NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 22 giugno 2017

UMBERTO II "O' REY"

Capita che ad un mercatino dell'antiquariato, davanti ad un ritratto autografo dell'allora Principe di Piemonte, due persone si riconoscano una per essere una scrittrice biografa di Casa Savoia e l'altra, più modestamente, componente uno staff di persone che seguono dei siti dedicati a Re Umberto ed alla Monarchia.
Il risultato è che il nostro blog può in anteprima annunciarvi l'uscita di un nuovo libro su Re Umberto II che promette essere molto interessante e che di sicuro non mancherà nelle nostre biblioteche.
Il nostro saluto alla Signora Enrica Magnani Bosio!
A presto rivederci!



Il 13 giugno 1946 un S.M.95 si alzò dall’aeroporto di Ciampino e, dopo aver tracciato - così vuole la leggenda - un nodo di Savoia nel cielo di Roma, si allontanò verso ovest, portando in esilio Umberto II, Luogotenente del Regno per due anni e Re d’Italia per trentacinque giorni, dopo il risultato del Referendum che vide la vittoria della Repubblica. 
Almeno una metà degli italiani di allora vide partire il Re con profondo rimpianto, con la netta sensazione che fosse stata commessa un’enorme ingiustizia. Bello, elegantissimo, raffinato, noto in tutta Europa come il Prince Charmant, Umberto II, fu il quarto e ultimo Re d’Italia: venti anni di dittatura, una guerra rovinosa, l’8 settembre, la fine del conflitto, il breve regno, l’esilio ordirono la trama di una vita che si trasformò in un’amara vicenda umana e privata, intrecciandosi con gli avvenimenti che concorsero a creare l’Italia di oggi. 
Nel gioco delle parti regnò brevemente su un paese devastato e pagò, per colpe non sue, cercando con coraggiosa determinazione e grande umiltà di tutelare la Monarchia. 
Visse con riservatezza e discrezione, secondo un codice morale e religioso assoluto, gli anni dell’esilio in Portogallo - dove divenne per tutti O’ Rey, il Re - lacerato da un’indicibile nostalgia per la Patria che aveva dovuto lasciare, senza peraltro mai abdicare. 
Partendo salvò l’Italia da una sanguinosa e inutile guerra fratricida: gli italiani, di allora e di oggi, gli devono molto ma forse ancora non lo sanno. 
“Non credo sia certo intenzione di questa aggiornata e pregevole nuova fatica/piacere editoriale della Magnani Bosio raccontare quello che “avrebbe” potuto essere Umberto II come Re d’Italia dopo il 2 giugno 1946. 
Piuttosto far conoscere l’Uomo Umberto di Savoia. Conoscerlo e, giunti alla fine di ricerche e pagine scritte dalla competente e abile biografa della Casa Reale italiana, quasi sicuramente, rimpiangerlo. Principale merito di questo volume, nella ampia ma spesso incompleta letteratura già esistente sul Re Umberto, è proprio quello infatti di restituirci la conoscenza su un Principe giovane (coraggioso e affascinante, a giudicare dalle testimonianze dirette qui raccolte) che si trovò sulle spalle colpe non sue e, insieme, il peso di salvare e perpetuare i destini di una Casata con quasi mille anni di storia.” Grand’Ufficiale On. Dott. Riccardo Garosci Ispettore Nazionale dell’Istituto per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon (Roma)

Formato chiuso cm 21x15. Interno composto da 236 pagine. ISBN: 978-88-956289-7-4 Prezzo di copertina: euro 15,00

domenica 18 giugno 2017

L'80° Genetliaco di Re Simeone II di Bulgaria


Vrana, 16 Giugno: Re Simeone e la Regina Margherita con figli, nuore, genero, nipoti e la sorella Principessa Maria Luisa.


In un comunicato era stato annunciato che non erano invitati i Sovrani e i Principi regnanti nelle 10 Monarchie europee a motivo della impossibilità di organizzare il cerimoniale e la sicurezza. 
Pertanto erano invitati, oltre alla Regina Madre di Spagna, solo le Case Reali (non regnanti) dei Paesi dell'Europa Sud Orientale.


Il francobollo delle Poste Bulgare dedicato a Re Simeone II per la ricorrenza.

venerdì 16 giugno 2017

Intervista all'Ambasciatore Camillo Zuccoli


Esce oggi in Bulgaria, in occasione dell'80° genetliaco di Re Simeone II un film documentario a lui dedicato.
Nel Film vi sono interviste a personalità bulgare ed europee.
Pubblichiamo il testo di quella all'Amb. Camillo Zuccoli, dal 2007 Ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta in Bulgaria.


Eccellenza, Signor Ambasciatore, quali ricordi conserva dei giorni, nel 1996, del rientro di Sua Maestà il Re Simeone II in Patria?

La ringrazio di essere venuto nella mia Ambasciata per questa intervista e, anzitutto, desidero dirle il mio apprezzamento per il film che avete realizzato lo scorso anno su Re Ferdinando, che ho visto con grande interesse perché racconta la vita e l’opera di Re Ferdinando in termini di verità e di giustizia, e per questo le rinnovo i miei complimenti.
Sono italiano - gli Ambasciatori dell’Ordine di Malta appartengono a tante nazionalità -  ed io, la mia famiglia così come milioni di italiani, siamo legati da affetto e devozione alla nostra Famiglia Reale, a Casa Savoia.

Ecco i motivi dei miei sentimenti per la Regina Giovanna, sorella del nostro Re Umberto e mamma di Re Simeone.

Una figura molto amata in Italia negli anni trascorsi prima del matrimonio con Re Boris e poi, purtroppo, nel lungo esilio quando tante volte tornava tra noi.

Queste sono state le ragioni affettive che mi hanno portato a Sofia il 24 maggio 1996 per essere presente al ritorno – dopo 49 anni e 10 mesi – di Re Simeone II.

Una esperienza emotivamente molto forte e indimenticabile.

Non immaginavo cosa stesse per accadere, non conoscevo la situazione bulgara come potrei dire di conoscerla oggi dopo tanti anni che sono Ambasciatore. Quello che accadde, che tutti i bulgari ricordano perfettamente, fu un evento di portata storica: il Re ritornava nella sua Patria alla quale aveva dedicato ogni giorno della sua vita nei 50 anni di esilio.

Mi trovai in mezzo ad una immensa folla, una manifestazione spontanea di Popolo che, in festa, dava il bentornato al suo Re.

Quello che vidi, che tutti videro, fu riportato con molto rilievo dai giornali il giorno dopo; ricordo un grande articolo sul "Corriere della Sera" del celebre giornalista italiano Indro Montanelli; ma tutta la stampa internazionale, da "Le Monde" a tanti altri, diede risalto a quel ritorno del Re.

Quel giorno camminai per ore in mezzo ai bulgari che lo acclamavano e, dentro di me, pensavo a cosa il Re, con accanto la Regina Margherita, stesse vivendo nel suo cuore, nel suo animo.

