NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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lunedì 10 febbraio 2020

domenica 9 febbraio 2020

La bandiera del Regno d’Italia e il ritratto del Re salvati nella fuga dall’Istria


di Emilio Del Bel Belluz

Tanti  anni fa, per la precisione nel 1980, mentre frequentavo  l’università di Trieste, una sera in un’ osteria conobbi un vecchio, che beveva del vino.  Il suo volto era solcato da rughe come quello di un lupo di mare.
Aveva un cappello da marinaio, così logoro che non ne avevo mai visti. Mi sedetti a un tavolo, vicino al suo, ordinai qualcosa da mangiare, e nel frattempo mi misi a leggere i giornali.
L’uomo mi osservava, forse mi conosceva o mi aveva visto da qualche parte, non di rado passeggiavo per Trieste dopo aver assistito alle lezioni alla facoltà di Legge.  La solitudine di quel vecchio, lo spinse a rivolgermi la parola.
Dopo il primo approccio, incominciò a raccontarmi qualcosa della sua vita, in particolare mi narrò com’era fuggito dall’Istria. Il racconto si fece molto interessante per come visse quei momenti. Dalla casa dove abitava, dovette fuggire, recuperando solo qualche oggetto prezioso che possedeva, si trattava di monili d’oro dei suoi genitori.
Portò con sé anche la bandiera italiana, le foto del Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Questo patrimonio spirituale non poteva lasciarlo in quella casa, che non avrebbe più rivisto. La bandiera la nascose avvolgendola attorno ai fianchi e v’indossò sopra un maglione, le foto dei sovrani dopo averle tolte dalla cornice le mise in una busta per salvarle. Con i preziosi in mano si recò da un suo amico slavo che conosceva da tanto tempo e gli chiese di aiutarlo per arrivare in Italia, via mare. 
Questo suo amico, con il quale aveva lavorato in un piccolo peschereccio, gli voleva bene. La situazione era molto difficile, la fuga di molti italiani era stata intercettata dagli slavi e molti erano spariti da casa. Il sistema era di prelevarli dalle proprie abitazioni e poi farli sparire nelle foibe.
Il suo amico all’inizio non volle accettare di aiutarlo, la cosa era troppo rischiosa, e temeva che lo ammazzassero. Il compenso per tale lavoro però era allettante, quell’oro lo avrebbe aiutato a vivere per qualche tempo senza problemi.  Una notte partirono con la barca e dopo, con la fortuna che sorride a chi la sposa, finalmente riuscirono ad arrivare in Italia.
Il vecchio che mi narrò questa storia, aveva gli occhi lucidi e mi commosse. Essendo uno studente non possedevo molto denaro, e quella sera non ebbi neppure la possibilità di offrirgli un quartino di vino, o qualcosa da mangiare. Dopo essere sbarcato in Italia, con molta difficoltà, raggiunse dei parenti che abitavano a Roma.
Mi piacque che la sua gioia fosse stata quella di essere riuscito a portare in salvo la bandiera del Regno d’Italia, quella del Re e dell’amata Regina Elena che definì una santa. Quando giunse in Italia, dovette arrangiarsi a vivere una vita difficile, gli esuli non erano molto amati dai comunisti che li consideravano dei fascisti, ma a lui questo non era mai importato. Il suo cuore d’italiano era fiero d’aver salvato quella bandiera a cui teneva moltissimo, e quelle foto.
Erano il suo patrimonio, che racchiudeva i suoi sentimenti monarchici. Quella sera, dopo essere usciti dall’osteria, c’incamminammo e lui era felice d’avermi raccontato quella sua avventura. In quelle terre che aveva lasciato, non era più voluto tornare. La malinconia nell’affrontare quel viaggio sarebbe stata tanta, seppe da un suo amico che la sua casa esisteva ancora ed era abitata da una famiglia slava.
Lo consolò che vicino alla sua casa ci fosse ancora un albero che aveva piantato suo padre e in questo modo gli pareva che qualcosa di suo fosse rimasto.
Non ebbe più notizie dell’amico che lo accompagnò in Italia.
Quella sera ci salutammo vicino al molo Audace, e non lo rividi più. 

