NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 14 agosto 2017

La commemorazione del 1861

·     Lettere al Corriere della Sera
·         13 Agosto 2017
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Leggo sui quotidiani che, a seguito della deliberazione di un organismo istituzionale, in Italia meridionale si è disposto di commemorare la data del 13 febbraio, corrispondente alla resa, nel 1861, della città di Gaeta. Questo mi induce a spendere qualche parola sulla scomparsa del regno delle «Due Sicilie» il primo della penisola per territorio e popolazione, l’unico, col Regno di Sardegna, ad avere un esercito regolare e una Marina militare. 
La fine del regno borbonico, avvenuta incredibilmente a opera di un pugno di uomini, è la storia di una decomposizione interna. La Monarchia fu incapace di adeguarsi alla evoluzione della società che governava e che era affascinata dai successi del «Piemonte» liberale. Mentre in Italia cambiava tutto, Ferdinando II e Francesco II restarono fedeli al paternalismo e all'alleanza con l’Austria: all’inizio della guerra (1859) Francesco respinse l’offerta di Cavour di entrare nel movimento liberale nazionale; nel giugno ‘59 non tenne conto della domanda di riconciliazione degli esuli, pronti ad appoggiare un’evoluzione liberale; dopo Villafranca lasciò cadere la possibilità di avvicinarsi alla Francia concedendo una Costituzione modellata su quella di Napoleone III; non fece cessioni allo spirito pubblico neanche con aperture all'autonomismo siciliano e alle richieste di autogoverno locale della borghesia meridionale. Si è detto che nella restaurazione del 1815 i sovrani ingessarono la politica; nel 1859-60 il Borbone la pietrificò. In Italia era avvenuta una trasformazione epocale, che aveva sconvolto antichi equilibri ed eccitato entusiasmi e aspettative: paragonabile, per la penisola, all’effetto in Europa della caduta del Muro di Berlino. 
Per loro fortuna e per merito dei patrioti meridionali le popolazioni dell’ex regno non rimasero schiacciate sotto le macerie del crollo. 
Avv. Prof. Gianni Marongiu
Studio Magnani Marongiu Dominici & Associati

L‘ottantesimo genetliaco di Re Simeone II di Bulgaria


Non  è  la  prima  volta, e  non sarà  nemmeno l’ultima, in  cui  sottolineeremo  positivamente l’atteggiamento delle  Poste  di  altri  paesi, retti  in regime  repubblicano, nei  confronti  di  anniversari riguardanti  Sovrani   o  altre personalità delle Case  Reali  che  avevano  regnato  in  quei   paesi prima  del  cambio  istituzionale.

La  Serbia  ha  ricordato  l’anniversario  della nascita  del  Re  Alessandro, il  Montenegro  la Principessa  Elena divenuta  poi  Regina  d’Italia, l'Austria ha commemorato nel 2014 il centenario  dell’assassinio  dell’Arciduca  Francesco  Ferdinando  e,  nel  2016, quello  della  morte dell'Imperatore  Francesco  Giuseppe;  la  Francia, infine, ha dedicato una emissione a Gioacchino Murat, Maresciallo  dell’Impero napoleonico  ed  anche  Re  di  Napoli, nel  duecentocinquantesimo  della nascita.

Senza  dubbio  le  Poste  bulgare  si  sono  dimostrate  tra  le  più  rispettose della storia nazionale e della Dinastia  che  i comunisti, impadronitisi del potere totalitario con la forza delle armi sovietiche, avevano  estromesso  nel  1946, costringendo  all’esilio  il  giovane  Re con  la  madre, la  Regina Giovanna, quartogenita  del  Re  Vittorio  Emanuele  III  e dunque sorella del Re Umberto II.

Per  il  centenario, nel 2008, della completa indipendenza bulgara dall'Impero Ottomano e della Costituzione del
Regno, le  Poste  bulgare infatti emisero  uno  splendido  francobollo, inserito  in  un ancor  più  bello foglietto, con  l’effigie  del  Re Ferdinando I che, nei suoi tre decenni al vertice dello Stato, ha creato, anche urbanisticamente, la Bulgaria moderna.  Le stesse Poste nel 2013 emisero uno splendido francobollo dedicato, nel 70mo anniversario della morte, all'amato Re Boris III scomparso prematuramente nel 1943.

