NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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domenica 13 settembre 2026

Il Re costava meno - II

 

Sulle orme dello Statuto Albertino

Con l'avvento al trono di Carlo Alberto nel 1831 (e cioè col passaggio della discendenza dal ramo diretto di Casa Savoia a quello collaterale dei Carignano), volendo il nuovo Re chiarire ogni rapporto di debiti e crediti fra la sua amministrazione e le Regie Finanze, si addivenne ad una convenzione che porta la data del 16 maggio 1832. Il Sovrano, intendendo sgravare il suo patrimonio particolare di certe passività ascendenti in totale a L. 1.943.124,25 faceva cessione allo Stato sardo di beni mobili e immobili per una somma valu­tata L. 6.706.932,02. Fra gli immobili troviamo a Torino il palazzo Carignano (poi sede del Senato Subalpino) valutato in blocco assieme a beni rustici siti nei territori di Racconigi, Cavallermaggiore, Cavallerleone e Caselle, in L. 2.010.000; il teatro omonimo con annessavi casa di reddito, il tutto stimato allora L. 345.000. Nel minuto e lungo inventario compilato dalle Regie Finanze in data 20 gennaio 1832 troviamo fra i beni mobili ceduti una quantità enorme di argen­teria, bronzi, biancheria, brillanti, cavalli, suppellet­tili da tavola e da cucina, nonché 364 fra quadri e miniature artistiche, il tutto destinato ad abbellire la residenza della Corte, residenza di proprietà del dema­nio dello Stato.

La differenza tra le passività del patrimonio pri­vato e l'ammontare delle cose cedute dal Principe siano mobili che immobili, conteggiata in L. 4.763.807.47

     concordate in L. 3.891.271 e centesimi 54 e mezzo

 doveva essere pagata parte in beni, parte in numerario, od in rendite del Debito Pubblico ad arbitrio del Sovrano, dalle Regie Finanze al Patrimonio stesso, in riconoscimento dei « miglioramenti ed aumenti - così scriveva il Procuratore Generale nella sua relazione
apportati, e spettanti al patrimonio, col diritto di ripeterle, ma doversi contestare per il fatto potes­sero ascendere ad una somma così grandiosa, da doversi considerare quali spese di manutenzione e riparazione, cui il Principe appannaggiato è tenuto di sopportare, e non già come miglioramenti ed aumenti ripetibili».

Questo atteggiamento di Carlo Alberto costituisce un episodio che illumina la sua figura di Principe gene­roso e disinteressato. Troviamo infatti scritto nella Relazione del Procuratore Generale in data 28 mar­zo 1832: «Bello esempio gli è questo per certo. Eccel­lentissimi Signori, che la storia imparziale registrerà nelle sue pagine quello di vedere il Re, negli ordini nostri politici, padrone assoluto di regolare con un motu proprio i suoi interessi colle Regie Finanze, spo­gliarsi, starei per dire, di questa sua autorità, commet­tendone l'esercizio agli stessi suoi ufficiali! ».

Il principio fondamentale sulla dotazione della Corona veniva in seguito consacrato nello Statuto albertino in questi termini:

Art. 19. — «La dotazione della Corona è conser­vata durante il Regno attuale quale risulterà dalla media degli ultimi dieci anni.

«  Il Re continuerà ad avere l'uso dei reali palazzi, ville, giardini e dipendenze, non che di tutti indistin­tamente i beni mobili spettanti alla Corona, di cui sarà fatto inventario a diligenza di un ministro respon­sabile.

«  Per l'avvenire la dotazione predetta verrà stabi­lita per la durata di ogni Regno dalla prime legisla­tura dopo l'avvenimento del Re al trono.

Art. 20. — «Oltre i beni, che il Re attualmente possiede in proprio, formeranno il privato suo patri­monio ancora quelli che potesse in seguito acquistare a titolo oneroso o gratuito durante il suo Regno.

«  Il Re può disporre del suo patrimonio privato sia per atti fra vivi, sia per testamento, senza essere tenuto alle regole delle leggi civili che limitano la quantità disponibile. Nel rimanente il patrimonio del Re è soggetto alle leggi che reggono le altre proprietà.

