NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
Visualizzazione post con etichetta Regno delle Due Sicilie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Regno delle Due Sicilie. Mostra tutti i post

sabato 29 maggio 2021

Libri: quelle 'imposture neo borboniche' tutte da smontare



Ippolito Armino e Il Fantastico Regno Due Sicilie (mai esistito)

Redazione ANSA

PESCARA28 maggio 202116:49NEWS 

di Luca Prosperi (ANSA) - PESCARA, 28 MAG - PINO IPPOLITO ARMINO 'IL FANTASTICO REGNO DELLE DUE SICILIE' LATERZA, PP. 135, 14,00 euro) Il 'breve catalogo delle imposture neoborboniche' affronta uno dei nodi cruciali emergenti del revisionismo contemporaneo, ossia la riscrittura del Risorgimento in senso anti unitario, chiedendosi perché negli ultimi anni quelle che l'autore Pino Ippolito Armino definisce 'autentiche fole neo borboniche', siano diventate così di moda.

Ippolito Armino per spiegare il perché in 10 capitoli usa principalmente uno strumento: il piccone. Ed è un altro dei momenti forti della fortunata collana Fact Checking di Laterza, 'La Storia alla prova dei fatti', che dopo aver affrontato Resistenza, Foibe e 'primati italici', attacca frontalmente uno dei temi divisivi della memoria collettiva: l'Unità d'Italia vista da Sud.

    Il 'primo stato illuminato del mondo' non è mai esistito, è una fake news, ma alcune fake news 'hanno una eccezionale capacità di presa, perché soddisfano un bisogno reale, quello di una spiegazione semplice a problemi complessi', e nel caso specifico servono perché attribuiscono 'ogni nostra insufficienza alla responsabilità di un nemico esterno, cattivo quanto basta per addebitargli tutto ciò che siamo e non vorremmo essere'. 
[...]








martedì 2 ottobre 2018

L’esilio di un Re gentiluomo

Le polemiche con certi sedicenti "neoborbonici", il cui maggiore impegno è in genere profuso nel vincere la gara a chi spara le fandonie e le volgarità più grosse, non ci fanno perdere di vista il rispetto e anche l’affetto per l’ultimo e sfortunato Sovrano dello stato preunitario più importante, il Regno delle due Sicilie.

Quale che sia il giudizio degli storici sul breve operato di Re Francesco II e sulle reali condizioni del suo Regno al momento della caduta non si può che restare ammirati della sua regalità e della cristiana rassegnazione con cui accettò il destino che gli era stato riservato.

E’ per questo motivo che non solo non abbiamo alcun problema ma siamo davvero contenti di poter segnalare ai nostri lettori l’uscita di un volume dedicato agli anni del suo doloroso esilio.


lunedì 25 giugno 2018

UN PRIMATO ( NEGATIVO ) DELLE “DUE SICILIE”



Nel 1840 avviene nel Regno Unito, una grande rivoluzione postale. Il costo del servizio viene pagato in anticipo e così nasce il “francobollo”, il primo nel mondo e con l’effigie della Regina Vittoria. Nel giro di qualche anno, cominciando un cantone svizzero, Zurigo, nel 1843, seguito lo stesso anno dall’Impero del Brasile, i principale stati dell’ Europa e del Mondo si adeguano emettendo anche loro i primi francobolli. E in Italia ? Dobbiamo attendere un decennio ed il Lombardo-Veneto, sotto il governo austriaco, il primo giugno del 1850 emette una prima serie. A distanza di sei mesi, primo gennaio 1851 arriva il Regno di Sardegna con tre francobolli, aventi l’effigie del re Vittorio Emanuele II, su carta non filigranata. Seguono tutti gli altri stati, dal Granducato di Toscana, il primo aprile dello stesso anno, e nel 1852 il Ducato di Parma e quello di Modena e anche lo Stato Pontificio. Un solo Stato manca all’appello, il Regno delle Due Sicilie! Dobbiamo attendere 8 anni ed il primo gennaio del 1858, finalmente, per la sola parte peninsulare del Regno vengono emessi i primi francobolli, napoletani, tutti di colore rosso carminio, in quanto il pavido governo borbonico temeva che francobolli di diverso colore, come avevano fatto tutti gli altri stati preunitari, potessero prestarsi a combinazioni non gradite. La Sicilia doveva attendere un altro anno e nel 1859 veniva finalmente dotata di francobolli con l’effigie di Ferdinando II, bellissimi come disegno, opera di uno Juvarra, Tommaso Aloysio, effigie stranamente non usata per i precedenti francobolli napoletani, quasi a sfregio dei siciliani, il cui Parlamento, nella storica seduta del 1848 aveva per sempre dichiarato decaduta la dinastia borbonica. E per evitare appunto sfregi sul volto del Sovrano, veniva predisposto un tipo di annullo che doveva racchiudere l’effigie senza appunto deturparla. Purtroppo ed è un altro triste primato, i francobolli napoletani furono anche i più numerosi ad essere falsificati, per un fraudolento uso postale, tanto da far pensare che i falsari agissero con complicità di impiegati, circostanza evidenziata in tutti i cataloghi e quindi nota a tutti i filatelisti. Riepilogando perciò nelle Due Sicilie, si ebbe un ritardo di 8 e 9 anni, unito e dovuto logicamente anche alla pochezza del numero degli uffici postali esistenti, assolutamente minoritario rispetto a tutti gli altri già in funzione nel resto dell’ Italia. Gli uffici postali operanti nelle Due Sicilie erano solo 153 nella parte “al di qua del Faro” e 85 “Al di là del Faro”, quando lo Stato Pontificio, che pure non era all’avanguardia del progresso ne aveva 415, il Piemonte più la Liguria ne aveva 685,ed in Sardegna 180, il  che costrinse il nuovo governo del Regno d’Italia, subito dopo il 1861, ad impegnare notevoli somme per dotare quanti più possibile comuni meridionali di questo fondamentale servizio, creandone nel napoletano dal 1861 al 1863 altri 189, ed in Sicilia 105, insieme con strade e ferrovie, anche queste carenti nel reame borbonico, che costituivano il trinomio della civilizzazione e del progresso nel diciannovesimo secolo.

Domenico Giglio

domenica 24 giugno 2018

La prima guerra civile italiana


Nel nuovo speciale di Storia in Rete (allegato al numero di giugno della rivista a euro 9,90) intitolato Savoia vs Borbone si mettono a confronto le posizioni di alcuni storici su un tema molto caldo: il Risorgimento
Nel nuovo speciale di Storia in Rete (allegato al numero di giugno della rivista a euro 9,90) intitolato Savoia vs Borbone si mettono a confronto le posizioni di alcuni storici su un tema molto caldo: il Risorgimento. Il volume contrappone le ragione dell’Unità d’Italia con quelle di chi sostiene che il Regno delle Due Sicilie ebbe solo a perdere dall’annessione alla Monarchia Sabauda.

