NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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mercoledì 4 marzo 2020

Conferenza del Professor Sfrecola per il Circolo Rex

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”



 72° Ciclo di Conferenze 2019- 2020 – Seconda Parte



“Nell’Inghilterra in mille anni è stato un susseguirsi di dinastie, egualmente in Francia ed in Spagna, solo la Dinastia Sabauda, prima Conti, poi Duchi ed infine Re ho regnato ininterrottamente per mille anni, acquisendo un prestigio superiore alle dimensioni territoriali dei loro Stati. Questo prestigio è stato determinante nella soluzione unitaria monarchica del Risorgimento e nella proclamazione del Regno d’Italia. Di questo tratterà il


Professore Avvocato Salvatore SFRECOLA

Domenica 8 marzo alle ore 10,30


 “Vittorio Emanuele II, alla Corte di Londra, 

affascina la Regina Vittoria”



Sala Italia presso Associazione “Famija Piemonteisa - Piemontesi a Roma”

Via Aldrovandi 16 ( ingresso su strada) e 16/B (ingresso con ascensore) 
raggiungibile con linee tramviarie “3” e “19” ed autobus “910”,”223”, e “52”

INGRESSO LIBERO

Nota : in sala saranno disponibili copie del recente volume “La solitudine del RE”,- edizioni Helicon- presentato al REX , domenica 2 febbraio, contenente una selezione delle lettere scambiate tra Umberto II ed il Ministro della Real Csa,Falcone Lucifero, nei lunghi anni dell’esilio, e di “Dittatura e Monarchia -L’Italia tra le due guerre” – editore Pagine -, fondamentale opera storica del professore Domenico Fisichella.                                                                                                                                            

venerdì 5 aprile 2019

Daranno la cittadinanza a Rami Ma lui si sente davvero italiano?


Le radici egiziane esibite dal giovane eroe del bus ne fanno dubitare. E la Francia insegna

di Salvatore Sfrecola

Per giorni i mezzi d'informazione hanno cercato di convincerci che è ingiusta la condizione dei bambini, figli di stranieri, nati in Italia, che non hanno la cittadinanza italiana eppure studiano nelle nostre scuole, condividono lo stesso banco con i nostri figli e i nostri nipoti. Bambini che parlano italiano, anzi si esprimono in dialetto milanese, bergamasco o romano. Che si sentono italiani,
che tifano Milan o Juventus.
Ed è cosi che Rami, il coraggioso. piccolo egiziano che, coadiuvato da Adam, marocchino, e da altri compagni italiani, è stato determinante per la salvezza dei 51 presi in ostaggio dal conducente «italiano», ma di origini senegalesi, avrà la cittadinanza italiana. La merita senza dubbio per aver contribuito in modo determinante a salvare i suoi compagni in un pullman che presto sarebbe stato in fiamme. Nessuno ha dubitato del coraggio di Rami e degli altri. È lecito dubitare, pero, che quel bimbo che studia, fianco a fianco con i nostri figli e nipoti, secondo la retorica cui ricorrono insistentemente i fautori dello ius soli, si «senta» italiano,cornei compagni che lo sono grazie allo ius sanguinis, perché figli di italiani.
Il dubbio è dato dalle immagini del bimbo che, accanto ad un sorridente Bruno Vespa, a Porta a Porta esibiva sulle spalle la bandiera dell’Egitto. Nulla di strano, quel bimbo è egiziano e si sente orgogliosamente egiziano, come è giusto che sia, erede di una grande civiltà. Perché Rami dovrebbe dimenticare le sue origini, la sua identità? Perché dovrebbe, invece, sentirsi italiano, figlio di Dante e di Petrarca, di Galileo e di Manzoni, perché dovrebbe ritenere che il padre della patria sia Vittorio Emanuele II e non Ramses II o Nasser o Saddam?
Il fatto è che l'identità di un popolo è costituita dalla naturale percezione dell’appartenenza che la famiglia rappresenta e la scuola conferma e arricchisce con le nozioni della storia e della cultura letteraria e artistica. Ugualmente l’identità di un popolo è data dall’ambiente naturale, per noi dalle valli e dalle montagne della nostra Penisola, dal verde dei prati e dal candore delle nevi, che non sono la sabbia distesa nella pianura egiziana dalla quale si stagliano i monumenti della magnificenza dell’antico regno, dalle piramidi di Giza ai templi di Luxor e di Tebe.
Non si lasciano mai del tutto le proprie radici, anche quando si recepiscono la cultura e le tradizioni del popolo con il quale si vive. Nel bene e nel male lo dimostra la cronaca delle azioni terroristiche dei «francesi» di seconda e terza generazione che non hanno acquisito l’identità della nazione che li ospita, che non diviene la loro patria, perché non è la terra dei loro padri. Per cui non si sentono tenuti a rispettare «con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che li ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri», come si legge al n. 2241 del Catechismo della Chiesa cattolica. Anzi, considerato che, come ammoniva  San Giovanni Paolo II. il «diritto primario dell’uomo è di vivere nella propri a patria ». quei «francesi» si sono sentiti sradicati dalla loro terra ed orgogliosi della loro cultura hanno cominciato a disprezzare l’Occidente corrotto, dove le donne provocano gli uomini esibendo le chiome corvine, che l’usanza islamica vorrebbe coperte, ed espongono le gambe con quelle ardite minigonne che a noi, invece, piacciono tanto. Per non dire della religione che esprime valori civili e spirituali nei quali i musulmani sono immersi. Basta viaggiare con la compagnia aerea di un paese islamico per sentire ricordare l’orario delle prediche dell’imam. Immaginate se su un aereo italiano si ricordasse ai viaggiatori l’orario delle messe!
La conclusione è che un a vera integrazione è il più delle volte impossibile. E chi ha una identità importante non l’abbandona in favore di quella del popolo che lo accoglie. E spesso cova sotto la cenere il culto della propria identità. Può rimanere un fatto culturale, ma può sfociare, com'è accaduto, nella ribellione,anche armata.
Molti ricorderanno che, in occasione della commemorazione delle vittime dei terroristi nel parigino Bataclan, in una scuola italiana le ragazze di fede musulmana rifiutarono di alzarsi in piedi per il minuto di silenzio. Quelle ragazze parlano italiano, forse sono attratte dai nostri costumi, dal modo di vestire delle nostre donne, ma non sono state capaci di un atto di pietà nei confronti di giovani uccisi in nome di una errata interpretazione della volontà del loro Dio.