Art. 21. — «Sarà provveduto per legge ad un assegnamento annuo pel Principe ereditario giunto alla maggiorità, od anche prima in occasione di matrimonio all'appannaggio dei Principi della famiglia e del san­gue Reale nelle condizioni predette; alle doti delle Principesse ed al dovario delle Regine ».

Fu così che il nuovo regime costituzionale instau­rato nel 1848 ebbe importanti ripercussioni cambiando completamente l'impronta sulle residenze Reali. Ville, parchi e castelli passarono dalla proprietà privata del Sovrano allo Stato: palazzo Madama di Torino, il castello del Valentino, l'attuale prefettura, il teatro Regio, i palazzi Reali di Chambery, Genova, Torino, Nizza, Cagliari, Stupinigi, Moncalieri, ecc. Di queste lo Stato ne destinò alcune quale dotazione della Corona e altre vennero incorporate nel demanio. Rimasero di proprietà privata di Casa Savoia soltanto Racconigi, Pollenzo ed alcune località di poca importanza.

Ritengono alcuni storici che il regolamento della lista civile e dei beni della Corona sia stato compilato sotto il Regno di Carlo Alberto il quale sarebbe venuto in questa determinazione al fine di impedire, essi di­cono, ai figli Vittorio Emanuele e Ferdinando, propensi alle spese, di dissipare il patrimonio. Inoltre questi storici intendevano classificare tutti i cosiddetti beni della Corona come una proprietà dello Stato e per esso il demanio. Sono gli stessi i quali affermano che un bene qualsiasi, palazzo o mobile, ivi compresi i gioielli e le opere d'arte quando cessa di essere asse­gnato alla Corona, passa automaticamente al demanio dello Stato. Tesi assurda e che non regge, come dimo­streremo più avanti.

La legge sulla Dotazione della Corona con la quale si ebbe una sistemazione regolare dei rapporti econo­mici e finanziari fra la Famiglia Reale e lo Stato, venne promulgata da Vittorio Emanuele II il 16 marzo 1850 e porta il n. 1004: in essa si stabilisce la dotazione di cui il Re dovrà godere durante il suo Regno, dotazione che «si comporrà di un determinato assegnamento in beni mobili, e della corresponsione di un'annua somma dalle finanze dello Stato». Più precisamente la dota­zione in beni immobili «comprenderà i palazzi. i fabbricati ed i terreni indicati nell'elenco A ». Mentre la dotazione dei beni mobili comprenderà le gioie, perle preziose, le statue, i quadri, compresi quelli della R. Galleria, i medaglioni, le armerie antiche ed altri oggetti d'arte, le biblioteche, i vasellami e gli oggetti tutti in argento ed oro, le biancherie e gli arredi ed effetti mobili d'ogni sorta esistenti nei palazzi. La discussione intorno alla legge fu ampia e vi intervennero i migliori giuristi allora al Parlamento ed al Senato subalpino, compreso Camillo Cavour.

La lista civile veniva fissata in lire quattro milioni annui, cifra inferiore alla media dei dieci anni antece­denti al periodo albertino che era stata di lire quattro milioni e 633 mila. Essa mirava soprattutto alla distin­zione dei servizi pubblici per la difesa militare da quelli dell'amministrazione civile che si venne attuando quando si rese necessaria la distinzione della personalità dello Stato dalla persona del Principe, conseguenza dell'affermarsi del regime costituzionale rappresen­tativo.

Era la conferma del desiderio di Carlo Alberto il quale, dice Michelangelo Castelli nei suoi Ricordi, «scrupoloso osservatore delle leggi che regolavano la finanza, e benché assoluto in questo come in tutto il resto, si fissò una lista di 4 milioni, che non volle mai sorpassare, contraendo in certe occasioni debiti in prorio con guarentigia sul suo patrimonio privato ».

domenica 21 giugno 2026

Il Re costava meno - I

 

Dotazione della Corona e Lista civile - Principi giuridici - Origini degli appannaggi, assegni e doti.

