NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 17 luglio 2018

Il libro azzurro sul referendum - XII cap - 1

La Suprema Corte di Cassazione
1) Discussioni.
2) Comunicazioni del Ministro Togliatti al Primo Presidente della Corte.
3) Comunicazioni riservatissime a S.E. Pagano.

Discussioni alla Corte di Cassazione (1)

«Mentre il Re è ancora in Italia, la corrente della irrevocabilità del pronunciamento è in minoranza.
La legge stabiliva all’art. 17 che la Corte avrebbe dovuto proclamare l’esito solo dopo che fossero pervenuti i verbali da tutti gli uffici di circoscrizione.
In quei giorni furono particolarmente attivi dagli uffici della Corte di Cassazione al Parlamento il Sottosegretario agli Interni On. Spataro ed il Questore. Uno dei componenti della Corte si faceva premura di riferire al Ministro Guardasigilli on. Togliatti quello che ogni membro della Corte pensava; pare che l’on. Togliatti non gradisse questo comportamento».

Comunicazione di S. E. il Ministro di Grazia e Giustizia Togliatti a S. E. il Conte Pagano Presidente della Corte di Cassazione.

Il Ministro Togliatti sollecitò il Primo Presidente perché si facesse presto.
Il Primo Presidente rispose che la Corte avrebbe avuto bisogno di molte settimane per decidere sui reclami; al che il Ministro Togliatti replicò che il consiglio dei Ministri, nel fare quella legge, aveva
inteso, e di ciò aveva dato incarico ad insigni costituzionalisti come Bonomi ed Orlando, attribuire alla Cassazione il solo compito di controllare la somma dei dati numerici risultanti dai verbali delle varie sezioni elettorali. Disse anche che nessun paragone poteva farsi tra il compito assegnato alla Corte e quello della giunta delle elezioni della Camera dei deputati che è tutta un’altra cosa.
Il Primo Presidente rispose clic questo era un incarico adatto per un ragioniere e non per la Corte e il giorno della proclamazione presentò le calcolatrici.

(1) Da Storia segreta.... pag 143 e seguenti

lunedì 16 luglio 2018

Nel 90° dalla morte di Giovanni Giolitti il senso dello Stato


A 90 anni dalla morte (Cavour, 17 luglio 1928) Giovanni Giolitti rimane lo Statista eminente della Nuova Italia. Il trascorrere del tempo lo rende anzi sempre più paradigmatico. Di famiglia borghese, orfano di padre a un anno, crebbe vegliato dalla madre, Enrichetta Plochiù, e dai suoi quattro fratelli che, scapoli, investirono sulla sua formazione e sulla sua ascesa al servizio dello Stato, impersonato dal Re, Carlo Alberto di Savoia - Carignano (1831-1849). Due degli zii di "Gioanin” erano magistrati (Melchior e Luigi); un terzo, Alessandro, venne promosso generale per il valore mostrato nella battaglia di San Martino (21 giugno 1859); il quarto, Giuseppe, medico, fu ripetutamente eletto deputato di Cavour al Parlamento subalpino dal 1848. Melchior, di ampie vedute liberali, fu azionista del giornale di Camillo Cavour, “Il Risorgimento’! 
Il Risorgimento culturale e civile divenne la stella polare della vasta dirigenza del regno di Sardegna, restaurato e ingrandito con la Liguria dopo l'età franco-napoleonica (1814). Il nonno materno dello Statista, Giovanni Battista Piochiù, meritò la Legion d’Onore da Napoleone. Magistrato, vedeva nell’Imperatore il "Genio del Mondo” (come scrisse Hegel) che incarnava gli ideali più durevoli della Grande Rivoluzione, i diritti dell’uomo e del cittadino, da riconquistare anche in Italia quale base per l’unità. 
A lungo non fu chiaro se questa dovesse tradursi in federazione degli Stati esistenti, in "unione” presieduta nominalmente dal papa (come proponeva Napoleone III) o, come poi avvenne, in unificazione politica con le insegne di Casa Savoia. Alla meta finale si pervenne con le difficoltà ora narrate da Nico Perrone in “Il processo all'agente segreto di Cavour. L'ammiraglio Persano e la disfatta di Lissa” (Rubbettino).