Ed ora ecco il francobollo per onorare gli 80 anni di Re Simeone II (16 giugno 2017) che, rientrato in Patria nel 1996 dopo mezzo secolo di esilio, si è messo al servizio del suo popolo e, dopo essere stato eletto Primo Ministro, con la sua autorevolezza e credibilità internazionale, superando gli enormi problemi ereditati dalla dittatura, è stato l'artefice dell'ingresso del paese nella Unione Europea  - ingresso da lui firmato nel 2005 -  che ha rappresentato il definitivo ritorno della Bulgaria nella Europa libera e democratica.

Questo francobollo, così significativo, è stampato  in  un  foglietto e reca  il  ritratto  del  Re  unito  in coppia  con   una  vignetta  dove  appare  il  padre, Re  Boris,  che  si  affaccia  da  una  locomotiva, immagine particolare perché  ricorda  una  passione  di  questo  Sovrano  per  la  guida  dei  treni.  Esso è senz'altro  un  ulteriore  omaggio delle  Poste  bulgare  ai  due  Re e rievoca ai bulgari la  cara memoria di  Re  Boris  che il regime comunista, come da sue consuetudini di stravolgimento e nascondimento della storia, aveva cercato di obliare a chi, per motivi anagrafici, non lo  aveva  mai  conosciuto, come  è anche tuttora sconosciuto   il  luogo  in  cui  il regime seppellì la Salma, ad eccezione  del  cuore nascosto dai Monaci ortodossi e conservato, in  una  teca, nel  celebre  e meraviglioso Monastero  di Rjla dove nel 2002 si recò in preghiera il Santo Papa Giovanni Paolo II.