La Dotazione della Corona era costituita:

a)   dall'assegno annuo che lo Stato concedeva al Sovrano per le sue spese personali in danaro contante — costituente la Lista civile — del quale poteva disporre a suo piacimento;

b)   dai beni mobili ed immobili — costituenti i Beni della Corona — dei quali ne aveva l'uso: palazzi, ville, tenute, castelli, con quanto in essi vi era di arredamento, di proprietà del Demanio ed in certi casi, non ben definiti, di proprietà del Sovrano stesso o di terzi, e che egli doveva amministrare e conservare al decoro della Nazione, tutto a sue spese senza diritto ad alcun rimborso dallo Stato, nemmeno per le migliorie apportatevi, diritto contemplato invece dal Codice Civile in favore del privato cittadino.

c)   Riferiamo a maggiore chiarezza quanto si legge in proposito sul Nuovo Digesto Italiano:

d)   Art. 1. — «Il complesso dei beni assegnati al Capo dello Stato per l'adempimento delle sue alte funzioni forma la cosiddetta Dotazione della Corona. Questa chiamasi anche con termine derivato dalla terminologia costituzionale inglese Lista civile. Essa comprende una somma annua di danaro (la lista civile propriamente detta) e beni mobili e immobili. Fanno parte della Dotazione anche le chiese cappelle o basiliche palatine».

e)   Sono, in altri termini, quei servizi attraverso i quali la Corona esercita le sue attribuzioni sovrane e che debbono considerarsi come un vero e proprio servizio pubblico.

f)    Art. 2. — «L’assegno in danaro ha la natura giuridica e fondamentale di stipendio; come tale, quando è acquisito al Re, entra nel suo patrimonio privato e diventa consumabile. Se non che differisce dallo stipendio in questo: esso è assegno, più che alla persona del Re, alla sua funzione, di guisa che fino a quando è in possesso dello Stato è indisponibile per qualsiasi effetto; laddove gli stipendi degli impiegati pubblici sino ad un certo limite e per certi titoli sono disponibili, cioè cedibili, pignorabili, sequestrabili».

g)   Art. 6. — «Distinto dalla Dotazione della Corona è il patrimonio privato del Re, cioè il complesso dei beni che egli possiede come un qualunque privato, che egli possedeva come tale prima dell'avvento al trono e che acquista a titolo gratuito e a titolo oneroso durante il suo regno».

h)   Il regime giuridico che regola il patrimonio privato del Re è quello applicato ad ogni altra proprietà privata, salvo l'eccezione relativa alla quota disponibile, di cui al primo capoverso dell'articolo 20 dello Statuto, per il quale il Re può disporre del suo patrimonio privato «senza essere tenuto alle leggi civili che limitano la quantità disponibile».

Nei Principati assoluti il sovrano disponeva dei beni e delle rendite dello Stato senza alcun controllo da parte di questo; erano quindi variabili a seconda delle circostanze, e non sempre esisteva differenza fra le spese personali del Principe e della sua famiglia e quelle dei servizi pubblici; patrimonio privato, lista civile e patrimonio dello Stato, questi tre elementi si confondevano l'uno con l'altro. Ma nemmeno per le proprietà demaniali vigevano norme precise: il patrimonio dello Stato ebbe per secoli contrasti fra la sua inalienabilità e la necessità di alienarlo; poi vennero le leggi formate per correggere il fatto delle alienazioni, cioè la massima del riscatto ed i provvedimenti effettivi di ricupero della parte venduta e fu così creata la Cassa di redenzione. Venne proclamata l'inalienabilità del demanio quando gli ordini imperfettissimi della cosa pubblica ne rendeva facile il disperdimento. La Cassa doveva provvedere a raccogliere fondi per riscattare al demanio beni ceduti a vil prezzo che, caduti in mano a feudatari e ad inesperti amministratori rappresentavano altro che una vastissima manomorta. La prima dichiarazione di inalienabilità come massima fondamentale l'abbiamo con la lettera patente del 22 aprile 1445 del Duca Ludovico di Savoia là dove accenna a beni «da non donarsi al di fuori della tua discendenza né alienarsi in alcun modo in qualsiasi parte della sua giurisdizione o appellativo». Tale disposizione può ritenersi l'estensione del primo codice di leggi emanate nei famosi Statuti del padre Amedeo VIII il primo Principe Sabaudo che dette allo Stato savoiardo una vera legislazione a tutela del cittadino contro i soprusi dei feudatari.

