NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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lunedì 20 maggio 2024

INCONTRO A ROMA SU AMEDEO DI SAVOIA "UN ITALIANO DA RISCOPRIRE"

 




 

L'11 maggio è stato ricordato in una giornata a lui dedicata il Duca Amedeo di Savoia, Viceré d'Etiopia, Generale di Armata Aerea e M.O.V.M.

Nel quadro di questo incontro rievocativo e scientifico, sono stati anche ricordati il fratello Duca e Ammiraglio Aimone M.A.V.M. e il nipote Amedeo di Savoia V° Duca d'Aosta, scomparso 3 anni fa.

L'evento si è svolto al prestigioso Istituto San Leone Magno di Roma, una delle più antiche scuole cattoliche della capitale, da un comitato organizzatore presieduto dalla Dott.sa Anna Maria Menotti (discendente dell'eroe risorgimentale) che ha aperto i lavori con un breve e toccante discorso che ha riguardato la sua famiglia e la devozione d'essa alla Patria come valore supremo.

In precedenza c'è stata una funzione religiosa officiata dal Cappellano militare dell'Aeroporto di Centocelle di Roma. In un clima suggestivo nella Chiesa madredell'istituto sono state benedette le due bandiere nazionali quella del Regno e l'attuale.

In entrambe le occasioni ha partecipato una rappresentanza delle associazioni d'arma patrocinanti; la Presidenza Nazionale dell'Associazione Arma Aeronautica, la Federazione Romana del Nastro Azzurro e l'Associazione Nazionale del Fante.

Era presente anche una Rappresentanza del Comando Provinciale dell'Arma dei Carabinieri.

Al convegno dopo il saluto del Presidente Menotti, è stato letto un messaggio di S.A.R. il Principe Aimone di Savoia, che ha riscosso molti applausi Tra il centinaio di partecipanti.

E' seguita la conversazione iniziata dal divulgatore storico Alessandro Mella che ha parlato della giovinezza dell'eroe, del suo ruolo di soldato e ufficiale nella Grande Guerra, sino alla sua carriera nella Regia Aeronautica.

Poi il Prof. Andrea Ungari Docente presso gli Atenei Luiss e Marconi di Roma ha illustrato la vita del personaggio nell'ultimo drammatico e storicamente decisivo periodo, della sua vita che va dalla nomina a Viceré d'Etiopia alla morte in prigionia durante la guerra nel 1942.

Sono stati esposti tentativi fatti da lui per migliorare le condizioni di vita in colonia e l'impegno profuso inutilmente per evitare l'ingresso dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale che sarebbe stata ferale per l'Impero che gli era stato affidato.

Accerchiato e male armato resistette un anno con iniziali successi e una difesa che convinse gli inglesi a concedergli (cosa tutt'altro che scontata) l'Onore delle Armi quando ormai nel ridotto dell'Amba Alagi compì la sua ultima e più alta missione, prima della prigionia dove morirà per malaria e tubercolosi.

Infine l'articolista del Giornale d'Italia Gabriele Gigliotti ha ricordato alcuni aspetti del carattere dell'eroe e del fratello Aimone , personaggio questo trascurato fin troppo dagli storici e che ebbe indiscussi meriti in campo tecnico- militare specialmente nella formazione dei mezzi d'assalto a cui contribuì prima e dopo l'ingresso dell'Italia in guerra e durante la Guerra di Liberazione che lo vide operante nella Regia Marina a Brindisi durante la prigionia di moglie e figlio precedentemente catturati dai nazisti.

La cerimonia si è conclusa con il ricordo degli ultimi istanti della vita di Amedeo (così come lo chiamavano i suoi soldati) che ha lasciato visibilmente commossi molti presenti.

 

Francesco Di Bartolomei

lunedì 15 agosto 2022

Amedeo di Savoia-Aosta, un nome e un eroe da non dimenticare



Di Francesco Di Bartolomei e Gabriele Gigliotti


 Con un po' di sollievo culturale chi scrive ha appreso che il Liceo Duca d'Aosta di Pistoia non cambierà nome. L'operazione  di "cancel culture"(o che almeno così traspariva a tutti gli effetti),pare non sia passata, generando sdegno in alcuni e plauso in altri. Questo scritto desidera solo porre una riflessione sulla figura "dell'eventuale" rimosso e sui motivi che ne nobilitano il nome aldilà della ragion di nascita. Naturalmente inquadrando il personaggio nel suo preciso contesto storico di cui fu un protagonista capace di coscienza critica. Amedeo di Savoia nacque nel 1898.Allievo del Collegio Militare della Nunziatella di Napoli, fin da subito espresse una caratteristica che lo distinse per tutta la vita, quella di non farsi chiamare con il titolo di "Altezza Reale" ma semplicemente "Amedeo" da parte dei propri compagni e collaboratori.

Alla soglia dei 19 anni partì volontario per il  fronte durante la Grande Guerra, arruolandosi come soldato semplice d'artiglieria. Prima linea del Carso. Il padre, Comandante della Terza Armata detta "Invicta", disse al generale che lo aveva come sottoposto solo una frase: "Questo è mio figlio nessun privilegio!". Durante le ostilità guadagnò una decorazione al valore e la promozione al grado di Capitano. 

Alla fine del conflitto seguì lo zio Luigi Amedeo(Ammiraglio e celebre esploratore apprezzato in tutto il mondo scientifico)nel momento in cui stava creando in Somalia il Villaggio Duca degli Abruzzi che fu per molti decenni una delle più grandi aziende agricole dell'Africa, dove centinaia di somali trovarono lavoro mentre ai loro figli veniva garantita un istruzione che comprendeva anche l'insegnamento della religione islamica, giacchè era il credo dei loro padri.

Successivamente Amedeo lavorò in Congo come operaio e manovale in un saponificio sotto falso nome.Rientrato in Italia riprese la vita militare e si laureò a Palermo nel 1924 in giurisprudenza con una tesi in diritto coloniale, in cui esprimeva alcuni suoi pensieri sostenendo apertamente che l'unica giustificazione al colonialismo in epoca moderna era l'effettivo miglioramento della qualità di vita degli indigeni e altresì dibatteva sulla necessità di estendere il diritto di cittadinanza italiana alle poplazioni locali. Sembra oggi ma il Duca si poneva questi problemi cento anni fa. Durante il suo servizio nella Regia Aeronautica(arma in cui era transitato) si segnalò per aver salvato il pilota di un velivolo incidentato in fiamme causandosi ustioni e per  uno stile di vita sobrio e moderno, caratterizzato da una profonda condivisione della quotidianità col personale, sia civile che militare, aldilà di grado e ruolo.

Fu anche presidente onorario della Triestina Calcio. Mantenne un'amicizia con l'anticonformista poeta romano Trilussa noto anche per posizioni non sempre favorevoli al fascismo. Arrivato al grado di Generale di Divisione Aerea venne nominato Vicerè d'Etiopia.Diverse furono le proposte che prima di allora gli vennero offerte per ruoli apicali durante il regime ma lui rimase sempre e solo un soldato al servizio dello stato non bramando cariche e potere.

Arrivato ad  Addis Abeba nel 1937  mitigò l'atteggiamento ostile dei locali, causato anche dalle repressioni del suo predecessore Il Maresciallo Graziani da cui prese le distanze in modo netto, promuovendo fra le altre cose la realizzazione in Africa Orientale di numerose opere pubbliche e sociali. Preoccupato per l'avvicinamento dell'Italia alla Germania nazista, dopo l'approvazione delle leggi razziali in Patria, sposò in colonia una linea diversa da quella governativa come era d'uso nelle terre d'oltremare.

