NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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mercoledì 10 giugno 2026

Vita segreta al Quirinale VI parte

 



* ULTIMA PUNTATA *

In quei giorni il consiglio dei ministri sedeva in permanenza; e anche molte notti vennero trascorse intorno al lungo tavolo di noce nella gran sala del Viminale. Qualcuno domandava: «Che cosa faranno al Quirinale?» E al Quirinale taluno si domandava: «Cosa macchineranno al Viminale?». Pareva una farsa, ed era invece l'inizio di un dramma.

In effetti, gli avvenimenti precipitavano. Il re era tacciato d'illegalità, mentre a sua volta sosteneva di essere ancora il capo dello Stato. Si temeva un suo atto di forza. mentre Umberto rifiutava, in effetti, ogni proposta di intervento armato in difesa della monarchia.

Evidentemente il segreto del suo atteggiamento era legato In gran parte all'ultimo colloquio con l'ammiraglio Stone. Tre mesi fa a Cascais Umberto stesso ebbe a dire:

«Nell'istante in cui lottavo maggiormente con me stesso, fra la scelta di subire quello che consideravo un sopruso, od usare a mia volta e con maggiore tempestività un atto di forza per difendere non tanto una situazione personale quanto la giusta richiesta che mi veniva negata (cioè non anteporre la decisione del governo alla decisione finale della Corte Suprema), mi pervenne da fonte ineccepibile la notizia che nel caso di un urto fra la monarchia ed il governo, le divisioni di Tito avrebbero marciato su Trieste, proseguendo anche oltre. Di fronte alla prospettiva di nuovo sangue, versato nella nostra città più martoriata, decisi di sacrificare me stesso, pur che Trieste fosse salva».

La "fonte ineccepibile" era quasi sicuramente Stone. Chi lo aveva informato? Temeva Tito? Sono tutti interrogativi ai quali forse non sarà mai data risposta.

OPINIONI ANGLOAMERICANE

L'8 giugno alle ore 17 uscirono dal Quirinale tre grosse automobili scure. Il Re, seguito da parte della Casa civile e della Casa militare si recava in visita di congedo dal Pontefice. A stento le vetture poterono aprirsi un varco tra la folla compatta che gremiva il grande cortile e la piazza antistante.

Per quanto tale visita fosse stata tenuta completamente nascosta, anche in piazza San Pietro molta folla s'era adunata. L'automobile del Re venne circondata, quasi non poteva proseguire.

L'udienza presso Sua Santità durò mezz'ora. Che cosa si siano detti Pio XII e Umberto, non si sa, ma recentemente l'ex primo aiutante di campo di Umberto II affermò d'aver appreso da fonte attendibile che dopo la visita del sovrano il Pontefice esclamasse: «Era un re molto comprensivo e molto umano...».

Da quel giorno, cioè dal 9 giugno 1946, il dramma si fece acuto, avviandosi alla soluzione. Si serrarono i cordoni della polizia per arginare le manifestazioni dei monarchici, che aumentavano e s'infittivano, come rivoli umani, lungo il vicolo Scanderbeg, via XXIV Maggio, via XX Settembre e ai piedi della Datarla. È forse interessante riportare il dialogo svoltosi allora fra il maggiore inglese R., dell'intelligence Service, sincero amico dell'Italia, ed un alto dignitario del Quirinale, cosi come questo lo ebbe successivamente a riferire.

«Non è possibile fare nulla », disse l'inglese Il referendum è stato male organizzato, per colpa anzitutto dei liberali che hanno accettato di far convogliare due elezioni nello stesso giorno. Quanto ai monarchici, non hanno saputo prendere le loro misure a tempo; e poi, come lei sa meglio di me, non tutti dell'entourage del Re...». S'arrestò un istante, quasi intendesse significare: "non tutti sono persone fidate".

Il dignitario in questione osservò: «Ma se il re parte, l'Italia sarà divisa... ».

«È già divisa, non potrà non essere divisa anche in seguito ».

« Ma se il re parte », insistette l'italiano, «non tornerà più: nessun sovrano è mai tornato ».

«Uno di noi due, evidentemente, non conosce bene la storia!», rispose l'arguto britannico. Ed aggiunse: «La storia è il banco di prova delle forze effettive. Dipenderà molto dal confronto tra la democrazia cristiana e il comunismo...».

S'affrettò a spiegare: «Una eredità vale, non tanto per il modo con il quale la si riceve, quanto per il modo con il quale la si sa tenere!».

«Ma questa è mia politica di attesa, che stanca, adatta soltanto peri popoli nordici, freddi e compassati; mentre l'italiano è mediterraneo, uso alle rapide realizzazioni...».

«Nulla da fare per il momento. Dovevate organizzarvi meglio prima. Ma... remember it went be so bad! ». (Ricordate, non sarà poi tanto male in definitiva!).

Diversi erano invece i commenti dei diplomatici americani allora accreditati a Roma.

«La colpa è anzitutto degli alleati, lo ammetto, disse allora uno di essi: «appena sbarcati appoggiarono quel Partito d'Azione che si presumeva contasse molto mentre contava poco ed oggi non conta quasi più nulla; e non s'allarmarono del Partito Comunista che era il vero pericolo».

Alla domanda del dignitario. dl Corte, su che cosa si potesse ancora fare per tentare di salvare, sia pure in extremis, la situazione, rispose: «Petizioni a Stone, regolarmente redatte su carta da bollo e presentate da tutti i partiti conservatori».

Ma numerosissime petizioni, regolarmente firmate, vennero presentate recentemente e non ottennero alcun effetto!».

«Non erano redatte su carta da bollo!». E poiché l'altro lo fissava incredulo, chiari:  Stone è un burocratico, non un uomo politico...».

Quanti furono i votanti al referendum?, ci si domandò allora e poi. Secondo le cifre fornite dal ministro Nenni, furono 24.900.000. Ma se il numero degli elettori, tenuto conto dei morti in guerra e per cause di guerra, dei detenuti e degli epurati, dei prigionieri, eccetera, non poteva superare i 20 milioni e 900.000, i 4 milioni: in più da quale prolifica e progressista matrice erano stati generati? Questi interrogativi tenevano in agitazione tutti gli ambienti, soprattutto, è ovvio, quelli monarchici.

La mattina del 9 giugno il generale Anders, comandante le truppe polacche in Italia, andò al Quirinale accompagnato dal conte Tieskiewich, presidente della Croce Rossa polacca; e pare abbia detto ad alcuni dignitari di Corte: «Le dernier mot n'est pas encore dít!». Ma l'ultima parola a chi sarebbe toccata? Al re, a De Gasperi, agli alleati, od al binomio allora operante: Togliatti-Tito?

LA CASSAZIONE NON DECIDE

Sparsasi la voce dell'imminente partenza del sovrano, varie personalità monarchiche del Nora vennero a Roma; molti erano pronti alla lotta, anche estrema; e, fu poi risaputo, nella notte fra il 9 e il 10 giugno un forte gruppo ventilò l'idea di un colpo al ministero degli interni, con l'arresto di tutti i ministri. Ma il Re, impassibile, non defletteva dalla sua decisione di partire. E non certo per paura, poiché il coraggio del giovane sovrano era a tutti noto.

Il 10 giugno l'atmosfera era realmente elettrica; si sentiva nell'aria una irrequietezza che pareva precorrere il temporale: Roma pareva più una città in istato d'emergenza che una capitale soddisfatta di un così radicale mutamento politico.

Intanto giungevano da Napoli notizie di nuovi moti, in un ritmo crescente, e soffocati con crescente durezza dalla polizia. Si pensava che il Re non partisse prima del 18, cioè soltanto dopo l'annunciato verdetto finale della Cassazione: e si diceva che, In rapporto al preannuncio dato dal sovrano nel suo proclama, in caso di non forte maggioranza monarchica si sarebbe avuto un nuovo referendum, e parimenti sarebbe accaduta la stessa cosa nella eventualità d'una forte maggioranza repubblicana.

Nella mattinata del 10 giugno, per quanto si avesse la certezza che il re sarebbe rimasto fino al 18, le edizioni straordinarie dei giornali annunciarono all'improvviso che la Cassazione si sarebbe riunita quello stesso pomeriggio per decidere in merito al referendum. Evidentemente erano stati accorciati i tempi. Da chi? Perché?

Sia il presidente della Corte, S. E. Pagano, sia S. E. Pilota, erano d'avviso che quel pomeriggio non vi sarebbe stata alcuna proclamazione e che la Corte si sarebbe limitata a comunicare il risultato del referendum, pur riconoscendo che per rivedere i verbali delle varie sezioni sarebbero occorsi dei mesi.

Ed ecco la Corte a Montecitorio, nella sala della Lupa, locale angusto, gremito in quell'afoso pomeriggio. Alle 18 precise S. E. Pagano lesse il verbale, la Corte fece le sue riserve sulla mancanza di tempo per l'esame dei documenti, dei voti nulli, delle schede mancanti, eccetera; poi, di scatto si alzò ed usci. Era nata la repubblica? Viveva ancora la monarchia? Forse nessuno Io sapeva.

De Gasperi comunicò al Quirinale il verbale, e prospettò che, di diritto, il presidente provvisorio dello Stato era ormai lui stesso. Il Re, sempre più chiuso a sua volta, e non tanto esausto quanto stanco, informando unicamente il fidatissimo capitano Avalle, quella notte dormi fuori Palazzo Reale, in casa di persone sicure.

I signori Lignana, che quella sera ospitarono il sovrano, riferirono poi che Umberto, affacciandosi al balcone verso la villa Massimo (la casa era in via Verona 3), amareggiato per quanto era accaduto ed accadeva, indicando gli alberi ondeggianti al forte vento
mormorò: «Anche il mio animo è incerto e senza pace».

Quella notte stessa fu redatto il proclama che il 13 sera venne let­to alla radio dal ministro Lucife­ro. Invitava alla pacificazione ed alla concordia.