La nostra lista civile assegnata in Italia al Sovrano, trae la sua origine dal così detto «appannaggio» che egli concedeva al primogenito o anche ad altri figli maschi oppure ai fratelli. Le notizie più remote di appannaggio risalgono ad Amedeo IV il quale destinava con atto del 1235 al fratello Tommaso «sotto legge di investitura il territorio di Avigliana, appannaggio del quale godettero poi i Principi d'Acaja, ed alla estinzione di questo ramo nel 1418 si riuniva alla Corona. Ne contiamo in seguito una ventina che rileviamo da una «Serie» compilata per il Re Carlo Alberto dal Primo Presidente della Sua Regia Camera dei Conti: quello del ramo di Vaud (estintosi nel 1350), di Nemours (1659), di Chiablese (1808) ed altri come quelli costituiti per i Duchi d'Aosta, Monferrato, Genevese, Moriana, ecc.; deceduti in stato nubile o senza prole mascolina. Salito al trono Carlo Alberto, l'appannaggio — di cui egli ed i suoi ascendenti avevano goduto per oltre due secoli — doveva essere assegnato al suo secondogenito Ferdinando Duca di Genova, ma in seguito alla Convenzione del 16 maggio 1832 di cui vedremo più avanti esso veniva abolito.

La lista civile attuale risale dunque di qualche secolo. Fu il Duca Carlo Emanuele I il quale, volendo fondare, come già altri sovrani, un ramo collaterale

1 Archivio di Stato di Torino, posizione Editti originali, mazzo I, fascicolo V.

della stirpe Sabauda affinché non mancassero per l'avvenire — estinguendosi quello principale — successori al trono, stabiliva con istrumento 17 settembre 1620 un appannaggio — «che dovesse durare perpetuamente costituito» — non al primogenito, ma al Principe Tommaso quinto dei suoi figli, ascendente alla annua rendita complessiva di scudi d'oro 40.000; modificato poi con successive transazioni.

È da questo atto di costituzione d'appannaggio che venne istituito il ramo Savoia-Carignano famiglia separata da quella Reale e di cui il Principe Tommaso è capostipite. Con questo annuo assegno i Principi che si succedettero nei trecento e più anni volta a volta andavano migliorando il loro patrimonio con stabili, di modo che il castello di Racconigi e l'attiguo parco potevano riuscire, quale sono oggi, una villeggiatura degna della Sovrana residenza. Il patrimonio pertanto si accresceva per via d'eredità e d'acquisti provenienti specie dalla Casa di Soissons nel vicino regno di Francia ma che gli avvenimenti del 1789 riducevano all'estremo, mentre Napoleone I ne annullava l'appannaggio, ricostituito però in seguito alla sua caduta.

L'appannaggio era un diritto del primogenito, gli altri godevano soltanto di assegni se maschi, e doti alle Principesse.

Nel Piemonte precostituzionale già esisteva pertanto nella linea diretta di Casa Savoia la distinzione della privata proprietà del Re, parallelamente alla distinzione della sua lista civile e con un Editto del dicembre 1818 emanato da Vittorio Emanuele I veniva fatta espressa e distinta menzione così della dotazione immobiliare della Corona sarda come del privato patrimonio del regnante. Anche il Re Carlo Felice continuò a tenere distinte le sue spese personali e della Reale Famiglia da quelle dello Stato, mantenendole in una media di L. 4.200.000 all'anno. Come vedremo in seguito, da questa somma egli ed i suoi successori detraevano buona parte per istituzioni benefiche e per raccolte di opere d'arte ancora oggi famose e insuperate.


mercoledì 27 maggio 2026

Il Re costava meno di Mario Viana - prefazione III

 


«Capo ha cosa fatta», come disse il fiorentino Bocca degli Abati alla battaglia di Montaperti, sostenuta dai suoi concittadini contro i Senesi, dopo aver con un colpo di spada mozzato la mano all'alfiere che reggeva l'inse­gna fiorentina, contribuendo così alla sconfitta della sua parte; e Dante lo colloca nella ghiaccia di Cocito fra i traditori della Patria.

