NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 5 maggio 2026

Il Re Costava meno di Mario Viana - prefazione I

 


PREFAZIONE

Una delle futilità che in attesa del referendum istituzionale venivano divulgate dalla propaganda repubblicana, mentre a quella monarchica si tappava la bocca, era il minor costo della Repubblica rispetto alla Monarchia: questa, si diceva, è inseparabile da una magnificenza, un fasto, un cerimoniale costituenti una grossa spesa, che si sarebbe eliminata con vantaggio della pubblica finanza.

Si fingeva di ignorare che la magnificenza è un aspetto marginale del servizio reso dal Capo dello Stato e che viene adottata, per rendere sensibile il prestigio del supremo potere, anche dalle Repubbliche di qualunque tipo, non esclusa quella comunista.

Solo un astioso giocobinismo vecchio d'un secolo e mezzo poteva oscurare l'idea che la sovranità è non un privilegio ma un servizio, e che quando un Re dice di essere il primo servitore dello Stato enuncia una verità sacrosanta.

Servizio, lavoro, prestazione: la più amara ed estenuante, la più paziente ardua pericolosa delle prestazioni che possano incombere a un mortale.

 

Un popolo nel quale esiste una famiglia ove da gene­razioni innumerevoli il primogenito accetta questa fun­zione di cireneo, non da altro sorretto se non da una suprema dignità imposta dalla potenza dei secoli e dal­l'imperativo d'una scelta provvidenziale e irrecusabile, dovrebbe tenersela stretta, nella certezza che, all'infuori di quella famiglia, esso non potrà venir amato d'un più tenace, disinteressato e chiaroveggente amore.

È bensì vero che «l'amore non è amato» e che le anime sorde alla vita morale sono impenetrabili alla grandezza.

Per chi vuol fare i conti di cassa al Re dà i più ampi ragguagli Mario Viana, scrittore noto per i suoi accu­rati, documentatissimi saggi di storiografia e di socio­logia. Egli mostra chiaramente quali fossero gli assegni corrisposti al Sovrano, quali i Beni della Corona e la Dotazione di questa, quale il patrimonio privato della Famiglia Reale sottoposto al medesimo regime giuridico di ogni altro patrimonio privato, quale l'origine e il graduale accrescimento di tale patrimonio e come ne venissero impiegate le rendite.

Per comporre questo piccolo libro il Viana ha compiuto un meticoloso lavoro di consultazione di testi e compulsazione di codici, esame e coordinamento di leggi, ricerche d'archivio, trascrizione di atti, raccolta di elementi di difficile accesso sparsi da un capo all'altro dell'Italia, approfondendo la propria indagine sino alla età feudale onde rintracciare genesi ed evoluzione d'uno stato giuridico estremamente complesso. Un lavoro che probabilmente nessun altro avrebbe saputo compiere con uguale diligenza e del quale dobbiamo essergli grati.

Apprendiamo qui che i Beni della Corona della Case regnanti in Italia fino al 1859-60, palazzi castelli ville ecc., passati per effetto della Unificazione alla Corona Sabauda (mentre i beni privati dei Principi spodestati restavano alle rispettive famiglie), furono successiva­mente ceduti per la maggior parte al Demanio dello Stato, come anche molti Beni situati nell'antico Regno Sardo, e nondimeno le spese della loro conservazione, d'altronde indispensabile trattandosi di edifici di grande valore storico e artistico, e del relativo personale rima­sero a carico del Sovrano, passività che assorbiva quasi l'intero ammontare della Lista civile.

Apprendiamo che a Torino l'Accademia di Belle Arti e il Museo di Antichità, comprendente le preziose raccolte egiziane, vennero costituiti, mantenuti e accre­sciuti dai Reali di Savoia coi loro mezzi privati e furono proprietà private, donate poi allo Stato ; e così la Pina­coteca di Torino, costituita da Carlo Alberto e compren­dente capolavori dei più grandi pittori italiani e stra­nieri ; e così l'Armeria, dotata di 3000 cimeli tra i quali le spade cesellate da Donatello e da Cellini ; e così la Biblioteca Reale, ricca di 60 mila volumi e 3000 mano­scritti e autografi ; e così la raccolta numismatica, unica al mondo, di Vittorio Emanuele III, con 120 mila monete ch'Egli schedò di sua mano.

Apprendiamo che il patrimonio fondiario dell'Opera Nazionale Combattenti fu istituito nel 1917 con la dona­zione di 8347 ettari di terreno fruttifero facenti parte del «fondo di rendita» del Sovrano. E presentiamo questi esempi per dimostrare come la conclusione a cui necessariamente si giunge scorrendo le pagine del Viana, illuminanti anche per il lettore non nuovo a questioni storiche e legislative, è che, restando sul terreno econo­mico, col passaggio dalla Monarchia alla Repubblica gli Italiani hanno fatto un pessimo affare, perché la spesa necessaria a conservare e a mantenere in vita numerosi monumenti e istituzioni di beneficenza e di cultura, alla quale i Reali provvedevano con le loro rendite private, ha dovuto trasferirsi sul bilancio dello Stato. In altri termini il Paese riceveva dal Re molto più di quanto gli erogasse, cosa impossibile a verificarsi con un Presi­dente il quale prima dell'elezione era povero in canna, e improbabile se era ricco.

Proclamata la Repubblica, il Governo, dopo aver incorporato nel Demanio quanto dei Beni della Corona non ne faceva ancora parte, volle allungare le mani sui beni privati dei Savoia, i quali giustamente e doverosamente li difesero in giudizio. Otto cause, otto vittorie, perché, per fortuna, la Magistratura è un Potere indipendente. E il Governo fu condannato alle spese.

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