Intanto al Quirinale, a tarda ora, il maresciallo Berté, che aveva in custodia il sovrano, non sapeva se far chiudere il portone del palazzo o lasciarlo aperto, poiché igno­rava dove fosse il Re e temeva per la sua vita. Il capitano Avalle, no­tato il suo orgasmo, gli diede l'or­dine di chiudere: ne avrebbe as­sunta lui la responsabilità. Il pri­mo aiutante di campo, che veglia­va nel suo studio, chiamò il capi­tano, ingiungendogli di dire dove fosse il Re. Ma Avalle, nonostante ogni pressione, tacque, e per tut­ta la notte Infante ignorò dove si trovasse Umberto.

I giornali estremisti del mattino annunciarono con sollievo che il Re si era già allontanato da Roma.

Alle ore 730, però, Umberto II si ripresentava al Quirinale... Le misure di pubblica sicurezza intor­no al palazzo in quella notte erano state raddoppiate; nonostante ciò, la folla continuava ad assieparsi dietro i cordoni della polizia.

LA PARTENZA

L'11 giugno, mentre il governo sedeva in permanenza al Viminale, la giornata trascorse in un'atmo­sfera resa febbrile dalle notizie più contraddittorie o più nere. Altri moti a Napoli, con morti e feriti... Roma taceva. Ma la calma era più apparente che reale. Nel pomerig­gio del 12 ebbe luogo una manife­stazione monarchica a piazza del Popolo: venne sciolta con decisio­ne dalla Celere. Molti feriti e nu­merosi contusi: la piazza del Quirinale non fu potuta raggiungere. Il re sembrava ormai un prigio­niero.

Il 13 giugno nell'interno del Qui­rinale, fin dalle prime ore, l'ani­mazione apparve insolita, specie se paragonata alla calma del giorno precedente. I portoni esterni erano, chiusi, sorvegliati dalla polizia e dai corazzieri affiancati. Affiancati, ma coi mitra. D'un tratto corse voce che Infante stava cercando di convincere il Re a partire in gior­nata: vera o non vera la notizia, poco dopo si seppe che effettiva­mente Umberto aveva deciso di la­sciare Roma quel giorno stesso. Qualcuno aggiunse che il sovrano sarebbe rimasto però in Italia fino al 18: e non andando in Sicilia, come taluno ventilava, ma in Sar­degna. Ci furono dei piloti che si offrirono per accompagnarlo, ma il primo aiutante di campo aveva già disposto altrimenti prendendo ac­cordi con Cevolotto. Nelle prime ore del pomeriggio Umberto salu­tò tutti 1 dipendenti della Real Casa.

Gli onori vennero resi al sovra­no per l'ultima volta dai corazzie­ri; poi, tre vetture uscirono dal portone principale. La bandiera stemmata sventolava ancora sulla torretta.

A Ciampino vi fu una sosta im­provvisa: per quanto il marchese Graziani avesse preventivamente preso accordi con il generale Low del R.A.C., chiedendo il permesso che alcune vetture di Casa reale potessero accedere all'aeroporto, furono chiesti ed esaminati tutti i documenti. Il re venne riconosciu­to: bastò questo perché una picco­la folla si adunasse e seguisse l'automobile.

Fiori vennero raccolti e gettati verso il sovrano, che, pur conser­vando come d'abitudine il perfetto dominio di sé, appariva visibilmen­te commosso. La risposta di Umberto II, a chi gli diceva di non partire, era solo un triste sorriso. «Non voglio un trono macchiato di sangue! La mia partenza deve segnare un periodo di, pace e di concordia fra tutti gli italiani...».

Mentre l'aereo si levava alto sul cielo di Roma, sulla torretta del Quirinale la bandiera con lo scudo sabaudo veniva ammainata,

5 - (Fine)  Nino Bolla

venerdì 29 maggio 2026

Vita segreta al Quirinale VI parte

 


IL 2 GIUGNO

La mattina del 2 giugno la vita al Quirinale si svolse come di con­sueto, contrassegnata da un unico avvenimento: l'udienza solenne con la quale il re ricevette il nuo­vo ministro del Portogallo che gli presentò le credenziali. Era la pri­ma udienza solenne che Umberto dava come sovrano: e il caso volle che essa fosse riservata al rappresentante del Paese che Umberto II, undici giorni dopo, avrebbe all'im­provviso raggiunto.

Sin dalle prime ore, quel giorno Roma era animatissima: file inter­minabili dinanzi ai seggi elettorali, volti seri, eccezionale disciplina.

Per la prima volta anche le don­ne votavano. A molte, soltanto all'ultimo momento venne spiegato come doveva svolgersi tale proce­dura. Altra complicazione per la gente semplice: dover usare due schede.

La regina si recò a votare nel tardo pomeriggio, al seggio di via dell'Umiltà, e venne salutata da ovazioni calorose. Il re votò il 3 mattina, a via Lovanio, accompa­gnato dal ministro della Real Casa.

Fu tentato qualche applauso, ma il presidente del seggio protestò: il che era nel suo pieno diritto. Tut­tavia ebbe il cattivo gusto di insi­stere nelle proteste anche col so­vrano. Umberto, come sempre, non perse né la calma né la serenità.

Nel pomeriggio del 3 giugno, chiusi i seggi, cominciò lo spoglio delle schede. Fu allora che si con­statò un primo grave errore delle destre: ben trecento seggi a Roma erano privi di scrutatori monar­chici! Si corse ai ripari, si cerca­rono persone di buona volontà: ma ormai era tardi.

Comunque le prime notizie che giunsero erano consolanti: Torino, contro ogni aspettativa, aveva dato iI 40% dei voti alla monarchia, Mi­lano il 39%, mentre si temeva sol­tanto il 20%. Alle 17 del 4 giugno, da fonte degna di fede, si seppe che v'erano due milioni di maggio­ranza monarchica. La regina rice­vette nel pomeriggio un gruppo di signore che maggiormente s'erano prodigate in quel giorni e fissò per l'indomani altre udienze. All'una di notte si apprese che la monarchia aveva raggiunto il 59% dei voti... Fu a questo punto che negli am­bienti di sinistra che dirigevano le elezioni cominciarono misteriose telefonate tra Roma e Milano.

Si giunse all'alba del 5: fra le due e le quattro del mattino la Repub­blica era nata.

La notizia raggiunse i direttori dei giornali nelle rispettive tipografie; quelli di destra cercarono vanamente una smentita («Romita era andato a dormire»), e quelli di sinistra sbandierarono i titoli della vittoria, già composti.

Quella mattina al Quirinale l'uf­ficio dei Mastri apparve gremito: persone che da tempo non s'erano più viste, si presentavano, quasi in visita di condoglianze.

Alle 10,30 giunse De Gasperi. La grossa automobile nera apparve come un lugubre presagio. Il presi­dente sali dal Re, Il colloquio fu lungo e difficile. Umberto II si di­mostrò molto dignitoso nel rice­vere, calmissimo, la notizia che De Gasperi gli recava: nessuna parola di risentimento o di critica usci dal suo labbro.

Quando il presidente usci, pare abbia detto agli ufficiali d'ordinan­za del re: «Peccato, è un uomo politico d'eccezione».

Il centralino del Quirinale quel pomeriggio non rispose più: la sor­veglianza divenne ferrea. Si poteva comunicare col palazzo soltanto a mezzo del centralino militare. Su Roma pareva fosse sceso un drappo funebre.

In quella drammatica atmosfera la persona più serena fu come sempre il re: prese ogni decisione con una calma superiore ad ogni commento od elogio.

Avvenimenti gravi si andavano preparando. Alle 14 la regina con i figli partì in aereo per Napoli ac­compagnata dalla dama contessa Guendalina Spalletti e dal generale Infante. La decisione fu -così af­frettata e inattesa, che solo poche persone riuscirono a salutare la so­vrana. A Napoli ella scese alla villa Rosebery ove nel- passato aveva trascorso tante ore felici.

Benché effettuatosi nel più stret­to incognito, l'arrivo venne tuttavia appreso dal popolo napoletano e la notizia si propalò immediatamente; furono organizzati cortei che la po­lizia alleata sciolse.

I napoletani non volevano che la regina partisse, non volevano che lasciasse il suolo della patria... l'a­vrebbero assistita, difesa! La so­vrana ne fu commossa, fece telefo­nare dal generale Infante al re per­ché le fosse concesso di rimanere alcuni giorni a Napoli. Ma alle pri­me luci del giorno, due automo­bili uscirono dalla villa Rosebery dirigendosi al porto: Maria José s'imbarcò con i figli sulla stessa nave da guerra che un mese prima aveva recato in esilio i vecchi sovrani. Insieme con la regina s'im­barcarono pure i duchi d'Ancona e di Genova, con i seguiti.

 

DRAMMATICA ATTESA

Rimasto solo nel grande palazzo del Quirinale, dopo aver ricevuto alcuni uomini politici, il re volle uscire e fece un rapido giro per la città, su una vettura 1500, seduto accanto all'autista. Pensieri di ma­linconia, di rimpianto, ricordi in tumulto... O forse nessun pensiero, ma soltanto un bisogno acuto di dimenticare, almeno per pochi mi­nuti, e respirare liberamente, così come liberamente respiravano quei passanti che si erano battuti con lui contro di lui.

Umberto tornò tardi al Quirinale ed espresse il desiderio di pranzare alla Corte Nobile (ciò che non era mai avvenuto), per salutare i di­gnitari di palazzo. Quando apparve., i sedici convitati scattavano sul­l'attenti. Erano presenti, oltre il vecchio conte di Torino e il duca d'Aosta, che sedettero il primo alla destra e il secondo alla sinistra del re, anche il generale Cassiani, il marchese Spinola, i mastri Graziani, Marini Clarelli e Pallavicino.

L'atmosfera era greve, piena di tristezza; e per quanto si cercasse da parte di tutti d'avviare la con­versazione su temi diversi e qual­siasi, il senso della tragedia incom­bente era in ciascuno. I due prin­cipi del sangue sapevano che il giorno dopo avrebbero dovuto par­tire essi pure per l'esilio; e pare che il conte di Torino abbia detto:

Sono vecchio, quasi cieco, se parto non rivedrò più l'Italia; quale fastidio potrei dare ormai alla re­pubblica?».