Alcuni dei valentuomini artefici della Repubblica credevano di porre la Libertà, come idea più attuale e vibrante, nel luogo lasciato vacante dalla Patria a cui si era tolto il centro di coesione molecolare, ma s'ingannavano. La Libertà, che oggi è generalmente sentita in quanto significhi scrollarsi di dosso ogni dovere e ogni disciplina, non ha più fedeli pronti a impegnarsi per essa di quanti ne abbia la Patria.

Le coscienze non sono recipienti che si possono vuo­tare e riempire a volontà di liquidi differenti e il vuoto lasciato in esse distruggendovi una ragione ideale non è colmabile con altro contenuto ideale, ma resta campo aperto a ogni sorta di sterpaglia nostrale o forestiera.

E la devastazione operata nelle coscienze è riscon
trabile nella inefficacia degli sforzi con cui i sullodati valentuomini tentano di instaurare il culto dei Caduti per la Libertà, i quali di fatto sono dal grosso pubblico accomunati nello stesso frettoloso oblio riservato ai Caduti per la Patria. La devozione non si propaga dalla ufficialità delle celebrazioni in più ampi cerchi, perché neppure i Morti sono sacri dove non vi è più nulla di sacro. Essi appartengono a un mondo che si è voluto abolire, nel quale esisteva una fede.

Il presente libro ha un evidente valore informativo, ma esso contiene, forse a insaputa dello stesso Autore, un insegnamento più alto, poiché attraverso la visione di tante azioni particolari, distanziate nel tempo e colle­gate da una superiore coerenza, il lettore intuisce quale sia il valore della continuità, che è la legge della Monar­chia ed è la forza dei popoli.

Congiunti al passato, sentiamo tutto il bene compiuto dai nostri padri presente in noi a fortificarci ed accrescerci; avulsi dal passato, siamo un'erba di poca radice, destinata a estinguersi alla prima arsura.

Ai contabili guardinghi nelle spese si può dimostrare, come ha fatto Viana, cifre alla mano, che il Re costava meno, e, cosa assai più importante, che rendeva di più, sul terreno morale e nazionale.

PIERO OPERTI

Torino, febbraio 1960.

lunedì 11 maggio 2026

Il Re costava meno di Mario Viana - prefazione II


 


Come quelle accennate, apprendiamo in questo libro un gran numero di altre cose generalmente ignote o poco note; apprendiamo, fra l'altro, che nel 1864-65, al tempo del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, date le difficoltà in cui versavano le pubbliche finanze il Re rinunziò a quattro milioni della Lista civile, esempio subito seguito dai ministri i quali stabilirono la ridu­zione di un quinto del loro stipendio.

Sono immaginabili oggi eccellenze e onorevoli che per la stessa ragione compiano un uguale gesto? E sap­piamo tutti a quali eccessi giunga la pressione fiscale e se sarebbe necessario ridurre la spesa pubblica, e lo dice il bilancio in perenne disavanzo di centinaia di miliardi.

Altri tempi, altri politici, altra moralità.

Moralità: è la parola giusta, poiché ogni problema politico è riducibile in ultima istanza a problema morale.

Nel tempo nostro accade in campo civile ciò che accade in campo religioso.

La nostra società continua a chiamarsi cristiana sebbene non abbia quasi più nulla di cristiano. Nei secoli passati il cristianesimo era una realtà del pensiero, del­l'animo, del costume continuamente alimentata da una cultura coerente.

Nel nostro secolo la cultura predominante è anticristiana, e tuttavia un residuo di cristianesimo persiste in noi per atavismo, per certa viscosità delle idee e dei principii, come antico sedimento passato nella subco­scienza. Ma quel residuo non più alimentato dalla cul­tura, anzi in contrasto con essa, è destinato a gradual­mente assottigliarsi sino all'estinzione, e noi ci troviamo su una china in fondo alla quale si trova una condizione umana totalmente scristianizzata, si trova l'hobbesiano bellum omnium contra omnes.