sabato 10 febbraio 2018

10 Febbraio, Basovizza

 Bandiera del Regno presente.





http://www.ilgiornale.it/gallery/celebrazioni-foiba-basovizza-1493019/0.html

http://www.ilgiornale.it/video/cronache/nella-foiba-n-149-1492802.html

10 Febbraio



Caro Aldo, 
domani è il Giorno del Ricordo per i profughi istriani e dalmati. Nel 1992 Carlo Sgorlon, nel libro «La foiba grande», scriveva che le foibe istriane sono «ben più di mille»: gli diedero del pazzo, ma venne rivalutato quando un gruppo misto di speleologi giuliani e istriani eseguì la mappatura completa delle foibe che risultarono 1.730. Nel libro «Foibe» Gianni Oliva scrive: «gettare un uomo in una foiba significa considerarlo alla stregua di un rifiuto, gettarlo dove da sempre la gente istriana getta ciò che non serve più. La vittima sprofondata nell’antro viene cancellata nell’esistenza fisica, nel nome, nella memoria». Che cosa ne pensa Aldo?
Eros Tonini

Caro Eros, 
Penso che per troppo tempo delle foibe si sia parlato troppo poco. Nel liceo della mia città si studiava molto, certo più di quanto non si faccia adesso; ma delle foibe non ci parlò nessuno, né il professore di storia, marxista che ci fece saltare il pensiero medievale passando da Plotino agli umanisti, né la professoressa d’italiano, monarchica che arrivò in classe piangendo il giorno in cui morì in esilio Umberto II. La prima volta che ne sentii raccontare fu da un compagno di università, figlio di un profugo che aveva lasciato Pola con migliaia di compatrioti e la bara di Nazario Sauro. 
[...]



giovedì 8 giugno 2017

Le date fondanti della Repubblica italiana non riguardano il confine orientale

Dopo le passioni irredentiste ed interventiste, Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia si sono gradatamente scollegate dalle sorti della penisola

Il Referendum del 2 giugno 1946, in cui vennero designati anche i membri dell’Assemblea Costituente, che avrebbe svolto pure funzioni parlamentari, non coinvolse tutti gli italiani. Il decreto luogotenenziale che delineò i collegi elettorali riguardava anche Trieste, Gorizia, Pola, Fiume, Zara (sotto amministrazione militare angloamericana oppure jugoslava, ma formalmente ancora nella sovranità italiana in attesa delle decisioni della Conferenza di Pace) e Bolzano, ma un successivo decreto legislativo stabilì che qui “la convocazione dei comizi elettorali sarà disposta con successivi provvedimenti” per motivi di ordine pubblico. Tale sospensione del voto non fu mai sanata sicché, eccezion fatta per alcuni costituenti eletti con i resti nel collegio nazionale, non parteciparono alla redazione della legge fondamentale della Repubblica rappresentanti delle martoriate province del confine orientale e inoltre al voto sul Trattato di Pace avvenuto nell’estate 1947 nessun esponente direttamente eletto nelle terre che venivano cedute ebbe modo di far sentire la sua voce.
Questa situazione si poneva in diretta continuità con due precedenti discrasie.
In seguito allo sbandamento dell’8 settembre 1943 si scatenò in Istria e Dalmazia la prima ondata di infoibamenti compiuti dai partigiani di Tito a danno degli esponenti di spicco della comunità italiana, ma nel resto d’Italia pochi ne vennero a conoscenza. Se puramente simbolica fu la dichiarazione da parte degli insorti dell’annessione della Venezia Giulia alle future Slovenia e Croazia nell’ambito della nuova Jugoslavia titoista, ben più drammatico fu il consolidarsi della Zona di Operazioni Litorale Adriatico da parte delle truppe tedesche, che di fatto annichilirono i poteri della Repubblica Sociale Italiana (molti gli ostacoli che i comandi germanici posero allo schieramento dei reparti della Divisione Decima, il cui comandante Borghese voleva proprio difendere il confine da nuove incursioni titine), laddove il cosiddetto Regno del Sud non riuscì a convincere gli angloamericani riguardo la necessità di non lasciare queste terre in mano jugoslava a guerra finita.
Ne conseguì la ancor più profonda spaccatura fra le terre redente con la Prima guerra mondiale ed il resto d’Italia consumatasi il 25 aprile 1945. L’insurrezione generale dei Comitati di Liberazione Nazionale Alta Italia contro le truppe tedesche in ritirata segnò la fine del conflitto, ma all’estremo nord-est le colonne angloamericane furono precedute nella “Corsa per Trieste” dal IX Korpus titino, il quale prese possesso di Trieste, Gorizia, Fiume e Istria dando luogo ad una seconda mattanza ancor più cruenta nei confronti di quanti, fascisti o antifascisti, si opponevano al progetto espansionista che voleva portare i confini della rinascente Jugoslavia fino al fiume Isonzo se non addirittura al Tagliamento.
[...]