Poco prima dell'infausta legislazione cercò infatti su antecedente richiesta dello stesso Mussolini di promuovere la creazione di un insediamento/stato ebraico in Etiopia e portò avanti tale progetto sino a quando Roma non fece decadere l'interesse.Attuò inoltre una capillare azione di contrasto della corruzione.

Ben lontano da alcuni pregiudizi europei circa la storia africana promosse studi sull'antica civiltà axumita, proteggendone le restanze archeologiche. Dopo l'ingresso dell'Italia in guerra le antichissime tribù degli ebrei etiopi, i Falascià, in virtù del trattamento umano che sempre avevano ricevuto dal principe sabaudo, decisero di combattere con lui, questo fu l'unico caso in tutta la seconda guerra mondiale di ebrei che si schierarono con l'asse.

Precedentemente allo scoppio del conflitto si recò a Roma da Mussolini per opporsi fermamente e senza mezzi termini all'ingresso dell'Italia in guerra. Nonostante ciò fece il suo dovere fino in fondo. Guidò per quasi un anno le truppe al suo comando, prima di arrendersi sull'Amba Alagi, contro un nemico nettamente superiore per uomini e mezzi che gli concesse l'onore delle armi, mentre in Patria gli veniva conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare.

All'atto della resa, scendendo dall'Amba Alagi, lo salutarono per un'ultima volta tutti i suoi soldati, italiani ed indigeni, battendogli le mani e chiamandolo per nome tra la meraviglia degli alti ufficiali britannici a cui se pur vincitori forse mai era stato tributato un onore del genere che nasceva dal cuore di chi era stato ai suoi comandi e che lo aveva visto condividere con loro stenti e privazioni.

Durante i mesi di prigionia si aggravarono progressivamente le sue condizioni di salute(malaria e tisi)a quel punto gli inglesi gli offrirono la possibilità di avere moglie e figlie accanto, ma lui rifiutò asserendo che non aveva mai voluto privilegi rispetto ai suoi uomini.

Si spense nel 1942,sorretto solo dalla sua fede religiosa e in quella nell'Italia. Fu sepolto nel cimitero dei prigionieri italiani a Nyeri in Kenya sotto una semplice croce di legno tra i suoi soldati. Fu uno dei due caduti di Casa Savoia nella seconda guerra mondiale, assieme alla Principessa Mafalda morta nel lager nazista di Buchenwald, a cui si aggiunsero sette deportati tra cui il nipote Amedeo, appena nato a quel tempo e scomparso di recente. Il figlio di quest'ultimo, il Principe Aimone di Savoia-Aosta pronipote dell'eroe,ha scritto di recente all'istituto in questione ed al sindaco un pacato ma fermo messaggio; prendendo spunto da quell'appello si è voluto condividere codesta riflessione.

Nei commenti di alcuni promotori dell'iniziativa di rimozione si è asserito che della personalità del Duca d'Aosta c'era solo un vago ricordo; orbene fin quando fu viva la generazione di coloro che lo avevano conosciuto questo ricordo non fu così nebuloso. Il Negus Hailè Selassiè, nemico dell'Italia fascista, volle ringraziare personalmente la vedova del Duca per come il marito aveva trattato il popolo etiope.Nel 1953 ai reduci di quella pagina di storia venne dedicato un film "La Pattuglia dell'Amba Alagi",parte della pellicola analizzava documentaristicamente l'azione del Duca. A Gorizia nel 1962 venne inaugurato 
dall'allora Presidente della Repubblica Antonio Segni un monumento a lui dedicato e disegnato da un grande uomo di pace  come l'Ingegnere e scrittore Paolo Caccia Dominioni (già reduce di El Alamein e protagonista indiscusso della resistenza lombarda).

Se poi la memoria del suo sacrificio si è gradualmente affievolita lo si deve probabilmente anche al generale decadimento della nostra cultura e non solo. Chi scrive però è convinto che se ad una gioventù ormai eccessivamente digitalizzata fosse proposta l'immagine di quest'uomo, pur nella sua complessità e nelle contraddizioni che possono averlo caratterizzato, questi ragazzi sicuramente guadagnerebbero qualcosa in un fattore che ultimamente sembra un po' mancare: quello umano.

Quanto infine alla questione, che si volesse cambiare il nome dell'istituto per intitolarlo ad una delle due grandi scienziate Rita Levi Montalcini o Margherita Hack, che tanto lustro portarono al nostro paese, rimanendo nel sovrano rispetto di chi dovrà decidere tali eventualità, con molta umiltà si fa serenamente presente che una città come Pistoia potrebbe tranquillamente trovare-o almeno si presume-spazi consoni da dedicare a queste esimie personalità in dei luoghi dove per adempiere ciò non si debba necessariamente cancellare la storia.

https://www.ilgiornaleditalia.it/news/cultura/394381/amedeo-di-savoia-aosta-un-nome-e-un-eroe-da-non-dimenticare.html


giovedì 30 giugno 2022

Amedeo di Savoia Duca d’Aosta

 

di Emilio Del Bel Belluz

Quando la storia viene scritta dagli eroi che hanno versato il loro sangue per la Patria durante le guerre, il loro sacrificio davanti agli occhi di Dio e della nazione non può in nessun modo essere cancellato. Il soldato che ha dimostrato con orgoglio la sua appartenenza all’Italia è simile all’amore che una persona ha verso la propria madre. In questi giorni ho letto che c’è l’intenzione di cambiare il nome del liceo scientifico di Pistoia, intitolato ad Amedeo di Savoia duca d’Aosta. 

Questo tentativo non può trovare un terreno fertile.  Nella mia vita ho incontrato alcuni soldati che erano stati in guerra con Amedeo Savoia duca d’Aosta, tra cui Ferruccio Cibin di Motta di Livenza.  Costui, sapendo che amavo la storia, spesso mi raccontava della sua vita militare a fianco del suo eroe il Duca, e nel dire questo aveva le lacrime agli occhi dalla commozione. 

Quante volte ho sentito recitare a memoria il testamento del suo comandante. Passando davanti alla sua casa penso alla sua lealtà di soldato verso quello che la storia ha onorato come un eroe, morto il 3 marzo 1942. 

Nel suo testamento il Duca scrisse: “Quante volte ho pensato con amarezza, specialmente in questi ultimi giorni, che sarebbe stato meglio morire sul’Amba Alagi. Si poteva morire benissimo lassù. Ma adesso capisco: sarebbe vanità. Bisogna saper morire anche in mano al nemico, anche in ospedale… com’è bello morire in pace con Dio, con gli uomini, con se stesso. Questo è ciò che veramente conta”. (Nairobi 2 marzo 1942). 

L’Italia è un Paese che non può diventare ostaggio di quelli che cancellano la propria cultura, che abbattono le statue, che cambiano i nomi delle vie. Questa Italia deve prima di tutto conservare la sua storia e le sue tradizioni, rispettare quelli che si sono immolati per l’Italia. Il loro sangue è quello degli eroi.  

Walter Scotto scrisse: “Se perdiamo tutto il nostro avere preserviamo almeno immutato l’onore”. Questo è l’insegnamento che ci è stato offerto dagli eroi come il duca. Quanto vorrei aver studiato in una scuola prestigiosa che portasse il nome di un così grande personaggio. Kipling scrisse. 