Credo che, nel XX Secolo, sia stato un evento quasi unico, insieme alle calorose accoglienze, in Romania, quando tornò Re Michele.

          Le ho detto i motivi della mia presenza allora e quali sono i miei ricordi oggi.

I motivi di un italiano che, legato alla propria Dinastia, per questi sentimenti, per questo affetto ha voluto essere presente e condividere con i bulgari quel giorno storico quando è stata ricucita una ferita non provocata dalla libera volontà del Popolo bulgaro ma generata dalla violenza, dalla forza imposta da armi straniere e, poi, da un regime che è durato 45 anni i cui risultati sono evidenti a tutti, in Bulgaria e negli altri Paesi sottomessi.

Sappiamo della lunga tradizione di relazioni tra l’Ordine di Malta e la nostra Famiglia Reale. Che cosa ci può dire di queste relazioni e in cosa consistevano?

Come lei sa, l’Ordine di Malta ha quasi mille anni - nel 2048 saranno mille anni dalla fondazione - e nella sua storia vi sono sempre stati, tra i suoi protagonisti e i suoi membri, Sovrani e Principi delle Case Reali cristiane d’Europa.

Sia in Italia sia in altri Paesi europei, i Sovrani sono stati membri dell’Ordine di Malta per una ragione molto semplice: l’Ordine di Malta ha una missione umanitaria, di carattere ospedaliero, sociale, assistenziale, e Principi e Re hanno avuto sempre una sensibilità molto particolare, come cristiani, come cattolici e come Principi, verso i temi umanitari e sociali.

Per queste ragioni, in Italia e negli altri Paesi  europei, sono sempre stati membri attivi dell’Ordine e, con il loro prestigio e il loro impegno, hanno dato un forte impulso alle attività dell’Ordine.

In Bulgaria è avvenuta la stessa cosa nel senso che Re Ferdinando, il costruttore della Bulgaria moderna - dico così perché basta girare per le Città bulgare e guardare i bei palazzi e giardini...tutti portano il pensiero a Re Ferdinando -  era un membro dell’Ordine come la Regina Giovanna che era anche Terziaria Francescana perché legata a San Francesco d'Assisi, la Città dove sposò il Re Boris.

Dunque è una tradizione che unisce le Case Reali cristiane all’Ordine di Malta e questa tradizione si rinnova continuamente: nel 2006, quando il nostro compianto Gran Maestro Frà Andrew Bertie venne in visita di Stato a Sofia, Re Simeone entrò nell’Ordine di Malta con il più alto rango riservato ai Sovrani e ai Capi delle Case Reali cristiane.

Nell’Ordine vi sono anche la Regina Margherita e i Principi Kubrat e Kostantin e, dunque, nelle generazioni si tramanda questa bella tradizione di essere membri attivi dell’Ordine di Malta perché si condividono le sue finalità, cioè aiutare chi ha bisogno che è la radice della nostra missione da mille anni.

Noi siamo cristiani ma siamo, ovviamente, aperti a tutte le esigenze umanitarie che ci sono nel Mondo senza mai domandare, a chi possiamo aiutare, di che fede è, di che idea politica è, di che condizione economica è.

La nostra mano è tesa, senza distinzioni, a tutti coloro che hanno bisogno.

L’aiuto e il sostegno dei Sovrani e dei Principi sono importanti perché incoraggiano e danno un impulso ulteriore alle nostre attività.

Il 1 gennaio 2007 la Bulgaria è stata accolta come membro con tutti i diritti nell’Unione Europea. Che cosa è successo prima di questo atto importante per l’Europa e per la Bulgaria?

Le dirò non la mia opinione personale ma l’opinione condivisa dagli osservatori della politica bulgara a livello nazionale e internazionale.

La Bulgaria ha un passato glorioso, tra i più antichi e importanti d’Europa se pensiamo che 1200 anni orsono era già un Regno che accreditava Ambasciatori all’estero quando quasi tutti gli Stati attuali non esistevano; quindi la storia bulgara è qualche cosa di veramente molto significativo nella vita dell’Europa.

Ma all’Europa di oggi, alla famiglia dei popoli europei, mancava un elemento fondamentale: la Bulgaria.

Quello che ha fatto Re Simeone, quando è stato eletto Primo Ministro, è riconosciuto da tutti: con la sua autorevolezza, con l'esempio di una vita intera dedicata al servizio del suo Paese e del Popolo bulgaro, ha aperto alla Bulgaria le porte dell’Europa.

Non voglio avventurarmi ad immaginare la situazione e i suoi sviluppi, con gli eventi che abbiamo vissuto in questi dieci anni, se non ci fosse stato lui.

I fatti sono che, grazie al suo impegno e alla sua credibilità internazionale, le porte dei Paesi europei si sono spalancate.

Tecnicamente la Bulgaria aveva problemi non ancora risolti ma a volte, come abbiamo visto in altre occasioni della storia europea, ad esempio la riunificazione tedesca,  i problemi devono essere superati con il coraggio e con la volontà di gettare – come si dice – il cuore oltre l’ostacolo.

Questo è stato possibile alla Bulgaria -  e anche alla Romania, che, come noto, era legata al "destino" della Bulgaria - perché gli impegni, i propositi e le assicurazioni di Simeone Primo Ministro, in tutte le capitali europee, hanno avuto un peso decisivo.

Fa piacere constatare che questo viene riconosciuto: a gennaio ho assistito, qui a Sofia, ad una celebrazione per i 10 anni dell’ingresso della Bulgaria nella Unione Europea e sono stato contento di ascoltare dal Presidente Plevneliev – allora era ancora in carica –  davanti ad una platea di ambasciatori, ministri, parlamentari, giornalisti, dire queste parole:  “Maestà, la Bulgaria le deve l'ingresso nell’Unione Europea”.

E il Re, con la generosità e la sensibilità che tutti conosciamo,  ha risposto : “È stato un lavoro di squadra”.

È certamente vero, ma nelle Capitali europee il valore aggiunto del suo prestigio e della sua credibilità ha consentito di fare un salto di qualità e di superare i problemi esistenti con una decisione politica che è stata molto importante e molto positiva,  per la Bulgaria e per l’Europa.

Cosa sarebbe avvenuto, con la lunga crisi economica e sociale di questi anni che ha colpito quasi tutti i Paesi, se la Bulgaria non fosse entrata nell’Unione?

Con i “se”  non si fa la storia; contano i fatti e i fatti sono questi: il 25 aprile 2005 Re Simeone ha firmato l’ingresso della Bulgaria nell’Unione Europea, il 1° gennaio 2007 esso si è realizzato e porta un solo nome, quello di Simeone II.