Così in campo civile: i concetti di dovere onestà serietà abnegazione prodezza sacrificio eroismo non hanno più alcuna giustificazione nella cultura corrente. Altro non sarebbero che retorica. Chiunque alzi gli occhi dal truogolo o porga orecchio a una voce che non sia quella della «femmina balba» è un retore.

Sola filosofia valida l'edonismo, sola meta appetibile il «benessere», solo dio superstite il Denaro, il quale non ha altro dio avanti di sè.

Milioni Milioni Milioni !

Sgorgano ovunque a cascatelle o a cateratte funzio­nanti a sifone, e gli uomini corrono affannati qua e là nella brama d'essere investiti dal getto della manna, unico alimento nel Sinai della vita.

La Provvidenza è materializzata in alcune dozzine di quiz e lotterie e in alcune centinaia di case produttrici, la Grazia illuminante è sostituita dalla Fortuna ben­data, la Predestinazione divina ha per succedaneo il palpitante Sorteggio, e non è neppur concepibile che la gente possa interessarsi a qualcosa in cui non siano in palio i Milioni.

Codesta frenesia del gioco datore di ricchezza, pedi­nata in sordina e con lo stesso miraggio dalla delin­quenza rapinatrice (che non è solo quella qualificata per tale dal codice), si verificò altre volte nella storia del costume, presso le società in procinto di dissolversi in colliquame putrido.

E nondimeno per arcano processo ancestrale quegli antichi principii di dovere onestà ecc. sopravvivono in alcuni uomini e donne che li praticano loro malgrado; e sono gli uomini e le donne che sgobbano sodo, amano il lavoro fatto bene, si contentano del proprio stato e non pensano di migliorarlo altrimenti che col lavoro e l'ingegno, si occupano della casa, si sforzano di edu­care i figli. Gli uni e le altre sono il sale della terra, sono quelli che mantengono in piedi la traballante baracca.

Alla prossima generazione codesti anacronismi viventi saranno ridotti a esemplari da museo.

Avanti negli anni e più o meno acciaccati ma ancora vivi, siamo un certo numero di Italiani della generazione carsica. Fra il 1915 e il 1918 noi abbiamo per 40 mesi tenuto duro fra privazioni disagi fatiche pericoli d'ogni giorno e d'ogni ora, anteponendo al nostro soffrire e al nostro morire la trascendenza della Patria, alla quale riconoscevano su noi ogni diritto.

Agli ordini del Re, il nostro animo e il nostro volere s'innalzavano ad animo e volere della Patria.
Sarebbe pensabile, oggi, in questa Italia in berretto frigio, spensierata e godereccia, spogliarellare e bustarellare, canzonettistica e regionalistica, di riunire milioni d'uomini capaci di sostenere uno sforzo simile?

Oggi s'insegna che la Patria - questa unità costante nel tempo e nello spazio da cui procede ogni nostra vita personale - è un'astrazione, una irrealtà verbale, un flatus vocis, unica realtà concreta essendo l'individuo coi suoi interessi di categoria classe partito fazione.

La cialtroneria esisteva anche allora, ma costituiva eccezione in una società fondata su principii sani, che arginavano la cialtroneria.

Oggi i principii sono opposti, e la corruzione penetra capillarmente in tutto e in tutti, sicchè noi stessi talvolta ci domandiamo se quel nostro tener duro fosse virtù o fosse idiozia congenita.

Virtù, parola scomparsa dal nostro vocabolario.

Quella virtù era stata creata dalla Monarchia, la quale nel corso di lunghi secoli aveva educato le gene­razioni al sentimento dell'onore, alla disciplina civile, all'equilibrio fra diritti e doveri. Con la sua sola presenza il Re attestava l'esistenza di una gerarchia funzionale e di un ordine etico. La Monarchia era una sorgente assi­dua di energia spirituale, una sorta di disinfettante atto a neutralizzare la corruttibilità della natura umana.