“Nulla può dirsi concluso finché non è concluso con giustizia”. Onore a tutti quei soldati che caddero per la Patria, il cui nome e l’eroismo solo Dio conosce.  


Giugno 2022

giovedì 12 ottobre 2017

A Palazzo Cisterna il libro di Dino Ramella su Amedeo di Savoia

In mostra anche cimeli librari della biblioteca storica


Si presenta a Palazzo Cisterna, giovedì 19 ottobre alle ore 17, all’interno del programma degli incontri organizzati nelle sale auliche della sede della Città metropolitana di Torino dall’Associazione Amici della Cultura, l’ultimo libro di Dino Ramella edito da Daniela Piazza dal titolo “Il Duca d’Aosta e gli Italiani in Africa Orientale”. 
La pubblicazione presenta la nobile figura di Amedeo di Savoia d’Aosta rivisitata a ottant’anni dalla nomina a Viceré d’Etiopia nel suo periodo di governo in Africa Orientale Italiana. Un autentico spaccato di vita dell’Impero, vissuto attraverso testimonianze dirette, stralci di lettere, opinioni e immagini fotografiche legate ai protagonisti che si stabilirono in Eritrea, Somalia ed Etiopia tra l’occupazione italiana e i drammatici eventi che ne seguirono con lo scoppio della seconda guerra mondiale, dal 1937 al 1943.
“Il Duca d’Aosta e gli Italiani in Africa Orientale” ripercorre i fatti storici nei quali le memorie legate al principe si uniscono a quelle degli Italiani e delle Italiane che decisero di aprire un nuovo capitolo della propria vita in terra d’Africa. La scelta della sede della presentazione non è casuale. Palazzo Cisterna è stato dal 1867 (anno in cui Maria Vittoria, ultima discendente della famiglia dal pozzo della Cisterna, sposa Amedeo di Savoia) al 1940 (anno in cui i Savoia vendono il palazzo alla Deputazione Provinciale) dimora di casa Savoia. Il 21 ottobre 1898 negli appartamenti privati del palazzo di via Maria Vittoria nasce Amedeo, il protagonista del libro di Ramella,  figlio di Emanuele Filiberto e Elena d’Orléans.
[...]



sabato 15 aprile 2017

Vita eroica di Amedeo di Savoia - quarta parte

Il 16 maggio, dopo 43 giorni di assedio e dopo avere reiterate volte respinto le intimazioni di resa le condizioni erano queste: gli uomini ridotti a 2500 perché 1300 erano morti, non esisteva più un solo colpo di cannone, vi erano ancora pochi caricatori per le armi leggere, i pochi muli erano stati già tutti sacrificati, la sete era allucinante, ma, dalle pendici del monte si vedeva avvicinare sempre più una marea di fute bianche, i 30.000 armati di Ras Seium. No, non vi era più scampo! Ed il Duca che aveva cercato più volte la morte su quell'Amba desolata, che aveva visto morire attorno a sé ì migliori Suoi fidi, pensò che aveva il dovere di risparmiare l'orrenda carneficina che attendeva i superstiti, adesso che era salvo l'onore della Bandiera. Mandò fuori il Suo Volpini a trattare con gli inglesi; ma gli armati di Ras Scium non rispettarono la guarentigia della bandiera bianca, una scarica di fucili uccise lui e gli altri parlamentari, così che furono gli inglesi a dover recarsi dal Duca; e due giorni dopo vi fu la discesa dell'Amba Alagi.

Amedeo di Savoia fu l'ultimo ad abbandonarla dopo avere diviso con i superstiti le poche cose ed il danaro che Gli restava; ma prima si recò nel forte Toselli dove due giorni prima era stato sepolto il generale Volpini, l'amico del Suo cuore, che per 15 anni aveva, ai Suoi ordini, diviso la gioia e le asprezze della Sua vita, ed aveva pagato l'estremo tributo alla Sua granitica fedeltà.

Vi è una fotografia di Amedeo, fatta dagli inglesi, mentre Egli saluta nel fortino Toselli il breve lembo di terra che copre la salma di Volpini: gli occhi infossati, il volto emaciato, irriconoscibile, è la statua del dolore e dà l'impressione di essere già al di là del tempo e della vita.

Venne portato ad Adi Ugri ove restò 15 giorni, chiuso in una piccola casa, in attesa della sistemazione definitiva, e fu ad Adì Ugri, nel chiuso di quattro pareti che seppe dalla radio della medaglia d'oro al valor militare assegnatagli da S. M. il Re: «ho seguito con viva affezione e con ammirata fierezza la Tua opera di comandante e di soldato. Ti ho conferito la medaglia d'oro al Valore Militare, desiderando premiare in Te anche coloro che, combattendo ai Tuoi ordini, hano bene meritato dalla Patria ».

Sì. Egli si sentiva di essere, Egli era il depositario dei mille e mille Caduti nella difesa dell'Impero; nel Suo cuore batteva il cuore di una moltitudine di Morti e di superstiti.
La Sua nuova dimora fu stabilita a Nairobi.
Gli fu assegnato il villino da caccia di Lady Me Millan, a 70 Km da Nairobi, villino abbandonato da anni, infestato da pulci da zecche e da topi, e dovette personalmente per una settimana intera, aiutato dai Suoi, provvedere a liberarsi, per quanto possibile, da questi ospiti indesiderabili.

Le gazzette inglesi farneticavano sulla libertà di cui godeva il Principe, che poteva recarsi ove volesse, ospite, dicevano, e non prigioniero di S.M. Britannica; che da Addis Abeba Gli erano stati portati i Suoi cavalli, che possedeva una ricca automobile per i Suoi spostamenti. La verità vera era un'altra: non poteva andare al di là di 380 m dalla casetta, vigilato da un bene attrezzato e numeroso corpo di guardia, ed invece dei cavalli e dell'auto, esisteva una carrozza di cui si servivano gli ufficiali inglesi, che dopo una settimana l'avevano resa inservibile.

Era un prigioniero, come gli altri, che ebbe la prima lettera dei Suoi dopo sette mesi di prigionia, e niente Lo feriva e Lo umiliava più delle letture delle riviste Sud Africane ed Inglesi che gli ufficiali di guardia Gli mostravano.
In una si diceva che, sull'impegno della Sua parola di onore, Gli sarebbe stato concesso di andare in Italia a rivedere la Sua famiglia.
Il rossore Gli salì al viso. Come si poteva pensare che Egli avrebbe accettato un simile privilegio? Un'altra volta lesse in una rivista Sud Africana che i Suoi magnifici soldati erano i « contemptible scavengings in the biways of the battle ».

Umiliato, depresso, in quella solitudìne disperata rotta solamente dalle notizie sempre peggiori che giungevano dai lontani campi di battaglia europei, fu, punto un giorno da una zecca, e ne risultarono altissime febbri a tipo tifoideo, che Gli durarono settimane e Lo ridussero allo estremo, mentre il Suo medico, Dott. Borra, invano chiedeva di poter fare delle analisi e degli esami speciali, ed invano chiedeva medicinali.

Appena rimessosi chiese ed ottenne di poter recarsi al Comando del Campo da cui dipendeva, per avere la assicurazione che le donne ed i bambini internati nel Kenia sarebbero stati evacuati per primi, con precedenza su tutti.

Voleva entrare nel campo per salutare i Suoi soldati colà prigionieri, ma Gli fu vietato, ed allora girò attorno al filo spinato entro il quale eran rinchiusi, mentre i Suoi vecchi soldati Gli gridavano parole di amore. Fu visto pallido, diritto, con gli occhi gonfi di lagrime, e non si vergognò di dire a chi Lo accompagnava: «Talvolta piangere è una felicità!».