Domenico  Giglio

domenica 13 agosto 2017

Agosto 1917: al bivio tra materialismo e umanesimo


di Aldo A. Mola

Mentre tempestosi venti di guerra sferzano l'Estremo Oriente come altre volte in agosto (1914, 1939...), ricorre il centenario del mese cruciale della Grande Guerra. In poche settimane si consumò l'estremo tentativo di fermare l'Europa sull'orlo della catastrofe. Dopo tre anni di conflitto tutte le potenze erano al collasso. A marzo lo zar Nicola II fu spazzato via. I tedeschi propiziarono l'arrivo di Lenin in Russia: una mina ai danni del governo provvisorio e di Kerenskij, che a fine luglio represse duramente la sollevazione armata a Pietrogrado e ogni opposizione alla prosecuzione della guerra, alimentata da pressioni anglo-francesi e da un cospicuo prestito da parte degli USA, scesi in lotta il 6 aprile ma ancora lontanissimi da incidere direttamente sul suo esito. In aprile-maggio la Francia fu sconvolta da ammutinamenti al fronte e da scioperi a Parigi. La protesta dilagò in Ungheria. Il 19 luglio il Parlamento tedesco propose la “pace sulla base di accordi”. Il 3 agosto si registrarono ammutinamenti anche nella marina germanica.
In quel quadro di crisi papa Benedetto XV (il genovese Giacomo della Chiesa, 1854-1922, asceso al Sacro Soglio a conflitto appena iniziato) pubblicò l'appello a fermare con trattative diplomatiche l'“inutile strage”. Non era solo la parola di un “capo di Stato”, qual era riconosciuto, con o senza “scettro”, ma anche l'estremo sforzo per bloccare la deriva verso l'“ateismo materialistico” ormai incombente. Atee non erano solo le “tesi di aprile” di Lenin. Lo erano anche la conduzione della guerra come annientamento reciproco dei contendenti e la riduzione dei popoli in macchine belliche lanciate in un fratricidio planetario privo di prospettive politiche.
Dopo un anno di forzato silenzio, trascorso nella solitudine a Cavour, il 13 agosto 1917 Giovanni Giolitti parlò dall'unica tribuna rimastagli dopo il forzato allontanamento da Roma, sotto la minaccia di attentato mortale alla sua vita. Dal seggio di presidente del Consiglio provinciale di Cuneo (che avrebbe dovuto ricordarlo), si associò al premier inglese Lloyd George: la guerra era “la più grave catastrofe dopo il diluvio universale”, con la differenza che essa era opera dell'uomo, non di una volontà imperscrutabile per punire gli uomini della loro malvagità (Genesi, 6, 5-8) o della “invidia degli Dei” evocata da Erodoto per spiegare la caduta degli imperi. Convinto che fosse ormai chiusa l'età della “politica estera a base di trattati segreti”, Giolitti ammonì: i reduci (“milioni di lavoratori delle città e delle campagne, la parte più virile della nazione, affratellati per anni dai comuni pericoli, sofferenze e disagi sopportati per la patria”) al rientro dal fronte avrebbero reclamato “ordinamenti improntati a maggiore giustizia sociale, che la patria riconoscente non potrà loro negare”. Monarchico e liberale, fautore di riforme per salvaguardare le istituzioni, propose il riconoscimento universale delle nazionalità, libere di darsi il proprio governo: Pax in iure gentium... “L'Italia, sorta in nome di quei principi, ne sarà certamente efficace sostenitrice nel consesso delle nazioni”. Lo statista italiano precorse di sei mesi i “quattordici punti” enunciati dal presidente americano Woodrow Wilson l'8 gennaio 1918. Far leva sulle nazionalità era anche il concetto-guida del Comandante Supremo, Luigi Cadorna, il cui piano strategico originario era infatti l'irruzione nell'impero austro-ungarico per suscitarvi la sollevazione contro Vienna: un progetto che aveva radici nel Risorgimento italiano e nel Quarantotto, “primavera dei popoli”. Malgrado incomprensioni e lontananze, all'opposto di quanto asserito dal liberalofago Angelo d'Orsi in “1917: l'anno della rivoluzione” (ed. Laterza), l'insieme della dirigenza politico-militare italiana rimaneva ancorata all'umanesimo e contraria alla riduzione del conflitto a “guerra dei materiali”.