Battaglia di Mola di Gaeta (Formia), 1860

Qui abbiamo sintetizzato, per quanto possibile, gli argomenti presentati dai due «schieramenti». La rivista presenta interventi e interviste tra gli altri di: Pino Aprile, Alessandro Barbero, Sergio Boschiero, Gennaro De Crescenzo, Gigi Di Fiore, Dario Marino, Emanuele Mastrangelo, Aldo A. Mola, Pierluigi Romeo di Colloredo. Il dibattito resta aperto.
Altro che briganti, fu una resistenza contro un'invasione
Quali sono gli argomenti più forti di coloro che sostengono che il Regno delle Due Sicilie con l'ingresso nel regno di Italia ebbe - economicamente, socialmente - solo da perderci? Lo speciale di Storia in rete intitolato Savoia vs Borbone ne fa una belle cernita, attingendo alle opere di molti degli autori più noti nell'aver cercato percorsi diversi da quelli della storiografia più battuta sul Risorgimento: da Gennaro De Crescenzo a Pino Aprile passando per Gigi di Fiore.
Partiamo dall'economia. Per quanto la pubblicistica inglese, sin dalle lettere di William Ewart Gladstone del 1851, descriva il regno borbonico come un luogo arretratissimo, gli storici che rivalutano i Borbone pongono l'accento su quelli che secondo loro sono chiari segni di sviluppo del Regno. Il più noto è il primato ferroviario della Napoli-Portici, la prima strada ferrata della Penisola (lunga 7,5 chilometri) del 1839. Ma sono molte le industrie specializzate del Sud, spesso nate direttamente con patrocinio Reale, che sono state riscoperte negli ultimi anni: le Reali Officine di Mongiana (armi), una cantieristica sviluppata, il perfezionamento a livello altissimo delle tecniche di produzione delle ceramiche... Si pone anche molta attenzione ai dati statistici che - pur con l'affidabilità limitata dell'epoca - lasciano in più casi intendere come i livelli occupazionali del Sud erano più alti di quelli di alcune regioni del Nord; e anche l'apporto alimentare medio era maggiore.
Tutti dati che, invece, precipiterebbero verso il basso dopo «l'occupazione» piemontese. Una occupazione che, secondo la maggior parte di questi autori, si sarebbe volta rapidamente in predazione di ricchezze. Secondo alcuni, come Pino Aprile (lo ha sostenuto nel suo saggio Carnefici, 2016), addirittura in un vero e proprio genocidio. I metodi utilizzati contro i «briganti» (etichetta che funzionava benissimo per delegittimare i sostenitori del passato regime) furono quanto mai brutali.
Ed è questo uno di quei temi in cui la storiografia che potremmo definire «borbonica» è riuscita a mettere in piena luce episodi che, indubbiamente, furono molto violenti. Un esempio può essere il caso della distruzione dei paesi di Pontelandolfo e Casalduni. Nei pressi dei due abitati un contingente di 40 bersaglieri e 4 carabinieri, nel giugno del 1861, venne aggredito da bande di legittimisti sostenute dagli abitanti locali. I soldati del Regno d'Italia vennero prima costretti alla resa e poi massacrati (si salvarono soltanto in due). La risposta del generale Cialdini a questo atto, inumano anche per i criteri del tempo, fu ancora più inumana. Ordinò di fare terra bruciata, distruggendo completamente le due località. Gli ordini prevedevano non venissero passati per le armi donne e bambini. Ma andò diversamente...
Il livello di violenza dello scontro tra «briganti» e truppe regie fu altissimo. Come è chiaro che la tassazione elevata e la mancata eliminazione del latifondo colpirono duramente la popolazione meridionale. Secondo molti storici i quali rivalutano l'amministrazione borbonica, gli effetti furono così gravi da spiegare il calo demografico che, secondo la documentazione disponibile, sembrerebbe caratterizzare buona parte del territorio meridionale. Il genocidio di cui appunto parla Pino Aprile. A questo andrebbero sommate politiche chiaramente volte a favorire le industrie del Nord del Paese e a far gravare tutti i costi del conflitto sugli «sconfitti».
Abbastanza, secondo alcuni, per attribuire il divario nord-sud non a una situazione preesistente ma proprio dalle scelte portate avanti da Casa Savoia e dai suoi ministri intenti a trattare il Sud alla stregua di una colonia, più che di un «pezzo» di una nazione unitaria.
La povertà meridionale era già lì, Savoia l'unico futuro
Alcuni dei dati presentati dalla storiografia che potremmo definire, semplificando un po', «pro borbonica» vengono accettati anche dagli storici che continuano ad attribuire un valore essenzialmente positivo al Risorgimento. A cambiare è semmai il modo in cui vengono valutati. Come si capisce bene leggendo gli interventi sullo speciale di Storia in rete di Aldo A. Mola o Pier Luigi Romeo di Colloredo. Partiamo proprio dalla Napoli-Portici su cui ritorna Romeo di Colloredo. Il primato è indubbio. Peccato che poi le ferrovie del Regno delle Due Sicilie abbiano continuato a crescere a ritmo lentissimo e prima dell'Unità sia stata realizzata solo un'altra novantina di chilometri di binari. Al Nord nel frattempo la crescita era diventata frenetica con centinaia di chilometri realizzati ogni anno. E il Regno d'Italia in seguito portò il ritmo della produzione ferroviaria a quasi 400 km l'anno nel primo decennio post unitario. Le industrie del Sud avrebbero poi prosperato soprattutto in regime protezionistico e quindi sarebbero state ontologicamente fragili. Questa fragilità di base, figlia di iniziative tutte fatte dall'alto, sarebbe stata la causa del loro deperimento, non la rapacità piemontese. Quanto alla felicità dei sudditi borbonici: spiegherebbe poco i 220 calabresi morti combattendo a fianco di Garibaldi e i moltissimi siciliani che scelsero subito di schierarsi con la spedizione dei Mille. Quanto al brigantaggio, si insiste sul fatto che esistesse ben prima dell'arrivo dei Savoia e che fosse il risultato dell'arretratezza economica di quei territori che erano tutt'altro che felici anche sotto i Borbone. Un esempio? Nel 1828 il Cilento si rivoltò. Il motivo? La tassazione troppo alta. Il risultato finale? Il villaggio di Bosco da cui era partita l'insurrezione venne distrutto e dato alle fiamme dalle truppe borboniche. Insomma una situazione pre-esistente che dopo l'unità ha preso semplicemente un'altra direzione. Aldo A. Mola insiste invece molto sul fatto che il Regno delle Due Sicilie non è stato travolto dai Savoia ma semplicemente era inevitabilmente destinato all'estinzione. L'Europa intera stava andando verso lo sviluppo di Stati nazionali. E i Borbone erano politicamente isolati e fragili. Sarebbe bastato Garibaldi da solo con i suoi 40mila volontari e la vittoria del Volturno (2 ottobre 1860) a determinare la fine del Regno delle Due Sicilie. Le cui classi dominanti aderirono molto rapidamente al nuovo Regno d'Italia, ottenendo un'ampia rappresentanza politica d parlamentare.
E qui si entra nella parte più calda del dibattito, quella sul genocidio. Per la maggior parte degli storici accademici il crollo demografico del Sud è solo apparente e dipende in buona sostanza dal fatto che i rilevamenti demografici borbonici erano realizzati in modo sostanzialmente approssimativo. Non è possibile rintracciare, almeno secondo Emanuele Mastrangelo, che ribatte direttamente alle tesi di Pino Aprile, una qualunque volontà specifica del Governo italiano sabaudo di colpire la popolazione del Sud. Esiste la questione del brigantaggio certo, causò migliaia di vittime, ma niente di paragonabile ad altri casi europei coevi di insorgenza, come le guerre carliste in Spagna (1833-1840 e 1872-1876)).
Ampio spazio è anche dato alla vicenda del forte di Fenestrelle dove vennero imprigionati (tra il 1860 e il 1870) i militari fedeli ai Borbone e che negli ultimi anni è stato spesso definito come un «lager». A partire da Alessandro Barbero, sono molti gli storici che hanno ridimensionato i termini della durezza carceraria a cui vennero sottoposti i prigionieri. La loro non fu certo una vacanza ma non risultano affatto le migliaia di morti (per alcuni 40mila), citate da alcune fonti, si ridurrebbero a circa 40 in cinque anni. Si sarebbe passati dall'oblio al mito senza tappe intermedie.
fonte.
http://www.ilgiornale.it/news/cultura/guerra-civile-italiana-1544140.html