Ma la febbre riprese, gagliarda, e questa volta fu trovato il plasmodio della malaria.

In quell'organismo, debilitato dalla lunga sofferenza morale, dalle privazioni fisiche durate nelle lunghe settimane di assedio sull'Arnba Alagi, questì lunghi attacchi febbrili determinati dalla insalubrità del luogo, dovevano portare alla consuzione ed alla morte.

Quando si recò a trovarlo il Maggiore Ray Wittit, di cui cito il nome ad onore, unico tra gli ufficiali inglesi che, avendo in tempi felici conosciuto il Duca di Aosta, non aveva dimenticato l'omaggio che a Lui si doveva nella sventura, quando andò a trovarLo e Lo vide in quelle condizioni, su quel lettino di ferro ove non poteva allungare i piedi, con gli occhi lucidi di febbre, nella più grande desolazione, non potè contenere il suo sdegno, che esplose in sacro furore: questo era il modo di trattare un Principe Reale della più vecchia dinastia regnante di Europa? Questo era il modo di trattare un glorioso nemico, leale e cavalleresco, tenendolo lì, a 70 km dal consorzio umano, in quella casetta abbandonata al limite di una foresta?
Questa era la asserita, vantata ospitalità del Re di Inghilterra?

Così riuscì ad ottenere che, a spese del Duca, Egli fosse ricoverato in una casa di cura, La Maja Cumbery Nursing Home.

Ma oramai il destino era segnato, ed ecco allora, per salvare la faccia, il medico inglese che appare all'ultima ora, ecco anche affacciarsi quel Rennel Road, compagno di giuochi della Sua fanciullezza, quando il padre era ambasciatore in Italia nei tempi felici. Il padre che amava ed era riamato dagli italiani aveva scritto al figlio degenere: ricordati, ricordati di quanto dobbiamo ai Duchi di Aosta, e sii di conforto al prigioniero.
Ma il figlio era andato all'aeroporto, aveva salutato con ostentata indifferenza lasciando di ghiaccio il Duca che Gli era andato incontro per abbracciarlo; ed ora, eccolo lì, vicino al Suo letto di morte: « Che sei venuto a fare ora? - gli disse il Duca - ora è tardi, vattene ».
Si, oramai era tardi per le finzioni del mondo; adesso voleva essere solo con Dio e con i pochi fidi superstiti, per prepararsi a morire; oramai aveva gli occhi chiari della morte che guardano con distacco le cose vane e caduche.

A chi Gli propose di chiedere - e certo lo avrebbe ottenuto, che Sua Madre e la Sua Sposa accorressero al Suo capezzale, non rispose neppure: si limitò a guardarlo: come poteva Egli, il Capo, morire diversamente da quei soldatini che uno ad uno se ne scendevano ogni giorno nella terra nera dell'Impero perduto?

I pensieri supremi oramai Lo dominavano, ed erano quasi allucinanti tra le accolimie della febbre: la Patria, la bandiera, l'onore, il Re, ed i Suoi soldati, i Suoi soldati.

Il 1° marzo il comando inglese, convinto ormai della fine imminente, consente alfine che gli amici del Duca si rechino al Suo capezzale.

«Scrivi, scrivi, io ti detto, ho paura di non fare in tempo, scrivi; giunga l'estremo saluto ai miei soldati di terra, del mare e del cielo, compagni di arme di tante campagne d'Italia e di Libia. Ai miei camerati di prigionia, ed a tutti quelli che con indomito valore mi hanno seguito in questa epopea Africana, lascio il retaggio di portare il tricolore sulle Ambe dove i nostri Morti montano la guardia».

«Scrivi, Verin, scrivi: riaffermo al mio Re, in questa ora suprema la fedeltà di tutta la vita».

Poi dice al Dottor Borra: «quante volte, caro Dottore, ho pensato che sarebbe stato meglio morire sull'Amba Alagi. Colà la morte non mi ha voluto. Ma ora, di fronte a Dio, penso che sarebbe stata vanità: bisogna saper morire anche in mano al nemico, anche in un povero ospedale».

Padre Boratto Gli somministra i Sacramenti la sera del 2 marzo. Mancano poche ore alla fine, ed il Duca dice a Padre Boratto: «come è bello morire in pace, con Dio, con gli uomini, con se stesso. Questo solo è quello che veramente conta».

Alle ore 3,56, prima dell'alba l'ultimo respiro si è fermato nel petto generoso.

Abbiamo letto or sono due anni sui giornali che un'opera di orfani di guerra intitolata alla memoria di Amedeo di Savoia Duca di Aosta cambiava nome, per chiamarsi Opera degli orfani della Banca d'Italia. Chi propose tale cambiamento, chi ci appose la firma sanzionatrice?

Meglio non dire.

Leggemmo anche sui giornali che qualche cittadino e non tra gli ultimi della Valle di Aosta, aveva proposto, a proposito di autonomie regionali che, in caso di guerra tra Oriente ed Occidente la regione autonoma dovesse proclamare la sua neutralità, chiedendo di unirsi alla Svizzera, e la proposta trovò presso parecchi favorevole accoglimento.

E noi abbiamo riveduto con gli occhi dell'anima il Duca di ferro sull'altissimo picco dell'Amba Alagi, all'ombra della vecchia Bandiera, mentre da l'estremo saluto al Suo vecchio compagno d'armi sotto una breve zolla di terra, ed ha gli occhi infossati, le guance scavate, già irriconoscibile, già votato alla morte; abbiamo veduto con gli occhi dell'anima quei magnifici battaglioni Alpini Aosta, superbi nella battaglia, ancora allineati sotto la terra del Montenero, dell'Ortigara, del Pasubio, di S. Michele, ed abbiamo pensato, ahime! abbiamo pensato che siamo caduti in una voragine di bassura, che abbiamo toccato il fondo della miseria; ma pure amiamo credere che forse appunto per questo, forse appunto perché non possiamo andare ancora più in basso, sia fatale che risaliamo alle alture.

Verità insopprimibile ed eterna è quella della Patria, e gli Italiani, se hanno potuto assistere impassibili allo strazio della loro terra tra contendenti stranieri, e se ancora cono divisi tra i fautori di oriente e di occidente, pur comprenderanno un giorno, e già cominciano ad aprir gli occhi, che né dagli uni né dagli altri possono attendersi grazia e salute, e che solamente se saranno uniti saranno ancora forti e rispettati nel mondo.