All'opposto, nei due incontri di San Giovanni di Moriana (aprile-giugno 1917) i governi di Londra e di Parigi ribadirono il programma originario dell'Intesa: nessuna pace separata sino all'annientamento degli Imperi Centrali. L'Italia andò al traino. Non aveva scelte.
Il colonnello Angelo Gatti, chiamato da Cadorna a organizzare la “memoria storica” del conflitto, tra il 21 e il 23 giugno 1917 stese un “Promemoria” e lo consegnò al generale Roberto Bencivenga (massone) per il Comandante Supremo in partenza per l'incontro con il francese Ferdinand Foch e con il generale inglese Radcliffe. Segretamente Gatti ne dette copia anche al comandante della II^ Armata, Luigi Capello, che non faceva mistero della sua affiliazione al Grande Oriente d'Italia. Secondo Gatti, dopo 26 mesi di guerra e di perdite altissime bisognava “ricominciare da capo. è necessario inculcare uno spirito nuovo; fare nuova organizzazione; trasformarci col tempo (…); non bisogna credere che sia tutta insipienza dei capi, o cattiva tattica, o cattivo spirito (…); è tutto l'insieme che non va, c'è qualcosa di intimo, di profondo, che si rompe”. Soprattutto occorreva “guardare in faccia le compagini (militari) come composte d'uomini, non come materia”. Cinque giorni dopo si fece iniziare nella loggia “Propaganda massonica”. Tornato da San Giovanni di Moriana, Cadorna non gli disse una parola del “Promemoria”. Oltralpe era prevalsa la visione materiale del conflitto.
Il 17 agosto 1917 la II Armata iniziò l'XI battaglia dell'Isonzo. In due settimane avanzò di circa 8 chilometri sull'altipiano della Bainsizza, ma non riuscì a sfondare. Cadorna percepì che l'Impero austro-ungarico, duramente provato, era al collasso. Lo confermarono le memorie postbelliche dei generali avversari. Però in agosto mancò il successo finale. Alle strette, Vienna chiese il soccorso massiccio della Germania, facilitato dalla ormai ampia smobilitazione del fronte russo. Le perdite dell'Esercito italiano nella battaglia sommarono a 40.000 morti,108.000 feriti e 18.500 dispersi. Come ricorda lo storico militare gen. Oreste Bovio, nelle trincee circolava un motto amaro: “massimo sforzo col minimo di risultati”. Cadorna reagì con quattro severe lettere al presidente del Consiglio, Paolo Boselli: il Comando Supremo teneva in pugno lo strumento militare (enormemente cresciuto) con ferrea disciplina. Toccava però al governo coprirgli le spalle. Boselli non rispose. Due mesi dopo fu messo in minoranza alla Camera, prima ancora che a Roma arrivasse notizia dell'avanzata austro-germanica nella conca di Caporetto. Malgrado tutto l'Italia tenne, proprio perché la sua guerra aveva radici in quel Risorgimento che aveva forgiato lo Stato nazionale. Lo ricordò Gioacchino Volpe in “La guerra 1915-1918” (ed. Pagine, concorrente al Premio Acqui Storia 2017). L'insigne storico evocò le parole di Vittorio Emanuele III agli italiani, soldati e civili, dopo la ritirata dall'Isonzo al Piave (non una “rotta”, né una catastrofe, ma una lunga “battaglia di arresto”): “Siate un esercito solo”. Ma dopo la Vittoria italiana dell'ottobre-novembre 1918, risolutiva dell'intero conflitto come documentò Luigi Gratton nella bella biografia di Armando Diaz (ed. Bastogi), venne il diktat della “pace” di Versailles. Questa gettò le premesse per il ritorno alle armi. La Grande Guerra risultò solo l'inizio della nuova Guerra dei trent'anni (1914-1945), che ha segnato l'eclissi d'Europa e il primato del materialismo sull'umanesimo, del “mercato” sullo “spirito”, il lungo predominio dei profanatori del Tempio.