La povertà meridionale era già lì, i Savoia erano l'unico futuro

da www.ilgiornale.it
La Monarchia borbonica non aveva alcuna speranza. La modernità spingeva altrove

Alcuni dei dati presentati dalla storiografia che potremmo definire, semplificando un po', «pro borbonica» vengono accettati anche dagli storici che continuano ad attribuire un valore essenzialmente positivo al Risorgimento. A cambiare è semmai il modo in cui vengono valutati. Come si capisce bene leggendo gli interventi sullo speciale di Storia in rete di Aldo A. Mola o Pier Luigi Romeo di Colloredo. Partiamo proprio dalla Napoli-Portici su cui ritorna Romeo di Colloredo. Il primato è indubbio. Peccato che poi le ferrovie del Regno delle Due Sicilie abbiano continuato a crescere a ritmo lentissimo e prima dell'Unità sia stata realizzata solo un'altra novantina di chilometri di binari. Al Nord nel frattempo la crescita era diventata frenetica con centinaia di chilometri realizzati ogni anno. E il Regno d'Italia in seguito portò il ritmo della produzione ferroviaria a quasi 400 km l'anno nel primo decennio post unitario. Le industrie del Sud avrebbero poi prosperato soprattutto in regime protezionistico e quindi sarebbero state ontologicamente fragili. Questa fragilità di base, figlia di iniziative tutte fatte dall'alto, sarebbe stata la causa del loro deperimento, non la rapacità piemontese. Quanto alla felicità dei sudditi borbonici: spiegherebbe poco i 220 calabresi morti combattendo a fianco di Garibaldi e i moltissimi siciliani che scelsero subito di schierarsi con la spedizione dei Mille. Quanto al brigantaggio, si insiste sul fatto che esistesse ben prima dell'arrivo dei Savoia e che fosse il risultato dell'arretratezza economica di quei territori che erano tutt'altro che felici anche sotto i Borbone. Un esempio? Nel 1828 il Cilento si rivoltò. Il motivo? La tassazione troppo alta. Il risultato finale? Il villaggio di Bosco da cui era partita l'insurrezione venne distrutto e dato alle fiamme dalle truppe borboniche. Insomma una situazione pre-esistente che dopo l'unità ha preso semplicemente un'altra direzione. Aldo A. Mola insiste invece molto sul fatto che il Regno delle Due Sicilie non è stato travolto dai Savoia ma semplicemente era inevitabilmente destinato all'estinzione. L'Europa intera stava andando verso lo sviluppo di Stati nazionali. E i Borbone erano politicamente isolati e fragili. Sarebbe bastato Garibaldi da solo con i suoi 40mila volontari e la vittoria del Volturno (2 ottobre 1860) a determinare la fine del Regno delle Due Sicilie. Le cui classi dominanti aderirono molto rapidamente al nuovo Regno d'Italia, ottenendo un'ampia rappresentanza politica d parlamentare.
E qui si entra nella parte più calda del dibattito, quella sul genocidio. Per la maggior parte degli storici accademici il crollo demografico del Sud è solo apparente e dipende in buona sostanza dal fatto che i rilevamenti demografici borbonici erano realizzati in modo sostanzialmente approssimativo. Non è possibile rintracciare, almeno secondo Emanuele Mastrangelo, che ribatte direttamente alle tesi di Pino Aprile, una qualunque volontà specifica del Governo italiano sabaudo di colpire la popolazione del Sud. Esiste la questione del brigantaggio certo, causò migliaia di vittime, ma niente di paragonabile ad altri casi europei coevi di insorgenza, come le guerre carliste in Spagna (1833-1840 e 1872-1876)).
Ampio spazio è anche dato alla vicenda del forte di Fenestrelle dove vennero imprigionati (tra il 1860 e il 1870) i militari fedeli ai Borbone e che negli ultimi anni è stato spesso definito come un «lager». A partire da Alessandro Barbero, sono molti gli storici che hanno ridimensionato i termini della durezza carceraria a cui vennero sottoposti i prigionieri. La loro non fu certo una vacanza ma non risultano affatto le migliaia di morti (per alcuni 40mila), citate da alcune fonti, si ridurrebbero a circa 40 in cinque anni. Si sarebbe passati dall'oblio al mito senza tappe intermedie.
fonte:

mercoledì 29 luglio 2015

«Il paradiso borbonico? È solo un’invenzione nostalgica »

di Giuseppe Galasso

LO STORICO CONTRO LA RIVALUTAZIONE DELLA LORO DOMINAZIONE

Il primo che incontriate per strada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento e cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860
Che il largo moto di rivalutazione e di fantasiosa nostalgia del Mezzogiorno borbonico portasse a riflessi politici era nella logica di questi fenomeni, ripetuta e verificata in tanti casi in Italia e fuori d’Italia. Per il Mezzogiorno, ciò appariva, anzi, più facile data la rapidissima diffusione di quella rivalutazione e nostalgia, per cui alcuni vi hanno trovato il fortunato appiglio per libri e scritture di scarsissimo o nessun peso storico e culturale, e tuttavia portati dall’onda della moda in materia a tirature e vendite da capogiro. Le clamorose fortune di questa pseudo-letteratura storica, se hanno potenziato il moto di opinione da cui essa è nata, hanno fatto torto, peraltro, alle, invero poche, opere che sulle stesse note di rivalutazione e nostalgia hanno dato (da Zitara a Di Fiore) contributi discutibili o poco accettabili, ma sono state scritte con ben altro scrupolo e serietà. Questa è, però, una legge comune dell’economia, che non risparmia nessun altro campo. Ovunque la moneta cattiva espelle la moneta buona.