Umberto si trattenne a lungo con gli invitati, ricordando episodi della propria giovinezza, non facendo piani per il futuro. Avreb­be per ora atteso, da solo, il ver­detto della Cassazione, fissato al 18 giugno.

Si diceva nella capitale che nu­merosi gruppi di monarchici ar­mati fossero pronti per venire dal Sud onde impedire, anche con la forza, la partenza del re. Ma il so­vrano rifiutò sempre proposte o progetti del genere: «Non voglio che una sola goccia di sangue sia sparsa per la monarchia, l'Italia ha già troppo sofferto...».

Egli aveva piena fiducia nella magistratura, e si sapeva, nell'at­tesa del verdetto finale, che il pro­curatore generale dello Stato, Mas­simo Pilotti, era uomo integerrimo e italianissimo, deciso a impedire ogni genere di "brogli".

Fra i monarchici regnava la mag­giore incertezza: v'era persino chi sosteneva che occorresse far con­vocare il Senato In alta Corte per giudicare i ministri, i quali, avendo giurato nelle mani del re, lo ave­vano tradito. Sostenitore di questa idea era l'avvocato Bartolino. Con­trari a questa tesi (se non altro per l'evidente impossibilità di attuazio­ne) i senatori Della Torretta e Bergamini, ai quali il Bartolino ave­va esposto la propria idea.

Intanto a Napoli si moltiplica­vano i comizi di protesta, dura­mente impediti dalla polizia, spe­cie di un reparto Celere spedito dal Nord. Vi furono morti e feriti.

Al Quirinale, tutto continuava in apparenza come prima; quale fat­to eccezionale, si notava un grande afflusso di gente di tutti i ceti e di tutte le età: venivano a salutare il sovrano. La mattina del 7, più di trecento persone aspettavano nel­

l'anticamera delle udienze al primo piano. Vecchi generali a riposo, ammiragli, medaglie d'oro, diplo­matici, tutti sorpresi e commossi come fanciulli. Lo studio del re tenne costantemente la porta aper­ta: era un andirivieni confuso e senza sosta. Il comandante Balbo avrebbe voluto ordinare, con rigi­dità protocollare, quel caotico mo­vimento non pensando che la sto­ria una volta in cammino non si fa annunciare da nessuno.

In piedi, pallido, Umberto pa­reva l'ombra di sé stesso. Prese la mano della povera marchesa di M., il cui marito era stato fucilato dai tedeschi, e la strinse a lungo. «Non parta, Maestà! La monarchia è stata l'ideale per cui mio marito è morto...»

 disse la marchesa. La risposta del re vibrò nell'aria come un monito: In qualunque momen­to il popolo italiano avesse bisogno di me, e-se il bene del Paese lo esi­gesse, tornerei. Ora debbo partire: alle frontiere si spia un'occasione propizia per approfittare d'una nostra discordia interna

Dopo una pausa si lasciò sfuggire con viva amarezza «! «Per due anni mi hanno offeso in tutti i modi... mi hanno calunniato! Parto per la tranquillità del Paese che amo, e credo di averlo dimostrato in questi pochi giorni di regno...»

Non ebbe mai parole di risenti­mento per nessuno.

Quella stessa mattina l'ammira­glio Stone si recò al Quirinale in una lussuosa automobile nera. Nes­sun mastro delle cerimonie gli andò incontro: seguito dal suo uf­ficiale di bandiera, ostentando un passo sportivo, salì i pochi gradini della vetrata in fondo al cortile; poi usò l'ascensore per raggiungere il primo piano. Venne subito intro­dotto presso Umberto, e vi si trat­tenne pochi minuti.

sabato 16 maggio 2026

Vita segreta al Quirinale VII parte

 


BOTTONI STRAPPATI

Dovette subito riprendere la sua febbrile attività, giacché quella not­te stessa il ministro Falcone Lucifero comunicò al presidente De Gasperi che il re lo avrebbe ricevuto il mattino dopo alle 10,30 per dargli la bozza del messaggio che inten­deva rivolgere agli Italiani.

Il 10 maggio alle ore 7,30 nella cappellina dell'Annunziata, presen­ti pochi intimi, ebbe luogo una Mes­sa bassa. La preghiera, che sempre era letta alla fine della funzione, mutò quel giorno e per la prima volta fu detto: « Salvo fac Regi Nostro, Umberto, et ruxorl suae Mariae, et Principi hereditario Victorio...».

Il vecchio sovrano era ormai e definitivamente nella storia. Pare che la principessina Maria Pia, per­spicace e sensibilissima, dopo l'ab­braccio del padre e alla richiesta del perché fosse tanto triste, abbia risposto: •Soffro, pensando che si possa parlare della partenza del nonno come di una nuova fuga.

Più tardi, la piazza del Quirinale offrì uno spettacolo straordinario: marea di bandiere, di stendardi, sventolo di fazzoletti agitati da una grande folla. Quando i nuovi sovrani ed i principi apparvero al balcone, un grido immenso li ac­colse. La principessina Maria Bea­trice, ignara e felice, mandava baci con le manine. Si riaffacciarono più volte, e solo quando il tricolore stemmato venne tolto dal balcone, la folla lentamente si sciolse.

Come risposta alle prime tangi­bili manifestazioni popolari di fede monarchica, l'11 maggio la Camera del lavoro organizzò a sua volta una manifestazione spettacolare.

Che tale adunata imponente fos­se però soltanto l'emanazione di­retta di ordini superiori e non rispecchiasse il sentimento della maggior parte del popolo, venne dimostrato il giorno 12 quando vi fu un'altra riunione spontanea di donne del popolo nei giardini del Quirinale. Non più di mille per­sone si era detto di far entrare: furono invece tremila, e non soltanto donne ma anche uomini. L'ordine non fu potuto mantenere e i sovrani furono stretti dalla fol­la in un solo abbraccio.

Più tardi, però, fra le segrete pa­reti del Quirinale, specie alla Corte Nobile, le critiche non mancarono. Era cosa ammissibile vedere il re quasi soffocato da gente eccitata "che non si sapeva chi fosse", e vederlo tornare senza i bottoni del­la giubba e la regina con il vestito imbrattato di rossetto, e così pure le guance della piccola Maria Bea­trice per i baci ricevuti? Un vero scandalo sollevò soprattutto la que­stione dei bottoni strappati alla giubba di Umberto, nonostante l'interessato stesso si adoperasse ad affermare che la cosa non gli era dispiaciuta affatto.

Nel frattempo la campagna elet­torale dei partiti si intensificava.

Alla metà di maggio il re partì all'improvviso in aereo per la Sici­lia, accompagnato dagli ufficiali di ordinanza e dal ministro Falcone Lucifero. Accoglienze entusiastiche, al di là di ogni previsione. Umberto amava la Sicilia e ne era spontaneamente ricambiato: non il minimo incidente.

Intanto a Roma la regina molti­plicava la sua attività e si recava a visitare ospizi e centri di assisten­za, ovunque bene accolta. Il 19 mag­gio un'altra riunione di popolane ebbe luogo nel giardini reali: circa 8.000 persone, quella domenica, en­trarono dalla porta di via XX Set­tembre. Applausi alla regina a non finire. • È stata ferita! •, si sentì a un tratto gridare da parte di un maresciallo di servizio: aveva scor­to tracce rosse sulle mani della so­vrana. Ma, come otto giorni pri­ma, si trattava ancora di rossetto.

VISITE IN ALTA ITALIA

Umberto II tornò quella sera stessa ripartendo il lunedì per la Sardegna, l'isola fedelissima. I sar­di ricordavano come l'unica auto­rità mossasi da Roma dopo il pauroso bombardamento di Cagliari, era stato l'allora principe di Pie­monte; il quale ora tornava da re: il vecchio inno isolano lo salutò perciò auguralmente.

Rientrato a Roma il 23 maggio, il 24, anniversario dell'entrata in guerra, Umberto II dovette affac­ciarsi ancora al balcone del Quiri­nale per rispondere a una nuova manifestazione della folla.

Nei giorni seguenti il re effettuò un rapido giro nelle Venezie, bene accolto ovunque, benché al Nord la propaganda antimonarchica avesse lavorato nel profondo, incontrasta­ta, e tanto meno controbattuta.

Per il giovedì 30 maggio, giorno dell'Assunzione, era stato chiesto al re se avrebbe ricevuto nuovamen­te nei giardini un'altra folla di fe­deli; ed il ministro Lucifero, auto­rizzato, aveva dato ordini in pro­posito. Ma il primo aiutante di campo, tornato al suo ufficio dopo un mese di assenza, si oppose af­fermando che nessuna manifesta­ione poteva essere indetta senza il suo beneplacito.

La folla giunse, ma il portone principale rimase chiuso: gli ordi­ni del generale Infante erano stati categorici.

Sulla piazza, alle ore 17, era ri­masto ormai solo mi piccolo grup­po di persone, deluse come le altre che se ne erano già andate, ma che non si decidevano ancora a rincasare; la regina stessa, la quale con i figli aspettava al primo piano di essere chiamata per salutare il po­polo, non sapeva spiegarsi il per­ché del ritardo. Il giorno dopo il primo aiutante di campo si scusò dichiarando di essersi spaventato nel vedere tanta gente, e di non essersi sentito di assumere la responsabilità di farla ricevere dai sovrani.

Quella stessa mattina il re parti in aereo per Torino. Nessun inci­dente. Anzi, nei pressi della cancel­lata che è dinanzi all'ingresso, Um­berto venne sollevato dalla fol­la e portato a braccia sino al por­tone del Palazzo Reale. Il vigilante Falcone Lucifero da principio era rimasto piuttosto preoccupato; ma, rilevando tanto entusiasmo, pur se­guendo da vicino il re non ebbe più preoccupazioni di sorta.

Certo un cambiamento era avve­nuto nella vecchia città sabauda, visto che nonostante la scarsa propaganda, i monarchici locali pote­vano esprimere indisturbati i loro sentimenti di devozione, ciò che sei mesi prima non sarebbe stato pos­sibile.