Aldo A. Mola

giovedì 10 agosto 2017

Vittorio Emanuele II il "Re galantuomo" che sedusse l'Europa


di Francesco Perfetti

La Regina Vittoria d'Inghilterra annotò nel suo diario la morte di Vittorio Emanuele II con parole commosse: «Oggi è l'anniversario della morte dell'imperatore Napoleone. Ho cantato un poco con miss Ferrari, e mentre stavo cantando ho ricevuto la notizia della morte del povero Re d'Italia, avvenuta alle 2 di oggi.

Molto colpita; e per di più il giorno di questo anniversario! Ambedue i miei fedeli alleati nella guerra di Crimea!». Era il 9 gennaio 1878 e Vittorio Emanuele II stava per compiere cinquantotto anni essendo nato a Torino il 14 marzo 1820.
Il ricordo della regina prosegue: «Era uno strano uomo, sregolato e spesso sfrenato nelle passioni (specialmente per le donne), ma un coraggioso, prode soldato, con un cuore generoso, onesto, e con molta energia e grande forza». Lei lo aveva conosciuto ventitré anni prima, nel 1855, in occasione di un viaggio che il conte Camillo Benso di Cavour, in un momento di stasi della guerra di Crimea, aveva organizzato a Parigi e a Londra, ufficialmente per sollevare lo spirito di Vittorio Emanuele II colpito dalla morte della moglie, ma, più probabilmente e realisticamente, per rafforzare i legami del Piemonte con la Francia e la Gran Bretagna.
In quella occasione Vittorio Emanuele fece colpo sulla sovrana malgrado i modi poco ortodossi rispetto alla rigida etichetta tradizionale. I giudizi di Vittoria, consegnati al suo diario o alla sua corrispondenza privata, sono significativi: «È un uomo rozzo. Balla come un orso, parla in modo sconveniente: ma, se entrasse il drago, sono sicura che tutti fuggirebbero, tranne lui. Sguainerebbe la spada e mi difenderebbe. È un cavaliere medievale, un soldato, questo Savoia». E ancora: «Quando lo si conosce bene, non si può fare a meno di amarlo. Egli è così franco, aperto, retto, giusto, liberale e tollerante e ha molto buon senso profondo. Non manca mai alla sua parola e si può fare assegnamento su di lui».
Nelle parole della regina del più potente Stato dell'epoca sono evidenziati alcuni motivi che concorsero a creare il mito del «re galantuomo». Quelle parole, però, spiegano, al tempo stesso, la funzione che ebbe il primo re d'Italia nel far accettare alle diffidenti corti europee il nuovo regno. Il contributo effettivo di Vittorio Emanuele II al Risorgimento un contributo troppo spesso messo in ombra o ignorato da una letteratura faziosa e pregiudizialmente antisabauda fu, soprattutto, quello di rassicurare il «concerto delle potenze» europee sul fatto che la «rivoluzione nazionale» italiana non avrebbe provocato scosse telluriche nell'equilibrio internazionale. Non è affatto un caso che, come ha sottolineato Gioacchino Volpe, egli, in particolar modo quando non ebbe più un Cavour a contenerlo e guidarlo, abbia potuto offrire il meglio di sé cimentandosi nel campo della politica estera con un protagonismo che in diverse occasioni lasciò meravigliati diplomatici e statisti.
Vittorio Emanuele II fu «accreditassimo», per usare ancora un'espressione di Volpe, nelle Corti europee, ma fu anche, si può aggiungere, popolarissimo in patria, proprio per la sua capacità di sapersi cattivare le simpatie di tutti. Era e si sentiva un re, anzi un re che governa. Orgoglioso del passato millenario della dinastia, si poneva su un gradino superiore a quello dei suoi interlocutori, ma al tempo stesso con la bonomia e il tratto anticonformista, riusciva a dare la sensazione di mettersi sul loro stesso piano. Un grande storico, Federico Chabod, ha osservato in proposito: «Qui era in gran parte il segreto del fascino ch'egli esercitò, indubbiamente, e non solo sui piccoli borghesi e sui contadini incantati dalla sua speditezza di modi, ma anche sigli uomini politici: qui era una delle sue doti vere di capo di Stato, che poté dunque agire personalmente, e non solo per imposizione ma per consenso».
Proprio al primo re d'Italia, lo storico piemontese Adriano Viarengo ha dedicato una nuova e approfondita biografia, Vittorio Emanuele II (Salerno Editrice, pp. 504, Euro 29), che riserva, al contrario di molte altre, largo spazio agli anni giovanili del futuro sovrano per indagare il tipo di educazione che questi ebbe e fino a che punto tale educazione, tanto sotto il profilo culturale quanto sotto il profilo religioso, fosse stata davvero da erede al trono. Il padre, Carlo Alberto, il re che aveva concesso lo Statuto, si era formato una solida cultura economica e di scienza dello Stato che il figlio certamente non ebbe ma cui supplì con la consapevolezza di dover «gestire un ruolo», quello di sovrano, cui attribuiva «un valore straordinario» anche in quella «sorta di vacuum che è il regime costituzionale».
Vittorio Emanuele II non dimenticò mai di essere un re con vocazione certo di governo, ma un re costituzionale che aveva a che fare con le istituzioni rappresentative: una Camera non docile e un Senato, pur di nomina regia, non privo di qualche asperità. Esercitò, secondo la lettera dello Statuto, tutti i poteri che gli erano riservati, dall'individuazione dei presidenti del Consiglio alla nomina e revoca dei ministri e, persino, in qualche caso, dei governi. Ma è probabile che sia stata proprio la consapevolezza di essere, come si leggeva nella intitolazione dei suoi atti pubblici, «per grazia di Dio e volontà della Nazione, re d'Italia» a consentirgli di sviluppare quei tratti di bonomia, umanità e affabilità che lo resero amato e popolare al di là delle distinzioni sociali.
Ci furono, certo, anche alcuni «miti fondanti» che accompagnarono lo sviluppo e la storia del regno, prima di Sardegna e poi d'Italia. Viarengo ne ricorda due: l'immagine iconica del «re galantuomo» e la «leggenda di Vignale», quando, appena asceso al trono, dopo la sconfitta di Novara, Vittorio Emanuele minacciò di usare le maniere forti durante le trattative per l'armistizio. Ma altri ancora se ne potrebbero individuare, come, per esempio, quello di voler essere, secondo le parole di un celebre discorso, «il primo soldato dell'indipendenza italiana». Sempre, i «miti fondanti», per quanto suscettibili di revisioni critiche e ridimensionabili, hanno una consistenza reale che non può essere messa in discussione. Nel caso di Vittorio Emanuele II essi nacquero e acquistarono forma, al di sopra e al di fuori della politica, nella caldissima stagione risorgimentale diventando elementi simbolici per i sudditi contemporanei e le generazioni successive. Vennero percepiti, insomma, come «verità storiche». E questo, alla fin fine, è davvero quel che conta tramandando l'immagine di un sovrano che, raccogliendone l'eredità, riuscì a completare l'opera iniziata dal padre Carlo Alberto e a realizzare l'unificazione spirituale e politica del paese in un momento storico particolarmente delicato e turbolento a livello internazionale.