giovedì 21 febbraio 2019

Conferenza per il Circolo Rex






“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

71° CICLO di CONFERENZE 2018-2019


***

“La Costituzione, già riformata in peggio dal centrosinistra corre il rischio di ulteriori peggioramenti, lesivi delle prerogative del Parlamento e dei diritti delle minoranze”
                           
Su questi temi parlerà
Domenica 24 febbraio alle ore 10.30
IL Professore Avvocato SALVATORE SFRECOLA


“RIFORMA COSTITUZIONALE : COME, QUANDO E PERCHÉ'”

***
Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,
via Aldovrandi 16 (ingresso con le scale), 
o 16/B (ingresso con ascensore)
raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” 
ed autobus, “ 910” ,” 223” ,”52” e “ 53”

***

Ingresso libero

venerdì 25 gennaio 2019

Ricordiamo con affetto profondo ed infinita tristezza Marco Grandi



di Salvatore Sfrecola

Un tragico incidente stradale ieri ha privato gli amici e la comunità dei monarchici di Marco Grandi, avvocato, docente di storia contemporanea, allievo di Francesco Perfetti a Genova, componente della Consulta dei Senatori del Regno. Viveva a Corinaldo, una ridente cittadina marchigiana dalla quale proveniva la sua famiglia di illustri servitori dello Stato. Il nonno, Domenico, Generale, era stato Ministro della guerra nel Governo di Antonio Salandra, nel 1914. Il papà, Mario, aveva svolto le funzioni di Aiutante di campo del Principe di Piemonte Umberto.
Marco era una persona garbata, un grandissimo signore, un uomo di cultura, idealista ma concreto nelle prospettazioni politiche e nelle iniziative che assumeva nella sua cittadina ed ovunque fosse chiamato a svolgere una attività di diffusione e approfondimento di fatti di interesse storico e politico. A Corinaldo aveva organizzato importanti convegni storici e concorsi con premi per i giovani studenti delle scuole ai quali si rivolgeva per invitarli a considerare l’importanza delle proprie radici civili e nazionali, per risvegliare in loro il senso della nostra storia contro la narrazione faziosa, distorta e disonesta, che si accompagna da sempre al referendum del 2 giugno 1946 ed al "gesto rivoluzionario" del successivo 12 giugno che Re Umberto subì perché l’Italia non cadesse nella guerra civile alla quale i comunisti erano pronti nel caso avesse prevalso la Monarchia. Il Re, appartenente alla Casata che aveva unificato l’Italia, non poteva accettare che gli italiani si battessero gli uni contro gli altri, anche se era consapevole dell’ingiustizia che aveva subito per le condizioni nelle quali il referendum istituzionale era stato organizzato e gestito, in dispregio di una verifica autentica della volontà popolare.
E qui vale la pena di ricordare quel che Indro Montanelli, nel febbraio 2001, disse a Re Simeone II di Bulgaria, che era andato a trovarlo nella sua casa di Milano, in viale Piave, accompagnato proprio da Marco e dal nostro caro amico Camillo Zuccoli, oggi Ambasciatore del Sovrano Militare Ordine di Malta presso la Repubblica di Bulgaria: "Al mio amico Ciampi - affermò Montanelli - dico sempre che se alla catena della nostra Storia togli l'anello di Casa Savoia tutta la catena cade". E lo ha ripetuto più volte anche nel suo “L’Italia della Repubblica” (Rizzoli 1985) quando afferma che “di coloro che avevano votato Repubblica… Pochissimi si erano resi conto che, con la Monarchia, l’Italia rinnegava il Risorgimento, unico tradizionale mastice della sua unità. Era un mastice che non aveva mai operato a fondo e che aveva alimentato più una retorica che una coscienza nazionale. Ma scomparso anche quello, il Paese era in balia di forze centrifughe che ne facevano temere la decomposizione. Aizzata dai socialcomunisti, la lotta di classe deflagrava con una violenza proporzionale alla repressione cui per vent’anni l’aveva sottoposta il fascismo; mentre il regionalismo, fomentato soprattutto dai democristiani, assumeva, specialmente in Sicilia, gli estremi del separatismo”.
Scrive Giovanni Semerano in un commosso ricordo di Marco, dei suoi “tenerissimi affetti familiari, la sposa Paola e il figlio Domenico oggi increduli e disperati”, per la mancanza di questo uomo nobile e buono nel quale era “sempre presente, vivo e irriducibile l'amore per la Patria declinato nella fedeltà e nella devozione - non astratta perché più che meritata - al nostro grande e indimenticabile Re Umberto, che di Marco e di Paola fu testimone di nozze”.
Ricorda ancora che “in quel giorno felice, accanto al Re e agli sposi vi era anche un uomo al quale Marco, insieme al compianto Gian Nicola Amoretti, era legatissimo: Edgardo Sogno, l'eroe Medaglia d'oro della Guerra di Liberazione che, con il suo coraggio, ardimento, coerenza e fermezza, rappresentava un esempio e un simbolo altissimi di cosa significhi essere patrioti monarchici”.
Semerano nel suo ricordo non avrebbe potuto trascurare l’impegno politico di Marco Grandi nel Partito Liberale Italiano, insieme ad alcuni amici scomparsi e ricorda “tra i tanti valorosi parlamentari ed esponenti monarchici liberali: Augusto Premoli, Luigi Durand de la Penne, Roberto Cantalupo, Benedetto Cottone, Luigi Barzini jr., Umberto Bonaldi, Vittore Catella, Giuseppe Alpino, Emilio Pucci, Giuseppe Fassino,  Vittorio Badini Confalonieri, Giorgio Bergamasco, Umberto e Vittorio Emanuele Marzotto, Enzo Fedeli, Sam Quilleri, Alberto Giomo, Aldo Frumento”.
Ho visto Marco l’ultima volta l’8 dicembre 2018 a Castiglion Fibocchi in occasione di un incontro con il principe Amedeo di Savoia, quando il Presidente dell’Unione Monarchica Italiana, Avv. Alessandro Sacchi, gli ha conferito la medaglia d’argento della fedeltà monarchica, un riconoscimento voluto dal re Umberto II che aveva attribuito al Presidente dell’U.M.I. il compito di individuare chi lo meritasse. L’aveva accolto con profonda commozione. Ero accanto a lui in quel momento e ricordo il suo sorriso timido, le brevi parole con le quali ha ringraziato per questo riconoscimento per attività lungo decenni che aveva svolto sempre convinto di fare solo il suo dovere di italiano e monarchico.
Poche ore prima della tragedia aveva parlato con il Principe Aimone, che aveva accompagnato il 3 novembre 2018 a Roma quando nella Sala Umberto è stato ricordato il centenario della Vittoria. C’erano quel giorno anche i giovanissimi principi Umberto e Amedeo.
Esterrefatti “increduli e disperati” i lettori di Un Sogno Italiano si uniscono alla moglie Paola e al figlio Domenico nel dolore e nel ricordo.
Ciao Marco.
24 gennaio 2019