Quel tanto di intrinsecamente civile che sussiste nel tempo nostro (all'infuori della tecnica, la quale da sola non è creatrice di civiltà) è costituito dalle ultime ren­dite di un patrimonio che la più recente cultura e il conseguente costume hanno dilapidato. Giornali lette­ratura cinema teatro arte, tutte le suggestioni a cui siamo quotidianamente sottoposti cospirano alla dilapidazione, e, scomparse le rendite, sarà palese l'impotenza della
Repubblica, a meno che questa voglia rinnegare le pro­prie origini e giustificazioni, a creare vita morale, a costruire qualcosa in
interiore homine, come diceva S. Agostino.

Tutto ciò era nei voti di chi reclamò il referendum, intendendone in anticipo per scontato l'esito, poiché un'Italia disossata e disintegrata sarebbe stata più facil­mente fagocitabile, sul terreno ideologico e su quello pratico, dagli stranieri portatori di verbi vecchi o nuovi.

Per liquidare l'Italia creata e tenuta unita dalla Monarchia, bisognava per prima cosa liquidare la Monarchia.

Circa il modo della liquidazione rimandiamo il lettore che volesse ragguagliarsi al Libro Azzurro sul refe­rendum del 2 giugno 1946 di Niccolò Rodolico e di Vit­torio Prunas Tola, pubblicato dalle Edizioni Superga nel 1953; all'articolo del nostro Viana sullo stesso tema, uscito in Candido, ultimo numero del 1959: e alla serie di interviste concesse a Cascais dal Re a Luigi Cavicchioli e da questi pubblicate sotto il titolo «Il mio esilio» nel settimanale Oggi a cominciare dal primo numero del 1960.

Nelle votazioni del 2 giugno chi scrive era presidente di un seggio a Torino, e inoltrò ricorso per le irregolarità riscontrate dopo che ebbe espletato il proprio lavoro, ma il suo come migliaia d'altri ricorsi rimase lettera morta (unica conseguenza, del tutto personale e irrile­vante, fu la sua cancellazione dalla lista dei designabili a presiedere un seggio elettorale).

Ogni possibilità di controllo venne eliminata dalla distruzione delle schede in loco e tamburo battente.

Nell'imminenza del referendum i capi degli eserciti inglesi e americani che occupavano il nostro territorio furono prevenuti che la Repubblica non avrebbe oppo­sto resistenze al trattato di pace, qualunque esso fosse, cosa non altrettanto sicura se avesse vinto la Monar­chia; ma coloro non avevano bisogno di venire illumi­nati su quello che era il loro vantaggio e il danno del­l'Italia.

E il 2 giugno nacque la Repubblica.


martedì 5 maggio 2026

Il Re Costava meno di Mario Viana - prefazione I

 


PREFAZIONE

Una delle futilità che in attesa del referendum istituzionale venivano divulgate dalla propaganda repubblicana, mentre a quella monarchica si tappava la bocca, era il minor costo della Repubblica rispetto alla Monarchia: questa, si diceva, è inseparabile da una magnificenza, un fasto, un cerimoniale costituenti una grossa spesa, che si sarebbe eliminata con vantaggio della pubblica finanza.

Si fingeva di ignorare che la magnificenza è un aspetto marginale del servizio reso dal Capo dello Stato e che viene adottata, per rendere sensibile il prestigio del supremo potere, anche dalle Repubbliche di qualunque tipo, non esclusa quella comunista.

Solo un astioso giocobinismo vecchio d'un secolo e mezzo poteva oscurare l'idea che la sovranità è non un privilegio ma un servizio, e che quando un Re dice di essere il primo servitore dello Stato enuncia una verità sacrosanta.

Servizio, lavoro, prestazione: la più amara ed estenuante, la più paziente ardua pericolosa delle prestazioni che possano incombere a un mortale.

 

Un popolo nel quale esiste una famiglia ove da gene­razioni innumerevoli il primogenito accetta questa fun­zione di cireneo, non da altro sorretto se non da una suprema dignità imposta dalla potenza dei secoli e dal­l'imperativo d'una scelta provvidenziale e irrecusabile, dovrebbe tenersela stretta, nella certezza che, all'infuori di quella famiglia, esso non potrà venir amato d'un più tenace, disinteressato e chiaroveggente amore.