Seguì la visita a Milano, ove la notizia della favorevole accoglien­za torinese era giunta, allarmando i capi della opposizione. Dall'aero­porto il re si recò al Palazzo Reale attraversando tutta la città. Dopo aver ricevuto le autorità, tranne il sindaco, socialista, e che non si presentò affatto, Umberto II per­corse a piedi il breve tragitto dal Palazzo al Duomo, tra due ali di popolo chiaramente disposto alle acclamazioni. Ma dietro i cordoni dei carabinieri, molti facinorosi urlavano agitando bandiere rosse. Il sovrano non si scompose, non perse la calma; pur sapendo che dalla capitale lombarda un anno prima era partito il monito: Se verrai a Milano, ricordati che c'è Piazzale Loreto ».

Anche a Genova l'accoglienza fu tutt'altro che cordiale. In prefettura le autorità stesse cercarono di far capire al re che per loro era una vera preoccupazione averlo ospite. Ma Umberto, come già a Milano, rimase calmissimo; sul fronte di Montelungo, a Cassino, aveva corso ben altri pericoli. Attraversando la città in automobile scoperta, un energumeno sali sul predellino della vettura del re cercando di raggiungerlo con un pugno. Il sovrano stesso, con rapido ed energico gesto, lo respinse indietro.

Umberto quella sera pranzò alla villa Groppallo, dinanzi alla quale si adunò una piccola folla acclamante. Si presentò pure un comunista il quale chiese di entrare e poter parlare al sovrano. Taluni del seguito volevano opporsi, ma il re, accortosene, chiamò lo scamiciato giovanotto e gli parlò con molta bonomia chiedendogli che cosa volesse. Il comunista sciorinò la lezione imparata a memoria, ma a metà se ne scordò e concluse scusandosi.

Il 1° giugno il re tornò a Roma in aereo. Benché stanco, era soddisfatto: il Nord gli si era rivelato nel complesso meno antimonarchico di quanto ci si aspettasse.


domenica 3 maggio 2026

Vita segreta al Quirinale VI parte


 

LO "SFINGEO" STONE

Intanto le nubi all'orizzonte po­litico s'infoschivano. Bisognava fare qualcosa, uscire dal riserbo, spezzare gli equivoci, evitare le false accuse, o smentirle. Tra l'al­tro, tutti i giornali di sinistra, in questo periodo, affermavano senza che nessuno li controbattesse, che la monarchia finanziava i neo-fasci­sti. Sarebbe bastato porre in ri­lievo che la monarchia avrebbe vo­luto poter finanziare, non che il neo-fascismo, almeno se stessa! Ma non fu fatto. Ed ecco la princi­pessa in persona sciogliersi dai le­gami burocratico - politici che sin dal suo ritorno in Italia l'avevano paralizzata al Quirinale, e incon­trarsi in case amiche con gente di ogni condizione che potesse dare un aiuto qualsiasi alla causa mo­narchica; e dovette lei stessa smen­tire in questi circoli le voci più calunniose circolanti a carico dei sovrani.

Maria José si recò pure alle Fosse Ardeatine, con la sola com­pagnia della marchesa di Monte zemolo, vedova dell'eroico colon­nello. Inoltre, insieme con la du­chessa Immacolata Salviati, vice­presidentessa delle Dame di San Vincenzo, la principessa di Pie­monte volle visitare, in strettissi­mo incognito, i quartieri più po­polari della capitale.

In questo periodo il Luogotenen­te aveva accentuato le pratiche re­ligiose, di cui era pur sempre sta­to assiduo. Se Umberto ebbe in gioventù alcuni momenti di spen­sieratezza, le sofferenze degli ul­timi anni lo avevano completamen­te trasformato: ora, salvo rare ec­cezioni impostegli dall'alta carica, rifuggiva i salotti per trascorrere ld sera in casa di amici d'ogni ca­tegoria sociale, purché colti ed in­telligenti, o con illuminati studio­si di materia religiosa. Evoluzione notevole, sconosciuta si può dire nel suo stesso entourage.

Ai primi d'aprile un gruppo di monarchici propose di installare una radio nelle vicinanze di Roma, possibilmente a Castel Porziano: idea non errata, data la vastità della tenuta. La radio avrebbe fun­zionato sino ad elezioni avvenute per controbattere tutte le affer­mazioni scritte o propalate a mez­zo della radio ufficiale contro la monarchia.

La cosa non fu possibile perché l'iniziativa era partita da una don­na, la signora Narici. Ella espose la propria idea ad un devoto uffi­ciale d'ordinanza, il maggiore G., e, fiduciosa, cercò d'ottenere i re­lativi permessi e lasciapassare a Castel Porziano. Ma tutto finì lì: forse attraverso il centralino del Quirinale si era riusciti a cono­scere qualche notizia in merito, e si corse subito ai ripari. Come ab­biamo detto, infatti, non pochi im­piegati al Quirinale erano iscritti a partiti di sinistra o comunque nettamente repubblicani.

Il 5 aprile si seppe ufficialmen­te (ma da tempo al Quirinale se ne parlava) che tutta la propa­ganda sarebbe stata da quel gior­no diretta personalmente dal mi­nistro Falcone Lucifero, molto at­tivo e intelligente, che godeva la fiducia del Luogotenente.

Infante era in licenza, e Garofalo ammalato. Si sospettò allora che si trattasse di una malattia diplomatica, ma pare invece che l'ammiraglio fosse effettivamente ammalato.

Sta di fatto che in quei giorni venne offerto al Quirinale un pranzo d'addio al ministro del Portogallo ed alla sua consorte, donna Marinez Carmona, e tutti notarono per la prima volta l'as­senza del generale Infante e del­l'ammiraglio Garofalo.

Il tempo, però, stringeva e la mo­narchia era sempre più minaccia­ta dalla abile propaganda oppo­sta. Si mossero allora le donne, e presero l'iniziativa di portare al­l'ammiraglio Stone migliaia di do­mande firmate da congiunti di pri­gionieri in Russia e in Jugoslavia, allo scopo dì poter far rinviare, se non le elezioni, almeno il referen­dum, per non defraudare i com­battenti lontani del diritto di e­sprimere la loro opinione su que­stioni interne di tanta importan­za. Le domande erano tutta firma­te, con indirizzo e professione di chi le aveva un tono di serietà all'iniziativa. Ma lo "sfingeo" Stone, monarchi­co quando gli era stato di giova­mento, fu irremovibile e, come Pi­lato, volle lavarsene le mani.

L'ammiraglio americano rimase del resto imperterrito dinanzi ad altri memoriali dello stesso gene­re recanti le firme di 30.000 don­ne, presentati dalla marchesa di Montezemolo, dalla baronessa de Grenet, madre del giovane diplo­matico (mutilato di guerra) fuci­lato assieme al colonnello Montezemolo alle Fosse Ardeatine, dal­la signora Martinengo, vedova dell'eroico ammiraglio ucciso dai te­deschi.

Tutto fu vano. Stone si disinte­ressò di ogni cosa nonostante avesse precedentemente e ripetutamen­te detto che per la buona riuscita del referendum occorreva far muo­vere le donne: < Women, women, women>. "Soltanto le donne pos­sono salvare il re".

Perché questo irrigidimento im­provviso? Perché simile atteggia­mento, in contrasto con quello precedente? In quei giorni l'am­miraglio era tornato dall'America insieme con il proprio aiutante di bandiera Sunny Behn, che lo a­veva accompagnato in patria. Sco­po del viaggio: conoscere il pen­siero di alcuni loro amici nei con­fronti della monarchia italiana, a dispetto della clausola dell'armi­stizio che parlava di "non inge­renza degli alleati" negli affari interni italiani. Avevano trovato un ambiente più propenso in quel momento alla forma di governo pubblicano. Forse pensavano al ro governo che non era mai stata per forza di cose, monarchico. poi Stone teneva moltissimo ali sua popolarità in America, dato ci agli inizi della guerra era sotto to capitano e desiderava mani nere la solida posizione raggiunta.

Alcune volonterose dame andarono a perorare la causa monarchica anche presso la giovanissima fidanzata del cinquantaseienne ammiraglio, donna Renata di Sant'Elia. Ma ella disse che non aveva alcun ascendente su di lui.

Il 17 aprile 1946, nella 'Sala Borromini gremita di gente di tut­te le condizioni sociali, ebbe luogo, ad opera di Donna Carlotta Orlando, la commemorazione della opera principessa Mafalda.

Per quanto nessuna pubblicità fosse stata fatta, l'affluenza del pub­blico fu enorme. La Principessa di Piemonte giunse accompagnata dal­la figlia Maria Pia dalla contessa Guendalina Spallettí. Un uragano di applausi ne e salutò l'ingresso.

 

UMBERTO SALE AL TRONO

Il discorso di Carlotta Orlando terminò coll'invito a Maria José di farsi vedere più spesso « perché il popolo italiano vuole che le princi­pesse di Casa Savoia prendano par­te alla sua rinascita politico-mora­le; ed alla fine molti occhi erano velati dalla commozione. Quando la principessa uscì con la figlia, al­cune popolane gridarono: «Ti vo­gliamo bene! Fatti vedere più spes­so!»; ed una, facendosi avanti: «Sono venuta da Napoli apposta per vederti: fammi baciare la piccirilla, Dio vi assista e benedica!

Donna Carlotta Orlando aveva vissuto molti anni in America e sapeva che cosa significasse, per le elezioni, la propaganda; e si meravigliava che la cosa non fosse compresa in campo monarchico. Ella si assunse la responsabilità di por­tare nei quartieri della periferia il principe di Napoli, onde fosse co­nosciuto dai bimbi della sua età. La cosa fu criticata negli ambienti di Corte, mentre fu appoggiata dal Luogotenente. Era stata pure Don­na Carlotta a suggerire di far en­trare la principessa Maria Pia fra le guide; e la giovane si con­quistò molte simpatie per la sua dolcezza e la sua affabilità.