martedì 16 febbraio 2016

Il pittore istriano e il bambino

 di Emilio Del Bel Belluz  

“Non bisogna più tradire chi ha conosciuto l’inganno: le anime ferite sanno sorridere anche a chi le calpesta. E chi strappa il fiore non si accorge quasi mai che la radice piange sotto terra”   (Nino Salvaneschi ).  

Il 10 febbraio, giorno dedicato al ricordo delle foibe e dell’esodo,  è stato ricordato con meno enfasi di come si è celebrato il giorno della memoria. La televisione, per questa data così importante e triste, non ha trasmesso quei messaggi pronunciati da attori e altre personalità  per ricordare agli italiani, che oltre settanta anni fa, altri italiani a migliaia vennero infoibati dagli slavi  comunisti. La loro unica colpa era quella di essere italiani veri. La cosa ancora più triste è che, quando arrivarono in Italia, vennero accolti dai comunisti con ogni tipo di vessazione. 
Perché non ricordiamo anche il trattamento disumano  riservato a questi nostri connazionali?  Potrei dilungarmi a scrivere su questo biblico esodo di trecentomila persone, un esodo che lo ripeto non incontrò il cameratismo degli italiani verso dei connazionali che perdettero ogni cosa. Oltre ai lutti, dovettero anche patire, per non aver i corpi dei loro cari,  essendo stati infoibati in quelle voragini su cui fu buttato del cemento oltre all’indifferenza dei propri fratelli italiani. 
Sono pochi quelli che riuscirono a raggiungere l’Italia con qualche bene. Per anni e anni sul dramma del popolo infoibato si calò un silenzio scandaloso che continua a durare, eccetto rare eccezioni, come il partito di Giorgio Almirante. Questo silenzio era motivato dalla necessità di non accusare Tito del male che fece. 
4Sui giornali nazionali, eccetto in questi ultimi anni,  il silenzio sulle foibe fu totale. Ricordo che conobbi alcuni esuli istriani al mio paese natio, quasi per caso. Quando abitavo a Motta di Livenza, in un appartamento vicino al mio, viveva una coppia di anziani. Io, che allora avevo solo 10 anni.  li ricordo come se fosse oggi. Era una coppia che non aveva avuto figli, lui era un uomo dai capelli canuti, una persona  dagli atteggiamenti signorili. Si chiamava Antonio Sissan, sua moglie, una persona molto dolce, si chiamava  Ada.  I due si volevano un bene immenso, li vedevo dalla  mia finestra quando uscivano e mi salutavano con un cenno della mano. 
Ogni giorno venivano a trovarci ed immancabilmente ci donavano un dolcetto istriano molto buono. La loro visita quotidiana mi rendeva felice. Quando passeggiavano si tenevano la mano, come due fidanzati al loro primo appuntamento. Antonio si appoggiava al suo bastone. Durante la sua vita era stato un capitano di marina, aveva girato il mondo così pure durante la Grande Guerra era stato capitano su una nave da guerra. Una volta, una persona mi raccontò di un capitano, che dopo essere andato in pensione, si recava ogni giorno ad osservare il fiume. Il suo rapporto quotidiano con l’acqua non poteva in nessun modo mancare. Anche Antonio, il vecchio istriano, si metteva  ad osservare l’acqua limpida della Livenza. 
Vicino alla sua casa, sul ramo morto della Livenza, vi era una barca ormeggiata e lui spesso si sedeva sopra per ammirare il fiume. Osservava le acque che con una certa difficoltà cercavano di raggiungere il grande fiume. Lo vedevo dalla mia finestra, che spesso parlava con il proprietario della barca, specialmente nei caldi pomeriggi d’estate. Antonio seppur vecchio, non dimostrava la sua età. Ogni tanto mi capitava di fare per loro delle piccole commissioni. Quando arrivavo mi aspettava nel suo studio. Vestiva di bianco con un pennello in una mano e la tavolozza di colori sull’altra, intento a dipingere un quadro.  Le sue opere erano rappresentate dai paesaggi della sua cara Istria, in cui predominava quasi sempre il mare, che andava ad infrangersi sulle rocce. In quei momenti erano i ricordi che gli passavano accanto, specialmente in quei casi in cui dipingeva i luoghi dove aveva vissuto. Quei posti che lui aveva dovuto lasciare senza poter fare nulla. Le case del suo paese, la chiesa dove si recava a messa, il cimitero dove i suoi cari erano stati sepolti. 

