles, pessimo
manovratore fra il 25 luglio e l'8 settembre, non si seppe mai bene se monarchico
o repubblicano o se tutti e due. Nella Storia segreta di un mese di Regno ( Roma,
Sestante, 1947) si legge a pag. 117. « Col Re Orlando fa professione di lealtà
insiste sul rispetto della legge, nella lettera, e nello spirito. Ma a Palazzo
lo trattano con una certa freddezza; dicono che il nobile vegliardo si è
affrettato ad andare a compiacersi con Romita per i risultati del referendum;
credono di sapere che il Re abbia detto di lui: « Orlando... viene qui, mi fa
delle dichiarazioni di fedeltà, ma esse restano chiuse fra queste quattro
pareti». La sera del 1 giugno antecedente il referendum, così si sussurrava a
Palazzo Quirinale, l'Orlando (che, sia detto fra parentesi, era il legale degli
interessi della Corona) fu a cena dalla Regina Maria Josè: nel congedarsi non
Le fece nemmeno gli auguri.
Orlando
commemorò tre anni fa all'Argentina il «4 novembre» ed esaltò i soldati di
Vittorio Veneto dimenticando di glorificare con loro i condottieri che li
avevano portati alla Vittoria. Egli non ricordò nemmeno Peschiera che di
Vittorio Veneto è stata la premessa, per non nominare il Re che a quel convegno
ebbe visioni di vera grandezza. Imposizione? Certo.
Ma
a questa non doveva prestarsi Orlando il quale, Capo del governo del tempo,
ancora oggi beneficia del successo. Se Orlando, con obblighi così alti verso la Monarchia ora che essa è
caduta si è adattato a mutilare la storia, come la prospetteranno i
repubblicani e la insegneranno ai giovani?

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