Laureato a Torino in giurisprudenza a 18 anni, amato alla magistratura, sostituto procuratore del Re a 24, alto funzionario dello Stato negli anni di Firenze capitale e “prestato” al ministero delle Finanze, ove svolse delicati incarichi per Quintino Sella, nel 1882 il quarantenne Giolitti fu nominato consigliere di Stato per decisione del presidente del governo, Agostino Depretis, massone per essere eleggibile senza rischio di finire tra i pubblici dipendenti in eccesso sui numeri di seggi all’epoca loro riservati. Eletto trionfalmente nel collegio Cuneo I nell'ottobre di quell'anno, fu dichiarato ineleggibile dall’apposita commissione di verifica dei titoli. Si difese con abilità e nella primavera del 1883 venne convalidato. Critico nei confronti della costosa espansione in Africa, cui anteponeva la "colonizzazione interna’’ e la lotta contro la rendita parassitica (soprattutto nel Mezzogiorno), nel 1889 Giolitti fu nominato ministro del Tesoro (presto aggiunse le Finanze) nel governo presieduto dal siciliano Francesco Crispi. Tra i più fattivi della storia dell’Italia unita, questo varò elettività dei sindaci e dei presidenti delle deputazioni provinciali, nuovo codice penale (con abolizione della pena di morte), trasformazione delle"opere pie” in istituti di pubblica assistenza, promozione di casse di risparmio e banche popolari. Nel 1892 Umberto I incaricò Giolitti di formare il governo. Da presidente, egli ridusse da sei a tre le banche ancora titolate a emettere moneta, suscitando l’ostilità di opachi interessi, aggrumati in specie nel Banco di Napoli e nella Banca Romana, fonte di uno scandalo che lo travolse proprio mentre stava varando la riforma della Banca Nazionale.
Forte del consenso del "suo" collegio (Busca-Caraglio-Dronero, che lo rielesse sino al 1924), Giolitti visse alcuni anni tra persecuzioni e amarezze. Inseguito da un’imputazione senza motivazione, prudentemente riparò a Berlino, in visita alla figlia, Enrichetta, sposata con l’ingegnere Mario Chiaraviglio, massone. Tornato in patria e già in dialogo con il radicale Felice Cavallotti, affiancò Giuseppe Zanardelli nella riscossa liberale contro i reazionari, capitanati da Antonio di Rudinì, Sidney Sonnino e Luigi Pelloux. Si valse dei lungimiranti suggerimenti di Urbano Rattazzi jr, ex ministro della Reai Casa. A determinare la svolta furono l’assassinio di Umberto I a Monza il 29 luglio 1900 e l’ascesa al trono di Vittorio Emanuele III. Esaurito l’esecutivo di transizione dell’ottantenne Giuseppe Saracco, presidente del Senato, il trentunenne sovrano chiamò al potere Zanardelli e Giolitti. Iniziò così l’età giolittiana’,’ che più correttamente andrà detta emanuelino-giolittiana perché, mentre vi si susseguirono una decina di diversi governi (dai programmi molto v'ari, senza dimenticare il Progetto proposto dal ministro delle Finanze Leone Wollemborg, dimissionario nell’agosto 1901), fu il Re a reggere la barra dell’Italia liberaldemocratica, capace di ampie riforme sociali per conservare le Istituzioni.
Nel 1911 il Paese tracciò il bilancio di mezzo secolo di unità, largamente positivo in tutti i campi, in specie nell’istruzione, nel progresso economico e nel consolidamento dello Stato, anche grazie all’opera dei prefetti. Quell’Italia raggiunse l’apice della propria capacità statuale con la dichiarazione della sovranità su Tripolitania e Cirenaica, coronata dalla pace di Losanna del 1912 a conclusione della guerra vittoriosa contro l’impero turco - ottomano, e con il diritto di voto maschile quasi universale. Certo il Paese registrava una forte migrazione verso l’Oltralpe e oltre Atlantico, ma anche questa era segno di vitalità. Crescevano correnti socialiste estreme, ma i riformisti erano numericamente più forti (anche se politicamente indecisi e spesso pavidi, come documenta Aldo G. Ricci). I cattolici moderati ormai prevalevano sui clericali che ancora rimpiangevano il papa-re.Le frange di nazionalisti e di scontenti (quale Paese non ne aveva?) sarebbero però rimastepoliticamente irrilevanti se nel luglio-agosto l'Europa della Belle Epoque non si fosse suicidata con la Conflagrazione, degenerata in Grande Guerra e poi in Guerra mondiale.
Giolitti avversò l’intervento dell’Italia a fianco dell'Intesa (Francia, Russia, Gran Bretagna) non perché pacifista o neutralista assoluto ma perché conosceva a fondo le condizioni del Paese e riteneva che una guerra grossa avrebbe sottratto risorse al riequilibrio Nord-Sud, a dannodell’unità effettiva e, quindi, delle Istituzioni stesse. Giustamente fece osservare che, non per caso, gli interventisti erano prevalentemente repubblicani o massimalisti, come Mussolini. Pochi mesi prima della conflagrazione europea, nel marzo 1914 Giolitti rassegnò le dimissioni e suggerì al Re di affidare il governo a Salandra, che poi, alla prova dei fatti, egli bollò quale bugiardo. Da deputato assicurò la piena lealtà alla Corona ma non potè influire sulle decisioni del sovrano, il quale ritenne prioritario l'ingresso in guerra per far coincidere i confini politici con quelli naturali (almeno a est: a ovest erano stati compromessi nel 1860 con la cessione di Nizza all’ingrata Francia). A deciderela partita fu anche l’incombenza di un attentato mortale alla vita di Giolitti, il 16 maggio 1915 costretto a lasciare Roma, preda del delirio interventistico, che,ignaro dell’accordo sottoscritto a Londra dal governo Salandra-Sonnino, si cullava nella fatua illusione di una guerra breve ed esclusivamente contro l’Impero di Austria-Ungheria.
Nel romitaggio di Cavour Giolitti visse nuovamente anni di amarezze. Tornò alla Camera nel novembre 1917, dopo Caporetto, per ribadire la piena e mai dismessa lealtà verso la Patria. Quarantun mesi di guerra stravolsero l'assetto del Paese. Avvantaggiati dalla sostituzione dei collegi uninominali con la ripartizione dei seggi in proporzione ai voti ottenuti, i partiti di massa (socialisti e popolari, cioè i cattolici orchestrati da don Luigi Sturzo, acremente antigiolittiano e antisabaudo) prevalsero alla Camera senza però assicurare stabilità di governo. In quattro anni si susseguirono sei diversi ministeri, a danno della continuità in dicasteri fondamentali (Esteri, Forze Armate, affidate anche a "borghesi” di manifesta inettitudine, Istruzione e governo dell'economia nel passaggio dalla produzione di guerra a quella  ordinaria...). Il 16 giugno 1920 Vittorio Emanuele III affidò ancora una volta il governo a Giolitti, che in pochi mesi superò l’occupazione delle fabbriche da parte di vanesi rivoluzionari socialcomunisti, costrinse Gabriele d’Annunzio a lasciare Fiume dopo la caotica "Reggenza” abolì il prezzo politico del pane che stava rovinando la finanza dello Stato e varò blocchi nazionali per ripristinare la corretta amministrazione di  comuni e province. A legge elettorale immutata, nel maggio 1921 gli italiani tornarono alle urne. Pochi giorni prima morì sua moglie, Rosa Sobrero, nipote del celebre chimico Ascanio, inventore della nitroglicerina. Con alto senso del dovere, lo Statista raggiunse la salma della sposa solo quando ebbe la certezza del controllo dell’ordine pubblico. Secondo la tradizione della sua terra, racchiuse in sé lo strazio di quella perdita. Nella tomba di Famiglia, a Cavour, Rosa Giolitti è ricordata quale Collaressa della Santissima Annunziata, l’onorificenza suprema della Monarchia, conferita al marito il 20 settembre 1904, comportante il rango di "cugino del Re’!
Di fronte alla frammentazione della Camera in 14 gruppi e allo sfarinamento dei "costituzionali” Giolitti rassegnò le dimissioni. Il veto opposto da don Sturzo a un governo comprendente liberali, popolari e socialisti riformisti, capace di fermare la guerra civile strisciante tra chi voleva “fare come in Russia” e i fascisti (dal programma ancora confuso), nel volgere di sedici mesi condusse alla crisi di fine ottobre 1922, riportata da Vittorio Emanuele III nei binari istituzionali con l’incarico a Mussolini, che formò un governo di coalizione nazionale. Come Luigi Einaudi, Enrico De Nicola, Vittorio Emanuele Orlando e la generalità di liberali e cattolici (a cominciare da Alcide De Gasperi), Giolitti lo approvò, nell’auspicio di una nuova legge elettorale, varata nel 1923 con la sua stessa regìa. Nelle elezioni del 6 aprile 1924 Giolitti guidò una lista di liberaldemocratici che ottenne tre seggi (con lui furono Marcello Soleri ed Egidio Fazio: voci estreme del Vecchio Piemonte) che negli anni seguenti si opposero a provvedimenti liberticidi.
Giolitti morì deputato in carica. Vittorio Emanuele III (che non presenziò ad alcun funerale, se non a quello di Armando Diaz) si fece rappresentare da  Adalberto di Savoia, duca di Bergamo, pluridecorato della Grande Guerra: omaggio della tradizione militare al rupestre statista. Poco prima di morire, Giolitti lesse la storia della "sua” Italia, scritta da Benedetto Croce, che aveva voluto ministro dell’Istruzione nel suo ultimo governo. Di sé aveva composto le “Memorie della mia vita" (erroneamente attribuite a Olindo Malagodi e meditatamente non aggiornate), uscite il 27 ottobre 1922, quando compì 80 anni, a Cavour: vigilia della fase apicale della crisi del governo Facta. A esse vanno affiancate le 5.000 pagine di "Giolitti al governo, in Parlamento, nel Carteggio’’ (ed. Bastogi) pubblicate tra il 2007 e il 2010 col sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo e il concorso dell’Associazione di Studi sul Saluzzese, in collaborazione con l’Archivio Centrale dello Stato. Neemergono la grandezza e l'attualità non solo di Giolitti ma di una vastissima dirigenza animata dal "senso dello Stato" una realtà apparentemente impalpabile. Come la luce, l’aria, l’acqua esso è vitale. Se ne scopre il bisogno quando comincia a mancare. (*)
Aldo A. Mola


(*) Nel 90° della morte, alle h. 18 del 17 luglio, Giolitti viene ricordato con un minuto di silenzio dinnanzi alla sua Tomba, nel cimitero di  Cavour, per iniziativa dell'Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti presieduta dal saggista Alessandro Mella.

martedì 10 luglio 2018

Io difendo la Monarchia - cap V - 1


Capitolo V

Il delitto Matteotti - Una precisa visione di Amendola - La secessione aventiniana - Il tre gennaio - Il Re attendedeva un franamento della maggioranza fascista. Egli sollecitò Turati perché l’Aventino tornasse in Parlamento - La discussione in Senato nella prima decade del dicembre 1924. - La simulazione di Mussolini - La testimonianza decisiva di un antifascista. Il Re fece il suo dovere, l’opposizione mancò al suo compito.



