PREFAZIONE
Una
delle futilità che in attesa del referendum istituzionale venivano divulgate
dalla propaganda repubblicana, mentre a quella monarchica si tappava la bocca,
era il minor costo della Repubblica rispetto alla Monarchia: questa, si diceva,
è inseparabile da una magnificenza, un fasto, un cerimoniale costituenti una
grossa spesa, che si sarebbe eliminata con vantaggio della pubblica finanza.
Si
fingeva di ignorare che la magnificenza è un aspetto marginale del servizio
reso dal Capo dello Stato e che viene adottata, per rendere sensibile il
prestigio del supremo potere, anche dalle Repubbliche di qualunque tipo, non
esclusa quella comunista.
Solo
un astioso giocobinismo vecchio d'un secolo e mezzo poteva oscurare l'idea che
la sovranità è non un privilegio ma un servizio, e che quando un Re dice di
essere il primo servitore dello Stato enuncia una verità sacrosanta.
Servizio,
lavoro, prestazione: la più amara ed estenuante, la più paziente ardua
pericolosa delle prestazioni che possano incombere a un mortale.
Un
popolo nel quale esiste una famiglia ove da generazioni innumerevoli il
primogenito accetta questa funzione di cireneo, non da altro sorretto se non
da una suprema dignità imposta dalla potenza dei secoli e dall'imperativo
d'una scelta provvidenziale e irrecusabile, dovrebbe tenersela stretta, nella
certezza che, all'infuori di quella famiglia, esso non potrà venir amato d'un
più tenace, disinteressato e chiaroveggente amore.
È
bensì vero che «l'amore non è amato» e che le anime sorde alla vita morale sono
impenetrabili alla grandezza.
Per
chi vuol fare i conti di cassa al Re dà i più ampi ragguagli Mario Viana,
scrittore noto per i suoi accurati, documentatissimi saggi di storiografia e
di sociologia. Egli mostra chiaramente quali fossero gli assegni corrisposti
al Sovrano, quali i Beni della Corona e la Dotazione di questa, quale il
patrimonio privato della Famiglia Reale sottoposto al medesimo regime giuridico
di ogni altro patrimonio privato, quale l'origine e il graduale accrescimento
di tale patrimonio e come ne venissero impiegate le rendite.
Per
comporre questo piccolo libro il Viana ha compiuto un meticoloso lavoro di
consultazione di testi e compulsazione di codici, esame e coordinamento di
leggi, ricerche d'archivio, trascrizione di atti, raccolta di elementi di
difficile accesso sparsi da un capo all'altro dell'Italia, approfondendo la
propria indagine sino alla età feudale onde rintracciare genesi ed evoluzione
d'uno stato giuridico estremamente complesso. Un lavoro che probabilmente
nessun altro avrebbe saputo compiere con uguale diligenza e del quale dobbiamo
essergli grati.
Apprendiamo
qui che i Beni della Corona della Case regnanti in Italia fino al 1859-60,
palazzi castelli ville ecc., passati per effetto della Unificazione alla Corona
Sabauda (mentre i beni privati dei Principi spodestati restavano alle
rispettive famiglie), furono successivamente ceduti per la maggior parte al
Demanio dello Stato, come anche molti Beni situati nell'antico Regno Sardo, e
nondimeno le spese della loro conservazione, d'altronde indispensabile
trattandosi di edifici di grande valore storico e artistico, e del relativo
personale rimasero a carico del Sovrano, passività che assorbiva quasi
l'intero ammontare della Lista civile.
Apprendiamo
che a Torino l'Accademia di Belle Arti e il Museo di Antichità, comprendente le
preziose raccolte egiziane, vennero costituiti, mantenuti e accresciuti dai
Reali di Savoia coi loro mezzi privati e furono proprietà private, donate poi
allo Stato ; e così la Pinacoteca di Torino, costituita da Carlo Alberto e
comprendente capolavori dei più grandi pittori italiani e stranieri ; e così
l'Armeria, dotata di 3000 cimeli tra i quali le spade cesellate da Donatello e
da Cellini ; e così la Biblioteca Reale, ricca di 60 mila volumi e 3000 manoscritti
e autografi ; e così la raccolta numismatica, unica al mondo, di Vittorio
Emanuele III, con 120 mila monete ch'Egli schedò di sua mano.
Apprendiamo
che il patrimonio fondiario dell'Opera Nazionale Combattenti fu istituito nel
1917 con la donazione di 8347 ettari di terreno fruttifero facenti parte del «fondo
di rendita» del Sovrano. E presentiamo questi esempi per dimostrare come la
conclusione a cui necessariamente si giunge scorrendo le pagine del Viana,
illuminanti anche per il lettore non nuovo a questioni storiche e legislative,
è che, restando sul terreno economico, col passaggio dalla Monarchia alla
Repubblica gli Italiani hanno fatto un pessimo affare, perché la spesa necessaria
a conservare e a mantenere in vita numerosi monumenti e istituzioni di beneficenza
e di cultura, alla quale i Reali provvedevano con le loro rendite private, ha
dovuto trasferirsi sul bilancio dello Stato. In altri termini il Paese riceveva
dal Re molto più di quanto gli erogasse, cosa impossibile a verificarsi con un
Presidente il quale prima dell'elezione era povero in canna, e improbabile se
era ricco.
Proclamata
la Repubblica, il Governo, dopo aver incorporato nel Demanio quanto dei Beni
della Corona non ne faceva ancora parte, volle allungare le mani sui beni
privati dei Savoia, i quali giustamente e doverosamente li difesero in
giudizio. Otto cause, otto vittorie, perché, per fortuna, la Magistratura è un
Potere indipendente. E il Governo fu condannato alle spese.
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