Il risultato è che oggi il primo che incontriate per istrada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento e cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860. E ancora sul felice stato e sulla lieta vita del Mezzogiorno prima del 1860, sulla deliberata politica di dipendenza coloniale e sfruttamento in cui l’Italia unita tuttora mantiene il Mezzogiorno, e su altre simili presunte «verità», lontane dalla «storia ufficiale». Tutto ciò farebbe pensare a quella quindicina e più di generazioni di meridionali susseguitesi dal 1860 in poi come segregate dalla vita civile e istituzionale dello Stato e della società italiana. Si sa, però, che non è così. Si sa che l’integrazione dei meridionali nell’Italia unita, come per gli altri italiani, è stata profonda, rompendo un isolamento storico che, nel caso di varie parti del Mezzogiorno, durava da secoli. Mezza diplomazia italiana è stata fatta di meridionali. I due migliori capi di Stato Maggiore dell’Esercito – Pollio e Diaz – erano napoletani. Già da dopo la prima guerra mondiale la burocrazia italiana ha cominciato a essere fatta per lo più di meridionali. Quattro presidenti della Repubblica su 12 (De Nicola, Leone, Napolitano, Mattarella), vari capi di governo (da Crispi a D’Alema), innumerevoli ministri, vari e potenti capi di partito sono stati meridionali. Sulle cattedre universitarie e nell’insegnamento la parte dei meridionali si è fatta sempre più ampia.

[...]

sabato 22 dicembre 2012

Interessante iniziativa


Nord e Sud: ve li raccontiamo su Focus Storia


Un anno fa abbiamo festeggiato i 150 anni dell’Unità d’Italia. Eppure le diffidenze fra Nord e Sud restano radicate. Perché? Forse le radici di una visione “a due velocità” del nostro Paese risalgono proprio agli anni intorno al 1860, quando si fece l’Italia?
 È una vicenda, quella del Risorgimento, che molti danno per scontata: una campagna di liberazione del Sud guidata dai Sa­voia, dai garibaldini che fecero sollevare la Sicilia e dai liberali del Nord. Ma non tutti sono d’accordo: c’è chi, nel Meridione, rimpiange il Regno delle Due Sicilie, e chi, al Nord, cerca nell'annessione dell’Italia Meridionale le cause dei mali nazionali. 
Per gli storici si tratta di interpretazioni ideologiche, che non tengono conto di una domanda chiave: come si viveva davvero nei due regni? Quali erano le situazioni reali?
Rispondiamo a queste domande su Focus Storia n° 75 (in edicola dal 21 dicembre 2012) e grazie al nostro progetto su Twitter (www.focusstoria.it/nordsud) con un viaggio nelle due Italie di metà Ottocento, all’epoca di Vittorio Emanuele II di Savoia e del suo dirimpettaio Ferdinando II di Borbone. 
Ne risulta una “fotografia” basata su fonti e dati statistici che vi riserverà più di una sorpresa. Alla fine del dossier troverete anche una ricostruzione, al limite della fantastoria, di  come sarebbe oggi il nostro Paese se invece dei Savoia avessero vinto i Borbone. Migliore o peggiore?

domenica 2 dicembre 2012

Le regine Maria Cristina ed Elena di Savoia




(di Cristina Siccardi)


Due anniversari cadono in questo mese di novembre: il bicentenario della nascita della venerabile Regina Maria Cristina di Savoia (Cagliari, 14 novembre 1812 – Napoli, 31 gennaio 1836) e il 60° della morte della Regina Elena di Savoia (Cettigne, 8 gennaio 1873 – Montpellier, 28 novembre 1952), due modelli che evidenziano il ruolo essenziale della figura femminile.


Il femminismo ebbe i suoi albori nella Rivoluzione Francese, quando fu presentato all’Assemblea Rivoluzionaria, il Cahier de Doléances des femmes, ovvero una prima richiesta formale di riconoscimento dei diritti delle donne. Inoltre Olympe de Gouges pubblicò Le prince philosophe, romanzo che rivendicava i diritti di parità con gli uomini; ma la sua azione fu interrotta quando iniziò a criticare Robespierre e nel 1793 fu ghigliottinata. Quelle idee saranno riprese in Inghilterra ed estese in tutto l’Occidente producendo una sfigurazione dei connotati femminili, così da generare uno squilibrio, divenuto oggi schizofrenico. La donna, «per diritto», non è più il baricentro della famiglia ed ecco che quest’ultima si frantuma miseramente.
Tutto questo per affermare che modelli femminili come le sovrane Maria Cristina ed Elena non solo rientrano in un interesse storiografico indubitabile, ma le loro testimonianze di vita familiare e di vita pubblica sono un valido motivo di riflessione per recuperare la smarrita identità femminile. La Regina delle due Sicilie era figlia di Vittorio Emanuele I di Savoia e Maria Teresa d’Asburgo d’Austria; fu educata dalla madre e dal padre confessore, l’olivetano Giovan Battista Terzi. Sorse in lei il desiderio di diventare monaca di clausura; ma il suo direttore spirituale la dissuase, perché Carlo Alberto l’aveva destinata come sposa al re di Napoli, Ferdinando II, e  Maria Cristina obbedì per compiere la volontà di Dio. La religiosità della sovrana, che meditava sempre il De imitatione Christi, fu ben presto conosciuta a corte e da tutto il popolo, che veniva continuamente beneficato dalla sua esemplare carità. Morì di parto e nel porgere il piccolo Francesco al marito affermò: «Tu ne risponderai a Dio e al popolo… e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui». Venne tumulata nella Basilica di Santa Chiara e nel 1937 Pio XI dichiarò eroiche le sue virtù.
Madre e Regina esemplare, morta anch’ella in concetto di santità, è Jelena Petrović Njegoš, sesta figlia di re Nicola I del Montenegro e di Milena Vukotić. Sposò Vittorio Emanuele III il 24 ottobre 1896 a Roma, in Santa Maria degli Angeli. La presenza di Elena accanto al sovrano si mantenne sempre discreta e fu dedita ai bisogni del popolo che fece suo in tutto e per tutto. Ogni giorno il corriere recapitava a Villa Savoia una grande borsa di cuoio, chiamata «la bolgetta» (termine sardo-savoiardo), carica di lettere:  richieste umili e a volte disperate di chi ricorreva alla Regina della Carità. Immenso fu l’aiuto che ella prestò ai terremotati di Messina nel 1908; inoltre si prodigò, con le sue conoscenze mediche, che le valsero la laurea honoris causa, a favore di encefalitici, tubercolotici, poliomielitici, malati di cancro e di Parkinson.
Il 15 aprile 1937 Pio XI le conferì la «Rosa d’oro della Cristianità». Nel 1939 scrisse una lettera, toccante ed inascoltata, alle sei sovrane delle nazioni ancora neutrali (Danimarca, Olanda, Lussemburgo, Belgio, Bulgaria e Jugoslavia) al fine di evitare la seconda guerra mondiale. Esiliata, con il consorte, ad Alessandria d’Egitto, dopo la vedovanza, si scoprì malata di cancro e si trasferì in Francia a Montpellier. Bruciata dal dolore per la tragica perdita della carissima figlia Mafalda (morta nel lager di Buchenwald il 28 agosto 1944) e rinnegata dalla terra a cui aveva dato tutta se stessa, Elena muore povera e sola. L’intera città si fermò per assistere e partecipare al suo funerale, al quale presero parte ben 50 mila francesi. 
http://www.corrispondenzaromana.it/le-regine-maria-cristina-ed-elena-di-savoia/