Quando dipingeva, la nostalgia per i luoghi che aveva dovuto abbandonare era così grande, che qualche lacrima rigava il suo volto . Era un valido pittore, anche secondo il giudizio di un mio amico istriano, professore di lettere ed intenditore di pittura, che ci ha abbandonati alcuni anni fa. Il caro Antonio Sissan ci donò alcuni dei suoi quadri che abbiamo molto apprezzato, la semplicità della sua pittura  era nata dai ricordi della sua terra. Da bambino l’unico cosa che sapevo era che questa famiglia dovette fuggire dall’Istria. Solo successivamente, compresi a fondo il loro dramma che è ben rappresentato dalla canzone di Sergio Endrigo che dice :” Vorrei essere come un albero che sa dove nasce e dove muore”. Un albero che conosce la sua sorte, che è stato accarezzato dal sole  e dal vento, che ha con le sue radici amato la sua terra. Ogni essere umano anche se ha dovuto abbandonare la sua terra d’origine non si è mai staccato dalle sue radici, dal luogo che lo ha visto nascere e crescere. 

Non ho una grande conoscenza  dell’Istria, ma ho avuto occasione di visitare qualche luogo con il mio amico professore. Lo ho accompagnato al paese dove viveva, sono stato con lui al cimitero dove riposavano i suoi cari. Nei suoi occhi vi leggevo una profonda malinconia  quando percorreva le stesse strade che lo avevano visto correre da bambino e rivedeva quel mare che tanto gli era mancato. E il mio pensiero, in quegli istanti,  si rivolgeva al mio amico pittore e al dramma che anche lui aveva vissuto abbandonando la sua terra natia. In un freddo giorno d’inverno,  il professore mi condusse alla chiesa dei francescani a Capodistria e lì trovammo un vecchi frate che non era fuggito dall’Istria, ma era rimasto come un soldato di guardia alla sua chiesa. Con il vecchio frate vi erano dei confratelli e riconobbe il professore. Si ricordava di quando ragazzino veniva accompagnato dalla madre alla santa messa. 
La stanza del vecchio frate era piccola con una finestra e un letto. In una  mensola vi stavano dei libri ed altri erano sparsi sul tavolo. Questo frate aveva sfidato i soldati di Tito,  era stato pronto a morire per difendere quella chiesa e il Cristo. Prima di andar via il frate, volle a tutti i costi, che bevessimo della grappa e poi ci abbracciò. Prima di lasciare Capodistria, mentre il mio professore pregava sulla tomba di famiglia, io sostavo davanti alla tomba dello scrittore Quarantotti Gambini, uno dei massimi  romanzieri italiani, purtroppo oggi dimenticato.     


martedì 10 febbraio 2015

10 Febbraio

Oggi come allora....



