NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 16 maggio 2026

Vita segreta al Quirinale VII parte

 


BOTTONI STRAPPATI

Dovette subito riprendere la sua febbrile attività, giacché quella not­te stessa il ministro Falcone Lucifero comunicò al presidente De Gasperi che il re lo avrebbe ricevuto il mattino dopo alle 10,30 per dargli la bozza del messaggio che inten­deva rivolgere agli Italiani.

Il 10 maggio alle ore 7,30 nella cappellina dell'Annunziata, presen­ti pochi intimi, ebbe luogo una Mes­sa bassa. La preghiera, che sempre era letta alla fine della funzione, mutò quel giorno e per la prima volta fu detto: « Salvo fac Regi Nostro, Umberto, et ruxorl suae Mariae, et Principi hereditario Victorio...».

Il vecchio sovrano era ormai e definitivamente nella storia. Pare che la principessina Maria Pia, per­spicace e sensibilissima, dopo l'ab­braccio del padre e alla richiesta del perché fosse tanto triste, abbia risposto: •Soffro, pensando che si possa parlare della partenza del nonno come di una nuova fuga.

Più tardi, la piazza del Quirinale offrì uno spettacolo straordinario: marea di bandiere, di stendardi, sventolo di fazzoletti agitati da una grande folla. Quando i nuovi sovrani ed i principi apparvero al balcone, un grido immenso li ac­colse. La principessina Maria Bea­trice, ignara e felice, mandava baci con le manine. Si riaffacciarono più volte, e solo quando il tricolore stemmato venne tolto dal balcone, la folla lentamente si sciolse.

Come risposta alle prime tangi­bili manifestazioni popolari di fede monarchica, l'11 maggio la Camera del lavoro organizzò a sua volta una manifestazione spettacolare.

Che tale adunata imponente fos­se però soltanto l'emanazione di­retta di ordini superiori e non rispecchiasse il sentimento della maggior parte del popolo, venne dimostrato il giorno 12 quando vi fu un'altra riunione spontanea di donne del popolo nei giardini del Quirinale. Non più di mille per­sone si era detto di far entrare: furono invece tremila, e non soltanto donne ma anche uomini. L'ordine non fu potuto mantenere e i sovrani furono stretti dalla fol­la in un solo abbraccio.

Più tardi, però, fra le segrete pa­reti del Quirinale, specie alla Corte Nobile, le critiche non mancarono. Era cosa ammissibile vedere il re quasi soffocato da gente eccitata "che non si sapeva chi fosse", e vederlo tornare senza i bottoni del­la giubba e la regina con il vestito imbrattato di rossetto, e così pure le guance della piccola Maria Bea­trice per i baci ricevuti? Un vero scandalo sollevò soprattutto la que­stione dei bottoni strappati alla giubba di Umberto, nonostante l'interessato stesso si adoperasse ad affermare che la cosa non gli era dispiaciuta affatto.

Nel frattempo la campagna elet­torale dei partiti si intensificava.

Alla metà di maggio il re partì all'improvviso in aereo per la Sici­lia, accompagnato dagli ufficiali di ordinanza e dal ministro Falcone Lucifero. Accoglienze entusiastiche, al di là di ogni previsione. Umberto amava la Sicilia e ne era spontaneamente ricambiato: non il minimo incidente.

Intanto a Roma la regina molti­plicava la sua attività e si recava a visitare ospizi e centri di assisten­za, ovunque bene accolta. Il 19 mag­gio un'altra riunione di popolane ebbe luogo nel giardini reali: circa 8.000 persone, quella domenica, en­trarono dalla porta di via XX Set­tembre. Applausi alla regina a non finire. • È stata ferita! •, si sentì a un tratto gridare da parte di un maresciallo di servizio: aveva scor­to tracce rosse sulle mani della so­vrana. Ma, come otto giorni pri­ma, si trattava ancora di rossetto.

VISITE IN ALTA ITALIA

Umberto II tornò quella sera stessa ripartendo il lunedì per la Sardegna, l'isola fedelissima. I sar­di ricordavano come l'unica auto­rità mossasi da Roma dopo il pauroso bombardamento di Cagliari, era stato l'allora principe di Pie­monte; il quale ora tornava da re: il vecchio inno isolano lo salutò perciò auguralmente.