mercoledì 9 agosto 2017

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale

IMMISSIONE DEI GIOVANI AL LAVORO
2) Sul problema dell’apprendistato, l’immissione dei giovani al lavoro, e le scuole professionali, e da osservare che la disciplina legislativa sull’apprendistato, pui considerando il progetto di legge in esame al Parlamento, è superata. L’apprendistato non può essere risolto come un «fatto» circoscritto alle esigenze economiche, produttive, sociali dell’azienda. Esso è un « fatto » che interessa tutta la Comunità nazionale, ed ha inizio nella Famiglia e primo conseguimento nella Scuola; e deve trovare armonica disciplina nei problemi di carattere morale, pedagogico e psicologico da cui è possibile una realistica preparazione del fanciullo che lo metta in condizione di affrontare il primo contatto con la vita sociale.

Pertanto prima di provvedere a disciplinare l’apprendistato nei campi, nelle officine, nei commerci, negli uffici, bisogna provvedere ad una riforma completa della Scuola, primaria e secondaria, sviluppando nell’una e nell’altra un programma di istruzione e sperimentazione di avviamento al lavoro, oggi troppo superficialmente svolto da Scuole non idoneamente attrezzate (AVVIAMENTO) o limitate a singole discipline, spesse volte non rispondenti alle necessità del luogo ove sono dislocate per la limitatezza dei programmi. La Scuola primaria e secondaria deve essere la « palestra prioria » in cui i giovanetti, unitamente alle teorie debbono apprendere realistiche e pratiche cognizioni di « quel lavoro » verso cui la naturale inclinazione e predisposizione del fanciullo è più orientata.

Così riallacciato il problema dell’apprendistato a quello della Scuola, e provveduto alla riforma dell’Assistenza e della Previdenza nel senso in cui i nuovi indirizzi sociali vanno orientandosi, il problema contrattuale, salariale, previdenziale dell’apprendistato può essere risolto senza alterare eccessivamente l’economia delle aziende, dell’ occupazione, della produzione ; e quindi assegnando a ciascun apprendista categoria e retribuzione che saranno stabilite dai contratti di lavoro, e non da ima legge coercitiva che ignorerà sempre le vere condizioni culturali, le capacità, la preparazione tecnica dell’aspirante apprendista.

Di conseguenza la legge sull’apprendistato dovrebbe predisporre l’assunzione obbligatoria, in qualità di apprendisti, dei diplomati usciti dalle scuole di avviamento al lavoro. Nel qual caso la ripartizione numerica fra le varie categorie di aziende dovrebbe essere concordata ed eventualmente graduata nel tempo fra le associazioni professionali e le autorità scolastiche. E quindi si dovrebbe, secondo le richieste di mercato, predisporre possibilmente già nelle scuole la ripartizione per specializzazione dell’alunno. Tutto ciò anche per impedire lo sfruttamento dei giovani, prelevati dalla strada, da piccole aziende o da artigiani, i quali, con la scusa dell’apprendistato, ne approfittano per fini non sempre giustificabili.