Giovannino Guareschi

dalla nostra collezione di "Candido" 
Anno III, 7, 15 Febbraio 1947

domenica 9 febbraio 2014

IL DONO DEI FUORUSCITI ISTRIANI LA CONSEGNA DEL VELIVOLO «NAZARIO SAURO» ALLA SQUADRIGLIA SERENISSIMA

Tra i velivoli che compirono il "Volo su Vienna" ve ne era uno offerto dai "fuorusciti" istriani intitolato alla memoria del Comandante della Regia Marina impiccato dagli austriaci.
Con questo discorso il Comandante D'Annunzio accettò il dono. 
Nel ricordo del 10 Febbraio.


La proposta dei fuorusciti è bella ed animosa   e viene in un'ora opportuna.
Dal 15 marzo io comando la prima squadriglia navale «S.A.» da me costituita, che si propone il più severo dei compiti. Questa squadriglia tutta fatta di ardire e di ardore, ha il suo campo sul Lido adriaco. Ogni sua azione potrà certo essere considerata come una vendicazione del capitano Sauro. Perciò io e i miei ufficiali saremmo fieri se l'apparecchio fosse offerto dai fuorusciti alla squadriglia «S. A. » che ha un motto composto sulle sue iniziali tecniche: «sufficit animus». Parto ora per andare a ricevere due velivoli attrezzati per la mia guerra. E giuro che l’ala dei fuorusciti io la condurrò ove si va per non ritornare.
(Intervista a un giornale)

Le vostre parole, la voce dei capi, la voce dell'amico fedele, la voce del fuoruscito onorando mi bruciano il cuore, mi arroventano l'anima.
Col ferro, con la fiamma, col maglio il fabbro potente foggia subito un'arma o un arnese a gran colpi. Qui l'incudine non c'è, ci siamo noi: un pugno di volontarii a terra smarriti, palpitanti. Le vostre parole non domandano altre parole: domandano l'atto di vendicazione piena, il «volo trionfale», come assegna il fuoruscito, la meta raggiunta o percorsa, il limite della gloria superato, il sacrificio convertito in baleno immenso.

Ma partiamo dunque! Carichiamo le nostre carlinghe! Approntiamo le nostre mitragliatrici! Mettiamo in moto le nostre eliche! Grida la nostra ansia, grida l'ansia di questi nostri giovani combattenti, che hanno tutti il petto attraversato dall'azzurro della prodezza.

Ho i loro cuori nella mia mano; battono e soffrono, ardono e balzano. Ecco la loro passione, ecco la nostra passione, donatori. Eguaglia la vostra. Per questo siamo forse degni del dono. Ma è un dono tremendo.
Chi, chi mi voleva dare una corona? Chi mi voleva dare una spada? Una corona di metallo? Una spada senza taglio? Ci sono premi che pesano, ci sono premi inermi come fardelli. Ci sono ricompense che cadono sopra un uomo come la pietra sepolcrale. Dio me ne guardi, Dio ve ne guardi, fratelli!
Ma voi mi date un premio terribilmente vivo, o uomini dell'altra sponda. Voi ci fate un'offerta di morte: di quella morte che oggi è forza più viva della vita. Voi non ci date una macchina alata, una struttura esatta di legno, di tela e di acciaio, con tre cuori pulsanti: questa che vediamo, questa che conosciamo, questa che ha la sua robustezza e la sua fragilità, questa che avrà il suo rombo e la sua rotta, voi ci donate un dono divino, di quelli che l'uomo spera e paventa, di quelli che fanno esultare e tremare l'uomo.
A noi mortali voi date un compagno immortale.
Chi potrà più dormire? Mi sembra che non potremo più dormire se la stanchezza non ci schiacci. Egli ci sveglierà nella notte. Egli sarà il nostro demone marino che soffierà nella nostra anima e nella nostra ala. Egli sarà la nostra fortuna. lo non l'ho mai veduto, io non l'ho mai conosciuto. Più d'una volta lo cercai e non lo trovai. So che anch'egli mi cercò e non mi trovò. lo l'amavo e lo credo che Egli mi amasse. Conoscevo la figura del suo eroismo e non quella della sua umanità.