80° Genetliaco di Re Simeone II di Bulgaria


Ricorre oggi l'80° anniversario della nascita di 

Sua Maestà il Re
Simeone II di Bulgaria

Lo staff tutto si unisce al popolo di Bulgaria nel formulare i più fervidi auguri per la fausta ricorrenza.


giovedì 15 giugno 2017

VITTORIO VENETO. LA VERA VITTORIA DELLA GRANDE GUERRA CHE MOLTI VOGLIONO “DIMENTICARE


Per anni celebrata, fu poi offuscata dalla retorica della resistenza e del 25 aprile. Eppure fu una affermazione tutta italiana, anche se gli alleati (e molto storici anglosassoni) hanno cercato di sminuirla
Massimo De Leonardis
Mercoledì 14 giugno 2017 

In entrambe le guerre mondiali, le ostilità terminarono in Italia prima che nel resto dell'Europa: il 4 novembre 1918 invece dell'11, il 2 maggio 1945 invece dell'8. Ancora fino all'inizio degli anni '60 del secolo scorso, il 4 novembre era certamente una festa di popolo, la più sentita del calendario civile. A scuola si studiavano il Risorgimento e la Grande guerra fin troppo agiograficamente.
Già allora però il 4 novembre non aveva più la denominazione originaria del 1922, «anniversario della vittoria», dal 1949 era la «festa dell'unità nazionale»; oggi è «festa dell'unità nazionale e giornata delle Forze armate». Nulla da dire sui due concetti, ma è evidente l'offuscamento della vittoria, l'unica che l'Italia unitaria possa vantare e potrebbe rivendicare (certo sarebbe pretendere troppo ricordare quelle nelle guerre di Etiopia e di Libia). Altre retoriche sono prevalse: quelle della Resistenza partigiana festeggiata il 25 aprile e della Costituzione «più bella del mondo». Così si celebra una sconfitta, perché partorì la Repubblica e fece rinascere la democrazia, mentre si sorvola sulla vittoria, poiché si ritiene, erroneamente, che quella guerra vittoriosa abbia portato al fascismo.
In entrambe le guerre mondiali, il fronte italiano fu però considerato secondario. Nella Grande guerra l'opinione prevalente all'estero era che lo sforzo militare italiano fosse stato per nulla essenziale ai fini della vittoria finale. Di ciò il Comando supremo italiano era consapevole già nei giorni stessi dell'armistizio, come risulta dal messaggio che il generale Armando Diaz inviò il 4 novembre 1918 al presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando: «Vi sono tentativi di svalutazione dei risultati della nostra vittoria». Anche per l'ignoranza delle opere in lingua italiana, tale pregiudizio è rimasto poi in gran parte della storiografia straniera, compresa la migliore, che ricorda più facilmente la sconfitta di Caporetto della vittoria di Vittorio Veneto. Un esempio di ciò è la peraltro eccellente opera di Paul Kennedy Ascesa e declino delle grandi potenze, che scrive infatti a proposito dell'Italia: «La sua vittoria finale nel 1918, come la sconfitta finale e la disgregazione dell'impero asburgico, dipesero essenzialmente da iniziative e decisioni prese altrove», salvo poi contraddirsi più avanti, ove parla di «splendide vittorie (stavolta senza virgolette) in Siria, Bulgaria e Italia».
Vediamo i fatti. La battaglia di Vittorio Veneto, o terza battaglia del Piave, seguendo quelle del novembre 1917 di arresto dell'avanzata nemica dopo la sconfitta di Caporetto, e del giugno 1918, detta anche battaglia del solstizio, che bloccò l'ultima offensiva austriaca, fu combattuta tra il 24 ottobre e il 4 novembre 1918.
Dall'estate gli alleati dell'Italia sollecitavano un'offensiva sul nostro fronte, ma il generale Diaz aveva respinto le pressioni, richiedendo anche un consistente concorso di truppe americane, che venne però rifiutato. Il 26 settembre riprese l'offensiva dell'Intesa sul fronte occidentale, il 29 la Bulgaria firmò l'armistizio di Salonicco uscendo dalla guerra e il 4 ottobre anche gli Imperi centrali fecero i primi sondaggi per una cessazione delle ostilità. Era evidente il rischio che la guerra finisse senza che l'Italia avesse conseguito una vittoria, con la possibile messa in discussione dei territori promessi dal Patto di Londra del 26 aprile 1915. Il presidente del Consiglio Orlando incalzò Diaz perché attaccasse, dichiarando di preferire «all'inazione la sconfitta» e ventilandone la sostituzione con il generale Gaetano Giardino.
Un piano d'attacco fu preparato dal colonnello Ugo Cavallero, capo dell'Ufficio operazioni del Comando supremo e futuro Capo di Stato maggiore generale dal dicembre 1940 al gennaio 1943, e rivisto dal generale Enrico Caviglia, comandante dell'8a Armata. L'ordine definitivo delle operazioni fu comunicato il 21 ottobre. Si fronteggiavano circa (i dati precisi divergono alquanto) un milione di uomini da entrambe le parti: 58 divisioni di fanteria austro-ungariche con 7.000 pezzi d'artiglieria, divise in due gruppi di armate, comandati sulla linea del Piave dal generale Svetozar Borevic von Bojna (soprannominato «il leone dell'Isonzo») e in Trentino dall'Arciduca Giuseppe (fino al 26 ottobre), contro 4 divisioni di cavalleria e 57 di fanteria dell'Intesa (51 italiane, 3 britanniche, 2 francesi, 1 di fuoriusciti cecoslovacchi, più un reggimento americano) con 7.700 pezzi di artiglieria. La 10a Armata italo-britannica era comandata da Lord Cavan e la 12a franco-italiana da Jean César Graziani. La costituzione di due armate miste sotto il comando di generali stranieri era strategicamente inutile e motivata da ragioni politico-diplomatiche; fu criticata da Caviglia e Giardino e diede poi modo ai nostri alleati di enfatizzare il loro ruolo, tanto più che fu l'Armata di Lord Cavan ad attuare il primo sfondamento decisivo. Va comunque ricordato che come pegno della solidarietà inter-alleata nel giugno 1918 era stato inviato in Francia (dove già si trovavano 79.000 truppe ausiliarie italiane) il II Corpo d'Armata del Generale Alberico Albricci, forte di 25.000 uomini.