venerdì 4 agosto 2017

Estate al castello di Racconigi

Tra le bellezze cuneesi di cui spesso ci dimentichiamo


di Fiorella Avalle Nemolis

Una giornata agostana: un viaggio nel tempo tra i fasti del castello reale di Racconigi, in provincia di Cuneo.
Marzio ed io, quest'anno, optiamo per vacanze “nostrane” con piccoli spostamenti in giornata. La nostra provincia Granda, tra borghi e castelli, offre bellezze e arte di cui spesso ci dimentichiamo. Il Castello reale di Racconigi è un'eccellenza tra questi. Ad attrarci è il suo Parco, premiato nel 2010 come il più bello d'Italia.
Riserviamo la visita al parco per il pomeriggio. Alle nove la biglietteria apre, non perdiamo tempo. L'ingresso principale al castello è un grandissimo piazzale di ghiaia fine e curatissima, con lo scalone che conduce al primo piano nobile. Il sole picchia e ci affrettiamo a percorrelo per raggiungere l'immenso e maestoso ingresso.
Alzo il naso all'insù e avvisto una curiosa attrazione: i nidi delle cicogne in bilico sui tetti. E' nota alle spalle del Castello reale l'oasi di questi inconfondibili uccelli. E' un premio, all'ingresso del salone d'Ercole, al piano nobile, lasciarsi alle spalle luce accecante e calura, per la gradevole sensazione di fresco e penombra.
Già si percepisce l'importanza degli ambienti, ampi e lussuosi, con funzione di rappresentanza. Nel castello, anche se luogo di villeggiatura della famiglia reale, si svolgeva anche un'intensa vita di relazione. Quindi, fasto prestigio e potere, per momenti pubblici della vita di corte. Incontri per questioni di stato, con ospiti illustri, ministri, ambasciatori e importanti dignitari.
Non mancavano pranzi di gala e feste da ballo, a cui davano vita i nobili di corte, e anche cerimonie importanti: vi nacque nel 1904 l'ultimo re d'Italia, Umberto II; nel 1909 ci fu la vista in Italia dello zar di Russia Nicola II; nel 1925 si svolsero le nozze della principessa Mafalda; e nel 1930, quelle del principe Umberto II, che ricevette in dono la residenza.

Impossibile e riduttivo descrivere ogni ambiente. E' un mondo così lontano dal nostro! Immagino e sento il fruscio delle sete che avvolgono le dame, strizzate in crudeli corsetti, da cui esplodono audaci décolleté, che ben poco lasciano all'immaginazione, ma perfetti per ostentare preziosissimi gioielli, simbolo di opulenza. Curioso, però, fosse scandalo mostrare le caviglie... E le acconciature elaboratissime che ondeggiavano nel loro incedere, cauto, ma elegante. Ammirevole destrezza nel scendere e salire infiniti scaloni con vesti pari a un'armatura.
[...]
http://www.cuneocronaca.it/un-giorno-al-castello-di-racconigi-tra-le-bellezze-di-cui-spesso-ci-dimentichiamo

giovedì 3 agosto 2017

IL PERICOLO NUMERO UNO IN ITALIA E‘ L’INCAPACITA’ A RISOLVERE RAPIDAMENTE LA CRITICITÀ DEL MOMENTO STORICO

Segnaliamo questo articolo (meritevole a nostro giudizio di qualche correzione per una migliore comprensione) di Michele Frattallone, Presidente del Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo, di cui estrapoliamo il seguente brano:

[...]
Dopo quella data Mussolini intraprese una linea diversa e organizzò il partito nazionale fascista che poi si evolve in regime totalitario, al tempo stesso si crearono dissensi, contrasti e pericolosa competizione fra monarchia e fascismo con tutte le conseguenze che seguirono e il finale con la caduta del fascismo il 25 luglio 1943 e successivamente il referendum del 2 giugno 1946. Re Umberto II scelse l’esilio nel territorio dello Stato Portoghese e tutto per una guerra perduta ma dalla gerarchia militare non voluta.
Non credo sia errato potere rispolverare il passato che distrattamente i politici hanno voluto sorvolare  il tempo che fu, perché’ credettero e credono che gli episodi storici non siano utili per confrontarsi con il presente.