sabato 24 novembre 2018

Tolleranza zero per chi occupa. Bloccare le scuole è un crimine.




In tutta Italia ci sono istituti presi in ostaggio dagli studenti. I giovani possono fare politica, ma il diritto all’istruzione non può mai essere calpestato. Ed è ora che i danni vengano fatti pagare alle famiglie.


Sono sei le scuole occupate a Roma, tra cui il prestigioso ginnasio liceo Torquato Tasso, la migliore scuola classica della capitale secondo la classifica stilata dalla Fondazione Agnelli. Occupazione per motivi politici, come si legge in un documento diffuso dagli studenti, in dissenso «riguardo alle politiche economiche e sociali». E aggiungo no che la dignità del lavoratore, sulla quale si fonda la Repubblica italiana è «svilita o addirittura cancellata da una forma di sussistenza sociale quale il reddito di cittadinanza». Pertanto gli occupanti si dichiarano «contro la demagogia del governo gialloblù, che continuamente strumentalizza e demolisce la solidarietà umana, trasformando in criminali coloro che cercano di dare dignità a tutti». Un taglio politico inequivoco, a tutto campo, con riferimento alla politica economica e sociale, genericamente richiamata, ma anche al reddito di cittadinanza, scelta portata avanti dal M5s, ritenuto, non senza ragioni, misura assistenziale.
Possono gli studenti fare politica? Evidentemente si. È un diritto fondamentale dei cittadini, incomprimibile in una democrazia e va tutelato.
E messo a confronto con un altro diritto fondamentale, quello di partecipare alle lezioni che lo Stato, con rilevante dispendio di risorse economiche, predispone peri giovani nell’ottica della loro crescita civile e professionale. La scuola, infatti, è il luogo dove s’impara a essere cittadini e ad acquisire le conoscenze che daranno loro una preparazione per la vita. Dalla scuola alla vita è stato il titolo di un bel libro, coordinato da Paola Maria Zerman, che qualche anno fa, con il concorso di personalità di varie esperienze di studio e di lavoro, ha indicato ai giovani il valore etico del lavoro nei vari settori professionali.
Luogo del sapere, servizio ai cittadini, la scuola deve mantenere la sua autonomia rispetto al dibattito della politica e deve essere posta nelle
condizioni di rendere con continuità il servizio istruzione. Con la conseguenza che se gli studenti possono manifestare liberamente le loro idee politiche non hanno il diritto di interrompere il servizio impedendo a chi ne vuole fruire di assistere alle lezioni. Infatti, a collocarla nel contesto giuridico suo proprio, l’occupazione degli istituti scolastici, con interruzione del servizio, costituisce un illecito dai molteplici profili, penali e di danno erariale, perché impedisce l’esercizio di una funzione pubblica. È evidente che gli studenti possono «marinare la scuola», come si diceva un tempo, anche a costo di subire conseguenze sul piano disciplinare, ove l’assenza ingiustificata si protraesse per un certo periodo rispetto alla durata legale dell’anno scolastico, con conseguenze anche sull’esito finale.
L’occupazione, come intuitivo, è contraria a regole elementari. Al di là dei danni che essa può provocare, come l’esperienza insegna, all’edificio scolastico e ai suoi arredi, e con l’utilizzazione impropria di strutture informatiche e con aggravio dei costi delle utenze, la stessa occupazione costituisce quello che si definisce un «pregiudizio erariale», cioè un danno al bilancio pubblico, considerato che lo Stato pagherebbe docenti che non hanno effettuato la loro prestazione.
Chi ne è responsabile sul piano giuridico? Innanzitutto le famiglie degli occupanti alle quali i presidi dovranno chiedere i danni. Non farlo fa gravare su di essi una diversa responsabilità, anch’essa di natura «erariale», di competenza della Corte dei conti. Infatti non pretendere il risarcimento di un danno ingiusto costituisce un comportamento illecito per un pubblico funzionario. Una responsabilità che si aggiunge a quella per l’interruzione del servizio scuola nel quale saranno coinvolti anche i responsabili delle forze di polizia (il questore). I presidi, per non aver messo in atto tutte le misure per impedire l’occupazione dei locali, il secondo per non essere intervenuto a liberarli per consentire la prosecuzione dei corsi. Senza arrivare al caso del preside che a Roma, qualche anno fa, di fronte a un’assemblea studentesca
decisa a proclamare lo «sciopero» e a occupare i locali, ha
consegnato agli studenti le chiavi del portone d’ingresso e se ne è andato a casa.
E qui s’innesca anche una responsabilità del governo, di «natura politica», insindacabile in sede giudiziaria, in quanto l’autorità politica potrebbe decidere di non intervenire per motivi di ordine pubblico. Ma una cosa è certa.
Se si attivasse la regola elementare della responsabilità
civile per danno, per cui «chi rompe paga», e una volta tanto i genitori degli studenti fossero chiamati a risarcire i danni provocati dai loro figli «esuberanti», probabilmente le occupazioni non si farebbero più e gli studenti potrebbero manifestare i loro legittimi orientamenti politici al di fuori dell’orario delle lezioni, magari nell’aula magna degli istituti (quelli che ne hanno una).