Prima ad attaccare nella zona del Monte Grappa, all'alba del 24 ottobre, fu la 4a Armata del generale Giardino che incontrò la tenace resistenza del nemico. Lo stesso giorno, sul Piave mentre i reparti italiani non riuscivano a passare il fiume anche a causa della piena, Lord Cavan occupò l'isola delle Grave di Papadopoli e l'isola Maggiore, in mezzo al corso d'acqua. Il 26 Giardino, che non aveva conseguito alcun risultato, sospese l'offensiva e il giorno successivo gli austriaci contrattaccarono con efficacia. Nella giornata del 27 reparti italiani, francesi e inglesi traversarono il Piave e Caviglia decise di sfruttare le teste di ponte create. Il 28 e il 29 la situazione sul Grappa restava bloccata, anche con contrattacchi austriaci, e si decise di sospendere l'offensiva italiana in attesa degli sviluppi sul Piave. Qui Caviglia esortò le sue truppe al massimo sforzo dichiarando che entro le successive ventiquattro ore la battaglia sarebbe stata decisa e dal suo esito sarebbe dipesa la storia d'Italia «forse per un secolo».
Nel frattempo da Vienna l'Imperatore Carlo aveva chiesto al Presidente americano Wilson un armistizio e una pace separata. Mentre le truppe di prima linea si battevano ancora tenacemente, nelle retrovie l'evoluzione della situazione politica all'interno dell'Impero diede luogo a defezioni e ammutinamenti dei reparti non austriaci e cominciò la ritirata dell'Esercito imperiale. Un ufficiale italiano descrisse la difesa austriaca come «un budino con crosta» (una crème brûlée), rotta la quale si incontrava poca resistenza. A metà del 30 ottobre gli italiani entrarono a Vittorio Veneto. Nel 1866 i comuni di Ceneda e Serravalle erano stati uniti in quello di «Vittorio» in onore di Vittorio Emanuele II; l'appellativo «Veneto», usato abitualmente soprattutto dopo la battaglia, fu ufficializzato nel 1923. Il 1° novembre tra i generali Viktor Weber von Webenau e Pietro Badoglio, Sottocapo di Stato Maggiore, iniziarono le trattative di armistizio, che fu firmato a Padova nella Villa Giusti del Giardino alle 18.20 del 3, con effetto dalle 15 del giorno successivo. Il quartier generale austriaco aveva già ordinato di cessare i combattimenti nella notte sul 3, aggiungendo confusione alla situazione già compromessa e gli italiani approfittarono dell'intervallo di tempo per avanzare, facendo il massimo numero di prigionieri ed impadronendosi di materiali nemici. Sempre il 3, furono conquistate le città «irredente», Trento e Trieste, senza incontrare resistenza. Nelle dieci giornate di combattimenti gli italiani (e i loro alleati) ebbero circa 37.000 tra morti, feriti e dispersi; gli austriaci circa 30.000 tra morti e feriti e, naturalmente, un altissimo numero di prigionieri, catturati soprattutto negli ultimi tre giorni.
Come si diceva all'inizio, la «battaglia di Vittorio Veneto» è stata oggetto di vari giudizi, talvolta sprezzanti e non privi di errori, pure da storici britannici di chiara fama come John Keegan e A. J. P. Taylor. Un dissacratore come Indro Montanelli ha scritto che Vittorio Veneto non fu una vera battaglia, ma «una ritirata che abbiamo disordinato e confuso». Giuseppe Prezzolini a sua volta scrisse di «una battaglia ideale» alla quale «è mancato il nemico» e che l'Esercito austro-ungarico perse «per ragioni morali». Soprattutto gli inglesi esaltarono oltremodo la brillante azione di Lord Cavan, che invece le fonti ufficiali italiane ridussero alle sue giuste proporzioni. Erich Ludendorff, già quartiermastro generale dell'Esercito tedesco, che pure a fine settembre aveva consigliato al Kaiser di sollecitare un armistizio, anch'egli influenzato da un punto di vista nazionale, attribuì grandi conseguenze alla sconfitta austriaca, affermando, con poca credibilità, che senza di essa la Germania avrebbe potuto resistere fino alla primavera 1919, ottenendo così migliori condizioni.
La Grande guerra non conobbe brillanti strateghi e grandi vittorie; sia sul fronte italiano sia su quello italo-austriaco prevalse la guerra di trincea e di attrito. Diversa fu la situazione sul fronte orientale tra Russia e Imperi centrali. Si può senz'altro ammettere che il cedimento austriaco fu dovuto più a cause interne politiche, la crisi dello Stato multinazionale, ed economiche, la grave penuria di generi alimentari, che a una brillante strategia militare italiana. Tuttavia ciò non può portare a sminuire la vittoria; il Regno d'Italia dimostrò di saper risorgere da una grave sconfitta, resistere e passare al contrattacco fino alla vittoria.