martedì 6 marzo 2012

Napoli, un grande regno che finì suicida

Una veduta del Palazzo Reale di Napoli, costruito a partire dal 1601, in una tela di Angelo Maria Costa del 1696

In un libro di Gianni Oliva la "storia negata" dei Borbone: al tempo dei Lumi il loro Stato era più avanti di Torino

MARIO BAUDINO
torino
"La storia dal punto di vista dei vincitori è sempre arrogante, quella dal punto di vista dei vinti è rancorosa»: così Gianni Oliva, storico dei Savoia e degli Alpini, ma anche fra i primi a indagare senza complessi la tragedia delle foibe quando non era considerato affatto opportuno parlarne, lancia una provocazione che ha per titolo Un regno che è stato grande , in libreria da oggi per Mondadori. È un libro dedicato al Regno della due Sicilie, alla «storia negata dei Borboni», che ne ricostruisce la vicenda dal 1734, quando le «ardite combinazioni della diplomazia europea» fanno sì che Carlo di Borbone, figlio del re di Spagna Filippo V e della seconda moglie Elisabetta Farnese si ritrovi a capo di un regno nuovo di zecca, fino ovviamente al 14 febbraio 1861, quando Francesco II e la regina Maria Sofia abbandonano Gaeta - assai poco rimpianti - su un piroscafo francese che li porterà nello Stato Pontificio.

Non è un libro «revisionista», nel solco di quella pubblicistica cosiddetta neoborbonica che l’anno scorso ha avuto un certo successo dipingendo un Meridione avanzato, ricco, prospero, una sorta di Paese del bengodi saccheggiato dal Nord e ridotto in una situazione di sfruttamento, povertà, disordine sociale. Oliva, semplicemente, riparte dai dati di fatto, e da opere non certo inclini alla propaganda come la Storia del Regno di Napoli di Benedetto Croce. Ne esce un quadro tra luci e ombre, dove però alcuni aspetti essenziali vengono rimessi a fuoco al di là di una certa «vulgata» nordista: per esempio, la grande stagione che nel Settecento fece di Napoli una metropoli internazionale, e del regno addirittura una speranza per i primi intellettuali che sognavano un’Italia unita.

[...]

http://www3.lastampa.it/libri/sezioni/il-libro/articolo/lstp/445243/

domenica 5 febbraio 2012

150 - Francesco II di Borbone: Là dove finisce e inizia il Sud Italia.


giovedì 15 dicembre 2011 di Renata De Lorenzo

L’emblematica e controversa figura di Francesco II, ultimo re dei Borboni, è esemplare di quella decadenza del sud Italia che aprì le porte ai Savoia e alla definitiva unità d’Italia. Anche da lì ha origine l’ancora irrisolta forte distanza tra il Nord e il nostro Mezzogiorno.
Un contributo di Renata De Lorenzo, docente di storia contemporanea – Università Federico II di Napoli
Nell’ultimo giro per Napoli, in carrozza scoperta, a fianco di Maria Sofia, Francesco II tocca con mano i primi effetti dell’imminente cambiamento di regime. Prevale tra la gente una certa indifferenza, espressa in qualche cenno di saluto, senza manifestazioni né di ostilità né di favore, ma già le insegne dei gigli borbonici sono rimosse e compaiono nei caffè le bandiere con la croce dei Savoia. Il sovrano parte da Napoli lasciando il tesoro dello Stato e i suoi depositi personali.
E’ questa la percezione finale, sotto tono in cui l’antagonista del re è una struttura di relazioni sociali e politiche, che si confronta con la dimensione dell’individuo. Le dinamiche nella fase cruciale 1859-60 (II guerra d’indipendenza, spedizione dei Mille, crollo del Regno delle Due Sicilie) interagiscono su piani molteplici e coesistenti, manifesti o latenti: la patologia psicologica del re che condiziona il rapporto interpersonale e le modalità della politica; il contrasto intra e intergruppi, borbonici e liberali; i rapporti politici nazionali e internazionali.

1. La dimensione dell’individuo: patologia e crisi dinastica
Il conflitto interpersonale si precisa nel rapporto con parenti, amici, collaboratori, nemici, sullo sfondo della macrodimensione della guerra. Subentrato a Ferdinando II il 22 maggio 1859, a 23 anni, mentre il paese ancora gode di un certo credito internazionale presso le cancellerie europee che ne legittima la continuità dinastica e avalla il matrimonio con Maria Sofia, Francesco II si trova a capo di un regno minato dall’isolamento cui lo aveva relegato il padre dopo il congresso di Parigi del 1856.
Meno intelligente del genitore, sia per carattere che per inesperienza, non è l’uomo idoneo per la difficile situazione del momento. La crisi non è solo congiunturale, ha radici profonde sì che anche un altro sovrano, con diverso carattere, difficilmente avrebbe salvato il regno. A ciò si aggiunge l’immagine del re imbelle, creata innanzitutto dalla famiglia, dagli zii Luigi, conte d’Aquila e Leopoldo conte di Siracusa; quest’ultimo, di idee filoliberali, ha inutilmente spinto il nipote a sottrarsi alla camarilla di corte, mutando politica. Intrighi della Polizia hanno tentato del resto di far dichiarare erede al trono il fratellastro Luigi, conte di Trani. Diffusa è l’ ironia sulle sue manie religiose, sulle modalità bigotte e superstiziose di vivere l’educazione cattolica e il ricordo della madre, la «Reginella santa», Maria Cristina di Savoia. Nocivo è anche l’ affettuoso ma equivoco soprannome «Lasa», diminuitivo di «Lasagna» (per la predilezione per il piatto o per il suo colorito pallido), datogli dal padre, uomo dalla personalità prepotente, invadente e oppressiva. L’epiteto di «Franceschiello» sintetizza la scarsa presenza dell’individuo. Insicurezze e assenze, legate ad un carattere abulico, che al contrario si esprimono nelle lettere private in sfoghi violenti.