La bandiera della unità ci è stata portata via con la frode, anche essa imposta dallo straniero di dentro e di fuori, ma ogni giorno di più la nostalgia diventa cocente nel nostro cuore: ritornerà, ritornerà quel giorno benedetto nel quale gli Italiani si daranno ancora la mano: e quel giorno ritornerà anche l'ombra placata di Sua Altezza Reale Amedeo di Savoia, Duca di Aosta.

martedì 4 aprile 2017

Vita eroica di Amedeo di Savoia - terza parte

Cinque anni Egli passò, assegnato a Gorizia, e dimorante con Sua Altezza Reale Anna e le sue due figliuole nel malinconico castello di Miramare: cinque anni, quale comandante, prima di stormo, poi di brigata aerea, indi di divisione.
Le Sue squadriglie erano ragione di orgoglio per l’ala Italiana, per precisione di volo, per disciplina e coraggio ed allenamento di piloti.
Ma intanto si era svolta la conquista dell’Etiopia. In uno slancio concorde di volontà l’Italia aveva conquistato un Impero; ed Egli, andati via i due primi Vice-Re manifestò, per la prima volta nella vita, il desiderio di un comando.
Era un poco rischioso, specie dopo un ultimo e grave attentato al Governatore del tempo, ed il Re era titubante, ma Egli insistette, ed eccolo infine partire il 21 Dicembre 1937 da Napoli, Vice-Re dell’Etiopia.
Queste sono vicende recenti, ogni Italiano le conosce, ed io non ho che da riassumere solo qualche dato, qualche fatto saliente che aiuti a mettere in rilievo la figura del nostro Principe.
Egli sbarcò a Massaua, e la prima sosta fu al cimitero di Dogali, a salutare i cinquecento, i morti di De Cristoforis, ancora allineati in ordine di battaglia, sotto la terra arsa.
Arrivato ad Addis Abeba si accorse subito che tra i veri pionieri si era mescolato un piccolo mondo di profittatori, e non esitò a buttarsi a corpo perduto per eliminare le inframettenze, per punire le iniquità, per mettere ovunque ordine e pulizia; non esitò a dire ai Suoi funzionari: se non mi chiamassi Savoia vorrei fare a cazzotti con certa gente!
Memore degli insegnamenti dello Zio indimenticabile Egli cominciò subito a realizzare un vasto piano di sfruttamento agricolo e minerario del vastissimo Impero.
Spesso Egli diceva: gli Italiani non sanno quale immensa ricchezza essi hanno conquistato. Nell’Amara vi erano i giacimenti immensi di lignite e di torba, cave di marmo e di argilla, e c’era da sviluppare la industria del baco da seta. Nel Calla Sidama vi erano miniere di ematite e di limmite ed i grandi fiumi auriferi e le immense foreste ove già erano state catalogate 84 specie di legno pregiato. La foresta di Belleltà, non tutta ancora esplorata dall’uomo, poteva rivelare incredibili sorprese, sgominante quale era per la sua vastità, intersecata da fiumi torrenti e ruscelli, sbarrata da alberi secolari, intrecciata da liane, fauna favolosa di scimmie, di leopardi neri, di pitoni e bufali ed elefanti e rinoceronti. Nell’Harrarino le foreste degli Arussi, piene  di podacarpi ed eucalipti gonfi di cellulosa, e le piantagioni di caffè e le miniere di mica.
Nella Eritrea e nella Somalia il cotone, i semi oleosi, nella Migiurtinia l’incenso, la mirra, lo stagno.
Né aveva trascurato con sotterfugi ingegnosissimi che dalle Indie Olandesi Gli fossero inviati i semi del caucciù per svincolare la Patria da questo gravoso tributo allo straniero. Era un mondo favoloso che si apriva al lavoro degli Italiani, già da secoli dispersi per tutto l’orbe terraqueo in cerca di pane: colà milioni e milioni di lavoratori avrebbero trovato sfogo e ricchezza!
Questa era la Sua opera dunque, grandiosa opera, alla quale si accinse con tutto il fervore dell’anima.
Ogni domenica, libero dai fardelli burocratici, dagli incartamenti e dai ricevimenti, Egli la dedicava alle visite nei punti più lontani dell’Impero. Ed eccolo un giorno scendere col Suo apparecchio ad Elolo, su una pista di fortuna tra il Kenia Italiano e quello Inglese, ove c’era un presidio con un solo Tenente bianco ed una banda di Dubat.
Quel povero tenente non vedeva un bianco da sette mesi, rimase confuso e quasi singhiozzava quando riconobbe il Vice-Re che scendeva dall’aeroplano su quel campo di fortuna. In quell'angolo sperduto di mondo il Duca, sotto una tenda, divise con quell’ufficiale un piatto di pasta preparato dai Dubat.
In qualunque parte della terra, se è scampato al naufragio, si trovi oggi quell’ufficiale, noi sappiamo di certo che egli non ha potuto tradire la sua vecchia bandiera.
Amedeo, nel viaggio di ritorno, ricordando gli occhi umidi, la voce trepida di quel tenente, diceva ai Suoi compagni di volo: ci vuole tanto poco a fare contenti gli uomini!
Un’altra domenica, a Ricchiè, un vecchio centenario, saputo dell’arrivo del Vice-Re in quella sperduta località, si fece portare alla Sua presenza in barella da due servi. Si prosternò nella polvere, disse: io ho perduto un figlio in battaglia per l’Italia, io sono fiero di avere perduto mio figlio per te.
Ed Amedeo concludeva, nel viaggio di ritorno: la poesia è la sola regola della vita.
Un’altra domenica a Debra Sina, davanti ad una banda di 600 uomini ve n’era uno, alto quasi come Lui, Basciai Uoldié, che era stato il più acre nemico degli Italiani, che aveva tagliato a suo tempo il ponte di Termaber per ritardare la marcia nostra su Addis Abeba, che era considerato, ed a giusto titolo, un eroe nazionale Abissino. Basciai Uoldié aveva dichiarato che non avrebbe fatto atto di sottomissione ad altri clic al Vice-Re in persona, ed il Vice-Re non aveva atteso che andasse da Lui ; volle Egli stesso andare davanti al Suo valoroso avversario, e, pur tra la perplessità di molti, stabilì che tutti gli uomini della banda e non solo il capo avrebbero conservato le armi. Ecco Amedeo che avanza, alto e diritto, davanti alla banda armata, in attesa, fino a raggiungere Basciai Uoldié. Questi pose un ginocchio in terra e disse: giuro di servirti, fino alla morte. E mantenne la parola, perchè tre anni dopo morì da prode, combattendo per l’Italia.
Alla inaugurazione della strada Dancala tra Dessié ed Assab lunga 1000 chilometri, un’opera romana costruita sotto il sole ardente dai nostri operai.
Egli vide ogni tanto lungo la strada stessa dei tumuli con delle croci, e talvolta dei piccoli, semplici, ingenui monumenti: erano le tombe degli operai morti sul lavoro e sepolti dai compagni là dove erano caduti. Egli si fermò davanti a ciascuno di essi, con un senso di raccoglimento religioso che commosse fino alle lagrime tutti gli operai lungo la grande arteria nata dal loro sangue e dal loro sudore: «Questi tumuli», disse Amedeo, «che si snodano lungo questa strada grandiosa sono come gli acini di un rosario, il rosario del lavoratore Italiano ».
L’ultima o una delle ultime Sue visite, sulla fine del 1939 fu a Bonga, nel Galla Sidamo, tra i pigmei. Tutta la popolazione dei pigmei era schierata lungo la strada, tutti nudi, uomini e donne, sì e no coperti da poche foglie verdi, quei pigmei che ancora accendevano il fuoco fregando due pezzi di legno, e le cui armi erano ancora fatte di pietra, quei popoli che noi avremmo portato alla civiltà ed ora sono ricaduti nella barbarie.
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Ma oramai oscure nuvole si addensavano sull’orizzonte di Europa. La Germania aveva invaso la Polonia, la guerra Europea era scoppiata, ma noi eravamo ancora fuori. Dovevamo rimanere fuori! Il Vice-Re partì per l’Italia, voleva parlare con Mussolini, ma non riuscì a farlo da solo. Però disse egualmente il Suo pensiero, e ne troviamo traccia nel diario di Ciano, nelle affermazioni dei sopravvissuti, nonché nella risposta scritta che Egli inviò alle precise domande che Gli furono rivolte al principio del 1940 e delle quali non si tenne, purtroppo, alcun conto: le condizioni militari dell’Impero erano tali che non solo un’offensiva non sarebbe stata possibile, ma neppure una difensiva. Avrebbe potuto, sì, esserci una resistenza più o meno lunga, avrebbe potuto l’esiguo corpo di spedizione, sprovvisto di armi per una guerra moderna, sacrificarsi, scrivendo pagine ardenti di gloria militare, ma l’Impero sarebbe stato perduto!
Che vale riepilogare avvenimenti di cui siamo stati testimoni angosciati ed ansiosi! Il primo anno si chiuse all’attivo con la spedizione del Somaliland, ma quando cominciarono ad affluire le armi, le munizioni, i viveri del Commonwealth e le truppe inglesi passarono alla offensiva mentre che le nostre poche armi si deterioravano e le munizioni diminuivano ogni giorno, altro non poterono fare le truppe del Vice-Re che sacrificarsi.
In questi tempi amari, pagine che farebbero l’onore e la gloria di ogni popolo del mondo sono pressoché ignorate dagli Italiani quando non sono calpestate ed irrise. Le pagine di Cheren, fulgide, non meno di quelle delle Termopili, le pagine di Culquabert che vide ad ondate sacrificarsi i Carabinieri del Re, sono oggi come in un libro chiuso. Chiuso sembra il libro immortale di Amba Alagi, ma ben si riaprirà un giorno se è vero che la Patria è una verità eterna e che, nel nostro breve cammino mortale, la gloria illumina il cuore degli uomini.
L’ultimo consiglio di governo al ghebì di Addis Abeba fu tenuto il 3 aprile del 1941. Con 3800 uomini (e non i 30.000 di cui farneticarono le gazzette inglesi per rendere più lucente la loro facile vittoria e più ingloriosa la nostra inevitabile sconfitta) con 3800 uomini e con la Sua bandiera il Vice Re salì i 3400 metri dell’Amba Alagi.