mercoledì 14 giugno 2017

Libertà di associazione: un principio non negoziabile

di Aldo A. Mola

Che cosa è l'“opinione pubblica”? Chi ha il potere di valutarla? Nessuno. Neppure l'Istat. I “sondaggi”? Non esiste alcuna “opinione pubblica certificata”. Circolano “opinioni”, sempre meno fondate su riflessione, valutazioni critiche, “giudizi”; prevalentemente basate su impressioni, suggestioni, sensazioni fugaci e pre-giudizi, gli “idola tribus” deplorati da Francis Bacon secoli orsono. Dall'“opinione pubblica” per secoli sono dipese le sorti di milioni di persone: gli schiavi, le donne (per millenni “esseri inferiori”, senz'anima, incapaci di stare in giudizio), gli “eretici”, i dissidenti, i “diversi”, finiti sotto la scure, impiccati o arsi sulle fascine della cosiddetta “opinione pubblica”, usata dai regimi per annientare le opposizioni. L'“opinione” cambia secondo i luoghi e, al loro interno, secondo i tempi. Ricordiamo, per esempio, il famoso “comune senso del pudore”, sulla cui base vennero emesse migliaia di sentenze rispondenti a “umori” di quanti se ne ammantavano anziché della maggioranza dei cittadini.
Nell'Italia odierna da un canto si inneggia al multiculturalismo (fallito in Paesi dalla tradizione identitaria molto più robusta della nostra, a cominciare dalla Gran Bretagna), dall'altra ci si appiglia a pregiudizi arcaici per rimettere in circolazione fantasmi artificiosi, incubi tanto inconsistenti quanto perniciosi.
Ora, mentre non abbiamo una legge elettorale decente, il Prodotto interno lordo varia di giorno in giorno (unica certezza è l'aumento del debito pubblico), il governo barcolla, “grida manzoniane” vietano la vendita di alcolici qui e là in una città come Torino (che cessò di essere sabauda 75 anni orsono) quasi fosse impossibile portarseli a spasso: siamo al culmine del ridicolo. In quest'Italia due disegni di legge (Ddl) mirano a condannare sotto pene gravissime l'iniziazione e/o l'affiliazione di pubblici impiegati (magistrati, militari, personale civile...) a “logge massoniche” senza alcuna distinzione tra (eventuali) logge segrete (la cui esistenza rimane da provare) e “ordinarie”, che però lo Stato non riconosce e quindi non conosce. Poiché questi Ddl (n. 4328, primo firmatario l'on. Mattiello; e il n. 4422, primo firmatario l’on. Fava) intaccano i cardini della Costituzione, anzi un principio non negoziabile della civiltà giuridica, quale il diritto di associazione, è bene occuparsene: dall'Alpi alle Piramidi...
Entrambi quei disegni di legge insinuano la condanna storica e attuale della massoneria, classificata come “organizzazione, pur legale, che fondi il proprio sodalizio associativo su vincoli di obbedienza tali da inquinare, anche soltanto nella percezione pubblica che se ne possa avere, l'imparzialità di giudizio e la libertà d'animo che il cittadino deve potersi aspettare”. Essi danno per scontata l'incompatibilità delle “associazioni massoniche o similari” con l'ordine costituzionale, senza però addurre fatti e documenti comprovanti il loro pre-giudizio. Poiché la storia insegna che il pur minimo attentato ai diritti di libertà costituisce un precedente pericoloso, il primo passo su una china rovinosa, bisogna essere subito chiari.
È superfluo ricordare quanti e quanto illustri siano stati anche in Italia uomini politici, militari, giuristi, scienziati, artisti e personalità dai più disparati profili iniziati all'Ordine della massoneria. Essi furono (e sono) l'aspetto “locale” di una storia universale che abbraccia tutte le democrazie “occidentali”, sia repubblicane (come gli Stati Uniti d'America e la Francia, il cui presidente, François Hollande, visitando la sede del Grande Oriente, proclamò l'indivisibilità tra la storia del suo Paese e la Massoneria) sia monarchiche (dalla Gran Bretagna a quelle scandinave). Lasciando il passato remoto e prossimo dov'è, va osservato che, ove mai adottati, i disegni di legge in discorso metterebbero in discussione la libertà dei pubblici dipendenti di iscrizione non solo alle logge ma anche a partiti e sindacati, in presenza di un regime che non ha regolamentato né la loro disciplina interna né quella dei loro rappresentanti nel Parlamento nazionale, sicché per molti aspetti rimangono “società segrete”.
Non solo. I requisiti dai Disegni di legge attribuiti alle logge si attagliano perfettamente all'associazionismo religioso (non solo ma anche, e in molti casi, cattolico), nel cui ambito vigono osservanze che, appunto, prevedono “vincoli gerarchici, solidaristici e di obbedienza”. La prelatura personale dell'Opus Dei è solo una tra le molte... Basta scorrere gli Statuti di tanti Ordini e di Congregazioni.
Il disegno di legge Fava si spinge oltre il Mattiello, giacché pretende di introdurre una disciplina abnorme persino ai danni dei parlamentari. Questi, come noto, rappresentano la Nazione senza vincoli di mandato, un principio istituito con il mai troppo elogiato Statuto Albertino del 1848, esteso al Regno d'Italia e vigente sino al 31 dicembre 1947. Ora si pretenderebbe che, entro tre mesi dalla loro proclamazione, i parlamentari depositino presso l'ufficio di presidenza della loro Camera “una dichiarazione, anche negativa, sull'eventuale appartenenza a qualunque titolo ad associazioni massoniche o similari, precisandone la denominazione”. E ai circoli filatelici o numismatici? O a un circolo filosofico? O una delle molte “religioni” incluse o meno dalle “intese” per l'erogazione dell'8 per mille?
Siamo daccapo alla caccia alle streghe, per ora solo contro la massoneria: nome comune di cosa, perché esso non è tutelato in un Paese che manca di una legge seria sulle associazioni.
In Italia nel corso dell'intero Settecento la Massoneria fu vietata dai sovrani e scomunicata dai papi. Dopo la breve stagione napoleonica le logge furono nuovamente vietate e i massoni ferocemente perseguitati. Visto che stiamo celebrando duecento anni dalla nascita di Francesco De Sanctis (1817-1883), giustamente ricordato quale forgiatore della coscienza civile (e citato a casaccio dal Ministro della Pubblica Istruzione: esempio insigne di sciatteria culturale), ricordiamo che egli fu anche e orgogliosamente massone, come Michele Coppino, Giosue Carducci e altri artefici della Nuova Italia.
Col fascismo la massoneria fu nuovamente perseguitata, come accadde nei Paesi del “socialismo reale” sino al crollo del comunismo sovietico e in quelli fondamentalisti (islamici e Oltre Tevere...). Ma la condanna politico-religiosa della massoneria fatalmente portò con sé anche quella delle “associazioni similari”. Nel 1938, appena tredici anni dopo la messa al bando del Grande Oriente e della Gran Loggia d'Italia, il Rotary Club italiano fu costretto ad auto-sciogliersi prima di essere spazzato via dal governo Mussolini che aveva ormai imboccato la strada dell'alleanza ideologico-militare con Hitler, che sin dal “Mein Kampf” aveva messo i massoni tra gli Ordini incompatibili con il nazionalsocialismo. Eppure dalla nascita i Rotary Club italiani raccoglievano le figure eminenti della società. Il Re stesso ne era presidente onorario. Il principe Umberto era socio onorario del Club di Cuneo, presieduto da Luigi Burgo, industriale geniale e umanista. Non solo, ma il fondatore del Rotary, Paul Harris, non era neppure massone, a differenza dell'ideatore dei Lions Club.
Tutto questo vuol dire in sintesi che la pre-politica o Politica vien prima della “politichetta” dei partiti: sulla Politica, che è il caposaldo della civiltà, non sono possibili né mediazioni, né pateracchi. L'unica alternativa, diversamente, rimane l'“espatrio”: il destino che toccò nei secoli a quanti vennero condannati dalla “pubblica opinione”: Dante Alighieri, il “ghibellin fuggiasco” condannato a morte nella sua Firenze; Machiavelli, torturato; Guicciardini, costretto al silenzio; Leopardi, Carducci...
Malgrado il “regime” (ne parlammo più volte con Marco Pannella) sia al collasso, vi sono priorità. La libertà di pensiero e di associazione anche nella Costituzione viene prima dei partiti. Fa parte dei principi che non possono essere messi in discussione, se non da settari che cercano la pagliuzza nell'occhio altrui senza vedere la trave che li accieca e ne ispira l'odio verso gli uomini liberi.
Espatriare, infine, non significa rinnegare l'Italia: vuol dire, anzi, rivendicarla quale fondamento dell'Universalità, della civiltà greco-romana dalla quale tutto discende: il Bello e il Diritto, dopo la Religione degli Ebrei e i Colori degli Egizi. L'Uomo libero ha per patria il mondo.


Aldo A. Mola

martedì 13 giugno 2017

CIRCOLO DI CULTURA ED EDUCAZIONE POLITICA “ REX”



Comunicato  stampa :

Lunedì  12  giugno, in  Roma, presieduto  dall’ing. Giglio, si  è riunito il Comitato Direttivo del  Circolo  REX che ha  esaminato  ed approvato  il  consuntivo  dell’annata  2016-2017, visti anche i risultati positivi  della  vendita  del  volume  “La  guerra  1915-1918“ con  la  prolusione  di  Gioacchino  Volpe e gli interventi  di  Ugo  D’Andrea, Enzo  Avallone, Vittorio  Tur e Roberto Lucifero. 

Il Comitato ha  espresso poi  un  particolare  ringraziamento  a  tutti  gli  oratori intervenuti ed ai siti che hanno  pubblicato la notizia delle  manifestazioni, dandone  anche i resoconti ed i testi. E’  stato  anche  impostato  il  programma  della  prima  parte del 70°  ciclo  di  attività  2017-2018, che inizierà  la domenica  29  ottobre, proseguendo  il  12  e  26  novembre  ed  il  3  dicembre,  nel  corso  del  quale  saranno  ricordati, nel  quadro  del  centenario  della  Grande  Guerra,  il  grande  invalido Carlo  Delcroix,  ed  il  Maresciallo  d’Italia  Armando  Diaz, che, nuovo  Capo  di  Stato  Maggiore Generale, portò alla decisiva resistenza del Piave ed alla conclusione  vittoriosa.