Diviso fra il partito di corte, facente capo alla matrigna, Maria Teresa, a personaggi del mondo ecclesiastico e militare, e quello riformista della moglie, di Carlo Filangieri e del principe Leopoldo, il nuovo sovrano finisce per adagiarsi in un immobile conservatorismo. Ben presto elimina ogni ipotesi di conflittualità: condizionato dagli ambienti conservatori, dalla sfiducia verso la monarchia dei moderati, sia esuli che rimasti nel paese, si dichiara neutrale nel conflitto scoppiato contro l’Austria, nonostante le pressioni di Napoleone III perché intraprenda una politica di riforme, dia una Costituzione e si allei col Piemonte.
Il matrimonio non felice con la diciottenne Maria Sofia di Baviera,da lui molto diversa per fascino personale e carattere, finisce anch’esso per evidenziare un ruolo marginale e «debole» della componente maschile nella coppia. La donna è esuberante, allegra, sportiva, Francesco è indifferente a qualsiasi esercizio fisico, taciturno e depresso, cattolico bigotto. A Gaeta, ella svolgerà un consapevole ruolo da regina che perpetuerà con determinazione anche dopo la fine del regno.
[...]

http://www.altritaliani.net/spip.php?article929

lunedì 30 gennaio 2012

De Renzis, il capuano che bombardò casa

Trovato da un nipote il diario dell'ex allievo della Nunziatella che nel 1860 guidò l'attacco dei piemontesi

CASERTA 

 «Alle 6 del mattino entro in Capua a cavallo con Ferrero. La strada ferrata, la stazione, il campo, erano rimasti senza un albero. L'aspetto della città è squallido, poca gente e certe facce sparute da far compassione. La mia casa è malridotta, tre bombe han incendiato il quarto superiore e incendiata la scala. Molti Capuani nel vedermi vengono a baciarmi la mano, veramente con effusione di buon di sofferenze fisiche e morali. Giovanni ha ritrovato tutta la sua famiglia, povero diavolo, comandava una batteria d'assedio ed aveva la moglie ed i figli dentro la città. Eppoi si parla di Bruto». È il 3 novembre 1860, sette giorni prima Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi si sono stretti la mano poco lontano da Capua, l'esercito Piemontese dei Savoia affronta le ultime sacche di resistenza borbonica, la città che fu anche di Ettore Fieramosca cade in tre giorni sotto le cannonate.

mercoledì 11 gennaio 2012

L'errore dei Borbone fu inimicarsi Londra

L'ostilità inglese destabilizzò il Regno di Napoli

Fin da quando salì al trono nel novembre del 1830, Ferdinando II concepì la presenza del Regno delle Due Sicilie sullo scacchiere europeo come quella di un'entità politica in crescita. Benedetto Croce, nella Storia del Regno di Napoli (Adelphi) notava che, nelle intenzioni di Ferdinando II, il regno doveva essere un organismo politico «nelle cui faccende nessun altro Stato avesse da immischiarsi, tale da non dar noia agli altri e da non permetterne per sé». Così, proseguiva Croce, il figlio di Francesco I «guardingo e abile si avvicinò alla Francia, si liberò della tutela dell'Austria, che aveva sorretto e insieme sfruttato la monarchia napoletana, e mantenne sempre contegno non servile verso l'Inghilterra che era stata la protettrice e dominatrice della sua dinastia nel ventennio della Rivoluzione e dell'Impero». Ma l'Inghilterra riteneva che l'aver difeso i Borbone ai tempi di Acton e di Napoleone le desse i titoli per poter ottenere una totale subalternità da parte di Ferdinando II. E dava segni di fastidio per quel «contegno non servile» di cui parlava Croce.
Fu così che Ferdinando II nel 1834 firmò (inconsapevolmente) la condanna a morte del suo regno. Quell'anno, 1834, nel pieno della «prima guerra carlista» (1833-1840), Ferdinando rifiutò di schierarsi a favore di Isabella II contro Carlo Maria Isidro di Borbone-Spagna nel conflitto per la successione a Ferdinando VII sul trono iberico. Dalla parte di Isabella, figlia di Ferdinando VII, e contro don Carlos, fratello del re scomparso, erano scese in campo Francia e Inghilterra, che considerarono quello del regime borbonico alla stregua di un vero e proprio atto di insubordinazione. Londra ci vide, anzi, qualcosa di più: il desiderio del Regno delle Due Sicilie di elevarsi, affrancandosi da antiche subalternità, al rango di medio-grande potenza. E da quel momento iniziò a tramare per destabilizzarlo. La storia di questa trama è adesso raccontata da un importante libro di Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee (1830-1861) , che sarà presto pubblicato da Rubbettino. 


[...]

giovedì 5 gennaio 2012

Cent'anni fa nasceva il Regno d'Italia



di Giovanni Spadolini


A chiusura, con lieve ritardo purtroppo, dell'anno che ha visto le celebrazione per il 150° anniversario del Regno d'Italia pubblichiamo un articolo di Giovanni Spadolini uscito su "Il resto del Carlino" ripreso in un opuscolo dell'Unione Monarchica Italiana.
Ringraziamo l'Ingegner Giglio che ci permette, con la disponibilità  del suo formidabile archivio, la divulgazione di "pezzi" così importanti.







17 MARZO 1861

La Segreteria Generale dell'Unione Monarchica Italiana è lieta di portare a conoscenza degli amici dell'U.M.I. l'articolo di Giovanni Spadolini, pubblicato dal «Resto del Carlino » in data 17 marzo. Pur facendo ampie riserve su alcune affermazioni dell'Autore, la Segreteria Generale è d'opinione che la profonda dottrina e la forma impeccabile dell'articolo meritino un'attenta lettura da parte di tutti i monarchici

« Vittorio Emanuele II Re di Sardegna di Cipro e di Gerusalemme ». Così è intestato per l'ultima volta un decreto della Gazzetta Ufficiale di Torino, l'ultimo della serie degli Stati sardi. E' il 17 marzo 1661: e quello nesso decreto - uno dei pìù brevi nella storia del diritto pubblico italiano - consta di un solo articolo, di un articolo incisivo ed eloquente. « Il Re Vittorio Emanuele assume per sè e suoi successori il titolo di Re d'Italia».

