BOTTONI STRAPPATI
Dovette subito riprendere la sua febbrile attività, giacché
quella notte stessa il ministro Falcone Lucifero comunicò al presidente De Gasperi
che il re lo avrebbe ricevuto il mattino dopo alle 10,30 per dargli la bozza
del messaggio che intendeva rivolgere agli Italiani.
Il 10 maggio alle ore 7,30 nella cappellina dell'Annunziata,
presenti pochi intimi, ebbe luogo una Messa bassa. La preghiera, che sempre
era letta alla fine della funzione, mutò quel giorno e per la prima volta fu
detto: « Salvo fac Regi Nostro, Umberto, et ruxorl suae Mariae, et Principi
hereditario Victorio...».
Il vecchio sovrano era ormai e definitivamente nella storia.
Pare che la principessina Maria Pia, perspicace e sensibilissima, dopo l'abbraccio
del padre e alla richiesta del perché fosse tanto triste, abbia risposto: •Soffro,
pensando che si possa parlare della partenza del nonno come di una nuova fuga.
Più tardi, la piazza del Quirinale offrì uno spettacolo
straordinario: marea di bandiere, di stendardi, sventolo di fazzoletti agitati
da una grande folla. Quando i nuovi sovrani ed i principi apparvero al balcone,
un grido immenso li accolse. La principessina Maria Beatrice, ignara e
felice, mandava baci con le manine. Si riaffacciarono più volte, e solo quando
il tricolore stemmato venne tolto dal balcone, la folla lentamente si sciolse.
Come risposta alle prime tangibili manifestazioni popolari
di fede monarchica, l'11 maggio la Camera del lavoro organizzò a sua volta una
manifestazione spettacolare.
Che tale adunata imponente fosse però soltanto l'emanazione
diretta di ordini superiori e non rispecchiasse il sentimento della maggior
parte del popolo, venne dimostrato il giorno 12 quando vi fu un'altra riunione
spontanea di donne del popolo nei giardini del Quirinale. Non più di mille persone
si era detto di far entrare: furono invece tremila, e non soltanto donne ma
anche uomini. L'ordine non fu potuto mantenere e i sovrani furono stretti dalla
folla in un solo abbraccio.
Più tardi, però, fra le segrete pareti del Quirinale, specie
alla Corte Nobile, le critiche non mancarono. Era cosa ammissibile vedere il re
quasi soffocato da gente eccitata "che non si sapeva chi fosse", e
vederlo tornare senza i bottoni della giubba e la regina con il vestito
imbrattato di rossetto, e così pure le guance della piccola Maria Beatrice per
i baci ricevuti? Un vero scandalo sollevò soprattutto la questione dei bottoni
strappati alla giubba di Umberto, nonostante l'interessato stesso si adoperasse
ad affermare che la cosa non gli era dispiaciuta affatto.
Nel frattempo la campagna elettorale dei partiti si
intensificava.
Alla metà di maggio il re partì all'improvviso in aereo per
la Sicilia, accompagnato dagli ufficiali di ordinanza e dal ministro Falcone
Lucifero. Accoglienze entusiastiche, al di là di ogni previsione. Umberto amava
la Sicilia e ne era spontaneamente ricambiato: non il minimo incidente.
Intanto a Roma la regina moltiplicava la sua attività e si
recava a visitare ospizi e centri di assistenza, ovunque bene accolta. Il 19
maggio un'altra riunione di popolane ebbe luogo nel giardini reali: circa
8.000 persone, quella domenica, entrarono dalla porta di via XX Settembre.
Applausi alla regina a non finire. • È stata ferita! •, si sentì a un tratto
gridare da parte di un maresciallo di servizio: aveva scorto tracce rosse
sulle mani della sovrana. Ma, come otto giorni prima, si trattava ancora di
rossetto.
VISITE IN ALTA ITALIA
Umberto II tornò quella sera stessa ripartendo il lunedì per
la Sardegna, l'isola fedelissima. I sardi ricordavano come l'unica autorità
mossasi da Roma dopo il pauroso bombardamento di Cagliari, era stato l'allora
principe di Piemonte; il quale ora tornava da re: il vecchio inno isolano lo
salutò perciò auguralmente.