È bensì vero che «l'amore non è amato» e che le anime sorde alla vita morale sono impenetrabili alla grandezza.

Per chi vuol fare i conti di cassa al Re dà i più ampi ragguagli Mario Viana, scrittore noto per i suoi accu­rati, documentatissimi saggi di storiografia e di socio­logia. Egli mostra chiaramente quali fossero gli assegni corrisposti al Sovrano, quali i Beni della Corona e la Dotazione di questa, quale il patrimonio privato della Famiglia Reale sottoposto al medesimo regime giuridico di ogni altro patrimonio privato, quale l'origine e il graduale accrescimento di tale patrimonio e come ne venissero impiegate le rendite.

Per comporre questo piccolo libro il Viana ha compiuto un meticoloso lavoro di consultazione di testi e compulsazione di codici, esame e coordinamento di leggi, ricerche d'archivio, trascrizione di atti, raccolta di elementi di difficile accesso sparsi da un capo all'altro dell'Italia, approfondendo la propria indagine sino alla età feudale onde rintracciare genesi ed evoluzione d'uno stato giuridico estremamente complesso. Un lavoro che probabilmente nessun altro avrebbe saputo compiere con uguale diligenza e del quale dobbiamo essergli grati.

Apprendiamo qui che i Beni della Corona della Case regnanti in Italia fino al 1859-60, palazzi castelli ville ecc., passati per effetto della Unificazione alla Corona Sabauda (mentre i beni privati dei Principi spodestati restavano alle rispettive famiglie), furono successiva­mente ceduti per la maggior parte al Demanio dello Stato, come anche molti Beni situati nell'antico Regno Sardo, e nondimeno le spese della loro conservazione, d'altronde indispensabile trattandosi di edifici di grande valore storico e artistico, e del relativo personale rima­sero a carico del Sovrano, passività che assorbiva quasi l'intero ammontare della Lista civile.

Apprendiamo che a Torino l'Accademia di Belle Arti e il Museo di Antichità, comprendente le preziose raccolte egiziane, vennero costituiti, mantenuti e accre­sciuti dai Reali di Savoia coi loro mezzi privati e furono proprietà private, donate poi allo Stato ; e così la Pina­coteca di Torino, costituita da Carlo Alberto e compren­dente capolavori dei più grandi pittori italiani e stra­nieri ; e così l'Armeria, dotata di 3000 cimeli tra i quali le spade cesellate da Donatello e da Cellini ; e così la Biblioteca Reale, ricca di 60 mila volumi e 3000 mano­scritti e autografi ; e così la raccolta numismatica, unica al mondo, di Vittorio Emanuele III, con 120 mila monete ch'Egli schedò di sua mano.

Apprendiamo che il patrimonio fondiario dell'Opera Nazionale Combattenti fu istituito nel 1917 con la dona­zione di 8347 ettari di terreno fruttifero facenti parte del «fondo di rendita» del Sovrano. E presentiamo questi esempi per dimostrare come la conclusione a cui necessariamente si giunge scorrendo le pagine del Viana, illuminanti anche per il lettore non nuovo a questioni storiche e legislative, è che, restando sul terreno econo­mico, col passaggio dalla Monarchia alla Repubblica gli Italiani hanno fatto un pessimo affare, perché la spesa necessaria a conservare e a mantenere in vita numerosi monumenti e istituzioni di beneficenza e di cultura, alla quale i Reali provvedevano con le loro rendite private, ha dovuto trasferirsi sul bilancio dello Stato. In altri termini il Paese riceveva dal Re molto più di quanto gli erogasse, cosa impossibile a verificarsi con un Presi­dente il quale prima dell'elezione era povero in canna, e improbabile se era ricco.

Proclamata la Repubblica, il Governo, dopo aver incorporato nel Demanio quanto dei Beni della Corona non ne faceva ancora parte, volle allungare le mani sui beni privati dei Savoia, i quali giustamente e doverosamente li difesero in giudizio. Otto cause, otto vittorie, perché, per fortuna, la Magistratura è un Potere indipendente. E il Governo fu condannato alle spese.