L’orrendo delitto Matteotti rimise tutto in discussione: rivelò l'immaturità del fascismo e le funeste conseguenze di avere introdotto l'elemento risolutivo della violenza nella lotta politica. Con il delitto Matteotti la crisi della democrazia parlamentare che pareva avviata a soluzione, nei diciotto mesi della prima esperienza fascista, si inaspriva ed esplodeva più violenta che mai. Quell’episodio orribile che fece fremere di sdegno infiniti cuori, mise a nudo la gravità del fenomeno che si era venuto compiendo in Italia per effetto del suffragio universale,
della guerra e del fascismo. La ineducazione civile e politica delle folle italiane era stata messa a nudo: la superficiale crosta liberale acquistata durante il Risorgimento del nostro Stato era ormai perduta; il popolo era
tornato alle intemperanze, alla facile eccitazione, al gusto delle fazioni e del sangue degli antichi secoli. L’Italia poteva morire di questa paurosa involuzione, di questo mostruoso medioevo del suo costume politico. E questo
fenomeno era tanto più grave in quanto esso non toccava solo il fascismo, ma riappare oggi nell’antifascismo che rivela nei suoi partiti estremi la stessa intolleranza e fa lo stesso uso delle armi per imporre un programma politico. Si vide allora e si vede oggi come fosse profonda la crisi nostra e quella dell’Europa e del mondo.
Giovanni Amendola vide con estrema chiarezza questo fenomeno nel 1924. Nel suo libro: La democrazia dopo il 6 aprile 1924. (Corbaccio, Milano) egli scriveva a pag. 103: «Il fascismo collabora decisamente con il comunismo, così nel campo del pensiero come in quello dell'azione per costringere tutta la vita italiana, presente e futura, nel ferreo dilemma delle due dittature: o quella borghese o quella proletaria».
Questa profonda e lucida visione di Giovanni Amendola non ha potuto valere per l'educazione degli italiani. È notevole che i comunisti di quel tempo, quando la scuola della menzogna di Mosca non aveva fatto tanta
strada da giuocare sul significato della parola democrazia, scrivevano sull’ Ordine nuovo di Torino il 15 aprile 1924 in sostanziale accordo con l’Amendola:
«Escono debellate dai comizi del 6 (1) le democrazie o — possiamo dire senz’altro e meglio — la democrazia. Per quanti non vedono i fatti politici con il nostro metodo, la democrazia avrebbe dovuto la sua condanna al suo passato recente, alla sua condotta postbellica. In realtà in tutti i paesi il periodo democratico ha coinciso col fiorire del capitalismo, col massimo rafforzarsi della borghesia: il periodo apertosi con la guerra ha aperto la successione al capitalismo il quale, perciò, ha dovuto difendersi con mezzi eccezionali, con mezzi non più rintracciabili nei testi dei principi immortali, ma nella organizzazione della forza armata » (2).
Constatiamo ora che dopo la vittoria delle democrazie, le dittature in Europa non sono diminuite, ma aumentate, e nessun governo di democrazia parlamentare è stato ancora restaurato. Perché questo è l’argomento principale del nostro discorso. Tutti si professano devoti alla democrazia, ma la democrazia non risorge. Anche il fascismo, anche il nazismo, si professavano democratici. Essi hanno sempre affermato di realizzare la vera, la sola democrazia popolare che si potesse integralmente realizzare dopo la democrazia parlamentare che costituiva invece uno stato di privilegio borghese, condannato con l'esaurirsi del capitalismo. In questo, fascisti e nazisti erano perfettamente concordi con il comunismo sovietico che dichiarava di rappresentare la più perfetta democrazia: quella del proletariato. Nessuno dunque respinge la democrazia, ma ognuno l’attua o tenta attuarla a suo modo. E una crisi assai lunga e vasta, che si sviluppa in una atmosfera di intolleranza e di cui il delitto Matteotti fu un episodio e gli infiniti delitti che si vennero compiendo più tardi, in tutti i paesi europei (Austria, Cecoslovacchia, Polonia, Romania, Jugoslavia, Bulgaria, Grecia, Francia, Italia, Belgio, Olanda, Norvegia) contro intere collettività di diversa fede e di diverso pensiero sono la conseguenza e insieme la condanna. Smarrito l’equilibrio delle democrazie parlamentari, le masse immesse nella vita degli
stati moderni, non riescono a trovare un nuovo ordine e procedono sinora, di crimine in crimine, di violenza in violenza, per una via di sicuro, quanto fatale e inarrestabile regresso della civiltà europea.


Avvenuto il feroce delitto Matteotti, riuscì l’opposizione, nonostante la rivolta della coscienza popolare, commossa per quel delitto, a scuotere la maggioranza della Camera e a far cadere il Governo? Riuscì almeno
a far insorgere il Senato, non ancora interamente fascista? No: anzi continuarono le due Camere a votare a grandissima maggioranza per Mussolini come prima del delitto, riuscì l‘opposizione, a sollevare il paese, come il fascismo aveva fatto nel 1922, in modo da indurre la Corona a prendere posizione contro il regime?
A sollevare la magistratura in una solenne e unanime dichiarazione di protesta?
La inerte secessione aventiniana condusse ad un punto morto di cui poté giovarsi il Governo rimasto padrone incontrastato della Camera e liberato da ogni critica. Disertare l’aula era un non senso che dava delle armi
all’avversario. La campagna di stampa non poteva bastare. L’opposizione non volle combattere e vincere in Parlamento e non seppe trascinare le piazze. Così Mussolini, col pretesto di salvare nuovamente lo Stato, poté
compiere il colpo di stato del 3 gennaio 1925 accusando gli avversari di voler paralizzare la vita della nazione.
Re Vittorio non poté agire perché non si trovò dinanzi ad un Gabinetto dimissionario, né dinanzi ad un voto di sfiducia di una delle due Camere. Per agire avrebbe dovuto compiere una violazione delle norme costituzionali, un atto d imperio che proprio la democrazia sarebbe in dovere di rimproverargli. Insomma, né il paese, né la Camera, né il Senato soccorsero il Sovrano che avrebbe avuto tutto l’interesse e il desiderio di disfarsi del dittatore. Il solo uomo politico che dopo il delitto Matteotti si mostrò disposto ad agire fu l'on. Cocco-Ortu, ex Ministro, il quale voleva far venire dalla sua terra di Sardegna 40.000 uomini per assalire il palazzo Chigi ove allora risiedeva Mussolini. Il disegno ardito fu inattuabile.
Nel suo libro: Stona di un anno (Mondadori, Milano. 1944) Mussolini registra la naturale tensione che si creò, per effetto di quel delitto, e soprattutto dopo il discorso del 3 gennaio 1925, tra il Quirinale e la Presideza del Consiglio «Da vent’anni scrive Mussolini il Re attendeva l’occasione propizia per liquidare il Fascismo».
Esattamente. Può essere doloroso che egli abbia dovuto attendere tanto, ma non gli si può addebitare la tenacia e la continuità nel proposito come una colpa». « I rapporti tra il Re e Mussolini - è il "duce" che scrive usando la terza persona come Cesare - non furono mai amichevoli». Ci fu tra i due sempre qualche cosa che non permise di arrivare a relazioni di vera confidenza. C’è da crederlo e senza dubbio il delitto Matteotti ebbe la sua profonda influenza nel determinare questo particolare stato d’animo nel Sovrano.
A pag. 74 del suo libro, Mussolini racconta : « Nel periodo dell’Aventino il Re resistette alle manovre dell'Aventino, ma non apparve soddisfatto dell’azione del 3 gennaio e delle 48 ore successive che videro nascere lo Stato totalitario. Fu quello il primo scontro della diarchia» (3).
 In un certo senso, dopo il 3 gennaio 1925 il solo oppositore attivo del fascismo fu il Re.
Mussolini non avvertì il Re della gravità delle dichiarazioni che egli doveva fare quel giorno. Egli aveva domandato al Re (invano) il decreto di scioglimento della Camera con la data in bianco per ripetere in quell’occasione la manovra già compiuta nel 1923 al momento della votazione della legge Acerbo. Nel 1923 il Re aveva fatto al Presidente del Consiglio la concessione richiesta perché una nuova consultazione elettorale avrebbe potuto determinare un chiarimento della situazione e risultare favorevole alle opposizioni quando la legge Acerbo fosse stata bocciata. Ora il Re non volle porre la stessa arma nelle mani del Presidente del Consiglio perché egli attendeva un qualche spostamento nella maggioranza fascista che gli desse modo di licenziare il Capo del Governo.