Per il 1° maggio si temevano di­sordini in tutta Italia; l'opinione pubblica era allarmatissima: inve­ce, contro ogni previsione, la gior­nata trascorse tranquilla, senza il minimo incidente.

Questa grande calma avrebbe do­vuto però spaventare, come dimo­strazione anzitutto della disciplina raggiunta dalla organizzazione co­munista.

Il 5 maggio ebbe luogo al Pala­tino il primo comizio monarchico, organizzato da pochi audaci. Par­larono diversi oratori; poi, alla spicciolata, poiché i cortei erano proibiti dagli alleati, tutti s'av­viarono per adunarsi sulla piazza del Quirinale. Al Palazzo Reale si sentiva arrivare la folla, prima an­cora di vederla. Proveniva da via XXIV Maggio, da via XX Settem­bre, da via della Consulta, dalla Datarla. La piazza si riempì come per incanto, e la parola Savoia! si scandiva alternandosi con il nome di Umberto! Finalmente il Luogotenente s'affacciò, accolto da grandi applausi.

La manifesta­zione si ripeté l'8 maggio.

La mattina del 9 maggio venne notata al Palazzo Reale una agita­zione insolita: il Luogotenente alle 7 era partito all'improvviso in au­tomobile, diretto a Napoli, in com­pagnia del primo aiutante di cam­po, degli ufficiali d'ordinanza e del mastro delle cerimonie, marchese Graziani. Il vecchio sovrano, dopo aver abdicato in favore del figlio, si sarebbe imbarcato quello stesso giorno per l'Egitto su un incrocia­tore insieme alla regina Elena.

Questa la notizia che corse su­bito di bocca in bocca. I giornali ne parlarono a lungo, descrivendo minutamente la cerimonia dell'ab­dicazione, che era stata semplicis­sima, e la partenza di Vittorio Ema­nuele III per l'esilio.

Umberto di Savoia saliva così al trono 20 giorni prima delle elezioni e del referendum.

L'opinione pubblica fu scossa dal duplice avvenimento perché Vitto­rio Emanuele III era ancora molto popolare fra i vecchi combattenti della guerra '15-'18, i quali lo ave­vano visto dividere con loro pericoli e disagi; ma non si poteva non riconoscere da un punto di vista più che obbiettivo, come il gesto avrebbe potuto essere fatto prima, con evidente vantaggio per il nuo­vo re. Comunque il vecchio sovrano prima dl lasciare la patria aveva voluto compiere un gesto di indub­bia nobiltà, donando al popolo la sua preziosissima collezione numi­smatica. A questo proposito è bene ricordare che nel 1946 erano state fatte pressioni su Vittorio Ema­nuele III perché vendesse all'este­ro quel tesoro, dal quale avrebbe ricavato certamente più di un mi­liardo. Ma egli non volle.

Umberto quella sera tornò assai tardi alla capitale: per quanto avesse sempre fortissimo il domi­nio di sé, si notava sul suo volto il dolore per la partenza senza ritor­no dei genitori.

sabato 25 aprile 2026

Vita segreta al Quirinale V parte

 

 

UNA RISPOSTA DI FABRIZI

Intanto il Luogotenente, con se­reno stoicismo, continuava a ricevere uomini politici e militari, mu­tilati e artisti. Una mattina chiese udienza il popolare attore Peppino De Filippo, che il Luogotenente co­nosceva e apprezzava. De Filippo,


[…] parte mancante, nota dello staff

 

le dita, non sapendo dove posarlo e non volendo gettarlo sul tap­peto, se lo mise in tasca.

Umberto lodò il film e l'interpre­tazione dei due bravissimi attori.

Ed annunciò a Fabrizi che lo nominava commendatore della Coro­na d'Italia. Fabrizi finemente rispose:  “Se Lei rimane, Maestà, mi basta essere stimato; se Lei dovesse lasciare l'Italia, mi dispiacerebbe invece non potermi fregia­re di un'onorificenza datami da Vostra Maestà
”.

Nel febbraio 1946, intanto, giun­se a Roma la regina Elena che andò ad abitare Villa Savoia, ri­manendovi quindici giorni; natu­ralmente la cosa passò presso­ché inosservata, specie da parte del grosso pubblico (che forse la ignorò del tutto).

Elena era accompagnata dalla sua dama duchessa di Torrecuso, la quale, contrariamente a ciò che era avvenuto nel passato quando prestava servizio, abitò essa pure a Villa Savoia. La re­gina era stata richiamata a Roma dalla malattia di sua cognata, la principessa vedova del principe Mirko di Montenegro: inferma da tempo, la principessa si era aggra­vata improvvisamente.

In quei giorni la Regina Elena non si recò mai al Quirinale e, se le occorse qualcosa, se lo fece por­tare dalla sua cameriera Umberta che abitava in un appartamentino al mezzanino della "Manica Lun­ga". Il Luogotenente, invece, tut­ti i giorni andava a vedere la ma­dre, ma sempre solo. I nipotini, che la regina Elena amava vede­re spesso, andavano dalla nonna in automobile, uscendo dalla por­ta di via XX Settembre.

Durante la breve permanenza nella capitale, la regina Elena ri­cevette a Villa Savoia tutte le sue dame, così pure parecchi dei suoi gentiluomini del Nord venuti a Roma per ossequiarla. Dando pro­va di molta nobiltà, ricevette anche le dame che avevano parteggiato dopo l'8 settembre per la repubblica di Salò. Evidentemente la re­gina, al suo gesto aveva inteso dare, passata la tempesta, un si­gnificato di ritrovata concordia fra italiani.

La malattia della principessa Militza s'aggravò ancora, e il 18 febbraio la cognata della regina Elena passava a miglior vita. Per la morte della zia, il Luogote­nente convocò nel villino abitato dalla defunta tutti i principi residenti in Roma e le loro Corti. Otto staffieri in livrea erano al di là e al di qua della breve scala del villino di via Scialoja. Anche la principessa di Piemonte era presente, così i principi Romanoff, nipoti della regina Elena. Arrivò il pope russo, essendo la defunta di religione greco-ortodossa. Cerimo­nia breve, intima. Fuori sostava­no alcune macchine e poca folla. In quei giorni Roma era occu­pata a seguire l'arrivo del nuo­vi cardinali creati dopo il Concistoro. Il Luogotenente ricevette naturalmente, secondo la prassi di rito, l'invito ad assistere alla so­lenne cerimonia finale del 21 feb­braio: e alle otto del mattino si mosse in automobile verso San Pietro.

La Basilica era stata meravigliosamente addobbata. Lungo la na­vata centrale erano erette delle tri­bune, per tutta la sua lunghezza adorne di arazzi preziosi le cui tin­te si fondevano in una leggiadra e armoniosa gamma di colori, sul­lo sfondo degli ori e dei marmi, ri­splendenti alla luce viva dei riflet­tori. San Pietro era gremito, sia le tribune, che avevano soltanto posti a sedere, sia i recinti costruiti nella grande crociera, ove il pub­blico stava in piedi. Al completo il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede: fastose uni­formi, nere toilettes delle signore, scintillanti di gioie.

Alle 9 precise si notò un movi­mento tra la folla adunata nel tem­pio; poi ripetutamente il grido di "Evviva" echeggiò sotto le volte altissime: erano entrati nella Ba­silica i principi di Piemonte. Per quanto il Luogotenente facesse se­gno di non applaudire per rispetto al luogo sacro, l'ovazione si pro­lungò.

Alle 9,30 precise le trombe d'ar­gento fecero udite i loro squilli, seguì l'inno pontificio e, dalla Cap­pella della Pietà, il Pontefice, sul­la sedia gestatoria, entrò in San Pietro.

Un lunghissimo irrefrenabile ap­plauso salutò anche il vicario di Cristo. Era attorniato dalla sua nobile Corte, e, particolare mai veri­ficato da secoli, era seguito dai due principi assistenti al Soglio: prin­cipe Colonna e principe Orsini, quest'ultimo ancora prestante no­nostante la tarda età.

Per un'ora e mezzo si sussegui­rono tutti i cardinali di nuova no­mina. Poi il Papa scese dal trono, risalì sulla sedia gestatoria, com­piendo il giro dell'Altar' Maggiore, in modo da passare molto vicino alla tribuna reale. (Questo fatto venne aspramente criticato il gior­no dopo nei fogli di sinistra).

Sua Santità benedisse tre volte il Luogotenente, fissandolo negli occhi, poi proseguì tra i flabelli lungo la navata centrale, accolto da un crescendo di applausi. Allon­tanatosi il Papa dal tempio, Um­berto rimase ancora a pregare. Quando uscì dalla Basilica, il grido scandito di "Savoia" proruppe da molti popolani: fu la prima sponta­nea manifestazione pubblica alla Monarchia.

RICEVIMENTO Al CARDINALI

Si parlò moltissimo in quei gior­ni di un grande ricevimento che il Luogotenente avrebbe dato ai cardinali presenti in Roma per il Con­cistoro; si trovava strano che le porte del Quirinale, non più aperte a nessun ricevimento dopo il ritor­no di Umberto a Roma, si schiu­dessero solamente per tale occa­sione, e i pettegolezzi furono infi­niti.

Il ricevimento, ebbe luogo, infat­ti, il 25 febbraio. Erano stati invi­tati tutti i membri del governo. Togliatti e Nenni si astennero, De Gasperi vi partecipò con gli altri ministri. Per togliere ogni caratte­re mondano al ricevimento, le si­gnore della cosiddetta società elegante non vennero invitate, ciò che suscitò un nuovo vespaio.

Per la prima volta nel Regno di Italia i principi della Chiesa si re­carono in così gran numero al Qui­rinale. Il Luogotenente aspettava gli ospiti in piedi nella Sala del Trono, attorniato dai principi reali residenti in Roma. I cardinali, do­po aver parlato con Umberto, veni­vano uno alla volta introdotti dal gentiluomo di servizio, conte Solaro del Borgo, alla presenza della principessa di Piemonte che si tro­vava nella sala attigua, avendo vi­cine le duchesse di Genova e di Ancona.