Era destinato che io lo conoscessi di spirito e che in spirito Egli vivesse meco, Egli vivesse con noi come oggi vive. Ieri uno dei suoi familiari mi rappresentava la persona gagliarda, e traversa, la larga faccia abbronzata, le gambe ercoline. E per un momento lo vidi in carne quale era, su questa via di cemento, di dove spicchiamo il volo, barcollare come sopra il ponte di una torpediniera in travaglio. Consigliava taluno di porre sulle carlinghe la sua effigie. Non voglio, non vogliamo. E' un nome, e uno spirito, è un segno, è un comandamento, è una fiamma, è un capitano; là nella fossa triste la sua figura carnale è cancellata, ma qui Egli ha il viso misterioso della giovinezza eterna, ma per noi ha uno tra i più bei volti dell'aria, del mare e dell'amore: è marino, è aereo, è fervente come la sua Istria, come l'Istria nostra quando ci appare dall'alto tra ala e ala. E' la santità dell'Istria, è la purità, la bontà, la fedeltà della sua terra dolorosa.

sabato 9 febbraio 2013

domenica 12 febbraio 2012

UN “GIORNO DEL RICORDO” MOLTO AMARO

Riceviamo e moltissimo volentieri pubblichiamo il seguente comunicato stampa:




La Segreteria Nazionale



Mail istroromano@teletu.it
Milano 10 Febbraio 2012




COMUNICATO STAMPA









Un “GIORNO del RICORDO” molto amaro.
Anche il nostro Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia, ha partecipato, insieme alle altre Associazioni consorelle. tutte ufficialmente accreditate  alla commemorazione del “GIORNO del RICORDO”  a Milano in Largo “Martiri delle Foibe”, promossa e organizzata dal Sindaco Avv. Giuliano Pisapia con la Sua Amministrazione.
Purtroppo, con grande amarezza e delusione,  il Sig. Sindaco Pisapia, arrivato in tutta fretta e con i minuti contati, dopo aver letto il suo discorso, pur riconoscendo il nostro dramma, ha ricordato e rimarcato, l’occupazione della Jugoslavia da parte dell’Italia fascista, non negando le foibe, ma quasi giustificando la reazione con le atrocità dei  comunisti titini, ovviamente, tali passaggi non sono totalmente condivisi da noi esuli, mentre non ha consentito ai rappresentanti degli esuli presenti, di poter ricordare, sinteticamente i nostri morti, il nostro dramma con le immani sofferenze subite  di tutti i 350.000 esuli italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia: UNICO E PRIMO CASO(SPERIAMO CHE RIMANGA L’UNICO!) VERIFICATOSI IN ITALIA. Ciò ha provocato, in noi esuli presenti,tra cui alcuni parenti di infoibati,   una nuova umiliazione e indignazione,  anzichè pacificare, ha riaperto ferite ancora non del tutto guarite. Sappiamo a che area appartiene il Sindaco Pisapia, probabilmente per non dispiacere ai suoi compagni,(e forse a se tesso!)  non ha voluto far sentire anche la controparte,parte integrante della commemorazione, che vuol raccontare e testimoniare  le  VERITA’ ANCORA SCOMODE!.
Sig. Sindaco Pisapia, con la Sua mezza cerimonia,non ha commemorato i nostri morti,la nostra diaspora, Lei ci ha umiliato e offeso, chieda scusa agli esuli istriani fiumani e dalmati di Milano e non solo.