domenica 26 marzo 2017

Vita eroica di Amedeo di Savoia - seconda parte

Tre erano gli elementi fondamentali della Sua natura: la noncuranza assoluta del pericolo, che gli veniva da una tradizione secolare di gloria militare e civile; un senso pratico ed ordinato della Amministrazione e della vita, che aveva assorbito dai Suoi vecchi antenati Piemontesi: una sincerità talvolta perfino spregiudicata per la quale, se potè talvolta rasentare quelli che sembravano o forse anche erano i limiti della convenienza finì per imporsi a coloro che Lo circondavano, poiché questa rara virtù finisce sempre prima o poi - per imporsi, ed ottiene comprensione, anima gli uomini, solleva entusiasmi ed affetti.
Fu certo la sincerità più limpida che Gli sgorgava dal cuore quella che guidò naturalmente la Sua condotta tra gli allievi della Accademia Militare della Nunziatella di Napoli allorché, a 15 anni, fu rinchiuso in quel collegio per iniziare la Sua vita militare.
Quella era veramente una clausura! Entrava nelle camerate e tutti i Suoi compagni erano sugli attenti; li vedeva divertirsi tra loro, ma quando Egli compariva ogni giuoco cessava e tutto diventava rigido, silenzioso e solenne. Li incontrava per i corridoi, sorrideva loro, ed essi impalati, là sull’attenti, con la faccia seria : Altezza di qua, Altezza di là. Altezza Reale sì, Altezza Reale no; non ne poteva più!
Un giorno si fermò davanti ad uno di essi che se ne stava impalato lungo il corridoio, gli dette un buffetto sulla pancia, tirò fuori la lingua, strizzò gli occhi, fece tante smorfie buffissime, finché l’altro dovette ridere, per forza.
E così il ghiaccio era rotto.
Sì, Egli non lo disse, ma lutti lo capirono quello che Egli voleva: voleva essere come gli altri, trattato da amico, circondato dal calore di affetti, e
prendere parte ai loro giuochi e gioire della comune giovinezza.
Ma chi Gliela aveva data alla Sua età quella insuperabile capacità di essere un camerata ineguagliabile senza che tuttavia alcuno dimenticasse che bontà, colleganza, amicizia, non potevano mai annullare la Sua personalità di Principe della Casa Regnante?
Nessuno Gli mancò mai di rispetto mentre tutti Gli parlavano col tu, scherzava con tutti ed era a volte sfrenato c ridanciano, ma quando se ne andava tutti erano sull’attenti, col volto c con l’anima protesi.
Egli aveva, innata, questa incommensurabile virtù della semplicità che aggioga le anime: virtù che non si può improvvisare, che deve essere innata, che deve avere perciò origini lontane, come in Lui le aveva, nei secoli.
Aveva 17 anni quando nel 1915 scoppiò la guerra Europea. Scrisse di Suo pugno una petizione al Re: voleva andare a combattere per l’Italia l’ultima guerra della unità. Ma, data la Sua età, ci voleva il consenso del Padre.
Il Padre firmò, ed eccolo vestito in grigio-verde in un reggimento di artiglieria a cavallo, e dopo poco, a Monte Sei Busi, impavido sotto valanghe di ferro e di fuoco, meritarsi una medaglia di bronzo, ma, cosa più importante un indirizzo dei commilitoni, firmato da tutti e concepito così: noi, tuoi compagni, noi soli veramente sappiamo che se non fossi stato un Principe di Savoia, la medaglia sul tuo petto sarebbe stata di argento. Noi siamo testimoni che ci hai perduto ad essere Principe!
E leggendo la motivazione della Sua seconda medaglia, questa di argento, conseguita l’anno seguente, quando aveva 19 anni, si comprende come l’avesse meritata; non vaghe ed altisonanti parole, non retoriche frasi, ma fatti precisi: era veramente un soldato, ed alla prova del fuoco quella Sua temerarietà infantile si era trasformata in ragionata, consapevole virtù guerriera.
Risale a quel tempo della Sua guerra Carsica l’episodio di quando, recatosi a visitare una trincea che un generale aveva fatto costruire e che personalmente illustrava, a modello ed esempio di come avrebbero dovuto essere tutte le trincee, Egli non espresse giudizio guardando muto l’opera che pur era costata tanta sollecitudine e tanta fatica, finché, alla reiterata domanda espressa dallo stesso generale: che Gliene sembra Altezza Reale, Egli non esitò a rispondere nella Sua invincibile sincerità: la sto studiando attentamente per evitarla!
Questo episodio riferito da Beretta a De Vecchi trova il suo riscontro in altri successivi di epoche diverse, come ad esempio quello di quando, deliziandosene perdutamente, vide nel cielo di Gorizia, ove Egli allora era addetto, un areoplano eseguire la più ardita gamma di loopings, di tonneaux, di virate, di cabrate che si fossero mai viste e che pur erano severamente proibite; ed accanto a Lui che se la godeva, stava furente di sdegno il comandante della brigata aerea, il quale si avvicinò all'avventuroso giovane pilota appena atterrato per comunicargli di tenere gli arresti. Amedeo era pieno di ammirazione, si avvicinò al giovane ufficiale, lo prese sotto braccio, gli disse: che bello, ma perché non me lo ha detto che sarei venuto con lei?
Quel giovano era il Tenente Tait, che divenne poi il Suo aiutante di volo e non lo abbandonò mai più, e Gli fu vicino nell’ora estrema.