Ufficio  Stampa  REX

13 Giugno


Noi non dimentichiamo.

lunedì 12 giugno 2017

Nuovo libro del Prof. Giulio Vignoli

“ La repubblica italiana.
Dai brogli e dal Colpo di Stato del 1946 ai nostri giorni”


Settimo Sigillo editore,
Roma, pagg. 160.

Il testo si articola nei seguenti capitoli:

01.      Come è nata.
02.      Condizioni del voto.
03.      Il "Referendum".
04.      I brogli.
05.      Il Governo.
06.      Il Colpo di Stato e i "Martiri di via Medina".
07.      Il proclama di Umberto II.
08.      Nascita dell'Antitalia.
09.      I primi vagiti: la Costituzione "più bella del mondo".
10.      Le Regioni.
11.      Il Trattato di pace, "rectius Diktat".
12.      Le Foibe e l'esodo dalla Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia.
13.      La Corte costituzionale. I processi contro i partigiani assassini.
14.      I primi scandali.
15.      Il 18 Aprile e il suo tradimento.
16.      La svolta a Sinistra e il caso Guareschi.
17       I Primi Ministri della R.I.
18.      I Presidenti della Repubblica.
19.      Il Miracolo economico.
20.      Il '68,  la Contestazione e le Brigate Rosse.
21.      Declino dell'opzione monarchica e morte di Umberto II.
22.      Berlusconi.
23.      Istruzione.
24.      Intellettuali.
25.      La politica estera e la tutela degli Italiani all'estero.
26.      Imbastardimento della lingua. Cinema, stampa e TV.
27.      Mafia, Camorra e Sacra Corona.
28.      La Giustizia. "I casi Priebke e Piskulic".
29.      L'economia.
30.      L'invasione.
31.      L'esercito.
32.      Politica per la famiglia.
33.      Gli Illuminati.

"I ladri arrestati sempre liberi: Carabinieri frustrati dallo Stato"




Il j'accuse del comandante dell'Arma, Fabio Ottaviani: "In Italia si parla di elezioni, non dei problemi della gente. Io do voce ai miei carabinieri"

Nei giorni scorsi a Cosenza si è celebrato il 203esimo anniversario dalla fondazione dell'Arma dei Carabinieri.
Una cerimonia commovente, anche grazie ad uno straordinario discorso del Colonnello Fabio Ottaviani che ha emozionato i presenti e che ha fatto il giro del web. Conquistando condivisioni e migliaia di visualizzazioni.
Per prima cosa il colonnello ha focalizzato l'attenzione su un tema scottante di questi tempi, ovvero il ruolo delle forze dell'ordine nell'arresto di malviventi in flagranza di reato. Molte volte, infatti, banditi e rapinatori ammanettati dai carabinieri vengono immediatamente rimessi in libertà dal giudice di turno. Con tanti saluti agli sforzi delle divise. "La maggior parte dei nostri interventi - dice Ottaviani - si conclude con l'immediata rimessione in libertà dei soggetti e questa ha un effetto devastante nella percezione di sicurezza del cittadino. È devastante vedere la vittima che rimane in caserma con i carabinieri a compilare tonnellate di atti e il delinquente che se ne torna a casa" .
"Come può il cittadino fondare la sua fiducia nello Stato" quando accade tutto questo? La domanda del colonnello è fondamentale. E merita una risposta. "Voi direte: perché un comandante provinciale alla festa dell'Arma affronta un argomento così spinoso? - continua Ottaviano - Il mio personale tutti i giorni conduce una battaglia, si espone in prima persona e queste cose producono frustrazione. Anche la polizia condivide il nostro stesso destino. E la frustrazione delle forze dell'ordine significa che poi, queste persone, si demotivano".
Semplice e diretto. Continua poi il comandante: "Permettetemi di sottoporvi quelle che sono le frustrazioni che condividiamo quotidianamente, perché lo devo ai miei carabinieri, perché io non sto in strada con loro, non rischio con loro, ma io ho la forza di dare voce a loro. Per cui quello che vi dico se vogliamo vincere la battaglia dobbiamo riflettere su queste criticità, perché io nel dibattito politico nazionale non vedo questi problemi. Ma vedo percentuali, liste, proporzionali tedeschi, inglesi, francesi. Non vedo i problemi della gente. Noi sulla strada parliamo con la gente, per cui la politica deve riscoprire il dialogo con le persone e capire veramente quali sono le esigenze dei cittadini. Perché se da una parte noi vediamo i cittadini che urlano disperati e dall'altra quello che ci impone la legge, vediamo un evidente discrasia, siccome la sovranità appartiene al popolo in una democrazia".
"Singori - aggiunge il comandante - io non ho una soluzione. La mia soluzione è quella di spingere i miei ufficiali, i miei Carabinieri a dare comunque una risposta al cittadino. Per cui se inteveniamo, se ci sono i presupposti arrestiamo, poi se quel delinquente non può finire in galera per motivi tecnici, ci rammarichiamo ma questo è un rischio che dobbiamo tenere presente". L'importante è fare in modo che non prevalga la delinquenza. Perché - conclude Ottaviano - "se la legge della strada prevale sulla legge dello Stato, lo Stato è finito. Ma noi saremo sempre al fianco della gente".

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/i-ladri-arrestati-sempre-liberi-carabinieri-frustrati-dallo-1408112.html 

domenica 11 giugno 2017

UN INCONTRO SU GIOVANNI GIOLITTI ALL'ARCHIVIO STORICO DEL QUIRINALE (21 GIUGNO 2017)

  Il 21 giugno 2017, dalle 9.30 alle 13.30, in occasione della presentazione del DVD “Giovanni Giolitti, lo Statista della Nuova Italia (1842-1928), curato da Aldo A. Mola con l'egida del Consiglio Regionale del Piemonte, l'Archivio Storico della Presidenza della Repubblica (Roma, via del Quirinale, 30; Sovrintendente: dott.ssa Marina Giannetto) ospita un “Incontro di studio sull'età giolittiana” organizzato dal Centro europeo Giovanni Giolitti per lo studio dello Stato (Dronero-Cavour).