sabato 27 ottobre 2018

La Caporetto alla rovescia di Vittorio Veneto completò l’unità d’Italia


Il 24 ottobre 1918 partì l’offensiva decisiva. La resistenza sul Piave imposta dal Re Vittorio Emanuele fu una vittoria per il Paese e per la coalizione
di Salvatore Sfrecola

Vittorio Veneto è “una Caporetto alla rovescia”, ha scritto Chistopher Seton Watson nella sua “Storia d’Italia dal 1870 al 1925”, riprendendo una frase di Armando Diaz in una lettera alla moglie del 30 ottobre 1918, quando il Generale comincia ad assaporare il successo delle armi italiane in una azione decisiva per la vittoria finale. Subentrato a Luigi Cadorna, giusto un anno prima, Diaz coglie l’effetto della sua capacità di direzione e coordinamento del grande esercito che aveva profondamente rinnovato nell’armamento, nella organizzazione e nei quadri e in un nuovo rapporto con la truppa stressata dai lunghi anni di trincea. E lo porta alla vittoria, una volta esaurita la disperata azione offensiva delle armate austriache vittime di un logoramento del quale i loro comandi erano pienamente consapevoli.
Bloccati sul Piave nel giugno del 1918, gli austriaci riprendono l’iniziativa con un attacco nel Trentino nella speranza che il nostro Comando vi faccia affluire truppe sottratte al fronte del Piave. L’offensiva si sviluppa fra il 14 e il 15 giugno con un massiccio bombardamento accompagnato da lancio di gas su tutto il fronte, soprattutto sul Grappa dove gli austriaci riescono a conquistare alcune importanti posizioni, ciò che convince Franz Conrad von Hötzendorf che la vittoria sia vicina. Per lui gli italiani sono ormai “appesi con le sole mani a un balcone”, tanto che una spinta li farebbe precipitare. Ma non aveva a disposizione quelle truppe tedesche che un anno prima avevano fatto la differenza a Caporetto.
Dura sei giorni l’offensiva “della fame”, delle truppe approvvigionate con derrate alimentari sottratte ai viennesi. Le 58 divisioni austriache cedono alle 56 alleate. E il nuovo Capo di Stato maggiore, Arthur Arz von Straussemburg, subentrato a Conrad, ordina la ritirata abbandonando sul terreno tra morti e feriti quasi 100.000 uomini e 25.000 prigionieri. “Per la prima volta – scrive il Generale Erich Ludendorff - avemmo la sensazione della nostra sconfitta”.
È tutto un rincorrersi di eventi verso la conclusione della Grande Guerra. Il 26 settembre 1918 gli alleati sfondano la “linea Hindemburg”, mettendo in crisi lo schieramento tedesco sul fronte francese, il 29 i bulgari capitolano sotto l’incalzare dell’armata d’oriente, il 3 ottobre gli ungheresi proclamano l’indipendenza. L’indomani la Germania chiede di trattare sulla base di quanto proposto l’anno prima dal Presidente U.S.A. Woodrow Wilson nei suoi famosi “Quattordici punti” secondo il principio dell’autodecisione dei popoli e del loro diritto all’indipendenza nazionale.
Intanto, verso metà ottobre, il nostro Comando Supremo ha pronto il piano della grande offensiva destinata a svilupparsi attraverso il Piave in direzione di Vittorio Veneto. Alle forze già in linea Diaz aggiunge due piccole armate miste, una italo inglese, al comando di lord Frederik Cavan, e una italo francese, al comando del corso Jaean-César Graziani. Vuole coinvolgere gli alleati che lo accusavano di essere troppo cauto. Si attende che diminuisca la portata della piena autunnale del Piave. Per non dare l’impressione di restare fermo Diaz ordina al Generale Gaetano Giardino di attaccare sul Montegrappa dove convergono molte riserve austriache.
L’offensiva italiana inizia alle 3 del mattino del 24 ottobre con un martellamento di artiglieria lungo tutto il fronte. Sul Grappa è un inferno. Gli austriaci respingono sanguinosamente i nostri assalti sul Piave. Occorrono tre giorni di lotta per creare una testa di ponte. All’ordine del contrattacco i reggimenti cechi, croati, polacchi, ungheresi gettano le armi e l’esercito austriaco crolla di schianto. Il generale Enrico Caviglia traghetta oltre il fiume a Susegana la sua VIII armata e lancia le divisioni di cavalleria al comando di Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta Conte di Torino in direzione di Vittorio Veneto, raggiunta la sera stessa. Minacciata di aggiramento la VI armata austriaca abbandona il Montegrappa e da quel momento la ritirata si tramuta in quella rotta per cui, come si legge nel Bollettino della Vittoria, l’esercito austriaco perde “quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi”, lasciando “nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni”.
Il 30 ottobre le truppe nemiche in fuga sono inseguite dalle armate italiane che il 3 novembre raggiungono Udine e Trento. È la resa e il 4, alle ore 12, il Generale Diaz dirama il Bollettino della Vittoria.
È la sconfitta di un paese ridotto allo stremo, tanto che taluno ha voluto ridimensionare il valore della nostra vittoria sostenendo che abbiamo sconfitto un esercito in disfacimento. Senza tener conto che a quel logoramento aveva concorso il sacrificio quotidiano dei nostri fanti lungo i quarantuno mesi del conflitto, combattendo in condizioni spesso proibitive, per la natura dei luoghi e per il clima, per molti dei combattenti, soprattutto i meridionali, assolutamente inusitato. Siamo sempre pronti a denigrarci. Eppure, come ha scritto Paolo Pozzato, Vittorio Veneto rimane “per molti aspetti una delle vittorie più significative di un paese che non poteva vantare molti allori militari”. Da annoverare “tra quanto di meglio il nostro esercito ha saputo fare nel corso di tutta la sua storia”.
L’epilogo della guerra non sarebbe sufficientemente inquadrato nell’evoluzione delle operazioni militari all’indomani di Caporetto e dello sbandamento che ne seguì se non riconoscessimo l’importanza della resistenza sulla linea del Piave decisa a Peschiera del Garda l’8 novembre 1917 quando Re Vittorio Emanuele III l’impose ai governi ed agli stati maggiori di Francia e Inghilterra che solo tre giorni prima (il 6), nella Conferenza di Rapallo, avevano insistito perché il nuovo fronte fosse stabilito al Mincio o al Tagliamento. Una scelta che avrebbe potuto consentire all’esercito austriaco di dilagare nella pianura padana. A Peschiera il Re, l’unico che dopo Caporetto non aveva mai perso “il suo sangue freddo”, come ha scritto Indro Montanelli, ribaltò il giudizio negativo sulla nostra capacità di resistenza che francesi ed inglesi avevano manifestato a Rapallo, dove si erano riuniti in conferenza preliminare “con esclusione dei nostri”, ricorda Antonio Gatti, Colonnello di Stato Maggiore nel suo “Caporetto Diario di Guerra”, che “attesero così, alla porta, come servitori, che gli altri decidessero”. “I nostri” erano il Presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, il Ministro degli esteri,Sidney Sonnino, il Ministro della Guerra, Vittorio Alfieri e il Sottocapo di Stato Maggiore Carlo Porro.
Vittorio Emanuele convocò, dunque, tutti a Peschiera.
Pioveva quella mattina nebbiosa sul gran lago quando il Re giunse, pallido, teso, come ci raccontano le cronache. Sembrò sfinito al soldato di guardia alla casetta sede del Comando di battaglione, un tempo scuola elementare. Ma con grandissima energia e competenza convinse i vertici politici e militari delle potenze alleate che gli italiani avrebbero resistito sul Piave, presenti, per la Gran Bretagna, il primo ministro David Lloyd Gorge, con i generali Sir William Robertson e Henry Hugue Wilson; per la Francia il primo ministro Paul Pailevé ed il ministro Franklin Bouillon, accompagnati dal generale Ferdinand Foch e dall’Ambasciatore Camille Barrére. Parlò due ore, solo lui, in inglese e in francese, con estrema decisione riscuotendo l’ammirazione di Lloyd George, che ne ha lasciato un dettagliato resoconto.
Nell’occasione il Presidente del Consiglio Orlando aveva preparato un proclama da lanciare alla Nazione. Cominciava così: “Una immensa sciagura ha straziato il mio cuore di italiano e di Re”. Non gli piacque. Lo stile di Re Vittorio era sempre essenziale, asciutto, mai retorico. E scrisse: “Italiani, Cittadini e Soldati! Siate un esercito solo”.
La resistenza sul Piave porterà alla vittoria, non solo delle armi italiane ma dell’intera coalizione.
(da La Verità del 24 ottobre 2018)