(1) Le elezioni avevano avuto luogo il 6 aprile 1924
(2) Come si vede il comunismo non presumeva, allora, di essere una democrazia, sia pure progressiva.
(3)  Così chiamò Mussolini la condirezione dello Stato tra lui e il Sovrano

lunedì 2 luglio 2018

L'ITALIA IN AFRICA UNA MISSIONE CIVILE

di Aldo A. Mola
 
   La “Lettera” del principe Amedeo di Savoia, capo della Real Casa di Savoia e duca di Aosta, al Corriere della Sera (“Aiutare l'Africa con passione. L'esempio del Duca degli Abruzzi”, 26 giugno 2018, pag.24), invita a riflettere sulla concezione e sulla percezione degli spazi afro-asiatici da parte della Nuova Italia, da anni eluse a cospetto della incalzante irruzione di milioni di “africani” e di “asiatici” sulle coste settentrionali del Mediterraneo. Il tema, vastissimo e aggrovigliato, richiede un'esposizione in prospettiva storica, con riferimento ineludibile ad alcuni capisaldi della Costituzione vigente. Con l'articolo 2 “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo...”.  A differenza degli articoli successivi, come rilevò anche Marcello Pera, esso non si riferisce ai “cittadini italiani” ma all' “uomo”. D'altronde, la Carta venne scritta e discussa nel 1946-47 e datata Roma 27 dicembre 1947,  dopo l'approvazione dello Statuto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), aperto dall'enunciazione di capisaldi etici di valore planetario. Essa entrò in vigore il 1° gennaio 1948, l'anno nel quale “una tantum” l'Assemblea dell'Organizzazione delle Nazioni Unite si radunò a Parigi per approvare la Dichiarazione universale dei diritto dell'uomo.
      Perduta la guerra, l'Italia era sotto il pesantissimo ricatto dell'esecuzione del Trattato di Pace (10 febbraio 1947), respinto all'Assemblea Costituente da Benedetto Croce con un discorso che meriterebbe di essere affisso in tutti i pubblici uffici. Uomo di pace e di alta cultura storica e filosofica, egli ricordò che “la guerra è una legge eterna del mondo”.  Pertanto a suo avviso i tribunali istituiti dai vincitori per giudicare i vinti costituivano “segno inquietante di turbamento spirituale”, come “il vezzo di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con l'entrare nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e pretendere che le riconoscano e promettano di emendarsi: pretesa che neppur Dio  rivendicherebbe a sé”. I processi di Norimberga e di Tokyo, conclusi con condanne ed esecuzioni capitali, a suo giudizio erano una “infrazione della morale,  ma non da parte dei vinti, sì piuttosto dei vincitori, non dei giudicati, ma degli illegittimi giudici”.
    La Costituente approvò un altro articolo di fondamentale importanza, ieri  come oggi: il 10°, secondo il quale “l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle nome del diritto internazionale generalmente riconosciute” e “lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. (Per ogni approfondimento sulla differenza tra richiedenti asilo e migranti economici si veda il sito www.giovannigiolitticavour,it, sezione Documenti). I padri costituenti avevano in memoria i concittadini costretti o indotti a lasciare la patria per sottrarsi alle persecuzione da parte di estremisti del regime di partito unico, ovvero del fascismo, che poi li privò della cittadinanza e dei diritti connessi, inclusi pubblici impieghi, pensioni, etc. Essi avevano in mente anche la sorte di tanti europei raminghi per sottrarsi al nazismo, alla guerra di sterminio sistematico delle opposizioni in Spagna (1946-1938) e nei Paesi via via occupati dall'Asse, con applicazione delle leggi ai danni di minoranze, a cominciare dagli “ebrei”, questione vasta e spinosa sulla quale torneremo.
   Però buona parte dei padri costituenti finse di non sapere e non vedere che anche alcuni paesi vincitori (l'Unione sovietica del Maresciallo Stalin, la Bielorussia, suo satellite, e la Jugoslavia di Tito: tutti sul banco dei vincitori che all'Italia imposero il basto del Trattato di pace) non garantivano affatto al loro interno l' “esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”, a cominciare da quelle religiose e politiche: erano regimi totalitari né più né meno di quello hitleriano. Ma nel dopoguerra non si registrò una migrazione di richiedenti asilo  da quei paese verso l'Italia. All'opposto, in taluni Stati caduti sotto il controllo dell'URSS si rifugiarono militanti del partito comunista italiano ricercati o condannati per gravi crimini comuni. Praga, sovietizzata, fu tra le città più ospitali nei confronti di tale “migrazione”, che ebbe tra i suoi nomi emblematici quello di Francesco Moranino.  
    Malgrado le più ampie attestazioni di “buona volontà” verso i vincitori, l'Italia rimase esclusa dall'ONU, in una sorta di limbo nel quale contrirsi. Vi fu ammessa nel 1955, insieme con la Spagna  di Francisco Franco: la cui salma il fatuo presidente del governo spagnolo, il socialista Pedro Sanchez, ha deciso di estumulare alla svelta dal Valle de los Caidos, ideato dal “caudillo” quale tempio della pacificazione nazionale.
    Dopo la decolonizzazione, in Italia risultò sconveniente ricordare la storia e proporre un bilancio pacato del ruolo svolto Oltremare nell'Otto-Novecento, Alcune considerazioni ora si impongono per comprendere la portata del rapporto tra l'Italia e gli spazi afro-asiatici. In primo luogo va constatato che la “missione” dell'Italia nel mondo fu propugnata dai profeti dell'unificazione nazionale: Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi (che dall'Uruguay giunse in Italia con il fido Agujar, già suo compagno in tante battaglie) e dalla diplomazia del regno di Sardegna, soprattutto con l'avvento di Carlo Alberto di Savoia-Carignano, che estese e rafforzò la propria rete in direzioni prima non tentate.   
   Gli altri Stati italiani pre-unitari non concepirono una politica coloniale. Gli sprovveduti apologeti del regno delle Due Sicilie (è il caso di Pino Aprile) dovrebbero ricordare che mentre gli inglesi vincevano la Guerra dell'Oppio contro la Cina e stroncavano sanguinosamente l'insorgenza degli indiani contro il loro dominio e mentre i francesi di Napoleone III entravano in Hanoi (1859: l'anno Solferino e San Martino) Ferdinando II di Borbone non aveva ancora capito la svolta in atto nel Mediterraneo con il taglio dell'istmo di Suez e la seconda rivoluzione industriale (lo ebbe chiaro Cavour che puntò sul “corridoio” ferroviario euro-padano: precursore della Alta Velocità di cui l'Italia oggi ha e sempre più avrà bisogno per rimanere davvero in Europa, con buona pace di tanti miopi provincialotti).
   Tre anni dopo la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d'Italia (14 marzo 1861) l'economista Gerolamo Boccardo domandò se fosse giusto, dignitoso e utile “tenersi in disparte da quel vasto movimento coloniale, in cui tanti altri popoli dalla natura meno  privilegiati vanno da secoli acquistando tesori di gloria e di ricchezza”. Gli fecero eco Leone Carpi, mazziniani, garibaldini, militari, diplomatici, imprenditori ma senza esito politico sino a che il Mediterraneo risultò troppo stretto. La svolta venne nel 1881, quando Parigi, che dal 1830 con Carlo X e poi Luigi Filippo d'Orléans aveva conquistato l'Algeria con metodi  brutali, impose il suo protettorato sulla Tunisia. Stipulata l'alleanza difensiva con Vienna e Berlino per pararsi le spalle, su forte pressione della Gran Bretagna (che acquisita Cipro si “impose” sull'Egitto) il regno d'Italia compì il primo passo politico: lo sbarco a Massaua. Seguirono anni di scontri armati e di progetti, conclusi nel 1890 con l'istituzione della Colonia di Eritrea, affacciata sul Mar Rosso.  Con quali programmi e quale mentalità? La “Lettera” del principe Amedeo di Savoia invita appunto alla riflessione. La colonizzazione fu fortemente appoggiata dall'unico socialista scientifico dell'Italia di allora, il filosofo Antonio Labriola, nel 1888 a un passo dall'iniziazione nella loggia massonica “Rienzi” di Roma. Secondo Labriola, che aveva letto bene Karl Marx ed era in corrispondenza con  Friedrich Engels, l'Italia doveva partecipare alla colonizzazione, processo di portata mondiale, e poteva sperimentare forme di socialismo proprio Oltremare, armata di “qualche minuzzolo di diritto romano e di due dozzine di articoli del codice civile”, in una terra che aveva altre e diverse regole e costumanze. Bisognava almeno rendere omaggio “al semisocialismo moderato e cooperativo di Giuseppe Mazzini”. Alla colonizzazione  agricola dedicarono indagini severe Leopoldo Franchetti, già studioso con Sidney Sonnino della questione meridionale e della Sicilia in specie, Ferdinando Martini (poi autore del memoriale sull' “Affrica italiana”, di cui fu governatore civile, come ricorda il suo biografo Guglielmo Adilardi).
   A distanza di quasi un secolo e mezzo risulta esemplare la figura del maggiore Pietro Toselli, caduto con i suoi uomini all'Amba Alagi. Nel corso della sua missione, Toselli ebbe modo di allestire un piccolo villaggio, al quale dette nome “Nuova Peveragno”, in omaggio al suo comune natio, nel Cuneese. Ne scrisse Vittorio Bersezio, storico, letterato, fondatore della “Gazzetta Piemontese” (poi “La Stampa”). In quell' “esperimento” Toselli accomunò cattolici, copti, ebrei, musulmani e agnostici. Ciascuno ebbe il suo spazio di preghiera o di libera meditazione, e tutti erano accomunati all'insegna della tolleranza, di un  nuovo umanesimo universale. Negli stessi anni Francesco Crispi, massone dal 1861, tentò la conciliazione con la Santa Sede, come ricorda lo storico Francesco Margiotta Broglio, Premio Acqui Storia 2018 “alla carriera”. Mentre la colonizzazione inglese aveva alle spalle la chiesa anglicana, evangelici e riformati e la Francia contava sul sostegno dei missionari cattolici, l'Italia era aperto conflitto con papa Leone XIII. Erano gli anni dello scoprimento della statua di Giordano Bruno in Campo dei Fiori (1889). Ma almeno Oltremare gli italiani dovevano essere uniti. E potevano divenirlo solo con la collaborazione tra governo e clero cattolico, senza pregiudizio verso ebrei, riformati e non credenti, all'insegna dello Statuto che aveva parificato tutti i regnicoli dinnanzi alla legge.
Quel processo venne ripreso dopo la costituzione della colonia di Somalia (1907) e con la proclamazione della sovranità dell'Italia su Tripolitania e Cirenaica(1911-1912): un cammino storico che merita di essere meglio conosciuto, proprio per ricordare a europei e non europei i capisaldi della missione civile dell'Italia in Europa e nel mondo.
Aldo A. Mola 