   Intervengono, con relazioni innovative, alcuni tra i più noti studiosi del periodo: Tito Lucrezio Rizzo  (Università La Sapienza, Roma) su “L'età umbertina: le premesse del riformismo sociale giolittiano”; Cosimo Ceccuti (Fondazione Nuova Antologia), “La svolta liberale di primo Novecento”; Romano Ugolini (Presidente dell'Istituto per la Storia Risorgimento Italiano),“La strategia politica di Giolitti tra socialisti e cattolici”;  Matteo Luigi Napolitano (Pontificio Comitato Scienze Storiche), “La questione di Fiume veduta dalla Santa Sede”; Aldo G. Ricci (già Sovrintendente Archivio Centrale dello Stato), “Giolitti e il socialismo riformista: un incontro mancato”; Marco De Nicolò (Università di Cassino), “Roma laboratorio di innovazione politica: l'esperienza della Giunta Nathan”; Federico Lucarini (Università del Salento), “Antonio Salandra: da 'successore' ad 'anti-Giolitti'; GianPaolo Ferraioli (Università della Campania Luigi Vanvitellli), “La politica estera di Giolitti: oltre i Documenti Diplomatici Italiani”; Colonnello  Cristiano M. Dechigi (Capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito), “L'età giolittiana negli studi di storia militare”, e Aldo A. Mola (ULB, Bruxelles), “Giolitti e Vittorio Emanuele III. Tormenti e stasi di un “cugino del Re:1914-1915 e 1921-1922). Segue dibattito.

   I lavori sono aperti da Nerio Nesi, Presidente della Fondazione Camillo Cavour (Santena), Roberto Einaudi (già Presidente della Fondazione Luigi Einaudi (Roma) e Giovanna Giolitti (Centro Giovanni Giolitti, sede di Cavour).

  L' “Incontro” (i cui Atti verranno tempestivamente pubblicati nella Rivista “Tempo Presente”, diretta dal prof. Angelo Guido Sabatini) è realizzato in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, l' Associazione di Studi sul Saluzzese, l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli), l'Associazione Nazionale ex Allievi della Nunziatella (Napoli), l'Associazione Piemontesi a Roma e le Scuole di Liberalismo, nel solco di pluridecennali convergenze. 

   “L'Incontro sull'età giolittiana nella prestigiosa sede dell'Archivio Storico della Presidenza della Repubblica – osserva il suo coordinatore, Aldo A. Mola - costituisce il punto di arrivo del cammino intrapreso, quindici anni orsono, con Giolitti al Governo, in Parlamento, nel Carteggio”, un' Opera  curata da me e da Aldo G. Ricci, all'epoca Sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato (5 volumi di circa 5.000 pagine) e realizzata con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, presieduta da Gianni Rabbia, e dell'Associazione di Studi sul Saluzzese. Il DVD, dal quale è nato l' “Incontro” di Roma, richiama l'attenzione sul ruolo meritorio della Famiglia Giolitti nella promozione della ricerca storica”.


     Per partecipare all' “Incontro” occorre accreditarsi entro il 19 giugno 2017 comunicando cognome, nome, luogo e data di nascita a: archivio_storico@quirinale.it  

Intervista alla Regina Maria José

Sul sito dedicato a Re Umberto II un nuovo aggiornamento con l'intervista alla Regina



La  regina  Maria  José, donna  di  grande  cultura  storica  e  musicale, autrice  di  importanti  libri  sulla  storia  di  Casa  Savoia, dagli  Amedei  ad  Emanuele  Filiberto Testa di Ferro, il cui primo volume ebbe la prefazione di Benedetto Croce, ed  ispiratrice  di  un  concorso  musicale, per il  quale  scelse  come  Presidente  della  Giuria, il  noto  maestro  Zafred, sapeva  anche  essere  una  brava  donna  di  casa , proseguendo  la  tradizione  della  Regina  Elena.



sabato 10 giugno 2017

LA FOSSA DEI LEONI

di Giuseppe Bartolucci


Era chiaro un po’ a tutti che questo improvviso accordo sulla legge elettorale era ballerino. Un’esplosione figlia dell’incontro di troppe furbizie e troppi calcoli, senza quel minimo di idealità indispensabile a controbilanciare asprezze e tensioni.
[...]
Sarà poi vero che l’aver reso palese il voto segreto sia stato davvero un errore?
Cresce sempre più il dubbio che gli italiani, il 2 giugno 1946, preferendo la Repubblica alla Monarchia, vedendo quello che i partiti hanno combinato in 70 anni di Repubblica, abbiano commesso un tragico errore.
Le nazioni più civili d’Europa sono proprio quelle a regime monarchico; qualcuno se n’è accorto?

http://www.belligea.it/2017/06/09/la-fossa-dei-leoni/

venerdì 9 giugno 2017

Il primo soldato d'Italia - III parte

Roberto Cantalupo, autore dell'articolo che si chiude con la terza parte fu deputato e giornalista fedelissimi della Monarchia. 



Tra i feriti.
Il piccolo ospedale è improvvisato in una villa deliziosa, situata in una di quelle vallette del Trentino piene di tanta grazia campagnuola. Vi sventola sopra il tricolore e la bandiera della Croce Rossa. Il Re vi è giunto stamattina di buon’ora, già di ritorno da una visita agli artiglieri che circondano l’altipiano. Egli non vuole naturalmente che il suo arrivo provochi qualche disordine o qualche allarme; vuole soltanto controllare se tutto quel che è necessario è fatto per sollevare i feriti, e vuole a questi dare incoraggiamenti e parole buone.
Le sue visite alle ambulanze ed agli ospedali sono ispirate da una bontà profonda e paterna, dal bisogno vivo e affettuoso di dar la mano e di baciare i soldati che si sono battuti valorosamente.
Stamane è arrivato, come sempre,
all'improvviso, in automobile. Un capitano medico gli ha dato subito le notizie sulla salute dei feriti affidati
alle cure sue e di altri sanitari. Il Re ha voluto subito entrare. Qualche ferito faceva ancora colazione. Vedendo il Sovrano qualcuno ha tentato di sollevarsi, ma Egli con voce calma e dolce ha detto: - Fermi, fermi, ragazzi. Verrò io da ognuno.   Un giovanotto pallido, con gli occhiali doro, da un lettuccio in angolo, ha portato la mano alla fronte, in segno di saluto. Un capitano ha detto al Re : E un tenente: una gamba fracassata: non voleva lasciare il campo a nessun costo: ora speriamo di farlo ritornare al reggimento in un mese. -Ed il Re: - Aspetti, tenente. Tranquillo e calmo. Sono io che desidero venir da lei.
A poco a poco, nella piccola sala bianchissima s’è fatto un movimento lento e curioso verso il Re, movimento di persone deboli e stanche, di volti pallidi, di arti spezzati e fasciati: il movimento dei feriti. Era dunque il Re? Se lo chiedevano l’un l’altro. E qualche monca risposta : - Sì, si èil Re. Lo vedrete ora.Ad uno ad uno, ogni ferito ha avuto
la sua parola di conforto. La suora è stata chiamata dal Sovrano: - Mi accompagni, suora, mi accompagni:questi ragazzi le vorranno già bene,
spero. Le suore sono le nostre sorelle,La suora ha ringraziato silenziosamente col capo ed ha offerto al Sovrano una piccola sacchetta di tela,piena di medaglie : - Sono benedette dal nostro cappellano; vuole darne qualcuna con le sue mani ai feriti, Maestà?
- Volentieri.
Ed avvicinandosi al soldato che lo guardava orgoglioso e commosso, dal fondo del Iettino, con gli occhi chela febbre rendeva smarriti e lucidi,il Re ha chiesto:-- Sei cattolico?
- Sì.
- Vuoi una medaglia sacra?
Ed alla risposta affermativa del ferito, il Sovrano gli ha messo nella mano una delle piccole medaglie d’alluminio e gli ha ripiegato dolcemente le dita. Poi ha aggiunto: - Non perderla; fa conto che te l’abbia data tua madre.
“ Saremo presto a Gorizia. E passato oltre. Ogni ferito ha dato notizie di sé, della famiglia, dello scontro cui ha preso parte, della speranza di tornare al fronte appena guarito. Per tutti il Re ha avuto parole d’amore; non le solite parole stereotipato dei grandi personaggi con gli umili, ma poche espressioni profonde di tenerezza o di non celata gratitudine. Di fronte ai feriti gli occhi di Vittorio Emanuele rivelano una commozione ferma, contenuta, nobile e forte, ma tenera e fraterna. Le mamme dei soldati feriti sappiano che nel Re d'Italia i giacenti negli ospedali e i combattenti hanno un impareggiabile fratello d’armi.
II Re si è trattenuto ancora unpo’ col giovane tenente del genio, caduto sotto il fuoco nemico mentre ostinatamente, con una tenacia stupenda, costruiva con i suoi uomini suun fiumiciattolo in piena un ponticello per dar passaggio ai nostri, chedovevano inseguire il nemico.
- Ingegnere, tenente ?
- Signor sì.
- Veneto?
- Del Friuli, goriziano.
- Oh, goriziano. Ci saremo prestoa Gorizia. Cerchi distar bene subito:ci verrà con noi.
- Per il giorno in cui entreremo a Gorizia, Maestà, o sarò guarito ed entrerò con gli altri, o morirò... di dispiacere.