                                         Il Segretario Del  Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia
                                         Romano Cramer

mercoledì 9 febbraio 2011

MESSAGGIO A ZARA

Allo scoppio della Grande Guerra Gabriele D'annunzio chiese ed ottenne di essere richiamato in servizio e fu assegnato ai Lancieri di Novara con il grado di capitano.
Fin da subito portò il suo estro al servizio di azioni di propaganda  con voli, quanto mai rischiosi, sulle terre irredente di Trieste, di Trento.
Nel Dicembre 1915, Gabriele D'Annunzio aveva progettato un volo su Zara, la città italiana sulla costa Dalmata, insieme all'eroico Giuseppe Miraglia, Tenente di Vascello della Regia Marina che però morì in un incidente aereo a Venezia poco prima che l'impresa prendesse corpo. Questo convinse i comandi militari a sospendere l'azione.
Per il volo D'Annunzio aveva scritto un messaggio destinato alla città.
Ne riportiamo il testo in omaggio al Vate, al suo sfortunato compagno Giuseppe Miraglia e soprattutto nella memoria del 10 Febbraio, giorno di  lutto e ricordo dei fratelli italiani infoibati e scacciati dalle terre di Istria, Fiume e Dalmazia.

Noi non dimentichiamo.
MESSAGGIO A ZARA
23 dicembre 1915


Zara, Zara la santa, Zara l'invitta, questo è un messaggio d'Italia avvolto nel tricolore.
Eccoti la buona novella che aspetti, eccoti la parola invocata dalla tua passione.
La prima volta che su te volano ali italiane, ali armate in guerra, ali della nostra guerra, partite dall'altra sponda, venute a te di sopra l'Adriatico, di sopra le tue isole e i tuoi canali, per portarti il conforto della Patria, per dirti che oggi non sei più sola, che più non sei abbandonata, che come Trento e Trieste sei tutta viva nel cuore nuovo d'Italia. Siamo apparsi nel tuo cielo per annunziarti che il giorno primo di dicembre, in Roma, nella solenne assemblea nazionale fu dichiarato il proposito fermo di riscattare tutte le genti di nostra razza che da lunghi anni sostengono una lotta disuguale contro la subdola e pervicace opera  di oppressione e di soppressione proseguita dal governo austriaco.