** *
Finita la grande guerra, nel 1919 Amedeo se ne andò con lo Zio in Somalia. L’amore dell’Africa lo dominava dall’infanzia, da quando bambino se ne andava al porto a vedere le navi che partivano.
Abitava con lo Zio un bungalow nel villaggio di Afgoi, a 20 Km. da Mogadiscio. Quel vecchio marinaio ed esploratore, quella grande anima chiusa ed ardente di Luigi di Savoia, che conobbe tutte le altezze tutte le discipline e tutte le rinuncie, stava trasformando un lembo di Africa con la sua tenace volontà di colono. Il senso eroico della vita non aveva bisogno di insegnarlo al nipote Amedeo, ché questi già l’aveva nel sangue. Ma altre cose Gli insegnò, che Gli rimasero impresse e Gli servirono di viatico quando si trovò venti anni dopo a dominare il vastissimo territorio dell’Etiopia!
Gli insegnò la tenacia delle opere durevoli. Gli insegnò ad amare la terra che risponde all’uomo che la lavora e la feconda col suo sudore.
Non mi sbaglio, diceva il grande Suo Zio, non mi sbaglio, ma se noi vogliamo la Somalia ha un grande avvenire: canna da zucchero, cotone, arachidi, alberi di kapoc possono rendere enormemente. Queste nozioni Gli servirono come vedremo, più tardi, e le mise in pratica.
Rimase sei mesi presso lo Zio e poi ritornò facendo il giro del Capo di Buona Speranza, ma ammalò e dovette sbarcare a Zanzibar, ove stette un mese tra la vita e la morte, soccorso dalla Madre, accorsa subito al Suo capezzale. Della Sua malattia e delle angoscie materne troviamo indelebile nobilissima traccia nelle pagine scritte dalla Duchessa Madre nel Suo libro:
« Ma vie errante ».
Ritornato in Patria nel 1920 fu destinato a Palermo. Era l’epoca tremenda del dopo guerra Italiano, quando imboscati e disertori si riunivano per dare veste di ideale alla fellonia ed alla viltà, quando i vari Misiano stavano per essere inviati in parlamento. Del resto, sempre, nelle ore torbide della nostra vita nazionale la diserzione diventa un Ideale, il tradimento diventa virtù, l’incitamento alla rivolta esige il suo premio e l’uno o gli altri conducono in parlamento quando non portano addirittura ad una poltrona ministeriale!
Fu per sfuggire a tale stato nauseante di cose che Amedeo, sotto il nome di capitano della Cisterna se ne andò al Congo belga, a Stanleyville a fare l’operaio in una fabbrica di sapone.
Voglio vedere cosa sarei capace di fare nella vita civile se fossi nato diversamente da come sono nato, Egli affermò.
E non si può dire che l’esperimento non sia riuscito, perché da operaio semplice divenne capo operaio, e poi assistente, ed alla fine del 13° mese era già vice-direttore della grande fabbrica e stavano per nominarlo direttore, quando dette le dimissioni per ritornare in Italia; e solo allora si seppe chi era. La cronaca pettegola dette un’altra versione di questa strana sosta di oltre un anno nel Congo. Si vociferò che ad una cerimonia, vedendo arrivare il Re e la Regina, Amedeo avesse detto sorridendo: ecco Curtatone e Montanara, alludendo alla bassa statura del Re ed alle origini Montenegrine della Sovrana; e che il Re, venuto a conoscenza del fatto dal riferimento di uno zelante che aveva inteso, avrebbe punito il Principe con un anno di sospensione dal grado e dai privilegi regali, così che, per sfuggire allo scandalo,
Amedeo sarebbe andato al Congo.
Vero o falso che sia voglio dire che il fatto è verosimile, poiché si inquadra nella mentalità spregiudicata semplice e ridanciana del Principe, il quale però, se disse quella frase ciò fece per fare dello spirito, senza ombra di irriverenza verso quel Re, cui, nella Sua ora suprema, di fronte alla solennità della Morte, doveva, venti anni dopo, c come già aveva fatto il Suo Augusto Genitore, riaffermare devozione e fedeltà, spirando con sulle labbra il Suo nome e quello dell'Italia adorata.
Ritornò dunque dopo 13 mesi dalla lunga esperienza del Congo, ritornò con una carovana da Lui allestita lungo i grandi laghi equatoriali, il Victoria ed il Tangunica, e sostò ai piedi del Ruvenzori, in memoria dello Zio che ne aveva fatto la scalata, ed, ultima tappa del viaggio, prima di imbarcarsi a Mombasa, fu a Nairobi, quella fatale Nairobi, dove doveva venti anni dopo chiudere la Sua nobile vita.
L’Amore dell’Africa ormai lo teneva, ed in Africa riuscì a farsi destinare nel 1925, rimanendovi per sei anni, fino al 1931, salvo brevi parentesi a Torino per la scuola di guerra, o quella ancor più breve ma importante del Suo matrimonio nel 1926 con Anna di Francia, la dolce e nobile compagna della Sua vita.
L’Italia stava riconquistando la Libia, di cui non aveva potuto occuparsi durante la guerra, mantenendo solo la costa. Ed in queste operazioni di polizia che talvolta si tramutavano in vere e proprie e sanguinose battaglie, seguito dal Maggiore Volpini, Suo aiutante, che doveva poi morirGli accanto da Generale sul picco dell’Amba Alagi, Amedeo si distinse perché fu infaticabile e temerario, a piedi, a cavallo, a dorso di cammello, a bordo di areoplani, mitragliando i ribelli a volo radente, tornando con l’apparecchio crivellato di colpi.

Tutte le marce e le battaglie, di Zella, dei pozzi di Bir Tagritt, Nufilia, Marzuk, Kufra, ricordano il Suo nome. Con la occupazione di Kufra la colonia era ridonata completamente, totalmente alla Patria, e la si poteva oramai attraversare in piena tranquillità dalla costa fino al più profondo deserto. Ritornato in Patria alla morte del Padre, il Comandante vittorioso della III Armata, avvenuta nel 1931, morte che commosse tutti gli Italiani, non solo per il passato glorioso del Duca ma per un Suo testamento spirituale che rimane una delle pagine umane più nobili e belle che siano mai state scritte, Amedeo divenuto Duca di Aosta, passò l’anno seguente nella aviazione. Si compiva così un Suo ardentissimo voto.

sabato 4 marzo 2017

Vita eroica di Amedeo di Savoia - prima parte

Commemorazione tenuta a Firenze - dalla Medaglia d’Oro, Prof. Raffaele Paolucci  il 1° marzo 1953, nella ricorrenza dell’XI anniversario della morte dell’Augusto Principe Sabaudo.