“ Con le vostre lettere partirà anche la mia „
Il giro dei lettucci era finito. Il Resi è fermato nel mezzo della camera.Un braccio si è ficcato per un momento sotto un guanciale, la manone è venuta fuori stringendo una lettera Lo sanno tutti, oramai, che il Re è felice se può personalmente curarsi di far pervenire alle famiglie notizie dei soldati. Egli si è avvicinato al ferito:
- Che cosa scrivi, tu, poverino?Con la tua testa fasciata? Scrivi alla mamma?
- No, Maestà, scrivo a mio padre.
La lettera è aperta.
Il Sovrano ha lentamente apertola busta, guardando negli occhi dolciil giovanissimo ferito, che aveva affondato sul guanciale il capo completamente fasciato. Poi a voce alta ha letto : -“Babbo mio, sono all'ospedale da qualche giorno, con un piede leggermente ferito. Vado ogni giorno migliorando e spero di tornar presto al campo.Niente preoccupazione per me. Pensa invece alla tua mobilitazione civile... “. - Il babbo del ferito è infatti sindaco di un comunello calabrese.
Il Re si è chinato sul ferito e gli ha carezzato la guancia scoperta. Poi ha ripreso d’un tratto il suo maschio atteggiamento: - Ragazzi, sono sicuro che tutte le vostro lettere sono scritte così, e che voi siete i primi a tener desto l’entusiasmo nelle vostro case.
Chi ha da mandar lettere in famiglia, le dia al Re. Penserò io a farle pervenire.
Non una mano è rimasta ferma.Dai guanciali sono sbucate diecine di cartoline. Un tenente che accompagnava il Sovrano le ha raccolte tutte.
Da un astuccio di pelle il Re ha cavato una busta chiusa: - Con le vostre lettere partirà anche la mia; è per Sua Maestà la Regina.
E l’augusta missiva s’è aggiunta alle umili righe scritte dalle mani tremanti dei feriti. Partiranno insieme,insieme recheranno la stessa gioia nella casetta calabrese ed al Quirinale: la stessa gioia, l’unica che possa far esultare orgogliosa l’anima di ogni italiano:la gioia di saper la Patria mirabilmente difesa.
Non col solo coraggio, dunque, il Re dà prova del suo affetto per tutti i combattenti, ma anche con la dolce e ferma assistenza che prodiga ai feriti negli intervalli delle gite ai campi della lotta. Così intorno a lui s’è formato un baluardo magnifico di entusiasmo e di devozione, di gratitudine e di ammirazione, più forte di tutte le difese nemiche, insuperabile da qualunque assalto, indistruttibile e favoloso.

Tutta la riconoscenza per Vittorio Emanuele.

Passa così su tutti i campi, dovunque un soldato combatte e soffre. Tutti i settori del confine sono stati da lui visitati; la sua automobile ha già percorso tutte le larghe vie friulane.
Il suo cavallo conosce già tutte le anfrattuosità dei monti trentini. Magnifico Sovrano, soldato di coraggio e di bontà sabauda, fervido nell'incitare alla lotta e tenero nel confortare i feriti, Vittorio Emanuele III miete sui campi di battaglia una gratitudine sconfinata. Il sentimento con cui ufficiali e soldati accolgono il Nipote del Re del Risorgimento, che come il Grande Avo è il primo a montare a cavallo, è fatto di ammirazione e di riconoscenza. Oramai nell'animo di tutti i combattenti, oltre l’entusiasmo,oltre l’ardore, oltre lo slancio, più ancora intima e profonda è la convinzione che la guerra era inevitabile,che se noi non ci fossimo slanciati a farci un nuovo confine militare, l’Austria non avrebbe molto atteso per piombarci alle spalle. La conoscenza materiale della povertà dei nostri confini è apparsa a tutti così evidente,così terribile, che si guarda con raddoppiato affetto al giovine Re che ha guidato la Patria alla riscossa, per farla più forte e più sicura. Abbiamo sentito dei poveri umili soldati esprimere la loro gioia per potersi trovar qui, a rinforzare i confini, agli ordini del Re. Essi vedono ormai con i loro occhi che cosa era l’Italia, alla mercé dei cannoni austriaci, ed hanno la precisa coscienza di compiere un dovere sacrosanto: difendere l’Italia, assai più che offendere l’Austria.
Il Re tutto questo sa e sente. Ogni giorno di più egli rileva l’entusiasmo delle truppe. Ne gioisce e ne è felice.
Sa che da un così fatto esercito otterrà sacrifici ed eroismi illimitati.
Egli è l’idolo delle truppe, può farne quello che vuole.
La riconoscenza di tutta l’Italia deve seguire il giovane Sovrano dovunque egli vada. Fra i combattenti egli è il primo. Parla loro in nome della Patria.

Due Sovrani eroici come cavalieri d’altri tempi la guerra europea ha rivelati e additati all'ammirazione del mondo e alla gratitudine dei loro popoli: Alberto re del Belgio e Vittorio Emanuele di Savoia.

Immagini tratte da "la Guerra Europea 1914-1916 n 20 , 18 Maggio 1916