domenica 14 ottobre 2018

Fa paura la burocrazia, non il Def


di Salvatore Sfrecola
La maggior parte dello scetticismo verso la manovra non è sul provvedimento in sé quanto sull’effettiva capacità della pubblica amministrazione di metterlo in pratica


 Non è detto chiaramente, ma la ragione di molte delle critiche e delle riserve espresse, anche nelle sedi istituzionali, Banca d’Italia, Corte dei conti e Ufficio parlamentare di bilancio, nei confronti della manovra delineata nella nota di aggiornamento al Def sta nel dubbio che quanto previsto in funzione di sviluppo e crescita possa essere realizzato. Dagli investimenti pubblici, resi incerti nel tempo dalla farraginosità delle regole del Codice degli appalti al reddito di cittadinanza, misura diretta a contrastare la povertà ma sospetta di essere incontrollabile, nel senso che i soliti «furbetti» potrebbero usufruirne continuando a fare del lavoro in nero. Tutto questo per sfiducia nella pubblica amministrazione che ha dimostrato finora di costituire un fardello intollerabile peri cittadini e le imprese, assolutamente incapace di contribuire alla efficiente e rapida realizzazione delle politiche pubbliche, cioè di programmi di governo.
Esempi preoccupanti di inefficienza se ne potrebbero fare molti. Si pensi  ai tempi che accompagnano ogni nuova iniziativa imprenditoriale che passa attraverso lunghe e spesso inutili pratiche tra uffici diversi dello Stato, delle regioni e dei comuni, alla nota  incapacità delle amministrazioni di dare attuazione a progetti finanziati dall’Unione  europea, con dispendio di risorse che potrebbero favorire lo sviluppo di alcune aree del Paese. 
Un esempio eclatante di inefficienza è dato, poi, dalla rilevante evasione fiscale. Oltre 100 miliardi l’anno sottratti al fisco sono una misura intollerabile in qualunque paese civile. Con molte responsabilità. Del Parlamento e del governo, che non riescono a mettere in campo norme che facilitino l’adempimento del dovere fiscale da parte di cittadini e imprese. Ma anche dell’apparato, l’Agenzia delle entrate, che non ha attuato, pur dovendovi provvedere dal 2011, l’anagrafe bancaria che avrebbe dovuto realizzare le liste selettive dei contribuenti maggiormente a rischio di evasione. La Corte dei conti ha denunciato tale inadempimento, espressamente posto in capo al direttore dell’Agenzia delle entrate, finora senza conseguenze. Nel silenzio assoluto del ministro dell’Economia e delle finanze, Pier Carlo Padoan, che pure ha l’alta vigilanza sulle agenzie fiscali. Una situazione che richiede un intervento della Procura regionale del Lazio perché in questo inadempimento, prolungato nel tempo, c’è sicuramente danno erariale.
È fondata questa sfiducia nella possibilità che la manovra delineata nel Def riesca a perseguire gli obiettivi in dicati? A leggere bene la premessa alla nota di aggiornamento il governo si è dato carico dell’esigenza che la strumentazione delle pubbliche amministrazioni sia adeguata alle esigenze delineate dalla manovra di finanza pubblica. Che vuol dire ripartizione funzionale delle competenze tra i vari livelli di governo, al centro, nelle regioni e nei comuni.