Maria José indossava un vestito di merletto blu scuro, con sulle spalle una pellegrina di volpi ar­gentate, lunghi orecchini, quadru­plice giro di perle al collo. Primo ad entrare fu il cardinale Agagianian, che invitò la principessa a voler assistere al prossimo Ponti­ficale in rito armeno. La princi­pessa promise di assistervi, ma per ragioni politiche (giacché gli "Ev­viva" durante la cerimonia del Concistoro avevano impensierito gli uomini politici allora al gover­no), Maria José non andò più in San Pietro.

Finita la presentazione dei car­dinali alla principessa, il Luogote­nente s'avviò verso la sfilata delle ricche sale, in quella ov'erano sta­te preparate tre vaste tavole ovali, illuminate da venti candelabri di venti candele ognuno. Le can­dele rimasero al loro posto, il ric­co buffet sparve rapidamente: co­me accade in ogni importante ri­cevimento.

I ricevimenti per i neo-cardinali continuarono presso le varie am­basciate, ma quello di maggior ri­sonanza ebbe luogo al Grand Hotel, offerto dal cardinale Spellman.

Il Luogotenente e la principessa intervennero in forma ufficia­le. Enorme folla nell'aristocratico albergo di via delle Terme, rivin­cita per chi non era stato al Qui­rinale, ottima occasione per i principi onde avvicinare tante "per­sonalità" d'ogni parte del mondo. Essi s'intrattennero per più di due ore, parlando con tutti, nonostan­te i reiterati avvertimenti del pri­mo aiutante di campo. Questa pro­lungata partecipazione al ricevi­mento fu peraltro assai gradita agli ospiti ed i giornali americani com­mentarono molto favorevolmente la cosa.

Oramai il Luogotenente molti­plicava la propria attività, da so­lo, tenendosi a contatto con le au­torità alleate di passaggio, e par­tecipando assieme alla principes­sa a taluni ricevimenti.

L'ambasciatore americano Kirk, particolarmente legato all'Italia per aver passato I primi anni del­la sua carriera a Roma, invitò più volte il Luogotenente. Per natu­ra non amante delle feste, Kirk fece il possibile per dimostrare u­gualmente la sua devozione ed il suo attaccamento a Umberto: no­nostante egli usasse sempre una tavola rotonda, a distinguere il posto dell'augusto ospite metteva una grande poltrona dorata. Di tali suoi sentimenti fa fede, del resto, il ritiro volontario dalla car­riera dopo il referendum.

Un altro errore degli uffici stam­pa monarchici, in questo periodo, fu l'aver ignorato il ritorno dal­l'internamento in Germania della duchessa Anna d'Aosta. La du­chessa era priva di ogni cosa; al punto che, invitata ad un ricevi­mento intimo offerto al Quirinale in onore degli ufficiali della V Ar­mata, non avendo con sé neppu­re un abito da sera, ne indossò

uno della principessa Maria José.

A questo ricevimento gli ufficia­li alleati avevano chiesto di con­durre la banda del reggimento dei Filippini, che faceva parte del­l'armata stessa. Fu loro concesso e si videro così nell'austero pa­lazzo i soldati che, mentre suona­vano, si adornavano di ghirlande fiorite e si muovevano gesticolan­do, alternando marce e danze del­le isole dei mari del Sud.

sabato 18 aprile 2026

Vita segreta al Quirinale IV parte




GIUNGONO I REDUCI

In quel periodo Maria José avrebbe voluto riprendere la propria vita attiva visitando cliniche e ospedali, in un ambiente più favorevolmente preparato dalle visi­te frequenti delle duchesse di Genova e di Ancona: ma dovette ri­nunciarvi, data la situazione. Dovette pure rinunciare ai con­certi, che tanto gradiva (la cosa le fu proibita dal generale Infante) limitandosi a vedere sempre le stesse persone intime, come la signora Jaccarino, che spesse volte  era trattenuta a pranzo, e le signo­rine di Cossilla e Miranda. Finalmente, qualche settimana più tardi, dalla Svizzera ritornaro­no i principi: Umberto andò loro incontro all'aeroporto, riabbracciandoli felice. Essi presero allog­gio nell'appartamento alla "Mani­ca lunga" già occupato dalla Regina Elena.

La domenica seguente, dopo la Messa (alla quale avevano parte­cipato gli addetti alle varie Corti residenti al Quirinale) Maria José presentò le principessine Maria Pia e Gabriella, mentre il Luogotenen­te presentava il principe Vittorio Emanuele con queste semplici pa­role: “Mio figlio".

Anche dopo il ritorno dei ragaz­zi, la vita della principessa dl Piemonte non mutò. Austera, senza visite ufficiali La risposta era sempre la stessa quando si chiedeva il perché di questo assenteismo: Durante la Luogotenenza non è contemplata la figura della mo­glie 

Maria José approfondì la pro­pria conoscenza della lingua rus­sa, che aveva cominciato a studia­re durante il soggiorno svizzero. Correvano allora voci di un'azione della principessa negli ambienti di Corte, in favore di una Reggenza: ma nulla avvalora questa Ipotesi alla luce dei fatti. E’ invece esatta una serie di visite misteriose al Quirinale fatte da una signora, attivissima propagandista del par­tito d'Azione; visite che sfuggiva­no al controllo del pur vigilantis­simo Infante, e che provocarono commenti e pettególezzi spiacevoli, non soltanto a Roma, originando appunto le voci di una Reggenza.

La principessa voleva ad ogni costo offrire la propria attività per opere benefiche. Ne parlò al professor Castellani, ricevette la con­tessa Vicino Pallavicino allo scopo di aprire un laboratorio per aiutare le famiglie dei prigionieri e dei reduci: interessò donna Carlotta Orlando Carabelli, interessò pure la stessa signora De Gasperi, ed in­sistette sulla necessità di fondi per aiutare tanti derelitti. Infine, ascoltato il comm. Paci, incaricato della beneficenza privata dei principi di Piemonte e che ormai aveva dato si può dire tutto, la principessa si reco dal Luogotenente ed ottenne la somma che occorreva, consegnandola alla signora De Gasperi. Quando la signora Gillet, del posto di ristoro della P.C.A. della stazione Termini, si recò dalla principessa in visita dl omaggio ed espose i desideri dei reduci. Maria José si rivolse ed ottenne dal ministro Lucifero la somma da mettere a disposizione della P.C.A. Ad ogni reduce, a nome di casa reale, fu­rono date lire 200.

Occorre ricordare che allora ar­rivavano dai ventimila ai trenta­mila reduci al giorno. Arrivavano stanchi, laceri, affamati: e molte volte il piccolo peculio che erano riusciti a raggranellare nei lunghi mesi di prigionia veniva loro ru­bato durante il viaggio. In generale conservavano ancor viva la fede monarchica. E fu un grave errore da parte monarchica, spe­cie dell'ammiraglio Garofalo, il non capire l'importanza che aveva que­sta massa di giovani. Ma la rispo­sta era sempre la stessa: "La mo­narchia non può farsi della récla­me, deve reggersi da sé, non deve ricorrere a forme commercialistiche di propaganda".

Così, dieci ufficiali reduci dal­la prigionia in Germania che si re­carono a Napoli per ossequiare Vittorio Emanuele III urtarono inutilmente contro questo muro di silenzio, cui faceva da scolta il fedele ma troppo formalistico ge­nerale Puntoni. I reduci vennero a Roma, ove non solo furono ricevuti direttamente dal Luogotenente, ma, date le loro condizioni, vennero anche ospitati per vari giorni al Quirinale. E se Umberto avesse avuto una maggiore disponibilità economica, avrebbe aiutato un nu­mero ancor maggiore di persone. Il conte Augusto Premoll potreb­be del resto dire con cognizione di causa quante volte ebbe l'inca­rico dal Luogotenente di vendere quadri e mobili di valore, onde ri­fornire la cassa della beneficenza che era sempre vuota.

La stessa colpevole negligenza da parte della burocrazia di Corte si dovette osservare allorché si trattò dei prigionieri di ritorno dalla Russia.

Il primo convoglio giunse a Ro­ma il 15 novembre del 1945 alle ore 7. Il giorno prima colonnello dei granatieri A., reduce dalla pri­gionia in Egitto, si presentò diret­tamente all'ufficiale di ordinanza del Luogotenente, capitano Avalle, chiese udienza per motivi urgen­tissimi, e venne subito ricevuto.

Umberto lo abbracciò commos­so, conoscendolo fin da quando era con lui al 1° Granatieri. Il visitato­re espose chiaramente il motivo della sua visita: accogliere i redu­ci, assisterli, riceverli al Quirinale.

In queste alternative di generosi tentativi per soccorrere i redu­ci e di intrighi per tener lonta­no da loro Umberto, passò tutto l'autunno e l'inizio dell'inverno '45-'46. Per il Natale il Luogotenen­te servì un pranzo ai bimbi pove­ri, coadiuvato, dietro sua richiesta, dai principi che risiedevano al Qui­rinale. Umberto di Savoia dette l'e­sempio dell'umiltà e della cordia­lità più piena verso i piccoli ospiti. Al pranzo parteciparono trecento bambini, scelti tra i più poveri e giunti dalla periferia in autocarro. Furono fatti salire per il grande scalone in fondo al cortile. Nella vasta sala erano state preparate lunghe tavole dalle finissime tova­glie di Fiandra; gli staffieri, in giacca e guanti, portavano i piatti nella sala ove si trovava il Luo­gotenente stesso, che distribuiva il vitto coadiuvato dai figli Maria Pia e Vittorio Emanuele. Il pasto era composto (l'un piatto di pasta a­sciutta al sugo, cinghiale e daino di Castel Porziano, arrosto con con­torno, un piccolo panettone, frut­ta, un bicchiere di vino. Molti ra­gazzi espressero il desiderio di por­tare una parte del pranzo ' alla mamma e le dame presenti li aiu­tarono a confezionare i pacchetti.

VERSO IL REFERENDUM

Dunque la Monarchia non era del tutto assente, specie il suo nuo­vo capo. Si poteva fare di più? Indubbiamente. Perché non fu fatto? Certo vi furono colpe, ma non vanno sopravvalutate: altre cause intervennero e queste ap­partengono alla fatalità degli even­ti, per cui ad un dato momento della storia è inevitabile che ciò che deve avvenire avvenga.