Un solo articolo; ma quante discussioni in entrambi i rami del Parlamento che da un mese non è più subalpino ma già italiano! Lo ha presentato, all'approvazione dei colleghi, il conte di Cavour; lo hanno illustrato i decani di palazzo Carignano e di palazzo Madama in mezzo agli applausi delle assemblee. Ma la Commissione del Senato - la roccaforte del vecchio ordine dinastico e savoiardo avrebbe voluto che a titolo di Re d'Italia fosse aggiunta una precisazione, «per provvidenza divina e voto della nazione», una precisazione in cui la pregiudìziale del vecchio dìritto patrimniale e feudale del «Re di Sardegna di Cipro e di Gerusalemme » prevalesse, attraverso quel solenne richiamo all'origine divina della Monarchia, sulla vicenda pur gloriosa del suffragio popola. re e nazionale. Il compromesso che ne seguì dopo dibattiti accaniti ma avvolti nell'ombra è noto: il Re d'Italia, il Re galantuomo sarà Sovrano «per grazia di Dio e per volontà della Nazione», per un innesto quasi miracoloso fra il principio della legittimità trascendente, fondamento della dinastia piemontese e quello della sovranità popolare, unica e insostituibile base della Monarchia italiana.

Per soddisfare i vecchi conservatori piemontesi, per placare gli ambienti di corte. Vittorio Emanuele sarà secondo e non primo, come avrebbero voluto i democratici avanzati ansiosi di una «nuova storia». Non solo: ma con un voto solenne connesso alla proclamazione del Regno il principe ereditario sarà sem. pre e comunque il « -principe di Piemonte », quasi a consacrare in quell'omaggio la primazia della terra che alla causa dell'unità italiana ha dato più di ogni altra, che al trionfo della rivoluzione nazionale ha offerto la struttura di uno Stato e la lealtà dì una Dinastia

Re «per grazia di Dio e per volontà della Nazione»; rispettoso della gerarchia dei propri avi; legato ai-la tradizione sa-era del vecchio Piemonte. Sì: ma Vittorìo Emanuele II, il « Re eletto » (come si vede ancora in certe rare monete del '59 toscano o emiliano), sarà soprattutto il Re degli italiani, il Re della nuova Nazione italiana nata dallo sforzo congiunto dell'iniziativa diplomatica e dell'iniziativa rivoluzionaria.

Come tale lo sentì la fantasia popolare; come tale lo intuì la coscienza nazionale in quella storica giornata del 17 marzo 1861 che fu accompagnata dal rimbombo  - in tutte le città della penisola - di centouno colpi di cannone.
Nessuno più adatto di Vittorio Emanuele II ad impersonare, davanti alla Patria nascente, la nuova sovranità monarchica nata dai plebisciti e consacrata dal Parlamento. Re popolare; Re del popolo
tutto. Un concetto della regalità così diverso da quello, angoloso e romantico,
del padre Carlo Alberto. Un sentimento di italianità che non era eco di meditazioni libresche, che non era frutto di influenze giobertiane, ma parte viva di un temperamento generoso e passionale, incapace di adattarsi al ruolo di « Monsú Savoia ». Un'apertura al « colloquio » umano che era mancata agli avi Savoia tutti chiusi nel loro geloso scrigno di sovranità alpigiana:a un' apertura che conquistava i tiepidi, che impressionava gli avversari, che piegava i nemici.

Re democratico anche in certi tratti psicologici, negli eccessi di carattere, negli eccessi d'amore. Re che era partito per la spedizione delle Marche e del Mezzogiorno con la «bella Rosina»: contravvenendo agli ordini di Cavour ma portando nell'impresa italiana una nota di galanteria e di calore che si incontrava benissimo con la mistica popolana delle « Camicie rosse ». Re costituzionale: ma non senza una nota di potere personale che piaceva ai garibaldini seguaci tutti della « dittatura popolare », cara al loro Eroe. Garanzia anche per gli avversari politici: Vittorio Emanuele H era il Sovrano che aveva sempre protetto Garibaldi, che aveva trattato con le forze volontarie anche dopo Villafranca, che aveva mantenuto inalterati i rapporti col Generale- anche quando il contrasto con Cavour aveva toccato le punte più aspre.
Galantuomo sempre. Galantuomo quando salvò lo Statuto nonostante la sua educazione rigida e conservatrice che lo portava in tutt'altro senso, che lo esponeva a tutt'altre influenze. Galantuomo quando conservò le leggi laicizzatrici nonostante i suoi profondi sentimenti di cattolico e i suoi trepidi rapporti di amicizia con Pio IX. Galantuomo quando si inchinò alla grandezza di Cavour e consentì allo statista - di cui avvertiva, con una punta di insofferenza, tutta la superiorità ideale - di portare a termine il geniale piano per l'unità d'Italia.

Trionfo di Vittorio Emanuéle II e di Cavour: quello storico 17 marzo 1861. Il Re in primo piano; il grande Ministro un po' sullo sfondo, pronto a dimettersi - qualche giorno dopo per far posto agli elementi meridionali nella compagine del governo (e il- primo incarico non andrà a lui, andrà a Ricasoli). Ma soprattutto trionfo - oltre le persone, oltre i protagonisti - di un principio storico che nella rivoluzione italiana celebrava per la ;prima volta le sue vittorie: il principio dello Stato nazionale costruito attraverso la libertà, non frutto di conquista, non opera di violenza, ma espressione di un grande moto popolare disciplinato dalla legalità e. diciamolo pure, dalla legalità democratica.

Attraverso il « Regno d'Italia » - questa formula che fu subito tanto cara ai liberali inglesi e ai democratici francesi - qualcosa di veramente nuovo si aggiungeva alla carta politica d'Europa prima ancora che a quella geografica. Qualcosa che non era la Monarchia prussiana strumento ferreo di unità ma al servizio del l'autoritarismo e non era neppure, l'eco della Corona francese consacrata dal suffragio popolare ma attraverso i crismi del cesarismo. Qualcosa che era lontano dal diritto divino dei Re ma anche dalle improvvisazioni democratiche del Quarantotto. Non Monarchia conservatrice, perché fondata - attraverso i plebisciti - sul diritto popolare,ma neppure Monarchia rivoluzionaria, perchè -sottratta all'ipoteca mazziniana di «Dio e popolo». Non radicalismo; ma neppure reazione.

Nato con quel sigillo, con quel sigillo di moderazione e di equilibrio, il Regno d'Italìa occupò subito un posto altrettanto inconfondibile nella vita europea. «Figlio della libertà» (così come amava chiamarsi Cavour), non poteva che pro. sperare e vigoreggiare nella libertà. Monarchia plebiscitaria che aveva abbattuto sette troni e lacerato il potere temporale del Papa, la Corona sabauda non poteva sperare di sopravvivere scendendo a patti con le forze del legittimismo. Monarchia laica per definizione e per necessità, avrebbe dovuto fronteggiare per sessant'anni l'ipoteca del Vaticano su Roma, incarnare i diritti dello Stato contro l'antica rivendicazione teocratica. -Monarchia liberale per lo spirito stesso che la animava, non poteva piegare a proposìtì di reazione e tutte le volte che lo fece (si veda il Novantotto) mise a repentaglio la sorte fisica dei Sovrani e quella morale del trono.