Con revisione delle attribuzioni delle varie strutture ministeriali, delle leggi e dei regolamenti che disciplinano le procedure che dovranno essere snelle, semplici e concluse in tempi che consentano di realizzare i risultati previsti.
Perché il tempo è un costo per le amministrazioni, per le persone e per le imprese. 
Il governo, dicevo, si è dato carico del tema, tanto che allaquarta pagina della presentazione della nota di aggiornamento si legge che «intendemettere in campo una serie diazioni ad ampio raggio volte ad espandere, accelerare e rendere più efficiente la spesa per investimenti pubblici, migliorando la capacità delle pubbliche amministrazioni di preparare, valutare gestire piani e progetti». In particolare questo impegno «dovrà coinvolgere non solo tutti i livelli delle amministrazioni pubbliche, ma anche le società partecipate o titolari di concessioni pubbliche che hanno, in numerosi casi, beneficiato di un regime di bassi canoni ed elevate tariffe, rinviando i programmi di investimento previsti nei piani economici e finanziari. Gli opportuni cambiamenti organizzativi e regolatori saranno prontamente introdotti onde rimuovere gli ostacoli che hanno frenato le opere pubbliche assicurando, al contempo, con i livelli di investimento da parte delle società concessionarie, nonché un riequilibrio del regime dei canoni».
Sono credibili queste promesse, di là delle buone intenzioni? Questo è il dubbio di alcune delle istituzioni che si sono pronunciate in questi giorni. Per il semplice motivo che già in passato impegni analoghi erano stati presi dai governi i quali hanno spesso enfatizzato modeste, incomplete e insufficienti riforme della pubblica amministrazione, come l’ultima, assolutamente inutile, che prende il nome dall’ex ministro Marianna Madia. Occorre, lo diciamo da tempo su questo giornale, un grande progetto di riforma da realizzare avendo presente un quadro generale e completo ma con interventi immediati che dimostrino che si intende andare in quella direzione e che si hanno le idee chiare.

domenica 16 settembre 2018

Bandiere a brandelli e irriconoscibili simbolo di un Paese che non ha identità


di Salvatore Sfrecola

I funzionari pubblici dovrebbero imparare a esporre il Tricolore che ovunque vediamo lacero e scolorito, soprattutto sulle scuole