Ed ecco sorgere il fatale anno 1946. Si profilava all'orizzonte il referendum, fra nubi di tempesta e lampi d'odio. Fascisti non convin­ti della loro sconfitta, anche se or­mai ai margini della vita politica; antifascisti non sicuri della loro vittoria, anche se beneficiari qua­si assoluti d'una situazione non da essi soli conquistata; il comunista Valerio proposto per la medaglia d'oro, mentre mani anticomuniste scrivevano in Trastevere "arivolemo er puzzone", cioè proprio quel Mussolini che Valerio aveva ucci­so; gli uomini si armavano, le don­ne ottenevano il voto. Questo il clima in cui fu impostato e risol­to il problema istituzionale.

Dato ciò, non è da meravigliar­si se il problema stesso sembrava non interessare nessuno. «E che è?», si domandavano non pochi. L'impreparazione, l'agitazione e l'arrivismo, danzavano a braccet­to nell'ombra, mentre i partiti di destra e, più ancora, l'entourage del Quirinale, sonnecchiavano co­me si trattasse di cosa che non li riguardasse affatto.

Il I° gennaio vi fu la presentazio­ne degli auguri da parte dei rap­presentanti della Camera, del Se­nato e delle alte cariche dello Stato. Senza pompa, in forma democratica, come si disse. Quasi che nel passato sino all'avvento del fa­scismo, il nostro Paese e il suo sovrano non fossero stai giudicati i più democratici dell'Europa... Dopo aver ricevuto gli auguri degli uo­mini politici, il Luogotenente pas­sò in una delle sale prospicienti il cortile d'onore dove si trovavano adunati numerosi bimbi poveri ai quali fece gli auguri ed offrì, co­me otto giorni prima, un pranzo.

Ma qualche giorno più tardi avvenne un episodio che non do­veva certo giovare alla causa mo­narchica: a un convegno di re­duci al posto di ristoro della P.A.C. alla stazione Termini, il Luogote­nente, che aveva annunciato già una sua visita, all'ultimo momen­to non andò. I commenti furono infiniti e sfavorevoli e solo in se­guito si seppe che l'entourage di Corte l'aveva sconsigliato con in­sistenza, adducendo motivi che poi in parte si rivelarono falsi.

Mentre le cose, in Quirinale, sta­vano a questo punto, non meglio andavano fuori della Corte: gran parte della nobiltà, per paura od altro, si teneva lontano dal Luogotenente e non fu certo tra di essa che furono trovati i pochi disinte­ressati propagandisti delle tesi mo­narchiche. Non un soldo venne da­to dai grandi latifondisti che an­cora pochi anni prima sollecitava­no l'onore di una presentazione a Corte. Naturalmente vi furono ec­cezioni: furono generosissime, nel­la beneficenza e nella propaganda, la contessa Morozzo della Rocca, la marchesa Editta Dusmet, il prin­cipe Clemente Aldobrandini, la principessa Marianna Giovanelli, la contessa Martin Franklin. A Pa­lermo, il principe di Mirto; a Ca­tania, il principe di Sulmona; a Torino, Gianni Agnelli. Ma i più rimasero inerti.

Soprattutto grave era l'assentei­smo dell'ufficio stampa di casa rea­le; fra l'altro, in mancanza di ma­teriale, diciamo, dl propaganda, si ebbe l'ingenuità di far distribuire, a coloro che in quel tempo richiedevano fotografie del principe Vit­torio Emanuele, immagini di quan­do questi aveva tre anni. Non si era riusciti a trovarne altre più recenti.

Dopo le prime elezioni ammini­strative, al Nord, un senso di sco­ramento aveva invaso tutti. Sem­brava non ci fosse più nulla da fare. In questo periodo la primo­genita del Luogotenente, la prin­cipessa Maria Pia, si era iscritta alle "guide", prendeva parte a tut­te le esercitazioni, con la massima semplicità, affiatandosi con ragazze della sua età e di qualsiasi con­dizione. Anche ciò fu, si può dire, ignorato. La principessina si reca­va ogni giorno alla scuola pubbli­ca, ritornando al Quirinale sempre a piedi, accompagnata dalla governante signorina Paolini.

Vita segreta al Quirinale - III parte

 


LA MORTE DI MAFALDA

Il 1° maggio si sparse fulminea, al Quirinale, la notizia della morte in prigionia, nel tragico campo di concentramento di Buchenwald, della principessa Mafalda. La ra­dio confermò la notizia. I telefoni al palazzo reale squillavano inin­terrottamente: chi sperava, chi si disperava, ed era come un bran­colare nel buio.

Il Luogotenente quel giorno par­ve invecchiato di dieci anni, poiché era molto affezionato alla sorella. Per ventiquattr'ore si continuò in quell'angosciosa attesa dl smentite e di conferme, che, specie da Na­poli, venivano richieste con insi­stenza. La morte era entrata or­mai nella quieta dimora dei vecchi sovrani.

Sembra che la regina Elena ab­bia appreso la perdita della figlia a mezzo radio, svenendo. Il terzo giorno, tramite il Vaticano, la no­tizia fu definitivamente conferma­ta. Tutta la famiglia reale s'era sempre illusa che la principessa fosse ancora viva, per quanto privi di sue notizie dal 1943 ed allarmati dal modo con il quale era stata "prelevata" dai tedeschi.

Non appena Il Luogotenente eb­be conferma della morte della so­rella, si recò a Napoli con i propri ufficiali d'ordinanza. La scena che avvenne, quando Umberto s'incon­trò coni genitori, fu quanto di più drammatico si possa immaginare. La regina, scorgendo il figlio, si accasciò, e un pianto disperato la tenne smarrita per vario tempo. Si temette per la sua ragione, un occhio le s'indebolì fin quasi a spe­gnersi. Vittorio Emanuele III, spet­trale nella sua rigidità silenziosa, non riusciva a pronunciare una sola parola. In quella grande villa ove i vecchi sovrani erano allog­giati, e che guardava sul golfo partenopeo avvolto quel giorno dal sole e all'azzurro, la regina con­tinuava a piangere, in una spasmo­dica tensione.

Il funerale di Mafalda ebbe luogo nella Cappella Paolina, presenti tutti gli ambasciatori accreditati presso la Corte, ed alcuni membri del governo e personalità politi­che, compreso, V. E. Orlando.

La cerimonia ebbe luogo la mat­tina del 9 maggio alle ore 10. Tutte le principesse reali residenti a Ro­ma erano invitate. Il Luogotenente entrò nella cappella dando il brac­cio alla duchessa di Genova. Do­veva intervenire alla cerimonia la principessa Adelaide Massimo Savoia-Genova, ma dopo mezz'ora di attesa il Luogotenente decise di far iniziare la funzione. Dopo al­cuni giorni si seppe che il mastro delle cerimonie di servizio aveva dimenticato d'invitarla.

La funzione non fu molto lunga, ma molto triste. Aleggiava su tutti lo spirito della infelice principessa. I giornali di allora, occupatissimi nelle polemiche dei partiti l'un, contro l'altro armati, non ebbero una parola di rimpianto per lei, morta fra atroci sofferenze; anzi. Non mancò qualche foglio che irrise al dolore della disperata madre.

Solamente più tardi, dietro inte­ressamento di donna Carlotta Or­lando e del marchese Carlo Grazianl, che era stato devotissimo alla scomparsa, fu fatta conoscere all'opinione pubblica la verità sul­la fine di Mafalda nell'inferno di Buchenwald. I registri, che erano stati messi nella portineria del Quirinale, si riempirono allora ra­pidamente di firme.

All'improvviso, intanto, ai primi di maggio, voci confuse e contrad­dittorie si sparsero a mezzo della radio, e raccolte dai giornali con versioni legate ai differenti colori politici: la principessa di Piemon­te era tornata in Italia dalla Sviz­zera, attraversando la frontiera a piedi, sola.




Sarebbe stato invero difficile ri­conoscere in quella giovane donna, senza cappello, con gli occhiali neri, il sacco sulle spalle, le grosse scarpe chiodate, la consorte di Um­berto di Savoia. Raggiunto Il ca­stello di Sarre, in Val d'Aosta, vi si chiuse nel più ermetico silenzio, e fece bene perché non lontano fi­schiavano ancora le pallottole del­le ultime pattuglie tedesche in riti­rata: e guai se fosse stata ricono­sciuta. Certo, se gli addetti alla Corte della principessa in Svizze­ra avessero avuto più spirito orga­nizzativo, avrebbero potuto pren­dere accordi con numerosi italiani residenti in territorio elvetico che si erano offerti di scortare Maria José in Italia, al momento della liberazione. Ma ciò non fu fatto.

MARIA JOSÉ A TORINO

Primi a presentarsi al castello di Sarre furono gli americani, a mezzo del maggiore F. P., del servizio segreto, il quale passando da Tori­no aveva fatto salire sulla propria jeep un'amica della principessa, la contessa A., correndo il rischio, du­rante il viaggio, di finire entrambi nelle mani delle retroguardie tedesche.

Scesero nel cortile del castello, e la contessa, pratica del luogo, cercò subito di avviarsi verso l'appartamento della principessa. Ma venne fermata dal prof. N., che aveva accompagnato Maria José dalla Svizzera, e che sia nella tema di pericoli, sia per eccessiva pru­denza, negava la presenza al ca­stello dell'augusta ospite. Interven­ne il maggiore americano, il quale si fece riconoscere, e dichiarò: «Esigo che la. contessa venga po­sta immediatamente a contatto con la principessa.