Opuscolo donato dall'Ingegnere Giglio, Presidente del Circolo Rex


Compiranno poi domani undici anni da quel giorno triste nel quale a Nairobi, in prigionia, su un piccolo lettino di ferro di un misero ospedale, mentre tante nuvole nere si addensavano sul cielo della Patria lontana, esalò il Suo ultimo respiro Amedeo di Savoia Duca di Aosta.
Gli amici Fiorentini della Unione Monarchica Italiana hanno voluto, in tale anniversario, che io rievochi la figura leggendaria dell’Eroe; pur essendo piena e dura la mia giornata, ho accettato, subito, e con animo profondamente grato, perché parlare di Lui vuol dire elevarsi fino a Lui, staccarsi sia pure per un attimo solo dalla bassura nella quale siamo piombati, ritrovarsi vecchi ed onorati soldati di questa Patria umiliata, ed illuderci ancora che non invano credemmo, non invano sperammo, non invano versammo, in Suo nome, sangue e sudore.
E nulla importa, nulla importa se qualcuno che mai ci comprese e mai ci comprenderà, ci chiamerà spregiando, nostalgici.
Sì, abbiamo la nostalgia della bellezza, della poesia, della fedeltà, siamo i nostalgici dell’onore e della virtù militare, senza di che non esistono grandezze di popoli; ed in questa bassura nella quale siamo costretti a vivere e ci sentiamo di essere, siamo, e vogliamo rimanere, i superstiti di un grande mondo perduto, aneliamo alle alture da cui siamo discesi, e cui abbiamo fede di ritornare, e ritorneremo.
E perciò parliamo di Lui.
Amedeo di Savoia nacque il 21 ottobre 1898 nel palazzo della Cisterna, a Torino. Ed in quella casa rimase per sette anni fino a quando il Padre, Emanuele Filiberto, non fu trasferito a Napoli, al comando di quel Corpo di Armata.
Quegli anni della prima fanciullezza non erano stati lieti per il piccolo principe, che certo non era lieto l’ambiente familiare quando Egli nacque.
Da due anni appena si era infatti svolta la tragedia di Adua, e la gazzarra antinazionale già si adunava nella piazza allorché Egli cominciava i primi passi; e Suo Zio, il buon Re Umberto I era stato assassinato quando Egli cominciava a balbettare le prime parole.
Iniziava allora in Italia lo strano e ben doloroso fenomeno per il quale, a somiglianza di un solo altro paese, la Francia, la istanza sociale e la necessità materiale delle folle sembrava dovessero essere inscindibili da una furibonda, iconoclasta volontà distruggitrice delle tradizioni patrie e della virtù militare.
A Napoli l’ambiente era più sereno: quella Reggia di Capodimonte era più sorridente con il suo magnifico parco, il cielo era più mite, l'anima popolare meno intristita dalla propaganda dei negatori.
In quell'ambiente crebbero Amedeo ed il Suo fratellino minore, Aimone, sopraggiunto dopo di Lui, e quel vasto palazzo e quel parco senza fine videro disfrenarsi le loro fanciullezze.
Fu un ragazzo terribile Amedeo, di quelli le cui ragazzate lasciano il cuore sospeso.
Bleriot aveva attraversato la Manica, Chavez aveva sorvolato le Alpi, l’aviazione, con l’opera ed il sacrificio dei pionieri, faceva le sue prime, asperrime prove, ed Amedeo aveva una voglia pazza di volare.
Volle volare, ma macchine non ne aveva; trovò due vecchi ombrelli in un solaio ne irrobustì le stecche con spago e filo di ferro, ed ecco i nostri due argonauti lanciarsi con questi ombrelli aperti, attaccati al manico, dal primo ma pur altissimo piano della Reggia. Videro dal basso, col cuore sospeso, discendere precipitosamente i due ragazzi e fu un accorrere di gente: non si erano fatti quasi niente in quel volo precipitoso di otto metri, solo qualche ammaccatura. «Volare mi piace» annunciò serissimo Amedeo, strizzando un occhio alla gente accorsa ansiosa e trepidante a raccattare i due argonauti.
Sempre in tema di ragazzate terribili eccone un’altra, di cui fece le spese il Colonnello Montasini, aiutante di campo del Padre. Questi era un bravo colonnello di artiglieria, ed Amedeo, da promesso artigliere, volle rendergli onore.
Vi erano nel parco della reggia alcuni vecchi cannoni di bronzo del ’700 ad avancarica. Amedeo prese la polvere di molte cartucce da fucile, caricò il vecchio cannone, pose una lunga miccia, mise Aimone a far da palo per annunciare l’arrivo del Colonnello e quando questi apparve al cancello ed Egli ebbe il segnale diede fuoco alla miccia. Il vecchio palazzo tremò, il boato si udì per tutta Napoli. Pallido, emozionato il Colonnello accorse.
Questa volta era stata troppo grossa, ed i due colpevoli furono trascinati davanti ai genitori per avere la giusta sanzione. Ma, nel salire la grande scalea, Amedeo diceva al fratello: « Hai inteso che colpo? Io di artiglieria me ne intendo! » .
Questo spirito avventuroso, questo sorridente arditismo spericolante lo accompagnarono per tutta la vita.
Ma una, grossa assai, la fece a Madrid: era un giovinetto, allo e lungo, ed un po’ buffo anche, con quelle gambe interminabili, come un cucciolo cresciuto troppo presto. Si trovavano a Madrid, Egli ed il Fratello accompagnati dall’istitutore, in viaggio di istruzione. Andarono un giorno a vedere una corrida, ed era la prima volta che assisteva ad un simile spettacolo. Era ospite nel palco di una nobile dama; ma quando vide entrare nell’arena i toreros, i picadores, i caballeros nelle loro ricche gualdrappe, e poi sopraggiungere il toro, e ed attorno a questo sballonzare gli uomini in atteggiamenti strani, un riso incontenibile lo dominò, cui faceva eco il fratello. E più si sviluppava l’azione tra l’ansia fervida ed attenta degli spettatori, più Egli rideva, finché la nobile dama non poté contenersi e Gli disse, un po’ brusca «non so in verità, Altezza Reale, cosa ci sia da ridere».
«Ma non trova che ciò è buffo? Non vede come sono buffi quegli uomini che saltellano davanti al toro? Ma che forse è una prodezza quella lì? ».
« Ah sì? E perchè non ci prova Lei » rispose la dama?
Ora Amedeo era punto sul vivo. Provare?
Ecco fatto: due mani sulla balaustra, e con un salto era giù nell’arena.
Il toro era piuttosto vicino, vide il nuovo venuto, prima titubante, poi caricando. Ahimè! Amedeo alzò le gambe e cominciò la Sua corrida tra la gente che urlava, divertita all’inatteso spettacolo, mentre i toreros ed i piccadores guardavano con dispregio quell’intruso, che doveva essere un pazzo.
Con quelle lunghe gambe attraversò di un baleno tutta l’arena, ma il toro stava per atterrarlo, mentre la folla urlava in subbuglio, e la nobile dama stava per svenire, ed Aimone e l’istitutore avevano le mani nei capelli, pallidi, anelanti, tremanti di angoscia e di sgomento. Amedeo si fermò col cuore in gola, il toro gli stava quasi sopra, si voltò, riprese la corsa, riattraversò diagonalmente l'arena in un baleno, arrivò, trafelato sotto la balaustra, spiccò un salto, si ritrovò nel palco, mentre il toro puntava li, dove Egli era un attimo prima.
L’arena fu in tumulto tra applausi ed urla di entusiasmo e lanci di cappelli. I giornali Madrileni ne fecero un gran parlare e dissero chi era il protagonista: il figlio del figlio dell’ex Re di Spagna: i giornali Italiani si imposero il silenzio.
Ce lo ricordava un giorno, dietro mia richiesta, questo episodio, lo stesso Principe Amedeo su un autobus che ci portava lungo il lago di Carezza, in Alto Adige. Insisteva sulla paura tremenda che aveva provato quando il toro stava per infilarlo. Egli era seduto ad una delle ultime poltrone dell’autobus.
Finita la storia ci voltammo a vedere il paesaggio incantevole, ma quando cercammo il Duca, non c’era più! Ma dove era andato? Scomparso? Volatilizzato?

Facemmo fermare la macchina: era fuoriuscito dal finestrino, si era, come uno scoiattolo, arrampicato sul tetto dell’autobus, ed ora se ne stava lassù, disteso, e sorrideva, c strizzava l’occhio come per dire: ve l’ho fatta!