sabato 30 giugno 2018

Il libro azzurro sul referendum - XI cap - 7



Al Contrammiraglio Ellery Stone, Capo della Commissione Alleata di Controllo,
e per conoscenza : agli Ambasciatori delle Potenze Alleate in Roma.
Il sottoscritto Tullio Benedetti, già Consultore alla Consulta d'Italia ed ora eletto Deputato all’Assemblea Costituente, si rivolge alla Signoria Vostra Illustrissima, e nella sua qualità di Presidente Nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, per esplicito mandato ricevuto dall'Unione medesima, in rappresentanza anche di tutte le altre Associazioni Monarchiche italiane, prega voler prendere in esame la seguente precisa dichiarazione:
Risulta all U.M.I. in modo ineccepibile che nel referendum istituzionale sono stati compiuti i più gravi e patenti brogli elettorali onde alterare il suo risultato in favore della Repubblica. Continuano a pervenire infiniti reclami in
tal senso.
Ciò stante, il sottoscritto ha l'onore di chiedere formalmente con la presente, a nome dell'Unione Monarchica Italiana, che le Autorità Alleate procedano ad una immediata verifica delle schede, dei verbali elettorali e dei reclami inoltrati dai cittadini elettori, disponendo la visione di tutto il materiale elettorale accentrato presso la Suprema Corte di Cassazione d'Italia, prima che questa proceda alla proclamazione ufficiale dei risultati.
Il fondamento morale e giuridico della richiesta risiede nell'impegno formale assunto dagli Alleati di assicurare al popolo italiano la perfetta regolarità della consultazione elettorale e in particolar modo di quella riguardante la forma istituzionale dello Stato.
Soltanto il richiesto controllo, e la garanzia da parte degli Alleati della regolarità delle operazioni elettorali, potrà porre lo spirito pubblico in condizioni di fare giustizia delle troppe presunzioni di brogli elettorali e renderà possibile una serena, piena e definitiva accettazione dei risultati del referendum in conformità all'impegno preso anche dalle organizzazioni monarchiche.
Ciò renderà al tempo stesso tranquillità all'opinione democratica internazionale, nel senso di non essersi resa involontariamente complice di una sopraffazione antidemocratica.
Con osservanza.
Tullio Benedetti