Trentatré ore di educazione civica nei programmi della scuola dell’obbligo. Lo propongono Massimiliano Capitante e Giulio Centemero, deputati della Lega. In pratica un'ora alla settimana perché. fatta l’Italia, occorre fare finalmente gli «italiani», come suggeriva Massimo D’Azeglio, nel 1861, all’indomani della costituzione dello Stato unitario. E un premio Miur «Educazione civica» per i migliori progetti.
«Oltre all’insegnamento della Costituzione (quanto mai di attualità oggi) - scrivono i parlamentari -, nel  rispetto dell’autonomia scolastica, proponiamo che siano oggetto di educazione civica l’educazione alla legalità e il contrasto al bullismo e cyberbullismo, l’educazione ambientale, l’educazione stradale, l’educazione alimentare, l’educazione al bello, l’educazione al volontariato e il contrasto alle dipendenze (droghe, alcol, ludopatia)». Che, poi, vuol dire educare alla consapevolezza della nostra identità e della nostra storia, sempre più necessario. Il 67,8%, rivela Eurispes, è favorevole alla reintroduzione nelle scuole dell’educazione civica, a suo tempo voluta dal ministro Aldo Moro. I proponenti ne hanno parlato con Marco  Bussetti. già prima che divenisse ministro dell’Istruzione e sperano che faccia propria l’iniziativa.
Riusciranno i nostri eroi? È difficile, perché l’ambiente appare assolutamente lontano dai valori che l’educazione civica intende insegnare. Un esempio. A Roma, in via Mompiani, nel centralissimo quartiere Della Vittoria, la scuola media statale espone una bandiera italiana assolutamente irriconoscibile nei suoi colori, mentre la bandiera dell’Unione europea è ormai uno straccio appeso per un lembo. L’ho segnalato su Facebook riscuotendo molte condivisioni. E non è un caso isolato. Praticamente in tutte le scuole le bandiere, esposte ininterrottamente giorno e notte, sempre le stesse d'estate e d’inverno, sono ridotte a stracci coperti di fuliggine. Come per le bandiere che
ornano, si fa per dire, la sede della Scuola nazionale dell'amministrazione in Lungotevere Armando Diaz a Roma. assolutamente irriconoscibili. Una inammissibile incuria, tra l’altro in palese violazione delle regole che disciplinano l’esposizione della bandiera sugli edifìci pubblici, di cui abbiamo scritto su La Verità del 5 agosto 2017. Grave ovunque, gravissima considerato che quel palazzo ospita la Scuola nazionale dell’amministrazione, l’istituzione, fondata nel 1957 come parte integrante della presidenza del Consiglio dei ministri, «deputata a selezionare, reclutare e formare i funzionari e i dirigenti pubblici». Ben diverso, immacolato, il tricolore di Francia che garrisce al vento pròprio sul portone dell’École nationale d’administration (Ena), voluta dal generale Charles De Gaulle. nel 1945, all’indomani della riconquista della libertà per formare la nuova classe dirigente. Dall’Ena sono usciti dirigenti pubblici e privati, ministri e inquilini dell’Eliseo.
Devo dire che per me, come per i tanti italiani che hanno vivo il senso della patria, è assolutamente deprimente la vista della bandiera nazionale in quelle condizioni, che mi è parso un autentico «vilipendio», e vorrei che la Procura della Repubblica individuasse in quelle condizioni del vessillo il delitto previsto e punito dall'articolo 292, comma 2, del codice penale con la reclusione fino a due anni per «chiunque pubblicamente e intenzionalmente ... deteriora, rende inservibile o imbratta la bandiera nazionale». Nel senso che quella esposizione ha reso la bandiera «inservibile», inidonea a rappresentare la nazione. Il simbolo di un Paese che non crede in sé stesso, di un popolo che non riconosce la propria identità.
Eppure le regole che disciplinano l'esposizione della bandiera nazionale, il «tricolore Italiano», come si esprime all’articolo 12 la Costituzione, sono rigide e precise, a cominciare dalle scuole.
Senza che si levi una qualche protesta, ma soprattutto senza che le autorità scolastiche richiamino all’ordine presidi e direttori didattici, funzionari dello Stato evidentemente senza dignità della loro funzione. I quali dimostrano anche di non sapere che quelle bandiere, che vorremmo sventolassero integre nei loro colori, non dovrebbero essere tenute giorno e notte e tanto meno durante l’estate.
Infatti la bandiera non deve essere esposta continuativamente sugli edifìci pubblici ma, ai sensi dell’articolo a, comma 1, della legge 5 febbraio 1998, n. 22 («Disposizioni generali sull'uso della bandiera della Repubblica italiana e di quella dell’Unione europea») solamente «per il tempo in cui questi esercitano le rispettive funzioni e attività». Il che vuol dire, per le scuole, «nei giorni dilezioni e di esami» (articolo 4° comma 3, del decreto del presidente della Repubblica 7 aprile 2000, n.121 («Regolamento recante disciplina dell’uso delle bandiere della Repubblica italiana e delI’Unione europea da parte delle
amministrazioni dello Stato e degli enti pubblici»). Con la conseguenza che non devono essere esposte di notte e in tempo di vacanze.
Pertanto la bandiera va esposta dall’alba al tramonto, alzata vivacemente ed abbassata con solennità, non deve mai toccare il suolo né l’acqua. Regole antiche che attestano un senso di rispetto che dobbiamo assolutamente ritrovare. Anche a Palazzo Chigi, dove quel regolamento è stato scritto, la bandiera esposta ininterrottamente giorno e notte è fuori delle regole.
La bandiera, ovunque rispettata ed amata, al di là del credo politico, perché quei colori sono di tutti, di destra o di sinistra, sono o dovrebbero essere il simbolo della nazione e del suo orgoglio. In Grecia, a Creta ho visto nei giorni scorsi una chiesetta che esponeva la bandiera immacolata a dire che anche sulle sponde dell'Egeo la patria è un valore di tutti.
Quando usci, sollecitata dal presidente Carlo Azeglio Ciampi, la legge sull’esposizione della bandiera nazionale, immaginai subito che sarebbe stata interpretata «all'italiana» (quanto mi addolora questa espressione).
Che l’alza bandiera sarebbe stato effettuato solamente nelle caserme e che le bandiere esposte giorno e notte, col sole o con la pioggia, sarebbero divenute in pochissimo tempo assolutamente irriconoscibili. Uno spettacolo desolante che la dice lunga sul senso di italianità dei contri concittadini che, alla visione di quella bandiera vilipesa non insorgono, se non in pochi casi, peraltro inascoltati. Bandiere che non hanno più neanche la forza di sventolare per ricordare a giovani e anziani la nostra storia, chi siamo. Forse perché non lo sappiamo, perché abbiamo avuto cattivi maestri che hanno fatto perdere progressivamente alle giovani generazioni il senso dell’appartenenza.
Eppure quel tricolore, che costa pochi euro, che qualunque dirigente scolastico potrebbe anche comprare in proprio, ha accompagnato la Formazione dello Stato nazionale fin dal 23 marzo 1848,
come aveva voluto il Re Carlo Alberto, quando i soldati del Regno di Sardegna entrarono in Lombardia per rispondere alla richiesta che Gabrio Casati gli aveva rivolto a nome del governo provvisorio milanese. Fu l’inizio di un moto conclusosi con il 4 novembre 1918 a Vittorio Veneto, con Trento e Trieste ormai italiane. Giusto cento anni fa.

venerdì 24 agosto 2018

Le colpe di uno Stato incapace di controllare

di Salvatore Sfrecola

La tragedia di Genova insegna che le responsabilità del concessionario non assolvono chi ha operato per far perdere efficienza e prestigio alla pubblica amministrazione: pesa anche la cattiva politica che non dà direttive e non sa scegliere i collaboratori