Maria José, nel proprio apparta­mento, seduta al pianoforte stava suonando uno dei suoi brani favoriti. S'alzò stupita ed andò incon­tro commossa alla prima persona amica che vedeva dopo il suo ritorno in Italia. Ella era completamente all'oscuro del movimento monarchico partigiano, e di quanto accadeva in quei giorni a Torino. Ignorava gli ostacoli che ave­vano Impedito al principe di Piemonte un immediato viaggio al Nord per incontrarla, come sareb­be stato suo vivo desiderio; ed ignorava pure tutte le formalità, poste dagli alleati, e a chiunque, per viaggi in aereo ed in automo­bile. Ella aveva vissuto nel castello in una francescana semplicità, cibandosi di erbaggi e di qualche uo­va del pollaio del guardiano, sal­vato per miracolo dalla razzia dei tedeschi. Il burro veniva portato clandestinamente, di notte, da una balla, ma la mensa era così sprov­vista che non fu possibile tratte­nere a colazione né la contessa né il maggiore americano.

Comunque, i risultati dell'incon­tro furono che la principessa sa­rebbe rimasta a Sarre fino a quan­do le vie non fossero state sgom­brate dalle retroguardie tedesche, poi una vettura americana sarebbe andata a prenderla per condurla a Racconigi, nel castello reale, in at­tesa di trasferirsi a Roma.

La principessa il 28 maggio rag­giunse Racconigi, recandosi poi ogni giorno a Torino ove ricevette, oltre i comandanti alleati, le auto­rità italiane che meglio si erano comportate sotto la dominazione tedesca.

Ma come apparve Torino ai suoi occhi! La città era mutilata. i ne­gozi spogli, senza vetrine; al po­sto. dei vetri tavole di legno, buio nell'interno, e fuori un'atmosfera di disordine, d'incubo, di prepo­tenza. Ciò che più impressionava.

In contrasto stridente con l'anarchia regnante nella città, era che tutti i servizi pubblici funziona­vano perfettamente. Non si vedeva né un carabiniere, né una guardia di città: solamente la polizia parti­giana, con mitra e fazzoletto rosso. Il palazzo reale era sede del co­mando Inglese: Il palazzo Chiablese, diviso dal palazzo reale da un sottopassaggio, era stato completa­mente distrutto. Ci volle perciò molto coraggio da parte della mar­chesa A. nel convincere la princi­pessa dl Piemonte a fermarsi a Torino. Presi contatti con le auto­rità alleate, Maria José visitò l'ospedale di Malta ov'erano ricove­rati I patrioti feriti. distribuì pac­chi dono ai degenti, si recò al Santuario della Consolata, e, ap­preso che fra i partigiani esistevano anche bande monarchiche, comandante "Gabriele", capo della divisione: “Monferrato, "Fracassi" che era andato spesso a Roma attraversando le linee tedesche, Silvio Geuna e tanti altri che si erano comportati valorosamente. La principessa aveva portato con sé pochissima roba, indossava quasi sempre un tailleur leggero di blu, una camicetta di foulard nero, sandali di pelle marrone scamosciata e dal tacco bassissimo e cappello. Era Sempre la donna che tanti italiani avevano applaudito, anche se nel suo viso vi era molta tristezza tanto che la sua dama ebbe lo slancio di andarle incontro per mostrale la propria devozione. soprattutto per esserle vicina e sorreggerla in     quel particolare. Solo due giorni prima che lasciasse Torino, venne da Roma, con l'apparecchio del Luogotenente, la signorina Sofia Jaccarino, devota amica, e la gioia di ri­vederla in Maria José fu grande. Il 16 giugno 1945 giunse dalla capitale il conte Cesare Spalletti Trivelli, gentiluomo della princi­pessa: ripartirono su un aereo mi­litare messo a disposizione dagli alleati, un D.C.3.

L'apparecchio atterrò all'aeropor­to già del Littorio. Sul campo era ad attendere Maria José il Luogotenente.

L’incontro fu commovente, i presenti poterono notare con quale e quanta effusione i due coniugi si abbracciarono.

i giornali non parlarono affatto, neppure quelli di destra, dell'arri­vo della principessa nella capitale. Maria José si stabili al Quirinale nel proprio appartamento pri­vato, composto di camere molto piccole, che aprivano le finestre sul cortile interno. Un salotto mo­dernissimo, con comode poltrone di grossa tela di canapa. color naturale, un tavolino a due piani di spesso vetro, con sopra l'immanca­bile libretto degli appunti; varie collane di pietra dura colorata; la scatola delle sigarette: in un an­golo il pianoforte. Una porta del salotto dava sulla piccola antica­mera ove arrivava l’ascensore. In collegamento con l'appartamento per le udienze, al piano superiore. Modernamente attrezzata era la camera da letto, con un sommier basso e largo, dalla coperta di da­masco. Alle pareti, scaffali di libri. La camera da letto- comunicava con il guardaroba, dai capaci ar­madi, regno della signorina Hélène, cameriera privata belga al ser­vizio di Maria José fin dai primissimi anni.

In quel piccolo appartamento la principessa ricevette le persone più intime. Per una scaletta angu­sta, dai logori scalini in travertino, l'appartamento comunicava con quello del Luogotenente.

GIUNGONO I REDUCI

In quel periodo Maria José avrebbe voluto riprendere la propria vita attiva visitando cliniche e ospedali, in un ambiente più favorevolmente preparato dalle visi­te frequenti delle duchesse di Genova e di Ancona: ma dovette ri­nunciarvi, data la situazione. Dovette pure rinunciare ai con­certi, che tanto gradiva (la cosa le fu proibita dal generale Infante) limitandosi a vedere sempre le stesse persone intime, come la signora Jaccarino, che spesse volte era trattenuta a pranzo, e le signo­rine di Cossilla e Miranda. Finalmente, qualche settimana più tardi, dalla Svizzera ritornaro­no i principi: Umberto andò loro incontro all'aeroporto, riabbracciandoli felice. Essi presero allog­gio nell'appartamento alla "Mani­ca lunga" già occupato dalla Regina Elena.

La domenica seguente, dopo la Messa (alla quale avevano parte­cipato gli addetti alle varie Corti residenti al Quirinale) Maria José presentò le principessine Maria Pia e Gabriella, mentre il Luogotenen­te presentava il principe Vittorio Emanuele con queste semplici pa­role: “Mio figlio.

Anche dopo il ritorno dei ragaz­zi, la vita della Principessa dl Piemonte non mutò. Austera, senza  visite ufficiali La risposta era sempre la stessa quando si chiedeva il perché di questo assenteismo: Durante la Luogotenenza non ò contemplata la figura della moglie ..

Maria José approfondì la pro­pria conoscenza della lingua rus­sa, che aveva cominciato a studia­re durante il soggiorno svizzero. Correvano allora voci di un'azione della principessa negli ambienti di Corte, in favore di una Reggenza: ma nulla avvalora questa Ipotesi alla luce dei fatti. È invece esatta una serie di visite misteriose al Quirinale fatte da una signora, attivissima propagandista del par­tito d'Azione; visite che sfuggiva­no al controllo del pur vigilantis­simo Infante, e che provocarono commenti e pettegolezzi spiacevoli, non soltanto a Roma, originando appunto le voci di una Reggenza.

La principessa voleva ad ogni costo offrire la propria attività per opere benefiche. Ne parlò al professor Castellani, ricevette la con­tessa Vicino Pallavicino allo scopo di aprire un laboratorio per aiutare le famiglie dei prigionieri e dei reduci: interessò donna Carlotta Orlando Carabelli, interessò pure la stessa signora De Gasperi, ed in­sistette sulla necessità di fondi per aiutare tanti derelitti. Infine, ascoltato il comm. Paci, incaricato della beneficenza privata dei principi di Piemonte e che ormai aveva dato si può dire tutto, la principessa si reco dal Luogotenente ed ottenne la somma che occorreva, consegnandola alla signora De Gasperi. Quando la signora Gillet, del posto di ristoro della P.C.A. della stazione Termini, si recò dalla principessa in visita dl omaggio ed espose i desideri dei reduci. Maria José si rivolse ed ottenne dal ministro Lucifero la somma da mettere a disposizione della P.C.A. Ad ogni reduce, a nome di casa reale, fu­rono date lire 200.

Occorre ricordare che allora ar­rivavano dai ventimila ai trenta­mila reduci al giorno. Arrivavano stanchi, laceri, affamati: e molte volte il piccolo peculio che erano riusciti a raggranellare nei lunghi mesi di prigionia veniva loro ru­bato durante il viaggio. In generale conservavano ancor viva la fede monarchica. E fu un grave errore da parte monarchica, spe­cie dell'ammiraglio Garofalo, il non capire l'importanza che aveva que­sta massa di giovani. Ma la rispo­sta era sempre la stessa: «La mo­narchia non può farsi della récla­me, deve reggersi da sé, non deve ricorrere a forme commercialisti-che di propaganda

Così, dieci ufficiali reduci dal­la prigionia in Germania che si re­carono a Napoli per ossequiare Vittorio Emanuele III urtarono inutilmente contro questo muro di silenzio, cui faceva da scolta il fedele ma troppo formalistico ge­nerale Puntoni. I reduci vennero a Roma, ove non solo furono ricevuti direttamente dal Luogotenente, ma, date le loro condizioni, vennero anche ospitati per vari giorni al Quirinale. E se Umberto avesse avuto una maggiore disponibilità economica, avrebbe aiutato un nu­mero ancor maggiore di persone. Il conte Augusto Premoll potreb­be del resto dire con cognizione di causa quante volte ebbe l'inca­rico dal Luogotenente di vendere quadri e mobili di valore, onde ri­fornire la cassa della beneficenza che era sempre vuota.

La stessa colpevole negligenza da parte della burocrazia di Corte si dovette osservare allorché si trattò dei prigionieri di ritorno dalla Russia.

Il primo convoglio giunse a Ro­ma il 15 novembre del 1945 alle ore 7. Il giorno prima colonnello dei granatieri A., reduce dalla pri­gionia in Egitto, si presentò diret­tamente all'ufficiale di ordinanza del Luogotenente, capitano Avalle, chiese udienza per motivi urgen­tissimi, e venne subito ricevuto.

Umberto lo abbracciò commos­so, conoscendolo fin da quando era con lui al 1° Granatieri. Il visitato­re espose chiaramente il motivo della sua visita: accogliere i redu­ci, assisterli, riceverli al Quirinale.