Chi più di te fu coraggiosa e costante, fidente e disperata, nella lotta d'ogni giorno? Noi lo sappiamo. Noi ce ne ricordiamo. Il popolo di Zara, solo contro tutti, negletto dalla Madre e senza lamento contro la Madre, ha salvato il comune italiano, ha preservato la figura della nostra più antica dignità. Nella Dalmazia latina da schiatte barbariche iniquamente invasa e usurpata col favore imperiale, il popolo di Zara ha salvato e confermato il glorioso comune italiano, ha mantenuto nel suo pugno il fermento della nostra più antica libertà.
Non v'è per te lode assai alta, non v'è corona assai chiara per te, per il premio dei tuoi fatti. Queste parole che ti gettiamo dovrebbero essere un canto perché solo il canto è degno di avvicinarsi alla tua virtù e al tuo martirio.
Nel giorno dei morti, in quella grande Aquileia piena di Roma e di Cristo, donde venne a te translatato il corpo di Crisogono tuo patrono antichissimo, taluno dichiarò ai soldati in ginocchio i versetti d'un nuovo salmo.
Diceva nel salmo la voce dell'Italia potente :
« Mie tutte le città del mio linguaggio, tutte le rive delle mie vestigia. Mando segni e portenti in mezzo ad esse.
Ma in Zara è la forza del mio cuore; su la Porta Marina sta la mia fede, e in Santa Anastasia arde il mio voto. Grida, o Porta! Ruggi, o Città, coi tuoi Leoni!
A te darò la stella mattutina. A te verrò, e di sotto alla tavola del tuo altare trarrò i tuoi stendardi. Li spiegherò nel vento di levante. O mare, non mi rendere i miei morti, né le mie navi. Rendimi la gloria.
E allora udita fu dall'alto una voce senza carne, che diceva : - Beati i morti. - Fu intesa una voce annunziare : - Beati quelli che per te morranno.
I soldati piangevano inginocchiati tra le fresche tombe più venerande delle arche romane. E Trieste era prossima, così che ci pareva di sentire il suo soffio doloroso passare sul Golfo e alitare nel nostro sepolcreto di zolle. Ma in quel punto tu, sorella leonina, tu eri anche più presso, tu che non udivi il tuono dei nostri mortai, tu che non vedevi nella notte le nostre lunghe barre di fuoco spinte sempre più avanti, né forse indovinavi di sotto alle menzogne croate l'impeto della nostra conquista.
Ora sai che per te si combatte e per te si vince. L'Isonzo è ridivenuto un bel fiume d'Italia. Gorizia è già perduta pel nemico. Il Carso è pel nemico un inferno senza scampo.
Il tuo popolo vecchio « santa intrada » chiamò l'ingresso dei magistrati veneziani. Ora attendi con certezza una entrata più santa quella del nostro Re, vero tra i re soldato, e tra i soldati primissimo. Le tue donne possono cucire in segreto il tricolore, come fecero alla vigilia della giornata di Lissa. Altra forza, altra volontà, altro destino. Quel tricolore ondeggerà al vento della primavera ventura, insieme con gli stendardi di San Marco dissepolti.
Noi veniamo da Venezia. Siamo partiti su l'alba da quella Venezia a cui ti assomigli. Mentre a volo respiriamo la tua anima stessa che inarcata fa sopra le tue mura il tuo cielo veneziano, mentre scendiamo verso di te per meglio guardarti, per meglio riconoscere nel tuo viso il viso materno, i nostri compagni portano ghirlande votive alla tua imagine di pietra scolpita nella base di Santa Maria del Giglio, dove dorme quel Duodo che comandò le sei galeazze vittoriose accanto alle tue quattordici nelle acque di Lepanto. E altri nostri compagni nell'ora medesima sospendono una corona di bronzo al sepolcro di un tuo figlio morto d'ambascia per i tuoi dolori, alla tomba romana di Arturo Colautti «vate e martire della gente dalmatica imperterrito incorrotto», promettendoti «la traslazione prossima dell'esule corpo alla spiaggia natale, restituita nella grazia di Roma ».
Se quel corpo che tanto soffri ti fosse conservato per virtù di miracolo, tu gli riconosceresti le cicatrici lasciategli dalle sciabole austriache che lo tagliarono all'improvviso in un agguato notturno, sette contro uno, per punirlo d'aver imposto il marchio potente del suo dispregio sul ceffo dei vigliacchi.
O Zara, che sei tuttora quale fosti per Antonio Barbaro scolpita nel bassorilievo di Santa Maria del Giglio, simile a un'ala di guerra come la nostra, ben costruita, a un'ala d'Italia sul mare, o Zara di Nicolò Trigari, Zara di Luigi Ziliotto, rocca di fede, per gli stendardi sepolti nel tuo Duomo consacrato sotto il vocabolo della Resurrezione, per 1'arco Romano che afforza la tua Porta Marina, per le tre absidi del tuo San Crisogono che sembra da angeli toscani alla tua Riva Vecchia trasportato di Lucchesia, per le vere dei tuoi cinque pozzi dove l'ombra di Alvise Grimani ancor beve, per l'arca regale del tuo San Simeone battuta in argento dal maestro lombardo, per tutta la tua grazia veneta, per tutta la tua bellezza italiana, credi nella promessa, credi nella gioia della seconda primavera, quando fiorirà l'acanto corintio della tua colonna latina e i tuoi Leoni di sopra le tue porte fremeranno alla «santa entrata».
Vivere vorrebbe fino a quel giorno ed essere degno di cantare la tua coronazione chi oggi dall'alto ha sentito battere più forte del rombo il tuo gran cuore d'eroina.
Nel cielo della Patria, 23 dicembre 1915.

GABRIELE D'ANNUNZIO