venerdì 29 giugno 2018

Io difendo la Monarchia cap IV - 7


Qui non si vuol, dunque, rifare la storia del fascismo, ma ristabilire certi rapporti, fissare certe verità, smentire troppi luoghi comuni correnti, dare a Cesare quel che è di Cesare. Così, non è giusto e non è sopportabile il processo grossolano e sbrigativo dell'antifascismo fuoruscito e  professionale insediatosi sulle rovine del paese per accusare in blocco la Monarchia la borghesia e le classi medie per tutti gli eventi trascorsi dal 1922 al 1943. Non è sopportabile che uomini e partiti che a giudizio degli stessi storici dell’antifascismo furono responsabili del sorgere e dell'affermarsi del fascismo, si siano oggi insediati come giudici. Soprattutto non è sopportabile che un partito che ha venduto una parte del territorio italiano (la  Venezia Giulia e Trieste) non pure alla Russia, ma al neo dittatore iugoslavo, divenga arbitro nel giudizio di condanna e di epurazione di tutta la società italiana che ha vissuto e lavorato, fra il 1922 e il 1943» strappando per anni ed anni grida di entusiasmo all’opinione pubblica straniera. Così infine non è neppure concepibile oltre che tollerabile che i Governi anglosassoni incoraggino in Italia la turpe oclocrazia, la tirannide plebea dominata dal partito socialcomunista; che proclamano ad ogni istante di voler impedire in Europa e in Italia l’avvento di un altro totalitarismo Europeo, essi che su ogni frontiera d’Europa e in ogni paese d'Europa ed Asia sono già in lotta serrata per arrestare la pressione del bolscevismo-imperialismo asiatico, essi che in Grecia hanno già dovuto ricorrere alle armi per respingere quella pressione e punire i delitti che l'accompagnavano; essi che già con un proclama di Alexander hanno accusato Tito e le sue bande di aver ereditato i metodi del nazismo hitleriano.
Questa politica repugnante al buon senso è solo spiegabile con gli stretti legami dell’invasione straniera. Non c’è dubbio sulla criminalità della politica fascista di aggressione all’Etiopia, all'Albania, alla Grecia, alla Iugoslavia e sulla stoltezza della guerra dichiarata al gruppo anglosassone e alla Russia. Ma non può costituire merito di nessun cittadino italiano l’avere operato e parlato contro i propri concittadini nella lotta più dura della loro storia. Non vi è una politica fascista da condannare in blocco e una politica antifascista da esaltare in blocco. Vi è un quarto di secolo di storia italiana da esaminare in cui i partiti e gli uomini assumono a volte posizioni ragionevoli e a volte irragionevoli, compiono a volte delle meritorie azioni, a volte degli imperdonabili  errori. Non vi è una politica estera del fascismo ma ve ne sono venti; non vi è una politica interna, sociale ed economica del fascismo, ma ve ne sono molte Mussolini ha tentato tutte le vie; dell’insurrezione della normalità costituzionale e della repubblica sociale - della esaltazione del capitalismo (vedi un significativo discorso al Senato del 1928 :  siamo appena all’aurora del capitalismo...) e della lotta alle plutodemocrazie e alla borghesia; in politica estera ha seguito in alcuni momenti la politica del disarmo, della cancellazione dei debiti della conciliazione europea, della Società delle Nazioni; in altri momenti la politica degli armamenti delle aggressioni ai liberi paesi, della guerra mondiale.
Ha seguito la politica di stretta intesa con l’Inghilterra (ricordare le crociere mediterranee di Austin Chamberlain) e la politica antibritannica; la politica della revisione dei trattati a favore dei tedeschi e la politica di Stresa; la politica enunciata nei violenti discorsi alla Camera e al Senato contro Stresemann e la politica dell’Asse; la politica d'intesa con la Francia (accordo Laval) e la politica dell’odio pregiudiziale e ostinato contro i nostri vicini. La stessa politica dell’Asse è ricca di con-traddizioni; di furori antihitleriani e di supina soggezione al tedesco. Non si ha davanti a noi un uomo di Stato illuminato dalla ragione, ma un uomo governato da istinti irrazionali, da passioni e da mutevoli impulsi: guidato dall'odio, dall'ambizione e dalla paura. Una sola idea è in lui fissa e immutabile: non abbandonare il potere. Negli ultimi anni egli aveva smarrito ogni virtù di intuizione e ogni luce di verità e di umanità, ma quando appariva in pubblico egli sapeva assumere l’antica maschera di bronzo o di pietra che faceva pensare a una illimitata riserva di sicurezza e di energia. Oggi sappiamo invece, da molte rivelazioni (vedi diario Ciano) e dalla dura esperienza, che dietro quella maschera non v’era che un povero cervello privo di utili cognizioni e agitato dalla follia. Eppure vi è stato un momento in cui egli è sembrato agli stranieri, l’unico uomo sano in un mondo malato. « Quando - scrive Herbert L. Matthews nel suo libro : I frutti del fascismo (Laterza, Bari) - si guardano ora i suoi ritratti, la sua grossa faccia pesante, gli occhi sporgenti e un cranio calvo sormontato da una bozza deformante, riesce difficile ricordare che venti anni fa egli fu il romantico eroe di un mondo malato e stanco che stava sforzandosi di riconquistare la sua gioventù dopo l’esaurimento della guerra! Così egli divenne padre modello, soldato, aviatore, atleta, operaio, agricoltore e uomo di stato. Si insegnò ai bambini italiani a riverire in lui un eroe quasi mitologico, una
versione moderna dell'imperatore romano deificato, tutti i buoni fascisti dovettero emularlo e divenire via via buoni padri, soldati ecc. mentre in tutto il mondo la gente sospirava perché i suoi uomini di stato non erano abbastanza simili a Mussolini».
Anche questa,. come le altre considerazioni che abbiamo riportate, sono di un antifascista. Noi ci siamo proposti di ignorare gli addomesticati libri del fascismo. E su l’ottimo, persuasivo fondamento di tanti rilievi e tante conclusioni di avversari, affermiamo che non si può rimproverare alla Monarchia di aver sentito la fortissima corrente che prevaleva e sospingeva da ogni lato. E se quelle conclusioni hanno avuto una così inaspettata smentita, diciamo che hanno sbagliato anche i più... saggi: e che i severi censori della Monarchia giudicano col senno del poi.

mercoledì 27 giugno 2018

La ’crociata’ per piazza Savoia, 700 cittadini contro il Comune: "Non si può cancellare la storia"


Dai residenti della zona a magistrati, commercianti e professionisti: almeno 700 persone hanno firmato la petizione per bloccare il cambio di denominazione di piazza Savoia in piazza Falcone e Borsellino. "Sono stati due grandi magistrati e ci dobbiamo inchinare davanti a loro, e non siamo nemmeno monarchici. Ma a Falcone e Borsellino si poteva dedicare una scuola o il Tribunale", sottolineano il tenente colonnello Mario Capone e Silvana Folchi (figlia del famoso pittore), promotori del comitato che sta raccogliendo le firme che saranno consegnate al sindaco e al prefetto.





di Stefania Potente

Sembrava che Campobasso si fosse abituata (o rassegnata, dipende dai punti di vista) all’idea: piazza Savoia diventerà piazza Falcone e Borsellino. In Comune l’iter per il cambio di denominazione si è concluso e tutti gli atti sono stati inviati in Prefettura, con commenti entusiastici e soddisfatti da parte degli amministratori di palazzo San Giorgio. Tutti felici e contenti? Non proprio.