Rientrato a Roma il 23 maggio, il 24, anniversario dell'entrata in guerra, Umberto II dovette affac­ciarsi ancora al balcone del Quiri­nale per rispondere a una nuova manifestazione della folla.

Nei giorni seguenti il re effettuò un rapido giro nelle Venezie, bene accolto ovunque, benché al Nord la propaganda antimonarchica avesse lavorato nel profondo, incontrasta­ta, e tanto meno controbattuta.

Per il giovedì 30 maggio, giorno dell'Assunzione, era stato chiesto al re se avrebbe ricevuto nuovamen­te nei giardini un'altra folla di fe­deli; ed il ministro Lucifero, auto­rizzato, aveva dato ordini in pro­posito. Ma il primo aiutante di campo, tornato al suo ufficio dopo un mese di assenza, si oppose af­fermando che nessuna manifesta­ione poteva essere indetta senza il suo beneplacito.

La folla giunse, ma il portone principale rimase chiuso: gli ordi­ni del generale Infante erano stati categorici.

Sulla piazza, alle ore 17, era ri­masto ormai solo mi piccolo grup­po di persone, deluse come le altre che se ne erano già andate, ma che non si decidevano ancora a rincasare; la regina stessa, la quale con i figli aspettava al primo piano di essere chiamata per salutare il po­polo, non sapeva spiegarsi il per­ché del ritardo. Il giorno dopo il primo aiutante di campo si scusò dichiarando di essersi spaventato nel vedere tanta gente, e di non essersi sentito di assumere la responsabilità di farla ricevere dai sovrani.

Quella stessa mattina il re parti in aereo per Torino. Nessun inci­dente. Anzi, nei pressi della cancel­lata che è dinanzi all'ingresso, Um­berto venne sollevato dalla fol­la e portato a braccia sino al por­tone del Palazzo Reale. Il vigilante Falcone Lucifero da principio era rimasto piuttosto preoccupato; ma, rilevando tanto entusiasmo, pur se­guendo da vicino il re non ebbe più preoccupazioni di sorta.

Certo un cambiamento era avve­nuto nella vecchia città sabauda, visto che nonostante la scarsa propaganda, i monarchici locali pote­vano esprimere indisturbati i loro sentimenti di devozione, ciò che sei mesi prima non sarebbe stato pos­sibile.

Seguì la visita a Milano, ove la notizia della favorevole accoglien­za torinese era giunta, allarmando i capi della opposizione. Dall'aero­porto il re si recò al Palazzo Reale attraversando tutta la città. Dopo aver ricevuto le autorità, tranne il sindaco, socialista, e che non si presentò affatto, Umberto II per­corse a piedi il breve tragitto dal Palazzo al Duomo, tra due ali di popolo chiaramente disposto alle acclamazioni. Ma dietro i cordoni dei carabinieri, molti facinorosi urlavano agitando bandiere rosse. Il sovrano non si scompose, non perse la calma; pur sapendo che dalla capitale lombarda un anno prima era partito il monito: Se verrai a Milano, ricordati che c'è Piazzale Loreto ».

Anche a Genova l'accoglienza fu tutt'altro che cordiale. In prefettura le autorità stesse cercarono di far capire al re che per loro era una vera preoccupazione averlo ospite. Ma Umberto, come già a Milano, rimase calmissimo; sul fronte di Montelungo, a Cassino, aveva corso ben altri pericoli. Attraversando la città in automobile scoperta, un energumeno sali sul predellino della vettura del re cercando di raggiungerlo con un pugno. Il sovrano stesso, con rapido ed energico gesto, lo respinse indietro.

Umberto quella sera pranzò alla villa Groppallo, dinanzi alla quale si adunò una piccola folla acclamante. Si presentò pure un comunista il quale chiese di entrare e poter parlare al sovrano. Taluni del seguito volevano opporsi, ma il re, accortosene, chiamò lo scamiciato giovanotto e gli parlò con molta bonomia chiedendogli che cosa volesse. Il comunista sciorinò la lezione imparata a memoria, ma a metà se ne scordò e concluse scusandosi.

Il 1° giugno il re tornò a Roma in aereo. Benché stanco, era soddisfatto: il Nord gli si era rivelato nel complesso meno antimonarchico di quanto ci si aspettasse.


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