Rientrato a Roma il 23 maggio, il 24, anniversario
dell'entrata in guerra, Umberto II dovette affacciarsi ancora al balcone del
Quirinale per rispondere a una nuova manifestazione della folla.
Nei giorni seguenti il re effettuò un rapido giro nelle
Venezie, bene accolto ovunque, benché al Nord la propaganda antimonarchica
avesse lavorato nel profondo, incontrastata, e tanto meno controbattuta.
Per il giovedì 30 maggio, giorno dell'Assunzione, era stato
chiesto al re se avrebbe ricevuto nuovamente nei giardini un'altra folla di fedeli;
ed il ministro Lucifero, autorizzato, aveva dato ordini in proposito. Ma il
primo aiutante di campo, tornato al suo ufficio dopo un mese di assenza, si
oppose affermando che nessuna manifestaione poteva essere indetta senza il
suo beneplacito.
La folla giunse, ma il portone principale rimase chiuso: gli
ordini del generale Infante erano stati categorici.
Sulla piazza, alle ore 17, era rimasto ormai solo mi piccolo
gruppo di persone, deluse come le altre che se ne erano già andate, ma che non
si decidevano ancora a rincasare; la regina stessa, la quale con i figli
aspettava al primo piano di essere chiamata per salutare il popolo, non sapeva
spiegarsi il perché del ritardo. Il giorno dopo il primo aiutante di campo si
scusò dichiarando di essersi spaventato nel vedere tanta gente, e di non
essersi sentito di assumere la responsabilità di farla ricevere dai sovrani.
Quella stessa mattina il re parti in aereo per Torino. Nessun
incidente. Anzi, nei pressi della cancellata che è dinanzi all'ingresso, Umberto
venne sollevato dalla folla e portato a braccia sino al portone del Palazzo
Reale. Il vigilante Falcone Lucifero da principio era rimasto piuttosto
preoccupato; ma, rilevando tanto entusiasmo, pur seguendo da vicino il re non
ebbe più preoccupazioni di sorta.
Certo un cambiamento era avvenuto nella vecchia città
sabauda, visto che nonostante la scarsa propaganda, i monarchici locali potevano
esprimere indisturbati i loro sentimenti di devozione, ciò che sei mesi prima
non sarebbe stato possibile.
Seguì la visita a Milano, ove la notizia della favorevole
accoglienza torinese era giunta, allarmando i capi della opposizione.
Dall'aeroporto il re si recò al Palazzo Reale attraversando tutta la città.
Dopo aver ricevuto le autorità, tranne il sindaco, socialista, e che non si
presentò affatto, Umberto II percorse a piedi il breve tragitto dal Palazzo al
Duomo, tra due ali di popolo chiaramente disposto alle acclamazioni. Ma dietro
i cordoni dei carabinieri, molti facinorosi urlavano agitando bandiere rosse.
Il sovrano non si scompose, non perse la calma; pur sapendo che dalla capitale
lombarda un anno prima era partito il monito: Se verrai a Milano, ricordati che
c'è Piazzale Loreto ».
Anche a Genova l'accoglienza fu tutt'altro che cordiale. In
prefettura le autorità stesse cercarono di far capire al re che per loro era
una vera preoccupazione averlo ospite. Ma Umberto, come già a Milano, rimase
calmissimo; sul fronte di Montelungo, a Cassino, aveva corso ben altri
pericoli. Attraversando la città in automobile scoperta, un energumeno sali sul
predellino della vettura del re cercando di raggiungerlo con un pugno. Il
sovrano stesso, con rapido ed energico gesto, lo respinse indietro.
Umberto quella sera pranzò alla villa Groppallo, dinanzi alla
quale si adunò una piccola folla acclamante. Si presentò pure un comunista il
quale chiese di entrare e poter parlare al sovrano. Taluni del seguito volevano
opporsi, ma il re, accortosene, chiamò lo scamiciato giovanotto e gli parlò con
molta bonomia chiedendogli che cosa volesse. Il comunista sciorinò la lezione
imparata a memoria, ma a metà se ne scordò e concluse scusandosi.
Il 1° giugno il re tornò a Roma in aereo. Benché stanco, era
soddisfatto: il Nord gli si era rivelato nel complesso meno antimonarchico di quanto
ci si aspettasse.
Nessun commento:
Posta un commento