In realtà, si è accesa una ‘sommossa carbonara’ contro l’iniziativa dell’amministrazione, una ‘crociata’ avviata dal tenente colonello Mario Capone, da Silvana Foschi, figlia del noto pittore molisano, e da Michele Palange. Sono stati loro, qualche settimana fa, dopo aver ascoltato la conferenza stampa del consigliere di opposizione Francesco Pilone, a fondare un comitato e ad avviare una raccolta firme per chiedere al Comune e alla Prefettura di lasciare tutto così com’è: piazza Savoia al suo posto, dunque. Mentre ai due magistrati uccisi dalla mafia “si potrebbe intitolare una scuola o il palazzo di Giustizia di Campobasso”, la proposta del tenente colonnello.

Le valutazioni politiche non c’entrano nulla con questa ‘battaglia’: anzi, la petizione è stata firmata "pure da persone di sinistra". “Noi non siamo monarchici – ha puntualizzato la signora Silvana – ma la storia non può essere cancellata né dimenticata. Mi sembra una iniziativa inutile, alla luce di tutti i problemi che ha Campobasso. Con tutto il rispetto per i giudici Falcone e Borsellino, che devono essere ricordati, però la toponomastica non può essere stravolta. Ci sono tanti altri spazi che possono essere dedicati a loro, soprattutto nella zona nuova della città.

Sullo sfondo motivazioni storiche. Piazza Savoia fa quasi da ‘porta d’ingresso’ ad un quartiere la cui toponomastica è fortemente ’impregnata’ dallo spirito monarchico: ci sono via conte Rosso e via Conte Verde, via Duca d’Aosta e via Principe di Piemonte, ad esempio. Poco distante dalla piazza inoltre sorgono l’edificio degli ex Orfani di guerra (alle spalle del Conservatorio, attualmente ospita la scuola Pertini) e le villette che sono state costruite per gli ex combattenti e i reduci di guerra. "E’ un’area che si è sviluppata nei primi decenni del Novecento, dedicata alla memoria storica e che inizia da via Petrella, senatore del regno d’Italia, e via Scatolone, medaglia d’oro della Prima guerra mondiale", la loro tesi. Dal punto di vista amministrativo, invece, il regolamento comunale stabilisce "il rispetto della toponomastica esistente, della memoria storica, oltre all’omogeneità di determinate zone storiche" per "non variare l’assetto territoriale" e "non apportare disagi ai cittadini". E questo è un punto fondamentale.

Chi è contrario al cambio di denominazione, sostiene anche motivi strettamente pratici. “Sono preoccupati dal cambio di denominazione coloro che vivono in piazza Savoia e che dovrebbero cambiare tutti i documenti. Parliamo dei residenti (molti dei quali anziani) dello storico palazzo Incis, ma anche i professionisti che hanno lì il loro studio”, ha sottolineato a Primonumero Capone. Non sono stati nemmeno interpellati dal Comune su questa novità.

La battaglia finora ha raccolto parecchi consensi: sui fogli bianchi distribuiti tra la cittadinanza hanno apposto la loro firma professionisti, magistrati, commercianti, associazioni combattentistiche, i reduci di guerra, l’Università della Terza età.

La petizione sta procedendo a gonfie vele. "Sono stato contattato da campobassani che vivono a Nuova Comunità o a Coste di Oratino e che si oppongono a questa iniziativa, ma non possono firmare. Tuttavia, i più incavolati di tutti sono gli abitanti delle contrade", ha raccontato il tenente colonnello. "Ho lasciato un foglio per la raccolta firme ad un negozio di biancheria, è stato riempito in pochissime ore".

Le firme poi saranno consegnate alle istituzioni preposte, con ogni probabilità al sindaco Antonio Battista e alla prefetta Maria Guia Federico per provare a fermare l’iter di denominazione. Nei prossimi giorni inoltre si svolgerà un incontro pubblico.

"La storia ci ha insegnato ad aggiungere, non a cancellare", l’opinione di Francesco Pilone. "Se fra 100 anni ci saranno altri magistrati illustri, cambiamo di nuovo la denominazione di piazza Falcone e Borsellino? Già abbiamo cancellato il teatro Margherita che è stato chiamato teatro Savoia, non rifacciamo questo errore. A Falcone e Borsellino, due personaggi martiri e per l’alto valore didattico e di moralità, - la proposta del consigliere comunale - possiamo dedicare una delle quattro scuole nuove che saranno costruite".
La ’crociata’ è solo agli inizi. Ma forse già si sta trasformando in un braccio di ferro. Di sicuro, a palazzo San Giorgio non si potrà ignorare il malcontento di chi ha firmato per evitare la cancellazione di piazza Savoia.

(Pubblicato il 27/06/2018)



Gaeta, Montenegro e Casa Savoia


Una delegazione del Montenegro è tornata a Gaeta a distanza di due anni dalla loro ultima visita. Alcuni componenti dell'associazione culturale "Dukljani", dopo aver fatto visita alla tomba della Regina Elena presso il Santuario a Vicoforte (Cuneo), si sono recati presso il monumento intitolato ai caduti di "Elena", in Villa delle Sirene. Qui hanno deposto un cuscino di fiori in ricordo della comunità di cittadini montenegrini che popolò la zona del Golfo dal 1919 al 1922 per poi recarsi in Comune.

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Gaeta, Montenegro e Casa Savoia: dove nasce questo legame d'amicizia, nel segno della Storia.

Gaeta dal 1897 al 1927, aveva assunto come Comune autonomo la denominazione di "Elena" differenziandosi così da Gaeta S. Erasmo. SI scelse questo nome In onore della Principessa Jelena Petrovic-Njegos, sesta figlia di Re Nicola I del Montenegro e di Milena Vukotic, diventata consorte di Re Vittorio Emanuele III, quindi seconda Regina d'Italia e madre di Re Umberto II e delle Principesse, Iolanda, Giovanna, Maria Francesca e Mafalda. 















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Articolo completo:

http://www.gazzettinodelgolfo.it/montenegrini-nei-luoghi-della-storia-laccoglienza-in-comune/

martedì 26 giugno 2018

Re Vittorio abbandonò Roma per difenderla


A 70 anni dal settembre 1943 la vicenda va riletta nella sua oggettività. Il sovrano soldato non fuggì, ma fu costretto ad andarsene.