Ci  voleva la tragedia di Genova, ultima in ordine  di tempo tra i crolli di ponti e viadotti, le frane e le esondazioni che periodicamente costituiscono l’emergenza di questo Paese, che spende per tali eventi più, molto più di quanto avrebbe dovuto impegnare per la prevenzione ed i controlli, perché qualcuno si soffermi sulla realtà dell’amministrazione pubblica ormai  inadeguata, da rifondare . Non che manchino eccellenze e strutture adeguate in ogni settore, ma è evidente che l’Amministrazione nei suo complesso è molto lontana da quella che l’Italia aveva conosciuto in passato. Basta riandare un po’ alla storia per rilevare come siano venuti meno professionalità e presidi che un tempo erano il fiore all’occhiello dello Stato e degli enti, territoriali e istituzionali.
Per non sembrare un laudator temporis acti riprendo quanto ha scritto pochi giorni fa, il 18 agosto, su Facebook, il professor Guido Melis, noto storico delle istituzioni il quale ha ricordato che «c’era una volta il Genio civile. Dopo l’unità, nell’Ottocento, fece letteralmente l’Italia, costruendo strade, ponti, edifici pubblici. Li progettava, li realizzava, li manuteneva. Aveva il corpo di ingegneri civili più prestigioso d’Italia. Poi lo Stato si espanse.
Le opere si fecero più numerose e costose. Allora si fece ricorso alle imprese  private. Si stipularono contratti d’appalto. Il Genio civile, amministrazione dello Stato, adesso per lo più vigilava. Il verbo vigilare è un verbo ambìguo. Allora significava conoscere i progetti delle imprese, seguirne l’esecuzione, controllarne nel tempo la manutenzione. L’occhio dello Stato funzionava. Corpi scelti di ispettori, dotati di elevate capacità tecniche, vedevano e provvedevano. Era cosi con Giolitti e fu così col fascismo.Un ingegnere del Genio in provincia era un’autorità. E cosi il capo dell'ufficio tecnico erariale, l’intendente di finanza, il prefetto. Ogni autorità nel suo settore agiva con ampi poteri di vigilanza. Nel secondo dopoguerra questo sistema saltò».
La citazione è lunga ma essenziale e dice con l’autorevolezza del cattedratico cose che ho sempre detto e scritto io sulla base dell’esperienza maturata nella magistratura contabile, nel controllo e nella giurisdizione di responsabilità, un osservatorio prezioso delle amministrazioni statali, regionali e degli enti locali.
Aggiungo quanto ho appreso leggendo ed osservando nell’esercizio di collaborazioni con alcuni ministri, in specie  ai Lavori pubblici, ai Trasporti e alla Marina mercantile, funzioni oggi confluite in un unico ministero «delle infrastrutture», Ho trovato ovunque funzionari di elevata professionalità e di alto senso dello Stato ma anche molte scartine, persone incapaci di aggiornarsi, di studiare e di assumersi delle  responsabilità.
Nei primi anni Novanta, in chiusura di un convegno a Perugia, promosso dalla Regione dell'Umbria sul tema della gestione del patrimonio, l’allora ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, facendo riferimento ad un mio intervento sul tema della responsabilità dei pubblici funzionari per danno all’Erario, disse che molti suoi funzionari si sarebbero fatti tagliare le mani piuttosto che firmare e assumersi una responsabilità. Replicai che avevo visto sotto processo soltanto incapaci o disonesti. Ma quella del ministro era comunque un a parte della realtà, una convinzione ampiamente condivisa tra i burocrati, certamente tra i meno preparati.
L’altra parte va individuata nella cattiva politica, quella che non è capace di dare direttive alla struttura e di scegliere i collaboratori. La politica che ha riempito i ministeri di incaricati di funzioni dirigenziali provenienti dall’area politica del ministro, persone spesso senza arte né parte, arroganti quanto incapaci, soprattutto di dirigere e coordinare i propri collaboratori.
La norma dice di incarichi da conferire «a persone di particolare specializzazione professionale, culturale e scientifica desumibile dalla formazione universitaria e postuniversitaria , da pubblicazioni scientifiche e da concrete esperienze di lavoro maturate per almeno un quinquennio, anche presso amministrazioni statali, ivi comprese quelle che conferiscono gli incarichi...». Letta così sembra una cosa importante. Ma il linguaggio ampolloso nasconde una realtà diversa, quella che ha consentito di riempire gli uffici di affiliati ai partiti, tratti da centri studi e da sezioni dove sono parcheggiati i portaborse. E, ancor più grave è stato l’incarico di funzioni dirigenziali a dipendenti pubblici che non sono riusciti a vincere un concorso da dirigente.
Nel 2001 a Palazzo Chigi c'era Giuliano Amato ed alla Funzione pubblica Franco Bassanini che quell’incarico aveva ricoperto anche nel precedente governo di Massimo D’Alema. Naturalmente ne hanno approfittato tutti i governi, a cominciare da Silvio Berlusconi e Matteo Renzi.
In queste condizioni la pubblica amministrazione italiana ha perduto le capacità operative e progettuali e anche quelle di vigilanza e controllo  che sarebbe stato necessario potenziare progressivamente a mano a mano che si procedeva nelle privatizzazioni, perché il passaggio di  attività imprenditoriali a privati, come la gestione della rete autostradale, avrebbe dovuto essere accompagnata da uno sviluppo delle capacità di monitoraggio delle gestioni, sia dal punto di vista giuridico ed economico che da quello tecnico. È evidente che, perse le capacità tecniche che in passato avevano distinto il ministero dei Lavori pubblici, la cultura del vigilare si è sviluppata secondo modelli di verifica formale successiva, sulle carte anziché sul posto, sur place, come fa la Corte dei conti europea, attuando una sorta di controllo fideistico avente ad oggetto le attestazioni del concessionario. Insomma, facciamo a fidarci. 
Una annotazione finale. Perduta la cultura scientifica che aveva caratterizzato il vecchio Genio civile, anche gli ingegneri sono diventati dei burocrati dediti solamente al controllo delle carte, in una condizione, quindi, che non consente loro di interloquire da pari a pari con i concessionari i quali affidano le loro relazioni ad illustri cattedratici.
«Lei pensa che io potrei contestare quanto scrive il mio professore, quello che mi ha insegnato all’università?», mi sono sentito dire più volte ad ogni contestazione quando la vigilanza ed i controlli non apparivano sufficientemente approfonditi. Come a Genova, dove sarà presto chiaro che le evidenti responsabilità del concessionario non potranno assolvere lo Stato che, si scoprirà, avrebbe dovuto controllare e non accettare ciecamente le relazioni tecniche dell’appaltatore, anche quando sottoscritte dal maestro dell’ingegnere di turno.

Con un’amministrazione priva di corpi tecnici adeguati alle esigenze è facile per politici sensibili alle sirene dell’imprenditoria nazionale e locale aderire alle richieste dei concessionari desiderosi di avere mano libera nella prospettiva di maggiori guadagni. Di queste scelte si accusa oggi il governo Berlusconi. Siamo nel 2008, ma è anche vero che ripetutamente il senatore Lucio Malan, di Forza Italia, ha interrogato invano i ministri delle Infrastrutture responsabili della proroga delle concessioni, segnalando l’evidente contrasto di quelle decisioni con le regole europee della concorrenza.