Seguo da giorni molti dibattiti trasmessi dalla televisione italiana e percepisco che mai come in questo periodo, il partito che si esprime di centro-sinistra e altri di estrema sinistra, dopo trascorsi settantadue anni, tale partito di centro-sinistra e movimenti di sinistra, con i loro membri e dirigenti che sono al vertice della loro politica a vitalizzare l’odio permanente contro il partito o movimenti di destra. Il clima che si respira non aiuta a condizionare gli effetti dell’inaspettata recrudescenza della cultura fascista, descrivendola tale come un demone pericoloso per il popolo italiano.

Questo comportamento politico espresso dai partiti di centro-sinistra, non crede che la storia sia storia e va rispettata integralmente perché’ in ognuno di noi cittadini italiani, percorrono il corso della nostra vita e poi come si potrebbe negare che da sempre nel nostro io, alloggiano una porzione del male e una porzione del bene.

Poi decidiamo come gestire le tali due porzioni che maturano il carattere di ogni persona individuale e cittadina. Per motivi culturali, da cittadino italiano non sono mai stato iscritto ad alcun partito politico, ma eccezionalmente sono stato iscritto al Partito Nazionale Monarchico, nel ruolo di dirigente giovanile di tale partito ed ho avuto l’opportunità e l’onore di conoscere personalmente Sua Maestà Umberto II, Re d’Italia, e ricordo che mi salutò con due semplici parole: l’Italia innanzitutto!
[...]

mercoledì 2 agosto 2017

martedì 1 agosto 2017

Sport ed Italia unita

I pesisti Pierino Gabetti, Carlo Galimberti e Giuseppe Tonani,
medaglie d'oro all'Olimpiade del 1924, con l'allenatore Enrico Taliani,
Già  in  occasione  delle  recenti  Olimpiadi  di  Rio, del  2016, avevo  scritto  compiacendomi  per  il  risultato  raggiunto, come  numero  di  medaglie, dalla  rappresentativa  italiana, confermando  un  andamento  positivo  che  può  farsi  risalire  al  record  di  30  medaglie, ottenuto alle  Olimpiadi del  1932, tenute  a  Los  Angeles  ( che  dopo  il  bis  del  1984  farà  il  tris  nel  2028!), ed  avevo  sottolineato  che  questo  risultato  era  uno  dei  frutti  della  unità  nazionale, in  quanto  il  medagliere  aveva  premiato  atleti  di  tutte  le  regioni  italiane.
Adesso, luglio  2017,  i  campionati  mondiali  di  nuoto  e  di  scherma  hanno  confermato l’Italia  nei  primi  posti  di  queste  specialità  per  cui  non  posso  che  confermare  il  precedente  giudizio  altamente  positivo, che  riguardava  inoltre  la  presenza  di  numerose  donne  campioni. E   questo  apprezzamento  delle  nostre  atlete  si  rinnova  per  questi  campionati  mondiali  e  quale  maggiore  soddisfazione  vedere  le  vittorie  nella  scherma  della  squadra  femminile , sport  dove  l’Italia  aveva  sempre  primeggiato, a livello  maschile, con  schermitori  di  livello  mondiali  che  sono  entrati  nella  leggenda   dai  Nedo  Nadi  ai  Mangiarotti.
Fortunatamente da anni le ipotesi secessioniste  che  erano  state  avanzate qui  in Italia, per  il  Nord, sono  rientrate, ma  ancora  oggi  vi  sono invece  scrittori  che  scavano  fossati  ed  incitano  a  sentimenti quasi  di  rivolta, questa  volta nel  Sud, ed  ai  quali  invio  queste  considerazioni  sportive, pensando  cosa  sarebbe  stato  il  medagliere  di  un’Italia  divisa, in  più  stati  e  staterelli, quale  era  prima  del  17  marzo  1861 .

Domenico  Giglio