Dal 1861 al 1914, la grandezza del Regno d'Italia fu tutta lì: in quel misterioso equilibrio fra il principio di ordine e il principio rivoluzionario che risolveva a suo modo l'esigenza, per un paese nuovo, di una nuova legittimità. Correggendo errori, riparando a impazienze e a debolezze, la Monarchia italiana finì per aderire i una profonda esigenza dell'anima nazionale: e il periodo giolittiano coincise con un suo rinnovato splendore, con uno splendore calmo e non luccicante, di stile quasi cavouriano. Ma venne poi il '14, il maggio radioso, la violenza dell'interventismo, la grande e gloriosa ma anche prematura esperienza della guerra: quei valori  «sacri», quei valori «religiosi», che nella data del 17 marzo 1861 si simboleggiavano persero gradualmente il loro fascino, la loro forza di richiamo. La dittatura cambiò tutti i termini del quadro, rese perfino irriconoscibili il linguaggio e lo stile. Della vecchia Monarchia liberale rimase in piedi solo la struttura, la facciata; ma dietro quella facciata esteriore - ancorata solo alle rigidità del protocollo - tutto fu trasformato, tutto fu sovvertito.

Cent'annii di- storia; e quale storia! Ventuno milioni di italiani, il Regno d'Italia appena nato; cinquanta, lo Stato repubblicano di oggi. Suffragio ristretto allora; suffragio universale oggi. Democrazia appenain fasce, in quei giorni; democrazia articolata e in espansione. oggi. 'Ma il significato di questa ricorrenza è uno solo: invitarci a non scordare il senso profondo della nostra -storia, a conservare ox in scrinio pectoris » la poesia oli tradizioni che sono forza di noi stessi, alimento alla vita di un popolo, aiuto nelle scelte supreme.

Il Regno d'Italia, il Regno -di Cavour e di Ricasoli, non è più; e non è più da un pezzo. Ma la lezione di quegli uomini e, di quei tempi vive in noi con la forza dì un esempio incomparabile. Quella è la nostra patria, è la nostra patria lontana. Non dimentichiamola; perchè potremmo rischiare di smarrire noi stessi.


giovedì 8 settembre 2011

I moderati oltranzisti che piegarono il Sud

Gli eredi di Cavour spietati contro il brigantaggio Oltre gli stereotipi Il Regno delle Due Sicilie non era così arretrato come lo si è dipinto: dopo il 1816 vennero compiuti alcuni tentativi di rinnovamento Oltre il determinismo L' unificazione non era ineluttabile, era un sogno e un progetto di gruppi politici che si concretizzò attraverso brusche accelerazioni
Non è vero che il Regno delle Due Sicilie nella prima metà dell' Ottocento fosse una sorta di terra cara solo al demonio. Anzi, il regime borbonico «rinnovatosi nel 1816 sapeva di dover evitare la contrapposizione tra le sue due nazioni, quella borghese e quella popolare», e perciò «stette ben attento, anche su pressione dei suoi sponsor europei, a che la restaurazione non si risolvesse in un altro 1799, in un' apocalisse di stragi, tumulti, saccheggi plebei». Non è vero che quello stesso regime fosse nient' altro che super reazionario. Anzi, mise fuori gioco «gli ultras del legittimismo, e a maggior ragione molti degli elementi di estrazione popolare mobilitatisi in suo favore nel decennio precedente quali guerriglieri o briganti, e che si mostravano ora restii a rientrare nell' ordine sociale». Il regno borbonico «si assicurò l' adesione di un personale militare o in generale burocratico proveniente dal passato regime murattiano, e di cui fu garantito l' amalgama con il personale che gli era rimasto fedele negli anni precedenti». E in una logica «definibile in senso lato, di omogeneizzazione nazionale esso mantenne in vigore le riforme del decennio francese (1806-1815)». La monarchia sabauda nell' età della restaurazione fu, quella sì, «codina e reazionaria». Non è vero che i liberali meridionali dell' epoca si sentirono affratellati dalla comune fede politica risorgimentale. Anzi, «si scontrarono, si danneggiarono gli uni con gli altri» eccezion fatta per i momenti in cui dovettero subire la repressione della restaurazione assolutista dopo il 1821 e il 1849. In Sicilia, il termine «napoletano» era «aborrito» non meno di quanto lo fosse a Milano quello di «croato». A Palermo si mantenne sempre viva «la rancorosa memoria del tradimento borbonico del 1816, la protesta per il gesto tirannico che aveva abrogato le libertà dell' isola, antiche e nuove». Sono parole di Salvatore Lupo che si leggono nel libro L' unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile , che sta per essere pubblicato da Donzelli editore. Lupo parte proprio di qui, da ciò che rese possibile il successo dell' impresa garibaldina. Cioè dalla dissidenza siciliana nei confronti del Regno borbonico, dissidenza che si configurava anche come un conflitto tra Napoli e Palermo, rispettivamente la più grande (322 mila abitanti) e una delle prime (114 mila abitanti) città italiane: si pensi che il secondo centro abitato della parte continentale, Foggia, contava appena 20 mila cittadini, mentre in Sicilia ce n' erano altri due, Messina e Catania, che di cittadini ne avevano 40 mila. A Palermo, poi, le insurrezioni si ebbero in nome del ripristino della Costituzione filo-aristocratica del 1812. Nel Mezzogiorno continentale i rivoluzionari, invece, si mobilitarono per la Costituzione di tipo spagnolo, cioè democratica, vale a dire quella concessa da Ferdinando I dopo la sollevazione del 1820. Per di più le altre città siciliane erano schierate con Napoli. «Fu guerra dei siciliani contro i napoletani», scrive Lupo, «e guerra civile dei siciliani tra loro: alla fine giunse la reazione assolutistica per tutti». Nel 1848 Palermo fu la prima città d' Europa a imboccare la via della rivoluzione: avrebbe aderito anche a una Confederazione italiana, purché - s' intende - in modo «del tutto autonomo da Napoli». Ferdinando II concesse la Costituzione, poi fece marcia indietro e Messina fu la città che si distinse per una resistenza davvero eroica. Ma, anche nella stagione reazionaria che ne seguì, il re si affidò non già a superconservatori, bensì a personaggi che si distinguevano per essere stati murattiani e costituzionalisti: Carlo Filangieri, figlio del filosofo illuminista, Pietro Calà Ulloa e Giustino Fortunato, prozio dell' omonimo meridionalista, che tornerà nella seconda parte di questo racconto. Il libro di Lupo non si propone di presentare al lettore rivelazioni o denunce. È piuttosto una rielaborazione molto acuta di elementi alquanto trascurati dalla storiografia tradizionale.
[...]