Poté così esercitare le sue funzioni da uomo libero ed evitare la vendetta di Hitler, che avrebbe altrimenti distrutto la città eterna



di Salvatore Sfrecola

Il giornalista Marco Patricelli annota per La Verità l’ultima puntata di La grande storia di Paolo Mieli, in onda su Rai 3. In particolare, il giornalista - storico si sarebbe appisolato parlando di Mafalda di Savoia e della sua «cattura» da parte delle SS di Herbert Kappler. Precisa Patricelli che Mafalda, figlia di Vittorio Emanuele III e moglie del principe Filippo d'Assia, non era stata arrestata in Bulgaria, come affermato da Mieli, ma a Roma, di ritorno da Sofia, dopo le esequie del cognato,Boris III, marito di sua sorella Giovanna, avvelenato per ordine di Adolf Hitler. La principessa fu «invitata» a recarsi all’ambasciata tedesca, dove scattò la trappola che la portò prima a Berlino e poi nel campo di concentramento di  Buchenwald, dove sarebbe morta il 28 agosto 1944.
Scrivendo di quel tragico settembre del 1943. Patricelli aderisce alla vulgata della «fuga» del Re da Roma. Eppure, a oltre 70 anni, dovrebbe essere agevole considerare i fatti sine ira ac studio, abbandonata ogni suggestione politica. È noto, intatti, che dopo il 25 luglio, le dimissioni di Benito Mussolini e la caduta del fascismo. Hitler, certo che l’Italia avrebbe chiesto l’armistizio agli angloamericani, dislocò in Italia numerose divisioni. Firmato l'armistizio, gli angloamericani ne danno l’annuncio prima del previsto, spiazzando il governo e i reparti militari, che non sarebbe stato possibile informare senza che la «notizia» fosse intercettata dai tedeschi. Tutti, pertanto, ne vengono a conoscenza dal maresciallo Pietro Badoglio, attraverso il noto messaggio radiofonico dell’8 sera quando, nel comunicare che il governo
italiano aveva chiesto l'armistizio, precisava che «conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». L’esercito, si dice, non aveva avuto ordini. Ma l’indicazione di reagire «ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza» non è forse un ordine preciso?
Il Re è stato accusato di non aver difeso Roma. Per alcuni doveva morire a Porta San Paolo, alla testa dei suoi soldati. Gli si chiedeva un «bel gesto». Sarebbe stata la cosa più semplice per l’anziano sovrano, il «Re soldato» della Grande guerra. Ma, poi, gli sarebbe stato rimproverato di aver mancato al proprio dovere di preservare
la sua persona, unica autorità legittima di un Regno senza Parlamento. Inoltre, resistendo a Roma, avrebbe concorso alla sua distruzione. La città, indifendibile, sarebbe stata distrutta nei combattimenti tra tedeschi e alleati e i monumenti della sua straordinaria storia sarebbero stati sepolti per sempre sotto le bombe. Non avrebbe avuto pietà Hitler, desideroso di vendicarsi del traditore italiano e di papa Pio XII, che aveva pensato di rapire. Né avrebbero avuto remore gli angloamericani, come dimostrerà la distruzione della millenaria Abbazia di
Montecassino al solo sospetto che vi fossero nascosti tedeschi. A chi avrebbero addebitato i romani e la storia, la distruzione della città? Al Re del «bel gesto», naturalmente. È stato facile da parte degli antifascisti dell’ultima ora parlare di «fuga» del Re. Altri sovrani dei Paesi occupati dai tedeschi si erano rifugiati in Inghilterra. Nessuno ha parlato di fuga. Lo ha spiegato bene Alessandro Meluzzi, all'indomani del ritorno della salma del Re in Italia: «Gli han fatto pagare gli errori di un Paese».
Quelli dei popolari di Luigi Sturzo, dei liberali di Giovanni Giolitti e dei socialisti di Filippo Turati che, nel 1922, invitati dal re a formare un governo che affrontasse la crisi del dopoguerra, non vollero. Alcuni votarono la fiducia al governo di Mussolini. E quando cominciò a delinearsi la soppressione delle libertà statutarie, dalle Camere non venne quel segnale che attendeva. Era un formalista. Re Vittorio, ma il 25 luglio 1943 fece tutto da solo concordando con Dino Grandi, tramite il ministro della Reai Casa, Pietro d’Acquarone. l’ordine del giorno che, approvato dal Gran Consiglio del Fascismo, gli avrebbe restituito i poteri di capo supremo delle forze armate.
Con la «fuga» del Re si è giustificata la «morte della patria», per dirla con Ernesto Galli della Loggia, e si è aperta la strada alla perdita dell’identità nazionale. Lo dice bene Indro Montanelli, nel libro L'Italia della Repubblica: «Di coloro che avevano votato la Repubblica, pochissimi si erano resi conto che, con la Monarchia, l’Italia rinnegava il risorgimento, unico tradizionale mastice della sua unità... Scomparso anche quello, il Paese era in balia di forze centrifughe che ne facevano temere la decomposizione».

lunedì 25 giugno 2018

UN PRIMATO ( NEGATIVO ) DELLE “DUE SICILIE”



Nel 1840 avviene nel Regno Unito, una grande rivoluzione postale. Il costo del servizio viene pagato in anticipo e così nasce il “francobollo”, il primo nel mondo e con l’effigie della Regina Vittoria. Nel giro di qualche anno, cominciando un cantone svizzero, Zurigo, nel 1843, seguito lo stesso anno dall’Impero del Brasile, i principale stati dell’ Europa e del Mondo si adeguano emettendo anche loro i primi francobolli. E in Italia ? Dobbiamo attendere un decennio ed il Lombardo-Veneto, sotto il governo austriaco, il primo giugno del 1850 emette una prima serie. A distanza di sei mesi, primo gennaio 1851 arriva il Regno di Sardegna con tre francobolli, aventi l’effigie del re Vittorio Emanuele II, su carta non filigranata. Seguono tutti gli altri stati, dal Granducato di Toscana, il primo aprile dello stesso anno, e nel 1852 il Ducato di Parma e quello di Modena e anche lo Stato Pontificio. Un solo Stato manca all’appello, il Regno delle Due Sicilie! Dobbiamo attendere 8 anni ed il primo gennaio del 1858, finalmente, per la sola parte peninsulare del Regno vengono emessi i primi francobolli, napoletani, tutti di colore rosso carminio, in quanto il pavido governo borbonico temeva che francobolli di diverso colore, come avevano fatto tutti gli altri stati preunitari, potessero prestarsi a combinazioni non gradite. La Sicilia doveva attendere un altro anno e nel 1859 veniva finalmente dotata di francobolli con l’effigie di Ferdinando II, bellissimi come disegno, opera di uno Juvarra, Tommaso Aloysio, effigie stranamente non usata per i precedenti francobolli napoletani, quasi a sfregio dei siciliani, il cui Parlamento, nella storica seduta del 1848 aveva per sempre dichiarato decaduta la dinastia borbonica. E per evitare appunto sfregi sul volto del Sovrano, veniva predisposto un tipo di annullo che doveva racchiudere l’effigie senza appunto deturparla. Purtroppo ed è un altro triste primato, i francobolli napoletani furono anche i più numerosi ad essere falsificati, per un fraudolento uso postale, tanto da far pensare che i falsari agissero con complicità di impiegati, circostanza evidenziata in tutti i cataloghi e quindi nota a tutti i filatelisti. Riepilogando perciò nelle Due Sicilie, si ebbe un ritardo di 8 e 9 anni, unito e dovuto logicamente anche alla pochezza del numero degli uffici postali esistenti, assolutamente minoritario rispetto a tutti gli altri già in funzione nel resto dell’ Italia. Gli uffici postali operanti nelle Due Sicilie erano solo 153 nella parte “al di qua del Faro” e 85 “Al di là del Faro”, quando lo Stato Pontificio, che pure non era all’avanguardia del progresso ne aveva 415, il Piemonte più la Liguria ne aveva 685,ed in Sardegna 180, il  che costrinse il nuovo governo del Regno d’Italia, subito dopo il 1861, ad impegnare notevoli somme per dotare quanti più possibile comuni meridionali di questo fondamentale servizio, creandone nel napoletano dal 1861 al 1863 altri 189, ed in Sicilia 105, insieme con strade e ferrovie, anche queste carenti nel reame borbonico, che costituivano il trinomio della civilizzazione e del progresso nel diciannovesimo secolo.

Domenico Giglio